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Turismo industriale: così l’Italia perse l’ingenuità (e pure la faccia)

La sensazione è quella di salire a bordo della Buick guidata dalla signora Mimy, con accanto Guido Piovene. Proprio nella stessa Buick, intendo. Quella con cui lo scrittore vicentino compì il Viaggio in Italia per conto della RAI, dal 1953 al 1956. L’impressione è quella di accomodarsi sui sedili posteriori – perché accanto a Mimy c’era già lui, che non sapendo guidare chiese alla consorte di accompagnarlo nell’impresa – per passare in rassegna due Italia, quella della fame e quella della sazietà.

Stavolta al volante, però, si è messo un giovane geografo laziale, Jacopo Ibello (Latina, 1987), autore della bellissima Guida al turismo industriale (Morellini, Milano 2020): una gimcana dotta e nostalgica, complessa e per questo bellissima, delle due Italia che hanno fatto e disfatto gli Italiani. E dato che un popolo lo si vede dalle strade in cui si muove, dalle facce della gente che lo compone e dalle industrie che si incontrano dal lato del finestrino, Ibello ha radiografato l’archeologia industriale che proprio quando Guido e Mimy giravano per la penisola stava ridando una speranza al Paese.

Opportunamente diviso per regioni e territori, questa via crucis della riconversione industriale ben presto si trasforma in una via peccatorum delle occasioni perse. Leggendo questa preziosa guida – raramente i saggi suscitano sui narratori un’empatia così forte, solo quando sono dei romanzi tradotti in altre forme espressive – si capisce, ad esempio, la profonda frattura non solo storica tra l’industrializzazione del Nord (in particolare quella del triangolo Milano-Torino-Genova) e l’apatia del Sud (socialmente condannato agli avanzi, a una spesso meritata solitudine). Una frattura che, viaggiando insieme a Ibello, si intuisce cominci proprio dalla nascita della Repubblica il 2 giugno 1946, quando tutto il Sud decise senza fraintendimenti che tra monarchia e repubblica non vi era scelta (accordando alla prima fino al 70% delle preferenze). Andò diversamente, ma quella scelta così radicale il Sud forse continua a pagarla ancora, continua a trascinarsi il debito storico di chi chiamato a scegliere tra passato e futuro preferì voltare le spalle alla nazione tentando di soffocarla in culla. Non è un caso che i più grandi modelli industriali e i più grandi insediamenti, prima sovvenzionati dal piano Marshall e poi dalla Repubblica, furono costruiti al Nord e al massimo “esportati” fino alla linea che tagliava l’appennino tosco-emiliano. Lo raccontano i fatti, oltre alla orografia industriale del Sud fatta perlopiù di tentativi, di bisogni, quindi di grandi deserti.

Miniere in Sardegna

Ibello lo descrive benissimo, con un coraggio encomiabile, ricorrendo a una lingua didascalica e senza esuberanze, senza prendere parte a nessuna delle dispute ancora in atto ma fotografando il panorama dell’archeologia industriale che al Nord cristallizza il Lingotto degli Agnelli (Torino) e al Sud le Saline di Margherita di Savoia (le più grandi d’Europa e al tempo stesso le più ignote all’Italia), fotografando ciò che avanza del grandioso distretto del mobile che fece di Pesaro la capitale del legno mondiale (prima dell’avvento di Nostra Signora Ikea) e le desolate miniere di carbone del Sulcis in Sardegna (dove la gente moriva sepolta dal nero seppia per un tozzo di pane).

Immagini, nel senso letterale del termine perché la guida è corredata da immagini bellissime, che segnano come la migliore stagione degli Italiani sia coincisa con la peggiore impresa degli Italiani. Guido e Mimy, potessero tornare sui luoghi attraversati 65 anni fa, ne sarebbero terrorizzati per l’urbanizzazione selvaggia e la distribuzione grottesca del sogno – così rozzo e inutile – di una borghesia a portata di tutti, dell’identità di un popolo che doveva per forza passare attraverso l’acquisto di una lavatrice (quando i panni si lavavano ancora sul tavolone, col sapone sfuso e le mani callose delle fattrici). Questa perdita di innocenza equivale al senso etico del viaggio di Jacopo Ibello, al quale va il nostro grazie – come Lettori e depositari di tanta nostalgia – per aver raccontato un Paese a cui non pensa più nessuno, a cui più nessuno intende guardare perché non ce n’è motivo. Le industrie che ieri rappresentavano lo sperma che si apprestava a fecondare un popolo ancora inesistente, oggi sono la spazzatura dentro cui nessuno più guarda per non provare vergogna. Invece osservando meglio ciò di cui ci siamo nutriti per almeno dieci generazioni, aiuterebbe a capire cosa siamo diventati. Struggenti i passi dedicati, quando giunge in Lombardia e Veneto, alle stragi provocate dalle dighe, dagli invasi artificiali che dovevano portare l’energia elettrica e invece portarono la morte: dal Vajont al Gleno, di cui è ancora evidente lo squarcio generato dall’onda d’urto che si abbattè sui paesi confinanti (1 dicembre 1923).

Testaccio, Roma

Tra cinquant’anni, magari nell’edizione rivista e aggiornata che gli eredi Morellini pubblicheranno di questa stessa guida, quasi certamente ci finiranno il Mose di Venezia e – ce lo auguriamo, sempre che non debbano servire per altro – tutti gli ospedali nati in questi terribili mesi di pandemia da Covid-19, ma in attesa che ciò avvenga una certezza ce l’abbiamo già. E riguarda l’impietoso confronto tra buone intenzioni e cattivi maestri. Si tratta del museo dell’Atac a Roma (stazione ferroviaria Roma Ostia), la società nata come l’esempio del miglior trasporto pubblico al mondo nella città più storica e inimitabile al mondo, finita però con le carcasse dei bus che prendono fuoco a piazza Venezia. L’archeologia, in fondo, ci riguarda più di quanto non pensiamo.

Davide Grittani

*Davide Grittani (Foggia, 1970) è giornalista e scrittore. Ha pubblicato la raccolta di reportage C’era un Paese che invidiavano tutti (Transeuropa 2011, prefazione Ettore Mo e testimonianza Dacia Maraini) e i romanzi Rondò (Transeuropa 1998, postfazione Giampaolo Rugarli); E invece io (Biblioteca del Vascello 2016, presentato al premio Strega 2017); La rampicante (LiberAria 2018, presentato al premio Strega 2019, vincitore Cattolica 2019, Zingarelli 2019, Nabokov 2019, Giovane Holden 2019 e finalista Grottammare 2019, EtnaBook 2019 e Litorale 2020, inserito tra i migliori libri 2018 dall’inserto “la Lettura” del “Corriere della sera”). Editorialista del “Corriere del Mezzogiorno”, cura la collana di reportage narrativi Dispacci italiani (Viaggi d’amore in un Paese di pazzi) per Les Flaneurs Edizioni. Collabora a L’Intellettuale Dissidente e Pangea.

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