<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Simone Cattaneo Archivi - Pangea</title>
	<atom:link href="https://www.pangea.news/tag/simone-cattaneo/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.pangea.news/tag/simone-cattaneo/</link>
	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Wed, 01 Jul 2026 04:10:54 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.8</generator>
	<item>
		<title>Interrogando le tenebre. Denis Johnson, il poeta</title>
		<link>https://www.pangea.news/denis-johnson-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Sep 2025 03:58:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Crocetti]]></category>
		<category><![CDATA[Denis Johnson]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Cattaneo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=104726</guid>

					<description><![CDATA[<p>…è per Simone Cattaneo (1974-2009) Diciamo che il 2012 è il nostro Cape Canaveral. In questo viaggio interstellare – che significa: lacrimare tutte le costellazioni, una per una, fino al vuoto, fino al cosmo in una tazza –&#160;cominciamo dal 2012. Settembre 2012, numero 67 di “Atelier”, “La fine dell’opera comune”. Il numero è dedicato a [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/denis-johnson-poesie/">Interrogando le tenebre. Denis Johnson, il poeta</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>…è per Simone Cattaneo (1974-2009)</em></p>



<p>Diciamo che il 2012 è il nostro Cape Canaveral. In questo viaggio interstellare – che significa: lacrimare tutte le costellazioni, una per una, fino al vuoto, fino al cosmo in una tazza –&nbsp;<strong><a href="https://www.andreatemporelli.com/atelier/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">cominciamo dal 2012. Settembre 2012, numero 67 di “Atelier”, “La fine dell’opera comune”. Il numero è dedicato a Simone Cattaneo,</a></strong>&nbsp;poeta di lirica violenza, che ha scelto di farla finita nel settembre del 2009. Aveva trentacinque anni, Simone; Atelier aveva pubblicato i suoi libri, di carnivora luce,&nbsp;<em>Nome e soprannome</em>&nbsp;(2001) e&nbsp;<em>Made in Italy</em>&nbsp;(2008). Quell’anno – il 2012 – Il Ponte del Sale pubblica tutte le poesie di Cattaneo, compresa l’ultima raccolta,&nbsp;<strong><a href="https://www.amazon.it/Peace-love-poesie-Simone-Cattaneo/dp/8889615583" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Peace &amp; Love</em>.</a></strong>&nbsp;Simone mi era amico, fraterno. Compivamo gli anni lo stesso mese, a quattro giorni di distanza: un giorno, in febbraio, mi regalò un concerto di Lou Reed, a Milano. Posti in prima fila. Gli rubarono la macchina. Restò a dormire da me. Scrisse della sua morte sul “Giornale”; il titolo, pur viscerale –&nbsp;<strong><a href="https://www.ilgiornale.it/news/cultura/essere-notati-critica-bisogna-buttarsi-finestra-850856.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Per essere notati dalla critica bisogna buttarsi dalla finestra”</a>&nbsp;</strong>– non sortì alcun effetto: al sistema clientelare e nepotistico della cultura italica, si è sommata, oggi, una generica, sonnambula melassa lirica. Il condono servile di ogni crimine estetico.&nbsp;</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="104054" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Torno in me. Nel numero di “Atelier” del settembre 2012,&nbsp;<strong>Riccardo Ielmini scrive una memoria,&nbsp;<em>Simone, Dejan Stankovic, Walter Zenga (e anche io)</em>, di commossa bellezza.</strong>&nbsp;Ielmini rievoca un incontro con Simone. È venerdì, mezzogiorno, “sei giorni prima che tutto finisca, maledizione”. Simone sale al lago, a Laveno, per un gelato – è sera. A un certo punto, Simone parla di Denis Johnson. “Senti, e quell’idea su Denis Johnson?”. L’idea. “Provare a tradurre le sue poesie inedite in Italia”. Simone adorava Denis Johnson. Amava le sue poesie. Me ne parlava da anni – da quando abbiamo preso a vederci – dal 2001, dall’inizio di questo millennio Cerbero. “Sai che la traduttrice di Johnson è una mia concittadina?”, fa Simone a Riccardo. Silvia Pareschi. Diversi anni dopo, qualche anno fa, nel 2019, ho intervistato Silvia Pareschi.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="691" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/61gEiOza4TL._SL1482_-691x1024.jpg" alt="" class="wp-image-104741" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/61gEiOza4TL._SL1482_-691x1024.jpg 691w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/61gEiOza4TL._SL1482_-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/61gEiOza4TL._SL1482_-600x889.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/61gEiOza4TL._SL1482_.jpg 729w" sizes="(max-width: 691px) 100vw, 691px" /></figure>



<p>Denis Johnson ha scritto alcuni dei romanzi più potenti degli ultimi decenni di letteratura americana.&nbsp;<strong>Ne cito due.&nbsp;<em>Albero di fumo</em>&nbsp;(2007) e&nbsp;<em>Mostri che ridono</em>&nbsp;(2014).</strong>&nbsp;In Italia, Denis Johnson è stato tradotto per la prima volta da Delfina Vezzoli, per Feltrinelli:&nbsp;<em>Angeli</em>&nbsp;(1983) e&nbsp;<em>Fiskadoro</em>&nbsp;(1985) sono ormai dei reperti editoriali. Il libro che più lo rappresenta, però, è&nbsp;<em>Jesus’ Son</em>&nbsp;(1992), allucinata raccolta di racconti che narra di un mondo virgineo all’apocalisse, di lisergica crudeltà. Era il libro preferito da Simone. Silvia Pareschi lo ha ritradotto per Einaudi nel 2018. Per questo l’ho intervistata.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“</strong><strong>È&nbsp;il libro di culto della letteratura americana contemporanea – è scritto in una lingua spoglia e luminosa che ricorda per certi versi Hemingway e Carver (il quale era stato insegnante di Denis Johnson all’Iowa Writer’s Workshop). È proprio grazie a questa lingua che Johnson riesce a trasformare una serie di personaggi falliti e marginali in angeli dannati di proporzioni mitiche. Le loro disavventure sono raccontate con una prosa diretta e disadorna, il prodotto di una mente annebbiata che attribuisce la medesima importanza a ogni cosa, che sia una nuvola o un cadavere. E ogni tanto, in questa prosa imperturbabile, spuntano senza preavviso momenti di intensa poesia”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Ecco. Denis Johnson nasce alla letteratura come poeta: esordisce a vent’anni, nel 1969, con&nbsp;<em>The Man Among the Seals</em>.&nbsp;<strong>Nel 1982 Mark Strand sceglie&nbsp;<em>The Incognito Lounge</em>&nbsp;(raccolta di Johnson edita da Random House) come miglior libro per i “National Poetry Series”.</strong>&nbsp;A differenza di altri romanzieri americani – da Hemingway a Faulkner a una quantità di altri – per cui la poesia è un gioco secondario, un modo per sgranchire la scrittura, Denis Johnson è&nbsp;<em>sostanzialmente</em>&nbsp;un poeta – e il poeta, giudizio mio, è a tratti più grande del romanziere. L’ultima sostanziosa raccolta,&nbsp;<em>The Throne of the Third Heaven of the Nations Millennium General Assembly</em>, è del 1995; pur continuando a tosare il giardino lirico, Johnson ha trasferito la propria natura poetica nel romanzo. È trasmigrato dalla poesia al romanzo. Dai suoi libri hanno tratto dei film. È morto nel 2017, Johnson, per un cancro al fegato. Si è sposato tre volte. A suo tempo, gli cucii il ‘coccodrillo’; attaccava così:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Prendi Joseph Conrad, drogalo a dovere, e fagli fare un giro a Las Vegas. Il risultato ti darà Denis Johnson, il Lord Jim della letteratura contemporanea, duce nel sottosuolo del romanzo americano. Nato incidentalmente in Germania, nel 1949, incidentalmente è stato un alunno di Raymond Carver. Faccia da colosso hollywoodiano, un po’ Michael Madsen un po’ Jeff Bridges, Denis, speleologo delle ambiguità, comincia – e continua – come poeta… ha fatto letteratura interrogando le tenebre”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Alcuni suoi pionieristici reportage – pubblicati su “Esquire”, “Salon”, “Paris Review” – come&nbsp;<em>The Militia in Me</em>, prefigurano con micidiale lungimiranza gli Stati Uniti di oggi (in Italia, li ha raccolti &amp; pubblicati, nel 2004, Alet come&nbsp;<em>Cronache anarchiche</em>, ennesimo libro fuori orbita da tempo).&nbsp;<strong>Raymond Carver, poeta ben più modesto di lui, era un fan della poesia di Denis Johnson, “La sua materia lirica, dolorosamente efficace, non è altro che un’analisi nelle zone oscure della condotta umana”.&nbsp;</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="659" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/160322008-659x1024.webp" alt="" class="wp-image-104727" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/160322008-659x1024.webp 659w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/160322008-193x300.webp 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/160322008-600x932.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/160322008.webp 695w" sizes="(max-width: 659px) 100vw, 659px" /></figure>



<p>In università, ogni anno, leggo un racconto di Denis Johnson. S’intitola&nbsp;<em>Incidente durante l’autostop</em>, è il racconto che apre&nbsp;<em>Jesus’ Son</em>. Il protagonista è un tossico. A un certo punto, il tossico è in ospedale, reduce – senza un graffio – dell’incidente che dà il titolo al racconto. Una donna, “magnifica, ardente”, varca la soglia dell’ospedale. Il marito è morto. Lei non lo sa ancora.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il medico l’ha portata in una stanza con una scrivania in fondo al corridoio, e da sotto la porta chiusa si è sprigionata una lastra di fulgore, come se, grazie a qualche stupefacente processo, lì dentro stessero incenerendo dei diamanti. Che polmoni! Strillava come avrebbe potuto strillare un’aquila. Che meraviglia essere vivo per poterla sentire! Da allora non ho più smesso di cercare quella sensazione”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>All’immagine abbagliante – incenerire i diamanti – si lega la contorsione morale di un infermo nell’anima che sugge i capezzoli del dolore altrui, li strappa a morsi. L’aula, di solito, a lettura terminata, si trasforma in una ghiacciaia. La grandezza cuce le labbra – l’abnorme umano ci fa lo scalpo.&nbsp;</p>



<p>Ogni volta che leggo le poesie di Denis Johnson mi ricordo una poesia di Simone Cattaneo, quel frantume di versi che detta un codice, una sorta di regola di vita:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“ho scavato la mia carne<br>come fosse una vela<br>e ho gettato sabbia sopra il pianto<br>ho creduto nella pena del silenzio,<br>nella domanda liscia della fame”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Mi pare che le poesie di Denis Johnson, extracanoniche, apocrife alle mode imperanti, siano tra le più belle della poesia americana di oggi.&nbsp;<strong>Mi ricordano i film di David Lynch, gli esseri piumati che appaiono nei sogni dei nativi e che impaniano le visioni dei deliranti.</strong>&nbsp;Gli animali aurorali – il corvo, ad esempio, bestia-guida nella poesia di Ted Hughes – hanno perso i poteri ctoni, la mente è un reclusorio, al poeta non basta più costruire una propria mitologia da comodino, un proprio alcolico aldilà. I segni sono sconnessi e questo disequilibrio da cancelli dissigillati e soffitte senza sottana è il regno di parole cannibale, di frasi mercenarie.&nbsp;</p>



<p>In fondo, Denis Johnson è l’ultimo degli sciamani – fa la sua solitaria danza e le stelle si approssimano alla finestra con musi da cerbiatto.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="659" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/61GhBPpuML-659x1024.jpg" alt="" class="wp-image-104728" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/61GhBPpuML-659x1024.jpg 659w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/61GhBPpuML-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/61GhBPpuML-600x932.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/61GhBPpuML.jpg 695w" sizes="(max-width: 659px) 100vw, 659px" /></figure>



<p>**</p>



<p><em>Corvo</em></p>



<p>Balugina il corvo sul morto ramo<br>sotto cui siamo passati, forse, tempo fa.<br>Il nostro pastore era un demone e un falsario:<br>ha cosparso sul nostro matrimonio una ghirlanda&nbsp;<br>di pioggia, quella stessa fredda pioggia adolescente<br>nelle cui raffiche si avvolgono i sempreverdi<br>tra memoria e memorabile.&nbsp;</p>



<p>Oh, certo, nessuno ha assistito a quel triste spettacolo<br>durato notte e giorno – il suo treno fu un treno di anni.&nbsp;</p>



<p>Da quel momento, secondo&nbsp;<br>i miei calcoli, ho vissuto tre vite,<br>una nella magia, l’altra nel potere, infine<br>nella pace – e ancora<br>la piccola ferita pari a un pozzo<br>nel truce buio e chi<br>dovrebbe respirare vede sogni<br>diventa pallido, contagiato da una musica.&nbsp;</p>



<p>Ma il corvo non è Dio e il vento<br>non è Dio e niente è Dio<br>e questo non ci fa desistere<br>dalle trasgressioni commesse per ignoranza.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Poesia che mette in discussione l’esistenza del mare</em></p>



<p>nello stesso, esatto modo<br>in cui gli animali sono gettati<br>sulla sabbia, terrorizzati</p>



<p>dopo tanti eoni, all’improvviso<br>dall’oscurità del mare<br>un elevato numero&nbsp;</p>



<p>di bambini si tuffa ogni giorno nel grande<br>spasmo evolutivo dell’utero<br>di pallide, disarticolate donne. è ampio</p>



<p>e vuoto il luogo dove sono<br>ora, anni dopo, e flottano<br>drasticamente ai fianchi</p>



<p>contro il flipper. fuori<br>il gemito detective di quell’<br>impossibile bimbo che ribalta le strade</p>



<p>mentre manovra l’odiosa macchina<br>come una grande nave<br>tra le onde della vita. un po’</p>



<p>confuso, come sempre, osservo<br>le costruzioni crescere sotto il cielo<br>sapendo che presto dovrò</p>



<p>diventare lui, eludere<br>i miei figli e schiaffeggiare le onde<br>nella sapiente ebbrezza. tremo&nbsp;</p>



<p>come un vecchio indiano, elemosino<br>un po’ di pioggia su questo deserto.</p>



<p>*</p>



<p><em>In una stanza d’affitto</em></p>



<p>questo è un buon sogno, anche se svanisce<br>non è meno reale, anche se i miei piedi si&nbsp;</p>



<p>sbricioleranno sul pavimento in agguato. la gola<br>è arsa e mi sveglio in una stanza vuota quanto</p>



<p>la mia presenza: assenza di aspirine. lì&nbsp;<br>l’asfittica sorpresa del sole, l’alba. là</p>



<p>macchine e strade che si snodano secondo<br>il solito criterio. la stanza non vuole vomitarmi. deve</p>



<p>aprire il cuore, comunicare con le altre subacquee<br>stanze in cui ho massacrato il mio corpo nel nimbo</p>



<p>delle lenzuola e sbando verso le vie per placare l’arsura.&nbsp;<br>che cosa impari, stanza? che cosa hai detto, perché le macchie</p>



<p>gli occhiali accusatori puntati verso il mio<br>ritorno? c’era una ragazza un tempo. vorrebbe</p>



<p>sapere da dove viene la colpa che ronza<br>sul letto e crolla come una mano indifferente</p>



<p>che mi annienta. vorrebbe aiutarmi mentre l’universo<br>mi ha mentito ancora, lo sberleffo è andato troppo oltre</p>



<p>l’arsura, rampicante, profonda, resta dopo bottiglie<br>e bottiglie e sono a un dito dalla morte e devo</p>



<p>conficcare il mio corpo in migliaia di vuote<br>oscurità prima di assurgere al sonno, prima di sognare.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Elogio della distanza</em></p>



<p>è difficile restare poeta<br>quando l’inverno ti scivola<br>dal palmo della mano: questi&nbsp;<br>sono guai. la macchina scompare</p>



<p>inabile al dolore, nel parcheggio. si<br>accartoccia su un ginocchio come<br>un elefante, stupefatta<br>dai proiettili famelici dell’inverno.&nbsp;<br>il cimitero vacilla<br>lontano. la macchina non starà&nbsp;</p>



<p>ancora a lungo tra me e i debiti<br>che mi attendono davanti a casa. non me&nbsp;<br>ne andrò più a sfinire le miglia come</p>



<p>se la distanza fosse la sola sicurezza<br>come se si potesse sbattere&nbsp;<br>una portiera in faccia alla pena.&nbsp;<br>mia moglie dice: trovati un&nbsp;<br>lavoro. ma una volta avevo un cane</p>



<p>i cui organi vitali divennero<br>un caos sotto il vello, e ne morì;<br>non lascerò il regno animale</p>



<p>finché non diventerà un albero.<br>tenderò le narici&nbsp;<br>verso la solitaria giaculatoria<br>del suo collare che crollava sugli edifici:</p>



<p>qualche segno mi informerà del suo<br>ritorno. le mie mani non<br>sono quelle di un indovino; l’inverno</p>



<p>le gonfia di difficoltà. se si è perso<br>lo troveranno gli agricoltori che sperano<br>nella primavera, scorgeranno la sua voce<br>tra gli oceanici campi di mais,</p>



<p>mentre cerca un posto dove<br>riposare. intanto, lo attendo&nbsp;<br>alla finestra:<br>ho il sospetto che il senso delle cose<br>resterà irrisolvibile.&nbsp;</p>



<p>Traduzione di&nbsp;<strong>Federico Scardanelli</strong></p>



<p><em><a href="https://www.crocettieditore.it/rivista/poesia-rivista-internazionale-di-cultura-poetica-nuova-serie-vol-33/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*Si pubblica per gentile concessione l’articolo che apre l’ultimo numero di “Poesia” (Crocetti Editore, n. 33, settembre-ottobre, 2025), in memoria di Simone Cattaneo</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/denis-johnson-poesie/">Interrogando le tenebre. Denis Johnson, il poeta</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/202209Denis-Johnson-732x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Simone Cattaneo compie 50 anni: è ora di fargli la festa!</title>
		<link>https://www.pangea.news/simone-cattaneo-poesia-compleanno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Feb 2024 04:44:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Atelier]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Lou Reed]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Merlin]]></category>
		<category><![CDATA[Peace & Love]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Cattaneo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=98505</guid>

					<description><![CDATA[<p>Simone Cattaneo fa cinquant’anni il 4 febbraio. Ogni anno, ai primi di febbraio, mi scriveva una cartolina, mi faceva un regalo. Una delle ultime è una cartolina della Tuborg, l’ha presa in un pub di Milano. Mi chiamava “The Genius”, si firmava “Il tuo fratellone”. In questa cartolina – che conservo nella Bibbia valdese di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/simone-cattaneo-poesia-compleanno/">Simone Cattaneo compie 50 anni: è ora di fargli la festa!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Simone Cattaneo fa cinquant’anni il 4 febbraio.</p>



<p>Ogni anno, ai primi di febbraio, mi scriveva una cartolina, mi faceva un regalo. Una delle ultime è una cartolina della Tuborg, l’ha presa in un pub di Milano. Mi chiamava “The Genius”, si firmava “Il tuo fratellone”. In questa cartolina – che conservo nella Bibbia valdese di mio padre, a cura di Giovanni Luzzi – Simone mi scrive: “Pensandoci bene è sempre tempo per un paio di birre del cazzo!”.</p>



<p>Sono nato cinque anni e quattro giorni dopo Simone. Sei nato il giorno di Hristo Stoičkov, mi diceva. Gli piaceva, il bulgaro: talento, irascibilità, scaltrezza. Preferiva Dejan Stanković, comunque, i calciatori che avrebbero potuto tutto ma hanno raccolto poco, per un insano istinto all’autodistruzione – figli del ‘bel gesto’ prima che del calcolo. Condivideva la passione per l’Inter – io stavo sulla sponda opposta – con Riccardo Ielmini. “Una volta mi aveva tenuto un monologo sugli slavi: razza calcistica superiore, perfetta: bastardi coi piedi buoni da sudamericani e testa dura e cattiva, aveva detto”, ha scritto Riccardo, in un testo molto bello, <em>Simone, Dejan Stankovic, Walter Zenga (e anch’io)</em>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="702" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/367731919_999585047664007_8929001806338604601_n-702x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98506" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/367731919_999585047664007_8929001806338604601_n-702x1024.jpg 702w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/367731919_999585047664007_8929001806338604601_n-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/367731919_999585047664007_8929001806338604601_n-600x876.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/367731919_999585047664007_8929001806338604601_n.jpg 740w" sizes="(max-width: 702px) 100vw, 702px" /><figcaption class="wp-element-caption">Simone Cattaneo (1974-2009)</figcaption></figure>



<p>Un giorno, per il nostro compleanno, <em>ci</em> ha regalato un concerto di Lou Reed, il suo idolo, in prima fila – <em>in prima fila</em>, rifilava, voce tellurica, felice come un bimbo –, a Milano. Dopo il concerto, quel giorno, è rimasto a dormire da me: occupavo la casa dei miei nonni, che svernavano al mare.</p>



<p>È morto prima lui di Shane MacGowan, il suo altro idolo. Gli idoli di Simone, io, autistico al mondo, non li capivo. Diceva che saremmo diventati vecchi, che avrebbe inacidito la nostra connaturata infelicità portandomi ai Caraibi. Gli parlavo di Derek Walcott, andiamo a Santa Lucia? Lui mi diceva di Denis Johnson, avrebbe voluto tradurre le sue poesie – lo farò per lui. Per lui la solarità era carnale: alto, ruvido, col giubbotto di pelle, piaceva alle donne.</p>



<p>*</p>



<p>I ricordi sono diventati come le <em>tsantsa</em>, le teste microscopiche fabbricate dai nativi dell’Amazzonia. Simone rimpicciolito, Simone porta-chiavi, Simone sempre nella mia tasca destra. Simone sul comodino. Simone sul cuscino. Simone nel piatto in cui mangio. Simone-pupazzo, Simone-amuleto, Simone-santino. Simone-ex-voto.</p>



<p>Ma i ricordi li devi conservare sotto strati di garza, lasciarli lì, come le spade – e lucidarli, nella cantina, distinguendo bagliore da abbaglio, da solo. Altrimenti, come ci difenderemo quando verrà il giorno?</p>



<p>È brutto morire senza avere Simone al fianco: sapeva chi ero, entrava nel cuore degli altri dal lato debole, dalla finestra socchiusa, senza fare rumore. Poi te lo trovavi lì, seduto, in sala. Aveva premure da innamorato: preparava la cena, stappava la bottiglia. Scherzava anche quando c’era poco da scherzare.</p>



<p>*</p>



<p>Tutto merito della cucciolata tirata su in un luogo improbabile, tra i laghi e il niente, da Marco Merlin. Uccelli rari, gente disadatta, uno zoo di ragazzi resi alle più diverse ambizioni e coercizioni. Marco, geniale ornitologo della poesia – odorava il talento e ti chiamava alla mischia. Riconosceva, soprattutto, le voci diverse dalle sue, le voci marziane, i condor di insondate Ande. La sua curiosità, famelica, faceva paura – ti assaliva, ti dissanguava.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="800" height="619" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/Atelier-17-giugno-06.jpg" alt="" class="wp-image-98507" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/Atelier-17-giugno-06.jpg 800w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/Atelier-17-giugno-06-300x232.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/Atelier-17-giugno-06-768x594.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/Atelier-17-giugno-06-600x464.jpg 600w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption class="wp-element-caption">Simone Cattaneo in primo piano e una parte di &#8220;Atelier&#8221;, nel 2006</figcaption></figure>



<p>Dell’ultima telefonata di Simone, ricordo una piscina, vasta come un prato, il cielo azzurro di Riccione, vittima della sua falsità, puoi bucarlo, pare di cartone. Mio figlio doveva compiere sei anni, nuotava. Simone mi diceva qualcosa di lontano su “giovani ragazze e le loro mamme”. Avevo appena accettato un incarico – passato dall’oro al disastro – come preside di un Liceo linguistico. Mi chiamava “fratellino”.</p>



<p>Per un periodo, Simone è stato tutta la mia famiglia – “Atelier” la sola sfilza di parenti: gli eredi, gli avi, i traditori – Merlin il patriarca.</p>



<p>*</p>



<p>Non so perché mi avesse attirato a sé, Simone. Forse riconosceva lo stigma dell’estraneo, dello straniato. Nel paese in cui sono cresciuto, alla periferia di Torino, non c’era una libreria, se avessi detto ai miei compagni di calcio che scrivevo poesie mi avrebbero dato del “frocetto”. Uno di questi l’ho rivisto da poco – in verità, lo ha visto il mio solo amico, che fa il medico. Si chiama anche lui Simone: era un centrocampista dal talento micidiale; a sedici anni, durante una partita, s’incazza, va verso l’arbitro, gli spacca il naso. Due anni di squalifica. Aveva appena segnato un gol memorabile, da metà campo, pallonetto da astronomo.</p>



<p>Per otto anni, Simone Cattaneo è stato il mio confidente, la mia guardia del corpo, il mio sodale, il solo che leggeva i miei libri. È stato ovunque nella mia vita di allora – e ovunque, principesco. La sua eleganza: brutale. La sua cultura: selvaggia. Mi ha fatto conoscere Delmore Schwartz e Jim Carroll, un giorno mi ha regalato la videocassetta di <em>Donnie Brasco</em>, il film di Mike Newell con Al Pacino e Johnny Depp; un giorno è venuto con <em>Scarface</em>. Ah, certo, Brian De Palma… L’originale, fratellino, mi fa lui, e tira fuori dal giaccone lo <em>Scarface</em> del 1932, diretto da Howard Hawks, con Paul Muni.</p>



<p>Una volta, mi ha letto una poesia di Paul Muldoon, <em>Il vento e l’albero</em>, che attacca così: “Come la gran parte del vento/ accade là dove ci sono alberi,/ così la gran parte del mondo è centrato/ su noi stessi”. Nel 2008 Mondadori aveva pubblicato una raccolta di <em>Poesie</em> di Muldoon, a cura di Luca Guarnieri: comprai il libro, non mi appassionò troppo. Secondo un’efficace intuizione di Flavio Santi – uno che ne battezza tanti e ne santifica pochissimi – “Cattaneo è il nostro Armitage”. Perfezionò l’assunto in un articolo strepitoso, pubblicato su “Ore piccole” nel luglio del 2008:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Strana la carriera del poeta. Strana soprattutto in Italia. Prendete ad esempio uno come Simone Cattaneo. In Inghilterra o in America sarebbe una star, un poeta conteso da <em>reading</em> e salotti buoni, programmi tivù e seminari universitari. Che è quello che succede ai suoi colleghi Armitage – con cui condivide fra l’altro lo stesso nome –, Paul Muldoon e soci. Quello che voglio dire è che Cattaneo fa una poesia al vetriolo, tra il sociale e il vuoto per dirla con i Baustelle, amatissima all’estero. Cattaneo è il nostro Armitage (per dimostrare questa tesi una volta ho fatto uno scherzo tremendo a un critico: gli ho passato un gruzzolo di poesie di Cattaneo spacciandole per primizie di Armitage. Non vi dico l’entusiasmo dell’illustre studioso per quegli “inediti”…). C’è un piccolo problema (tale in Italia, no di certo all’estero): Cattaneo è come la sua poesia, franco e schietto, non fa la corte a nessun potente di turno, critico e poeta, lui pensa a vivere e a scrivere. Ma nel nostro bel paese questo significa una sola cosa: isolarsi”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>A Simone spazientiva, del trito reame poetico italiano, il labirinto di specchi, la falange dei portaborse e dei lacchè, l’autorevolezza della viltà, l’impossibilità di lottare ad armi pari, secondo i propri meriti. Su questo, eravamo disillusi un po’ tutti, già venticinque anni fa: proprio per questo Merlin aveva fondato la ‘collezione di poesia’ “Parsifal”, dove Simone aveva esordito con un libro spartiacque, <em>Nome e soprannome</em>. Di quel libro – e del talento di Simone – non si sono accorti soltanto lettori del sottosuolo, come noi della banda: ricordo una bella pagina di Roberto Roversi (“verrebbe voglia di cantarli, questi versi; o almeno di recitarli ritmicamente”), un bel pezzo di Stefano Raimondi su “Pulp” (“Gli occhi di Buster Keaton, la violenza dello splatter, l’intimità esistenziale di Montale e la chirurgia psico-linguistica di Benn sembrano modellare lo spessore di questi versi composti da parole-fendenti, tese e, allo stesso tempo, coinvolgenti e calde”), un articolo di Daniele Piccini su “Famiglia Cristiana” (“Il libro di Simone Cattaneo è un pugno allo stomaco… il grido di allarme di una generazione”), che però si riferiva al secondo libro di Simone, <em>Made in Italy</em>, pubblicato sempre in seno ad “Atelier”, nel 2008. Ne scrisse, su “La Stampa”, pure Maurizio Cucchi – pur da maestrino con il goniometro e la squadra, “Simone Cattaneo mostra una personalità già molto decisa…” – ma per Simone restare nel paddock di “Atelier” era una specie di sconfitta.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="680" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/612hqWYJbS._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-98508" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/612hqWYJbS._AC_UF10001000_QL80_.jpg 680w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/612hqWYJbS._AC_UF10001000_QL80_-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/612hqWYJbS._AC_UF10001000_QL80_-600x882.jpg 600w" sizes="(max-width: 680px) 100vw, 680px" /></figure>



<p>*</p>



<p>In un libro di tanto tempo fa, <em>La stella polare</em>, tentai di riferire il lignaggio lirico di Simone Cattaneo. Vedevo i suoi lari, anzitutto, nel <em>Principe</em> di Machiavelli (“Il più grande romanzo della letteratura italiana”, copy Cattaneo) e in <em>Quaderni di Voronež</em> di Osip Mandel’štam – l’edizione Mondadori del 1995 era il suo libro ‘di culto’ – che avevano proliferato, per assurdo incrocio, una serie di figli cadetti e cugini minori: in diverso modo, nelle poesie di Simone sono presenti i film di Martin Scorsese (<em>Toro scatenato, Taxi Driver, Quei bravi ragazzi</em>) e le canzoni di Lou Reed, <em>Jesus’ Son</em> di Denis Johnson e <em>Il cattivo tenente</em> di Abel Ferrara, Patty Smith e i fratelli Dardenne.</p>



<p>Alcuni preferivano il primo Cattaneo, quello delle liriche litiche, lavorate come selci, come monili primordiali, questa, ad esempio:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Se perdessi la carità luminosa<br>delle notizie marcate<br>se la pioggia fosse<br>l’unico testimone della<br>magia d’ogni cosa<br>berresti quest’acqua morta?<br>Una penna celeste<br>sopra il cappello strizza<br>saggia le grinze dell’aria<br>senza rendersi conto<br>di quanto si sia celebrata<br>di quanto alta sia la mia fronte<br>attraversata a mezzogiorno<br>dai fossi della finestra”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Altri preferivano il Simone degli sketch narrativi, brutali, intrisi di nera ironia, precisi come un fermoimmagine:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Arrivano stranieri bramosi di niente dagli altri continenti,<br>mi auguro non si integrino ma sgozzino i nostri ragazzi,<br>violentino le nostre donne chiuse in chiese, palestre e discoteche,<br>mi ammazzino per primo sarà un piacere, basta sorrisi avvizziti<br>al gin, sconfinamenti nei campi magnetici, non mi interessa se<br>la statica si equivalga alla dinamica, è giunta l’ora che i<br>rottami privi di sesso dai dialetti strani: albanesi, criminali o<br>calabresi brucino questa nuova Milano di Averna e cambiali, nessuna<br>visione metaprospettica, vivono in macchine abbandonate in balìa<br>del gelo, torce di immondizia, corpi vivi ma già in avanzato stato<br>di decomposizione. Milano ti amo dalla ’ndrangheta al Cenacolo Vinciano<br>ma sentire una vecchia canzone alla radio e poi ringiovanire<br>di dieci anni non serve a nulla, è un saldo di fine stagione<br>dieci Tavor da un ml e due litri di vino bianco non fanno più la<br>differenza è solo un vapore che ti assale alle spalle:<br>è un verde chiaro lo sfondo di questo giorno”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Un giorno, Simone mi legge una poesia al telefono. Vuole farmi un omaggio. Avevo da poco pubblicato un libro intitolato <em>L’era del ferro</em>: la nostra ricerca si è sempre mossa in direzioni distanti, spesso opposte – forse, ci segnava una stessa disciplina. Lui mi capiva. La poesia è questa:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Con quegli uncini puliti e curati crea una tempesta già consumata<br>da mille glaucomi schiacciati di inerzia per cauterizzare la visione<br>di due cosce squarciate senza alcuna ragione.<br>Gusci di uomini febbricitanti trasportano crani rampicanti<br>dove il flusso dei preservativi batte sulla pioggia<br>come uno stiletto liquefatto.<br>Portare un asciugamano lercio intorno alla vita prima dell’alba<br>non può sconfiggere alcun pronostico.<br>Qualcosa succederà, questa è l’era del ferro”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nelle poesie di Simone c’è spesso la pioggia – forse le poesie non sono che questo: acqua. E devi aprire le mani, e devi sorseggiare – e devi onorare l’acquazzone con tutto te stesso. Forse voleva liquefarsi.</p>



<p>*</p>



<p>Oggi Simone Cattaneo, nei luoghi opposti ai principi dominanti, è quasi un dio. Chi lo ha conosciuto in carne e ossa è geloso a chili che di un uomo si faccia idolo di bronzo, scempio idolatrico. Ma è così, è ovvio: Simone è la nostra giovinezza per sempre, perciò un sempiterno monito. La morte di Simone, un estuario e un lascito, ci ha rimessi nel ventre, ci ha rifatto feti, impedendoci di crescere. Simone ci ha salvato la vita.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="97367 " class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Di recente, <strong><a href="https://open.spotify.com/episode/6EOjJsEDDiuNfiYFFSnvHd" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Fabrizio Testa ha coordinato un podcast su “Simone Cattaneo. L’ultimo poeta metropolitano”</a>,</strong> in una serie, “The Outsider”, che ha raccontato finora le vite di Dante Arfelli, Sergio Quinzio, Dante Virgili. <strong><a href="https://revistareplicante.com/que-los-apestados-se-queden-apestados/?fbclid=IwAR2nW4vySj3RoiWdAixQ4WBlitQdBwkI5b2eahzfzY4d79F01eExaN9uz8w" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La rivista spagnola “Replicante”,</a></strong> l’anno scorso, ha scritto che “Simone Cattaneo è stato un salvatore della poesia moderna. Non ha soltanto spalancato uno spazio di rottura nel canone italiano, ancora legato ai caratteri accademici della tradizione orfica, simbolista, oscura e dalla tendenza formale, ma ha lasciato in eredità un universo di possibilità poetiche, pur restando quasi completamente sconosciuto fuori dall’area mediterranea” (Isai Cabrera González). Tra l’altro, hanno tradotto questa poesia:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non so se discutere di transazioni politiche o di ballerine<br>dalle teste bollite, Allah è proprio una merda, il santo padre<br>è un maiale che adora una scimmia crocifissa, maometto è<br>un impotente, gesù andava a troie, si è sposato con la Maddalena<br>e se ne sono scappati in Australia. Sulla mitria del papa è<br>disegnata una svastica, sgozziamolo il maiale, i musulmani si inculano<br>le capre e poi vanno tutti contenti nelle loro moschee del cazzo,<br>imam sono analfabeti e non vestono Prada né Cavalli, i preti<br>sono pedofili pompinari. Le guerre sono causate sempre da quei<br>bastardi giudei. Gli ebrei vanno sterminati, l’olocausto è una menzogna<br>sionista, le lobby ebraiche governano il mondo.<br>Ma il 9 luglio 2006 l’Italia è diventata per la quarta volta<br>nella sua storia Campione del Mondo di calcio. Basta e avanza”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Non credo che Simone sia inimitabile per il linguaggio spaccone, che rovescia l’aggressione in attrazione, l’offesa in sentenza, né per la virilità verbale, apparentemente antilirica. Credo sia inimitabile per una specie di compassione tesa fino all’impossibile, fino allo spasmo, fino a svenare l’ultima strettoia di vita, l’ultimo braccio esangue. Soltanto un talento illecito, senza giogo al cuore, può scrivere una poesia come questa:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“A fine agosto il tuono morde i lampi prima che piova e<br>il cielo sembra sempre avere bisogno di un’autopsia,<br>cammino sulla strada crivellata di buche come fosse<br>un costoso tappeto cinese, la neve gialla è ancora lontana,<br>la luce pare un caleidoscopio difettoso ed io vado<br>dove i ragazzi hanno denti d’oro larghi come gonne a fiori<br>e nessuno mi potrà più servire da bere vino tagliato con il solfato di rame.<br>Ormai è un furto ogni prospettiva di fuga”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Oggi, mi dicono – me lo dice Giorgio Anelli, che a Simone ha dedicato un libro, <em>Simone Cattaneo. De culto et orfico</em> (2019) –, all’opera di Simone dedicano tesi di laurea.</p>



<p>L’opera di Simone è finora raccolta in due volumi: <a href="https://www.ibs.it/peace-love-libro-simone-cattaneo/e/9791280446046" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Peace &amp; Love</em>, la raccolta complessiva edita da Il Ponte del Sale nel 2012</a> (e costantemente ristampata), <a href="https://www.andreatemporelli.com/2014/08/27/atelier-lultimo-progetto/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">e nel numero monografico di “Atelier” </a>(Numero 67, Anno XVII, Settembre 2012) a lui dedicato, “La fine dell’opera comune”.</p>



<p>*</p>



<p>Una volta, a Firenze, c’era un importante convegno organizzato da “Atelier”. Dopo un po’, insieme a Simone, mollo l’ascolto, vaghiamo per la città. Simone – come fa lui, d’impeto – entra in un negozio di roba varia, variopinta. Esce, felice, con la locandina de <em>Il cacciatore</em>, uno dei suoi film prediletti. Robert De Niro, benda rossa, pistola alla tempia. Me la regala. Di Michael Cimino gli piaceva – come sempre – la caduta, il genio che si schianta contro insuccesso, fraintesi, eccessi. In questi giorni ho rivisto <em>Il cacciatore</em>. Simone diceva che assomigliavo a Christopher Walken, che nel film interpreta “Nick”. Tu sei “Mike”, gli dicevo: a te tutto viene bene, e sei il più forte di tutti. Simone rideva. A volte, di notte, mi telefonava, urlava in cagnesco – un urlo basso, di viscere, come avesse un leone nel corpo – la sua disperazione. Voleva mettere fine a tutto. <em>Tutto</em> era il modo in cui diceva mondo. <em>Tutto</em> era questo millennio sciacallo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="732" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/un_concerto-732x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98511" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/un_concerto-732x1024.jpg 732w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/un_concerto-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/un_concerto-768x1074.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/un_concerto-600x839.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/un_concerto.jpg 772w" sizes="(max-width: 732px) 100vw, 732px" /></figure>



<p>Come “Mike”, quello del film, Simone è venuto a prenderci tutti: quando eravamo a terra, quando siamo stati sconfitti, quando c’era da fare festa, quando il sole aveva apertura alare da avvoltoio. Non ci ha mai dimenticato, non ha mai disonorato il compito. Simone c’era per tutti, dappertutto. Ma nessuno è andato a sollevare Simone.</p>



<p>Essere <em>a terra</em>, per Simone, significava proprio così. <em>A terra</em>. Atterrare su asfalto ostile.</p>



<p>Non amava le metafore, Simone: in ogni parola vedeva il cielo e l’altro mondo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/simone-cattaneo-poesia-compleanno/">Simone Cattaneo compie 50 anni: è ora di fargli la festa!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/master-il-suicidio-del-poeta-una-scelta-istintiva-o-ragionata-1024x814.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Non c’è abbastanza realtà per la mia sete”. Versi brutali: da Simone Cattaneo a Benjamin Fondane</title>
		<link>https://www.pangea.news/giorgio-anelli-traduzioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Dec 2023 05:02:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Fondane]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Ladolfi Editore]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Cattaneo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=98172</guid>

					<description><![CDATA[<p>Cosa c’entra un’antologia di poeti stranieri con Simone Cattaneo? Perché si è tentato un accostamento in apparenza bizzarro e inconsueto? E soprattutto, può avere senso? Forse, unicamente Andrea Temporelli ne potrebbe intuire la valenza ed il significato. Proprio lui, difatti, non molto tempo fa, guardandomi negli occhi raccontava del suo amico Simone Cattaneo, apostrofandolo quale [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giorgio-anelli-traduzioni/">“Non c’è abbastanza realtà per la mia sete”. Versi brutali: da Simone Cattaneo a Benjamin Fondane</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Cosa c’entra un’antologia di poeti stranieri con Simone Cattaneo? Perché si è tentato un accostamento in apparenza bizzarro e inconsueto? E soprattutto, può avere senso?</p>



<p>Forse, unicamente Andrea Temporelli ne potrebbe intuire la valenza ed il significato. Proprio lui, difatti, non molto tempo fa, guardandomi negli occhi raccontava del suo amico Simone Cattaneo, apostrofandolo quale <em>nuovo Rimbaud</em>.</p>



<p>Ebbene, io non trovo nulla di esagerato in quell’accostamento. Anzi. Lo scopo di questa ‒ affatto bizzarra, quanto inutile, perciò necessaria ‒ antologia è proprio quello di dare (o quanto meno tentare di dare) giustizia al merito, ovvero di evidenziare una valenza europea ‒ se non addirittura internazionale ‒ nei versi, e quindi nell’opera, del poeta Simone Cattaneo. Proprio per questo motivo le sue poesie sono state inserite in questo piccolo e personalissimo canone assieme ad autori dalla caratura, senza dubbio, classica ed universale.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="94114 " class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Cattaneo, come Emanuel Carnevali o Benjamin Fondane; Catherine Pozzi (la prediletta di Valéry e Rilke), tanto quanto Victor Segalen e Marceline Desbordes-Valmore rientrano di diritto ‒ come esiliati, ma disadatti all’esilio, perciò disadattati ‒ nel mondo della letteratura quali autori fondamentali, imprescindibili, indispensabili.</p>



<p>Anni fa, sempre Andrea Temporelli intravedeva un passaggio di staffetta tra i miei versi de <em>L’umana ferocia</em> e quelli di Simone Cattaneo, ma in realtà i pugni nello stomaco di Cattaneo non possono che essere unici, irripetibili, inimitabili: in sostanza, essi rappresentano un classico della poesia italiana e certamente europea.</p>



<p>Del resto, non deve sminuire il fatto che la poesia di Simone ci abbia lasciato prematuramente orfani del suo autore di culto. Quei versi troppo lunghi ‒ ma così tanto da non starci quasi nella pagina senza dover andare a capo ‒ denotano uno stile eccezionale, violento quanto visionario, pronto ad affascinare chiunque non si trinceri dietro un falso perbenismo di facciata.</p>



<p>Mai la verità è stata così facilmente sbattuta in faccia al lettore, senza porsi nemmeno il problema di una qualche censura. Al contrario, lo scandalo sarebbe rinnegare tutto quello che ascoltiamo e vediamo quotidianamente durante la trasmissione dei telegiornali, noi, inebetiti e completamente saturi.</p>



<p>Ma c’è dell’altro. Nei cieli descritti dal poeta, come in quei pugni scagliati come magli, si cela la profezia del nostro tempo. A distanza di anni, ci accorgiamo che tutto era già stato descritto-previsto-cantato. Certo, c’erano già avvisaglie di mutamento dei tempi, ma il poeta è appunto un <em>voleur de feu</em>, una canaglia a cui addebitare tutte le colpe possibili e immaginabili. E allora, forse per quest’ultimo motivo Cattaneo venne inevitabilmente abbandonato nel suo esilio.</p>



<p>Eppure, se in vita non deve aver avuto vita facile (il suo pensiero, come il suo canto e altrettanto il suo modo di porsi nei confronti di una società ottusa non l’hanno certo editorialmente avvantaggiato); in morte, il suo stesso esilio si mostra come qualcosa fuori posto: non voluto, non cercato; per ciò stesso disadatto alla vita e disadatto alla poesia, disadorno nei confronti di qualsiasi imitazione ‒ quindi, fuor di dubbio, inimitabile.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="401" height="600" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/full_Disadatti.jpg" alt="" class="wp-image-98173" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/full_Disadatti.jpg 401w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/full_Disadatti-201x300.jpg 201w" sizes="(max-width: 401px) 100vw, 401px" /></figure>



<p>Se Carnevali correva come un matto dentro alla bufera, per carpirne i segreti ed esserne corpo pulsante; se Fondane rifiutò la fuga dalla morte per stare accanto alla sorella; se Catherine Pozzi con sei poesie ha squadernato opere intere divenendo immortale; se Segalen curò le vittime della peste in Cina; se Marceline Desbordes-Valmore anticipò l’avvento di Verlaine; Simone Cattaneo ha certamente infiammato e infiamma tuttora il cuore e lo sguardo di quei pochi fedeli d’amore che ancora osano guardare lontano, nella lettura come nella scrittura. Egli ha anteposto a tutto e a tutti la verità della tempesta, l’affetto verso un nipote, la noncuranza verso il pensiero dominante, la stretta di mano a un amico, la profezia di una visione. Basterebbe questo per essere letto? Basterebbe che il suo messaggio in bottiglia arrivasse un giorno per davvero fino alle coste dell’America e agli estremi confini del globo, per dimostrare che egli vale tanto quanto un Bukowski o, meglio ancora, un Rimbaud redivivo.</p>



<p><strong><em>Giorgio Anelli</em></strong></p>



<p><em><a href="https://www.ladolfieditore.it/index.php/it/catalogo/perle-poesia/disadatti-all-esilio.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*Il libro di Giorgio Anelli s’intitola “Disadatti all’esilio” (Giorgio Ladolfi Editore, 2023)</a></em></p>



<p>***</p>



<p><strong><em>Prefazione</em></strong></p>



<p>Fu molto tempo fa<br>che cominciò lo spettacolo della Storia<br>avevamo già dimenticato gli inizi<br>le favolose origini,<br>quando sono venuto al mondo<br>nel mezzo della Trama<br>come un evento pianificato da sempre<br>eppure come una sorpresa<br>un personaggio inquietante<br>che poteva lasciare tutto inalterato, che poteva cambiare tutto,<br>il significato dell’azione, la trama degli impulsi,<br>che aveva sempre stabilito sul testo<br>la prodigiosa, strana ascesa dei vivi<br>il diritto di mormorare le battute migliori<br>per improvvisare un mondo ai margini dell’Autore<br>e all’improvviso, nonostante il Piano,<br>di introdurre se stesso in seno al personaggio<br>urlando, esasperato, verso il pubblico dei palchi<br>«Non c’è abbastanza realtà per la mia sete!»</p>



<p><em>Benjamin Fondane</em></p>



<p>*traduzione da <em>Ulisse</em>, Aracne editrice S.r.l., 2014, p. 44</p>



<p><strong>**</strong></p>



<p><strong>Nyx</strong></p>



<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; A Louise anche lei di Lione e d’Italia</em></p>



<p>O voi mie notti, o nere attese<br>O paese orgoglioso, o segreti ostinati<br>O lunghi sguardi, o nudi ardenti<br>O volo consentito oltre i cieli chiusi.<br>O gran desiderio, o diffusa sorpresa<br>O bel cammino dello spirito incantato<br>O male peggiore, o grazia discesa<br>O porta aperta dove nessuno era passato<br>Non so perché muoio e annego<br>Prima di entrare nella dimora eterna.<br>Non so di chi sono la preda.<br>Non so di chi sono l’amore.</p>



<p><em>Catherine Pozzi</em></p>



<p>*traduzione da <em>OEuvre poétique</em>, Éditions de La Différence, 1988, p. 69</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giorgio-anelli-traduzioni/">“Non c’è abbastanza realtà per la mia sete”. Versi brutali: da Simone Cattaneo a Benjamin Fondane</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/12/lot-1-e1703771530300-1024x806.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Demasiado lindo para ser un boxeador, demasiado feo para jugarla de proxeneta”: Simone Cattaneo atterra in Argentina!</title>
		<link>https://www.pangea.news/simone-cattaneo-poesia-argentina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Feb 2020 10:19:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Buenos Aires Poetry]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Cattaneo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=73517</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’opera di Simone Cattaneo atterra in Argentina. In concomitanza con il suo compleanno – Cattaneo nasce nel febbraio del 1974 – la rivista “Buenos Aires Poetry” dedica uno speciale al poeta. Alcune poesie sono state tradotte in spagnolo da Fermín Villa. La silloge poetica è introdotta da un testo critico: “Nato a Saronno, in Italia, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/simone-cattaneo-poesia-argentina/">“Demasiado lindo para ser un boxeador, demasiado feo para jugarla de proxeneta”: Simone Cattaneo atterra in Argentina!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>L’opera di Simone Cattaneo atterra in Argentina. In concomitanza con il suo compleanno – Cattaneo nasce nel febbraio del 1974 – <a href="https://buenosairespoetry.com/2020/02/19/made-in-italy-simmone-cattaneo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">la rivista “Buenos Aires Poetry”</a> dedica uno speciale al poeta. Alcune poesie sono state tradotte in spagnolo da Ferm</em><em>ín Villa. La silloge poetica è introdotta da un testo critico: <strong>“Nato a Saronno, in Italia, nel 1974, Simone Cattaneo è stata una delle grandi voci poetiche della fine del XX e del principio del XXI secolo. Le sue poesie denunciano non solo la pigrizia nazionale</strong> – basata su un complesso scenario di iperconsumismo, ignoranza, mistificazione – ma mostrano la lucida testimonianza di un uomo sensibile, che libera una tormentata forza vitale. Come sottolineato da <a href="http://www.pangea.news/su-simone-cattaneo-libro-giorgio-anelli/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">alcuni studi critici,</a> il ruolo sociale e romantico del poeta non fagocitava la sua vita, al contrario i suoi dettami erano: scrivere con disciplina, senza vantarsi, lontani da qualsiasi espressione ingenua, astratta, clientelare. Quell’umorismo nero e personale, mescolato a un senso di giustizia rimbaudiano, funge da paraurti a un’opera poetica che non lascia spazio al vago e <strong>propone un viaggio terribile dentro i luoghi oscuri non solo della società italiana ma nel sottosuolo di ciò che siamo soliti chiamare, dalle nostre coste, il “primo mondo”. Qual è la differenza tra una inutile ricerca di originalità e l’autentico?</strong> Si potrebbe dire che sia la sincerità – sola formula di qualsiasi letteratura – il motivo di questa differenza. Come scriveva Alejandra Pizarnik “andare fino in fondo”, scrivere con barbarie poetica e selvaggia, non è mai indolore: quando la cruda realtà viene letta da coloro che non vogliono leggerla, non puoi attenderti che una certa indifferenza, lasciando la strada a una scoperta postuma, doppiamente luminosa. Questo è stato il caso di Simone Cattaneo. Secondo alcuni, il poeta è stato ‘l’ultimo maledetto’&#8230;”. </em></p>
<p><em>***</em></p>
<p>La primera palabra del latín que aprendí fue “silentium”.<br />
Estaba escrita en un pedazo de papel amarillo, pegado a la pared del bar en el que<br />
servían bebidas en verano. “Silentium” o sea “silencio” es un lugar donde<br />
gritos, ruidos, apuestas y entretenimientos eran como luces al alba,<br />
sonaba un poco extraño para un niño con los pies en la espalda como yo.<br />
Cuando el bar cerró decidí llevarme a casa ese cartel pero<br />
no quería robármelo, el propietario era un amigo que estaba parado<br />
por la gracia recibida así que le hice mi oferta, una oferta más que<br />
generosa por un pedazo de cartón sucio y gastado.<br />
Por lo menos una veintena de personas antes que yo habían hecho lo mismo y<br />
con cifras mucho más consistentes. Vagos, borrachos, gitanos y ladrones<br />
en una subasta abusiva por un poco de latín. Al final se lo adjudicó<br />
un gitano friuliano a cambio de medio millón de liras, en efectivo.<br />
En Nochebuena conozco a este chico en el bar de la puerta de casa en donde<br />
celebro siempre las fiestas organizadas que me sacan afuera aquél cartón sucio,<br />
envuelto en una bolsa de supermercado. Es para vos me dice, te importaba tanto.<br />
No entendía si se burlaba de mí o si quería vaya uno a saber qué cosa.<br />
Pegué media vuelta y volví a brindar con los amigos.<br />
La cosa había terminado para mí. “Silentum”.</p>
<p>*</p>
<p><em>La prima parola di latino che ho imparato è “silentium”.</em><em><br />
Stava scritta su un pezzo di cartone giallo attaccato al muro del bar in cui<br />
servivo da bere in estate. “Silentium” ossia “silenzio” in un luogo dove<br />
grida, schiamazzi, scommesse e intrallazzi erano come luce all’alba,<br />
suonava un po’ strano per un bimbo con i piedi sulle spalle come me.<br />
Quando il bar chiuse decisi di portarmi a casa quel cartello ma<br />
non lo volevo rubare, il proprietario era un amico che stava in piedi<br />
per grazia ricevuta così gli feci la mia offerta, un’offerta più che<br />
generosa per un pezzo di cartone logoro e sporco.<br />
Almeno una ventina di persone prima di me avevano fatto lo stesso e<br />
con cifre ben più consistenti. Perdigiorno, ubriachi, zingari e ladri<br />
ad un’asta abusiva per un po’ di latino. Alla fine se lo aggiudicò<br />
uno zingaro friulano in cambio di mezzo milione di lire in contanti.<br />
La vigilia di natale incontro questo ragazzo nel bar sottocasa dove<br />
festeggio sempre le feste comandate che mi tira fuori quel logoro cartello<br />
avvolto in una busta da supermercato. È per te mi dice, ci tenevi tanto.<br />
Non capivo se mi pigliasse in giro o volesse chissà cosa.<br />
Mi sono girato e sono tornato a brindare con gli amici.<br />
La cosa per me era finita lì. “Silentium”.</em></p>
<p>**</p>
<p>La madre de un compañero mío de la secundaria<br />
me agarró en una calle del barrio viejo<br />
para decirme que su hijo estaba muerto.<br />
No se desequilibró demasiado, y me invitó al funeral.<br />
Me pareció de buena educación aceptar.<br />
Una semana después me paró cerca de casa y con aire decidido<br />
me confesó que calzo el mismo número que su pobre hijo,<br />
así que me regaló dos pares de zapatos y una campera amarilla.<br />
Hace algunas noches terminé en un bar de Milán y<br />
conocí a una chica sudamericana muy sensible<br />
a mi nueva campera canaria. Entrecerré los ojos<br />
y le susurré que por los detalles nunca me preocupo.</p>
<p><em>*</em></p>
<p><em>La madre di un mio compagno delle scuole medie</em><br />
<em>mi ha bloccato in una strada del vecchio quartiere</em><br />
<em>dicendomi che suo figlio era morto.</em><br />
<em>Non si è sbilanciata più di tanto e mi ha invitato al funerale.</em><br />
<em>Mi è parso buona educazione accettare.</em><br />
<em>Una settimana dopo mi ha fermato sotto casa e con aria decisa</em><br />
<em>mi ha confidato che calzo lo stesso numero di piede del suo povero figlio,</em><br />
<em>così mi ha regalato due paia di scarpe e un giubbotto giallo.</em><br />
<em>Qualche sera fa sono finito in un bar di Milano e</em><br />
<em>ho abbordato una ragazza sudamericana molto sensibile</em><br />
<em>al mio nuovo giubbotto canario. Ho stretto gli occhi</em><br />
<em>e le ho sussurrato che per i particolari non bado mai a spese.</em></p>
<p>**</p>
<p>Demasiado lindo para ser un boxeador,<br />
demasiado feo para jugarla de proxeneta<br />
caminaba por el centro de Buccinasco<br />
sin trabajo y empapado de trigo<br />
esperando la hora del aperitivo<br />
cuando me dan ganas de hacerme tirar las cartas por la vieja<br />
bruja del barrio.<br />
En realidad sus cartas de tarot no son más que<br />
pedazos de bebidas arrancadas de los dientes pero al final te las arreglás con lo que podés.<br />
Recortada una carga de veinte a la vieja le pido brutal<br />
cuando moriré, ella me sonríe y responde pronto, a los veintisiete consumados.<br />
La informo de mis veintinueve y mi bruja anciana de Buccinasco me<br />
reconforta diciéndome, ves entonces sos un hombre afortunado.<br />
El dinero mejor gastado en los últimos diez años.</p>
<p><em>*</em></p>
<p><em>Troppo bello per essere un pugile,</em><br />
<em>troppo brutto per fare il magnaccia</em><br />
<em>camminavo nel centro di Buccinasco</em><br />
<em>senza lavoro e inzuppato di grano</em><br />
<em>aspettando l’ora dell’aperitivo</em><br />
<em>quando mi sale la voglia di farmi fare le carte dalla vecchia</em><br />
<em>strega del quartiere.</em><br />
<em>In realtà i suoi tarocchi non sono altro che</em><br />
<em>pezzi di bibite strappati a dentate ma alla fine ci si arrangia con quel che si può.</em><br />
<em>Rifilato un carico da venti alla vecchia le chiedo brutale</em><br />
<em>quando morirò, lei mi sorride e risponde presto a ventisette compiuti.</em><br />
<em>La informo dei miei ventinove e la mia anziana strega di Buccinasco mi</em><br />
<em>conforta dicendomi, vedi allora sei un uomo fortunato.</em><br />
<em>I soldi migliori spesi negli ultimi dieci anni.</em></p>
<p><strong><em>Simone Cattaneo</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/simone-cattaneo-poesia-argentina/">“Demasiado lindo para ser un boxeador, demasiado feo para jugarla de proxeneta”: Simone Cattaneo atterra in Argentina!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/dic-45-1024x609.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Tu sei un poeta. Ma chi lo vuole un poeta? A chi serve un poeta? Poi morto cosa significa davvero?”: 10 anni da Simone Cattaneo. Denudatevi da ogni menzogna</title>
		<link>https://www.pangea.news/simone-cattaneo-10-anni-morte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Sep 2019 05:43:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Flavio Santi]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Cattaneo]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=69900</guid>

					<description><![CDATA[<p>Benché sia uno schianto l’assenza, non è morto, lui di cui ripeto il nome, aggiorno la memoria, recupero i versi, che senza avere sibilo sibillino mi intimano, comunque, a essere, continuamente, ciò che avrei potuto, il segugio della giovinezza, quello che inghiottiva il sole e simulava l’oscurità per esserti più vicino, Simone. Come i fratelli [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/simone-cattaneo-10-anni-morte/">“Tu sei un poeta. Ma chi lo vuole un poeta? A chi serve un poeta? Poi morto cosa significa davvero?”: 10 anni da Simone Cattaneo. Denudatevi da ogni menzogna</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Benché sia uno schianto l’assenza, non è morto, lui di cui ripeto il nome, aggiorno la memoria, recupero i versi, che senza avere sibilo sibillino mi intimano, comunque, a essere, continuamente, ciò che avrei potuto, il segugio della giovinezza, quello che inghiottiva il sole e simulava l’oscurità per esserti più vicino, Simone. Come i fratelli piccoli – “fratellino”, dicevi – imitavo Simone, per essergli fraterno: abbiamo dissezionato fotogramma per fotogramma “Il cacciatore”, mi sono messo a caccia dei romanzi prediletti – di Saul Bellow preferiva “Il dono di Humboldt”, io, da conradiano specifico (e lui era alieno da quelle inquietudini trascendentali) amavo, va da sé, “Il re della pioggia”. Anelavo i deserti, lui le periferie desertificate dalla disperazione: però era lui a ridere e io a fare il profeta arcigno, era lui a sollevarmi e io a imitare una dissipazione del tutto letteraria. Dieci anni fa… Da come, da allora, tengo in braccio Simone accordo la mia disciplina: lui è sempre lo stesso, alto, forte, bello, io sono sempre più piccolo. I sopravvissuti non hanno gloria ma sprangate di tempo sul naso. Da quando si è trasferito nella mia mente, ogni cosa gli è dedicata, a volte è lui a bloccarmi le dita, a mettere foglie sulle palpebre. Qui, dal tormento delle cose passate, ricalco un mio articolo ritrovato, una lettera, di meravigliata evidenza, di Flavio Santi. (d.b.)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>**</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’assedio finale</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Caro Simone,</p>
<p style="text-align: justify;">ti scrivo questa mail a un anno esatto dal tuo suicidio. Era un sacco di tempo che desideravo farlo. Ho ancora in mente il viso raggiante con cui ti sei presentato l’ultima volta che sei venuto a trovarci. <strong>I capelli lunghi, gli zigomi ossuti, una leggera acne mai risolta di chi ha avuto un’adolescenza tempestosa, lo sguardo pieno di ironia. In mano tenevi una bottiglia di buon vino rosso.</strong> L’ultima immagine che ho di te.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è giorno che non ti pensi.</p>
<p style="text-align: justify;">Per me non sei morto, come vedi non ho cancellato il tuo indirizzo mail né ho tolto il tuo numero di cellulare dalla mia rubrica, conosco a memoria il tuo indirizzo di casa, via Tommaseo, Saronno, conservo le tue brevi e nervose lettere, aspetto sempre un tuo squillo, quelle tue telefonate che arrivavano nei momenti più impensabili. <strong>Sei sempre nel mio cuore e nella mia testa, con la tua altezza infinita (ma quanto cazzo sei alto?), i tuoi modi da gagsta rap, fiero del tuo essere calabro, ruvido come lo scoglio di Scilla, dolce come il Tartufo di Pizzo.</strong> Le tue battute fanno ridere un sacco Giulia e per me sono lame di buonsenso.</p>
<p style="text-align: justify;">Tu sei un poeta. Ma chi lo vuole un poeta? A chi serve un poeta?</p>
<p style="text-align: justify;">Poi morto cosa significa davvero?</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso che ci penso secondo me è andata così: ti sei rotto – giustamente – di stare in questo Paese infame, e allora hai deciso di partire. Partire per un lungo viaggio. Hai voluto tagliare i ponti. <strong>Forse tornerai fra trenta, quarant’anni, e sul tuo viso non ci sarà nemmeno una ruga, non un solo segno del passare del tempo, e allora potremo morire tutti quanti sereni, finalmente riconciliati.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cos’altro aggiungere, Simone? Scrivimi – se vuoi, naturalmente – dalla tua isola tropicale in mezzo al cielo dove non si invecchia mai e ci si ama in eterno.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuo</p>
<p style="text-align: justify;">Fulvio</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Flavio Santi</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*da “Aspetta primavera, Lucky”, Socrates, Roma, 2011</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>**</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class="size-medium wp-image-69901 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/cattaneo-208x300.gif" alt="" width="208" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/cattaneo-208x300.gif 208w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/cattaneo-768x1108.gif 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/cattaneo-710x1024.gif 710w" sizes="(max-width: 208px) 100vw, 208px" />Per essere notati dalla critica bisogna buttarsi dalla finestra</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Ti abbraccio fratellino mio e non illumino il tuo buio. Non ci riesco nemmeno con il mio». Sedici giugno 2008: Simone Cattaneo mi griffa il secondo libro, <em>Made in Italy</em>. A pagina 35, il suo autoritratto. La fototessera: «Troppo bello per essere un pugile,/ troppo brutto per fare il magnaccia». Il mestiere: «senza lavoro e inzuppato di grano». <strong>La profezia: la «vecchia strega del quartiere» strologa che Simone morirà «presto a ventisette compiuti». L’ammaliatrice che gioca coi tarocchi ha sbagliato di una manciata di anni, otto per la precisione. A ventisette anni muoiono le rockstar, Jim Morrison, Jimi Hendrix, Kurt Cobain, Janis Joplin; a trentacinque o giù di lì ci lasciano i poeti, Giacomo Leopardi, Arthur Rimbaud, Aleksandr Puskin. Questo direbbe il mio amico Simone Cattaneo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2002 Simone è rovesciato per metà dentro il bagagliaio di un’automobile. Al suo fianco c’è una mora niente male, forse siamo al lago d’Orta. Sorride mentre estrae una pila di libri: <strong>il titolo è <em>Nome e soprannome</em>, lui pare Mosè con le tavole, Alì che mostra al mondo la cintura di campione dei pesi massimi. Il primo libro possiede una violenza epigrammatica, radiosa, tra Vangeli gnostici e Fëdor Tjutcev:</strong> «E in fondo le parole non hanno peso/ sono solo un compromesso fra pietre e nubi,/ un vapore brillante che ti lega a sé/ come un torrente d’acciaio in fonderia/ che gli occhi non devono vedere/ per non lasciarsi consumare/ dalla rabbia del rame». Cattaneo, nel 1999 è già stato canonizzato da Giuliano Ladolfi nell’antologia epocale «di poeti nati negli anni Settanta» <em>L’opera comune</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Roberto Roversi entra in sintonia con il talento di Simone, corrusco, privo di vezzi lirici, scurrile, scuoiante, «c’è anche qualcosa di infernale&#8230; in questi testi, e di terribile», parla di «frasi che ti colpiscono come pugni allo stomaco». Siamo ancora nel 2002, dieci anni dopo, oggi, Simone giace nel cimitero di Saronno. Muore nel 2009, e in una decina d’anni pubblica due libri (entrambi per le Edizioni Atelier) che insieme fanno settanta poesie in tutto. Ne restano altre 33, già allestite da Simone in un volume pronto per essere pubblicato, <em>Peace&amp;Love</em>, e che vede luce solo quest&#8217;anno (raccogliendo anche i primi due libri) per Il Ponte del Sale (Rovigo 2012). <strong>Un centinaio di poesie: questa è l’eredità, fragile come una foglia, duratura come un’incisione su pietra, di Simone. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il poeta Simone Cattaneo continua a dare fastidio, anche post mortem. In molti hanno rifiutato di pubblicare versi come questo, «Spompina dietro la stazione Garibaldi per comprarsi Chanel n° 5/ e imitare Marilyn Monroe», e via precipitando nell&#8217;osceno che è l&#8217;uomo, nel gorgo del perverso. I letterati puri di cuore (e poveri di genio), i critici con la fedina bibliografica trapuntata di diamanti, si sono dimenticati la legge più antica della letteratura: <strong>uno scrittore sfonda il male, lo feconda con la sua scrittura, donandoci gli antidoti per vincerlo. Sperimenta tutto per noi, soffre ogni male per esiliarci dalla sofferenza, si sacrifica, si scotenna per la nostra salvezza.</strong> Ma a nessuno importa più della letteratura, tanto meno ai letterati, che vogliono il posto fisso nelle antologie scolastiche, il prepensionamento dal genio, il sindacato degli scrittori e uno scranno al Senato.</p>
<p style="text-align: justify;">Volete il risvolto critico, la quarta di copertina? Anch’essa ha una data: 27 febbraio 2006, Teatro Nazionale di Milano, concerto di Lou Reed. «Ti ho regalato un biglietto in prima fila, andiamo a sentire l’odore da malinconico, bastardo ebreo di Lou». <strong>Facciamo il compleanno quasi insieme io e Simone, lui il 5 febbraio, io l&#8217;8, lui è di cinque anni più grande. Lou Reed, Leonard Cohen, Abel Ferrara, Martin Scorsese: questi sono i riferimenti letterari di Simone.</strong> Amava Denis Johnson e Osip Mandel’stam, anteponeva Davide Brullo a Cormac McCarthy, mi ha regalato <em>Donnie Brasco</em>, il suo film preferito era <em>Il cacciatore</em>, riteneva che «il più grande romanzo italiano di tutti i tempi è<em> Il principe</em> di Machiavelli», per il mio matrimonio mi ha ficcato in mano una busta con 500 euro dentro. Uno così, ovviamente, attirava i sospetti degli zombie che tengono in piedi la cristalleria letteraria italica. A tre anni dalla morte si è accorto di lui anche il <em>Corriere della Sera</em>, il trimestrale Atelier, di cui era redattore, lo onora con un numero monografico dove riappaiono le poesie delle origini, già compiute (lo chiedete qui: redazione@atelierpoesia.it), e un immane repertorio critico. E ora, tutto, forse, è più chiaro. Di fronte a Simone impallidiscono le geometrie visionarie di Milo De Angelis, si squagliano i ghirigori nella tenebra di Davide Rondoni, si sbriciolano i monologhi di Roberto Mussapi e i grigiori di Maurizio Cucchi. <strong>Siamo di fronte a un radicale denudamento delle menzogne liriche, a un vigoroso azzeramento. Al funerale di Simone eravamo in sei: dov’erano tutti i poeti che si facevano offrire voluminose birre da Cattaneo il selvaggio?</strong> Tutti abbiamo voluto essere come Simone, lirici geniali che incendiano l’accademia, uomini al di là di ogni norma, seduttori indiavolati. Il poeta gobbo e sfigato trovava in Simone resurrezione in muscoli, carisma, splendide bestemmie. Ne abbiamo sottovalutato il micidiale dolore. Io di certo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nelle prime ore del 10 settembre 2009 vengo trafitto da un sms, «Stasera muoio. Ti ho voluto bene». L’ultima dedica che ho ricevuto da Simone.</strong> <strong>Dal giorno del funerale, non visito la tomba di Simone. Con Simone, in sei, abbiamo seppellito la fede nella letteratura. Perché la letteratura si accorgesse di un poeta ci è voluto il morto, il volo pindarico dal settimo piano di una palazzina di Saronno.</strong> La lirica dominante (quei brandelli di poesia che le grandi major editoriali stampano come morfina) degli ultimi trent’anni è corrotta dal clientelismo, favorita dall’indifferenza pubblica. Ciò non significa che qualcosa d’interessante non sia sbucato: le cattive azioni finiscono per procrearne di buone. Ma io non credo più a ciò che leggo in libreria. <strong>Per me la poesia è un tizio che svogliatamente mi offre il suo libro di liriche, fabbricato in casa, con la sapienza che le cose belle vanno custodite nel pudore.</strong> Simone mi ha insegnato che l’unico metro estetico ragionevole, in un tempo che non conosce cos’è bene e cosa è male, è il dolore. Quanti morti hai subito? Quanti dolori ti hanno trapanato? Più ne hai più la tua opera sarà autentica. Cari poeti, per scrivere una grande opera fatevi spaccare la faccia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Davide Brullo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*da “il Giornale”, 29 ottobre 2012</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/simone-cattaneo-10-anni-morte/">“Tu sei un poeta. Ma chi lo vuole un poeta? A chi serve un poeta? Poi morto cosa significa davvero?”: 10 anni da Simone Cattaneo. Denudatevi da ogni menzogna</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/copertina-87-900x425.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Nessuno prima di lui ha osato tanto”: il libro di Giorgio Anelli su Simone Cattaneo è una pugnalata d’oro, una regola di vita</title>
		<link>https://www.pangea.news/su-simone-cattaneo-libro-giorgio-anelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jul 2019 10:03:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Temporelli]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Ladolfi]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Cattaneo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=68879</guid>

					<description><![CDATA[<p>Oltre allo sguardo, ci vuole il salto; il radioso irragionevole, la turbina selvatica del rabdomante, non la mappa del geologo dei versi, di certo, del filologo, filantropo della letteratura. Il libro di Giorgio Anelli, che è poeta nella sostanza essenziale, è fuori tempo, fuori norma, anomalo, commovente, bislacco, eccessivo, inadatto, necessario. Una stilettata furtiva con [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/su-simone-cattaneo-libro-giorgio-anelli/">“Nessuno prima di lui ha osato tanto”: il libro di Giorgio Anelli su Simone Cattaneo è una pugnalata d’oro, una regola di vita</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Oltre allo sguardo, ci vuole il salto; il radioso irragionevole, la turbina selvatica del rabdomante, non la mappa del geologo dei versi, di certo, del filologo, filantropo della letteratura.<strong> Il libro di Giorgio Anelli, che è poeta nella sostanza essenziale, è fuori tempo, fuori norma, anomalo, commovente, bislacco, eccessivo, inadatto, necessario. Una stilettata furtiva con coltello dalla lama d’oro. Intendo, il libro di Giorgio Anelli dedicato a <a href="http://www.ladolfieditore.it/index.php/it/topazio/simone-cattaneo-di-culto-et-orfico.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Simone Cattaneo. Di culto et orfico</em></a> (Giuliano Ladolfi Editore, 2019). </strong>Un libro, dico, che non tenta l’intelletto ma chiede una adesione incondizionata, scritto in una fratellanza, dieci anni dopo la morte di Cattaneo, che precede la biologia: riguarda il modo in cui Rimbaud stringe la mano a Baudelaire e Verlaine getta nell’empireo il dio biond-azzurro; la compassione con cui Hawthorne, in una duna di sabbia nei sobborghi di Liverpool, davanti al mare grigio, brutale, tocca la spalla di Melville e ne stana l’inquieto; il gelido gergo di Beckett sul muso dei retori: il Nobel bisognava darlo a Joyce. Riconoscenza, riconoscimento, inginocchiatoio. <strong>Giorgio Anelli fa di Cattaneo lo zenit della ‘nuova’ poesia italiana, l’esperienza capitale. Il suo pamphlet – scritto come Dino Campana potrebbe scrivere di Walt Whitman – ha la violenza di una chiamata</strong>, non è privo di agnizioni sulfuree (sui <em>Cieli di Cattaneo</em>, ad esempio: “È piena di cieli la poesia di Simone Cattaneo. Cieli desiderati, forse. Cieli evocati in nome di che cosa? Cieli privi di speranza, ai quali imporre adunate di pioggia. Tutto, di rimando, è rivolto alla terra. Il poeta guarda quasi sempre dall’alto, senza trovare l’innesto tra terra e cielo. Non accadono misteri, solo sensazioni a volte d’aria calda che suona. Il cielo è la sua ossessione”). Ha una grazia grave e cruda, questo libro, che non è né esegesi né omaggio: agitazione, piuttosto, manuale mistico, regola di vita. <strong>A Giorgio Anelli, in altro contesto, scrivo, “essendo presenti, non abbiamo bisogno di presentare né di presenziare”.</strong> Direi questo, di Simone Cattaneo – la sua presenza è tale, è così sovrabbondante, da occludere il ricordo, foss’anche il tentativo. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-68880 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/07/libro-cattaneo-168x300.jpg" alt="" width="168" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/libro-cattaneo-168x300.jpg 168w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/libro-cattaneo.jpg 350w" sizes="(max-width: 168px) 100vw, 168px" />Perché Cattaneo? Che evidenza letale trovi nella sua opera?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Perché Cattaneo è un faro nella burrasca della poesia contemporanea italiana ed europea. <strong>La sua opera, credo sia veramente il seme di una nuova tradizione poetica. Questa è l’evidenza letale che emerge dai suoi versi. Non ho dubbi. Ne parlo a ragion veduta. Nessuno prima di lui ha osato tanto.</strong> Creare un genere, che rientra a pieno titolo nel canone poetico letterario italiano, un genere ‒ dicevo, unico e per ciò originale, comporta la responsabilità di un rischio per nulla calcolato ma voluto, di un maledettismo visionario che non ha precedenti nella nostra storia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché Cattaneo? Che rapporto hai avuto con lui, e come si lega la tua ricerca letteraria alla sua?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Perché Cattaneo ha immaginato, vissuto, scritto versi provocatori, così come dev’essere sempre nella letteratura e in poesia: un terremoto improvviso che sconquassa non solo la città, ma che faccia sentire scosse in tutte le tue membra. Io non ho mai conosciuto Simone di persona. È morto prima che venissi a conoscenza della sua esistenza. Il mio rapporto con lui è legato alla sorte e a un testimone d’eccezione che, indirettamente, me lo ha fatto conoscere; instillando prima in me molta curiosità, e poi tutto quello che ne è conseguito, fino alla stesura di quest’ultimo libro. Il 6 settembre del 2014, al Festival di Borgomanero, Temporelli tenne una lezione proprio su Simone Cattaneo, presentandone l’opera e leggendo un’unica poesia. Fu una testimonianza eccezionale, che mi ha permesso a poco a poco di scoprire, leggere e conoscere le poesie di Simone. Infatti, chiesi prima a Giuliano Ladolfi, che mi regalò <em>Nome e soprannome</em>, poi a Temporelli stesso, il quale mi procurò <em>Made in Italy</em> e mi regalò <em>Peace &amp; Love</em>, opera completa e postuma di Cattaneo. Nel 2017 ebbi un ulteriore dono graditissimo e inaspettato. Il nipote di Simone, Lorenzo, mi regalò l’ormai quasi introvabile plaquette <em>La pioggia regge la danza</em>. Il fulcro della ricerca letteraria di Cattaneo risale al 2004, quando il poeta esternava il desiderio di verità e il desiderio di rappresentare la realtà nel suo modo di scrivere. Proprio perché ho riconosciuto fin da subito nell’opera di Simone Cattaneo una voce potente, unica e irripetibile, ciò mi sprona a essere me stesso nell’influenza di un’eco che, come appena detto, non avrà mai rivali: credo sia il senso della tradizione, di ogni tradizione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché Cattaneo? Estrai un verso, un brandello di versi dal lavoro di Cattaneo e spiegami perché per te è importante, che valore ha?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Di tutto ciò che non so/ vorrei solo un bisbiglio&#8230;”</p>
<p style="text-align: justify;">Aprendo a caso il libro, trovo questo verso che per me è importante perché rappresenta il vero senso della poesia. Quella verità e realtà che ti possono solo raggiungere parzialmente, da lontano, nell’imboscata di tutta la tua ignoranza.</p>
<p style="text-align: justify;">“&#8230;Lei mi manda a quel paese e dice di andare a letto che fra poco mi<br />
tocca correre in cantiere. Qualche pastiglia strana,<br />
quelle per dormire e quelle per dimenticare, perché le danno<br />
solo ai fottuti tossici che non valgono niente,<br />
a noi le dovrebbero dare, noi che lavoriamo sodo e<br />
non pensiamo mai a rubare”</p>
<p style="text-align: justify;">In questi versi il valore è racchiuso non solo nella descrizione accurata di una realtà deludente quanto tutt’ora presente in Italia, bensì soprattutto nella beffarda ironia di chi, al nostro posto, cioè il poeta, ha voluto scoprire e dire una certa verità.</p>
<p style="text-align: justify;">“&#8230;Guardo una donna dalle orrende tette cadenti e mi rifilo<br />
una raffica di pugni in pancia. Non sono stato tradito”</p>
<p style="text-align: justify;">Cos’hanno d’importante questi versi? Indicano il fatto che Simone non mentiva a se stesso come a nessun altro. Vivere il maledettismo, per poterlo scrivere. Scrivere del maledettismo, per smascherarne la visionarietà, della quale lascio la curiosa scoperta ai lettori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché Cattaneo? A tuo avviso, nel caso di Cattaneo, la morte ha santificato l’opera o l’opera ha una forza propria che vince la morte?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Perché Cattaneo è insieme l’urlo e il silenzio che ognuno di noi si porta dentro. La gioia e la ferita di una vita in divenire. Rispetto alla domanda, sono vere entrambe le enunciazioni. Nel senso che, se dobbiamo credere ai cliché, la sua morte sicuramente fa brillare l’opera di un’aurea indissolubile. Ciò che aveva scritto e pubblicato riceveva l’<em>imprimatur</em> nella scelta del suicidio, a divenire opera di culto e assoluta. <strong>Ma, a mio avviso, è soprattutto vero il contrario, e tento proprio di dimostrarlo nel mio saggio. Ovvero, l’opera di Simone Cattaneo era ed è già di per sé immortale, in quanto possedeva e, a maggior ragione, possiede sempre di più oggi un chiaroveggente maledettismo mai <em>tentato </em>prima da nessun altro in Italia. </strong>Tanto meno in Europa. Con uno stile, quindi, e con dei messaggi ben precisi, che io leggo nell’<em>ascolto</em> delle sue parole profeticamente scagliateci addosso.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/su-simone-cattaneo-libro-giorgio-anelli/">“Nessuno prima di lui ha osato tanto”: il libro di Giorgio Anelli su Simone Cattaneo è una pugnalata d’oro, una regola di vita</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/Cattaneo-durante-un-momento-di-pausa.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Che Simone Cattaneo sia ogni giorno alla mia tavola, questo, è anche inutile ribadirlo”</title>
		<link>https://www.pangea.news/simone-cattaneo-ricordo-poeta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jun 2019 09:19:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Brullo]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Ladolfi]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poeti]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Cattaneo]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=68181</guid>

					<description><![CDATA[<p>Inevitabilmente, la morte di Simone Cattaneo è l’opera. Da quel baratro, un buco di sangue nero, si risale al verbo. Come da ogni suicidio – lì, come un interrogativo a uncino – si risale alla vita del suicida e alla sua interpretazione, di solito forzata, spesso fraintesa. Alterando di un tratto – il soffio di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/simone-cattaneo-ricordo-poeta/">“Che Simone Cattaneo sia ogni giorno alla mia tavola, questo, è anche inutile ribadirlo”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Inevitabilmente, la morte di Simone Cattaneo è l’opera. Da quel baratro, un buco di sangue nero, si risale al verbo. Come da ogni suicidio – lì, come un interrogativo a uncino – si risale alla vita del suicida e alla sua interpretazione, di solito forzata, spesso fraintesa.</strong> Alterando di un tratto – il soffio di qualche ora – la cronologia, ho collocato la morte di Simone Cattaneo il 9 settembre del 2009. Non solo per eleganza, per dare cronometro al fato (9.9.09: per 3 volte ricorre il numero 9, che è la trinità triplicata, 3&#215;3, abisso nell’abisso, strapotere del divino, il rovescio salvifico del numero addebitato al demonio). Mio nonno è nato il 9 settembre. Il padre di mio padre. Mio padre è nato nel 1949, sessant’anni prima del suicidio di Simone. Mio padre è un suicida. Si uccide nel 1989, vent’anni prima del suicidio di Simone Cattaneo. Così, immagino, l’icona del padre e quella di Simone coincidono, almeno nella teca del cervello.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 2004, nell’ennesima “Antologia dei poeti nati negli anni Settanta”, <em>Lavori di scavo</em>, Simone Cattaneo si presenta così: “Un desiderio di rappresentare la realtà mai colmato e insieme un desiderio di verità. </strong>Entro questi due termini gioco la mia poesia in un continuo rimbalzare spinto da un motore sconosciuto, in uno spazio privo di giustificazione e intriso di mistero”. <em>Verità</em> – che è desiderio – e <em>realtà</em> coincidono, sono entrambe intangibili: la realtà è vera e a quale verità allude? La poesia è ciò che è ingiustificato, sonda il mistero, lo sconosciuto. Simone Cattaneo, poeta d’acciaio, si esprime con la nitidezza di un monaco.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-full wp-image-68182 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/06/libro-7.jpg" alt="" width="150" height="225" />Al contrario: non è la vita a fagocitare la poesia, si vive per poterne scrivere</strong>, perché ogni singolo gesto è alfabetico e anche la mano, infine, è una lettera, è un verso, la natura illuminata dell’endecasillabo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Verso il suicida si attua l’esagerata ammirazione – che è poi commiserazione – o il miserevole surplus di colpa.</strong> Simone Cattaneo è un grande poeta in sé, non certo perché si è suicidato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dieci anni dopo possiamo scarcerare Simone Cattaneo – continuo a chiamarlo così, nome&amp;cognome, per evitare il vaglio dei sentimenti, ora </strong>– dalla sua vita terrena, che è cenere, e concentrarsi sulla sua poesia, che ne è il resto, il residuo, il ghepardo d’argento. Da <em>La pioggia regge la danza </em>– la ‘placca’ del 1999 stampata da Atelier – a <em>Peace &amp; Love </em>(Il Ponte del Sale, 2012), Simone Cattaneo ha compiuto la sua opera poetica, si è snidato del tutto, si è sondato fin nei recessi. La morte gli ha impedito il lusso della replica, lo ha conservato candido, ingiustificato, semmai.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Dagli epigrammi, lampeggiate cuciture sottopelle, con cui Simone Cattaneo inizia, vent’anni fa (“Le tue dita sono un taglio aperto/ sulle mie spalle, condannano il sole/ ad una fugace apnea e frantumano/ la mia ombra che ancora/ ti viene a cercare”), <strong>Eraclito che predica asfalto, all’ultima natura, narrativa, che brutalizza i versi in un incrocio tra gli sketch di Martin Scorsese e le fustigate di Tacito</strong> (“Mia figlia ha finito la scuola dell’obbligo, ma non riesce a trovare/ un cazzo di lavoro, è troppo brutta./ Ogni tanto per fare qualche soldo, organizzo degli incontri con gli amici a casa mia./ Faccio accoppiare quelle due schifezze e gli amici mi lasciano qualcosa a fine serata”), c’è una continuità che esplora l’esatta ampiezza del proprio ossario verbale. Ciò che è costante – e che costa, rileggere, perché frantuma la mascella dei giorni – è la statura etica, in ustione, dei versi (“A fine agosto il tuono morde i lampi prima che piova e/ il cielo sembra sempre avere bisogno di un’autopsia/… Ormai è un furto ogni prospettiva di fuga”). <strong>Come si entra nella cella di un padre del deserto, piena di feci e di ratti felici, di morbo e di Bibbia, di carie e di ceri, e si urla per eccesso di sacro, cioè di dissacrato. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il 29 ottobre del 2012, esagitato dal ricordo, parlando del numero di <em>Atelier </em>dedicato a Simone Cattaneo (Numero 67, Settembre 2012), che resta la più importante rassegna critica dedicata al poeta, scrivevo, su <em>il Giornale</em>: <strong>“Perché la letteratura si accorgesse di un poeta ci è voluto il morto, il volo pindarico dal settimo piano di una palazzina di Saronno. La lirica dominante (quei brandelli di poesia che le grandi major editoriali stampano come morfina) degli ultimi trent&#8217;anni è corrotta dal clientelismo, favorita dall’indifferenza pubblica.</strong> Ciò non significa che qualcosa d&#8217;interessante non sia sbucato: le cattive azioni finiscono per procrearne di buone. <strong>Ma io non credo più a ciò che leggo in libreria. Per me la poesia è un tizio che svogliatamente mi offre il suo libro di liriche, fabbricato in casa, con la sapienza che le cose belle vanno custodite nel pudore.</strong> Simone mi ha insegnato che l&#8217;unico metro estetico ragionevole, in un tempo che non conosce cos&#8217;è bene e cosa è male, è il dolore. Quanti morti hai subito? Quanti dolori ti hanno trapanato? Più ne hai più la tua opera sarà autentica. Cari poeti, per scrivere una grande opera fatevi spaccare la faccia”. Nell’editoriale di quel numero di <em>Atelier</em>, Andrea Temporelli ribadiva che “fare letteratura davvero vuol dire sfondarla continuamente, andare sempre al di là di essa. Oggi più che mai, ciò significa avventurarsi nella propria solitudine e prendere terribilmente sul serio ogni cosa, con tutta la leggerezza di cui si è capaci… <strong>Gli scrittori sono bambini innocenti e crudeli, che nascondono sassi nelle loro palle di neve. Non serve mai in letteratura, alla lunga, far comunella, piuttosto condividere la fatica di una dura disciplina personale. Senza lagne. Anzi, a tratti, persino con gioia”.</strong> Che io rimpianga quella disciplina, che mi ha portato a questa clausura, è naturale, credo, per chi ha solo un paio d’occhi – ma molteplici sguardi – e li ha seminati da tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In ogni caso, ho scritto una sciocchezza. Non è vero che il dolore nobilita l’opera, che la grande sofferenza autentica la poesia. Il poeta è dentro ogni cosa, soffre ogni cosa, e resta se stesso – inspiegabile innocenza. Ma la poesia – questo è vero – ha un destinatario che non è di questo mondo, che trascende il proprio presente, il tempo.</strong> Se non ci fosse questa disparità verbale – la comunicazione tra gli incomunicabili e gli incomunicanti – non sarebbe poesia. Emily Dickinson che conserva i suoi fogli in un cassetto, nel nastro, perché siamo noi a scioglierli, ora; Arthur Rimbaud che dimentica i libri dal tipografo, ha altro da fare; Friedrich Hölderlin che regala i quaderni fitti di versi a un passante; Simone Cattaneo che dona manciate di versi per una edizione fuori commercio, per gioco. La poesia, per esistere, non basta da sola, non basta il poeta, non basta il verbo, non basta il lettore mortale; è affidata al caso, si perde predata dal rischio, ha cemento nel destino: può salvarsi o sbriciolarsi. Che Simone Cattaneo sia ogni giorno alla mia tavola, questo, è anche inutile ribadirlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Davide Brullo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Ciò che si pubblica funge da introduzione al libro esegetico di Giorgio Anelli, <a href="http://www.ladolfieditore.it/index.php/it/topazio/simone-cattaneo-di-culto-et-orfico.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“Simone Cattaneo. Di culto et orfico”,</a> Giuliano Ladolfi Editore, 2019</em></p>
<p>**</p>
<p>Ho imparato il termine infame</p>
<p>e il valore del digiuno</p>
<p>ho tramutato il sudore in fiore</p>
<p>e il fumo in benzina,</p>
<p>ho scavato la mia carne</p>
<p>come fosse una vela</p>
<p>e ho gettato sabbia sopra il pianto</p>
<p>ho creduto nella pena, nel silenzio,</p>
<p>nella domanda liscia della fame.</p>
<p>*</p>
<p>Ti tagli le labbra con i denti</p>
<p>e mi sputi sangue più o meno infetto chissà poi da cosa,</p>
<p>sarà il tuo modo particolare</p>
<p>per scrivermi lettere d&#8217;amore e</p>
<p>rimango con il pomo d&#8217;Adamo imprigionato</p>
<p>in uno schiaccianoci a dirti solo</p>
<p>che è andato tutto come non avrei voluto</p>
<p>giuro, è andato proprio tutto come non avrei mai voluto.</p>
<p>*</p>
<p>Non venirmi a parlare d&#8217;amore né di lavoro</p>
<p>non so nemmeno paragonarti al vento</p>
<p>figurati se mi può succedere qualcosa,</p>
<p>potrei svegliarmi di soprassalto dal rumore</p>
<p>del vetro sbriciolato e trovarmi riempito</p>
<p>di cinghiate chiuso nel baule della tua Alfa,</p>
<p>sarebbe un sogno, sbiadire piano nella mattina</p>
<p>in un lampo liquido di metallo.</p>
<p><strong><em>Simone Cattano</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/simone-cattaneo-ricordo-poeta/">“Che Simone Cattaneo sia ogni giorno alla mia tavola, questo, è anche inutile ribadirlo”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/Cattaneo-a-Parco-Poesia-e1561273054256.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>10 anni fa moriva Jim Carroll. Secondo Patti Smith (e secondo Simone Cattaneo) uno dei poeti americani più estremi. Ma da noi è il niente…</title>
		<link>https://www.pangea.news/jim-carroll-10-anni-morte-patti-smith-simone-cattaneo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Apr 2019 04:30:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Frassinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Jim Carroll]]></category>
		<category><![CDATA[Kurt Cobain]]></category>
		<category><![CDATA[Minimum fax]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Nba]]></category>
		<category><![CDATA[Patti Smith]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Cattaneo]]></category>
		<category><![CDATA[The Basketball Diaries]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=66776</guid>

					<description><![CDATA[<p>Come è ovvio, gli davo retta. Non solo. Gli davo ragione. Insomma. Con lui parlavo di Herzog – però di Saul Bellow preferiva Il dono di Humboldt, per via di Delmore Schwartz, il poeta degenerato dalla solitudine. Era felice che gli avessi consigliato Isaac B. Singer, eravamo certi dell’assoluta bellezza di Chiamalo sonno, mi svezzò [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/jim-carroll-10-anni-morte-patti-smith-simone-cattaneo/">10 anni fa moriva Jim Carroll. Secondo Patti Smith (e secondo Simone Cattaneo) uno dei poeti americani più estremi. Ma da noi è il niente…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Come è ovvio, gli davo retta. Non solo. Gli davo ragione. Insomma. Con lui parlavo di <em>Herzog </em>– però di Saul Bellow preferiva <em>Il dono di Humboldt</em>, per via di Delmore Schwartz, il poeta degenerato dalla solitudine. </strong>Era felice che gli avessi consigliato Isaac B. Singer, eravamo certi dell’assoluta bellezza di <em>Chiamalo sonno</em>, mi svezzò a Denis Johnson, gli dichiarai il mio amore per Cormac McCarthy – che amava a metà – e Thomas Wolfe, che si ostinava a non capire. Poi, dopo aver discettato per qualche tratto su Hubert Selby Jr. e sui romanzi di Leonard Cohen – mi pareva che li esaltasse oltremodo – mi disse, leggiti Jim Carroll e non rompere le palle, è un genio. Obbedii. All’epoca lo pubblicava Frassinelli. Leggiti il suo libro sommo, ma ricordati che nasce come poeta, mi disse lui, Simone Cattaneo.<strong> <img decoding="async" class=" wp-image-66777 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/220px-BasketballDiaries-199x300.jpg" alt="" width="149" height="225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/220px-BasketballDiaries-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/220px-BasketballDiaries.jpg 220w" sizes="(max-width: 149px) 100vw, 149px" />Il “libro sommo” è <em>Jim entra nel campo di basket. </em>Per specificare che non si trattava di un libro di qualche vecchia gloria della Nba – eppure, Jim era un vero fenomeno della pallacanestro, </strong>irlandese duro, bellezza rimbaudiana, da angelo malato, ha calcato il parquet insieme a sua eternità Kareem Abdul-Jabbar, il titano da 38mila e passa punti – Frassinelli appiccica la didascalia: “Diario di un adolescente nelle strade di New York”. Un anti-<em>Giovane Holden</em>, fate conto, Jim è la risposta sadica e disperata a Salinger, il genio del basket che s’intossica di sesso, si prostituisce, si fa di droga, precipita in un delirio da film di Martin Scorsese. Il libro, <a href="http://www.minimaetmoralia.it/wp/jim-carroll/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">per la cura di Tiziana Lo Porto</a>, fu riedito qualche anno fa da minimum fax. Ora non v’è traccia, Jim Carroll è scomparso dal parterre dell’editoria italica, che idioti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Le date e i riferimenti mi ghiacciano. <strong>Jim Carroll nato il primo agosto di 70 anni fa, è morto l’11 settembre del 2009. Simone Cattaneo, che riteneva Jim un idolo, è morto due giorni prima. Patti Smith diceva che Jim Carroll “era universalmente riconosciuto come il miglior poeta della sua generazione”.</strong> In effetti. Jim è sostanzialmente poeta. Nasce alla poesia precocissimo, neanche ventenne, nel 1967, con <em>Organic Trains. </em>Seguono altre sei raccolte di versi, tra cui <em>The Book of Nods, Fear of Dreaming, Void of Course. </em>Nel 1994 pubblica <em>8 Fragments of Kurt Cobain. </em>Questa è l’ultima stanza:</p>
<p>Se sono non ti fossi conficcato in un coma a Roma…<br />
saremmo andati a Firenze<br />
a vedere negli occhi dei ritratti di Bellini e di Raffaello<br />
dentro cui, forse,<br />
avresti trovato un limite alla bellezza<br />
dove è iniziato tutto…<br />
Non importa che tu ti sia sentito tradito<br />
questo è il prezzo<br />
della spietata passione di un giovane artista<br />
che comincia con un bacio<br />
e finisce in una maledizione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66778 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/copertina-poesia-Jim-193x300.jpg" alt="" width="142" height="221" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/copertina-poesia-Jim-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/copertina-poesia-Jim-768x1191.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/copertina-poesia-Jim-660x1024.jpg 660w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/copertina-poesia-Jim-1320x2047.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/copertina-poesia-Jim.jpg 1612w" sizes="(max-width: 142px) 100vw, 142px" />Ovviamente, delle poesie di Jim Carroll in Italia non si sa niente. E non si sa più niente di lui, pubblicato in forma sporadica – <em>Paura di sognare </em>e <em>Jim ha cambiato strada</em>, sempre Frassinelli – ormai un oggetto quasi introvabile, a dieci anni dalla morte. <strong>Non si sa nulla di uno che fu icona negli Usa: lavora per Andy Warhol, è osannato da Jack Kerouac, legge Rainer Maria Rilke ed è preso, prima, come un Rimbaud, poi, “giovanissima star del basket degli anni Sessanta, studente in una scuola d’élite, privata, nell’Upper West Side di Manhattan, artefice di una vita scombinata che fondeva sport, droga e poesia, quando, nel 1978, fu pubblico <em>The Basketball Diaries</em>, venne considerato un autore di culto, un nuovo Bob Dylan”</strong> (così William Grimes, <a href="https://www.nytimes.com/2009/09/14/books/14carroll.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">nel ‘coccodrillo’ pubblicato sul <em>New York Times</em></a>). Nel 1995 il suo libro – cioè la sua vita, scandita dal 1963 al 1966 – diventa un film con Leonardo Di Caprio, Mark Wahlberg e Juliette Lewis (da noi è passato come <em>Ritorno dal nulla</em>). Nel frattempo, Patti Smith lo istiga a fondare un gruppo e a scrivere canzoni: come The Jim Carroll Band il nostro pubblica il primo album, <em>Catholic Boy</em>, nel 1980, e va avanti fino a <em>Runway</em>, nel 2000. <strong>Spesso è stato paragonato a Lou Reed, piaceva tanto a Keith Richards, ma Jim rimase, sempre e comunque, un poeta.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Figlio della contraddizione, partorì una fede torturata di dubbi e visse a precipizio. Nel 2010 è uscito un romanzo postumo, <em>The Petting Zoo. </em><strong>La bellezza tormentata di Jim Carroll si sfibrò, negli anni: sembrava voler scomparire, farsi fiato, lettera, nulla. Ha avuto un funerale cattolico presso la Our Lady of Pompeii Church, al Greenwich Village. </strong>“Darei chissà che cosa per un cracker, adesso. Sento la luce che entra dalla finestra farmi male agli occhi: è come schizzarsi di liquido di sottaceti. Che cosa vuol dire? Fuori è una bella giornata di giugno, probabilmente c’è un sacco di gente che sta prendendo il diploma. Dalla finestra della camera da letto vedo i Chiostri con i suoi milioni di dollari in arte medioevale. <strong>Devo andare a vomitare. Vorrei solo essere puro…”. Così finisce <em>Jim entra nel campo di basket. </em>La spasmodica ricerca della purezza, cercare nella carogna il puro</strong>, nella melma il candore, nel nulla l’unghia cangiante di Dio. Jim era così. Simone pure. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Pubblichiamo una poesia tratta da “Organic Trains”, la prima raccolta di Jim Carroll (Penny Press, 1967):</em></p>
<p>È meraviglioso essere costantemente maledetti<br />
dalla sera<br />
è una sera meravigliosamente strana. Ti assorda<br />
e ti permette di camminare lungo le travi che mangiano<br />
oggetti arancioni e di udire voci criptiche<br />
dalle finestre degli hotel che dicono “esisto”<br />
e non facciamo altro che camminarci incontro verso altre</p>
<p>oscurità<br />
mentre l’aria è graffiata dai nostri fantasmi.<br />
Poteri che mantengono l’aria umida<br />
la guidano come tu guidi i miei sentimenti.<br />
Tutto avvizzisce semplicemente in una mano<br />
per ore<br />
fino al restaurato e nostalgico finale<br />
libero dalla mutilazione totale che scolora rosa e blu<br />
e silenzio, come una disposizione al raro, e poi<br />
benché tu lo disprezzi, non ti fermi mai<br />
ne chiedi, ancora.<br />
In ogni caso, nonostante il respiro, non nego il fato<br />
che passa attraverso di me con penetrazione fallica.<br />
Non accetti mai ciò che impari in forma di fantasma<br />
ti fissi solo sull’opinione che hai di te<br />
e “tocchi”.</p>
<p><strong><em>Jim Carroll</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/jim-carroll-10-anni-morte-patti-smith-simone-cattaneo/">10 anni fa moriva Jim Carroll. Secondo Patti Smith (e secondo Simone Cattaneo) uno dei poeti americani più estremi. Ma da noi è il niente…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/jim-carroll.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Il problema non sono i dieci milioni di poeti della domenica, ma quella decina di arrivisti e di arrapati, di famelici della fama, di portaborse, che pensano di essere poeti e fanno carriera</title>
		<link>https://www.pangea.news/poesia-poeti-auden-editoria-fama-arrivismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Mar 2019 12:59:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Rivali]]></category>
		<category><![CDATA[Brodskij]]></category>
		<category><![CDATA[canone]]></category>
		<category><![CDATA[canzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Castelvecchi]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[destino]]></category>
		<category><![CDATA[editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Feltrinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Serragnoli]]></category>
		<category><![CDATA[linguaggio]]></category>
		<category><![CDATA[paura]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
		<category><![CDATA[poeti]]></category>
		<category><![CDATA[Shakespeare]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Raffo]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Cattaneo]]></category>
		<category><![CDATA[successo]]></category>
		<category><![CDATA[talento]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[verità]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=66318</guid>

					<description><![CDATA[<p>Silvano, l’amico pieno di spilli, il giorno della Giornata mondiale della Poesia, quello in cui tutti dicono quanto è bella la poesia e salutare e salvifica, mi gira un articolo pubblicato su La Verità. Titolo: “In Italia dieci milioni di aspiranti poeti ma nessuno legge più Leopardi e Omero”. L’oggetto della mail, pressappoco, è questo: [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/poesia-poeti-auden-editoria-fama-arrivismo/">Il problema non sono i dieci milioni di poeti della domenica, ma quella decina di arrivisti e di arrapati, di famelici della fama, di portaborse, che pensano di essere poeti e fanno carriera</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Silvano, l’amico pieno di spilli, il giorno della Giornata mondiale della Poesia, quello in cui tutti dicono quanto è bella la poesia e salutare e salvifica, mi gira un articolo pubblicato su <em>La Verità. </em><strong>Titolo: “In Italia dieci milioni di aspiranti poeti ma nessuno legge più Leopardi e Omero”. L’oggetto della mail, pressappoco, è questo: <em>all’aspirante poeta.</em></strong> L’articolo è pieno di buon senso e di alati cliché. Da sempre, in troppi scrivono – perfino romanzi – e troppo pochi leggono.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In realtà, che “dieci milioni” di italiani scrivano poesie non è un problema, anzi. Meglio una poesia, pur brutta, di un mitragliatore, che male c’è? Si appesta l’aria estetica ma non si uccidono innocenti.</strong> Che uno scriva i propri pensieri istoriandoli sul torso del tramonto o sul ghigno della luna senza leggere, studiare, capire, non mi sorprende: tanti giocano a calcio la domenica, con gli amici, senza applicarsi. Più che poesia, quello è sgranchirsi il cuore, notoriamente grave di buoni sentimenti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, poi i “dieci milioni” si mettono pure a pubblicare, togliendo il posto al sole ai quattro ‘laureati’, possono farlo, nessuno rifiuta gli stracci in versi al giusto prezzo. Anche in questo caso, chi ha paura dei “dieci milioni”? <strong>La poesia ha natura inafferrabile e bastarda, da sirena con muso di Cerbero: col romanzo puoi fregare il prossimo – per me è ancora un mistero il fatto che uno come Catozzella pubblichi per Feltrinelli, per dire. Con la poesia no. La poesia sceglie i suoi.</strong> Indipendentemente dalle griffe editoriali – che da un paio di decenni, ormai, non hanno alcun ruolo, se non parziale, nell’autenticare un’opera poetica – e dalle gaffe della critica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La natura della poesia è inafferrabile e bastarda. <strong>Nessuno può riconoscere una grande opera poetica perché si riconosce – che ovvietà – soltanto ciò che già si conosce.</strong> Eppure, è vano recitare la parte dell’incompreso: qualcuno che ti comprende c’è sempre. La fama, in poesia, è un paradosso, c’è da averne paura.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In poesia, intendo, si è sempre <em>aspiranti</em>, si aspira all’ispirazione – non si è mai <em>arrivati</em>, si è ispirati soltanto a momenti. In fondo non si acquisisce mai lo statuto di poeta – eccolo, il poeta. Non c’è <em>status</em>, ma stato. Lo dice W.H. Auden, uno che, indubitabilmente, riteniamo un poeta, tra i grandi: <strong>“Agli occhi altrui si è poeti se si è scritta una bella poesia. Ai propri, lo si è solo nel momento in cui si danno gli ultimi tocchi a una poesia nuova. Un attimo prima si era ancora e soltanto un poeta in potenza; un attimo dopo si è uno che ha smesso di far poesia, forse per sempre”.</strong> Un poeta non fa teatro: se gli dicono che è poeta, fugge la didascalia, fa esercizio di contraffazione, si nasconde, agita una mania di ombre, e fa bene, perché la poesia è più importante del poeta.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo, si è sempre aspiranti: chi fa della poesia una professione sa di mentire. <strong>Si vive poeticamente, semmai, non si è mai poeti. Vivere poeticamente, ad esempio, significa sperare nel successo di un altro e armarsi per aiutarlo più che percorrere il proprio – negarsi la carriera lirica, percorrendo tutte le contraddizioni (senza perpetuare il male altrui) per il gusto di scrivere un bel verso, per regalarlo al primo che passa.</strong> Un poeta non ‘sistema’ la propria opera – la stabilisce. Poi la dimentica – c’è un certo vizio, una malattia maliziosa nei poeti che recitano a memoria i propri versi, una spudoratezza a cui bisogna rispondere domandando a costoro se conoscono a memoria la ‘Commedia’, il <em>Canzoniere</em>, l’opera di Leopardi, quella di Pasternak e di Brodskij, ad esempio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La necessità di insegnare poesia nelle accademie è di tipo meramente cerebrale. Chi non conosce la poesia resta, nonostante il talento, un sommo cretino. “Dall’incapacità di pensare in modo poetico – ossia di risolvere il discorso nelle sue immagini e nei suoi ritmi originali, per poi ricombinali a più livelli di pensiero simultaneamente, ottenendo una molteplicità di significati – deriva l’incapacità di pensare con chiarezza in prosa”, scrive Robert Graves, consapevole che “in prosa si pensa a un solo livello alla volta”, che la prosa è spesso “un susseguirsi meccanico di gruppi di parole stereotipati”.<strong> Non pensare in modo poetico – anche sul piano ‘politico’ – vuol dire arrendersi ai limiti della grammatica e della visione suprrficiale, non trovare soluzioni sontuose a superare l’impasse, appiattire il nostro destino. Per questo, la necessità di insegnare poesia nelle accademie. </strong>Ma apprendere una tecnica – va da sé – non significa fare un poeta. Il linguaggio ha un destino proprio, per questo la poesia, spesso, accade tra gli incredibili, gli incolti, gli strambi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il problema, in effetti, non sono i “dieci milioni”, ma le decine di poeti arrivisti e arrapati, famelici di fama, </strong>che fanno i portaborse dei manager della poesia per scavargli la fossa e sostituirli.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66320 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/stella-polare-195x300.jpg" alt="" width="147" height="226" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/stella-polare-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/stella-polare-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/stella-polare.jpg 650w" sizes="(max-width: 147px) 100vw, 147px" />Undici anni fa la poesia era sputtanata, ieri come oggi come sempre. In un impeto di nitidezza, tentai una sintesi censendo nove poeti che celebrassero la poesia del futuro. L’antologia, pubblicata da Città Nuova, s’intitola <em>La stella polare: poeti italiani dei tempi “ultimi”. <strong>Ultimo</strong></em><strong> s’intendeva, anche, a mo’ di stimolo estetico: il poeta è quello che è al di là, che scrive parole ultimative, non ulteriori. I nove poeti stavano a indicare nove modi della poesia italiana recente</strong>, destinati a durare (ergo: non ho antologizzato chi è prossimo alle mie preferenze liriche, soprattutto chi è diversissimo). I poeti sono questi, e mi pare che siano ancora tra gli eccellenti: Maria Grazia Calandrone, Pierluigi Cappello, Francesca Serragnoli, Riccardo Ielmini, Simone Cattaneo, Isacco Turina, Federico Italiano, Alessandro Rivali, Isabella Leardini. Il più giovane degli antologizzati è più vecchio di me: sono un megalomane della glossolalia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A questo gesto che mi pare necessario – orientare: il titolo è tratto dal <em>Giulio Cesare </em>di Shakespeare: “fermo come la stella polare/ che per solida fissità e resistenza/ non ha pari nel firmamento” – e di netta ferocia – mi rileggo: <strong>“Quella del baciapile è una categoria dura a morire. Una folta falange di poeti ‘di vent’anni’, che oggi sono uomini di trenta e non più coccolati e vispi Lautréamont del circolo, opera come se dovesse costruirsi la carriera da poeta in cattedra. Hanno trent’anni, ma è come ne avessero ottanta” </strong>– ora se ne associa un altro, altrettanto necessario. Rileggere l’egemonia di un canone di cartapesta, da fette di salame sugli occhi. Lo ha fatto Silvio Raffo, che in una antologia impressionante delle “Poesie del Novecento”, <em>Muse del disincanto – </em>in uscita per Castelvecchi – rovina le sacre premesse dei critici da mausoleo, dei poeti da monastero delle cose consuete. Così l’introduzione di Raffo (sul libro, tornerò più avanti): “Accade spesso, più o meno sempre, che i “mostri sacri” – quelli appunto consacrati dalla tradizione ma anche dalle mode culturali – detengano nettamente il primato, di presenze e di spazi, rispetto a nomi di altrettanto indiscutibile valore, che per diversi e a volte incongrui motivi – di rispondenza o non rispondenza ai canoni e ai gusti della critica militante e delle cosiddette tendenze – vengono relegati a ranghi di insignificante livello. <strong>L ’assenza di certi nomi dalla quasi totalità delle antologie, così come la sproporzione del numero di saggi critici sulle distinte opere di autori di pari valore, mi è sempre parsa una sorta di discrasia lesiva di un’oggettiva valutazione critica in un’area così ricca di sfumature tutte apprezzabili, specie se si pensa alla prima metà del secolo. (Nella seconda alla quantità assai maggiore dei nomi non corrisponde certo la qualità dei risultati).</strong> In quest’antologia è dedicato uno spazio più o meno equivalente a poeti come Montale e Lucio Piccolo, come Ungaretti e Bigongiari, o Quasimodo e Libero de Libero. Insomma, si è cercato di abbattere l’usuale e spesso ridicola barriera che separa i “maggiori” dai “minori”, richiamando l’attenzione anche su questi ultimi”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Intendo: la corruzione non è nel gesto di uno dei “dieci milioni” di poeti della domenica – che magari è avventato, magari avveniristico – ma <strong>nel sacrario editoriale di chi pensa che la poesia sia cosa domestica, raggiunta. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Della poesia si dice sempre l’agguato, lo stravolgente, il nudo, la bambina che si alza la gonna e riempie di stupore alcuni e di colpa altri”, ritaglio da una lettera di Silvia Bre, poeta. Cos’altro c’è, appunto? </strong>Agguato, travolgente, nudità, bimba che fa fionda della gonna, l’aggraziato e l’osceno, la gloria e lo scandalo, l’indifeso. Appena l’accarezzi, e la poesia ti è in gola – che differenza parziale c’è tra vipera e vita. (d.b.)</p>
<p>*<em>In copertina: W.H. Auden con Benjamin Britten, 1941, National Portrait Gallery, Londra</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/poesia-poeti-auden-editoria-fama-arrivismo/">Il problema non sono i dieci milioni di poeti della domenica, ma quella decina di arrivisti e di arrapati, di famelici della fama, di portaborse, che pensano di essere poeti e fanno carriera</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/auden.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Testimoniare di andare controcorrente, verso la meravigliosa notte stellata”: dialogo con Giorgio Anelli, che ha scritto – in omaggio a Cattaneo – un libro apocalittico e puro</title>
		<link>https://www.pangea.news/testimoniare-di-andare-controcorrente-verso-la-meravigliosa-notte-stellata-dialogo-con-giorgio-anelli-che-ha-scritto-in-omaggio-a-cattaneo-un-libro-apocalittic/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Feb 2019 05:47:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[amare]]></category>
		<category><![CDATA[amori]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della Sera]]></category>
		<category><![CDATA[Dostoevskij]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Ladolfi]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Ladolfi Editore]]></category>
		<category><![CDATA[Kafka]]></category>
		<category><![CDATA[La letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Mondadori]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Cattaneo]]></category>
		<category><![CDATA[tragedia]]></category>
		<category><![CDATA[William Blake]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=65742</guid>

					<description><![CDATA[<p>Lo sconcerto, in questo libro di abbagli, arriva a pagina 65. Una stagione in Paradiso. Così s’intitola l’ultima porzione di un libro anomalo, arcano, antartico, atipico, scritto scortato da tre titaniche ombre – Baudelaire, Rimbaud, Rilke, che puntellano le pagine all’ingresso del libro – a valicare, spudoratamente, ogni educazione lirica. Giorgio Anelli, consapevolmente, colpevolmente poeta, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/testimoniare-di-andare-controcorrente-verso-la-meravigliosa-notte-stellata-dialogo-con-giorgio-anelli-che-ha-scritto-in-omaggio-a-cattaneo-un-libro-apocalittic/">“Testimoniare di andare controcorrente, verso la meravigliosa notte stellata”: dialogo con Giorgio Anelli, che ha scritto – in omaggio a Cattaneo – un libro apocalittico e puro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Lo sconcerto, in questo libro di abbagli, arriva a pagina 65. <em>Una stagione in Paradiso. </em><strong>Così s’intitola l’ultima porzione di un libro anomalo, arcano, antartico, atipico, scritto scortato da tre titaniche ombre – Baudelaire, Rimbaud, Rilke</strong>, che puntellano le pagine all’ingresso del libro – a valicare, spudoratamente, ogni educazione lirica. <strong>Giorgio Anelli, consapevolmente, colpevolmente poeta, autore di allucinata ispirazione</strong>, rimedita il poeta di Arthur e lo ribalta: la vera “stagione”, oggi, va giocata in Paradiso, troppo a lungo abbiamo baloccato all’Inferno. Che conversione magnifica, appropriata al poeta che aggioga le nuvole, ne indirizza la transumanza e vede giaguari nell’impeto dell’abete. “Svanire – piuttosto che essere di questa terra, offrire lacrime all’oracolo – senti le campane suonare nello specchio”, è uno dei versi in prosa, sempre tesi ad auscultare gli aldilà, di questo beato rimbaudiano.</p>
<p><figure id="attachment_65743" aria-describedby="caption-attachment-65743" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65743" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/giorgio-anelli-300x256.jpg" alt="" width="300" height="256" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/giorgio-anelli-300x256.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/giorgio-anelli.jpg 554w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-65743" class="wp-caption-text">Lui è Giorgio Anelli, indomitamente poeta</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ammetto che ho un debole per Giorgio Anelli, perché è un poeta che non si adatta alla vita, che non si addomestica al vivere, che abita l’urlo e ha dottrina nell’ispirazione. Giorgio è sempre estraneo e sempre estremo, “in speranza immortale”,</strong> sigilla le sue lettere di cui mi rende privilegiato. Basta toccare il magma lirico della sua paradisiaca stagione (“<em>tutto è compiuto</em> quando un fratello a te vicino muore – finalmente qualcuno ha il coraggio di affermarlo! – solo allora l’angelo prende vita tutt’altro che tremendo – ritornano scosse che esigono schietta chiaroveggenza”) per sentirsi pretesi, afferrati, affratellati dal tormento della totalità lirica. Il libro ultimo – che è poi poema che altera i generi – di Anelli, in cui è conficcata la <em>Stagione in Paradiso</em>, s’intitola <a href="http://www.ladolfieditore.it/index.php/it/perle/perle-narrativa/lettera-da-noversch.html" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>Lettera da Noversch</em></strong></a> (Giuliano Ladolfi Editore, 2018). La ‘lettera’, una effervescente, delirante, demonica, prometeica riflessione sulla necessità dello scrivere – come se le parole fossero corde sulla parete dentata del vivere – <strong>è anche un omaggio alla figura di Simone Cattaneo, in una spirale livida (“Farò la stessa fine di Cattaneo? Mi conviene? Non è che ci pensi. Uscire di scena&#8230; per la gloria? O per una sconfitta dietro l’altra? Scomparire, perché?”). </strong>La ‘quarta’ è in questo senso esplicita e accattivante. “John Barleycorn, poeta misconosciuto, non insegna, non dirige case editrici né tanto meno riviste poetiche. In una parola, è povero. Ma ha un dono: incanta quando scrive<strong>. Il contesto storico in cui vive è quello di una notizia apparsa su <em>La lettura</em> del «Corriere della Sera», che annuncia la morte dell’ultimo poeta maledetto italiano, Simone Cattaneo”.</strong> Nel libro, dai radiosi squarci (“Stasera la valle è grigia. Il Monte Rosa si nasconde sotto una sottana spessa di nebbia. Lys, prosegue imperterrito, con la sua lingua di mercurio. Le luci del castello, lo guardano come fiamme ispide di candela. Si terrà certamente un concerto, stasera. Sono due giorni che non esco di casa. Piove ininterrottamente. La natura, se vuole, ti inghiotte in un passo”), va da sé, il poeta incontra una donna angelicata – Sofia – e fa i conti con tutto, fino all’osso primo. <strong>Scritto con un vigore narrativo che ricorda la prosa dei primi del Novecento, i fiumi lirici di Giovanni Boine e le visioni di Scipio Slataper,</strong> <em>Lettera da Noversch </em>è una primizia, una rosa che ti esplode tra le mani, la riscossa di un maledettismo purissimo, una voce allenata all’argento di un William Blake della provincia italiana, che trae auspici e bestemmie dalla gola idiota dell’era presente. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da dove arriva la tua “Lettera da Noversch”, per chi l’hai scritta, seguendo quale scia dell’ispirazione? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il romanzo arriva un bel giorno, quando meno te lo aspetti; e decidi di incominciare a scrivere. Certo, con un desiderio nato già da prima. Ma i tempi non sono tuoi. C’è qualcosa in me che assolutamente travalica lo scrivere a tavolino. Anche perché, quando ho iniziato a scriverla ‒ la trama ‒ c’erano intenzioni iniziali ben diverse, da come poi l’ho portata avanti. <strong>La mia lettera l’ho scritta per due persone alle quali tengo particolarmente. Una di queste è una musa. Perché, lo sai, le muse esistono ancora oggi, e creano un’attrattiva ipnotica e creativa</strong>, come fece Salomè per Nietzsche e Rilke, ad esempio. E sono altrettanto fascinose e pericolose. L’altra persona è un poeta misterioso, che ha avuto e continua ad avere ‒ pur nel nascondimento ‒ un ruolo rilevante nel mondo della letteratura italiana odierna. Per questo motivo, ne narro in parte la vicenda, romanzandola ovviamente. Inizialmente avevo scelto un altro titolo da dare al libro ‒ questo fa supporre un’ipotetica trilogia, anche se il romanzo ha storia sua autonoma.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ispirazione ha mille volti, inaspettati. <strong>Noversch è il nome di una frazione di un paesino di montagna. È un luogo fantastico. Che non conoscevo. Dovresti vederlo. Una volta che ne scopri l’esistenza, te ne innamori.</strong> L’ispirazione è un sentimento panico, una catarsi, una tragedia che straborda bellezza e inquietudine. Sento come delle scosse, che fanno vibrare tutto il mio corpo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65744 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/lettera-da-noversch-e1550661183404-199x300.jpg" alt="" width="156" height="235" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/lettera-da-noversch-e1550661183404-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/lettera-da-noversch-e1550661183404.jpg 209w" sizes="(max-width: 156px) 100vw, 156px" />Ci sono, in controluce, tante letture nella tua scrittura. Io vi leggo la prosa d’arte del primo Novecento, e il totem di Dino Campana. Vorrei chiederti, oltre a denunciare i tuoi ‘padri’, di dirmi cosa pensi della letteratura contemporanea italiana. Esponi il gergo della tua lotta.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Amo smisuratamente tutti i romanzi, i racconti e i testi teatrali che sono stati scritti tra l’Ottocento e il primo Novecento. In una parola: i classici. Senza la loro esistenza, non so come farei a fare letteratura. In più, è un onore per me essere <em>avvicinato</em> a Dino Campana. Mi chiedi se ho padri ‒ o maestri. Ho desiderato molto averne uno in carne ed ossa. Però il desiderio, all’epoca, non fu contraccambiato. Perciò, ho dovuto arrangiarmi da solo, rimboccandomi le maniche. Se devo denunciare qualcuno? Do la colpa a Goethe, Baudelaire, Kafka, Dostoevskij, Čechov, Majakowskij, Shakespeare, Céline, Gogol&#8217;, Pirandello, Testori, Hemingway, Carver, eccetera, eccetera&#8230; <strong>La letteratura contemporanea italiana è costellata, nel guazzabuglio generale, da alcuni piccoli falò, che ti abbagliano nella notte quando meno te lo aspetti. E ‒ accecandoti (cioè, sorprendendoti!) ‒ ti danno quel filo di speranza al quale aggrapparti. Si chiamano eccezioni, o outsider.</strong> Altrimenti, non leggerei proprio nulla di contemporaneo. Io, sono figlio di quest’epoca così bugiarda, ma non appartengo ad essa. Quindi, una volta assodato che in questo aldilà, nessuno ti aiuta, non puoi far altro che partire in difesa, saltellando sul ring del mondo letterario, che poi è molto simile a quello della vita quotidiana. Occorre disciplina, per saper lottare. Occorre amare tutto quello che leggi e scrivi, nonostante possa farti sanguinare, nonostante tu possa trovare davanti uno più bravo di te, che ti lavora ai fianchi, senza darti tregua. Occorre amare il tuo sacrificio, è il tuo altare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che senso ha scrivere – soprattutto, che senso ha, ora, pubblicare, per te?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Scrivere è vocazione. Lo è sempre stato, nel mio caso. Ci nasci, dentro le parole. Poi te ne rendi conto e devi cercare di accendere una fiamma nella notte. Fosse anche solo quella di una candela, che ti permette di scrivere parole sul taccuino. <strong>Oggi, pubblicare, per me, ha un senso profondo. Prima, sognavo che un giorno forse ce l’avrei fatta, e che sarei stato pubblicato da qualche grossa casa editrice. Lo spero ancora, s’intende! È il mio peccato originale. </strong>Ma qualcosa è scattato in me, parlandone con due amici. Volevo fare il salto di qualità, provare a proporre il manoscritto a una grossa casa editrice, appunto. E invece, come spesso accade nella vita, è andato tutto al contrario. Mi sono fidato delle parole di questi due amici. Le ho trovate affini. Ovvero: quello che a me oggi interessa, è l’opera. Io do fino al midollo la mia vita per la letteratura, senza risparmiarmi. Tutto quello che arriverà in più lo accetterò ben volentieri, ma l’importante è prendere sul serio quello che faccio. Fare letteratura è prendere sul serio le mie responsabilità e menzogne, trafitto dall&#8217;inquietudine del verbo; provocando l&#8217;impossibile, affinché diventi possibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lavori da vent’anni alla “Stagione in paradiso”, controcanto a Rimbaud, di cui si può leggere un vasto assaggio in “Lettera da Noversch”. Perché il ‘paradiso’, che cosa intendi per paradiso? E perché questo lavoro così lungo, nel massacro? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">È vero. Sono vent’anni che lavoro a questo poemetto. Se ci penso, mi vengono i brividi. Ma non poteva essere altrimenti. E il lavoro continuerà, probabilmente. Per la mia <em>Stagione</em>, ho scelto la parola <em>paradiso</em>, innanzitutto per fare eco all’inferno di Rimbaud. <strong>Poi, paradiso perché intendo mettere in luce ‒ oltre ai crepacci visionari e profetici che mi contraddistinguono sempre più quando scrivo poesia ‒, il tormento etico e metafisico di questa era o civiltà apocalittica, nella quale ci siamo trovati.</strong> Senza tralasciare il fatto che un paradiso (in qualsiasi accezione il lettore possa intenderlo e o viverlo), ci è dato, se non come promessa, quanto meno come qualcosa di sofferto, al tempo stesso buono, e definitivo; se non addirittura, presente e cosciente.</p>
<p style="text-align: justify;">Un lavoro così lungo, può essere solo motivato nella macerazione. È qualcosa che, nell’intenzione, doveva vedere la luce in pochi anni. Invece, quando prendi coscienza di quello che davvero vuoi rendere con le parole incise sulla carta, tutto cambia. <strong>Ti rendi conto che la poesia non ammette scorciatoie. Pretende che tu viva immancabilmente tutta la realtà, che poi forse la dimentichi, per infine forse riesumarla e renderla, in versi, quasi perfetta. Nel mio caso, occorreva indistintamente tutta la sofferenza e la bellezza che ho dovuto affrontare in questi quattro lustri.</strong> Qualcuno, saggiamente, me lo fece notare proprio all’inizio dell’avventura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A un certo punto, nel libro, scrivi: “Farò la stessa fine di Cattaneo?”. Ti tenta il suicidio? Ti tenta come bel gesto artistico (morire nell’opera) o come dramma esistenziale? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto, devo dire che non l’ho scritto né per fare bella figura (perché altrimenti sarei un tapino) né per specularci sopra. Bisogna porsi delle domande. Tante. Nella vita. <strong>Se la letteratura non ti scatena domande e non apre crepacci sotto i tuoi piedi, puoi anche fare a meno di incominciare. Non mi tenta affatto il suicidio. Questa parola non l’ho usata come vezzo.</strong> Sarò sincero, il pensiero ‒ ma, attenzione, solo il pensiero ‒ mi ha sfiorato in un paio di occasioni. Forse, per troppa immedesimazione nel personaggio. Forse, in un momento difficile della mia vita. Ma la cosa è finita lì. Piuttosto, occorre fare due considerazioni. La prima: mai come oggi il suicidio viene visto dalle persone in crisi, come probabile soluzione e sbocco al dramma esistenziale che vivono. Il singolo individuo, sempre più spesso, esplode in una società sempre più corrotta, egoista, senza umanità verso alcuno. È una scelta che purtroppo, statisticamente, viene sempre più presa in considerazione. Quindi, la mia, da una parte, è una denuncia di un dato di fatto e di un disagio che troppo spesso non si vuole nemmeno prendere in considerazione. Si accusa chi lo mette in pratica. Quando, invece, occorrerebbe per lo meno capirne i segnali e le ragioni. D’altro canto, un amico, un giorno mi confidò che per evitare di arrivare al gesto estremo, era riuscito a far morire se stesso nel personaggio del suo romanzo. Morire nell’opera richiede quasi lo stesso coraggio che morire nel mondo. A tal proposito, occorre fare una rivelazione. Come Swift, ad esempio, che nel suo romanzo <em>I viaggi di Gulliver</em>, ha scritto un’opera per dire <em>altro</em>, andando oltre alla meraviglia di ciò che inventò, ovvero scrivendo una satira contro l’uomo e la civiltà del suo tempo<strong>, così il lettore attento intenderà che lo specchio di cui parlo nel mio romanzo, non è nient’altro che la collana <em>Specchio</em> della Mondadori, dalla quale il genio di John fu realmente estromesso per l’invidia</strong> ‒ e quant’altro ‒ di molti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che futuro alla scrittura, per chi, come noi, raccatta pietre pensandole stelle?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La scrittura è fondamenta portante dell’uomo. Senza scrittura non può esistere civiltà. Se si crede di raccogliere ciottoli e di vedervi pulsare stelle, allora il futuro della scrittura avrà senz&#8217;altro speranza di continuità. <strong>La parola profeta ‒ per dire ‒ ha un doppio significato. Profeta non è solo chi prevede il futuro, bensì ‒ in senso biblico ‒ chi ti presta la sua bocca, la sua parola. Testimoniare di andare controcorrente, saltellando come un pugile magari, davanti al silenzio sia della sconfinata pagina bianca, che del pregiudizio invidioso di molti, ha permesso a Simone Cattaneo e ‒ mi auguro, permetterà ad altri, in vita ‒ di bucare come pesci la rete che soggioga lo scrittore in un eremo o in una stigmatizzazione ingiusti. </strong>Anche Vincent van Gogh, agli inizi si era messo a raccattare pietre, per stare vicino ai suoi fratelli, in miniera, e guarda poi cosa ne è scaturito: una meravigliosa notte stellata.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/testimoniare-di-andare-controcorrente-verso-la-meravigliosa-notte-stellata-dialogo-con-giorgio-anelli-che-ha-scritto-in-omaggio-a-cattaneo-un-libro-apocalittic/">“Testimoniare di andare controcorrente, verso la meravigliosa notte stellata”: dialogo con Giorgio Anelli, che ha scritto – in omaggio a Cattaneo – un libro apocalittico e puro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/William_Blake_-_Nebuchadnezzar_Tate_Britain-1024x733.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
	</channel>
</rss>
