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	<title>pubblicità Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Mon, 19 Aug 2019 06:28:54 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Ma chi li legge davvero i bestseller? Nessuno, neanche gli editor (altrimenti qualcuno si accorgerebbe di quel cumulo di banalità). Tanto, per vendere, basta la pubblicità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Aug 2019 06:28:54 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
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		<category><![CDATA[Matteo Veronesi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Narrativa di genere, anche pluripremiata. Io dubito fortemente che davvero qualcuno legga quella roba (anche se si vende a centinaia di migliaia di copie). Infatti la trovi, dopo un decennio, accatastata dai robivecchi, palesemente mai sfogliata. Anche nelle case editrici, temo, non la legge nessuno (a parte forse il malcapitato che deve rabberciarne in qualche [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Narrativa di genere, anche pluripremiata.</p>
<p style="text-align: justify;">Io dubito fortemente che davvero qualcuno legga quella roba (anche se si vende a centinaia di migliaia di copie).</p>
<p style="text-align: justify;">Infatti la trovi, dopo un decennio, accatastata dai robivecchi, palesemente mai sfogliata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche nelle case editrici, temo, non la legge nessuno (a parte forse il malcapitato che deve rabberciarne in qualche modo punteggiatura e sintassi).</strong> Tanto in ogni caso a farla vendere è la <em>réclame</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">“Alice si cagò addosso, alle nove in punto di una mattina di gennaio”. <strong>Tali (non invento nulla) la svolta essenziale e il sottile e finissimo fulcro psicologico di un romanzo di genere alonato addirittura di un certo prestigio <em>midcult</em></strong> (e, va pur detto, dalla bella copertina).</p>
<p style="text-align: justify;">“Il signor conte si levò per tempo, alle ore otto e mezzo precise&#8230; La signora contessa indossò un abito lilla con una ricca fioritura di merletti alla gola&#8230; Teresina si moriva di fame&#8230; Lucrezia spasimava d’amore&#8230; Oh, santo Dio! e che volete che me n’importi?”. Così ironizzava Pirandello (e, consonanza illuminante, Valéry, che rifiutava categoricamente di scrivere una frase come “La Marquise sortit à cinq heures”). <strong>Quei nobiliari scorci, benché artefatti, erano se non altro più fini della diarrea fulminante, </strong>e non meno insignificanti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro di questi romanzi di genere con pretese letterarie (simili se vogliamo ai caroselli  dei profumi o dei supermercati girati da Fellini o da Woody Allen) ruota (con tanto di preziosismi e contorcimenti sintattici e psicologici pseudoproustiani) intorno alle vicende di un feticista ossessionato dal razziare mutande.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho solo sfogliato Harry Potter. Ma dubito che quella prosa dalle inverosimili velleità auliche sia davvero comprensibile ai bambini che si fanno regalare il libro per collocarlo su una mensola in mezzo ai pupazzetti.</strong> (In alcuni licei si tenta di ridestare l’interesse dei giovinetti facendo leggere Harry Potter in latino. Il che conferma che gli studi classici sono davvero al crepuscolo).</p>
<p style="text-align: justify;">Inutile insistere sul recente, ponderoso ed osannato, tomo, con ambizioni di romanzo storico, <strong>che fa lavorare gli elettricisti nel 1846 e (<em>horribile auditu</em>) fa scrivere una lettera a Francesco De Sanctis nel 1922.</strong> Il redattore (quello che un tempo era chiamato ‘il negro’, espressione oggi politicamente inaccettabile) avrà pensato di essere pagato troppo poco per leggere un libro intero. Del resto Montale, una volta, rimproverato per il carattere approssimativo di una sua recensione, non rispose forse che in un paio d’ore non si poteva fare di più?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ed è lecito, al riguardo, chiedersi anche fino a che punto i prestigiosi recensori che lodano quegli oggetti cartacei li leggano davvero (anche perché difficilmente, dati i ritmi implacabili dell’industria culturale, ne avrebbero il tempo materiale),</strong> e non si fidino piuttosto di sinossi, schede editoriali, comunicati stampa&#8230; La ‘lettura obliqua’, o ‘lettura professionale’ (<em>glancing through</em>, dicono gli anglosassoni con evocativa concisione), è del resto, di fatto, una non-lettura, insufficiente anche per un&#8217;interrogazione liceale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Io dubito che quei tomi e tometti, e gli alti elogi che li investono, siano davvero letti da qualcuno con somma attenzione.</strong> Il pubblico (per quanto non adeguatamente preparato dalla scuola sempre più, o sempre meno&#8230; quello che preferite, donde la minaccia neofascista populista eccetera eccetera&#8230;), si accorgerebbe di quelle assurdità. E forse andrebbe in libreria pretendendo indietro i soldi (come molti fecero, si narra, constatando la ben più letterariamente giustificabile carenza d’interpunzione nell’<em>Ulisse</em> di Joyce).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>C’è da chiedersi, insomma, se, tutto considerato, essendo di fatto comunque latitanti un effettivo pubblico e un’effettiva critica, non sia meglio dedicarsi ad elitarie ricerche erudite o a criptiche e cerebrali</strong> (certo ‘inadeguate al target’, ammesso che un target esista) liriche alessandrine mallarmeane ermetiche. Le quali forse, un giorno, troveranno qualche decina di lettori reali ed attenti (se non addirittura appassionati).</p>
<p style="text-align: justify;">A parte, ovviamente, le ragioni economiche. Per guadagnarsi da vivere più o meno bene, riempire pagine a vanvera è sempre meglio che lavorare.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, a chi dirà che la mia è solo invidia, posso solo rispondere che in fondo ha ragione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Veronesi</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Aldous Huxley (1894-1963) fotografato da Richard Avedon, 1956</em></p>
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		<title>La pubblicità con le celebrità (o sfruttando le malizie degli influencer) non funziona più. Meglio tappezzare gli autobus di Montecarlo con un orologio che costa 810mila euro!</title>
		<link>https://www.pangea.news/come-fare-pubblicita-michele-mengoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 May 2019 09:34:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'ammazzacaffè]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel mondo di oggi, lo sappiamo tutti, se non ti distingui, non esisti. Ma la difficoltà, ovviamente, è distinguersi con classe e originalità, in modo intelligente, meglio con un filo d’ironia. Mentre, troppo spesso, nel mondo della pubblicità e della comunicazione in genere, assistiamo a una gara all’eccesso o all’involontariamente ridicolo per il marchio che [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Nel mondo di oggi, lo sappiamo tutti, se non ti distingui, non esisti. Ma la difficoltà, ovviamente, è distinguersi con classe e originalità</strong>, in modo intelligente, meglio con un filo d’ironia. Mentre, troppo spesso, nel mondo della pubblicità e della comunicazione in genere, assistiamo a una gara all’eccesso o all’involontariamente ridicolo per il marchio che la propone.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Prendiamo il settore dell’orologeria meccanica di alta gamma, quella, per capirci, che varia da un listino prezzi di qualche migliaio di euro fino a oltre il milione per orologi senza pietre preziose, che quindi sono così tanto esclusivi per la difficoltà del <em>savoir faire</em> meccanico – oltreché, bisogna dirlo, per una precisa scelta di marketing.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questo caso per eccesso e zero senso del ridicolo intendiamo tutti quei marchi che ancora oggi puntano, senza averne il benché minimo requisito, all’immagine del fine artigiano chinato sull’antico banco di lavoro in legno a decorare manualmente un orologio</strong>, di fronte a una finestra dal panorama innevato d’alta montagna, magari per un brand industriale che in una grande città svizzera produce decine di migliaia di pezzi all’anno dentro una sede che in realtà assomiglia molto di più a una modernissima fabbrica di automobili con catena di montaggio annessa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Figura ancora più barbina la fanno i marchi che puntano gran parte della loro comunicazione sui testimonial: sia attori, cantanti e sportivi famosi. Perché è sbagliato e, talvolta, sfocia addirittura nel ridicolo?</strong> Perché quasi sempre questi attori, cantanti e sportivi famosi vengono poi immortalati nel loro tempo libero con al polso i soliti 3 marchi che fanno tendenza, alla faccia dell’azienda che invece li ha pagati per indossare orologi che in realtà queste celebrità non porterebbero nemmeno sotto tortura.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma nella scala di riuscire a fare ancora peggio in termini di comunicazione super banale e squalificante ci sono i tanti marchi che si affidano agli onnipresenti influencer su Instagram. Perché? <strong>Semplice. Ieri l’influencer di turno ha fatto un post con il marchio Tizio. Oggi ne fa uno con l’orologio Caio. E domani ne fa un altro con Sempronio. Che esclusività trasmette un messaggio del genere?</strong> La risposta è altrettanto semplice. Che questi marchi sono alla canna del gas.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per fortuna non tutto è perduto. Una delle più evocative campagne di sempre è stata lanciata nel lontano 1996 – nel campo della pubblicità è preistoria – e funziona ancora alla grande. </strong>È quella dell’agenzia londinese Leagas Delaney per la storica e sempre in salute Patek Philippe, con due celeberrimi slogan: “Ogni tradizione ha un suo inizio” e “Un Patek Philippe non si possiede mai completamente. Semplicemente, si custodisce. E si tramanda”. Ciao, c’è tutto!</p>
<p style="text-align: justify;">Se quasi sempre non sono originali i marchi, figurarsi i punti vendita concessionari multibrand. Allora vale la pena chiudere con un’accoppiata al top. Il marchio Greubel Forsey propone orologi da 200mila euro a oltre il milione, con una produzione annuale di un centinaio di pezzi. Mentre la boutique Art in Time di Montecarlo è uno dei più noti “incubatori” di marchi della migliore orologeria indipendente. <strong>Che mossa hanno studiato? Tappezzare gli autobus monegaschi di un orologio che costa 810mila euro!</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Originalità, intelligenza e ironia. E chi sarà dietro quell’autobus, magari in Bentley, Rolls Royce e Lamborghini, lo saprà apprezzare. Tutti in piedi e 10 minuti di applausi!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Michele Mengoli</em></strong></p>
<p><a href="http://www.mengoli.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>www.mengoli.it</em></strong></a></p>
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		<title>“La cultura è assoggettata al mercato, ma io sogno una poesia a misura d’uomo”: dialogo con Giuliano Ladolfi</title>
		<link>https://www.pangea.news/la-cultura-e-assoggettata-al-mercato-ma-io-sogno-una-poesia-a-misura-duomo-dialogo-con-giuliano-ladolfi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Mar 2019 05:27:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Del romanzo ne parlava da anni. Di un romanzo che raccogliesse la sfida della crisi radicale, intendo – non siamo più gli spavaldi ‘nichilisti’ di primo Novecento, che godono nel danzare sull’abisso, siamo nel precipizio, arresi al niente, e neppure ce ne accorgiamo, basta lo stipendio a decuplicare i sorrisi. Un romanzo che – senza [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-cultura-e-assoggettata-al-mercato-ma-io-sogno-una-poesia-a-misura-duomo-dialogo-con-giuliano-ladolfi/">“La cultura è assoggettata al mercato, ma io sogno una poesia a misura d’uomo”: dialogo con Giuliano Ladolfi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Del romanzo ne parlava da anni. <strong>Di un romanzo che raccogliesse la sfida della crisi radicale, intendo – non siamo più gli spavaldi ‘nichilisti’ di primo Novecento, che godono nel danzare sull’abisso</strong>, siamo nel precipizio, arresi al niente, e neppure ce ne accorgiamo, basta lo stipendio a decuplicare i sorrisi. Un romanzo che – senza infingimenti estetici e figliolanze sperimentaliste – <strong>si radicasse nella Storia, irradiando la storia di una teoria di personaggi. </strong>Storico e critico della letteratura (l’imponente ciclo <em>La poesia del Novecento</em>, in cinque volumi), poeta (<em>Attestato</em>), <strong>Giuliano Ladolfi, che quest’anno compie settant’anni, è marmorizzato nella generosità:</strong> nel 1996 fonda, insieme a Marco Merlin, la rivista “Atelier”, fucina di talenti della poesia contemporanea, che oggi, in perpetua evoluzione, è diventata “International”. Il gesto critico di Ladolfi, lucido, si somma alla virtù umana: non si è mai sottratto al consiglio, alla lettura, all’incoraggiamento allo studio. <strong>Letteratura come spina vitale, come slancio alla luce, vigore nell’esistere. Qualche anno fa Giuliano Ladolfi diventa anche Giuliano Ladolfi Editore</strong>, cioè uno dei rari spazi editoriali in cui la poesia e una saggistica fuori dagli schemi consueti – claustrofobicamente legati al redditizio, al reddito accademico – può esprimersi. <strong>Rompendo gli indugi, Ladolfi pubblica il suo romanzo, <em>L’orlo del tempo</em>, azzardato in modo doppio: </strong>nella visione formale – dal 1968 al 2008 s’intrecciano, per ‘drammi’, le storie gloriose e meschine di alcuni ragazzi – e nel concetto etico. <strong>Insomma, Ladolfi, dal sottosuolo che è il tempo presente, che è la vita con tutta la sua infamia, scava la luce, si ostina al bene.</strong> Un gesto quasi ‘rivoluzionario’, in un momento editoriale che premia il grigiore romanzesco, l’impegno immediato – cioè, senza prospettiva di pensiero – e il vagabondaggio nel malandrino maledettismo di quinta mano. “Siamo sull’orlo del tempo e vaghiamo come mosche cocchiere su un carro guidato da personaggi misteriosi”, mi dice Ladolfi, interpretando, con un candore letterario dai risvolti tragici, il millennio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65918 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/orlo-del-tempo-200x300.jpg" alt="" width="136" height="204" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/orlo-del-tempo-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/orlo-del-tempo.jpg 400w" sizes="(max-width: 136px) 100vw, 136px" />Intanto, perché quel titolo, “L’orlo del tempo”? Perché quel cerchio storico (1968-2008) che sembra un gorgo dove tutto è messo in discussione, dove un nuovo mondo s’avvia, s’avvalora sulle ceneri dell’altro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le tre domande si integrano e si completano: sono convinto che stiamo vivendo un’epoca di profondi cambiamenti, non unica, ma sicuramente singolare. <strong>Mi ha sempre affascinato il passaggio dal Medio Evo all’Umanesimo-Rinascimento, durante il quale sono stati mutati i paradigmi di interpretazione del mondo, della realtà e dell’esistenza umana. Se prima ogni aspetto interpretativo verteva sull’Eterno, dopo si è spostato sull’uomo. Ora, ho scorto diverse analogie con il periodo in cui si svolge la vicenda narrata nel romanzo: si consuma la crisi della Modernità e siamo entrati nella Postmodernità o Età Globalizzata</strong>, come ho chiarito nel primo tomo del testo “La poesia del Novecento: la poesia dalla fuga alla ricerca della realtà”. Questo è il momento storico in cui si consumano gli esiti della crisi della civiltà occidentale, iniziata durante il Seicento, quando cioè è stata distrutta la sintesi classico-cristiana. Dopo i falliti tentativi di ideare una spiegazione sui quesiti esistenziali, operati dall’Illuminismo, dal Romanticismo, dal Positivismo, ci si è accorti che l’uomo non è più in grado di capire se stesso e il mondo, per cui si perde ogni punto di orientamento, perché non si conoscono più i motivi dell’esistenza propria e del realtà. Si tratta di una crisi di senso. Dopo la consapevolezza maturata nella fase del Decadentismo e durata fino agli Anni Settanta del secolo scorso, attraverso la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione delle ideologie siamo entrati in una fase “liquida” (Z. Bauman) <strong>e non abbiamo ancora trovato la rotta su cui incamminarci anche perché la globalizzazione economica, migratoria, tecnologica e informatica sta ponendo all’umanità problemi sconosciuti per i quali non sono state ancora elaborate categorie interpretative.</strong> Il problema principale odierno non è soltanto quello ecologico, sociale, politico, culturale; il problema fondamentale assume carattere epistemologico e sta alla base di ogni altro problema: il senso della nostra esistenza. I personaggi del racconto vivono in se stessi questa crisi, si arrovellano per capirla, sono instabili, profondi e superficiali, esplorano, ma sbattono la testa contro una realtà indecifrabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Diverse possono essere sfaccettature interpretative. Il lato storico va individuato nel periodo che va dal 1968 al 2008 con i relativi cambiamenti economici che comportano il passaggio da un mercato nazionale a un mercato globalizzato; quello sociale con il mutamento dei rapporti tra le generazioni; quello gnoseologico contraddistinto dall’irruzione del relativismo, che rimette in crisi millenarie certezze; quello letterario che dalla tradizione attinge gli strumenti per una rappresentazione postmoderna. <strong>Il profondo mutamento viene colto in modo particolare nelle problematiche presentate che vanno dall’educazione all’affettività, ai rapporti interpersonali e familiari, al lavoro, alla religiosità, alla vita e alla morte,</strong> mediante un’introspezione psicologica, in cui la luce delle certezze si attenua in un grigio indistinto, secondo il quale il bene e il male si sovrappongono in modo inscindibile.  Non si tratta di avanzare nuove interpretazioni del mondo, ma di portare alla luce <strong>il tragico smarrimento di ogni certezza, il quale corrode l’animo dei protagonisti, segnati da vicende personali meravigliose, esaltanti e contemporaneamente meschine e deprimenti</strong>, capaci di mettere a nudo l’intima contraddittorietà dell’essere umano e dell’attuale periodo storico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65919 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/ladolfi2-214x300.jpg" alt="" width="140" height="197" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/ladolfi2-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/ladolfi2.jpg 571w" sizes="(max-width: 140px) 100vw, 140px" />Mi pare un romanzo sulla ‘condizione umana’ (mimo Malraux) e sul ‘tramonto dell’Occidente’: è così?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, il nucleo è proprio la condizione umana al tramonto dell’Occidente, i cui valori rivelano tutta la loro fragilità e non perché non siano validi, ma perché la contingenza storica li mette in discussione: famiglia, educazione, religione, cultura, rapporti sociali. Non dimentichiamo poi anche la relazione con noi stessi, riveduta e corretta da un secolo di psicanalisi, di studi e controstudi su ipotesi verificabili e non verificabili. <strong>Siamo sull’orlo del tempo e vaghiamo come mosche cocchiere su un carro guidato da personaggi misteriosi; ci sono sconosciuti i motivi del viaggio, la durata e la meta, come il viaggiatore cerimonioso di Caproni.</strong> Siamo soltanto certi di essere in cammino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Uno storico della letteratura, un interprete della letteratura contemporanea, un poeta e un traduttore che scrive un romanzo: perché? Quali scrittori leggi per affinare il tuo stile? Percepisco che avevi da dire alcune cose che né la forma saggistica né quella poetica riuscivano ad esaurire, è così?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Chi ha letto i miei scritti, sia i saggi sia le poesie, non faticherà trovare analogie con il romanzo al punto che i diversi testi si possono integrare e chiarire a vicenda. Perché un romanzo allora? <strong>Perché desideravo che il mio pensiero si “incarnasse” in personaggi, in vicende, in relazioni, i rapporti. La critica letteraria offre la possibilità di razionalizzare il nostro pensiero. La poesia lo folgora in esplosioni che richiedono occhi esperti e profondi del lettore. Il romanzo, come il cinema, li espone ai nostri occhi in tutta la complessità di una realtà contraddittoria e sempre emergente.</strong> Mi sembra di vederli vivere, operare, gioire, soffrire, interrogarsi, parlare, tacere, macerarsi&#8230; Il romanzo è una rappresentazione in movimento a tutto tondo, a colori. I protagonisti, Valentino, Luisa, Guido, Andrea, Gabriele, Giulia, sono persone che vivono nelle proprie vicende il travaglio della fine di un’epoca nella ricerca di nuovi orizzonti di umanità, di valori e di senso.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scrittori che hanno segnato la mia vita sono i grandi romanzieri classici: russi, francesi, tedeschi, inglesi, americani, sudamericani, giapponesi, la grande scuola manzoniana e verghiana, come pure i nostri neorealisti e l’Umberto Eco del <em>Nome della rosa</em>… Ricordo soltanto che durante gli anni della scuola media ho divorato tutta la biblioteca del collegio in cui studiavo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Estrapolo una frase. “Ogni tanto nella nostra vita occorre ‘fare deserto’, chiuderci in noi stessi e lasciare che le sensazioni interne vengano alla luce senza opporre resistenza”. Oggi non c’è deserto, c’è solo palco, palcoscenico. Qual è l’importanza del deserto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi c’è solo palcoscenico: tutti ambiscono al quarto d’ora di pubblicità, tutti aspirano a una vita di successo all’interno di una visibilità continua. Non si ammettono le sconfitte, le debolezze. Nei film, nei romanzi sembra prevalere soltanto la figura del vincente. “Uno su mille ce la fa” cantava Gianni Morandi. Ma gli altri novecentonovantanove che fanno? Sono degli esclusi, dei derelitti, degli sfiduciati e diciamo il 999 su 1000 e cioè praticamente tutti. <strong>Oggi, si ripete nel gergo calcistico, per trionfare, bisogna essere “cattivi”, farsi largo a gomitate. Nella vita, quindi, ci vuole una dose di malizia che aizza gli uni contro gli altri, come avviene nel settore economico, nello spettacolo, nella carriera ecc. Non si capisce che esistono altri modi per realizzare se stessi e le proprie doti: l’attenzione al prossimo, la riservatezza, l’amore, la bontà, l’affetto, la comprensione… </strong>Ecco perché, seguendo Agostino, ogni tanto è necessario uscire dal frastuono massmediatico e rifugiarsi in se stessi (“Redi in te ipsum. In interiore homine habitat veritas”). I nostri classici, greci e latini, una volta erano maestri di umanità, ora in senso contrario lo sono i vincenti. <strong>Il “deserto” prevede il recupero dei valori prettamente umani: il corretto rapporto con noi stessi, con il mondo, con gli altri, con i propri obiettivi, con il senso della vita,</strong> perché il problema attuale per la maggior parte di noi non è il cibo, ma l’apparenza, il consumismo, la solitudine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65920 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/fucina-poesia-207x300.jpg" alt="" width="143" height="207" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/fucina-poesia-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/fucina-poesia.jpg 500w" sizes="(max-width: 143px) 100vw, 143px" />Il romanzo mette il dito nella distruzione di tutti i valori che hanno costruito le fondamenta della civiltà europea. Cito ancora un passo. “La famiglia da comunità educativa è diventata comunità affettiva e i genitori riversano su di loro speranze e frustrazioni. Non è giusto che i veri educatori siano i nonni”. Che fine ha fatto la famiglia, cosa è diventata? E cos’è l’amore?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non è una novità che la famiglia sia in crisi, come pure l’educazione. Il mutamento del modello familiare ha influito sul rapporto con i figli. Tale situazione non comporta affatto una valutazione negativa e un rimpianto del passato. Il mutamento epocale è una realtà con la quale occorre rapportarsi. Il problema educativo odierno non va affrontato singolarmente, ma, nell’età della comunicazione informatica e massmediatica, coinvolge l’intero sistema sociale. <strong>La crisi della famiglia si basa sulla crisi di identità del singolo genitore che con difficoltà avverte la responsabilità educativa, distratto da mille altre preoccupazioni e occupazioni, come il lavoro, il divertimento e l’evasione. “Che fine ha fatto la famiglia?” Questa domanda rimanda a un’altra domanda: quale tipo di famiglia? Le parole stesse non veicolano più un senso comune.</strong> E poi, come possiamo pensare che i nostri ragazzi costruiscano una personalità salda, se accanto a genitori in difficoltà si pone la possibilità d’accesso a un sistema di comunicazione, il cui fine fondamentale è il risultato economico e non il valore della persona? E l’amore? Anche in questo caso: quale tipo di amore nella società “liquida”? Con ciò non si nega affatto la speranza: ai giovani viene delegato il compito di prospettare un nuovo tipo di identità dell’adulto, come in fin dei conti tentano Gabriele e Andrea.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parlo della tua esperienza da editore, eccitante, credo, ma difficilissima. Cosa è diventata la cultura, il senso della cultura, la poesia in questo ultimo ventennio? Ti faccio un esempio. Alcuni autori della cosiddetta ‘generazione decisiva’ (Temporelli, Ielmini, Ponso, Turina) decidono, consapevolmente, di ‘farsi fuori’ dai giochi letterari che contano, altri giocano la propria estetica con gesto feroce (così era in “Atelier”, ad esempio), non certo istituzionale. Insomma, si percepisce, da anni, che un’era è finita&#8230; però&#8230; il teatrino continua. Commenti.  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ai due significati tradizionali di “cultura”, uno elitario di patrimonio artistico e letterario acquisito tramite lo studio e un secondo come complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di un popolo o di un gruppo etnico, si è aggiunto un terzo come “promozione dei beni di consumo”:<strong> la cultura è diventata veicolo di <em>business</em> e assoggettata, come quasi tutte le manifestazioni umane, al mercato. </strong>All’esame della situazione attuale della poesia abbiamo dedicato due convegni nazionali (Firenze 6 febbraio 2017 e Milano 12 aprile 2018), i cui atti sono stati pubblicati nel testo <em>La fucina della poesia</em> (2018). <strong>A fronte di circa due e più milioni di scrittori in versi è difficile trovare due decine di migliaia di lettori di pubblicazioni contemporanee. Le grandi case editrici raramente investono in questo settore, i <em>mass media </em>vi dedicano pochissimo spazio. È un avvenimento quando la radio o la televisione presentano un poeta, un vero poeta e non un cantautore. L’università molto raramente ne fa oggetto di studio. </strong>I giovani non conoscono neppure i nomi dei poeti viventi. L’attuale grande produzione è diventata “invisibile”. «Atelier» fin dalla fondazione (1996) ha proposto e propone un altro modello di poesia, fondata sul valore della persona umana come essere individuale e sociale. E proprio questo tipo di poesia, soggetto all’emarginazione, nella società “emporiocentrica” costituisce una vera e propria forma di “resistenza” all’effetto di commercializzazione che ha invaso altre forme d’arte, come la pittura, la scultura, la narrativa, la musica, e si pone come valore morale accanto alle virtù civiche e culturali, alla fiducia reciproca, al senso del dovere, che costituiscono il vero collante per quegli elementi che costituiscono la società civile.</p>
<p style="text-align: justify;">Se il “consumatore ideale” o produttore di poesia oggi possiede estrema libertà di scrittura e si adatta a schemi sentimentali, avanguardisti, espressionisti, sperimentali e se possiede estrema libertà di pubblicazione e di promozione (pubblicazioni in proprio, pubblicazioni senza selezione, <em>reading</em>, presentazioni, blog, giornali <em>online</em>, siti personali ecc.), <strong>la rivista «Atelier» propone una poesia in cui è presente il segno dell’intero essere umano, del suo trovarsi nel presente, del suo essere storia, individuo, cultura e civiltà</strong>, della sua attitudine a progettare il futuro e soprattutto della sua necessità di interrogarsi sui quesiti esistenziali, della relazione con se stesso, con gli altri e con il mondo. Come si è rapportata e si rapporta la generazione “decisiva” all’interno di questa prospettiva? In effetti, il gruppo che durante il primo decennio del secolo ha operato in redazione si è sciolto, ma questo non significa che non sia più operante. I germi seminati durante quel periodo vivono e vegetano nei loro lavori. È venuto meno lo spirito “militante” e rinnovatore che lo aveva animato in quel periodo non solo con la condivisione di prospettive estetiche e poetiche, ma soprattutto con i vincoli di amicizia e di collaborazione, come testimoniano gli incontri di redazione, i convegni, gli incontri personali. I frutti sono però visibili: in seguito alle dimissioni di Marco Merlin, un altro gruppo redazionale ne ha accolto l’eredità all’inizio del 2015 e continua in modo entusiastico quel lavoro, anzi sta ampliando gli orizzonti poetici e culturali coinvolgendo <em>online</em> altri settori geografici mediante la rivista <em>Atelier International</em> (atelierpoesia.it), redatta quasi tutta in inglese e diretta da Francesca Benocci. Il sogno di una poesia “a misura d’uomo” sta invadendo l’intero pianeta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-cultura-e-assoggettata-al-mercato-ma-io-sogno-una-poesia-a-misura-duomo-dialogo-con-giuliano-ladolfi/">“La cultura è assoggettata al mercato, ma io sogno una poesia a misura d’uomo”: dialogo con Giuliano Ladolfi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Tranquilli: state male. E starete sempre peggio”. È ora di fare i conti con &#8220;Teoria della classe disagiata&#8221;, il libro di R. A. Ventura che descrive il fallimento di una generazione troppo ricca per rinunciare alle proprie ambizioni, ma troppo povera per realizzarle</title>
		<link>https://www.pangea.news/tranquilli-state-male-e-starete-sempre-peggio-e-ora-di-fare-i-conti-con-teoria-della-classe-disagiata-il-libro-di-r-a-ventura-che-descrive-il-fallimento-di-una-generazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Feb 2019 08:04:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di Raffaele Alberto Ventura ci basti sapere che vive a Parigi dove si occupa di marketing per un importante editore europeo e che nel suo libro, apparso prima sul web, poi pubblicato dalla Minimum Fax nel 2017, punta lo sguardo su una categoria che non è solita riscuotere molta attenzione, fatta eccezione per frasi di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tranquilli-state-male-e-starete-sempre-peggio-e-ora-di-fare-i-conti-con-teoria-della-classe-disagiata-il-libro-di-r-a-ventura-che-descrive-il-fallimento-di-una-generazione/">“Tranquilli: state male. E starete sempre peggio”. È ora di fare i conti con &#8220;Teoria della classe disagiata&#8221;, il libro di R. A. Ventura che descrive il fallimento di una generazione troppo ricca per rinunciare alle proprie ambizioni, ma troppo povera per realizzarle</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Di Raffaele Alberto Ventura ci basti sapere che vive a Parigi dove si occupa di marketing per un importante editore europeo</strong> e che nel suo libro, apparso prima sul web, poi pubblicato dalla Minimum Fax nel 2017, punta lo sguardo su una categoria che non è solita riscuotere molta attenzione, fatta eccezione per frasi di circostanza da salotto televisivo: quella dei giovani. È facile capire perché ha riscosso un discreto e meritato successo presso questa categoria. Infatti, <strong>la classe disagiata di cui il testo parla </strong><strong>è formata dai disoccupati che aspettano si liberi un posto nel settore per il quale si sono formati, dagli occupati insoddisfatti della loro posizione che giurano ogni giorno che il loro impiego sarà temporaneo e, infine, dagli studenti che attendono di realizzare il futuro che credono di meritare.</strong> Il disagio di queste persone si nutre del desiderio di un’esistenza che non possono permettersi e che non potranno mai avere.</p>
<p style="text-align: justify;">Se un tempo la piramide dei bisogni di Maslow indicava come fondamentali i bisogni primari, ora, i beni posizionali, quelli che chiamiamo <em>status symbol</em>, che servono a mostrare l’appartenenza a una determinata classe, sono diventati infinitamente più preziosi. Tra questi ultimi possiamo annoverare l’orpello della cultura, la quale viene troppo spesso sbandierata e brandita come un’arma per tenere a distanza le <em>orde di barbari</em>. Tuttavia, <strong>il mito che sia la cultura il discrimine tra una élite preparata a gestire il potere e una che invece non lo è va progressivamente in frantumi davanti ai nostri occhi e la formazione erogata dalle università non è oggi garanzia di alcun riscatto sociale né di alcuna <em>autorealizzazione</em>.</strong> La mobilità sociale infatti è ai minimi storici e questo significa che i poveri plausibilmente rimarranno poveri, i ricchi lo diventeranno sempre di più e i figli della classe media non potranno fare altro che continuare a provare a salire la scala sociale senza ottenere i risultati tanto agognati. Tutto ciò non può che provocare il risentimento di tutti quanti, specie dei nostri giovani, iperformati e disoccupati. <strong><em>Teoria della classe disagiata</em></strong><strong> non si esaurisce solamente in un’analisi spietata e attuale della società. La riflessione che porta avanti, al contrario degli inutili testi di certi intellettuali nostrani, può servire a orientarsi nel presente</strong>, a prenderne coscienza e avere così una possibilità di scegliere meglio per il futuro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65819 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/foto-1-22-210x300.jpg" alt="" width="162" height="231" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/foto-1-22-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/foto-1-22.jpg 709w" sizes="(max-width: 162px) 100vw, 162px" />Da Eschaton (nota pagina facebook) al mondo editoriale francese, raccontaci se vuoi qualcosa della tua carriera, soprattutto di queste due tappe.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io ho avuto questa sfortuna, una decina di anni fa, che poi è stata anche la mia fortuna se vogliamo: ovvero di <strong>partire per Parigi e trovare quasi subito lavoro in una grande casa editrice. Dove però invece di occuparmi di libri, perché arrivavo un po’ dal nulla, mi occupo di fare studi di mercato e pubblicità.</strong> E quindi ho passato quasi un decennio a oscillare tra la voglia di andarmene, possibilmente per dedicarmi alla ricerca universitaria, e la consapevolezza che non avevo nessun piano B. L’unica cosa che mi rimaneva era portare avanti una specie di carriera parallela, scrivendo un sacco in rete, sul mio blog. Dopo circa un decennio, e diverse centinaia di pagine scritte letteralmente gratis, lo dico per scoraggiare i lettori ovviamente, ho iniziato a scrivere su qualche rivista online. Poi si sono avvicinati poco a poco gli editori, e devo a Christian Raimo di avermi portato a pubblicare il mio primo libro per Minimum Fax.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel tuo libro, lo strumento utilizzato per analizzare la realtà è la letteratura. Sia per quanto riguarda l’aspetto economico, come nel caso del complesso di Edipo dell’economia, sia per quanto riguarda quello sociologico, come nel caso dell’esempio di Auguste Langlois che viene raccattato per strada e portato al bordello dal duca con lo scopo di farlo abituare a piaceri che non potrà mai permettersi. Così una volta privato di questi piaceri, avrebbe fatto di tutto per tornare a goderne. Così sarebbero anche i giovani della classe disagiata. Mi spiegheresti questo utilizzo della letteratura, soprattutto come sia possibile passare dalla letteratura ad aspetti così pratici del reale per analizzarli?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando leggo un libro o guardo un film, lo confesso, il principale piacere che provo consiste nel dargli un senso, “capirlo”. Suppongo che sia una cosa piuttosto perversa, ma lo faccio sistematicamente ed è anche un buon modo per memorizzare le cose, perché di fatto sono sempre concentratissimo e non mollo l’osso finché non sono riuscito a “processare” l’opera. Un’altra cosa piuttosto perversa è che ho questa paura di dimenticarmi le cose che leggo e che vedo, mi rattrista davvero l’idea di passare due ore della mia vita per qualcosa che finirò per rimuovere totalmente dalla memoria, lo sento come se perdessi un pezzo di me: per cui, <strong>appena posso, cerco di mettere per iscritto quello che ho tratto da ogni opera, in forma di appunto su blog perché m’impone una forma, o addirittura di articolo se quell’esperienza risuona con altre esperienze.</strong> Anzi, cerco precisamente di collegare le varie cose, di vedere ogni esperienza di fruizione come un tassello che si inserisce in qualcosa di più grande. Insomma, credo di avere preso certe abitudini, nel corso degli anni, che mi hanno permesso di raccogliere una grande quantità di idee, di materiale, di concetti semilavorati, in qualche modo pre-strutturati, ed è in questo modo che nascono i miei libri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Uomini e topi</em></strong><strong> racconta i girovaghi americani che lavoravano stagionalmente e per farlo si spostavano di fattoria in fattoria per mettere da parte una cifra che gli permettesse di affrancarsi da quella vita e mettersi in proprio, acquistare un pezzo di terra, per loro un pezzo di paradiso. Salvo poi spendere i soldi in alcool e bordelli. Non credi che da sempre, qualunque siano le sue possibilità e il contesto in cui si trova, l’uomo tenterà di avere qualcosa che in realtà non è alla sua portata? Come se fosse necessario illudersi per vivere o porsi l’obiettivo cento metri dopo l’arrivo. Dagli anni della crisi in cui era immerso Steinbeck a oggi non è cambiato poi molto. Dunque, perché <em>Teoria della classe disagiata</em> sarebbe un testo attuale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certo, <em>Teoria</em> muove continuamente tra l’universale e il particolare, tra la consapevolezza di descrivere dinamiche che si trovano nella letteratura di decenni o secoli fa, e il tentativo di descrivere una peculiarità. Inoltre, c’è la volontà di fare i conti con questa universalità, di attirare l’attenzione sulla razionalità di certi comportamenti irrazionali, sull’inevitabilità dello spreco: <strong>insomma non si trattava di produrre una “morale” che invitasse a mettere da parte le aspirazioni, ma di prendere coscienza di questa dinamica e dei suoi rischi.</strong> Soprattutto nel contesto attuale, dove il meccanismo aspirazionale sembra essere concepito come una vera e propria trappola per farci dilapidare tutte le nostre risorse in scelte di vita senza sbocchi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel tuo libro fai un esempio per analizzare il fenomeno che definisci della “sovrapproduzione delle élite”. Racconti che “i teologi troveranno sempre un modo di consumare il grano”, mentre “i contadini molto presto ne avranno abbastanza degli avvocati”. Puoi spiegarci meglio cosa intendi dire? Inoltre, credi che il punto di rottura lo abbiamo già raggiunto o dobbiamo ancora arrivarci?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo aspetto specifico intendo svilupparlo nelle prossime cose che scriverò. <strong>L’idea di fondo è che i rapporti sociali siano fondati sullo scambio ineguale tra beni (a basso valore) e servizi (ad alto valore) che creano delle disparità basate su rapporti di forza, per cui se “in teoria” conviene a tutti posizionarsi là dove c’è maggior valore aggiunto (professioni più gratificanti e pagate meglio) d’altra parte il rischio è che in quei settori si crei un sovraffollamento.</strong> Lo vediamo oggi, ad esempio, per i creativi, per non parlare degli avvocati che sono alla canna del gas. Il punto è che lo scambio ineguale si basa sulle domande reciproche, e che giunge un momento in cui la domanda per creativi e avvocati semplicemente si estingue.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Credi che ci sia una correlazione tra l’aumento esponenziale del “disagio” nella nostra società e il fatto che i figli dei contadini, ormai, abbiano gli stessi sogni dei figli degli avvocati o dei teologi, e viceversa? Successo, fama, denaro sono le parole d’ordine per tutti, trascendono le classi, sempre più diluite.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quelli del Deboscio direbbero che il sogno dei figli di avvocati è essere contadini, anche se forse contadini chic, nelle fattorie bio. Ma il problema è chiaramente che abbiamo a che fare con una competizione “falsata”, perché tutti vogliono la stessa cosa ma sappiamo benissimo che il figlio dell’avvocato ha più risorse economiche da spendere per arrivare a quel risultato. Il problema nasce perché la società, diciamo cinquant’anni fa, non era necessariamente “più giusta” da questo punto di vista, ma l’economia cresceva e quindi i posti disponibili tendevano ad aumentare, a liberare spazio anche per gli ultimi arrivati, o quelli più bravi. <strong>Oggi puoi essere bravissimo e nulla ti garantisce che non finirai comunque a dover emigrare per fare studi di mercato, sigh.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una curiosità: ci parli di un’intera generazione costituita da persone nate e cresciute con la speranza di poter superare la condizione economica dei genitori quando, invece, andranno presto a sbattere il muso contro il muro degli stipendiucci da fame mentre consumano il patrimonio familiare, accumulato nei decenni con meticolosa pazienza dalla generazione precedente. In altre parole, ci parli di un esercito di frustrati, che accresce continuamente le proprie fila. Credi che questo sentimento diventerà pericoloso, o che la classe disagiata sia innocua?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo proprio che ci sia qualcosa di pericoloso in questa dinamica, perché <strong>il malessere di chi cade è sempre più forte e dirompente di quello di chi non si è mai alzato. L’ascesa delle forze populiste, come si dice, mi pare un sintomo di questo risentimento delle borghesie impoverite.</strong> Ovviamente nessuno può andare da loro e dire: è vero, state male, starete sempre peggio, non avrete mai quello che vorreste avere, d’altronde il vostro benessere lo avete costruito sulla violenza, lo sfruttamento, l’imperialismo. Si farebbe lapidare. Per fortuna non l’ho detto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci è arrivata la notizia della campagna crowdfunding per portare <em>Teoria della classe disagiata</em> a teatro. Puoi darci qualche anticipazione? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi ha contattato una compagnia teatrale per trasformare il saggio in uno spettacolo, che è già una sfida incredibilmente complessa e suggestiva. Ma loro sono bravissimi, ho già visto alcuni pezzi e letto una sceneggiatura, mi pare che il risultato sia all’altezza della sfida e sono curioso di vedere lo spettacolo in scena. <strong>Per ora le prime date certe sono a Pesaro, Macerata e in Puglia. Ma si spera che ne troveranno altre.</strong> Chi volesse partecipare al finanziamento e ottenere in cambio un biglietto, un testo inedito o altre reward <a href="https://www.produzionidalbasso.com/project/teoria-della-classe-disagiata-lo-spettacolo/" target="_blank" rel="noopener">può andare qui.</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Paglialunga e Guido M. Dell’Omo</em></strong></p>
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		<title>Cosa ci fa un poeta morto nel cuore del Consiglio comunale? Da vivo il poeta è un folle e un dinosauro, quando è defunto diventa una cartolina turistica. Pensieri cinici</title>
		<link>https://www.pangea.news/cosa-ci-fa-un-poeta-morto-nel-cuore-del-consiglio-comunale-da-vivo-il-poeta-e-un-folle-e-un-dinosauro-quando-e-defunto-diventa-una-cartolina-turistica-pensieri-cinici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Feb 2019 08:12:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il poeta è nella bara, in mezzo alla sala del Consiglio comunale. La morte rende il poeta più piccolo, più bello: il viso ha un chiarore fermo. Intorno alla bara, a far figura, i funzionari pubblici, i governanti. Sembra quasi che il poeta sia morto per il bene dello Stato, che lo Stato abbia ucciso [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cosa-ci-fa-un-poeta-morto-nel-cuore-del-consiglio-comunale-da-vivo-il-poeta-e-un-folle-e-un-dinosauro-quando-e-defunto-diventa-una-cartolina-turistica-pensieri-cinici/">Cosa ci fa un poeta morto nel cuore del Consiglio comunale? Da vivo il poeta è un folle e un dinosauro, quando è defunto diventa una cartolina turistica. Pensieri cinici</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il poeta è nella bara, in mezzo alla sala del Consiglio comunale. La morte rende il poeta più piccolo, più bello:</strong> il viso ha un chiarore fermo. Intorno alla bara, a far figura, i funzionari pubblici, i governanti. Sembra quasi che il poeta sia morto per il bene dello Stato, che lo Stato abbia ucciso il poeta.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sabato scorso il sole ha incenerito l’inverno, si è messo a ardere sui tetti, ha setacciato il cielo da ogni corruzione. Da mesi non si vedeva un cielo così puro – così crudelmente puro.</strong> Il sole sembrava un giaguaro, acquattato – paziente e pericoloso. Ho chiamato i figli, li ho pretesi. Oggi si va a onorare un poeta. Quando muore un poeta, bisogna fermarsi, non c’è altro compito più urgente che rendergli l’ultimo omaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho spiegato sommariamente, in macchina, ai figli, chi era Gianni Fucci. Se della morte di Tonino Guerra hanno parlato tutti i giornali che contano, di Gianni Fucci si è sussurrato, qua e là,</strong> una nota Ansa, l’attenzione dei quotidiani del luogo, qualche bramito. La morte di Tonino Guerra fu un evento nazionale, quella di Gianni Fucci è stato un fatto locale. Eppure, anche se Tonino Guerra è stato un capace sceneggiatore per il cinema – ha lavorato con Fellini, Antonioni, Rosi, Tarkovskij, tra i tanti – Gianni Fucci si è limitato a essere poeta, un poeta più grande dell’amico. Essere <em>soltanto</em> poeta per il mondo è imperdonabile.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ho conosciuto Gianni Fucci quando è morto Tonino Guerra. Quel giorno, era il 21 marzo di sette anni fa, si è fatta notte al giornale. Io ero incaricato di curare lo ‘speciale’ su Tonino Guerra. Mi dissero di telefonare a Gianni Fucci, grande amico di Guerra, il superstite del ‘Circolo del Giudizio’. Lo chiamai. Mi disse di essere stato al capezzale dell’amico fino all’ultimo. <strong>Gli chiesi quali fossero le ultime parole di Guerra, quelle che testimoniano una vita. Mi disse, più o meno, che Guerra, contorto dall’amarezza – non era un uomo semplice, Tonino – gli aveva detto che ‘il mondo è cattivo e l’uomo è malvagio’.</strong> Mi sembrò – giornalisticamente, cinicamente – meraviglioso. Il poeta passato alla storia pop per la pubblicità in cui dice “…l’ottimismo è il profumo della vita!”, che denuncia il male di vivere, la paura di morire, la cattiveria del mondo. Feci un titolo. Non me la perdonarono. In realtà, quello sketch non parla tanto di Tonino Guerra – un uomo ruvido, le poche volte che l’ho visto – ma di Gianni Fucci, un poeta concentrato sul nulla, teso al timore che i ricordi scolorino nel niente, che la Storia è una malia, la vita un rebus insensato, l’uomo un arrabbiato, illividito niente. Con la poesia, sfregava bagliori, istantanei, nel vuoto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi sembrava quasi di cristallo, il corpo di Gianni Fucci. Intorno, s’intuivano i vampiri.</strong> Solo i poeti, forse, che vivono tra gli estinti, possono salutare un poeta.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>Che cos’è il corpo morto di un poeta?</strong> Placca di carne inutile – ornamento – cartolina turistica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il poeta morto nel cuore del Comune, nel luogo più importante del governo civico. Che simbolo prepotente! Il primo pensiero che mi attraversa, vinto dall’emozione, è di bene. <strong>Il Sindaco di un paese che offre la massima onorificenza a un poeta: sembra di essere nel migliore dei mondi possibili. Un poeta trattato alla stregua di un eroe. Un poeta in grado di identificare l’identità specifica di un luogo.</strong> Che magia. In effetti, penso, trascinato dal sentimento, Santarcangelo è un paese magico, sembra snodarsi con lo stesso ritmo di una poesia, sembra essere evocato da un sonetto, nato da un crocicchio di verbi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eppure. Il poeta da vivo non conta nulla – salvo fargli la festa perché è vecchio, perché è un sopravvissuto, perché è un dinosauro, residuo di un tempo defunto.</strong> Il poeta, da vivo, non ha alcun ruolo realmente politico; ha un valore esornativo, decorativo: è una icona turistica – vedi Gianni Fucci e pensi: ti ricordi Tonino Guerra, ti ricordi il Baldini e il Pedretti e come si mangia bene a Santarcangelo?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da morto, invece, il poeta è utile perché la politica, con la poesia – purché sia morta – si purifica.</strong> Chi può evitare l’applauso davanti a un Sindaco che sparge parole d’incenso sul corpo del poeta morto? Il poeta è posto sull’altare, nel luogo nevralgico del Comune, mentre politici e cittadini ne fanno pasto – è come un’ostia, è in ostaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché non diamo a un poeta, vivo, la guida di una città, le chiavi dello Stato, la poltrona di una tivù pubblica? </strong>Perché pensiamo al poeta, lavandocene le mani, come alla creatura che non abbiamo avuto il coraggio di essere, l’anima buona, il pio cretino, il disadatto?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che buffo, che paradosso: al poeta vengono offerti gli onori pubblici. Come se dovessimo adornare il poeta, disinnescandolo, di una forma morale e mortale, lui che per natura è amorale – altrimenti non avrebbe nulla da scrivere – e immortale.</strong> C’è qualcosa di serpentino nell’orazione pubblica sul volto del poeta defunto: qualcosa che è un po’ un risarcimento postumo un po’ una vendetta.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Così, mentre tutti si bevevano le parole dei politici e si beavano di essere stati amici di un poeta – <strong>un poeta, per altro, troppo devoto alla poesia, in vita, per occuparsi della propria fama poetica, pubblicato in piccole, rare, bellissime edizioni – io mi sono messo a leggere le poesie di Fucci, in silenzio, come una preghiera o un esorcismo. </strong>Il poeta in lingua romagnola era ossessionato dal <em>gnént</em>, dal nulla che tutto sfibra. In una poesia in italiano, però, Fucci parla del poeta.</p>
<p>Esploratore o avventuriero<br />
del linguaggio e anche ladro,<br />
il tuo compito<br />
come segno distintivo<br />
sarà quello di carpire<br />
nel labirinto, le parole<br />
piegandole con dolce violenza<br />
al tuo volere<br />
con umiltà orgogliosa<br />
rapinandole<br />
del senso misterioso della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Fucci non è un grande poeta in italiano, giganteggia nel romagnolo, dove è re, però qui dice, in modo semplice, frugale, chi è il poeta. Ne dice l’avventatezza e la violenza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggendo quella poesia, ecco, pensavo: cosa ci fa un poeta nel cuore del potere civile? Il poeta, come il profeta, abita i deserti, accerchia la città con i versi, non canta nelle aule civiche – è la voce fuori dal coro e dal consiglio, non è il lacchè, il consigliere, il cortigiano.</strong> Il poeta sta meglio tra i gatti e gli uccelli, in un cortile, all’aperto, all’ombra di una piazza, non nel luogo della legge – perché per il poeta la legge è la leggerezza e il nulla. Così mi immagino Gianni Fucci, mai così bello, con quel corpo intriso nel quarzo, che si alza dalla bara, ammira gli astanti, e con il suo modo educato ma fermo fa tiè a tutti quanti – e si dilegua. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cosa-ci-fa-un-poeta-morto-nel-cuore-del-consiglio-comunale-da-vivo-il-poeta-e-un-folle-e-un-dinosauro-quando-e-defunto-diventa-una-cartolina-turistica-pensieri-cinici/">Cosa ci fa un poeta morto nel cuore del Consiglio comunale? Da vivo il poeta è un folle e un dinosauro, quando è defunto diventa una cartolina turistica. Pensieri cinici</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Antonin-Artaud-nel-Napoleon-1927-di-Abel-Gance-1024x706.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
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		<title>Elogio spudorato di Massimo Giletti, il giornalista (invidiato dai giornalisti) che passa, con agio funambolico, da Celentano al caso di cosa nostra</title>
		<link>https://www.pangea.news/elogio-spudorato-di-massimo-giletti-il-giornalista-invidiato-dai-giornalisti-che-passa-con-agio-funambolico-da-celentano-al-caso-di-cosa-nostra/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 18 Jan 2019 08:06:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Non è l’arena” su La7 mi fa guardare con una certa continuità Massimo Giletti. Prima non mi era mai capitato, nonostante sia un giornalista televisivo molto famoso e con conduzioni fin dagli Anni Novanta. Il codice deontologico dell’Ordine vieta ai giornalisti di fare pubblicità. La motivazione? Per non venire meno ai requisiti di neutralità della [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/elogio-spudorato-di-massimo-giletti-il-giornalista-invidiato-dai-giornalisti-che-passa-con-agio-funambolico-da-celentano-al-caso-di-cosa-nostra/">Elogio spudorato di Massimo Giletti, il giornalista (invidiato dai giornalisti) che passa, con agio funambolico, da Celentano al caso di cosa nostra</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“Non è l’arena” su La7 mi fa guardare con una certa continuità Massimo Giletti.</strong> Prima non mi era mai capitato, nonostante sia un giornalista televisivo molto famoso e con conduzioni fin dagli Anni Novanta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il codice deontologico dell’Ordine vieta ai giornalisti di fare pubblicità. La motivazione? Per non venire meno ai requisiti di neutralità della professione. <strong>Nei confronti di Giletti ha avviato diversi procedimenti disciplinari per commistione tra attività giornalistica e pubblicità. E lui, nel 2008, per tagliare la testa al toro, si è dimesso dall’Ordine. Anche in questo caso trovo l’Ordine dei giornalisti inutile e ipocrita</strong> perché la deontologia la valutano i lettori/spettatori e non “colleghi” che non hanno mai scritto un articolo come si deve in vita loro; e perché più un giornalista è ricco – anche grazie al ruolo di testimonial aziendale – e più è probabile che sia libero e indipendente di scrivere-dire quello che reputa veritiero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sta di fatto che la sera della Befana sono lì a guardare “Non è l’arena”, dove prima si festeggia l’81esimo compleanno di Celentano</strong>, poi l’estro di Fiorello e, nel intermezzo, assistiamo a un momento di assoluta emozione collettiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giletti davanti alle telecamere si trova piuttosto a suo agio, tant’è che canta – bene ma non benissimo – un paio di canzoni di Celentano, in un duetto con il sorprendente Claudio Santamaria</strong> – sì, l&#8217;attore, bravo anche con la voce e la chitarra. Poi arriva l’intermezzo per informare il pubblico sulle novità del caso di cronaca che la redazione giornalistica sta portando avanti da tempo sulle tre sorelle Napoli, imprenditrici agricole vittime da anni di intimidazioni mafiose a Mezzojuso, nel palermitano, senza protezioni dallo Stato e senza la solidarietà degli altri concittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">La novità è che a Salvatore Battaglia, l’unico in paese a difendere le tre sorelle, degli ignoti hanno bruciato la macchina. Il resto, oltre a una vicenda simile a molte altre che le pagine di cronaca, letteratura, cinema e musica hanno raccontato con dovizia di particolari, fa già parte della storia della tv italiana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giletti in un istante passa dai sorrisi e dal karaoke a primi piani di rara intensità, infervorandosi, difendendo le sorelle minacciate e il suo lavoro giornalistico</strong>, attaccando questo e quello, elogiando il coraggio civico di Salvatore – eroe borghese di una Italia che ha un disperato bisogno di una nuova generazione di cittadini gramscianamente non indifferenti – con una navigata capacità di gestire il ritmo della trasmissione e il pathos narrativo, tanto che il pubblico parte con una spontanea standing ovation, fino al colpo di scena.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il diabolico Giletti – diabolico per la funambolica bravura – fa alzare in piedi Salvatore e lo invita ad avvicinarsi e poi gli consegna le chiavi di un’auto nuova, regalata dal programma, abbracciandolo e piangendo.</strong> Adesso si commuovono tutti, compreso il sottoscritto sul divano. E anche se per tutto il tempo della trasmissione hai un po’ la sensazione che Giletti sia sempre un filo eccessivo, ma soltanto un filo, sopra le righe quanto basta e che alla fine non guasta e anzi, con tutto quel pathos e coinvolgimento personale e fervore che dal singolo diventa collettivo… ti fa sperare in una Italia migliore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Michele Mengoli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.mengoli.it/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>www.mengoli.it</em></strong></a></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>“Io mangio e me ne frego, della dieta come delle femministe”: Maria Grazia Loddo, prorompente modella curvy, dialoga con Matteo Fais</title>
		<link>https://www.pangea.news/io-mangio-e-me-ne-frego-della-dieta-come-delle-femministe-maria-grazia-loddo-prorompente-modella-curvy-dialoga-con-matteo-fais/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jan 2019 07:50:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Se mio nonno avesse saputo di tutta questa gente disposta a pagare qualcuno per perdere peso, avrebbe riso fino a slogarsi la mascella”, così mi disse un saggio – non proprio vecchio, ma certamente pungente. Era un uomo sui cinquanta, di stazza decisamente robusta, occhio vivo e fiero, produttore di salumi, privo di qualsivoglia titolo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/io-mangio-e-me-ne-frego-della-dieta-come-delle-femministe-maria-grazia-loddo-prorompente-modella-curvy-dialoga-con-matteo-fais/">“Io mangio e me ne frego, della dieta come delle femministe”: Maria Grazia Loddo, prorompente modella curvy, dialoga con Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“Se mio nonno avesse saputo di tutta questa gente disposta a pagare qualcuno per perdere peso, avrebbe riso fino a slogarsi la mascella”</strong>, così mi disse un saggio – non proprio vecchio, ma certamente pungente. Era un uomo sui cinquanta, di stazza decisamente robusta, occhio vivo e fiero, produttore di salumi, privo di qualsivoglia titolo accademico. Non potei fare a meno di assentire alle sue parole, mentre sghignazzavo.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche<strong> le donne, ai bei tempi in cui “si stava meglio, quando si stava peggio”, non aspiravano certo ad avere la vita stretta e il seno a coppa di champagne</strong>. Mia nonna mi diceva che la sorella, prima di uscire di casa, veniva sistematicamente “imbottita” dalla madre con vari strati di asciugamani. Il motivo?<strong> Nessuno voleva sposare una femmina priva di culo, fianchi e tette</strong>. <strong>Quelle che non li avevano venivano da famiglie povere, quindi senza dote</strong>, dove non si mangiava altro che minestrone. In quegli anni, che alcuni, non si capisce perché, definiscono “bui”, <strong>l’abbondanza era ben vista</strong>: piatti pieni – chi poteva –, botti piene, donne in carne.</p>
<p style="text-align: justify;">A un certo punto, forse per via di questi dannati stilisti dal dubbio gusto e lo scarso interesse per le donne, ci siamo rincoglioniti. <strong>Abbiamo cominciato a preferire porzioni da campo di concentramento e femmine </strong>così<strong> leggere </strong>da aver paura di poterle spezzare in un eccesso di passione.</p>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna, da un po’ di tempo a questa parte, i maschi stanno rinvenendo dal torpore mediatico.<strong> È pertanto tornato in auge</strong> – una specie di moda parallela a quella ufficiale – <strong>un modello di femmina prosperosa</strong>, di sostanza, straripante, capace di regalare gioie ignote ai maniaci dei cibi light. La chiamano <strong><em>curvy</em></strong>, seguendo questo nuovo costume che porta ad anglicizzare ogni cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, questa volta, da <em>Pangea</em> ci siamo spostati in Sardegna, <strong>nel cuore della Barbagia più rigida e pietrosa, a Nuoro, lì dove si annida la femmina ancestrale, la grande madre mediterranea</strong>. La nostra intervistata si chiama <strong>Maria Grazia Loddo</strong>, modella che ama i motori e non lesina nel mostrare la “carrozzeria” – mi si perdoni l’umorismo da officina meccanica. La ragazza è frizzante e autentica, si sa difendere da sola e certo non la manda a dire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64933 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/dentro2-300x300.jpg" alt="Loddo" width="300" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/dentro2-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/dentro2-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/dentro2-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/dentro2-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/dentro2.jpg 950w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Nella tua città, come vedono il lavoro che fai?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Potrai immaginare! <strong>Qui a Nuoro, con trentacinque mila anime, nel cuore della Barbagia, già se esci scollata ti guardano tutti male. Figurati io che faccio nudo erotico! </strong>È stato detto e ridetto di tutto sul mio conto, da dieci anni a questa parte. I miei genitori se ne fregano. Io, per quel che mi riguarda, ho sempre fatto come mi pare – ogni volta nel rispetto, però come mi pare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché spogliarsi per un pubblico, invece che farlo semplicemente per il proprio partner? Tu perché lo fai, per moda, per i soldi, per esibizionismo, insicurezza, vanità, perché non hai pudori? Non so, diccelo tu.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Premetto che chi fa la modella spesso fa anche nudo. Non si è mai vista una che svolga questa professione unicamente vestita. Fa quindi parte del lavoro, direi. Poi, naturalmente, ci sono quelle adatte e altre che proprio non sono tagliate, ma lì sta al fotografo saper scegliere. Faccio questo lavoro da tanti anni e, personalmente, vivo tutto ciò con serenità, senza farmi influenzare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché una è adatta al nudo e un’altra no?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È anche questione di come ci si pone davanti all’obiettivo. Generalmente, alcune non rendono perché sono molto magre e quindi spigolose. <strong>Il nudo, di solito, lo fanno quelle con le curve. Le migliori erano le modelle degli anni ’90, come Cindy Crawford. C’è un abisso rispetto alle super magre odierne.</strong> Loro erano le migliori, con le loro forme sinuose. C’è poi da dire che il nudo non è sinonimo di pornografia, malgrado la curiosità che ancora desta tra il pubblico. Almeno così noto, in principio, tra le persone quando apprendono del mio lavoro. Restano incuriosite principalmente da quello. Il nudo, comunque, è un percorso che tu affronti per scelta, magari cominciando vestita, durante uno shooting – però sempre con eleganza, quella non deve mai mancare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa c’è di bello in te?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non lo so! Penso che ognuno trovi in me qualcosa di diverso. Dovresti chiederlo ai miei follower. Io sono oramai abituata a vedermi da quarantun anni allo specchio <em>(ride)</em>. Ogni tanto, comunque, me lo chiedo anche io <em>(ride)</em>. Chi mi dice che ho un viso particolare, lo sguardo mediterraneo e che non me la tiro, quindi le mie espressioni risultano molto più naturali di quelle di molte altre. <strong>Quando ho iniziato ero una ragazzina magrissima, sicuramente con un viso particolare. Poi, crescendo, cominci a cambiare, diventi più robusta – tant’è che prima sfilavo e ora non sfilo più. Comunque, si vede che qualcosa di particolare ce l’ho</strong>, se tante volte hanno scelto me per delle copertine, tra milioni di ragazze che fanno il mio stesso lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho letto che hai sofferto di disturbi alimentari in passato e, successivamente, infatti, hai fatto un calendario devolvendo gli incassi alla lotta contro l’anoressia. Perché stavi male?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È una causa per cui mi batto tanto, avendo sofferto di bulimia da ragazza, fino a quindici anni fa. <strong>Ero perennemente alla ricerca della perfezione: non avere cellulite, un vitino da vespa, indossare gli abiti in un certo modo. Poi, ti rendi conto che questo non porta a nulla, se non all’autodistruzione. </strong>Immagina che prendevo diuretici in continuazione – per cui potrai immaginare come fossero ridotti i miei reni. Mangiavo e poi uscivo a camminare subito, perché non tolleravo di assimilare. Alla fine, ho detto basta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo perché ti interessava fare la modella, o semplicemente perché non volevi ingrassare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per entrambi i motivi. Allora non era come adesso: chi era normale non aveva grande spazio. Io avevo vinto un concorso nazionale, ero stata chiamata da un’agenzia di Milano e quindi dovevo mantenere determinati standard. <strong>Però, poi, mi venivano gli attacchi di panico se mi mangiavo una pizza, non riuscivo più a vivere la quotidianità, o un sabato sera con gli amici. Sentivo gli odori e stavo male. Mi condizionava a tal punto che ho deciso di dire basta e così ho iniziato un percorso di psicoterapia.</strong> Finalmente, adesso, non ho più problemi. Casomai, ho il panico se non vado in pizzeria <em>(ridiamo)</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64934 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/copertina-1-300x200.jpg" alt="Loddo" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/copertina-1-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/copertina-1-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/copertina-1-1024x682.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/copertina-1.jpg 1280w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />La tua tag ideale – oggi tutti hanno una tag che li rappresenti – è quella di <em>curvy</em>. Com’è che da un po’ di tempo a questa parte il modello di donna mediterranea, in passato etichettato con la tristissima dicitura di “taglia forte”, ha nuovamente preso il sopravvento? L’uomo si è rotto le palle di sollazzarsi con le immagini di un mucchietto d’ossa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La rovina, in principio, sono stati tanti addetti casting – magari bisessuali – che cercavano la bellezza androgina, molto magra, emaciata. Dopo diverse morti di modelle, si è giunti a una normativa che vieta la taglia 36 in passerella –  ovviamente, sia chiaro, non tutte le magre sono malate. <strong>Successivamente si è raggiunta la consapevolezza che un corpo sano manda un messaggio diverso e attira più di uno magro e con le occhiaie.</strong> Anche gli stilisti si sono adeguati e hanno lanciato linee per curvy, ovvero per la taglia 44 –  dalla 46 in su, meglio saperlo, si è già oversize.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si confondono un po’ i tipi di donna, in effetti, dal mio punto di vista. In particolare sui social, vedo che sono catalogate come curvy anche delle ragazze palesemente obese.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, esattamente, e certo questa confusione non è l’ideale. Da poco mi è capitata una ragazza che mi ha chiesto di farle pubblicità. Ho visto le foto e le ho detto che, sinceramente, una che è alta un metro e settanta e pesa duecento chili, da me non può pretendere di ricevere un aiuto in tal senso. Lei si è arrabbiata. Mi spiace, ma io mi alleno, cammino e non supero i sessantanove chili. Pesare duecento chili a ventiquattro anni non è un messaggio che voglio associare al mio nome. Eppure, la ragazza ha migliaia di seguaci sulla sua pagina. Io continuo a pensare che si debba restare nella decenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Senti, ma non ti dà fastidio il pensiero che gli uomini si trastullino sulle tue immagini?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io penso che si trastullino anche guardando una casalinga. Ognuno si trastulla con quello che ha: on line, dal vivo, con la barista, la cameriera, la fioraia<strong>. La maggior parte di quelli che acquistano le mie foto, a discapito di ciò che si potrebbe pensare, sono allievi dell’Accademia di Belle Arti che usano l’immagine come modello per il loro lavoro e, infatti, puntualmente mi inviano disegni e quadri in cui sono raffigurata.</strong> Oppure, si tratta di agenzie che comprano foto per metterle on line. Poi, chiaramente, in giro c’è un po’ di tutto: collezionisti, feticisti. Ma io non vendo a tutti, ho clienti scelti, alcuni addirittura da dieci anni. Anche perché i miei non sono selfie, ma set fotografici veri e propri, per quanto molti non li possa pubblicare sui social a causa della censura. Si preferiscono le immagini di bambini trucidati a una modella nuda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Convieni anche tu, quindi, sull’assurdità della censura di Facebook?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dovrebbero censurare i commenti della gente sgrammaticata, piuttosto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scusa, ma tutti questi tatuaggi che ti <em>colorano </em>il corpo che ragione hanno? Lo rendono più bello? Senza, non sarebbe altrettanto gradevole?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi è sempre piaciuto tatuarmi e non smetterò fino a novant&#8217;anni, se ci arriverò. Li ho fatti per me, non per gli altri. <strong>Mi piace avere raffigurate sul mio corpo delle esperienze che ho vissuto, ogni prova che ho superato.</strong> Quando mi guardo allo specchio e magari sono un po’ giù, mi conforto pensando alle cose che ho messo dietro le spalle. Divido inoltre la parte destra dalla sinistra. Nella prima ci sono le mie passioni, nella sinistra ciò che ho vissuto, tatuaggi mirati a raccontarmi. Li disegnavo già alle medie, sognando un giorno di potermeli fare. Mia madre si è tatuata, a settant&#8217;anni, usando come riferimento proprio uno di quei disegni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64935 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/Maria-Grazia-Loddo-Foto-Facebook-21-300x223.jpg" alt="Loddo" width="300" height="223" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/Maria-Grazia-Loddo-Foto-Facebook-21-300x223.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/Maria-Grazia-Loddo-Foto-Facebook-21.jpg 702w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Tu sei un’appassionata di motori e hai anche posato in mezzo alle auto, oltre ad aver praticato il rally. Hai sentito che le femministe, di recente, se la sono presa con un cartellone pubblicitario di un noto marchio di olio per motori, in cui il prodotto veniva accostato all’immagine di una modella. Secondo te è lesivo della dignità femminile associare donne e motori?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io sono felicissima di quello che faccio nel mondo delle auto, sono stata navigatrice nei rally, direttrice di scuderia, e ne vado orgogliosa. Non c’è niente di lesivo, anzi. Per quanto riguarda il resto, il femminismo per me non esiste. Adesso ti racconto una cosa. Tre anni fa uscì il mio primo calendario, qualche giorno prima del mio compleanno, il 25 novembre, giornata contro la violenza sulle donne. Il 21 apparve un articolo su <em>La Nuova Sardegna</em>. Ti risparmio i commenti che vennero fatti e che denotavano un livello cerebrale da roditori<strong>. Dopo quattro giorni in cui mi hanno distrutta attraverso i social, sono andati tutti a manifestare contro la violenza sulle donne, con le scarpette rosse. Mi sono incazzata e ho scritto un post da paura. Quindi, per intenderci, non mi può fregare di meno di queste quattro cretine.</strong> Sono le prime che poi ti danno addosso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Avrai certamente sentito parlare del caso Argento-Weinstein. Ti sei fatta un’opinione in merito?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In ogni settore, sta a te scegliere se scendere a compromessi o meno. Io mi sono sempre rifiutata, altrimenti avrei fatto più carriera, arrivando magari in Rai o a Mediaset. È ipocrita svegliarsi dopo anni e lamentarsi. Sono ridicole. Prima ti andava bene e adesso non più. Anche perché è chiaro che molte di queste non sarebbero arrivate dove sono arrivate, se non avessero fatto certe cose.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu ti senti molestata dal desiderio maschile?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">E perché mai? Tutte queste che rompono con la questione del sentirsi oggettificate dai maschi sono le prime che, se il ragazzo le lascia, lo stalkerano all’inverosimile, passano da vittima a carnefice – ne conosco più di una. <strong>Il femminismo per me era quello degli anni ’60-’70, quello odierno è solo bigottismo e ignoranza.</strong> Ho avuto contro tante associazioni di donne, scontrandomi sulla faccenda del corpo femminile inteso come oggetto – ma saranno cazzi miei quel che faccio con il mio corpo? Non me ne frega nulla di queste stronzate! Io tratto tutti alla pari e, se mi fanno girare le palle, li mando a cagare che siano uomini o donne, non mi interessa. Quando vedo queste fighette che, a meno cinque gradi, girano vestite leggere e poi si lamentano, millantando di essere continuamente osservate, mi dico: ma chi ti si fila? Ma chi ti caga? Sono proprio loro quelle che, poi, sono più ossessive con gli uomini.</p>
<p><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/io-mangio-e-me-ne-frego-della-dieta-come-delle-femministe-maria-grazia-loddo-prorompente-modella-curvy-dialoga-con-matteo-fais/">“Io mangio e me ne frego, della dieta come delle femministe”: Maria Grazia Loddo, prorompente modella curvy, dialoga con Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“È inaccettabile che in Italia si possa prendere la maturità senza conoscere Bach, Mozart, Beethoven”: Francesco Consiglio dialoga con Maurizio Baglini, virtuoso del pianoforte e direttore artistico dell’Amiata Piano Festival</title>
		<link>https://www.pangea.news/e-inaccettabile-che-in-italia-si-possa-prendere-la-maturita-senza-conoscere-bach-mozart-beethoven-francesco-consiglio-dialoga-con-maurizio-baglini-virtuoso-del-pianoforte-e-diret/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 27 Nov 2018 08:11:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Richard Wagner diceva che la musica comincia là dove si arresta il potere delle parole. Ne consegue una domanda: per capire l’essenza di quest’arte, è sufficiente tuffarsi nell’oceano di note che riverberano tra le mura delle sale da concerto? O è possibile averne una migliore comprensione ascoltando anche i principi e le opinioni dei suoi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/e-inaccettabile-che-in-italia-si-possa-prendere-la-maturita-senza-conoscere-bach-mozart-beethoven-francesco-consiglio-dialoga-con-maurizio-baglini-virtuoso-del-pianoforte-e-diret/">“È inaccettabile che in Italia si possa prendere la maturità senza conoscere Bach, Mozart, Beethoven”: Francesco Consiglio dialoga con Maurizio Baglini, virtuoso del pianoforte e direttore artistico dell’Amiata Piano Festival</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Richard Wagner diceva che la musica comincia là dove si arresta il potere delle parole. Ne consegue una domanda: per capire l’essenza di quest’arte, è sufficiente tuffarsi nell’oceano di note che riverberano tra le mura delle sale da concerto? O è possibile averne una migliore comprensione ascoltando anche i principi e le opinioni dei suoi protagonisti? Esposto il dubbio, lascio a voi le conclusioni. Prima che vi inoltriate nella lettura, mi preme però precisare che questa intervista non è un lavoro accademico, ma un dialogo piuttosto sbilanciato e diseguale quale può intrecciarsi tra un semplice appassionato e un professionista. <strong>Il mio interlocutore, invero assai paziente, è Maurizio Baglini, solista in sedi prestigiose e in numerosi festival internazionali</strong> tra cui l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, il Teatro alla Scala di Milano, il Teatro San Carlo di Napoli la salle Gaveau di Parigi, il Kennedy Center di Washington, lo Yokohama Piano Festival, l&#8217;Australian Chamber Music Festival. <strong>È inoltre fondatore e direttore artistico dell’<a href="http://www.amiatapianofestival.com/2018/" target="_blank" rel="noopener">Amiata Piano Festival</a></strong>, che in uno scenario paesaggistico di grande bellezza ospita solisti, ensemble e orchestre, con un programma che spazia dalla cameristica alla sinfonica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando una musica viene definita ‘commerciale’, questa parola assume una connotazione negativa e serve a designare un prodotto di consumo rivolto a un pubblico che ascolta con superficialità e partecipazione esclusivamente emotiva. Così accade che un artista apprezzato da un ristretto circolo di intenditori venga ripudiato dai suoi primi ammiratori nel momento in cui ottiene un più largo successo. Questo ragionamento porta gli appassionati di musica colta a ritenersi parte di un’élite unita da valori di carattere culturale che si presumono superiori a quelli di chi preferisce i Metallica a Beethoven e Chopin. Ma siamo proprio sicuri che minor pubblico equivale a miglior pubblico?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sinceramente, penso che non si possa analizzare questo fenomeno pensando soltanto all&#8217;antitesi fra qualità e quantità: da artista e direttore artistico, sono alla continua ricerca – e sperimentazione – del cosiddetto indice di gradimento. <strong>Posso certificare che la musica cosiddetta più impegnata è molto gradita: basta spiegarla al neofita che vi si avvicina. Se tutti gli artisti diventassero divulgatori, non avremmo il problema di una ristretta élite di pubblico per la musica d’arte.</strong> <strong>Sta all’artista uscire dalla torre d’avorio.</strong> Dopodiché, è opportuno riflettere sul fatto che un pezzo celebre, spesso, è celebre perché è bello, perché se ne ricorda il tema principale anche dopo un solo ascolto. Questo vale per qualsiasi genere musicale. È un principio di educazione: finché la musica, come disciplina, non tornerà a far parte dell&#8217;educazione nazionale, avremo una maggioranza di pubblico musicalmente incolta. Un esempio lampante: in Italia, si può prendere un qualsiasi diploma di maturità senza dover necessariamente sapere chi siano stati Bach, Mozart o Beethoven. Inaccettabile.</p>
<figure id="attachment_64205" aria-describedby="caption-attachment-64205" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64205" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/baglini-foto-300x203.png" alt="Maurizio Baglini" width="300" height="203" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/baglini-foto-300x203.png 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/baglini-foto-768x520.png 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/baglini-foto-600x406.png 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/baglini-foto.png 960w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64205" class="wp-caption-text">Maurizio Baglini &#8216;maneggia&#8217; il suo Schumann, di cui sta registrando per Decca tutte le composizioni</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>In un saggio intitolato <em>L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin</em>, Alessandro Baricco afferma dispiaciuto che “il consumatore di musica colta rema all’indietro con grande dignità, temendo le rapide del futuro e sognando la paradisiaca calma di sorgenti sempre più lontane”. Potrei definirmi in accordo logico ma disaccordo poetico: mi piace infatti immaginare la grande musica come metafora di un giardino segreto, un luogo dove andarsi a rifugiare ogni volta che la violenza del mondo si fa troppo dura da vedere e sopportare. Credo che questa estraneità al tempo e alle mode sia il segreto dell&#8217;immortalità del repertorio classico. Probabilmente la mia visione è troppo ingenua e romantica, ma non posso credere che la <em>Quinta</em> di Beethoven o la <em>Cavalcata delle Valchirie</em> di Wagner abbiano bisogno di essere attualizzate per avvicinarle alla sensibilità contemporanea. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’attualizzazione dipende dalla funzione dell’interprete: <strong>la musica colta è sublime, ma è altrettanto datata. Riattualizzarla vuol dire semplicemente avere un forte senso di responsabilità:</strong> se ogni esecuzione dal vivo è simile a ciò che il pubblico, a livello di scelte di tempo, fraseggio, ritmo, conosce già, ecco che decade l’interesse per scoprire una nuova interpretazione. Di conseguenza, anche la musica più visceralmente diretta (ad esempio la Quinta Sinfonia di Beethoven), se suonata secondo le abitudini e senza uno spirito di rinnovamento (non si cambiano le note, ma si può agire sulla dinamica, sulla timbrica, sulle percezioni acustiche ed emotive), risulterà presto stantia e sempre meno utile. Questo senso di responsabilità deve essere sentito da parte dell&#8217;interprete, certo, ma deve trovare nel pubblico una linfa di curiosità che spesso, per i motivi che dicevo prima, viene a mancare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poiché la musica, per essere fruita, ha bisogno di un&#8217;esecuzione, essa corre sempre il rischio di trascendere le intenzioni del compositore, e non mi è chiaro fino a che punto questo andare oltre sia una risorsa oppure un limite. </strong><strong>Leonard Bernstein, nel suo libro <em>Giocare con la musica</em> scrive che la musica classica è una musica “esatta”, cioè scritta esattamente per come deve essere eseguita, a differenza del folk, che è stato a lungo tramandato oralmente, del pop, continuamente coverizzato, e del jazz, che vive di improvvisazioni e sfocia in risultati che troviamo solo in parte nella partitura scritta. E allora mi domando: è necessario porre un limite all’interpretazione come atto artistico? Oppure ogni ricreazione è lecita, e possiamo essere lieti di affermare che non esiste un Mozart ma tanti Mozart quanti sono i suoi interpreti, anche chi lo suona in modo da farci esclamare: “Questo non sembra il vero Mozart!”. Anche se poi, a ben pensarci… chi ha mai sentito il vero Mozart?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Concordo. Lo stesso Bernstein, da immenso direttore d’orchestra quale era, ha fornito interpretazioni in continua evoluzione: se si ascoltano alcune sue registrazioni, effettuate in epoche diverse, della <em>Nona Sinfonia</em> di Beethoven, ad esempio, si percepisce immediatamente questo sentimento di ossessione continua per creare qualcosa di nuovo, eppure le note sono sempre le stesse!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La musica classica ha un repertorio così vasto che è impossibile sperimentare tutto. Cosa guida un pianista nella scelta di un autore piuttosto che un altro? La sua predilezione per Schumann, di cui sta incidendo l’integrale delle musiche pianistiche, è una suggestione antica che origina dai primi studi e dal suggerimento di qualche insegnante, o si tratta di un innamoramento adulto, più consapevole, legato a una passione biografica e non solo musicale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cerco sempre di trasmettere alle giovani generazioni questo concetto: <strong>o si suonano pezzi ordinari (ovvero celebri) in modo straordinario (ovvero in maniera talmente originale da farne una creazione), o si deve cercare un repertorio straordinario, ovvero poco consueto.</strong> Le due tesi non sono necessariamente in contrasto: nella mia vita ho infatti cercato di coprire sia repertori molto popolari che repertori assolutamente innovativi. Ad esempio, ho vissuto sei mesi in Giappone suonando soltanto due programmi di recital: uno popolarissimo, con <em>Per Elisa</em> di Beethoven e la cosiddetta <em>Marcia</em> <em>turca</em> di Mozart – che dovremmo definire Rondò alla Turca – e uno dedicato allo Chopin più famoso, ovvero lo Chopin le cui musiche erano state utilizzate come indicativi di pubblicità televisive varie. Allo stesso tempo, però, sono dedicatario di molta musica nuova (come il <em>Concerto per pianoforte e orchestra</em> di Azio Corghi, il decano dei compositori contemporanei italiani) e ho cercato di riportare alla luce repertori caduti nell&#8217;oblio, quali i concerti di Hummel e la suite intitolata <em>Tombeau de Debussy</em>, composta da omaggi postumi al genio francese scritti da autori quali Malipiero, Goossens, Roussel, Dukas, Bartòk, Stravinsky, Falla, Schmitt. <strong>A un certo punto, poi, grazie al rapporto esclusivo con una major discografica quale Decca, ho individuato Schumann come autore a me particolarmente congeniale: è stato un sognatore, un visionario, sempre alla ricerca dello sradicamento della tradizione e dell’affermazione della novità, di linguaggi musicali da abbinare ad altre forme d’arte.</strong> Anche nell’ambito dell’integrale delle opere per pianoforte di questo compositore, ci sono pezzi molto più suonati di altri, visto che il 70% della sua produzione non è conosciuta neppure dagli addetti ai lavori. Un modo perfetto, per me, in qualità di interprete, per porre l&#8217;accento su tutti questi concetti di attualizzazione di cui la musica classica ha fortemente bisogno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella home page del suo sito (<a href="https://www.mauriziobaglini.com/mauriziobaglini" target="_blank" rel="noopener">mauriziobaglini.com</a>) risalta una scritta che mi ha molto incuriosito: “L’anticonformista visionario”. Nella storia dell&#8217;arte, grandi visionari come Rimbaud, Van Gogh o William Blake erano considerati alla stregua di eccentrici ribelli di talento sganciati del tutto dalla realtà e in contrasto con la società nella quale vivevano. Lo stesso Schumann fu ricoverato in manicomio dopo un attacco di delirium tremens (e qui il pensiero va a un altro visionario, lo scrittore statunitense Edgar Allan Poe, maestro della letteratura horror). Eppure, visionari sono stati anche Leonardo da Vinci, Gandhi, Mandela, Steve Jobs e tanti altri sognatori che, integrandosi nel mondo, sono riusciti a rinnovarne regole e convinzioni, migliorandolo. In che senso un pianista può oggi definirsi un visionario?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel senso di non pretendere di alzarsi al mattino con il solo obiettivo di studiare musica al pianoforte: <strong>oggi, l’interprete deve assolutamente porsi la domanda del perché possa servire la sua opera alla società odierna. Senza diventare affetti da patologica mania di superiorità, il pianista deve avere dei sogni nel cassetto che vanno al di là della ricerca qualitativa nell’esecuzione o del successo da ottenere in una sala da concerto tradizionale.</strong> Nella mia personale esperienza, ad esempio, aver creato da zero l’Amiata Piano Festival, un festival che in pochi anni ha sviluppato una crescita esponenziale, è stata una dimostrazione di come la visionarietà potesse rappresentare il primo stimolo di creazione di qualcosa di nuovo. Cominciai a organizzare concerti domestici, portati poi in una cantina vinicola grossetana, la <em>Collemassari</em>, per poi arrivare alla costruzione di un auditorium che è oggi ai vertici dell’ingegneria acustica a livello europeo. L’unicità del festival, però, è stata la sua stessa creazione in un luogo incontaminato, in mezzo a vigneti e oliveti, quando ancora nessuno aveva pensato all&#8217;associazione fra musica e vino. Questa visionarietà si può anche perseguire, come status emotivo, nel concepire progetti di nuova diffusione della musica stessa: ad esempio, la sinestesia che si viene a creare associando immagini alla musica. Io, da anni, lo faccio attraverso il progetto multimediale <a href="http://www.webpiano.it/" target="_blank" rel="noopener"><em>webpiano.it</em>.</a> Un modo, anche questo, per portare la musica classica in frangenti dove non è ancora presente, ad esempio le pinacoteche e le gallerie d&#8217;arte, oltre alle facoltà di informatica, i cui studenti si appassionano all&#8217;algoritmo digitale per scoprire poi la bellezza di Mussorgsky, Schumann, Liszt o Debussy.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nonostante il crescente interesse della scienza medica per le patologie causate dall&#8217;esercizio ripetitivo sullo strumento, nei Conservatori non si impara a prendersi cura del proprio corpo né si educano i futuri musicisti a svolgere attività fisiche, avere una buona qualità del sonno e curare l&#8217;alimentazione. Tuttavia, il solo premere con le dita i tasti del pianoforte richiede una complessa attività muscolo-scheletrica e neuromuscolare, per non parlare del dispendio di energie durante lo studio o una performance. Lei è un appassionato podista che ha preso parte a numerose maratone in tutte il mondo. Si tratta di una mera passione o di una forma di allenamento utile alla sua professione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il podismo nasce in me come necessità di canalizzare le energie in qualcosa che mi aiuti ad isolarmi e a non farmi fagocitare dalle quotidianità che il mio lavoro comporta. <strong>È ovvio che lo sport fa bene e che bisognerebbe aiutare i giovani musicisti ad appassionarsi al ritmo del corpo associabile a quello della musica stessa. </strong>Ad esempio, io imparo tanta musica a memoria proprio correndo, in mezzo alla natura, magari.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Infine, la più classica e inevitabile delle domande: progetti per il futuro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sta per debuttare un nuovo progetto che porta il mio nome dal 13 al 16 dicembre al Teatro di Villa Torlonia, Roma. <strong>Poi mi aspettano un tour americano, che mi vedrà impegnato a Chicago sia come docente che come solista con orchestra, e un ritorno dopo alcuni anni di assenza in un Paese che amo molto: il Giappone.</strong> E si va avanti con l’integrale Schumann&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Francesco Consiglio</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/e-inaccettabile-che-in-italia-si-possa-prendere-la-maturita-senza-conoscere-bach-mozart-beethoven-francesco-consiglio-dialoga-con-maurizio-baglini-virtuoso-del-pianoforte-e-diret/">“È inaccettabile che in Italia si possa prendere la maturità senza conoscere Bach, Mozart, Beethoven”: Francesco Consiglio dialoga con Maurizio Baglini, virtuoso del pianoforte e direttore artistico dell’Amiata Piano Festival</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Meglio un ottimo idraulico che un pessimo artista. E non abbiate paura di fare soldi…”: dialogo con Andrea Piacquadio, fotografo nomade, tra i più venduti al mondo</title>
		<link>https://www.pangea.news/meglio-un-ottimo-idraulico-che-un-pessimo-artista-e-non-abbiate-paura-di-fare-soldi-dialogo-con-andrea-piacquadio-fotografo-nomade-tra-i-piu-venduti-al-mondo/</link>
		
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		<pubDate>Sat, 15 Sep 2018 08:17:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quella fotografia scattata con una vecchia kodak trovata in casa. Che fine avrà fatto? Aveva ritratto il volto di una bambina. Ma chi era questa bambina? Non si sa. Chissà se oggi è una donna felice che pensa alla bambina che è stata. Magari è diventata madre, o è ancora single e sogna il grande [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/meglio-un-ottimo-idraulico-che-un-pessimo-artista-e-non-abbiate-paura-di-fare-soldi-dialogo-con-andrea-piacquadio-fotografo-nomade-tra-i-piu-venduti-al-mondo/">“Meglio un ottimo idraulico che un pessimo artista. E non abbiate paura di fare soldi…”: dialogo con Andrea Piacquadio, fotografo nomade, tra i più venduti al mondo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Quella fotografia scattata con una vecchia kodak trovata in casa. Che fine avrà fatto? Aveva ritratto il volto di una bambina.</strong> Ma chi era questa bambina? Non si sa. Chissà se oggi è una donna felice che pensa alla bambina che è stata. Magari è diventata madre, o è ancora single e sogna il grande amore, sfogliando riviste femminili. Il viso, con il tempo, ha perso i lineamenti e la fotografia affonda tra le nebbie dei ricordi di una vita fa. Quando chiedo al fotografo <strong>Andrea Piacquadio</strong> (le sue foto sono tra le più vendute al mondo) di dirmi quando è stata la prima volta che ha preso in mano una macchina fotografica, mi racconta che, <strong>con quella fotografia, aveva vinto il primo premio di un concorso scolastico. A dodici anni. Ma lui non dà molta importanza a questo episodio marginale nella sua vita – per me un avvenimento, una rivelazione – da qualche parte, promette, cercherà questo diploma.</strong> Sarà sepolto in qualche cassetto. Meglio non parlarne, nell’articolo. La verità, forse, è un’altra. Oggi che Andrea Piacquadio di anni ne ha quasi 40, un intero edificio scolastico – di quelli enormi, con tanti indirizzi – non potrebbe contenere le sue foto appese alle pareti. Quelle foto che, invece, si vedono ingrandite sui manifesti pubblicitari per le strade del mondo. <strong>E poi lui odia la scuola. Proprio non la può soffrire.</strong><strong> Specialmente quella italiana. “Sono sempre stato pessimo a scuola, certo è stata un’esperienza importante dal punto di vista culturale, ma mi sento un autodidatta, tecnicamente ho imparato da solo.</strong> Ho iniziato nell’ambito della moda, per poi passare ai ritratti, intraprendendo così il mio percorso artistico. Credo sia un problema in generale della scuola di tutto il mondo, anche se in particolare di quella italiana. Tutto cambia ormai molto velocemente, mentre a<strong> scuola</strong> i professori hanno un approccio superato. Molti di loro non hanno nessun rapporto con il mondo del lavoro o sono semplicemente scadenti. <strong>La scuola per me è stata una esperienza negativa. La trovo antiquata, ideologica… Al liceo subivo il bullismo di compagni</strong><strong> di </strong><strong>classe vestiti da punk. Anni dopo li ho ritrovati adulti infelici.</strong><strong> Eppure studiare è veramente fondamentale.</strong> Può fare la differenza in un mondo di povertà culturale. Ma non parlo affatto dello studio scolastico. È molto importante leggere, guardare film, ascoltare musica e studiare in continuazione. Prepararsi veramente in modo serio nell’ambito in cui si vuole operare. I giovani sono sempre più ignoranti!”.</p>
<figure id="attachment_62921" aria-describedby="caption-attachment-62921" style="width: 201px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-62921" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/foto2-201x300.jpg" alt="Piacquadio" width="201" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/foto2-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/foto2-768x1146.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/foto2-686x1024.jpg 686w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/foto2-600x896.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/foto2.jpg 1072w" sizes="(max-width: 201px) 100vw, 201px" /><figcaption id="caption-attachment-62921" class="wp-caption-text">Pubblichiamo per gentile concessione alcune immagini del fotografo Andrea Piacquadio</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Dopo il diploma, l’Accademia di Brera che il fotografo presto ha abbandonato per la Francia e gli studi all’<em>Universitè de Paris 8, </em>allora l’unica università di fotografia in Europa. La passione precoce per il disegno e le arti visive si sono trasformate nel sogno della fotografia, i soggetti preferiti gli stessi: donne e ritratti. “Fotografare modelle è sempre stato il mio sogno e continuo a farlo. La bellezza è uno dei settori più trainanti nella pubblicità. A parte questo, le donne sono sempre state il mio soggetto preferito, insieme agli anziani, che hanno il viso solcato dal tempo. Il modo in cui dovevo lavorare era però monotono. Bisognava sottostare agli standard imposti dalle agenzie fotografiche. Così ho iniziato a caricare foto sui siti di microstock. Fotolia, iStock”. Piacquadio è uno dei principali e dei primi, in ordine di tempo, <em>contributors</em> per le società americane di Microstock. Si tratta di un fenomeno web  dell’ultimo decennio che ha permesso alla fotografia digitale di diffondersi in maniera esponenziale, cambiando, alla radice e per sempre, le regole del mercato. Una rivoluzione assoluta, che ha permesso ai clienti, dai più grandi ai più piccoli, di comprare gli scatti a prezzi accessibili. Al sistema, meritocratico – mi spiega Andrea Piacquadio – si accede liberamente sia come <em>contributors</em>, sia come clienti. Naturalmente per diventare autori “scaricati”, occorre una buona dose di talento. “Sono stato uno dei primi ad investire, sette-otto anni fa, il mio tempo, prima degli altri, e contro il parere di tutti i miei amici” racconta Piacquadio che spiega come si è costruito il suo successo: <strong>“forse ho uno stile più creativo dei miei concorrenti, creo immagini più complesse, come costruzioni, lavoro tanto sulla postproduzione, fondendo più tecniche come il disegno o il 3D. I montaggi poi li creo in tutto il mondo, Europa, Cina, America, Sudafrica.</strong> Lunedì vedrò un team di programmatori australiani che vivono a Budapest. Anni fa non sarebbe stato possibile. Erano gli ungheresi ad andare in America o in Australia”. Poi, passeggiando, qualche anno fa, per le strade di Budapest dove, ormai da qualche tempo, vive parte della sua vita (“vivo in luoghi diversi, sfruttando al meglio le zone climatiche”), mi indica la foto di un manifesto pubblicitario: “guarda, c’è la mia mano!”. Stupefatta, osservo attentamente: era la stessa. Si riconoscono le sue fotografie e, ogni tanto, i suoi soggetti.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-62922 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/foto3-300x204.jpg" alt="Piacquadio" width="300" height="204" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/foto3-300x204.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/foto3-768x522.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/foto3-1024x696.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/foto3-600x408.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/foto3.jpg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Qualche giorno fa, invece, mi ha mostrato sulla vetrina di una farmacia il petto, anzi la “tartaruga” scolpita, di un suo amico macho, fasciato dalla bandiera. “Ma pensa – mi dice – lo hanno avvolto nel tricolore”. Ma non ci sono solo forme perfette nelle sue foto. Tutt’altro. Ci sono uomini d’affari con telefonino e pc, obesi che affondano felici i loro denti nei panini imbottiti. “Mi interessano tante tematiche, dall’infanzia all’obesità, i soggetti variano molto, dal business alla moda, ai problemi sociali. Il fatto di viaggiare mi dà la possibilità di incontrare molte persone. <strong>Mi piacciono molto di più gli attori che i modelli e, in fondo, il mio lavoro è pittorico, lavoro molto al computer, sfrutto gli strumenti che ci sono oggi. Mi sento un <em>nomade digitale</em>.</strong> Il lavoro on line ti permette di vivere ovunque, lavorare in maniera estremamente flessibile. Ricevo il denaro e non ho mai visto in faccia chi mi paga. In questo senso c’è più meritocrazia: vieni pagato per il tuo effettivo contributo. Per questo nomadismo digitale, anche la densità delle città del mondo cambierà… si opererà da nuovi luoghi. <strong>Sarà un profondo cambiamento, che è solo all’inizio. Sorgeranno nuove capitali. Budapest è un esempio. Mentre il lavoro fisso tenderà a sparire, insieme alla pensione”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cosa suggerisci a un giovane fotografo che vuole emergere? “È scontato, e si sente dire anche troppo spesso, che l’Italia non è il paese giusto per emergere, purtroppo è vero. In altri paesi, anche in Europa, la situazione per un emergente può essere, talvolta, più favorevole, ma trovare <em>l’America</em> in questo periodo storico non è così semplice. Internet per me è senz’altro una finestra sul mondo che mi ha fatto crescere come non avrei fatto, restando nel mio paese. Ma <strong>soprattutto occorre non avere paura di fare soldi: i soldi spaventano. Sembra quasi un delitto parlarne, invece sono importanti, come veicolo per costruire qualcosa di importante. E possono essere la benzina per far muovere grandi o piccoli progetti. Non deve essere un argomento tabù. </strong>I soldi come fine a se stessi sono inutili, anzi deleteri. Lavorare tanto e con il cuore è fondamentale: cercare di trovare la propria strada seguendo le proprie inclinazioni. Quello che conta è il contributo che si riesce, che si può, dare. <strong>Meglio un ottimo idraulico che un pessimo artista. Perché il pessimo artista è inutile, insegue passioni fasulle”. </strong>Ritrovo, in una sua foto, il vecchio divano verde acido che gli avevo regalato tanti anni fa, con sopra una bellissima fanciulla che guarda l’orizzonte, pensierosa. Non l’avevo mai trovato così bello quel vecchio divano verde.</p>
<p><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>
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		<title>Domenico Gnoli, l’estasi della banalità. Ovvero: dove Metafisica e Surrealismo si annusano con interesse</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Sep 2018 07:20:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se vedo un letto, penso a Oblomov, il romanzo del 1859 di Ivan Gončarov, in cui il protagonista, per la maggior parte del tempo, è steso lì. Se continuo a fissarlo, penso ad una celebre fotografia che ritrae Fabrizio De André, con la testa reclinata sul cuscino, intento a leggere il giornale, con accanto una [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/domenico-gnoli-lestasi-della-banalita-ovvero-dove-metafisica-e-surrealismo-si-annusano-con-interesse/">Domenico Gnoli, l’estasi della banalità. Ovvero: dove Metafisica e Surrealismo si annusano con interesse</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Se vedo un letto, penso a <em>Oblomov, </em>il romanzo del 1859 di Ivan Gončarov, in cui il protagonista, per la maggior parte del tempo, è steso lì. Se continuo a fissarlo, <strong>penso ad una celebre fotografia che ritrae Fabrizio De André, con la testa reclinata sul cuscino, intento a leggere il giornale, con accanto una chitarra e diversi libri sparsi, di pittura e di astrologia, altri ancora del poeta Alvaro Mutis e di Lucrezio.</strong> Ma il discorso sul corpo – presente e assente –, attratto dalla cosmogonia del sonno, sgombra il prodotto pornografico, e si verifica esaustivo attraverso la pittura di Domenico Gnoli (Roma 1933 &#8211; New York 1970).</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;alcova l&#8217;anima più il sesso, la vita domestica e il riposo, superano la gestione del desiderio e la ricerca del fantasma di coppia, creando un linguaggio inimitabile, in cui l&#8217;individuo e la materia oltrepassano la propria anatomia, rimanendo così come sono. <strong>Metafisica e Surrealismo si annusano con interesse, lasciando che le proprie mucose labiali si appartino per sfoggiare visuali inedite,</strong> angolazioni tattili, spaesamenti plastici, in cui il vuoto non si compensa e resta quel che resta.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-62772 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/Gnoli-192x300.jpg" alt="Gnoli" width="154" height="241" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Gnoli-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Gnoli-600x937.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Gnoli.jpg 615w" sizes="(max-width: 154px) 100vw, 154px" />Ma chi si pronuncia? La cosa. Immobile e assoluta, eppure legata da elettroni come negli esseri viventi. L&#8217;oggetto strega il soggetto, ne assume forma e sostanza, praticando l&#8217;arte della mutazione. L&#8217;inventario di Gnoli, redatto di scarpe, colletti di camicia, armadi e letti, documenta la realtà che, come lui stesso ha definito: «<em>si propone imperterrita e intatta</em>», così ribalta il ruolo tra figura e fruitore: stavolta l&#8217;oggetto osserva il visitatore, e viene isolato. <strong>Sia Gnoli che Sbarbaro, in questo caso con la poesia, in <em>Taci, anima stanca di godere: ( «E gli alberi son alberi, le case / sono case, le donne / che passano son donne, e tutto è quello / che è, soltanto quello che è») </em>sono tautologicamente in grado di paralizzare lo sguardo, fino a comporre la realtà di silenzio e assenza,</strong> cosicché gli elementi spesso considerati insignificanti, assumano un segreto tutto loro, scevro da associazioni oniriche. Magritte si scosta, nasce il realismo magico, è la superficie che emerge in totale profondità. Si instaura una relazione sensibile anche con l&#8217;<em>école du regard, </em>in particolare con Robbe-Grillet, entrambi credono alla realtà puramente visiva e al <em>limite </em>dell&#8217;oggetto come cifra speciale, racchiuso nel suo ordine, spazzando via allusioni e scavi psicologici, capace di essere uguale solo a se stesso. Una pittura esente da voci, compatta, d&#8217;ambiente, che ricava la propria porzione di scena urbana quotidiana. L&#8217;esistenza ondulatoria del vestito o della coperta, le <em>pinces </em>dei pantaloni, un bottone sbottonato o abbottonato sulle righe di velluto, grazie all&#8217;innesto della sabbia su acrilico, permette al dettaglio di estraniarsi dal mondo dell&#8217;esperienza, così senza esprimere sentimenti, ci appaga con insolito rigore e seducente limpidezza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il <em>Letto </em>(acrilico e sabbia su tela, Collezione privata, Torino, 1965), appena fatto, risulta un&#8217;operazione pittorica di mirabile meticolosità, data la sua formazione di disegnatore sopraffine, l&#8217;ombra tirata alle estremità, la coperta costellata di pizzo annuvolato, l&#8217;assenza come gesto più inquieto.</strong> Non c&#8217;è alcun carnefice che possa inventare una narrazione condizionante, non c&#8217;è bisogno di fabbricare alcuna immagine, basta che possa avere «<em>una buona luce per osservarlo meglio».</em> Il frammento del lembo del lenzuolo, nel taglio e nelle proporzioni, preparato con dedizione materna, è pronto ad accogliere l&#8217;ospite ignoto. Un altro esempio di mobile domestico è raffigurato nell&#8217;opera intitolata <em>Green Bedcover </em>(Collezione privata, Roma, 1969), potentemente violentato dalla pubblicità, che promette sempre più alta traspirabilità e morbidezza contro i dolori cervicali. Tuttavia non potrà mai essere efficace quanto la sola luce di tessitura immersa nel quadro, pigmenti che ricordano il torbido della benzina, dilatata attraverso i rombi della trapunta, ricomposizione infinita di spazi, meditatamente banali. <img decoding="async" class="size-medium wp-image-62773 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/Gnoli-copertina-300x226.jpg" alt="Gnoli copertina" width="300" height="226" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Gnoli-copertina-300x226.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Gnoli-copertina.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Dagli anni sessanta in poi, si avverte un clima di composizioni riconoscibili: pittura e scultura coesistono, Gnoli inserisce il suo lavoro <em>«in quella tradizione ‘non eloquente’ nata in Italia nel Quattrocento », </em>nell&#8217;opera dal titolo i <em>Due Dormienti </em>(acrilico e sabbia su tela, Torino, 1966) si potrebbe immaginare un sottotesto con le parole di una canzone di Pino Daniele: (<em>«Je sto vicino a te / fin&#8217;a che nun duorme»</em>). <strong>La tensione plastica e marmorea della coppia rievoca il <em>Cristo Morto </em>del Mantegna, il primo in posizione supina, l&#8217;altro in posizione semi fetale, entrambi nella parte alta del quadro, tagliate le lenzuola, si rivelano acefali. Che sia forse un&#8217;allerta simbolica per annunciare la prima notte di quiete, non è dato saperlo,</strong> intanto le sottili pieghe della coperta smuovono sonnambule come onde in un mare in apparenza calmo. D&#8217;altra parte nella raffigurazione intitolata <em>Couple au lit (Hiver ) </em>(Coll. Mr e Mrs Guttman, Bruxelles, 1967), ciò che rende Gnoli incontrollabile da ogni tendenza figurativa, non sono i particolari della scena amorosa: in questo episodio sia la posizione del missionario, sia le lenzuola vanno in secondo piano, seppur splendide nella loro matrice rinascimentale insieme al motivo spermatozoico, e che durante la copulazione, assumono le forme grottesche della coppia, simili a pupazzi con le scriminature scolpite della popolare linea <em>Playmobil. </em><strong>Ma è proprio la manina femminile che con fugace malizia, sbucata dalle lenzuola, chiede la messa a fuoco. Questo sapiente sotterfugio permette di vedere: <em>«ora tutto va a finire là. Non so che cosa vi accada». </em>Con queste parole il <em>Malte, </em>alter ego di Rilke nei <em>Quaderni, </em>anticipa l&#8217;inquadratura discreta di Gnoli.</strong> Così si compie l&#8217;indagine orientata verso la rivelazione, lo strano prodigio, in grado di arricchire il catalogo del desiderio e rendere l&#8217;atto ripetitivo della carne, meno triste.</p>
<p><em>Augusto Ficele</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/domenico-gnoli-lestasi-della-banalita-ovvero-dove-metafisica-e-surrealismo-si-annusano-con-interesse/">Domenico Gnoli, l’estasi della banalità. Ovvero: dove Metafisica e Surrealismo si annusano con interesse</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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