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	<title>poesie Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Mon, 09 Feb 2026 04:57:29 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Perché scalpita impaziente il cuore?” Le poesie mistiche di Kabir </title>
		<link>https://www.pangea.news/kabir-poesie-tagore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Feb 2026 04:27:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Sacro]]></category>
		<category><![CDATA[Evelyn Underhill]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>In effetti, aveva motivo di essere felice. Le avevano proposto di introdurre le poesie di Kabir, il grande mistico indiano vissuto nel XV secolo, rese in inglese da Tagore.&nbsp;<strong>Il libro,&nbsp;<em>Songs of Kabir</em>, fu stampato a New York, da Macmillan, nel 1915:</strong>&nbsp;mistica primizia per il mondo anglofono, copertina rossa, un menhir, senza lordura d’immagine; un libro da tenere sempre con sé, a spiazzare il ‘mondano’, a incapsulare il sé in una formula d’amore.&nbsp;</p>



<p>Lei gli si rivolse con adorazione, chiamò Tagore “Maestro”: la barba bianca, i capelli lunghi e la stola, monastica nonostante le molteplici ricchezze familiari, rappresentavano con esattezza&nbsp;<em>l’idea</em>&nbsp;– della sostanza diranno altri – del&nbsp;<em>santo</em>. Gli scrisse una lettera piena di affetto – “Questa è la prima volta che ho il previlegio di lavorare con qualcuno che è Maestro in cose che mi stanno così a cuore ma di cui so così poco… è come sentire una lingua di cui conosco a malapena l’alfabeto parlata con perfezione” – a cui lui non diede risposta.&nbsp;<strong>Aveva ottenuto il Nobel per la letteratura due anni prima, nel 1913, “Per la profonda sensibilità, la freschezza e la bellezza dei suoi versi”, Tagore; viaggiava in lungo e in largo per l’Europa da anni.</strong>Alcune fotografie lo fermano al fianco di Einstein; altre nella villa argentina di Victoria Ocampo, che si onorava di averlo come amico; fu amico di Henri Bergson, di Thomas Mann, di H.G. Wells. Saint-John Perse, poeta aristocratico quanto pochi altri, più propenso alla sprezzatura che alla stretta di mano, lo inoltrò ad André Gide: al grande scrittore – che prederà un Nobel molto più tardi, nel ’47 – si deve una notevole traduzione della poesia di Tagore come&nbsp;<em>L’Offrande lyrique</em>, costantemente ripubblicata. Nel 1961, in un&nbsp;<em>Hommage</em>, Saint-John Perse rievocò la circostanza, l’opera e quel “poeta che ha tenuto alto il lignaggio del sogno senza lasciarsi distrarre dall’uomo del suo tempo”. L’anno prima aveva avuto, anche lui, il suo Nobel.&nbsp;</p>



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<p>Ma di Tagore, il cui nome temprava, fino a poco tempo fa, labbra tumide di un sentire ‘spirituale’, sappiamo tutto.&nbsp;<strong>Resta&nbsp;<em>lei</em>, Evelyn Underhill, a sfuggire ai dogmi della fama. Quando scrisse la bella introduzione ai&nbsp;<em>Songs of Kabir</em>&nbsp;compiva quarant’anni, era nata in dicembre;</strong>&nbsp;compita, tenue nel corpo, ottenebrata dalla tenerezza, aveva sguardi maculati dall’ingenuità dei folli. Il padre, Arthur, uscito dal Trinity College, era un importante giurista: non capì mai gli svolazzi mistici della figlia, non si orientava a quel disorientamento. Lo stesso tono – di critica quando non di ostilità – le fu riservato dal marito, Hubert Stuart Moore; non ebbero figli, lei gli fu maniacalmente devota.&nbsp;</p>



<p>Visitata da visioni fin da ragazza, Evelyn Underhill aveva iniziato a raccontarsi attraverso la cortina della letteratura; nei suoi romanzi, per lo più convenzionali –&nbsp;<em>The Lost Word</em>, 1907;&nbsp;<em>The Column of Dust</em>, 1909, ad esempio – comincia a narrare ‘l’anello che non tiene’, lo spazio ferino tra apparire ed essere:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Aveva capito, brutalmente, d’improvviso, quanto siano fragili le difese che proteggono le nostre illusioni e ci allontanano dall’orrore del vero. Aveva scoperto un piccolo foro nel muro delle apparenze: sbirciando attraverso di esso, intravedeva il ribollente vulcano delle forze spirituali da cui, di tanto in tanto, un refolo di lava sale in superficie”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nel 1911 pubblicò il suo libro più noto: uno “Studio sulla natura e sullo sviluppo della coscienza spirituale dell’uomo”. S’intitolava&nbsp;<em>Mysticism</em>, ebbe successo, fu l’inizio di un percorso che la portò, da anglocattolica, ad approfondire l’opera di Jan van Ruusbroec e il&nbsp;<em>Mysticism of Plotinus</em>&nbsp;(1919). Delicatissima ma coriacea, amica dello scrittore Arthur Machen, Evelyn Underhill fu la prima donna a essere invitata all’Università di Oxford per dare lezioni di storia della liturgia e di mistica; guidò gli esercizi spirituali di alcuni alti prelati anglicani.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="705" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/31014520814-705x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106224" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/31014520814-705x1024.jpg 705w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/31014520814-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/31014520814-600x871.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/31014520814.jpg 744w" sizes="(max-width: 705px) 100vw, 705px" /></figure>



<p>La figura di Kabir non poteva non affascinare Tagore: fautore di un pensiero religioso che supera l’idolo della dottrina e il formalismo, fino a sfiorare l’eresia, Kabir – venerato da induisti e da musulmani – percepisce l’Assoluto ovunque, propone una pratica più che una sintesi intellettuale, predilige l’amore alla ragione. Alla sua morte, capitata a Maghar, nell’Uttar Pradesh, nel 1518, pare, in molti vollero razziare il suo corpo per farne una sacra reliquia, per erigervi un tempio: la leggenda racconta che le spoglie terrene di Kabir svanirono sotto una coltre di fiori.&nbsp;</p>



<p>In quel mistico anticonformista si rivedeva anche Evelyn che nell’introduzione&nbsp;<strong>affianca i versi di Kabir, “deliberatamente rivolti al popolo più che ai religiosi, scritti in una lingua non letteraria” (alcuni ritengono che Kabir fosse un analfabeta), a quelli di Jacopone da Todi e di Richard Rolle</strong>, paragona la sua esperienza a quella di Francesco d’Assisi e di Giuliana di Norwich. “Kabir appartiene al ristretto nucleo di supremi mistici – insieme a Sant’Agostino, a Ruusbroec e al poeta sufi Rumi – che hanno realizzato quella che possiamo chiamare&nbsp;<em>visione sintetica di Dio</em>, risolvendo la perpetua opposizione tra personale e impersonale, trascendente e immanente, statico e dinamico; tra l’Assoluto della filosofia e l’Amico della religione devozionale”. Il fatto che fosse “un uomo semplice, un tessitore”, risponde a una tradizione spirituale che supera i confini delle fedi: “come Paolo il fabbricante di tende, il calzolaio Jacob Böhme, lo stagnino John Bunyan, il tessitore Gerhard Tersteegen, Kabir sapeva combinare visione e laboriosità; il lavoro manuale aiutava più che ostacolare la meditazione del cuore”.&nbsp;</p>



<p>Con pochi tratti, Evelyn Underhill dice del genio di Kabir:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il suo destino è simile a quello di molti rivelatori della Realtà. Odiava l’esclusivismo religioso, desiderando iniziare gli uomini alla libertà degli autentici figli di Dio. I suoi seguaci ne onorano la memoria erigendo le stesse barriere che Kabir si è sforzato di abbattere: sopravvivono, però, i meravigliosi canti, espressione spontanea del suo amore. Nelle poesie di Kabir, viene messa in gioco una vasta gamma di emozioni mistiche: dalle astrazioni vertiginose all’intimo desiderio di confondersi in Dio, espresso con metafore quotidiane, con simboli religiosi tratti dalle tradizioni induiste e musulmane. Impossibile dire se questo poeta fosse un Sufi o un Brahmano, un discepolo del Vedanta, un devoto di Visnu. Egli stesso si dice ‘figlio di Allah e di Rama’. Lo Spirito Supremo che conosceva e adorava, alla cui amicizia tentava di introdurre le anime degli altri uomini, trascendeva, pur includendole, tutte le categorie metafisiche, tutte le definizioni; ciascuna di queste contribuisce a descrivere la Totalità semplice e infinita che si rivela, secondo misura, ai fedeli amanti di ogni fede”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>L’estro lirico di Kabir ricorda quello di ʿUmar Khayyām, poeta mitizzato dai ranghi della cultura anglofona; il gusto per il paradosso ricorda quello del micidiale Angelus Silesius e dei maestri taoisti. Il radicale sradicamento di Kabir era accettato di buon grado dagli intellettuali europei del primo Novecento, a loro agio con una spiritualità&nbsp;<em>prêt-à-porter</em>.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="675" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/DyaZAGgVsAAM8co-675x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/DyaZAGgVsAAM8co-675x1024.jpg 675w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/DyaZAGgVsAAM8co-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/DyaZAGgVsAAM8co-600x910.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/DyaZAGgVsAAM8co.jpg 712w" sizes="(max-width: 675px) 100vw, 675px" /></figure>



<p>Nell’incipit della sua introduzione, Evelyn Underhill avvisa che quella di Kabir “è la prima traduzione per i lettori inglesi” – si tratta di una mezza verità.&nbsp;<strong>Due anni prima l’infaticabile Ezra Pound aveva tradotto&nbsp;<em>Certain Poems of Kabir</em>&nbsp;sulla “Modern Review” (n.6, January 1913),</strong>&nbsp;facendosi aiutare da Kali Mohan Ghose; l’editore Scheiwiller avrebbe pubblicato le&nbsp;<em>Poesie</em>&nbsp;di Kabir nella versione di Pound (e, in questo caso, di Ghanshyam Singh), nel 1966. ‘Ez’ aveva conosciuto Tagore a Londra, nel 1912; gli piaceva quell’uomo che come lui – diversamente da lui – tentava di fondere Oriente e Occidente, i Veda e Shakespeare. Lo presentò a William Butler Yeats, il sommo poeta irlandese, il quale, in effetti, preso da vigoria spirituale, introdusse la versione inglese del&nbsp;<em>Gitanjali</em>&nbsp;di Tagore (stampata nel ’12 dalla India Society e nel 1913 da Macmillan).</p>



<p>La storia di Evelyn Underhill e di Tagore fu intrecciata, fino alla fine. Infaticabile pacifista, Evelyn morì nel giugno del 1941; i bombardamenti su Londra avevano intaccato la sua già fragile salute. Tagore morì tre settimane dopo, nella sua villa, nel Bengala, dopo un lungo periodo di malattia: le fotografie lo ritraggono con gli occhiali da sole, per sempre giovane; prima di morire dettò alcune poesie, preso da continuo incanto.&nbsp;</p>



<p>**</p>



<p><strong><em>Poesie di Kabir</em></strong></p>



<p>Servo, dove mi cerchi?<br>Eccomi, sono al tuo fianco.<br>Non mi troverai nel tempio<br>né nella moschea; non abito<br>nella Kaaba né in cima al Kailash;<br>non mi circoscrive cerimonia<br>né rito, lo Yoga o la rinuncia.<br>Se sei un vero cercatore mi troverai<br>subito, mi incontrerai all’improvviso.<br>Kabir dice: “Dio respira in ogni respiro”.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Come dire la parola indicibile?<br>Come dire che Lui non è così ma è così?<br>Se dico che è dentro di me, l’universo si vergogna;<br>se dico che è fuori di me, sono un vigliacco.&nbsp;<br>L’esteriore e l’interiore sono uno in lui;<br>ragione e irragionevole sono i suoi sgabelli<br>non è manifesto né nascosto<br>non è rivelato né rivelabile<br>non ci sono parole per dire chi è.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/il_fullxfull.7570364487_6n2s-1024x1024.webp" alt="" class="wp-image-106226" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/il_fullxfull.7570364487_6n2s-1024x1024.webp 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/il_fullxfull.7570364487_6n2s-300x300.webp 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/il_fullxfull.7570364487_6n2s-150x150.webp 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/il_fullxfull.7570364487_6n2s-768x768.webp 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/il_fullxfull.7570364487_6n2s-600x600.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/il_fullxfull.7570364487_6n2s-100x100.webp 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/il_fullxfull.7570364487_6n2s.webp 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Le immagini sono senza vita, non parlano:<br>lo so, ho gridato loro e non mi hanno risposto.&nbsp;<br>Purāṇa&nbsp;e Corano: vuote parole&nbsp;<br>io ho sollevato la cortina – e ho visto.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Davanti all’Incondizionato<br>io e te siamo uno:<br>questo proclamo.<br>Ecco la meraviglia<br>più grande: il maestro<br>che si inchina al cospetto<br>del discepolo.</p>



<p>*</p>



<p>Ho il corpo ammalato, ammaccata la mente:<br>mi manchi, Amato, vieni a casa!<br>Quando la gente dice che sono la tua sposa<br>mi vergogno: il mio cuore non si è ancora<br>ingemmato nel Tuo. Allora, cos’è l’amore?<br>Non voglio mangiare e non ho sonno<br>il mio cuore è sempre inquieto.&nbsp;<br>Come l’acqua per l’assetato, così&nbsp;<br>è l’amante per la sposa. Chi porterà<br>notizie di me al mio Amato? Kabir<br>folleggia: muore dal desiderio di vedere Lui.</p>



<p>*</p>



<p>Suona senza sosta il flauto dell’Infinito<br>il suo suono è amore: quando l’amore<br>supera ogni limite, giunge al vero.<br>La sua fragranza, allora, sgorga selvaggia.<br>L’amore è infinito e nulla lo ostacola;<br>la melodia lampeggia come un milione di soli.<br>Il suono della&nbsp;<em>vina</em>&nbsp;non ha paragoni<br>perché intona le note della verità.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Sottile è il sentiero dell’amore:<br>non c’è domanda né risposta –&nbsp;<br>si è persi tra i Suoi piedi<br>nella gioia della frenetica ricerca – immersi&nbsp;<br>negli abissi d’amore come il pesce<br>nell’oceano. Non tentenna l’amante&nbsp;<br>se deve offrire la testa al suo Signore:<br>questo è il segreto dell’amare<br>che Kabir intende svelarvi.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Le nuvole si accalcano in cielo<br>la loro voce è profonda, è un ruggito.&nbsp;<br>La pioggia viene da est, è monotona<br>la sua marcia. Cura le siepi al confine<br>dei campi: che la pioggia non le travolga.<br>Prepara la terra alla liberazione: che i rampicanti<br>dell’amore e della rinuncia si arrendano alla pioggia.&nbsp;<br>L’agricoltore prudente protegge il raccolto:<br>riempirà i suoi vasi per nutrire i saggi e i santi.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Mio cuore, destati! Il Supremo Spirito, il Maestro assoluto<br>è vicino a te: destati! Corri ai piedi dell’Amato, il tuo Signore<br>ti è vicino. Hai dormito per innumerevoli ere<br>non vuoi svegliarti proprio questa mattina?</p>



<p>*&nbsp;</p>



<p>La serratura dell’errore si vince con la chiave d’amore.&nbsp;<br>Aprendo la porta, risveglierai l’Amato.&nbsp;<br>Kabir dice: “Non farti sfuggire una tale fortuna!”</p>



<p>*</p>



<p>Chi ha addestrato la vedova a incenerirsi<br>sulla pira del marito? Chi ha insegnato&nbsp;<br>che l’amore trova ristoro nella rinuncia?</p>



<p>*</p>



<p>Da chi devo andare per conoscere l’Amato?<br>Così dice Kabir: “Se ignori l’albero, non puoi<br>trovare la foresta, così, non cercarLo tra le astrazioni”.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Perché scalpita impaziente il cuore?<br>Egli veglia sugli uccelli, sulle bestie e sugli insetti<br>si è preso cura di te quando eri nel grembo di tua madre:<br>ti dimenticherà proprio ora che sei al mondo?<br>Mio cuore, perché hai distolto lo sguardo<br>e ti sei allontanato da Lui? Hai lasciato<br>l’Amato e pensi ad altri: non lamentarti<br>se l’addestramento è vano.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>È un’altalena l’amore: aggioga<br>il corpo e la mente alle braccia<br>dell’Amato, all’estasi d’amore.&nbsp;<br>Nei tuoi occhi, le lacrime della pioggia:<br>il cuore è adombrato dall’oscurità.&nbsp;<br>Avvicina il viso al Suo orecchio<br>svelagli indicibili desideri.&nbsp;<br>Dice Kabir: “La visione dell’Amato<br>trafigga il tuo cuore!”</p>



<p><em>*In copertina: Rabindranath Tagore (1861-1941); nel 1915 realizza insieme a Evelyn Underhill una celebrata traduzione delle poesie del mistico indiano Kabir</em></p>
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		<item>
		<title>“Voglio molto. Voglio tutto”. Il libro d’ore di Rilke</title>
		<link>https://www.pangea.news/rilke-il-libro-dore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Feb 2025 04:51:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Cézanne]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Rella]]></category>
		<category><![CDATA[Il libro d&#039;ore]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura tedesca]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
		<category><![CDATA[Rainer Maria Rilke]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Filippucci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Rilke arriva all’ultimo – quando non ci sono più altre parole.&#160; Non sempre le labbra danno in frutto – esistono labbra invernali, labbra radici. Per chi ha labbra radici, il corpo è un albero: su tali corpi potremmo costruire capanne. Potremmo inchiodarci al loro tronco, di tutto saturo.&#160; Chi ha labbra che esplodono nel petalo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Rilke arriva all’ultimo – quando non ci sono più altre parole.&nbsp;</p>



<p>Non sempre le labbra danno in frutto – esistono labbra invernali, labbra radici. Per chi ha labbra radici, il corpo è un albero: su tali corpi potremmo costruire capanne. Potremmo inchiodarci al loro tronco, di tutto saturo.&nbsp;</p>



<p>Chi ha labbra che esplodono nel petalo e nel frutto, ha un corpo stelo – un corpo che deve essere strappato. Un corpo che puoi mettere nel vaso, a centro tavola: da mostrare. Un corpo che non può subire inverni.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Un po’ tutti – compresa Andreina Lavagetto, che ha curato il formidabile tomo delle&nbsp;<em>Poesie</em>&nbsp;di Rilke per Einaudi (libro in grado di flettere più di un’esistenza, di porla sulla via della lince e del ghepardo) – ritengono che i grandi libri di Rilke siano le&nbsp;<em>Elegie duinesi</em>, i&nbsp;<em>Sonetti a Orfeo</em>, il getto delle&nbsp;<em>Nuove poesie</em>. È vero – è ovvio. Eppure, è&nbsp;<em>Il libro d’ore</em>, lo “Stundenbuch” che “fondò la fama di Rilke e fece di lui un poeta di culto” (Lavagetto). Diviso in tre ‘quaderni’ –&nbsp;<em>Il libro della vita monastica, Il libro del pellegrinaggio, Il libro della povertà e della morte</em>&nbsp;– che costituiscono una ascesi al contrario, dall’oscuro dove si adempie adombrato Dio (“amo le buie ore del mio essere”), alla caduta – lo scroscio – tra le cose, il libro esce per Insel a fine dicembre del 1905. Ventun anni dopo, Rilke muore.&nbsp;</p>



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<p>*</p>



<p>Un amico troppo antico e troppo caro per stare ancora al mondo, mi diceva: dicevo alla mia ragazza tedesca di leggermi Rilke. Non conosceva il tedesco – aveva bisogno di ‘udire’ Rilke. Era legato alla traduzione delle&nbsp;<em>Elegie</em>&nbsp;dei De Portu, ma aveva bisogno di ‘sentire’ Rilke. Alcuni corpi penetrano in altri corpi: come la pantera nella sinagoga, intravista da Kafka. Come un lampo che mette le zampe, diventa fiera – si fa fierezza.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Si sa: la necessità di Rilke di ancorarsi all’arte. Il poeta che i cattivi lettori dicono ‘astratto’, cerca la parola concreta, che si stagli di fronte a noi come un paesaggio, come un’unghiata. Non si tratta semplicemente – come voleva Rimbaud – di dare un colore e una ‘figura’ alle vocali: la parola deve vivere, come nei tempi andati, deve diventare tigre e albero, notte e pioggia – vaso in frantumi, frantume. Negli artisti, Rilke vede gli ultimi maghi: conoscono la verità delle cose e delle creature, conoscono ancora i nomi, rendono imperituro il futile, il fuggiasco.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Un po’ tutti i poeti del Novecento, esuli del linguaggio, in cerca del verbo-Graal, tentano l’arte. Così, ad esempio, Wyndham Lewis, Ezra Pound – al di là del sodalizio con Henri Gaudier-Brzeska, si veda:&nbsp;<em>Ezra Pound e le arti</em>, Skira, 2002 –, Anna Achmatova. Saint-John Perse amava Georges Braque; René Char era sintonizzato con Van Gogh e Matisse; André Malraux coniugava in sposalizio la Sfinge, il bucranio e Picasso; Eugenio Montale ha scritto su De Pisis. Ungaretti era ossessionato da Michelangelo e dal Bernini.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Poveri poeti: oltraggiati dal loro compito di far resuscitare le cose.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>…e Rilke: la fascinazione per l’antico Egitto (nel 1913, al Museo Egizio di Berlino, davanti al cranio di Amenophis IV: “si ha soltanto il compito silenzioso di accettare il prodigio”); il viaggio in Spagna, nel 1912, per ‘contattare’ El Greco (“il bisogno di dedicarmi seriamente a lui ha quasi l’aria di una vocazione, di un dovere radicato nel profondo”). Ma prima, dieci anni prima, il delirio per Rodin: gli è al fianco, come segretario personale, lo scruta. Nel lungo testo che gli dedica c’è una frase memorabile:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ma chi viene da fuori, dal grande regno del vento, porta sconfinatezza nelle stanze”.</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>Rilke parla di Rodin come di un “rabdomante” perché scopre “una dimensione del tutto originale, piena di vita senza nome”. Scrive anche – a proposito dei disegni di Rodin, raccolti, tempo fa, da Stampa Alternativa, in un libro-oggetto mirabile,&nbsp;<em>Rodin. Nudi di donna</em>&nbsp;– che&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Mentre sui corpi regnano sempre mutamento e battito d’onde, alte e basse maree, sui volti l’aria è immobile”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Il volto: la vetta dell’uomo. Volto Everest. Il punto di maggior somiglianza con Dio. Nel volto: immobilità d’arcangelo. Che il corpo sia il frutto del volto.</p>



<p>*</p>



<p>La fortuna editoriale di Rilke, in Italia, non teme soste. Eppure, l’unica edizione del&nbsp;<em>Libro d’ore</em>&nbsp;è del 2012, per le edizioni Servitium, dei Servi di Maria. Per qualche giorno, ho letto il&nbsp;<em>Libro d’ore</em>&nbsp;di Rilke in tedesco, per il gusto; mi sembrava affascinante, con arcane sgrammaticature, perfino la versione del traduttore telematico.&nbsp;</p>



<p>Qui il cielo ha una nitidezza da forgia – questo è un cielo forgiato da un falegname. Sembra di vivere sotto un tavolo: un cielo a cui puoi appendere l’altalena. Ci vuole Rilke per imporre gli uccelli carnivori, gli angeli a nove ali.&nbsp;</p>



<p>Ricordo quando il cielo era una stola: potevi denudargli le spalle. Ma eravamo bambini e scavalcavamo il cancello per entrare, di soppiatto, in casa.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="621" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/987e9da448a64297a062172e57682e79-621x1024.jpg" alt="" class="wp-image-102285" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/987e9da448a64297a062172e57682e79-621x1024.jpg 621w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/987e9da448a64297a062172e57682e79-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/987e9da448a64297a062172e57682e79-600x989.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/987e9da448a64297a062172e57682e79.jpg 655w" sizes="(max-width: 621px) 100vw, 621px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Tommaso Filippucci ha tradotto alcune poesie dal primo quaderno del&nbsp;<em>Libro d’ore</em>,&nbsp;<em>Il libro della vita monastica</em>. Rilke scrive quelle poesie tra il settembre e l’ottobre del 1899, “nei boschi berlinesi di Schmargendorf” (Lavagetto), reduce dal primo viaggio in Russia, con Lou Salomé (a cui lo&nbsp;<em>Stundenbuch</em>&nbsp;è dedicato). Il poeta ha 23 anni, “la svolta decisiva è stata la Russia, mi aprì… un mondo senza possibilità di paragone” – scrive, molto tempo dopo, nel 1926: ma ogni incontro di Rilke è un bere a sazietà, è&nbsp;<em>decisivo</em>. In Russia, il poeta conosce Tolstoj, si fa amico di Leonid, il padre di Boris Pasternak, artista. Soprattutto, incontra il mondo dell’arte russa: “è la ricerca solitaria nell’arte russa delle icone, delle cattedrali e dei monasteri ciò che a Rilke si rivela come chiave” (Lavagetto).&nbsp;</p>



<p>Poesia come pittura di icone: ribaltamento di prospettiva, avvento.&nbsp;</p>



<p>(Da meditare: l’anonimato, l’anemia della ‘firma’. Perché la parola cavalchi e sia destriero il poeta deve morire, deve sparire).&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Nel 1907: l’ennesimo incontro&nbsp;<em>decisivo</em>&nbsp;di Rilke. Cézanne.&nbsp;</p>



<p>Trovo tra libri non miei le lettere di Rilke “su Cézanne e sull’arte come destino”,&nbsp;<em>Verso l’estremo</em>. Il libro, edito da Pendragon nel 1999, è curato da Franco Rella. Cézanne – lo diceva più volte, l’amatissimo, abissale Rella – è una zattera, è la svolta che porta Rilke alle&nbsp;<em>Elegie</em>&nbsp;e ai&nbsp;<em>Sonetti</em>. (Rilke procede per ‘svolte’, per incontri ‘decisivi’, per terremoti che magari agiscono, dopo lento frastuono, come capita con le&nbsp;<em>Elegie</em>, anni dopo).&nbsp;</p>



<p>Così scrive Rella:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’artista, ha detto Rilke, deve giungere al limite estremo: all’ultimo confine. E cosa si trova quando si giunge su questa soglia se non la perdita, il nulla, in una parola: la morte? […] Quando Cézanne diceva di fronte alla montagna della Sainte-Victoire che bisognava far presto prima che questa svanisse, non era preso come Rilke dall’ansia della caducità e della precarietà delle cose e dalla volontà di salvarle? […] Le cose contengono la morte. Noi conteniamo la morte. Dire la morte dentro la vita è dire il loro segreto a loro indicibile… Cézanne dipingeva: ecco la cosa, e la cosa sapeva di essere amata da lui”.&nbsp;&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Uscito dal chiostro, Rilke cerca la parola che fa risorgere, la “nuova lingua” che riporti le cose alla loro identità, imperitura, imperiale. Conquistare – non concupire – le cose, cioè: prendersene cura.&nbsp;</p>



<p>L’opera non è più un tempio, non è più tempo per il tempio, perché tutti i sepolcri sono ormai dissigillati: l’opera è un corpo. E su quel corpo le stimmate sono ancora fresche, turgide: le puoi mungere, le puoi rendere degne dell’agnello.&nbsp;</p>



<p>Anche un corpo risorto sanguina – della poesia bisogna abbeverarsi.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Nel&nbsp;<em>Libro d’ore</em>&nbsp;siamo al di qua: siamo tra le grate dell’orante, tra le grate della gratitudine. “Preghiere, se si vuole – così le considerai, anzi, neppure questo: le recitavo e mi regolavo su di loro per le incognite del sonno o del giorno che iniziava”. Così Rilke dice dei versi dello&nbsp;<em>Stundenbuch</em>. Preghiere. Poi si corregge – è una lettera tarda, questa, del maggio del 1911, a Marlise Gerding –:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“D’altra parte, visto sotto il profilo del lavoro, quel libro ha il piacere che ogni arte prova per se stessa, ed è quindi diverso dalla preghiera, ha una vanità che manca alla preghiera. Ma che cos’è la preghiera, lo sappiamo?”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>Oh, a volte basta questo: arretrare, sterrare. Dire la parola che trascolora la minaccia nella minuta della vita erba, della vita breve, della vita bue. Non affrancare i corpi dalla morte, ma esigerne il crollo. Che questo ordinario abbia un sovrappiù in audacia: la corona, pari allo sgabello.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>L’idea stessa del “libro d’ore” ci intaglia a vita nuova. Aggiogare il giorno, creatura dai molti musi, nel pregare – nella parola-fune. Come si vigila con le candele un fiume – o la fiumana degli invitati a nozze. Non si tratta neppure di murare con le parole il tempo, perché noi siamo quelli sul tetto, con le fionde – le stelle siano i nostri ciottoli.&nbsp;</p>



<p>**</p>



<p>Rainer Maria Rilke&nbsp;</p>



<p><strong>Il libro d’Ore</strong></p>



<p><em>Primo libro – Il libro della vita monastica</em></p>



<p>Amo le ore buie del mio essere,<br>quelle in cui i miei sensi si acuiscono;<br>in esse, come in vecchie lettere,<br>ho trovato la mia vita quotidiana già vissuta<br>e, come una leggenda, lontana e superata.</p>



<p>Da esse nasce la consapevolezza di avere spazio<br>per una seconda vita ampia e senza tempo.</p>



<p>E a volte sono come l&#8217;albero<br>che, maturo e frusciante, sopra una tomba<br>realizza il sogno del fanciullo perduto<br>(attorno al quale si affollano le sue calde radici)<br>perduto in tristezze e canti.</p>



<p>*</p>



<p>Se solo per una volta ci fosse questo silenzio.<br>se il casuale e il vago<br>si spegnessero come le risa dei vicini,<br>se il frastuono che i miei sensi generano<br>non mi impedisse di essere vigile –&nbsp;<br>allora potrei, in mille pensieri,<br>raggiungere il confine della tua anima<br>e possederti (solo per un sorriso),<br>per donarti a tutta la vita,<br>come segno di gratitudine.</p>



<p>*</p>



<p>Tu, oscurità da cui provengo,<br>ti amo più della fiamma<br>che delimita il mondo,<br>mentre splende<br>per qualsivoglia cerchio,<br>al di là del quale nessun essere ti conosce.<br>Ma l’oscurità abbraccia tutto:<br>forme e fiamme, animali e me,<br>come rapiti,<br>uomini e potenze –&nbsp;<br>e forse: una grande forza<br>si muove accanto a me.<br>Io credo alle notti.</p>



<p>*</p>



<p>Credo a tutto ciò che mai prima è stato detto.<br>Voglio liberare i miei più pii sentimenti.<br>Ciò che nessuno ha mai osato desiderare<br>diverrà un giorno per me spontaneo.<br>Se è presunzione, mio Dio, perdonami.<br>Ma solo questo voglio dire:<br>la mia miglior forza dovrà essere un impulso,<br>senza ira e senza paura;<br>così ti hanno amato i bambini.<br>Con questo fluire, con questo sbocciare<br>in ampie braccia verso il mare aperto,<br>con questo crescente ritorno,<br>voglio riconoscerti, voglio annunciarti<br>come mai nessuno.<br>E se è superbia, lasciami essere superbo<br>nel mio pregare,<br>così serio e solitario<br>dinnanzi alla tua fronte velata di nubi.</p>



<p>*</p>



<p>Sono solo al mondo ma non abbastanza<br>per consacrare ogni ora.<br>Sono insignificante al mondo ma non abbastanza<br>da stare dinanzi a te come una cosa<br>oscura e scaltra.<br>Voglio il mio volere e voglio accompagnarlo<br>sui sentieri delle gesta;<br>e voglio, nei quieti ed esitanti tempi,&nbsp;<br>quando qualcosa si avvicina,<br>essere tra coloro che sanno<br>e restare soli.</p>



<p>Voglio riflettere sempre tutta la tua forma,<br>e mai voglio esser cieco né vecchio<br>per sostenere la tua pesante e instabile immagine,<br>voglio dispiegarmi.<br>In alcun luogo voglio restare piegato,<br>poiché dove sono piegato, io sono bugiardo.<br>E voglio che il mio senso&nbsp;<br>sia vero dinnanzi a te. Voglio descrivermi<br>come un’immagine che ho visto,<br>a lungo e da vicino,<br>come una parola compresa,<br>come il vaso del giorno,<br>come il volto di mia madre,<br>come una nave<br>che mi ha portato<br>attraverso la tempesta più mortale.</p>



<p>*</p>



<p>Vedi, io voglio molto.<br>Forse voglio tutto:<br>l’oscurità d’ogni infinita caduta<br>e il tremulo gioco di luce d’ogni ascesa.</p>



<p>In tanti vivono e nulla vogliono,<br>e sono, per il lieve giudizio che si danno,<br>governati da levigati sentimenti,</p>



<p>ma tu gioisci d’ogni volto<br>servitore ed assetato.</p>



<p>Tu gioisci di tutti coloro che ti usano<br>come uno strumento.</p>



<p>Non sei ancora freddo, e non è troppo tardi&nbsp;<br>per immergersi nelle tue divenenti profondità,<br>dove la quieta vita si svela.</p>



<p>*</p>



<p>Rumoreggia la luce sulla cima del tuo albero<br>e rende a te le cose variopinte e vane,&nbsp;<br>esse ti trovano soltanto quando il giorno si estingue.<br>Il crepuscolo, la tenerezza dello spazio,<br>posa mille mani su mille teste,<br>e sotto di esse si fa devoto l’estraneo.</p>



<p>Tu non vuoi controllare il mondo in altro modo<br>se non così, con queste delicatissime gesta.<br>Dai suoi cieli afferri a te la terra<br>e la senti sotto le pieghe del tuo mantello.</p>



<p>Hai un modo così silenzioso di essere.<br>E coloro che roboanti piangono il tuo nome,<br>sono già dimentichi della tua vicinanza.</p>



<p>Dalle tue mani, che si ergono come montagne,<br>sale, per dare legge ai nostri sensi,<br>con fronte scura la tua muta forza.</p>



<p>*</p>



<p>Tu, volenteroso, e la tua gloria è giunta<br>sempre in antiche gesta.<br>Qualcuno intreccia le mani<br>così che siano mansuete<br>e attorno a una piccola oscurità –&nbsp;<br>all’improvviso ti sente in esse crescere,<br>e come al vento,<br>si china il viso<br>in vergogna.</p>



<p>E allora cerca di giacere sulla roccia<br>e di alzarsi, come vede fare gli altri,<br>e il suo sforzo è cullarti,<br>per paura di aver già svelato la tua veglia.</p>



<p>Perché chi ti percepisce non può di te vantarsi;<br>è spaventato, trema attorno a te e fugge<br>da tutti gli estranei che dovrebbero accorgersi di te:</p>



<p>tu sei il miracolo nel deserto<br>che accade a chi è fuggito.</p>



<p><strong><em>Rainer Maria Rilke</em></strong></p>



<p><em>*Traduzione dal tedesco di Tommaso Filippucci</em></p>
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		<title>“Dall’immanifesto provengo…”. Vita e poesia di Ansari di Herat, maestro sufi</title>
		<link>https://www.pangea.news/ansari-sufismo-poesia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Sep 2023 04:29:54 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Sacro]]></category>
		<category><![CDATA[Ansari di Herat]]></category>
		<category><![CDATA[Inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Vissuto un millennio fa – nasce a Herat nel 1006 – è tra i grandi maestri sufi di ogni tempo. Ansari – nel nome si svela il lignaggio: Abū Ayyūb al-Anṣārī era uno dei “compagni”, <em>Ṣāḥib</em>, di Maometto – dimostra il suo talento, esorbitante, fin da bambino. Dicono avesse una capacità mnemonica formidabile, che recitasse testi d’ampiezza siderea: fu mandato a studiare a Nishapur, allentò la naturale dote lirica con l’energia polemica. Ansari non credeva che la speculazione intellettuale permettesse l’accesso alle segrete di Dio; non sopportava il fermento neoplatonico che, a suo avviso, corrompeva il Corano; era ostile alle influenze della cultura greco-alessandrina, diffuse a perdicollo in Persia. Confidava nell’obbedienza e nella parola che travalica i codici legalisti: un verbo pieno di volti, di ali. Visir e califfi tentarono, in diversi modi, di esiliare o imprigionare quell’esagitato dello spirito: la prestanza della sua scuola, il numero di discepoli, il sacro rispetto che ne ammantava gli atti, furono efficace difesa.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="670" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/81UO03xgVQL._SL1500_-670x1024.jpg" alt="" class="wp-image-97067" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/81UO03xgVQL._SL1500_-670x1024.jpg 670w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/81UO03xgVQL._SL1500_-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/81UO03xgVQL._SL1500_-600x917.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/81UO03xgVQL._SL1500_.jpg 707w" sizes="(max-width: 670px) 100vw, 670px" /></figure>



<p>Lo spirito di Ansari – che pure aveva anche un estro sistematico: il <em>Sad Maydan</em>, “Le cento pianure dello spirito”, trattato mistico-giuridico è stato tradotto da Carlo Saccone nel 2012 – è sostanzialmente lirico: le sue poesie annunciano la necessità dell’abbandono in Dio, l’insensatezza dei turbamenti mondani, l’assoluto del voto, il vincolo per la vita – dunque: a precipizio nella morte – che deve legare l’uomo spirituale all’Altissimo.</p>



<p>In Francia, Ansari ha avuto un formidabile esegeta in <strong><a href="https://www.avvenire.it/agora/pagine/kabul-" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Serge de Beaurecueil</a></strong> (1917-2005). Domenicano, cofondatore, al Cairo, dell’Institut dominicain d’études orientales, è stato, per vent’anni, dal 1963, l’unico sacerdote cattolico in Afghanistan. Fu costretto a lasciare la ‘sua’ terra durante il periodo dell’invasione sovietica: lo credevano una spia. Insegnante al liceo francese di Kabul, ebbe tra i suoi discepoli il comandante Massoud. Sulla sua tomba, preferì una frase di Ansari, a cui aveva votato una vita di studi (riassunti in un volume del 1997, <em>Chemin de Dieu. Trois traités spirituels</em>):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Caro amico, se ti stupisci perché vedi questa tomba che danza, non dimenticare che la tristezza non siede al banchetto di Dio”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nel mondo anglofono, l’opera di Ansari è reperibile, tra l’altro, in un libro curato da A.G. Ravan Farhadi, <em>Abdullah Ansari of Herat: An Early Sufi Master</em> (1996) e in <em>Islamic Mystical Poetry: Sufi Verse from the Early Mystics to Rumi</em>&nbsp;(2010).</p>



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<p>Ansari – secondo canone leggendario –, speleologo dell’invisibile, morì cieco. Dicono fosse “nato sapiente”; a Herat un imponente mausoleo ne custodisce le spoglie. Credeva nei gradini della perfezione, nella poesia come un salto nel vuoto.</p>



<p>***</p>



<p>Chi uccidi<br>Dio<br>non odora di sangue<br>quello che bruci<br>non puzza di fumo.</p>



<p>Ride mentre lo bruci<br>e quello che uccidi<br>mentre lo uccidi<br>grida in estasi.</p>



<p>*</p>



<p>Salvami<br>dalle insidie dell’ego</p>



<p>Prendimi la mano:<br>privo della Tua misericordia<br>sono perduto</p>



<p>O Dio, possa il mio cervello vacillare<br>quando penso a Te<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; possa scintillare il mio cuore<br>quando vibra secondo i misteri<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; della Tua grazia</p>



<p>Che la mia lingua danzi<br>pronunciando nient’altro<br>che la Tua lode</p>



<p>Vivo per fare la Tua volontà</p>



<p>Ogni mio atto è preghiera<br>che verso di Te si slancia</p>



<p>Potente: allontanami da tutti<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; avvicinami a Te</p>



<p>Chi è consapevole della Tua<br>presenza, ritiene inutile la vita:<br>occuparsi dei bambini<br>della famiglia e delle cose terrene</p>



<p>Chi è inebriato del Tuo amore<br>frequenta entrambi i mondi:<br>a cosa può servirti dunque<br>questo tuo folle devoto?</p>



<p>*</p>



<p>La mia vita pulsa in Te<br>il mio cuore trema a Te obbligato.<br>Se sulla mia polvere nascesse l’erba<br>ogni ciuffo si inchinerebbe devoto a Te.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="617" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/81u3-TBduWL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-97068" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/81u3-TBduWL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 617w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/81u3-TBduWL._AC_UF10001000_QL80_-185x300.jpg 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/81u3-TBduWL._AC_UF10001000_QL80_-600x972.jpg 600w" sizes="(max-width: 617px) 100vw, 617px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Lungo la sua via<br>l’occhio deve smettere di essere occhio<br>l’orecchio non deve udire nulla<br>che non riguardi Lui, che non sia Lui.<br>Diventa polvere sul Suo sentiero.<br>Anche i re della terra<br>rendi polvere ai Tuoi piedi<br>un trucco ai Tuoi occhi.</p>



<p>*</p>



<p>Nel nome di Dio<br>Sovrano<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Misericordioso</p>



<p>O Tu, Munifico<br>che semini le tue vie<br>di doni</p>



<p>Tu, il Sapiente<br>che ignora i nostri errori</p>



<p>Tu, l’Uno, il Preesistente<br>oltre ogni comprensione</p>



<p>Tu, Onnipotente<br>che non ha pari in potere e grandezza<br>privo di un secondo:</p>



<p>Tu, Compassionevole<br>che guidi gli smarriti spettri sulla corretta via</p>



<p>Tu sei davvero il nostro Dio</p>



<p>Purifica le nostre menti<br>rendi limpida l’aspirazione del cuore<br>illumina i nostri occhi</p>



<p>Per Tua grazia e generosità<br>concedici ciò che credi giusto</p>



<p>Potente: la tua grazia conferisca<br>luce e fiducia nei nostri cuori</p>



<p>Verità e rettitudine sono il solo<br>antidoto al male della vita</p>



<p>Non posso chiederti nulla<br>perché tu sai tutto:<br>Tu doni ciò che a ogni<br>creatura è necessario</p>



<p>O mio Dio! Ho desertificato<br>la mia via, spergiurato<br>sulla mia anima<br>leccornia di Satana</p>



<p>Che esista o non esista<br>non ha più senso, ormai</p>



<p>Accogli il mio pentimento<br>perdona i miei peccati</p>



<p>Trascinami dal dolore alla felicità</p>



<p>Dalle conseguenze dei miei errori<br>ai danni del futuro: non vedo fuga</p>



<p>Potente! Il male mi dilania<br>e io ne ho paura</p>



<p>*</p>



<p>Padrone, fammi ubriaco<br>del Tuo amore!<br>Ai miei piedi suonano<br>le catene della Tua schiavitù!<br>Svuotami di ogni cosa, che non mi resti<br>altro che il Tuo amore. In esso<br>disintegrami, resuscitami.<br>La fame che ti desta<br>si concluda nel pasto:<br>che io sia il tuo festino.</p>



<p>*</p>



<p>Dall’immanifesto provengo:<br>ho piantato la mia tenda nella Foresta<br>dell’esistenza Materiale. Ho varcato il regno<br>delle pietre e quello delle piante; le mie provviste<br>mentali mi hanno condotto nel regno delle bestie;<br>una volta compreso, l’ho oltrepassato;<br>nel cristallino guscio del cuore umano<br>ho coagulato la goccia del sé in una Perla<br>e insieme ai giusti ho vagabondato<br>nella Casa della Preghiera;<br>dopo averla conosciuta, sono andato<br>altrove: ho preso la via che a Lui porta<br>sono diventato il servo alla Sua porta;<br>poi la dualità è scomparsa<br>e in Lui sono stato assorbito.</p>



<p>*</p>



<p>Tu che ti sei allontanato da te stesso<br>che ancora non hai raggiunto l’Amico:<br>non rattristarti, perché Egli ti accompagna<br>rannicchiato in ogni tuo respiro.</p>



<p>*</p>



<p>Chi ha gli occhi pieni della visione di questo mondo<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; non può vedere gli attributi dell’Aldilà;<br>chi ha gli occhi pieni degli attributi dell’Aldilà<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; non può essere privato della Bellezza dell’Uno.</p>



<p><strong><em>Abd Allah Ansari di Herat</em></strong></p>
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		<item>
		<title>“Dare un calcio alla realtà”. Ode ad Alessandro Gori, dissacratore di poesie</title>
		<link>https://www.pangea.news/alessandro-gori-poesie-fabrizio-testa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2023 04:30:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Gori]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Testa]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Donna essere sensazionaleripetosensazionalesarà una fissa miama mi rimangono troppo benela pelle specialegli occhi che anticipano i sorrisiquei capini che calano stanchi quando è seraquelle ditine nervose che scartano i boeriquel cappellaccio da pensionatoe poi i nomigiulia stefania ludovicaludovica un paio di coglioni Smontare la poesia e rimontarla buttandoci dentro di tutto; i tic, la sabbia, [&#8230;]</p>
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<p><strong>Donna</strong></p>



<p><em>essere sensazionale<br>ripeto<br>sensazionale<br>sarà una fissa mia<br>ma mi rimangono troppo bene<br>la pelle speciale<br>gli occhi che anticipano i sorrisi<br>quei capini che calano stanchi quando è sera<br>quelle ditine nervose che scartano i boeri<br>quel cappellaccio da pensionato<br>e poi i nomi<br>giulia stefania ludovica<br>ludovica un paio di coglioni</em></p>



<p>Smontare la poesia e rimontarla buttandoci dentro di tutto; i tic, la sabbia, i ghiaccioli La Bomba, le ansie e le abitudini frullandole con attualità, pose, luoghi comuni, plastica come succedeva con quelle buste sorpresa che vendevano nelle edicole quarant’anni fa. Ma non si tratta affatto di una raccolta à la page del tipo <em>Nelle Galassie Oggi come Oggi</em> di <em>Scarpa, Nove e Montanari</em> uscita nei primi anni del nuovo millennio e che riprendeva i testi di celebri canzoni colte (da Lou Reed ai Pink Floyd) ritraducendole in chiave comica.</p>



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<p>Qui, nella prima raccolta di poesie dello scrittore <a href="https://www.rizzolilibri.it/libri/canzoniere-dei-parchi-acquatici/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Alessandro Gori,</strong> <strong><em>Canzoniere dei parchi acquatici</em></strong></a>, c’è lo spiazzante esodo della vita che ci manda a cagare. Se con i suoi racconti (tra i suoi fan più accaniti c’è anche Matteo Garrone) tentava di superare la morte da destra con abile incastro tra fascinazioni fantasiose e puro dramma (leggete l’incipit di <em>Veleno per topi)</em> con le poesie invece si butta in sorpasso a sinistra, quello giusto, con lo stile di un uomo arrivato che prova a dare il primo morso allo Stecco Ducale della Sammontana.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="746" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/Gori_Canzoniere__300dpi-746x1024.jpg" alt="" class="wp-image-97072" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/Gori_Canzoniere__300dpi-746x1024.jpg 746w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/Gori_Canzoniere__300dpi-219x300.jpg 219w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/Gori_Canzoniere__300dpi-768x1054.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/Gori_Canzoniere__300dpi-600x823.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/Gori_Canzoniere__300dpi.jpg 787w" sizes="(max-width: 746px) 100vw, 746px" /></figure>



<p>La crosta miniale di cioccolato, appena spaccata, regala la semplice estasi rassicurante di un fiordilatte che mai passerà di moda nei secoli.</p>



<p>Le poesie del Gori sono esattamente così. Pura glassa minimal che ci regala una sicurezza addirittura lisergica creando un soppalco per contrastare amabilmente e senza sforzi le brutture e le rovine del mondo traghettandoci in un luogo altro, senza riserve e nemmeno senza indiani.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Ehi!</strong></p>



<p><em>tu<br>che per strada<br>dai un calcio<br>a una lattina<br>quello che<br>stai facendo<br>davvero<br>è dare un calcio<br>alla realtà</em></p>
</blockquote>



<p>Ci sono donne da amare, scorpioni in libera uscita a Napoli, soldati, aquile, gente fluida, capannoni, parchi acquatici e delfinari. C’è la massa che consuma produce e crepa. Il contemporaneo fatto di trap e smartphone si fonde con Macario e gli anni Sessanta, con i nonni e le caramelle di una volta, come a suggellare una mappa di una piccola Odissea privata costantemente alla deriva.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Smartphone</strong></p>



<p><em>bello </em><em><br>sarebbe </em><em><br>spegnere la tv </em><em><br>scordarsi lo smartphone </em><em><br>per un’ora </em><em><br>e andare a parlare </em><em><br>coi nostri figli </em><em><br>solo di cosa vogliono parlare i nostri figli? </em><em><br>dell’avanspettacolo di erminio macario </em><em><br>e renato rascel </em><em><br>e allora </em><em><br>seppur dolorosamente </em><em><br>lo smartphone </em><em><br>me lo tengo ben stretto </em><em><br>e si arrangino da soli</em><em></em></p>
</blockquote>



<p>Alessandro Gori, scrittore e sotto certi punti di vista comico, lo puoi amare o detestare. Detestare perché è più bravo di te, amare per la sua sensibilità disarmante, per il suo sguardo attentissimo, per come cura il dettaglio di una poesia, di un testo o di una passeggiata a Milano Marittima che frequenta da quando è nato ed è l’unico luogo in cui riesce lentamente a sfuggire dalle grinfie della morte che comunque lo attende, paziente, oltre il buio della pineta.</p>



<p><strong>Soldati</strong><br><strong><em>poesia per sarajevo</em></strong></p>



<p><em>a volte penso </em><br><em>che </em><br><em>noi stiamo come le foglie </em><br><em>almeno un po’ </em><br><em>come foglie in autunno </em><br><em>sugli alberi </em><br><em>attaccate ai rami </em><br><em>appiccicate e avvinte </em><br><em>cangianti d’un cremisi nitor </em><br><em>noi </em><br><em>caduchi </em><br><em>appesi come foglie </em><br><em>provvisori </em><br><em>fugaci instabili </em><br><em>temporanei transitori momentanei </em><br><em>passeggeri brevi </em><br><em>perituri </em><br><em>noi siamo come l’edera </em><br><em>dove si attacca muor </em><br><em>noi </em><br><em>precarie foglie </em><br><em>su rami soccombenti </em><br><em>a simboleggiare </em><br><em>la caducità stessa </em><br><em>di noi (purtroppo) soldati </em><br><em>appesi alla vita </em><br><em>come foglie a iniqui rami </em><br><em>una sorta </em><br><em>di metafora</em></p>



<p><em><strong>Fabrizio Testa</strong></em></p>
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		<item>
		<title>“Ho abitato l’ombra di Kafka”. Le poesie di Jiří Langer</title>
		<link>https://www.pangea.news/langer-poesie-franz-kafka/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Jan 2023 05:22:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[chassidim]]></category>
		<category><![CDATA[Ebraismo]]></category>
		<category><![CDATA[Franz Kafka]]></category>
		<category><![CDATA[Inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Jiří Langer]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Doveva apparirgli come uno spiritato, un ispirato – uno spirito buono, sia chiaro, qualcosa tra l’angelo e il monello. Quando Jiří Mordechai Langer incontra Franz Kafka, tramite Max Brod – autentico ‘puparo’ della scena culturale praghese –, ha 19 anni, ha ripudiato il proprio tempo per l’arbitrio di un mondo leggendario, tra le brume dei [&#8230;]</p>
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<p>Doveva apparirgli come uno spiritato, un ispirato – uno spirito buono, sia chiaro, qualcosa tra l’angelo e il monello. <strong>Quando Jiří Mordechai Langer incontra Franz Kafka, tramite Max Brod</strong> – autentico ‘puparo’ della scena culturale praghese –, ha 19 anni, ha ripudiato il proprio tempo per l’arbitrio di un mondo leggendario, tra le brume dei sapienti ebrei, i Chassidim. A Kafka incuriosivano le storie che provenivano dalle fosche periferie dell’Europa orientale, da quei paesi smunti, microscopici, che vivevano nell’eterna glaciazione del tempo – in un incanto, per dirla con Langer. Langer raccontava, Kafka prendeva appunti, pio scriba, sul suo diario. Se per Kafka quelle storie – dal misticismo sconvolto – corroboravano la costruzione della propria autarchica mitologia letteraria, per Langer erano parola di vita: il ragazzo <em>viveva</em> quelle leggende, letteralmente, al di là di ogni letteratura. Quando si conobbero, Kafka aveva scritto <em>La metamorfosi</em> e alcuni dei suoi racconti più belli: <em>Davanti alla legge</em>, ad esempio.</p>



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<p><strong>Jiří Langer, o meglio, Georg Mordechai Langer, era stato sedotto dal Rebbe di Belz. “Sul viso espressivo risplende, appena riconoscibile, un distaccato sorriso di saggezza divina.</strong> Non so quanto tempo sia durata l’apparizione. Ma abbastanza per sconvolgermi”. L’esito dei suoi viaggi “nel regno dei Chassidim”, nell’Oblast’ di Leopoli, a Belz, nell’attuale Ucraina, al confine con la Polonia, è registrato in un libro che ha il fervore della veglia magica, va letto mentre si danza, <em>Le nove porte</em>. Il libro, pubblicato nel 1937, tradotto qua e là – <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845923258" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>in Italia lo stampa Adelphi</strong> </a>– è l’opera matura e più bella di Langer, ingenua e genuina:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Un esploratore che si apra un varco in una fitta foresta, insufficientemente armato, non è più coraggioso dell’uomo che decide di penetrare nel mondo chassidico, in apparenza oscuro, e fin ripugnante nella sua stranezza”.</strong></p></blockquote>



<p>Sionista, Langer scampò all’imperio dei nazisti: nel 1939 si mise in corsa per la Palestina. Uno dei suoi fratelli, Josef, preferì uccidersi. L’altro, il più grande, František, scrittore per il teatro, che aveva servito durante la Prima guerra e fu impegnato nella Seconda come brigadier generale dell’esercito cecoslovacco, descrive in questo modo la fuga di Georg:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Trasognato come sempre e in tutto, non s’era preparato adeguatamente per quel viaggio. Aveva riempito le valigie dei libri più cari, ben duecento, senza curarsi di prendere con sé indumenti caldi e provviste. Soffrì il freddo e la fame più degli altri e la sua polmonite si complicò ben presto con una grave infiammazione ai reni. Quando infine lo trasbordarono sulla nave di soccorso, era allo stremo delle forze… Tutti gli volevano bene”.</strong></p></blockquote>



<p>A Tel-Aviv, dove si era radicato, Langer incontrò il vecchio amico Max Brod, consolidarono un legame tra esiliati e sognatori. Langer morì nel marzo del 1943. Kafka era morto quasi vent’anni prima. Pochi mesi dopo che si erano conosciuti, nel 1915, Langer, con l’entusiasmo del fanatico, aveva costretto Kafka a Žižkov, alla periferia di Praga, “dove il Rebbe di Grodek con i suoi seguaci consumava un pranzo sabbatico”. Kafka ne scrive, il 14 settembre, sul suo diario:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Sabato con Max e Langer dal rabbino dei miracoli. Molti bambini sul marciapiede e su per la scala. Una trattoria. In alto tutto buio, qualche passo alla cieca, tendendo le mani. Una stanza con un pallido barlume, pareti grige, alcune piccole donne e ragazze, fazzoletto bianco in testa, visi pallidi, piccoli gesti. Impressione di un mondo esangue… Il rabbino si distingue per la sua natura profondamente paterna. Tutti i rabbini hanno l’aria spiritata, dice Langer. Questo porta il caffettano di sera, di sotto al quale spuntano le mutande. Peli sul naso. Berretto con l’orlo di pelliccia che egli sposta continuamente. Sudicio e pulito: particolarità di chi pensa intensamente”.&nbsp;</strong></p></blockquote>



<p>Kafka era più grande di dieci anni di Langer, ma agli occhi del ragazzo appariva giovanissimo, appena nato, come gli angeli. A Kafka non interessava il mondo ebraico, ma la lingua ebraica – perché il mondo è nel canto. <strong>Nel 1917 decise di imparare l’ebraico: chiese al giovane Langer di aiutarlo. Imparò in fretta, con rapace rapidità.</strong> Langer, in cambio, gli chiedeva di correggere le sue poesie. A Kafka non piacevano: immagini troppo sgargianti, simbolismo eccessivo, la Bibbia mescolata ai toni di un poeta <em>pompier</em> o – peggio – decadente. In uno dei suoi versi, Langer immagina “flotte di Hashmalonim che danzano come uomini, ubriachi di ricordi eterni”. Secondo il <em>Sefer Yetzirah</em>, libro cruciale dell’esoterismo ebraico, gli <em>Hashmalim</em> sono una classe di angeli. “A K. non piacciono gli scrittori verbosi, dalle espressioni eccessive, strateghi nell’uso di parole rare”, scrive, a mo’ di monito, Langer.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="781" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/2014-09-07-kafkalangercover-1024x781.jpg" alt="" class="wp-image-94155" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/2014-09-07-kafkalangercover-1024x781.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/2014-09-07-kafkalangercover-300x229.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/2014-09-07-kafkalangercover-768x586.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/2014-09-07-kafkalangercover-600x458.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/2014-09-07-kafkalangercover.jpg 1038w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Nel 1929 Langer pubblicò le sue poesie in ebraico come <em>Canzoni liturgiche sull’amicizia</em>. “Si esprimeva in un linguaggio biblico purissimo”, ricorda il fratello</strong>, “è interessante il fatto che il suo fu il primo libro di versi ebraici stampato nella vecchia tipografia degli ebrei di Praga dopo una pausa di un secolo”. <a href="https://www.amazon.de/Hunger-Artist-Stories-Essential-Translations/dp/1550718673" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nel 2014 queste poesie sono state tradotte da Guernica, negli Stati Uniti, come <em>Poems and Songs of Love</em>, a cura di Elana e Menachem Wolff: </a>da lì è tratto il ciclo che qui si presenta in prima traduzione italiana. Due testi, “All’amico” e “In morte di un poeta”, sono dedicati a Kafka.</p>



<p>Il 17 febbraio del 1941, su una rivista di Tel-Aviv, “Hegeh”, Langer scrive <em>Qualcosa su Kafka</em>. Il testo è il tributo a un’amicizia sgargiante e remota – “sono stato fortunato: ho abitato l’ombra di Kafka” – redatto secondo i criteri dell’agiografia kafkiana. K. appare “enigmatico”, dotato di “una personalità grande e illuminante”, “era impossibile sondare le segrete della sua anima”. <strong><a href="https://www.tabletmag.com/sections/arts-letters/articles/kafka-langer" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Kafka, racconta Langer, collezionava libri dei poeti dell’antica Cina:</a></strong> tra tutte le versioni, preferiva quelle in francese, a cura dell’orientalista Franz Toussaint. Disse a Langer di leggere, ogni giorno, una poesia di Li Po o di Tu Fu, “un cervello non può sopportarne più di una alla volta”, e di imparare da quel candore.</p>



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<p>Quando Langer gli mostrò il reportage di un avventuriero che aveva attraversato a piedi, da solo, uno dei crudi deserti d’Israele, Kafka ne fu affascinato. “Gli aspetti negativi di quel viaggio, i momenti di sconforto e di dolore, perfino le descrizioni repellenti lo entusiasmavano… era un uomo insolito”. Forse la poesia è levitare tra i deserti, verso un Oriente immaginato per malinconie, fino al sangue, nel dormiveglia. Una rinuncia a bere, in fondo.</p>



<p>**</p>



<p><strong><em>Una visione</em></strong></p>



<p>Come un uomo che si desta di notte, il cuore nei meandri di un incubo,</p>



<p>così mi risveglio dall’intontimento della vita, ed ecco:</p>



<p>il creato è inabissato in un incanto</p>



<p>in cui tutto agisce per necessità</p>



<p>la ruota gira, il tempo sfuma.</p>



<p>La terra e ogni cosa sono in uno stato di sonnambulismo:</p>



<p>il verde della valle, le montagne, l’acqua, l’aria.</p>



<p>Il lampo intaglia il cielo, la potenza di Dio</p>



<p>si riverbera nel tuono e sulla terra tutto dorme.</p>



<p>L’intero universo è nel dormiveglia: il ronzio dell’ape nei campi</p>



<p>gli uccelli che cinguettano nel bosco, ne resta il calco, l’eco.</p>



<p>Nel sonno si alzano le nazioni, mormorano dal letargo, cadono nell’incanto.</p>



<p>Ogni atto dell’uomo accade nel sonno, il cuore vive sonnambulo.</p>



<p>Alcuni affrettano il risveglio: profeti,</p>



<p>maestri di misteri, bardi, filosofi – ma tutto è invano;</p>



<p>dal responso del riposo non c’è fuga.</p>



<p>Anche sul libero arbitrio è decretato il sonno</p>



<p>perché è contro la nostra volontà.</p>



<p>Ancora una volta ho spalancato le pupille, come un grido:</p>



<p>il creato assomiglia a una partoriente.</p>



<p>Urla perché il dolore è terribile, come una madre rotta dalla disperazione:</p>



<p>l’angelo Gabriele, in piedi, ruota il forcipe ardente.</p>



<p>Estrae dal suo grembo il frutto dell’oscurità, fino al nodo del gridare,</p>



<p>ma il feto non può uscire, è troppo grande.</p>



<p>Così, il creato sguazza nel suo sangue, ruggisce come un leone</p>



<p>per un dolore che nessuno può sanare.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Morte interiore</em></strong></p>



<p><em>(Canto sui toni dell’Est Europa e delle Lamentazioni)</em></p>



<p>Il sole è al tramonto<br>estremo<br>crepuscolo<br>di una sera di primavera –<br>tutto termina, sfugge.<br>Il silenzio si è fregiato della stola<br>delle tenebre, spiega le ali sul giardino.<br>Cupa tristezza, mia sola compagna, che non tradisce<br>sono il viandante<br>oltre il chiasso della città clamorose.<br>La luna distilla la sua magia<br>in un mormorio tra gli alberi<br>l’usignolo, lontano,<br>intona un canto doloroso tra le rose.<br>Continuo a vagare, inabissandomi nel grembo della notte.<br>Silenzio sopra ogni cosa –<br>il fruscio dell’albero è cessato,<br>il cinguettio dell’usignolo<br>svanisce<br>come muore nell’intimo<br>il cuore dell’uomo –<br>non osi tremare<br>per l’amore segreto<br>l’amore<br>che muore.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>All’amico</em></strong></p>



<p>Come le nuvole si disperdono in cielo<br>e il ceruleo occhio di una stella fissa la terra<br>così sei apparso al tuo servo insolito:<br>il suo cuore è disperato e ignori che la causa sei tu.</p>



<p>Sei flessibile come una pianta<br>e la tua giovinezza semina braci<br>nei tuoi occhi fidati Dio ha impresso<br>il marchio della sconfinata profondità<br>dolore che si compie in docile segreto –</p>



<p>Come una corda d’arpa la mia anima<br>vibra, le onde del canto si versano<br>su di te: con il canone della quiete<br>hai dissigillato il freddo eterno<br>che mi stava distruggendo –</p>



<p>Di continuo ritorno all’ora della nostra<br>felicità: la notte in cui abbiamo percorso<br>quella strada e mi hai messo il braccio sulla spalla<br>il ricordo – sviato dalle nebbie – di una<br>favola antica che sfilaccia il cuore:</p>



<p>l’amicizia di due compagni<br>che si abbracciano con gioia<br>e in quell’ebrezza furono<br>elevati silenziosamente<br>nei mondi superiori,<br>nei reami della risposta<br>dove la luce e l’amore sono per sempre.</p>



<p><strong><em>Jiří Mordechai Langer </em></strong></p>
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		<item>
		<title>&#8220;Se la metropoli alveare davvero serve agli uomini/ per vivere meglio o non piuttosto al re di turno per meglio possederli&#8221;. Indagine su Pietro Berra, un Walden metropolitano</title>
		<link>https://www.pangea.news/pietro-berra-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Feb 2021 05:55:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[covid]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Berra]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si potrebbe dire della poesia di Pietro Berra la stessa cosa che H. D. Thoreau scrisse nel suo capolavoro Walden come definizione di un’esistenza non sprecata: &#8220;Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/pietro-berra-poesie/">&#8220;Se la metropoli alveare davvero serve agli uomini/ per vivere meglio o non piuttosto al re di turno per meglio possederli&#8221;. Indagine su Pietro Berra, un Walden metropolitano</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><a href="http://www.pangea.news/walden-thoreau-libro/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Si potrebbe dire della poesia di Pietro Berra la stessa cosa che H. D. Thoreau scrisse nel suo capolavoro <em>Walden</em> come definizione di un’esistenza non sprecata: &#8220;Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto&#8221;</a></strong>. Una poesia che – come la vita – dovrebbe avere come unico compito quello di far risaltare i tratti essenziali e accantonare quanto più è possibile il “superfluo”, non perché esso debba necessariamente essere demonizzato ma perché, con un diverso cambio di prospettiva e di visione, ci si possa accorgere che in fondo la vera “ex-istenza” sta/corre/fluisce (anche seguendo l’etimologia del termine) sotto o al di fuori del “flusso” di tutte le cose inutili di cui potremmo anche fare a meno, ritornando così all’“ex-senziale”, ovvero a ciò che sta fuori, alla <em>Physis</em> greca, alla fisicità appunto dei luoghi che si trovano al di fuori delle nostre menti occidentali ormai logorate dal consumismo, cercando di vivere in una maniera quasi più francescana e sperimentandosi concretamente con la semplicità.</p>



<p>L’intento fondante della poesia di Pietro, specie nel suo ultimo volumetto <em>L’indifferenza del cinghiale. Poesie e visioni dalla quarantena </em>(I Quaderni del Bardo edizioni, 2020 accompagnato dalle splendide fotografie in bianco e nero di Mirna Ortiz Lopez e dello stesso Berra. Prefazione di Stefano Donno) è proprio <strong><a href="https://www.amazon.it/Verso-unecologia-della-Gregory-Bateson/dp/8845915352/ref=asc_df_8845915352/?tag=googshopit-21&amp;linkCode=df0&amp;hvadid=90701410380&amp;hvpos=&amp;hvnetw=g&amp;hvrand=2836041496162590508&amp;hvpone=&amp;hvptwo=&amp;hvqmt=&amp;hvdev=c&amp;hvdvcmdl=&amp;hvlocint=&amp;hvlocphy=1008746&amp;hvtargid=pla-82921731900&amp;psc=1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la riscoperta dell’elemento fisico e naturale intorno a noi, nel tentativo utopico ed estremo, pertanto potentissimo, di rifondare una sorta di “ecologia della mente” che consenta all’uomo moderno di abitare con maggiore grazia questo pianeta e non solo “esserne abitato” come più spesso accade</a></strong>. D’altronde se quella radice <em>-eco</em> si accostasse una volta e per tutte alla più ampia scala del pianeta – e non solo alle nostre singole dimore – probabilmente potrebbe instaurarsi col passare del tempo un maggiore rispetto delle risorse e dell’ambiente che ci circonda: &#8220;Abito il bosco da nove anni, ma lui/ da molto prima mi abitava./ Dalla nascita, forse.// Il mio dio ha la pelle verde,/ eppure viene dalla Terra/ più di chiunque altro.≫ <em>Divinità </em>(p. 45), e ancora: &#8220;In questi giorni raccolgo/ con la stessa dedizione/ le pietre scivolate dal pendio./ Minaccia per la nostra casa, oggi,/ muri, domani, per rifondare una cattedrale/verde.≫ <em>Pietre</em> (p. 43).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="500" height="500" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/02/ab-3.jpg" alt="" class="wp-image-83094" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/ab-3.jpg 500w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/ab-3-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/ab-3-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/ab-3-333x333.jpg 333w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure>



<p>La riflessione dell’autore, avviata con più insistenza e lucidità proprio nei giorni della quarantena primaverile, permette di ampliare la visione alle modalità di concepire gli spazi abitativi nate più pervicacemente con le prime rivoluzioni industriali ed esplose con la massiva industrializzazione prima, e proseguite in maniera esponenziale poi, all’alba del processo di globalizzazione. <strong>Il modello metropolitano e accentrante mostra ai nostri giorni le sue falle geografico-logistiche <em>in primis</em>, ma anche di gestione politica “sanitocratica”, ancor più acuite in occasione del manifestarsi del recentissimo coronavirus (basta ripensare seriamente al tanto decantato, poi famigerato “modello Lombardia”</strong>): &#8220;E dopo tutto questo date almeno/ legittimità al mio chiedervi/ se la metropoli alveare/ davvero serve agli uomini/ per vivere meglio/ o non piuttosto al re di turno/ per meglio possederli.&#8221; (p. 29).</p>



<p>Come ben mettevano alla luce gli studi condotti da Ostfeld negli anni Settanta e Ottanta, e riportati più di recente nel capolavoro di divulgazione scientifica <em>Spillover</em> di David Quammen (Adelphi 2014), sappiamo che &#8220;un’area più estesa con una maggiore varietà di ambienti naturali permette la sopravvivenza di molti più tipi di creature&#8221; (p. 267); e ancora: &#8220;Sappiamo che una passeggiata in un piccolo appezzamento boschivo è più rischiosa di una gita in un bosco più grande&#8221; (p. 268). </p>



<p>Questo porta al fatto che &#8220;una zoonosi può diffondersi con maggiore probabilità in un ecosistema minacciato e frammentato rispetto a uno intatto e pieno di biodiversità&#8221; (p. 269). Forse in un immediato futuro la soluzione sarà proprio quella di ripensare il modello città, calmierando periodicamente il fattore della “dimensione critica di popolazione”, per mantenerla costantemente sotto una soglia sufficiente alla non-replicazione dei “cicli epidemici di contagio”, in parole povere ritornare alla dimensione dei paesi e delle comunità più ridotte?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/02/abc-9-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-83095" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/abc-9-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/abc-9-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/abc-9-768x1152.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/abc-9.jpg 907w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p>Del resto anche la natura lotta ogni giorno per la propria sopravvivenza in uno scontro infinito e costante che abbraccia tanto la fauna quanto la flora (cosa meno risaputa ma scientificamente ormai appurata), come scrive meravigliosamente Peter Wohlleben nel suo <em>La saggezza degli alberi</em> (Garzanti, 2017): &#8220;Nella foresta vergine, la pianta madre mette in atto una selezione naturale dosando con parsimonia la luce in modo che sopravvivano solo gli alberi più forti&#8221; (p. 61) e Berra lo sa perfettamente quando scrive: &#8220;nel bosco, dove castagni secolari/ levano al cielo gigantesche braccia/ nude e inghirlandate di rampicanti/ che li scalano senza pietà/ per coronare il sogno di diventare alberi&#8221; <em>Castagni </em>(p. 37); <strong>d’altronde si può anche imparare l’arte dell’attesa – e la lezione è a maggior ragione in questo nefasto periodo valida soprattutto per l’uomo – visto che possono esserci tempi anche lunghi o lunghissimi per prendersi i propri spazi o rivincite, se è vero che &#8220;le pigne della douglasia nell&#8217;Oregon aspettano chiuse per una ventina di anni, dopo un incendio, prima di aprirsi e rilasciare i semi sul terreno ripulito</strong>&#8221; (p. 74 Wohlleben). </p>



<p>Sono tempistiche pressoché sconosciute alla velocità dell’odierno uomo ipercinetico, che ha però quasi del tutto perso la facoltà della continua scoperta, del guardare al di là del proprio naso e delle proprie pseudo-necessità immediate, uomo che dovrebbe tornare invece un po’ più a camminare e molto meno a correre perché, come scrive Thomas Bernhard: &#8220;Cerchiamo sempre tutto nelle immediate vicinanze, questo è un errore&#8221; (<em>Camminare</em>, Adelphi 2018, p. 39). L’augurio finale con cui ci lascia Pietro nella sua poesia forse più riuscita <em>Dorsale</em> (p. 61) è allora proprio questo guardare oltre per sentirsi parte del “tutto”:</p>



<p><em>Un giorno la faremo tutta di notte</em></p>



<p><em>partendo da casa</em></p>



<p><em>come in un sogno.</em></p>



<p><em>Cammineremo col muflone e col cinghiale</em></p>



<p><em>con la volpe e la faina</em></p>



<p><em>compagni di un viaggio</em></p>



<p><em>all’origine del bene e del male.</em></p>



<p><em>Cammineremo tutto il buio</em></p>



<p><em>che ci è stato concesso.</em></p>



<p><em>E arriveremo alla punta spartivento</em></p>



<p><em>in tempo per vederci sorgere</em></p>



<p><em>soli.</em></p>



<p><em><strong>Diego Conticello</strong></em></p>
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		<title>“La belva che mi strazia ovunque io vada”. Le poesie di Edna St. Vincent Millay</title>
		<link>https://www.pangea.news/st-vincent-millay-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2020 10:52:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Crocetti]]></category>
		<category><![CDATA[Edna St. Vincent Millay]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Raffo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un secolo fa, nel 1920, Edna St. Vincent Millay, ragazza pronta all’audacia e al sogno, di astratta bellezza, pubblica A Few Figs From Thistles: non è il suo esordio (alcuni testi, insieme al poema Renascence, pura potenza – “Io vidi, udii, conobbi fino in fondo/ di ogni cosa il Come e il Perché:/ il passato, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Un secolo fa, nel 1920, <strong><a href="http://www.pangea.news/edna-st-vincent-millay-poesie/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Edna St. Vincent Millay</a></strong>, ragazza pronta all’audacia e al sogno, di astratta bellezza, pubblica <em>A Few Figs From Thistles</em>: non è il suo esordio (alcuni testi, insieme al poema <em>Renascence</em>, pura potenza – “Io vidi, udii, conobbi fino in fondo/ di ogni cosa il Come e il Perché:/ il passato, il presente e il per sempre” –, uscirono nel 1917), ma è il libro che la rende regina del Greenwich Village, la diva degli intellettuali scapigliati. Per via di quella poesia ambigua, spigliata, sul crinale della carne. Audace, appunto. L’anno dopo Edna fece il canonico viaggio a Parigi, diventò amica di Constantin Brancusi e di Man Ray, fu femminista, impegnata, conservando, nei versi, sempre, la misura lirica. Nel 1923 le capitò il Pulitzer, per <em>The Harp-Weaver</em>: aveva 31 anni, era la poetessa più nota &amp; amata dei vorticosi Venti, scelse di sposare Eugen Jan Boissevain, ricco olandese che commerciava in zucchero e caffè, e che le consentì una casa in campagna, ad Austerlitz, New York, isolata, e diversi, avventurosi viaggi. “Come la sua poesia, così la sua morte sarà all’insegna di una tragica, ironica leggerezza: scivolerà dalle scale la notte del 18 ottobre 1950, con un bicchiere di vino rosso in mano, dopo molte ore dedicate alla rilettura di una sua traduzione dell’<em>Eneide</em>”, scrive Silvio Raffo, che delle <strong><a href="https://www.ibs.it/poesie-libro-edna-st-vincent-millay/e/9788883063442" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Poesie</em> </a></strong>di Edna è il gran traduttore. Una nuova scelta di versi – dopo l’edizione del 2001, <em>L’amore non è cieco </em>– è ora edita da Crocetti. Da lì, traiamo alcune poesie, falò in porcellana.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="267" height="440" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/libro-33.jpg" alt="" class="wp-image-79809" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro-33.jpg 267w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro-33-182x300.jpg 182w" sizes="(max-width: 267px) 100vw, 267px" /></figure>



<p>*</p>



<p>La belva che mi strazia ovunque io vada,</p>



<p>questa passione, questa obliosa brama</p>



<p>che mi soggioga al declinante autunno,</p>



<p>mi lascerò, saziata, in primavera.</p>



<p>Chiusa la piaga, sparirà la febbre,</p>



<p>in seno il cuore scioglierà il suo nodo;</p>



<p>prima che torni il picchio avrò scordato</p>



<p>il tuo sguardo, mio oriente e occidente.</p>



<p>Ma da un simile artiglio non sarò</p>



<p>mai più sicura, anche se amassi ancora:</p>



<p>lungo il mio corpo, vigile nel sonno,</p>



<p>tagliente al bacio, neve alla carezza,</p>



<p>come una spada questa cicatrice</p>



<p>fra me e il turbato amante resterà.</p>



<p>*</p>



<p>La notte è mia sorella, io nel profondo</p>



<p>dell’amore annegata, giaccio a riva,</p>



<p>acque e alghe a fior d’onda mi lambiscono,</p>



<p>mi ferirà la draga, e c’è di più:</p>



<p>lei, solo braccio teso dalla sabbia,</p>



<p>unica voce il cui respiro sento</p>



<p>a sgelarmi le nari, ad aprirmi la mano,</p>



<p>lei potrebbe avvisarti, se tu udissi.</p>



<p>Ma di certo è impensabile che un uomo</p>



<p>in sì dura tempesta lasci il quieto</p>



<p>focolare e s’imbarchi al salvataggio</p>



<p>di un’annegata per portarla a casa,</p>



<p>sgocciolante conchiglie sul tappeto.</p>



<p>Buia è la notte, e per me piange il vento.</p>



<p>*</p>



<p>Verrà il momento, polvere superba,</p>



<p>che a giacere con me sarai gettata.</p>



<p>Che sia il sangue fremente, o come ruggine</p>



<p>su un infranto congegno. E così sia.</p>



<p>Se non oggi, più tardi; se non qui,</p>



<p>sull’erba verde, in sospirosa ebbrezza,</p>



<p>al di sotto, da buone amiche, cara,</p>



<p>insieme dormiremo nella notte.</p>



<p>E, stanne certa, più violento e rude</p>



<p>che ogni ardore del corpo voluttuoso</p>



<p>sarà il bacio umiliante della tenebra</p>



<p>che alfine chiuderà l’altera bocca.</p>



<p>La morte non ha amici: presto o tardi,</p>



<p>torni a nutrire il drago con la luna.</p>



<p>*</p>



<p>Veglia i sentieri della mia passione</p>



<p>come notturna tenebra il pericolo.</p>



<p>Deserti intorno. Da me s’allontani</p>



<p>chi è come il bimbo che l’ombra atterrisce,</p>



<p>fugga da questo luogo infido dove</p>



<p>tremule, oscure e pallide le rose</p>



<p>ondeggiano nell’aria senza stelo</p>



<p>e raggela le mani la rugiada.</p>



<p>Chi è come il bimbo che non ha paura</p>



<p>del buio della notte, lui soltanto</p>



<p>rimanga qui, gli occhi d’amore ardenti,</p>



<p>scaldato dalla febbre delle vene</p>



<p>giaccia quieto con me, protetto dall’insonne</p>



<p>Bellezza e dalla sua tenera spina.</p>



<p><strong><em>Edna St. Vincent Millay</em></strong></p>



<p><em>*la traduzione di Silvio Raffo è tratta da: Edna St. Vincent Millay, “Poesie”, Crocetti 2020</em></p>
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		<title>“La bestia sa la paura, ma senza esitare avanza”. Sulle poesie francesi di Rilke</title>
		<link>https://www.pangea.news/rilke-poesie-francese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2020 04:24:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Carifi]]></category>
		<category><![CDATA[Crocetti]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
		<category><![CDATA[Rainer Maria Rilke]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fu, soprattutto, qualcosa di inevitabile. “Non vedevo alcuna ragione di difendermi da questo canto spontaneo che mi si andava imponendo con purezza”, scrive ad Arthur Fischer Colbrie, il 18 dicembre del 1925. Il 1925 è l’anno del commiato. Due settimane prima di scrivere quella lettera, “Rilke trascorre in solitudine, a Muzot, il giorno del suo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Fu, soprattutto, qualcosa di inevitabile. “Non vedevo alcuna ragione di difendermi da questo canto spontaneo che mi si andava imponendo con purezza”,</strong> scrive ad Arthur Fischer Colbrie, il 18 dicembre del 1925. Il 1925 è l’anno del commiato. Due settimane prima di scrivere quella lettera, “Rilke trascorre in solitudine, a Muzot, il giorno del suo cinquantesimo compleanno” (Andreina Lavagetto). A luglio, ha salutato André Gide, che salpa per il Congo, per sempre – poco dopo Ferragosto lascia Parigi, ed è un addio definitivo, l’ennesimo. Il poeta non si difende dallo “spontaneo”: fa spazio.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-78312 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro1-51-182x300.jpg" alt="" width="319" height="526" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-51-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-51.jpg 423w" sizes="(max-width: 319px) 100vw, 319px" />Dopo aver raggiunto il culmine della ricerca lirica con l’esplosione, prodigiosa, nel 1922, delle <em>Elegie duinesi </em>e dei <em>Sonetti a Orfeo, </em><a href="http://fondationrilke.ch/en/rainer-maria-rilke/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Rainer Maria Rilke</strong></a> muta linguaggio. Sceglie, cioè, di spostare la sedia: si mette in un’altra stanza, vuota, azzurra. Passa dal tedesco al francese. Non che non scriva più in tedesco – <strong>quell’ultimo rauco respiro, “Sono ancora io che qui ardo irriconoscibile?” – semplicemente, il francese è la lingua del lungo addio, dell’ultimo atto poetico.</strong></p>
<p>*</p>
<p>Traduce Paul Valéry, in quegli anni; il “Malte”, del 1910, era ambientato a Parigi, a Parigi Rilke – che avrà sempre la Russia nel cuore, patria al futuro – lavora per Rodin. La Francia, appunto, non è una sorpresa: è come se sulla soglia della morte Rilke avesse bisogno di una nuova innocenza. Le <strong><em>Poesie francesi</em></strong> (tornate ora per Crocetti Editore, nella traduzione del poeta Roberto Carifi; l’edizione Cederna del 1948 era a cura di Piero Bigongiari e Giorgio Zampa) hanno un ritmo mistico, il tenore di ciò che è fragile, sussulto ultimo, relegato nell’oro della rivelazione. Il ciclo delle <em>Rose</em>, ad esempio, sembra una limpida variazione dagli epigrammi di Angelo Silesio:</p>
<p>Rosa, tu perfetta tra le cose<br />
all’infinito ti contieni<br />
e all’infinito ti spandi,<br />
testa di un corpo per troppa dolcezza</p>
<p>assente, nulla ti eguaglia, suprema<br />
essenza del vagante soggiorno;<br />
di questo spazio d’amore<br />
dove si sparge il tuo profumo intorno.</p>
<p>*</p>
<p>Il ciclo <em>Le finestre </em>è dedicato invece a <a href="http://www.pangea.news/rilke-e-baladine-klossowska-storia-amore-davide-brullo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Baladine Klossowska</strong></a>, tanto amata da Rilke. La finestra è un altro modo di significare le labbra, un lago – scintillio nel vetro di una gioia che fu estiva. È etica dell’assenza, “addio smisurato”, affronto, la trincea dei morti. “E gli amanti, vedete,/ fragili e stupiti,/ trafitti come le farfalle/ per la bellezza delle loro ali”. <strong>La finestra è un fiume, una fonte: la barriera tra il regno di qua e quello di là. Da tempo Rilke guarda le cose per l’ultima volta.</strong></p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-78313 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro2-59-188x300.jpg" alt="" width="313" height="499" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-59-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-59.jpg 382w" sizes="(max-width: 313px) 100vw, 313px" />Canta all’ingresso del dolore, Rilke. Il poeta muore alla fine del 1926; due settimane prima, il 15 dicembre, scrive a <a href="http://www.pangea.news/rudolf-kassner-ritratto/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Rudolf Kassner</strong></a>: <strong>“Io sono ammalato in una maniera miserabile e infinitamente dolorosa, un mutamento poco conosciuto delle cellule sanguigne è l’origine dei più crudeli processi, dispersi in tutto il corpo. E io, che non ho mai voluto vederlo in faccia, imparo ad adattarmi al dolore incommensurabile anonimo. Imparo a fatica, e con uno stupore così turbato”.</strong> Nelle poesie estreme, Rilke sposta lo sguardo verso i boschi, con penetrazione ferina, come se potesse scegliere la forma della prossima nascita.</p>
<p>Cerva, foreste antiche<br />
colmano il tuo sguardo,<br />
un puro affidarsi<br />
mischiato alla paura.</p>
<p>E tutto portato dalla viva<br />
gracilità dei tuoi balzi.<br />
Ma nulla turba<br />
l’ignaro abbandono<br />
della tua fronte.</p>
<p>*</p>
<p>L’animale non è più stimmate lirica, araldica, gioco dei misteri. Esso, ora, ha un odore, una entità autentica.</p>
<p>Ho visto nell’occhio animale<br />
la quieta vita che dura,<br />
la calma imparziale<br />
della serena natura.</p>
<p>La bestia sa la paura;<br />
ma senza esitare avanza<br />
e sul prato d’abbondanza<br />
si pasce d’una presenza<br />
che non ha il sapore dell’altrove.</p>
<p>Qualcosa di terrestre rende famelico il poeta – chiudere gli occhi non significa ascendere. <strong>Le note del dottor Hammerli che lo ha in cura, a Val-Mont, sono in francese: in quella lingua è detta la morte di Rilke. Egli, nel sonno, trova la nobiltà a quattro zampe</strong>, l’estro della bestia. Dicono somigliasse alla volpe. (d.b.)</p>
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		<item>
		<title>“Sono felice, sono felice, ho amato la vita”: Gerard Manley Hopkins, il poeta che amava le nuvole</title>
		<link>https://www.pangea.news/gerard-manley-hopkins-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2020 04:34:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Augusto Guidi]]></category>
		<category><![CDATA[Diari]]></category>
		<category><![CDATA[Gerard Manley Hopkins]]></category>
		<category><![CDATA[Guanda]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[nuvole]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La poesia è un lascito – sembra lasciata lì perché qualcuno la raccolga. Forse la poesia non deve essere pubblicata: bisogna poggiarla per terra. Lasciare a un altro il favore della scoperta, senza altro scopo. Nel caso di Gerard Manley Hopkins, l’angelo e il destinatario fu Robert Bridges: erano diventati amici a Oxford, ventenni. Bridges, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gerard-manley-hopkins-ritratto/">“Sono felice, sono felice, ho amato la vita”: Gerard Manley Hopkins, il poeta che amava le nuvole</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La poesia è un lascito – sembra lasciata lì perché qualcuno la raccolga. Forse la poesia non deve essere pubblicata: bisogna poggiarla per terra.</strong> Lasciare a un altro il favore della scoperta, senza altro scopo. Nel caso di <a href="https://www.poetryfoundation.org/poets/gerard-manley-hopkins" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Gerard Manley Hopkins</strong></a>, l’angelo e il destinatario fu Robert Bridges: erano diventati amici a Oxford, ventenni. Bridges, che praticò l’arte della medicina per poi vivere come un recluso nel Berkshire (aveva problemi di salute), scrivendo poesie, fu eletto da Giorgio V “Poeta Laureato” nel 1913: uno dei primi atti che scelse di compiere – e per cui è ricordato – fu quello di curare la raccolta dei versi, dispersi, inediti, del suo antico amico, morto anni prima, nel 1889, a 44 anni. Le poesie di Hopkins uscirono nel 1918 e il mondo inglese, in differita, scoprì il suo poeta più grande.</p>
<p>*</p>
<p><a href="http://www.filmod.unina.it/antenati/Guidi.htm" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img decoding="async" class=" wp-image-78235 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro-25-186x300.jpg" alt="" width="369" height="596">Augusto Guidi,</a> grande anglista, sintetizzò così – era il 1942, Guanda pubblicava la prima raccolta di <em>Poesie</em> di GMH – la vita di Hopkins: <strong>“Nella sua vita breve non conobbe nessuna sorta di gloria né di notorietà: visse tra la sua preghiera e la sua poesia, noto a pochi insigni amici. Soltanto dopo la sua morte se ne è scoperta la grandezza. V’è chi lo ritiene il maggior poeta inglese dei suoi anni”.</strong> Il frammento odora di leggenda. Diciamo che Hopkins nacque in una famiglia fertile: il padre era stato console generale delle Hawaii a Londra, il nonno era compagno di università di John Keats. I fratelli – Gerard era il più vecchio di nove – erano tutti genialoidi: alcuni diventarono artisti, altri – Lionel – sinologhi di fama mondiale. La sorella più giovane, Grace, mise in musica i suoi versi. <strong>Lui, beh, aveva studiato con Walter Pater, incrociò Christina Rossetti, di cui amava l’opera, fu convertito sulla via della fede da John Henry Newman. Pare che morendo abbia detto “Sono felice, sono felice, ho amato la vita”; secondo Guidi, “ha giocato d’azzardo col lessico, non meno di Joyce”,</strong> di certo, Dylan Thomas, W.H. Auden e T.S. Eliot gli sono debitori, discepoli, quasi. “La vita ascetica non lo induriva, anzi lo inteneriva di più di fronte agli affetti umani delle persone che aveva a cuore”. Fu un lettore irrequieto e sagace: amava la “virile tenerezza” di Eschilo e preferiva Robert Louis Stevenson a Dickens (“non posso sopportare il suo pathos”).</p>
<p>*</p>
<p>Tradotto dai poeti – Nanni Cagnone, <strong><a href="http://www.pangea.news/emily-dickinson-silvia-bre-einaudi-davide-brullo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Silvia Bre</a>, <a href="http://www.pangea.news/hopkins-poesia-andrea-ponso/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Andrea Ponso</a></strong> – il poeta Hopkins sta lentamente ricomparendo nel parterre dei grandi editori italiani; resta lettura verticale, aspra, per pochi. Forse anche questo è un segno: la poesia non va data, va azzardata, azzannata tra le ombre, come una primizia, una cosa solo per sé.</p>
<p>Oh, la mente, la mente ha montagne; rupi a precipizio,<br>spaventose, implacabili, nessun uomo le ha esplorate. La ritiene facile<br>chi non è le è appeso. Non può sopportare a lungo<br>quella profondità vertiginosa la nostra misera forza. Qui! Striscia,<br>maledetto, sotto un conforto servito in spirali: tutta<br>la vita sfinisce nella morte il giorno muore nel sonno.</p>
<p>*</p>
<p><strong>In un antico studio <a href="https://ojs.uniroma1.it/index.php/lacritica/article/view/6048/6031" target="_blank" rel="noopener noreferrer">pubblicato su “La Critica”,</a> nel 1937, <em>Un gesuita inglese poeta. Gerard Manley Hopkins</em>, Benedetto Croce vede il genio del poeta in un “profondissimo sentimento della vitalità o, come si suol dire, della natura, che al tempo stesso viene da lui innalzato ad ansia, angoscia ed aspirazione morale:</strong> per modo che, sensibilissimo come esso si dimostra agli spettacoli naturali, niente è in lui della sensualità e del disgregamento impressionistico oggi consueto”. Una delle poesie più belle di GMH, in effetti, s’intitola <em>Frassini</em>, ha l’altezza compositiva di una Dickinson: “Niente di ciò che vedono i miei occhi, vagando per il mondo/ è un tale latte alla mente, né sussurra abissale/ poesia, che un albero i cui rami esplodono nel cielo”.</p>
<p>*</p>
<p>Più che altro, però, Hopkins ha affinità con le nuvole – certo, forse, che proprio ciò che si coagula in forme articolate, bizantine, ha l’estro di sfilacciarsi, scompare. <strong>Il bianco delle nuvole non è quello, ambiguo, del capodoglio: scevro di vendetta, etereo in una eterna indifferenza, esso ci respinge, dimostra che il cielo, senza dubbio, non è per noi. Cielo collassato di meduse, quello dove fluttuano le nuvole</strong> – le quali, dandoci la percezione che tutto è possibile, che si può toccare, ritraggono l’essenza dell’intoccato, dell’immanifesto. È un dio capriccioso, capricorno, quello che ha creato le nuvole: morgane di cui gli angeli non sono che epigoni.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-78236 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/Gerard-Manley-Hopkins-300x250.jpg" alt="" width="580" height="483" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Gerard-Manley-Hopkins-300x250.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Gerard-Manley-Hopkins.jpg 575w" sizes="(max-width: 580px) 100vw, 580px" />Nei diari Gerard Manley Hopkins cita costantemente le nuvole, è stupefatto dai mutamenti naturali, nel cielo vede una scrivania. “Lunga matasse avviluppate di nuvole grigie un po’ arrossate inferiormente, non proprio orizzontali ma alquanto oblique ascendenti da sinistra a destra, e in basso a sinistra una stanga o spranga più solida del resto con sopra un arruffato orlo di pelo o vello” (4 gennaio 1869; cito dall’edizione Guanda delle <em>Poesie e prose scelte</em>, 1987, in particolare dalla sezione <em>Estratti sulle nuvole</em>). <strong>La perizia descrittiva è da entomologo: come se le nuvole fossero bestie, come se Hopkins volesse avere ragione della loro equazione illusoria, quasi che soggiacesse a una regola il loro mutamento. </strong></p>
<p>*</p>
<p>Hopkins è un uomo che alza lo sguardo, mira al creato prima che alle creature – Dio, forse, non va cercato nella cella arroccata d’edera della propria mente, ma vagando, vaporizzati. Qui il poeta osserva l’aurora boreale: “Il mio sguardo fu preso da fasce luminose e oscure, molto simili alla corona di raggi fiochi che il sole forma dietro una nuvola. <strong>Dapprima pensai a nuvole argentee, finché mi avvidi che queste erano più luminose e non oscuravano la lucentezza delle stelle dell’Orsa… Poi vidi deboli pulsazioni di luce sollevarsi e passare in alto in forma d’arco, ma tremolanti e con l’arco spezzato. Sembravano galleggiare, non seguendo la curvatura della sfera, come sembrano fare le stelle cadenti</strong>, ma libere sebbene concentriche con essa. Questa alacre opera della natura, affatto indipendente dalla terra e che sembrava procedere in un momento di tempo sottratto ai nostri calcoli di giorni e di anni: più semplice e come correggendo la preoccupazione del mondo, preoccupandosi del Giorno del Giudizio, e appellandosi e facendo capo a esso, fu quasi una nuova testimonianza di Dio e mi colmò di un delizioso timore” (24 settembre 1870).</p>
<p>*</p>
<p>Hopkins censisce i tramonti (“Bellissimo tramonto; prima, mi sembra, bossoli gialli incrociantisi, poi una leggiadra conchiglia orizzontale di nastri luminosi che si irradiavano dal sole calante…”, 14 agosto 1872), “un alone lunare” (“Era un cielo di cupa fattura, a pennellate che salivano da sinistra a destra…”), “il cielo rigato di cirri come le stoppie di un campo di fieno” (12 novembre 1883), <strong>la cometa (“la chioma rivolta al suolo, bianca, una coda soffice, acconcia, non grossa: provavo un senso di solennità, un senso di novità, di volo… e di minaccia”, 13 luglio 1883), la pioggia, il sole. Osserva i dati primi del mondo, come se il mondo fosse stato appena creato</strong> e lui, il poeta, ne fosse il censore, il diarista, colui che deve riportare con maniaca precisione – e minuziosa fallacia – all’Onnipotente ciò che esiste – ciò che appare esistente, senza esitazioni.</p>
<p>*</p>
<p>Spesso le cose, preda di miraggio, trasmutano da una forma all’altra, contraria e complice. <strong>Il 16 dicembre del 1883 “un’ardente luminosità aveva circonfuso il sole tutto il giorno” fino a formare “i corpi di un branco di delfini” e poi “le curve delle incisioni, o come i Giapponesi rappresentano convenzionalmente le onde”.</strong> I fasci solari diventano delfini, segni su una lastra incisa, le onde del mare per gli artisti nipponici: tutto è vero perché la parola non descrive, crea congiunzioni, analogie inaudite.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Le nuvole sono come le poesie: appena intuisci il senso, esso si sfalda, snatura nell’opposto; ciò che pare accessibile sfugge; l’immacolato dimostra la sua ferocia.</strong> Sulla cima di un foglio, Hopkins disegna le nuvole: strisce che vanno, incisioni illustri di attese, anime, evanescenze, ciò che rifiuta di risorgere. (d.b.)</p>
<p><em>*In copertina: John Constable, &#8220;Cloud Study&#8221;, 1820</em></p>


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		<title>“Perché lasciarti solo per ferirmi sulle lame affilate della notte?”. Amy Lowell, l’ammaliante fata morgana della poesia. Un ritratto e alcune poesie tradotte da Silvio Raffo</title>
		<link>https://www.pangea.news/amy-lowell-ritratto-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2020 05:54:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Amy Lowell]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Raffo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il nome di Amy Lowell è legato al movimento dell’Imagismo, la corrente poetica che nel secondo decennio del Novecento volle prendere le distanze da ogni eredità postromantica flettendo la lirica alla cosiddetta prosa polifonica, sostituendo alla musicalità melodica modi vivacemente dissonanti e vicini al parlato. L’adesione di Miss Lowell all’Imagismo è caratterizzata primariamente da una [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il nome di <a href="https://www.poetryfoundation.org/poets/amy-lowell" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Amy Lowell</a> è legato al movimento dell’Imagismo, la corrente poetica che nel secondo decennio del Novecento volle prendere le distanze da ogni eredità postromantica</strong> flettendo la lirica alla cosiddetta prosa polifonica, sostituendo alla musicalità melodica modi vivacemente dissonanti e vicini al parlato. L’adesione di Miss Lowell all’Imagismo è caratterizzata primariamente da una forte tendenza alla ‘teatralizzazione della poesia’, a originali forme di ‘drammi in versi’ sulla scia delle raffinate e bizzarre performance in voga nei “Little Theatres” di cui Amy era appassionata spettatrice: brevi atti unici, quasi sempre monologhi, che anticipando il teatro dell’assurdo mettevano in scena drammi della solitudine (<em>one man show</em>) comici e graffianti.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-77953 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro-15-181x300.jpg" alt="" width="335" height="556" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro-15-181x300.jpg 181w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro-15-617x1024.jpg 617w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro-15-768x1276.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro-15-925x1536.jpg 925w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro-15.jpg 1200w" sizes="(max-width: 335px) 100vw, 335px" />L’iniziale sintonia con Ezra Pound, che Amy incontra in Inghilterra nel 1913, si tramuta assai presto in rivalità portando a un feroce <em>discidium</em>, dovuto principalmente al carattere tirannico del “miglior fabbro”, che non sopporta l’eccessiva intraprendenza della discepola</strong> e non esita a ridicolizzarla ribattezzando il movimento col nomignolo “amygismo”, disapprovando fra l’altro come ‘rétro’ certe scelte stilistiche di lei, vagamente “sentimentali” (Pound si volge al “Vorticismo” e la lascia perdere). Senza porsi troppi problemi per l’ostilità di colui che del resto non ha mai considerato suo maestro (“Mi sento debitrice piuttosto ai francesi, soprattutto ai parnassiani”), Amy continuerà per la propria strada pubblicando libri che le assicureranno un notevole credito ( da <em>A Dome of Many-Coloured Glass</em> a <em>Sword Blades and Poppy Seeds</em> fino a <em>Pictures of the Floating World</em>) e diffondendo il suo verbo (imagista o amygista) in veste di conferenziera itinerante fino al suo ultimo giorno, rivelando un’energia e una capacità di interazione con i giochi editoriali e redazionali da indurre il suo contemporaneo Waldo Frank a definirla una manager d&#8217;eccezione, “l’unico vero ‘uomo di lettere’ che l’America abbia mai avuto”. In effetti, Miss Lowell può permettersi di andare dovunque voglia, disponendo, oltre che di un entusiasmo immarcescibile, di un patrimonio da ereditiera e di un fedelissimo autista personale</p>
<p>*</p>
<p><strong>Ma chi è biograficamente parlando <a href="https://www.loa.org/books/220-selected-poems" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Amy Lowell</a>? Il suo luogo di nascita è Brookline, nel cuore di Boston, e appartiene a una delle famiglie più facoltose del Massachusetts</strong> (il paese di Lowell, luogo natale del pittore Whistler e di Jack Kerouac, è praticamente di proprietà dei suoi nonni); il padre la conduce con sé in Europa e in Egitto, in lunghi estenuanti viaggi che le minano la salute, suo fratello Percival, astronomo di fama alla perenne ricerca di comete e pianeti inesistenti, nonché fine studioso di cultura giapponese, le comunica l’amore per l’Oriente.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Di fondamentale importanza per la sua formazione, ancor più che il contrastato sodalizio con Pound, è l’incontro in età giovanile con Eleonora Duse. Il ‘violon d’Ingres’ di Amy è la recitazione, ma non può realizzare questo desiderio a causa dell’imbarazzante involucro corporeo di cui una Natura matrigna ha voluto dotarla: Miss Lowell costituisce il caso più eclatante di obesità femminile del fulgido gotha della poesia nordamericana.</strong> Costretta da rigidi bustini e stecche metalliche che stritolano il suo corpo imprigionandolo come una gabbia, a trent’anni coprirà tutti gli specchi di casa per non correre il rischio di guardarsi (proprio come la nostra mitica Contessa Castiglioni) e passerà l’intera vita in un buio rischiarato solo da luci artificiali, dormendo di giorno e lavorando di notte. La sua pelle è di candida porcellana, lo sguardo da eterna bambina. La sua fortuna è la presenza di un’ancella discreta e devota come Ada Russell, non a caso un’attrice, una sorta di controfigura di ciò che fu per Gertrude Stein l’ectoplasmatica Alice Toklas, l’ombra silenziosa di un altro genio inconiugabile.</p>
<p>*</p>
<p><strong>La figura femminile è al centro di alcuni testi prodigiosi antesignani del delirio beckettiano, come <em>Men, Women and Ghosts</em>, monologo esistenzialista in cui si propone la stralunata cronaca in diretta di un uxoricidio commesso ovviamente da una donna completamente pazza,</strong> o <em>The Day that was that Day</em>, in cui una zitella pietosa salva l’amica dal suicidio per avvelenamento convincendola a sopravvivere, benché si senta <em>awful tired</em> come lei, e così “that day that was that day/vanished in the darkness”. Amy coltiva con pari entusiasmo e perizia il territorio onirico, come negli squisiti <em>Dreams of War Time</em>, e quello paesaggistico-orientale, sbizzarrendosi nella tecnica degli <em>hokku</em> e del verso cadenzato, che si alterna a quello metrico nello stesso componimento senza che si avverta alcuna incongruenza.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-77954 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro2-25-175x300.jpg" alt="" width="307" height="526" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-25-175x300.jpg 175w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-25.jpg 500w" sizes="(max-width: 307px) 100vw, 307px" />Dalla prefazione a <em>Sword Blades and Poppy Seed</em>: “Molte delle mie poesie sono scritte in quello che i francesi chiamano <em>vers libre</em>: </strong>un termine più adatto all’uso e alla versificazione francese che non alla nostra; io preferisco chiamarla poesia ‘in cadenza non ritmata’&#8230; Tali componimenti si basano su un ‘ritmo organico’, cioè sul ritmo della voce che parla con la sua necessità di respirazione più che secondo un rigido schema metrico, ma si differenziano dai ritmi della prosa normale perché sono più curvi e contengono più accenti&#8230; È una forma fluida e cangiante, a volte prosa, a volte verso, che consente una grande varietà di trattamento”. Come non pensare alla capricciosa forma espressiva del ‘frammento lirico’, già corteggiata dal divino fanciullo Arthur Rimbaud e coltivata quasi sistematicamente dai nostri Vociani, quella che Papini definì “un’avventura colorita della frase, fra prosa e poesia”? Quasi sicuramente Amy Lowell non ne sapeva nulla, ma si tratta di convergenze psicoastrali.</p>
<p>*</p>
<p>Oltre alla musica, ad attrarre continuamente l’inquieto spirito di questa strana ammaliante fata morgana, è il disegno pittorico e in generale la dimensione iconica. A proposito di certi suoi scritti Amy parla di <em>written pictures</em>, quadri scritti: i disegni orditi dalla parola, immuni da qualunque sbavatura di colore o di linea (negli stessi anni o poco dopo si sarebbe affermato in America il Movimento Precisionista) <strong>si stagliano sulla pagina gelidi e sensuali, come certi paesaggi di Hopper o di Georgia O&#8217;Keeffe. A tratti, senza nulla togliere a tanto austero nitore,  affiora la soavità miniaturistica cinese e giapponese:</strong> Barbara Lanati, nella sua esaustiva introduzione all’unica edizione italiana della poesia lowelliana nella ‘Bianca’ Einaudi del 1990, conclude come segue: “Blu, grigio, porpora, bianco latte (la base cromatica delle stampe cinesi, la carta di riso) e chiazze rosse, come chiazze di sangue, ancora e sempre a ricordare, sinistra, rovesciata sineddoche, la lontananza, l’estraneità, la sensuale materialità della vita che la pagina volutamente esclude&#8230; <strong>Vita indissolubilmente annodata nella realtà alla morte, alla separazione, alla lacerazione e allo strappo. Che una ‘imagery’ agghiacciante ‘rappresenta’ quale senso ultimo della vita</strong>, e che – con determinazione – la parola poetica si assume il compito di esorcizzare”.</p>
<p><strong><em>Silvio Raffo</em></strong></p>
<p>**</p>
<p><strong>da <em>Dreams in War Time</em>:</strong></p>
<p>I</p>
<p>I wandered through a house of many rooms.<br />
It grew darker and darker,<br />
until, at last, I could only find my way<br />
by passing my fingers along the wall.<br />
Suddenly my hand shot through an open window,<br />
and the thorn of a rose I could not see<br />
pricked it so sharply<br />
that I cried aloud.</p>
<p>Vagavo in una casa di molte stanze.<br />
Il buio s’infittiva, ed alla fine<br />
riuscivo ad orientarmi a malapena<br />
tastando la parete con le dita.<br />
Ma d&#8217;un tratto incontrava la mia mano<br />
una finestra aperta,<br />
ed ecco che la spina di una rosa<br />
invisibile acuta mi feriva<br />
ed io piangevo forte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>II</p>
<p>I dug a grave under an oak-tree.<br />
With infinite care, I stamped my spade<br />
into the heavy grass.<br />
The sod sucked it,<br />
and I drew it out with effort,<br />
watching the steel run liquid in the moonlight<br />
as it came clear.<br />
I stooped, and dug, and never turned,<br />
for behind me,<br />
on the dried leaves,<br />
my own face lay like a white pebble,<br />
waiting.</p>
<p>Sotto una quercia scavavo una fossa.<br />
Nell&#8217;erba pregna di fango affondavo<br />
con cura infinita la vanga,<br />
la risucchiava la zolla,<br />
a fatica di nuovo la estraevo,<br />
osservando il metallo liquefarsi,<br />
riemergere alla luce al chiar di luna.<br />
Scavavo china senza mai voltarmi.<br />
Alle mie spalle, sulle foglie secche,<br />
il mio viso giaceva &#8211; un sasso bianco<br />
in attesa.</p>
<p>*</p>
<p><strong>da <em>Picture of the Floating World</em>:</strong></p>
<p><strong>OMBRE CHINOISE</strong></p>
<p>Red foxgloves against a yellow wall stricked with plum-coloured shadows;<br />
a lady with a blue and red sunshade;<br />
the slow dash of wawes upon a parapet.<br />
That is all.<br />
Non-existent – immortal –<br />
as solid as the centre of a ring of fine gold.</p>
<p>Digitali purpuree contro una gialla parete striata d’ombre color prugna;<br />
una dama con un parasole rosso e blu.<br />
Lento frangersi d’onde a un parapetto.<br />
E questo è tutto.<br />
Inesistente – immortale –<br />
solido come il cuore di un anello d’oro fino.</p>
<p>*</p>
<p><strong><em>The Taxi</em></strong></p>
<p>When I go away from you<br />
The world beats dead<br />
Like a slackened drum.<br />
I call out for you against the jutted stars<br />
And shout into the ridges of the wind.<br />
Streets coming fast,<br />
One after the other,<br />
Wedge you away from me,<br />
And the lamps of the city prick my eyes<br />
So that I can no longer see your face.<br />
Why should I leave you,<br />
To wound myself upon the sharp edges of the night?</p>
<p>E quando me ne vado via da te<br />
il mondo batte sordo<br />
come tamburo il cui suono si ottunde.<br />
Lancio il tuo nome contro stelle aguzze<br />
fende il mio grido i marosi del vento.<br />
Rapide si rincorrono le strade<br />
e l’una l’altra incalza, ti respinge<br />
via lontano da me. Tutte le luci<br />
della città trafiggono i miei occhi<br />
e il tuo volto scompare alla mia vista.<br />
Perché lasciarti, solo per ferirmi<br />
sulle lame affilate della notte?</p>
<p><strong><em>Amy Lowell</em></strong></p>
<p><em>*la traduzione delle poesie è di Silvio Raffo</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/amy-lowell-ritratto-poesie/">“Perché lasciarti solo per ferirmi sulle lame affilate della notte?”. Amy Lowell, l’ammaliante fata morgana della poesia. Un ritratto e alcune poesie tradotte da Silvio Raffo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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