Rudolf Kassner: chi è costui? Il maestro sconosciuto del secolo

Posted on Giugno 20, 2020, 6:39 am
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Figura pressoché ubiqua, inafferrabile, mi fu rivelata, per così dire, da Rainer Maria Rilke, che nel 1910 ne scrive così a Magda von Hattingberg, una delle tante ammiratrici che gli ‘servivano’ per attingere alla propria interiorità, per specificare il proprio ragionamento. “Fu un’epoca difficile, aprii stanco il libro e lessi, fra gli aforismi di Rudolf Kassner questo: La via del fervore alla grandezza passa attraverso il sacrificio. Mi trapassò l’anima. Come un pugnale che venga affilato contro di te, e che poi l’assassino porti per un anno sotto il mantello, sempre stretto nella mano in agguato: come poi questo pugnale si levi infine e si tenda e entri nel petto vero: così colpì dentro di me”. Rilke aveva il libro di Kassner con sé in Egitto: alla calura faraonica, ancestrale, forse, è imputabile l’estasi dei toni.

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Più che l’aforisma mi colpì la figura, ignota. Rudolf Kassner. Doveva essere un uomo straordinario – fantomatico. A Kassner, Rilke dedica la poesia Wendung, “Svolta” – “Stelle caddero in ginocchio/ sotto l’assalto dei suoi sguardi alzati” –, nel 1916 gli dona il manoscritto dei ‘notturni’, Gedichte an die Nacht; soprattutto, per Kassner, esplicitamente, è scritta l’ottava delle Elegie duinesi:

Chi ci ha dunque voltati che,
in qualsivoglia cosa intenti, disposti siamo
come uno che parte? Come quello, sull’ultima
collina che gli mostra per una volta ancora
tutta la sua valle, s’arresta, si volge indietro, indugia –
così viviamo, in un continuo prendere congedo.

All’amica e mecenate Marie von Thurn und Taxis, Rilke scrive, “non è forse il più importante tra gli scrittori del nostro tempo?”. Pare lo sia stato, a sfogliare l’opaca schiettezza delle statistiche: morto nel 1959 in Svizzera, nel Canton Vallese, dove s’era ritirato in omaggio all’amico Rilke, per penetrare nelle sue visioni liriche, Kassner, tra il 1930 e il 1955 è stato candidato per tredici volte al Nobel per la letteratura. Nonostante la letteratura non fosse il più esatto tra i suoi interessi.

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Ve l’ho detto, Kassner ha qualcosa di famelico e fatato insieme, è totem e ombra. Nato nel settembre del 1873 in Moravia, settimo di dieci figli, il padre, Oskar, impiantò in Slesia una fiorente azienda di barbabietole, fabbricava zucchero; i figli li fece educare da precettori privati. Rudolf nasce sfibrato dalla poliomelite, il dolore lo allena, perfeziona gli studi a Vienna e a Berlino, fa il viaggiatore, instancabile. Nella sua vita convergono le maggiori personalità del secolo: a Parigi frequenta Paul Valéry e André Gide, dal 1902 entra in amicizia con Hugo von Hofmannsthal, che riconosce in lui un soldale (“Credo che sia il letterato e l’uomo di cultura più notevole espresso dal mondo tedesco”, scrive, nel 1904). Non fu filosofo, lo dissero “il nuovo Nietzsche” e lui rispose che non avevano capito nulla, per lui la visione di Nietzsche era troppo volgare, troppo nera, troppo pop. Postulò il potere dell’immaginazione sulla ragione, fu un micidiale aforista, tutti lo cercarono, si concesse a pochissimi. A Friedrich Dürrenmatt e a Marguerite Yourcenar spalancò le porte di casa; Thomas S. Eliot, che aveva incrociato a Parigi molti anni prima, si limitò a un laccato elogio per i suoi ottant’anni (pratica pia attuata quel dì): “Rendo omaggio a un uomo illustre, a un grande europeo che con orgoglio può guardare alla propria opera”. Influenzò Curtius, Georg Simmel, Wystan H. Auden (“Il numero degli autori che riescono a condizionarci è davvero piccolo: lui è uno dei rari a poter imprimere un cambiamento nel nostro modo di pensare”). Disse che fu l’India a dargli i natali come filosofo: vi atterrò nel 1908, a Bombay, restò un anno. A Calcutta fece amicizia con Stefan Zweig.

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Fu un viaggiatore della mente, Kassner, certo – ma viaggiò moltissimo. In Inghilterra studiò l’opera di Laurence Sterne, di De Quincey, di Thomas Hardy; dalla Francia tornò traducendo Gide e Saint-John Perse; nel 1905 esplorò il Nordafrica, attraversando il Sahara in macchina. Dopo l’India, affrontò l’Egitto e l’Italia; nel 1911 virò in Russia: entusiasta, tradusse Puskin, Gogol’, Dostoevskij, Tolstoj. Uomo di sfrenate energie, voltò in tedesco William Blake e Platone, s’inoltrò nei meandri della cultura orientale, fu poligrafo, volutamente ermetico; conservatore, anti-nichilista, si preferì mistico – lavorò, in fondo, ai margini di tutto, nell’occulto, destinato a essere occultato. La Germania nazionalsocialista bandì la sua opera – e, in sintesi, il suo autore. Affascinato dalle teorie di Albert Einstein, andò a incontrarlo, non prima di aver studiato: era convinto che le loro opinioni sul mondo e sul tempo non divergessero troppo.

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In Italia, l’opera di Rudolf Kassner è inesistente. Nel 1942, per la cura di Alessandro Pellegrino, Bompiani pubblica Gli elementi dell’umana grandezza e altri saggi; nel 1997 Neri Pozza edita I fondamenti della fisiognomica (a cura di Giovanni Gurisatti); è Artemide, invece, nel 2004 a stampare una antologia di scritti sotto il titolo La visione e il suo doppio (a cura di Gerhart Baumann, Aldo Venturelli, Laura Benzi). Tutto qui. Kassner, per sua natura – per scelta, diremmo – non si apparenta ad alcuna scuola: è un ‘antimoderno’, crede che la modernità, il culto del progresso, abbiano sfacciatamente volgarizzato il volto umano, fino a piallarlo nell’anonimo pollaio. I lavori sulla fisiognomica – che intersecano una visione della storia, dell’estetica, un’etica – sono quelli più affascinanti. Secondo lo studioso, nel volto è dipinta l’origine e il destino di colui che lo indossa. “L’uomo è come appare, anche se non appare come è realmente”, scrive in uno dei suoi aforismi paradossali. Tutto è forma: il viso di un uomo, una bestia, una idea, una religione. La forma è l’essenza, l’essenziale: non è la superficie ma il modo in cui si lascia esporre il mistero. Lo studio dei volti, dunque, è l’indagine di un immaginario. Costretto alla metropoli, alla vita artatamente ‘sociale’ l’uomo perde la personalità del proprio volto – nella civiltà delle macchine e della democrazia ‘siamo tutti uguali’, cioè equivalenti. Leggere i volti significa farsi veggenti. La fisiognomica, perciò, non è scienza ma estro filosofico, anomalia da ispirati. L’uomo moderno – che sia un parto della massa o uno squalo del capitale – è scisso, inautentico: la simulazione lo distingue; l’uomo fa l’attore, il volto prende figura di maschera, di mascherina. Il rito quotidiano è ‘di facciata’: il sacro monte dell’interiorità ci è precluso. A dire di Kessner, solo il Giusto può vagare tra le contraddizioni senza distrarsi, riesce a curare l’ulcera. D’altronde, scrive, “Sai che sono debole – ogni definizione è falsa”. Alla catena umana in catena di montaggio esistenziale, Kessner opponeva i paradossi dell’immaginazione. Noi non siamo spendibili, non siamo riassunti e replicati dalle nostre spese, dalle nostre voglie involute; siamo un universo ambiguo. Per i paladini dell’ordine, questo è troppo. (d.b.)

*In copertina: Rudolf Kassner nel 1956