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	<title>Narrativa Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Mon, 18 Sep 2023 04:10:28 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Al confine di noi stessi. “Studio di un angelo”. Un racconto</title>
		<link>https://www.pangea.news/studio-di-un-angelo-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Sep 2023 04:10:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Temporelli]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Brullo]]></category>
		<category><![CDATA[Feltrinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo comunque esplorato il margine in lungo e in largo, e possiamo porci la domanda finale: come misurare l’apporto di verità di un’opera letteraria, quando all’uomo pare ormai sottratta ogni certezza in merito a ciò che definiamo storia, mondo, realtà (o meglio ancora, il reale)? Come ricongiungere bellezza e verità, in termini credibili e aperti? [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/studio-di-un-angelo-racconto/">Al confine di noi stessi. “Studio di un angelo”. Un racconto</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Abbiamo comunque esplorato il margine in lungo e in largo, e possiamo porci la domanda finale: <strong>come misurare l’apporto di verità di un’opera letteraria, quando all’uomo pare ormai sottratta ogni certezza in merito a ciò che definiamo <em>storia</em>,<em> mondo</em>, <em>realtà</em> (o meglio ancora, <em>il reale</em>)?</strong> Come ricongiungere bellezza e verità, in termini credibili e aperti? In questi decenni, gli eventi hanno più volte scosso la coscienza generale (come data epocale, si ricorda anzitutto l’11 settembre 2001) e diversi scrittori hanno apparecchiato svariati meccanismi di veridizione per tentare di raccontarli. Il caso Saviano è scoppiato nel 2006 (anche se come antecedente di <em>Gomorra</em> gli studiosi ricordano <em>L’abusivo </em>di Antonio Franchini, proprio del 2001). Si è parlato di un ritorno al realismo, o quanto meno di un desiderio e di qualche progetto mosso nella direzione; soprattutto, ci si è affidati al già citato genere dell’autofiction. Ma qualsiasi racconto finisce per ipotizzare una realtà come una lastra di ghiaccio su cui pattinare: l’ingiunzione di veridicità non può che nutrire in seno la malattia autoimmune della retorica che infine lo consumerà. <strong>Non può essere l’<em>io</em> il garante della verità del discorso. </strong>«A parlare di sé son buoni tutti. Parlare fino a cancellarsi, a scomparire dal quadro, a farsi frase, periodo, dettato, questo invece è letteratura» (Giglioli<a id="_ftnref1" href="#_ftn1"><sup>[1]</sup></a>). Ma il problema non è la persona grammaticale né ovviamente l’opzione lirica in sé, che ha sempre avuto senso in una dimensione esemplare. Il nodo riguarda l’opera nella sua interezza e nel suo rapporto con l’epoca, nella capacità, più che di rispecchiarla perché si compiaccia, di ridestarne la memoria: di offrirle, in altri termini, un incanto che germina in profezia. Gli antichi avrebbero suggerito di addolcire con l’arte un’amara medicina; noi sappiamo che non c’è distinzione, che l’arte non ripete un contenuto, ma accade. Mette in atto, ri-attualizza l’esperienza attraverso lo stile – se si ha la destrezza critica di intendere e favorire l’esecuzione dell’opera.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/6165eUwdeDL-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96939" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/6165eUwdeDL-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/6165eUwdeDL-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/6165eUwdeDL-600x900.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/6165eUwdeDL.jpg 720w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p>Come per il principio d&#8217;indeterminazione di Heisenberg, le parole convenzionali intervengono a perturbare l’orizzonte che vorrebbero descrivere. Ma se in ogni atto enunciativo si compie una falsificazione, restiamo imprigionati nel postmoderno e nel relativismo, che si concedono al più la tradizione e la realtà come repertorio esornativo e consolante. <strong>Occorre perciò riattivare la funzione poetica all’interno della letteratura. La funzione poetica attiva una dizione del mondo che non mira ad afferrare, a determinare, ma semmai a evocare, </strong>guidata da una memoria che è anche sguardo sul futuro<a id="_ftnref2" href="#_ftn2"><sup>[2]</sup></a>. Questo è il punto per evadere dall’eterno presente del consumismo e dalla fine della storia. La verità è pensabile solo come un incontro che presuppone un duplice movimento: quello di chi desidera conoscere e quello di ciò che vuole farsi conoscere. La parola poetica, in quanto ganglio vitale del campo letterario intero, è pronuncia accogliente, è affidamento a ciò che resta altro da sé, nell’infinita approssimazione rappresentata dal viaggio della conoscenza. Occorre un atto di fiducia in ciò che resta indicibile, come ha raccontato a suo modo Dante, che ha dovuto seguire fino in fondo Virgilio ma anche affidarsi, a un certo punto, a Beatrice.&nbsp; E oggi, il volto di Beatrice, lo sappiamo, è ignoto, non appartiene ad alcun disegno ideologico o dottrinale. È il volto dell’altro, giustappunto.</p>



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<p><strong>L’arte ci invita ad attraversare l’inferno del nostro tempo. Il rischio di rimanervi imprigionati è concreto, </strong>come ci ricordano i destini di tanti che accolgono la sfida (che si gioca ben oltre i circuiti della carriera letteraria e dei congegni autoreferenziali del successo mondano). Sta a noi ridare voce a questo desiderio vitale, senza cedere alle sirene del compiacimento. Il senso dell’attività creativa è rinnovare un’antica storia d’amore, che ci conduce al confine di noi stessi, al dialogo con l’ignoto.</p>



<p>Per questo, ovunque si sia, sta a noi scoprire e abitare il margine su cui risplendere, per quel che ci è dato.</p>



<p><strong><em>Andrea Temporelli</em></strong></p>



<p><strong><em>***</em></strong></p>



<p><strong><em>Studio di un angelo</em></strong></p>



<p>Ciò che riguarda Dio è territorio del demonio – tra angelo e vampiro la differenza è nell’estasi della crudeltà. L’annuncio dell’angelo, esangue, è un assalto. Chissà cos’è poi per gli angeli il dolore.</p>



<p>*</p>



<p>Mi scrisse, “È ora, ora può sentirlo”, scrivendomi un indirizzo. Mi sembrò un’intimidazione. Più tardi – forse un anno dopo – scoprii che il tizio, uno sconosciuto, era stato uno dei suoi sodali, un soldato, non troppo capace, all’epoca della lotta armata.</p>



<p>Rispose con una lettera forbita, accettando l’intervista. Lo inseguivo da anni. Per la precisione: la vita mi aveva messo sulle sue tracce. Il mio primo editore aveva pubblicato un suo romanzo, con enfasi; il professore di Storia del cristianesimo antico con cui avevo discusso la tesi era stato il suo insegnante, in carcere, a San Vittore, Milano.</p>



<p>*</p>



<p>Come tutti i deboli, i marginali, gli smangiati, subisco il fascino dell’uomo in armi, dell’uomo d’azione. Che il famigerato Eduard Limonov – lo avevo invitato a Rimini, anni prima – non potesse masticare alcun cibo perché un cancro gli inibiva la mascella, mi sembrò affascinante, ostico quanto un simbolo. Lo scrittore che ha morso la vita e imbracciato modelle e fucili, ora succhiava yogurt e formaggi molli, che sembravano meduse. Il dolore, in quel caso, sconfinava nella rabbia raddoppiata, del mutilato.</p>



<p>*</p>



<p>F. aveva scelto di mutilarsi dal mondo. I suoi libri avevano avuto un discreto successo: pubblicati da editori notevoli, alcuni erano ascesi sul palcoscenico del Teatro Parenti, a Milano. Mi incuriosiva la scrittura di quell’uomo, dalla parte degli incurabili, degli scarti.</p>



<p>Sei anni prima di conoscerlo, avevo lavorato con l’editore che ne aveva scoperto le doti. Andava a trovarlo in carcere: insieme idearono un’antologia di testi “di evasione” – sconfinava nei doppi sensi, F., insinuato tra le ambiguità. Il suo testo introduttivo, contro i carcerieri, il sistema carcerario, l’ideologia doppiogiochista e concentrazionaria dello Stato, trasudava livore; un livore blu, angelico, aristocratico.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="715" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/270700-715x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96940" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/270700-715x1024.jpg 715w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/270700-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/270700-600x859.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/270700.jpg 754w" sizes="(max-width: 715px) 100vw, 715px" /></figure>



<p>*</p>



<p>F. abita in Friuli, in montagna. “Non ti dirò nulla di ciò che vuoi sapere”, mi disse, dalla breve veranda, davanti a casa. L’ho conosciuto un paio di anni fa: F. è magro, basso, atletico; gli occhi ti ghiacciano, “occhi che hanno ucciso”, mi ricordava l’editore. Una generica incuria nei modi dimostrava l’indole dell’estremista; tuttavia, aveva bisogno di compiacere, di essere ammirato, la tara degli orfani.</p>



<p>Tre cani si svilupparono intorno alle sue braccia, come enormi falene su cui F. esercitava un potere notturno.</p>



<p>Aveva una moglie, di cui percepii l’ombra, nel profondo della casa, e la voce, flebile.</p>



<p>Mi propose di fare una passeggiata in montagna. Me lo ordinò. Non riuscivo a stargli dietro, la luce gocciolava dai pini, mi stava provando, pensai, questa salita è un battistero. Mi fermai, lui capì. Disse della volta che aveva incrociato un lupo, ne deglutì il desiderio. “Tra i sognatori e i banditi non vedo differenza”, disse. Mi vedeva in difficoltà. Scardinò la borraccia dallo zaino, mi imboccò, tracannai – potevo bere dalle sue mani.</p>



<p>*</p>



<p>La sua vicenda era nota. Il 19 febbraio del 1977, in seguito a un’ispezione di routine, “nei pressi di Cascina Olona, zona Settimo Milanese”, F. uccide un brigadiere, L.G. Era sera, la pioggia, tenue, assegnava a quei luoghi un’aura purgatoriale. La macchina di F. aveva un faro fuori uso, da qui l’intervento dei poliziotti, che obbligano il conducente a fermarsi. È curioso che F. venga fermato dai poliziotti per un difetto di luce.</p>



<p>Nel corso dell’ispezione, i poliziotti scoprono che F. ha dei precedenti; aperto il cofano della macchina, una Citroen che non risulta del guidatore, una tesoreria di armi, di diverso calibro. Insieme a F., quella sera, c’è anche R., donna di maschia bellezza, dal profilo spigoloso, pari a un vampiro. In aula dirà come i poliziotti, allarmati, per primi, abbiano aperto il fuoco, che F. ha cercato di difenderla.</p>



<p>Il “Corriere della Sera”, riferendo l’accaduto, ricordò che “il brigatista rosso” F. aveva 25 anni e “impugnava una colt 38”. Durante lo scontro, F. spara quattro colpi: ammazza il brigadiere e ferisce gravemente l’appuntato, lacerandogli il polmone sinistro.</p>



<p>La dinamica dimostra la destrezza di F. nel rischio: i colpi lo prendono di striscio, terminato lo scontro, si accascia al suolo, fa finta di essere morto, “per evitare il linciaggio” delle pattuglie accorse, dirà.</p>



<p>*</p>



<p>A prima vista, F. sembra un serpente. È cauto, si muove a scatti; non è mai allarmato, è certo di essere sempre sotto osservazione. Sa che in ogni visitatore può celarsi un mercenario, in ogni sguardo l’etimo della vendetta. I suoi gesti non sono nervosi, ma esatti: anche quando prende una tazza dalla credenza e la mette sul tavolo, misura i movimenti, levigati, letali. In realtà, F. ha la ferocia dell’efebo: la sua bellezza, nelle fotografie del processo, svoltosi a Milano, è inquietante. F. seduce per sottomettere, con una violenza femminile.</p>



<p>Non ha l’estro del sadico, non agisce con il principio del boia: il sangue lo irrita, vorrebbe ammazzare senza spargimento di umori e di urla, in serie. La sua perizia è affine alla metafisica, rapina l’ambito teologico: F. non è un uomo appassionato e non è un freddo calcolatore; esegue, con disciplina marziale. Vive nell’emergenza e nell’incanto. Poiché ha scelto il pericolo, non ha paura: ha già sacrificato tutto. In lui, la lotta armata coincide con l’ascesi.</p>



<p>Durante il processo, dichiarò di disinteressarsi del giudizio emesso da un tribunale a cui non riconosceva alcuna dignità giuridica. Chiese il massimo della pena, assolvendosi. Lo accontentarono.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="692" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/62lastju-692x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96941" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/62lastju-692x1024.jpg 692w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/62lastju-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/62lastju-600x888.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/62lastju.jpg 743w" sizes="(max-width: 692px) 100vw, 692px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Preferiva vagare in un mobilio di astrazioni, di aggettivi aggettanti, propensi al frainteso. “Ciò che dovevo dire ho cercato di dirlo durante il processo: ho scritto un testo – così ha fatto Renato Curcio. Mi è stato impedito di pronunciarlo, il giudice lo ha giudicato ‘retorica brigatista, inutile’. Lo Stato mi ha tolto la voce, non me la ridarà un giornalista”.</p>



<p>La sua carriera letteraria, che aveva avuto un esordio brillante – la pubblicazione, per Mondadori, di un romanzo sull’adolescenza di Dante, che ricevette ottime recensioni – fu stroncata in pochi anni. Gli ex terroristi convertiti alla letteratura diventarono una moda, poi un impaccio, infine un insulto. Lo accusarono di opportunismo, F. fu obbligato a mollare la collaborazione per un importante settimanale dell’epoca. “Ma io ho pagato”, ripeteva. “Al compagno F.” furono combinati 28 anni per “omicidio, partecipazione a bande armate, porto e detenzione di armi”. I giornali, genericamente, esultarono, perché lo Stato aveva punito un demone, uno strumento delle tenebre; “Lotta Continua”, nel numero del 21 gennaio del 1978, precisa che “Persino gli avvocati d’ufficio di Fontana, che non sono certo di sinistra, alla lettura della sentenza erano incazzati, perché a Fontana era stata riconosciuta la partecipazione a banda armata senza alcuna prova e la premeditazione nell’omicidio dell’agente della Polstrada”.</p>



<p>*</p>



<p>Scoprii per caso il nome di F. In casa editrice lo magnificavano; fui affascinato dalla sua prosa, insinuante, sinuosa, apodittica, scheggiata da un rancore prolifico, gentile. Scriveva – c’era da attenderlo – dei soppressi, dei condannati, dei maciullati dalla Storia. Quell’anno, pubblicò un lungo romanzo sulla conquista dell’America da parte degli spagnoli. L’ideologia di fondo era sfumata da una tortuosa passione per l’uomo: F. sapeva amare anche l’oppressore.</p>



<p>Quello fu il suo ultimo libro.</p>



<p>Sono nato il giorno in cui F. entra in carcere.</p>



<p>*</p>



<p>Ritornando dalla montagna, F. mi mostra una chiesa, nel primo paese a valle. Entriamo. F. si sdraia sul pavimento, allarga le braccia. Sussurra qualche preghiera in latino. La pala d’altare, dipinta da un anonimo del Seicento, rude pittore di quei luoghi, raffigura San Giorgio che trafigge il drago; la bestia ha occhi mansueti. Per terra, F. sembra un boa che si stia dilungando nell’inghiottire la preda. Quando si alza, dopo un po’, il volto splende – ma non è meno pericoloso.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="889" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/mid_00250942_001.jpg" alt="" class="wp-image-96942" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/mid_00250942_001.jpg 889w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/mid_00250942_001-267x300.jpg 267w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/mid_00250942_001-768x864.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/mid_00250942_001-600x675.jpg 600w" sizes="(max-width: 889px) 100vw, 889px" /></figure>



<p>*</p>



<p>In un disegno preparatorio, catalogato come “Studio di un angelo”, il Pontormo ritrae una creatura celeste di ambigua bellezza. L’angelo è visto di spalle, ruota il collo, femmineo, fissando l’osservatore: il suo volto è crudele, glorificato dalla vendetta. È un angelo fuori contesto, un’apparizione notturna, forse.</p>



<p>Sono certo che esistano uomini venuti al mondo per obbedire al caos: sono gli allievi del disordine, i lancieri del nulla. Hanno un loro rigore, una disciplina grigia, la celere obbedienza di chi non ha ideologia né idolo. Sono demoni, vampiri che non si premurano di succhiare il sangue, ma di spargerlo. Creature che non servono al perdono, che non ci è dato giudicare.</p>



<p><strong><em>Davide Brullo</em></strong></p>



<p><a href="https://www.mondadoristore.it/Splendere-margini-Narrazioni-na/eai979128100012/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*<em>Per gentile concessione si pubblica una piccola porzione dell’introduzione di Andrea Temporelli al libro “Splendere ai margini. Narrazioni emergenti” (Oligo, 2023) e un estratto da uno dei racconti antologizzati</em></a></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> Daniele Giglioli, <em>Op. cit.</em>, p. 78.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2"><sup>[2]</sup></a> Cfr Andrea Temporelli, <em>Memoria e profezia</em>, www.andreatemporelli.com/2020/01/29/memoria-e-profezia/</p>
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		<title>Dio opera nell’esagerazione. Discorso intorno all’opera di Luca Doninelli</title>
		<link>https://www.pangea.news/luca-doninelli-vincenzo-gambardella/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Jul 2022 04:20:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Doninelli]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Gambardella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una volta, il mio amico regista Giuseppe Rocca, mi ha raccontato una scena di uno spettacolo di Carmelo Bene. La scena è la seguente: un condannato alla crocifissione si crocifigge da solo, inizia prima dai piedi, inchiodandoseli, poi, a fatica, come può, riesce a inchiodarsi una mano, alla fine però resta con un braccio libero, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/luca-doninelli-vincenzo-gambardella/">Dio opera nell’esagerazione. Discorso intorno all’opera di Luca Doninelli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Una volta, il mio amico regista Giuseppe Rocca, mi ha raccontato una scena di uno spettacolo di Carmelo Bene. La scena è la seguente: un condannato alla crocifissione si crocifigge da solo, inizia prima dai piedi, inchiodandoseli, poi, a fatica, come può, riesce a inchiodarsi una mano, alla fine però resta con un braccio libero, senza poter completare la sua opera.</p>



<p>È una scena insensata già dalle premesse, ma incisiva, forte, sebbene assurda alla luce dei risultati, e comunque paradossale, oserei dire grottesca. Sono tante le riflessioni che sorgono in merito a questa immagine, senz’altro emblematica di un modo di essere, oltre che di una cultura. <strong>La negazione e l’irriverenza colpiscono, e attraverso queste è come se tutto il Novecento fosse arrivato al capolinea, o piombato nel nulla: il sacrificio di Cristo è ridotto ad autolesionismo, cioè non è servito a niente.</strong> Oppure, viene da chiedersi perché il nostro Occidente continua a manifestarsi nella colpevolezza assoluta, fino all’impossibile, fino a negare la sua stessa rappresentazione ideale e drammatica da cui tutta la coscienza occidentale è scaturita: la Croce come sorgenza di riscatto per l’uomo sofferente, ogni uomo. Allo stesso tempo si può dire che il suicidio non si compie, non si può compiere nell’esempio e nel nome di Cristo, Gesù salva. Merito comunque a Carmelo Bene di aver suscitato, nel passato, polemiche e dibattiti ancora aperti, di avere dato forma all’immane nostro travaglio, perseverante e senza uscita.</p>



<p><strong>Rifletto: non è un Cristo arreso quello di Carmelo Bene, è un Cristo in cui predomina l’attività.</strong> Qui il mio pensiero si prende una rivincita, associa per conto suo, cambia e scambia registro, mi sembra di ridere al centro di una platea seriosa, quasi preso da un motto di spirito irresistibile che non so da dove mi venga. Forse dalla signora che abita al piano di sopra che quando esce di casa la vedo tenere con una mano il cellulare e nell’altra ha legato il guinzaglio del cagnolino; dei tre figli, poi, due sono in monopattino e uno è in bicicletta. La signora grida di non dimenticare il carrello della spesa, e intanto lascia la porta aperta dietro di sé.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="680" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/la-verita-futile-680x1024.jpg" alt="" class="wp-image-91609" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/la-verita-futile-680x1024.jpg 680w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/la-verita-futile-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/la-verita-futile-600x904.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/la-verita-futile.jpg 717w" sizes="(max-width: 680px) 100vw, 680px" /></figure>



<p>Mi pare la versione ridicolizzata della crocifissione di Carmelo Bene: vogliamo fare tante cose contemporaneamente ma nessuna ci soddisfa, nessuna si realizza, ci fa felici, partendo dal presupposto che la felicità non esiste e che la pratica è tutto. Ma, mi permetto di dire, a costo di risultare ipercritico, che la praticità è una cosa e l’essere costruttivi è ben altro. Allora si spiega il perché, il perché della nostra condizione.</p>



<p><strong>Pasolini, in un’intervista televisiva, affermava che aveva bandito la parola speranza dal suo vocabolario. E quelli che ancora la vivono?, mi domando. La mia esperienza, ad esempio, è stata diversa. A me non è andata così.</strong> I miei incontri, le mie frequentazioni mi hanno portato da un’altra parte. Il vero scandalo resta la Croce, nel senso che nessuno può annullarsi pienamente, questo il suo significato, che ha sul versante opposto l’inizio supremo, l’origine: il mistero del Dio fatto uomo. Noi siamo dentro questo. <strong>Mi dico: fino a che punto possiamo negarci?, fino a che punto possiamo compiere la nostra fine? I calchi dei morti di Pompei illustrano meglio quello che voglio dire, forme di corpi polverizzati che ritornano a essere corpi, sebbene di gesso, ma la cui forma nasce dal vuoto che la morte ha lasciato</strong>, imprimendosi nell’eternità e per l’eternità, impressa nella terra, e che è durata nella terra, che dalla terra ritorna a illuminarsi. Certo non sono più loro, non sono più quegli uomini che speravano, che soffrivano, che volevano vivere, intenti nelle loro mansioni quotidiane, sconvolti dall’improvvisa fine, dalla sofferenza, dalla paura, ma quello che è impressionante di questi reperti è che vivono ancora in loro l’umanità, la sorpresa delle loro carni scabre, le loro superfici di gesso, che una volta sono state carne pulsante, anelito di vita, respiro, passione, desiderio, pietà per sé e per gli altri, fede. La loro volontà di vita è ancora lì ed è viva nel mistero del farsi di nuovo forma, suggestione della forma, o evocazione, addirittura miracolo, proprio perché stanno a indicare che il mistero nostro, degli uomini, non muore. I calchi di Pompei ce lo confermano: “Badate che siamo insopprimibili – ci dicono –, si torna, si torna, sebbene muti, immobili, nature morte, sebbene questo, non è ancora detto tutto!”.</p>



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<p>È un po’ come dire che non ci si libera mai dell’umanità, dell’umanità profonda dell’essere. <strong>Tutta l’intera umanità nostra che olocausti e tragedie non riescono a eludere, a cancellare niente. Pensiamo a “La metamorfosi” di Kafka, pensiamo alla conclusione di quel mirabile e terribile racconto, veramente drammatico e misterioso, sovranamente misterioso.</strong> Un giorno, in una libreria, colgo al volo le parole di una persona che si lamentava di averlo letto, infastidita dal senso di angoscia che le aveva trasmesso, che le pareva quasi di aver subito. In realtà quella piccola opera è straordinaria proprio per la riflessione continua che impone. Penso alla fine, quando la salma del grande insetto viene buttata via con la scopa, spazzata via come se fosse possibile liberarsi di una cosa come quella. Viene da chiedersi: dove può essere gettato via il cadavere di uno scarafaggio di quelle dimensioni? Si può dire che il senso della fine è inappagabile, oppure è l’ordinarietà del gesto a non convincerci? Crocifiggersi e non riuscire nemmeno in quello, nemmeno in quel gesto disumano, irriverente, sacrilego, di buttare via l’umanità, un’umanità per giunta impaurita della vita, perché Gesù è morto davvero sulla croce e ha sofferto davvero come tutti noi. Il vero scandalo, oggi, è avere speranza, o avere speranza di attenderla, o aspettarsi la vera speranza, la speranza di un nuovo incontro, che nonostante tutto operi davvero.</p>



<p><strong>A me è successo di incontrare Luca Doninelli e per dire di lui dovrei dire la mia vita, il mistero di quell’incontro e la commozione che prese mio padre nel leggere un suo articolo che parlava di un mio libro in cui mi dichiarava scrittore cristiano. Fu un’apertura nel mio destino.</strong> Una proposta di cammino in compagnia, dove la contaminazione, tipica della composizione letteraria, non sta nel genere, ma nello sconfinamento dell’orizzonte a cui apre la Croce, nella vastità dell’orizzonte che si delinea attraverso l’umanità della Croce; umanità spalancata sul mondo, sugli uomini e le cose del mondo. Incarnazione e Croce sono la sua trama, penetrano la realtà tutta, simile allo scorrere dell’acqua, che trova ogni passaggio per tentare la via, e se non la trova scava, compie opera di scavo, anche opera minuta, ma nei secoli, nel tempo. Ecco la sua millenaria fatica, la sua pazienza abissale, che è dedizione e cura, e non conosce ostacoli.</p>



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<p><strong>La nostra amicizia è stata segnata dalla fede, e Dio acuisce tutto, opera nell’esagerazione</strong> quando accentua l’amicizia, o ti fa innamorare, o migliora la profondità di un pensiero, o aggiunge creatività a creatività, o permette di scrivere meglio, o di dipingere meglio, o di cantare e suonare meglio, o di ascoltare, parlare, leggere e guardare, animati da maggiore verità, oltre la verità di ciò che si ascolta, si dice, si legge e si guarda, di amare con più convinzione. O disillude pienamente, drasticamente e con coraggio, facendo sprofondare ogni sicurezza, cancellando qualsiasi certezza, azzerando anche la minima verità che a stento trattenevamo fra le nostre povere dita. Piccole dita che ancora sperano di recuperare quell’ingannevole senso di vita che ci ha guidato per le nostre strade. Ricordo Luca a Firenze, negli anni Novanta, al Gabinetto Vieusseux, dopo una conferenza sulla letteratura con insigni intellettuali, ebbene mi girai e lo vidi che mostrava i disegni dei suoi figli, allora bambini, agli stupiti relatori, imbarazzati per tanta semplicità, per tanta maniera diretta, lì dove sembrava che ogni cosa risultava impegnativa, complicata, difficilmente risolvibile da animo umano. &nbsp;</p>



<p>Quante cose, quante cose da capire, quante cose da conoscere! Un moto di rivelazione le accompagna. La morte stessa rivela. <strong>Ne “La verità futile”, c’è il mistero di una inadeguatezza che si afferma nello scrivere. Scrivere per accondiscendere alla madre del protagonista, la quale un giorno dice al figlio di scrivere, di fare lo scrittore, e a questo proposito gli regala un quaderno.</strong> Anche il gesto di Carmelo Bene può essere inteso come inadeguatezza, dove ad agire è proprio l’impossibilità a vivere la morte come l’ha vissuta il Cristo che ci rende incompiuti, da lì l’inadeguatezza a compiere pienamente la propria crocifissione. Ma nel libro appena citato di Doninelli la vita è dono, la verità, anche se piccola, rivela questa forza sua che trascina tutto, che si compie in tutto e diventa affermazione del divino, di qualcosa che si impone, che si presenta nel suo esserci per noi, adeguatamente a noi, alla povera cosa che siamo, anzi, proprio perché povera cosa, siamo più bisognosi e adeguati ad accettarla, a viverla nel più segreto dei giorni a venire.</p>



<p><strong>Dare la vita per un altro. L’importante per il cristiano è questo, e tutta l’opera di Doninelli è radicata in questo desiderio. Ché di desiderio si tratta. Ma si può amare ancora?, si può vivere così?, si chiede Doninelli nei suoi libri.</strong> È possibile a patto che ci si aspetti qualcosa, a patto che Dio ci mostri il suo volto, che abbia pietà di noi mostrandoci il suo volto, che è quello che sperimenteremo in paradiso. Ognuno nella possibilità data del vedere, di conoscere, che è possibilità di infinito, immisurabile possibilità, se non nell’infinito di Dio. Sebbene anche la generosità ha un limite, con la generosità sperimentiamo il limite della nostra energia, che è dramma, spirito del dramma che si afferma, ma con un effetto dirompente di consapevolezza, inimmaginabile perché è ancora tutto da dire, ancora tutto nella creazione, nel movimento che contiene a crearsi nei nostri corpi, a incarnarsi in noi, e attraverso i nostri corpi in cerca, in perenne ricerca.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="658" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/s-l1600-3-658x1024.jpg" alt="" class="wp-image-91611" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/s-l1600-3-658x1024.jpg 658w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/s-l1600-3-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/s-l1600-3-600x934.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/s-l1600-3.jpg 694w" sizes="(max-width: 658px) 100vw, 658px" /></figure>



<p>Nel romanzo “La mano”, la tentazione della velocità non fa superare la musica, la possibilità di bellezza che ha in sé la musica. Nessuna protesi, nessuna sostituzione di noi stessi può aiutarci a vivere. Bisogna esserci. L’arte non è una protesi, niente può sostituirci, e la questione che l’artista non vive per far vivere il suo fantasma, la sua finzione, e si isola beato per non vivere, a me non ha mai convinto. L’arte è conoscenza, è approfondimento di un significato che manca, aggiunge vita a vita. La più bella frase che ho sentito me l’ha detta giorni fa una mia amica, all’improvviso lei mi fa: “Tu mi dai quello che manca a me, io ti do quello che ti manca”. Portentoso, vale per l’intera esistenza!</p>



<p><strong>Balena una luce precaria nei libri di Doninelli, “luce gialla e cattiva”, mi pare dica lo scrittore in un memorabile racconto uscito sulla rivista Nuovi Argomenti, negli anni Novanta, intitolato “Le diverse morti di mio padre”</strong> che ricordo mi colpì molto. È interessante ricordare il plagio che il racconto subì, pubblicato su una rivista letteraria diretta da Idolina Landolfi (figlia del noto e grande scrittore Tommaso Landolfi). Naturalmente è impossibile controllare tutto quello che è già stato edito altrove. Passi questo, ma l’interessante è notare che il plagiatore aveva sostituito il personaggio del padre con quello della madre. Lo aveva trasposto cioè al femminile. Ecco che il plagio ci viene in aiuto, nell’originale la luce è legata alla situazione del padre non della madre, ed è gialla perché cattiva, vale a dire falsa, giacché la luce, per definizione, è bianca. Luce falsa per permetterci di distinguere ciò che è vero dal falso, ciò che è moralmente vero da ciò che è immoralmente falso. L’amore fa il resto, l’amore permette di comprendere tutto, quello che veramente conta è l’amore del padre, anche dove si annida il falso. L’amore che ci soccorre nel giudizio. “Non io ma il Padre mio” dice Gesù.</p>



<p><strong>Così pure mi ha sempre colpito il momento in cui ne “La revoca”, il figlio va a prendere un bicchiere d’acqua in cucina per il genitore morente, ma al ritorno egli è morto. </strong>E sembra quasi che non sia servito a niente andare a prendere quell’acqua, lasciando il figlio in una dimensione assurda, che attende risposte e la risposta è rimandata chissà a quando. Si deve attendere che quell’acqua del bicchiere arrivi al suo destinatario, al sofferente che aspetta (il padre come il figlio), si deve attendere che arrivi un compimento, la vita piena, attesa, che consiste in luce buona, pacificata, perché ci dev’essere questa luce, è stato promesso, è la promessa che ci fa andare avanti, che ci fa uscire di casa, partire, viaggiare, arrivare in un altro posto, in un’altra città, col cuore in subbuglio, in agitazione perché la promessa che qualcuno ci aspettava lì era sicura, ma come sarà? È la stessa insorgenza che ci prende quando si pensa a che cosa faremo davanti a Lui, Dio, e ci si scoraggia, è <em>cosa faremo</em> che ci scoraggia, addirittura emerge la paura della noia, di nuovo la paura che ci perseguita, e se ci sarà davvero giustizia, se ci ameremo davvero, se ci sarà davvero amore per ognuno di noi, se davvero sarà amore. Ce lo domandiamo per quanto siamo stati delusi, per quanto siamo abituati alla delusione, quindi ci si chiede, tremanti, se sarà uno stare insieme con gli altri veramente fiducioso, sereno, o sarà la solita critica a investirci, talmente che siamo terrestri, insicuri che tutto finisca, che ci sia sempre la fine improvvisa, che ce ne sia sempre una nuova, crudele, peggiore, imprevedibile, ma non imprevista, no, in quanto sappiamo che dobbiamo morire. Certo la faccenda non è bella, a volte il pensiero stritola, ci fa mancare il respiro di notte, sembra di finire così, con un bicchiere d’acqua che non serve a niente, che non è riuscito neppure a dissetarci in tempo, prima della fine. Dimentichiamo, o non siamo in grado di pensare, che quell’acqua, quel bicchiere pieno d’acqua è l’anticipo che lo stare con Dio è già tutto, giacché stare con Dio non ci si rende conto di quanto è superiore ai nostri schemi, alle nostre idee. Ecco, forse in quella scena del bicchiere d’acqua c’è tutto questo.</p>



<p>Nel 2014 mando una email allo scrittore.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong><em>Caro Luca, </em></strong></p><p><strong><em>voglio dirti che il tuo romanzo è una scheggia che si eleva nell’infinito </em>(n. d. a.: è appena uscito “Fa’ che questa strada non finisca mai”)<em>, quando alla parola fine parte un colpo supremo che attraversa i secoli dal punto in cui siamo originati, correndo oltre la nostra carne e nell’aria. Il tuo libro mantiene uno sguardo fermo e deciso, che è impressionante questo sangue che da lì a poco scorrerà, e continua a scorrere, per cui Giuda rappresenta un canale di passaggio, un canale di passaggio della verità che sta in Gesù, che viene dal rapporto con Lui. Hai voluto guardare dentro la sconfitta del mondo, e ripercorrere quella strada terribile, per poterla illuminare di nuova luce, o di antica luce, di quella luce umana, unica, speciale, che era già dai tempi antichi, fatta di drammatiche e fosche luci di fiaccole. Come si fa a non pensare al Caravaggio de “La cattura di Cristo”, conservata a Dublino, in cui lampeggia in primo piano la corazza di un soldato. E così pure le tue parole che spesso hanno punti lampeggianti di verità improvvisa! Ma soprattutto, mentre leggevo il tuo romanzo, non ho fatto altro che ripensare alla tua descrizione della grotta di Betlemme, in un altro libro: “Cattedrali”. Leggendo “Fa’ che questa strada non finisca mai”, si avverte lo stesso senso di buio, la stessa immensa ferita umana in cui sembra di cadere, cadiamo noi tutti, crepa di sprofondamento, di inabissamento, in cui si coglie il nodo drammatico del mistero, in cui la parola che ci sostiene è la parola amicizia, solo quella ci soccorre, ci conforta, l’amicizia di Gesù, che è per ognuno di noi: la cosa che ci salva e non smette di farci compagnia, anche se siamo lontani, afflitti e soli, caduti a testa in giù per il peso dei nostri pensieri, caso mai risentiti a causa di qualcosa che non è andata come volevamo, e ci accapigliamo per far procedere strategie totalmente inutili. Ognuno, quando scrive vuole scrivere qualcosa che manca alla letteratura, che deve ancora essere detto, o almeno essere detto in quel modo che ci sta a cuore. Tu, ogni volta lo fai, aggiungi qualcosa che occupa uno spazio di piena e profonda umanità, nonché di pensiero. Questo siamo, questo ci fa scrittori, per un senso che non è nostro, ma che ci abita</em>.</strong></p></blockquote>



<p>La verità, azzardo a dire, è che Doninelli racconta sempre il paradiso (il che appare incredibile per uno che ha scritto “Baedeker inferno”, un libro originalissimo, che andrebbe ripubblicato); qualunque vicenda racconti è sempre un’idea di paradiso che traspare. Egli invoca segretamente il paradiso, come la luce che vediamo attraverso le assi di legno delle porte malandate, o delle odierne persiane. <strong>“La luce viene dalle finestre” scriveva lui da bambino. Lo scrittore racconta che a scuola scrisse in un tema che la luce dell’aula veniva dalle finestre, ma provò molta sorpresa nel sentire che il maestro gli diceva di no, che lo correggeva dicendogli, anzi rivelandogli una verità assoluta e celeste, cosmologica e universale, che comprende tutto, in cui ci siamo tutti noi e persino le parole che scrivo adesso, cioè: la luce viene dal sole!</strong> La stessa frase che si sentì dire il piccolo Luca dal suo maestro e che ripeto anch’io ai miei alunni, con grande loro conforto. Ecco, da quel momento è nato lo scrittore Doninelli, che ansiosamente cerca di raggiungere quello che ha già raggiunto, ha raggiunto in sé (“il paradiso è celato in ciascuno di noi” dice Dostoevskij, nei <em>Fratelli Karamazov</em>), e per pienezza di questo dono anticipato, ricevuto fin dagli inizi e in seguito coltivato, vissuto nei rapporti, nell’amicizia (con Giovanni Testori, con don Luigi Giussani, ma insieme a tanti altri), ha possibilità generosa di trasmetterlo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="722" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/71q2tO-77mL-722x1024.jpg" alt="" class="wp-image-91612" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/71q2tO-77mL-722x1024.jpg 722w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/71q2tO-77mL-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/71q2tO-77mL-600x852.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/71q2tO-77mL.jpg 761w" sizes="(max-width: 722px) 100vw, 722px" /></figure>



<p>Egli non è scrittore escatologico, semmai in lui emerge la speranza del cristiano di fronte al male, la conferma è ne “Le cose semplici”, dove i personaggi, ma che dico?, l’intero mondo, Milano, il suo Duomo, la sua Madonnina, il suo cielo, aspettano, sono lì ad attendere la luce che viene dal sole. Una luce che non sia gialla e cattiva. Doninelli si può dire che ha impiegato il suo tempo per ritrovare quella luce vera, rivelata dal suo maestro delle elementari. Luca ce ne ha messo d’impegno per ritornare a quella luce, ma ha dovuto passare per il buio dell’attesa dei giorni a venire, i giorni che ci hanno separato, ma ci hanno anche toccato, giacché la felicità non è irraggiungibile, come si dice, è che è così grande!, talmente grande e comprensiva di tutto che è difficile viverla. Ci vuole una grazia parimenti grande, infinita, una comunione delle anime e dei corpi, delle speranze e delle attese, che non si compie mai del tutto, o solo per accenni, per prospettive che si aprono all’improvviso, di traverso alle strade principali che percorriamo, come accade di vedere nelle città di mare, quando girando lo sguardo da un lato si spalanca l’azzurro, che non è solo colore, è azzurro + luce + conferma + attimo + speranza. Respiro-di-quell’attimo-in-certezza-che-possa-affermarsi. Che-possa-essere-respiro: ogni-parola-evento-e-respiro. Che possa essere, saldarsi in noi. &nbsp;<em>&nbsp;</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/luca-doninelli-vincenzo-gambardella/">Dio opera nell’esagerazione. Discorso intorno all’opera di Luca Doninelli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Il genio è saggezza e gioventù”. Compie 50 anni “Il gabbiano Jonathan Livingston”, un inno alla libertà, una ninna nanna per sognare (ma oggi chi se lo fila?)</title>
		<link>https://www.pangea.news/livingston-bach-50-anni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2020 06:16:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Carli]]></category>
		<category><![CDATA[Jonathan Livingston]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Da giovane le mie ali erano forti e instancabili / ma non conoscevo le montagne. / Da vecchio conoscevo le montagne / ma le mie ali stanche non potevano tener dietro alla visione. / Il genio è saggezza e gioventù”. Edgar Lee Masters, Alexander Throckmorton. * Capisci che appartieni a un’altra generazione quando ti capita [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Da giovane le mie ali erano forti e instancabili / ma non conoscevo le montagne. / Da vecchio conoscevo le montagne / ma le mie ali stanche non potevano tener dietro alla visione. / Il genio è saggezza e gioventù”. Edgar Lee Masters, <em>Alexander Throckmorton.</em></p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-77395 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/libro1-2-1-194x300.jpg" alt="" width="372" height="576" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-2-1-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-2-1.jpg 339w" sizes="(max-width: 372px) 100vw, 372px" />Capisci che appartieni a un’altra generazione quando ti capita di leggere che ha compiuto 50 anni, che lo hai attraversato – perché i libri si attraversano, non ci sono altre modalità dialogiche</strong> – quando eri piccolo o giovane. E che oggi non ne parla più nessuno. Volato via, come nella sua natura.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Ha spiccato il volo nel 1970. Breve come un battito d’ali (ma ampie come un abbraccio) nella sua semplicità strutturale ha insegnato</strong> che la vita ha due direttrici parallele e distinte che, comunque, dialogano: una di natura morale e una più spirituale. Mezzo secolo. Pare ieri, ma è già passato mezzo secolo.</p>
<p>*</p>
<p>Una fiaba, ma solo in apparenza. Lo è quando sei adolescente – quando tutto è una favola, quando ogni oggetto e un simbolo e una promessa – ma non quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che inizi ad avere i primi capelli bianchi. <strong>Non è la vecchiaia: è la metamorfosi. Ti stai trasformando in lui.</strong></p>
<p>*</p>
<p>Bianco, quasi albino. Ma anche nero come Calimero: se guardi le punte delle sue ali, ti accorgi che riassume il Tao. <strong><em>Yin e</em> <em>Yang,</em> la dualità e il dualismo tra il giorno e la notte. In un corpo solo, bellissimo, perfetto. E controcorrente</strong>, come ci si sente quando contesti il tuo corpo che sta cambiando. Un salmone in un fiume di cliché.</p>
<p>*</p>
<p>Mentre tutti i suoi simili si affannano per trovare il cibo e sopravvivere, lui adora volare e si allena per diventare perfetto nel volo. Stile e forma, apparenza ed estetica. Ma non estetismo: JL è poesia e forma, ricerca dell’autoperfezionamento. Anche per ammirarsi. <strong>La bellezza è fascino e mistero. E non va spiegata: va vissuta.     </strong></p>
<p>*</p>
<p><strong>Un erratico guascone errante, <a href="https://bur.rizzolilibri.it/libri/il-gabbiano-jonathan-livingston-6/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Il gabbiano Jonathan Livingston</em></a> di Richard Bach.</strong> Anche lui appartiene a una comunità sociale, lo Stormo Buonappetito, che inizialmente lo dissuade: si vola per mangiare, non per fare acrobazie. E lui, per evitare di essere escluso, si adegua. Poi però quella vocina che ha dentro si fa risentire, dapprima come un bisbiglio, poi con tonalità baritonale: insegui l’estremo, disegna acrobazie rinascimentali, osa.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-77396 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/TimeBach-228x300.jpg" alt="" width="347" height="457" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/TimeBach-228x300.jpg 228w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/TimeBach-380x500.jpg 380w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/TimeBach.jpg 400w" sizes="(max-width: 347px) 100vw, 347px" />L’invidia la impari non da piccolissimo ma da piccolo quando chi ti è vicino si accorge che non sei allineato. Il Consiglio degli Anziani decide così di esiliarlo: ha tradito (e quindi tradotto) l’essenza, la natura del gruppo. Ha lasciato da parte il richiamo della natura per inseguire il suo. Con tenacia e caparbietà, Jonathan dà ascolto alla sua necessità e si trova a frequentare le scogliere solitarie dove va a lezione da Eolo e impara a conoscere il vento. Per migliorarsi, certo, ma anche per vivere. <strong>Divenuto anziano dopo gli altri – è questo il potere della libertà &#8211; viene raggiunto da due gabbiani, forse più lievi e acrobatici di lui nell’arte estetica del volo, che lo invitano a lasciare la sua tela:</strong> oltre l’orizzonte, lì dove finisce lo sguardo e inizia la fantasia e l’immaginazione, esiste un luogo dove potrà volare meglio. Il vecchio Jonathan accetta: la giovinezza lo contagia e quasi per incanto torna a essere bianco e splendente come la luna.</p>
<p>*</p>
<p>Il paradiso iniziatico è un’apparenza: come tutte le novità, si presenta al meglio. Poi però si rivela nella sua interezza: lì Jonathan – che intanto è spirato – incontra tanti altri gabbiani che come lui. <strong>Tanti simili che hanno vissuto da eremiti a causa del loro sogno di volare per volare. Il gabbiano Sullivan gli apre gli occhi: quello che vede non è l’Eden ma solamente una dimensione transitoria di mezzo, qualcosa di più nobile del Purgatorio ma che non ha ancora la luce del paradiso.</strong> Per accedervi, deve migliorare la tecnica del volo. Jonathan capisce che per quanto ci si possa impegnare, non si arriverà mai a essere perfetti e veloci perché il corpo è un limite. Per poter volare liberamente e con estrema rapidità occorre allenare il pensiero.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Non si sa se Giorgio Gaber l’abbia letto. Di certo l’ha fatto suo, e l’ha fatto planare con maestria unica, sovrapponendo il gabbiano all’impegno politico della sua generazione, finito con l’età. Perché le rivoluzioni si fanno da giovani, in piazza e non seduti su una sedia dopo aver raggiunto il potere.</strong> “Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra, il senso di appartenenza a una razza, che voleva spiccare il volo, per cambiare veramente la vita. No, niente rimpianti. Forse anche allora molti, avevano aperto le ali, senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici. E ora? Anche ora, ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra, il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo”.</p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Il gabbiano Jonathan Livingston</em> è una ninna nanna.</strong> Non per dormire. Semplicemente per sognare.</p>
<p><strong><em>Alessandro Carli</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: un disegno di Mervyn Peake</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Avrei voluto essere Stevenson, al limite Céline, fondamentalmente sono un solitario e ho scritto l’Odissea del nostro tempo”. Dialogo con Gianluca Barbera</title>
		<link>https://www.pangea.news/gianluca-barbera-intervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2020 07:55:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Forse è un prestigiatore, di certo ha la tenacia – e il ceffo – di un molosso, un tempo lo definii una specie di Orson Welles. Per mesi si è sotterrato in isolamento senese, nella folgore immaginativa, facendo della sua casa – l’ho capito dopo – il centro del mondo, alcova di navi, base spaziale, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gianluca-barbera-intervista/">“Avrei voluto essere Stevenson, al limite Céline, fondamentalmente sono un solitario e ho scritto l’Odissea del nostro tempo”. Dialogo con Gianluca Barbera</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Forse è un prestigiatore, di certo ha la tenacia – e il ceffo – di un molosso, un tempo lo definii una specie di Orson Welles. Per mesi si è sotterrato in isolamento senese, nella folgore immaginativa, facendo della sua casa – l’ho capito dopo – il centro del mondo, alcova di navi, base spaziale, castello in aria, tormenta onirica. Ne è emerso, Barbera, come ringiovanito, con <strong><em><a href="http://www.solferinolibri.it/libri/il-viaggio-dei-viaggi/?refresh_ce-cp" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Il Viaggio dei Viaggi</a> </em></strong>(Solferino, 2020), romanzo caleidoscopico, uno e multiplo, costruito come una collana di racconti assemblati dall’espediente di una picaresca gita al “Museo dei grandi viaggi di avventura, di esplorazione e di scoperta” sotto la sferza del professor Terranova. <strong>Il titolo del libro richiama <em>Lo cunto de li cunti </em>di Giambattista Basile – di cui assume il carisma fiabesco, il barocco che serve l’improbabile in palmo di mano –, la struttura narrativa pare desunta dal ciclo di film <em>Una notte al museo. </em>Non mi si fraintenda:</strong> Barbera è coltissimo – in esergo piazza Roberto Bolaño, il Giorgio Caproni de <em>Il muro della terra</em>, una frase del grande esploratore James Bruce, che scoprì le sorgenti del Nilo e il libro apocrifo di Enoch, trafugato in Etiopia – e proprio per questo vuole farsi leggere, sbriciolando l’alta sapienza in felicità narrativa, rompendo le fila e i luoghi comuni dei palazzinari della letteratura, quelli che credono di essere archistar del libro e guardano allo Strega con invidia celata da petulante polemica. Molto più banalmente, <strong>Barbera, in due anni – da <a href="https://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/sulla-rotta-magellano-vero-romanzo-deve-circumnavigare-vita-1528222.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Magellano</em></a>, 2018, in qua – ha rifondato un genere, quello di Salgari e di Jules Verne, che affonda nel <em>Milione</em> di Marco Polo – a cui nel 2019 ha dedicato <a href="http://www.pangea.news/davide-bregola-lettera-a-gianluca-barbera-su-marco-polo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">un romanzo biografico</a> di successo – dando aria nuova all’asfittico, affollato, genericamente ingrigito panorama letterario italico</strong> (permettendosi perfino un libro ‘minore’, in odore d’abiura, <em>La leggenda di Jesse James</em>, edito l’anno scorso da Stampa Alternativa). Quanto a questo libro: i racconti sono studiati come un ciclorama ottocentesco, le stanze circolari, illustrate, che davano l’idea di essere nel culmine nudo della Storia, una festa dei sensi e delle meraviglie. Alcuni racconti ho avuto il pregio di vederli dal vivo: tra tutti, forse, prediligo <em>Grand Tour</em>, sul viaggio in Italia di Horace Walpole e Thomas Gray; per chi ha amato <em>Magellano</em> sarà bello scoprire una sorta di spin off, <em>Il grande Oceano Pacifico</em>; devo dire che mi ha folgorato la storia – autentica – dell’esploratore e archeologo italiano Giovanni Battista Belzoni (che appare in <em>Un italiano tra le piramidi</em>) e il modo in cui viene raccontata la disfida tra Umberto Nobile e Roald Amundsen (<em>L’ultimo volo</em>). Barbera, che unisce la baldanza ipnotica dei poemi intorno al fuoco (sfogliatevi <em>Manas</em>, l’epopea dei Kirghisi) al gergo di Jack London, confessa che il suo ‘pezzo’ migliore è <em>Allunaggio</em> – un tempo, se non ricordo male, era <em>L’isola di Robinson, </em>che riorienta la storia di Daniel Defoe – forse perché è l’ultimo che ha scritto. <strong>Non ho mai incontrato uno scrittore così proiettato nel futuro come Barbera: oggi vi dirà che il suo libro più bello è questo, <em>Il Viaggio dei Viaggi </em>– di certo è il più elaborato, cercato, vissuto – ma in realtà sta pensando che è il prossimo, quello che ha in mente, che ha appena ipotizzato, il suo capolavoro. </strong>È un uomo in moto, che forza il parto dell’alba, un entusiasta, un eterno bambino – scaltro come un cobra e puro come lo smeraldo. Per questo, in fondo, sono ancora qui, a chiacchierare con lui di avventatezze, avventure e altre necessarie amenità. (d.b.)</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-76027 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro-11-191x300.jpg" alt="" width="330" height="519" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-11-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-11.jpg 350w" sizes="(max-width: 330px) 100vw, 330px" />Sintetizzo. Con <em>Magellano</em> e <em>Marco Polo</em> hai ridato vita al romanzo biografico, virando dalla complessità ‘filosofica’ alla narrazione multiforme. Ora fai ‘esplodere’ gli intenti romanzeschi in un romanzo che ne contiene molteplici. Come nasce <em>Il viaggio dei viaggi</em>?</strong></p>
<p>Dall’intenzione di dare vita a una nuova “Odissea”. Un viaggio mitico attraverso spazio, tempo, abissi dell’animo. Protagonista del romanzo è l’arte di viaggiare, in tutte le sue declinazioni. Potrei sintetizzare così la storia: una scolaresca in visita al museo dei viaggi, si imbatte in un libro che li fa precipitare in una grande avventura nel tempo e nello spazio.</p>
<p><strong>&#8230;penso, cioè, alla ‘struttura’ della narrazione, su cui mi pare tu abbia lavorato molto. Non solo per ‘inscatolare’ diversi racconti in una comune cornice narrativa, ma trovando la formula di una scrittura ‘felice’, scattante. Come l’hai ottenuta, quali sono i segreti alchemici del tuo scrivere?</strong></p>
<p>La felicità della scrittura, come la definisci tu, è ottenuta attraverso la rapidità del pensiero e la felicità dello scrivere. O meglio del raccontare. Io sono stregato da chi possiede il dono dell’affabulazione. E quello dell’ironia. Nella scrittura come nella vita mi tengo lontano dagli “agelasti” (neologismo coniato da Rabelais), ossia da coloro che non sanno ridere. Il capitolo sull’allunaggio è, credo, il brano più divertente che abbia scritto.</p>
<p><strong>Ti accusano di essere un narratore ‘d’evasione’: come rispondi?</strong></p>
<p>Hanno ragione. Se attraverso la lettura non si evade, a che serve leggere? Anche un libro di filosofia ci fa evadere da noi stessi, trascendere dal quotidiano. I filosofi hanno concepito universi meravigliosi, superiori a quelli di tanti narratori. Basti pensare alle principali teorie metafisiche e cosmologiche. L’Essere di Parmenide, Platone e l’iperuranio, Aristotele e il primo motore immobile, Leibniz e le monadi, Berkeley e il solipsismo, Hegel e il Dio che pensa sé stesso, Severino e gli Eterni. Mi rendo conto di avere letto le opere dei filosofi come se fossero prodigiose architetture. Immani cattedrali gotiche. Ineguagliabili “città invisibili”.</p>
<p><strong>Nel romanzo per racconti ci porti dall’isola di Robinson alla Luna, dal Polo al Grand Tour settecentesco. Qual è stato l’istante narrativo più laborioso da scrivere, quello più facile, quello che rimpiangi di non aver scritto, ovvero, quello che scriverai?</strong></p>
<p>In verità, mi viene fuori tutto abbastanza facilmente. Perché sono cose che ho dentro, anche se le scopro via via. A volte penso a me come a una macchina-spara-storie. Simenon scriveva un romanzo a settimana. Lo invidio. A me serve più tempo. Spero di migliorare col passare degli anni. Ovviamente, quel che conta è il risultato. Sono piuttosto orgoglioso del mio nuovo romanzo. Rappresenta un punto di arrivo. Non escludo in futuro di virare sul genere noir.</p>
<p><strong>Sbaglierò ma nella struttura narrativa – la gita scolastica – scorgo un intento ‘educativo’. Al sodo: che cos’è per te la letteratura? Una avventura, cosa che deve dare tanto diletto e poco pensiero? E poi: che libro consigli a un ragazzo delle scuole medie, a uno delle superiori, ai tuoi ‘colleghi’ scrittori?</strong></p>
<p>Dici bene, un’avventura. Se c’è un intento educativo, non è mio, appartiene ai personaggi. I quali comunque sono tra loro dissonanti. Del resto si tratta di una scolaresca accompagnata al museo dei viaggi da un professore di storia. Io non ambisco a educare nessuno. Mi guardo bene dal dare consigli perfino ai miei figli. Le parole non sono in grado di educare. Solo l’esempio lo può. Quanto al pensiero, è nelle cose. In un romanzo deve sciogliersi nell’azione, nei personaggi. Consigli di lettura non ne do. Da ragazzino ero appassionato di Stevenson, London e Poe. Da adolescente di Kafka e Orwell. Ora, in cima a tutti metto Musil, Borges e Kundera.</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-76028 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro2-28-211x300.jpg" alt="" width="302" height="429" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-28-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-28.jpg 704w" sizes="(max-width: 302px) 100vw, 302px" />&#8230;ma t&#8217;interessa poi far parte del ‘salotto buono’ degli scrittori italiani, vincere uno Strega, quella roba lì?</strong></p>
<p>Se vorrei vincere lo Strega? Certamente. Petrocchi, batti un colpo. Il punto è: solo dopo aver conseguito un traguardo importante puoi permetterti di snobbarlo. Prima, il tuo atteggiamento potrebbe essere scambiato per invidia. Quanto ai salotti letterari, qualunque cosa siano, non mi appassionano. Se mi invitano a festival, presentazioni, incontri, vado volentieri. Specie nelle scuole. Sono una persona aperta, all’occorrenza. Ma fondamentalmente resto un solitario.</p>
<p><strong>Domanda allo stratega editoriale: come cambierà il mondo del libro dopo la catastrofe da virus? Nascerà un genere nuovo – il ‘romanzo virale’ –, cambierà il modo di scrivere, resterà tutto come prima, cosa?</strong></p>
<p>Ho rinunciato da tempo a fare previsioni. La professione di mago non mi si addice. A istinto, sono portato a dire che cambierà poco. Personalmente mi terrò lontano da narrazioni ambientate “ai tempi del virus”. Qualcuno dovrà senz’altro occuparsene, ma non sarò io.</p>
<p><strong>Ultima. Il libro che avresti voluto scrivere. Il libro di un italiano vivente che consigli con la mano sul fuoco.</strong></p>
<p><em>L’isola del tesoro</em> e <em>Viaggio al termine della notte</em> sono i due libri che avrei voluto scrivere. Quanto agli italiani viventi, escludendo i presenti direi un romanzo inedito di Alessandro Gnocchi dal titolo <em>Il martire</em>. O <em>Anatomia di un profeta</em> di Demetrio Paolin. Ma non sono consigli. Solo opinioni.</p>
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		<title>“Nessuno sa dove sei, nessuno ha la più vaga idea neppure di chi tu sia”. Leggere Katherine Mansfield è come guardare Lucio Fontana: i suoi racconti sono ferite inesorabili, sull’orlo dell’abisso</title>
		<link>https://www.pangea.news/katherine-mansfield-racconti-calzini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Mar 2020 07:28:29 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Katherine Mansfield]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un’esistenza breve e vissuta intensamente; una produzione letteraria concentrata in poco più di dieci anni che ci ha lasciato una serie di racconti straordinari. Tutto questo è Katherine Mansfield (1888-1923), neozelandese di nascita, ma inglese per scelta di vita. Un’autentica virtuosa della short story. Cresciuta in una famiglia benestante di Wellington, a vent’anni si trasferì [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Un’esistenza breve e vissuta intensamente; una produzione letteraria concentrata in poco più di dieci anni che ci ha lasciato una serie di racconti straordinari. Tutto questo è Katherine Mansfield (1888-1923),</strong> neozelandese di nascita, ma inglese per scelta di vita. Un’autentica virtuosa della short story. Cresciuta in una famiglia benestante di Wellington, a vent’anni si trasferì a Londra dove visse al di fuori delle convenzioni borghesi tra passioni travolgenti e amori sbagliati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Conobbe e incrociò Virginia Woolf, ma il loro rapporto fu di amore-odio. Quando si incontrarono si squadrarono con diffidenza, trincerate dietro la barriera delle loro esperienze così diverse.</strong> Soprattutto la Mansfield, ribelle e <em>bohémien</em> che viveva tra pensioncine di quart’ordine e amicizie disordinate, mal sopportava l’ambiente snob e sofisticato del circolo di Bloomsbury. Tuttavia, per quanto lontane sul piano umano, le due scrittrici erano unite dal talento letterario, e <em>Preludio</em>, uno dei racconti più belli della Mansfield, fu pubblicato per la prima volta proprio dalla Hogarth Press, la piccola casa editrice fondata dalla Woolf con il marito.</p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
<strong><img decoding="async" class=" wp-image-73934 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/md30334180467-216x300.jpg" alt="" width="328" height="456" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/md30334180467-216x300.jpg 216w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/md30334180467.jpg 300w" sizes="(max-width: 328px) 100vw, 328px" />La Mansfield era una donna che amava la vita, la natura, gli oggetti, ma diffidava delle persone ed ebbe sempre un rapporto conflittuale con il prossimo.</strong> In molte sue storie accanto a una visione gioiosa e serena delle bellezze della natura troviamo uno sguardo spietato verso il mondo degli esseri umani, pieni di piccole ridicole vanità, grettezze e assurde meschinità. Convinta che nessuno potesse comprenderla veramente, amava dire: “Nessuno sa dove sei, nessuno ha la più vaga idea neppure di chi tu sia”.</p>
<p style="text-align: justify;">E molto probabilmente aveva ragione. Infatti proprio chi avrebbe dovuto conoscerla meglio, il critico letterario John Middleton Murry che fu suo marito, dopo la sua precoce morte a causa della tisi <strong>costruì di lei un’immagine edulcorata, sentimentale e rassicurante <a href="http://www.pangea.news/katherine-mansfield-le-lettere/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">che ne tradiva la vera natura</a> di donna e di scrittrice.</strong> Basta leggere <a href="https://www.oscarmondadori.it/libri/tutti-i-racconti-katherine-mansfield/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">i suoi racconti</a> per rendersene conto.</p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
Già la prima raccolta, <em>In una pensione tedesca</em> pubblicata nel 1911, presenta piccole storie in apparenza semplici, ma in cui viene messo a nudo con pochi tratti di graffiante ironia tutto il vuoto e la superficialità di certe convenzioni borghesi. E in molti racconti successivi ritroviamo situazioni apparentemente serene che però la Mansfield riesce a mandare in frantumi attraverso un semplice gesto di un personaggio, una frase rimasta a metà, un piccolo episodio apparentemente insignificante. <strong>Sta qui la sua vera grandezza. In questa straordinaria capacità di svelare le ambiguità della vita e dell’animo umano, di gettare una luce improvvisa sulle incrinature invisibili che covano sotto la banale superficie. </strong>Non ha bisogno di raccontarci i dettagli, le basta rivelare le crepe. La sua è un’arte sottile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggere i suoi racconti è un po’ come guardare i quadri di Lucio Fontana con i famosi tagli. Anche la Mansfield incide delle ferite nella tela superficiale di una storia e apre così nuovi spazi che gettano luce su un destino</strong>, sul senso di un’esistenza, su qualcosa che forse non ci fa piacere conoscere ma che certo è più autentico. Ci porta sull’orlo dell’abisso e ce lo spalanca davanti senza dire quello che contiene. Il resto è affare nostro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Silvano Calzini</em></strong></p>
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		<title>Michel Houellebecq è lo scrittore più grande, è come Saul Bellow, ma gli americani ancora lo ignorano</title>
		<link>https://www.pangea.news/houellebecq-come-saul-bellow-articolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Feb 2020 12:53:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
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		<category><![CDATA[Bellow]]></category>
		<category><![CDATA[Commentary]]></category>
		<category><![CDATA[Michel Houellebecq]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fatta eccezione per Sottomissione, invocato per spiegare l’ondata di attacchi terroristici francesi, chi parla inglese non ha ancora abbracciato l’opera di Michel Houellebecq. Forse le cose cambieranno con Serotonina, il cui protagonista, disperato, cerca di tenere a bada il mondo moderno con le armi che ha a disposizione: sesso, droghe, rock-n-roll, certo, ma anche populismo, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Fatta eccezione per <em>Sottomissione</em>, invocato per spiegare l’ondata di attacchi terroristici francesi, chi parla inglese non ha ancora abbracciato l’opera di Michel Houellebecq.</strong> Forse le cose cambieranno con <em>Serotonina</em>, il cui protagonista, disperato, cerca di tenere a bada il mondo moderno con le armi che ha a disposizione: sesso, droghe, rock-n-roll, certo, ma anche populismo, rischiose nostalgie, religione.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-73659 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/libro-28-200x300.jpg" alt="" width="280" height="420" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-28-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-28-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-28-768x1152.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-28-1024x1536.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-28-1365x2048.jpg 1365w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-28-1320x1980.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-28.jpg 1400w" sizes="(max-width: 280px) 100vw, 280px" />Le cose comuni che fanno i grandi romanzieri, Houellebecq non le fa. I grandi romanzi, di solito, sviscerano relazioni, istituzioni, gli ideali su cui si fonda l’ordine sociale ‘borghese’: matrimoni, scuole, lavoro, compassione, patriottismo… Houellebecq pone i propri personaggi di fronte a sfide specifiche, vivide, contemporanee, spesso umilianti, spesso mediate dalla tecnologia: pornografia su Internet, ricerca genetica, terrorismo, dipendenza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra le generazioni dei romanzieri americani, la sensibilità più prossima a quella di Houellebecq l’aveva Saul Bellow: appassionatamente impegnata, autoritaria nel giudizio; Bellow possedeva la grandezza del saggista e quella del romanziere. </strong>Se i suoi eroi hanno spesso opinioni folli, i suoi romanzi non paiono progetti folli. Houellebecq ha studiato presso un prestigioso istituto agrario, ha padronanza e curiosità nei fatti di scienza. Ne tratta nei suoi libri. La trama dei suoi libri è anche una parodia dei generi: giornalismo, scrittura scientifica, enciclopedismo, guida di viaggio, marketing, Storia. Nell’era della correttezza politica, Houellebecq ridona al romanzo la sua funzione didattica, feroce, tornando, in parte, all’aristocrazia formale e sensuale di Henry de Montherlant, alle analisi nel sottosuolo di Georges Simenon.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Houellebecq ha intuito, ben prima dei commentatori politici, l’ascesa del populismo, l’immigrazione che avrebbe fatalmente spinto gli europei verso un recupero virulento della propria identità… <em>Sottomissione</em> è il romanzo più sofisticato ed esplicitamente politico dei libri di Houellebecq.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo Houellebecq i vari progetti di emancipazione dal liberalismo chiederebbero lo smantellamento di gerarchie, istituzioni, culture. Ha ragione. Ecco perché i suoi romanzi sono così intelligenti, vividi, veri.</strong> Il problema è che quelle stesse gerarchie, istituzioni e culture sono ciò di cui hanno sempre parlato i romanzi. Un romanziere che creda sinceramente nella distruzione non avrebbe più materia prima. I romanzi chiedono vita, ramificazioni, connessioni umane. La cultura si alimenta in un periodo di famiglie numerose e leali, di imprese commerciali interconnesse, di comunità ben radicate. Houellebecq ha affrontato la situazione con integrità artistica, senza considerare il fatto di come possa essere ‘romanzato’ questo nuovo sistema. Da qui il paradosso. <strong>Meglio di ogni altro autore, Houellebecq sa descrivere certe situazioni umane dell’era globale</strong> – ma non è ancora riuscito a catturare un vasto pubblico nel linguaggio globale. È il romanziere più importante d’Europa, ma sta scrivendo in un momento in cui i critici del Nuovo Mondo hanno deciso di fare a meno di quel tipo di saggezza tradizionalmente imposta dal romanzo europeo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Christopher Caldwell</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*L’articolo di Christopher Caldwell è stato pubblicato su “Commentary” come <a href="https://www.commentarymagazine.com/articles/houellebecq-on-the-modern-age/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“A Bellow from France”</a>; qui se ne ricalca e traduce una parte</em></p>
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		<item>
		<title>Contro gli scrittori che contemplano il proprio ombelico e pubblicano romanzi che sono un inventario di banalità, con la prosa di un bambino di seconda media. Ovvero: sul declino della “narrativa letteraria”</title>
		<link>https://www.pangea.news/contro-il-romanzo-guido-mina-di-sospiro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Feb 2020 09:14:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Mina di Sospiro]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando prendo in mano un libro del genere “narrativa letteraria” non vi percepisco il rispetto verso quel logos ineffabile che respira dentro di noi. La lingua, di conseguenza, è sterile, a volte apparentemente sintetica, o comunque artificiale. Anni fa Wittgenstein aveva un’influenza così profonda su di me che non riuscivo più a leggere alcun testo, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/contro-il-romanzo-guido-mina-di-sospiro/">Contro gli scrittori che contemplano il proprio ombelico e pubblicano romanzi che sono un inventario di banalità, con la prosa di un bambino di seconda media. Ovvero: sul declino della “narrativa letteraria”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Quando prendo in mano un libro del genere “narrativa letteraria” non vi percepisco il rispetto verso quel logos ineffabile che respira dentro di noi. La lingua, di conseguenza, è sterile, a volte apparentemente sintetica, o comunque artificiale.</strong> Anni fa Wittgenstein aveva un’influenza così profonda su di me che non riuscivo più a leggere alcun testo, semplicemente perché da nessuna parte rinvenivo il rispetto e la soggezione che la lingua in sé avrebbe dovuto ispirare nel suo autore. Forse tutti gli aspiranti scrittori dovrebbero cibarsi del <em>Tractatus Logico-philosophicus</em> e delle <em>Ricerche filosofiche </em>di Wittgenstein come letture obbligatorie. Se non altro, comincerebbero ad apprezzare alcuni degli aspetti intricati e ambigui della lingua, anche della lingua ordinaria. Hanno capito che la lingua può implicare così tanto e/o così poco allo stesso tempo?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-73486 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/libro-21-192x300.jpg" alt="" width="262" height="409" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-21-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-21-656x1024.jpg 656w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-21-768x1199.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-21-984x1536.jpg 984w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-21-1312x2048.jpg 1312w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-21-1320x2061.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-21.jpg 1543w" sizes="(max-width: 262px) 100vw, 262px" />La glossolalia è antecedente alla lingua. Non è lingua impazzita, o asintattica e asemantica. <strong>Può darsi che si debba imparare tutto, e poi buttare via tutto, proprio come fece il poeta e mistico Rumi. </strong>La narrazione è cogente solo se basata su una profonda comprensione dell’importanza metafisica del mito. In caso contrario, l’intera arte del romanzo dovrebbe essere dichiarata morta e sepolta. Gli anti-romanzi l’hanno ampiamente dimostrato, con James Joyce e Julio Cortàzar tra i loro più prominenti fautori. Ma le loro opere tradivano un’insoddisfazione per i (non) valori del ventesimo secolo. Tuttavia, non sono stati in grado di offrire alternative, quindi, la morte del romanzo, come i critici decostruzionisti vorrebbero farci credere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte, peccando di eccesso di modestia e uniformità, la prosa nella maggior parte delle opere di “narrativa letteraria” mi lascia costernato. <strong>Viene da chiedersi: tutti questi scrittori non saranno per caso malati? Sono diventati insensibili? Sono addormentati, o catatonici?</strong> La loro prosa metronomica e sintetica mi ricorda quell’artificio così squisitamente umano: il prato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è niente come un prato in natura. Tutt’al più ci sono praterie, tutt’altra cosa. Un prato richiede erbicidi, pesticidi, falciatura costante, diserbanti, fertilizzanti, irrigazione se la piovosità è insufficiente, sole, ma non troppo, un modicum d’ombra, o meglio chiazze di luce e d’ombra. È un’aberrazione astratta, assolutamente innaturale. E tale è la prosa a cui mi oppongo. Mirerà anche alla semplicità, ma non potrebbe essere più artificiosa, e insipida, standardizzata, inerte, sintatticamente, semanticamente e stilisticamente sterile. È una conseguenza dell’inerzia del modernismo. <strong>La stessa obbrobriosa linearità senz’anima dell’architettura modernistica. Ma la linearità è un’astrazione, è innaturale. Povero disorientato uomo moderno: antropocentrico, Dio-fugo, poi senza Dio, infine senz’anima! La vita è eminentemente non lineare.</strong> In un negozio di giardinaggio ci sono in vendita più erbicidi e pesticidi che fertilizzanti. Che cosa è successo all’umanità? Che cos’è la sua ossessione di uccidere e reprimere? Urge, al contrario, fecondare ed essere fecondati! L’ingresso ai campi dell’immaginazione è del tutto libero, e ognuno di noi può esplorarli. Invece, il prato senza vita. Un antibiotico, letteralmente: anti-vita.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eppure, intuitivamente avvicinato, il mondo appare vibrantemente <em>vivo –</em> ogni sasso, roccia, albero, sente e vive. Probabilmente siamo tutte cellule di un gigantesco organismo, la Terra, che a sua volta è una cellula della sua galassia, e così via, all’infinito.</strong> Più e più volte sono costretto a richiamare l’attenzione sull’ovvio: questo bellissimo pianeta, respirabile, bevibile, commestibile, autoregolante e autosufficiente, è <em>vivo</em>. Marsilio Ficino sosteneva che il mondo sia un animale. Ma il mondo occidentale spiega la presunta coscienza in esseri diversi da quelli umani come “antropomorfica”. A giudicare dalla lingua impiegata per farlo, anche in modo molto convincente. La prosa è stata igienizzata, “funzionalizzata”, strasemplificata.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Povero lettore moderno – sei sobrio. Immagino che non ti dispiacerebbe essere inebriato, di tanto in tanto, la stessa ebbrezza che si prova quando si è innamorati. Ma sei stato costretto a smaltire la sbornia. Il modernismo non ti ha lasciato scelta. E che dire della tecnocrazia, dell’intossicazione finanziaria, del machiavellismo internazionale?<strong> Eppure tu, lettore, stai riscoprendo la maestosa complessità della giungla. Lo spirito cartesiano che vuole eliminare le giungle è lo stesso spettro che affligge la prosa “letteraria” moderna e, in generale, la mente moderna. Eppure tu, lettore, ammiri i capolavori architettonici dei tempi passati, chiese, cattedrali, castelli, palazzi, ville e quant’altro. Hanno tutti un’anima, indipendentemente dal loro stile. </strong>E tu, lettrice, ami i gioielli, nelle loro infinite e intricate manifestazioni, e i fiori. Come la prolissità delle sinfonie tardo-romantiche di Mahler era fuori controllo, così è la sterilità della prosa moderna. La sua ossessiva ricerca dell’economia d’espressione l’ha resa acutamente anale ritentiva. Una parte di essa è costipata. Gli scrittori costipati si differenziano da quelli anale ritentivi per il fatto che vorrebbero essere più&#8230; produttivi, ma non ci riescono.<strong> L’aggettivo “prosaico” descrive appropriatamente, oltre che tautologicamente, la loro prosa.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-73487 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/libro1-11-210x300.jpg" alt="" width="277" height="396" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro1-11-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro1-11.jpg 358w" sizes="(max-width: 277px) 100vw, 277px" />Da qui la necessità impellente di una rivalutazione cosmologica. Mentre viviamo nell’Era Caotica e la teoria del caos ci mostra il lato affascinante dell’intricatezza e del’&#8217;imprevedibilità (e non più solo nelle microstrutture matematiche), <strong>troppi scrittori, imprigionati nei loro compartimenti stagni (Dio non voglia che un romanziere si occupi di cose scientifiche), ignorano la meravigliosamente complessa realtà che li circonda, e si attaccano, per inerzia, pigrizia, incoscienza o semplicioneria, a quell’assioma modernista, “meno è di più”.</strong> Chi ama l’avventura deve cercare di riconoscere e di fare amicizia con il lato buono del caos. Solo pochi decenni fa, le giungle erano regolarmente rase al suolo e trasformate in pascoli per il bestiame. Nel giro di pochi anni, però, tali pascoli diventavano un deserto. Gli “imprenditori” allora se ne andavano altrove, lasciandosi alle spalle la desolazione. C’erano altre giungle da trasformare in pascolo e poi deserto, e così via. Il risultato: niente più giungle, niente più pascoli, niente più bestiame. La sterilità più assoluta. S’è capito finalmente che le giungle vanno conservate e anche i profani cominciano ad apprezzare l’ordine intricatissimo, anzi caotico — anche se “armonia” sembra un termine più adeguato — che governa un ecosistema così complesso.</p>
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<p style="text-align: justify;">Gli scrittori non amanti dell’avventura, o meglio pigri e codardi, ci mostrano nei minimi dettagli il lato oscuro dell’ordine. E cioè la loro squallida e vuota non-anima modernista. Il brutto è stato coscienziosamente coltivato e riprodotto per oltre un secolo. Ci ha mostrato il suo fascino subdolo, al massimo sensazionalistico, mai veramente affascinante, e rapidamente <em>déjà vu</em>. <strong>L’esistenzialismo, di per sé anti-filosofico, è degenerato in un pretesto per lamentarsi, o per la tossicodipendenza, o per la mancanza di uno scopo. Tutti sono da biasimare: i genitori, la società, il sistema. Mai l’individuo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Non molto tempo fa, Sartre scrisse: “La natura è muta”. No, la natura non è muta, lo sei tu, non-filosofo fumatore di Gitanes e indossatore d’impermeabile, ma molti esseri umani in questo mondo guidato dalle macchine sono diventati sordi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Jane Austen, Nikolai Gogol’ e molti altri hanno portato alla transizione del realismo letterario del diciannovesimo secolo scrivendo di persone e ambienti con i quali avevano dimestichezza. All’epoca, l’attenzione per la gente comune e le loro realtà deve essere stata una boccata d’aria fresca. Ma ci siamo sorbiti oltre due secoli di personaggi sempre più ordinari che non si possono nemmeno definire “antieroi”. <strong>Abbiamo visto le loro radiografie, imparato nei minimi dettagli i vizi e le debolezze delle loro vite insignificanti.</strong> <strong>È diventato peggio di un <em>cliché</em> – un’ossessione.</strong> Chissà, forse si dovrebbero aprire cliniche che offrano riabilitazione per chi ha sofferto di una dose eccessiva di nullità.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">E se il lettore medio avesse un atteggiamento ambivalente? Potrebbero voler leggere nei romanzi ciò che gli è familiare per identificarsi con i personaggi, mentre, d’altra parte, queste stesse persone, quando si svegliano la mattina e si guardano allo specchio, trovano il proprio riflesso sconcertante. È questo l’uomo moderno. Siamo tutti uguali, gli viene detto, e tutti ugualmente insignificanti, quindi esigiamo sempre meno, mai di più, da noi stessi. L’alienazione e l’estraniamento sono presentati come inevitabili e ineludibili. Tutto il resto è “pretenzioso” e “pomposo”, aggettivi che, nel campo della “narrativa letteraria”, equivalgono a “fascista” e “razzista” in politica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel quinto atto di <em>Cirano di Bergerac</em>, Rostand fa a dire al suo eroe, poco prima della fine:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Astronomo, filosofo eccellente. </em><br />
<em>Musico, spadaccino, rimatore, </em><br />
<em>Del ciel viaggiatore, </em><br />
<em>Gran mastro di tic-tac, </em><br />
<em>Amante — non per sè — molto eloquente </em><br />
<em>Qui riposa Cirano Ercole Saviniano Signor di Bergerac, </em><br />
<em>Che in vita sua fu tutto e non fu niente!</em><br />
Poco prima di morire dichiara, in modo memorabile:<br />
<em>Ma non si combatte nella speranza del successo! No, no: più bello è battersi quando è invano.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Infine:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(E stasera quando in cielo entrerò,</em><br />
<em>Fiero l’azzurra soglia salutarne io potrò;) </em><br />
<em>Ch’io porto meco, senza piega nè macchia, a Dio, </em><br />
<em>Vostro malgrado&#8230;. </em><br />
<em>(Si slancia, la spada levata.) </em><br />
<em>Ed è&#8230; </em><br />
<em>(La spada gli cade di mano, egli barcolla e cade nelle braccia di Le Bret e Ragueneau.)</em><br />
<em>ROSSANA, piegandosi sopra di lui e baciandogli la fronte. </em><br />
<em>Ed è?&#8230;. </em><br />
<em>CIRANO, riapre gli occhi, la riconosce, e sorridendo dice: </em><br />
<em>Il mio pennacchio!</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Voilà</em>: il pennacchio, il tanto francese <em>panache</em>, l’antidoto per l’uomo moderno estraniato, alienato e diseredato. Il <em>panache</em> vale anche per la prosa di cui si è scritto. E pensare che, al suo massimo grado di purezza, la lingua è logos, o materia psichica in flusso&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-73488 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/libro2-19-207x300.jpg" alt="" width="275" height="399" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro2-19-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro2-19.jpg 353w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" />Per qualche anno sono stato abbonato alla rivista scientifica <em>Nature</em>, la roccaforte britannica della scienza ortodossa cartesiano-newtoniana (mal adattata a questo secolo, ma ancora popolare). Sempre appassionato di lingua e delle sue infinite manifestazioni, leggevo la corrispondenza coprendo con la mano il nome e l’indirizzo dello scrittore. Quasi sempre indovinavo la sua nazionalità. Le lettere scritte dagli scienziati britannici erano inequivocabilmente britanniche; quelle scritte dai loro colleghi americani si distinguevano come esempi involontari di inglese americano. Gli scienziati irlandesi erano più difficili da individuare con la loro prosa, con altri influssi meno identificabili. Poi c’era chi scriveva in inglese non essendo di madrelingua inglese. Non troppo difficile da individuare, però, poiché costoro tendono a conformarsi alle convenzioni linguistiche anche più arrendevolmente di quelli di madrelingua inglese. Una considerazione nel complesso: chi sta pensando? Il loro passaporto?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il sassofonista e compositore Ornette Coleman colse il mondo di sorpresa quando irruppe in scena nei primi anni sessanta. Il suo peculiare tipo di “free jazz” era talmente unico che divenne un genere a sé stante. Alcuni, tra cui Leonard Bernstein, lo accolsero come il nuovo messia musicale; i più trovarono la sua musica detestabile, sia visceralmente sia intellettualmente. Coleman si ritirò dalle scene, senza tener conto di nessuna delle due reazioni estreme. Il suo scopo? Voleva insegnarsi due nuovi strumenti, il violino e la tromba. Perché? La sua eccezionale dimestichezza con il sassofono contralto stava diventando sempre più un ostacolo tra la musica pura che sentiva nella sua mente e ciò che le sue dita ne facevano sullo strumento. Due strumenti completamente diversi potevano scatenare la sua creatività; l’ostacolo era, inizialmente, solo la scarsa familiarità, a suo avviso più facile da sconfiggere che la familiarità eccessiva.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scienziato britannico scrive a <em>Nature</em> in un inglese senza fronzoli, eppure, senza rendersene conto, è abbastanza britannico da consentirmi d’indovinare la sua nazionalità. Il passaporto è il pensatore; il FBI non avrebbe bisogno della “linguistica forense” per rendersene conto. Il sassofonista vuole allontanarsi dal suo strumento preferito per eccesso di familiarità. Si è reso conto che a volte è la diteggiatura abituale, non la sua mente, a suonare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">È vero, la priorità di uno scienziato non è la propria prosa, ma i concetti trasmessi attraverso di essa. <strong>Tuttavia, anche i romanzieri non sono immuni dalla stessa riconoscibilità linguistica. Nel loro caso è spesso, e ancor più palesemente, il passaporto a pensare e, a differenza del jazzista di cui sopra, non ne sono consapevoli.</strong> È un problema comune a tutti i monoglotti – la loro lingua si conforma troppo a se stessa, in qualsiasi appercezione locale. Ciò non può che risultare in un giro di frase convenzionale, e lo stesso vale per la scelta delle parole, le espressioni idiomatiche, ecc. Non si tratta affatto di un’espansione mentale, ma piuttosto di una <em>contrazione</em>. Quante volte i romanzi sono pubblicati da uno scrittore che conosce una sola lingua e limita le proprie escursioni tematiche a ciò che conosce in prima persona? Forse nessuno ha detto loro che il monolinguismo è per il ventunesimo secolo ciò che l’analfabetismo è stato per i secoli precedenti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A questo proposito, esiste qualche scrittore di “narrativa letteraria” a cui interessino i classici? Qualcuno di loro studia per caso il latino e il greco antico? Ci viene detto che lavorano così assiduamente al loro “mestiere” (cioè la loro prosa da seconda media inondata di cliché e luoghi comuni) molto probabilmente senza rendersi conto che, <em>inter multos alios</em>, i poeti melici e i neoteroi (o <em>poetae novi</em>) sono esistiti e potrebbero insegnare loro una cosa o due. Per esempio, il famoso carme 85 di Catullo, <em>Odi et amo</em>, un esametro seguito da un pentametro, cioè una poesiola ridotta all’osso:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris</em>?<br />
<em>nescio, sed fieri sentio et excrucior.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Odio e amo. Forse ti chiedi come io faccia.<br />
Non lo so, ma sento che accade e mi tormento.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo verso è costituito da un chiasmo, una figura retorica che consiste nella reciproca inversione del costrutto in due membri contigui, quindi in un parallelismo inverso. In questo caso una forma verbale attiva è seguita da una forma verbale passiva: nescio (attivo)-fieri (passivo), e ancora: sentio (attivo)-excrucior (passivo). Alla sottigliezza grammaticale si aggiunge il fatto che alcuni verbi latini, sebbene attivi, siano coniugati nella forma passiva. Tanto per illustrare che, anche in una composizione brevissima, Catullo mostra tecnica e controllo magistrali.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La “narrativa letteraria” mi fa pensare a Thomas Mann, Aldous Huxley, Hermann Hesse e altri autori del genere. Ma oggi per “narrativa letteraria” l’industria editoriale intende quei romanzi ombelicali incernierati sull’angoscia suburbana,</strong> una <em>Weltanschauung</em> straordinariamente claustrofobica, ammesso che ci sia, il tutto cosparso di una sostanziale dose di alienazione—dal mondo, dalla propria famiglia e da se stessi. Mentre scrivo, la mia barba si allunga a un ritmo allarmante.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli scrittori non conducono più una vita contemplativa e i loro libri ne soffrono. L’effimero è dannoso per uno scrittore. È troppo contingente. La contemplazione è il primo passo. </strong>Contemplare deriva dal latino <em>com-,</em> con; <em>templum</em>, luogo per osservare gli auspici. Precisamente ciò di cui ho bisogno – un tempio di tipo speciale, in cui ricevere rivelazioni. Proprio come uno sciamano che si ritira in una grotta e non ne esce finché non abbia ricevuto le rivelazioni. Una predisposizione – un <em>dàimon</em> – e anni di formazione sono necessari per diventare sciamano – e scrittore? Paleoantropologi e archeologi sostengono, a mio avviso in modo convincente, che durante il paleolitico lo sciamano e il cantastorie erano la stessa persona.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">I materialisti mi possono tacciare di mitomania. Anche se non lo ammetto, non ci vedo nulla di male. Abbiamo tutti bisogno di miti per vivere. Il peccato, secondo i materialisti (che naturalmente sono anche atei e nichilisti), è che la gente si prenda sul serio. Sono “pretenziosi”. Se è per questo, pensate per un attimo alla intrinseca pretenziosità autocelebrativa della lingua inglese, in cui il pronome “I” (io) è sempre maiuscolo. <strong>Diranno anche che troppo sapere rende la scrittura ponderosa e pedante – non nelle mani di uno scrittore capace, però, che sa come trovare un equilibrio. Infine, mentre si è in-spira, bisogna darsi, anima e corpo, alle Muse. Perché mai le Muse dovrebbero parlare a chi non le vuole ascoltare? O a chi non sa ascoltare? Scrittori di “narrativa letteraria”, poco istruiti, autobiografici, monoglotti e meschinotti: le Muse non avranno nulla a che fare con voi. </strong>Naturalmente, tali scrittori diranno che non ne hanno bisogno. “Muse? Ispirazione? Uno studio, una torre, un <em>sanctum</em> (che diavolo significa?) in cui… contemplare? Sciocchezze! Ma si è sentito, quel trombone pretenzioso? Cosa può esserci di sbagliato nelle nostre modestissime ambizioni? Sono così sinceramente modeste. Scriviamo solo di ciò che conosciamo. È il modo di scrivere migliore, il più genuino. E così soddisfacente, anche per il lettore. Sì, mantenersi modesti è sicuramente la politica migliore.”</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Rilke ha scritto: “Se non riesco a volare io, lo farà qualcun altro. / Lo spirito vuole solo che ci sia il volo. / In quanto chi lo fa, / in ciò ha soltanto un interesse passeggero”. E: “Forse gli uccelli sentiranno l’aria diradarsi mentre volano più profondamente dentro se stessi”. Gli scrittori “modesti” dovrebbero leggere attentamente quanto segue e meditare, sempre di Rilke: “Tutto ambisce a galleggiare. Ma noi arranchiamo come pesi. / Estasiati dalla gravità, ci stendiamo su tutto. / Oh, che maestri fastidiosi siamo per le cose, / mentre prosperano nel loro perenne stato d’innocenza infantile”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">È un circolo vizioso: gli aspiranti scrittori frequentano, ad esempio, il famoso Iowa Writers’ Workshop presso l’Università dell’Iowa. In modo indiretto, per giustificare i costi della retta universitaria, viene loro inculcato che, A, <em>Meno è di più</em> e, B, <em>Scrivi di ciò che conosci</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dal punto di vista di un tradizionalista, nulla potrebbe essere più anti-iniziatico: non sforzarti di trascendere te stesso; piuttosto, sguazza nella tua insignificanza. Poiché nella maggior parte dei casi l’aspirante scrittore è molto, molto giovane e conosce molto, molto poco, è fin troppo disposto ad assecondare i dogmi dei suoi insegnanti.</strong> Alcuni di questi (non)conoscitori riescono a scrivere un romanzo, aderendo a tali dogmi e utilizzando tutti gli strumenti di non-riflessione che vengono loro alacremente forniti. A volte, ce la fanno perfino a essere pubblicati: un’altra brillante opera di “narrativa letteraria” sul mercato, un’altra brillante carriera inaugurata. Li aspetta una mafia ben affiatata: i diplomati delle scuole di illuminismo letterario diventano non solo scrittori, ma anche redattori, agenti e/o scout letterari, professori e critici/recensori. Essi si posizionano strategicamente all’interno dell’industria editoriale, dove non solo si conoscono l’un l’altro, ma riconoscono facilmente i nuovi arrivati grazie alla loro mentalità e adesione a questi due dogmi. Di conseguenza, lo scrittore non deve preoccuparsi della ricerca. Un celebrato autore di “narrativa letteraria” ha dichiarato quanto segue: “La gente ha questa buffa idea che si debba fare ricerca, poi si mettano tutti i risultati in un frullatore, si mescolino, ed ecco che ne esce un romanzo”. Quindi, non fa mai ricerca.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non c’è da stupirsi che i romanzi fantasy vendano decine di milioni di copie: la maggior parte dei lettori vuole qualcosa di più grande della vita; per modestia e mancanza di eventi importanti hanno già la loro vita.</strong> E che dire del piacere vicario del viaggiare avventuroso? Il lettore si trova nel bel mezzo dell’azione, partecipando alle avventure più travolgenti, ma senza correre alcun rischio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nei romanzi “letterari” contemporanei ci si nutre di un’infinita campionatura della feticizzazione delle relazioni umane. La tanto sbandierata rivoluzione sessuale ha contribuito a questo, e ora sembra che l’“energia” si trovi solo nelle relazioni tra gli esseri umani. Ma, se si considera il più-che-umano là fuori, quei cento miliardi di galassie nell’universo osservabile, noi esseri umani dovremmo avvederci di non essere poi così importanti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La molteplicità nei temi e nella gamma, e la versatilità intrinseca e senza limiti della mente, non devono essere confuse con il barocco, o con un esercizio di sovraindulgenza. L’equilibrio — strutturale, stilistico, semantico e di altro tipo – deve entrare in gioco, e la non-linearità può prosperare con la leggerezza della penna. Il massimalismo e il minimalismo, quando sono felicemente impiegati, sono altrettanto potenti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non sto sostenendo la causa dei romanzi illeggibili, tutt’altro. Lontano da <em>lettres classiques</em> e dalle <em>belles lettres</em>, verso la comunicabilità.</strong> Ma la comunicabilità deve nascere spontaneamente come risultato di un approccio “totalizzante”, perché nulla nello scibile è estraneo a noi esseri umani, come ci ricordava Terenzio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A tutti gli scrittori che scrivono senza l’umiltà necessaria per studiare e assorbire ciò che è già stato scritto; a tutti gli scrittori che, nati non curiosi e quindi inadatti a essere iniziati, impongono la loro non curiosità a tutti noi scrivendo “di ciò che conoscono” (id est, nihil); <strong>a tutti i mestieranti che applicano <em>ad nauseam</em> i due dogmi imparati nei loro costosi corsi di “scrittura creative”, dico: per favore, non scrivete.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Piuttosto, fate quanto segue: cominciate con l’acquistare gli otto volumi dell’Enciclopedia della Filosofia, pubblicata da MacMillan e dalla Free Press. Leggete e metabolizzate quelle 2165 pagine, tenendo ben presente che non sono altro che un’introduzione. Eppure, almeno vi renderete conto che, toh, esiste una novità, ed è… la storia del pensiero! Che, infatti, nel corso dei secoli, ogni tipo di pensiero è stata formulato e numerosi sistemi filosofici sono stati sviluppati da menti infinitamente superiori alla vostra; e che non avete un solo pensiero originale per salvarvi l’anima (che comunque non possedete, dato che siete dei materialisti pienamente appagati). <strong>Quanto scrivete, quei paragrafi ai quali, a sentir voi, lavorate tanto duramente per comporre, sono un inventario di banalità, <em>clichés</em> e luoghi comuni uniti fra di loro in modo arzigogolato con la prosa di un bambino di seconda media.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Se gli asini non vengono mai a contatto con un cavallo, a lungo andare tali campioni dell’autoinconsapevolezza si convincono di essere dei purosangue. Nel mondo occidentale contemporaneo tale tipo di cecità si chiama “fiducia in se stessi”.</p>
<p><strong><em>Guido Mina di Sospiro</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em> <em>tradotto dall’inglese dallo stesso autore; titolo originale: “The Decline and Fall of “Literary Fiction”, pubblicato originalmente su New English Review, cannibalizzato in parte dal suo libro (segreto) “De Anima Mundi”</em></p>
<p><em>**In copertina: Aldous Huxley (1894-1963), lo scrittore de &#8220;Il mondo nuovo&#8221;, da bambino</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/contro-il-romanzo-guido-mina-di-sospiro/">Contro gli scrittori che contemplano il proprio ombelico e pubblicano romanzi che sono un inventario di banalità, con la prosa di un bambino di seconda media. Ovvero: sul declino della “narrativa letteraria”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Scrittore da grotte, favolatore di astri, zoologo di animali mostruosi”. Tommaso Landolfi: bello, pallido, poeta</title>
		<link>https://www.pangea.news/tommaso-landolfi-poeta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Feb 2020 06:23:55 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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		<category><![CDATA[Tommaso Landolfi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se già come narratore è una palude graveolente di aggettivi-rospi (leggetevi lo schizzinoso Rien va), figuriamoci come poeta. Tommaso Landolfi (1908-1979), condor austero ed esiliato della letteratura italiana, è diventato da un po’ uno struzzo pop. Colpa di Italo Calvino, che nel 1982 cura un’antologia de Le più belle pagine (in catalogo Adelphi), per dimostrare [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tommaso-landolfi-poeta/">“Scrittore da grotte, favolatore di astri, zoologo di animali mostruosi”. Tommaso Landolfi: bello, pallido, poeta</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Se già come narratore è una palude graveolente di aggettivi-rospi (leggetevi lo schizzinoso <em>Rien va</em>), figuriamoci come poeta. <strong><a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/tommaso-landolfi/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Tommaso Landolfi</a> (1908-1979), condor austero ed esiliato della letteratura italiana, è diventato da un po’ uno struzzo pop.</strong> <em>Colpa</em> di Italo Calvino, che nel 1982 cura un’antologia de <em>Le più belle pagine</em> (in catalogo Adelphi), per dimostrare quanto è bello leggere Mister Illeggibile, oppure di Franco Battiato, che nel 1989 canta «la vita cinica ed interessante di Landolfi» (per la cronaca, la canzone è <em>Mesopotamia</em>, l’album <em>Giubbe rosse</em>)?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-73234 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/libro1-5-186x300.jpg" alt="" width="241" height="389" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro1-5-186x300.jpg 186w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro1-5.jpg 600w" sizes="(max-width: 241px) 100vw, 241px" />Dello scrittore «molto bello e molto pallido» (Natalia Ginzburg) ormai non si può non parlare negli educati circoli dei letterati italiani, e questo rende Tommaso più antipatico di quanto non lo fosse (davvero) quand’era ignoto, ignorato e desideroso di esserlo.</strong> Restava da scoprire, appunto, il Landolfi poeta. Lo cacciai fuori dagli armadi nel 2007, quando il Saggiatore mi commissionò un’antologia di <em>Maledetti italiani</em>: poeti fuori dai canoni, fuori dai denti calorosamente odiati dai colleghi meglio piazzati nelle italiche Università. Per questioni di diritti Landolfi non fece parte del mucchio selvaggio: lo sostituii con il più algido Federigo Tozzi. Successivamente, i diritti sono venuti al pettine: l’editore Adelphi ha pubblicato <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845925917" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Viola di morte </em></strong></a>(2011), la prima raccolta poetica di Tommaso, edita nel 1972, a cui seguì, nel 1977, in quanto «grave e terribile seguito» (parole sue), <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845929465" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em><strong>Il tradimento</strong> </em></a>(ora Adelphi, 2014), libro ben più bello (che tra l’altro, per quel che conta, ottenne un premio Viareggio).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Causa invasione di campo, i poeti alzarono la gamba sui mefistofelici stinchi di Landolfi: <strong>per Dario Bellezza (da che pulpito…) il tema della poesia del draculesco Tommaso «è scontato in partenza», il tono «è basso, imparaticcio», i versi ustionati da «orgoglio luciferino». </strong>Eugenio Montale gorgheggia come scaltra gazza parlando di uno «scrittore tutto di testa, d’immaginazione, non di fantasia, un po’ <em>cabotin</em>, un po’ bel tenebroso, stilista di gusto antiquario, quasi mai in presa diretta con la vita»; Edoardo Sanguineti precisa l’accusa: trattasi di «letteratura come morte». C’è da dire che Landolfi, traducendo Lermontov e Puskin, dimostra di essere poeta più di cotanti esperti col colbacco.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, per carità, Tommaso è quello che è: ficca il dito nella purulenta piaga del male, del dolore, della morte, con annoiata posa, raspando l’ulcera di Leopardi, rischiando nella sua poesia esasperazioni ultraretoriche. Il <em>passepartout</em> ce lo offre Giorgio Manganelli (altro scrittore complicato come un rebus proposto a un ciuco), che <strong>nel 1975, cioè tra un libro poetico e l’altro, definisce Landolfi «scrittore notturno, un bizzarro abitatore degli anfratti della retorica […]. Scrittore da grotte, favolatore di astri, di macerie di cunicoli, zoologo di animali mostruosi, cosmici, pianeti animali, botanico di veleni rari, nobili».</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-73236 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/libro2-9-191x300.jpg" alt="" width="248" height="390" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro2-9-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro2-9.jpg 600w" sizes="(max-width: 248px) 100vw, 248px" />Nei versi – aguzzi e arguti come di un Lucrezio cresciuto tra i fasti di Pietroburgo, ad abbronzarsi tra lampadari di applausi – <strong>Landolfi si scaglia contro la bolsa eccitazione degli scienziati («Ogni scienza ci è avversa/ E ci delude»)</strong>, diagnostica la fine della poesia sfrenata, ridotta, dalla tecnica, a mero sonnifero, bieco anestetico: «Come potremmo ormai/ Cantare i fiumi, il vento, le foreste,/ Od anche il rosso Marte,/ La nebulosa Venere,/ E Giove occhio-di-pianto/ Senza sentirci frusti come/ Colui che viaggi nella propria stanza?». Ancora oggi, è un’ancora per salvarsi dagli ottimisti a tutti i costi – cioè: i cretini di professione – dagli ottimati della lirica, mai all’altezza delle proprie intenzioni estetiche, della bruta vita. (d.b.)</p>
<p>*</p>
<p>I dolci cuccioli di foca<br />
Che sul ghiaccio vomitano sangue,<br />
I cani dalle corde vocali<br />
Segate: non son, queste, maledette<br />
Immagini della razza umana?<br />
Ah, possa tale razza languire<br />
E spegnersi in un arido mondo<br />
Ove la sua prole bruci<br />
O si consumi per freddo<br />
E nessuno porga orecchio<br />
Ai suoi lamenti, e piangano le madri<br />
E invano chiedano remissione<br />
E invano anelino che duri<br />
Il loro pianeta silvestre<br />
E invano chiedano umido conforto.<br />
Morte con morte sia pagata in questo<br />
Atroce gioco di vita e di morte.</p>
<p><strong><em>Tommaso Landolfi</em></strong></p>
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		<item>
		<title>“Mi deprime l’Italietta del posto fisso, delle false certezze, dei riti compiuti per non pensare, per non mettersi in gioco, per non rischiare nulla”. Dialogo con Andrea Di Consoli</title>
		<link>https://www.pangea.news/andrea-di-consoli-intervista-ippolita-luzzo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Oct 2019 06:02:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Di Consoli]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Ippolita Luzzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ippolita Luzzo intercetta Andrea Di Consoli sul treno Roma-Genova. Dalla Stazione Termini con la canzone di Jannacci in testa Prendeva il treno “Prendeva il treno per non essere da meno Prendeva il treno per sembrare un gran signor”. Viaggiando con Andrea, già autore di libri importanti (per Rizzoli ha pubblicato, tra l&#8217;altro, La curva della [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Ippolita Luzzo intercetta Andrea Di Consoli sul treno Roma-Genova. Dalla Stazione Termini con la canzone di Jannacci in testa <em>Prendeva il treno</em> </strong>“Prendeva il treno per non essere da meno Prendeva il treno per sembrare un gran signor”. Viaggiando con Andrea, già autore di libri importanti (per Rizzoli ha pubblicato, tra l&#8217;altro, <em>La curva della notte</em> e <em>La collera</em>) ci smarriamo nel <strong><em><a href="https://www.inschibbolethedizioni.com/single-post/9788855290203" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Diario dello smarrimento</a> </em></strong>(Inshibboleth Edizioni, 2019), ultima sua confessione intima, che ci riporta ad una stazione come casa. Alla nostalgia di casa. Dice infatti Andrea di sentirsi a casa alla Stazione Termini sin da quando arrivò a Roma nel 1996 e a lui ora chiedo quasi fermandolo sui binari “Ma la casa vera dov’è? Cos’è la casa?”.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-70682 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/libro1-7-219x300.jpg" alt="" width="219" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro1-7-219x300.jpg 219w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro1-7-768x1051.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro1-7-749x1024.jpg 749w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro1-7.jpg 1000w" sizes="(max-width: 219px) 100vw, 219px" />“La casa è la pace. Ma cosa significa ‘sentirsi a casa’? Non credo di saperlo, non credo di averci mai ragionato a fondo. Nella mia vita ho cambiato tante case. Ma il concetto di ‘casa’ è legato esclusivamente al manufatto che siamo soliti, appunto, chiamare casa? Tuttavia il manufatto è importante, è cruciale, nessuno può negarlo. <strong>Per tanti la casa è rifugio, sicurezza, pace. Per altri è prigione, costrizione gabbia. Non so esattamente dove sia casa, per me. Anche perché non ce l’ho. Vivo da sempre in affitto. </strong>E la casa in Basilicata, a Rotonda, non è mia, ma dei miei genitori. In ogni caso, non mi sento a casa da nessuna parte. Anzi no, voglio dirla meglio: a volte mi sento a casa a Roma, a volte a Rotonda, a volte a Napoli, a casa della mia compagna. E questa pace ha a che fare con qualcosa di interiore, di psicologico. Il tema è enorme, e non so metterlo bene a fuoco. <strong>Forse l’unica certezza che ho sull’argomento è che vorrò essere seppellito a Rotonda, quel giorno. Di questo sono davvero certo. Per il resto, chissà se avrò mai una casa su questa terra dove, appunto, sentirmi in pace, al sicuro.</strong> Sinora la pace e la sicurezza li ho vissuti per degli attimi, ma mai interamente, e questo mi pesa, anche perché sento che le forze di un tempo stanno venendo meno, e il nomadismo richiede una grande energia fisica”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Io mi sono sentita molto a casa nel tuo libro, nei tuoi pensieri. Considerando la casa il nostro corpo, la nostra mente, i nostri abiti e ciò che abbiamo nelle tasche, noi siamo come le lumache e ci portiamo dietro chi abbiamo fatto entrare. Leggendoti, mi sembra di conoscerti da sempre e di conoscere con te persone che io non ho incontrato ma che fanno ormai da anni parte della mia casa. Tu ricordi Rocco Carbone, da me conosciuto per un delizioso articolo di Romana Petri, sua cara amica. Da allora Rocco quasi sta come presenza amicale qui da me, con i suoi libri. Questa è la grande potenza della letteratura, riuscire a dire e a dare oltre il tempo contingente. Riuscire a farci smarrire però facendoci ritrovare, vero?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Questo vale finché c&#8217;è la vita. Finché la vita è sopportabile, decifrabile. Poi vi sono dei momenti in cui purtroppo il buio del dolore non fa più apprezzare niente, tanto che le parole, in quelle circostanze, sono solo chiacchiere. La letteratura è un luogo caldo, fraterno. Ma solo finché c’è la vita, cioè finché la vita è sopportabile. Perdersi, ritrovarsi&#8230; <strong>A volte mi chiedo cosa ci abbia condotto sin qui, sino a questa scellerata convinzione che possa esistere un ordine, una sicurezza, una normalità. La gente è dilaniata da paure, insicurezze, paranoie, violenze di tutti i tipi, eppure se ti guardi intorno vedi tanta gente che si convince di un ordine assurdo, illusorio, certamente umano, ma ipocrita.</strong> Quando mi chiedono perché amo la globalizzazione e le grandi migrazioni io rispondo sempre perché mi deprime l&#8217;Italietta del posto fisso, delle false certezze, delle piccole cose di pessimo gusto, dei riti compiuti per non pensare, per non mettersi in gioco, per non rischiare nulla. Perdersi non è la malattia: la malattia è clinicizzare tutto. Considerare matto chi sta nella verità dello smarrimento, del fuoco, della paura, della <em>Wanderung</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Nella verità dello smarrimento” troviamo momenti individuali, l’individuo solo senza connessioni, l’individuo alle prese con i figli da crescere, con il lavoro precario e con un tessuto sociale sempre più sfilacciato. E l’individuo nella storia dei cambiamenti sociali ed epocali. Tu hai scritto diversi saggi sulle condizioni nel Mezzogiorno. Condizioni di potere uguali dappertutto. Se pensiamo che nel 1500 durante la signoria dei Medici si tenevano banchetti pubblici. I nobili mangiavano e il popolo assisteva allo spettacolo. Restava per il popolo lo spettacolo rutilante delle portate e i profumi di esotiche vivande e fra loro, fra i poveri, si litigava per i resti, per cosa cadeva dal tavolo. In uno dei tuoi frammenti ci porti a Rotonda dove comandavano quattro famiglie. Bisognava portare doni e riverire. Tu ci dici che si bussava alle porte dei potenti coi piedi perché le mani erano ricolme di doni. La sottomissione di chi aveva bisogno era umiliante. Poi è sembrato per un periodo che ci fosse la possibilità di sconfiggere per sempre l’umiliazione imposta dal forte sul debole con la scuola, con la Costituzione. Vorremmo ancora crederci, anzi invitiamo i nostri figli a crederci quasi come un mantra. Ed è questa una delle altre case che ci appartiene, vero? La scuola, il sapere…</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-70683 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/libro2-10-191x300.jpg" alt="" width="191" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro2-10-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro2-10.jpg 223w" sizes="(max-width: 191px) 100vw, 191px" />“Sì, ma la cosa più umiliante per noi è constatare che la contestazione delle classi subalterne avviene proprio sul terreno del sapere, considerato come luogo del privilegio, delle élite. <strong>Trovo assurdo disprezzare il sapere solo perché le classi dominanti, giustamente, amano sapere, sanno. Mi sembra un autolesionismo assurdo, incredibile.</strong> Ma il sapere non è solo uno strumento socio-economico di emancipazione, bensì un allargamento spirituale, che rende più vita la vita, più reale la realtà, più complesse le cose che, troppo spesso, ci sembrano facili per ignoranza, superficialità. <strong>Tuttavia, qualcosa della mentalità piccolo-borghese rispetto al sapere va scardinata. Quell’idea della laurea, del concorso pubblico, del posto fisso, la casa al mare, ecc. Quell’idea così angusta e svilita del sapere che ha reso il Sud Italia un deserto abitato da ex aristocratici, da impiegati pubblici e da un <em>lumpenproletariat</em> 2.0.</strong> Il sapere emancipa non soltanto da difficili condizioni socio-economiche, ma anche dalla grettezza di chi difende il proprio orto senza pensare al mondo, senza pensare all’infinito”.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è stato un vero attacco, hai ragione, a chi ha studiato, a chi possiede una laurea, ed è pur vero che si dovrà ricominciare a ripensare al valore dello studio come forza e non come potenza. E ritornando alle case ideali dove noi abitiamo risento quel tuo “messaggio in bottiglia” che poi tu dici di essere la più atroce delle storie letterarie, da lì io vorrei riprendere idealmente il treno di quel personaggio di Jannacci, il treno di “Prendeva il treno” e con un tuo pezzo ritornare all’amore <em>“La vastità desertica del terreno amoroso, la complessità dei legami tra due individui, che sono come due galassie solitarie destinate a incontrarsi e condannate a collidere. Con la più grande illusione che è la facilità dell’aggancio sensoriale. Quando due persone adulte si incontrano sono sempre diversi i motivi per cui due persone si ritrovano in quel territorio in apparenza stretto, in realtà larghissimo, che è l’amore”.</em> Una delle case più care a tutti noi è la casa dell’amore. Nel Regno Della Litweb indubbiamente noi stiamo tutti con te, Andrea. Con te e con Jannacci <em>“E prende il treno per non essere da meno, E piange e ride per quel grande, assurdo amor!”.  </em>Messaggi in bottiglia dal “Diario dello smarrimento”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Ippolita Luzzo</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Andrea Di Consoli nel ritratto fotografico di Dino Ignani</em></p>
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		<title>Viviana Viviani, una scrittrice naïf che racconta il nostro tempo tra ipertestualità e realismo terminale</title>
		<link>https://www.pangea.news/viviana-viviani-due-racconti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Aug 2019 07:50:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Fais]]></category>
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		<category><![CDATA[Viviana Viviani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Capita sovente che per essere dei veri rappresentanti del proprio tempo non se ne debba aver coscienza. Altrimenti si diventa meri esecutori di maniera, autori che applicano pedissequamente una serie di principi codificati da sé stessi o da altri. In tal senso, l’opera narrativa e poetica di Viviana Viviani brilla proprio grazie a un suo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Capita sovente che <strong>per essere dei veri rappresentanti del proprio tempo non se ne debba aver coscienza. Altrimenti si diventa meri esecutori di maniera</strong>, autori che applicano pedissequamente una serie di principi codificati da sé stessi o da altri. In tal senso, l’opera narrativa e poetica di <strong>Viviana Viviani</strong> brilla proprio grazie a un suo certo <strong>intuito un po’ naïf</strong>. Non è dunque facile capire se l’autrice voglia raccontare questo mondo o se esso <em>utilizzi </em>Viviana come veicolo per essere trasposto. A mio avviso, <strong>la sua necessità di dire certe cose e di <em>dirle in un determinato modo</em> nasce in lei da uno scontro con la realtà che non lascia alternative</strong>. Ed è proprio perché la scrittrice <strong>non avverte su di sé – essendo un ingegnere – l’immane peso di una tradizione</strong>, che diventa un fardello da cui è impossibile sgravarsi, se può <strong>aprirsi alle innovazioni stilistiche che questa contingenza storica richiede</strong> per essere messa su carta. I suoi racconti, per esempio, presentano <strong>elementi di assoluta contemporaneità</strong>, spunti che potrebbero essere associati alla <strong>postmodernità</strong> o al <strong>realismo terminale</strong> (la corrente letteraria che teorizza la predominanza, nel nostro tempo, dell’oggetto sulla natura e la sovrapposizione dei popoli).</p>
<p style="text-align: justify;">In particolare, gli scritti che presentiamo si segnalano per un <strong>abile gioco di natura ipertestuale</strong> in cui, appunto, la pagina si accompagna a <strong>video</strong>, o ad <strong>articoli di giornale</strong> – entrambi falsi, ma assolutamente verosimili. Questi costituiscono una parte determinante nella narrazione rivelando o mettendo in scena oltre il testo, in un’ottica di <strong>narrazione totale</strong> – in cui è addirittura l’autrice a farsi attrice delle sue stesse fantasie (come si vedrà nel video posto in chiusura al primo racconto). Siamo <strong>spinti così a interrogarci ancora sull’annosa questione di quanto l’arte imiti la vita e di quanto la vita sia arte</strong>. Viviana Viviani mette in scena tutto questo immedesimandosi con un assassino e una cam girl, dimostrando peraltro <strong>un’attenzione particolare</strong>, soprattutto con quest’ultimo personaggio, per le <strong>figure più rappresentative e meno esplorate di questa realtà liquida e inafferrabile</strong> che quasi nessuno si è voluto prendere la briga di raccontare. (<em>Matteo Fais</em>)</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Calypso</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Anna è sola, come ogni sera, nuda davanti allo specchio, che le rimanda il volto pallido, gli occhi piccoli, le ciglia invisibili, le labbra sottili. Raccoglie i capelli sulla nuca, perché spariscano più facilmente sotto la parrucca. La chioma scura e lucente di Calypso giace sparsa sul letto, come una grossa medusa spiaggiata.</p>
<p style="text-align: justify;">Intinge le dita nel fard e traccia due linee rosse sulle guance, nette come i segni di guerra di certe tribù africane. Le sfuma sulle tempie, poi con l&#8217;eyeliner e il rossetto disegna sul viso scialbo grandi occhi e labbra carnose. Si avvicina allo specchio: la luce diretta della webcam, assieme a quella soffusa della stanza, farà di quella maschera un volto perfetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Indossa la parrucca e porta avanti i lunghi capelli neri di Calypso a coprire i seni piccoli e scarni. Così sembro proprio una ninfa, pensa. Si guarda le cosce, da sempre troppo grosse, e pensa che sdraiata di sbieco sembreranno più sottili. Indossa il push up e il perizoma e si guarda allo specchio di nuovo. È pronta.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il PC è pronto, sulla sedia di fianco al divano. Anna si collega al sito. Sono già tutte lì: sexygirl, sexyeva, sexylady. Nomi tutti uguali, in un tripudio di tette e culi, alle finestre del grande condominio virtuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Anna digita la password ed entra nella stanza di Calypso. Si adagia sul divano, tra i cuscini, nella solita posizione ormai studiata nei minimi dettagli: stesa su un fianco e appoggiata su un gomito, le gambe leggermente piegate, le spalle appena incurvate a far apparire più florido il seno. Con una mano tiene il mouse, l&#8217;altra è libera di giocherellare con i capelli e il perizoma.</p>
<p style="text-align: justify;">Regola il colore e il contrasto e l&#8217;effetto dei chiaroscuri regala al suo corpo spigoloso forme più sinuose e compatte. Poi clicca on e sullo schermo appare Calypso.</p>
<p style="text-align: justify;">Calypso è la bambola perfetta che Anna non sarà mai. Calypso non sbaglia, dice le cose giuste e gode ogni volta. Poi non dimostra certo i quarant&#8217;anni di Anna, ma almeno dieci di meno.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo a entrare nella stanza è jacktheripper. Lui c&#8217;è sempre, è un abitudinario.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ciao” scrive nella finestra della chat.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ciao, caro” risponde Calypso “come stai?”</p>
<p style="text-align: justify;">In alto a destra compare il credito a disposizione: tre euro e venti centesimi. Troppo poco per portarla nella chat privata.</p>
<p style="text-align: justify;">“Hai giocattoli?” chiede lui.</p>
<p style="text-align: justify;">“No, oggi no” risponde Calypso “sono io il giocattolo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Jacktheripper inizia a caricare credito: quattro e trenta, nove e quaranta, venti e dieci. Il momento preferito di Calypso, l’erezione monetaria. Pagano per vederla nuda. Lei che, per strada, nessuno si gira mai a guardare.</p>
<p style="text-align: justify;">La spia rossa della chat privata si accende e Calypso sfila lentamente il reggiseno, poi toglie il perizoma, lo fa scivolare a terra e inizia a sfiorarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">“Hai audio?” scrive jacktheripper.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello è il solo momento in cui Anna si vergogna, perché la voce è l’unica cosa sua che non le riesce di togliere a Calypso. Ma bisogna andare fino in fondo, così accende il microfono e inizia a gemere.</p>
<p style="text-align: justify;">Jacktheripper fa in fretta e non ha grosse pretese: un’onesta sega al giusto prezzo di due euro al minuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo averlo congedato, Calypso reindossa la biancheria, torna nella chat pubblica e trova duro85.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ciao, sei quella dell’Odissea?” scrive lui.</p>
<p style="text-align: justify;">È uno nuovo, vuole chiacchierare.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sì, la ninfa Calypso, al tuo servizio”.</p>
<p style="text-align: justify;">“E come si chiama la tua isola?”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ogigia, giovane navigante”.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello è il solo momento in cui Anna si diverte, quando tornano fuori i suoi studi letterari, sprecati per tanti anni in un ufficio tecnico. E poi la troia intellettuale fa sempre effetto.</p>
<p style="text-align: justify;">“E perché non ti sei chiamata Circe?”, scrive duro85. Deve essere uno studente, pensa Calypso, e sorride, o forse è Anna a sorridere.</p>
<p style="text-align: justify;">“Perché non posso trasformarvi in porci, lo siete già”.</p>
<p style="text-align: justify;">Duro85 riempie la finestra della chat con una risata scritta così in maiuscolo da far quasi rumore, poi se ne va. Non bisogna farli ridere, pensa Calypso. Dopo, non si eccitano più.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine arriva Ulisse. Ulisse prima aveva un altro nick, si chiamava Coito.</p>
<p style="text-align: justify;">Una volta gli era caduta la connessione e Calypso gli aveva chiesto se era un coito interrotto, lui aveva riso ma non se ne era andato, anzi era tornato più volte. Poi aveva cambiato il nick in Ulisse, soltanto per lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlano spesso, specie a tarda ora, quando la chat pubblica rimane deserta o quasi. Anna gli ha detto anche di quell’altro suo Ulisse, che si chiama Andrea e che non vede ormai da qualche mese.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche lui era rimasto sette anni, proprio come Ulisse sull’isola di Ogigia. Sette anni in cui Anna non gli aveva offerto l&#8217;immortalità, ma una cena e un letto due mercoledì al mese, quando la moglie faceva il turno di notte. E al posto della zattera per il ritorno, la promessa che sarebbe stata lì ad aspettarlo, pronta a riaccoglierlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le sue mani facevano sentire bello il suo corpo e questo le mancava, oltre alla sua voce un po&#8217; roca, al suo odore di fumo e menta, all&#8217;attesa di quei mercoledì.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti sanno dell’attesa di Penelope, ma di quella di Calypso nessuno parla mai. Le attese delle amanti non valgono niente e non interessano a nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nuovo Ulisse, quello della chat, è un informatico di quarantacinque anni, anche lui da poco rimasto solo. Ha chiesto tante volte a Calypso di incontrarsi dal vivo, ma Anna ha sempre rifiutato. Meglio continuare a unirsi così, senza rischi, senza impegni, senza l&#8217;ingombro dei corpi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ulisse entra in privato, ha molto credito. È sempre generoso. Apre la finestra cam dell’utente e si mostra a sua volta.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sei eccitata?” scrive.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sì, tanto” risponde Calypso, gettandogli un rapido sguardo: è grosso, muscoloso, ha un tatuaggio sulla spalla. Non mostra il viso.</p>
<p style="text-align: justify;">Come sono stupidi gli uomini a volte, pensa Anna, si illudono di farti godere senza nemmeno mostrare gli occhi. Poi rimpicciolisce la finestra di Ulisse fino a farla sparire quasi completamente, ingrandisce la propria su tutto lo schermo e inizia a spogliarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Anna guarda il corpo sinuoso di Calypso, perfetto e senza odore, luminoso come quello di una Dea. Gioca con i ciuffi della parrucca, poi scende ad accarezzare le vene appena in rilievo intorno ai seni e la peluria bionda e fine della linea alba, fino l&#8217;interno delle odiate cosce, osservando come in uno specchio Calypso che si passa le mani tra i capelli lucenti e sul corpo di porcellana, senza vene né peluria né alcun genere di difetto umano. Poi vede Calypso sorridere di gioia e si accorge di sorridere a sua volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Anna, Calypso e Ulisse raggiungono il piacere nello stesso istante, un attimo prima che la connessione inizi a tremare, scomponendo per un attimo Calypso in piccoli rettangoli, prima di cadere.</p>
<p style="text-align: justify;">Ulisse e Calypso scompaiono insieme e Anna, rimasta di nuovo sola, controlla i guadagni della serata. Cinquanta euro, non male in meno di un’ora. Li sta mettendo da parte per fare qualcosa, forse un viaggio, chissà quando. Ma Anna non lo fa solo per i soldi: lo fa perché le piace essere Calypso.</p>
<p style="text-align: justify;">Controlla le foto del profilo: in nessuna è riconoscibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha creato Calypso in poche ore e prima o poi, in un solo secondo, la distruggerà. Tasto destro, cancella profilo, conferma.</p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno Anna riprenderà a uscire di casa e troverà un uomo con cui andare a cena, al cinema e forse con cui vivere.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora Anna ucciderà Calypso, con un solo clic.</p>
<p style="text-align: justify;">Se non accade prima il contrario.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=_jS5w5jjA9o&amp;feature=youtu.be" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>(Vedi il video</strong><strong>)</strong></a></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il massaggiatore</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo di poter affermare senza falsa modestia che il mio centro estetico è il migliore della città. Forse proprio perché non ho mai avuto in me la bellezza, sono diventato così bravo a riconoscerla e a custodirla nelle donne. Certo, il mio aspetto è inusuale, ma le mie clienti vi sembrano ormai assuefatte, anzi, alcune le direi persino intenerite dalla mia stranezza. Lo so, l&#8217;impatto iniziale non è facile. D&#8217;altra parte ci sono abituato, fin da ragazzino. Quando a quindici anni raggiunsi i due metri e i duecento chilogrammi pensai che il mio corpo maledetto non avrebbe mai smesso di crescere. E con esso la mia vergogna.</p>
<p style="text-align: justify;">In più una malattia rara fa sì che non vi cresca alcun pelo, nemmeno sul viso. Nemmeno la barba, nemmeno le ciglia. Un corpo enorme, liscio, da neonato gigantesco. Non ne sopporto neppure la vista. Mi spoglio al buio. Mi lavo in penombra e non ho specchi. L&#8217;unica parte di me che riesco a guardare sono le mie mani, le dita lunghe e affusolate, i polsi forti, i palmi accoglienti. È come se in loro si concentrasse la grazia di cui tutto il resto del mio involucro è completamente privo. Sono fortunato in fondo, è l&#8217;unica parte di me che non potrei evitare di avere sempre sotto gli occhi. Guardo le mie mani e vedo bellezza, dimentico il resto e divento le mie mani.</p>
<p>D. arrivò un tardo pomeriggio, dopo l&#8217;università. Ricordo il suo sguardo la prima volta che mi vide. So che avrebbe voluto scappare, solo per educazione non ci riuscì. Mi piacciono le ragazze ben educate, che per gentilezza nascondono la paura che hanno di me. All’inizio era tesa, poi però si è tranquillizzata, ha capito che non costituivo un pericolo. Era serena quando si è spogliata e si è sdraiata sul lettino dei massaggi, ad aspettare le mie mani. Ora è una cliente abituale, non può più fare a meno di me.</p>
<p>D. è bellissima. Le mie mani scorrono sul suo corpo perfetto, dal collo alle spalle, giù lungo la schiena fino alle punte dei piedi. Poi le chiedo di girarsi e lei obbedisce. Non si vergogna di mostrarmi i seni poco più che da ragazzina. Tiene gli occhi chiusi, sorride. Le mie mani scivolano sulla sua pelle, perfezione su perfezione, senza incontrare mai un difetto, un ostacolo.</p>
<p style="text-align: justify;">È difficile spiegare quel che provo nel massaggiare D., direi che ne traggo piacere, ma anche un senso di disturbo. È qualcosa che deve avere a che fare con la mia paura degli spazi ampi, e con il grido.</p>
<p style="text-align: justify;">Esco di casa qualche volta, di solito quando non posso evitarlo, ma avverto subito una vertigine e poi il grido, quel grido che ho da sempre dentro di me, salire dal fondo dello stomaco, dove lo tengo rinchiuso, e arrivare su fin quasi alla gola. Ad ogni passo ho paura che venga fuori, così tutti si accorgeranno di me e mi guarderanno come io non voglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui invece, nella mia casa, nel mio centro estetico, mi sento al sicuro, so che il grido rimarrà ben intrappolato. Perché qui tutto è contenuto, accogliente, stretto addosso a me. E mi sento di nuovo come quando ero piccolo, quando sembravo ancora un bambino come gli altri, prima che il mio corpo iniziasse a espandersi a dismisura, insieme a tutto quello che ci cresceva dentro e che non potevo fermare. E quando c’era ancora mia madre.</p>
<p style="text-align: justify;">Nemmeno le persone mi fanno paura, quando sono qui dentro, perché arrivano una alla volta e vengono per me. Solo quando sono davanti a D., allora un po’ di timore ce l’ho. Il suo splendore è come uno spazio troppo ampio in cui mi disperdo, mi acceco. La sua bellezza emana troppa luce per i miei occhi senza ciglia.</p>
<p style="text-align: justify;">A me la bellezza piace di più cercarla negli anfratti, nei dettagli, dietro gli ostacoli. Per questo le mie clienti preferite possiedono uno o due al massimo di quelli che io chiamo nidi di bellezza.</p>
<p>C. ad esempio ha piedi perfetti, piccole dita bianche come perle. Quando le dita delle mie mani si intrecciano a quelle dei suoi piedi la bellezza si ricongiunge alla bellezza. Sembra impossibile che quei piedi riescano a reggere il suo corpo grosso e sgraziato, a portarlo in giro per le strade, dove nessuno mai lo guarderà con desiderio, mentre l&#8217;unica parte degna di essere vista rimane nascosta. Le dico sempre, almeno d’estate, indossa sandali alti, aperti, hai piedi così belli! E lei risponde, ma chi li guarda, i piedi di una come me?</p>
<p>N. è arrivata un mattino, con le borse della spesa. Ha quarantasei anni e seni di porcellana per miracolo scampati al tempo, persi in un corpo cadente e rugoso più di quanto la sua età giustifichi. Hanno risucchiato tutta la bellezza in sé, lasciando avvizzire il resto. Ma N. non li mostra, non indossa mai scollature. Teme che il fulgore dei seni non faccia che accentuare la bruttezza di tutto il resto e li nasconde. Tutto questo è davvero triste, uno spreco di meraviglia.</p>
<p>M. ha la schiena di seta, in un corpo ruvido come carta vetrata. Ma lei nemmeno lo sa, nessuno gliel&#8217;ha mai detto, e non lo imparerà da sola perché non ama il suo corpo e non lo accarezza mai. Tanto meno la schiena, che è nascosta e difficile da raggiungere. Ha avuto un uomo, di cui parla poco e al passato, ma pare non essersi mai accorto della bellezza della sua schiena. Ci sono persone che hanno le mani cieche.</p>
<p>S. è giovane, ma ha i lineamenti del viso mischiati alla rinfusa e gambe e braccia ossute come rami secchi. La sua bellezza è la più difficile da trovare, sta tutta in un quadrato di pelle sopra l&#8217;ombelico, dove una voglia a forma di nebulosa è circondata da una perfetta costellazione di nei. Un piccolo big bang, uno spazio infinito e minuscolo che solo io ho trovato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono persone che a nessuno verrebbe in mente di spogliare, per vedere se hanno qualcosa di bello. Le mie mani invece sì, scorrono con amore e dedizione sui loro corpi inerti, e quando incontrano un nido di bellezza lo sanno riconoscere. Allora gli girano intorno, lo sfiorano, lo seducono. Poi vi si tuffano e lo possiedono, se ne impadroniscono per preservarlo, per sempre.</p>
<p>D. ha appuntamento tra poco. Devo dirle, in qualche modo, di non venire più. La vastità della sua bellezza mi fa soffrire. Sento già il grido che inizia a salirmi dentro.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone  wp-image-69409" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/08/IMG_1947-300x203.jpg" alt="" width="414" height="280" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/IMG_1947-300x203.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/IMG_1947.jpg 647w" sizes="(max-width: 414px) 100vw, 414px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Viviana Viviani</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/viviana-viviani-due-racconti/">Viviana Viviani, una scrittrice naïf che racconta il nostro tempo tra ipertestualità e realismo terminale</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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