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	<title>Michele Mengoli Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Mon, 02 Nov 2020 09:13:38 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“E certe immagini di quelle ore mi accompagneranno finché avrò vita”. Due novembre. Venticinque anni dalla tragedia del Parsifal</title>
		<link>https://www.pangea.news/parsifal-tragedia-mengoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2020 09:13:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Mengoli]]></category>
		<category><![CDATA[Parsifal]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mettetevi davanti a un palazzo di tre piani e guardate verso il tetto. Tra poco vi cadrà addosso. Il tetto. E tutto il palazzo. Con la rincorsa. Come se avesse le gambe. Come se l’intero edificio, di slancio, vi saltasse sopra a piedi pari. È successo davvero, venticinque anni fa. Non era cemento, ma acqua. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/parsifal-tragedia-mengoli/">“E certe immagini di quelle ore mi accompagneranno finché avrò vita”. Due novembre. Venticinque anni dalla tragedia del Parsifal</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Mettetevi davanti a un palazzo di tre piani e guardate verso il tetto. Tra poco vi cadrà addosso. Il tetto. E tutto il palazzo. Con la rincorsa. Come se avesse le gambe.</strong> Come se l’intero edificio, di slancio, vi saltasse sopra a piedi pari. È successo davvero, venticinque anni fa. Non era cemento, ma acqua. A fermare quel crollo, ineluttabile per la natura e fatale per gli uomini, non c’era asfalto ma quasi tre chilometri di abisso, nel Golfo del Leone.</p>



<p><strong>Dopo quel condominio di mare sulla testa, immaginatevi di sballottare su e giù per ore, dalla cantina al sesto piano. Non a piedi, attraverso le scale, ma nuotando nella burrasca, con il vento che tocca punte di 77 nodi, ossia 142 chilometri all’ora. </strong>Tutto ciò è successo a nove velisti, in quella che la marineria di tutto il mondo ricorda come <em>la Tragedia del Parsifal</em>, meraviglioso cutter di sedici metri in mogano e teak disegnato da Carlo Sciarrelli e costruito nel cantiere navale Carlini di Rimini.</p>



<p><strong>È passato un quarto di secolo dal due novembre del 1995, quando il Parsifal partecipa alla tappa di trasferimento verso Casablanca della regata transatlantica “Transat des Alizès”, partita da Sanremo e con destinazione finale a Guadalupa, nelle Antille.</strong> Il vento – il Mistral, che per noi italiani diventa Maestrale – si incanala nella valle del Rodano e sferza il famigerato Golfo, che i marinai chiamano semplicemente “Il Leone”. Un vento che in quel preciso punto d’Europa, 65 miglia a nord-est di Minorca, di fronte alle coste spagnole, francesi e italiane, che sembrano un anfiteatro, soffia in media a oltre trenta nodi e spesso supera i cinquanta nodi, con l’ulteriore effetto prodotto da quella fetta imbizzarrita di Mediterraneo, che ribolle e crea un’onda corta che cresce e arriva con facilità a sei o sette metri di altezza.</p>



<p>Le condizioni, intorno alle ventuno e trenta, sono di forte burrasca e il Parsifal, a trenta miglia da Minorca, naviga a una velocità di dieci nodi con il mare quasi in poppa, con vento intorno a quaranta nodi e in una situazione di apparente tranquillità, tanto che si decide di far riposare tutto l’equipaggio e in coperta rimangono soltanto lo skipper Mattia De Carolis, in pozzetto, e Carlo Lazzari, al timone. D’un tratto, però, compare a prua un’onda anomala gigantesca, e lo straordinario diventa eccezione e dramma.</p>



<p>Carlo Lazzari è il primo a vederla. Urla a Mattia De Carolis: “Guarda davanti”.</p>



<p>E lui sussurra: “Siamo morti”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/Parsifal2.jpeg" alt="" class="wp-image-80863" width="782" height="437" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/Parsifal2.jpeg 640w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/Parsifal2-300x168.jpeg 300w" sizes="(max-width: 782px) 100vw, 782px" /></figure>



<p><strong>Il palazzo di tre piani si abbatte sulla coperta, sfonda un osteriggio centrale e il gavone di poppa; spazza via il pozzetto dei vari strumenti e strappa la zattera di salvataggio fissata alla coperta con tiranti d’acciaio ai piedi dell’albero, spezzato anch’esso e finito in acqua in tre tronconi, portandosi appresso ogni tipo di ricezione e invio di segnali: dai radar al Gps, dai sistemi elettronici fino alle antenne paraboliche per la telefonia.</strong> Compreso l’Epirb – il localizzatore d’emergenza che una volta attivato (in modo manuale o automaticamente per immersione o a seguito di urti) segnala in qualsiasi parte del pianeta la sua posizione – che si allontana velocemente dalla barca. L’onda ha anche divelto l’asse e la ruota del timone, strappando Carlo Lazzari dalla “life-line” e scaraventandolo in mare.</p>



<p>Dice oggi Carlo Lazzari: “Per la seconda volta pensai di essere morto e dopo istanti che durarono un’eternità, riaffiorai in superficie, vidi la barca a qualche metro di distanza e non so come riuscii a risalire a bordo con l’aiuto di Mattia”.</p>



<p><strong>Purtroppo non per molto, giusto cinque minuti. Difatti l’equipaggio ha appena il tempo di radunarsi per racimolare due taniche vuote e un parabordo, metterli insieme con una scotta e farne una zattera di fortuna. Accorgersi che manca un uomo, Giordano Rao-Torres, l’armatore, che nell’impatto con l’onda sbatte la testa contro un’ordinata e si frattura uno zigomo. </strong>Lo trovano svenuto nella cuccetta di prora. Si riprende appena in tempo per tuffarsi per ultimo, pochi istanti prima che il Parsifal si inabissi.</p>



<p>L’acqua misura diciassette gradi. Le tabelle di sopravvivenza, con questa temperatura, dicono che si resiste al massimo quattordici ore.</p>



<p><strong>Il picco massimo delle onde, nelle ore successive, resta quello di un palazzo di tre piani ma il dislivello fra la cresta e il fondo dell’onda arriva a cinque o sei piani, in altre parole quindici metri di scarto, e il vento nebulizza l’acqua e anche soltanto respirare diventa una vera e propria impresa. I ragazzi del Parsifal si fanno forza uno con l’altro ma il freddo e l’acqua nei polmoni sono micidiali.</strong> La potenza delle onde e il vento li allontana e li riavvicina e in quel ballo disperato sono in sei a cedere, uno dopo l’altro, durante la notte, illuminata da una luna piena enorme. Poco dopo mezzanotte il primo è Luciano Pedulli (47 anni), nonostante il bocca a bocca e il massaggio cardiaco di Carlo Lazzari, inutili. Nell’ora seguente se ne vanno Francesco Zanaboni (22 anni) e Giorgio Luzzi (59 anni). Verso le tre del mattino capitola Mattia De Carolis (36 anni).</p>



<p>Queste le sue parole sussurrate a Carlo Lazzari: “Scusa, ma non ce la faccio più, di’ ai miei genitori e alla mia ragazza che li ho tanto amati”.</p>



<p><strong>Un’ora dopo ancora un’altra onda gigantesca porta via Ezio Belotti (34 anni). E dei sei compagni dell’equipaggio scomparsi viene recuperato solo il corpo di Daniele Tosato (37 anni),</strong> andato alla deriva per una decina di ore.</p>



<p><strong>A quell’inferno sopravvivono in tre: Carlo Lazzari, Andrea Dal Piaz e Giordano Rao-Torres, che vengono ripescati da un elicottero spagnolo il giorno successivo alle quindici e trenta, dopo diciotto ore trascorse in mare, nel mare di novembre</strong> al Leone, quattro ore in più di quelle previste dalle tabelle di sopravvivenza massima, ognuno dimagrito una decina di chili.</p>



<p><strong>Dice oggi Carlo Lazzari: “Dall’onda anomala tutto è andato storto. Dalla nostra zattera di salvataggio, che è volata via, fino alle due che ci hanno lanciato da un aereo ricognitore prima di recuperarci con l’elicottero: una è rimasta chiusa, l’altra, capovolta, è risultata inutilizzabile nonostante i nostri sforzi immani.</strong> A salvarci è stato l’Epirb, però il segnale di soccorso è stato recepito quando eravamo già naufragati da quattro ore. Comunque al Leone avevamo scelto tutti insieme di andarci, calcolando i rischi, accettandoli, e non è che ci vai pensando che se qualcosa va storto poi tanto arrivano i soccorsi. Mi resta il rammarico di non essere riuscito a salvare i miei compagni, ma io stesso alla fine non riuscivo più a nuotare e ci ho messo tre anni per recuperare dopo quelle diciotto ore trascorse in mare”.</p>



<p><strong>Dice oggi Andrea Dal Piaz: “L’equipaggio ha provato ad aiutarsi fino alla fine perché eravamo uniti e in sintonia anche nello strazio di quelle ore ma semplicemente eravamo nel posto sbagliato al momento sbagliato:</strong> dal boato dello schianto con quella montagna di acqua sino all’elicottero che ci ha tirato fuori l’onda più piccola che abbiamo visto era alta quattro metri. Noi ci siamo salvati perché eravamo i più robusti. Per una questione di metabolismo, fortuna e destino. Quando arrivarono i soccorsi, io svenni e mi risvegliai soltanto il giorno dopo. I dottori mi dissero che bastava un’altra mezz’ora e sarei morto anch’io. A Minorca facemmo una settimana di ospedale e poi con Carlo ne trascorsi un altro paio a Rimini per la polmonite e l’acqua nei polmoni. E certe immagini di quelle ore mi accompagneranno finché avrò vita”.</p>



<p><strong>Dice oggi Giordano Rao-Torres: “La vita è strana. Mi diedi alla vela per combattere lo stress lavorativo e me ne innamorai talmente tanto da diventare armatore del Parsifal, che feci costruire con i risparmi di una vita per navigare fino ai Caraibi e poi alle Figi, mentre l’idea di partecipare alla ‘Transat des Alizés’ fu di Daniele Tosato, dopo che vinse il Giro del mondo per barche da crociera.</strong> All’ospedale spagnolo dove ci ricoverarono, mi misurarono trentaquattro gradi di temperatura corporea e 7,14 di PH. In pratica ero morto. Da quella volta, tutte le sere che contemplo un tramonto, avrei voglia di navigare verso la Spagna, inseguendo il sole che scompare all’orizzonte”.</p>



<p>Prende una pausa e aggiunge: “Ma per rispetto al sacrificio dei sei cari amici del Parsifal che hanno perso la vita nel Leone, non sono più andato in mare con una barca a vela”.</p>



<p><strong><em>Michele Mengoli</em></strong></p>
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		<title>Fanno occhiali su misura, sono gli chef dell’ottica, se vuoi vederli devi muoverti e andare a Treviso, Internet non basta. Una storia di talento &#038; passione</title>
		<link>https://www.pangea.news/ottica-in-barberia-mengoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jan 2020 07:08:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'ammazzacaffè]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Ammazzacaffè]]></category>
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		<category><![CDATA[occhiali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno su mille? Di più! Uno su 15mila. Cosa significa? Che in Italia ci sono 15mila negozi che vendono occhiali da vista e da sole. Sono ovunque, lo sappiamo, soprattutto nei centri commerciali. Ci sono i piccoli negozi, quasi sempre storici, che resistono nei centri cittadini insieme alle onnipresenti grandi catene – molte in franchising [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Uno su mille? Di più! Uno su 15mila. Cosa significa? Che in Italia ci sono 15mila negozi che vendono occhiali da vista e da sole.</strong> Sono ovunque, lo sappiamo, soprattutto nei centri commerciali. Ci sono i piccoli negozi, quasi sempre storici, che resistono nei centri cittadini insieme alle onnipresenti grandi catene – molte in franchising – e ai vari outlet. La sostanza però non cambia. Tutti vendono i soliti marchi più o meno fashion e più o meno industriali, spesso con super sconti, mega offerte alla <em>paghi uno e prendi tre</em> e via dicendo, per un meccanismo simile a tanti altri settori nell’era della concorrenza dell’e-commerce e del mass-market imperante.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poi ci sono loro. Una manciata di negozi. Davvero. Talmente pochi che si contano sulle dita di una mano di un falegname distratto. </strong>Uno di questi è a Treviso e si chiama <em>Ottica in Barberia</em>. È un negozio con annesso laboratorio per la produzione di occhiali completamente su misura. Si tratta di una startup. È nata per l’appunto un paio di anni fa. I due titolari, però, Marco Andreoni (48 anni) e Antonio Battaglia (47) – nella foto è quello con la barba da <em>hipster</em> –, lavorano nel settore da una vita.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se andate a cercarli su Instagram capirete subito perché sono unici. Difatti troverete i video con Antonio che come un maestro orologiaio di fine Ottocento è al banco di lavoro che taglia, sega, lima e costruisce pezzo per pezzo il prossimo occhiale da consegnare al cliente finale</strong> oppure a una realtà indipendente che si avvale del suo savoir-faire per una collezione-capsule. La curiosità è che la sua preziosa manualità è ben visibile in diretta, visto che il negozio in via Barberia – da qui il nome dell’attività – ha una vetrina sul suo laboratorio. E tutti i giorni per almeno tre o quattro ore ve lo potete gustare all’opera.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A vista, uguale alle cucine dei ristoranti stellati. A vista, uguale, dice sorridendo il suo socio Marco</strong>, alle signorine in vetrina ad Amsterdam. E una volta che avete osservato l’attenzione al dettaglio che ci mette Antonio e la perizia della sua manualità e soprattutto il risultato finale che ottiene, be’ l’innamoramento al prodotto è assicurato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Di solito a questo punto si scopre che il prezzo degli oggetti in questione è riservato a nababbi. Invece no. <strong>Questi occhiali su misura costano come quelli industriali dei marchi più fighetti e di tendenza.</strong> Si parte da un prezzo di 500 euro fino a salire anche di molto per complicazioni e uso di materiali esotici per soddisfare il nababbo che è insito nel vostro animo oppure per replicare alla perfezione un occhiale storico appartenuto a un vostro amato avo. E se 500 euro per un occhiale sono fuori dalla vostra portata, potete sempre annusare l’atmosfera della loro originalità perché il negozio propone anche una attenta selezione di occhiali di marchi realmente indipendenti a partire da 100 euro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Marco e Antonio come sono arrivati ad avere un’attività così originale? La parola magica è la passione, rispondono loro, in abbinamento a esperienza, artigianalità e all’amore per le lastre giapponesi di acetato di cellulosa – l’eccellenza per questo tipo di occhiali. <strong>Insieme all’ispirazione che arriva dai grandi maestri internazionali degli occhiali “bespoke” e “tailor made”: i leggendari Maison Bonnet, Tom Davies e Jacques Mariemage.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A differenza dei tanti negozi italiani di occhiali che propongono l’omologazione industriale e inseguono lo sconto e l’offerta sensazionalistica, qui capita spesso che il cliente – se è abbastanza simpatico ai titolari – vada con loro nella vicina osteria a bere un buon bicchiere di vino mentre sceglie – catalogo alla mano – la lastra di acetato che più si adatta ai suoi gusti. Ed è così per tutto il resto: modellistica, dimensioni, ponte, calibro, finiture, eccetera, fino all’anamnesi del cliente, per comprendere appieno il suo stile. Che più su misura di così non si può.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Infine, l’occhiale su misura si può ordinare a distanza? No, tocca alzare il culo e andare da loro a Treviso. E anche questo, nell’era di Amazon Prime e della consegna a domicilio il giorno dopo, ha un non so che di originale.</strong> D’altronde anche nei ristoranti stellati tocca andarci di persona, come ad Amsterdam, dalle signorine in vetrina.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Michele Mengoli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.mengoli.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>www.mengoli.it</em></strong></a></p>
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		<title>Come un orologio può cambiarti la vita: la storia bella &#038; potente di Stefano Mazzariol. Ovvero: quando il destino, a volte, ha una puntualità svizzera</title>
		<link>https://www.pangea.news/stefano-mazzariol-michele-mengoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Dec 2019 08:55:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'ammazzacaffè]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Mengoli]]></category>
		<category><![CDATA[orologi]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Mazzariol]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa è una storia bella e potente. Prima di raccontarvela però va fatta una premessa necessaria perché le persone comuni non sanno che l’orologeria meccanica da polso di alta gamma dei modelli d’epoca sta attraversando uno dei suoi momenti migliori, con record mondiali per pezzi rarissimi che alle aste specializzate spuntano cifre da molti milioni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Questa è una storia bella e potente. Prima di raccontarvela però va fatta una premessa necessaria perché le persone comuni non sanno che l’orologeria meccanica da polso di alta gamma dei modelli d’epoca sta attraversando uno dei suoi momenti migliori, <strong>con record mondiali per pezzi rarissimi che alle aste specializzate spuntano cifre da molti milioni di euro, come nel celeberrimo caso del Rolex Daytona a carica manuale appartenuto all’attore Paul Newman</strong> che nel 2017 è stato venduto dalla casa d’aste Phillips di New York per l’astronomica somma di 17,8 milioni di dollari.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, in sintesi, attualmente l’orologeria vintage gode di una crescita ininterrotta che al confronto la borsa americana pare un bond tedesco a rendita negativa e che per molti appassionati e collezionisti è diventata una sorta di bene rifugio. Va anche aggiunto che non sempre è andata così e che <strong>una quarantina di anni fa o poco meno quasi non esisteva neppure l’idea di collezionare orologi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E la nostra storia, in effetti, inizia nel 1983, nel market di Portobello Road, a Londra, dove il 19enne livornese Stefano acquista un Rolex Datejust.</strong> Appena rientra in Italia lo vende a un suo amico che se ne innamora al primo sguardo. “Una passione che potrebbe diventare un lavoro”, pensa Stefano. Allora inizia a fare sul serio, studiando, fotografando e catalogando tutto. Ma ai tempi non c’è Internet. C’è la sua Y10 e la Polaroid e le aste a Ginevra dove lui fa avanti e indietro da Livorno.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Passano un paio di anni. Siamo sempre a Londra quando Stefano si imbatte in un orologio rotto, nel meccanismo, ma integro nel quadrante e nella cassa. Lo riconosce perché qualche mese prima ne ha visto uno identico battuto all’asta per 100 milioni di lire, che all’epoca sono semplicemente soldi a palate.</strong> Si tratta di un rarissimo Patek Philippe Ref. 130 in acciaio con quadrante nero. La richiesta dell’antiquario londinese è di 5 milioni di lire, una somma enorme per Stefano.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Allora chiede aiuto al padre che gli dà del matto ma è la nonna che si fa convincere e lo finanzia. Così, rischiando gran parte dei soldi di famiglia, lo acquista e lo manda in Patek Philippe per farlo restaurare. <strong>Passa un anno e l’orologio torna perfettamente funzionante. A questo punto si fionda in una nota casa d’aste italiana e glielo propone. Gli offrono una cifra che non lo soddisfa. </strong>Ci pensa qualche istante perché quei soldi gli farebbero comodo. Ma non sono quelli che voleva ottenere. Perciò saluta e se ne va.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando è in strada, dalla finestra lo richiamano su e accettano le sue condizioni.</p>
<p style="text-align: justify;">“Per una cifra”, dice Stefano, “che mi ha cambiato la vita”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="https://www.mazzariolstefanolibrary.com/it/stefano-mazzariol/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Stefano di cognome fa Mazzariol.</a> Oggi è uno dei commercianti di orologi vintage più conosciuti al mondo, oltre che scrittore di un paio di libri sui Daytona che fanno parte della bibliografia indispensabile per gli appassionati</strong> e titolare della banca dati fotografica sugli orologi d’epoca – e della relativa raccolta sui seriali dei modelli – più completa al mondo. Banca dati al quale è iscritto il 70% dei commercianti internazionali oltre ai collezionisti più esigenti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questa, dicevamo all’inizio, è una storia bella e potente perché racconta di come una passione – coltivata con tenace perseveranza e, inevitabilmente, con la sua bella dose di fortuna e complicità del destino</strong> – possa cambiare la vita di un uomo, indirizzandola, con la puntualità di un orologio svizzero di alta gamma, proprio dove lui l’ha voluta portare.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.mengoli.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Michele Mengoli</em></strong></a></p>
<p><em>*In copertina: Stefano Mazzariol</em></p>
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		<title>Sandro Fratini, un uomo-leggenda: possiede la collezione di orologi più importante al mondo (valore stimato: 1 miliardo di euro circa). Ecco la sua storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Jun 2019 08:43:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[L'ammazzacaffè]]></category>
		<category><![CDATA[collezionismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Michele Mengoli]]></category>
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		<category><![CDATA[Rolex]]></category>
		<category><![CDATA[Sandro Fratini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono uomini che non sono classificabili per il lavoro che fanno, perché le molteplici attività che portano avanti non hanno alcuna attinenza tra loro. Tra questi uomini, talvolta, c’è un filo conduttore che li caratterizza: la passione per ciò che fanno. E per pochi di loro questa passione diventa anche coinvolgente per chi hanno [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sandro-fratini-collezione-orologi-mondiale/">Sandro Fratini, un uomo-leggenda: possiede la collezione di orologi più importante al mondo (valore stimato: 1 miliardo di euro circa). Ecco la sua storia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Ci sono uomini che non sono classificabili per il lavoro che fanno, perché le molteplici attività che portano avanti non hanno alcuna attinenza tra loro.</strong> Tra questi uomini, talvolta, c’è un filo conduttore che li caratterizza: la passione per ciò che fanno. E per pochi di loro questa passione diventa anche coinvolgente per chi hanno intorno, per chi ha la fortuna di frequentarli.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Uno di questi uomini è il fiorentino 65enne Sandro Fratini. Come detto, non è immediatamente classificabile, anche se per una delle sue passioni è diventato da tempo una vera e propria leggenda mondiale. In quale campo? Il collezionismo di orologi meccanici di alta gamma.</strong> Difatti è sua la collezione di orologi da polso, in gran parte d’epoca, più importante al mondo, con oltre 2mila pezzi – soprattutto Rolex, Patek Philippe, Vacheron Constantin e Audemars Piguet – per un valore stimato di circa 1 miliardo di euro – sì, non è un refuso: mille milioni di euro – raccolti in oltre quarant’anni di ricerca continua e costantemente di altissimo livello, con una rete capillare di osservatori/segnalatori in tutto il mondo e con uno staff dedicato, che vede al suo vertice il fiuto dello stesso Fratini e l’eccezionale savoir faire del maestro orologiaio Guerrino Fini alla manutenzione e al restauro filologico di questo incredibile tesoro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come può valere così tanti soldi questa collezione? Semplice. Ogni orologio è una rarità.</strong> Per esempio, il Patek Philippe da polso più costoso di sempre è la Referenza 1518 in acciaio, un cronografo con calendario perpetuo battuto all’asta nel 2016 per 11 milioni di dollari.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fratini, lei quanti ne ha di Ref. 1518? “Due – risponde lui con un sorriso – ma li ho pagati molto meno di questa cifra quando li ho acquistati tanti anni fa e a dire il vero è così per tutta la collezione, compresi pezzi unici e prototipi di vari modelli, che oggi hanno un valore inestimabile.</strong> Negli ultimi anni il valore di mercato è salito in maniera esponenziale e io ho avuto la fortuna di acquisire gran parte della mia collezione in tempi dove i prezzi erano sensibilmente più bassi”. D’altronde, precisa lui: “Il valore economico della mia collezione è solo teorico perché non ho nessuna intenzione di venderne nemmeno uno. Sceglierà poi mio figlio Giulio cosa farne quando io non ci sarò più”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro modo per comprendere l’eccezionalità di questa collezione? Eccola. Un orologio da polso, soprattutto d’epoca, pesa in media intorno ai 100 grammi di peso o meno ancora. Fratini, ci consenta di sdrammatizzare l’importanza del valore economico con un confronto che si fa di solito dal fruttivendolo. Quanti chilogrammi di Rolex Daytona “Paul Newman” e/o Daytona con movimenti manuali – i più rari – possiede e quanti perpetui di Patek Philippe? “Devo ammetterlo, a peso siamo nell’ordine di decine di chilogrammi”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Siccome tra gli appassionati Sandro Fratini è leggenda, la sua storia collezionistica è nota e parte da un Rolex 9 carati regalato dalla nonna, si alimenta intorno ai 18 anni con il primo acquisto personale – un Universal Geneve – e decolla negli anni Settanta. </strong>Il resto è storia. Fino a qui però abbiamo parlato di una sua passione e le altre?</p>
<p style="text-align: justify;">Sono denim, real estate, hotellerie e sostenibilità del pianeta. Il denim perché la storia di Sandro Fratini è legata indissolubilmente a questo tessuto, <strong>con il padre che nel 1958 ha fondato Rifle, uno dei marchi che ha fatto la storia del jeans. Real estate perché la famiglia, da decenni, ha diversificato il business, soprattutto nel settore dell’accoglienza, con una decina di hotel di proprietà tra Firenze, Venezia e Roma</strong> – su tutti spiccano i tre L’Orologio nelle relative città, dove l’arredamento totalmente su misura ricorda la sua passione per le lancette –, mentre la sostenibilità è legata alle bio masse, nuova sfida dei Fratini, con il già citato Giulio, 28enne figlio unico di Sandro, che dopo la laurea in ingegneria al Politecnico di Milano e Master a Londra ha affiancato il padre nelle attività di famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Come si diceva all’inizio, l’unicità del personaggio, però, è legata alla passione che lo spinge (e che è coinvolgente per chi lo frequenta). Un esempio? Chiediamogli di Piazza Santa Maria Novella a Firenze&#8230; “Nei primi anni Duemila l’ho vista degradata e ho avuto una visione che si è trasformata in una delle più belle piazze d’Italia e dove adesso possediamo 5 hotel e 35 appartamenti”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ecco, in un tempo dove i grandi imprenditori italiani tendono a disimpegnarsi economicamente dall’Italia, fa piacere sapere che qualcuno va in controtendenza.</strong> Succede quando la passione è più forte della ragione. Poi, magari, diventa anche un business redditizio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Michele Mengoli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.mengoli.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>www.mengoli.it</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sandro-fratini-collezione-orologi-mondiale/">Sandro Fratini, un uomo-leggenda: possiede la collezione di orologi più importante al mondo (valore stimato: 1 miliardo di euro circa). Ecco la sua storia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>La pubblicità con le celebrità (o sfruttando le malizie degli influencer) non funziona più. Meglio tappezzare gli autobus di Montecarlo con un orologio che costa 810mila euro!</title>
		<link>https://www.pangea.news/come-fare-pubblicita-michele-mengoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 May 2019 09:34:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel mondo di oggi, lo sappiamo tutti, se non ti distingui, non esisti. Ma la difficoltà, ovviamente, è distinguersi con classe e originalità, in modo intelligente, meglio con un filo d’ironia. Mentre, troppo spesso, nel mondo della pubblicità e della comunicazione in genere, assistiamo a una gara all’eccesso o all’involontariamente ridicolo per il marchio che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/come-fare-pubblicita-michele-mengoli/">La pubblicità con le celebrità (o sfruttando le malizie degli influencer) non funziona più. Meglio tappezzare gli autobus di Montecarlo con un orologio che costa 810mila euro!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Nel mondo di oggi, lo sappiamo tutti, se non ti distingui, non esisti. Ma la difficoltà, ovviamente, è distinguersi con classe e originalità</strong>, in modo intelligente, meglio con un filo d’ironia. Mentre, troppo spesso, nel mondo della pubblicità e della comunicazione in genere, assistiamo a una gara all’eccesso o all’involontariamente ridicolo per il marchio che la propone.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Prendiamo il settore dell’orologeria meccanica di alta gamma, quella, per capirci, che varia da un listino prezzi di qualche migliaio di euro fino a oltre il milione per orologi senza pietre preziose, che quindi sono così tanto esclusivi per la difficoltà del <em>savoir faire</em> meccanico – oltreché, bisogna dirlo, per una precisa scelta di marketing.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questo caso per eccesso e zero senso del ridicolo intendiamo tutti quei marchi che ancora oggi puntano, senza averne il benché minimo requisito, all’immagine del fine artigiano chinato sull’antico banco di lavoro in legno a decorare manualmente un orologio</strong>, di fronte a una finestra dal panorama innevato d’alta montagna, magari per un brand industriale che in una grande città svizzera produce decine di migliaia di pezzi all’anno dentro una sede che in realtà assomiglia molto di più a una modernissima fabbrica di automobili con catena di montaggio annessa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Figura ancora più barbina la fanno i marchi che puntano gran parte della loro comunicazione sui testimonial: sia attori, cantanti e sportivi famosi. Perché è sbagliato e, talvolta, sfocia addirittura nel ridicolo?</strong> Perché quasi sempre questi attori, cantanti e sportivi famosi vengono poi immortalati nel loro tempo libero con al polso i soliti 3 marchi che fanno tendenza, alla faccia dell’azienda che invece li ha pagati per indossare orologi che in realtà queste celebrità non porterebbero nemmeno sotto tortura.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma nella scala di riuscire a fare ancora peggio in termini di comunicazione super banale e squalificante ci sono i tanti marchi che si affidano agli onnipresenti influencer su Instagram. Perché? <strong>Semplice. Ieri l’influencer di turno ha fatto un post con il marchio Tizio. Oggi ne fa uno con l’orologio Caio. E domani ne fa un altro con Sempronio. Che esclusività trasmette un messaggio del genere?</strong> La risposta è altrettanto semplice. Che questi marchi sono alla canna del gas.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per fortuna non tutto è perduto. Una delle più evocative campagne di sempre è stata lanciata nel lontano 1996 – nel campo della pubblicità è preistoria – e funziona ancora alla grande. </strong>È quella dell’agenzia londinese Leagas Delaney per la storica e sempre in salute Patek Philippe, con due celeberrimi slogan: “Ogni tradizione ha un suo inizio” e “Un Patek Philippe non si possiede mai completamente. Semplicemente, si custodisce. E si tramanda”. Ciao, c’è tutto!</p>
<p style="text-align: justify;">Se quasi sempre non sono originali i marchi, figurarsi i punti vendita concessionari multibrand. Allora vale la pena chiudere con un’accoppiata al top. Il marchio Greubel Forsey propone orologi da 200mila euro a oltre il milione, con una produzione annuale di un centinaio di pezzi. Mentre la boutique Art in Time di Montecarlo è uno dei più noti “incubatori” di marchi della migliore orologeria indipendente. <strong>Che mossa hanno studiato? Tappezzare gli autobus monegaschi di un orologio che costa 810mila euro!</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Originalità, intelligenza e ironia. E chi sarà dietro quell’autobus, magari in Bentley, Rolls Royce e Lamborghini, lo saprà apprezzare. Tutti in piedi e 10 minuti di applausi!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Michele Mengoli</em></strong></p>
<p><a href="http://www.mengoli.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>www.mengoli.it</em></strong></a></p>
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		<title>L’importante è che se ne parli. Discorso sulla regola aurea della comunicazione, da Vittorio Sgarbi a “Brandina” che assume una commessa di 80 anni</title>
		<link>https://www.pangea.news/limportante-e-che-se-ne-parli-discorso-sulla-regola-aurea-della-comunicazione-da-vittorio-sgarbi-a-brandina-che-assume-una-commessa-di-80-anni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 May 2019 07:52:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’importante è che se ne parli. È così? Probabilmente la risposta dipende dal target al quale ci rivolgiamo. Cantanti, attori, artisti, fotografi, politici, personaggi televisivi e famosi perché famosi&#8230; Molti, negli ultimi decenni, hanno perseguito con ostinazione la famosa massima di Oscar Wilde. Da Madonna a Paris Hilton. Da Oliviero Toscani a Corona. Da Sgarbi [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>L’importante è che se ne parli. È così? Probabilmente la risposta dipende dal target al quale ci rivolgiamo. Cantanti, attori, artisti, fotografi, politici, personaggi televisivi e famosi perché famosi&#8230;</strong> Molti, negli ultimi decenni, hanno perseguito con ostinazione la famosa massima di Oscar Wilde. Da Madonna a Paris Hilton. Da Oliviero Toscani a Corona. Da Sgarbi a Salvini. Da Renzi a Di Battista, eccetera. Tutti, a vario titolo, hanno spinto l’acceleratore in questo senso, eccedendo ed entrando a gamba tesa su ogni genere di argomento.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò, di fatto, rientra nella strategia di <em>personal branding</em> di questi personaggi, che sia studiata nei minimi dettagli o che sia – anche – frutto del carattere, come, è da presumere, nel caso di Sgarbi. <strong>E anche la quasi ventennale partnership di enorme successo mediatico tra Benetton e Toscani, al quale l’azienda ha affidato “chiavi in mano” la sua immagine dal 1982 al 2000</strong>, era rappresentata in toto dalla personale visione del fotografo con il marchio che ne era il potente vettore multimediale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“L’importante è che se ne parli” come strategia di comunicazione aziendale invece è un fenomeno molto meno perseguito, anche perché le criticità sono enormi e più spesso capita il famoso e involontario autogol, come nel 2015 quando il marchio Shoeshine</strong> ha messo in una sua felpa l’etichetta “Falla lavare a tua mamma, è il suo lavoro” e si è guadagnata gli insulti di mezza Italia e, ovvio, il quarto d’ora di celebrità di una schiera di oscure donne in politica, indignate dal sessismo di quel messaggio infelice.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A correre di nuovo il rischio, lo scorso aprile, ci ha pensato la romagnola Brandina, azienda specializzata in borse e accessori, con questo annuncio sui social: «Cercasi simpatica commessa ultraottantenne per nuova apertura».</strong> Chiaramente l’annuncio ci ha messo pochissimo a passare sulle pagine dei giornali, con il proprietario del brand Marco Morosini che intervistato dal <em>QN</em> ha detto: «Cerchiamo un’ottantenne perché ci piace percorrere strade che altri non hanno battuto. Noi non siamo figli di ricerche di mercato. Facciamo questo esperimento con la convinzione di offrire buone opportunità a persone che vogliono mettersi ancora alla prova. Vedremo poi dove tutto questo ci porterà».</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">E alla domanda “Non sarà soltanto una trovata pubblicitaria?” Lui ha risposto: «No, lo faccio perché ci credo. Una “ragazza” di quest’età che si presenta per un colloquio di lavoro evidentemente ha energia da vendere. Se si mette in gioco, vuol dire che ha ancora qualcosa da spendere. Non penso proprio che l’età sia un limite, perché ci sono ragazzi che nascono vecchi e vecchi che muoiono giovani». <strong>Ancora: “Cosa fa la differenza?” Morosini: «Dev’essere simpatica, sorridente e gioviale, positiva per intenderci. Poi chiacchierona, una di quelle che non finiscono mai di parlare. </strong>Si darà il cambio con le altre due giovani commesse e come loro avrà il giorno libero e orari stabiliti. Ma considerata l’età, d’estate non farà il turno dopo cena».</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Articoli sui giornali nazionali. Boom sui social. Curricula a decine. E brontolii vari, tipo: “sarebbe stato meglio riservare quel posto a un giovane disoccupato”. E il 25 aprile, sempre sul <em>QN</em>, il marchio ha replicato: <strong>«Nelle undici botteghe Brandina e in studio l’età media di tutti i nostri dipendenti è di 36 anni e se ora vogliamo dare l’opportunità a una signora di 80 non vediamo alcun problema, anzi è una opportunità in più.</strong> Tra l’altro se sei giovane e vuoi lavorare con noi, mandaci pure il tuo curriculum vitae, abbiamo sempre posizioni aperte».</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che sia una trovata pubblicitaria oppure no, il messaggio funziona e non offende nessuno. Dunque bravo a Marco Morosini di Brandina. Con un pericolo enorme. Quale? Che se il governo se ne accorge, al grido di “ci sono ragazzi che nascono vecchi e vecchi che muoiono giovani”,</strong> ci mette un attimo a fare un decreto per riportare a lavorare migliaia di splendidi 80enni revocandogli anche la minima!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Michele Mengoli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.mengoli.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>www.mengoli.it</em></strong></a></p>
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		<title>Tutto è comunicazione (e la comunicazione si fa celebrando i dettagli). Alcuni esempi: dalla gestione della crisi del Boeing schiantato in Etiopia alla strategia elettorale della “fortitudina” Francesca Puglisi</title>
		<link>https://www.pangea.news/michele-mengoli-comunicazione-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 May 2019 09:17:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il termine “comunicazione”, nel mondo odierno, comprende una vastità di mestieri e di potenziali pericoli. Tutti noi, oggi, anche chi non lavora nell’ambito della comunicazione, fa comunicazione verso gli altri, che siano amici, l’ambito lavorativo o con gli estranei. Questa nostra comunicazione avviene semplicemente perché viviamo e interagiamo col prossimo, sia offline – ossia nella [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il termine “comunicazione”, nel mondo odierno, comprende una vastità di mestieri e di potenziali pericoli. Tutti noi, oggi, anche chi non lavora nell’ambito della comunicazione, fa comunicazione verso gli altri, che siano amici, l’ambito lavorativo o con gli estranei.</strong> Questa nostra comunicazione avviene semplicemente perché viviamo e interagiamo col prossimo, sia <em>offline</em> – ossia nella vita di tutti i giorni, al lavoro o nel tempo libero – sia <em>online</em>, soprattutto sui social. E anche se non siamo sui social, il nostro non esserci è a suo modo una forma di (non) comunicazione.</p>
<p style="text-align: justify;"> *</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche esempio?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A livello globale c’è stata la “gestione della crisi” di Boeing per l’incidente mortale dello scorso 10 marzo del suo 737 Max decollato da Addis Abeba e schiantatosi, probabilmente per un guasto al sistema anti-stallo, causando la morte delle 157 persone a bordo.</strong> E tra le varie strategie adottate da Boeing c’è stata la lettera sui quotidiani, anche italiani, del CEO Dennis Muilenburg, che rivolgendosi a compagnie aeree, passeggeri e comunità del trasporto aereo, ha ribadito l’impegno per la sicurezza della sua azienda, terminando la lettera, hanno notato i più attenti, con la sola firma del nome Dennis, per trasmettere vicinanza ed empatia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La comunicazione è anche questo. Che sia per una multinazionale su scala planetaria o per un albergo della riviera romagnola oppure per una persona fisica, un grande imprenditore, un professionista, un artista o un politico.</strong> Serve una strategia e bisogna fare attenzione ai dettagli.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nei mesi precedenti alle ultime politiche ho guardato con simpatia alle incursioni bolognesi del tifoso Pierferdinando Casini con sciarpone rossoblu al collo in ogni contesto possibile, che fosse la partita allo stadio o un incontro pubblico in una casa del popolo della periferia. <strong>Candidato della coalizione del PD all’uninominale di Bologna, è stato eletto anche per merito di quella sciarpa?</strong> Può essere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ma veniamo a un ulteriore esempio, riguardante un’altra politica di lungo corso: Francesca Puglisi (Fano, 1969), giornalista e già senatrice, responsabile nazionale scuola del PD, candidata ma non rieletta nel 2018 e candidata per le prossime europee. <strong>Che un paio di settimane fa all’esterno del PalaDozza, prima della partita della Fortitudo contro Roseto, ha fatto distribuire dei volantini elettorali con la sua immagine in maglia Fortitudo con lo slogan “Per una fortitudina in Europa”. </strong>Ma a Bologna non l’hanno presa benissimo e la squadra di basket ha addirittura emesso un comunicato ufficiale. «Qualunque situazione che possa veder coinvolti nome e logo al di fuori del contesto sportivo è da considerarsi un’iniziativa personale, che non prevede accordi né legami con il nostro sodalizio». Con lei che ha puntualizzato: «Faccio politica e ritengo che i miei elettori debbano conoscere le mie passioni, nessun opportunismo».</p>
<p style="text-align: justify;"> *</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso non ci resta che aspettare l’esito delle elezioni e vedere se la scelta comunicativa della Puglisi funzionerà. In caso contrario, va detto che il padre, Santi Puglisi, è stato uno stimato dirigente di basket, oltre che a Bologna, anche a Mestre, Trieste e Pesaro.<strong> E va detto che l’altra regola d’oro della comunicazione è avere sempre pronta una strategia efficace per la “gestione della crisi”: il famoso “Piano B”. E vedremo se Francesca Puglisi,</strong> in caso di insuccesso elettorale sul suolo bolognese, avrà pronto un piano B. Magari tra Mestre, Trieste e Pesaro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Michele Mengoli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>www.mengoli.it</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/michele-mengoli-comunicazione-politica/">Tutto è comunicazione (e la comunicazione si fa celebrando i dettagli). Alcuni esempi: dalla gestione della crisi del Boeing schiantato in Etiopia alla strategia elettorale della “fortitudina” Francesca Puglisi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Contro l’Umbria dei furbetti che trovano il posto ai loro amici di partito, sbandieriamo Antonio Gramsci: “Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”</title>
		<link>https://www.pangea.news/michele-mengoli-alberto-forchielli-umbria-gramsci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Apr 2019 09:50:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[L'ammazzacaffè]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Forchielli]]></category>
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		<category><![CDATA[PD]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
		<category><![CDATA[Umbria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con Alberto Forchielli ci abbiamo scritto tre libri sulla necessità di “muovere il culo” in Italia ma va detto che l’eccezione che conferma la regola è l’Umbria. Non lo dico mica io. Lo dice la magistratura. “Un quadro avvilente di totale condizionamento della sanità pubblica agli interessi privatistici e alle logiche clientelari politiche”; nonché “uno [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/michele-mengoli-alberto-forchielli-umbria-gramsci/">Contro l’Umbria dei furbetti che trovano il posto ai loro amici di partito, sbandieriamo Antonio Gramsci: “Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Con <a href="http://www.albertoforchielli.com/about/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Alberto Forchielli</a> ci abbiamo scritto tre libri sulla necessità di “muovere il culo” in Italia ma va detto che l’eccezione che conferma la regola è l’Umbria. Non lo dico mica io. Lo dice la magistratura.</strong> “Un quadro avvilente di totale condizionamento della sanità pubblica agli interessi privatistici e alle logiche clientelari politiche”; nonché “uno stabile e consolidato asservimento della dirigenza sanitaria agli interessi di parte della locale classe politica”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul <em>Corriere</em> del 15 aprile, Giovanni Bianconi spiega la questione: “L’obiettivo dei politici è il consenso elettorale; quello dei dirigenti ‘acquisire consenso presso i propri referenti politici e conseguentemente assicurarsi il mantenimento dell’attuale posizione lavorativa’. <strong>Conclusione: ‘Il criterio della selezione per merito non esiste, o meglio è stato bandito dall’Ospedale di Perugia. E che ciò avvenga in un settore così nevralgico ed importante per la vita e la salute dei cittadini quale il servizio sanitario rende tali condotte ancora più odiose’”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Aggiunge Bianconi: “In un colloquio registrato, Duca – Emilio Duca, il direttore generale degli Ospedali di Perugia, <em>ndr</em> – confessa che se fosse intercettato verrebbero fuori ‘cinque reati ogni ora’ e gli inquirenti gli danno amaramente ragione”. <strong>E quando Duca trova la soluzione per sistemare in un colpo solo tre raccomandate di altrettanti politici “esulta con il direttore amministrativo Maurizio Valorosi: ‘Le sistemiamo tutte e tre così abbiamo fatto contenti tutti&#8230; tanto bene è venuta, un bijoux’”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Non la trovate emozionante tutta questa passione per il proprio lavoro?</p>
<p style="text-align: justify;">E se i magistrati – nella loro concezione antica del lavoro non ancora 4.0 – denunciano – si legge sul <em>Corriere</em> del giorno dopo – “un ‘consolidato e collaudato meccanismo per cui ogni singola fase concorsuale viene subordinata al soddisfacimento degli interessi della classe politica, con un’ingerenza centrale e prevalente da parte di Barberini, Marini e Bocci’…” compresi “alcuni posti riservati alle ‘categoria protette’ dei disabili”; d’altro canto, per chi invece ha una visione moderna, innovativa, pragmatica, non si può non notare l’abnegazione totale al raggiungimento degli obiettivi prestabiliti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perciò bravi, applausi. Per noi che non siamo la magistratura i nomi degli indagati contano il giusto. Conta un po’ di più da dove arrivano questi politici. Ossia da quel PD che stratificazioni secolari precedenti aveva tra le sue fila un uomo come Antonio Gramsci</strong>, autore, nel 1917, di un testo che diceva: “Odio gli indifferenti… Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Continuava poi Gramsci: “Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini.</strong> Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano… Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco. Detto ciò, pensate solo se tutto quell’impegno di chi parteggia fosse rivolto al bene di tutti. A come sarebbe l’Umbria.</p>
<p style="text-align: justify;">E l’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Sì, usando le parole di Duca: “un bijoux”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Michele Mengoli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>www.mengoli.it</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/michele-mengoli-alberto-forchielli-umbria-gramsci/">Contro l’Umbria dei furbetti che trovano il posto ai loro amici di partito, sbandieriamo Antonio Gramsci: “Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Pietro Pensa, il Sindaco che mette in vendita il suo Comune come Totò e Peppino la Fontana di Trevi. Ovvero: metodi spudorati per farsi pubblicità</title>
		<link>https://www.pangea.news/pietro-pensa-esino-lario-michele-mengoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Apr 2019 09:31:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lo dico sempre. La realtà supera di gran lunga ogni genere di finzione artistica. A confermarlo, stavolta, è il colpo di teatro del sindaco Pietro Pensa che lo scorso 5 aprile ha comprato pagina 10 del Corriere della Sera per metterci la pubblicità – pagata dai suoi concittadini e probabilmente un po’ anche da tutti [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/pietro-pensa-esino-lario-michele-mengoli/">Pietro Pensa, il Sindaco che mette in vendita il suo Comune come Totò e Peppino la Fontana di Trevi. Ovvero: metodi spudorati per farsi pubblicità</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Lo dico sempre. La realtà supera di gran lunga ogni genere di finzione artistica. A confermarlo, stavolta, è il colpo di teatro del sindaco Pietro Pensa</strong> che lo scorso 5 aprile ha comprato pagina 10 del <em>Corriere della Sera </em>per metterci la pubblicità – pagata dai suoi concittadini e probabilmente un po’ anche da tutti noi – intitolata “AAA Vendesi Esino Lario”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Diciassette righe di testo bianco su fondo blu che il giorno successivo hanno fatto parlare tutti i media d’Italia,</strong> con il <em>Quotidiano Nazionale</em> che addirittura gli ha concesso la foto grande di prima pagina. Quindi bravo sindaco per la capacità comunicativa, fatta coi nostri soldi.</p>
<p style="text-align: justify;">Diciassette righe di testo bianco su fondo blu che dopo l’introduzione – “Esino Lario è un comune italiano di 747 abitanti in provincia di Lecco” – spiegano per firma del sindaco <strong>che il paesino: “in questi anni è stato una guida e un’ispirazione per lo spirito imprenditoriale di migliaia di piccoli comuni italiani, culminante nell’organizzazione, nel 2016, del Raduno Internazionale di Wikipedia.</strong> Un’impresa del genere dimostra che quando coraggio e voglia di fare coesistono, nessun obiettivo è davvero irraggiungibile”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ovvio. C’è un però. “Ogni giorno i piccoli comuni italiani (tra cui il nostro) sono lasciati soli a lottare contro lo spopolamento, la mancanza di fondi e la difficoltà delle istituzioni nel fornire supporto”. Quindi: “Nonostante i tentativi di resistere ad ogni costo, purtroppo non abbiamo più le risorse per combattere problemi più grandi di noi. <strong>Ecco perché ho deciso di prendere una posizione forte per il bene di tutti, mettendo in vendita tutti i luoghi simbolo del Comune di Esino Lario”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Così all’indirizzo <a href="http://vendesiesino.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">vendesiesino.it </a>c’è la sezione shop: <strong>il Municipio costa 200mila euro, il cartello turistico “Benvenuti a Esino Lario, perla delle Grigne” si porta a casa con 1.250 euro, una panchina per 280 euro,</strong> un lampione va via a 850 euro e per la storica Villa Clotilde servono 300mila.</p>
<p style="text-align: justify;">Dite, è tutta farina del sacco del sindaco? No. Su <em>Repubblica</em> di Milano spiega che l’idea non è solo sua “ma è nata dal lavoro di squadra dell’intera giunta”. <strong>Applausi alla sinergia di menti geniali che probabilmente, a questo punto, la Silicon Valley e il distretto biotecnologico di Boston faranno carte false per portarceli via.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Poi il sindaco aggiunge che Esino Lario, nonostante tutto, è sempre più “vivibile, connesso, proiettato nel futuro e appetibile per i giovani. <strong>Molte delle iniziative promosse dalla mia amministrazione vanno in questa direzione, dall’introduzione del wi-fi gratuito e delle colonnine per le auto elettriche</strong> alla ristrutturazione della scuola e alla riapertura del cineteatro dopo 60 anni. Ma si può fare di più”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è vero che si può fare di più, anche perché non solo “i piccoli comuni italiani sono lasciati soli a lottare” ma anche la Capitale pare abbandonata a se stessa, come il comparto educativo e quello infrastrutturale di tutto il Paese, per non dire della sanità e del polo tecnologico, eccetera.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma l’aspetto inquietante della provocazione del sindaco Pensa è un altro:<strong> il rischio dello spirito di emulazione. Quanti altri sindaci d’Italia partiranno con qualcosa di analogo? Farsi pubblicità sputtanando se stessi.</strong> Un grande classico che non tramonta mai, come Totò e Peppino che vendono la Fontana di Trevi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Michele Mengoli</em></strong></p>
<p><a href="http://www.mengoli.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>www.mengoli.it</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/pietro-pensa-esino-lario-michele-mengoli/">Pietro Pensa, il Sindaco che mette in vendita il suo Comune come Totò e Peppino la Fontana di Trevi. Ovvero: metodi spudorati per farsi pubblicità</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Il mondo dell’editoria italiana è pieno di “cattiveria atroce”, gratuita, inutile, meschina. Forchielli definisce tali imprenditori miserabili disperati, io dico che è bene imitare il Giappone e perseguire l’armonia</title>
		<link>https://www.pangea.news/editoria-italiana-forchielli-michele-mengoli-cattiveria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Apr 2019 09:11:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'ammazzacaffè]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Forchielli]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Mengoli]]></category>
		<category><![CDATA[Reiwa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Leggendo i giornali del 2 aprile scopriamo che il Giappone, dal prossimo primo maggio, entra nell’era dell’“ordinata armonia” – il termine giapponese è “Reiwa” –, in concomitanza con l’incoronazione di Naruhito, 59 anni, che succederà nel ruolo non banale di imperatore al posto del padre Akihito, che a 85 anni si è rotto le balle [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/editoria-italiana-forchielli-michele-mengoli-cattiveria/">Il mondo dell’editoria italiana è pieno di “cattiveria atroce”, gratuita, inutile, meschina. Forchielli definisce tali imprenditori miserabili disperati, io dico che è bene imitare il Giappone e perseguire l’armonia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Leggendo i giornali del 2 aprile scopriamo che il Giappone, dal prossimo primo maggio, entra nell’era dell’“ordinata armonia” – il termine giapponese è “Reiwa” –, in concomitanza con l’incoronazione di Naruhito, 59 anni</strong>, che succederà nel ruolo non banale di imperatore al posto del padre Akihito, che a 85 anni si è rotto le balle e ha deciso di abdicare – va detto, le motivazioni ufficiali sono più articolate.</p>
<p style="text-align: justify;">Si sa, in Giappone non scherzano. <strong>I due caratteri che significano “ordinata armonia” saranno ovunque: dalle monete ai calendari, dalle testate dei quotidiani fino ai documenti ufficiali. </strong>E il premier Shinzo Abe – si legge sul Corriere – ha spiegato che Reiwa rappresenta l’aspirazione che “nel nostro popolo ognuno si prenda cura dell’altro, in un bel clima di armonia e speranze”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In Italia, lo stesso giorno, al contrario, abbiamo scoperto perché Said Machaouat, 27 anni, cittadino italiano di origini marocchine, lo scorso 23 febbraio ha sgozzato il commesso 33enne Stefano Leo. </strong>Said l’ha detto al procuratore vicario di Torino, Paolo Borgna: “Era troppo felice. Non sopportavo la sua felicità. Volevo togliergli le promesse del futuro. Toglierlo ai suoi figli, ai suoi parenti e ai suoi amici”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla notizia, il <em>Quotidiano Nazionale</em> chiede un commento allo psichiatra Renato Ariatti, che lapidario dice: “Non chiamatela follia, è cattiveria atroce”.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlando per esperienza personale, quindi nell’ambito della mia vita e dei miei lavori, sapete cosa vi dico? <strong>Che in Italia di gente dalla cattiveria atroce ne ho incontrata anche a livello professionale.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Solo pochi esempi dell’ultimo anno capitati a me o a persone che conosco bene: <strong>l’editore di libri piuttosto famoso e ghigno snob che paga autori e collaboratori con ritardi annuali; il direttore editoriale che fa lo sbruffone impunito oltre ogni regola, tipo modificando di nascosto il pdf definitivo già approvato dall’autore; l’editore di giornali a tiratura nazionale che cambia il contratto al collaboratore perché i 4 soldi che prende sono comunque troppi; poi giù, a scendere nella catena alimentare</strong>, fino al minuscolo editore specializzato e ad alcuni “giornalistucoli” di settore e compagnia bella, tutti a primeggiare nell’essere il più atrocemente cattivo tra editoria, giornalismo e comunicazione, che, appunto, rappresentano i miei ambiti lavorativi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ognuno di loro, in variabili diverse, è davvero accomunato dalla stessa cattiveria atroce nei confronti di taluni, che forse, come nel caso di Said, risultano troppo felici o, più spesso, nella logica di essere forti con i deboli e deboli – e leccaculi – con i forti.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l’aggravante che questi comportamenti non arrecano reali vantaggi, se non forse in termini di spiccioli. <strong>Tant’è che Alberto Forchielli li definisce dei miserabili disperati. Ed è per questo che si tratta di cattiveria atroce, perché è del tutto gratuita, meschina, senza scrupoli e senza vantaggi</strong> – nell’eventualità che qualcuno accetti cinicamente l’idea machiavellica del fine che giustifica i mezzi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ecco perché trovo meravigliosa l’aspirazione dei giapponesi a prendersi cura dell’altro.</strong> Azione che potrebbe funzionare molto meglio anche da noi se ci decidessimo tutti, finalmente, a dare dei gran calci nel culo alla gente dalla cattiveria atroce; certo, in un bel clima di armonia e speranze.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Michele Mengoli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>www.mengoli.it</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/editoria-italiana-forchielli-michele-mengoli-cattiveria/">Il mondo dell’editoria italiana è pieno di “cattiveria atroce”, gratuita, inutile, meschina. Forchielli definisce tali imprenditori miserabili disperati, io dico che è bene imitare il Giappone e perseguire l’armonia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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