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	<title>Massimiliano Parente Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Sun, 12 Nov 2023 05:28:26 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Requiem per Antonio D’Orrico. Sulla delirante pratica del “marketting” e lo “svettante nanismo” di alcuni giornalisti</title>
		<link>https://www.pangea.news/antonio-dorrico-requiem/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Nov 2023 05:28:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio D'Orrico]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[cultura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[marchette]]></category>
		<category><![CDATA[marketting]]></category>
		<category><![CDATA[Massimiliano Parente]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Ferrucci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Credo che non potesse capitare scrittore più giusto di Ken Follett con il suo romanzo Le armi della luce per quest’ultimo appuntamento con voi, cari lettori. È giusto perché Follett è un narratore (cosa diversa da uno scrittore) e io ho sempre preferito i narratori. (…) Non c’è voto stavolta (sapeste quanto mi è costato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«<em>Credo che non potesse capitare scrittore più giusto di Ken Follett con il suo romanzo </em>Le armi della luce<em> per quest’ultimo appuntamento con voi, cari lettori. È giusto perché Follett è un narratore (cosa diversa da uno scrittore) e io ho sempre preferito i narratori. (…) Non c’è voto stavolta (sapeste quanto mi è costato doverli dare). La mia gratitudine a voi tutti</em>». </strong></p>
<cite><strong>(Antonio D’Orrico, “la Lettura” #620, 15 ottobre 2023)</strong></cite></blockquote>



<p>Questo è il (peloso) commiato dai lettori che la ex <em>vedett</em>e dei recensori italiani, il celebre inventore del cosiddetto <em>marketting</em> editoriale, ha affidato alla sua ultima rubrica “La pagella” nel supplemento culturale del <em>Corriere della Sera</em>. Diciamo “peloso” perché l’affermazione <em>sapeste quanto mi è costato</em> dare voti ai libri recensiti o segnalati è melensamente falsa, tipica di chi vuol apparire immacolato di fronte al bilancio definitivo di una carriera che definire discutibile è pietoso eufemismo. Sul <em>marketting</em> di Antonio D’Orrico, ovvero sulla sua politica di potere consolidatasi in una specie di canone giornalistico, abbiamo parlato in più occasioni: una critica che stroncava o esaltava in modo arbitrario e naïf libri, scrittori e generi, per promuovere soprattutto amici, colleghi e protetti, nonché autori che andavano lanciati per fini commerciali. Con le sue tipiche argomentazioni facili e dirette, con la sbrigatività superficiale e irriguardosa che lo rese famoso, ai tempi d’oro D’Orrico riusciva a creare un’amplificazione sui giornali che poteva anche durare mesi. Ma grazie al Cielo erano altri tempi.</p>



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<p><strong>Oggi che ha dichiarato di uscire di scena possiamo fare un riassunto ragionato delle nefandezze di cui il nostro, ormai settantenne, si è macchiato negli ultimi decenni. </strong>Non stiamo esagerando con queste definizioni, perché la sua instancabile attività, certo non fine a se stessa, aveva un disegno strategico chiaro: <em>riformare</em> – ossia ridefinire, ridimensionare, semplificare – il comune sistema cognitivo con cui si legge, si valuta, si vive e si introietta un’opera letteraria. <em>Modernizzarlo</em>, per usare un altro eufemismo. L’obiettivo era ridisegnare i canoni artistici ed estetici della narrativa, svuotarli del loro significato e potenziale espressivo, per trasformarli in criteri generali di immediata suggestione, superficialmente pratici, di facile fruizione e smercio. Un disegno, come si vede, fatalmente asservito al moderno funzionamento della macchina industriale che produce libri, per trarne il massimo profitto monetario col minimo investimento in termini di patrimonio autoriale. <strong>In altre parole, si voleva rieducare l’utenza per farne fonte di reddito, a diretto beneficio di un’<em>élite</em> di autori e autrici funzionali al sistema, irreggimentati a dovere</strong>, sfruttando l’autorevolezza e l’appeal mediatico del recensore a fini essenzialmente corporativi.</p>



<p>Per fare qualche esempio, l’arroganza con cui il braccio armato D’Orrico esercitava il suo ruolo diventa evidente quando, il 4 settembre del 2003, sul supplemento “Sette” del <em>Corsera</em>, offende gratuitamente la scrittrice Rosa Matteucci per il suo libro <em>Libera la Karenina che è in te</em>: <a></a></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Viva Anna Karenina e abbasso chi, come ha fatto una poveretta pubblicata da Adelphi, la nomina invano nel titolo di un suo libro orribile (ma anche dire orribile è dire troppo, in altre civiltà per reati molto meno gravi di questo tagliano le mani)</strong><strong>…».</strong></p>
</blockquote>



<p>Come si vede, a parte il delirio di onnipotenza che traspare dalle righe, diventano chiari gli effetti collaterali del <em>marketting</em> applicato: <strong>se da un lato ci si incarica di magnificare con toni clamorosi un <em>parterre</em> di autori (celebre il Giorgio Faletti definito “il più grande scrittore italiano), dall’altro, per contropartita, si devono sacrificare personaggi non utili,</strong> su cui potersi accanire per il solo fatto che essendo di provincia non potranno mai andare da nessuna parte (immaginiamo che, per il famoso critico trapiantato a Milano, Orvieto è come dire Burundi). Da qui la licenza di definire l’autrice “una poveretta” e di immaginarne il taglio delle mani su un giornale come il <em>Corriere della sera</em>. In un’altra occasione, lo sprezzante D<a>’</a>Orrico attacca direttamente l’editor del libro che ha deciso di maltrattare – <em>L’Inglesina in soffitta</em> edito da Sironi – proponendosi di sostituirlo: “Luca Masali, scrittore di fantastoria come correttamente dice Giulio Mozzi (che è il suo procuratore-allenatore-produttore) (…) se fossi l’editore farei una seconda edizione dopo un editing spietato”.</p>



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<p>A dispetto di queste operazioni arroganti e puerili, dettate da una umoralità sprezzante, nessuno al <em>Corsera</em> si è mai sognato di ammettere i danni provocati dalle intemperanze del suo <em>book-jockey</em>, e tanto meno di pretendere serietà dalle sue recensioni. E la cosa non stupisce, data la disperata necessità di ritorni economici per ogni iniziativa editoriale in cui si abbia qualche interesse. In sostanza, occorreva svuotare i canoni estetici della letteratura per trasformarli in fruibilità diretta; offrirli come il progresso che avanza, come la radiosa scoperta della facilità, per farli materializzare in pile di volumi “di grido” destinati a colonizzare gli spazi delle librerie e a invaderne le vetrine, per macinare soldi e riempire tasche, emarginando tutto ciò che non rientrava nel progetto. È chiaro che portare avanti questo Grande Compito richiedeva un impegno costante, che a un certo punto ha richiesto di spingersi oltre, fino alla radice, minando le fondamenta stesse del patrimonio letterario del Novecento, con l’espediente di dichiararlo ormai sorpassato e non più utile, dunque da archiviare. <a href="https://www.ilprimoamore.com/laria-che-tira-3049322398834045352/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Ne prende atto Antonio Moresco il 24 febbraio 2006, nell’articolo “L’aria che tira” sul blog ilprimoamore.com:</a></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Nell’estate del 2004, “improvvisamente”, lo scrittore Sebastiano Vassalli si è reso conto che i grandi autori del secolo precedente: i Kafka, i Joyce, i Musil, i Céline, i Gadda, pur continuando a dirci molte cose della condizione umana, avevano cessato di essere “moderni”. Benvenuto nel Club, caro Vassalli, di quelli che più o meno improvvisamente si sono accorti che qualcosa non va più, che quegli autori, grandissimi, appartengono a un’altra dimensione e, in un certo senso, non sono più nostri contemporanei». Così comincia la recensione di Antonio D’Orrico all’ultimo libro di Vassalli, apparsa sul “Magazine” del “Corriere della Sera”. Seguono grandi lodi al libro (non l’ho letto e quindi non sono in grado di dire se le meriti e se la posizione espressa dall’Autore sia esattamente quella riassunta dal Recensore): «Bel libro di racconti, anzi bellissimo e, soprattutto, molto contemporaneo […]. Mi sono innamorato di questo libro di racconti, ho scoperto un Vassalli leggero e ironico […]. Li leggo e li rileggo. Grande Vassalli». Poi un dubbio finale: «Va bene dire ciao a Kafka &amp; Co., ma chiedo a Vassalli: ciao anche a Nabokov, Bellow &amp; Co.?».</strong></p>
</blockquote>



<p>Qui Antonio Moresco, di fronte a una cialtronata tanto colossale, sparata nel giornale più importante del Paese con una sfacciataggine che non sappiamo come definire, sottolinea l’evidenza. “È una cosa piccola piccola, ma significativa. Finalmente l’hanno detta fuori dai denti, hanno mostrato quello che li rode! Hanno fatto un passo avanti davvero chiaro, dopo un uso tanto grottesco delle pagine culturali e delle loro sinergie, che va avanti da tempo. È qui che si voleva arrivare, a far fuori l’ingombro della grande letteratura che ci precede, la sua incontrollabilità e la sua forza di precognizione e di spostamento. È questa l’aria che tira”. <strong>Dunque, i grandi scrittori del passato – e aggiungiamo le grandi scrittrici, visto che il <em>book-jockey</em> D’Orrico nomina solo maschi – hanno cessato di essere moderni: è arrivato il momento di metterli finalmente da parte per fare largo alle frotte di <em>parvenu</em> (ovviamente quelli graditi e funzionali al loro recinto, quelli capaci di dare profitti)</strong> che premono alle frontiere per veder “uscire” i loro libri, essere “recensiti”, essere “promossi” nelle inchiostrature redazionali, essere presentati e venduti ai banchetti commerciali che ormai s’irradiano come tentacoli lungo la Penisola. Da tempo nelle pagine culturali si sentiva quest’aria, quest’odore allusivo, quest’intento malcelato di “ridimensionare tutto, di rendere ogni cosa proporzionale alle proprie frustrazioni e alle proprie illusioni perdute o tradite e alle proprie forze, un bisogno di indistinguibilità e di ordinata mediocrità occultato dietro piccole coperture ideologiche populistiche e demagogiche, di asservimento ai bisogni delle grandi macchine che producono libri clonati per lettori che si vorrebbero anch’essi clonati, ai loro bisogni e ai loro orizzonti”.</p>



<p>Già quindici anni fa si denunciava questo complotto, analizzandolo senza ritegno, e noi non possiamo che tornare a sventolare l’avviso, ripetere l’allarme, perché oggi il dominio dei <em>social</em>, quello che ormai governa e scandisce e orienta, sta tentando di sistematizzare definitivamente l’assetto della fruizione culturale, letteraria, intellettiva, emozionale. Abbiamo visto che la grande mutazione, partita col gioco narcisistico del critico-recensore che si fa bello con una trasgressione <em>pret-a-porter</em> pronta a spazzare tutto, si è sviluppata negli anni con la bulimia della produzione cartacea, la mercatizzazione schiacciante delle librerie di catena, il fascettismo fosforescente pieno di millanterie, il <em>dumping</em> degli editori da cinque-euro-e-novantanove, con la dittatura vampiresca della catena distributiva e la disonestà intellettuale di chi ha la responsabilità d’informare. Uno show che continua, peggiorando sempre e mantenendo fermo l’obiettivo: abbassare le attese dei lettori, eliminare o ridimensionare la diversità, l’irriducibilità e la forza che si può liberare attraverso la letteratura e le altre forme di espressione.</p>



<p><strong>Citando Antonio D’Orrico: «in Kafka &amp; Co c’è qualcosa che non va più, appartengono a un’altra dimensione». Ma si noti la sfrontatezza: se prima aveva evocato addirittura il taglio delle mani per Rosa Matteucci, solo perché era “una poveretta” che aveva osato nominare Anna Karenina, noi cosa dovremmo far tagliare al Grande Critico per questa blasfemia?</strong> I grandi classici sono ancora lì, come ricorda Moresco: “non si sono spostati di un millimetro, continuano a esserci più contemporanei dei mediocri contemporanei che – loro sì – vivono in un’altra dimensione e paiono non vedere cosa sta succedendo alla nostra vita e alla nostra specie. Continuano a dirci cose decisive ed esplosive, se non abbiamo paura di ascoltarli. Le zucche arroganti e vuote dei venditori che vediamo ergersi impettiti dalle pagine dei giornali o nel buco nero della televisione erano già state individuate e oltrepassate. Leggetevi, per esempio, <em>Le illusioni perdute</em> di Balzac e vedrete se non ci sono già anche i piccoli D’Orrico di allora, più tutto il resto”. Perché, detto con grande chiarezza,</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“D’Orrico ha almeno il dono di uno svettante nanismo e di una stupidità proterva e tutta d’un pezzo, il pregio di dire chiaro e tondo quello che pensa, di esibire la propria arguta mediocrità come se fosse una buona novella. Non ha onore, e quindi non si può dire a lui che tutto ciò non gli fa certo onore”.</strong></p>
</blockquote>



<p>In più, non ha fatto onore a quello che ancora oggi è il primo giornale italiano in termini di vendite e di autorevolezza percepita, sia pure in costante china discendente.</p>



<p>Sappiamo che i processi di omologazione sono diffusi e tendono a plasmare le epoche, e si somigliano fra loro, al punto che quando i classici della letteratura ce li descrivono possiamo cogliere le analogie col nostro tempo, nei meccanismi e nei risvolti psico-antropologici. E questa deriva era ben chiara non solo alla vecchia generazione, ma anche a chi era nato dopo: emblematico quanto scrisse Massimiliano Parente su “il Domenicale” del 5 marzo 2005, sotto il titolo programmatico <em>Ma tanto voi autori da due lire siete già tutti spacciati</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Chi ci tiene alla lingua sa che la mistificazione è tutta qui. Stanno tentando, tutti insieme, i grandi e i piccini, gli editori e gli scrittorini, di depotenziare la letteratura, di radere al suolo qualsiasi categoria estetica, di cancellare la forma. Alcuni, in buona e cattiva fede, parlano di ‘massimalismo’ per ingrigliare la letteratura intransigente e non di genere e ricondurla a un genere che non esiste, come se la letteratura vera non lo fosse sempre stata, come se Dostoevskij, Flaubert, Sterne, Joyce, Faulkner, Proust, Kafka, Melville, Leopardi, Beckett, Fenoglio, Gadda, D’Arrigo, Busi, Moresco, e ogni scrittore che sia tale non abbia avuto un suo massimalismo inconciliabile con il resto. Uno scrittore il genere o lo fonda o lo sfonda. Ma poiché pretendono di parlare di letteratura facendo a meno della lingua parlano senza dire niente, il <em>Paradiso</em> di Milton e le <em>Illusioni</em> di Balzac sono persi in partenza senza neanche tentare un saltino. L’Italia è un paese fondato sul palato, gastronomico perfino in letteratura, ecco perché nessuno replica, nessuno si scandalizza se Faletti viene definito il più grande scrittore italiano. Gli addetti ai lavori, critici e scrittori, essendo appunto dei mestieranti dei contenuti, non sanno più la differenza tra dire «sempre caro mi fu quest’ermo colle» e «mi piace stare in collina». Se parli di forma fanno no no con la testaccia, fanno spallucce, e tirano fuori l’avanguardismo e il Gruppo 63, come se l’antitesi di Covacich o della Mazzantini fossero ancora gli sperimentalismi sintattici di Nanni Balestrini e Angelo Guglielmi, o, in versione moderna, le cacchine di Aldo Nove. Che poi basta con questa storia degli sperimentalismi, delle avanguardie, sciorinati come arma tanto dai critici quanto dagli scrittori per liberarsi del fardello di avere un’estetica e continuare a sfornare storielle vendibili, sceneggiature formato romanzo. Contenti tutti, editori che non ci rimettono e scrittori che nessuno studierà. Meglio un uovo oggi che una gallina domani, meglio ancora una batteria di galline sculatrici di uova in serie e per giunta starnazzanti (fossero almeno oneste, galline artigiane e senza pretese proustiane, come De Carlo, come Ken Follett, non ci sarebbe niente da ridire; qui invece quando non piagnucolano a ovetto partorito si danno pure le arie, spesso entrambe le cose insieme)”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Dopo anni, il risultato lo abbiamo sotto gli occhi, e non sappiamo se le cose cambieranno. Già allora i nostri narratori sembravano voler raccontare il proprio tempo tutti nello stesso modo, tranne forse i seguaci dell’evasione acronica / ucronica / postcronica e via dicendo, anche quella divenuta uniformante e prevedibile. E sorvoliamo sulla truffa del <em>noir</em> italiano, puro opportunismo arrivista di cui non vale la pena di parlare, servito solo a ottenere entrature e stipendi dalle produzioni tv. <strong>Ecco quindi i noti diarismi, le <em>auto-fiction</em>, l’ombelicalismo da scuola di scrittura, con i plotoni di “io narranti spaesati, giovani alienati impiegati in spietate multinazionali, moralismi e pacifismi e bambinismi, tutto uguale ai tormenti della letteratura americana di venti o trent’anni fa,</strong> solo trent<a>’</a>anni dopo, e ambientati a Roma anziché a Los Angeles” (<em>ibidem</em>). Tutti sintomi cronici di un infantilismo strutturale che ben conosciamo e che non sembra volerci lasciare, come segno di un inguaribile provincialismo letterario. Se oggi si vuole recuperare chi ha precorso i tempi, nel Novecento, servono l’indagine e l’esercizio della memoria, la passione, perché pochissimi vogliono o sono capaci di riproporlo per assorbirne l’eredità. Inevitabile che questo, alla fine, diventi una missione.</p>



<p><strong><em>Paolo Ferrucci</em></strong></p>
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		<title>Contro Massimiliano Parente. Romanzo di vendetta e di amore</title>
		<link>https://www.pangea.news/masia-sole-abate-distruttore-sogni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jul 2022 03:29:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Pisani]]></category>
		<category><![CDATA[La Nave di Teseo]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Sole Abate]]></category>
		<category><![CDATA[Massimiliano Parente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si può scrivere per amore e si può scrivere per vendetta, o meglio per raffrontarsi all’impossibilità di non amare ciò che più si odia, e in alcuni casi i due sentimenti coincidono, l’amore e la vendetta, tanto è labile il confine che separa l’atto di “odiare” dall’atto – non meno distruttivo (ma liberatorio) – di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Si può scrivere per amore e si può scrivere per vendetta, o meglio per raffrontarsi all’impossibilità di non amare ciò che più si odia, e in alcuni casi i due sentimenti coincidono, l’amore e la vendetta, tanto è labile il confine che separa l’atto di “odiare” dall’atto – non meno distruttivo (ma liberatorio) – di “amare” qualcuno o qualcosa, una persona o un libro o un pensiero. <strong><a href="https://www.ibs.it/distruttore-di-sogni-libro-maria-sole-abate/e/9788893951364?inventoryId=392816086&amp;queryId=770796c270562dc25202f71ad71cea75" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Il distruttore di sogni</em>, primo romanzo di Maria Sole Abate, racconta anche di questo.</a> È la storia di Giulia e dello scrittore S., ma anche di Anaïs, madre di Giulia e amante e lettrice di S., una donna morta suicida per emulare il suicidio di Virginia Woolf,</strong> e poi è la storia di un film tratto da un romanzo di S., il suo unico libro di successo, <em>Il distruttore di sogni</em>, appunto, che S. e il regista Marco Sorvino – che sembra una versione parodistica di Paolo Sorrentino – stanno sceneggiando.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="536" height="763" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/9788893951364_0_536_0_75.jpg" alt="" class="wp-image-91821" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/9788893951364_0_536_0_75.jpg 536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/9788893951364_0_536_0_75-211x300.jpg 211w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></figure>



<p>Lo scrittore S. è disgustato da tutto, dalla vita, dagli altri, da se stesso, dalla banalità del mondo e perfino dalla sua complessità (per lui inafferrabile); Giulia è assente, gli manca, la ama disperatamente, il suo ricordo lo ossessiona e la vita e il tempo sono insensati senza di lei. Dopodiché Giulia ritorna, una mattina come le altre, e l’amore sembra poter ridiventare ciò che è, l’illusione reale dei sentimenti provati e non più il dolore della loro mancanza. Ma le cose sono destinate a cambiare. C’è un segreto; c’è una vendetta in atto; c’è una storia che va riattraversata a ritroso per capirla; c’è l’opera di S. e c’è l’amore di Anaïs e di Giulia e soprattutto c’è la morte, purtroppo c’è la morte. Le prime parti del romanzo sono scritte in prima persona, in un tour de force stilistico e emozionale cucito intorno al personaggio di S.; quindi c’è la parte di Giulia, forse la più riuscita del libro, in terza persona, e l’epilogo di Virginia, che altri non è che la stessa Giulia – ma abbiamo rivelato troppo del romanzo. D’altra parte la struttura de <em>Il distruttore di sogni </em>è complessa e il suo fascino non risiede soltanto nella trama. Sono tanti i giochi, le citazioni testuali e non, letterarie e cinematografiche, come il finale strappato al Tarantino di <em>Bastardi senza gloria</em>, la vendetta di Virginia tanto simile alla vendetta di Shoshanna, o come il confronto estetico fra il Grande Regista Sorvino/Sorrentino e lo scrittore S., lo scarto narrativo fra la sceneggiatura de <em>Il distruttore di sogni</em> e il romanzo.</p>



<p><strong>Maria Sole Abate ha scritto un libro importante. Si tratta di un esordio tardivo, pubblicato vent’anni dopo un saggio sugli indiani nordamericani che fu la sua tesi di laurea</strong> (e che ci piacerebbe leggere), e a questo punto non possiamo omettere – per motivi tanto biografici quanto letterari – che Abate è la compagna di vita di uno scrittore facilmente riconoscibile nello scrittore S., cioè Massimiliano Parente. Ne <em>Il distruttore di sogni</em> ci sono svariate citazioni dei libri di Parente, oltre che una ripresa sia estetica che filosofica del suo pensiero.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“La gente dove c’è la tragedia vede la speranza, dove c’è la morte vede la vita, dove ci sono gli abissi vede la vetta”</strong></p></blockquote>



<p>pensa a un certo punto S., o per meglio dire scrive Abate nei panni di S., ossia di uno scrittore che non scrive più, uno scrittore per l’appunto simile al Massimiliano Parente della <em>Trilogia dell’inumano</em>, stanco di tutto, troppo in là per tutto; d’altro canto S. detesta lo smalto rosso, a differenza del personaggio Massimiliano Parente, quindi le cose – le <em>apparenze</em> – non sono così semplici, come sempre in letteratura, e Abate si diletta fra realtà e finzione, fra ciò che esiste e ciò che si scrive e che quindi a sua volta non può non esistere sulla pagina.</p>



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<p><strong>Tuttavia il pensiero di S., che come quello di Parente si cela dietro la cartapesta di idiozie e qualunquismi più o meno divertenti e insopportabili eppure necessari perché umani, è ripreso senza sconti consolatori di sorta, capito e affrontato e perfino sofferto;</strong> il romanzo di Abate può essere letto come una critica ribelle e a un tempo onesta alla letteratura di Parente e al personaggio che Parente si è costretto a vivere, alle sue pose e alle sue ossessioni. A un certo punto Giulia/Virginia sta leggendo il capolavoro di S., già letto da sua madre. DouDou, un suo amico paterno che sarà complice della sua vendetta, ne è spaventato, inorridito:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“DouDou si fermò immobile davanti alla porta aperta della camera di Giulia. Il libro era sul comodino. Fiammante. Un raggio di sole colpiva la copertina inconfondibile argentata in rilievo. Sperava di sbagliarsi. Entrò in camera. Giulia stava facendo la doccia. Si avvicinò al libro. Deglutì e mentre si sedette sul letto incerto di riuscire a mantenere l’equilibrio sentì la porta del bagno aprirsi. Si voltò. Visione incantevole con solo l’asciugamano grigio intorno al corpo. I capelli bagnati sulle spalle bianchissime e perfettamente modellate. Gli sorrise spontanea con il suo sorriso di bambina, nonostante i suoi quasi diciassette anni…”.</strong></p></blockquote>



<p>La <em>bambina</em> dunque legge il libro proibito di S., e la “copertina inconfondibile” non può non far pensare a <em>Contronatura</em>, il grande libro proibito di Parente, la cui “filosofia” – ma il termine è inesatto – ritorna di continuo ne <em>Il distruttore di sogni</em>. Abate, come già Parente, si raffronta al nulla di ogni pensiero umano, ma anche all’idiozia e alla supponenza che talvolta coincidono con chi di tale nulla vuole farsi cinico cantore; nondimeno per la sua protagonista, per Giulia, la <em>vendetta</em> travalica e forse giustifica e rende sopportabili l’insensatezza e la disperazione dell’esistenza, il suicidio della madre e l’orrore di S. – ma qui si fa ritorno alla trama, alla storia, gli io si sovrappongono e S. non è veramente S., e bisogna continuare leggere.</p>



<p><strong>“All I’m doing is contemplating the ifs” dice a un certo punto Marsellus Wallace a Jules, in <em>Pulp fiction</em>. <em>Se</em>, appunto – e se Abate volesse davvero vendicarsi di Parente, con questo libro? Se Abate, che è madre, volesse dire la sua sulla filosofia troppo disperata e talora cialtronesca di Parente?</strong> Se <em>Il distruttore di sogni </em>fosse la rivendicazione artistica e poetica di una donna che crede nella potenza anche letteraria del sogno? E ancora: se Maria Sole Abate si fosse suicidata, come Anaïs, salvo poi diventare Giulia/Virginia/Shoshanna e scrivere, salvarsi scrivendo e raccontando? Altro che Metoo! <em>Il distruttore di sogni </em>è la vendetta di una donna che crede nella forza del racconto e che combatte l’uomo responsabile del suicidio di sua madre, eppure – o perciò – è anche una storia d’amore, perché Giulia ama S., proprio come Anaïs ha amato S., e perché né l’odio né l’amore sono estranei alla pietà, per rifarci a una bella pagina del libro, e infine perché l’amore, uno sguardo d’amore che include sia S. che Virginia, sconvolge tutto.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="950" height="950" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/36479445._UY950_SS950_.jpg" alt="" class="wp-image-91822" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/36479445._UY950_SS950_.jpg 950w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/36479445._UY950_SS950_-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/36479445._UY950_SS950_-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/36479445._UY950_SS950_-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/36479445._UY950_SS950_-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/36479445._UY950_SS950_-100x100.jpg 100w" sizes="(max-width: 950px) 100vw, 950px" /></figure>



<p>I personaggi dei bei libri non sono meno reali delle vite umane. Maria Sole Abate non è né Anaïs né Giulia, né Nina né Virginia, però avrebbe potuto esserlo, come Massimiliano Parente non è né S. né il Massimiliano Parente della <em>Trilogia dell’inumano</em>, però avrebbe potuto esserlo. <em>Il distruttore di sogni </em>è un romanzo coraggioso, dalla struttura elaborata, che pure si legge con facilità, fra una serie di maschere e di io che collimano nell’epilogo, cioè nella vendetta, come le parti del libro; è un romanzo che si spinge sull’orlo dell’amore e dell’odio – che all’amore corrisponde – di S. e di Virginia, e che da ultimo ci ricorda la necessità del sentimento e la fragilità dell’essere (e del restare) umani: e sono le cose più importanti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/masia-sole-abate-distruttore-sogni/">Contro Massimiliano Parente. Romanzo di vendetta e di amore</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Non sentono più niente, ma hanno una gran voglia di sentire tutto”. Lo stalker, lo slave, il toyboy: tre incredibili racconti erotici di Massimiliano Parente</title>
		<link>https://www.pangea.news/parente-racconti-coda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2020 09:45:29 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Antonio Coda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Guardo il programma Striscia la notizia, passa l’immagine di un uomo affacciato alla finestra con attaccato alle ante verdi lo striscione “Sto diventando cieco”, altro che arcobaleni e tricolori, e mi sento immediatamente nell’atmosfera parentiana perciò leggo la raccolta breve Tre incredibili racconti erotici per ragazzi – Con tre disegni di Gipi (La nave di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Guardo il programma <em>Striscia la notizia</em>, passa l’immagine di un uomo affacciato alla finestra con attaccato alle ante verdi lo striscione “Sto diventando cieco”, altro che arcobaleni e tricolori, e mi sento immediatamente nell’atmosfera parentiana perciò leggo la raccolta breve <strong><em><a href="http://www.lanavediteseo.eu/item/tre-incredibili-racconti-erotici-per-ragazzi/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Tre incredibili racconti erotici per ragazzi</a> </em></strong>– Con tre disegni di Gipi (La nave di Teseo+): i disegni di Gipi sono bellissimi e il titolo con il sottotitolo copre quasi la stessa lunghezza del terzo dei racconti, <em>Toyboy</em>, l’unico con per protagonista un ragazzo, un toyboy con il pene “lungo nove centimetri a riposo, sedici a in erezione”, perché i protagonisti dei racconti sono mica incredibili, sarebbero normalissimi se se ne potesse parlare: <strong>lo stalker della celebrità (racconto: <em>Stalker</em>) ha “passato i quarant’anni”, lo slave con la padrona ciabattona (racconto: <em>Slave</em>) è un banchiere di cinquantadue che vive con la mamma, e anche nel terzo racconto non manca una signora “troppo vecchia”.</strong></p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75556 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro-24-221x300.jpg" alt="" width="301" height="409" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro-24-221x300.jpg 221w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro-24-753x1024.jpg 753w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro-24-768x1045.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro-24-1129x1536.jpg 1129w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro-24-1320x1796.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro-24.jpg 1476w" sizes="(max-width: 301px) 100vw, 301px" />Cosa spinge<a href="https://www.massimilianoparente.com/bibliografia" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong> Massimiliano Parente</strong></a>, autore di un’opera certamente impegnativa e molto scritta cioè sorvegliata nel linguaggio qual è la <em>Trilogia dell’inumano</em>, a mandare a stampa una tripletta di racconti che neanche si discosta chissà quanto dal tenore e dal contenuto di molti suoi pezzi apparsi su <em>il Giornale</em> su cui scrive e la cui lettura insomma non porta via più tempo di quanto ne richieda una sveltina da soli o in compagnia? La scrittura di Parente, per chi come me lo ha letto quasi tutto dall’inizio (<em>Incantata o no che fosse</em>, ES, 1998) a questa fine, sembra stia ricercando una semplificazione nella sintassi che non è una sua banalizzazione, più un processo di mimetizzazione, utilizza calchi pop, apparentemente infantilistici, <strong>per mostrare dall’interno una società che continua a essere più fantozziana di quanto si vorrebbe (vedi il pugno in faccia alla celebrità tettona che lo si trova in casa a braghe calate, nel racconto <em>Stalker</em>; il colpo con la mazza di baseball nello scantinato, nel racconto <em>Slave</em>).</strong> Al di sotto dell’inevitabile effetto comico che correda qualsiasi cosiddetta perversione sessuale se vissuta dall’interno con il giusto distacco, con il necessario ottundimento che evita di cadere nelle profondità intellettualistiche e dunque nel ridicolo, si sente la disperazione compassata di Parente verso il risaputo finale di partita che tocca a tutti e che perciò questi tutti cercano di non affrontare, distraendosi con altro, fosse accanirsi con un account twitter con le tette grandi che non avrà visto King Kong o un amore bidiessemme o il mestiere del <em>puttano</em> che frutta qualche quattrino in più di quello del <em>runner</em> ma non minori inconvenienti.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Parente applica alla composizione dei suoi libri quel senso di vanità che Proust riconobbe nella disgregazione dell’alta-società che reputandosi esclusiva credeva di essere esclusa dal declino che invece è alle porte per tutti, quel vero orrore che Parente associa al naturale processo di invecchiamento e quindi di annichilimento: </strong>nei <em>Tre incredibili racconti erotici per ragazzi</em> le staffilate più crudeli per pietas che non vuole dire il suo nome sono destinate ai vecchi. Pensiero dello <em>stalker</em> rispetto al farla finita per amore non corrisposto: <strong>“Come il giovane Werther, solo che io ho passato i quarant’anni, non ho tutto quel tempo, tutta quella pazienza di essere giovane, tutta quella voglia di suicidarmi. C’è un’età anche per i gesti estremi, i vecchi che si suicidano fanno tristezza”.</strong> Pensieri dello <em>slave</em> dopo l’omicidio della mamma rispetto al quale nessuno farà domande approfondite: “È un classico, e nessuno fa troppe indagini, sono vecchi”. Pensiero del <em>toyboy</em> che si definisce stupido nella speranza che tanto basti per convivere con la decisione, economica, di smettere di sentirsi, a proposito del doverla leccare alla sua signora: “In ogni caso è come una spugna del deserto che, una volta bagnata, torna subito secca, perché le donne dopo una certa età si seccano. Non sentono più niente, ma hanno una gran voglia di sentire tutto”.</p>
<p>*</p>
<p>C’è una coerenza in più nel fatto che in questi <em>racconti per ragazzi</em> non ci siano quasi ragazzi: ai giovani della gioventù non frega nulla, così come è degli uomini liberi il lusso di potersene fregare della libertà. È quando viene a mancarti che t’accorgi dell’infinita preziosità di quel bene gratuito che è l’ossigeno, che morale del Covid… <strong>Ma siamo la specie che continuiamo a essere e, proustianamente, possiamo amare solo quello che ci viene tolto</strong>, come le libertà che non sapevamo fossero tali, o che perdiamo, come la gioventù.</p>
<p><strong><em>Antonio Coda</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Helmut Newton, &#8220;Heart Attack&#8221;, 1990</em></p>
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		<title>Gli zombi della cultura si sdilinquiscono dietro alla biografia romanzata di Mussolini scritta da quel tizio che voleva il suo premietto da anni, ma dovrebbero parlare solo di lei: eversiva, assoluta, estrema. Da scrittore a scrittore: Massimiliano Parente su Isabella Santacroce</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jul 2019 06:37:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre tutti gli zombi della cultura a destra e manca si sdilinquiscono di fronte alla biografia romanzata di Mussolini scritta dal tizio che voleva il suo premietto da anni e che, se non lascerà traccia nella storia della letteratura, di sicuro la lascerà nella sociologia del giornalismo e dei cosiddetti intellettuali italiani (avete mai visto un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Mentre tutti gli zombi della cultura a destra e manca si sdilinquiscono di fronte alla biografia romanzata di Mussolini scritta dal tizio che voleva il suo premietto da anni e che, se non lascerà traccia nella storia della letteratura,</strong> di sicuro la lascerà nella sociologia del giornalismo e dei cosiddetti intellettuali italiani (avete mai visto un libro di un Busi, un Arbasino, un Pallavicini, un me, presi in considerazione da obitori simili?), <strong>chi si è accorto di Isabella Santacroce?  </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-68938 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/07/isabella-santacroce-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/isabella-santacroce-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/isabella-santacroce.jpg 470w" sizes="(max-width: 204px) 100vw, 204px" />Non solo del suo ultimo divino romanzo, intitolato non per altro <em>La divina</em>, recensito solo dal <em>Giornale</em> (grazie all’illuminato capocultura Alessandro Gnocchi) e nel blog di Confidenze da Barbara Alberti. Per gli altri come se non esistesse.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eppure avrebbero dovuto scriverne a maggior ragione, se di ragione ne avessero una. Non fosse altro per l’operazione pionieristica della Santacroce, che <a href="https://edizionidesdemonaundicesima.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">si è creata da sola una casa editrice</a> e della sua ultima opera vende edizioni numerate, perfino in versione Deluxe, vere e proprie opere d’arte</strong>, e non perché gli editori non gliel’abbiano chiesta, non gliel’ha data lei a prescindere, perché se tanto ti dà tanto, e è così poco, tanto vale lasciare agli editori la paccottiglia che si meritano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Insomma, cosa c’è di più eversivo per uno scrittore che mettersi fuori dalle consorterie, dalle giurie di parrucconi grandi e piccini a cui cascano le dentiere alla prima riga scritta non in italiano standard per analfabeti funzionali come ormai sono diventati gli italiani tutti</strong>, e dalle simpatie delle redazioni culturali più chic sempre più piene delle marchette reciproche dei “giornalisti e scrittori”; cosa c’è di più eversivo che fondarsi la propria avanguardia da soli?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Io non solo per la sua scrittura, ma anche per questo coraggio, per questa ossessione totale, per questa irriducibilità eroica, amo la Santacroce, questa scrittrice, questo Scrittore anzi</strong> (come lei vuole essere giustamente chiamata, alla faccia di ogni Murgia o Stancanelli e compagnia bella di femministe castranti), e costi quello che costi mi prenoto una copia di lusso de <em>La divina</em>, perché un domani varrà dieci volte tanto, perché Isabella è letteratura e fa diventare la letteratura anche un oggetto raro già sul nascere, senza aspettare cento anni, mentre tutti sono talmente impegnati a far avanzare la propria retroguardia impiegatizia da riuscire ormai a leccarsi il culo da soli senza distinguerlo neppure da quello degli altri.</p>
<p>Baci,</p>
<p><strong><em>Massimiliano Parente  </em></strong></p>
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		<title>Il Comune impone all’organizzatore gli autori da invitare: Missiroli, Recalcati, Marzano, Carofiglio… E tutti gli altri? Esclusi. Ecco come si fa a vendere tanto e a vincere il Premio Strega. Esempi di stalinismo culturale</title>
		<link>https://www.pangea.news/il-comune-impone-allorganizzatore-gli-autori-da-invitare-missiroli-recalcati-marzano-carofiglio-e-tutti-gli-altri-esclusi-ecco-come-si-fa-a-vendere-tanto-e-a-vincere-il-premio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Mar 2019 09:32:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le cose più vergognose, si sa, accadono sotto la didascalia ‘cultura’. D’altronde, cosa ce ne frega della cultura, c’è sempre altro di cui parlare, di più importante. Per me. No. Non c’è altro di cui parlare. Mi scusino i propagatori del nulla, i facinorosi delle buone intenzioni, i beoti del carrierismo e dell’imprenditorialità politica. * [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-comune-impone-allorganizzatore-gli-autori-da-invitare-missiroli-recalcati-marzano-carofiglio-e-tutti-gli-altri-esclusi-ecco-come-si-fa-a-vendere-tanto-e-a-vincere-il-premio/">Il Comune impone all’organizzatore gli autori da invitare: Missiroli, Recalcati, Marzano, Carofiglio… E tutti gli altri? Esclusi. Ecco come si fa a vendere tanto e a vincere il Premio Strega. Esempi di stalinismo culturale</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Le cose più vergognose, si sa, accadono sotto la didascalia ‘cultura’. D’altronde, cosa ce ne frega della cultura, c’è sempre altro di cui parlare, di più importante.</strong> Per me. No. Non c’è altro di cui parlare. Mi scusino i propagatori del nulla, i facinorosi delle buone intenzioni, i beoti del carrierismo e dell’imprenditorialità politica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Insomma, ho sotto gli occhi un esempio di stalinismo culturale in ragù italiano.</strong> I meccanismi sono i consueti: sorrisi serpentini, frasi sibilline, appalti con coercizione, obblighi, la burocrazia che si mette a fare arte, a discettare di libri.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Novafeltria è un nobile Comune romagnolo, in Valmarecchia, lungo la strada che unisce la Romagna alla Toscana, che sdilinquì pittori, poeti, frati. Il Comune di Novafeltria mette al bando, attraverso un “Avviso di indagine di mercato” (Prot.n. 1885/2019), <strong>“il servizio di organizzazione e gestione di incontri pubblici per la presentazione di libri con importanti esponenti della letteratura e della saggistica a livello nazionale, finalizzati alla promozione della lettura, da svolgersi entro il corrente anno 2019”. Lasciando perdere il linguaggio, che pare mimare un film di Alberto Sordi</strong> (che cavolo vuol dire <em>importanti esponenti della letteratura e della saggistica a livello nazionale</em>, chi ne decreta l’importanza?) e le gramsciane intenzioni (siamo ancora alla <em>promozione della lettura</em>?, roba da turarsi il naso: la lettura è rivolta e gioia, radiosa radicalità e godimento, “promossi” o meno, semmai, saranno gli studenti delle scuole inferiori). Insomma, il Comune di Novafeltria vuole organizzare un ciclo di presentazioni di libri. Evviva.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciamo perdere anche i soldi, perché di cultura non si mangia, i libri non danno il pane e il Comune della Valmarecchia lo dimostra. L’appalto prevede che paghi tutto tu (“L’Appaltatore dovrà provvedere a tutto quanto necessario per lo svolgimento degli incontri, accollandosi tutte le relative spese – con esclusione di quelle relative alla pubblicità dell’evento – e dovrà tra l’altro garantire, per ogni incontro, la presenza dell’autore/autrice e di altro soggetto, avente professionalità ed esperienza nel settore, in qualità di ‘coordinatore’ dell’incontro”), <strong>il Comune ti obbliga a organizzare 4 incontri per “euro 2.000 Iva esclusa”. Se pensi che devi pagare – almeno – viaggio, pernottamento e cena (li vuoi far mangiare gli ospiti…); se pensi che un minimo di ‘gettone’ lo devi gettare,</strong> beh, che cavolo ci fai con 2mila euro, cioè con 500 euro (senza Iva) a incontro, chi inviti?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, qui veniamo al punto dolente, alla finestra stalinista sul mondo turbocapitalista. <strong>Gli ospiti da invitare li sceglie il Comune.</strong> A questo punto, m’incazzo. Dunque. Ricapitoliamo. Il Comune mette a bando 2mila euro per organizzare un ciclo di 4 incontri con scrittori o intellettuali. E gli scrittori o intellettuali eminenti li sceglie il Comune. Forse il minchione sono io. Leggo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Gli incontri programmati sono complessivamente n. 4 (dei quali almeno n. 3 da svolgere entro il 28/06/2019), da scegliere tra i seguenti autori/autrici: </strong>Marco Missiroli; Francesco Piccolo; Marco Balzano; Cristian Frascella; Paolo Giordano; Antonio Pennacchi; Francesca Diotallevi; Nicolai Lilin; Maurizio De Giovanni; Michela Marzano; Massimo Recalcati; Gianrico Carofiglio; Antonio Manzini; Rosella Postorino; Teresa Ciabatti; Tiziano Scarpa; Ermanno Cavazzoni; Carlo Rovelli, Simona Vinci, Diego De Silva, Roberto Mercadini”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Pensate se la stessa cosa accadesse in tivù. Scopriamo, chessò, che per fare una trasmissione su Rete 4 bisogna invitare forzatamente uno tra Salvini, Meloni, Di Maio. Gli altri no. <strong>Scatta il caos, con i politici in piazza a lottare per la libertà di opinione, contro la censura. Ecco.</strong> Nell’ambito culturale frega nulla a nessuno. Ma io mi incazzo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Analisi degli autori. </strong>Marco Missiroli, Francesco Piccolo, Marco Balzano, Christian Frascella (si scrive così), Paolo Giordano, Nicolai Lilin, Maurizio De Giovanni, Michela Marzano, Massimo Recalcati, Gianrico Carofiglio, Tiziano Scarpa, Simona Vinci, Diego De Silva hanno pubblicato i loro ultimi libri per Einaudi. Gli altri, per editori in ordine sparso: Ermanno Cavazzoni (La Nave di Teseo), Carlo Rovelli (Corriere della Sera, Adelphi), Antonio Pennacchi (Mondadori), Antonio Manzini (Sellerio), Rosella Postorino (Feltrinelli), Teresa Ciabatti (Solferino), Francesca Diotallevi (Neri Pozza), Roberto Mercadini (Rizzoli).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le mie domande sono tante. La prima è questa. Perché questi autori e non altri? La seconda è questa: chi ha, all’interno del Comune di Novafeltria, l’autorità e l’autorevolezza per scegliere che cosa i cittadini di Novafeltria – e di altri Comuni eventuali e limitrofi – devono o dovrebbero leggere?</strong> La terza è questa (la ribadisco): con quali criteri sono stati scelti questi autori e non altri?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema, in effetti, è davvero di libertà – e la lettura, la letteratura è l’ultimo ambito di libertà che ci rimane da difendere a morsi. Insomma, non voglio fare l’apologia dei piccoli contro i grandi, ma un mero ragionamento di buon senso. <strong>Se al posto di Marco Missiroli volessi invitare Valerio Magrelli (entrambi editi da Einaudi, ma il secondo di gran lunga più affascinante del primo)?</strong> Se al posto di Michela Marzano e di Massimo Recalcati volessi invitare Franco Rella, intellettuale di pregio, con una bibliografia lunga così, autore per Jaca Book di un libro scintillante appena uscito? <strong>Se al posto di Manzini e di Carofiglio volessi invitare Roberto Pazzi o Ferruccio Parazzoli, scrittori di ben altro calibro (ultimi romanzi usciti per Bompiani)? Non posso.</strong> E se preferissi invitare Daniele Mencarelli e Alessandro Rivali (entrambi Mondadori), Pier Paolo Giannubilo (Rizzoli), Massimiliano Parente (La Nave di Teseo), Filippo Tuena (Il Saggiatore)? Non posso. Perché a Novafeltria alcuni libri possono fare ingresso e proporsi al pubblico e altri no, che schifo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Specifico: non è neanche una questione di ‘fama’. <strong>Perché Francesca Diotallevi al posto di Stenio Solinas (condividono l’editore), ad esempio?</strong> Perché Christian Frascella e non Christian Raimo? Perché Marco Balzano e non Giuseppe Conte o Luca Doninelli? La questione, probabilmente, è politica, la cultura come volano politico.</p>
<p>*</p>
<p>Ma quale papabile organizzatore culturale vorrebbe partecipare a un appalto <strong>dove tutto è già organizzato, dove gli autori della rassegna che dovresti curare sono stati scelti da altri?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Aggiungo altre domande (da cui attendo risposte chiare). <strong>Gli autori citati sono consapevoli di essere stati scelti ‘a forza’ dal Comune a discapito di altri? E gli editori? E poi: questo è forse un ‘sistema’ ad ampia diffusione, funziona così anche in altri Comuni (il Comune decide a tavolino chi invitare a presentare i libri e chi no)?</strong> Da quando il ‘pubblico’ si pone dei problemi riguardo alle scelte ‘private’ di lettura dei cittadini? Forse il medesimo ‘sistema’ inquina anche il sistema scolastico italiano, per cui vengono promossi soltanto alcuni libri agli studenti e gli altri, tacitamente, vanno all’oblio?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Avete visto come si fa a vincere il Premio Strega, a vendere tanto in libreria, a fare fama:</strong> alcuni scrittori sono imposti per coercizione comunale nelle rassegne librarie. Altri no. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-comune-impone-allorganizzatore-gli-autori-da-invitare-missiroli-recalcati-marzano-carofiglio-e-tutti-gli-altri-esclusi-ecco-come-si-fa-a-vendere-tanto-e-a-vincere-il-premio/">Il Comune impone all’organizzatore gli autori da invitare: Missiroli, Recalcati, Marzano, Carofiglio… E tutti gli altri? Esclusi. Ecco come si fa a vendere tanto e a vincere il Premio Strega. Esempi di stalinismo culturale</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Serotonina” è la salvezza della letteratura europea o la prova che santifica la mediocrità del suo autore? (Con una lettera a Michel Houellebecq)</title>
		<link>https://www.pangea.news/serotonina-e-la-salvezza-della-letteratura-europea-o-la-prova-che-santifica-la-mediocrita-del-suo-autore-con-una-lettera-a-michel-houellebecq/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 16 Jan 2019 05:34:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>No, non è perfetto – quasi nessun romanzo che superi le duecento pagine lo è, troppi elementi da tenere sotto controllo. Non è neppure il suo testo migliore. Eppure è superlativo, micidiale come lo sparo di un cecchino, definitivo. Fatico a credere di poter incappare in un’opera anche solo vagamente al suo livello, durante il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/serotonina-e-la-salvezza-della-letteratura-europea-o-la-prova-che-santifica-la-mediocrita-del-suo-autore-con-una-lettera-a-michel-houellebecq/">“Serotonina” è la salvezza della letteratura europea o la prova che santifica la mediocrità del suo autore? (Con una lettera a Michel Houellebecq)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">No, <strong>non è perfetto</strong> – quasi nessun romanzo che superi le duecento pagine lo è, troppi elementi da tenere sotto controllo. Non è neppure il suo testo migliore. <strong>Eppure è superlativo</strong>, micidiale come lo sparo di un cecchino, definitivo. Fatico a credere di poter incappare in un’opera anche solo vagamente al suo livello, durante il corso del nuovo anno.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo Houellebecq, in <em>Serotonina</em>, ha un <strong>problema </strong>troppo grande per non essere notato, che mi porterebbe a bocciarlo senza appello, se non fosse per il tripudio di saggezza esistenzialista – e politicamente scorrettissima – che tracima abbondante dalle sue righe. Il francese ha creato un <strong>personaggio </strong>– un consulente esterno del Ministero dell’Agricoltura – decisamente <strong>inadatto per far uscire dalla sua bocca riferimenti letterari che spaziano con leggerezza all’interno di tutta la letteratura europea</strong>. Se la cosa era tranquillamente accettabile per Bruno, il professore di letteratura in <em>Le particelle elementari</em>, oppure nel caso del docente universitario di <em>Sottomissione</em>, con <em>Serotonina</em> sembra proprio che Houellebecq abbia voluto strafare. In verità, qui, <strong>il solo protagonista è lui, con le sue idee</strong>, e le mentite spoglie che ha scelto come abito di scena non gli si attagliano neanche un po’. Ma forse il mio è un vezzo da critico pieno di rigide convinzioni come quella che <strong>il linguaggio debba essere commisurato</strong>, in particolare quando si usa la prima persona, <strong>al soggetto parlante</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65055 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/foto-1-15-210x300.jpg" alt="" width="139" height="199" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/foto-1-15-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/foto-1-15.jpg 444w" sizes="(max-width: 139px) 100vw, 139px" />Diciamo allora che adotteremo quella che in gergo tecnico si chiama <strong>“sospensione di credibilità”</strong>. In sostanza: <strong>nella vita reale uno non parlerebbe mai così ma, quando si tratta di fiction, non si possono adottare gli stessi parametri</strong>. Difficile dirlo per un romanzo che avrebbe la pretesa di essere realista, se non neonaturalista – almeno questo sembra essere il genere adottato dallo scrittore, da <em>Sottomissione</em> in poi. Noi lo prenderemo per buono.</p>
<p style="text-align: justify;">Detto ciò, <strong>Houellebecq vince a mani basse. “Ed ecco come muore una civiltà, senza seccature, senza pericoli né drammi e con pochissimo spargimento di sangue, una civiltà muore semplicemente per stanchezza, per disgusto di sé…”</strong>. Vero, verissimo! Direi che non c’è altro da aggiungere. Houellebecq è il medico perfetto per l’Occidente, quello a cui ognuno si vorrebbe rivolgere, quando abbiamo la certezza della malattia e tutti intorno ci prendono oscenamente per il culo. E lui ha ragione, <strong>siamo malati terminali e un’ideologia idiota ci impedisce di metterlo nero su bianco</strong> – per fortuna, lui di lusingare il pensiero dominante se ne sbatte altamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Il resto delle considerazioni, solo apparentemente buttate lì a caso, è ogni volta fulminante: “il porno è sempre stato all’avanguardia dell’innovazione tecnologica”; “di sicuro non c’è alcun settore dell’attività umana che sprigioni una noia così assoluta come il diritto”. Personalmente non avrei alcunché da obiettare.</p>
<p style="text-align: justify;">Al netto, comunque, di tutta la sordità diffusa tra quelli che faranno finta anche questa volta di non sentire, <strong>vorrei proprio sapere chi non si ritrova nella vita del protagonista</strong> di <em>Serotonina</em>. Certamente, lui è ricco o almeno decisamente benestante – condizione oramai rara, dopo lo sterminio programmato della borghesia. Per il resto, è tutto <strong>impietosamente vero: “In Occidente nessuno sarà più felice […], mai più, oggi dobbiamo considerare la felicità come un’antica chimera, non se ne sono più presentate le condizioni storiche”</strong>. O vorreste forse negare che “Parigi come tutte le città era fatta per produrre solitudine” e che “il mondo sociale era una macchina per distruggere l’amore”, ovvero l’unica cosa che potrebbe dare un senso alle nostre già miserabili – ontologicamente miserabili – esistenze?</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente, Houellebecq sa bene che <strong>c’è stato un tempo in cui le cose erano più semplici, naturali, normali e francamente meno problematiche</strong>. Quell’epoca è tragicamente <strong>venuta meno a seguito di tutte le cosiddette “grandi conquiste di civiltà”</strong>: “per me come per tutti i miei contemporanei la carriera professionale delle donne era una cosa che andava rispettata prima di ogni altra cosa, era il criterio assoluto”. Sulla base di questo presunto grande principio, infatti, il protagonista perde la possibilità di avere al suo fianco la ragazza che ama. Non è concepibile chiederle di abbandonare il lavoro per diventare “la mia donna”. Sarebbe troppo in controtendenza rispetto al progressismo diffuso. <strong>E così l’uomo occidentale si ritrova a dover inghiottire ogni giorno il dosaggio massimo di un farmaco antidepressivo, a ubriacarsi per reggere l’insulso susseguirsi dei giorni, sperando solo che tutto ciò lo porti quanto prima all’estrema conseguenza, la morte.</strong> Alla donna, oggetto d’amore del protagonista, non va meglio: dopo un concerto, si è fatta scopare da uno ed è rimasta incinta, ritrovandosi infine a dover crescere un figlio senza padre. Potrebbe unirsi nuovamente a lei, in una di quelle assurde forme altrimenti note oggigiorno con la neutra e quasi dolce dicitura di “famiglie allargate”, che i francesi chiamano letteralmente “ricomposte”? Stando a Houellebecq, pare proprio di no: <strong>“io di famiglie ricomposte non ne avevo mai viste, mentre di famiglie decomposte sì, in pratica non avevo visto altro”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza voler essere eccessivi, si può tranquillamente ammettere che <strong>nessuno di questi tempi</strong> – e malgrado questi siano effettivamente i tempi che stiamo vivendo – <strong>parli di ciò, del vero e proprio tramonto dell’Occidente</strong>, e meno che mai in letteratura. Perlomeno, nessuno riesce a contemplarlo in tutta la sua portata.</p>
<p style="text-align: justify;">In <strong><em>Serotonina</em></strong>, invece, <strong>la visione è totale</strong>, non esclude niente: la <strong>distruzione della famiglia</strong> e di conseguenza della società; i gloriosi e tragici <strong>movimenti di rivolta di una borghesia allo stremo</strong> – e non una semplice anticipazione dei gilet gialli; <strong>l’annichilimento </strong>di qualsiasi <strong>pulsione vitale</strong> in noi; il <strong>bisogno di trovare un senso trascendente</strong> – le ultime righe sono per Lui: Dio esiste ed è amore, non diversamente da quanto sosteneva Ratzinger nella sua enciclica <em>Deus caritas est</em>. E questo Dio potrà anche “essere un mediocre sceneggiatore”, come sta scritto, ma di certo non lo è lo scrittore francese. <strong>Houellebecq è il profeta</strong>, la coscienza europea, l’unica possibilità di salvezza della sua letteratura e del continente stesso. Se un giorno avremo dimenticato questo spaventoso incubo europeista, sarà grazie a lui che ci ha brutalmente svegliati, mentre eravamo in caduta libera verso il precipizio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Caro Michel,</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">lo sapevo – lo sapevamo tutti – lo sapevi tu, soprattutto. Non avrei dovuto leggere <em>Serotonina</em>, sappiamo tutti che è un romanzo mediocre, d’altronde, lo sai, hai scelto di ergere la mediocrità a genio, dimostrando che <strong>si può vendere molto con un libro modesto, che <em>Houellebecq</em> è diventato una griffe dello scemo prêt-à-porter editoriale, ormai sei l’Armani dei depressi, la panacea per gli scrittori ombelicali, il cesso del narcisismo.</strong> Intendo, Michel, che sei uno scrittore tipicamente, clamorosamente degli anni Novanta, un reazionario dell’ovvio, lo sai anche tu – la massa lettrice riconosce sempre ciò che gli è noto, che annota da anni, a cui è riconoscente; l’ignoto, che è il carato della profezia, sconvolge il giudizio, viene ammesso con sospetto. <strong>Le tue riflessioni sono barbaricamente idiote, meno interessanti delle speculazioni del lavandino. Ne cito una, sull’amore:</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nella donna l’amore è una potenza, una potenza generatrice, tettonica, quando l’amore si manifesta nella donna è uno dei fenomeni naturali più imponenti di cui la natura possa offrirci lo spettacolo, è da considerare con timore, è una potenza creatrice dello stesso tipo dei terremoti o degli sconvolgimenti climatici, è all’origine di un altro ecosistema, di un altro ambiente, di un altro universo, con il suo amore la donna crea un mondo nuovo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, una frase come questa va bene come sfondo a una puntata di <em>Grey’s Anatomy</em>, dove turbe di umani esagitati, nella latrina dell’ego, spacciano sentenze esistenziali, esiziali, inesistenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Vado avanti, Michel, sperando che questa mia abbia per te un valore catartico, catatonico. Qui definisci la prostituta, senza alcuno sforzo intellettivo: <em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La puttana non seleziona i propri clienti, è proprio quello il principio, l’assioma, la puttana dà piacere a tutti, senza distinzione, ed è grazie a questo che accede alla grandezza.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qui ti fai delle domande che dovrebbero creare qualche sommovimento nel sistema arterioso, invece sono stupide, indotte dal dio del banale, servono per indottrinare i sudditi del giusto mezzo</strong>, i vagabondi del niente:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ero capace di essere felice nella solitudine? Pensavo di no. Ero capace di essere felice in generale? È il tipo di domanda che credo sia meglio non farsi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Mi viene da dirti, Michel, mai letto Leopardi?, mai sperimentato il suo adamantino rafting nel nulla? Provaci, sfoglia lo <em>Zibaldone</em>, scoprirai il piacere di essere ammutolito, Leopardi zittisce tutti i tuoi incubi da illibata concubina.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando vuoi fare il battutista, Michel, mi intristisci con la tua insipienza:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Una Lolita sarebbe stata in grado di far perdere la testa a Thomas Mann; Rhianna avrebbe fatto sbarellare Marcel Proust; quei due autori, vette delle rispettive letterature, non erano, per dirla con altre parole, uomini dignitosi, e si sarebbe dovuto risalire più indietro, all’inizio del XIX secolo, ai tempi del romanticismo nascente, per respirare un’aria più salubre e pura.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Magari possedessi la sontuosità narrativa di Thomas Mann, magari fossi benedetto dalla vastità intellettuale di Marcel Proust, magari riuscissi a scrivere <em>Lolita</em>, magari fossi eroticamente penetrante come Rhianna. </strong>I temi definitivi del romanzo, il sesso e Dio, cioè la vita e la morte, cioè il tutto e il nulla, cioè i cardini della letteratura, sono trattati scioccamente, senza il brillio di una intuizione, di una avventatezza narrativa. Sul sesso ti cito questo passaggio:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Pieno di buona volontà, mi tolsi i pantaloni e gli slip per renderle più agevole prenderlo in bocca, ma in realtà ero già preda di una premonizione inquietante, e quando Claire ebbe vanamente masticato per due o tre minuti il mio organo inerte capii che la situazione rischiava di degenerare e le confessai che in quel periodo prendevo degli antidepressivi (“dosi massicce” di antidepressivi, aggiunsi per sicurezza) che avevano l’inconveniente di sopprimere in me ogni traccia di libidine.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il desiderio annacquato, la libido che sbrodola via, la sessualità incancrenita, la vecchiaia che disintegra ogni bramito di carne, sono elementi che vanno esasperati, esagitati, abusati. Ecco. Non c’è alcun abuso, in te, Michel, che non sia l’abusivismo dei cliché, dottrine retrodatate – te l’ho detto, sei uno scrittore degli anni Novanta che giunge a noi, ora, in ritardo, vent’anni dopo – stinte, antiquate.</strong> Leggiti Massimiliano Parente, Michel, che sull’eros, sul porno, sull’eccesso e sull’oltreterra della foia e sul sopruso ha scritto, con la ‘Trilogia dell’inumano’, qualcosa di notevole, di drastico, dovrebbe diventare il tuo abbecedario. Leggiti Andrea Temporelli, che in <em>Tutte le voci di questo aldilà </em>porta la questione letteraria sul tremito del suicidio, Michel, mioddio, bela, ulula, sbraita, abbandonati al gorgoglio dei ghigni, strappati la pelle, spolpaci, portaci in un viaggio mefistofelico dal sottosuolo alla Gerusalemme celeste, dal fango al cosmo, ma questo pantano retorico, ti prego, evitacelo.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>Su Dio, poi, sei quasi pietoso, il beghino del buon credo:</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>In realtà Dio si occupa di noi, pensa a noi in ogni istante, e a volte ci dà direttive molto precise. Questi slanci d’amore che affluiscono nei nostri petti fino a mozzarci il fiato, queste illuminazioni, queste estasi, inspiegabili se consideriamo la nostra natura biologica, il nostro statuto di semplici primati, sono segni estremamente chiari.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se hai scoperto il sacro nel dissacrato, sono felice per te, piglia la via del monastero e non farci la predica. Se invece pigli Dio sul serio, sfidalo a duello, prendilo a testate</strong>, detronizzalo, dissezionalo, annaffialo nella colpa, coltivalo nel danno, dagli valore di dramma. Si scrive azzannando, mica facendo un valzer sul primo pulpito che capita.</p>
<p style="text-align: justify;">In ultimo, Michel, la tua scrittura, speculare alla mediocrità sponsorizzata nel romanzo. <strong>Sciupata, nitidamente anonima, da scrittore sottodotato, frollato nel piagnisteo. Ti cito un esempio, tra i tantissimi:</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Alle sette in punto mi alzai e attraversai il soggiorno senza fare il minimo rumore. La porta dell’appartamento, blindata e massiccia, era silenziosa quanto quella di una cassaforte. A Parigi il traffico era fluido in quel primo giorno di agosto, trovai perfino parcheggio in Avenue de la Sœur-Rosalie, a pochi metri dall’albergo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come sai, un lettore vuole annegare nella gioia o nell’angoscia. “L’infinito è l’eccesso, l’opposto del giusto mezzo, della misura, del finito”, scrive Benjamin Fondane</strong> in un miracoloso saggio che sonda <em>Baudelaire e l’esperienza dell’abisso. </em>In particolare, parlando della filosofia greca, Fondane forgia una memorabile metafora: “si presenta a noi come la Vittoria di Samotracia – una scultura senza testa da cui la testa fu deliberatamente omessa, poiché doveva rimanere esclusiva proprietà degli ierofanti; consegnato il corpo al pubblico, la testa, gelosamente conservata chissà dove, non smetteva di guidarne l’espressione e il significato, come verità occulta e ineffabile su cui riposava il discorso visi bile ed espresso”. Vedi, in te, Michel, non c’è infinito e non c’è eccesso, non c’è occulto né mistero: ma è quello, solo quello, incedere in ciò che inciampa, che squassa, che cerchiamo.<strong> Il resto – il giusto mezzo, il visibile – è davvero geometricamente troppo poco. Ora che anche chi ti ha osannato per anni – non sono tra costoro – comincia a nutrire dubbi su di te, caro Michel, ora che soltanto per questo, per spirito di sfida, ti difenderei a spada tratta, non posso che ricordarti, per onore di verità, </strong>che sei uno scrittore senza testa, che sei uno scrittore senza palle.</p>
<p style="text-align: justify;">Affettuosamente,</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Davide Brullo</em></strong></p>
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		<title>Michel Houellebecq: genio assoluto o petulante bluff che fa le coccole a Winnie the Pooh? Matteo Fais e Davide Brullo litigano in attesa di “Serotonina”</title>
		<link>https://www.pangea.news/michel-houellebecq-genio-assoluto-o-petulante-bluff-che-fa-le-coccole-a-winnie-the-pooh-matteo-fais-e-davide-brullo-litigano-in-attesa-di-serotonina/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Dec 2018 07:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>È così difficile trovare un autore che ci rappresenti! In fondo, la solitudine ontologica dell’uomo si ripropone ogni volta anche tra gli scaffali delle librerie. Cerchiamo di completarci con cose e persone, fallendo nella maggior parte dei casi. Eppure, viviamo con questo intimo e inestinguibile bisogno di vederci riconosciuti. Se qualcuno ha pensato ed espresso [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/michel-houellebecq-genio-assoluto-o-petulante-bluff-che-fa-le-coccole-a-winnie-the-pooh-matteo-fais-e-davide-brullo-litigano-in-attesa-di-serotonina/">Michel Houellebecq: genio assoluto o petulante bluff che fa le coccole a Winnie the Pooh? Matteo Fais e Davide Brullo litigano in attesa di “Serotonina”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">È così difficile trovare un autore che ci rappresenti! In fondo, <strong>la solitudine ontologica dell’uomo si ripropone ogni volta anche tra gli scaffali delle librerie</strong>. Cerchiamo di completarci con cose e persone, fallendo nella maggior parte dei casi. Eppure, <strong>viviamo con questo intimo e inestinguibile bisogno di vederci riconosciuti</strong>. Se qualcuno ha pensato ed espresso quello che tra compiacimento e tortura non ci ha mai dato pace, un poco ci sentiamo sollevati – inutile negarlo. È un senso di vicinanza che scioglie il freddo in cuore, nel segno del mal comune mezzo gaudio.</p>
<p style="text-align: justify;">Credo che <strong>il motivo per cui leggo e rileggo Houellebecq</strong> – e aspetto il suo romanzo in trepidante attesa – <strong>stia nel fatto che, dall’autore francese, io mi sento rappresentato</strong>. Non è mai stato così con nessun altro. Ho amato molti libri, passando e ripassando con bramosia inquieta tra le loro righe. Eppure, qualcosa mi è sempre mancato. Nessuno ha mai detto fino in fondo la verità di ciò che sento. <strong>Sartre</strong> mi è piaciuto. Il <strong>Camus di <em>Lo Straniero</em></strong> mi ha fatto quasi paura perché vi ho scorto molto di me. Persino <strong>Giuseppe Culicchia</strong>, almeno in <strong><em>Tutti giù per terra</em></strong>, ha anticipato in buona misura molte delle tragedie che avrebbero segnato il mio ingresso nella traumatica età della ragione. Ma avvertivo un residuo di inespresso, qualcosa che era ancora lì e andava messo nero su bianco. Tant’è che allora decisi di dirlo io, senza attendere ulteriormente che fosse qualcun’altro a farlo in mia vece. Poi, a un certo punto, per puro caso un amico, durante una serata in comitiva, in cui eravamo i soli a pensarla in un certo modo, mi fece il nome del francese: <strong>“C’è uno scrittore che sostiene esattamente quello che stiamo dicendo noi”</strong>. Non potei resistere alla tentazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64766 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-14-210x300.jpg" alt="Houellebecq" width="141" height="201" />Seppi fin da subito che Houellebecq era quello giusto, come i pochi fortunati a cui capita di incontrare la donna della loro vita.</strong> Mi immersi in <strong><em>Le particelle elementari</em></strong> rimanendo folgorato. C’era tutto quello che avevo sempre pensato, solo espresso più chiaramente e sistematizzato. Mi colpì in particolare quella <strong>strana forma ibrida, e così ben equilibrata, tra il saggio e la narrazione</strong>. Non sono mai stato del resto un amante dei romanzi basati sull’intreccio, tra inutili complicazioni della trama e psicologismi talmente spinti da lasciarmi del tutto indifferente. “Il mio scopo non è di incantarvi con sottili notazioni psicologiche. Non ho l’ambizione di strapparvi applausi per la mia finezza e il mio spirito. Questo genere di cose lo lascio agli scrittori che usano il proprio talento per descrivere i differenti stati d’animo, i tratti del carattere, ecc. […] Tutta questa mole di dettagli realistici, questo dar vita a personaggi plausibilmente differenziati, m’è sempre sembrato, scusate l’ardire, una grande stronzata”, <strong>così sta scritto in <em>Estensione del dominio della lotta</em></strong>. <strong>Sinceramente, non potrei essere più d’accordo</strong>. Odio i romanzi dove ci si perde nelle idiosincrasie dei personaggi, o nelle descrizioni iperrealistiche come avviene nei russi dell’Ottocento. Mi piace una <strong><em>narrativa di contenuti</em></strong>, come la si suol chiamare. Dei gusti personali dei singoli protagonisti me ne sbatto, mentre amo quando<strong> a essere descritto è un certo periodo storico di cui ogni figura letteraria è una rappresentazione plastica</strong> – del resto, ha ragione Houellebecq quando dice che oramai <strong>siamo tutti molto simili, in questo tempo omologante</strong>, e ci differenziamo solo per stupidaggini, come il fatto che io non sopporto gli slip e tu invece hai un serio problema con i boxer.</p>
<p style="text-align: justify;">Daniel Pennac, in una recente intervista, ha sentenziato che <strong>“i lettori di Houellebecq sono consumatori che odiano consumare”</strong>. Non è del tutto falso. Per una volta, ho sfiorato la straniante sensazione di trovarmi in accordo con lui. In effetti <strong>mi sento <em>consumato</em>, acquistato e non acquistante</strong>. Mi capita addirittura di contemplare uno scaffale del supermercato, come al protagonista di <em>Estensione</em>, solo per scoprire dopo qualche minuto che non mi serve realmente niente degli articoli esposti alla “cupidigia del pubblico”. Ma non è tutto così semplice…</p>
<p style="text-align: justify;">Potrei amare anche <strong>Bukowski</strong>, per la smodata presenza della sessualità nei suoi libri, proprio come in quelli dell’autore di <em>Piattaforma</em>. Però, no, qualcosa di Bukowski mi lascia insoddisfatto. <strong>Adoro la sua prosa, così secca e fluida da scorrere veloce come la birra di mezza mattina. Trovo però che l’americano sia oltremodo naïf.</strong> Sono interessanti le sue folli esperienze, da cui lui trae non poche intuizioni pungenti. Ma in Bukowski manca del tutto la sovrastruttura culturale. <strong>La sua è una saggezza da <em>barfly</em></strong> (“mosca da bar”), quando la sbronza è tale che o cadi in coma etilico o sei improvvisamente vittima di una qualche illuminazione sulla vita. Houellebecq è più simile a me: <strong>un osservatore distaccato e analizzante, affetto da una punta costante di amarezza, capace di farti ridere proprio nel momento in cui più ti fa male</strong>. È uomo di cultura, ma che giustamente non si prende troppo sul serio. Per lui <strong>il sesso non è colore e contorno della narrazione, ma chiave interpretativa, nella sua declinazione, di un’epoca – proprio come l’economia</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ammiro inoltre la <strong>sua capacità nel mantenere uno stile sempre valido </strong>alternando nella sua produzione <strong>romanzi postmoderni</strong>, come <em>Estensione</em> e <em>Le particelle</em> <em>elementari</em>, fino ad arrivare a quello che potremmo definire <strong>il neonaturalismo</strong> di <em>Sottomissione</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Dite quello che vi pare, ma lui ha in ogni momento il polso della situazione, di quello che gli sta accadendo intorno. Da quando, disoccupato, scrisse in preda alla disperazione il suo primo romanzo, fino a diventare un miliardario chiuso in un grattacielo del quartiere cinese di Parigi, nulla è cambiato: <strong>Houellebecq vede sempre il mondo con spietata ed empatica lucidità</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho sentito che <strong>il suo nuovo libro, terminato mesi addietro, preconizza la rivolta dei gilet gialli</strong>. Ciò non mi sorprende, casomai <strong>rinnova la mia convinzione</strong>. Ho letto l’incipit: “Odiavo Parigi, quella città ammorbata da borghesi ecoresponsabili mi ripugnava, può darsi che fossi un borghese anch’io ma non ero ecoresponsabile, andavo in giro con un 4&#215;4 diesel – forse non avevo combinato granché di buono nella vita ma almeno avrei contribuito a distruggere il pianeta – e sabotavo sistematicamente il programma di raccolta differenziata varato dall’amministratore del palazzo buttando l’umido nel recipiente per il vetro e le bottiglie vuote nel cassonetto riservato alla carta e agli imballaggi”. Inutile precisare che sono già “in solluchero”, come quel sentimentale del giovane Holden travolto sulla strada da un male di vivere inimmaginabile prima dell’affermazione letteraria di Houellebecq.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non basta, non basta, non mi basta nulla.</strong> Non mi basta neanche il nulla, figuriamoci l’uomo, l’umano, il suo disagio, la sua disfatta, l’ansia cristica della dissipazione, il lasciarsi andare, il lasciarsi morire, la lascivia nichilista, la foga dell’annientamento. Questo è l’uomo da quando è uomo, nell’incarnazione di Abramo – disposto a sacrificare ciò che ha di reale, il figlio, per un filo di voce illusionista che ritiene Dio – nella follia di Edipo – che vince il mostro scoprendosi mostruoso – nella malia di Amleto – che sa che essere è non essere – e giù, deragliando e derapando nel dirupo umano, tra i russi che hanno a cuore non certo i dettagli narrativi – quelli piacciono sotto il cupolone di Albione – ma il deperimento dell’anima e il suo sfasciato ululato, e le ignominie di Beckett e le sconcezze di Genet e i bramiti di Camus… poi arriva lui, Michel Houellebecq, che con un talento miseramente ‘giornalistico’ ripete peggio degli altri le stesse cose, cambia la ‘quinta’, orienta la scrittura per i sottodotati attuali, per i dormienti, e giù applausi. Sinceramente, con tutta la mia pulviscolare ironia, <em>Serotonina </em>lo stronco prima ancora di leggerlo, MH scrive da vent’anni sempre le stesse cose.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La posa. </strong>Leggete la posa, <em>please</em>, prima ancora dei libri. Houellebecq sta in posa – fotografica – fotogenica. Fa la faccia del vituperio, un abietto virile, con la sigaretta digerita in bocca, fa il lurido, fa schifo, anche se è pieno di soldi e di applausi. Si mette in posa. Fa la parte. Lo scrittore, però, rifiuta i ruoli, vive per evadere le forme, per verificarne l’idiozia. Gli scrittori violenti hanno un viso limpido, che lampeggia crudeltà. Nelle raffigurazioni secentesca, il re Davide è un bambino, è l’icona dell’innocenza, ma brandisce la spada, è lordo di sangue, rotea il cranio di Golia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il petulante. </strong>Il talento di Houellebecq – se tale è – è ‘giornalistico’, dicevo. Intuisce un problema ‘sociale’, edifica una palafitta narrativa, ci s’infossa, il trucco riesce sempre. Houellebecq ha bisogno della polemica e della politica, non può fare a meno del fango, del pubblico, non si disincastra dal giudizio. Per questo le sue opere più che degradanti e degradate sono degradabili, svaniscono una volta lette, come un buon reportage giornalistico. Insomma, Houellebecq non è diverso da Trump, di cui apprezza il biondochiomato carisma.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’egida dell’ovvio. </strong>Houellebecq funziona perché scrive ciò che vogliamo leggere, si finge antipatico – ma io lo immagino mentre fa le fusa abbracciato a Winnie the Pooh – ha il vezzo dello str**zo, annaspa nell’ovvio – che, ovviamente, vende – come il suo amico Emmanuel Carrère, due facce della stessa medaglia cariata. Poi, certo, in Italia ci vorrebbe un Houellebecq, ma l’Italia, letterariamente, è terra di tanti mozzi, di una manciata di corsari, mentre qualche squalo scodinzola in mare aperto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Umano troppo umano. </strong>Houellebecq sosta nel sottobosco dell’umano, nel retroterra, con il retrogusto del già letto e già digerito: è un clamoroso bluff. La letteratura, piuttosto, si muove verso l’al di là, oltre l’uomo, in direzione del disumano – per questo, su questo, Massimiliano Parente vince Houellebecq, non c’è partita, lo scontro è impari – oppure nell’alveo dell’oltreumano. Il caro vecchio Cormac McCarthy riduce Houellebecq a un barboncino dei buoni sentimenti, Witold Gombrowicz ne dissezionerebbe la barbarie formale, perfino Rudolph Wurlitzer, con il visionario, lisergico, sonnambulo <em>Zebulon </em>ha scritto un libro che vale <em>Le particelle elementari </em>ed <em>Estensione del dominio della lotta – </em>i ‘best’ di MH – messi insieme.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo stile. </strong>E poi, basta, basta questo. MH scrive male – è sufficiente a evitarlo. Uno scrittore che non dona decenza formale alla propria creazione è un petulante provocatore. Meglio Moravia, allora. Meglio Pavese. Meglio <em>Tempo di uccidere </em>di Flaiano. Meglio i racconti di Verga. Lo ripeto per l’ennesima: prima di MH, lo scrittore facile per un tempo fatalmente semplice, il romanziere per i trinariciuti dell’abisso nella tazzina di caffè, leggete Montherlant, leggete Jouhandeau. Già. Troppo. Ma io voglio il troppo, anelo all’irredento, mi fa voglia lo scandalo del linguaggio non chi pensa di fare oscenità perché piscia, in faccia a tutti, la propria incurante incuria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Davide Brullo</em></strong></p>
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		<title>“Mi spiace per te, ma sei il nuovo Moravia”: scazzottata verbale tra Davide Brullo e Matteo Fais</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Dec 2018 08:01:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La pensiamo opposta su tutto – per questo ci vogliamo tanto bene. Lui ama Houellebecq, per dire, che io trovo uno scrivano di terza fila; lui morde la carne insipida della vita, consapevole di ciò che è certo – nulla è e se anche fosse non sarebbe conoscibile, dunque nulla ha senso: questo è Sesto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La pensiamo opposta su tutto – per questo ci vogliamo tanto bene. <strong>Lui ama Houellebecq, per dire, che io trovo uno scrivano di terza fila; lui morde la carne insipida della vita,</strong> consapevole di ciò che è certo – nulla è e se anche fosse non sarebbe conoscibile, dunque nulla ha senso: questo è Sesto Empirico mica Massimiliano Parente – io cerco Dio perfino nel frigorifero, figurandomi nell’abulico neon sopra il barattolo scaduto di tonno un abominio di galassie. <strong>Fais è un anatomista del dolore, un chirurgo della pece quotidiana, un senza pace, io sono una specie di re presunto in assenza di Golia, uno che traduce l’arpa in coltello e viceversa</strong>, che cerca l’oro del verbo, mentre Matteo, verbosamente, costruisce trappole grammaticali nella melma. Così, ci vogliamo bene – io amo chi mi è gemello all’opposto, perché non mi sopporto, non sopporto la mia scrittura nitida e perfetta e la mia poesia visionaria, glossolalica, ho bisogno di chi mi riporti alla realtà, che io mi ostino a sbriciolare con un vezzo di cerbottana. Ad esempio. Matteo Fais ha appena pubblicato per Robin Edizioni il nuovo romanzo, <a href="http://www.robinedizioni.it/nuovo/storia-minima" target="_blank" rel="noopener"><em>Storia minima. </em></a>L’ho seguito da vicino: <strong>si rovinava le giornate per speculare intorno alla disposizione di una virgola e alla decenza di un aggettivo e alla declinazione della copertina – Fais in fondo, è uno che nell’orrore entra con i calzini intonati al colore degli occhi, con avida sinuosità. </strong>Io, di mio, avrei scritto una ‘Storia magica’, una ‘Storia maxima’, perché, ancora, che infantile, credo nel libro assoluto e nella parola che squaderna i mondi, nel verso che spacca il cranio di Dio. Invece, <strong>devo credere a Franz Krauspenhaar, che ha creduto in questo romanzo fino a scrivere una intro assai partecipe e guerresca: “l’autore se ne sbatte delle grandi migrazioni e dei nostri tragici tempi cantati da molti nell’astrazione, senza vera passione</strong> – come fa il radical chic che se la gode come un pazzo, ma poi si prende a cuore problemi sociali che non vede nemmeno, perché preferisce pensarli in modo platonico. Al contrario Fais prova a raccontarli crudelmente attraverso la vita minima di un giovane scoraggiato”. <em>Storia minima</em>, devo dire, risollevati dal senzasperanza, ha un paio di pregi. Il primo è che mi ha svelato. <strong>Sono un radical chic. Sono radicale – i morti mi paiono più vivi di tanti viventi – e sono chic, cioè addestrato all’esasperata eleganza.</strong> La seconda cosa è la compassione. Fais alterna crudeltà a inaudita delicatezza, la sconfitta all’adesione totale – mai accomodante, mai comoda – alla vita. Nella vita, d’altronde, si entra con occhi di terrore, gonfi di turbe: occorre sostituire questa iride – malmessa dai tempi – con quella dei giaguari. <strong>Poi gli dico che questa spietata compassione mi ricorda Moravia, proprio così, </strong>un Moravia che con il taglierino si è messo a triturare il nuovo millennio, relegandolo a scalpiccio. Ma tu pensa… il mio amico Matteo Fais è il nuovo Moravia. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64541 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-12-203x300.jpg" alt="Fais" width="161" height="238" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-12-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-12-768x1135.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-12-693x1024.jpg 693w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-12-1320x1951.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-12.jpg 1556w" sizes="(max-width: 161px) 100vw, 161px" />Intanto, perché scrivi? Perché scrivi quello che scrivi, intendo…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ah, dunque questa è un’intervista seria! Proprio come quelle che fai ai veri scrittori. Allora, aspetta che mi apro una bottiglia di vino e mi metto in posa davanti a una bella libreria stracolma di testi che non ho letto… <strong>Perché scrivo? Perché nessun altro l’ha mai fatto – di scrivere quello che scrivo io, intendo dire – o, se non altro, non in molti, da diversi decenni a questa parte. </strong>Se è pur vero che massimo dieci, venti autori in un secolo riescono a imprimere una svolta a livello stilistico, è altresì indiscutibile che la realtà è troppo variegata per essere decostruita unicamente da quei pochi innovatori dell’espressione. Vedi, là fuori c’è un mondo assurdo: gente che muore di fame, vittime di un mercato del lavoro assassino, eccetera eccetera. I poeti e gli scrittori di che cosa parlano, invece? I primi insistono nel far rime bucoliche, come se ci fosse ancora una natura simile, se non identica, a quella che circondava Leopardi – come sappiamo bene, tra le rarissime eccezioni, ci sono Simone Cattaneo e Andrea Italiano. Oppure, a livello narrativo in particolare, gli autori sfornano inutili <em>divertissement </em>e scopiazzature di vecchi romanzi sadomasochisti, come nel caso delle <em>Cinquanta sfumature</em>. Capisci bene che raccontare il nostro tempo è un dovere morale e la letteratura un mezzo affinché nella mente delle masse si faccia largo una visione critica della realtà che altrimenti resterebbe confinata nei testi di sociologia e filosofia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che palle le storie “minime”, non sarebbe meglio scrivere le storie “enormi”, irraggiungibili?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma neanche per sogno! <strong>Che due coglioni, invece, sta smania di scrivere opere eterne, destinate a catturare una volta per tutte l’essenza dell’Uomo al di là di qualsiasi tempo e spazio. Tutte stronzate derivanti dalla trasposizione in ambito letterario di principi mutuati da una visione religiosa e platonica: l’iperuranio con le idee fisse, il Paradiso, l’Eternità, l’Infinito.</strong> Capisco che l’uomo abbia nostalgia di una qualche stabilità – ecco spiegata l’ossessione per l’Infinito –, ma temo si tratti di una pia illusione. Niente è immutabile, l’Uomo con la “u” maiuscola non esiste. In tanti hanno provato a scrivere l’opera definitiva, come tanti hanno provato a edificare una filosofia che non necessitasse successivamente di ulteriori riflessioni. Ognuno di questi ha fallito miseramente, peccando di presunzione. <strong>Hanno fallito Dante, Boccaccio, Balzac, Proust. Le loro sono certamente delle grandi imprese letterarie, ma sono storiche, non eterne. Rispetto a me e a te, questi hanno unicamente avuto la fortuna, considerato che il tempo nel passato <em>scorreva </em>molto più lento di oggi, di riuscire a creare una realistica istantanea di un secolo, forse di due.</strong> Quello che ho scritto io oggi, al contrario, è destinato a essere uno specchio al massimo del decennio, o poco più. Forse una parte, almeno una certa dimensione morale dei miei personaggi, non muterà così facilmente, ma molti dei problemi che descrivo, in meno di cinquant’anni, saranno legati a un universo praticamente preistorico. Pensaci: incontri in chat, disoccupazione legata alla crisi, ragazzi scoraggiati ecc. Tra qualche decennio, scoperemo per mezzo di una tuta elettronica e il lavoro non esisterà più perché sostituito dall’automazione robotica – la fantascienza odierna diventerà realismo e attualità. Per concludere, lascia che precisi una cosa. Pochi anni prima che nascessi, siamo entrati in quella che si chiama “condizione postmoderna”. <strong>Le grandi narrazioni sono finite. È iniziata l’epoca del pensiero debole. Raccontare credendo di poter parlare a nome dell’universo intero, dell’uomo che sta in Africa come di quello del Sud America, o anche solo per un’intera generazione, sarebbe follia e stupidità. </strong>Rilassiamoci tutti quanti: oggigiorno ogni romanziere è destinato a essere un <em>autore minimo</em>, una flebile voce nel coro della storia – volutamente scritta con la “s” minuscola.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu dirai che il tuo riferimento per il libro è Houellebecq. Io direi Moravia. Come la prendi? Giustifica le tue fonti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ammetto che la tua considerazione non è superficiale – in parte mi hai smascherato. Ho sempre amato Moravia, fin dalle scuole superiori. Non tanto il primo – anzi, quello non mi piace per niente –, ma il secondo. L’ho letto da cima a fondo. Sto parlando, per intenderci, di <em>La noia</em>, <em>L’uomo che guarda</em>, <em>Io e lui</em>,<em> La vita interiore</em> e via elencando. <strong>A ogni modo devo contraddirti: il mio punto di riferimento, oggi come oggi, è Michel Houellebecq. Ma in Moravia, si potrebbe dire, c’è molto di quello che poi sarà Houellebecq.</strong> Semplicemente quest’ultimo analizza la società occidentale nella sua decadenza. L’autore di <em>Gli indifferenti</em> viveva in una realtà diversa, in un certo senso infinitamente più limitata. L’Occidente, sempre con licenza parlando, non esisteva ancora come entità, come forma dello spirito, almeno non fino in fondo. Per Moravia c’era l’Italia e, di conseguenza, la sua indagine volgeva sulla realtà nazionale. E lo faceva con gli strumenti giusti: Marx e Freud, il denaro e il sesso. Elementi simili li ritroviamo oggi in Houellebecq, l’economia neoliberista e la competitività estesa all&#8217;ambito della sessualità (da qui il titolo del suo primo romanzo, <em>Estensione del dominio della lotta</em>). Il motivo per cui il mio riferimento è lo scrittore francese sta nel fatto che Moravia resta comunque un moderno, mentre Houellebecq è, almeno in principio, un postmoderno, un frutto del pensiero debole. È vero, lui critica tale visione, ma al contempo vi è immerso. <strong>Vive entro la fine di ogni grande narrazione, proprio come me. Ai tempi di Moravia era tutto più netto e manicheo. Ma certo vi è molto di quest’ultimo nel tuo umile affezionatissimo.</strong> Penso, per esempio, al protagonista di <em>La noia</em> e al suo fallito tentativo di abbandonarsi al flusso vitale. Il mio personaggio è altrettanto inetto e fallimentare, votato allo scacco per intrinseca incapacità di adesione sfrenata, dionisiaca, all’esistente, senza la mediazione culturale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cos’altro ci resta da narrare: ancora una vita sfibrata, una vita emarginata, una vita violenta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">E di che vuoi che parli, di una gita sull’Himalaya come Cognetti?! Mutuando una fantastica espressione dai giovanissimi, direi “Ma anche no, grazie”.<strong> Vivere mi fa male, vivere in questo mondo ancora di più – non che abbia idea di come sarebbe stato in altri tempi, o parti del mondo, ma sinceramente non credo meglio. La vita è violenta, sfibrata, emarginata, ma aggiungerei anche terribile, piena di avversità, pastoie, oscenità, tristezza, orrore, tremore, malattie, e sesso con ragazze che ti confessano di aver letto solo Fabio Volo </strong>– roba che rivaluti anche quelle che non hanno mai letto un libro. Comunque, prima che qualcuno pensi a me come a una persona seria, vorrei sottolineare che il dolore, quando arriva al parossismo, mi porta a sorridere – la miseria è tanta che, a volte, mi chiedo se non sia tutta una colossale presa per il culo.</p>
<p><figure id="attachment_64542" aria-describedby="caption-attachment-64542" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64542" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/fais-300x169.jpg" alt="fais" width="300" height="169" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/fais-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/fais-768x432.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/fais.jpg 960w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64542" class="wp-caption-text">Matteo Fais deve sempre fare la faccia da str***o</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Canti l’alienazione o la vitalità? Canti l’agnizione del nulla o l’estasi nella gioia? La dissoluzione o la dissipazione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cantare, che parolone! Meglio sarebbe dire che stono su uno spartito illeggibile fatto di scarabocchi insensati e lugubri, quello dell’esistenza dell’uomo occidentale. Quindi, no, mi spiace, chi fosse in cerca di vitalità, estasi e gioia, è meglio che legga altro. Non fraintendermi, piacerebbe anche a me intonare panegirici a “il corpo elettrico” e altre dolci amenità alla Whitman. Per carità, versi interessantissimi, trascinanti, inebrianti. <strong>Domando scusa ma, come avrebbe detto Leopardi a quel manipolo di invasati liberali, questo tempo sarà anche fantastico, ma io rivendico la mia infelicità, il mio diritto a non trovare gran parte del nostro vivere sensato e lieto.</strong> Però bisogna che inizi a dire qualcosa di un tantinello meno simile ai testi dei Joy Division, altrimenti qui la gente comincerà a toccarsi le palle, come al passaggio di un funerale, e ci manderà a fanculo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Mi ributtai su Zola, Balzac, Flaubert, quel vecchio mandrillo di Philip Roth. Ascoltavo, nel mentre, per rilassarmi, Herbert von Karajan che dirige Beethoven”, fai dire al tuo antieroe – che pare uscito da un’<em>Arancia meccanica</em> con manganello nell’anima. Qual è il libro che ti ha dato uno scatto, uno schianto? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Un’<em>Arancia Meccanica</em> con manganello nell’anima”! L’ho detto che tu sei il più forte. A volte, ti leggo e mi chiedo da dove le tiri fuori certe espressioni. Se fossi donna ti amerei carnalmente, ma per fortuna ho solo testosterone galoppante in me – e poi ci pensano già ampiamente le femmine a tirarmelo nel didietro, quindi non offenderti. Venendo alla questione da te posta, direi che certamente <em>Estensione del dominio della lotta</em> e <em>Le particelle elementari</em> sono i due libri in cui mi sono identificato maggiormente e di cui ho amato massimamente lo stile – li potrei rileggere anche per l’eternità e credo che mi toccherebbero ogni volta il cuore e la mente, a tratti inducendo in me il pianto. <strong>Sì, lo confesso, ho letto alcuni brani delle <em>Particelle </em>con le lacrime agli occhi. Hai presente il passaggio in cui Annabelle, la bella ex ragazza, oramai ridotta a una quarantenne sola, dopo una vita all’insegna della libertà sessuale, aborti e via disperando, scopre di avere il cancro?</strong> Alla resa dei conti, anche lei ha fallito miseramente, mancando del tutto la felicità, pur essendovi apparentemente destinata. Sì, forse avrà avuto qualche orgasmo, ma più che altro un manipolo di maschi tarantolati le hanno ficcato il loro cazzo dentro, per il puro gusto di potersi poi vantare di aver chiavato una gran fica. Ecco, la maggior parte di noi si ritroverà così, fottuta e con un cancro, a pensare, in preda agli ultimi fremiti, “Non è possibile. Tutto sta volgendo al termine e non c’è stato realmente niente”. Siamo animali condannati alla consapevolezza, quindi alla sofferenza. Non vado avanti, ho di nuovo le lacrime agli occhi. E, comunque, non ho spiegato bene il punto. Mi sono lasciato prendere dall’emozione… Ma va bene lo stesso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dici la sessualità, la cosa vulnerabile del dire letterario: perché? Che valore “di rottura” ha oggi, in letteratura, il sesso, che cosa intendi ribadire?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il sesso di per sé non ha alcun valore di rottura. Forse potrebbe averne l’erotismo – quello vero –, in questi tempi così falsamente libertari, ma a me non interessa. <strong>Io dico il sesso perché il sesso è rivelatore. Il nostro è meccanico, pornografico, un’esigenza compulsiva indotta per via televisivo-telematica, al fine di vendere perizomi, che nella maggior parte dei casi si riduce a uno scambio glaciale.</strong> Siccome volevo raccontare il presente, non potevo esimermi dal mettere il sesso in ogni pagina – del resto, è ovunque. Dovevo raccontarlo nella mesta crudezza di questo tempo così antierotico. In sintesi, non è il sesso a essere di rottura, ma lo sbattere sulla pagina una raffigurazione il più realistica possibile di come ci siamo ridotti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fai sempre la parte del fustigatore degli intellettuali “di sinistra”: perché? Cosa t’importa della politica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come potrei non curarmi della politica? Lei si curerebbe comunque di me. Oh cazzo, ho appena citato Lenin, dannazione! Scherzi a parte,<strong> la scrittura è un atto politico, come scegliere di tirare molotov, o mazzi di rose, contro una sede di partito.</strong> Sta a ognuno di noi decidere se imitare Andreas Baader, o il pakistano che cerca di farsi la giornata. Per il resto, io non ho niente contro gli intellettuali di sinistra, ammesso che appunto siano “di sinistra” e non i soliti stronzi che senza il supporto del PCI non avrebbero neppure fatto i commessi alla Feltrinelli – e mi perdonino i commessi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Credi in Dio o va di moda credere nel niente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ti sembro uno che sta dietro alle mode, fossero anche intellettuali?! No, comunque, non credo in Dio e neppure mi comporto, come diceva il filosofo, come se lui esistesse pur senza avere fede. <strong>Ho una mia morale… forse, boh, non so. In generale direi che critico il mondo, ma ne sono parte. Sono insomma una mela guasta che si ribella al marciume.</strong> E guai a chi non ha niente a che fare con ciò che critica! Sarà di sicuro il più ammorbante e fasullo dei moralizzatori. Io non credo in Dio, ma il cattolicesimo non è certo una religione fessa: i santi, prima di essere tali, sono stati i peggiori peccatori. Del resto, solo un demonio posto vicino a Satana può prendere coscienza di essere all’inferno e tentare di risalire. Chi si trova già in cielo non può avere aspirazioni per l’ascesa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è lo scrittore più sottovalutato e quello più sopravvalutato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sai che ti dico, questa è una domanda oziosa. <strong>È pieno di sopravvalutati e di sottovalutati. Per una volta, preferirei essere costruttivo e quindi ti menziono quelli meno noti che, secondo me, meriterebbero maggiori attenzioni: tu, Francesco Consiglio, Francesco Dezio, Andrea Campucci, e pure io – che cazzo!</strong> Leggetevi le mie recensioni settimanali e troverete il resto dei nomi. Non per far capire fino in fondo che sono un pirla, ma lasciami fare un appello ai lettori: <strong>ragazzi, non esistono solo i classici, ci sono tanti esordienti e sconosciuti che non valgono meno degli altri, solo che nessuno se li calcola. Leggeteli.</strong> Il mondo letterario non si ferma nel magazzino di una casa editrice. Anzi, che si fottano tutti i magazzini pieni di Cognetti e Saviano, e le librerie che non ti ordinano il testo, anche se sei distribuito da Messaggerie, perché altrimenti è solo fatica in più. Comprateci online, nel caso, che siamo pure scontati!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è l’evento che ha segnato la tua vita?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno dopo la mia prima e agognatissima volta. Sono tornato dalla tipa, convinto che da quel momento tutto sarebbe andato per il meglio. Lei declinò infastidita il mio invito. <strong>Fu allora che compresi che la gloria è un attimo, poi tutto torna come prima, se non peggio. Menzionerei inoltre il giorno in cui mia madre è morta. Sai, di solito crepa sempre qualcuno che non sei tu o chi ti sta vicino.</strong> Ecco, in quel momento ho sperimentato sulla pelle che era proprio vero quello che avevo sempre pensato in precedenza: vivi nell’infelicità e non c’è redenzione, né happy ending. No, cazzo, muori proprio e fine dei giochi. Non avrai più un altro giorno per sperare finalmente nel sopraggiungere strombazzante della gioia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’invidia ti pare un gesto nobile? Invidi qualcuno?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dì la verità, questa domanda te l’ha suggerita Marzullo? Quell’uomo è un genio, ha lanciato un filone a cui tutti si sono adeguati. Senti, ragazzo mio, che ti devo dire. <strong>No, l’invidia non è una bella cosa e soprattutto quella negativa, cioè l’invidia che ti porta ad azioni di ripicca nei confronti di quelli più fortunati di te. </strong>Poi c’è un’invidia positiva che ti spinge, invece, a crearti delle alte aspirazioni. Quindi sì, invidio chi scrive meglio di me. Insomma, ti invidio, dunque spostati o sparo, così da divenire io il Mega Direttore Galattico di Pangea.news.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi&#8230; che senso ha la vita?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho capito: Brullo e Marzullo sono la stessa persona… MARIA, IO ESCO.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>“Siamo vivi, siamo soli (e celebrare la vita è tremendamente stupido)”: Massimiliano Parente ha rapito Vasco. Lo abbiamo intervistato</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Dec 2018 06:56:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Solo Parente poteva tirare fuori dal mazzo una storia come questa”, scanzonata quanto profonda. Il protagonista del romanzo, omonimo dell’autore, è uno scrittore che sente di avere un’affinità elettiva con Vasco Rossi – convinzione che peraltro hanno tutti i fan nei confronti dei loro idoli. Egli si persuade quindi che Vasco abbia bisogno di lui [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“Solo Parente poteva tirare fuori dal mazzo una storia come questa”</strong>, scanzonata quanto profonda. <strong>Il protagonista del romanzo</strong>, omonimo dell’autore, <strong>è uno scrittore che sente di avere un’affinità elettiva con Vasco Rossi</strong> – convinzione che peraltro hanno tutti i fan nei confronti dei loro idoli. Egli si persuade quindi che Vasco abbia bisogno di lui e viceversa, ma, invece di sognare di incontrarlo, o limitarsi ad assillarlo sui social come fanno tutti, <strong>decide di rapirlo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">In sordina, dietro una storia irriverente e apparentemente disimpegnata, <a href="http://www.lanavediteseo.eu/item/parente-di-vasco/" target="_blank" rel="noopener"><em>Parente di Vasco </em></a>(La Nave di Teseo, 2018) restituisce <strong>una riflessione distante da qualunque retorica sul senso dell’esistenza</strong>, per arrivare infine alla conclusione, come dice lo stesso cantautore, che<strong> “questa vita un senso non ce l’ha”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Parente, al contrario di ciò che gli intellettuali continuano a ripetere nei libri che nessuno compra, ma tutti scrivono, mette nero su bianco la realtà. Filosofi e letterati per centinaia di anni hanno cercato il senso della vita, prevalentemente impelagandosi in assurde discussioni di carattere morale, quando <strong>“la vita non è altro che un processo biologico cieco e senza finalità”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dalle tue dichiarazioni sembrava avessi smesso di scrivere romanzi – avendo ormai detto tutto. Poi ti sei ritrovato con questa storia fra le mani, che hai messo giù in un mese. Ma, dunque, sentivi di avere ancora qualcosa da comunicare? Qual è il senso – ammesso che i romanzi abbiano un senso – del tuo ultimo lavoro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È avvenuto tutto alla fine di quest’estate. Ero molto depresso, in particolare per una questione personale che racconto nel libro, e passavo le giornate giocando con la Playstation e ascoltando Vasco. Un giorno ho avuto l’idea di questo romanzo, per raccontare la situazione e perché la storia era divertente. <strong>Così l’ho proposta a Elisabetta Sgarbi, che è stata subito entusiasta e mi ha concesso un buon anticipo, spingendo affinché l’opera uscisse a novembre. Senza di lei non ce l’avrei mai fatta.</strong> È un editore d’altri tempi, capace di cose che nel panorama editoriale italiano attuale sono sorprendenti, come quando l’anno scorso diede alle stampe la <em>Trilogia dell’inumano</em>. Ne è venuto fuori un romanzo romantico, tragicomico, spassoso, scritto tutto in un mese. Consegnato ai primi di ottobre, è uscito giovedì scorso ed è già alla seconda edizione. Mi sono anche divertito molto a scriverlo. La maggior parte delle cose che racconto sono vere, inclusi gli incontri che ho fatto, esilaranti, per documentarmi su come rapire Vasco, resi possibili grazie alla collaborazione di Emilio Pappagallo, il mio migliore amico, al quale è dedicato il libro e che è anche un personaggio fondamentale del romanzo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64410 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-10-213x300.jpg" alt="Parente" width="161" height="227" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-10-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-10-600x846.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-10.jpg 625w" sizes="(max-width: 161px) 100vw, 161px" />Si tratta del tuo libro con il maggior numero di riferimenti autobiografici, per quanto non sia la prima volta che ti avvali di un protagonista omonimo. Che differenza c’è, sotto questo punto di vista, tra <em>Contronatura </em>e <em>Parente di Vasco</em>?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono testi completamente diversi. <em>Contronatura </em>è parte di un’opera di millesettecento pagine che ho impiegato tredici anni a scrivere e su cui ho investito gran parte della mia vita. Viene studiata nelle università, perché diversi studenti hanno capito che è unica nella letteratura occidentale. <strong>Per scriverla mi sono distrutto, fisicamente e psicologicamente, pur avendo scritto successivamente altri due romanzi nei quali è venuta fuori la mia vena più comica.</strong> <em>Parente di Vasco</em> è un romanzo non pianificato, come un figlio che non hai programmato ma decidi di non abortire. Buttato giù di getto, in un mese, è uscito così come l’ho scritto, con pochissime correzioni. Ripeto, gran parte del merito è della determinazione di Elisabetta Sgarbi. È vero, ho usato molte volte Massimiliano Parente come nome di autofiction, ma qui l’autofiction è minima. Ho messo più il vero me stesso qui che in tutti gli altri romanzi (sebbene un altro personaggio che mi rispecchia molto è Max Fontana, il protagonista de <em>Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler</em>), è una piccola autobiografia che racconta un’avventura tragicomica. È la prima volta, per esempio, che scrivo della morte di mio padre, su cui non ho mai pubblicato neppure un post su Facebook. Quelle pagine hanno colpito molti lettori, tra cui Giampiero Mughini, che ne ha scritto subito, ma anche me stesso quando le ho messe su carta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel romanzo, il protagonista sostiene che la maggior parte della musica, come della letteratura italiana, è caratterizzata da una retorica della vita, diciamo un’esaltazione smodata di questa. Sostiene anche che tale tendenza appartiene solo all’essere umano, infatti, “anche un usignolo canta tutto il giorno, ma non certo per cantare la bellezza della vita”. Se l’arte non deve quindi celebrare la bellezza di essere vivi, qual è la sua funzione dal tuo punto di vista?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Trovo che sia tremendamente stupido celebrare la vita per un essere vivente destinato tra l’altro a morire e a perdere tutto ciò che ama. Che magari si inventa dei paradossi che, tra gli altri grandi primati, fanno di Homo Sapiens una scimmia veramente idiota, come ad esempio la vita dopo la morte. <strong>Una minoranza della nostra specie è arrivata a comprendere aspetti incredibili di noi stessi, a mettere piede sulla Luna, a far atterrare robot su Marte, a comprendere la materia fino alle particelle elementari, a rilevare onde gravitazionali scaturite dalla fusione di due buchi neri un miliardo di anni fa, a vedere l’universo fino a una distanza di tredici miliardi di anni luce – incredibile. Ma la maggior parte dell’umanità è ancora capace di parlare a un essere immaginario che vive nel cielo – ridicolo. A me interessa la verità.</strong> Siamo l’unica specie vivente che ha impiegato duecentomila anni per arrivare, solo nell’ultimo secolo e mezzo, a conoscere la nostra origine e quella di ogni altra specie vivente. La biologia e la fisica ci hanno svelato molto di ciò che siamo, ma non solo la gente comune, anche la maggior parte dei letterati non se n’è accorta, non studia. Per me un romanzo o ha una funzione epistemologica o è puro intrattenimento, non vale più di una serie tv – tenendo conto che oggi ci sono serie tv più interessanti, anche epistemologicamente, di molti romanzi, sarà che gli sceneggiatori studiano di più. Ritengo che un romanzo debba essere romanzesco, cioè avere una trama solida, ma anche avere un pensiero moderno. <strong>Per tal motivo ho elogiato <em>Origin </em>di Dan Brown. Sarà di genere, ma dice cose interessanti, moderne. L’autore ha studiato e sa costruire un romanzo. È anche per questo che ho scelto Vasco Rossi come amico ideale nel testo, e decido di rapirlo, perché nella semplicità dei suoi testi, del suo pensiero, non c’è mai niente di consolatorio, di metafisico, di ruffiano rispetto alla vita di cui parlano i vitalisti.</strong> Addirittura, nel romanzo vorrei diventare amico di Vasco per dargli ancora più strumenti per comprendere la realtà, che lui ha comunque intuito. Nel romanzo sostengo che è lui ad aver bisogno di me ancor più che io di lui. In ogni caso di Vasco direi anche che è l’unico poeta che amo, se non pensassi di fargli un torto perché detesto i poeti ancora più dei letterati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In <em>Contronatura </em>il protagonista sostiene di scrivere per la letteratura, quindi non per il pubblico, e contro la letteratura. In <em>Parente di Vasco</em>, il protagonista dichiara di scrivere la realtà e contro la realtà. Potresti spiegare ai lettori cosa intendi esattamente con questi due concetti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È lo stesso concetto che mi ha mosso sempre come scrittore cioè dire quello che tutti gli scienziati pensano ma non possono esprimere artisticamente, usando la letteratura. <strong>Protestare contro la vita producendo opere contro la vita, ma senza trovare scappatoie metafisiche. Dire quello che molti scrittori hanno detto, per esempio gli esistenzialisti, o giganti come Proust o Beckett, ma in maniera più precisa, usando la scienza.</strong> E, ovviamente, senza mai trascurare l’aspetto romanzesco. Sto ricevendo centinaia di messaggi di lettori commossi e divertiti per <em>Parente di Vasco</em> – molti dei quali non erano neppure miei lettori prima –, perché avvertono che questo senso del comico, come anche del tragico, nasce da un approccio profondo con la realtà. Perché siamo vivi, e siamo soli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Paglialunga</em></strong></p>
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		<title>Sono entrato in una poesia salvifica di Stefano Simoncelli; fui poeta in un romanzo di Massimiliano Parente ed esperto di Tolstoj in un libro di Barbara Alberti… Aiuto! Non so più chi sono!</title>
		<link>https://www.pangea.news/sono-entrato-in-una-poesia-salvifica-di-stefano-simoncelli-fui-poeta-in-un-romanzo-di-massimiliano-parente-ed-esperto-di-tolstoj-in-un-libro-di-barbara-alberti-aiuto-non-so-piu-chi-sono/</link>
		
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		<pubDate>Thu, 29 Nov 2018 12:20:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Una sfacciata sboccata di narcisismo. Dieci anni fa Bompiani pubblica Contronatura, un classico contemporaneo di Massimiliano Parente – l’incipit, così carnale, creaturale, “Così Naike Porcella non ha dormito, non ha digerito, grassa com’è continua a trangugiare tartine di maiale e mai che scoppi una volta per tutte o gliene rimanga una insaccata nel gargarozzo”, mi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Una sfacciata sboccata di narcisismo. <strong>Dieci anni fa Bompiani pubblica <em>Contronatura</em>, un classico contemporaneo di Massimiliano Parente</strong> – l’incipit, così carnale, creaturale, “Così Naike Porcella non ha dormito, non ha digerito, grassa com’è continua a trangugiare tartine di maiale e mai che scoppi una volta per tutte o gliene rimanga una insaccata nel gargarozzo”, mi ricorda Joyce, il tono mi rimanda, rigurgitati, a Thomas Bernhard e a Witold Gombrowicz – e <strong>a pagina 306 ci sono io. “…il mio faustiano amico Davide Brullo, l’unico poeta che io conosca e riconosca;</strong> voglio dire, un profeta antico e biblico e moderno e brullo come lui, che non scrive nemmeno poesie, basta e avanza in una vita per rinunciare agli altri e fungere da contrappunto estetico alla mia mancanza di poesia, siccome io non scrivo in prosa, e tantomeno vivo, ma scrivo, soprattutto, per fare a meno di me”. Massimiliano racconta la mia disavventura in Rai, la nostra tragicomica gita “ai Parioli”, in un “appartamento ricco ma in disfacimento”, greve di intellettualoidi e poetanti, siamo a casa di “Gaby Ficca, una smandrappata quadrupedante cinquantenne buzzicona romana de Roma che insegna perfino letteratura”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Narciso che in me fiorì e sfiorì all’istante: finire in un romanzo è una grazia, grazie, ma è anche una prigionia. E… e… e… se perdessi me stesso?</strong> Lo scrittore, chi non lo sa?, è un demone, ingabbia i vivi nella sua forma finta. Il giorno dopo aver ricevuto il romanzo da Massimiliano, mi svegliai in una gabbia di vetro, faticai ad allungare le braccia – soffocavo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“A Davide, al di là di ogni parola, tuo…”. Il romanzo, con dedica. <strong>Ci siamo voluti così bene, con Massimiliano, che ora non ci sentiamo nemmeno più – da anni, ormai, tanti, tanti.</strong> D’altronde, ormai vivo nel suo romanzo, che senso ha far finta di essere vivo?</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per un periodo, ho avuto un rapporto epistolare piuttosto intenso con Barbara Alberti.</strong> Fino al 2010. Con Baldini Castoldi Dalai, la Alberti pubblica <em>Sonata a Tolstoj</em>, che è il più bel romanzo su Tolstoj mai scritto in questo Occidente in cecità, uno dei più belli di Barbara. In quel libro sono tra i graziati nei ringraziamenti, a pagina 290: <strong>“lo scrittore Davide Brullo per avermi dato le <em>Lettere di Lev Nikolaevic Tolstoj</em>, Longanesi 1978, e alcuni suoi formidabili scritti su Tolstoj, perdonandomi l’invidia davanti alla perfezione della sua pagina”.</strong> Anche in questo caso, Narciso si costruì un deltaplano, veleggiando tra i polmoni e la caviglia destra. Da allora, però, recluso in quel ‘grazie’, con Barbara Alberti non ci siamo più sentiti. La letteratura fa così: uccide i rapporti tra i viventi, ne impone altri, più profondi?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Non dimentico le poesie che Gianni Fucci, il poeta-sapiente di Santarcangelo di Romagna, amico di Guerra-Baldini-Pedretti, mi ha dedicato: <strong>omaggio tra anime affini, affilate in questa era di ferro, che vengono da generazioni scomposte e dispari. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questa estate sono andato a trovare Stefano Simoncelli, il poeta di Cesenatico, animatore, insieme a Ferruccio Benzoni, della rivista <em>Sul porto. </em>Non lo conoscevo.</strong> Si è confidato, come un uomo sulla riva scoscesa del tempo, come un uomo che ha perduto tutto e trovato altro. Questo smarrimento – sempre sornione, a tratti ironico, spesso cinico – mi ha sorpreso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_64260" aria-describedby="caption-attachment-64260" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64260" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/simoncelli1-300x200.jpg" alt="Stefano Simoncelli" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/simoncelli1-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/simoncelli1-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/simoncelli1.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/simoncelli1-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64260" class="wp-caption-text">Stefano Simoncelli insieme ad Attilio Bertolucci; in copertina il poeta è al fianco di Giovanni Raboni</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per Simoncelli, ora, la poesia è una disciplina quotidiana – come una corda, con cui trattieni e ti ferisci, gloria e sangue, geometria di tensioni, gesticolare ad ammutolire il mattino.</strong> Simoncelli ha da poco pubblicato <a href="http://www.italicpequod.it/italicandpequod/prodotto/residence-cielo/" target="_blank" rel="noopener"><em>Residence Cielo</em></a>, per peQuod. “Cerco di invecchiare con passione/ e eleganza a beneficio degli assenti”, scrive il poeta in una poesia che fa da introduzione. Si resta in piedi per amore dei morti – è per loro che si vive con eleganza. L’assenza è l’assunzione di un compito.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di Simoncelli amo i golfi di tenerezza (“Vorrei chiudere gli occhi/ sognando una donna/ che mi vuole bene”) e la recinzione nella nostalgia.</strong> Il narcisismo virile – calciatore di qualità, poeta del tutto ‘fisico’, barbarico e baro alla vita – è stordito dai ricordi, dagli aghi del rimorso. Alieno a questo mondo – che continua a sedurre con un sorriso – Simoncelli ricorda Caproni e Sereni, i maestri, le gite verso René Char, poi Fortini, Pasolini, e Marino Moretti e Ferruccio Benzoni: solo ora gli è chiaro che ha vissuto nell’oro dell’uomo.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poi mi scrive, conoscendo il Narciso che fa ginnastica sulle mie costole, “ho scritto una poesia dove compare il tuo nome e cognome”.</strong> Dopo mi avvisa che una serie di poesie sue è letta, in questi giorni, <a href="https://www.raiplayradio.it/playlist/2018/05/Le-poesie-del-giorno--Stefano-Simoncelli-52d2c081-b866-4271-8026-d8a5e27767f4.html" target="_blank" rel="noopener">su “Fahrenheit”, la trasmissione di Radio Rai 3.</a> Gli chiedo di farmi leggere. Lui risponde. “Caro Davide, sapevo che ti avrei incuriosito. Ti invio alcune poesie (è una specie di poemetto) che ho scritto da agosto a novembre: uno dei periodi più tristi e dolorosi della mia vita in cui ho pensato davvero di farmi fuori”. <strong>Sono spudorato e schifoso a ricalcare le missive private, lo so, ma chi scrive sa che è privato di tutto, </strong>che non c’è lontananza tra sogno e realtà, tra verbo e vero.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ricalco quella frase perché dice, criticamente?, tutto di Simoncelli. <strong>Un poeta è uno che sa “farsi fuori” – è uno che parla coi morti, che gioca pesantemente con la morte</strong>, che accarezza il muso felino, ferale della morte, gli lucida le zanne, ed è lì, sui canini della morte, che incide le sue parole.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La silloge che mi invia Simoncelli s’intitola, <em>La poesia può salvarti la vita. </em>Il poemetto procede per terzine che si dilatano e accorciano, come un elettrocardiogramma, come l’onda degli <em>hertz</em> che sbriciola il naso agli angeli. <strong>Dall’annientamento – perfino del nome: “Non so più chi sono/ e quale il mio nome vero”, sono i primi due versi, di allucinato dolore</strong> – perpetuato nel bronzo (“Non so se mi sono conosciuto davvero”; “Mi sono ridotto al modo/ di sentirmi sempre più solo”), fino alla quiete, nel magma di una salvezza parziale, potenziale, primordiale, povera. D’altronde, si è poveri di tutto nella landa cesenate, dove la nebbia non è altro che l’olio delle negazioni e dei desideri abortiti dei morti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Questa è la poesia in cui appare il mio “nome e cognome”. Diversamente da altre volte, non mi sento in prigionia – ma libero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">Non sono andato</p>
<p style="text-align: center;">quella notte alla stazione</p>
<p style="text-align: center;"> e non ho camminato lungo i binari</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">determinato ad appoggiarvi sopra la fronte</p>
<p style="text-align: center;">come sul cuscino di piume dove faccio</p>
<p style="text-align: center;">a volte qualche sogno agghiacciante</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">come l’arrivo di un regionale</p>
<p style="text-align: center;">diretto ad Ancona,</p>
<p style="text-align: center;"> a Bologna</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">o a casa del diavolo</p>
<p style="text-align: center;">sul quale non salgo</p>
<p style="text-align: center;">e che mi trascina via nel buio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">Sono rimasto sempre qui, a casa,</p>
<p style="text-align: center;"> dove ho messo nero su bianco in un foglio</p>
<p style="text-align: center;"> il pensiero “<em>la</em> <em>poesia</em> <em>può</em> <em>salvarti la</em> <em>vita</em>”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">e, di seguito, ho ricopiato le parole</p>
<p style="text-align: center;">con le quali mi ha descritto</p>
<p style="text-align: center;">il poeta Davide Brullo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">in una intervista: “<em>un</em> <em>uomo</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>che</em> <em>addormenta</em> <em>a</em> <em>cazzotti</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>  la</em> <em>tigre</em> <em>del</em> <em>dolore.</em>”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">Mi auguro sia vero</p>
<p style="text-align: center;">ma non sono un pugile.</p>
<p style="text-align: center;">non lo sono mai stato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">Intanto è mercoledì,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">no, mi sbaglio, sabato</p>
<p style="text-align: center;">e se per caso non piove,</p>
<p style="text-align: center;"> ma ormai piove sempre,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">tra poco andrò al mercato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">(Via fratelli Rosselli, Cesena 2018)</p>
<p style="text-align: center;">
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sono-entrato-in-una-poesia-salvifica-di-stefano-simoncelli-fui-poeta-in-un-romanzo-di-massimiliano-parente-ed-esperto-di-tolstoj-in-un-libro-di-barbara-alberti-aiuto-non-so-piu-chi-sono/">Sono entrato in una poesia salvifica di Stefano Simoncelli; fui poeta in un romanzo di Massimiliano Parente ed esperto di Tolstoj in un libro di Barbara Alberti… Aiuto! Non so più chi sono!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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