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	<title>Joseph Conrad Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“La morte non è nulla”. Joseph Conrad in forma di kraken</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Aug 2025 04:09:10 +0000</pubDate>
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<p>Nel 1919 era riuscito a comprarsi una villa a Oswalds, nei pressi di Canterbury. Da poco, aveva raggiunto una certa sicurezza economica, non con i libri più belli; poco incline ai crismi della vita sociale inglese, soffriva di gotta, il viso irto di rughe e lo sguardo fermo, di chi ha valicato molte vite. Da ragazzo, nelle rare fotografie, piuttosto, ha gli occhi accesi, terrorizzati. Sarà che era rimasto orfano a undici anni e che un’insana fame, l’estro di chi è solo al mondo, lo obbligava agli estremismi. Preferì viaggiare per il globo; nato in una provincia dell’Ucraina russa, cresciuto tra Varsavia e Cracovia, come seconda lingua preferiva il francese, l’inglese lo parlava in modo involuto, lento, da straniero. Sulla terraferma, sempre, gli pareva di affogare.&nbsp;</p>



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<p><strong>Fu Hugh Walpole, in ogni caso, a propiziare l’incontro tra Joseph Conrad e T. E. Lawrence.</strong>&nbsp;Con Walpole, poligrafo, nato in Nuova Zelanda, affascinato dalla Rivoluzione russa (che aveva seguito sul posto), uno zelante ammiratore, Conrad si sentiva a suo agio. “Tu dici che ho subito l’influenza formativa di&nbsp;<em>Madame Bovary</em>&#8230;”, gli scrive, nel 1918, per ribattere, “Flaubert&#8230; lo ritenni meraviglioso. Non credo di aver imparato nulla da lui”.&nbsp;</p>



<p><strong>L’incontro accadde in luglio, era il 1920: Conrad era già Conrad, il rivoluzionario della letteratura inglese, Lawrence, per tutti, era “Lawrence d’Arabia”; aveva scritto la prima, affrettata bozza dei&nbsp;<em>Sette pilastri della saggezza</em>&nbsp;e Winston Churchill era pronto a offrirgli un posto di rilievo presso il Colonial Office con il compito di risolvere la questione mediorientale.</strong>&nbsp;Lawrence, dal canto suo, mirava solo a disintegrarsi. Amava Conrad, quello sì, “ha reso la nostra prosa finalmente inquietante: ogni suo paragrafo (dacché non scrive frasi, ma paragrafi) si sviluppa a ondate, come il riverbero di una campana, dopo che si è bloccata”. L’incontro fu piacevole, privo di fronzoli, intonato al blu: forse nel mare di Conrad, Lawrence riconosceva il suo deserto. Il 18 agosto del 1922, da Oswalds, Conrad scrive “al mio caro Mr. Lawrence”: gli invia una copia di&nbsp;<em>The Mirror of the Sea</em>, “emendata da assurdi refusi”, con dedica, “A T.E. Lawrence con la massima stima da Conrad”. Nel frattempo, contraffatto con il nome di John Hume Ross, Lawrence si era appena arruolato nella RAF.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="687" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/Joseph-Conrad-nel-1922--687x1024.jpg" alt="" class="wp-image-104618" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/Joseph-Conrad-nel-1922--687x1024.jpg 687w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/Joseph-Conrad-nel-1922--201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/Joseph-Conrad-nel-1922--600x894.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/Joseph-Conrad-nel-1922-.jpg 725w" sizes="(max-width: 687px) 100vw, 687px" /></figure>



<p>Dieci anni prima, piuttosto, Conrad aveva ricevuto gli omaggi di un altro uomo eccezionale, diversamente eccentrico.&nbsp;<strong>Nel 1912, durante un viaggio di sei mesi in Inghilterra, ad Ashford, nel Kent, Saint-John Perse incontra Conrad, folgorato, pure lui, da&nbsp;<em>Cuore di tenebra, Nostromo, Lord Jim</em>.&nbsp;</strong>Era stata un’amica comune, Agnès Tobin, americana, traduttrice di talento (anche di Petrarca), a introdurre Saint-John Perse a Conrad. Il 26 febbraio del 1921, da Pechino, all’apice di una brillante carriera diplomatica, il poeta, futuro Nobel per la letteratura, invia a Conrad una lettera tanto bella da sembrare fittizia, pura perla destinata ai posteri: “Una cosa misteriosa, che ho io stesso constatato, è che sugli altipiani dell’Asia, nel cuore del deserto, cavallo e cavaliere si girano ancora d’istinto verso Est, là dove giace la tavola invisibile del mare&#8230; Negli occhi dei cammellieri incontrati nel deserto del Gobi mi è sembrato qualche volta di sorprendere uno sguardo di uomo di mare”. La lettera è raccolta, tra poche altre a rarissimi interlocutori – Paul Claudel, André Gide, Thomas S. Eliot, un altro strenuo ammiratore di Conrad – nell’agiografico volume delle&nbsp;<em>Œuvres complètes</em>che Saint-John Perse si cura per la Bibliothèque de la Pléiade. Nato nelle Antille francesi, era uomo di mare pure lui, e al mare ha dedicato un poema oceanico,&nbsp;<em>Amers</em>&nbsp;(1957;&nbsp;<a href="https://www.edizionimedhelan.it/prodotto/segni-damaro-approdo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>recentemente tradotto da Nicola Muschitiello per le Edizioni Medhelan come&nbsp;<em>Segni d’amaro approdo</em>, 2024</strong>)</a>.&nbsp;</p>



<p>Queste testimonianze, necessarie per capire le intense passioni che Conrad sapeva suscitare – scrittore altrimenti schivo, nella stiva di un’ispirazione eclatante –, non sono raccolte&nbsp;<strong><a href="https://www.giometti-antonello.it/scheda_conrad.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nell’<em>Epistolario (1885-1924)</em>&nbsp;edito da Giometti &amp; Antonello (2021),</a></strong>&nbsp;che riproduce l’edizione curata da Alessandro Serpieri per Bompiani nel 1966 (il libro, dunque, è anche un omaggio a quel grande anglista). Conrad resta, sempre, un espatriato, uno ormeggiato tra le nebbie: inutile cercare tra le sue lettere le vertigini di Rainer Maria Rilke, gli orpelli di Pasternak, gli innamoramenti di Albert Camus. Nato Korzeniowski, frugale come chi sa la fame, propenso al crollo, alieno al clima intellettuale dell’epoca, Conrad procede per coltellate verbali (<strong>“La morte non è nulla – ed io sono abituato alla sua rapidità. Ma quando la vita ti deruba d’un uomo su cui hai riposto la tua fiducia per vent’anni, il torto sembra troppo mostruoso per essere dimenticato”,&nbsp;</strong>scrive, il 5 dicembre 1897, a Edward Garnett, che per primo riconobbe il suo talento letterario), sconvolto, spesso, dalla necessità di scrivere e vendere racconti con estenuata continuità.&nbsp;</p>



<p>Nelle prime lettere – qui è da Calcutta, il 19 dicembre del 1885 – Conrad è fieramente reazionario, si scaglia contro il “progresso sociale” propugnato da “furfanti senza scrupoli e pochi lunatici, sinceri ma pericolosi” a discapito dell’“idiota gregge umano”:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Io vivo soprattutto nel passato e nel futuro. Il presente ha poche attrattive per me&#8230; Separazione fra Stato e Chiesa, Riforma Agraria, Fratellanza Universale non sono che le pietre miliari sulla strada della rovina”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Si adatterà alla temperie tribunizia anglofona, con una perpetua attrazione verso i ribelli: “ogni estremista è rispettabile”, scrive il 7 ottobre del 1907, sull’onda del romanzo anarcoide,&nbsp;<em>L’agente segreto</em>.&nbsp;</p>



<p>In una lettera a Garnett, il 20 gennaio del 1900, Conrad si lancia in un ricordo del padre, Apollonius N. Korzeniowski, di plateale potenza:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Uomo di grande sensibilità, di temperamento esaltato e sognatore, con una terribile dote di ironia e di umor tetro&#8230; Il suo aspetto era nobile, la sua conversazione molto affascinante, la sua faccia triste quando era serio”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Patriota, ribelle, giornalista sprezzante, personalità eccentrica, ipnotica, cupa, letterato genialoide (ma “drammi, poesie, prose furono bruciati dopo la sua morte secondo il suo ultimo desiderio”), Apollonius è il modello del Kurtz di&nbsp;<em>Cuore di tenebra</em>, dove sono coinvolti tutti i tormenti e le nostalgie di Conrad.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="697" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/713r4UEq-CL-697x1024.jpg" alt="" class="wp-image-104619" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/713r4UEq-CL-697x1024.jpg 697w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/713r4UEq-CL-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/713r4UEq-CL-600x882.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/713r4UEq-CL.jpg 735w" sizes="(max-width: 697px) 100vw, 697px" /></figure>



<p>Secondo Alessandro Serpieri le lettere di Conrad sono “un’occasione unica per seguirlo nel suo difficile cammino di uomo e di artista, per sorprenderlo”. In verità, Conrad è refrattario a raccontarsi, si difende da ogni assalto, in una celata di cristallo: avendo vissuto, non ha confessioni da sperperare, è come il suo Marlow, a poppa, con le gambe incrociate, che “rassomiglia a un idolo” e attende di salpare verso “uno dei luoghi tenebrosi della terra”. L’anima, in certi uomini, è come un kraken incardinato negli abissi: non è materia per chiacchiere o lussurie epistolari.&nbsp;</p>
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		<title>Alain Delon e Joseph Conrad, ovvero: storia di un Lord Jim casalingo </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Aug 2024 03:41:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 3 agosto del 1924, un secolo fa, moriva Joseph Conrad. Da tempo si era trasferito nel Kent, a Bishopsbourne, in campagna. Probabilmente, fu il cuore a cedere. Aveva 66 anni. Fu sepolto a Canterbury: il funerale, modesto, improntato alla cupa severità conradiana, fu seguito da una folla “che ignorava la grandezza di quello scrittore”, [&#8230;]</p>
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<p><strong>Il 3 agosto del 1924, un secolo fa, moriva Joseph Conrad. Da tempo si era trasferito nel Kent, a Bishopsbourne, in campagna.</strong> Probabilmente, fu il cuore a cedere. Aveva 66 anni. Fu sepolto a Canterbury: il funerale, modesto, improntato alla cupa severità conradiana, fu seguito da una folla “che ignorava la grandezza di quello scrittore”, scrisse Edward Garnett. Jessie, la moglie di Conrad, di vent’anni più giovane, di spiazzante bellezza, morì dodici anni dopo; gli aveva dato due figli. Di Conrad, tutti ricordavano la barba, cavalleresca, gli occhi, gravidi di intramontabile inquietudine, le rughe, australi. Thomas S. Eliot e T. E. Lawrence riconobbero in Conrad le stimmate del genio: entrambi, a modo loro – uno, nell’alcova lirica, altoborghese, l’altro in un’esistenza liricheggiante, cioè tormentata di abissi e di dubbi – tentarono di interpretare <em>Cuore di tenebra</em>. <a href="https://www.nytimes.com/1924/08/04/archives/joseph-conrad-dies-writer-of-the-sea-author-of-victory-the-rover.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il “New York Times” si limitò a dire al mondo che Conrad era un <em>writer of the sea</em>:</a> se lo era, era uno <em>scrittore di mare</em> pari a Melville, dove l’oceano assurge a testo sacro, a funambolica icona di Dio. L’articolista citava i libri a suo dire memorabili di Conrad, <em>Victory, The Rover, Youth</em>. <em>The Rover </em>è l’ultimo romanzo di Conrad – non il più bello. Se <em>Nostromo</em> e <em>Chance</em> sono i libri più complessi, quello assoluto, il libro-icona, l’arcangelico, è <em>Lord Jim</em>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="704" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/p_files_2017_47452.jpgo0c1f0w0d1200aCh1200-704x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100653" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/p_files_2017_47452.jpgo0c1f0w0d1200aCh1200-704x1024.jpg 704w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/p_files_2017_47452.jpgo0c1f0w0d1200aCh1200-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/p_files_2017_47452.jpgo0c1f0w0d1200aCh1200-600x872.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/p_files_2017_47452.jpgo0c1f0w0d1200aCh1200.jpg 743w" sizes="(max-width: 704px) 100vw, 704px" /></figure>



<p><strong>Alain Delon è morto un secolo dopo Conrad, nello stesso mese, agosto</strong>, decabrista più che augusteo, che annienta i campi con il sole sciacallo e fa del mare una palude tropicale. Non credo sia un caso. Tutti, di Delon, ricordano il volto, sublime, la vita privata, naturalmente labirintica. Da tempo, non faceva film. La parte più bella, probabilmente, Alain Delon la deve a Valerio Zurlini, che nel 1972 lo dirige in <em>La prima notte di quiete</em>. Il film fu quasi subito, come si dice, ‘di culto’: un manifesto dell’esistenzialismo all’italiana – a tratti, insopprimibilmente insopportabile. Il gioco d’azzardo, gli amori perduti, il talento sprecato e il corpo oltraggiato sono i simboli generici del film, girato, come si sa, in una Rimini piagata da lebbra-nebbia, mai così conturbante – pare la Saigon di <em>Apocalypse Now</em>, o uno dei porti estremo orientali degli estremi romanzi di Conrad, dove ci si siede in attesa che il destino, il demone, ti afferri per i capelli. Nel film, Alain Delon interpreta un professore, Daniele Dominici, che s’innamora – più per desiderio di abolirsi che per altro – di un’alunna, Vanina; il finale, va da sé, non può che sfinire in tragedia. Delon che vaga nella nebbia con il cappotto cammello è un fermoimmagine tra i più belli del cinema italiano; da paragonare, semmai, al Marlon Brando di <em>Ultimo tango a Parigi</em>, uscito nello stesso anno (chi dei due è Dioniso, chi Apollo?).</p>



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<p><strong>A Zurlini non piacque Alain Delon. “Ne ricavò un trionfo”, disse, ma “era l’opposto morale del personaggio e non ne rifletteva che esteriormente la profonda gentilezza e l’inguaribile malinconia”.</strong> <em>Profonda gentilezza</em>, <em>inguaribile malinconia</em> sembrano tralucere dal viso di Conrad; temprano, comunque, il suo personaggio più ambiguo, Lord Jim. Per chi non lo ricordasse, Jim, ufficiale della marina mercantile inglese, poi trasferitosi tra Giava e Celebes, è atrofizzato da un tremendo senso di colpa: aver abbandonato, durante una tremenda tempesta, la “Patna”, una bagnarola a lui affidata, che trasportava pellegrini musulmani. Ritirato in un sé Minotauro, Lord Jim sfoggia gesti spesso insensati, animato dal principio dello schianto.</p>



<p><strong>Zurlini forgia il carattere di Daniele Dominici sui tratti di Lord Jim:</strong> il soggetto del suo film, in effetti, s’intitolava <em>La prima notte di quiete di un Lord Jim casalingo</em>.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Di Daniele Dominici personalmente ho solo un vago ricordo. Lo avrò incontrato sì e no quattro o cinque volte, durante quel breve e rigido inverno che lui trascorse a Rimini, in occasione delle periodiche visite che facevo ai miei genitori sempre più vecchi e soli”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Così attacca il testo di Zurlini: nell’anonimo che parla in prima persona non è difficile intuire le reticenze di un Marlow, il narratore di <em>Lord Jim</em>. Il ‘carattere’ di Daniele Dominici è speculare a quello di Lord Jim:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“in realtà, nessuno sapeva niente di lui… non poteva fare una buona impressione: vestiva in modo trascurato, pantaloni di flanella troppo larghi, un maglione grigio a collo alto, scarpe di antilope scalcagnate e bisunte, un vecchio paletot militare inglese a cui mancò sempre un bottone di cuoio, le mani profondamente affondate nelle tasche… portava la barba lunga… fumava ostinatamente delle Gauloises che infilava in un corto bocchino d’osso… parlava poco, rispondeva solo in maniera vaga e paradossale, così da ingenerare lo sgradevole sospetto di essere presi in giro”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Eppure, Daniele Dominici – proprio come Jim, il cui enigma nasconde il riflesso di una arcana nobiltà – “quest’uomo apparentemente alla deriva, aveva qualcosa di elegante e di aristocratico che resisteva con ostinazione”. Possedeva “belle lunghe mani”, “colore chiaro degli occhi e dei capelli”, “distinzione naturale dei modi”, “l’aria timida di chi è – e tiene a rimanere – uno straniero nell’ambiente che lo ospita”. Naturalmente, “la sua vera identità nessuno riuscì a scoprirla se non dopo la sua morte”.</p>



<p><strong>Nel film, il carisma-Conrad, presente ovunque</strong> – Rimini resta, pur in monopolio di mare lacustre e di una natura territoriale da pingue lido, un porto –, rimane tuttavia in sottofondo, velato, tra Piero della Francesca e le notti in discoteca, tra abiezione e amorosi incanti. <em>La prima notte di quiete</em>, nel film, è il titolo di un libro di poesie di Daniele Dominici, della sua abiurata giovinezza; si dice sia tratto da un verso di Goethe, tuttavia irreperibile. Piuttosto, è Wilhelm Klemm, poeta espressionista tedesco, ad aver scritto un verso che pare riassumere il tema del film: “La morte è la prima notte tranquilla”. Così, almeno, scrive Jorge Luis Borges in <em>Storia dell’eternità</em> (ora: Adelphi, 1997): dubitare della citazione – JLB dissemina falsi, calchi di calchi – è necessario.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="993" height="993" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/alaindelonrimini.jpg" alt="" class="wp-image-100654" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/alaindelonrimini.jpg 993w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/alaindelonrimini-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/alaindelonrimini-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/alaindelonrimini-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/alaindelonrimini-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/alaindelonrimini-100x100.jpg 100w" sizes="(max-width: 993px) 100vw, 993px" /></figure>



<p><strong>Il racconto-soggetto di Zurlini, <em>La prima notte di quiete di un Lord Jim casalingo</em>, fu pubblicato la prima volta nel 1983</strong>, in un libro complessivo stampato dalla Libreria Prandi, <em>Gli anni delle immagini perdute</em> (poi ripreso da Mattioli 1885 in <em>Pagine di un diario veneziano</em>, 2009; 2022). <strong>Piacque molto a Vittorio Tondelli</strong>, che lo antologizzò nel suo studio sulle “Immagini letterarie di Riccione e della riviera adriatica”, tra Alberto Arbasino e Mario Luzi, Giovannino Guareschi e Giorgio Bassani, Tonino Guerra, Sibilla Aleramo e Alfredo Panzini (raccolto in <em>Ricordando Fascinosa Riccione</em>, Grafis edizioni, 1990; poi, con larga messe di documenti, in: <a href="https://www.guaraldi.it/Scheda1c4b.html?id=431" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Pier Vittorio Tondelli, <em>Riccione e la Riviera vent’anni dopo 1985-2005</em>, Guaraldi, 2005</a>).</p>



<p><strong>Detta in altri termini: Zurlini ha ideato una trasposizione filmica di Conrad, delle sue ‘atmosfere’, ben più accurata di altri ben più noti film</strong> (nell’immenso <em>Apocalypse Now</em>, ad esempio, Conrad, pur citato a man bassa, funge da zucchero a velo). Alan Delon è un Lord Jim, a conti fatti, più autentico di Peter O’Toole (che fu Lord Jim in un didascalico film di Richard Brooks, era il 1965).</p>



<p><strong>Zurlini, d’altronde, aveva il piglio dello scrittore puro.</strong> Nel 1951 aveva spedito al “Premio Riccione” – noto per aver premiato, quattro anni prima, Italo Calvino, per la giuria d’impeccabili nomi, per la cifra consegnata al vincitore, importante – una pièce, <em>Storia senza titolo</em>, con un ‘motto’ esplicito: “I mostri”. La vicenda è centrata su Barbara, ragazzina agitata da euforia di sesso, di fuga, di vita, inchiodata nella prigione familiare: i suoi fratelli sono “i mostri”, reclusi in una camera, sotto chiave, affetti da una inspiegata deformità-disabilità. Il testo, finora inedito, custodito negli archivi del Premio Riccione, ha un fascino corrusco, imperfetto: “mostruosi”, in fondo, sono i desideri – messi in catene, taciuti, oppressi da tabù basso-borghesi – che folgorano i personaggi della storia.</p>



<p>La storia è ambientata “in una cittadina sul mare”, in provincia. Anche qui – come nei romanzi di Conrad – la linea d’ombra, la prova, la moria morale, il bisogno di perdersi, il mare, i piedi a mollo, un torbido torpore, l’Adriatico come la Malesia.</p>
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		<title>“Libertà dalle opinioni. Dalle proprie, soprattutto”. Elogio di “Apocalypse Now” e del suo profeta, il colonnello Kurtz</title>
		<link>https://www.pangea.news/apocalypse-now-kurtz-giovanni-soldi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jan 2024 05:06:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Fu Jhon Milius a scrivere per la prima volta un adattamento per il cinema del capolavoro di Joseph Conrad Cuore di tenebra. Lo intitolò Apocalypse Now perché lo scrisse tra il 1968 e 1969, in contrapposizione a un celebre altro spettacolo, quello dei Living Theatre, che portava il nome di Paradise Now e che fu [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/apocalypse-now-kurtz-giovanni-soldi/">“Libertà dalle opinioni. Dalle proprie, soprattutto”. Elogio di “Apocalypse Now” e del suo profeta, il colonnello Kurtz</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Fu Jhon Milius a scrivere per la prima volta un adattamento per il cinema del capolavoro di Joseph Conrad <em>Cuore di tenebra</em>. <strong>Lo intitolò <em>Apocalypse Now</em> perché lo scrisse tra il 1968 e 1969, in contrapposizione a un celebre altro spettacolo, quello dei <em>Living Theatre</em>, che portava il nome di <em>Paradise Now</em> e che fu il manifesto della contestazione culturale di quegli anni.</strong> Tra vicissitudini produttive e altri imprevisti che spesso affliggono il mondo del cinema, la sceneggiatura passò di mano in mano per quasi dieci anni, finché non raggiunse un giovane regista italo-americano che proveniva da un lustro di successi travolgenti: Francis Ford Coppola.</p>



<p>I pianeti si allinearono, come è necessario che accada affinché si possa dar vita ad un’opera d’arte che superi le capacità del singolo individuo, qualcosa che sia capace di sintetizzare un’epoca, una visione del mondo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="667" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/MV5BYmQyNTA1ZGItNjZjMi00NzFlLWEzMWEtNWMwN2Q2MjJhYzEyXkEyXkFqcGdeQXVyMjUzOTY1NTc@._V1_-667x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98417" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/MV5BYmQyNTA1ZGItNjZjMi00NzFlLWEzMWEtNWMwN2Q2MjJhYzEyXkEyXkFqcGdeQXVyMjUzOTY1NTc@._V1_-667x1024.jpg 667w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/MV5BYmQyNTA1ZGItNjZjMi00NzFlLWEzMWEtNWMwN2Q2MjJhYzEyXkEyXkFqcGdeQXVyMjUzOTY1NTc@._V1_-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/MV5BYmQyNTA1ZGItNjZjMi00NzFlLWEzMWEtNWMwN2Q2MjJhYzEyXkEyXkFqcGdeQXVyMjUzOTY1NTc@._V1_-600x922.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/MV5BYmQyNTA1ZGItNjZjMi00NzFlLWEzMWEtNWMwN2Q2MjJhYzEyXkEyXkFqcGdeQXVyMjUzOTY1NTc@._V1_.jpg 703w" sizes="(max-width: 667px) 100vw, 667px" /></figure>



<p><strong>A poco più di trentacinque anni Coppola aveva già vinto cinque Premi Oscar</strong> e, consapevole del suo talento e dello straordinario momento che tutta Hollywood stava attraversando, aprì la produzione del film di tasca propria e si gettò nella giungla delle Filippine rischiando il fallimento ma deciso ad uscire da quelle umide frasche con il film più importante del suo tempo. Un film che non doveva semplicemente parlare del Vietnam, un film che doveva “essere” il Vietnam. È il film di una vita, un’opera a cui l’artista consacra tutta la sua esistenza.</p>



<p>Alla base di questo progetto gigantesco vi furono elementi culturali che è necessario considerare; un’intera generazione che cantava la ribellione, che usciva traumatizzata da quella guerra e sognava di rovesciare le regole del mondo, <strong>e un sentimento letterario di sapore apocalittico che coinvolgeva poeti, cantanti, scrittori e registi, che trovava nella <em>Waste Land</em> di Eliot (1922) il suo faro più luminoso, e nella canzone <em>This is the End</em> (1967) dei Doors la sua declinazione più popolare. </strong>Coppola intercetta questo sentimento come il grande artista che è, e lo innesta in un racconto iniziatico dall’eco Wagneriano.</p>



<p>Il comandante Willard (Martin Sheen) si trova in una stanza d’albergo a Saigon quando le sue preghiere vengono esaudite, venendo richiamato per una missione che ha come obbiettivo l’uccisione di un pericoloso ribelle, un abile colonnello delle forze speciali che adotta “metodi malsani”: il colonnello Kurtz (Marlon Brando). <strong>Adesso Kurtz “ha deciso di diventare sé stesso” facendosi re di quelle genti primitive che osteggiano la nuova imperante civiltà americana.</strong> Civiltà americana che sospinge il protagonista Willard ma che non ha nulla di giusto, di nobile. È la società della totale dissoluzione. Una società ludico-bellica che tenta di comicizzare la più brutale violenza rendendola grottesca, in quella che appare come una definitiva e disorientante carnevalizzazione della vita. Si pensi alle sequenze indimenticabile di Kilgore (Robert Duvall), capitano del reggimento di cavalleria, che obbliga i soldati a surfare sotto le bombe e che gioisce dell’odore del napalm alla mattina, o allo spettacolo erotico delle playgirl, circo felliniano inscritto nella spaventosa e caotica cornice del Vietnam. Con le parole di Willard: se questa è la società evoluta, “cominciamo a domandarci cosa avessero contro Kurtz”. <strong>Gli americani non sono soldati, ma piuttosto hippie allo sbando e Willard è un eroe terribilmente passivo, alienato.</strong> Uno strumento nelle mani dell’esercito, un’arma più che una persona. Non un assassino ma “un garzone di bottega mandato a chiedere il conto”, come profeticamente gli rivelerà Kurtz.</p>



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<p>Non solo. Il film non è una rigida similitudine, ma piuttosto un universo metaforico, un magma di significati che si rilanciano l’un l’altro creando una suggestiva ridondanza di immagini e concetti archetipici (per un’analisi semiotica approfondita rimando all’ottimo libro di Paolo Jachia, <em>Francis Ford Coppola: Apocalypse Now</em>).</p>



<p>Se è vero che il demonio imita parodisticamente Dio, il male diviene parodia del bene in un gioco di doppi e di chiaroscuri che confondono, in ultimo, perfino la verità. <strong>Molto del fascino di Kurtz, del resto, risiede proprio nella sua ambiguità. Nella sua figura riecheggiano fantasmi messianici negati però di contrappunto dalla sua brutalità.</strong> Lo sentiamo come strenuo difensore di una civiltà che sta per essere spazzata via, una civiltà antica – nelle parole di Coppola: “Brando rappresenta una cultura che deve morire, ed è cosciente, sa che deve essere ucciso” –, eppure è lo stesso Kurtz a cantare il superamento della vecchia e “mendace moralità”, come a ricordarci che in fondo questo ultimo passaggio apocalittico è inevitabile. <strong>Per lui del resto “libertà significa libertà dalle opinioni, anche dalle proprie” e in un certo senso è consapevole di rappresentare egli stesso l’altra faccia della stessa medaglia che sta combattendo.</strong> <strong>Kurtz è il doppio, in senso psicanalitico, di Willard. È il suo io più profondo e brutale,</strong> il lato più nascosto della sua personalità. Ma Willard, uccidendolo, non riuscirà, come di solito avviene in questo genere di storie, a portare a termine il suo percorso di iniziazione, è troppo poco consapevole di sé per riuscirci.</p>



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<p><strong>Il passaggio di corona, che viene, come da antica tradizione, realizzato nel sangue, fallisce. Questa volta a un re non succede un altro re, ma uno schiavo. Un non-re che rifiuta la corona, che abbandona la foresta</strong>, antico luogo di culto, luogo sì di decomposizione ma anche di continua rinascita, e lascia orfani i suoi sudditi per tornare alla metropoli, tempio laico di una nuova società consumistica che già Conrad aveva definito “città mostruosa che mi fa sempre pensare a un sepolcro imbiancato”.</p>



<p>Del resto, lo aveva scritto Eliot, e ce lo aveva ripetuto Denis Hooper, arlecchino infernale alla corte di Kurtz: <em>This is the way the world ends/ Not with a bang but with a whimper</em>. “è così che finisce il mondo… non con un boato ma con un sospiro”.</p>



<p><strong><em>Giovanni Soldi</em></strong></p>
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		<title>“La foresta in agguato. È stato un viaggio o un sogno?”. In Amazzonia con Angelo Ferracuti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Jan 2023 05:15:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Amazzonia]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Ferracuti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le parole fronteggiano la vergogna dell’oblio imposto. Nel loro “Viaggio sul fiume mondo” (Mondadori, 2022) Angelo Ferracuti e Giovanni Marrozzini raccontano l’Amazzonia nella sua bellezza e concretezza, liberandola dallo status di luogo fantasmatico, da rifugio immaginario delle coscienze tenute a distanza di sicurezza, buone o cattive che siano. Raccontare significa sempre attraversare lo specchio, infrangere [&#8230;]</p>
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<p><em>Le parole fronteggiano la vergogna dell’oblio imposto. Nel loro <strong><a href="https://www.mondadori.it/libri/viaggio-sul-fiume-mondo-angelo-ferracuti-giovanni-marrozzini/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Viaggio sul fiume mondo” (Mondadori, 2022) Angelo Ferracuti e Giovanni Marrozzini raccontano l’Amazzonia</a></strong> nella sua bellezza e concretezza, liberandola dallo status di luogo fantasmatico, da rifugio immaginario delle coscienze tenute a distanza di sicurezza, buone o cattive che siano. Raccontare significa sempre attraversare lo specchio, infrangere la bolla della riflessione per sentito dire e azzardare il rischio dell’esperienza, affrontarne le contraddizioni o gli improvvisi punti di contatto che rivela tra geografie umane solo apparentemente lontane. L’Amazzonia può confinare anche con l’Abruzzo se la mappa la disegna chi unisce i punti con le parole e i ricordi, chi si mette sulle tracce delle storie cui versare il risarcimento del racconto.</em> (antonio coda)</p>



<p><strong>Viaggiare in Amazzonia significa aver ascoltato le parole di Maria Eduarda, della scuola Gente Grande a Manaus: “Un anno fa, una ragazzina che conoscevo si è impiccata con una corda e, mentre moriva, ha filmato tutto con il telefonino”. Che posto è l’Amazzonia?</strong></p>



<p>L’Amazzonia è un luogo eccentrico, composito, in cui coabitano i popoli delle regioni remote, solo in Brasile sono un centinaio i popoli incontattati, e gli abitanti delle città ormai passati a uno stile di vita più simile al nostro. L’Amazzonia è uno degli ultimi mondi naturali terrestri, e allo stesso tempo rappresenta la nostra cattiva coscienza da occidentali. La prima volta che sono stato in Perù a colpirmi fu lo scontro di civiltà a vista tra il processo di globalizzazione che contamina il mondo naturale e la resistenza che comunque i popoli amazzonici gli oppongono, tramite il rapporto in molte parti ancora forte con l’habitat ancestrale. Lo dimostrano i dati: dove vivono i popoli indigeni si deforesta la metà che altrove, i fiumi sono vivi, c’è una visione ecologica, conservativa, della natura, in sintonia con la sacralità che le attribuiscono.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="552" height="367" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/324392354_1358497164907244_4502240559643550017_n.jpg" alt="" class="wp-image-94239" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/324392354_1358497164907244_4502240559643550017_n.jpg 552w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/324392354_1358497164907244_4502240559643550017_n-300x199.jpg 300w" sizes="(max-width: 552px) 100vw, 552px" /></figure>



<p><strong>Il viaggio-reportage inizia con gli occhi e le fotografie di Giovanni Marrozzini che ritrae in bianco e nero il mondo verde dell’Amazzonia. Il libro contiene due racconti. Due versioni dello stesso viaggio. Una più simbolica e suggestiva, raccontata con le foto, l’altra che con le parole ricerca un approccio più oggettivo, per quanto possibile. Come viaggiano assieme scrittura e fotografia?</strong></p>



<p>Quando viaggiano assieme c’è sempre un dibattito tra il fotografo e lo scrittore. Il viaggio di Marrozzini inizia prima, sta conducendo un grande lavoro sui miti della creazione in tutto il mondo. Per il viaggio in Amazzonia io e Marrozzini abbiamo deliberatamente deciso di raccontare cose diverse, per non diventare l’uno la didascalia dell’altro. Marrozzini racconta l’immaginario violato. Assieme agli indigeni, decidendolo assieme, ha stabilito come volessero rappresentare sé stessi e il loro rapporto con la sacralità della natura, con i propri miti e credenze. Io ho voluto raccontare la condizione umana tout court, scrivendo quello che vivevo in presa diretta ma soprattutto cercando di capire. Un reportage è sempre una lenta messa a fuoco. Si arriva in un posto per la prima volta e se ne ricava una sensazione di spaesamento, poi più si torna sul posto più la nebulosa iniziale si dirada e le cose cominciano a assumere una forma riconoscibile. La mia e quella di Marrozzini sono due visioni che però si vengono incontro: io racconto le devastazioni e le resistenze dell’Amazzonia, Marrozzini tutto ciò che l’Occidente rischia di distruggere.</p>



<p><strong>La fotografia scelta per la copertina è il punto d’incontro tra le due visioni: è l’unica che viene anche <em>raccontata</em> all’interno del libro.</strong></p>



<p>I fotografi non inventano la realtà ma riescono a cogliere della realtà cose invisibili agli occhi altrui. Fissano nell’istante dello scatto fotografico una epifania. I ragazzi della foto, con quel loro giocare ad arrampicarsi sui rami per tuffarsi in acqua, in armonia con quello che gli antropologi definiscono il cosmo amazzonico, diventano il simbolo di un rapporto con un mondo magico che noi abbiamo perso dopo la scomparsa della civiltà contadina tra fine Ottocento e inizio Novecento. In Amazzonia io ci sono andato dopo aver visto gli ultimi fuochi della civiltà contadina, e qualcosa della nostra civiltà perduta in Amazzonia l’ho rivisto.</p>



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<p><strong>Al centro del viaggio c’è l’impresa herzoghiana della <em>Amalassunta</em>, la barca che “viene liberata dopo mesi di prigionia[&#8230;] nelle acque oscure e profonde del grande Rio delle Amazzoni”, il 5 settembre, giorno del compleanno di Werner Herzog. Più che un teatro lirico, avete portato in Amazzonia quella che poi è diventata una scuola/biblioteca galleggiante. Padre Gaston della chiesa di San Francesco d’Assisi, a proposito dell’accoglienza che presta ai giovani a rischio in Amazzonia, nel libro si chiede: “È una cura palliativa o produce cambiamento?”. La stessa domanda vale per la scrittura.</strong></p>



<p>Questo ci riporta a Maria Eduarda, la bambina della scuola Gente Grande a Manaus. Finito il viaggio avremmo potuto rivendere la <em>Amalassunta</em>. Abbiamo preferito donarla all’associazione Piccola Nazareno perché appunto diventasse una scuola galleggiante, una biblioteca itinerante. È una piccola cosa, una goccia nell’oceano, però ci è sembrato il prolungamento concreto della nostra attività di narratori, la dimostrazione pratica che non ci aveva lasciato indifferenti la situazione davanti alla quale ci eravamo ritrovati. Per rispondere più direttamente alla tua domanda: tutto quello che faccio è frutto della mia storia e della mia militanza. Se non credessi che la scrittura porta cambiamento probabilmente farei altro. Produce cambiamenti: che poi siano piccoli o grandi questo non ci è dato di saperlo.</p>



<p><strong>Il libro racconta di un viaggio in corso, che è già iniziato, che non è finito, non può finire. Ma com’è stata la tua prima volta in Amazzonia?</strong></p>



<p>Scendo dall’aereo in Perù e sento il fiato della foresta che mi invade e che da quel momento non mi abbandona più. In Amazzonia il rapporto con le cose diventa fisico, sensoriale. Direi quasi magico. Durante il giro delle presentazioni del libro ancora mi chiedo: ma è stato un viaggio o è stato un sogno? È stata un’avventura, al di là delle mie iniziali intenzioni letterarie. Certo, nella mia testa c’era la volontà di rimettere in circolo Joseph Conrad, tutto quel tipo di scrittura, ma sono bastati i fatti a dare il ritmo alla narrazione, a far incontrare vita e letteratura.</p>



<p><strong>Le persone incontrate diventano indimenticabili personaggi da romanzo. Tra gli altri, mi riferisco anche al libraio di Manaus Joaquim tramite il quale hai conosciuto il poeta Thiago de Mello. Anche sulla scorta della lettura di <em>Querida Amazzonia</em> del papa Bergoglio, ti chiedo: per raccontare l’Amazzonia bisogna ricorrere ai poeti e ai sogni?</strong></p>



<p>A Catrimani ho conosciuto una donna yanomami anziana che mi ha parlato del suo orto, del suo mondo, del rispetto per la natura, dei garimpeiros vale a dire dei cercatori d’oro dell’Amazzonia che avvelenano l’acqua dei fiumi, che è quella che bevono gli yanomami stessi. La sua voce era cinguettante. Mi ha detto: “Angelo, metto le mie parole nelle tue mani. Portale in Italia. Portale in Europa”. Come se l’atto del parlare avesse un valore liturgico. Gli indigeni sono animisti e il loro linguaggio si avvicina alla poesia, è musicale. L’incontro con Thiago de Mello poi è stato incredibile: un uomo che finché ha potuto andava nella foresta per recitare le sue poesie al fiume, al vento, agli uccelli. È stato il più grande poeta dell’Amazzonia e tra i più grandi del Brasile. In Italia l’hanno tradotto poco. Anche il librario Joaquim è una bellissima persona: di sicuro non ce lo si aspetta che la libreria di antropologia più fornita, una piccola mecca per gli studiosi di tutto il mondo, si trovi a Manaus.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="732" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/81hrTR3rNvL-732x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94240" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/81hrTR3rNvL-732x1024.jpg 732w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/81hrTR3rNvL-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/81hrTR3rNvL-768x1074.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/81hrTR3rNvL-600x839.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/81hrTR3rNvL.jpg 772w" sizes="(max-width: 732px) 100vw, 732px" /></figure>



<p><strong><em>Viaggio sul fiume mondo</em> è dedicato ai popoli custodi. Leggendo dal libro, a proposito dell’Eldorado di Boa Vista: “L’attività estrattiva inquinò acqua e aria, e in soli sette anni morirono ventimila Yanomami: una vera e propria strage”. O per usare le parole di Carlo Zacquini, ottant’anni, della Missione Consolata: “L’etnocidio sta avvenendo”. A che punto della storia siamo adesso?</strong></p>



<p>Il fatto che con le ultime elezioni politiche Bolsonaro sia stato messo da parte, anche se di stretta misura, è un passo in avanti. Si calcola che durante il governo Bolsonaro sia stata disboscata un’area grande come il Belgio. Lula ha promesso un ministero per i popoli indigeni. Durante l’ultima tornata elettorale c’è stata una crescita esponenziale dei candidati indigeni: sentono che possono cambiare le cose soltanto tramite la politica. Gli Yanomami, che sono uno dei popoli più organizzati, sono riusciti ad ottenere la demarcazione delle loro terre, anche grazie a un italiano, Carlo Zacquini appunto, e a una fotografa, Claudia Andujar, che ha sposato la loro causa, li ritrae da mezzo secolo ed è diventata una delle loro leader. A dimostrazione che il racconto partecipa ai processi di resistenza e cambiamento. Penso a Norman Lewis e al suo reportage apparso sul “Sunday Times” nel 1969, intitolato <em>Genocidio</em>. Fu a partire da quel reportage che nacque Survival International, la ONG che tutela giuridicamente i popoli indigeni, con la quale siamo stati in contatto durante questi anni e che ci ha dato supporto per i reportage in Amazzonia. Posso definirmi tranquillamente un militante della causa dei popoli indigeni dell’Amazzonia, e questo spiega il perché abbia scelto una linea narrativa non rinunciataria. Nel libro si è privilegiato il racconto di chi resiste, di chi sta lottando adesso e di chi ha combattuto prima di loro.</p>



<p><strong>Come esergo del libro c’è la citazione di Davi Kopenawa, leader e portavoce del popolo Yamomami: “Se la mia gente sarà sterminata, dovrete distruggere tutte le nostre fotografie, perché le future generazioni, guardando quelle immagini, si vergognerebbero di un simile crimine contro l’umanità”. Quanto pesa la parola vergogna?</strong></p>



<p>I popoli indigeni hanno subito violenze inaudite. Durante la dittatura militare, dagli elicotteri gettavano cibo con l’arsenico. Gli indigeni venivano uccisi nei loro villaggi. La parola vergogna è severa e giusta, è ciò che dovrebbero provare le grandi multinazionali che vanno in Amazzonia a caccia delle sue ultime risorse, soprattutto americane – ma ce ne sono anche di italiane –, che importano tantissima carne. Ciascuno, nel suo piccolo, dovrebbe provare vergogna per quello che è accaduto e per quello che sta accadendo.</p>



<p><strong>Nella tua esperienza, anche giornalistica, incontrando i responsabili, hai mai visto la vergogna sul loro volto?</strong></p>



<p>No. Considera che c’è la presenza di un preconcetto etnico: l’idea, presente anche tra i brasiliani, che gli indigeni siano persone inferiori. Lo racconto nel libro, nell’ultimo capitolo quando scrivo dell’incontro con i Nukak. Faccio colazione in un locale di San José e ci sono dei bambini nukak che mi chiedono da mangiare. Prendo del pane, glielo do, e mi si avvicina una vecchia che mi dice: “Non mi sta bene che questi vanno nei locali a chiedere l’elemosina. Gli indigeni sono come animali, non sono come noi, sono come bestie”. È quello che pensa la maggior parte delle persone.</p>



<p><strong>“Ora i grandi palazzi di Manaus sono silhouette altissime in lontananza, e la vegetazione verdeggiante incornicia le sponde del fiume. Grandi nuvole si alzano nel cielo aperto, in uno spazio di natura immenso. Siamo già in un altro tempo, quello sospeso dell’avventura e del sogno”. Cos’è che può essere vissuto soltanto in Amazzonia?</strong></p>



<p>Qualcosa di selvaggio sempre in agguato. E la relazione costante con la morte, che da noi è stata totalmente rimossa. Per gli indigeni la morte è in ogni secondo della vita, proprio perché la si rischia in continuazione, con gli animali feroci così come per la presenza di una violenza sociale molto forte. Manaus conta 1400 omicidi all’anno. Senza dimenticare il Covid: in Brasile ne sono morti in settecentomila. Manaus è stata falcidiata. E un mondo molto più complicato, e più lento.</p>



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<p><strong>Viaggiare stanca. Voli interni, torpedoni, fuoristrada. Afa assoluta e birre gelate. La tua scrittura non ha nulla di tour-operistico, di patinato, di ammiccante. Fa sentire come la fatica faccia parte del viaggio. Scrivi: “In genere per me questo è il momento migliore: quando è mattino presto, ti sei lavato, sbarbato e vestito, hai controllato penne, taccuini, macchina fotografica, zaino e stai per partire. Lì il desiderio e la curiosità sono al massimo”. Come pure: “L’unica cosa che non posso trascurare del tutto è la scrittura: se passa troppo tempo dalle esperienze vissute, il ricordo diventa sbiadito, a volte addirittura sparisce”.</strong></p>



<p>Per un reporter il viaggio è una necessità. È il momento della scoperta. Molto bella la frase di Kapuściński: <em>Solo&nbsp;in&nbsp;viaggio un reporter si sente se stesso&nbsp;e a&nbsp;casa&nbsp;propria</em>. È vero. Nel viaggio si vive in un altro tempo, più ricco, che dura di più, più impegnativo, difficile. Per esempio, quando ero al Parco nazionale Jau: talmente bello ma di un bello sempre identico e dopo un po’ ti ritrovi in uno spaesamento, in una dimensione labirintica. Con una barchetta entrammo sotto la foresta, tra gli alberi piantati nell’acqua piena di riverberi, sopra le nostre teste centinaia di scimpanzè che saltellavano, una situazione veramente onirica. E mi chiedevo: come si può raccontare tutta questa bellezza? Io scrivo a mano, sui taccuini, fisso subito l’attimo perché voglio conservare la percezione primaria. Già un attimo dopo la memoria comincia a inventare, e il giorno dopo quella cosa che hai visto non è più la stessa. Siccome sono fedele alla scrittura dal vero voglio il più possibile avvicinarmi alla sensazione prodotta dall’esperienza. Ed è una lotta tante volte proprio contro la stanchezza, però non bisogna cedere: quello che non si scrive va perduto.</p>



<p><strong>Capovolgendo García&nbsp;Márquez, raccontare per viverla?</strong></p>



<p>Vivere e scrivere sono vasi comunicanti. Per me si tratta di dare un racconto vivente. Un qualcosa di diametralmente opposto alla finzione letteraria che non ho mai particolarmente amato, che fa da controcanto a una società sempre più finzionale e mediatica. Mi sono convinto a scrivere così una ventina d’anni fa. Leggevo la rivista <em>Linea d’ombra</em> il cui slogan era una frase di Salman Rushdie: “I politici, i media, coloro che creano le opinioni inventano storie. Allora è dovere dello scrittore di finzioni cominciare a dire la verità”. La mia scelta fu dettata in parte dal ragionamento e in parte dall’istinto. È che sono un nostalgico dell’oralità. Vengo dal mondo contadino, dove le storie si raccontavano a voce. Vorrei raccontarle a voce anche io, ma ormai viviamo in un mondo che non lo permette più, e sono costretto a scriverle. L’oralità provo a portarla nella scrittura, la sua naturalezza, la sua necessità.</p>



<p><strong><em>Viaggio sul fiume mondo</em> ha vinto un premio, Pagine della terra, rifiutato: il main sponsor era l’ENI, multinazionale provetta nel greenwashing. Quanto è importante la coerenza di chi scrive rispetto a quanto scrive?</strong></p>



<p>È importantissima. Se la negassi negherei tutta la mia storia. L’onesta, la bontà, sono questi i valori con cui ho voluto costruire la mia biografia. Oltre a essere una persona che scrive, un intellettuale, sono un cittadino che sente forte la sua responsabilità civile. Chi la tradisce sta tradendo principalmente sé stesso.</p>



<p><strong>Scrivi verso il finale: “Lascio anche la monumentale Recherche di Proust, di cui non ho letto neanche un rigo”. La leggerai mai? Lo chiedo perché il tuo libro e quello di Proust si toccano nel loro tentativo comune, ciascuno con le sue scelte testuali strategiche, di portare in salvo un mondo che sta sparendo. Una certa idea della nobiltà, nel caso di Proust. I popoli custodi nel caso del <em>Viaggio sul fiume mondo</em>.</strong></p>



<p>Il libro di Proust era un portafortuna, un talismano. Con me avevo portato solo due libri: quello di Proust e <em>Cuore di tenebra</em> di Conrad, riletto durante il viaggio. Amo molto i romanzi di avventura: Verne, Stevenson, Jack London, e dentro di me c’era l’intenzione di creare una cornice letteraria per il libro, poi, come s’è detto, sono stato fagocitato dalla realtà che è stata abbastanza stupefacente per valere da sé come una storia d’avventura, ma certo le letture che mi porto dietro hanno fatto la loro parte. Questo per dire che inevitabilmente un reportage ha degli aspetti di finzione, che riguardano la lingua, il ritmo, la qualità dei dialoghi, e il montaggio complessivo del testo.</p>



<p><strong>La struttura del libro, la disposizione dei capitoli, racconta un viaggio non lineare, rappresenta uno spostarsi in avanti e all’indietro nel tempo e nello spazio, come a voler chiarire che non esiste un modo definitivo, esaustivo, per raccontare l’Amazzonia.</strong></p>



<p>È volutamente un racconto parziale, di quello che sono riuscito a percepire in un ampio arco di tempo. Raccontare un posto per me è un po’ come commettere una violazione di domicilio: come posso permettermi di parlare della casa d’altri? Un antropologo ha dalla sua un armamentario scientifico che gli consente di fare dichiarazioni profonde sul popolo che studia. Un narratore scrive quello che non sa spiegare.</p>



<p><strong>Nell’esperienza che ne hai fatto, i popoli e le culture di cui racconti come raccontano sé stesse? La preoccupazione di tenere traccia, di non lasciare sparire le cose, è universale o è un tratto della nostra idea di civiltà?</strong></p>



<p>Forse è stato Lévi-Strauss a dire che l’unico merito degli occidentali rispetto ai popoli indigeni è stato quello di averli raccontati. La loro è una cultura orale che rischia di perdere i propri patrimoni, ma le cose stanno cambiando anche da questo punto di vista. L’Istituto Socioambientale opera molto in Brasile e lavora alla conservazione delle culture indigene. I popoli più forti hanno curato delle pubblicazioni sulla loro storia. Si stanno ponendo il problema soprattutto di salvare la propria lingua e le proprie tradizioni. Tanto è già andato perduto. Durante il viaggio abbiamo incontrato un popolo di pescatori a cui abbiamo chiesto quale fosse la loro cultura profonda: ci portarono in una baracca dove c’era una santa italiana. Parliamo di luoghi dove i salesiani hanno fatto tabula rasa delle culture locali. È stato angosciante. “Ci si vede in faccia che siamo indigeni”, la mettono così.</p>



<p><strong>Scrivere di loro è una forma di riscatto dalla vergogna per tutto quello che gli abbiamo distrutto?</strong></p>



<p>Ho scritto un libro che parla soprattutto a noi, italiani, occidentali. Ho voluto raccontare le storie dei popoli indigeni perché mi hanno toccato profondamente. Sono popoli spesso totalmente inermi che non hanno la capacità né di difendersi né di raccontarsi. È stato un racconto necessario, secondo me. Una piccola forma di risarcimento. Io mi sono occupato tanto anche di storie del lavoro e una volta ero a casa di un uomo vittima di mobbing, in Abruzzo. Una persona devastata, che dopo essersi licenziata aveva tentato il suicidio. C’era anche sua moglie, che a un tratto in lacrime ha detto al marito: “Hai visto? Lo sapevo che un giorno qualcuno avrebbe raccontato la nostra storia!”. Mi colpì. Raccontare una storia non significa poterne cambiare le sorti. Le offre però un risarcimento morale. Dandole forma le dà diritto di esistenza.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><em>*La fotografia in copertina e quelle che illustrano l’intervista sono di Giovanni Marrozzini</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/angelo-ferracuti-intervista-amazzonia/">“La foresta in agguato. È stato un viaggio o un sogno?”. In Amazzonia con Angelo Ferracuti</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Thalatta! Thalatta!”. Apologia del nuotatore</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Oct 2022 04:33:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Al centro della piccola insenatura c’era un veliero. Disarmato di fiocco e randa lo scafo color mogano contrastava con il verde acquamarina dei fondali. Chiazze di blu scuro li punteggiavano per poi diventare uniformi lì dove il mare ritornava profondo. Ai lati della baia, su piccoli promontori prospicenti, si rispecchiavano due abitazioni: bianche, un patio [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/stenio-solinas-apologia-del-nuotatore/">“Thalatta! Thalatta!”. Apologia del nuotatore</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Al centro della piccola insenatura c’era un veliero. Disarmato di fiocco e randa lo scafo color mogano contrastava con il verde acquamarina dei fondali. Chiazze di blu scuro li punteggiavano per poi diventare uniformi lì dove il mare ritornava profondo.</p>



<p>Ai lati della baia, su piccoli promontori prospicenti, si rispecchiavano due abitazioni: bianche, un patio dietro cui si dovevano allungare le stanze, una discesa a mare della quale indovinavi in alto il punto di partenza ma non quello di arrivo, magari in un anfratto roccioso ancora dentro alla baia, oppure sul lato che già dava sul mare aperto.</p>



<p><strong>La mattina quando mi svegliavo e la sera, prima di addormentarmi, rifacevo mentalmente i miei calcoli: in linea retta fra le due case c’era all’incirca un chilometro, mille, millecinquecento bracciate, tre quarti d’ora di nuoto, a stare larghi.</strong> All’andata avrei nuotato dritto davanti a me, lasciandomi sulla destra la prua della barca e cercando di mantenere il più possibile una traiettoria all’interno dell’immaginario triangolo che racchiudeva la traversata completa. Al ritorno avrei spezzato il tragitto in due lati: dalla raggiunta abitazione sul promontorio a est sarei tornato fino alla poppa dell’imbarcazione; dalla poppa sarei risalito sino a incrociare l’estremità dell’abitazione a ovest.</p>



<p>Entrambe le coste erano immerse nel verde, ma dove la caletta si chiudeva intuivi dovesse aprirsi una profonda spiaggia bianca che poi probabilmente si tramutava in una bassa radura. Intuivi, perché la foto non ti permetteva di dire di più: incorniciata (come fosse un quadro) e appesa a una parete della mia camera lasciava all’immaginazione il compito di riempire i vuoti che l’obiettivo del fotografo aveva tagliato via nello scegliere l’inquadratura. La barca doveva avere un equipaggio, nelle case doveva abitare qualcuno, magari sulla spiaggia c’erano dei capanni, un gazebo, un ristorante… Eppure la mia mente era come riluttante a staccarsi dallo schema che fin dall’inizio l’aveva appagata: una costruzione, una barca, un nuotatore. <strong>C’ero io che entravo in acqua e bracciata dopo bracciata mi dirigevo verso il promontorio opposto. Sotto di me il mare alternava spazi scuri di scogliere, improvvise distese di sabbia bianchissima, tappeti di alghe, una fauna di piccoli pesci d’argento e di altri più grossi che apparivano e scomparivano a branchi e a cui davo il nome di quelli che conoscevo: orate, mormore, spigole, cefali…</strong> Il primo tratto era il più serrato e il più veloce e arrivavi alla fine a sdraiarti su delle rocce perpendicolari e a picco rispetto alla casa sulla scogliera che in linea d’aria era stato il tuo obiettivo. Te ne stavi come una divinità marina ad asciugarti, piccoli granchi che percorrevano il tuo corpo, ogni tanto dei moscerini, le mani ora staccavano una lumaca di mare, ora si accanivano invano contro una patella… Il ritorno era un po’ come una gita, un’andatura più lenta, ogni tanto un’immersione perché qualcosa aveva colpito la mia attenzione, arrivavi a toccare la poppa che quasi non te ne accorgevi. Raramente ci salivo sopra, il più delle volte sostavo qualche minuto attaccato all’ancora e poi riprendevo la via del ritorno, l’ultimo tratto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="752" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Bathing_at_Talloires_Bagnade_a_Taillores_The_Swim_MET_DP834430-1024x752.jpg" alt="" class="wp-image-93049" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Bathing_at_Talloires_Bagnade_a_Taillores_The_Swim_MET_DP834430-1024x752.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Bathing_at_Talloires_Bagnade_a_Taillores_The_Swim_MET_DP834430-300x220.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Bathing_at_Talloires_Bagnade_a_Taillores_The_Swim_MET_DP834430-768x564.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Bathing_at_Talloires_Bagnade_a_Taillores_The_Swim_MET_DP834430-600x441.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Bathing_at_Talloires_Bagnade_a_Taillores_The_Swim_MET_DP834430.jpg 1471w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Paul-Albert Besnard, <em>Bagnade_à_Taillores</em>, 1894</figcaption></figure>



<p><strong>Fra i sette e i dodici anni quelle traversate silenziose hanno rappresentato per me la felicità.</strong> Non mi domandavo mai come fosse l’interno delle due case, quante persone ospitasse la barca e insomma se quella fosse un’isola, una penisola, una costa e chi ci vivesse e come. A me bastava essere il nuotatore che da un capo all’altro perfezionava ogni volta la sua traversata, più lunga, più corta, più veloce, più circostanziata. Case, barche, persone, erano superflue. O forse, lo dico a tanti anni di distanza, era la vita in quanto tale a sembrarmi superflua. Volevo qualcosa di più e di diverso, ma non sapevo cosa. Nell’attesa, nuotavo.</p>



<p>Non solo con la fantasia. Per far funzionare quell’immagine, per renderla viva, le mettevo a disposizione un patrimonio infantile di estati marine, quattro mesi a mollo fra Adriatico e Tirreno, il mare come la seconda casa di una banda di ragazzini che nel mare trovava i confini di un regno autonomo e autosufficiente da dove i grandi restavano esclusi, confinati fra spiagge e scogli, ora distratti e ora preoccupati, minacciosi o imploranti: «Non devi andare così al largo», «non puoi scomparire per delle ore», «guarda che polpastrelli bianchi che hai», «basta, da domani fai il bagno qui davanti a me e dopo mezz’ora fuori…». E tuttavia mai che un genitore si decidesse a varcare veramente quei confini, di cui del resto non si rendeva nemmeno conto, quel combinato disposto di barche, canotti, rocce e rena, quel rituale di tuffi, immersioni, giochi e gare di destrezza, quelle maschere perse e poi ritrovate, quelle pinne lanciate lontano e poi ripescate, l’alchimia delle prime esplorazioni subacquee, il nuovo mondo che si spalancava sotto di te e di cui tu inseguivi le tracce sul fondo, indovinavi le aperture fra gli scogli, verificavi fosse e secche improvvise. <strong>Così, quelle immaginarie nuotate autunnali e invernali davanti alla foto incorniciata in camera tua si nutrivano in realtà di migliaia di nuotate reali</strong>, rifacevi gli stessi gesti, riassaporavi lo stesso gusto salmastro di quando per distrazione l’acqua ti entrava in bocca, sentivi la fatica nelle braccia, il sole sulla pelle, il piacere della progressione armonica e costante, l’affiorare in lontananza e poi via via sempre più vicino della costa dove alla fine ti saresti arenato, il cuore che pompava furioso, i riverberi della luce che ti ferivano gli occhi, la pace primordiale dei mattini bagnati di silenzio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="686" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/IMG-20221004-WA0003-686x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93056" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/IMG-20221004-WA0003-686x1024.jpg 686w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/IMG-20221004-WA0003-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/IMG-20221004-WA0003-600x895.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/IMG-20221004-WA0003.jpg 724w" sizes="(max-width: 686px) 100vw, 686px" /></figure>



<p>***</p>



<p><strong>Il mio status di piccolo nuotatore timido e superbo andò a picco in terza media. Quell’anno era stata inaugurata la piscina e il nuoto entrò nell’orario scolastico. Delle piscine ignoravo tutto, ma fin dal principio non mi piacque nulla.</strong> Il clima artificiale, innanzitutto, una specie di bagno turco, umido e caldo, che ti prendeva alla gola e ti dava un senso di spossatezza. Il fetore del cloro e quel suo bruciarti gli occhi trasformandoli in due palle di fuoco. Il biancore di quei ventisei corpi di ragazzi, alti, bassi, grassi, magri, infagottati negli accappatoi oppure immersi nell’acqua a provare stili che a me sembravano più degni del circo che non dell’idea di nuoto mi portavo dietro: farfalla, delfino… Il suono stridulo del fischietto dell’istruttore e il ripetersi estenuante dei tuffi dai blocchi di partenza. <strong>Che il nuoto potesse essere uno sport non mi era mai passato per la testa, e la monotonia schizofrenica di quelle vasche avanti e indietro, su un’acqua che sentivi stranamente pesante, all’interno di un percorso tracciato lungo un fondo anonimo e privo di sorprese… be’, c’era da impazzire. </strong>La velocità, poi, che c’entrava la velocità con il nuoto, come si poteva trasformarla nell’essenza di un qualcosa che invece era contemplazione, osservazione, riflessione, piacere estetico? Spogliato dei suoi elementi naturali nuotare diveniva una sorta di coazione senza senso, l’idea di essere come animali da batteria tesi soltanto al raggiungimento dell’obiettivo fissato. Più uova possibili, più metri possibili, nel meno tempo possibile.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="623" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Chicos_en_la_playa_por_Joaquin_Sorolla-1024x623.jpg" alt="" class="wp-image-93050" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Chicos_en_la_playa_por_Joaquin_Sorolla-1024x623.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Chicos_en_la_playa_por_Joaquin_Sorolla-300x183.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Chicos_en_la_playa_por_Joaquin_Sorolla-768x468.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Chicos_en_la_playa_por_Joaquin_Sorolla-1536x935.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Chicos_en_la_playa_por_Joaquin_Sorolla-600x365.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Chicos_en_la_playa_por_Joaquin_Sorolla.jpg 1774w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Joaquín Sorolla, <em>Bambini sulla spiaggia</em>, 1910</figcaption></figure>



<p>Poi c’era il biancore dei corpi, illividiti dalle luci al neon, corpi ancora in formazione che un’estate all’acqua, all’aria, al sole aveva per un istante rastremato e modellato e che l’inverno di nuovo ingrigiva, togliendo loro lucentezza ed elasticità e riconsegnandoli alla prosaicità di un’età critica e infelice. <strong>Il timido e superbo nuotatore che era in me quell’anno non inghiottì che umiliazioni. «Grandi potenzialità, ma scarso impegno agonistico», era il verdetto impietoso. </strong>Sconfitto nelle finali, a volte addirittura eliminato nelle batterie, guardavo i compagni vittoriosi e cercavo di consolarmi pensando a come si sarebbero comportati in mare: il nuoto non è soltanto velocità, mi ripetevo, e l’acqua un elemento con cui convivere, non un nemico da sconfiggere… Saltavo gli allenamenti, fui tolto dalla squadra. Mio padre non capiva: «Ma come, non è la cosa che ti piace di più?». È difficile per un ragazzino spiegare in termini razionali un rifiuto di carattere sentimentale, legato a emozioni, sensazioni, fantasie. Nuotare era per me come entrare in un’altra dimensione, una sorta di regno di cui io solo detenevo le chiavi. Ridotto a mera pratica sportiva diveniva avvilente, asfissiante. «Mi annoio, non mi diverto», mi limitavo a bofonchiare a mo’ di risposta.</p>



<p>Quando finalmente arrivò l’estate, ahimè fu senza incanto. Sarà che stavamo cambiando pelle, ma nulla era più come era stato, luoghi, volti, desideri, aspettative. Entravo in acqua e mi sentivo come impacciato, nuotavo lungo un percorso e mi sembrava come se tutto, sole, rocce, coste, mi irridesse: il nuotatore senza velocità, il nuotatore senza agonismo, il nuotatore della domenica… In ogni altro ragazzo vedevo un ipotetico rivale, e tutti mi sembravano più bravi, più capaci, più convinti. E però il mare non era più il loro centro di interesse, l’altra vita rispetto alla terraferma, ma al più l’appendice di una sdraio, un baretto, un ombrellone, una comitiva, un falò, una chitarra… Tutti giocavano, scherzavano, si bagnavano, ma non nuotava più nessuno. Timido e superbo nuotatore mi immersi in un’apnea che durò il tempo dell’adolescenza. Riemersi l’anno della mia maturità classica.</p>



<p>***</p>



<p><strong>Si nuota da soli e in solitudine. Non lasciatevi convincere da chi vi dice che farebbe volentieri qualche bracciata insieme a voi. Buttereste al vento una giornata, il ritmo rotto ogni due per tre per non perdere di vista chi è con voi</strong>, un susseguirsi di stili privo di senso da parte di chi non è abituato a tenere una rotta e un’andatura, tu che imprechi silenziosamente ogni volta che l’altro si ferma, fa il morto, riparte senza tenere una direzione. Il nuoto non è di compagnia, non è il tè alle cinque con gli amici. È autodisciplina, è contare solo su sé stessi, è fatica fisica e piacere fisico, nutrimento spirituale. Arrivi arrugginito e ingrigito dall’inverno, dalla routine della vita, e lentamente prendi a riequilibrare il tuo corpo e la tua mente. Cominci il primo giorno con un numero limitato di bracciate, senti la muscolatura che inizia a sciogliersi, la respirazione che si fa più sicura, il mare che ti accoglie come se non te ne fossi mai andato. Ti sei immerso e ora scivoli silenzioso nell’acqua avendo la costa alla tua destra. Nel tramonto segui la striscia lucente che il sole lascia sul mare e ti sembra di nuotare in una galassia di luce, il riverbero che ogni tanto ti acceca o ti ferisce. Domani raddoppierai la distanza e così via via ogni giorno si amplierà il tuo raggio di azione, di esplorazione, di dominio. Sdraiato su una riva nel sole di mezzogiorno guarderai il tratto di mare dietro di te, e ti farai cullare dallo sciabordio dell’acqua intanto che il tuo corpo si scava una posizione fra sabbia e alghe per non essere trascinato nuovamente al largo.</p>



<p>L’azzurro del cielo è squillante, l’azzurro del mare perfetto e tu non ti sei mai sentito così vivo e così felice.</p>



<p><strong>Si nuota senza orpelli, pinne, maschere, boccagli, costume. Al massimo un paio di occhialini e, per questioni di decenza, quegli slip sganciabili che ebbero un momento di gloria e di moda negli anni Sessanta, Port-Cros, si chiamavano</strong>, e che ancora adesso puoi trovare in qualche emporio balneare. Il tuo obiettivo è eliminare qualsiasi cosa si frapponga tra te e l’acqua, fare di quell’elemento il tuo elemento naturale, abituarti all’autosufficienza, sentirti come un pesce o come una divinità marina decaduta alla ricerca della sua perduta dimensione. Quanto al costume, non c’è piacere più sottilmente erotico di un corpo nudo che fende la superficie del mare, «<em>fornication avec l’onde</em>», secondo la definizione di Paul Valéry.</p>



<p>***</p>



<p>Quando ho ricominciato a nuotare è stato come nascere una seconda volta. Gli anni del ginnasio e del liceo li vedo avvolti in una nube di goffaggine, in un limbo di incompiutezza. Mi ero lasciato alle spalle l’isola del tesoro di una fanciullezza individualistica e appagata e mi ritrovavo in alto mare, senza una rotta da seguire, una latitudine e una longitudine su cui fare il punto. Non mi piaceva nulla di me, non mi piaceva nulla degli altri. Uscivi da inverni scolastici noiosi, faticosi, uggiosi e senza luce ed entravi in estati prive di magia dove mimavi la tua esistenza di studente senza il peso delle lezioni, ma con il fardello del divertimento a tutti i costi, della vita da spiaggia al posto della vita di quartiere, gli strusci sul lungomare, le cene sul lungomare, il cinema sul lungomare, un locale dove ballare sul lungomare… Era la ripetizione della vita di città fatta da chi non era né carne né pesce, non più in grado di riallacciarsi a ciò che era stato prima, lo stupore infantile di chi si crea un mondo a parte, non ancora in grado di disegnare un percorso personale, stretto fra obblighi e convenzioni familiari, scolastiche, di gruppo. L’anno della maturità comprai un biglietto per la Grecia…</p>



<p>Si prendeva un traghetto e poi ancora altri traghetti, sempre più piccoli, mai puntuali, sempre più sgangherati. Perdevi coincidenze improbabili e ti ritrovavi a passare la notte in porti che affacciavano su un microcosmo di caffè, taverne, stanze in affitto, pescatori intenti a rammendare le reti, mercati del pesce e della frutta. Ripartivi all’alba, una piccola tribù improvvisata di zaini e sacchi a pelo che il tempo e gli imprevisti aveva alla fine radunato, e ti godevi quel primo sole su imbarcazioni dai motori spetezzanti, vecchi con i volti intagliati, donne vestite di nero che ogni tanto sporgevano la testa fuori bordo per vomitare, bambini che giocavano, un gran consumo di semi di zucca masticati e sputati, borse della spesa piene di ortaggi, qualche cane, qualche capretta… A ogni porto il ferry si vuotava per poi riempirsi nuovamente, biciclette, motori, carretti, fagotti che si aprivano per il pranzo, bottiglie di vino resinato che giravano, passeggeri addormentati sotto il sole, un berretto calato sugli occhi, uno scialle a coprire il volto, un russare pieno che faceva da contraltare agli starnuti ritmati del motore. Da Atene a Patmos quell’estate ci misi tre giorni e sei traghetti.</p>



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<p><strong>La casa di V. distava dal mare un centinaio di metri di spiaggia bianca. L’abitazione era sul limitare di quello che una volta doveva essere stato un bosco rigoglioso e che adesso, invece, era attraversato da strade sterrate e mulattiere che portavano al paese e da lì al resto dell’isola.</strong> In mattoni, bassa, un piano era ancora in costruzione ma, essendo destinato alla figlia più piccola una volta sposata, c’erano ancora quattro o cinque anni davanti prima che il bisogno si facesse impellente. Se al mattino non ero andato a pescare con V, uscivo di casa e mi ritrovavo nel centro di un’insenatura contrassegnata ai lati da scogliere che finivano per inabissarsi in mare e, a un paio di chilometri di fronte, da un isolotto basso e largo, qua e là macchiato di verde. L’acqua alla vita, cominciavo a nuotare in un mare smeraldo che a poco a poco virava al blu prima di divenire cobalto, lì dove la profondità si faceva massima, i fondali scomparivano alla vista e l’adrenalina che ti dà l’ignoto faceva pulsare il cuore furiosamente. A fatica mi imponevo di mantenere lo stesso ritmo, ché nulla nel nuoto è più deleterio del cambiare velocità, l’illusione di accelerare per poi riposarsi. A mano a mano che l’isolotto si avvicinava i colori tornavano a mutare e un gracidio di gabbiani faceva da contrappunto al respiro della bracciata, allo scivolare del corpo sulla superficie del mare. Alla fine strusciavi con il petto su pochi centimetri di sabbia e rimanevi così, sul bagnasciuga, la testa appoggiata su un cuscino di minuscoli sassi e conchiglie, il respiro che lentamente si acquietava, i muscoli che tiravano, il mischiarsi del fresco dell’acqua e del calore del sole, un dolce torpore che si impadroniva di te e si trasformava in sonno. Ti avrebbe svegliato lo schiaffetto improvviso di un’onda.</p>



<p>In paese c’erano due locande, una vicino al porticciolo delle barche da pesca, l’altra all’estremità dell’abitato, lì dove le stradine finivano in aperta campagna e si inerpicavano verso il centro dell’isola. A partire dal tramonto i polli cominciavano a rosolare sugli spiedi e si preparavano le griglie per il pesce: gamberoni, calamari, triglie, pagelli. Passavi, facevi la tua ordinazione e poi ti fermavi all’unico bar a bere una birra gelata e ad ammazzare il tempo in attesa di andare a cena. Alle dieci di sera non c’era più una luce accesa in giro e al momento di mettermi a letto osservavo stupito come il nuoto avesse cominciato a rimodellare il corpo, i pettorali che si allargavano, i fianchi che si asciugavano, la muscolatura di gambe e braccia che si allungava sotto la pelle. Prima di addormentarmi facevo i piani per la nuotata che mi attendeva il giorno dopo: al mattino mi sarei lasciato la baia sulla sinistra e avrei cominciato a esplorare l’isola risalendola lungo la costa; al pomeriggio, a meno che non mi fossi imbattuto in qualche scogliera di particolare bellezza, avrei fatto lo stesso dall’altra parte. Poi piombavo in un sonno profondo, fatto di stanchezza e di piacere.</p>



<p><strong>Quell’estate greca segnò una duplice agnizione. Nuotare mi si ripresentò come uno degli elementi fondanti della vita, una specie di forza primordiale che leniva e rendeva possibile ogni cosa. Il senso panico di fisicità e di compiutezza che ne derivava mi dava un’illusione di immortalità, un sentimento di grandezza.</strong> Nel corso degli anni dolori, lutti, sofferenze, angosce si sarebbero sciolti nel ritmo sostenuto con cui fendevi il mare, avrebbero trovato una ragione d’essere nell’armonia di una traversata, nel vagabondare da una cala all’altra, nel complicato scivolare sopra rocce a fior d’acqua. A ciò si aggiunse la rivelazione del Mediterraneo come cornice naturale, luogo deputato d’eccezione, mare per eccellenza. Imbevuti di storia come siamo, è l’unico dove ti senti veramente a casa. Non c’è angolo di costa, arcipelago, isola, che non ti rimandi a una civiltà, una battaglia, un romanzo, una poesia. Non c’è lembo di terra da lui bagnato che non sia carico di nostalgia e di passato e nulla è più compiuto e definito di quella civiltà classica che lo tiene a battesimo e lo utilizza come scenario, ospita divinità ed erige monumenti, fortifica città, segnala confini invalicabili, costruisce flotte e progetta esplorazioni. <strong>Per certi versi il grido di gioia dei soldati dell’<em>Anabasi</em> di Senofonte davanti al mar Nero, «Thalatta, Thalatta», il mare, il mare, nel considerarlo un’appendice dell’unico degno di questo nome, è una delle dichiarazioni d’amore e di identità più strepitose che siano echeggiate nei secoli.</strong> Così, non ci sono mari tropicali e oceani che tengano, giganteschi acquari, immense autostrade liquide dove ti aggiri sconsolato, schiacciato o sedotto dalla natura, ma senza coordinate nelle quali muoversi, un destino in cui riconoscersi.</p>



<p>***</p>



<p><strong>«Un uomo libero, un orgoglioso nuotatore che fendeva l’acqua in cerca di un nuovo destino». Nelle ultime righe del <em>Clandestino </em>di Conrad è scolpito il perché di una fascinazione.</strong> Ci sono delle albe squillanti, avvolte nel silenzio, in cui entri in mare come se prendessi possesso di un nuovo dominio di cui ignori i contorni. Ti appartiene, ma non lo hai mai misurato, non sai quali sorprese ti riserva, se ne sarai deluso o conquistato. Via via che scivoli nell’acqua e accordi velocità e respirazione ti prende una sensazione di euforia: non sei mai stato così padrone di te stesso, nessun legame, nessun impiccio, nessun secondo fine, non sei mai stato così in balia del caso, qualsiasi direzione può rivelarsi giusta o sbagliata, qualsiasi scelta ha in sé l’incognita dell’ignoto. Nuoti, e nel nuotare apparentemente si annulla ogni altra attività: conti il numero delle bracciate, perché sai che c’è comunque il ritorno che ti aspetta, verifichi la traiettoria, controlli i fondali, ma il tuo orizzonte iniziale è già mutato, perché hai superato quel promontorio, oltrepassato quella scogliera, incontrato quella baia fino a un istante prima coperta dalle rocce… E ogni volta il dominio si rinnova, assume dimensioni diverse, obbliga a nuove verifiche. L’orgoglioso nuotatore di Conrad è tale perché conosce le proprie capacità, le ha messe alla prova, ha lavorato sul proprio fisico per trasformarlo in una macchina in grado di rispondere docilmente, perfettamente, ai comandi, e ora verifica con sorpresa felicità come tutto ciò avvenga, come tutto il lavoro fatto in precedenza si tramuti in una «navigazione» fluida e senza scatti, in una sorta di naturale proiezione fisica del proprio Io, del proprio essere. La sua libertà deriva anche da questo, la consapevolezza della propria unicità, il non doverla spartire con nessuno, il non dipendere da nessuno. E il destino, alla fine, consiste in questa continua misurazione di noi stessi con ciò che ci circonda, nella capacità di aprirsi al nuovo ogni volta che si presenta, nella disponibilità a sorprendersi e a sorprendere. Bracciata dopo bracciata cerchiamo di avvicinarci al perché delle cose, e pazienza se un’onda o una corrente ci allontanano. Caparbi ricominciamo, pessimisti ma attivi. Il nuoto è una metafora della vita.</p>



<p>***</p>



<p><strong>L’ho già accennato, ma vale la pena di insistere. Dei tanti stili con cui si può nuotare, solo uno si addice alla essenziale dignità del nuotatore. Lasciamo stare i più eccentrici, delfino e farfalla, tutt’al più adatti, lo ripeto, a fenomeni da circo equestre, e soffermiamoci sull’altra coppia più classica.</strong> Il dorso è, nella peggiore delle ipotesi, una scelta da pensionati, da teorici del materassino; nella migliore un’andatura cieca in cui si dà il culo al mare, lo si nega, cioè, e ci si rivolge, chissà perché, al cielo. Un controsenso, detto in altri termini. Il crawl è da esibizionisti un po’ fighetti, bello e imponente, certo, ma condannato alla visione parziale, laterale, di ciò che ha intorno e limitato dalla sua stessa velocità: lento è un assurdo, veloce fa confondere la causa con l’effetto. Nuotare non è correre, è pensare. Così sul terreno, ovvero sull’acqua, rimane solo la rana che assomma in sé tutte le qualità: ti permette di affrontare il mare a viso aperto, di fronte, ti garantisce la massima visibilità, sia sopra sia sotto, ti lascia stabilire il ritmo più idoneo, ha dalla sua un’eleganza naturale, non ricercata, è essenza, non apparenza.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="717" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Alessandro_Allori_A_Pearl_Diver_c._1570_NGA_134346-717x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93051" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Alessandro_Allori_A_Pearl_Diver_c._1570_NGA_134346-717x1024.jpg 717w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Alessandro_Allori_A_Pearl_Diver_c._1570_NGA_134346-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Alessandro_Allori_A_Pearl_Diver_c._1570_NGA_134346-600x857.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Alessandro_Allori_A_Pearl_Diver_c._1570_NGA_134346.jpg 756w" sizes="(max-width: 717px) 100vw, 717px" /><figcaption>Alessandro Allori, <em>Cacciatore di perle</em>, 1570</figcaption></figure>



<p><strong>Nuoti perché non ne puoi fare a meno. Ogni volta che l’estate si annuncia cominci a smaniare, il tuo corpo che risponde al richiamo come un cavallo imbizzarrito.</strong> Sogni giornate luminose, tramonti estenuati che si annullano nel mare, caraffe di vino bianco gelato e frizzante che ti aspettano al ritorno, il sonno della controra nella penombra fresca di una camera bianca di calce, lo sguardo che si perde all’orizzonte, una vela poco distante. Sogni giornate pigre che pigramente si ripetono, un libro abbandonato al tuo fianco, un asciugamano su cui te ne stai sdraiato, il rumore quieto delle onde che si rompono sotto di te. Sogni il momento irripetibile in cui entrerai di nuovo in acqua e subito ti sembrerà come è sempre stato e avrai l’impressione che il tempo si è annullato, che non ci sono state stagioni fredde e morte, che tu da lì non ti sei mai allontanato. Perché il sogno sia perfetto e corrisponda poi alla più perfetta delle realtà hai bisogno che intorno a te non ci sia nessuno, che la solitudine sia totale e rimandi all’altra solitudine che ti accompagnerà nuotando, unico signore incontrastato di un regno immaginario eppure reale.</p>



<p><strong>Il nuoto non è un’attività fisica, è una disciplina interiore. In quanto tale non è trasmissibile. Puoi anche insegnare i movimenti, la tecnica, ma al senso, al suo significato, o ci arrivi spontaneamente o non ci arriverai mai.</strong> Certo, la tentazione di far provare a un’altra persona lo stesso tipo di emozioni che provi tu è forte, ma quasi sempre è destinata al fallimento, quasi mai si accende la scintilla dell’affinità elettiva. Per eccesso d’amore ci si può anche ingannare. M. era la più perfetta delle compagne, un soldatino obbediente nel suo seguirmi su e giù lungo sentieri che invece di scendere a mare finivano a strapiombo su pareti impraticabili, un allegro marinaio su un gozzo che imbarcava acqua e un motore asmatico che ogni due per tre si bloccava, lungo il perimetro di una Ponza che alla fine degli anni Sessanta era ancora incantevole. Avrei dovuto fermarmi lì… ma da ragazzi si ha ancora il demone dell’assoluto e della perfezione e si vorrebbe che l’altra persona fosse una parte di te. Che non avrebbe funzionato avrei dovuto capirlo subito, allorché lasciata la barca cominciammo a nuotare e lei mi venne dietro, invece di andare a cercarsi la sua rotta, ché nulla è peggio per un nuotatore del trovarsi qualcuno davanti o sulla scia, l’incrinarsi di una perfezione, l’intromissione nel Tutto dell’Altro da te… Mi seguiva, poverina, perché era innamorata e voleva farmi contento, laddove io pensavo di svelarle l’ineffabile… Cala Fontana era a meno di un chilometro, ma lei dopo un centinaio di bracciate aveva già cominciato a rompere il ritmo, a cambiare stile e io, che un po’ mi sentivo responsabile, mi fermavo spesso e mi voltavo per vedere dove fosse, cosa facesse, quali rischi si potessero presentare… Uno stillicidio perché ciò che per me c’era di sacro in quelle traversate assumeva in lei i contorni del divertissement, un’impresa un po’ noiosa da trasformare in gioco, in passatempo, per non deludere quel pazzo che le era davanti… Sì, avrei dovuto capirlo subito e comportarmi di conseguenza, ovvero limitarmi a fare il bagno, pratica piacevole peraltro. Da allora, comunque, ho imparato la lezione. Se sono con amici faccio finta di niente e lascio che ciascuno, me compreso, dipani la sua giornata al mare secondo i propri gusti, senza obblighi né attenzioni. Se sono con una donna faccio come vuole lei…</p>



<p>***</p>



<p><strong>Ogni tanto si inciampa nei ricordi. Svuoti una casa, perché tua madre se n’è andata per sempre, e ti vengono incontro frammenti, schegge di memorie, una fotografia, un oggetto, un quaderno di appunti. La vita va avanti ma sempre qualcosa ti tira all’indietro e aveva ragione l’io narrante nel <em>Grande Gatsby </em>di Fitzgerald: «Così continuiamo a remare, barche controcorrente, risospinti senza posa nel passato».</strong> Sulla scrivania recupero e allineo una piccola bottiglia intarsiata d’argento in una custodia di pelle, un serramanico, una conchiglia, ciò che resta di un’estate dalmata, un’estate greca, un’estate sarda che lentamente prendono a riaffiorare lì dove il timido e superbo nuotatore del tempo che fu è l’unico filo conduttore. Ecco il mare gelido delle isole Incoronate, ultima tappa di un viaggio che fra Zara e Spalato ti aveva sprofondato fra i resti avviliti del Leone di San Marco in una Jugoslavia ancora sotto Tito, rassegnata e polverosa, impronte di pietra fra mercati poveri e senza gioia. Ecco la taverna di Amorgos dove d’improvviso scoppiò la rissa, con l’ubriaco dietro al bancone che metodicamente tirava bottiglie verso tutto ciò che si muoveva, lo schianto delle sedie usate come clave, io che alla fine tirai fuori il coltello e intanto mi chiedevo se veramente avrei avuto il coraggio di usarlo. Ecco gli scogli piatti della Pagliosa dove mi allungai esausto e mi addormentai di botto, svegliato poi da un granchio che cercava di incunearsi nel mio naso… Sempre e comunque case coloniche, o tende che si trasformavano in forni di prima mattina, dune di sabbia da cui rotolando finivi in mare, bagni in un’alba tiepida sotto un cielo ancora come sospeso, ancora incerto nel delineare i contorni, svelare rocce e anfratti, disegnare compiutamente il territorio intorno a te. Sempre e comunque l’avanzare sicuro di un corpo che fendeva le onde, lasciava una striscia dietro di sé, scompariva nascosto da una roccia, riappariva in mare aperto. Metodico, sicuro, inarrestabile.</p>



<p><strong>«Il nuotatore come <em>L’Unico</em> di Stirner». Il titolo campeggia in stampatello sulla copertina azzurrina che raccoglie una manciata di fogli pieni di citazioni, scalette, rimandi, una delle tante (troppe?) cose pensate e mai scritte di cui si compone la mia vita.</strong> L’edizione che recupero nella mia libreria è del 1970 e quindi quell’abbozzo risale al tempo dei miei diciott’anni, quando Stirner brillò per una stagione e poi si spense come un malinconico fuoco d’artificio. La sua anarchia doveva sembrarmi allora una via d’uscita rispetto a una destra asmatica e a una sinistra asfittica, il tentativo di salvare l’individuo dalle grinfie della ragion di Stato e della solidarietà di classe. Per certi versi il preludio adolescenziale, retorico e imperfetto, di quella figura jungeriana dell’Anarca che un decennio dopo ne avrebbe preso il posto, sia pure nella visione meno statica e contemplativa di chi ancora si illudeva che le idee potessero far muovere il mondo…</p>



<p>Cenere intellettuale, insomma, da cui quel titolo però mi sembra immune, semplice e assertivo, una dichiarazione di intenti, mi accorgo ora, che ha finito con l’essere parte di me. Fra i tanti brani di Stirner trascritti, vale ancora la pena di riportarne uno: «Ogni vagabondaggio dispiace al borghese, ed esistono dei vagabondi dello spirito che, soffocati sotto il tetto che ospitava i loro padri, vanno a cercar lontano più aria e più spazio. Ciò che loro manca è quella specie di diritto di domicilio nella vita che è assicurato da un commercio solido, da mezzi di sussistenza garantiti, da rendite stabili». Vagabondaggio spirituale è una definizione che si addice perfettamente all’idea del nuotatore. Evoca quelle giornate senza tempo in cui si entra nell’acqua senza sapere dove si andrà, la mente sgombra da ogni preoccupazione, pigramente interessata al paesaggio circostante, alla regolarità delle bracciate e della respirazione, facilmente appagata dalla semplicità con cui il corpo penetra in un liquido di cui sembra fare parte, in uno scenario di perfetto silenzio e potenza, mille miglia lontano da ogni miseria terrena, a spasso nel giardino incantato della tua felicità.</p>



<p><strong>In vita mia ho rischiato di affogare tre volte. Non sono tante ma bastano a darti l’idea di come potrebbe andare a finire. Naturalmente il mare non c’entra, si limita a essere sé stesso, e in fin dei conti la colpa è solo tua. </strong>Ti sei distratto un attimo, o ti sei intestardito nel voler portare a termine un tragitto e intanto il tempo è girato, il vento ha preso a soffiare, l’acqua a incresparsi, le onde a montare. Quella che era una superficie piatta comincia a farsi verticale, quella che era una bracciata regolare e distesa comincia a rompersi, impegnata com’è in un saliscendi sempre più serrato. La respirazione si fa difficoltosa, perché ogni volta che riemergi il mare ti schiaffeggia la faccia, assedia la tua bocca, preme per entrare. Guardi la costa e a un certo punto realizzi che non si avvicina, ma si allontana. Non avanzi di un metro, ma impercettibilmente indietreggi e più moltiplichi gli sforzi più ti rendi conto che non servono a niente. Il mare davanti a te si è fatto di spuma, creste bianche a ripetizione, il tuo corpo pesante, e ora non stai più nuotando, ti limiti a galleggiare e a svettare con la testa cercando di capire cosa fare, come venir fuori da questo inferno che ti è piombato addosso. Ancora non hai paura, la paura totale e finale che ti svuota d’ogni forza, ti succhia via il pensiero e ti consegna come una povera bestia da macello alla brutalità impietosa della natura; in compenso hai l’adrenalina a mille, ma sai che devi restare calmo, non sprecare energie, valutare attentamente le possibilità che hai di fronte. Come se ne esca non lo so, a meno di un <em>deus ex machina</em> che provveda per te… Può succedere che di colpo cali il vento, oppure si limiti a girare, spirando verso terra. Può succedere che intanto tu abbia cominciato a nuotare sott’acqua e non più in superficie. Ti sei reso conto che in profondità la situazione è ancora statica, la forza del mare ancora imbrigliata e così sforzi i polmoni il più possibile in un guadagno che ogni volta si riduce a pochi metri, sufficienti però a infonderti nuova speranza… Sia come sia, di colpo ti accorgi che il mare non fa più barriera ma si apre, che la terra ha smesso di allontanarsi, che la tua testa ha ripreso a sovrastare le onde e non a finirci dentro. Allora ti prende un’euforia che centuplica le forze, mista a un’ansia che tutto possa ancora cambiare, che si tratti di un attimo, o di una suggestione, e nuoti come non hai mai nuotato, concentrato nella gara più importante della tua vita, per la tua vita. E nuotando vedi il fondo del mare apparire all’improvviso, sempre più vicino, e capisci che ora puoi metterti in piedi, che per questa volta è andata, che il mare ti ha dato una strizzata, un avvertimento. Hai freddo, e la pelle d’oca. Prima di sdraiarti a riva vomiterai acqua salata e sentirai il cuore battere come un tamburo.</p>



<p><strong>Due volte su tre è andata così. La terza è arrivato Ursus, il <em>deus ex machina</em>. In tutta la vita, diceva, suo padre aveva letto un solo libro, <em>Quo vadis?</em>, e ai tre figli aveva dato i nomi di Vinicio, Licia e, infine, Ursus. </strong>Il più piccolo dei tre era stato un ragazzino svogliato e un po’ bislacco, schiacciato da un nome a cui non corrispondeva, incapace di fare del male, ma capacissimo di fare fesserie a cui la disgrazia di quel nome comunque lo condannava: piccoli furti, vandalismi. A quattordici anni il padre l’aveva tolto da scuola e, tramite conoscenze, gli aveva trovato un posto su un mercantile, mozzo, ragazzo di fatica. La sera prima di imbarcarsi Ursus piangeva nel suo letto di casa le calde lacrime spaventate di uno della sua età e il fratello Vinicio, per consolarlo, gli aveva prospettato un futuro bellissimo fatto di palme e datteri, candide uniformi, mari di sogno, belle ragazze, incontri straordinari, tanto ozio e nessuna fatica. «Girerai il mondo, servito e riverito, mentre io me ne resto qui, in questa Civitavecchia di merda». Alla fine Ursus si era addormentato. Dalla partenza passarono alcuni mesi, poi un giorno arrivò a casa una cartolina, dall’Australia. «A Vini’, se stava bene in Marina…! Li mortacci tua». Per Ursus i marinai, lo diceva con affettuoso disprezzo, erano la categoria più stupida della terra: «Non vedono niente, non conoscono niente. In mare si annoiano, a terra s’imbriacano, ogni porto è uguale all’altro, al di là del porto non vanno mai». Per quarant’anni era stata la sua vita. Mi recuperò con il suo gommone un pomeriggio che il cielo si era fatto scuro e il mare grigio. Ero andato troppo al largo e non riuscivo più a rientrare. «E adesso sbrighiamoci a tornare», disse dopo avermi aiutato a montare, mentre me ne stavo ancora mezzo inebetito sul fondo del canotto. «Di coglionaggini per oggi basta la tua». D’estate viveva in due cabine sulla spiaggia trasformate in abitazione e deposito di attrezzi da pesca. Stava sempre in pantaloncini e canottiera, mingherlino e ossuto, in testa un berretto bianco e blu con la visiera. Lo chiamavano il comandante.</p>



<p>C’è una poesia del presidente Mao che si intitola <em>Nuotando</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«Ho appena bevuto le acque di Changsha</strong><br><strong>e mangiato il pesce di Wu-chang… </strong><br><strong>ora sto nuotando nel grande Yangtze </strong><br><strong>mentre guardo il cielo limpido di Chu. </strong><br><strong>Lasciate che il vento soffi e le onde si infrangano… </strong><br><strong>molto meglio che una passeggiata senza meta nel cortile. </strong><br><strong>Oggi mi sento a mio agio perché </strong><br><strong>fu vicino a un fiume che il Maestro disse: </strong><br><strong>La vita, come le acque, scorre nel passato! </strong><br><strong>Le vele si muovono al vento, </strong><br><strong>le colline della tartaruga e del serpente sono immobili».</strong></p></blockquote>



<p>Nuotatori dittatori furono Mussolini, che però vi arrivò tardi e da autodidatta sviluppò uno stile laterale che era più uno stare a galla che un nuotare vero e proprio, e Saddam Hussein, emulo di Mao nelle sue traversate del Tigri e autore di proclami alle truppe in cui incitava al nuoto come antidoto all’invasione Usa. Un numero così ridotto non è sufficiente a stabilire una qualche correlazione ed è più la spia di singole eccezioni. <strong>Da Lenin e Stalin a Hitler, da Franco a Salazar, da Pol Pot a Castro, tutto nella costruzione della loro immagine pubblica si oppone a un rapporto del genere. Sono i sacerdoti o le divinità di una moderna religiosità, figlia della tecnica, dove il corpo umano è un’appendice da superare, oppure di una religiosità bigotta dove il corpo umano è un elemento da celare, uniformare, camuffare. </strong>Sul versante opposto, quello democratico, il panorama è ancora più scarno, di qua e di là dell’oceano. Di presidenti e premier podisti, golfisti, ciclisti, velisti, alpinisti c’è l’imbarazzo della scelta, i nuotatori brillano per la loro assenza. Disciplina individuale e autosufficiente, votata all’isolamento e alla solitudine, democrazia e totalitarismo sono due categorie che non la definiscono. Il nuoto è aristocratico.</p>



<p>***</p>



<p><em>Il Grande Gatsby</em> di Francis Scott Fitzgerald muore ammazzato in una piscina proprio mentre il suo sogno di far rivivere un amore del passato va a pezzi di fronte alle durezze del presente.</p>



<p><strong>E in una piscina si apre e si chiude l’esistenza cinematografica del William Holden-Joe Gillis di <em>Viale del tramonto</em>. «Gli piacevano tanto. Ora ne ha una tutta per sé. Anche se gli è costata cara», è il commento del poliziotto che ne ripesca il corpo.</strong> Ancora Fitzgerald, in <em>Tenera è la notte</em>, racconta ascesa e declino di Dick Diver, tuffatore incomparabile, come il suo nome del resto ben indica, la cui rovina familiare coincide proprio con il suo decadere fisico di nuotatore: il carisma e la bellezza degli «<em>happy few</em>», dei «pochi felici», non sopportano incrinature, la volgarità di massa dei bagnanti che in acqua annaspano e al sole si bruciano è pronta a prenderne il posto.</p>



<p><strong>Tuffatrice d’eccezione era Zelda, la moglie pazza e bella di Francis Scott. Una volta che le spalline la impacciavano, le slacciò, si liberò del costume, rimase un attimo in equilibrio sul trampolino e poi volò nuda in acqua.</strong> Vestita si tuffò nella fontana di Union Square, a New York, durante il viaggio di nozze, e nella piscina Pulitzer dell’omonimo giornalista miliardario. La «natatoria» del magnate americano W. R. Hearst si trovava invece in California, a San Simeon. Colonnati, spogliatoi, terrazze all’italiana, cippi confinari romani con su montati globi di vetro per illuminare, una copia della Fontana di Trevi commissionata a Cassou, a Parigi, per ornare la nicchia delle scalinate, fondali di marmo verde. Era all’aperto e faceva il paio, per magnificenza, con quella coperta che, sempre Hearst, si fece disegnare da Julia Morgan, allora architetto di grido: mosaici di Murano blu con stelle d’oro, il mausoleo di Galla Placidia a Ravenna preso per modello. Vi andavano a nuotare Johnny Weissmuller e Esther Williams, Aldous Huxley e John Gilbert, atleti, autori, attori del tempo. E fu imbattendosi nelle piscine di Los Angeles e quindi di Hollywood e di Beverly Hills che il pittore inglese David Hockney diede il via alla sua serie tematica, emblematica – per l’uso dei colori, degli sfondi, delle figure – di una certa filosofia di vita californiana, apparentemente raggiante nella fisicità e nell’ebbrezza delle tinte, eppure già minata dalla sua vacuità e dalla inesorabilità del tempo.</p>



<p><strong>Intorno al mare, al nuoto, ai tuffi si muove un capolavoro italiano del dopoguerra, <em>Ferito a morte</em> di Raffaele La Capria, lì dove la bellezza panica della natura si trasforma in Nemesi per chi si è limitato a viverla ma non ha fatto nulla per esserne degno.</strong> E sempre La Capria ha dedicato al trampolino e alle sue evoluzioni, ai rapporti che intercorrono fra questo sport d’acqua e le costruzioni artistiche, un saggio, <em>Letteratura e salti mortali</em>, bizzarro quanto profondo. La Capria è una figura anomala nel panorama culturale italiano, che scarseggia di scrittori «bagnati», se si esclude il piccolo-grande e dimenticato Vittorio G. Rossi, e che al nuotare e a tutto ciò che a esso fa corona ha dedicato attenzioni distratte. Non sorprende, anche se dispiace, che Charles Sprawson, nel suo <em>L’ombra del massaggiatore nero</em>, uscito una decina di anni fa, non lo citi, visto che rappresenta comunque un’eccezione più o meno assoluta. Così come non sorprende che il titolo sopracitato, il cui sottotitolo recita «Il nuotatore come eroe», sia opera di uno studioso inglese. Perché solo un inglese può, nel corso di una vita, fare prima il bagnino in una vecchia piscina vittoriana a Paddington, poi, grazie a un trafiletto sul Times, il professore di «cultura classica» in un’università araba e, intanto, pensare e scrivere un libro simile, vera e propria <em>Weltanschauung</em> che ruota intorno alla figura del nuotatore. Al suo eroismo, al suo apparente anacronismo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="771" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Sunset_at_Sea_MET_50.130.80d-1024x771.jpg" alt="" class="wp-image-93052" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Sunset_at_Sea_MET_50.130.80d-1024x771.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Sunset_at_Sea_MET_50.130.80d-300x226.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Sunset_at_Sea_MET_50.130.80d-768x578.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Sunset_at_Sea_MET_50.130.80d-600x452.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Sunset_at_Sea_MET_50.130.80d.jpg 1435w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>John Singer Sargent, <em>Tramonto</em>, 1905</figcaption></figure>



<p>Nella Roma imperiale funzionavano ottocento piscine e di un ignorante si diceva che «non sapesse né leggere né nuotare». L’archeologo Winckelmann per cercare di esprimere l’idea greca della bellezza non seppe che pensare alla contemplazione di un mare calmo e al sapore dell’acqua pura. Laghi, stagni, fonti, fiumi testimoniavano una concezione pagana della vita nella quale l’uomo si avvicinava al divino purificandosi e ritemprandosi. «L’Aurora peplo di croco dalle correnti d’Oceano / balzò a portare la luce agli immortali e ai mortali, / e Teti giunse alle navi, portando i doni del dio», canta l’<em>Iliade</em>.</p>



<p><strong>Con l’avvento del cristianesimo tutto questo finì. Dei quattrocento bagni turchi di Granada ai primi cent’anni della nuova religione ne sopravvisse soltanto uno.</strong> «La Chiesa popolò il mare di mostri immaginari e fantastici, lo status del nuotatore declinò gradualmente. Non era più un eroe, ma necessitava dell’intervento soprannaturale per sopravvivere». Sempre più si diffuse la figura del peccatore in balia delle onde, dei marosi, impossibilitato a salvarsi se non pentendosi (e non sempre…). Si associò il nuoto al piacere sessuale, e quindi lo si condannò. Rimasero, a testimonianza, in tutta l’area mediterranea e dell’Europa occidentale, le rovine di quelle piscine che ricordavano l’influenza civilizzatrice dei Romani. Fu allora che il nuotatore s’immerse per un’apnea di secoli, a cui avrebbe posto realmente fine solo l’Ottocento, interrotta qui e là da brevi boccate d’aria, giusto per non affogare: riti di propiziazione e di sacrificio lungo le rive dei fiumi, le sponde dei mari, fontane come unici sacri flutti, erotici e animaleschi, eterei e filosofici. L’<em>Ypnerotomachia Poliphili</em>, <em>Il sogno di Polifilo</em>, di Francesco Colonna, ne dà all’inizio del Cinquecento un’interpretazione bislacca e suggestiva a cui gli architetti idraulici del Rinascimento e del Barocco attingeranno a piene mani, rimodellando un substrato mitico e mitologico pagano al servizio della religione che ne ha decretato la scomparsa. Bambino, il giorno della Befana a piazza Navona la Fontana dei Fiumi del Bernini si stagliava fra bancarelle, tendoni, palloncini, i suoni delle ultime zampogne, la fiumana incessante di gente, a celebrare la potenza trionfante dell’acqua, «grandiosa sintesi», scrive il Simon Schama di <em>Paesaggio e memoria</em>, «di materia e spirito, natura e fede, culti pagani e culti cristiani: misteriosa trasmutazione di una cosmologia in un’altra». Elettrizzato, ma saldamente tenuto dalla mano di mia madre, avrei dato tutti i giocattoli, lo zucchero filato e la pasta di mandorle per nuotarci dentro.</p>



<p>Allorché i viaggi in Europa, l’interesse per il mondo classico, la passione per gli scavi, la riscoperta di Pompei, riportarono in voga il nuoto, i club edoardiani del Royal Automobile o del Corinthian di Londra presero a modello la lezione di Roma… <strong>«Nessuno può essere considerato un viaggiatore se non si è bagnato nelle acque dell’Eurota», il fiume simbolo di Sparta, sentenzierà la <em>Quarterly Review</em>. Da Byron a Swinburne a Trelawny, è tutto un susseguirsi di imprese natatorie</strong>, di correnti da sconfiggere, di golfi da attraversare, di istmi da tagliare, di letture felici su scogli, lastroni, rocce e spiagge. «Ho nuotato dal Lido fino all’estremità opposta del Canal Grande», scrive Byron all’amico Hobhouse, «oltre al tratto dal Lido all’ingresso (o uscita) del Canale […]. Sono stato in mare dalle quattro e mezzo – fino alle otto e un quarto – senza toccar terra o riposarmi». «Byron ha preso in moglie l’Adriatico», commenta qualcuno ironicamente.</p>



<p>«Se l’Adriatico si prendesse la mia sarei ben felice di sposarlo al suo posto», è l’ironica risposta.</p>



<p><strong>Nei loro resoconti, in lettere, poesie, frammenti di memorie viene fuori l’immagine di nuotatori contro il mondo, contro l’odiata vita di tutti i giorni</strong>, come se il nuotare li alzasse a un’esistenza superiore che permetteva loro, nota Sprawson, «di rifiutare in blocco la realtà materiale, la rispettabilità, il sistema industriale e la società contemporanea». Sono uomini contro il proprio tempo, in cerca di qualcosa che la modernità non può più dargli. «Siamo tutti greci», griderà estatico Shelley. A Eton, ancora cinquant’anni dopo, gli studenti si tuffavano nel Tamigi da un punto chiamato «Atene» e il molo era detto «Acropoli».</p>



<p>Il Novecento vede un cambio di staffetta: agli inglesi subentrano i tedeschi. Tuffatore e nuotatore finiscono con l’esprimere «la tensione verso gli abissi faustiani della conoscenza, la perfezione fisica e spirituale, un ponte con il proprio passato mitologico, qualcosa di assolutamente intrinseco all’anima tedesca». Leni Riefenstahl ne farà gli eroi dei suoi <em>Olympische Spiele</em>. <strong>In <em>Tonio Kröger</em> Thomas Mann oppone l’antintellettuale Hans, che «nuotava come un eroe», «biondo dagli occhi azzurri», chiari «come l’acciaio», all’omonimo protagonista del romanzo</strong>, bruno, artista, insoddisfatto della sua cultura e che non vorrebbe essere ciò che è. Ma non ce la fa a essere ciò che non è. <em>L’ombra del massaggiatore nero </em>(il titolo è preso dal racconto omonimo di Tennessee Williams) unisce alla purezza espressiva e alla padronanza della materia l’atteggiamento pudicamente ironico di chi si identifica con ciò che scrive, ma sa benissimo che la nostra è un’epoca scettica che non tollera fedi troppo profonde e opinioni troppo radicali. Così, nel narrarci i suoi <em>exploit</em> sulle orme di Byron (la traversata dell’Ellesponto, quella della foce del Tago, a Lisbona) o il suo guidare per sedici ore nel deserto soltanto per poter nuotare nella piscina dell’hôtel Biltmore di Phoenix, in Arizona, disegnata da Frank Lloyd Wright, ha l’accortezza di minimizzarli, di sottolinearne gli aspetti più divertenti e più pedestri: i ritardi, gli impacci, i qui pro quo… Eppure si coglie lo stesso la felicità e la levità del nuotatore. Questo eroe in incognito di un tempo senza eroismi.</p>



<p><em><a href="https://www.gogedizioni.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*Per gentile concessione si pubblica un capitolo da “Acquatica”, il libro di Stenio Solinas edito da Gog Edizioni</a></em></p>
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		<title>Ho incontrato Mister Kurtz&#8230; Le mille vite di un mito</title>
		<link>https://www.pangea.news/kurtz-conrad-voulet/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Apr 2022 04:19:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[colonialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Conrad]]></category>
		<category><![CDATA[Kurtz]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Voulet]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il “Corriere Illustrato della Domenica”, settimanale di successo edito dai Treves a Milano, investì sull’episodio efferato la copertina del 3 settembre 1899. L’immagine è da cinema a fumetti, tra Salgari e Corto Maltese: il lettore vede, a distanza, un ufficiale che punta il fucile, spara; in primo piano, vestito di bianco, un uomo crolla, di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il “Corriere Illustrato della Domenica”, settimanale di successo edito dai Treves a Milano, investì sull’episodio efferato la copertina del 3 settembre 1899. L’immagine è da cinema a fumetti, tra Salgari e Corto Maltese: il lettore vede, a distanza, un ufficiale che punta il fucile, spara; in primo piano, vestito di bianco, un uomo crolla, di spalle; intorno a lui, soldati neri, pianori sterminati, le montagne vaghe su un cielo lattiginoso. Sventolano, in quinta lunare, le bandiere di Francia. <strong>La didascalia è eloquente: “Francesi contro francesi in Africa”; il contesto è la conquista coloniale del Ciad; si raffigura l’uccisione del colonnello Jean-Fran</strong><strong>çois Klobb da parte del temerario capitano Paul Voulet.</strong></p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90335 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/04/Mission_Voulet-Chanoine_-_mort_de_Klobb-192x300.jpg" alt="" width="366" height="572" /></p>
<p>In questa storia di equatoriale sopraffazione, di delirio di onnipotenza, fitta di avventurieri, disperati e ammutinati, è chiaro, nessuno è buono. Alcuni sono decisamente malvagi; certi, semplicemente, affascinano. Klobb è stato ucciso come un cane nei dintorni di Zinder, nell’attuale Repubblica del Niger: il corpo fu spogliato di divisa, armi, onorificenze. La nudità dell’uomo bianco risalta orribile, laggiù: fu lasciato al disinteresse del vento, alle bestie. I soldati fedeli a Klobb vennero facilmente dispersi; il colonnello aveva passato gli ultimi mesi a inseguire Voulet, su cui pendeva un mandato d’arresto da Parigi. Era partito il 20 aprile da Timbuktu, la zona da cui governava, con efficacia, l’allora Sudan francese – oggi Mali –; il 10 luglio aveva raggiunto il reprobo. Il colonnello Klobb aveva percorso con i suoi oltre duemila chilometri, punteggiati da villaggi devastati, terreni in fiamme, catastrofe e cadaveri. Prima di affrontare Voulet gli aveva scritto di deporre le armi. Gli aveva intimato di mollare le armi più volte. Gli si avvicinò da solo, ordinando ai soldati di non fare fuoco, certo che di fronte a un superiore il ribelle si sarebbe piegato, almeno, al dialogo. Tra l’altro, Klobb era stato decorato come Officier de la Légion d’honneur: gli occhiali, nei ritratti di rito, un po’ stonano con il piglio da avventuriero del colonnello. Amava i deserti, si era fatto le ossa in Guyana; in Africa dal 1895, aveva affrontato i Tuareg – ne era rimasto affascinato. Il suo <em>Dernier carnet de route au Soudan français</em>, edito da Flammarion nel 1905, ha un fascino frugale, quei quaderni paiono gli appunti preparatori a un romanzo. L’ultimo capitolo del diario racconta la marcia di Klobb per beccare Voulet; alcuni passi hanno lampi di tenebra:</p>
<p>“Nei villaggi dove passa la colonna di Voulet non resta neanche un pollo”, 20 giugno 1899</p>
<p>“Villaggio di Doundo. Vuoto. Villaggio di Hela. Vuoto. Nei pressi, trenta uomini armano le frecce, poi scappano. Bazaga è vuoto. Dodébé vuoto. I villaggi sono devastati da Voulet”, 25 giugno</p>
<p>“Quaranta chilometri di camminata sfiancante. Luna velata. Boschi fitti. Tre buoi, perduti. I villaggi di Diouanès razziati da Voulet”, 26 giugno.</p>
<p>“Birni N’Konni. Villaggio molto grande. Magnifico edificio centrale, merlato, con ampio fossato. Rari abitanti che scappano. Ho parlato con la gente del posto: hanno affrontato la colonna di Voulet. Voulet ha organizzato l’assalto dei suoi, ha ucciso oltre mille tra uomini e donne, ha rapito settecento ragazze, poi cavalli e cammelli. Le quattro mogli più belle del capo villaggio sono con lui”, 26 giugno</p>
<p>“Gollele. Vuoto. Interamente bruciato. Senza viveri”, 1 luglio</p>
<p>“Malembago, Alikamé, bruciati; anche Sabon-Birni, interamente devastato. Era un bel villaggio. Man mano che avanziamo, soltanto villaggi distrutti da Voulet”, 3 luglio.</p>
<p><strong>Nato a Parigi nel 1866, figlio di un medico, Paul Voulet era cresciuto come soldato semplice in Indocina. Aveva il volto volitivo, lo dicevano coraggioso fino all’ostilità. Fu inviato in Africa occidentale nel 1893:</strong> riuscì a sedare la rivolta dei Mossi. All’allora ministro delle colonie francesi, André Lebon, piaceva quel ragazzo dai metodi rapaci, per questo, nel 1898, gli chiese di portare in dono al suo paese il Ciad, nell’ambito dell’ambiziosa costruzione dell’Africa Equatoriale Francese. Durante l’impresa, lo accompagnava il capitano Julien Chanoine, più giovane di quattro anni, non meno spietato.</p>
<p><a href="https://www.bbc.com/culture/article/20201027-the-real-heart-of-darkness" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>La storia della spietata <em>Mission Voulet-Chanoine</em> è tornata in auge di recente: è lo sfondo del documentario <em>African Apocalypse</em>, costruito da Rob Lemkin e Femi Nylander.</strong></a> Il sottotitolo che lo accompagna – <em>An epic journey on the trail of a colonial killer and into the heart of darkness </em>– fa esplicito riferimento al capolavoro di Joseph Conrad. In effetti, mentre Conrad pubblicava, nel 1899, a puntate, sul “Blackwood’s Magazine”, da febbraio ad aprile, <em>Cuore di tenebra</em>, Paul Volet ordiva e realizzava massacri tra le oscurità africane, dimostrando il talento dissennato dell’uomo occidentale in terra straniera – quasi che lì, nell’assoluto altrove, nell’eden ignoto, il richiamo del male, del massacro, fosse più potente, sublime. Paul Voulet, in effetti, parte da Dakar per la sua missione nel novembre del 1898; le prime notizie della follia omicida del capitano arrivano a Parigi a fine gennaio: il tenente Peteau scrive alla fidanzata e ai superiori una lettera che narra i metodi di Voulet, da cui è licenziato. In quello stesso periodo, Conrad scrive agli amici che “sto terminando un racconto per il ‘B’wood’ con un’urgenza spaventosa, e lo sforzo è immenso” (12 gennaio 1899). <strong>Quando <em>Cuore di tenebra</em> è terminato, Voulet compie la sua più efferata impresa: l’8 maggio disintegra il villaggio di Birni N’konni – che esiste ancora, in Niger, nella regione di Tahoua, fa poco più di 100mila abitanti – massacrando migliaia di abitanti, “alcuni dicono circa 10mila”</strong> (così Régis Guyotat in un articolo, <em>La colonne infernale de Voulet-Chanoine</em>, pubblicato su “Le Monde” il 26 settembre 1999).</p>
<p><figure id="attachment_90330" aria-describedby="caption-attachment-90330" style="width: 452px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class=" wp-image-90330" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/04/Paul_Voulet-257x300.jpg" alt="" width="452" height="528" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/Paul_Voulet-257x300.jpg 257w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/Paul_Voulet-877x1024.jpg 877w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/Paul_Voulet-768x897.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/Paul_Voulet.jpg 946w" sizes="(max-width: 452px) 100vw, 452px" /><figcaption id="caption-attachment-90330" class="wp-caption-text">Paul Voulet: ucciso nel 1899, la sua tomba, scoperchiata nel 1923, si scoprì vuota</figcaption></figure></p>
<p>Il gemellaggio è fatto: Paul Voulet è l’autentico “Mistah Kurtz” di <em>Cuore di tenebra</em>, mentre Klobb è una specie di Marlow, fin nell’ondulato, nitido ritmo assegnato al diario. Il ‘crescendo’ di Voulet ammette la proposta, rilanciata <a href="https://www.the-tls.co.uk/articles/meet-mr-kurtz-origins-of-heart-of-darkness-conrad-essay-rob-lemkin/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>da Rom Lemkin sul “TLS”, in un vasto articolo, <em>Meet Mr Kurtz. Another road to the originis of Heart of Darkness</em>.</strong> </a>Dopo aver ammazzato il colonnello Klobb, infatti, Voulet deve affrontare i malumori dei suoi: quel capo avido di terre e di sangue pare ai loro occhi un superuomo impazzito, l’ennesimo guru della guerra folgorato dalla tenia africana, dall’onnipotenza. Voulet esplose in minacce; si strappò di dosso i galloni; eliminò la divisa; prese a indossare abiti locali, dichiarando: “Non sono più francese, sono un re nero. Con voi fonderò un impero”. Alcuni gli obbedirono, conquistati da quello stralunato carisma, altri si ribellarono. Una sentinella lo ammazza il 17 luglio del 1899; il suo compare di scorribande, Julien Chanoine, era stato abbattuto il giorno prima.</p>
<p><strong>Chi era davvero Mr. Kurtz? Le identità presunte, ipotizzate, sparpagliate fondano un’enciclopedia: secondo Hannah Arendt, Conrad si sarebbe ispirato alle imprese di Carl Peters</strong>, esploratore tedesco che terrorizzò la regione del Kilimangiaro, soggiogando tribù e costruendosi un harem di concubine. Secondo altri, i prototipi di Kurtz potrebbero essere il giornalista e commerciante d’avorio belga Arthur Hodister (torturato da un clan di schiavisti arabi nel 1892, la sua testa fu conficcata a un palo, il corpo smembrato e divorato), oppure il soldato belga Léon Auguste Théophile Rom, noto per la brutalità, uso a decorare la capanna che possedeva in Congo con le teste degli indigeni che osavano ribellarsi alle sue leggi. L’edizione Mursia di Cuore di tenebre suggerisce una analogia con la storia di Roger David Casement, che “andò in Congo per la prima volta a vent’anni, nel 1884, e rimase cinque anni al servizio del governo di re Leopoldo come esploratore, cacciatore, geometra e amministratore”, tentò di impiantare laggiù un consolato britannico. Tuttavia, Conrad è piuttosto chiaro nel suo romanzo: “Tutta l’Europa contribuiva a fare Kurtz”.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90331 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/04/91J3H7E1kgL-196x300.jpg" alt="" width="357" height="546" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/91J3H7E1kgL-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/91J3H7E1kgL-670x1024.jpg 670w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/91J3H7E1kgL-768x1175.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/91J3H7E1kgL-1004x1536.jpg 1004w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/91J3H7E1kgL-1339x2048.jpg 1339w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/91J3H7E1kgL-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/04/91J3H7E1kgL.jpg 1534w" sizes="(max-width: 357px) 100vw, 357px" /></p>
<p>Il caso di Voulet, se vogliamo, è misterico: allo scaltro capitano francese mancano alcuni ‘caratteri’ di Kurtz, che resta, anche agli occhi dei suoi nemici, “un uomo notevole&#8230; un ‘genio universale’”. Kurtz, in qualche modo, teorizza l’etica del caos, va dall’‘altra parte’, nelle oscurità dell’uomo, appunto, ribelle alla norma d’Occidente, edotto alla mania; Voulet è, in forma voluminosa, voluttuosa, un mero conquistatore, un omicida di basso rango, che non consegna una visione del mondo ma, semmai, un virale desiderio di fama. Per altro, le date non coincidono: pare, piuttosto, pura medianica letteraria; pare che Voulet agisca <em>perché</em> Conrad ha scritto quel libro, <em>mentre</em> Conrad scrive, quasi che il romanzo fosse un potente feticcio, un vudù.</p>
<p>Quando Robert Delavignette, amministratore coloniale in Niger, poi direttore dell’École nationale de la France d’outre-mer, scoperchia le tombe di Voulet e Chanoine è il 1923 e la sorpresa è sconvolgente: i corpi sono scomparsi. Voulet pare volatilizzato; intorno a Chanoine si sviluppa una notevole leggenda. Dicono sia lui, scampato alla morte, il leggendario “Emiro bianco del Tibesti” che tra il 1916 e il ’17 riuscì a placare le rivolte dei tuareg, garantendo alla Francia il controllo di quella regione. L’emiro muore un secolo fa, pare.</p>
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		<title>“Con l’indifferenza del disprezzo”. Joseph Conrad, il presente &#038; Marcel Proust</title>
		<link>https://www.pangea.news/joseph-conrad-lettera-proust/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Dec 2021 05:24:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Conrad]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Finalmente, poteva riposarsi, cedersi. In Joseph Conrad, sempre, è la ruvida competenza dell’uomo di mare, che va fino in fondo, con una costanza che sfiora l’ossessione. Scriveva, in una lingua non sua – la terza: nato Korzeniowski, come si sa, a Berdyčiv, in prossimità russa, si esprimeva, quanto a fatti letterari, in francese –, navigando: [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Finalmente, poteva riposarsi, cedersi. In Joseph Conrad, sempre, è la ruvida competenza dell’uomo di mare, che va fino in fondo, con una costanza che sfiora l’ossessione. Scriveva, in una lingua non sua – la terza: nato Korzeniowski, come si sa, a Berdyčiv, in prossimità russa, si esprimeva, quanto a fatti letterari, in francese –, navigando: l’oceano era sostituito dal foglio bianco, lo <em>schooner</em> dalla penna. Inventò un genere e un linguaggio; scrisse tempestato dalla necessità (di far soldi più che raccattare fama), consapevole, comunque, di essere estraneo al mondo letterario, alle combriccole di cristallo, agli zar della cultura. Restava – ben pettinato, folle fino all’ordinario – un corsaro. Anzi, un capitano. Sapeva che anche il linguaggio, sconvolto da inquietudini, da note tenebre caravaggesche, aveva un onore, l’odore di una armonia perduta. <strong>Nel 1922, pur senza allori, allora, Joseph Conrad poteva riposare su un conquistato rispetto. I suoi romanzi – aveva cominciato nel 1895 con <em>Almayer’s Folly</em> – aveva squassato il mondo inglese</strong>, per lo più vittoriano: la sua scrittura era diseducata, maculava i mondi esotici di un plumbeo sentore biblico – il suo Oriente è uno stato d’animo, figura di una inquietudine che desidera l’apocalisse. Aveva già scritto i grandi libri – <em>Cuore di tenebra, Lord Jim, Nostromo, Vittoria</em> –, <em>Chance</em>, nel ’13 (il romanzo più elaborato, non il più bello), gli aveva consentito una qualche serenità finanziaria. T.S. Eliot lo adorava: avrebbe voluto, quell’anno, farne il padrino del suo poema, <em>The Waste Land</em>: Pound (che, stranamente, non capì) gli consigliò altrimenti. <strong>T.E. Lawrence, che aveva orecchio per la grande letteratura, riteneva che gli scritti di Conrad “sono in assoluto le cose più inquietanti mai scritte in prosa:</strong> ogni suo paragrafo (dacché non scrive quasi mai frasi, ma paragrafi) suona a ondate, come la nota di una campana, dopo che si è fermata. Non si sviluppa secondo la prosa ordinaria, ordinata, ma intorno a un ritmo che esiste solo nella sua testa&#8230; i suoi libri sono più grandi rispetto alle intenzioni che si prefigge l’autore. Egli è gigantesco nel soggettivo quanto Kipling lo è nell’oggettivo: può darsi non si sopportino”.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-88395 alignleft" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/12/257777362_4657894147629971_5951777086779607159_n-204x300.jpg" alt="" width="341" height="501" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/257777362_4657894147629971_5951777086779607159_n-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/257777362_4657894147629971_5951777086779607159_n-697x1024.jpg 697w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/257777362_4657894147629971_5951777086779607159_n-768x1128.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/257777362_4657894147629971_5951777086779607159_n.jpg 843w" sizes="(max-width: 341px) 100vw, 341px" /></p>
<p>Stava lavorando a<em> The Rover</em>, sarebbe morto poco dopo, il 3 agosto del 1924, nella sua casa, Oswalds, nel Kent: lo seppelliranno a Canterbury. Come tutti gli scrittori che hanno trovato pace, Conrad – sempre sull’attenti, in assalto – redigeva il proprio canone personale, di tanto in tanto: aveva scritto di Turgenev e di Stephen Crane, da tempo amava Henry James. Il saggio su Proust, <em>Proust as a Creator </em>esce nel ’23: il grande francese era morto il 18 novembre dell’anno prima. <strong>Nella lettera che si riproduce, scritta un mese dopo la morte di Proust, Conrad traccia il suo pensiero sul francese – la sua <em>distanza</em>, si direbbe.</strong> Esistono scrittori tanto difformi, in effetti? Entrambi, tuttavia, tendono ai lacci onirici, alla frase che sfocia in bosco, in una implacabile gestione del tempo, dello spazio. Charles Kenneth Scott Moncrieff (1889-1930), a cui è inviata la lettera, è stato il traduttore di Proust in inglese: il primo volume di <em>Remembrance of Things Past</em> è pubblico proprio nel 1922. Amico di Robert Graves e di Wilfred Owen, con una certa predisposizione al lirismo, è morto a Roma, giace al Cimitero del Verano. <strong><a href="https://www.giometti-antonello.it/scheda_conrad.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">La lettera è raccolta nell’<em>Epistolario</em> di Conrad appena stampato da Giometti &amp; Antonelli, che replica l’edizione Bompiani del 1966, a cura di Alessandro Serpieri</a> </strong>– è dunque anche un omaggio al grande anglista. Le lettere di Conrad, spesso, sono concitate, concise; nel 1885, da Calcutta, riassume così la sua visione del mondo: “Io vivo soprattutto nel passato e nel futuro. Il presente, come può ben capire, ha poche attrattive per me. Guardo agli eventi che accadono con la serenità della disperazione e l’indifferenza del disprezzo”.</p>
<p>***</p>
<p><strong><em>A C. K. Scott Moncrieff </em></strong></p>
<p><em>Oswalds, 17 dicembre 1922 </em></p>
<p>Mio caro Moncrieff,</p>
<p>Le perdono l’«orribile» lettera. (Noterà come sia caratteristico di Conrad questo procedimento di rispondere a una lettera dalla fine. È il difetto che i critici hanno trovato nei miei romanzi. L’hanno chiamato «metodo indiretto». Buffi tipi, i critici.) <strong>Stamattina mi sento brillante. Un giorno voglio cominciare un romanzo in questo modo – con una parola fra virgolette e una lunga parentesi.</strong> La mancanza di risposta da parte del pubblico non mi sorprende. E non credo che sorprenda molto la ditta Chatto &amp; Windus. Maggiore onore a loro per avere rischiato un colpo che non può ottenere alcun grande premio. Quanto a Lei, è chiaro che l’ha fatto per affetto – e non c’è altro da dire.</p>
<p>Nei volumi che mi ha mandato sono stato più interessato e affascinato della Sua resa che dalla creazione di Proust. Uno mi ha rivelato qualcosa, mentre nell’altro non c’è rivelazione. Sto parlando ora della semplice <em>maîtrise de langue</em>; voglio dire fino a che punto può essere spinta – di due lingue, nel Suo caso, – mediante una facoltà suprema, simile al genio. Perché pensare che un tale risultato possa essere ottenuto con la semplice applicazione e diligenza sarebbe troppo deprimente. E quella è la rivelazione. <strong>Per quanto riguarda la <em>maîtrise de langue</em>, non c’è rivelazione in Proust. Tutto ciò naturalmente è detto solo per Lei. Non è una affermazione per un depliant pubblicitario. </strong></p>
<p>Ora quanto a Marcel Proust, <em>créateur</em>, non credo che sia stato scritto molto su di lui in inglese, e quello che ho visto è piuttosto superficiale. L’hanno lodato per i suoi «meravigliosi» quadri di vita parigina e provinciale. Ma ciò è già stato fatto in maniera ammirevole, con amore o con odio o con semplice ironia. Un critico si spinge fino a dire che la grande arte di P. raggiunge l’universale e che nel descrivere il suo passato egli riproduce per noi l’intera esperienza dell’umanità. Ma ne dubito. <strong>L’ammiro piuttosto per il suo rivelare un passato diverso da quello di qualsiasi altro, per il suo allargare, per così dire, l’intera esperienza dell’umanità immettendovi qualcosa che non era mai stato registrato prima. </strong>Tutto ciò, comunque, non ha molta importanza. La cosa importante è che mentre, prima, avevamo l’analisi alleata all’arte creativa, grande nella concezione poetica, nell’osservazione o nello stile, la sua è un’arte creativa assolutamente basata sull’analisi. In realtà è molto più di questo.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-88396 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/12/s-l1600-225x300.jpg" alt="" width="395" height="524"></p>
<p><strong>Egli è uno scrittore che ha spinto l’analisi al punto di farla diventare creativa. Tutta quella folla di personaggi nella loro infinita varietà, che copre tutte le gradazioni, della scala sociale, stanno in piedi, vivono, e si manifestano a noi solo in virtù di analisi.</strong> Non dico che P. non abbia alcuna dote descrittiva o di caratterizzazione; ma per fare un esempio da entrambi i termini della scala, Françoise, la serva devota, e le baron de Charlus – un finissimo ritratto – quante righe descrittive hanno nell’intero corpo di quell’opera immensa? Forse, contando le righe, mezza pagina ciascuno. Eppure nessuna persona intelligente può dubitare per un momento della loro esistenza plastica e coloristica. Vien fatto di pensare che quel metodo (e P. non ne ha altri, poiché il suo metodo è l’espressione del suo temperamento) possa essere stato spinto troppo in là, ma in verità non è mai tedioso.<strong> Qua e là, in quelle migliaia di pagine, può esserci un paragrafo che si può ritenere troppo sottile, un brano d’analisi spinta così in là da svanire nel nulla. Ma questi esempi sono molto pochi e di secondaria importanza. </strong></p>
<p>L’interesse intenso non viene mai meno perché uno sente di star leggendo l’ultima parola su un soggetto molto studiato, su cui si è molto scritto e di interesse imperituro – l’ultima parola della sua epoca. Quanti hanno trovato bellezza nell’opera di Proust hanno avuto perfettamente ragione. C’è. Ciò che stupisce è il suo carattere inesplicabile. In quella prosa così piena di vita non c’è sogno, non emozione, non marcata ironia, non calore di convinzione, e nemmeno un ritmo marcato che ci prenda la fantasia. Attrae il nostro senso dello stupore e si guadagna il nostro consenso con la sua grandezza velata.</p>
<p><strong>Non credo che ci sia mai stato nella letteratura di tutti i tempi un tale esempio di capacità analitica e son quasi sicuro nell’affermare che non ce ne sarà mai un altro simile.</strong> Questo è più o meno quel che penso, o credo di pensare. In realtà non è neanche la metà di quel che credo di pensare.</p>
<p>Se Le può servire, può alterare, tagliare, espandere, contorcere, capovolgere e fare quel che Le piace di quanto ho scritto, per adattarlo ai Suoi fini. È indubbio che Lei conosce Proust molto meglio di me; perciò La prego di cancellare (facendomi un amichevole servizio) tutto ciò che Le possa apparire assurdo in questa cosa senza nome. Dico sul serio! Spero che la Sua salute stia migliorando. Così sta ancora al «Times»? È un forte legame? Potrebbe trovare un giorno libero per fare una scappata quaggiù – trattenendosi la notte, se possibile? Presto, voglio dire. Mia moglie Le manda i più gentili saluti.</p>
<p>Sempre cordialmente Suo, mio caro Moncrieff.</p>
<p><strong><em>Joseph Conrad</em></strong></p>


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		<title>“L’importante è vivere…”. Un secolo fa, dalla Cina, Saint-John Perse scrive a Joseph Conrad</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2021 06:05:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Conrad]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il contrasto, assolato, è affascinante: Saint-John Perse, alto funzionario di Stato in Francia, Segretario generale del ministero degli Affari esteri, amava gli oceani e i deserti, fino a farne un’ossessione. L’uomo che per Aristide Briand ha scritto il “Memorandum” per “l’unione federale europea” – il primo seme dell’Unione Europea –, anche per questioni d’origine (nasce, [&#8230;]</p>
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<p>Il contrasto, assolato, è affascinante: <a href="http://www.pangea.news/saint-john-perse-il-poeta-che-ha-preso-a-cazzotti-hitler-e-ha-inventato-leuropa-e-che-nessuno-pubblica-come-si-deve/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Saint-John Perse, alto funzionario di Stato in Francia, Segretario generale del ministero degli Affari esteri, amava gli oceani e i deserti, fino a farne un’ossessione</strong>. </a>L’uomo che per Aristide Briand ha scritto il “Memorandum” per “l’unione federale europea” – il primo seme dell’Unione Europea –, anche per questioni d’origine (nasce, nel 1887, nelle Antille francesi, su una piccola isola, proprietà di famiglia), amava gli avventurieri, gli spazi aperti, vergini, dominati da lingue sconosciute. Saint-John Perse, Nobel per la letteratura nel 1960, incontra la prima volta Joseph Conrad nel 1910, tramite un’amica comune, Agnès Tobin, americana, traduttrice di pregio (di Petrarca e di Dante, di Racine), poetessa stimata da William B. Yeats. Un secolo fa, nel febbraio del 1921, S-JP scrive a Conrad una lettera importante: ha terminato il servizio diplomatico a Pechino, durato cinque anni, si appresta a compiere un lungo viaggio in mare, che gli farà toccare il Giappone, le Fiji, la costa messicana, il Canada. Di solito viaggia da solo: ama le pietre, le trame dei primordi. In Cina – dove assiste all’effimera Restaurazione Manciù, e al Governo Beiyang – il poeta compie diverse spedizioni, spesso in Mongolia; attraversa il deserto del Gobi. Soprattutto, “a un giorno di cavallo da Pechino… in un tempio taoista diroccato, scrive <em>Anabasi</em>”, l’opera più grande, di cui tace, però, a Conrad. La lettera è affascinante: Saint-John Perse ha con sé, in Cina, il libro di memorie che Conrad gli ha dedicato, <em>A Personal Record</em> (1912), e rievoca i giorni del loro incontro. Conrad appartiene a un’altra generazione, morirà nel 1924 – l’anno in cui S-JP pubblica <em>Anabasi</em> –, e a lui il poeta si rivolge come a un maestro, “il solo poeta del mare”. Nella prima parte della lettera, quando si parla di Shangai, dei suoi bar, degli avventurieri cosmopoliti che vi transitano, Saint-John Perse sembra ricalcare <em>Lord Jim</em>, o uno dei romanzi marini di Conrad; nella seconda parte, dove si celebra la distesa continentale cinese, un altro mare ancora, spiazzante per solitudine, il poeta ritorna a frasi, apoftegmi, immagini che troviamo in <em>Anabasi</em>. L’amore atroce per il mare, testimoniato ovunque, origine del legame tra Sant-John Perse e Conrad, lo scrittore più animalo del ‘canone’ letterario inglese, sarà celebrato in <em>Amers</em> – tradotto in Italia da Romeo Lucchese come <em>Segnali di mare</em>, nell’introvabile, e parziale, edizione Lerici delle<em> Opere poetiche</em> di S-JP – specie di solenne liturgia marina, puro incantesimo verbale, non il più grande tra i poemi di S-JP. La lettera trascina una nostalgia arcana; è piena di vita, di futuro deposto tra i meandri dell’ignoto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="941" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/03/c02ab73d71b959d91c6410b1d09e4375-941x1024.jpg" alt="" class="wp-image-83521" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/c02ab73d71b959d91c6410b1d09e4375-941x1024.jpg 941w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/c02ab73d71b959d91c6410b1d09e4375-276x300.jpg 276w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/c02ab73d71b959d91c6410b1d09e4375-768x836.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/c02ab73d71b959d91c6410b1d09e4375-1411x1536.jpg 1411w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/c02ab73d71b959d91c6410b1d09e4375-1881x2048.jpg 1881w" sizes="(max-width: 941px) 100vw, 941px" /><figcaption><em>Saint-John Perse (1887-1975)</em></figcaption></figure>



<p>**</p>



<p><em>A Joseph Conrad,</em></p>



<p><em>Légation de France en Chine, Pechino, 26 febbraio 1921</em></p>



<p>Caro amico,</p>



<p>Ho ricevuto il vostro messaggio per tramite di Agnes Tobin. La nostra amica è ancora in California e la sua salute non le permetterà di arrivare fino a qui, ma dalla California, grazie a lei, ho avuto più di una volta vostre notizie dall’Inghilterra. Vi rispondo per lo stesso tramite.&nbsp;Sono molto sensibile al ricordo che conserva della mia prima visita con Agnes, prima della guerra, ad Ashford, nel Kent, ed a tutti i ricordi che evoca delle nostre conversazioni amichevoli di allora. Anche io non ho perso nulla di tutto quello che ho riportato dal mio incontro con Voi, e molti frammenti delle nostre prime conversazioni intime, la sera, in quel piccolo studio al piano terra dove vi tratteneva uno spaventoso attacco di gotta, mi tornano alla mente in maniera inattesa.</p>



<p>Mi chino ancora con Voi sul vecchio album di famiglia dove figura tutta la Vostra infanzia polacca. Vi ascolto ancora recitare i primi versi dei <em>Jumblies</em> di Edward Lear dove mi dicevate trovarsi “lo spirito delle grandi avventure” meglio che nei migliori autori marinari, come Melville. Vi sento ancora irritarvi per la mia passione per Dostoevskij e il mio poco gusto per Turgenev. E voi mi sorprendete ancora confessando che i vostri autori francesi preferiti sono Molière e Zola. Infine vi riscaldate ancora a sentirmi ripetere che voi per me siete il solo poeta del mare, quando invece affermate di non aver voluto esaltare altro che la nave in sé, opera dell’uomo contro il mare, come l’arco teso contro il destino o il violino armato contro la notte.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="550" height="821" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/03/RescueNovel.jpg" alt="" class="wp-image-83522" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/RescueNovel.jpg 550w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/RescueNovel-201x300.jpg 201w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>



<p>Immagino che non abbiate mai voluto prendere sul serio la mia fissazione per il mare, che vi sembrava un gioco letterario, mentre per la mia nascita, la mia infanzia e il mio lungo atavismo insulare in una piccola isola dei Caraibi, il mare è per me cosa elementare, pressoché mischiata al mio sangue, e che ha finito a mia insaputa per invadermi del tutto. Non c’è niente di metafisico in tutto questo. Ancora piuttosto giovane, ho udito un adulto affermare perentorio che la donna è il quinto elemento: gli risposi seccamente che tale elemento è il mare, distinto per me sia dall’acqua che dall’aria.</p>



<p>Caro amico, voi sarete sempre per me il più umano tra gli uomini che ho incontrato nella vita letteraria. Sapete cosa ammiro di più in Voi? La incapacità di giudicare, in amicizia, quelli che il destino ha posto sul vostro cammino. Possedete lo stesso fatalismo nel giudicare un’epoca? Quella in cui vi ho conosciuto aveva ancora una bella luce ad illuminare la terra. Era un’età dell’oro, quella, e che conservava ancora a nostra insaputa molto del glorioso piacere sul dominio dei quattro mari. La guerra ha oscurato tutto questo e spezzato molti fili, ma voi non siete certo di quelli che il destino sorprende, e il passato diventa così rapido ad inabissarsi nel mare che ci spinge più vivi verso le nostre maschere future. Finché c’è movimento, non c’è da disperare del domani, e l’importante è vivere, con le proprie forze intatte, arrotolate presso di noi come un buon cordame sul ponte.</p>



<p>Mi ha molto sorpreso la vostra curiosità per la Cina. Mi chiedo se la sorte non abbia fatto bene a tenervene lontano. È la vostra parte proibita, che abbiamo tutti, non c’è da rimpiangerla.</p>



<p>La Cina è sicuramente il paese meno adatto a un uomo di mare, è terra di contadini e piccoli artigiani, e l’immensità del litorale non toglie nulla alla sua ostilità per il mare. Il cinese stesso, che non ama il mare, non sa vivere o lavorare sull’acqua se non come un contadino sulla terra, in una dimensione familiare, con i suoi lari e tutto il suo armamentario da terraferma. Lì costruisce le migliori giunche d’alto bordo simili a un’Arca di Noè, fatte di quello stesso “legno d’aquila” dei catafalchi. Quando crede di modernizzarsi per l’industria del mare, ecco che si entusiasma per la costruzione di vascelli in cemento armato! Le ultime grandi famiglie di laccatori cinesi odiano doversi spostare in mare.</p>



<p>Tutta la Cina non è che una polveriera, un oceano di polvere al vento, brutta copia del mare stesso, quest’altra massa continentale che perlomeno conserva la sua coesione, la sua consistenza e la sua integrità, senza cedere mai all’inerzia. Non so proprio cosa potrei offrirvi qui se non, nella cosmopolita Shanghai, qualche esemplare di avventuriero europeo; anche qualche bella avventuriera, trapiantata dall’America o dalla Russia Bianca, che esibiscano arroganti la loro onorabilità acquisita. Ci sarebbe poi quest’altra categoria incredibile di piloti di estuario, pieni di conti in banca e di relazioni in mare aperto, tutti europei reclutati fra gli scozzesi. Infine, al bar dello Shangai Club, il cui bancone costituisce il pezzo di ebanisteria più lungo del mondo (“lungo come un fronte mare”), potreste acchiappare al volo un sacco di gustose storielle, procacciarvi incontri, magari trovare qualcuno dei vostri vecchi compagni di mare. Perché tutto, prima o poi, finisce a Shanghai e Shanghai è, tra Java Head e Vladivostok, il prodigioso punto di incontro dell’umanità avventurosa, persistente riparo di uomini di forte tempra, grandi animali selvatici tagliati in un sol pezzo in quella rara materia che si chiama energia.</p>



<p>Da parte mia, da subito rivolto a Occidente, verso la Cina interna e le sue vette dell’Asia centrale, non avrei da offrirvi da questa parte del mondo se non vecchie vie terrestri ormai consumate e dimenticate e, su queste piste senza rilievo, una vasta umanità comunitaria, perfettamente anonima e uniforme e infinitamente gregaria: una massa indivisa, per sempre sottratta ai migliori incidenti dell’individualismo. È in Occidente e non in Oriente che si esercita su di me l’alienazione cinese – la stessa alienazione che crea in noi lo strano anonimato di certi mari. Qualcosa insomma di extraterrestre.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="613" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/03/718cS00CFzL-613x1024.jpg" alt="" class="wp-image-83523" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/718cS00CFzL-613x1024.jpg 613w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/718cS00CFzL-180x300.jpg 180w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/718cS00CFzL-768x1283.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/718cS00CFzL-920x1536.jpg 920w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/718cS00CFzL.jpg 949w" sizes="(max-width: 613px) 100vw, 613px" /></figure>



<p>La terra qui, sconfinata, è il più bel simulacro del mare che si possa immaginare: l’opposto e lo spettro dell&#8217;oceano. L’ossessione del mare si fa qui stranamente sentire. Una cosa misteriosa, che ho io stesso constatato, è che sugli altipiani dell’Asia, nel cuore del deserto, cavallo e cavaliere si girano ancora d’istinto verso Est, là dove giace la tavola invisibile del mare e la sede del sale. La contrada silenziosa offre allora all’orecchio come un mormorio lontano del mare. E in tutte le lamaserie mongole o tibetane, dove non c’è uomo che abbia mai visto il mare, la liturgia ha come sfondo l’evocazione del mare, le conchiglie marine sono associate al culto, corallo e madreperla sono ornamenti d’altare, e le grandi trombe sugli affusti alle terrazze d’angolo dei templi sono utilizzate per far parlare, a livello più basso, i muggiti dell’Oceano. Negli occhi dei cammellieri incontrati nel deserto del Gobi mi è sembrato qualche volta di sorprendere uno sguardo di uomo di mare. E ho del resto incrociato, lungo il deserto, carri nomadi che drizzavano una vela come in mare. I gabbiani e le parti esterne del Gobi, di cui vorrei parlare un giorno al vostro amico Hudson, mantengono la stessa illusione (infatti discendono dal mare Artico attraverso i bacini fluviali della Russia del Nord).</p>



<p>Si trovano, in tutte queste distese terrestri della Cina interiore, vaste depressioni o conche che si incastrano come antichi fondali del mare. Offrono allo spirito come il contrario del mare: la terra che vuol farsi mare, o il mare che per scherzo si fa sedimento: unità ritrovata, disagio dissipato. Questa trasposizione marina, familiare al geologo, spiega forse perché gli antichi astronomi, affaccendati sulle loro lenti, siano stati portati inconsciamente a chiamare “Mari” i grandi solchi della crosta terrestre della Luna e degli altri pianeti? Lo chiederò un giorno, in America, agli astronomi della nuova scuola.&nbsp;Di repliche viventi degli spasmi del mare, questa gigantesca medusa, ho incontrato altrove solo le aurore boreali.&nbsp;</p>



<p>Dunque la Cina terrestre, senza paradossi, mi ha reso più cosciente del mio assillo del mare che si fa qui vera e propria ossessione. Non ho mai sentito così bene, lontano dalla vista del mare, quanto il mare sia in noi stessi e come non ci allontaniamo dal mare se non lasciandoci distrarre da noi stessi. Mi appresto del resto a lasciare per sempre questo paese dove ho vissuto cinque anni come diplomatico. Vado a trascorrere qualche mese di congedo sul mare, tra le isole dell’Oceania. Rientrerò poi in America, dove incrocerò Agnes. Spero di rivedervi in Inghilterra, al vostro nuovo indirizzo. Non vi faccio domande sulla vostra opera in corso, perché è una cosa che non si fa, ma penso molto a voi, caro amico e spero che la vecchia artrite vi lasci oggi abbastanza a riposo per dedicare al lavoro la piena libertà dello spirito. Ho avuto con me in Cina, insieme al vostro bel ritratto, l’ultimo vostro libro con dedica,&nbsp;<em>Some Reminiscences</em>, che fa conoscere il vostro lato più umano. Sappiate che voi siete da questa parte del mondo lo scrittore inglese più letto – molto più di Kipling o di Wells il cui senso umano e la cui psicologia appaiono troppo sommari o superficiali. I miei auguri, per voi e per i vostri, scelti tra i più degni di tutto ciò che in voi si ama. Di tutto cuore&#8230;</p>



<p><strong><em>Saint-John Perse</em></strong></p>



<p><em>*Raccolta nella sezione “Lettres d’Asie” delle “Oeuvres complétes” di Saint-John Perse (Gallimard, 1972), questa lettera è stata tradotta da Andrea Giovannini</em></p>
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		<title>Lo scrittore &#038; la morte. Il suicidio mancato (per fortuna nostra) di Joseph Conrad e Hermann Hesse</title>
		<link>https://www.pangea.news/hesse-conrad-suicidio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Nov 2020 05:46:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<category><![CDATA[El Pais]]></category>
		<category><![CDATA[Hermann Hesse]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Conrad]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’incipit più eloquente della narrativa italiana recente – il libro è troppo bello per trovarlo stivato in qualche scaffale librario, s’intitola Tutte le voci di questo aldilà – allinea, con catatonica nitidezza, i nomi dei poeti &#38; degli scrittori dall’infelice sorte. Pressoché tutti, insomma: da Emilio Praga, “morto a trentasei anni corroso dalla ‘fatina verde’, [&#8230;]</p>
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<p><strong>L’incipit più eloquente della narrativa italiana recente – il libro è troppo bello per trovarlo stivato in qualche scaffale librario, s’intitola <em><a href="https://www.ilprimoamore.com/blog/spip.php?article3423" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Tutte le voci di questo aldilà</a></em></strong> – allinea, con catatonica nitidezza, i nomi dei poeti &amp; degli scrittori dall’infelice sorte. Pressoché tutti, insomma: da Emilio Praga, “morto a trentasei anni corroso dalla ‘fatina verde’, ovvero il distillato di Artemisia asinthium” e Gérard de Nerval, che “si impiccò in una strada di Parigi”, si passa per i rioni di Georg Trakl, Sylvia Plath e Marina Cvetaeva, si lambisce la reclusione di Vladimir Holan e di Clemente Rebora, la fine di Pavese, di Michelstaedter, quella di Paul Celan e di Attila Józef. Misticamente ironica la sintesi cui giunge <strong><a href="https://www.andreatemporelli.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Andrea Temporelli</a></strong>, autore di quel libro memorabile: <strong>“Resta da capire perché ci siano così tante persone che ancora oggi si dannano l’anima pur di diventare poeti famosi, cioè, squinternati-morti-di-fame”. È inevitabile: il poeta <em>muore</em> la propria opera, altrimenti scherza – e noi abbiamo denti da lince e poca voglia di ridere. </strong>Scrive, cioè, sempre, in condizione di pericolo: nel pericolo, ad esempio, di non sapere più articolare un verso, di smarrirsi, di intuire una realtà, una verità che rende pallidi i propri fogli, flebile enigma, un buco bianco. Scrive per scontentare gli altri, per ulcerare la propria <em>reputazione</em> – reputandola uno sputo – per farsi malvolere. <strong>Un uomo che non tenda ai morti e non abbia mai meditato la propria morte, semplicemente, non può scrivere: perché la morte è tutto <em>l’al di qua </em>della vita. </strong>Questa – la meditazione sulla morte – non è un vago revival del ‘maledettismo’ modaiolo; è un tono maturo, sano, l’indole necessaria di chi si avvia alla scrittura. Che, in fondo, significa pugnalare un foglio, l’altro se stesso. Se tutti gli scrittori hanno, almeno una volta, scelto la morte, non tutti sono morti, per fortuna nostra. Su “El País” Manuel Vicent ha scritto un articolo curioso, <strong><em><a href="https://elpais.com/cultura/2020-11-06/escritores-suicidas-frustrados.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Escritores suicidas frustrados</a></em></strong>, raccontando il suicidio mancato di Joseph Conrad e di Hermann Hesse. Il confronto con la morte, appena sfiorata, costituisce per entrambi una svolta. In particolare, il “maldestro” tentativo di suicidio di Conrad, accaduto nel 1878, quando aveva poco più di vent’anni, dopo una clamorosa perdita al gioco, sarà ammantato di leggenda: <strong>“Successivamente, Conrad attribuirà la cicatrice ad un romantico duello, combattuto per questioni d’onore; ma una lettera dello zio parla chiaramente di tentato suicidio, azione assai disonorevole per un gentiluomo polacco, e per di più cattolico, che va quindi nascosta”</strong> (Mario Curreli). Lo scrittore – Orfeo con le mani a forma di specchio – abita la morte, certo. Ma è pure un mentitore impenitente. (d.b.)</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/p9cgf9hwqhhbcp6fwgbq4rmwgdq-736-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-81059" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/p9cgf9hwqhhbcp6fwgbq4rmwgdq-736-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/p9cgf9hwqhhbcp6fwgbq4rmwgdq-736-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/p9cgf9hwqhhbcp6fwgbq4rmwgdq-736-768x1152.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/p9cgf9hwqhhbcp6fwgbq4rmwgdq-736.jpg 1000w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p>***</p>



<p><strong>L’elenco degli scrittori che hanno preferito andare all’altro mondo per continuare a scrivere è magnetico e pressoché infinito.</strong> Dai classici, Socrate, Seneca e Petronio, passando per Ángel Ganivet e Gabriel Ferrater, fino ai celebratissimi, Salgari, Jack London, Virginia Woolf, Stefan Zweig, Sylvia Plath, Cesare Pavese, Walter Benjamin, Hemingway… l’elenco non si chiude mai perché questo è un lavoro che si fa sul bordo della scogliera, cioè sul ciglio del proprio io, sempre sulla soglia del cadere, del crollo. Eppure, ci sono stati due grandi scrittori che sono diventati tali perché nella tormenta della giovinezza, nonostante ci abbiano provato, non sono riusciti a uccidersi. Mi riferisco a<a href="http://www.pangea.news/pangea-anniversario-conrad/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <strong>Joseph Conrad</strong> </a>e a <strong><a href="http://www.pangea.news/hermann-hesse-lettere-ai-lettori/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Hermann Hesse</a></strong>.</p>



<p>Quando ci si imbarca, di solito, i marinai si dividono in due categorie: chi lo fa smosso dalla tristezza, lasciando moglie, figli, amici e piaceri di terra; e chi sale a bordo felice di voltare le spalle ai debiti, alle liti, a false promesse d’amore, mettendo tra sé e il proprio mondo un oceano. Conrad apparteneva a questa classe di marinai. “Uomo libero, amerai sempre il mare”: quel verso di Baudelaire sembrava adattarsi perfettamente a lui. Sulla terra era una creatura scossa dall’inquietudine; il mare lo rendeva vigile, rigoroso, libero. <strong>Di ritorno dal primo viaggio alle Antille, sbarcato a Marsiglia, in attesa di arruolarsi su un’altra nave, Conrad fu nuovamente divorato dai debiti: afferrò una pistola, per risolvere il problema. Il proiettile gli lambì il cuore, senza ucciderlo.</strong> “Se devo essere un marinaio, sarò un marinaio inglese”, si disse, in ospedale, mentre curava l’infortunio. Scalando i gradi, realizzò il proprio intento: diventò primo ufficiale della marina mercantile britannica, solcò i mari dalla Cina alla Nuova Zelanda, incorporando nel suo spirito i venti di Sumatra, del Borneo, del Golfo del Bengala; varcando il cuore dell’Africa attraverso il fiume Congo, condividendo le proprie imprese con uomini eroici e senza cuore, che in seguito avrebbe trapiantato nei propri romanzi. L’espiazione e il rimorso di Lord Jim, la calma in reazione alla sfortuna di Nostromo, il mutamento repentino di passioni e di onde in <em>Il negro del Narcissus</em>, l’indagine nei recessi della miseria umana di <em>Cuore di tenebra</em>: elementi propri dello scrittore che si misura con il mare. Conrad non ha scritto una pagina ridicola, non si è mai lasciato scomporre. La vita a terra era tutt’altra. Ringraziamo che il proiettile lo abbia graziato.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/cuore-di-tenebra-591x1024.jpg" alt="" class="wp-image-81060" width="514" height="889"/></figure>



<p><strong>Hermann Hesse, piuttosto, navigò i mari non meno tempestosi della coscienza religiosa. Cresciuto in una famiglia di fanatici pietisti, giunse all’adolescenza sopraffatto dalla Bibbia.</strong> I Salmi, l’organo e le preghiere costituivano il suo principale sostentamento, che alternava alle passeggiate nel prato, le chiacchiere con gli uccelli, i tuffi nel lago, d’estate, le verità apprese dagli elfi del bosco, l’amicizia con il calzolaio, il macellaio e gli artigiani della città tedesca di Calw, dove era nato. La vitalità del ragazzo si scontrò presto con la vita oscura dei familiari, che lo avevano destinato alla chiesa, per diventare un unto del Signore: Hermann Hesse, tuttavia, lottò fino alla fine della sua vita per decidere della propria personale consacrazione. Non poteva comunque evitare l’inerzia cupa dei genitori: nel seminario di Tubinga, Hesse diventò un adolescente pallido, che ricordava con nostalgia la libertà dell’infanzia, passata tra i pioppi neri e gli ontani del lago, il silenzio della neve tra gli abeti, il rapporto con gli animali, le piante, le stelle. <strong>Un giorno scalò il muro del seminario. Voleva fare lo scrittore, ma quella scelta non fu percorsa impunemente. I genitori affidarono il ragazzo a un centro di riabilitazione. Lo portarono perfino da un esorcista.</strong> Lungi dallo schiumare bava e rabbia, il ragazzo immaginava l’albero su cui il suo corpo sarebbe stato appeso, tra i canti degli uccelli; oppure, si vedeva annegato nel cuore del lago, lo stesso in cui si tuffava nei giorni felici. Hermann Hesse non si sarebbe mai dimenticato dello sforzo fatto per liberarsi dai propri legami; un giorno annodò la corda con l’intento – poi fugato – di impiccarsi. Negli anni Sessanta, quando i ragazzi partivano, zaino in spalla, verso i luoghi iniziatici del pianeta, insieme a una piccola scorta di marijuana portavano con sé tre libri inevitabili. <em>Demian, Siddartha </em>e <em>Il lupo della steppa.</em></p>



<p><strong><em>Manuel Vicent</em></strong></p>
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		<title>“Pangea” compie tre anni. Ci festeggiamo con una lettera inquieta di Joseph Conrad. “Sono solo con il mostro in un abisso dalle mura di basalto nero, vertiginose…”</title>
		<link>https://www.pangea.news/pangea-anniversario-conrad/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Sep 2020 09:57:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Conrad]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Pangea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un lettore fedele mi riprende: Pangea compie tre anni, auguri! Come sempre, abito una sonnambula Pantalassa, non tocco mai terra, ramingo tra sogni obliqui, ubiquo alle inquietudini. Torno in me: è così! Per la precisione, Pangea comincia a tracciare il suo regno – non più vasto di una zattera, l’ombra di un celeste impero – [&#8230;]</p>
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<p><em>Un lettore fedele mi riprende: Pangea compie tre anni, auguri! Come sempre, abito una sonnambula Pantalassa, non tocco mai terra, ramingo tra sogni obliqui, ubiquo alle inquietudini. Torno in me: è così! Per la precisione, Pangea comincia a tracciare il suo regno – non più vasto di una zattera, l’ombra di un celeste impero – l’11 settembre del 2017. Piangevo la morte di John Ashbery, ricordavo il genio di Marcel Schwob – autore affine: raffinava vite in una rovinosa morgana –, apparvero, spettri telematici, Martin Amis, Georges Perec, Milan Kundera. Articoli di prova e di circostanza. <strong>È vero. Il 30 settembre del 2017 abbiamo firmato l’editoriale che funge da poetica: s’intitola <a href="http://www.pangea.news/pangea/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Non abbiamo paura di essere innocenti”</a>. Il 30 settembre i Turchi entrano in Friuli – <a href="http://www.pangea.news/pasolini-intervista-ivan-crico/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Pasolini vi ha scritto sopra una ballata</a> –, la regina Elisabetta nomina Sir il corsaro Francis Drake, al Theater auf der Wieden di Vienna va in scena “Il flauto magico”, è la festa di San Girolamo, di cui amo l’icona che fonde il libro al leone, la traduzione al deserto, l’eremo al vocabolo, la Bibbia alla latitanza, e fu colto e anacoreta.</strong> Pangea vive nella gratuità, grazie a molti collaboratori: è cresciuta molto, in modo insperato. Un dato tra i molti: nel mese di aprile 2018 sono state 50.114 le visualizzazioni, nel settembre del 2020 sono state, ad ora, 239.549. Insomma, siamo pronti a costruire una città sulle acque o a pretendere un regno su una zolla antartica. Tre anni promulgano una avventura, nuova, una ventata: ci sarà, sarà vasta, ne scriverò avanti. <strong>Non sono buono a celebrare, preferisco lottare. All’epoca mi auguravo che fossimo “Inquieti come Lord Jim, avventati come Mowgli, spavaldi come Amundsen”. Mi ponevo sulle ginocchia di Joseph Conrad. Ecco. Per festeggiarci, ci facciamo un regalo. Traduco una lettera di Conrad a Edward Garnett, l’amico, il confidente, il mecenate. È il febbraio del 1899.</strong> Un momento epico. All’epoca, Conrad ha pubblicato un paio di romanzi (“Almayer’s Folly”, “The Nigger of the ‘Narcissus’”), sta lavorando alla rifinitura della sua storia più inquieta, “Heart of Darkness”, resoconto per allucinazioni del suo viaggio in Congo. Il racconto sarà pubblicato sul numero 100 del “Blackwood’s Magazine”, dal febbraio del 1899, in tre parti, fino ad aprile. Conrad descrive l’agnizione, l’atto della scrittura come un confronto con il mostro. Come qualcosa che non concede salvezza. Il grande maestro Józef Korzeniowski aveva 41 anni, il primo figlio, Borys, era nato l’anno prima. <strong>Mi piace far festa così: con il mostro addosso. Sono tutti tanto seri, colti, capaci, scaltri, bravi e giusti a questo mondo, tutti lupi, squali o volpi. O pecore. </strong>Lasciateci sognare, a testa sotto, nell’azzurro di cristallo, che lacera: le nuvole formano velieri &amp; imperi. Sappiamo usare la fionda, e rotearla in cetra. (d.b.)&nbsp;</em></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="547" height="760" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/Joseph-Conrad-Wikipedia.png" alt="" class="wp-image-79965" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/Joseph-Conrad-Wikipedia.png 547w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/Joseph-Conrad-Wikipedia-216x300.png 216w" sizes="(max-width: 547px) 100vw, 547px" /></figure>



<p><em>***</em></p>



<p><em>Febbraio 1899</em></p>



<p>Carissimo Garnett,</p>



<p>cosa pensi di me? Io so di volerti bene, anche se sono un cane cretino, anzi, neppure un cane piagnucoloso. Neanche una scintilla è rimasta in me. Sono sopraffatto e privo di energie. Hueffer [Ford Madox Ford, amico di Conrad: insieme, su insistenza di Garnett, scrissero una manciata di romanzi, tra cui <em>The Inheritors</em>, nel 1901, e <em>Romance</em>, nel 1903, ndr]. Sto tentando di rifinire un racconto per l’“Atlantic Monthly”, ma non mi viene. Porgo il mio affetto alla tua famiglia restaurata. Hueffer mi dice che lo hai rimproverato per il suo fugace soggiorno qui da me. Non è giusto: i nostri più intimi amici non possono salvarci dalla follia.</p>



<p><strong>Sei arrabbiato con me? Se è così ricorda che sono indurito dalle avversità e che la rabbia scivola via da me come una freccia solletica la corazza di una tartaruga: continuo sempre a irradiare affetto verso di te, e il mio affetto non è così pericoloso come i raggi marziani di Wells – ma è altrettanto caldo…</strong> Comunque, non farà del Tamigi un nastro di fuoco.</p>



<p>Penso a te con rassegnazione: hai puntato tutto su un cavallo sballato. Sono letteralmente zoppo. Gotta. Ansia. Agitazione. Esasperazione. E quelle cose per cui mi prendi in giro e continui a spronarmi: Scrivi, scrivi, scrivi, scrivi più velocemente. Ma non sono mai abbastanza rapido, tanto da mutare la mia condizione. Eppure. Scrivo.</p>



<p>Sento che sei preoccupato per me. Questa non è presunzione, ma il contrario. Eppure, non sono degno di occupare il tuo pensiero. <strong>Più scrivo, meno comprendo ciò che scrivo. Squame mi cadono dagli occhi. Che orrore. Affronto il foglio, e sfido la paura che cresce dentro di me. La mia forza è sconvolta dalla vista del mostro. I suoi occhi sono minacciosi; è immobile come la morte; mi divorerà.</strong> Il suo sguardo ha lacerato l’anima, si è gettato nel profondo, sempre più a fondo. Sono solo con il mostro in un abisso dalle mura di basalto nero, vertiginose. Mai le pareti sono state così perfette, perpendicolari, lisce, vaste. Sopra, la tua testa ansiosa contro un pezzo di cielo che scruta il buio, invano, invano. Non c’è abbastanza corda per salvarmi. Perché non sei venuto? Ti ho atteso e il fato mi ha inviato Hueffer. Fa che questo scritto sia la mia lapide.</p>



<p>Sempre tuo,</p>



<p><strong><em>Joseph Conrad</em></strong></p>



<p><em>*Il testo è tratto da: &#8220;The Collected Letters of Joseph Conrad. Volume 2: 1898-1902&#8221;, Cambridge University Press, 1986</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/pangea-anniversario-conrad/">“Pangea” compie tre anni. Ci festeggiamo con una lettera inquieta di Joseph Conrad. “Sono solo con il mostro in un abisso dalle mura di basalto nero, vertiginose…”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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