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	<title>eros Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Perché ’l fottere a tutti sempre piace”. Canone erotico della poesia italiana</title>
		<link>https://www.pangea.news/canone-erotico-poesia-italiana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Feb 2026 05:02:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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		<category><![CDATA[Roberto Barbolini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno scrittore è davvero grande se sa raccontare il sesso. Il corpo – che è, sempre, corpo del reato – è il banco di prova della scrittura: proprio perché è così prossimo, così presente, resta indicibile, resiste arcano, un tabù. Fate la prova: gli scrittori italiani di oggi, genericamente, mettono il profilattico alla penna, hanno [&#8230;]</p>
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<p>Uno scrittore è davvero grande se sa raccontare il sesso. Il corpo – che è, sempre, corpo del reato – è il banco di prova della scrittura: proprio perché è così prossimo, così presente, resta indicibile, resiste arcano, un tabù. Fate la prova: gli scrittori italiani di oggi, genericamente, mettono il profilattico alla penna, hanno la tastiera algida, fanno la parte dei castrati – forse, semplicemente, lo fanno male. Non si va, in letteratura, oltre languide carezze, mortificanti sveltine, rituali brutalità alla bisogna. Nell’era di PornHub e di OnlyFan, del corpo ovunque esposto, comunque in vendita, il sesso è assassinato; tra le ossessioni letterarie è quella praticata peggio.&nbsp;</p>



<p>Per quel che ne so, il più grande scrittore sessuomane del Novecento è il francese Marcel Jouhandeau, cattolico professo (ovviamente, quasi del tutto assente nel perbenista panorama editoriale italico), mentre il più grande scrittore di sesso è Isaac B. Singer. In un racconto,&nbsp;<em>Sangue</em>, Singer narra di due – Reuben, macellaio, e Risha, ninfa-milf di trent’anni più grande di lui – che fanno sesso nel macello, tra i “rantoli di morti delle bestie”. Non c’è da stupirsi: ebreo di genia yiddish, Singer proviene da una cultura che ha partorito uno dei più folgoranti poemi erotici della storia, il&nbsp;<em>Cantico dei Cantici</em>&nbsp;(leggere per credere, meglio se nella versione di Guido Ceronetti, stampa Adelphi). D’altra parte – lo dice il libro dei libri, Genesi –, è nella scoperta di essere nudi (“e conobbero di essere nudi”,&nbsp;<em>Gen</em>&nbsp;3, 7) il carattere fondamentale dell’uomo, creatura divina svergognata su questa terra.&nbsp;&nbsp;</p>



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<p>E la poesia italiana? Il culto erotico inaugurato da Saffo – che è poi un viatico sapienziale – è stato raccolto dalle formidabili poetesse cortigiane, spregiudicate in intelligenza (Veronica Franco, per dire) e dalle scrittrici mistiche, non aliene da trafitture verbali di sacra lascivia (Caterina Vannini, ad esempio, che fu, quindicenne, prodigiosa prostituta a Roma, fino a convertirsi e a sedurre il cardinal Borromeo, oppure Maria Maddalena de’ Pazzi e Veronica Giuliani; per un repertorio si veda: <a href="https://www.pangea.news/prodotto/mistiche/"><em>Mistiche</em>, Magog, 2025</a>). Un lavoro pioneristico, in questo senso, lo hanno svolto, quarant’anni fa, <strong>Guido Almansi e Roberto Barbolini varando una fenomenale “Antologia della poesia erotica italiana”, <em>La passion predominante</em></strong>, edita – con dodici incisioni di Agostino Carracci – da Longanesi. Le conclusioni di Almansi – autore, tra l’altro, nel ’74, di una <em>Estetica dell’osceno</em> per Einaudi –, nella sugosa intro (<em>Il problema sessuale</em>), sono letali: a parte rari casi – spesso eccezionali – siamo di fronte a “un panorama da educande”. </p>



<p><strong>Il pregio antologico fu quello di sovvertire il canone della poesia italiana: il sole, in questa prospettiva, è raffigurato da Giambattista Marino, “tra i massimi poeti erotici di ogni tempo”.</strong>&nbsp;Tra gli astri più splendenti, spiccano autori altrimenti marginalizzati dalle pie accademie: il geniale Giorgio Baffo – “poeta monologico: la mona è la sua monade” – autore di una paracula&nbsp;<em>Lode al culo</em>, Pietro Aretino, “sovrano di una letteratura italiana del sottosuolo” e Olindo Guerrini, istrione del verso, l’inventore di Argia Sbolenfi, ragazza di “mediocre istruzione”, colta da “isteriche sofferenze… spesso erotiche”, a cui sono ascritte delle&nbsp;<em>Rime</em>pretenziose, pretestuose, stuzzicanti, un’autentica anomalia in un Ottocento altrimenti esangue, piantumato dal pudore.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="783" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/Italian_School_-_Page_from_Sonetti_Lussuriosi_by_Pietro_Aretino_illustrated_by_Giulio_Romano_and_-_MeisterDrucke-885353-1024x783.jpg" alt="" class="wp-image-106206" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/Italian_School_-_Page_from_Sonetti_Lussuriosi_by_Pietro_Aretino_illustrated_by_Giulio_Romano_and_-_MeisterDrucke-885353-1024x783.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/Italian_School_-_Page_from_Sonetti_Lussuriosi_by_Pietro_Aretino_illustrated_by_Giulio_Romano_and_-_MeisterDrucke-885353-300x229.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/Italian_School_-_Page_from_Sonetti_Lussuriosi_by_Pietro_Aretino_illustrated_by_Giulio_Romano_and_-_MeisterDrucke-885353-768x587.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/Italian_School_-_Page_from_Sonetti_Lussuriosi_by_Pietro_Aretino_illustrated_by_Giulio_Romano_and_-_MeisterDrucke-885353-600x459.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/Italian_School_-_Page_from_Sonetti_Lussuriosi_by_Pietro_Aretino_illustrated_by_Giulio_Romano_and_-_MeisterDrucke-885353.jpg 1260w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Naturalmente, giganteggia D’Annunzio, che “s’aggira nel mondo della poesia come un califfo nel suo harem”.</p>



<p>&nbsp;Vengono – giustamente – esaltati i poeti dialettali, la cui lingua meglio si acclimata a un panorama di tette, fiche e lussurie in abbuffata (tra il Belli e Tonino Guerra preferisco Carlo Porta e la sua indimenticabile&nbsp;<em>Ninetta del Verzee</em>&nbsp;e il&nbsp;<em>Filò</em>&nbsp;di Zanzotto, grandguignolesco elogio del “toco de gnoca”). Della nostra aurea tradizione vengono prediletti i bischeri, i briganti del verso, dal “Pistoia” al Ruzante;&nbsp;<strong>alcuni sono delle assolute scoperte: il “poeta marchigiano, che fu avvocato in Roma” Marcello Giovanetti, ad esempio, oppure l’urbinate Giovan Leone Sempronio, che canta&nbsp;<em>La bella zoppa</em>, o ancora Giuseppe Artale, poeta e spadaccino, di cui è accolto un sonetto che dice di una&nbsp;<em>Pulce sulle poppe di bella donna</em>.</strong>&nbsp;Tutti autori del Seicento, l’epoca in cui furoreggiava, in area artistica, l’icona di Maria Maddalena, spesso senza veli, spesso eroticamente pronta, e quella di Davide come giovane efebo, un “femminiello” dallo sguardo smaliziato, capace di vincere il più virile dei Golia. Insomma, il gioco di dissacrare i sacrari, di smagnetizzare i moralismi è, in letteratura, un balsamo.&nbsp;</p>



<p>Il pistoiese Francesco Berni – morto, probabilmente, avvelenato – riassume il sale del tutto: “perché ’l fottere a tutti sempre piace”. Certo, nessun italiano è paragonabile al Rimbaud di&nbsp;<em>Les Stupra</em>, quando attacca “Le antiche bestie montavano perfino in corsa/ con il glande corazzato di sangue e di merda”, ma tant’è.</p>



<p>Antologia ineguagliata, che a suo modo fece epoca, <a href="https://www.bibliotheka.it/libro/9791256940332?srsltid=AfmBOop3YFIIDcdS1hfllVq5VfICbqoUcib-SFOq8-D3vKzoaJmlB1xK"><em>La passion predominante</em> torna per Bibliotheka</a>, con una prefazione di Roberto Barbolini (scrittore con gli attributi: si leggano, almeno, i suoi <strong>“Racconti perversi”, raccolti come <em><a href="https://www.amazon.it/Sade-drogheria-Racconti-Roberto-Barbolini-ebook/dp/B00UV98U4I">Sade in drogheria</a></em>, usciti una decina di anni fa per il mitico Guaraldi</strong>) che ragiona sull’impresa di allora, motivandola: </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“il sesso – che pure ci mette a nudo – rimane una faccenda abbastanza misteriosa. È il chiodo fisso che alimenta tanto la ‘passion predominante’ di Don Giovanni quanto il ‘pensiero dominante’ del Poeta di Recanati, ma ridotto all’osso trova la sua sintesi forse più precisa nel cartesiano ‘coito ergo sum’ di un freddurista implacabile come Marcello Marchesi”.&nbsp;&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Rispetto alla raccolta di allora, sono scomparsi i cantanti (Lucio Dalla, Fabrizio De André, Enzo Jannacci) e alcuni autori (Guido Ceronetti, Jolanda Insana, Valentino Zeichen…), probabilmente per ragioni di diritti: poco cambia nel complesso della furibonda impresa. Spiace, più che altro, l’assenza di alcuni inattesi come Julius Evola, “il Barone Nero della destra”, di cui si ricalcava, all’epoca, “un erotico delirio”: “Tu sei vicina strana cosa viziosa tu attendi distesa le mie mani che ti liberino delle vesti…”. I cammei introduttivi, spesso, introducono a una ‘poetica’, a un modo d’essere, come quello dedicato ad&nbsp;<strong>Antonio Delfini, “Dandy di provincia, surrealista in ritardo, finto contrabbandiere, ricco possidente andato in rovina…”.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="600" height="900" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/i__id1935_mw600__1x.jpg" alt="" class="wp-image-106207" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/i__id1935_mw600__1x.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/i__id1935_mw600__1x-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>



<p>Dietro la maschera di autori novecenteschi dalla biografia improbabile (Alessandra Manzettina, “ignota poetessa di origine lombarda, di cui si è pervenuto un inedito” e Guido da Cortona, autore dalla vita “nomade e sedentaria”, di cui è riferito un solo testo sulla “divina sodomia”), si celava Almansi. Come a dire, in mancanza di meglio, meglio fare da sé. Mero onanismo borgesiano? Come diceva quell’altro, alle masturbazioni cerebrali – difetto di troppi poeti – preferiamo chi si masturba per il gusto.&nbsp;</p>



<p><em>*In copertina: la “Venere Rokeby” di Diego Velázquez oltraggiata con un coltello da macellaio, il 10 marzo 1914, dalla suffragetta Mary Richardson</em></p>
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		<title>La Lolita del cardinale e la lince Rimbaud. (Su un testo clamoroso e un viaggio)</title>
		<link>https://www.pangea.news/caterina-vannini-lince-val-grande/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 May 2024 04:15:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Caterina Vannini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le pietre brillano, in Val Grande. Lungo i sentieri, sembrano scaglie di pesci preistorici. Sull’altro fronte, i fiumi verticali, occasionati da residui ghiacciai, informali, hanno un’eleganza cardinalizia. Imperano i boschi, con statuaria da colosso. Sopra i 1500, una cappella, adornata da una Madonna di grezza fattura, dunque, per contrasto, più sacra di quelle rosate, da [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Le pietre brillano, in Val Grande. Lungo i sentieri, sembrano scaglie di pesci preistorici. Sull’altro fronte, i fiumi verticali, occasionati da residui ghiacciai, informali, hanno un’eleganza cardinalizia. Imperano i boschi, con statuaria da colosso.</p>



<p>Sopra i 1500, una cappella, adornata da una Madonna di grezza fattura, dunque, per contrasto, più sacra di quelle rosate, da cattedrale. Una Madonna frugale, come si spezza il pane, che presta ascolto. Sarebbe bello ritirarsi qui, posarsi nelle fauci della Provvidenza – ma come può chi ha da provvedere ad altri? Le solite scuse.</p>



<p>*</p>



<p>I tetti delle case fabbricati con la stessa pietra: luccicano, dall’alto, come stelle da stalla, stelle gallinelle.</p>



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<p>*</p>



<p>In questi luoghi è onnipotente il fiume e si scava la montagna: enormi macchine, seghe-mammut, sezionano la pietra, la squadrano. Imperversa il granito. Con questa pietra, hanno costruito le chiese del posto, le più belle, le più misere. Si prega in scalata: addestra le gambe, mio caro orante. Ascesi: ascesa. Imbastisci le tue braccia come fossero corde.</p>



<p>*</p>



<p>Anche la Chiesa (collegiata) di San Leonardo, a Pallanza, è fatta con le carismatiche pietre dei monti, d’intorno. Acqua e pietra dominano questi luoghi: il cielo è un orpello, lo ha divorato il lago. Sulle colonne, aramaico muschio.</p>



<p>La navata di sinistra della chiesa sboccia su una cella con altare: sopra è incastonato un quadro che raffigura San Carlo Borromeo. L’immagine non è bella: il santo ha il consueto profilo d’aquila. Dicono sia icona miracolosa. Nel dicembre del 1630, mentre la peste divorava le città di lago, pare che il quadro abbia eruttato lacrime. Il miracolo si è ripetuto più volte; ne seguì un’inchiesta, a testimoniare la veridicità dei fatti.</p>



<p>Che bello vivere a pieno petto nel miracolo. Decenni avari di miracoli, questi, nell’acquitrino del sospetto. D’altronde, il miracolo accade quando non c’è più altro, si è nel dolore senza lume.</p>



<p>*</p>



<p>Le lacrime a volte sciolgono, a volte pietrificano.</p>



<p>*</p>



<p>Nel 1630, a governare l’ecclesia del Nord durante la pestilenza, non era Carlo Borromeo – morto nel 1584, canonizzato nel 1610 – ma il cugino, Federico, quello citato da Manzoni nei <em>Promessi sposi</em>. Nel 1618, presso Giuseppe Comino in Padova, Federico Borromeo stampa un testo particolare, <em>I tre venerabili libri della vita della venerabile madre suor Caterina Vannini sanese monaca convertita</em>. Il libro, dedicato, spiritualmente, alla “Beatissima e dilettissima sposa di Gesù Cristo Santa Caterina da Siena”, ebbe, all’epoca, un certo successo e diverse ristampe; si inscrive nella tradizione agiografica di quegli anni, a narrare storie di miracolose conversioni, di donne lascive divenute, per intercessione di Cristo, sante. Siamo nel chiostro della Monaca di Monza; non è un caso che il Seicento, in pittura, sia l’epoca della Maddalena, dell’estasi, del corpo eletto a ispirazione – del corpo-ostia: spartito, aperto, spalancato come un libro. Tra sospiro spirituale e gemito d’amorosi sensi.</p>



<p>*</p>



<p>La storia di Caterina Vannini da Siena è lampante. Nata in misera, intorno al 1560, viene educata alla prostituzione. Pratica, giovanissima, con alto successo, tanto da trasferirsi a Roma dove naviga nel lusso e nel torbido. Le sue arti sono ricercate dai potenti dell’epoca, smeraldo alla loro lingua. Il nome di Caterina fa scalpore, i prelati tentano di farle lo scalpo: nel 1574 papa Gregorio XIII la inabissa in carcere. Caterina non ha, forse, neppure quattordici anni; alcuni notabili, suoi noti clienti, trafficano per farla liberare; le è però d’obbligo ritornare a Siena, dove torna alla dissipazione. Dopo aver ascoltato, per caso, una predica che ha in cuore la figura di Maria Maddalena, Caterina, d’impeto, cambia vita: si spoglia delle ricche vesti, si flagella con le preziose collane, indossa gli abiti della domestica, si ritira in austeri romitori. Per molto tempo, i monasteri la respingono, in pochi credono alla sua conversione; lei, d’altronde, non si riteneva degna di vivere tra le vergini. Nel 1581 ricevette l’abito di terziaria domenicana; morì nel 1606, l’ultimo giorno di luglio, nel monastero delle Convertite, a Siena, inghirlandata da clamorosa fama. Vive l’epoca aure della “mistica femminile”, Caterina – un suo ritratto con testi è in <em>Scrittrici mistiche italiane</em>, a cura di Giovanni Pozzi e Claudio Leonardi, Marietti, 1988 – ma sfugge a ogni pia didascalia. Pare fosse bellissima, pare che Caravaggio l’abbia usata come modello per la sua <em>Maddalena in estasi</em>. Ritratti di Caterina giravano selvaggiamente tra le pievi: la bellezza deturpata dalle percosse del sesso e restaurata; Eva che rientra in Maria.</p>



<p>*</p>



<p>Al cardinal Borromeo faceva gioco la storia della perduta convertita: promuoveva un modello estremo per la santità femminile. Nel profondo, de profundis del credo: Dio ha bisogno di una donna come mediatrice; necessita di un ventre per rinascere di continuo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Mentre che Caterina andava insieme con gli anni crescendo in malizia, e ogni dì più l’onore, e il suo buon nome perdendo, e ne’ più cupi pelaghi de’ concupiscibili appetiti ingolfandosi, Iddio misericordiosissimo Padre, il quale innanzi a tutti i secoli con l’occhio della sua pietà riguardata l’aveva, cominciò con particolar modo a destarle nell’animo alcuni buoni pensieri”.</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>La storia narrata dal Cardinale ha effervescenze romanzesche, prefigura i racconti dei grandi convertiti, <em>Padre Sergij</em> di Tolstoj, per dire. Ovunque, sconvolge la nudità. Così, ad esempio, nel racconto dell’incarcerazione:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Caterina con animo riposato, spogliatasi prima ad uno per uno di tutti i suoi ornamenti, in un abito semplice ed abietto, con molta quiete si lasciò condurre in carcere”.</strong></p>
</blockquote>



<p><em>Ad uno per uno</em>: la spoliazione sacra analoga a quella profana. Caterina si spoglia di tutto davanti a Dio; di tutto si fa spoglia al cospetto dei suoi clienti.</p>



<p>*</p>



<p>Anche il cardinale anelava a lei, voleva un suo ritratto. Caterina glielo nega:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“In quanto a voler voi el mio ritratto, la vostra voluntà è tutta santa e buona, ma sarebbe bene una inquità e bruttezza la mia”.</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>Il Borromeo fa visita due volte a Caterina Vannini, nel 1605; le lettere di lei a lui, custodite in Ambrosiana, hanno i sacri stemmi dell’innamorata e della visionaria. Caterina tratta il cardinale secondo i cardini dell’assoluto/dissoluto amore:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Le vostre lettere l’ò tutte bruciate… Ed io, dove mi troverò, sempre pregarò per voi… E datemi del voi sempre, perché a dar del tu è troppo amorevole, e io non lo merito, perché quello vien da troppo amore, io merto tutti e’ mali”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Usa – inconsapevolmente? – la prassi del concedersi e del ritrarsi: si dice “Caterina vostra picinina, sì come dite in quel leterino”; lo vuole (“Vita mia, è mio è mio è mio. Felicità o Dio! Perché non sete qua?”) ma non accetta i suoi doni. Un giorno si dice “sdegnosissima” perché il cardinale non le presta sufficiente attenzione e non desidera andare a trovarla (“In quanto al venire voi in qua, non se ne parla mai”); salvo rimarcare la sua infinita fedeltà al maestro, “io v’amo grandissimamente e di tutto core, e perché questo amore così grande ce l’ha messo Gesù”.</p>



<p>*</p>



<p>In un passo di clamorosa potenza, Caterina vede, in visione, il suo amato cardinale, accerchiato da “due omaccioni grandi e grossi e malfatti”, che gli porgevano i “loro frutti”,</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“E voi subito vi voltaste inverso di loro e diceste: ‘Non voglio vostri frutti né vostre vivande che sono grossolane, voglio di quelli di Caterina, sono delicati e ben fatti’. E in quello istante comparse una fanciulla in abito di ninfa; era svelta e succinta, vestita tuta di colore rosso, in testa aveva e’ capelli rossi e tutti arricciati come si dimostrano gli angeli. E con grandissima diligenza e con prestezza vi messe innanzi i nappi di frutti e di vivande che aveva in mano”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Caterina in succinte vesti, ninfa che indossa la tuta rossa. Pare di pre-vedere la ‘ninfetta’ di Vladimir Nabokov, in rovesciati sensi. Caterina Vannini, la Lolita del cardinal Borromeo.</p>



<p>L’epistolario della convertita non è inferiore a quelli, notissimi, delle dame francesi, Julie de Lespinasse o Mademoiselle Aïssé, ad esempio, o alle fittizie <em>Lettere di una monaca portoghese</em>: con la differenza che in questo caso ogni parola è autenticata da una scelta radicale. La clausura incanta l’impeto erotico in fervore ascetico; la civetteria è sostituita dalla severità di chi castra e turba. La malizia di Caterina, semmai, è milizia: bacia i piedi del grande uomo perché costui le sia servo.</p>



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<p>*</p>



<p>Sull’altra sponda del lago, Luino. La città di Vittorio Sereni. Credo sia il venerabile caso: nello zaino ho una copia de <em>Gli immediati dintorni</em> (il Saggiatore, 1962). Del patchwork il pezzo più interessante è l’<em>Omaggio a Rimbaud</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Una piazza insolitamente buia nella mite sera d’inverno… Si ha sempre l’impressione, come rasentando i pubblici macelli, che qualcosa stia perpetrandosi qui, a due passi dal diporto: qui potrebbe esplodere l’urlo, qui il fatto atroce, la cosa mostruosa, qui dilagare lo scandalo nel cuore della quiete. Piazza Rimbaud – l’ho chiamata una volta passandoci”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Chissà cos’è “il fatto atroce”, “la cosa mostruosa” a cui anela il poeta laureato, l’insigne impiegato.</p>



<p>Il giorno dopo, Marcovinicio, pittore di silenzi e di urla, mi porta, imbarcato sulla sua mefistofelica Renault 4, in una valle remota, a ridosso di Domodossola. Il terreno è sterrato, nel fiume, rude, crescono boschi a frammenti. Non c’è nessuno, la valle, strettissima, sfocia in pieno bosco. Qui hanno avvistato i lupi, mi dice, pittore-licaone. Nel quadro che mi regala, più tardi, un cervo, visto di spalle, è coronato di rose, una pioggia di rose. Sembra un’immagine ieratica, del Duecento – un’immagine salvifica. Abbi cura della mia carne, irradiala di spine, fa marcire questo cielo come un fiore…</p>



<p>Hanno visto anche la lince, mi dice Marcovinicio. Sussurra la parola <em>lince</em>, che evoca sogni. &nbsp;</p>



<p>Ho chiamato quella lince – invisibile come ogni lince – Rimbaud. La mia lince Rimbaud.</p>



<p><em>*In copertina: Caravaggio, Maria Maddalena in estasi, 1606 ca.</em></p>
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		<title>“Per tutto ciò che sono, le donne ci incantano”. Le stanze erotiche e ascetiche di Bhartrhari </title>
		<link>https://www.pangea.news/bhartrhari-india-morale-eros-trattato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Oct 2023 04:08:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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		<category><![CDATA[Bhartrhari]]></category>
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		<category><![CDATA[India]]></category>
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		<category><![CDATA[Paul Regnaud]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Bhartrhari&#160;sappiamo pressoché nulla; così conviene alle opere spiazzanti, speciali per audacia: l’autore rimane velato in una nebulosa di congetture e leggende. Bhartrhari&#160;è nato in India, in un’area cronologica che va dal I al VII secolo dopo Cristo; i più ipotizzano sia vissuto nel V secolo. Di certo, la sua opera è stata discussa, trascritta, [&#8230;]</p>
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<p>Di Bhartrhari&nbsp;sappiamo pressoché nulla; così conviene alle opere spiazzanti, speciali per audacia: l’autore rimane velato in una nebulosa di congetture e leggende. Bhartrhari&nbsp;è nato in India, in un’area cronologica che va dal I al VII secolo dopo Cristo; i più ipotizzano sia vissuto nel V secolo. Di certo, la sua opera è stata discussa, trascritta, bestemmiata, setacciata.</p>



<p>Il suo libro più noto, almeno in Occidente, il <em>Śatakatraya</em>, ci è giunto tramite un pastore protestante olandese, Abraham Roger, che avrebbe reperito il manoscritto nelle Indie Orientali, nel 1640. Con l’aiuto di un bramino, il pio pastore voltò nella sua lingua le stanze estrose dell’impavido maestro d’India raccogliendole in due tomi: <em>Sulla condotta ragionevole dell’uomo</em> e <em>La via che conduce al Cielo</em>. Dimenticò – diciamo così – le stanze dedicate alla passione amorosa, di materico erotismo, in cui Bhartrhari&nbsp;si dimostra smaliziato esegeta dell’arte dell’amore. (Quasi a dire che la condotta ‘morale’ è iniqua senza la sapienza d’amore, che la via verso il Cielo è impensabile se si ignorano i sentieri della carne).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="621" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/Les_Stances_erotiques_morales_et_...Bhartr_hari_06_bpt6k5778068p-621x1024.jpg" alt="" class="wp-image-97447" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/Les_Stances_erotiques_morales_et_...Bhartr_hari_06_bpt6k5778068p-621x1024.jpg 621w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/Les_Stances_erotiques_morales_et_...Bhartr_hari_06_bpt6k5778068p-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/Les_Stances_erotiques_morales_et_...Bhartr_hari_06_bpt6k5778068p-600x989.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/Les_Stances_erotiques_morales_et_...Bhartr_hari_06_bpt6k5778068p.jpg 655w" sizes="(max-width: 621px) 100vw, 621px" /></figure>



<p>Una leggenda fiorita come edera nei vuoti biografici narra che Bhartrhari&nbsp;si sarebbe convertito almeno sette volte al buddismo: ogni ingresso in monastero terminava in tradimento, nella caduta nel ventre di una femmina; l’impegno contemplativo si disfaceva in impeto erotico, dalla cella al postribolo la capriola era, per il gran maestro, comune. Scandire scaglie dell’altro mondo nel mondano, diciamo così. La versione di Roger fu tradotta in francese da Thomas Lagrue; la prima traduzione completa dall’originale è stampata a Berlino nel 1833, per la cura di Peter von Bohlen. In Italia <em>Le tre centurie</em> di Bhartrhari&nbsp;escono un secolo dopo, nel 1933, grazie a Umberto Norsa. <strong><a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845906985" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La traduzione di Alessandro Passi per Adelphi (1989) segue la dizione tripartita del testo: <em>Sulla saggezza mondana, sull’amore e sulla rinuncia</em>. </a></strong>Noi, per movimentare le vette e ardire ad altro, abbiamo deciso di riferire la traduzione di <strong>Paul Regnaud (1838-1910)</strong>, indologo di genio, già traduttore, tra l’altro, dei <em>Veda</em>. La sua versione dal sanscrito de <em>Les Stances Érotiques, Morales et Religieuses</em>, stampate a Parigi da Ernest Leroux éditeur nel 1875, hanno la freschezza di una chiacchiera dotta, una sagacia brillante priva di manierismi, sfrontata e senza fronzoli, secondo gli intenti dello studioso, “unire il piacevole con l’utile”.</p>



<p>Il ritratto letterario che Regnaud ci offre di Bhartrhari&nbsp;avvince:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Le tre categorie in cui è suddiviso il libro, che testimoniano i tre grandi aspetti della vita umana – piacere e amore, condotta civile e relazioni sociali, speculazione religiosa e preoccupazioni per gli affari dell’aldilà – sono disseminate di concetti spesso profondi, a tratti sublimi. Bhartrhari&nbsp;non è meno notevole per la varietà di trucchi linguistici di cui riempie il suo libro. Cosa rara in India, il poeta obbedisce ai moti spontanei del pensiero, l’emozione e la passione guidano la sua penna oltre il mero gioco retorico. Calore e naturalezza traspaiono dalle sue strofe. Questo maestro prendeva sul serio la vita terrena e non disdegnava di osservare con arguzia i suoi simili. Se la maggior parte dei poeti sanscriti sacrifica tutto all’ideale o all’immaginazione, egli si preoccupa dell’uomo, del mondo e del mondano. Leggendolo, ci facciamo una idea precisa e piuttosto diversificata sui costumi dell’India durante i primi secoli del Medioevo. Il suo lavoro è così prezioso perché tali informazioni sono rare nella letteratura indiana dell’epoca”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Il genio di Bhartrhari, per così dire, è saggiare – senza soggiacere ad alcuna gerarchia – ogni aspetto della vita umana. Alla passione d’amore non si deve resistere perché è il pasto che ci porta a comprendere la vanità del tutto. Un corpo è bello perché è qui-e-ora, memorabile perché soggetto a corruzione, e occorre contemplarlo fino al più profondo – non proficuo, per fortuna – struggimento. Non esiste arte amatoria capace di schermarci: la carne ci getti pure in un baratro di follie clandestine, da cui è alieno il virtuosismo della virtù. La ‘morale’, invece, è la strategia della faina: il maestro indiano, però, non è un Machiavelli, non intende redigere un manuale per stare nel mondo. Egli si pone sempre di lato, non ha l’ambizione dell’eroe non conosce il gergo della vittima: osserva, si prende in giro – gioca con la sua stupidità –, polemizza con i potenti del tempo, vili perché incapaci di riconoscere le fonti della sapienza – i poeti – e l’autenticità del bello.</p>



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<p>In Bhartrhari&nbsp;le immagini non sono mai fini a se stesse – pietosamente ‘poetiche’ –: riconosciamo la belva in caccia, in lui, l’uomo che ama e che soffre, calcificato nelle sue irrigue, assurde passioni. Se nelle stanze dell’amore furoreggiano le immagini di elefanti e fenicotteri, in quelle ‘morali’ è il leone la figura centrale – quasi che l’etica sia misura del morso. La rinuncia, invece – meta estrema del maestro – è sintetizzata dai raggi lunari, dal corso del fiume, dalla voce che sfiorisce. Tutto è intangibile, è intoccabile: al distacco si accede dopo aver sperimentato ogni cosa, con ancora il sapore del sangue tra i denti.</p>



<p>***</p>



<p><em>L’amore</em></p>



<p>Con il loro sorriso, la grazia, il pudore miliare, la timidezza, gli sguardi obliqui gettati da occhi appena velati, i pettegolezzi, i litigi, le giocose celie: per tutto ciò che sono le donne ci incantano.</p>



<p>*</p>



<p>Il viso di loto delle nuove spose, i cui occhi vivaci sono spezzati, ogni tanto, dalle sopracciglia aggrottate, a volte intimiditi da una paura improvvisa o da rattenuta modestia, talvolta sfiancati dal desiderio… splendono come i campi di loto blu che vediamo all’orizzonte.</p>



<p>*</p>



<p>Ornamento naturale delle giovani donne: un volto che rivaleggia con la luna, occhi che ridicolizzano la beltà del loto, un incarnato che sovrasta lo splendore dell’oro, capelli boschivi pari a uno sciame d’api, fianchi leggiadri e voce dalla squisita dolcezza.</p>



<p>*</p>



<p>Qual è lo spettacolo più bello? Una giovane donna dagli occhi di gazzella che ansima d’amore. Qual è il più dolce profumo? Il suo respiro. Qual è il suono indimenticabile? La sua voce. Qual è il sapore più squisito? La rugiada sulle sue labbra, pari al bocciolo di un fiore. Qual è il tocco più caro? Quello che proviene dal suo corpo. Qual è la sola immagine su cui mi soffermo? Il suo sorgivo fascino. Tutto in lei mi attrae.</p>



<p>*</p>



<p>Esiste un uomo sulla terra che possa resistere al corpo di una donna cosparso di zafferano, sui cui seni trema una collana di perle e che, come il fenicottero, ha anelli tra i piedi che paiono fiori di loto?</p>



<p>*</p>



<p>I poeti dicono di continuo che le belle donne sono deboli. Si sbagliano. Indra stesso e nugoli di dèi sono stati sconfitti dallo sguardo luminoso di una donna. Come potremmo dire che sono deboli?</p>



<p>*</p>



<p>Il dio dell’amore è il lacchè di quella bellezza: si muove dove i suoi sguardi gli indicano di andare.</p>



<p>*</p>



<p>Qual è il tuo nome, mia bella sconosciuta? Trafiggi i cuori con gli amuleti, non hai più bisogno di frecce…</p>



<p>*</p>



<p>I venti che soffiano d’inverno trattano le donne come se fossero le loro amanti: baciano le guance, si scontrano rovinosamente sulle labbra, giocano coi ricci che incorniciano il loro viso; scostano la loro veste sul petto, fanno tremare il corpo; solleticano le cosce, slacciano i pantaloni raccolti ai fianchi.</p>



<p>**</p>



<p><em>La morale</em></p>



<p>Mi inchino al cospetto della luce della candela, pacifica, la cui forma, spirituale ed eterna, non è limitata dallo spazio né dal tempo, il cui pensiero costante è prendere coscienza di sé.</p>



<p>*</p>



<p>Lei, l’oggetto costante dei miei pensieri, non risponde al mio amore: desidera un altro, incatenato da un’altra. Per parte mia, sono amato da una donna che non amo. Maledetti siano colei che amo, colui che ama, quella che ama me, il dio dell’amore e me stesso!</p>



<p>*</p>



<p>Con la forza puoi strappare la perla dalla bocca di uno squalo; puoi varcare il mare anche se un turbine lo scuote; puoi sollevare il cranio di un serpente rabbioso, come se fosse un fiore… ma non puoi vincere l’ostinazione di uno stolto.</p>



<p>*</p>



<p>Attraverso bei discorsi e auree parole, convincere i malvagi a seguire la retta via: è come cercare di incatenare una turba di elefanti rabbiosi con gli steli del loto, spezzare un diamante con un petalo, dissipare la salinità del mare con una sfera di miele.</p>



<p>*</p>



<p>Fino a poco fa, vivevo da insipiente, accecato dai pregiudizi: credevo di sapere tutto e il mio cuore era gonfio di orgoglio. Da quando frequento i saggi, sono certo della mia stupidità, ho curato la presunzione come fosse una febbre.</p>



<p>*</p>



<p>Meglio vagare per i passi montani, tra le feroci bestie, che abitare nei palazzi del signore degli dèi in compagnia dei vili.</p>



<p>*</p>



<p>Un principe si rivela vile quando, nel suo impero, si incontrano poeti celebri in povertà, che con voce eloquente pronunciano parole adorne di scienza, i cui insegnamenti sono degni di passare ai discepoli. Pur senza ricchezze, un uomo dotato di sapienza è potente: gli ignoranti che non comprendono la lucentezza del diamante meritano la più feroce punizione.</p>



<p>*</p>



<p>Né i bracciali né le collane di perle che splendono come la luna sono l’ornamento di un uomo vero; non lo distinguono le lozioni, gli oli, la cura con cui deterge i suoi capelli. Solo l’eloquenza è l’ornamento perfetto.</p>



<p>*</p>



<p>La sapienza per l’uomo è la bellezza suprema; la sapienza, tesoro protetto in segrete profondità; la sapienza, strumento di potere, gloria e felicità; la sapienza, maestra dei maestri; la sapienza, compagna dei nostri viaggi; la sapienza, la più potente divinità; la sapienza, degna degli onori maggiori, superiori a quelli che si tributano ai re. Privo della sapienza, l’uomo è una bestia da soma.</p>



<p>*</p>



<p>La pazienza è una corazza, la collera il più temibile dei nemici. I parenti sono fuoco che divora, gli amici sono divini rimedi; i malvagi sono serpi, la sapienza è la sola ricchezza; la modestia è il più bello tra gli ornamenti, la poesia è un trono.</p>



<p>*</p>



<p>Gentilezza verso i propri pari, misericordia verso gli inferiori, severità nei riguardi dei malvagi, amicizia concessa ai buoni, prudenza nel trattare coi principi, rettitudine con i saggi, coraggio di fronte al nemico, pazienza nel fronteggiare il padrone, malizia con le donne. Chi pratica questi precetti vive bene in questo mondo.</p>



<p>*</p>



<p>Acconsente forse il leone, tra le belve il più fiero, benché sfinito dalla fame, roso dall’età, sfiancato, nella situazione più miserabile, anche quando la sua forza è svanita, perfino sulla soglia dell’ultimo respiro, a nutrirsi di erba secca, lui che aspira a mordere a denti pieni l’emblema reale che l’elefante reca in fronte?</p>



<p>**</p>



<p><em>La rinuncia</em></p>



<p>I sapienti sono corrosi dall’invidia, i principi sono contagiati dall’orgoglio: gli altri soccombono sotto il peso della loro stupidità. Come posso estorcere un segno di lode dalla mia gola?</p>



<p>*</p>



<p>Niente di ciò che accade in questo mondo mi pare vantaggioso: le conseguenze delle buone azioni mi fanno tremare, quando ci penso. I grandi piaceri conquistati grazie ai grandi meriti portano, a lungo andare, le più potenti pene, dovute all’abbandono di sé nel piacere.</p>



<p>*</p>



<p>Ho viaggiato lungo un paese circondato da vaste montagne senza trarre alcun profitto; mi sono spogliato dell’orgoglio legato al mio lignaggio, ho scelto di servire il prossimo, ma non ne ho tratto alcun frutto; mi sono seduto spudoratamente alla mensa degli sconosciuti in preda a continue preoccupazioni, come la gru. Oh ambizione, tu che rotoli nel male, continui ad aprire la mascella, pur da sconfitta, e non ti sazia nulla!</p>



<p>*</p>



<p>Ho sopportato ogni cosa: le invettive dei malvagi, perché mi giungesse un ringraziamento. Ho ingoiato le lacrime e cercato di sorridere, ma il mio cuore era vuoto. Ho chinato con umiltà il capo davanti agli ignoranti. Oh concupiscenza, frivola concupiscenza, continui a farmi danzare…</p>



<p>*</p>



<p>La nostra vita dura quanto il battere di un occhio e non sappiamo cosa farne! Indulgeremo nelle penitenze sulle divine rive del Gange? Circonderemo i fianchi della moglie virtuosa con la nostra rispettosa amabilità? Berremo alle fonti della sapienza o alla coppa d’ambrosia che riempiono i poeti?</p>



<p>*</p>



<p>Il padrone è difficile da accontentare, il principe ha pensieri più rapidi dei cavalli. Pieni di ambizioni temporali, abbiamo come scopo il raggiungimento di una posizione elevata. Nel frattempo, la vecchiaia fiacca i corpi e la morte pone un termine alla nostra vita.</p>



<p>*</p>



<p>Bellissimi i raggi della luna, le foreste, le radure; bellissime le storie dei poeti, il volto dell’amato su cui rotola una lacrima, il parto del piacere; ma tutte queste cose belle svaniscono appena ricordiamo che sono fugaci.</p>



<p><strong><em>Bhartrhari&nbsp;</em></strong></p>
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		<title>“L’amore che reco è antico di molte vite”. Il canzoniere di Mirabai</title>
		<link>https://www.pangea.news/mirabai-canzoniere-amore-india/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Oct 2023 04:25:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[eros]]></category>
		<category><![CDATA[Krishna]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura indiana]]></category>
		<category><![CDATA[Mirabai]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intorno a Mirabai la leggenda prende il profilo del plenilunio. Nata a Merta, nel Rajasthan, intorno al 1498, in una famiglia di nobile lignaggio, affina, fin da ragazza, la sua fede in Krishna. È lui, nella forma del rapace, dell’artista con il pugnale, a conquistare il suo cuore, a stringere in cruna di bellezza il [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Intorno a Mirabai la leggenda prende il profilo del plenilunio. Nata a Merta, nel Rajasthan, intorno al 1498, in una famiglia di nobile lignaggio, affina, fin da ragazza, la sua fede in Krishna. È lui, nella forma del rapace, dell’artista con il pugnale, a conquistare il suo cuore, a stringere in cruna di bellezza il suo segreto. La fede di Mirabai sconfina nella mania d’amore, che al giogo delle passioni sostituisce la dedizione verso l’invisibile. Data in sposa a un principe, possibile erede al governo del regno, Mirabai rifiuta di recitare la parte della moglie, recide ogni ipocrisia familiare: resta pur sempre la prediletta del dio. La morte, in battaglia, del marito, sancirebbe, secondo canone, la morte di Mirabai. La donna rifiuta di condividere la pira funebre del marito, dacché è il pasto del dio; la suocera la fa vivere da reclusa, sotto minaccia. Mirabai, tuttavia, segue la via di Krishna: prima affiliandosi ad alcuni maestri, in cauto vagabondaggio, poi costruendo una propria ‘scuola’.</p>



<p>In particolare, il genio di Mirabai si rivela negli inni devozionali, che testimoniano la pulsione prepotentemente erotica della fede, sulla scia del <em>Gītagovinda</em> di Jayadeva (XII secolo), di cui la donna è accorta esegeta. Tuttavia, Mirabai non si relega nei ranghi del mito, non opta per il ritmo epico: i suoi testi narrano, spesso, i singolari fervori di ogni giorno, la vita di palazzo, gli squarci del cielo, il cargo di dolore quotidiano. La poesia di Mirabai è concreta, piantuma bocche sui corrimani dell’ode – non è mai verbo da odalisca, ma canto di amante appassionata, laminata dalla gelosia. Il dio è un dio della predazione e dell’assalto, che pretende la lotta a unghie spianate; è il dio la cui sapienza si trasmette nell’inseguimento della devota, nel gorgo erotico. Chi ha confidenza con i testi sacri, riconosce in Mirabai i canoni formali del Cantico dei Cantici – il dio è l’Amato, la fede una tratta che consacra fuga e caccia, talamo, tana, cappio e scappatoia – e i toni del profeta biblico Osea: il dio attira ed è furioso, desidera e destina. Al posto del deserto, va da sé, in Mirabai furoreggia la foresta; l’orazione è ornata da urla.</p>



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<p>L’opera di Mirabai è conosciuta in Italia tramite pubblicazioni disorganiche – <em>La Padāvali</em> uscì per la Libreria Editrice Cafoscarina nel 2002; Maria Luisa Sangalli ha scritto un profilo biografico della santa per Red, nel 2009 –; nel mondo anglofono l’opera lirica di Mirabai è stata tradotta, tra l’altro, come <em>Ecstatic Poems</em> (a cura di Robert Bly e Jane Hirshfield, 2004 – e <em>For Love of the Dark One</em> (a cura di Andrew Schelling, 2015): da lì abbiamo tratto i testi in questa pagina.</p>



<p>Ritenuta santa, Mirabai si è convertita in simbolo popolare: la donna che per amore del divino rompe con le convenzioni sociali dell’epoca. La sua storia, in India, è trasmutata in diversi film per la televisione. Secondo tradizione, stranita dal mondo, stremata dagli affari mondani che legano, comunque, anche gli opifici religiosi, Mirabai sarebbe scomparsa intorno al 1546, dopo un lungo ritiro nel tempio di Krishna. Il suo sposo l’ha voluta a sé, facendone volatilizzare il corpo. Il corpo dei poeti, sempre, per esaltazione o depravazione, giustifica il verbo, ne è il caustico sigillo.</p>



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<p>***</p>



<p><em>Nuvole</em></p>



<p>Ho fissato le nuvole<br>che si sbriciolano, pallide:<br>si spezzano rovesciando pioggia<br>da due ore.<br>Ovunque acqua, piante e pioggia<br>cornucopia di verde sulla terra.<br>Il mio amante è partito<br>verso un paese straniero:<br>la soglia della mia casa lacrima.<br>Mira dice: nulla può ferirmi.<br>Questa passione<br>deve essere annientata.</p>



<p>*</p>



<p><em>Oscuro amico</em></p>



<p>Oscuro amico, cosa posso dirti?<br>L’amore che porto<br>è antico di molte vite:<br>non denigrarlo.<br>Il tuo corpo leggiadro<br>mi rapisce.<br>Visita il nostro chiostro, ascolta<br>le donne che intonano vecchie canzoni.<br>Ho decorato il pavimento<br>con un benvenuto ricamato<br>in lacrime – da tempo mi sono arresa:<br>corpo e mente si rifugiano<br>nell’impronta dei tuoi passi.<br>Mira fugge di vita in vita<br>la sua verginità.</p>



<p>*</p>



<p><em>L’Oscuro Rapace</em></p>



<p>Amico, non posso vivere<br>senza il Rapace chiamato Oscuro.<br>La suocera urla contro di me<br>sua figlia ringhia<br>il principe è preda dell’ira.<br>Hanno sprangato la mia porta<br>e messo a guardia un soldato.<br>Ma chi può ammutinare un amore<br>che dura da innumerevoli vite?<br>L’Oscuro è il padrone di Mirabai:<br>nessun’altro può placare<br>i suoi desideri.</p>



<p>*</p>



<p><em>Il pugnale</em></p>



<p>Oggi l’Oscuro mi ha gettato uno sguardo simile a un pugnale.<br>Da allora, sono folle; non riconosco il mio corpo.<br>Il dolore squarcia gambe e braccia, non so più dov’è la mente.<br>Ho almeno tre amici che sono diventati pazzi.<br>Conosco bene il prestigiatore con i pugnali: ama vagare nei boschi.<br>La pernice predilige la luna; la lampada attira la falena.<br>Come si sa, per il pesce l’acqua è preziosa: senza di essa, muore.<br>Se sceglie di andarsene, come potrò vivere?<br>Corri a fermare l’uomo con il pugnale, digli che Mira gli appartiene.</p>



<p>*</p>



<p><em>La vita nascosta</em></p>



<p>Nessuno conosce la mia vita nascosta.<br>Dolore<br>e follia per Rama.<br>Il nostro letto nuziale<br>è la forca.<br>Incontrarlo?<br>Quando arriva l’oscuro droghiere<br>negozieremo il danno.<br>Amo l’uomo che accudisce<br>le mucche. Il pastore.<br>Pastore esperto di danze.<br>I miei occhi sono ebbri,<br>disfatti perché a lungo<br>l’ho amato. Siamo uno.<br>Ma ora sono la sua lebbra:<br>la gente mi punta il dito contro.<br>Scrutano i deliri del mio desiderio<br>vedono che cammino selvaggia.<br>Sono schiantata, svanisco.<br>Eppure, nessuno sa che vivo con il mio principe<br>il vaccaro, ogni giorno.<br>Il palazzo non mi contiene<br>me lo lascio alle spalle.<br>Non mi importa dei pettegolezzi<br>e della cattiva nomea:<br>abiterò con lui<br>nei suoi vasti giardini.</p>



<p>*</p>



<p><em>L’Amato ritorna</em></p>



<p>L’unico che desidero è tornato a casa:<br>il fuoco della separazione, fiamma che ringhia, è sedato.<br>Con Lui gioisco, ora, e canto, lieta.</p>



<p>I pavoni ruggiscono alle nubi<br>danzano la loro sconfinata gioia.<br>Alla vita dell’Amato<br>l’estasi mi rapisce.</p>



<p>Annego nel Suo amore:<br>la miseria del mio vagabondaggio<br>per il mondo è finita.<br>Il giglio esplode<br>quando c’è la luna piena:<br>lo ammiro e il mio cuore sboccia.<br>La pace raffina questo corpo:<br>il Suo arrivo riempie la casa di felicità.</p>



<p>Il Padrone ora è mio: redime<br>sempre i Suoi devoti.<br>Il cuore di Mira, incenerito<br>dal fuoco della separazione, ora è nuovo:<br>il dolore della dualità svanisce.</p>



<p>*</p>



<p><em>Stregoneria</em></p>



<p>Questa notte una stregoneria<br>si è abbattuta nella regione di Braj.<br>La lattaia che girava<br>con il secchio in testa<br>ha visto il viso dell’Oscuro.<br>Si è messa balbettare<br>“Viene a prendermi l’Oscuro<br>l’Oscuro mi rapisce…”.<br>Nei vicoli invasi dalle liane<br>della foresta di Vrindavan<br>colui che incanta e incatena<br>i cuori ha messo gli occhi<br>su quella ragazza – poi<br>se ne è andato.<br>Il signore di Mira è furioso e attraente:<br>è un rapace –<br>la sua stregoneria<br>non è rara.</p>



<p><strong><em>Mirabai</em></strong></p>
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		<title>“Io eterno bambino, eterno sognatore”. Erotismo e santità nella poesia di Egon Schiele</title>
		<link>https://www.pangea.news/egon-schiele-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Aug 2023 04:17:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Egon Schiele]]></category>
		<category><![CDATA[eros]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Solzi Gaboardi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Prendendo le distanze dal suo protettore, amico e maestro, Gustav Klimt, <strong>Egon Schiele rifuggì sempre l’oro. </strong>Simbolo di un’estetica compiacente, narcotizzante, ideale. Schiele – lo scandaloso, il perverso, il fuggitivo – era destinato alla ribellione, alla rivoluzione, a vivere poco e carcerato in una solitudine mentale opprimente. Non è un caso che, come vuole la biografia di ogni <em>maudit</em>, ammesso all’Accademia di Belle Arti di Vienna nel 1906, Schiele la abbandonò appena tre anni dopo, in contrasto con gli atteggiamenti passatisti tipici del mondo accademico. La sua pittura, il suo genio, non avevano bisogno di maestri che non fossero la sua desolazione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="659" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/Egon-Schiele-Autoritratto-nudo-arte-svelata-659x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96589" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/Egon-Schiele-Autoritratto-nudo-arte-svelata-659x1024.jpg 659w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/Egon-Schiele-Autoritratto-nudo-arte-svelata-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/Egon-Schiele-Autoritratto-nudo-arte-svelata-600x932.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/Egon-Schiele-Autoritratto-nudo-arte-svelata.jpg 695w" sizes="(max-width: 659px) 100vw, 659px" /></figure>



<p>Il padre, ormai debilitato dalla malattia mentale, morto quando Egon aveva appena quindici anni, i gelidi rapporti con la madre, poi le malattie, le morti, la prigione. <strong>Così, i corpi di Schiele si fanno ossuti, scarnificati, alterati e alienati, ridotti all’irriconoscibile. Egon produce una grande – nonché inusuale – quantità di autoritratti.</strong> Tutti diversi, tutti irriconoscibili, stranianti e straniati, come persi in sguardi allucinati, pose innaturali, meccaniche, scomode. E poi, la nudità, l’erotismo, la tentazione della perversione – che gli costò la galera e un processo farsa, durante il quale, seppur assolto, fu bruciato dal giudice togato uno dei dipinti considerati ‘osceni’. Sul diario tenuto durante la sua permanenza di circa un mese presso la prigione di Neulengbach, a Vienna, l’8 maggio del 1912 scrive:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’indagine si è sgonfiata miseramente – ma io ho sofferto come un cane, in modo indicibile. Sono stato terribilmente punito senza condanna.</strong></p>



<p><strong>Nel corso del dibattimento uno dei fogli sequestrati, quello che era appeso in camera da letto, è stato solennemente bruciato con la fiamma di una candela dal giudice in toga! – Autodafé! Savonarola! Inquisizione! Medioevo! Castrazione, trionfo dell’ipocrisia!”</strong></p>
</blockquote>



<p>È sempre la sua immaginazione, la sua arte, la bellezza, a farlo star bene – e il 19 aprile continua:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ho dipinto il giaciglio della mia cella. Al centro del grigio sporco delle coperte sfavilla un’arancia che mi ha portato V., unica luce ad illuminare l’ambiente. La piccola macchia di colore mi ha fatto indicibilmente bene”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Schiele resta, nei suoi brevi e furenti ventotto anni di vita, un eterno bambino, “ewiges Kind”, forse anche a causa della morte prematura del padre, che lo costringe troppo presto all’età adulta. Eppure, la pittura di Schiele, a un primo, superficiale sguardo, non lascia trasparire nulla di infantile. La rappresentazione del corpo e del paesaggio non è mai luogo di evasione giocosa, ma anzi si manifesta in tinte fosche, volti lugubri, tratti duri e figure talvolta disturbanti. Schiele, tuttavia, inscena un’irrealtà mai fine a se stessa. La rivoluzione del suo disegno sta proprio nella universalizzazione dell’esperienza soggettiva: la crudezza delle figure e l’atmosfera allucinata sono riflessi del filtro attraverso il quale Egon osserva attentamente la realtà. Così attentamente da andare al di là della superficie, da scavare sotto la pelle fino a giungere all’osso, alla macchina anatomica.</p>



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<p><strong>Anche il suo stesso analizzarsi allo specchio produce effetti sempre diversi, sempre straniati: Schiele porta sulla tela la soggettività – non dell’artista in quanto tale, ma dello stesso Egon, dell’uomo – del bambino – fragile,</strong> incapace di rapportarsi con la brutalità della natura umana, condannato a immaginarsi sempre come un debole scheletro coperto di radi e vani brandelli di carne putrida. L’opera di Schiele è senza seguito perché estinta con il suo artista, con la velocità con cui si consuma il fiammifero, o il foglio di carta bruciato.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’arte non può essere moderna. L’arte è eternità”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Gli uomini scuoiati, le donne dalle cosce aperte, le ragazze spogliate, i volti scarnificati, alienati, primitivi, le pose meccaniche e spigolose: tutto questo muore con Schiele, il 31 ottobre del 1918 – muore di spagnola, tre giorni dopo la moglie Edith, morta della stessa influenza, al sesto mese di gravidanza. Martha Fein lo fotografa, il 1° novembre, sul letto di morte, proprio in una delle sue pose plastiche, ormai consegnato all’eternità che ossessivamente ricercava.</p>



<p>*</p>



<p>Nella sua condizione di emarginato – perché irraggiungibile – Schiele non poteva esimersi dall’arte dei rinnegati: la poesia. E la carta era, del resto, il flebile campo di battaglia su cui si consumavano passioni roventi e disperazioni assillanti dell’eterno giovane, <strong>Egon. Pubblica sulla rivista “Aktion” la raccolta di liriche <em>Note di un pittore</em>. La poesia di Schiele non si discosta dalla sua pittura</strong>, né dal suo modo di analizzare il mondo attraverso essa, ma certamente permette di indagare ancora più in profondità l’animo tormentato di uno dei più grandi artisti del secolo breve.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="622" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/schiele-io-eterno-fanciullo-1200x1975-1-622x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96590" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/schiele-io-eterno-fanciullo-1200x1975-1-622x1024.jpg 622w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/schiele-io-eterno-fanciullo-1200x1975-1-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/schiele-io-eterno-fanciullo-1200x1975-1-600x988.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/schiele-io-eterno-fanciullo-1200x1975-1.jpg 656w" sizes="(max-width: 622px) 100vw, 622px" /></figure>



<p>La poesia di Schiele, come la sua produzione pittorica, è costellata di autoritratti, che ne rimarcano l’anelito libertario e ribelle, perennemente tormentato, nonché la percezione distorta di sé, come di un estraneo inviso al mondo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Io esisto per me e per coloro</strong><br><strong>ai quali la mia ossessiva ebbrezza di libertà</strong><br><strong>offre tutto,</strong><br><strong>e per tutti esisto, perché – anch’io amo – amo tutti.</strong><br><strong>Sono, tra i nobili, il più nobile,</strong><br><strong>tra i debitori, colui che più restituisce,</strong><br><strong>Sono un essere umano, amo la morte e amo la vita.</strong></p>
<cite><strong>(<em>Selbstbildnis</em>, Autoritratto)</strong></cite></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Un eterno sognare</strong><br><strong>ricco dei più soavi eccessi della vita –</strong><br><strong>irrequieto, – con atroci dolori in sé, nell’anima.</strong><br><strong>Arde, brucia, si diffonde dopo la battaglia, –</strong><br><strong>spasimo cardiaco.</strong><br><strong>Pesare – follemente animato da eccitata lussuria.</strong><br><strong>Impotente è il tarlo del pensiero,</strong><br><strong>inutile crucciarsi.</strong><br><strong>La lingua del Creatore parli ed offra. –</strong><br><strong>Demoni! Rompete la violenza! –</strong><br><strong>vostro sermo – vostro segno – vostro potere.</strong></p>
<cite><strong>(<em>Selbstbildnis</em>, Autoritratto)</strong></cite></blockquote>



<p>*</p>



<p>Il tema dell’eternità torna ossessivamente in Schiele, oscillando terribilmente tra vitalismo e tensione all’aldilà, come se l’Egon visionario sulla tela diventasse a tutti gli effetti profeta, vaticinando la sua morte giunta troppo in fretta, quando, in fondo, era ancora bambino. Sono eterni sognare, eterne primavere, eterni bambini.</p>



<p>Io eterno bambino,<br>ho sempre seguito il passo degli ardenti<br>e non volevo essere al loro posto, dicevo; –<br>parlavo e non parlavo, ascoltavo<br>e volevo ascoltarli sempre più intensamente<br>e osservarli nell’intimo.<br>Io eterno bambino,<br>ho sacrificato ad altri, a chi aveva pietà di me,<br>a chi era distante o non ha visto che vedevo.</p>



<p>[…]</p>



<p>Io eterno bambino,<br>ho maledetto da subito il denaro&nbsp;<br>e ho riso mentre lo accettavo con disprezzo:<br>l’usanza tradizionale, il dovere di massa,<br>il baratto del corpo, lo scopo-denaro.<br>L’argento era come il nichel, il nichel come oro e<br>argento e nichel, e tutto come numeri impermanenti<br>e per me senza valore e per nulla interessanti,<br>eppure riderò con disprezzo dello scopo-denaro.<br>– Perché? mi chiedevo. Perché?<br>Qualcuno dice: denaro è pane. –<br>Qualcuno dice: denaro è roba. –<br>Qualcuno dice: denaro è vita. –<br>Ma chi dice: sei denaro?<br>– Prodotto? – Merce? –<br>Oh –, – vivi e vivaci – Dove sono i vivi?</p>



<p>(<em>Ich ewiges Kind</em>)</p>



<p>*</p>



<p>Ho visto i viali dell’eterna primavera<br>e prima l’infuriare della bufera<br>e ho dovuto dire addio<br>dire un addio perenne a tutti i luoghi della vita.<br>Nei primi giorni ho avuto intorno le pianure,<br>ascoltavo allora, e annusavo i mirabilis,<br>i giardini silenziosi, gli uccelli.<br>Gli uccelli? –<br>nei cui occhi mi riflettevo roseo con occhi splendenti?<br>Gli uccelli sono morti. –<br>Ho pianto spesso in autunno, con gli occhi socchiusi.<br>E nell’estate magnifica, poi, ho sorriso e riso,<br>dipingendomi d’estate il bianco dell’inverno.<br>E in primavera sognavo la musica universale della vita.<br>Fino ad allora fui felice,<br>poi iniziarono i doveri e le scuole senza vita.<br>Giunsi in città infinite, morte, e mi rattristai.<br>Ho conosciuto, in quel tempo, la morte del padre.<br>I miei rozzi maestri furono spesso i miei peggiori nemici.<br>Ora devo risvegliare la mia vita.<br>Posso finalmente rivedere il sole generoso ed essere libero.</p>



<p>(<em>Ich habe die ewigen Frühlingsalleen</em>)</p>



<p>*</p>



<p>A ritornare spesso nelle liriche di Schiele è l’uso spasmodico delle forme, delle tinte, dei colori e delle loro combinazioni più ardite e irreali per definire la ‘sua’ realtà, come se, a dar forma ai suoi versi, fossero vere e proprie pennellate, tratti incisivi di matita scura.</p>



<p>Il campo d’erba arancio-grigio-verde<br>nasconde<br>il ceppo di raso tondo e nero brillante<br>con la testa grossa cremisi,<br>la testa, su cui brillano vetri luccicanti.<br>Penzola il bianco crocefisso.</p>



<p>A grandi passi accanto a lui<br>incede<br>il lungo, pallido, occhialuto grigioburbero<br>e parla scocciato sulla terra sciolta.</p>



<p>(<em>Zwei Kleriker</em>, Due chierici)</p>



<p>*</p>



<p><strong>Infine, l’Eros. Ridotto alla disperazione, all’ossessione, impregnato di morte, angoscia, infertilità. Non sinuoso, ma spigoloso; non attraente, ma rivoltante. Carne contro carne. </strong>Ma rivela, così come nella poesia, uno scavo psicologico profondo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Una polluzione d’amore, – sì.<br>Tutto ho amato.<br>Venne la ragazza, trovai il suo viso,<br>il suo inconscio, le sue mani da lavoratrice;<br>tutto di lei ho amato.<br>Ho dovuto disegnarla,<br>perché mi guardava in quel modo ed era così vicina. –<br>Adesso è lontana. Adesso incontro il suo corpo.</strong></p>
<cite><strong>(<em>Das Porträt des stillbleichen Mädchens</em>, Il ritratto della pallida ragazza silenziosa)</strong></cite></blockquote>



<p>E qui riecheggiano le parole di Schiele, a riassumerne in un motto l’intera poetica:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Anche l’opera d’arte erotica possiede santità”.</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Ove ebbe inizio una gran cosa</strong><br><strong>l’unico mondo gli somigliò:</strong><br><strong>Dio era spoglio di tutto.</strong><br><strong>Corsi là, lo sentii, lo fiutai.</strong><br><strong>Così sei Tu –, orecchio, vento, labbra,</strong><br><strong>così è, per te, questa: forma.</strong><br><strong>Oh… Sibila, Circe ruggente, allarga le cosce.</strong><br><strong>La tempesta geme e grida.</strong><br><strong>Grida, tu, grida! Senza tutto, senza battaglia, carezza l’aria.</strong><br><strong>Innalza un monte, accresci presto rovi maligni.</strong></p>
<cite><strong>(<em>Anarchist</em>, Anarchico)</strong></cite></blockquote>



<p><strong><em>Giulio Solzi Gaboardi</em></strong></p>



<p><em>*Si riportano per i primi due brani dal diario del carcere le traduzioni di Claudio Groff in “Egon Schiele: Ritratto d’artista”, per Edizioni SE, che raccoglie i principali scritti di Schiele. Le poesie di Schiele sono raccolte anche nel volumetto “Io eterno fanciullo” di Edizioni Studio Tesi nella traduzione di Silvia Alfonsi, pubblicata all’inizio degli anni ’90, e ormai quasi introvabile. Per le poesie riportate in questo articolo ho scelto di produrre una nuova traduzione direttamente dal tedesco, con l’intento di valorizzare gli intenti poetici di Schiele senza tradirne gli aspetti linguistici.</em></p>
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		<item>
		<title>Niente sesso, siamo letterati. I Vittoriani sono più estremi di Pornhub</title>
		<link>https://www.pangea.news/sesso-scrittura-corpo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jul 2022 04:10:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[eros]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura erotica]]></category>
		<category><![CDATA[Pornhub]]></category>
		<category><![CDATA[sesso]]></category>
		<category><![CDATA[The Rodiad]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Domenica scorsa su “la Lettura”, si è parlato – diciamo così – di sesso. Titolo anodino, fiacco, “Le parole per dirlo”, per dire di un tema vecchio come il mondo: “raccontare il sesso”. Nicola H. Cosentino parte da un antico saggio di Douglas Bush, Sex in the Modern Novel – pubblicato nel 1959 sul “The [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Domenica scorsa su “la Lettura”, si è parlato – diciamo così – di sesso. Titolo anodino, fiacco, “Le parole per dirlo”, per dire di un tema vecchio come il mondo: “raccontare il sesso”. Nicola H. Cosentino parte da un antico saggio di Douglas Bush, <em>Sex in the Modern Novel</em> – pubblicato nel 1959 sul “The Atlantic” – dicendoci che “il sesso è l’unica sfera della vita in cui contribuiamo a qualcosa di universale rivendicando <em>come tutti</em> un desiderio individualista”. Gli esempi addotti dall’articolista – i libri di Francesco Pacifico, Viola Di Grado, Valentina Della Seta, Lillian Fishman <a href="https://www.corriere.it/la-lettura/22_luglio_22/letteratura-arte-cinema-la-lettura-ritorno-dell-erotismo-45b6c86e-09c5-11ed-8f44-5a1d0a96058f.shtml" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>e altri che leggete qui</strong> </a>– non mutano il <em>clima</em> letterario complessivo: la <em>liberazione dei costumi</em>, diciamo così, ha ingabbiato la scrittura del corpo in una specie di vergine di ferro. Nella civiltà di pornhub e di instagram, del corpo esponenzialmente esposto, fotografato, cliccato, sfatto, artefatto, elaborato, ossesso, disinfettato, depilato, limato, il corpo è invisibile, invitto, infine sconosciuto. Nessuno sconfina oltre il ritocco, la palestra serve a badare la superficie, per fingere che <em>tutto</em> sia lì. Pare una gnosi a contrario: privi di anima, depravati, idolatriamo la materia purché sia intatta, fotogenica, esatta. I <strong>corpi che ci vagano intorno, mascherati, con o senza mascherina, sono come fette di pollo sotto plastica, gli hamburger impacchettati nei reparti refrigerati del supermercato:</strong> qualcosa di risolto, depurato, che non è più carne.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="675" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/61WgckCel9L-675x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92065" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/61WgckCel9L-675x1024.jpg 675w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/61WgckCel9L-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/61WgckCel9L-600x910.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/61WgckCel9L.jpg 712w" sizes="(max-width: 675px) 100vw, 675px" /></figure>



<p>I corpi, oggi, non sono più <em>carnali</em>. Sono corpi privi di carne.</p>



<p>Di fatto, siamo sotto assedio di corpi già risorti, intoccabili, che dunque non avranno alcun riscatto nell’al di là, pura putrefazione, merce per vermi.</p>



<p>Allo stesso modo, poiché il corpo è tutto e, cristianamente, esige la ferita – che è sempre feritoia verso gli altri mondi – e il sangue, il calvario e la passione, l’unzione e l’effrazione, <strong>la scrittura del corpo resta esangue, adatta a questa editoria vegana, socialmente utile, per lettori-vampiri senza denti</strong>, semmai bavosi. Il corpo si immagina, il sesso si fa sotto i riflettori, riflettendo; l’arcano è lontano, il mistero svanito, gli umori evaporati: oggi ci si scopa scopando un altro, accessorio.</p>



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<p>È affascinante, a pensarci, questa sottrazione del corpo dalla letteratura; <strong>il tempo presente ha fatto della sessualità una questione partitica, per bassi coprofagi parlamentari:</strong> si denuncia tanto <em>aperto</em> verso le <em>diversità</em> da rivelarsi ultrapuritano nel gesto letterario, dove il sesso resta un tabù, l’abiezione è indecente, indegno scrivere con libertà trinitaria di alcova e latrina. Il corpo, perciò, è affare del tutto <em>politico</em>, mai <em>scritto</em>: poiché ciò che si inscrive esiste senza esitazione, assale, sessuato, divora – <strong>e tutti, in fondo, preferiscono la <em>giusta causa</em> alla messa in questione del <em>giusto</em>. &nbsp;</strong></p>



<p>Per questo, quando scrivono di sesso, genericamente, i contemporanei sono grotteschi, riducono l’atto a mera evidenza biologica, o a statuaria d’accatto di corpi finti, pupazzi in amplesso, roba da sega mentale, che pena. Eppure, non si scrive altro che il corpo, il corpo astrale della Sulammita, quello sprecato e claustrale della monaca manzoniana; il corpo speziato di Circe e quella spazzato di Arianna; il corpo incestuoso di Giocasta e quello recluso nel desiderio di Ikuko, protagonista de <em>La chiave</em>, magistrale romanzo di Jun’ichiro Tanizaki; quello di brama brumosa della <em>Lupa</em>, i corpi inerti delle “belle addormentate” di Kawabata e quelli esagitati della <em>Passio</em> di Giovanni Testori. Ma questo è un paese che ha terrore di pubblicare le pagine più violente di Marcel Jouhandeau, autore per cui il corpo è un sacrario da dissacrare, conserva l’insania del rito, entità feroce dell’ostia, nel solco della conturbante mistica femminile (Angela da Foligno, Veronica Giuliani, Louise du Néant) e della narrativa epistolare del Settecento francese (Julie de Lespinasse, Mademoiselle Aïssé, Madame de Sévigné&#8230;), <strong>dacché non c’è distanza tra cortigiane e novizie, tra intrighi di corte e preghiere nel chiostro, tra dissipazione e redenzione.</strong> Questo è un paese che preferisce il confortevole Haruki Murakami – strano, lunare, esotico, mai perturbante – all’osceno Ryū Murakami, autore di un romanzo di torbida violenza, <em>Tokyo Decadence</em>, un tempo stampato da Mondadori, da tempo introvabile.  </p>



<p>Che tempo strano, questo: tutto è possibile, dunque tutto è sotto censura. Svaginare il corpo, sconfinare nello sputo, fare speleologia nel tabù non va bene, la carne resti immacolata, la crioconservazione preserva dal massacro del tempo un corpo già morto. Desideriamo, chissà, carne in cui specchiarci, adesiva a una cronica idea di anima, al dettaglio, da acquistare – non più da acquisire.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="716" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/ShungaPoemofthePillow-Kitagawa-Utamaro-1024x716.jpg" alt="" class="wp-image-92066" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/ShungaPoemofthePillow-Kitagawa-Utamaro-1024x716.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/ShungaPoemofthePillow-Kitagawa-Utamaro-300x210.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/ShungaPoemofthePillow-Kitagawa-Utamaro-768x537.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/ShungaPoemofthePillow-Kitagawa-Utamaro-600x420.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/ShungaPoemofthePillow-Kitagawa-Utamaro.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Così, i vecchi vittoriani, eredi di una cultura della forma, del sospetto reciproco, della vergogna sotto il tappeto, rischiano di rivelarsi, in letteratura, molto più liberi e libertini di noi che apparteniamo all’era del culo all’aria. Piccolo esempio ovviamente inedito nell’Italia dell’inedia letteraria. John Camden Hotten, eccentrico editore londinese che divulgò in Albione le opere di Walt Whitman, Mark Twain, Bret Harte e Ambrose Bierce, aveva una passione per i libri proibiti. Pubblicò, per dire, le ballate di Swinburne accusate di indecenza. Il suo capolavoro, tuttavia, è la stampa del poemetto erotico <em>The Rodiad</em>, nel 1871, specie di manifesto dell’arte della flagellazione. Per sviare i paladini del buoncostume, l’editore retrodatò il canzoniere al 1810, conservando l’anonimato dell’autore. Si accesero polemiche, pulviscolari, e <em>The Rodiad</em>, ancora oggi, pur nella replica del tema erotico – godere attraverso il dolore, subito o inferto – resta uno dei libri ‘proibiti’ della letteratura inglese.</p>



<p><strong>Lo ha scritto Lord Houghton, ovvero Richard Monckton Milnes (1809-1885), rispettabile aristocratico, uomo politico, amico di John Henry Newman, di Alfred Tennyson e di Ralph Waldo Emerson. </strong>Padre di tre figli, aveva imbracciato la causa femminista; per anni tentò – senza successo – di sedurre Florence Nightingale. Uomo retto, rispettabile, indignato, aveva scritto una biografia letteraria di John Keats; la sua collezione di testi erotici era di tale entità e importanza che la donò, perché fosse custodita e ampliata, alla British Library. Ah, la divina contraddizione, le personalità sdoppiate, l’angelo che si deforma in demone&#8230;</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>The Rodiad</em></strong></p>



<p><em>[frammenti da un canzoniere erotico]</em></p>



<p>Sono maestro della buona vecchia scuola<br>uno che ama ascoltare la vera musica:<br>il ragazzo potente, coraggioso, che implora pietà –<br>la mia misericordia è tale che mi accontento<br>soltanto quando le sue braghe, calate, sono lorde di sangue –<br>non c’è godimento più vasto<br>che ammirare le contorsioni di un flagellato<br>quando i lunghi bastoni sferzano<br>le cosce o le fruste galvanizzate dalla cera<br>raffinano le chiappe, tatuano i fianchi.<br>Non esiste disciplina maggiore<br>a questa mi attengo con gioia.</p>



<p>*</p>



<p>La monella mi stringe le ginocchia<br>chiede perdono mentre la piccola pipa<br>sconfina sulle sue gambe pallide.<br>Per anni la mia sopraffina gioia<br>è stata flagellare la mocciosa sedicenne –<br>cavalca mostrando la suprema geometria<br>del dorso robusto; il mio John la piglia,<br>sorride, sperimenta i limiti e le torsioni<br>delle ragazze ribelli.<br>Alcuni maestri usano il cavallo di legno<br>a cui legano la preda: la carne si strazia<br>ma il marchingegno, in realtà, terrorizza.</p>



<p>*</p>



<p>Ridicoli sposi che nel sonno notturno<br>immaginano ciascuno il proprio cucciolo<br>dispettoso incatenato, denudato, che grida aiuto!<br>Non amo fantasticare – anelo alla furbizia<br>della carne che s’inginocchia e fugge – lo scandalo<br>che vibra di paese in paese.<br>Attieniti alla bestia vivente – alla ribelle<br>che aumenta la tua eccitazione:<br>bella come una betulla, rapace, con il culo al galoppo;<br>ecco cosa significa per me “venga il tuo regno”.<br>Non avere remore – molla lo sposo fidato<br>dimentica il pudore nella stanza nuziale, claustrale. &nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Cosa? Una vergine, muta di paura –<br>le farò perdere le ansie da scolaretta;<br>la educherò con dolcezza e lei porterà<br>la colpa per una settimana, forse meno,<br>quando due verghe le si contorceranno<br>addosso, spezzandola.<br>Tutta la scuola si rallegrerà ammirando<br>la giovinetta gloriosamente benedetta.<br>Il terzo è un dilettante – lo devo provare.<br>Qualcuno cinguetterà, ho peccato!<br>La pelle è dura, il culo è piccolo:<br>la vittoria non mi darà soddisfazione.</p>



<p>*</p>



<p>Chi, per sua lussuria, usa i miei alberi,<br>si approfitta delle mie betulle.<br>Il culo, così, è il fine naturale<br>cui tendono le colpe o i fallimenti domestici –<br>errori, rotture, perdite, grandi e piccole,<br>sulla vile carne si disintegrano –<br>Il ragazzo con la frusta assolve tutti.<br>Qualsiasi uomo scornato dai rimproveri del padrone<br>sfoga sul culo di Billy la propria amara bile;<br>qualunque cameriera dileggiata dalla padrona<br>lo prende a pugni, lo sculaccia, finché la sua<br>rabbia non si frena: strani uomini quelli che<br>risolvono le proprie disgrazie sul culo altrui.</p>



<p>*</p>



<p>Ha abbastanza piaceri da fare impazzire un santo –<br>decine di splendide mogli davanti ai suoi occhi<br>per castigare il culo di un’intera discendenza;<br>è curioso come riesca a trovare il tempo per scrivere,<br>frustare e fottere giorno e notte – bei tempi –<br>ben prima della spazzatura filantropica – &nbsp;<br>quando le carceri risuonavano di frustate<br>e ogni mattina incrociavi un noto ladrone<br>che gettava urla, legato al carro, per strada,<br>benedetto dalle grida gioviali della folla festante<br>che incoraggiava il carnevale del boia.</p>
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		<title>“Ci sono uomini spregevoli… e i poeti”. Il poeta &#038; le donne: un monologo</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jun 2021 04:39:33 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<category><![CDATA[Diana Mazon]]></category>
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		<category><![CDATA[Messico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ramón López Velarde è tra i grandi poeti latinoamericani, il “poeta nacional” del Messico – medaglia, in verità, solare quanto vaga, di cui il poeta si sarebbe liberato per il gusto. Avvocato, appoggiò le riforme di Francisco Madero; fu, nel 1915, per una manciata di giorni, Segretario dell’Istruzione pubblica del suo paese. Tuttavia, aveva il [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ramón López Velarde è tra i grandi poeti latinoamericani, il “poeta nacional” del Messico – medaglia, in verità, solare quanto vaga, di cui il poeta si sarebbe liberato per il gusto. Avvocato, appoggiò le riforme di Francisco Madero; fu, nel 1915, per una manciata di giorni, Segretario dell’Istruzione pubblica del suo paese. Tuttavia, aveva il viso dell’ispirato: passò parte dell’adolescenza in seminario, era propenso alle passioni impossibili, fece dell’eros il caos, una specie di religione australe. La sua prima raccolta, <em>La sangre devota</em>, è del 1916; i toni civili, in lui, si misurano a quelli cosmici. Ispirò generazioni di poeti, Velarde: muore un secolo fa, il 19 giugno del 1921, a Città del Messico.<a href="https://www.raffaellieditore.com/antologia_poetica" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> In Italia è pressoché sconosciuto: nel 2016 Emilio Coco ha curato una sua <em>Antologia poetica</em> per l’editore Raffaelli.</a> “Letras Libres”, autorevole testata di laggiù, ha dedicato un numero speciale a Velarde, <em>el poeta nacional imposible</em>. L’aggettivo <em>imposible</em>, va da sé, tortura ed emoziona. <a href="https://www.letraslibres.com/mexico/revista/los-minutos" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Tra i testi raccolti nella rivista, il più intrigante è un monologo, <em>Los minutos</em>, scritto da Pablo Sol Mora:</a> si inscena la passione totale, squinternata, lunare, fatale del poeta per le donne. Qui ne proponiamo l’ultima parte, nella traduzione di Diana Mazon.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-86353 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/06/Portada-mex-1000-239x300.jpg" alt="" width="409" height="516" /></p>
<p>***</p>
<p><strong>Signore, lasciate che vi dia un consiglio disinteressato: non fidatevi dei poeti. Sono falsi, simulatori, bugiardi. E della peggior specie: quelli che credono alle proprie bugie. </strong>Giureranno amore eterno, costanza e fedeltà. Interpreteranno perfettamente il loro ruolo di amanti fermi e infelici, verseranno lacrime se necessario, e anche se non lo fosse. Si commuoveranno dal loro stesso pianto e alla fine non sapranno se piangono più per sé stessi che per voi. Un cuore così tenero, una passione così estrema, un dolore così profondo! Com&#8217;è nobile l’uomo capace di tanti sentimenti e così violenti!</p>
<p>E non sarà soddisfatto del sentimento, ovviamente, ma lo farà suo mestiere. Si sentirà ancora più nobile! Leggendo i suoi stessi versi si commuoverà fino all’indicibile e, se in qualsiasi momento lo assale qualcosa di simile alla vergogna per aver usato voi e la passione che avete ispirato, gli passerà presto, non affrettatevi pensando che tutto rimarrà nell’ara superiore del Arte, anzi, scriverà anche di quella vergogna, accusandosi istrionicamente, e poi sarà doppiamente commosso. Quanto coraggio, quanta sincerità, quanta contrizione da sfoggiare in questo modo!</p>
<p>Amiche mie, ascoltatemi, ci sono uomini spregevoli, e poi ci sono i poeti. Sappiate una volta per tutte, nel caso siate così sfortunate da imbattervi in uno, il poeta ha un unico ed esclusivo interesse amoroso: sé stesso e la sua opera. E se lo è veramente, non permetterà che niente e nessuno si frapponga tra lui e lei, e sacrificherà tutto e tutti, voi per prime. E quando il rito sarà finito, si laverà il sangue dalle mani come se niente fosse.</p>
<p>Se il poeta, inoltre, è un po’ dongiovanni, attenzione. Il dongiovanni non è tanto l&#8217;uomo che si innamora di molte donne, ma l&#8217;uomo di cui molte donne si innamorano. In alcune occasioni agirà come un carnefice senza rimorsi, le sedurrà e le abbandonerà senza battere ciglio. In altre, meno frivole, riuscirà, con un minimo di astuzia, a farsi lasciare da voi, anche se non volete. È l&#8217;apice dell&#8217;arte del poeta seducente: avrei voluto, ma&#8230; era impossibile, è il mio destino essere solo, porterò questa croce&#8230; in più potrà recitare il ruolo dello sventurato che, ovviamente, utilizzerà per nuove seduzioni. Attirerà l&#8217;attenzione di nuove vittime. Guardate come ha sofferto questa magnifica creatura! Quale terribile sventura nasconde? Sarò forse io quella che potrà capirlo e confortarlo?</p>
<p>“Avevo, nell&#8217;entroterra, una ragazza molto povera&#8230;”.</p>
<p>Falso! Non era affatto povera, il povero ero io. È vero, sì, veniva dall&#8217;entroterra. Il suo nome era Maria. Era la figlia di un minatore le cui gemme più preziose erano gli occhi delle sue figlie. L&#8217;ho incontrata nella Plaza de Armas della città. Bastò uno sguardo perché lo spirito dei suoi occhi penetrasse nel profondo del mio cuore. Dopo di che, non c&#8217;era più niente da fare. Cominciai, come al solito, ad assediarla. Lei, quasi una bambina, se ne rese subito conto e si divertiva con i suoi poteri appena scoperti.</p>
<p>Abitava vicino alla stazione dei treni e mi piaceva seguirla da lontano finché non la vedevo perdersi dentro casa sua e poi andare a vedere i treni arrivare e partire, tra campane e fischi. Passarono i mesi prima che ci incontrassimo personalmente. Sono andato nella capitale e qualche tempo dopo ho scoperto che avrebbe trascorso un periodo lì in casa di alcuni parenti. Individuato l&#8217;indirizzo ho rinnovato il mio assedio. Alla fine, un amico comune ci presentò e cominciai a frequentare la casa.</p>
<p>Maria era una brava ragazza: sana, sveglia e vivace. Le piaceva cantare, suonare il pianoforte, dipingere. Per qualsiasi uomo sarebbe stata la sposa e la moglie perfetta. Per chiunque, meno per il poeta. Una brutta sensazione, un vago istinto di conservazione le impedirono di fidarsi di me in tempo utile. Sembravo un bravo ragazzo, ma c&#8217;era qualcosa che non andava in me. Ci siamo visti mentre era nella capitale e poi è tornata nella sua città. Cominciammo, allora, a scriverci e così iniziò il tipo di rapporto per il quale forse sono meglio attrezzato. Il nostro è stato un amore epistolare.</p>
<p>Sapevo cosa Maria alla fine si aspettava da me. Sapendolo, e sapendo che non sarebbe mai successo, l&#8217;ho corteggiata a lungo, allontanandomi e avvicinandomi, come un pendolo indeciso. Non dirò che l&#8217;ho tradita perché sono sempre stato attento a non fare promesse, ma capisco che il solo rapporto continuo mi comprometteva.</p>
<p>Una volta, in merito al matrimonio di una sua amica, mi ha chiesto in una delle sue lettere cosa pensassi del matrimonio e dei figli. La mia risposta è stata brutale: “Signorina, non avrò mai un figlio. Lasciando da parte il resto, esporsi all&#8217;essere un genitore è qualcosa che non avrei mai il diritto di osare. Non potrei fondare un laboratorio di sofferenza, aprire una fonte di disgrazia, istituire un vivaio di sventura”.</p>
<p>Maria accusò il colpo in silenzio e non toccò più l&#8217;argomento nelle sue lettere, ma da quel momento in poi si aprì una spaccatura tra noi e, sebbene qualche tempo dopo tornassi nel paesino dove l&#8217;avevo incontrata e riprendessimo i contatti personali, qualcosa si era irrimediabilmente rotto. Lasciarsi è stato quasi una formalità. Non ci si lascia mai il giorno dell&#8217;addio, ma prima, forse sin dall&#8217;inizio. Amare è cominciare a separarsi e l&#8217;ultimo giorno è solo il colpo di grazia.</p>
<p>Era dicembre, il mese propizio ai finali. Avevamo fatto una passeggiata e l&#8217;ho riaccompagnata a casa sua, vicino alla stazione. Come sempre, chiacchieravamo fuori casa, ma sopra di noi, come una nuvola grigia, aleggiava un inquietante presentimento. La notte era fredda ed entrambi sapevamo che era l&#8217;ultima. Maria, fedele al suo personaggio, ha cercato di alleggerire l&#8217;atmosfera con battute e scherzi. “Non è poi così male, poeta”, mi disse, cercando di nascondere la sua tristezza. “Il poeta è il primo amore di molte, ma l&#8217;ultimo di nessuno, no?”. Feci un sorriso amaro e annuii. In lontananza, i cani ululavano.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-86355 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/06/frida-13-300x236.jpg" alt="" width="590" height="464" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/frida-13-300x236.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/frida-13-768x605.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/frida-13.jpg 1000w" sizes="(max-width: 590px) 100vw, 590px" /></p>
<p><strong>Adesso parliamo di loro, compagne della mia vita: le baccanti, le naiadi, le satire. Ho cominciato ricordandone una – la ragazza preoccupata per la mia paternità – che era più una suora di carità che un’odalisca, ma ce ne sono di tutti i tipi.</strong> Alcune sono vere vampire, donne serpente, capaci di succhiare un uomo fino a prosciugarlo; altre, benigne, quasi materne, dispensatrici di delicate cure. Le benedico tutte e maledico coloro che, appollaiati sul tribunale della superiorità morale, le esecrano o le compatiscono. E non parlo solo delle signore e dei signori che per prudenza o ipocrisia li censurano gravemente, ma anche di quelle anime caritatevoli che cercano di riscattarle. Nessuno è nessuno per redimere nessuno.</p>
<p>Ricordo la prima volta che entrai in un tempio di Venere nella capitale. Dovete capirmi: un provinciale, un ex seminarista. Quell’atmosfera equivoca di luci soffuse, musica, alcol, spalle nude e pelle luminosa produceva in me un misto di orrore e fascino. L&#8217;orrore durò circa tre minuti e mezzo, poiché bastò bere un sorso di brandy e che la prima cortigiana che si avvicinasse per rendermi conto che da quel momento in poi sarei stato un fedele devota della dea.</p>
<p><strong>Amici, lo confesso: sono stato un’idolatra del corpo femminile, dalla testa ai piedi.</strong> Delle sue gambe tese e formose come quelle di un giaguaro; delle sue cosce morbide e lisce; dalla vita aggraziata, brama per le mie mani; dai seni, frutti rigogliosi; capelli aromatici; dalla bocca avida ed erotica; delle labbra carnose come la polpa di un frutto proibito, e dello scorpione, che con il suo pungiglione ipnotico mi attira nella sua caverna. Amiche, vi porterò sempre con me, vi prego, non dimenticatemi. Per alcune bisognerà pagare un prezzo extra, in sangue e metallo liquido. È il battesimo di Venere e solo i deboli di cuore indietreggeranno, spaventati. Bisogna accettare le spine se si cerca la rosa e, se necessario, farne una corona e soffrirla in fiero silenzio.</p>
<p>Se di tutte le ninfe dovessi sceglierne solo una, quale sarebbe? Quella con la cicatrice sulla coscia, quella con gli occhi azzurri, quella che sapeva di muschio, la rossa di terre lontane? No, dovresti essere tu, Dalia – non ho mai saputo il suo vero nome – più pantera che donna, dea e animale allo stesso tempo. Ci siamo subito riconosciuti nella penombra di un salone, attratti da quel misterioso magnetismo dei sessi. A volte succede così: basta incrociare uno sguardo, un gesto, un leggero tocco, per intuire subito l&#8217;affinità dei corpi. Non hai quasi bisogno di parlare. Mi disse che aveva ventun anni e che veniva da un paese vicino alla capitale. Era mora, con i capelli corvini e nei suoi lineamenti trasparivano quelli delle sue nonne indigene con un misto di arabo e spagnolo, una specie di huri azteca. Sembrava uscita da un dipinto dell&#8217;amico di Herrán. Aveva anche i due segni inconfondibili della voluttà: le palpebre leggermente cadenti e il labbro inferiore grosso carnoso.</p>
<p><strong>Insieme abbiamo conosciuto il piacere e l’abisso, l’estasi e la vertigine. Il suo corpo – che notte dopo notte mi sforzavo a decifrare, come un indemoniato, solo per ritrovare intatto il suo mistero quella dopo – era diventato un doppio geroglifico, di gioia e di morte.</strong> Nell&#8217;istante supremo in cui il sé si disintegra, si intravedono totalità e distruzione, pienezza e dissoluzione. Il tempo sembra fermarsi e galleggiamo momentaneamente nel vuoto senza tempo. Ma è solo un&#8217;illusione, perché subito si torna al letto del fiume dal quale è impossibile fuggire.</p>
<p>La sete di desiderio è però di quelle che non si placano facilmente e, sfiniti, si ricomincia alla ricerca di quella pienezza che, si sa, non arriverà mai. Questa è la nostra condanna, ma solo certi corpi ce la faranno vedere con tutta intensità e lucidità, quelli con i quali il desiderio di unione è più impellente. Dalia ha tenuto quella rivelazione per me. Centinaia di notti di furore e desiderio in cui, tra estasi e svenimenti, inseguivamo senza successo quella fusione perfetta che cercano gli amanti.</p>
<p>Un giorno Dalia scomparve improvvisamente, proprio come era arrivata. Invano la cercai disperatamente altrove. Una volta sono andato anche a cercarla nel suo villaggio alla periferia della città, ma non ho trovato traccia. Rassegnato, una parte di me respirò sollevata.</p>
<p>Il tempo stringe, ma devo ancora parlare di un’altra.</p>
<p>La conoscevo per scritto prima di conoscerla personalmente e non esagero se dico che mi sono innamorato di lei attraverso le sue parole, senza averla vista neanche una volta. Mi spiego: avevamo un’amica in comune e lei, conoscendomi, mi ha mostrato le lettere che aveva ricevuto dalla signora di cui parlo mentre trascorreva un periodo in Francia. Le lettere sembravano scritte da Atena, se la dea avesse scritto lettere, una moderna Atena non ancora in possesso della saggezza, ma alla disperata ricerca di essa. <strong>Rivelavano un’anima tormentata, perseguitata da dubbi metafisici ai quali cercava di rispondere in filosofia, poesia e spiritismo. Un’anima travagliata, assetata di eternità.</strong> Io, dalla mia dubbia fede, non potevo che guardare con stupore e ammirazione lo spettacolo di quello spirito lacerato. Pieno di fervore e di pietà, ho letto e riletto quelle epistole degne di un misticismo medievale.</p>
<p>Quando l&#8217;ho vista per la prima volta – in un parco, indicato da un amico medico che la conosceva da tempo – il suo aspetto mi confermò gli scorci della sua anima. I volti e, soprattutto, gli occhi, tradiscono la vita interiore. Ci sono volti e sguardi chiari e innocenti che rivelano che i loro proprietari non sono mai stati disturbati dall&#8217;accenno di un&#8217;idea o di un dubbio; altri, invece, mostrano subito le tracce di lotte interne. Il suo volto era pallido, ma non per il pallore di una debolezza non ancora nata, ma per ciò che rimane inciso dopo l&#8217;esperienza; la sua fronte, in certi momenti, mostrava le rughe di chi si è posto troppe domande senza trovare risposta e, i suoi occhi scuri, l&#8217;abisso della sua anima.</p>
<p>Scoprii che abitavamo nello stesso quartiere e che lei prendeva tutti i giorni il tram per andare a dare lezioni di Letteratura alla Scuola Normale. Ho iniziato una routine che è durata più di tre anni: ogni giorno che potevo, l&#8217;aspettavo alla fermata dell&#8217;autobus e facevo il giro del centro con lei, seduto a diverse file di distanza. Più tardi, se possibile, cercavo risalire sullo stesso tram. Non le ho mai parlato, l&#8217;ho solo guardata. A volte mi imponevo la punizione di non vederla per tre o quattro giorni, per abbagliarmi meglio quando l&#8217;avrei vista di nuovo. C&#8217;è un piacere squisito e morboso nella procrastinazione e nella distanza che la vicinanza e il possesso ignorano.</p>
<p>Un giorno, finalmente, le ho inviato una lettera con un bambino in cui spiegavo brevemente l&#8217;impatto che lei aveva avuto su di me. Non la rifiutò. Più tardi scoprii il numero di telefono di casa sua e una notte, facendomi coraggio, lo composi dall&#8217;ufficio, quando tutti erano già usciti. Non ero sicuro che avrebbe risposto lei, poteva rispondere uno dei suoi genitori o dei suoi fratelli, ma rispose lei. Sentendo la sua voce, rimasi paralizzato per un momento. Dopo aver pronunciato il suo nome, ho chiesto: “Sai chi sono?”, “No, signore”, rispose, esitando. “C’è qualcuno che è più interessato di me a parlare con te?, ho risposto: “c’è qualcuno che ti pensa più di me?”. Ci fu un silenzio che mi sembrò eterno e poi disse: “Signore, mi scusi, ma non so chi siete, non so chi parla”, e subito dopo riattaccò. Ma sapevo che lei sapeva.</p>
<p>Qualche settimana dopo, il mio amico dottore – l&#8217;unico che conosceva il mio segreto – mi disse che lui e sua moglie avevano organizzato un pranzo con lei in un albergo del centro, che potevo passare a una certa ora, e che me l’avrebbero presentata formalmente. Ho esitato un po’, ma mi sono presentato all’appuntamento. È stata una strana cerimonia, presentarci e fingere di non conoscerci, nonostante avessimo passato più di tre anni a dialogare in silenzio.</p>
<p>Dopo quell&#8217;incontro iniziò un altro dialogo, di un tipo che, a dire il vero, non avevo mai avuto fino a quel momento. Ho scoperto, per dirla semplicemente, un&#8217;anima simile alla mia, un&#8217;anima gemella. Parlava fluentemente di Baudelaire, Bécquer o Amado Nervo. Per la prima volta, tranne che con quei pochi amici, ho condiviso i miei progetti letterari con qualcuno; lei, a sua volta, mi ha parlato delle sue preoccupazioni spirituali.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-86356 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/06/Frida-Kahlo-Autoritratto-come-Tehuana-o-Diego-nei-miei-pensieri-1943-Olio-su-masonite-76x61-cm-300x169.jpg" alt="" width="733" height="413" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/Frida-Kahlo-Autoritratto-come-Tehuana-o-Diego-nei-miei-pensieri-1943-Olio-su-masonite-76x61-cm-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/Frida-Kahlo-Autoritratto-come-Tehuana-o-Diego-nei-miei-pensieri-1943-Olio-su-masonite-76x61-cm-1024x576.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/Frida-Kahlo-Autoritratto-come-Tehuana-o-Diego-nei-miei-pensieri-1943-Olio-su-masonite-76x61-cm-768x432.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/06/Frida-Kahlo-Autoritratto-come-Tehuana-o-Diego-nei-miei-pensieri-1943-Olio-su-masonite-76x61-cm.jpg 1230w" sizes="(max-width: 733px) 100vw, 733px" /></p>
<p><strong>Ci vedevamo di tanto in tanto da qualche parte vicino a casa sua, ma la maggior parte dei nostri incontri avveniva per telefono. So che può sembrare paradossale, ma in realtà era così: privi dei nostri corpi, le nostre anime comunicavano pienamente attraverso la tenue materialità della voce.</strong> Tra noi si era stabilito un piccolo rituale: io facevo tardi tutte le sere in ufficio e, quando non c&#8217;era più nessuno ed ero sicuro che tutti a casa sua fossero andati a dormire, facevo il suo numero. Lei, che aspettava la mia chiamata, faceva squillare due volte il telefono e poi rispondeva.</p>
<p>Invariabilmente il mio battito si accelerava quei pochi secondi che lei tardava in rispondere. Ansioso, come tutti gli innamorati, di fronte alla possibilità di un contrattempo, temevo che qualcosa le impedisse di rispondere, ma rispondeva sempre. Iniziavano quindi conversazioni che duravano ore e toccavano ogni argomento immaginabile. Che altro posso dire? Il rapporto continuo rafforzò l&#8217;amore, confermò l&#8217;affinità delle nostre anime e nel caso di chiunque altro questo avrebbe potuto essere l&#8217;inizio della felicità.</p>
<p>Il paradiso durò esattamente sei settimane. Poi – per una ragione che ho giurato di non rivelare mai – lei pose fine alla nostra relazione. “Lo capisco, ma non comprendo”, fu la mia unica risposta.</p>
<p>Non dovevo dubitare della fermezza della sua risoluzione, le cui origini risalivano a prima che apparissi nella sua vita, ma qualcosa intimamente mi diceva che con pazienza e perseveranza avrei potuto, forse, farle cambiare di opinione. Non l’ho fatto e a volte mi chiedo se io stesso non abbia desiderato segretamente questo risultato, se non c’è sempre stato qualcosa in me che cospira subdolamente contro di me. Non siamo noi, in fondo, i nostri peggiori nemici? Invece di agire con prudenza e cautela, ho precipitato tutto e ho finito per rovinarlo.</p>
<p>Settimane dopo, mi sono presentato a casa sua e ho chiesto di parlare con suo padre. Ho spiegato che avevo intenzione di sposare sua figlia. La sua sorpresa e quella di tutta la famiglia è stata capitale, perché nessuno sapeva della nostra relazione. <strong>Ha promesso di controllare con lei e sono tornato pochi giorni dopo per la risposta. Il no era definitivo. Quando questo finì, sapevo intimamente che la mia vita aveva appena preso la sua svolta finale, cruciale e irrevocabile</strong>, e che da quel momento in poi non ci sarebbe stato ritorno possibile.</p>
<p>Il tempo sta finendo. Espressione curiosa. In realtà, non è il tempo che sta finendo – il tempo non finisce mai – ma noi. Ed è il tempo che ci finisce. Dovrei dunque dire: finisco, se non sono finito già. Questi pochi minuti sono stati solo una concessione, un&#8217;ultima occasione per spiegare certe cose. Non so se ci sono riuscito, ma non credo che importi molto.</p>
<p>Di recente ho raggiunto l’età di Cristo. È l&#8217;età giusta, l&#8217;età dell&#8217;uomo, e superarla si dovrebbe considerare sempre un&#8217;aggiunta, un dono immeritato. Dopo di lei non ci succederà nulla di sostanzialmente nuovo e quello che abbiamo a 33 anni è il nostro vero volto, quello di chi siamo veramente. Il preludio era una stagione strana, di sogni e presagi. Qualche mese fa ho avuto un incontro infausto. Stavo uscendo dal teatro con un amico e siamo entrati in un bar per bere qualcosa. All&#8217;improvviso apparve un gruppo di gitane che offrivano i loro servizi. Superstizioso come sono, non avevo intenzione di accettarli, ma una di loro si fermò decisa davanti a me e mi fissò con i suoi occhi verdi. <strong>Senza rendermene conto, quasi contro la mia volontà, ho teso il palmo. Lei lo prese, auscultò attentamente e decretò: “Ami le donne, ma le temi. Hai paura di essere padre e non lo sarai mai”. Fece una pausa e, come leggendo una linea più attentamente, concluse: “Morirai asfissiato”.</strong> Rabbrividii, ritirai rapidamente la mano e corsi fuori dal bar. Fuori, mi sono ricordato che le donne che indovinano il futuro è perché hanno pianto nel grembo materno.</p>
<p>Nelle ultime settimane ho fatto più volte lo stesso sogno. È mattina presto, fa freddo e la città è completamente deserta, avvolta da una strana atmosfera, come sott&#8217;acqua. Non si sente nulla tranne, in lontananza, il richiamo alla messa di una chiesa. Io, che non so se sono vivo o morto, sto vagando per strade sconosciute e, all&#8217;improvviso, dietro un angolo, vedo lei, il mio primo amore, il viso coperto da un velo nero e le mani da guanti dello stesso colore. Non riesco a distinguerla bene, ma sono sicuro che è lei. Improvvisamente, spinto da uno strano vento, mi vedo al suo fianco. Lei allunga le mani, le prendo e per un attimo le raccogliamo tra il suo petto e il mio. Siamo finalmente insieme, per sempre, oltre il tempo, ma questa sensazione dura appena un minuto. Improvvisamente, un dubbio atroce mi assale e il sogno assume una sfumatura da incubo: le tue mani sono coperte di pelle o, sotto il panno, ci saranno solo ossa? I guanti, fortunatamente, mi impediscono di saperlo. Poco dopo, la visione svanisce.</p>
<p>La mia immaginazione, funerea ed egoista, mi ha rappresentato molte volte come sarebbe stata l&#8217;agonia delle donne che ho amato e se, prima di esalare l&#8217;ultimo respiro, avessero un pensiero per me. Oggi sono stato io a svegliarmi con uno strano sapore in bocca – respiro della tomba, erba amara, ultimo colpo di tosse – e una grande oppressione nel petto; non riuscivo a respirare. Oggi sono stato io a guardare il dolore e l&#8217;angoscia negli occhi di chi mi circonda. Oggi sono stato io a sentire fin dall&#8217;inizio che c&#8217;era qualcun altro nella stanza, che si sedeva sul mio letto e mi stringeva con le braccia, l&#8217;ultima e definitiva amante.</p>
<p><strong>Presto, dopo questi strani minuti di grazia tra la vita e la morte, scoprirò finalmente se c&#8217;è qualcosa o niente al di fuori della prigione del tempo.</strong> Non ho paura e spero che abbia ragione chi ha detto che gli uomini che hanno amato e sono stati amati dalle donne attraversano la Valle dell&#8217;Ombra con meno sofferenza e meno paura.</p>
<p>Voi rimanete qui ancora un po’, solo un po’ di più; pochi minuti, in realtà, perché tutto il tempo, i secoli dei secoli, gli anni, i mesi, le ore, sono proprio questo, pochi minuti. Qui, dove c&#8217;è ancora tempo.</p>
<p><strong><em>Pablo Sol Mora</em></strong></p>
<p>*<em>La traduzione italiana è di Diana Mazon</em></p>
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		<title>“L’amore non è un miracolo. È un’arte”. L’educazione dei sensi e dei sessi secondo Goliarda Sapienza</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Dec 2020 09:02:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’arte della gioia di Goliarda Sapienza (Einaudi) è un libro feroce che parla della vita partendo dalla carne, un libro immerso nel senso del tatto. Goliarda ci racconta la storia di Modesta, una donna che sopravvive a qualsiasi cosa. Modesta dentro di sé ha una furia che la abita, vuole vivere libera. L’arte della gioia [&#8230;]</p>
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<p><strong><a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-italiana/narrativa-italiana-del-novecento/larte-della-gioia-goliarda-sapienza-9788806189464/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>L’arte della gioia</em> di Goliarda Sapienza (Einaudi) </a>è un libro feroce che parla della vita partendo dalla carne, un libro immerso nel senso del tatto.</strong> Goliarda ci racconta la storia di Modesta, una donna che sopravvive a qualsiasi cosa. Modesta dentro di sé ha una furia che la abita, vuole vivere libera. <em>L’arte della gioia</em> è un libro che non vi tiene al riparo, non vi culla e non vi consola. Un libro fondamentale se volete conoscere tutte le sfumature dell’erotismo e della sessualità senza civetterie inutili, senza moralismi e soprattutto senza abbellimenti. Il sesso è un mezzo di conoscenza universale, dall’autoerotismo al rapporto omosessuale, al rapporto eterosessuale. Goliarda Sapienza ha scritto un manuale di libertà erotica, senza filtri e senza sconti. L’erotismo fatto male si paga, come si paga l’inesperienza.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="667" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/12/61pCiGpB1FL-667x1024.jpg" alt="" class="wp-image-81571" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/61pCiGpB1FL-667x1024.jpg 667w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/61pCiGpB1FL-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/61pCiGpB1FL-768x1179.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/61pCiGpB1FL-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/61pCiGpB1FL.jpg 851w" sizes="(max-width: 667px) 100vw, 667px" /></figure>



<p>Prima pagina: Modesta ha quattro o cinque anni, ha una sorella maggiore mongoloide che urla e si strappa i capelli ogni volta che la madre si allontana. “Per anni l’avevo sentita urlare così senza badarci, sino al giorno che, stanca di trascinare quel legno, buttata in terra avvertii a sentirla gridare come una dolcezza in tutto il copro. Dolcezza che in seguito si tramutò in brividi di piacere, tanto che piano piano, tutti i giorni cominciai a sperare che mia madre uscisse per poter ascoltare, l’orecchio alla porta dello stanzino, e godere di quegli urli. <strong>Quando accadeva, chiudevo gli occhi e immaginavo che si lacerasse la carne, si ferisse. E fu così che seguendo le mie mani spinte dagli urli scoprii, toccandomi là dove esce la pipì, che si provava un godimento più grande che a mangiare il pane fresco”.</strong> In questo estratto c’è il seme di tutto il libro. Dal dolore al piacere il passo può essere molto breve, è comunque un salto che si deve fare se si vuole superare il pregiudizio. Le urla disperate e anormali della sorella erano state per anni un sottofondo al quale non prestava più attenzione, poi in modo impercettibile qualcosa è cambiato, l’urlo è comunque un atto di decompressione, liberiamo il suono per toglierci un dolore, l’urlo diventa piacere. E cosa c’è di meglio che immaginare la sorella mongoloide, deforme e sempre riempita di carezze dalla madre che si ferisce da sola, che esterna il dolore non solo nel pianto, la sorella preferita che soffre. Ma il sesso è una cosa sporca, il piacere ha sede dove si urina. E Modesta scopre che toccarsi proprio lì è molto meglio che mangiare pane fresco.</p>



<p><strong>Goliarda Sapienza inizia così il suo libro, col dolore che è strettamente connesso al piacere e col piacere che si trova in un luogo sporco. Questo libro sarebbe da leggere per ricominciare a guardare al sesso per quello che è, uno scambio di fluidi, di sudore, di umori, di odori. </strong>Ciò che abbiamo dentro esce, e non sempre è al profumo di roselline. Il sesso come ci hanno abituato a immaginarlo da alcuni decenni con la diffusione del porno è semplicemente utopia. I corpi sono perfetti, scolpiti dagli allenamenti, lisci e privi di segni, il sesso dove gli unici fluidi che vedete sono la saliva e lo sperma sembrano messi lì con il pennello. I pornoattori fanno acrobazie incredibili, orifizi che si aprono a comando. Tutto bellissimo, in una patina ovattata e argentea, non fanno fatica e dallo schermo non sentiamo nemmeno gli odori. <strong>Goliarda Sapienza non poteva saperlo ma ci riempie di sberle. <em>L’arte della gioia</em> è un libro che dovremmo leggere tutti, è uno schiaffo. Bisogna tornare all’erotismo quello vero, quello della conoscenza che dal mio corpo poi può andare al tuo.</strong> Se io non mi conosco, non posso conoscere l’altro.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="945" height="760" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/12/goliarda-sapienza-945x760-1.jpg" alt="" class="wp-image-81572" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/goliarda-sapienza-945x760-1.jpg 945w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/goliarda-sapienza-945x760-1-300x241.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/goliarda-sapienza-945x760-1-768x618.jpg 768w" sizes="(max-width: 945px) 100vw, 945px" /><figcaption>Goliarda Sapienza (1924-1996)</figcaption></figure>



<p>Modesta a cinque anni viene violentata dal padre. “Doveva scappare, ma la roccia lentamente si era arrovesciata su di lei e la schiacciava alle tavole del letto grande e il fuoco saliva. Tina gridava, ma nessun piacere le facevano quelle grida. Quell’uomo non la teneva sotto l’ascella, non l’accarezzava come Tuzzu, ma le tirava le gambe e le infilava, nel buco da dove esce la pipì, qualcosa di duro che tagliava. Doveva aver preso il coltello da cucina e la voleva squartare”. L’autrice non ci risparmia proprio niente, le cose stanno esattamente così, non troverete altre parole per descriverlo. Chi ha subito una violenza ve lo può confermare, la sensazione è quella. La roccia e il fuoco che sale, qualcuno che ti opprime da sopra, una lama che non esce più. Ma da questo Modesta continua a vivere, è una furia di vita.</p>



<p>La cura passa per la tenerezza e l’accoglienza, Modesta viene salvata e portata in un convento di suore. La cura però è spesso donna. “E se lei, sentendo che continuavo a tremare per paura che cadessi mi stringeva ancora a sé, il brivido si faceva così forte e lungo che dovevo serrare i denti per non gridare. Purtroppo non mi è più avvenuto così, senza nemmeno toccarmi, come siano a quel momento ero stata costretta a fare”. E qui Goliarda ci mostra l’altro lato dell’erotismo, quello che viene dalla dolcezza. La carne morbida dei seni di un’altra donna, la pelle più liscia, i peli morbidi sono uno specchio in cui poter affondare, in cui potersi conoscere. Ce lo dirà chiaramente più avanti, sarà Carmine a dirlo, il suo amante: <strong>“La verità è che quando trovi la donna giusta o l’uomo giusto, allora è di dovere intendersi. Il corpo uno strumento delicato è, più d’una chitarra, e più lo studi e più l’accordi all’altro, più diventa perfetto il suono e forte il piacere. (…) Che credi che sei la prima a passare all’inizio per mani di femmine? Niente c’è di male, figghia”.</strong> Goliarda Sapienza fa dire a un uomo adulto e siciliano che non c’è niente di male se la donna con la donna si conosce e si passa tra le mani il piacere. Infatti Modesta eserciterà l’erotismo e l’amore sia verso le donne che verso gli uomini, perché ci sono tenerezze e forme di simbiosi che solo tra le donne possono instaurarsi, e forme di passione che solo l’uomo può dare. Il sesso non sceglie perché l’amore non sceglie, è un fluido che va dove trova un altro fiume in cui gettarsi. “L’amore non è un miracolo, Carlo, è un’arte, un mestiere, un esercizio della mente e dei sensi come un altro. Come suonare uno strumento, ballare, costruire un tavolo”.</p>



<p>La vita di Modesta è impietosa e passa per tutte le tappe, anche per quella dell’abbandono: <strong>“Soffrì esattamente come tutti. Ma l’amore non è assoluto e nemmeno eterno, e non c’è solo amore fra uomo e donna, possibilmente consacrato.</strong> Si poteva amare un uomo, una donna, un albero e forse anche un asino, come dice Shakespeare. Il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire. Mentiva la parola amore, esattamente come la parola morte”. <em>L’arte della gioia</em> è un libro che svergogna anche le parole, le priva di tutti i moralismi imposti da secoli di dittatura clericale. Modesta apre le porte dei conventi, ciò che resta chiuso nasconde sempre una incoerenza. Questo romanzo riporta le parole al loro originale significato. Modesta è una Eva che ritorna all’albero e parla col serpente, lo sfinisce di domande, lo tira giù dal ramo.</p>



<p><strong>Goliarda Sapienza ha scritto un libro che è una cura, vi spurgherà da tutti i preconcetti e da tutte le resistenze. <em>L’arte della gioia</em> è uno slancio per riflettere su questa condizione immobile in cui siamo, abbiamo un’apparente libertà sessuale, pensiamo di aver raggiunto i traguardi più importanti.</strong> Ma dalla storia d’amore tra Modesta e Joyce impariamo che la donna è nemica alla donna e spesso non sta nella diversità il rischio. “Sei passata dalla loro parte, e il vecchio pregiudizio dettato dalla norma delle nostre madri e sorelle, in te si è mutato in odio per il tuo lato donna perché bene o male hai il seno e le mestruazioni, un odio tale da sterilizzare il tuo seno e il tuo ventre. (…) Fino a che individui come te andranno al macello per placare i loro sensi di colpa, la causa sarà persa in partenza. Non ho più nessuna fiducia in te, né in alcun eroe futuro come te”.</p>



<p><strong><em>Clery Celeste</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Egon Schiele, &#8220;L&#8217;abbraccio&#8221;, 1917</em></p>
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		<title>L’arte della dissipazione sentimentale. Sull’ultimo, liberatorio romanzo di Francesca Mazzucato</title>
		<link>https://www.pangea.news/mazzucato-la-collagista/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 17 Nov 2020 14:01:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Prima di abbandonarsi al profetico ritratto dei social media, durante la seduta in cui l’Università di Torino gli conferì la laurea ad honorem in “Comunicazione e cultura dei media” Umberto Eco disse anche «basta sbirciare tra i profili di marito e moglie (…) da lì si capisce se hanno amanti o relazioni stabili sovrapposte a [&#8230;]</p>
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<p>Prima di abbandonarsi al profetico ritratto dei social media, durante la seduta in cui l’Università di Torino gli conferì la laurea ad honorem in “Comunicazione e cultura dei media” Umberto Eco disse anche «basta sbirciare tra i profili di marito e moglie (…) da lì si capisce se hanno amanti o relazioni stabili sovrapposte a quelle ufficiali: prima si indagava nel posacenere delle auto, si infilavano le mani nella borsetta della fidanzata, al massimo tra i numeri chiamati dal telefono, <strong>oggi i social sono il buco della serratura delle cose che non intendiamo più nascondere». </strong>Poche, anzi pochissime. E in tempi di Covid anche meno, nel senso che pur volendo trovare il tempo non ci sarebbe il modo per coltivare relazioni clandestine. Ma soprattutto perché non abbiamo più pudore, più alcun interesse a nascondere ciò che andrebbe nascosto: tutto appartiene a tutti, con l’elementare conseguenza che niente è di nessuno.</p>



<p><strong>Di una relazione che non è di nessuno se non dei fantasmi che fatica a chiudere nell’armadio, scrive <a href="http://www.arkadiaeditore.it/la-collagista/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Francesca Mazzucato ne <em>La collagista</em> </a>(Arkadia, settima uscita della collana SideKar):</strong> romanzo agile – appena 116 pagine – scritto in una lingua nobile che rappresenta l’elemento più interessante dell’opera, accostando l’ossessione della carne a un dotto impianto lessicale. Avesse ceduto alle tentazioni del mercato, l’autrice avrebbe messo in fila suggestioni pornografiche, slogan da sexy shop periferici, appellativi di “giocattoli” autoconsolatori, invece il ricorso a un italiano distaccato e necessario, musicale ma ben governato, rende questo romanzo un altro felice esperimento della collana diretta da Mariela e Ivana Peritore e – da questo romanzo in poi – anche da Patrizio Zurru. «È stato Patrizio a chiedermi di scriverlo – ha confessato la Mazzucato – fosse stato per me, forse non l’avrei fatto. L’editoria mi attrae e mi respinge, come la relazione che ho cercato di raccontare».</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/La-collagista-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-81180" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/La-collagista-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/La-collagista-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/La-collagista-768x1151.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/La-collagista-1025x1536.jpg 1025w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/La-collagista-1366x2048.jpg 1366w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/La-collagista.jpg 1537w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p><strong>Tra le cosce di una “collagista”.</strong></p>



<p>Accettando il gioco degli specchi della scrittrice, <em>La collagista</em> presenta sé stessa solo a pagina 18, mentre per trovare il primo dialogo bisogna arrivare alla 50. A questi traguardi si giunge attraverso una scrittura che una dei curatori della collana, Mariela Peritore, vorrebbe «tatuarsi addosso» per limpidezza e generosità: <strong>«Cerco ancora un uomo che mi faccia desiderare il precipizio. Mi è capitato, tanto tempo fa. So che la crepa rimasta ha condizionato tutta la mia vita» scrive la Mazzucato</strong>, svelando l’universo dei collagisti col coinvolgimento di chi lo pratica in prima persona («Aggiusto il mio mondo risistemandolo come voglio, distruggendolo e ricomponendolo»). Lei stessa è un’affermata collagista, anzi da questa esperienza scaturisce un doppio significato – letterario e letterale – che fonde l’io narrante con quello dell’autrice in un’unica voce: la dissoluzione.</p>



<p><strong>L’arte della dissipazione sentimentale secondo me non appartiene agli italiani, salvo straordinarie eccezioni tra cui <em>Anonimo Veneziano</em> di Giuseppe Berto, <em>L’odore del sangue</em> di Goffredo Parise e soprattutto <em>Un amore </em>di Dino Buzzati.</strong> Ma quello che fa Francesca Mazzucato non è tanto raccontare una consunzione ma attraversarne le fibre, decifrarne le fasi, sublimarne il declino. Senza nichilismo e senza compiacimento masochistico, la Mazzuccato affronta l’annullamento del bene senza la banalità del bene, senza la leggerezza degli autori che (per contratto) sono costretti a dare una speranza ai Lettori. La Mazzucato non strizza l’occhio a nessun altro che non sia il suo boia. E lo fa con la furia di due romanzi europei che, almeno per chi scrive, hanno lasciato un segno: <em>Il danno</em> di Josephin Hart (da cui è stato tratto il film di Louis Malle) e soprattutto <em>Fine di un amore</em> di Catherine Texier, due libri diversi tra loro che parlano della stessa ossessione, dello stesso bisogno di ammalarsi di qualcosa per sopravvivere a qualcuno. <strong>Questa la missione de <em>La collagista</em>, non digerire un abbandono ma tracheotomizzarlo per cercarne le ragioni, non spiegarsi un addio ma individuarne il dna nel fazzoletto su cui sono rimaste le lacrime.</strong></p>



<p>Costruito come un puzzle a furia dei continui rimandi nel tempo e negli spazi (molto mitteleuropei, come città e atmosfere), i personaggi giocano a nascondere luoghi e identità come si faceva nelle relazioni clandestine di un tempo: oggi invece è tutto social, tutto pubblico, in quanto il mistero – forse la vittima più illustre dell’era digitale – ha abdicato in favore dell’ostentazione. Invece <em>La collagista</em> guarda dal buco della serratura, isola dettagli che in una relazione sanguinolenta fanno la differenza: «Molto spesso te ne andavi con la palla in bocca come fanno i terrier che non vengono addestrati bene». E da quella serratura, la Mazzucato guarda il baratro su cui con lucida consapevolezza ha accettato di danzare: «Con lui non cadevo, ero come uno strumento in attesa di un suono, arrivava e mi accordava al resto».</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="625" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/Hot-line-625x1024.jpg" alt="" class="wp-image-81181" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/Hot-line-625x1024.jpg 625w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/Hot-line-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/Hot-line-768x1258.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/Hot-line-938x1536.jpg 938w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/Hot-line-1250x2048.jpg 1250w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/Hot-line-scaled.jpg 1563w" sizes="(max-width: 625px) 100vw, 625px" /></figure>



<p><strong>Un’autrice che avrebbe meritato più rispetto.</strong></p>



<p>Esplosa nel 1996 con <em><strong><a href="https://www.ibs.it/hot-line-storie-di-ossessione-libro-francesca-mazzucato/e/9788806140496" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Hot line. Storia di un’ossessione</a></strong></em> (Einaudi), Francesca Mazzucato ha conosciuto la rapida popolarità che in quegli anni divorava autori come soubrette televisive, consumandone a dozzine e sacrificandoli all’altare di una notorietà che – quasi mai – diventava percorso, strada e sacrificio condiviso. <strong>La Mazzucato avrebbe meritato più rispetto, non tanto e non solo umanamente ma soprattutto per il talento che le riconosco. «Ho amato A. per un anno e undici mesi, non lo vedo più da un anno e diciannove giorni, e tutto si potrebbe riassumere con numeri e date». </strong>Queste rincorse intorno all’abisso avvengono a Z. (chiamata proprio così nel libro, come se volesse castigare anche Zurigo), si avvolgono intorno a caffè e alberghi spesso defilati, dentro camere sfatte dal sesso spesso sadico e dalla solitudine più tagliente, si consumano dentro un quadro esistenziale complicato che l’autrice inchioda a una liturgia molto precisa: «Verrà da me, glieli mostrerò e rifiuterò ogni offerta, non tornerà a casa con i miei cuori, forse faremo l’amore e la mattina prenderò due pastiglie di <em>Ibuprofene</em> e un caffè doppio prima di mandarlo via». Sopprimendo la curiosità con cui, rivolgendoci all’autrice, le chiederemmo di tratti di scrittura troppo chimici per non sembrare autobiografici, restano i dubbi che componendo puzzle così confusi alla fine si ricostruisca la vita, che attaccando tasselli così diversi tra loro si ottenga un composto dall’aspetto antropomorfo. Il finale – quasi declinato a mo’ di diario – fa de <em>La collagista</em> un romanzo più che intenso, autentico, viscerale, in qualche modo conclusivo di un percorso (forse quello personale dell’autrice) che porta all’autoassoluzione “per non aver che amato”. Viene in mente, a leggere la disperazione di una prova così liberatoria come <em>La collagista</em>, il testo di una straordinaria canzone della tradizione napoletana scritta da Alessandro Sisca (1911): <em>Core ‘ngrato</em>. In cui, contrariamente a quanto si crede, le imprecazioni contro il sentimento non corrisposto (<em>core, core ‘ngrato, t’aie pigliato ‘a vita mia</em>) non sono dirette al cuore dell’amata ma a quello dell’amante, cioè a sé stesso. Forse il primo caso di autoflagellamento autoriale, in cui l’assenza di una motivazione plausibile diviene morbo, fatica, malattia.</p>



<p>Come si può spingere tutta questa profondità nell’imbuto dei social media, questa la vera dannazione che dovrebbe toglierci il sonno. Invece lo asseconda, quasi in beatitudine.</p>



<p><strong><em>Davide Grittani</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Hans Makart, &#8220;I cinque sensi&#8221;</em></p>
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		<title>“La Lussuria è la ricerca carnale dell’ignoto”. Da Valentine de Saint-Point a Valentina, elementi di futurismo dionisiaco</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2020 07:53:40 +0000</pubDate>
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<p><em>Die Rose ist ohne Warum. Sie blühet, weil sie blühet. Sie achtet nicht ihrer selbst, fragt nicht, ob man sie siehet</em>. Così, nel celebre <em>Pellegrino cherubico</em>, Angelus Silesius sintetizza la sapienza dell’abbandono, quella cifra costitutiva della tradizione mistica cristiana che il filosofo di <em>Sein und Zeit</em>, Martin Heidegger, ha contemplato e rimodulato nella sua opera speculativa. Prosa laica (certo non laicista) che si fa traduzione filosofica della verità (come disvelamento) della <em>Gelassenheit</em> – l’abbandono come “lasciar essere”, il distacco dal razionalismo e volontarismo egocentrati. “La rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce; non pensa a sé, non si chiede se la si veda oppure no”.</p>



<p><strong>La rosa è simbolo dell’innocenza dell’Origine, della sua manifestazione e pure della sua destinazione – la “candida rosa” della <em>Commedia</em> dantesca, sede delle anime del Paradiso –; allude, incarnandola, alla vertigine della purezza metafisica. Per il suo intimo rapporto col sangue versato è pure simbolo, come ben mostra Mircea Eliade, della rinascita mistica presente nelle metamorfosi:</strong> “È necessario che la vita umana si consumi completamente per esaurire tutte le possibilità di creazione o di manifestazione; se essa è interrotta bruscamente di una morte violenta, tenta di prolungarsi sotto un’altra forma: pianta, fiore, frutto”. Per questo, come simbolo di rigenerazione, veniva deposta sulle tombe dagli antichi Romani nella cerimonia di <em>rosalia</em>, nel mese di maggio.</p>



<p><strong>Eppure rosa – rosa rossa, soprattutto – è anche figura incendiaria della lussuria. Eros fattosi fiore, simbologia naturalizzata (o, viceversa, natura simbolizzata) dell’Opera al Rosso</strong>, la <em>coniunctio oppositorum</em> entro cui le antitesi si fondono nell’<em>Unum</em> – così come i sessi si fanno Due nell’Uno entro il parossismo estatico dell’orgasmo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/foto1-2.jpg" alt="" class="wp-image-79801" width="513" height="647" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/foto1-2.jpg 675w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/foto1-2-237x300.jpg 237w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/foto1-2-100x125.jpg 100w" sizes="(max-width: 513px) 100vw, 513px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong>All’approfondimento di questa dimensione intima della rosa rossa come essenza di un’inattuale metafisica erotica è dedicata la più recente pubblicazione dell’artista, studioso e docente Vitaldo Conte: <em><a href="https://www.ibs.it/dioniso-legami-lussuria-futurista-ebook-vitaldo-conte/e/9788835889359" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Dioniso Legami. Lussuria futurista</a></em></strong> (ebook TED, 2020). Nella prosa strabordante e dissipativa di Conte si sovrappongono sincreticamente alcuni elementi imprevisti di una metafisica dell’Eros che, nelle parole poetiche del saggio, attraversano, fra le altre, le figure di Valentine de Saint-Point (l’autrice del <em><strong><a href="https://it.wikisource.org/wiki/I_Manifesti_del_futurismo/Manifesto_futurista_della_Lussuria" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Manifesto futurista della Lussuria</a></strong></em>, del 1913), Marinetti, la Valentina di Guido Crepax, il marchese de Sade e il mago Aleister Crowley.</p>



<p>Senza dimenticare il futurista Italo Tavolato, il quale, proprio partendo dagli scritti della Saint-Point, dedica pagine radicali e provocatorie al tema del sesso, tanto ad affermare: “Sessualità è relazione vitale di tutto il nostro essere con l’universo. <strong>La relazione felice ci rende elastici e forti; la capacità di esprimerla ci rende artisti”</strong> (<em>Contro la morale sessuale</em>, 1913). La rosa rossa costituisce il <em>file</em> (<em>ça va sans dire</em>) <em>rouge </em>di queste biografie/opere intrise di arte/vita, al di là di ogni possibile dicotomia fra carnalità e spiritualità, realtà e immaginazione, vita materiale e letteraria. I confini sfumano nel dominio onirico della rosa rossa.</p>



<p>Al punto che Roberto Guerra, scrittore e poeta futurista, rileva nel suo contributo (inserito anch’esso in <em>Dioniso Legami</em>) l’affinità sotterranea eppure profonda fra l’archetipo erotico-desiderante approfondito da Conte e la figura mitografica di Moana Pozzi, “una futuristica precorritrice, come una Vestale o Sibilla ma dionisiaca, come una Geisha ma occidentale, la stessa innocenza provocatoria di memoria dannunziana…”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/foto2-2.jpg" alt="" class="wp-image-79802" width="647" height="464" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/foto2-2.jpg 640w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/foto2-2-300x216.jpg 300w" sizes="(max-width: 647px) 100vw, 647px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Il futurismo dionisiaco di Conte attraversa la Metafisica del Sesso di Evola per poi ibridarsi con la filosofia postmoderna del Novecento e con la sua attenzione alla corporeità. “Il desiderio – scrive Conte con piglio ermeneutico – è un fuoco che libera i testi della creazione dai limiti delle cornici e pagine, dei supporti e delle significazioni verbose. <strong>La pelle si può tramutare così in carta e pergamena, tela o partitura: da scrivere, di-segnare, suonare, dilatare in un estremo testo che vuole vivere fino alle proprie abrasioni”. </strong>Tatuaggi, segni, scritture e simboli sono incisioni della realtà dal sapore demiurgico, che ancora una volta richiamano ad Eros e invocano la corrispondenza silenziosa e misteriosa di visibile e invisibile. <strong>Lirico il caso, tematizzato nel libro, di Elisa Valdo, artista che negli anni Novanta esercita sul proprio stesso corpo la scrittura di lettere indirizzate al proprio amato: incide parole con inchiostro rosso sulla propria pelle, fino all’arrossamento, al limite della ferita. “Queste pagine – spiega la Valdo – sono i risvolti del mio sottopelle, le bruciature e abrasioni del desiderio, i segni delle vibrazioni interiori.</strong> Costituiscono un magma infuocato che, a un tratto, esplode, fuoriuscendo da me. Ho liberato il piacere imprimendolo su questo corpo di carta. La scrittura riveste il mio libro-pagina di carne, su cui poggio una morbida rosa con le spine. È rossa come la mia pelle lettera d’amore”.</p>



<p>È poi lo stesso Conte a entrare personalmente in una narrazione estrema di eros come desiderio tramite il proprio avatar letterario – Vitaldix –, nel rapporto, fatto di scambi, performance artistiche e happening simbolici, con i suoi alter ego femminili – le T Rose. Costoro, illustra la critica d’arte Lidia Reghini di Pontremoli, “usano spesso il velo simbolico della rosa rossa: novelle Baccanti permettono a Vitaldix/Dioniso di resuscitare, talvolta, i riti di passaggio (…). Vitaldix, estraniandosi dal ‘troppo umano’, si protende verso mondi sconosciuti fino a trasmutarsi poi in un avatar del desiderio, immerso in un ipercorpo mutante e pluridentitario”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/foto3-589x1024.jpg" alt="" class="wp-image-79803" width="522" height="907" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/foto3-589x1024.jpg 589w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/foto3-172x300.jpg 172w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/foto3-768x1336.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/foto3-883x1536.jpg 883w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/foto3.jpg 1000w" sizes="(max-width: 522px) 100vw, 522px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Conte/Vitaldix danza così con la rosa rossa, in un turbinio senza fine. Fra scrittura, performance, mondo della vita. Richiamando lo spirito futurista che si enuclea archetipicamente in Dioniso (evidente nell’interpretazione sapienziale e non più naturalista del dio, di cui sommo demiurgo fu Giorgio Colli) e risuona nelle danze estatiche – come in quelle tremende e indimenticabili che accendevano le notti fiumane.</p>



<p><strong>Rosa rossa, Futurismo in fiamme. Rosa rossa come coribantico ballo cosmico, fuoriuscita dal tempo lineare sotto il segno di Tersicore</strong> – Musa protettrice dell’arcaica eppure attualissima arte.</p>



<p><strong><em>Luca Siniscalco</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Valentine de Saint-Point (1875-1953)</em></p>
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