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	<title>amare Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Thu, 19 Nov 2020 14:07:30 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Il poeta trae crisalidi da pozzanghere. Scrive come dentro a un bosco – ma deve amare, amare, a rischio del rifiuto”</title>
		<link>https://www.pangea.news/giorgio-anelli-amare-poesia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Nov 2020 14:07:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[amare]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Amare, qualcosa o qualcuno. Aggrapparcisi con tutto te stesso. Come fosse follia, quell’osare. Amare. A rischio del rifiuto. Non, chiedere amicizia. Quella semmai verrà dopo: nella complicità dell’amplesso, tra la noia dell’abitudine, nelle difficoltà della vita. Desiderare il proprio bene o quello dell’altro. Avere a cuore ciò che ci caratterizza. Tenere al destino. Preferire o [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giorgio-anelli-amare-poesia/">“Il poeta trae crisalidi da pozzanghere. Scrive come dentro a un bosco – ma deve amare, amare, a rischio del rifiuto”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Amare, qualcosa o qualcuno. Aggrapparcisi con tutto te stesso. Come fosse follia, quell’osare. Amare. A rischio del rifiuto.</strong> Non, chiedere amicizia. Quella semmai verrà dopo: nella complicità dell’amplesso, tra la noia dell’abitudine, nelle difficoltà della vita. Desiderare il proprio bene o quello dell’altro. Avere a cuore ciò che ci caratterizza. Tenere al destino.</p>



<p>Preferire o preferirla. Dare la precedenza a una preferenza che è salvezza. Trasformare la tua passione in ossessione: in una professione. Pur non ricevendo alcun compenso. Roba da matti&#8230; O, senza nemmeno essere ricambiati.</p>



<p><strong>Credere nel sogno che non è illusione. Andare, come Huysmans, controcorrente. Amare l’ostinata fatica che vince ogni cosa.</strong> Tamponare, piuttosto, l’irrisolvibile; passargli sopra, investirlo con rabbia &amp; con amore. Lamentandosi il meno possibile. Più che altro, mordere! Litigare, farla fuori! Non farsi prendere per il naso. Tuffarsi, d’altronde, con una muta bucata nel buio del mare.</p>



<p>Quindi, riemergere. Voler bene a ciò che sei. Ripensare ogni tanto alla tua storia. Non dimenticarsi mai da dove si viene. Allora scrivere (<em>pardon</em>, leggere e scrivere) diventa il riscatto. No, tutt’al più si ritorna all’amore, all’amare; a quel godere che è puro piacere. Baciare la ferita ambita. Ripetere fino allo sfinimento, infinite volte, la gaiezza dello scatto!</p>



<p><strong>Non pensare, sparuto lettore, che vaneggi o che sia innamorato. Magari oserei entrambe le cose. Ma nulla può essermi concesso da chi non conosce la storia del poeta.</strong> E se anche ne fosse al corrente, non significherà arrecarmi vantaggio.</p>



<p>Poetare cavalcando la bestia. Non, illudersi. Scrivere cose mai banali, senza mai prendersi sul serio. È una parola!, tu dirai. Tu, che magari ambisci al medesimo destino&#8230;</p>



<p><strong>Eppure, senza mai aver avuto maestri, pur cercandoli. Senza né arte né parte. Autodidatta.</strong> Qualcuno mi dette credito, fin da subito, a occhi chiusi: un padre che ricordo ‒ eccome e a malapena ‒ per quei minuti particolari che fanno di lui la mia immensa ferita.</p>



<p>Allora di altri ricordi ricordo il solcare i sentieri del bosco nella notte estiva e invernale. Inventarne di nuovi, sopra la neve. Tornare persino da soli, in quei luoghi. Sì, ho avuto questa fortuna. Mentre ora, che tutto sta cambiando, gioisco del fatto di solcare la neve del foglio. Tentare di sopravvivere all’ovvio, inventando passaggi nuovi.</p>



<p><strong>Non ho più paura di essere dimenticato. L’ho già sperimentato. Scrivo per quelle quattro persone che tengono veramente a me. Altrimenti sarei altrove a sperperare.</strong> La poesia m’insegna tante cose. La poesia è anarchia clandestina.</p>



<p>La fortuna ‒ però, ricordavo ‒ di passare ore interminabili nei boschi, in tutte le stagioni del mondo. Il fato di essere stato ammantato di natura<strong>. Non so se avrò più occasione di stare in qualche paradiso. Ma ne ho conosciuto il senso. Ora capisci, amore quell’amore? L’emblema della giovinezza è l’inquietudine esposta al rischio. </strong>L’emblema dello scrivere è il fuoco che brucia nello specchio; là dove tutto quel che sei ‒ ossessioni e peccati compresi ‒ si riflette nella svolta di una scelta.</p>



<p>Poiché si sceglie nella vita. Si è chiamati a farlo. E, scegliendo, inevitabilmente, si verrà marchiati.</p>



<p><strong>Una volta stavo, le notti, tra i fitti alberi e gl’immensi massi: in compagnia, o solo. Vi ho vissuto tutti gli attimi, e gli spaventi. Perfino l’urlo. E ho camminato.</strong> Oh, quanto disperato ho camminato! Si stava soli anche allora. È da lì che ho imparato la coerenza di restare fedeli a qualcosa o a qualcuno.</p>



<p><strong>Il poeta trae crisalidi da pozzanghere. Scrive come dentro a un bosco.</strong> In lontananza, sente gli scrosci possenti delle cascate. Tutt’intorno, ha il timore di sbagliare. O la paura d’incontrare, più che la poesia, un orso. Che ci sorprenda almeno amati.</p>



<p><strong><em>Giorgio Anelli</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Andrew Wyeth, &#8220;Airborne&#8221;, 2002</em></p>
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		<title>“Uno sguardo normale, tra esseri umani sullo stesso pianeta, è raro come trovare un diamante per strada”: dialogo con Marina Cuollo</title>
		<link>https://www.pangea.news/marina-cuollo-intervista-antonio-coda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jan 2020 08:48:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[amare]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Coda]]></category>
		<category><![CDATA[disabili]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Marina Cuollo]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Sperling]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il libro si chiama “A Disabilandia si tromba” ed è edito dalla Sperling &#38; Kupfer. Lei si chiama Marina Cuollo, è napoletana e ha un fratello a cui non piace la mozzarella “Nemmeno quella di bufala. Già, già. Lo so cosa stai pensando: è una disgrazia terribile, e forse è solo pazzo”. Ci siamo incontrati [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marina-cuollo-intervista-antonio-coda/">“Uno sguardo normale, tra esseri umani sullo stesso pianeta, è raro come trovare un diamante per strada”: dialogo con Marina Cuollo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Il libro si chiama <a href="https://www.sperling.it/libri/a-disabilandia-si-tromba-marina-cuollo" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>“A Disabilandia si tromba”</strong> </a>ed è edito dalla Sperling &amp; Kupfer. Lei si chiama <a href="https://www.marinacuollo.com/about-marina-cuollo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Marina Cuollo</strong></a>, è napoletana e ha un fratello a cui non piace la mozzarella “Nemmeno quella di bufala. Già, già. Lo so cosa stai pensando: è una disgrazia terribile, e forse è solo pazzo”. Ci siamo incontrati una prima volta in un pub che tutti conoscono per il nome che aveva in precedenza, prima del fallimento della vecchia gestione, ed è come darsi un appuntamento a Istanbul dicendosi “Allora ci vediamo all’ex-Constantinopoli?”. Ha scritto un libro coraggioso, cioè necessario, perché prende un tabù e lo rimodella, come fosse pongo, per apporre la propria impronta su ciò che ti vuole cancellare proiettando su di te la sua ombra. Leggerlo mi ha provocato sorrisi come cicatrici divertenti agl’angoli della bocca. Le ho proposto di parlarne assieme e quella che segue è la nostra conversazione. (a.c.) </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il libro è permeato dall’urlo “Lasciatemi divertire!”. Comunque un urlo. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un urlo forte. Quando hai dovuto affrontare situazioni che hai fatto fatica a capire, in giovane età chiaramente, l’urlo matura e poi scoppia. L’urlo ha poi davanti a sé molti modi per esprimersi. Io ho scelto l’umorismo, un umorismo che contiene molti altri sentimenti, rabbia compresa. Un umorismo di denuncia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando nasce l’idea di trasformare l’urlo in libro? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto estremamente casuale. Sentivo fosse giunto il momento di esprimermi, di dare via libera alla mia urgenza di comunicazione, ma non sapevo ancora bene come sarei riuscita a farlo. Chi scrive poi, spesso lo fa da molto tempo. Sai come si dice? “Ah, io ho sempre scritto, fin da bambino…”. Ecco, io no. Per me è stata una scoperta. Sono una lettrice forte, quello sì, sin dall’infanzia, ma la scrittura è arrivata molto dopo, circa sei anni fa. Una scoperta totalmente inaspettata. Ho frequentato un corso di scrittura, sai? Pensavo: mollerò subito! E invece… ho scoperto di essere un pesce dopo essere entrata nell’acqua.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se dico politicamente-corretto tu cosa mi dici? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Due coglioni! Sia chiaro: io non sono contraria al politicamente corretto a prescindere. In determinate circostanze è necessario, è importante, ed è giusto. Però! Quando diventa autocensura, o peggio ancora ipocrisia a buon prezzo, quando cioè le parole servono solo a dire il contrario delle proprie azioni, ne faccio volentieri a meno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-72751 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/cover-207x300.jpg" alt="" width="244" height="354" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/cover-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/cover.jpg 345w" sizes="(max-width: 244px) 100vw, 244px" />Te lo chiedo perché sull’aletta con le informazioni biografiche c’è scritto “Dottore in processi biologici e biomolecole”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma guarda che dottoressa secondo me sarebbe stato più giusto. Allo stesso modo, fossi stata laureata in giurisprudenza, avrei preferito ci scrivessero avvocata. Non si tratta di politicamente-corretto ma di pari opportunità. Tenere al maschile le parole è una scelta di genere: con questa rivendicazione le donne non vogliono togliere niente agli uomini, ma avere semplicemente gli stessi diritti; se nessuno ha problemi a usare il femminile per professioni come “maestra” o “infermiera”, perché invece dovrebbero averne per “ministra”, “sindaca” o “avvocata”?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi dalla biochimica alla letteratura: tutto sommato, sempre di scrittura della vita si parla, hai solo cambiato alfabeto. Non ricordo niente che si avvicini a un racconto simile a quello che tu fai nel tuo libro, è un territorio non ancora percorso. Oppure mi ero perso io qualcosa? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Su questo tema esistono le autobiografie, poi c’è la letteratura specializzata, scientifica, ma romanzi pochi. Nonostante alcuni dei miei libri preferiti siano autobiografie, io non impazzisco per quel genere. Trovo spesso autoreferenza e poco desiderio di raccontarsi. Per quanto riguarda i libri di formazione o didattica, quello non è il mio campo e di certo non voglio scrivere per gli addetti ai lavori. <em>Disabilandia</em> rientra nella saggistica, ma non è né un testo tecnico né pedagogico. Per me scrivere è stato voler uscire da una dimensione di autoghettizzazione, in parte imposta in parte accettata per quieto vivere. E il mio editore è stato subito d’accordo con me. Dopo aver inviato il libro in casa editrice mi hanno risposto dopo due settimane, con la proposta di contratto, e te lo assicuro: non succede mai! Il titolo ha sortito l’effetto desiderato: <em>A Disabilandia si tromba</em> stai sicuro che non passa inosservato, è un urlo fin dal titolo. E guarda che la mia prima idea di copertina era diversa da quella poi mandata in stampa, che è bella uguale ma forse meno esplicita. Nella copertina originale c’era un pompino in carrozzina.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il libro è un manuale, ma per dirlo meglio: è una dichiarazione di cittadinanza. I disabili esistono, sanno dire “io” e hanno qualcosa da raccontare, della disabilità per esempio, e di un altro milione di cose. Però quando leggo: “La mia infanzia trascorreva quindi serena tra un’infezione respiratoria e una grave apnea notturna, fino a quando mi fu quasi impossibile respirare”, riportato come si trattasse della gitarella al mare, il passo di un romanzo in prima persona lo sento appieno.  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il romanzo è sempre il mio primo amore, e in alcuni punti di <em>Disabilandia</em> probabilmente si sente. Ma a proposito del mio modo di comunicare la disabilità, qualche accusa mi è stata mossa, cose come: “L’ironia è una perdita di serietà!”. O se mi riferisco a chi si sposta in carrozzina come a un cingolato, o se scrivo: “Entrambi gli ausili sono facilmente estraibili: i normodotati senza scarpe sono liberi di camminare scalzi, i fuori classe senza carrozzine sono liberi di fare la foca sul tappeto”, molti pensano che utilizzi l’ironia per nascondermi, che non sia in grado di accettare non so quale mia condizione&#8230; Non è così, almeno per me è evidente. Se scrivo qualcosa di me e mi permetto di farlo con certe battute, è perché sia chiaro che sto trattando un argomento che conosco bene, che vivo ogni giorno, dopodiché già non m’importa più parlare di me. Se scrivo è perché voglio che agli altri arrivi non il mio essere disabile ma la mia voglia di ridere di tutto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggo pure “l’operatore socio assistenziale, figura a cavallo tra l’unicorno e Padre Pio”. Manca il palco ed è subito stand-up comedian. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ah, non sai quanto mi piacerebbe scrivere testi per gli <em>stand-up comedian</em>, mi piacerebbe così tanto che sono disposta a diventare una <em>stand-up comedian</em> io per prima. È qualcosa di molto diverso, un altro modo di comporre la frase, di darle il ritmo giusto, è qualcosa che mi piacerebbe tantissimo approfondire. Chi scrive sa che non si smette mai di imparare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Quoque, il Tuttologo, il Ti Stimo&amp;Ammiro, il Punisher, il Diversamente Ipocrita, il Falso Invalido, sono alcuni dei personaggi dei tuoi gironi cuolliani. “Uno sguardo normale, tra esseri umani sullo stesso pianeta, è raro come trovare un diamante per strada”. La tua definizione di sguardo normale. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Uno sguardo “bianco”, inteso come sguardo senza preconcetti. Lo sguardo di chi sa aspettare, di chi ascolterà prima di decidere con quali occhi guardarti. Chiaro che è uno sguardo raro, perché poi facciamo tutti così: guardiamo per incasellare, senza aspettare che la persona che abbiamo di fronte ci mostri realmente chi è. Abbiamo paura di quello che non conosciamo, spesso è la paura che ci muove.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Del disabile vorrei-ma-non-posso scrivi: “La sua vita è, di solito, costellata da attacchi di panico e ansie smisurate per cose che non sta per fare”. Il ritratto perfetto dell’uomo-contemporaneo. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Infatti! Io racconto il mondo dal mio punto di vista ma è lo stesso mondo di tutti, <em>Disabilandia</em> non è un luogo esclusivo. Siamo tutti uguali e diversi cioè siamo umani, mica chissaché.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il tuo umorismo si spinge volentieri nella satira, gli argomenti ci sono tutti: la morte, il sesso, la politica. Nel libro non mancano le staffilate alla religione. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La religione, e siccome siamo in Italia quella cattolica, ha questa declinazione: la sofferenza intesa come una via preferenziale per il paradiso, per te che soffri e per chi si accollerà la tua sofferenza. Sono nata con una disabilità? Che culo! Supererò le file al supermercato e pure quelle per il regno dei cieli. Scherzi a parte, sono atea ma non per questo ho un giudizio sfavorevole sulla fede. Credo che la religione aiuti le persone a stare meglio con sé stesse. Quando però diventa l’occasione per delle insopportabili pratiche pietistiche, masochistiche, meglio lasciar perdere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ridere, ho riso tanto leggendo il libro, poi però viene il capitolo “I disabili oggi”. Svolgimento: “Non ci ammazzano più, ma a volte fa male uguale”. Ed è come passare per caso davanti a un monumento alla memoria dell’Olocausto in una città straniera: vuoi non vuoi ti soffermi lo stesso e ti prende un magone che non puoi dire bene cos’è.  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Esiste una relazione molto forte tra scrittura e dolore. Ed esiste una storia. In questo senso per i disabili vale come per molte altre minoranze: non siamo sbarcati da nessuna altra galassia, né siamo apparsi dal nulla soltanto nell’epoca più recente per rompere i coglioni ai poveri contemporanei. Siamo sempre stati qui, anche se nessuno scriveva le nostre storie oppure le scriveva in un modo che lasciamo perdere. Con la letteratura ci prendiamo la cittadinanza che ci spetta; lasciassimo tutto in mano alla società cosiddetta civile staremmo freschi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esistono, in ordine sparso: i romanzi rosa, quelli gialli, i noir, gli arcobaleno, i tricolori, e via andare. Qual è la trappola più pericolosa per te ora: diventare la scrittrice disabile o la scrittrice che deve farci ridere?  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La seconda eventualità mi infastidisce ma meno della prima. Non voglio essere considerata una scrittrice che, in quanto disabile, scriverà sempre e soltanto di disabilità, sarebbe l’ennesima etichetta. Io che di mio puoi immaginare quanti pregiudizi debba sopportare mi sono anche scelta un tipo di scrittura che subisce a sua volta molti pregiudizi, quella umoristica, come se l’umorismo fosse un sottogenere, non della vera letteratura. Ah, e facci caso, la maggior parte degli scrittori umoristici riconosciuti a livello letterario sono quasi tutti uomini: Pirandello, Jerome K. Jerome, Alan Bennett, Douglas Adams, per citarne giusto alcuni. E se sono donne il più delle volte o sono autrici Chick-lit, quindi sempre con il cuoricino in mezzo, o sono comiche riconosciute perché sono anche sul palcoscenico. Io non credo che non ci siano state delle umoriste altrettanto degne di essere riconosciute nella storia della letteratura, ma probabilmente, essendo donne non rispettavano il ruolo previsto per il loro genere, quindi: niente contratto. Adesso lentamente qualcosa si muove, ma siamo ancora lontani da una presenza pari a quella maschile, e in ogni caso spero di essermene fatta scappare io qualcuna sotto gli occhi. Quindi, se avete nomi di scrittrici umoristiche fateli subito. Li voglio!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per concludere: per prepararmi all’intervista ho salvato sul computer un file col nome “A Disabilandia si tromba. Domande”. Se tu fossi della Polizia Postale, che effetto ti farebbe?  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Penserei: vivaddio, mi fa piacere! Non mi preoccuperei più di tanto. Sono altri i titoli che mi preoccupano, e tante volte sono pure i primi della classifica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Antonio Coda</em></strong></p>
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		<title>“La verità singolarissima del desiderio”: Bruno Giurato intervista Massimo Recalcati sull’amore ai tempi dell’ipermoderno</title>
		<link>https://www.pangea.news/massimo-recalcati-intervista-amore-bruno-giurato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jul 2019 06:51:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[amare]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Giurato]]></category>
		<category><![CDATA[influencer]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Recalcati]]></category>
		<category><![CDATA[psicoanalisi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non vi piacciono i sovranismi, le politiche “identitarie” e le sparate nazionalistiche nemmeno fossimo nell’Ottocento? Siete scettici o per lo meno critici verso la influencer culture che spunta ovunque? Vi danno malessere (come a chi scrive) le cene di influencer che a cena non mangiano (fa ingrassare), non bevono (fa ingrassare), e oggettivano ogni aspirazione (pure di alcaloidi, non [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/massimo-recalcati-intervista-amore-bruno-giurato/">“La verità singolarissima del desiderio”: Bruno Giurato intervista Massimo Recalcati sull’amore ai tempi dell’ipermoderno</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Non vi piacciono i sovranismi, le politiche “identitarie” e le sparate nazionalistiche </strong>nemmeno fossimo nell’Ottocento? Siete scettici o per lo meno critici verso la <em>influencer culture</em> che spunta ovunque? <strong>Vi danno malessere (come a chi scrive) le cene di influencer </strong>che a cena non mangiano (fa ingrassare), non bevono (fa ingrassare), e oggettivano ogni aspirazione (pure di alcaloidi, non ingrassano) in una bottiglietta d’acqua e una dozzina di Ig Stories a sera? Sappiate che <strong>sono due fenomeni, uno personale e uno politico, che hanno in comune forse solo una cosa: l’appartenenza all’era dell’ipermoderno</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne parliamo con <strong>Massimo Recalcati</strong>. “L’ipermoderno è un potenziamento paradossale della modernità. <strong>La modernità </strong>si può sintetizzare con una formula kantiana, cioè l’uscita dell’uomo da una condizione di minorità, l’uscita dall’oscurantismo e della superstizione religiosa. Se dovessi brutalmente schematizzare <strong>il moderno</strong> lo definirei:<strong> il passaggio da Dio all’io</strong>. Se le cose stanno così <strong>l’ipermoderno è l’io che diventa Dio</strong>. La trasfigurazione dell’io in una divinità”…</p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
Cosa avrà da dire la psicoanalisi? “Gli avversari più agguerriti della psicoanalisi sono per certi versi le<strong> terapie cognitivo comportamentali</strong>, per altri le <strong>neuroscienze</strong>, e più in generale lo scientismo contemporaneo. Cioè <strong>l’idea in fondo che la terapia sia il luogo di una “normalizzazione”, più rapida possibile,</strong> del funzionamento del corpo e del funzionamento del pensiero. <strong>Questo comporta lo schiacciamento della dimensione etica del sintomo alla dimensione funzionale del disturbo.</strong> Non a caso i vari Dsm elencano una serie di disturbi, in un processo di medicalizzazione diffusa della vita. La psicanalisi invece mantiene l’idea che il sintomo non sia il luogo di disfunzionamento, ma sia il luogo dove parla una verità”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi se ho un problema psicologico </strong>(ansia, panico, depressione, dipendenze, sono quelli statisticamente più diffusi) <strong>prima di “guarire” devo cercare di capire quale verità il problema mi suggerisce</strong>. “Chiaro che quando parliamo di esperienza della verità in psicanalisi non parliamo della verità in filosofia, cioè quella dell’ontologia, e dell’universale. <strong>Quando in psicanalisi si parla di verità, si parla della verità singolarissima del desiderio.</strong> Le terapie di cui abbiamo parlato non se ne occupano. Rammendano il funzionamento della macchina, della macchina del pensiero o della macchina del corpo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque il desiderio. L’ultimo libro di Recalcati si intitola: <em>Mantieni il bacio. Lezioni brevi sull’amore</em> (Feltrinelli, 2019). Recalcati sostiene che il discorso amoroso vive in una tensione tra il “per sempre” che gli amanti vorrebbero, e la contingenza degli avvenimenti, ovvero la libertà delle singole persone. <strong>Si cerca anche socialmente la rassicurazione dell’amore, il per sempre che prende forma, pure, di un rituale come il matrimonio, o di una dichiarazione, o di un giuramento.</strong> «Mantenere il bacio è un compito che gli amanti si danno, per sempre dicono gli amanti, ma non c’è niente che assicuri che questa promessa sia mantenuta”, spiega Recalcati. E aggiunge citando Jacques Derrida: «<strong>Ogni volta che ci esponiamo al giuramento si avvicina su di noi l’ombra dello spergiuro</strong>».</p>
<p>L’amore, quindi, è fuori dalla (ipermoderna se ipertrofica) proprietà dell’io, fuori da ogni rassicurazione umana possibile. Verrebbe da commentare che gli antichi semmai lo affidavano a una rassicurazione divina: Venere, Eros, la Beatrice “angelicata” di Dante. Recalcati risponde col massimo possibile di comprensione umanistica: “<strong>L’amore implica il disarmo radicale di ogni forma di volontà</strong>. Penso che la volontà sia nemica dell’amore, vale per l’amore quello che Lacan diceva per la follia: non diventa folle chi lo vuole, e non ama chi lo vuole. L’amore e la follia sono sospese a un tempo contingente, non a un tempo dettato da una decisione. Però è vero che lo sforzo degli amanti è che questa contingenza sia ancora, ancora e poi ancora, è la parola fondamentale degli amanti”. <strong>Insomma, nessuno è influencer a nessuno, via: in politica come in amore c’è bisogno di <em>insecuritas</em>.</strong></p>
<p><strong><em>Bruno Giurato</em></strong></p>
<p><em>*L’articolo <a href="https://www.linkiesta.it/it/article/2019/07/02/massimo-recalcati-psicanalisi-intervista-amore-passaggi-festival-manti/42732/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">lo leggete per intero qui</a></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/massimo-recalcati-intervista-amore-bruno-giurato/">“La verità singolarissima del desiderio”: Bruno Giurato intervista Massimo Recalcati sull’amore ai tempi dell’ipermoderno</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Non ti attendere un grande scrittore, ma una persona bizzarra. Sono sul sentiero di Blake e penso che Wordsworth sia una piattola”: le lettere di Dylan Thomas a Pamela</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Mar 2019 05:39:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Inevitabilmente, ne fu marchiata. Era di due anni più grande, nella fotografia lui ha la faccia di un fauno e lei ha il corpo vittorioso, inevitabilmente attraente. Gli scrive nel 1933, lui ha 19 anni, gli scrive che è un poeta straordinario – e lui, che aveva appena scritto versi indimenticabili come And death shall [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Inevitabilmente, ne fu marchiata. <strong>Era di due anni più grande, nella fotografia lui ha la faccia di un fauno e lei ha il corpo vittorioso, inevitabilmente attraente. Gli scrive nel 1933, lui ha 19 anni, gli scrive che è un poeta straordinario </strong>– e lui, che aveva appena scritto versi indimenticabili come <em>And death shall have no dominion </em>e <em>The force that through the green fuse drives the flower</em>, essendo un poeta, inevitabilmente s’innamorò. <strong>Durò il tempo di una manciata di lettere straordinarie (una delle quali è pubblicata qui sotto, per la traduzione di Andrea Bianchi), eppure, molto tempo dopo, nel 1981, quando si trattava di redigere il suo ‘coccodrillo’ lei era sempre quella che, nonostante “abbia scritto circa 25 romanzi”, “da giovane era stata amica intima di Dylan Thomas”.</strong> Collezionò amanti e libri, Pamela Hansford Johnson: nel 1936 si unì al giornalista australiano Gordon Neil Stewart, nello stesso anno in cui l’indimenticato Dylan conosceva Caitlin Macnamara. All’australiano Pamela diede un paio di figli, combinò il divorzio nel 1949, l’anno dopo si unì a C.P. Snow, scrittore di fama (<em>Gli uomini nuovi </em>passò per Einaudi, nei Sessanta), con cui firmò una serie di libri. <strong>D’altronde lei, londinese, madre cantante e attrice di vaglia che si era risolta a fare la dattilografa dopo la morte del marito, funzionario coloniale britannico in Nigeria, s’era conquistata l’indipendenza artistica da subito, con il romanzo, spigliato e di grande successo, <em>This Bed Thy Centre. </em>Era il 1935, lei aveva 23 anni</strong>, raccontava con agio la sessualità – e l’avidità carnale – dei giovani di quel tempo. Il successo, va detto, coincide con ‘l’amicizia’ con Dylan Thomas, il quale, contemporaneamente, pubblica <em>18 Poems </em>nel 1934 e poi <em>Twenty-Five Pomes </em>nel 1936. Come a dire: <strong>il rapporto fu esteticamente fruttuoso. I due parlarono di matrimonio, da artistoidi in cerca di fama – lasciarono le intenzioni nuziali alle nuvole.</strong> I lavori di Pamela Hansford Johnson – un poco cannibalizzata dal marito –, che si occupò criticamente e con piglio di Thomas Wolfe, Ivy Compton-Burnett e Marcel Proust, sono restati in ombra negli ultimi decenni. Dopo la pubblicazione <a href="https://www.the-tls.co.uk/articles/private/guilty-of-something-johnson/" target="_blank" rel="noopener">della biografia di David Deirdre,</a> <em>Pamela Hansford Johnson: A Writing Life </em>(2017), si è risvegliata una cospicua attenzione: Hodder ha rimesso in circolo i libri più famosi di Pamela (tra cui, oltre al successo d’esordio, <em>An Impossible Marriage, The Last Resort, The Holiday Friend</em>). Lavinia Greenlaw, in una articolessa sulla <em>London Review of Books </em>ne scrive come di <em><a href="https://www.lrb.co.uk/v41/n06/lavinia-greenlaw/such-little-trousers" target="_blank" rel="noopener">Such Little Trousers</a>. </em>Un aneddoto estratto dal caso è la didascalia ustoria della sua vita. <strong>“Il nonno era il tesoriere dell’impresario Henry Irving”, scrive Pamela nell’autobiografico <em>Important to Me</em>, “e detestava il suo segretario, Bram Stoker.</strong> Un giorno, tornò a casa con un volume tra le mani, dalla copertina grigia. Il nonno disse arcigno ai suoi figli: ‘Stoker ha scritto un libro bestiale, di persone che succhiano il sangue, di lunatici che divorano mosche’. Lo gettò nel fuoco. Era la prima edizione di <em>Dracula</em>”. Povera Pamela, la scrittrice vampirizzata da mariti e amanti. La ricordiamo traducendo una lettera inviatale da Dylan Thomas. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>A Pamela Hansford Johnson, 15 ottobre, 1933, Swansea</em></p>
<p style="text-align: justify;">Grazie. Devo scusarmi per non aver imbucato la lettera.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le esternazioni reciproche di un romantico eccentrico (pochi dubbi su chi è romantico) andranno perse per i posteri; </strong>credenze e fedi, le quali cambieranno così come gli anni ci cambiano, ma nondimeno sono sincere, rimarranno inespresse; insulti e complimenti, saggezze e nonsense, mai verranno detti; e un’amicizia tutto sommato carina verrà rotta quasi prima che sia nata. <strong>Persino ora dodici pagine fatte col cuore stanno solleticando i sensi del soprintendente delle Lettere Morte, e tre poesie scaturite anche loro dal cuore giacciono sotto il cuscino di qualche ragazzo laureato, laggiù, dalle parti di Llangyfellach o di Pwllddu.</strong> <strong>(Anch’io conosco niente di Gallese e questi nomi fanno venire i brividi a me come a te).</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cosa mi ero scordato nella tua lettera? Tre poesie, dodici pagine di passione, tutte affermazioni e dinieghi, un pensiero su Shakespeare e un sospiro per Sigfrido! Mio Dio, e tutto per tre mezzi pence.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è tanto da dire sulla tua ultima lettera, tanto su cui andare d’accordo e su cui litigare davvero con violenza, così che devo accendermi la sigaretta e poi, con mano pronta e mente felice (più o meno) affrontare i punti proprio in ordine dall’inizio e fino all’ultima curva dell’ultima lettera dell’inutile ‘Johnson.’</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1)</strong> <strong>Sono contento che tu non sia tormentata dalla cretineria come lo sono io</strong>. Avrei dovuto andare avanti per mesi, senza mai scrivere il tuo nome, evitando consapevolmente il gesto di amicizia così consueto: chiamarti ‘Pamela’, o ‘Pam’ o come altro devo farlo. Il mio nome insolito – per qualche pazza ragione viene da Mabnogion e vuol dire “principe dell’oscurità” – fa rima con ‘Chillun’, come mi suggerisci.  Non so con cosa rimi invece Pamela, a meno di non dire ‘family’ in qualche modo ricercato, e perciò non si può ripetere con un piccolo distico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2)</strong> Quell’uccel di bosco di Vicky, senza dubbio una variante del pappagallo, non sembra gradire quel che gli abbiamo lanciato la scorsa settimana. Lo dicevo che i suoi gusti erano un abisso misterioso. Gli ho spedito di nuovo una poesia molto breve e oscura con un verso indecente. Che gli hai spedito da dover essere piazzato in modo vergognoso tra stalloni decrepiti? Una poesia breve e oscura con DUE versi indecenti?<strong> </strong>No, difficilmente lo credo. <strong>Non vuole premiare sempre le stesse persone, per principio. Deve stampare il lavoro di altri, ogni tanto, e vomitare egualmente e imparzialmente le sue pagine.</strong> Miss Gertrude Pitt deve mostrare la sua foga; e Mr. Martineau deve riparare il suo cuore spezzato con qualche canzone sentimentale.</p>
<p><figure id="attachment_66359" aria-describedby="caption-attachment-66359" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66359" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/p5_Seymour-e1553606298724-300x228.jpg" alt="" width="300" height="228" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/p5_Seymour-e1553606298724-300x228.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/p5_Seymour-e1553606298724.jpg 549w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-66359" class="wp-caption-text">Dylan Thomas con Pamela Hansford Johnson nel 1933: lui aveva 19 anni, lei 21</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>3)</strong> <strong>Sono sul sentiero di Blake, ma così indietro rispetto a lui che vedo solo le scie esterne delle sue ruote. Ho scritto sin da ragazzo e sempre mi sono dimenato in mezzo alle stesse cose, con l’idea di poesia come oggetto del tutto lontano da compiacenze e ‘pennellate lessicali’, e con la messa da parte di emozioni delicate ma diffuse, il tutto con parole ben scelte. Non ci sono compromessi; solo una parola giusta, quella sola: </strong>usala, al di là delle associazioni sciocche o banalmente ridicole che evoca; ho usato ‘double-crossed’ poiché era quel che intendevo. È parte del mestiere di poeta pigliare una parola abbattuta e prostituita, come per esempio quella meravigliosa di ‘bionda’ e levigarla, farvi scomparire le vene senza esito, <strong>e rimetterla in giro come merce fresca e verginale.</strong> Neuburg blatera di una certa regione senza sette, sulle nuvole, dove la poesia raggiungerebbe i livelli più alti. Ma così lui rovina la verità qui implicita dicendo poi che un artista deve per necessità predicare il socialismo. Non vi è necessità per un artista di fare alcunché. Non c’è. Lui o lei è legge a se stesso e la sua grandezza o piccineria accresce o precipita per questo motivo. Vi è solo un vincolo ed è molto stretto: limitazione della forma. La poesia trova la sua propria forma; questa non andrebbe mai imposta; la struttura dovrebbe svilupparsi a partire dalle parole, dalla loro espressione. <strong>Non solo voglio esprimere quel che altri hanno sentito; voglio spazzar via qualcosa e mostrar loro cose che mai hanno visto. A causa dell’avvolgimento dentro di me non sarò mai buon poeta: solo procederò sulle prime onde, ponendo le mani più a fondo e poi facendole emergere, di nuovo.</strong> Ma anche questo per me è meglio di costruire o ornare alla perfezione padiglioni fatti di sabbia.<strong> Cambiando l’immagine, la prima è un breve avventura in zone selvagge, la seconda una piccola galoppata in zone tranquille e note.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>4)</strong> Ti chiedo scusa per le Credenze da Uomo Qualunque, ma davvero non penso fossero oscure. Per mio conto le ho capite alla perfezione, ma probabilmente sono stato l’unico. Anche questo è scorretto per la grammatica.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>5)</strong> <strong>E perché mai Wordsworth? Perché citare quel decennio? </strong><strong>Shelley lo posso sopportare, ma il vecchio Padre William era una pecorella sotto spoglie umane ossessionato dal panteismo.</strong> Mai un barlume mistico. Come poteva essere un metafisico? Poesia metafisica è semplicemente struttura di logica, intelletto, e poi un’ipotesi solida su basi mistiche. E il misticismo è illogico, senza sale intellettuale, e pure dogmatico. Citiamo Shelley, e va bene. <strong>Ma Wordsworth era una piattola da ora del tè, il Frost della letteratura buona per studenti americani,</strong> il reporter verboso-senza humour-piallato della Natura nelle sue modalità più sciocche. <strong>Piglia una sua pagina qualsiasi: e lì giace la lingua inglese non (come dice di Pater George Moore) in una bara di vetro, ma in una scatola larga, soffocante e igienicamente dubbia. Senza viscere e senz’anima. Afferralo nei suoi vezzi da uomo schivo, mentre sale le colline col daffodil spiaccicato sulle labbra, e coi fiocchi di neve lanosa-invernale che gli picchiettano sul petto. O afferralo di nuovo nel suo modo pomposo, la sua posa da dea Vittoria Vergine, il suo humour terra terra che insegue un fantomatico dogma giù per un vicolo cieco e pieno di parole dalle ossa rotte. </strong>Ammetto che la <em>Immortality Ode</em> sia meglio di tutto il resto (unica eccezione il credo panteista di Tintern Abbey); tra altre cose mediocri e tutte basse in classifica, quella Ode spicca come un capolavoro; ma giudicata da una prospettiva più corretta, dietro i versi di Shakespeare, Dante, Goethe, Blake, John Donne, Verlaine &amp; Yeats, non è più che discreta.<strong> Tutto quel che dice è stato detto prima e meglio, e poi manco è stata capace di dirlo.</strong> Tu prova a cancellare l’alone di fama e quella nebbiolina veneranda intorno a lei; tenta di dimenticare il fatto ripetuto dai maestrini di pedagogia che lui sia un mistico inglese: e vedrai dopo uno choc che è tutta clichés, inversioni ridicole di discorso e pensiero, tutti i trucchi del mestiere di un versificatore mai originale che non è mai stato richiamato per il suo bluff. E qui metto pure le poesie di Matthew Arnold, e penso a che delizioso splash, ben forte, verrebbe se li gettassi nel fiume, tutti assieme.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Forse avrai intuito che non mi piace Wordsworth. Mi dispiace, ma è uno dei pochi accettati dal senso comune che io rifiuto in tutti i modi.</strong> <em>Questo in sintesi il punto rilevante del mio sommario:</em> scrive di misticismo e delle sue Relazioni con la Mente del Giovane. Solo come esperimento, leggilo di nuovo con queste mie opinioni antagoniste tenute in fondo alla mente. Sono passato in giornata dall&#8217;amare Swinburne fino ad esserne riluttante. Basta. Ora vedi tu.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>6)</strong> Anch’io vorrei tanto incontrarti. Lo possiamo mettere a calendario ma non prima dell&#8217;inizio di settembre quando andrò a trovare mia sorella vicino Chertsey. <strong>Non attenderti troppo da me (è inteso e ipotizzato che lo farai); sono una persona bizzarra, scompagnata, piccola. Non ti immaginare il grande scrittore mascelluto che rimugina il suo ultimo capolavoro nello studiolo in legno di quercia, ma una figura sottile dai capelli crespi che si fuma moltissime sigarette con un polmone fuori dai giochi, mentre scrive i suoi versi indefiniti sul retro di una villetta di provincia. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>7)</strong> Per favore non battere a macchina la prossima volta; le parole più calde paiono gelide.</p>
<p style="text-align: justify;">E ora pure io devo finire, non per qualche appuntamento venale ma perché penso di aver scritto in abbondanza. Ora è il TUO turno. Ci sono molte cose di cui vorrei scrivere, ma sarà per la prossima volta. Mi aspetto una lettera molto, molto presto – e lunga quanto la mia.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Dylan</em></p>
<p style="text-align: justify;">P.S. Tre poesie per te. Dimmi se ti piacciono o meno. E perché. Farò lo stesso se mi mandi le tue. La poesia del genere &#8216;conversazione&#8217; è molto violenta, come vedrai, la poesia &#8216;Noise&#8217; assai romantica e l&#8217;altra più sul mio solito registro. Scegli tu, mammina.</p>
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		<title>“Uno scrittore scrive sempre. Soprattutto quando non sta scrivendo”: un racconto di Shirley Jackson, la più amata da Stephen King</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Mar 2019 11:30:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Fu Stephen King a dichiarare ai quattro venti che Shirley Jackson era la sua icona e che L’incubo di Hill House, è, insieme al canonico Giro di vite, “il più formidabile racconto inquieto scritto nell’ultimo secolo di letteratura inglese”. Lei, piuttosto, per la quota di anni che è vissuta (48, dal dicembre 1916 alla tarda [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Fu Stephen King a dichiarare ai quattro venti che Shirley Jackson era la sua icona e che <em>L’incubo di Hill House</em>, è, insieme al canonico <em>Giro di vite</em>, “il più formidabile racconto inquieto scritto nell’ultimo secolo di letteratura inglese”.</strong> Lei, piuttosto, per la quota di anni che è vissuta (48, dal dicembre 1916 alla tarda estate del 1965), si lamentava del marito fedifrago – Stanley Edgar Hyman, critico letterario di successo che prediligeva le ‘ninfette’ – e di come è difficile fare la scrittrice quando hai poco tempo da dedicare alla scrittura, assediata da quattro figli, cani, gatti, pulizie, necessità di sfamare la banda. <strong>Ciò non le ha impedito, in ogni caso, di essere tra i grandi scrittori ‘gotici’ americani, una esteta nell’arte del racconto (da <em>La lotteria</em>, del 1948, in poi). </strong><a href="https://www.newyorker.com/books/page-turner/memory-and-delusion" target="_blank" rel="noopener">D’altronde, diceva,</a> “Mi danno sui nervi le persone che pensano che cominci a scrivere quando ti siedi alla scrivania e afferri la penna e finisci di scrivere quando posi la penna; <strong>uno scrittore scrive sempre, vede ogni cosa attraverso una densa nebbia di parole, adatta in rapide descrizioni tutto ciò che vede, annota, continuamente.</strong> Come un pittore non può sedersi al banco, mentre prende il caffè, senza notare i colori che lo circondano, così uno scrittore non lascia sfuggire alcun gesto inconsueto senza dargli una descrizione verbale, non dovrebbe mai lasciare alcun istante privo di descrizione”. I libri della Jackson (tra cui <em>Paranoia</em>, <em>Lizzie</em>, <em>Abbiamo sempre vissuto nel castello</em>) sono editi in Italia da Adelphi. L’ultimo, per la traduzione di Simona Vinci, s’intitola <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845933486" target="_blank" rel="noopener"><em>La ragazza scomparsa </em></a>e allinea tre racconti lietamente enigmatici, colmi di salvifico cinismo. Queste sono le prime pagine del racconto che dà il titolo al volume.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>***</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66277 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro-shirley-181x300.jpg" alt="" width="169" height="280" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-shirley-181x300.jpg 181w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-shirley.jpg 240w" sizes="(max-width: 169px) 100vw, 169px" />Canticchiava, stonata, aggirandosi qua e là per la stanza e spostando gli oggetti con delicatezza, senza smettere di canticchiare. Betsy, curva sulla scrivania, irrigidì le spalle e chinò la testa sul libro con enfasi, sperando che quella parvenza di concentrazione potesse in qualche modo comunicare un desiderio di silenzio, ma la cantilena proseguì.</strong> Prendendo in considerazione l’idea di un gesto teatrale, scaraventare per terra il libro o urlare di fastidio, Betsy si disse, una volta di più, però <em>non puoi</em> prendertela con lei, proprio <em>non puoi</em>, e affondò ancora di più la testa. «Betsy». «Mmm?». Betsy, sempre fingendo di studiare, si rese conto che avrebbe potuto descrivere ogni singolo movimento compiuto nella stanza fino a quell’istante. «Senti, io esco». «E dove vai? A quest’ora?». «Esco lo stesso. Devo fare una cosa». «Vai, allora» disse Betsy; solo perché uno non vuole prendersela, non è che debba necessariamente mostrare interesse. «Ci vediamo dopo».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La porta sbatté e Betsy, con sollievo e con un senso di freschezza, tornò al suo libro. Di fatto, fino alla sera successiva, nessuno le domandò dove fosse la sua compagna di stanza.</strong> E anche allora fu solo un accenno, che a malapena la spinse a pensarci: «Sei sola, stasera?» le chiesero. «Lei è uscita?». «Non l’ho vista per tutto il giorno» disse Betsy. L’indomani, Betsy cominciò a preoccuparsi, soprattutto perché l’altro letto era ancora intatto. Le si affacciò alla mente il mostruoso pensiero di dover andare dalla direttrice del campo («Avete sentito di Betsy? Si è precipitata da Zia Jane a dire che la sua compagna di stanza era sparita, quando la poveretta non si era mai mossa da&#8230;»), e cominciò a chiedere in giro, curiosa, formulando ogni volta la domanda come se niente fosse; nessuno, venne fuori, l’aveva più vista dalla sera di lunedì, quando aveva detto a Betsy: «Ci vediamo dopo» e se n’era andata. «Pensi che dovrei andare a dirlo a Zia Jane?» domandò Betsy il terzo giorno. «Be’&#8230;». L’altra ci pensò su. «Sai com’è, potresti passare tu  dei guai, se è scomparsa sul serio».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La direttrice, una donna rassicurante, tollerante e spiritosa, abbastanza anziana da poter essere davvero la zia di tutte le istruttrici del campo, e abbastanza saggia da apparire esperta agli occhi delle ragazze, la ascoltò con attenzione e chiese: </strong>«Quindi mi stai dicendo che è sparita da lunedì ser? E oggi è giovedì?». «Non sapevo cosa fare» spiegò Betsy candidamente. «Poteva essere tornata a casa, o&#8230;». «O&#8230;?» domandò Zia Jane. «Ha detto che doveva fare una cosa» disse Betsy. Zia Jane prese il telefono e domandò: «Puoi ripetermi il suo nome? Albert?». «Alexander. Martha Alexander». «Chiama a casa di Martha Alexander» disse la direttrice dentro la cornetta del telefono, e dalla stanza accanto, nel bell’edificio rivestito di boiserie che veniva utilizzato come segreteria e, all’altro capo, come cucina, sala da pranzo e salone ricreativo, lei e Betsy udirono la voce di Miss Mills, l’assistente di Zia Jane, pronunciare in tono nevrastenico: «Alexander, Alexander», mentre sfogliava pagine e apriva cassetti. «Jane?» chiamò all’improvviso. «Martha Alexander da&#8230;?». «New York» disse Betsy. «Credo». «New York» ripeté Zia Jane dentro la cornetta. «D’accordo» disse Miss Mills dall’altra stanza. «Scomparsa da lunedì» rammentò a se stessa la direttrice, consultando gli appunti sul taccuino. «Ha detto che doveva fare una cosa. Abbiamo una fotografia?». «Non mi pare» disse Betsy, incerta. «O forse da qualche parte potrei averne una». «Anno?». «Spirito della foresta, credo» disse Betsy. «Cioè, io sono uno Spirito della foresta, e di solito mettono insieme Spiriti della foresta con Spiriti della foresta, e Follette con Follette, e Cacciatrici con&#8230;». Si interruppe perché il telefono sulla scrivania aveva preso a squillare, e la direttrice sollevò la cornetta e disse brusca: «Pronto? Parlo con Mrs Alexander? Sono Miss Nicholas, dal Campo estivo femminile Phillips, dodici-sedici anni. Sì, esatto&#8230; Bene, Mrs Alexander, e lei come sta? Ne sono lieta. Mrs Alexander, la chiamo per controllare che sua figlia&#8230; Sua figlia, Martha&#8230; Sì, esatto, Martha». Inarcò le sopracciglia guardando Betsy. «Vorremmo accertarci che sia a casa o che voi sappiate dove si trova&#8230; Sì, dove si trova. Ha lasciato il campo all’improvviso lunedì sera senza firmare il registro, e naturalmente è nostra responsabilità che le ragazze che soggiornano qui da noi, anche se tornano semplicemente a casa&#8230;». <strong>Si fermò, e i suoi occhi si concentrarono all’improvviso su un punto del muro. «Non è lì?» domandò. «E sa dove si trova, allora?&#8230; Magari gli amic?&#8230; C’è qualcuno che potrebbe saperlo?». </strong>Hilda Scarlett, l’infermiera del campo, che tutti chiamavano Will Scarlett, non trovò traccia, nel registro dell’infermeria, di nessuna Martha Alexander. Seduta di fronte a Zia Jane, si torceva nervosamente le mani e continuava a ripetere che le uniche ragazze in infermeria, al momento, erano una Folletta con orticaria da rovere velenosa e uno Spirito della foresta in preda a un attacco isterico. «Sai bene» disse a Betsy, con la voce che si alzava di tono «che se fossi venuta da noi nel momento stesso in cui se n’è andata&#8230;». «Ma io non lo sapevo» replicò Betsy, impotente «non sapevo che se ne fosse andata». «Temo&#8230;» disse meditabonda Zia Jane, voltandosi a guardare Betsy con l’aria di chi è costretto a portare un fardello non necessario e molto spiacevole «&#8230;temo proprio che dovremo avvisare la polizia». <strong>Al capo della polizia, un gentilissimo padre di famiglia che di cognome faceva Hook, non era mai capitato di far visita a un campo estivo femminile; le sue figlie non andavano pazze per quel genere di attività</strong>, e Mrs Hook diffidava della brezza notturna; era anche la prima volta che allo sceriffo Hook capitava di dover ricostruire degli avvenimenti. <strong>Gli era stato concesso di restare in carica tanto a lungo perché la sua famiglia era nota in città, perché era simpatico ai giovanotti del bar del posto, e perché, dopo vent’anni di ubriachi chiusi in cella e ladruncoli arrestati dietro confessione, vantava una carriera immacolata.</strong> In una cittadina come quella vicino al Campo estivo Phillips, i reati sono commisurati al carattere degli abitanti, e un cane rubato o un naso rotto sono sostanzialmente i fatti più clamorosi da segnalare. Non c’erano dubbi riguardo alla totale incapacità dello sceriffo Hook di affrontare la scomparsa di una ragazza dal campo estivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Shirley Jackson</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>*Il brano è tratto dal volume: Shirley Jackson, “La ragazza scomparsa”, Adelphi 2019</em></strong></p>
<p><em>**In copertina: Shirley Jackson con i figli, North Bennington, Vermont, 1956</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/shirley-jackson-adelphi-stephen-king-racconti/">“Uno scrittore scrive sempre. Soprattutto quando non sta scrivendo”: un racconto di Shirley Jackson, la più amata da Stephen King</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Ho inseguito le Ninfe. D’altronde, amiamo proprio ciò che è inafferrabile”: dialogo con Fabrizio Coscia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Mar 2019 05:32:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A seguire il barbaglio del desiderio, il barlume dell’amare ci si perde, ci si addentra, anzi, forse si adempie, la follia, come accadde a Aby Warburg, ninfomane e ninfologo, e a HH, Humbert Humbert, il maniaco di Lolita, colto dalla mania della ‘ninfetta’. La Ninfa, creatura vitale e astrale, che orienta all’amore per perderti, come [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fabrizio-coscia-ninfe-scrittore-exorma/">“Ho inseguito le Ninfe. D’altronde, amiamo proprio ciò che è inafferrabile”: dialogo con Fabrizio Coscia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A seguire il barbaglio del desiderio, il barlume dell’amare ci si perde, ci si addentra, anzi, forse si adempie, la follia, come accadde a Aby Warburg, ninfomane e ninfologo, e a HH, Humbert Humbert, il maniaco di <em>Lolita</em>, colto dalla mania della ‘ninfetta’. <strong>La Ninfa, creatura vitale e astrale, che orienta all’amore per perderti, come ciò che è inafferrabile per un fruscio, è oggetto d’indagine e d’andare dell’ultimo libro di <a href="http://www.pangea.news/non-e-stata-una-passeggiata-bacon-non-lascia-scampo-dialogo-con-fabrizio-coscia-quasi-un-pittore-di-icone/" target="_blank" rel="noopener">Fabrizio Coscia</a>, scrittore portato al contropiede narrativo</strong> (non edifica trame, la città ideale, fittizia, della letteratura, ma assiste a un sussulto di suggestioni), già autore di libri importanti (cito, almeno, <em>La bellezza che resta</em>, 2017). <a href="http://www.exormaedizioni.com/catalogo/i-sentieri-delle-ninfe/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>I sentieri delle Ninfe </em></strong></a>(Exòrma, 2019) è un libro che squaderna ossessioni e che insegue l’ineludibile odore dello sfuggente, portandoci da Calipso e dall’<em>Antro delle Ninfe </em>(così lo studio di Porfirio sui canonici versi di Omero) alla Kim Novak di <em>Vertigo</em>, da Aby Warburg a Thomas S. Eliot – che decreta nella <em>Terra desolata</em>, “Le ninfe son partite” – a Pierre Bonnard<strong>, ed è un libro che s’avventa nel pericolo (“Nympha è la vita che irrompe, con il suo movimento. E amarla non è per niente facile, perché vuol dire amare una profondità priva di sguardi”) aprendo ad altri libri,</strong> un sentiero che sfocia nella foresta bibliografica (continuate l’avventura tra la lista di testi svelati nella porzione dei <em>Riferimenti e citazioni</em>). Coscia scrive con passo di Ninfa: questa ninfologia ha valore di vento e di specchio, se la tocchi nel nocciolo scompare, non capisci se sia alba o tramonto, ha luminosità di latte. <strong>Il libro comincia sulle fatidiche gambe di Dora Markus, che stregarono Bobi Bazlen tanto da pretendere dall’amico Eugenio Montale una poesia per la misteriosa – proprio per avvenenza erotica e avventatezza lirica si fa la storia della letteratura.</strong> La Dora in cui s’insinua Coscia – e che ha ruolo nell’ultimo libro di Franco Rella, <em>Immagini e testimonianze dall’esilio</em>, Jaca Book, 2019, a dire della complice vaghezze di certe icone dell’ispirazione – lavora in forma di ninfeo dentro il cranio di Montale. L’amata sfuggente Irma Brandeis – è divino soltanto l’amore impagabile perché inappagato – è eternata con il nome di Clizia, la ninfa che si fa girasole (che è anche la copertina del libro di Coscia, secondo l’interpretazione di Evelyn De Morgan). <strong>Criterio della Ninfa è l’ambiguità: se all’apparenza è volo volitivo, cosa che va, nella <em>Primavera hitleriana </em>assurge a ruolo dell’amore che resta mentre tutto, in modo insostenibile, si sfa, “Guarda ancora/ in alto, Clizia, è la tua sorte, tu/ che il non mutato amor mutata serbi”.</strong> L’uomo si smaga per la Ninfa, e lei, magari, ne ha commozione, raccogliendolo. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66258 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro-coscia-226x300.jpg" alt="" width="187" height="249" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-coscia-226x300.jpg 226w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-coscia-768x1020.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-coscia-771x1024.jpg 771w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-coscia-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-coscia.jpg 1181w" sizes="(max-width: 187px) 100vw, 187px" />Parto così. Le Muse ispirano, le Ninfe invocano l’inseguimento e l’amare, le Moire tagliano la fune dell’esistere. Sono donne quelle che presiedono alla virilità creativa, alla vita. Perché ti sei messo a inseguire le Ninfe?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In verità, le Ninfe sono anche Muse e Moire. <strong>Sono Muse perché attraverso il loro movimento seduttivo rappresentano una fonte di ispirazione, ma nel senso della possessione: Platone, per bocca di Socrate, usa la parola “nympholeptos”, ovvero in preda alle Ninfe, posseduto dalle Ninfe. Si tratta, naturalmente, di una possessione erotica. </strong>Di una <em>manía </em>che, secondo lo stesso Socrate, è migliore della moderazione, perché è di origine divina, mentre la moderazione è umana. L’innamorato, spiega ancora Platone attraverso Socrate, «si estrania dalle preoccupazioni umane e si orienta al divino e i più lo rimproverano di essere folle, ma non sanno che in realtà egli è posseduto da un dio». Sono parole che rimandano a quelle che scriverà Freud duemila anni dopo nel <em>Disagio della civiltà</em>: «Al culmine di un rapporto amoroso non rimane alcun interesse per il mondo circostante». Da questo disinteresse e da questa esclusività nasce l’estrema pericolosità di Eros, una pericolosità che ci avvicina ai territori di Thanatos. Ecco perché dico che le Ninfe sono anche Moire. Ce lo fa capire bene Omero quando nel tredicesimo libro dell’<em>Odissea</em> descrive l’antro delle Ninfe e scrive che ci sono telai di pietra, dove le Ninfe tessono meravigliosi manti color porpora. E dunque: perché mi sono messo sulle loro tracce? Per verificare se in qualche modo attingendo al mito classico si potesse evocare ancora la dimensione demoniaca delle Ninfe. <strong>Viviamo tempi di addomesticamento delle passioni, di immagini neutrali, dematerializzate, fredde, da schermo di computer o di smartphone. Invece l’immagine della Ninfa ci aiuta a recuperare il senso profondo dello sguardo, quello che si affaccia sull’abisso, che ci spinge ad andare oltre, sempre oltre, per interrogarci sulla nostra identità.</strong> Chi siamo quando amiamo? Quando inseguiamo il nostro desiderio? E, soprattutto, quali fantasmi evochiamo?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>C’è Dora Markus, ninfa così vaga da farsi poesia, e Lolita, ninfa carnale, che diventa ossessione esemplare. Tra le ninfe, mi pare, ci sono categorie e diversità, troni e dominazioni, come nelle schiere degli angeli: è così?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Già il mito elenca diverse categorie di Ninfe: ogni Ninfa cambia nome a seconda dello spazio che abita: i boschi di montagna sono popolati dalle Oreadi, che possono vivere dentro gli alberi (come le Driadi o Amadriadi); le fonti e i corsi d’acqua dolce sono il regno delle Naiadi: nelle sorgenti vivono le Pegee, nelle fontane le Creniadi, nei fiumi le Potameidi, nei laghi le Limniadi. Nelle profondità del mare nuotano le Nereidi, figlie di Nereo e dell’oceanina Doride; il cielo è popolato dalle Aurae, Ninfe della brezza, e dalle Pleiadi. <strong>È un universo di creature che continuano a sedurci, a parlarci attraverso le immagini, a parlarci intimamente di noi. T. S. Eliot ha scritto che le «Ninfe sono partite», disertando la scena della modernità, ma dagli studi di Georges Didi-Huberman abbiamo scoperto che a volte esse ritornano.</strong> E proprio questo ritorno nella modernità, che è un ritorno del rimosso, ho voluto indagare nel mio libro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è (a parte la L. che omaggi) la ninfa letteraria che ti ha fatto perdere la testa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Confesso che ho sempre avuto un debole per <em>la belle dame sans merci</em>, la figlia della fata cantata da John Keats nella sua superba ballata. <strong>Il suo sguardo selvaggio, il passo leggero, i lunghi capelli, il mistero del suo linguaggio e dei suoi gesti, i doni che offre al cavaliere, il suo pianto e la sua sparizione, tutto è incantevole in lei.</strong> È l’incarnazione della <em>femme fatale</em>, che ispirerà l’iconografia preraffaelita, ma anche l’emblema del fatto che ogni storia d’amore è, spesso, una storia di parole incomprese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il libro, infine, è anche un ninfeo di autori e di fonti. Io avrei aggiunto Balandine Klossowska, per deformazione rilkiana. Tra <em>Vertigo</em> e Bonnard, qual è il lato privilegiato per ammirare la ninfa, quale l’artista che ne ha fatto, a tuo dire, ossessione creativa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ciascuno ha il suo ninfeo personale.<strong> Io stesso ho lasciato fuori molte figure ninfali perché a un certo punto mi stavo trasformando in un accumulatore seriale di Ninfe, mentre l’obiettivo del libro è diverso. Tra tutti i <em>nympholeptos</em> di cui ho parlato, il più ossessionato di tutti è stato sicuramente Aby Warburg</strong>, il geniale storico dell’arte ebreo-tedesco che ha fatto della Ninfa una vera e propria mania, fin dagli anni giovanili dei suoi studi di dottorato, quando la scoprì nelle immagini dei quadri di Botticelli e poi negli affreschi del Ghirlandaio. <strong>Una mania che lo ha portato letteralmente al manicomio. La sua degenza a Kreuzlingen, fra il 1921 e il 1924, nella celebre clinica «Bellevue» dello psichiatra svizzero Ludwig Binswanger, luogo storico della schizofrenia, è una discesa agli inferi della psicosi. Warburg ebbe l’impressione che quella psicosi fosse una vendetta delle Ninfe, della loro dimensione demonica.</strong> Ninfe trasformatesi dunque in Menadi. Lo scrive in una nota del suo diario, rievocando la Ninfa estatica maniaca, che è un chiaro riferimento a Platone: chi osa guardare la Ninfa cade nella sua trappola. La <em>Pathosformel</em> inseguita da Warburg per tutta la vita – ovvero quel fermo-immagine, quella <em>formula </em>di pathos, qualcosa di stereotipico ma carico di energia, che ritorna e si ripete attraverso i secoli, per dare forma alla «vita in movimento» – non abbandonerà lo studioso fino agli ultimi giorni della sua vita. Nel suo incompiuto e più ambizioso progetto, iniziato subito dopo le dimissioni dal manicomio, <em>Mnemosyne</em>, un atlante di immagini montate una accanto all’altra su grandi pannelli neri, in cui veniva abolito il concetto stesso di «storia dell’arte», sostituito dalle corrispondenze, le metamorfosi, le sopravvivenze delle immagini artistiche nel corso del tempo, anche da epoche lontanissime tra loro, Warburg torna ossessivamente alla Ninfa, a cui dedicherà diversi pannelli. Questa fedeltà a un’immagine, che ho cercato di raccontare nel mio libro, ha qualcosa di eroico e di commovente allo stesso tempo. <strong>Certo, poi c’è anche Pierre Bonnard, questo straordinario pittore che ha dipinto incessantemente, ossessivamente, il corpo nudo della sua donna, facendone la modella più dipinta della storia dell’arte, senza riuscire a penetrare il mistero della sua identità.</strong> È una storia struggente, come struggente è la sua pittura, che è il risultato di questo mistero indagato e accettato nella quotidianità, in uno spazio domestico e per questo tanto più folle. In questo caso l’ossessione ninfale feconda di dolore l’artista, lo apre a una visione nuova della realtà. I suoi ultimi autoritratti, dopo la morte della moglie, sono davvero impressionanti: è Orfeo tornato dagli inferi senza la sua Euridice.</p>
<p><figure id="attachment_66259" aria-describedby="caption-attachment-66259" style="width: 271px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-66259" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/coscia-foto-300x300.jpg" alt="" width="271" height="271" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/coscia-foto-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/coscia-foto-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/coscia-foto-768x769.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/coscia-foto-1022x1024.jpg 1022w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/coscia-foto-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/coscia-foto.jpg 1204w" sizes="(max-width: 271px) 100vw, 271px" /><figcaption id="caption-attachment-66259" class="wp-caption-text">Fabrizio Coscia è autore, tra l&#8217;altro, di &#8220;Soli eravamo e altre storie&#8221; (2015), &#8220;La bellezza che resta&#8221; (2017) e di uno studio &#8220;Sulle tracce di Francis Bacon&#8221; che s&#8217;intitola &#8220;Dipingere l&#8217;invisibile&#8221; (2018)</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa attrae della ninfa? La fugacità? Perché preferirla a Lilith o alla Sfinge o ad Aletto? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">È il suo essere un <em>être de fuite</em> ad attrarre. Proust ha scritto su questo pagine memorabili, dicendo tutto ciò che c’è da dire. <strong>È il lato inafferrabile, sfuggente dell’essere amato a suscitare il desiderio. Ninfa è un movimento continuo, che non s’arresta mai, e in questo movimento continuo ci conduce su sentieri che non avremmo mai immaginato di percorrere.</strong> Ninfa è dunque l’Altro, non tanto in senso lacaniano quanto in quello in cui ne parla la filosofia di Lévinas, un Altro inteso come epifania, e dunque come «relazione diretta con ciò che si dà sottraendosi». Riconoscere nell’Altro qualcosa di estraneo da noi vuol dire imparare ad amare al di fuori del desiderio del possesso. Ma per imparare ad amare dobbiamo essere disposti anche a varcare i territori della perdita. La Ninfa infatti decreta la morte ma anche la resurrezione. È questo che ho scoperto, alla fine, scrivendo questo libro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel tuo laboratorio artistico. Come prende forma un libro come questo? Da dove sei partito, da che lato? Da una immagine, da un verso, da un barlume imprevisto? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto è nato dalla foto delle gambe di Dora Markus. Dall’ossessione di Bobi Bazlen per quelle gambe e dalla poesia di Montale.<strong> L’identità di quel personaggio ridotto a una sineddoche (le sue «gambe magnifiche») mi ha incuriosito, ha dato il movimento iniziale alla mia ricerca. Mi sono messo sulle tracce di questo fantasma e ho capito che quel fantasma era il fantasma di Nympha.</strong> Come l’ho capito? Dalla natura stessa della fotografia, che, come ci spiega Roland Barthes, è sempre un’allucinazione, qualcosa che ha a che fare con l’immobilità amorosa o funebre, la rievocazione di uno <em>spectrum </em>(il soggetto della fotografia) che è assente mentre lo vedo, ma la cui immagine certifica che c’è stato. Questa essenza fuggitiva, evanescente della fotografia è la stessa della Ninfa. Il libro dunque parla di che cosa si afferra, si percepisce, si scopre davanti alle immagini; che cosa si affronta e si rischia quando le guardiamo. Da qui è nata l’idea di seguire diverse storie, diverse figure, letterarie, storiche, artistiche, cinematografiche della Ninfa. Ma di raccontarle per frammenti, rinunciando a un’idea di unità, di totalità. <strong>La narrazione, intesa in maniera tradizionale, non mi interessa più, credo che sia, in fondo, una mistificazione. Abbiamo perso il centro, irrimediabilmente, e fingere che ci sia, soltanto perché si narra una storia, non ha più alcun senso. Quando penso alla mia scrittura mi piace pensarmi come un antico rapsodo, nel senso etimologico del termine, ovvero “colui che cuce i canti”. </strong>È un’immagine bellissima, perché restituisce da un lato un’idea artigianale della scrittura, che la apparenta al lavoro del sarto, e dall’altro un mettersi al servizio di ciò che è già stato detto o scritto prima di noi, e di mettere insieme i frammenti per creare qualcosa di nuovo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Declina il sottotitolo: “nei dintorni del discorso amoroso”. Al di là di Barthes: perché i dintorni, perché il discorso? Si scrive, in fondo, per capire cosa si ama o per amare con forza quadrupla?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nella parola “discorso” è implicito il senso del movimento, del passare da un luogo all’altro; ma vi è anche quello dello “scorrere”, del fluire. Qualcosa che ci riconduce alla natura liquida che hanno in comune la scrittura e le Ninfe, come se non si potesse scrivere d’altro se non d’amore. Come se dietro ogni discorso amoroso ci fosse sempre il tentativo di afferrare qualcosa che fluisce via, che si rifiuta di essere detto, e che tuttavia non si può non tentare di dire. <strong>Del resto, quando scriviamo d’amore ci muoviamo sempre a vuoto, nei paraggi appunto di un centro irraggiungibile. Il <em>discursus </em>amoroso è, pertanto, un movimento destinato a restare nei dintorni, nei paraggi, sulle tracce di una sopravvivenza, perché nel momento stesso in cui nominiamo Eros, già ci sfugge, già ne perdiamo il senso, eppure dobbiamo farlo, non ci possiamo sottrarre.</strong> In fondo potremmo dire che la Ninfa, più che essere simile alla scrittura, è la scrittura stessa, è il linguaggio dell’arte, l’unico che ci permette di fare un po’ di luce sull’insensatezza del vivere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora, piuttosto, che Ninfa insegui, cosa scrivi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho corso molto dietro le mie Ninfe. Credo che adesso mi fermerò per un po’. Questo libro chiude una trilogia che ho iniziato quattro anni fa con “Soli eravamo” e che ho proseguito con “La bellezza che resta”. <strong>Sono libri che hanno in comune una nuova modalità di scrittura, rapsodica, appunto, spuria, che mette insieme saggistica, narrativa, biografia e autobiografia. E sono libri con cui ho cercato di indagare i punti di contatto tra arte e vita, un aspetto che mi sta particolarmente a cuore</strong>, perché rivela un’idea della letteratura, e dell’arte in generale, come resistenza. Una resistenza sull’orlo della catastrofe, a cui siamo tutti condannati, certo, ma pur sempre una resistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">*<em>In copertina: &#8220;<i>Clizia&#8221;</i>, Evelyn De Morgan, 1887 ca.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fabrizio-coscia-ninfe-scrittore-exorma/">“Ho inseguito le Ninfe. D’altronde, amiamo proprio ciò che è inafferrabile”: dialogo con Fabrizio Coscia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Lorenzo Orsetti ha rotto lo schema. Non fatene un eroe per mettervi il cuore in pace. Si è uomini, sempre, donando la propria vita al prossimo</title>
		<link>https://www.pangea.news/lorenzo-orsetti-isis-rompere-lo-schema/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Mar 2019 11:31:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Rompere lo schema, questo è il cuore. * Se siamo propensi – lo ha fatto Giuliano Ferrara su il Foglio – a proporre “Una medaglia d’oro alla Resistenza”, a fare di Lorenzo Orsetti, il volontario affiliato alla causa curda ucciso da Isis, un eroe, c’è qualcosa di sbagliato. Mi pare troppo facile proporre una medaglia [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Rompere lo schema, questo è il cuore.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Se siamo propensi – lo ha fatto Giuliano Ferrara su <em>il Foglio </em>– a proporre <a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2019/03/18/news/idea-per-una-medaglia-doro-alla-resistenza-243706/" target="_blank" rel="noopener">“Una medaglia d’oro alla Resistenza”,</a> a fare di Lorenzo Orsetti, il volontario affiliato alla causa curda ucciso da Isis, un eroe, c’è qualcosa di sbagliato. <strong>Mi pare troppo facile proporre una medaglia in favore di chi ha fatto ciò che non sappiamo fare. L’intellettuale è un genio nel demandare ad altri la lotta,</strong> premiandolo, poi, con un sonetto o con un aureo ‘coccodrillo’.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il pensare, per altro, è un ‘atto’. A volte eroico.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli sbagli, in realtà, sono tanti. Il primo è di genere. Il secondo di specie.</strong> Il genere è che Lorenzo Orsetti non lottava per la patria, per l’Italia. Compiendo una scelta consapevole, il fiorentino di 33 anni, prima cameriere, sommelier, cuoco <a href="https://firenze.repubblica.it/cronaca/2019/03/18/news/chi_era_lorenzo_orsetti_l_italiano_ucciso_dall_isis-221899518/" target="_blank" rel="noopener">(leggo qui)</a> ha scelto di avvicinarsi alla causa curda. Una causa giusta perché dovrebbe corrispondere alla causa italiana e occidentale: la lotta contro i fondamentalisti islamici armati<strong>. La scelta di Orsetti è individuale: è morto da uomo consapevole.</strong> Che rappresentava se stesso pensando di rappresentare altri. Non l’Italia. La specie, appunto, è che Orsetti ha scelto quella guerra specifica – rispetto a tante altre – perché corrispondente ai propri personali ideali. Che non sono gli ideali dell’Italia e dell’Occidente, posto che qualcuno abbia ancora idea della sua esistenza. Eventualmente, perciò, la vicinanza va all’uomo, non a ciò che rappresenta.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Piuttosto, la storia tragica di Orsetti, di rimbalzo, pone una domanda<strong>: in cosa crede l’Italia? Cosa crede di dover difendere l’Italia? </strong>In cosa si riconosce l’Occidente? E tu, in cosa hai fede?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A seconda della risposta segue un gesto. Secondo San Francesco, se pensiamo alle radici cristiane dell’Europa, è lecita, anzi, necessaria la missione verso gli <em>infedeli</em>. Si va, però, vuoti di armi, con il sorriso in bocca – come ha scritto Orsetti, nella sua lettera commossa: “sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra” – consapevoli <strong>“che si sono donati, hanno sacrificato il corpo al Padrone Gesù Cristo, e per suo amore devono esporsi ai nemici, visibili e invisibili, perché dice il Padrone chi per me perde l’anima, la salva”. Il martire non uccide, si fa uccidere.</strong> Fosse così, i militari di Isis farebbero mattanza e macelleria.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte, benché una scelta individuale sia amabile e sostenibile (soprattutto se sostenuta da frasi come questa, tratte dalla lettera-testamento di Orsetti: “Vi auguro tutto il bene possibile, e spero che anche voi un giorno – se non l’avete già fatto – decidiate di dare la vita per il prossimo, perché solo così si cambia il mondo. <strong>Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza. Sono tempi difficili lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza, mai!”</strong>), tale resta, una scelta individuale. Non si è eroi perché siamo in un tempo privo di eroi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Intendo dire, che non si deve avere fede soltanto nella propria scelta. L’obbedienza è data a qualcosa di più grande. E qui viene il difficile, il difficilissimo. <strong>L’identità, intendo, non è una cosa che ti crei, ma la cosa a cui obbedisci. Se ti dicono che devi combattere per difendere l’Italia, vai anche se non ne hai voglia, anche se l’Italia non ti piace tanto, anche se devi morire per quei cretini che restano in patria.</strong> Lo fai. Perché va fatto. Perché la statura dell’uomo si misura dall’obbedienza. Una obbedienza che non è servaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Provo a specificare. Si è più ‘eroi’ sparando o ritirandosi in una cella a pregare? In entrambi i luoghi, qualcosa fiammeggia. <strong>E cosa s’intende per “dare la vita per il prossimo”? I genitori danno la vita quotidianamente per i figli.</strong> Un padre che lascia la famiglia per una scelta di vita individuale è un disgraziato; un padre che lascia temporaneamente o definitivamente casa per obbedire a una chiamata che vince la propria individualità – patria, Dio – è un eroe.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi obbedire significa rompere lo schema. Dare la vita per il prossimo è l’imperativo cristiano. Umano, anzi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Esempio. La scuola. <strong>La scuola dell’obbligo ha degli orari. Insegna che il tempo è suddiviso in ore e in mansioni. Tutti i giorni, tutte le settimane, le stesse ore e le stesse mansioni. Tranne rari casi – le eccezioni che confermano la regola – non si cambia.</strong> Si educa alla regolarità. Anche gli alunni scatenati, comunque, si scatenano all’interno di una regola, anche la loro ribellione è normata, normativa. A scuola non si educa all’obbedienza – i prof sono ridotti a manichini – ma al servaggio. Per quanto ti ribelli, l’insegnamento è che esiste qualcuno che progetta per te un programma scolastico, che ti organizza il tempo. <strong>Sei educato a corrispondere al tempo pensato per te da un altro. Ottimo operaio. Adatto alla catena di montaggio dei giorni a venire</strong> – più guadagno meglio è, ma corrispondo sempre a degli schemi creati da altri, in funzione del sistema dei consumi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La scuola non insegna né a obbedire – l’autorità è niente – né a rompere lo schema – il tempo lo decidono altri per noi.</strong> Per altro, non si usa bene neppure il tempo concesso e concentrato. E se aiutassimo gli studenti – di ogni ordine e grado e latitudine – a liberarsi dal tempo imposto, imparando ad amare qualcosa e a perseguirlo con forza, costruendosi il proprio progetto di studio, cioè di destino? Troppo complicato: siamo efficaci nell’addomesticare masse non a educare persone.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Rompere lo schema vuol dire imbracciare il tempo – non per forza un mitragliatore –, sprofondare nell’amare. </strong>Orsetti ha rotto lo schema. Non facciamone un eroe.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Rompere lo schema – cioè, mettere le pupille in una fionda – è la stazione dell’obbedire. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Ecco perché continuiamo ad amare i Nirvana (in ogni caso, meglio ascoltare “All Apologies”): Matteo Fais dialoga con Paolo Giovanazzi, che non ha scritto la solita biografia di Cobain &#038; Co.</title>
		<link>https://www.pangea.news/nirvana-paolo-giovanazzi-giunti-musica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Mar 2019 07:47:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Se c’è una cosa difficile, praticamente impossibile, è trovare un autore di libri dedicati a musicisti, o cantanti, che sappia appassionarti come un grande romanziere. Paolo Giovanazzi, autore per Giunti di Nirvana. Teen spirit. Le storie dietro le canzoni, ce l’ha fatta. Dimenticatevi il solito testo compilativo, pedante, privo di ritmo, buttato giù in fretta [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/nirvana-paolo-giovanazzi-giunti-musica/">Ecco perché continuiamo ad amare i Nirvana (in ogni caso, meglio ascoltare “All Apologies”): Matteo Fais dialoga con Paolo Giovanazzi, che non ha scritto la solita biografia di Cobain &#038; Co.</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Se c’è una cosa difficile, praticamente impossibile, è trovare un autore di libri dedicati a musicisti, o cantanti, che sappia appassionarti come un grande romanziere. <strong>Paolo Giovanazzi</strong>, autore per <strong>Giunti </strong>di <a href="https://www.giunti.it/libri/musica/nirvana-teen-spirit/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>Nirvana. Teen spirit. Le storie dietro le canzoni</em></strong></a>, ce l’ha fatta. Dimenticatevi il solito testo compilativo, pedante, privo di ritmo, buttato giù in fretta e furia seguendo le voraci esigenze di un mercato che non vede l’ora di spremere soldi dal cadavere di uno dei più grandi gruppi musicali di sempre. Giovanazzi racconta <strong>la storia di ogni singola canzone della band di Seattle, da quando fu concepita nella mente di Cobain al mixaggio finale, con il trasporto con cui Bukowski narra di una sua bevuta o Agatha Christie rivela infine il nome dell’assassino</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Davvero, raccontare i Nirvana non è semplice. L’autore lo fa prendendo in esame i pezzi in tutte le variazioni, mutazioni, <strong>restituendoci il travaglio di ogni singolo accordo di Kurt o rullata di Grohl</strong>, parlandoci delle chitarre spaccate e dei pezzi di batteria riparati con lo scotch.</p>
<p style="text-align: justify;">Il testo è per gli appassionati, ma può tornare utile a chiunque voglia immergersi nella cupa vitalità di un gruppo che, inconsciamente e suo malgrado, ha fatto da specchio dei tempi. Apatia, instabilità emotiva, difficoltà nello stare al mondo, nel tollerarlo. L’idea che, in ultimo, “non importa”. Giovanazzi, con la sua prosa coinvolgente, ha dato voce a tutto questo, a un passato che ci ha segnati e che inevitabilmente sembra sempre lo si viva ex post. <strong>Anni della nostra vita che ci sono sfuggiti dalle mani, ma dai quali non vorremmo mai distaccarci.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66207 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-28-210x300.jpg" alt="" width="184" height="263" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-28-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-28-768x1097.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-28-717x1024.jpg 717w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-28-1320x1886.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-28.jpg 1566w" sizes="(max-width: 184px) 100vw, 184px" />Partiamo da una riflessione generale. Non ti sarà sfuggito che, per fare il verso a una famosa canzone, non si esce vivi dagli anni ’80 – ma direi anche dai ’90, come dai ’60 e ’70. Qualcuno ha parlato di sindrome da nostalgia e remake. I giovani vanno ai concerti dei Rolling Stones, ovvero di quattro – non so più quanti siano, in realtà – arzilli vecchietti. I Guns ’n’ Roses sono tornati e stanno sulla cresta dell’onda, malgrado Axl Rose assomigli sempre di più al vecchio zio, ex playboy, oramai alcolizzato e male in arnese. Che opinione ti sei fatto in merito a questa tragica e un po’ grottesca situazione? C’è ancora in giro il fermento di un tempo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In realtà non credo che sia poi così diversa la situazione, rispetto al passato. È il mercato a essere mutato. Una volta per ascoltare la musica si pagava, questa è la differenza più evidente. <strong>Per fare soldi, oggi, bisogna fare concerti. Chi ha una storia, o un nome, rimasti nella memoria ha da spenderli il più possibile e sono pochi quelli che hanno resistito al richiamo – ad esempio gli Smiths, che hanno rifiutato offerte decisamente notevoli. Visti i soldi che ci sono in ballo, non so se al loro posto avrei fatto altrettanto, a voler essere totalmente onesto.</strong> Quanto al fervore, al momento: forse c’è fin troppa produzione, in realtà. Se vai a scavare, al di là del cosiddetto mainstream o della musica indipendente più istituzionalizzata, esiste veramente una quantità impressionante di roba in circolazione. Negli anni ’80 e ’90, arrivare a confezionare un disco era più difficile. Registrare e stampare costava molto di più e ciò, di per sé, determinava una severissima selezione. Chi arrivava al disco aveva già un suo pubblico. Oggi come oggi un album è alla portata di tutti, come poi inserire qualcosa su Spotify. Puoi fare tutto da casa, anche le registrazioni. Dunque, la mole è tale che risulta più difficile orientarsi. Poi, sai, per molta gente subentra la questione dell’età, la stanchezza. Diciamo che la voglia di scoprire cose nuove passa. Direi che, quindi, il fermento al momento è notevole, ma c’è troppo in giro ed è difficile trovare qualcosa che metta d’accordo un po’ tutti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come mai, ancora a distanza di venticinque anni, siamo qui a parlare di Kurt Cobain e dei Nirvana?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Bella domanda, ma rispondere è difficile. Ci sono cose che rimangono, mettiamola così. Potremmo chiederci perché, negli anni ’80, io e i miei compagni di classe compravamo i Doors che, per quanto più vicini, erano già morti e sepolti. Per i Nirvana non ti so dire, non ho la percezione di quanti salti generazionali abbiano compiuto. Vedo in giro tanti giovani con la loro maglietta, ma so che non è più come quando ero ragazzo io. Non significa appartenenza, ma unicamente che ti piace la maglietta. Ai miei tempi, comprare la t-shirt di un gruppo era un segno distintivo. Adesso, non so. Forse per qualcuno. <strong>Insomma, non so quanto i ragazzi abbiano ancora interesse nei Nirvana. Per chi ha la mia età conta la nostalgia, il fatto che ti piacevano e ci sei rimasto attaccato. Tanti, come dicevo prima, dopo una certa età smettono di seguire. </strong>Si sono formati i loro gusti: ciò che gli piaceva è anche quello che continuano ad ascoltare. Poi, ovviamente, chi detiene i diritti dei Nirvana ha interesse a mantenere viva la cosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come giustamente sta scritto nella presentazione del tuo testo “Sono usciti tantissimi libri sui Nirvana ma nessuno come questo. Si è sempre privilegiato l’aspetto biografico, la drammatica storia di Kurt Cobain e l’impetuosa ascesa della band nei giorni furenti del grunge di Seattle. Si è sempre fatta poca attenzione alla musica, alle canzoni. Qui invece abbiamo un libro che parla di canzoni; in maniera dettagliata, precisa, quasi maniacale”. Come mai hai fatto questa scelta? Volevi riempire un vuoto del mercato, o pensi che il culto del personaggio Cobain abbia finito per mettere in secondo piano la qualità artistica della sua opera?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi piacerebbe darti una <em>risposta da autore</em>, ma la verità è piuttosto banale. La Giunti ha una collana di libri sui gruppi e le loro canzoni. A me andava bene rientrarci, perché preferisco scrivere dei singoli album e brani, piuttosto che il solito libro biografico. Ho fatto pertanto un lavoro di ricerca, d&#8217;archivio, recuperando tutte le varie riviste, i libri e ricercando sui siti internet. La ratio di tale operazione è che anche l’appassionato più fanatico è difficile abbia voglia di andare a raccogliere tutto quello che si sa su ogni pezzo, sulle sue varie fasi. <strong>Una nuova biografia avrebbe senso solo avendo informazioni di prima mano, magari dopo aver parlato con qualcuno che conosceva bene la band e ti racconta qualcosa che ancora non sia noto alle cronache.</strong> Altrimenti, i fatti più o meno si conoscono. Negli anni precedenti avevo fatto un lavoro simile a questo con Springsteen e i Rolling Stone – due imprese abbastanza complicate, data la quantità di canzoni. Con i Nirvana, che decisamente hanno una produzione ridotta, è stato molto più semplice. Per risponderti, comunque, direi che il mio è, essendo io un giornalista, un libro da giornalista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chiariscici un punto una volta per tutte, per favore: i Nirvana sono grunge?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È un po’ un falso problema, nel senso che, per dare una risposta definitiva, bisognerebbe avere una definizione precisa di cosa sia stato il <em>grunge</em>. Il termine ha iniziato a prendere piede, nella stampa musicale, quando sono emersi una serie di gruppi, con i connotati di quella che solitamente viene definita come “una scena”: area geografica abbastanza delimitata, nella fattispecie Seattle, una o due etichette del posto, come per esempio la Sub Pop. Ci sono, poi, un paio di teorie su come sia nato il nome. La più accreditata è quella secondo cui i Mudhoney, alla domanda su come fosse la loro musica, risposero proprio “grungy”, come dire “sporca”. Questa definizione deve essere piaciuta particolarmente perché, da quel momento, si è diffuso l’uso del termine, fino a divenire distintivo per un certo genere di band. Ci sarebbe però da chiedersi quali siano, in ultimo, i tratti caratteristici del <em>grunge</em>. Sul sito del produttore Jack Enedino, c’era per esempio una polemica contro quelle riviste che lanciano rubriche del tipo “i dieci migliori album grunge”. Lui contestava il fatto di vedervi figurare un disco come l&#8217;<em>Unplugged</em> dei Nirvana, sostenendo che il grunge è una musica da gruppo rock e suona distorta. La definizione, però, è quantomeno vaga. <strong>Infine “grunge” è un’etichetta, un capello messo su una serie di gruppi gravitanti intorno a un certo giro e caratterizzati da un suono duro e aggressivo. Come i Nirvana, che incidevano per la Sub Pop, e, pur non essendo di Seattle, vi abitavano.</strong> In tal senso, sì, lo erano. Per il resto la definizione risulta piuttosto fumosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se dovessi delineare le mutazioni più evidenti nella carriera dei Nirvana, quali indicheresti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il passaggio più evidente è quello tra il primo album, <em>Bleach</em>, e <em>Nevermind</em>. Mentre in <em>Bleach </em>vi erano molti riff pesanti, con lui che vi urlava sopra, il secondo album presenta melodie e pezzi orecchiabili che suonano ancora duri e cattivi, ma con ritornelli più <em>easy listening</em>. Quello è stato il rivolgimento più evidente e la chiave che ha permesso loro di vendere tanto. <strong>Forse <em>In Utero</em> è stato una mediazione tra le due anime, quella pop unita a quella rock più rumorosa e dissonante. Nell’ultimo disco in studio viene inoltre riservata maggiore attenzione al testo, inseguendo una dimensione narrativa.</strong> In <em>Nevermind </em>le liriche erano invece costituite da frasi slegate tra loro, a volte anche contraddittorie <strong>–</strong> si veda, per esempio, <em>Come as you are</em> in cui un verso contraddice quello precedente, senza intenzione di raccontare alcunché. Rimarrà il dubbio di che strada avrebbero preso dopo <em>In Utero</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A tuo avviso, esistono canzoni palesemente brutte dei Nirvana?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"> Palesemente brutta direi <em>Beans</em>, contenuta nel cofanetto <em>With the Lights Out</em>. In verità, non so nemmeno se la si possa definire una canzone, visto che si tratta semplicemente di Cobain che fa lo stupido con un registratore, velocizzandosi la voce. Di proprio orribili, per il resto, non me ne vengono. Poi, è questione di gusti. Io, personalmente, non sono mai stato un entusiasta di <em>Bleach</em>. Lo trovo abbastanza ripetitivo. Non mi dice granché – non era nelle mie corde e non lo è tuttora. <strong>Conoscevo già qualcosa di quel primo album, quando uscì <em>Nevermind</em>, e il mio scarso amore per esso è anche il motivo per cui non vidi i Nirvana dal vivo, quando per ben due volte passarono qui in Brianza, prima che la fama li travolgesse. A quei tempi stavano girando in Europa, ma suonavano ancora in locali piccoli.</strong> Snobbati i concerti in zona, di lì a qualche giorno, ascoltai <em>Teen Spirit</em>, rendendomi conto che probabilmente avevo fatto una cazzata. Forse quello era il loro momento migliore, l’ideale per vederli dal vivo, quando la formazione si era definita con Dave Grohl alla batteria, il loro stile era già formato, ma loro stavano ancora girando con un furgone. Durante l’ultimo tour, invece, c’era già qualcosa che non funzionava. Lui cominciava a essere stanco, o comunque non era nelle condizioni migliori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi piacerebbe che scegliessi la tua preferita tra le canzoni dei Nirvana e introducessi i lettori al suo ascolto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questo momento, sceglierei <em>All Apologies</em>. È una canzone scritta molto prima della sua pubblicazione. Le prime registrazioni risalgono addirittura ai tempi di <em>Nevermind</em>. I pezzi di <em>In Utero</em> nuovi, in realtà, erano veramente pochi. Cobain aveva recuperato diverso materiale precedente e ciò significa che in quel periodo stava scrivendo poco. In una delle ultime interviste aveva detto che sarebbe stato bello vedere cosa sarebbe riuscito a tirare fuori per il disco successivo, visto che non aveva più brani da parte e avrebbe dovuto, per così dire, cominciare da zero. Poteva essere il segnale che, in realtà, il momento magico era già finito. <strong>Il motivo per cui ho scelto questo brano, comunque, è che ne apprezzo la melodia, una delle migliori scritte da Cobain, tant’è che ha addirittura ricevuto l’onore di una cover da Herbie Hancock. Ne parlai anche con lui, quando lo intervistai anni fa. Mi raccontò di aver rifatto questo pezzo perché, in quel suo album, in cui aveva deciso di riprendere brani rock per trasporli in chiave jazz, quello dei Nirvana era veramente la scelta più improbabile. Insomma, si trattava di una sfida. </strong>Al contempo, questo brano gli offriva più possibilità per via della melodia ben definita. Un altro aspetto che mi affascina è che, in una delle prime versioni, il pezzo fosse concepito come acustico, vagamente alla Beatles <strong>–</strong> una parte di tamburello, effettivamente, li ricorda. Infine mi piace il fatto che Cobain la considerasse una canzone dedicata alla moglie e alla figlia, anche se nel testo non vi si fa riferimento. Era la melodia a dargli un senso di pace e ciò lo legava al pensiero delle due. Questo è peraltro indicativo di come desse maggiore importanza alla musica rispetto ai testi. Com’è noto, lui spesso scriveva questi all’ultimo minuto. Chi ama psicanalizzare ti direbbe che ciò significa che tirava fuori quello che aveva dentro senza filtrarlo. In verità, non lo sapremo mai.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/nirvana-paolo-giovanazzi-giunti-musica/">Ecco perché continuiamo ad amare i Nirvana (in ogni caso, meglio ascoltare “All Apologies”): Matteo Fais dialoga con Paolo Giovanazzi, che non ha scritto la solita biografia di Cobain &#038; Co.</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Dopo aver visto l’orrore, ti costruirò una casa al di là della Storia: l’epistolario tra Veronica Tomassini e Davide Brullo</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Mar 2019 07:59:55 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tomassini-brullo-letteratura-scrittura/">Dopo aver visto l’orrore, ti costruirò una casa al di là della Storia: l’epistolario tra Veronica Tomassini e Davide Brullo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per il Medio Oriente, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. Colpito da un morbo contratto in Armenia, mentre cercava di raggiungerla, ammorbato a Tabriz, Nathan è in frantumi di delirio. Mentre Vera lo attende, ha tenda per lui, Nathan è coinvolto in eventi efferati della Storia, quasi fosse un sonnambulo. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. <a href="http://www.pangea.news/di-azzurro-non-ho-visto-altro-che-la-mia-fame-di-te/" target="_blank" rel="noopener">L’ultima puntata del ciclo è qui.</a></em></p>
<p>***</p>
<p><em>Karakol, è settembre, è il 1950, il primo anno del nostro mondo</em></p>
<p style="text-align: justify;">Non mi stupisce più nulla della crudeltà umana – <strong>tu brandisci la parola “vita” come fosse uno stendardo, ma è una benda intrisa nell’acido, a sciogliere il viso in un torsolo d’osso – neanche l’uomo che alla fine piscia sulla faccia della donna che ha appena violato,</strong> <strong>tra l’effluvio di risate dei miserevoli lacchè</strong> – potrei dirti che ero a Dushanbe, nella Repubblica Socialista Sovietica Tagika, perché da lì Collingworth pensava di stimolare una rivolta contro Mosca, chiaramente condotta dall’avida sentenza dei servizi inglesi, e di ritagliarsi l’immaginazione di un regno – quest’uomo lacerato dal potere non desidera corpi ma città, “mi fanno ribrezzo i corpi, quelli umani, soprattutto, che razzolano tra errori e richieste di perdono, incapaci nello scatto nitido della bestia, nella razzia degli insetti, mi fanno schifo perché rimandano all’odore della mortalità, e io, finché vivo, <strong>voglio la conquista, l’arbitraria edificazione di metropoli sul sale”, mi disse, davanti alla pianura asiatica, luciferina, dove la luce istoria strani giaguari a Est,</strong> e le nuvole sembrano il sigillo di un patto tra immemori.</p>
<p style="text-align: justify;">Penso che si chiamasse Nikolaj, si faceva chiamare Iskandar, il nome orientale di Alessandro, che in greco significa “protettore di uomini”, la filologia è in balia del paradosso – probabilmente russo, accennava a giacimenti di petrolio e a vasti interessi presso i porti di Corinto, Baku e Varna, <strong>la sua mole, taurina, dimostrava che la distanza tra Est e Ovest era la stessa tra il pollice e il mignolo della sua mano destra</strong> – sussurrava di una grossa speculazione per costruire una linea ferroviaria lungo l’Everest, sfoggiava una pelliccia di leone artico per il gusto di dire che discendeva da Ercole e il vasto giardino della sua villa era pattugliato da statue romane, “anche io, sa, meriterò una statua”, diceva, rivolgendosi a un uditorio di vivi e di morti, di esuli, di assassini, di potenti, poi diceva che il suo riferimento era Tiberio, citava Tacito, “abbandonato il pudore assieme ad ogni paura, si lasciò andare a delitti ed atti infamanti”, consapevole – lo dicevano anche gli strateghi cinesi, diceva lui – che “il delitto ti consegna alla gloria, la paura costringe all’adorazione, e io voglio essere adorato”. <strong>Lo ascoltava con garbo, Collingworth, sapendo dove agire, usando i verbi come un medicamento, in quella zona tra fegato e cardio chiamata vanità.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il re deve sempre dimostrare che sa uccidere e sa scopare. Nikolaj – mi rifiuto di chiamarlo Iskandar – arrivò verso di noi a cavallo – non aveva una villa, ma un villaggio, costituito da una dozzina di case, di gravide dimensioni, in ciascuna delle quali, mi disse Collingworth, abitano i servi e le mogli del potente – scese dal sauro, si avvolse le briglie al polso, si chinò verso il gambale, estrasse la pistola, sparò sulla fronte della bestia.<strong> Il cavallo dilatò le pupille, stupito dal gesto incongruo, stupido, non si dimenò, accolse il caos in un sospiro, cadde. “Era il mio preferito, ma bisogna vincere ogni forma di attaccamento, giusto?”, disse, accogliendoci.</strong> L’attrazione, tuttavia, accadde la sera. Collingworth aveva avvisato di non voler mangiare, una esagerazione di modestia – prima di passare alle trattative politiche, di cui io ero complice poco entusiasta, Nikolaj volle dare agio al proprio potere, “per stimolarvi a usare parole opportune”, disse, come se morte e rivolta fossero una questione grammaticale. <strong>La sala da pranzo, enorme, era affollata di donne, prevalentemente nude, che mangiavano, ridevano – l’ingresso di Nikolaj le fece delirare, lui disse qualcosa in russo, certe donne ne presero una, prescelta.</strong> La donna – come molte donne asiatiche – sembrava desunta da un diamante, una scheggia di santità – e fece ciò a cui era addestrata, s’insinuò attorno al corpo di Nikolaj, slacciava, leccava, consapevole dell’invidia delle altre, esaltata dalla rabbia delle compagne. Nikolaj sollevò la ragazza, come se fosse una sciarpa, e nobilitandola la rovesciò sul tavolo, e qualche donna lo spogliava perché il suo corpo era il loro oro e altre gareggiavano a maneggiargli la minchia, ed era un lampo la nudità della ragazza che ora veniva agita, e ne rideva, lei, e alcune le tenevano le braccia, distese, altre si arrotolavano i capelli al braccio, mentre il re guardava tutti – anche noi – ovunque – il soffitto decorato con scene mitologiche della caccia alla tigre bianca – tranne lei. Poco prima che il potente rovesciasse lo sperma in una coppa – all’esercizio erano preposte alcune particolari ragazze – <strong>esistono vite donate ad altri, che valore ha la parola “consacrato”, chi è che sta morendo davvero durante una morte? – Nikolaj spaccò il collo della ragazza, che sembrava non desiderare altro</strong>, la staccò da sé, rovesciò il corpo umiliandolo, ancora, rendendo irriconoscibile la faccia della donna, manovrandola contro lo stipite del tavolo e sui bicchieri, vetrificata, poi, non più umana, la lasciò a terra, le pisciò sopra, tra le sorde risate delle altre e disse che chi è amato da lui è amato una volta per tutte. <strong>Qualcuno dice che bisogna amare l’omicida come l’ucciso, il perverso come l’innocente – io non so redimere né amare, mi sono arreso al pungo come alla claustrofobia di un chiostro. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fu allora che me ne andai – ti scriverò altrove, se lo avremo, come ho ucciso Collingworth, anche questo è un atto che definisce le mie infamie australi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nel pomeriggio</em></p>
<p style="text-align: justify;">Poiché quella notte è il mio decalogo, ricordo che hai detto la parola “ostaggio”, mentre usavo il tuo corpo come la camera della memoria, aderendo il calco della mia giovinezza – <strong>l’ostaggio è l’ostacolo al desiderio, ti ho detto, siamo ospiti, mentre la tua lingua cuciva Praga sulle dita della mia mano sinistra – ma non hai ripetuto la parola “ospite”, i tuoi denti duri come rune hanno detto ancora “ostaggio”,</strong> poi mi hai detto che solo lo straniero è ospite e io so di averti detto “vedova”, per il solo gusto di vedere come avrebbe risposto il tuo corpo, ed è a quel punto, forse, che ti sei tramutata in cerva – e ora, dopo questa distanza che ho chiamato Cerbero, ogni stagione ha una bocca diversa, <strong>tu mi scrivi della vita e della vedovanza, come se fossero epigrafi contrarie, una il risveglio dei cani primaverili l’altra l’anatema che anatomizza i ghiacciai e il funebre; ma è la vedova la prediletta alla vita,</strong> perché la vedova tiene in vita i morti, che restano per sempre figli, e ama i vivi consapevole che la luce non li benedice ma li taglia, che la luce è una palude, affondi, smarrendo le fattezze nei fatti. <strong>Sono stanco delle donne che hanno pretese ma che non sanno prendere, che sono preda delle voglie ma non vogliono nulla, che sviluppano un amore in minacce e rettifiche e ripicche – “sorregge l’orfano e la vedova”, è l’epiteto di Dio nella <em>Sapienza</em></strong>, “sue sono le lacrime della vedova”, è detto, perché Dio è vedovo delle voglie dell’uomo – non è Dio ad abbandonare, è lui l’abbandonato, l’abbandono. La Bibbia è l’unico reperto che ho di mia madre – ripetere le stesse parole che hanno detto altri, alla foce di noi: non è questa la città, la metropoli dei cieli? La parola “vedova” ricorre in forme sgargianti – Dio predilige la vedova, perché feconda l’impossibile; la vedova rinuncia alla vita per votarsi a Dio, dopo il marito, la resa; dalle lacrime della vedova accadono le costellazioni – così nascono le mappe del cielo, per orientare l’orfano, a conforto della vedova.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Di notte</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ho cominciato a segnare il perimetro della nostra casa, qui, perché non conosco le stelle, qui, e quando fischio sembrano ascoltarmi, si ammucchiano e si spostano, come api – qui parlo con più genio ai morti, si radunano, con la dignità di creature artiche, preparando per me l’alba, slacciandola dai capelli, magnificando le palpebre in luce. <strong>Non ha senso che continui a disegnare per te una carta del cielo – devo costruirti una casa – abitarla non è più importante di sapere che al mondo, in questo secolo, c’è stato un posto costruito per noi, a risarcimento dell’attesa.</strong> Siamo come due statue che sorreggono l’architrave di civiltà incompatibili: ci fissiamo, senza sfida, pieni di amore, quell’amore che garantisce la nostra statura, eppure sappiamo che il movimento di uno farà crollare un continente – forse tra i miei occhi e i tuoi qualcuno sta costruendo un arazzo, la mia pupilla è legata alla tua con una corda, con lo spago che si usa per cacciare i pesci che vanno al contrario, contro corrente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ti dovrei raccontare di questo luogo, nella valle del Karakol – in tenda, la lacerazione del freddo mi fortifica, ho già predisposto parte della legna, mi aiutano alcuni cacciatori che si muovono intorno al lago Ysyk-Köl – dal legno, con pochi tocchi, come fosse fango, sanno estrarre animali e volti per ingraziare la forza e addomesticare la sorte. <strong>Non fuggo dal mondo – lo fondo, lo tengo fermo, come uno spillo: che cosa c’interessa se la Storia, questo coccodrillo dall’andatura lenta, astrusa, famelica, è altrove?</strong> Non so fare nulla – qualcuno dice di vedere una cattedrale sul torso di una foglia e che i martiri pensavano al coltello che gli stregava le arterie come a una nuvola. Possiamo costruire una civiltà – una cavità di sussurri – soltanto per noi? <strong>Per troppo timore nessuno ha mai detto all’altro “ti amo”, consapevoli che la vedovanza è una verginità.</strong> Ieri ho visto un cervo – sono convinto che con la lingua odorava la sua vittoria – le corna sono piene di occhi – il giorno lo rincorre, ed è uno sciame.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan</em></p>
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		<title>“Sono stata fedele a una militanza funesta”: fino a strapparsi le ossa verbali, con Veronica Tomassini</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Mar 2019 05:31:24 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I più, penso, resteranno lì, non vedranno altro oltre l’insolente insolazione della ‘denuncia’, al sole del ‘neorelismo’ di facciata, che sfacciati. Insomma, la scrittrice dei drogati, della periferia di Siracusa, che è poi anima di catrame, l’isolamento dell’uomo, catabasi, catarsi, etc. etc. Sarebbe come considerare <em>Il processo </em>di Kafka un <em>legal thriller </em>e <em>Moby Dick </em>un baldo romanzo d’avventure a bordo di baleniera e l’<em>Ulisse </em>di Joyce una guida turistica della città di Dublino, che idiozia. <strong>Con <em>Mazzarrona </em>(Miraggi Edizioni, 2019) Veronica Tomassini – già autrice di libri importanti, cito solo <em>Sangue di cane </em>e <em>L’altro addio </em>– va al di là del gergo linguistico di <em>Altri libertini</em>, è in esilio dalla ‘denuncia’ – propria dei burocrati della provvidenza, dei puri di cuore – redige l’implacabile epica dei rimpianti, dei persi senza pianto, dei tossici, degli indifesi, degli indegni, degli indimenticabili dannati senza aura, senza beneficio di pietà</strong> (senti qua: “I fiori degli aranci restituivano la leggerezza della stagione. Oggi mi sembra un fatto straordinario assistervi senza dover pagare un prezzo, sentirmi indegna. La primavera è per tutti. Anche per noi in quel tempo. Il nostro inverno perenne disconosceva la primavera”). Ci sono tante frasi da sottolineare e una bellezza così candida –<strong> del candore che si ottiene soltanto dopo il massacro </strong>– in questo romanzo, lo prendi ed è come se un pezzo d’ombra e un pezzo di sole fossero conficcati sotto i mignoli, a spalpebrare il senso del tatto. Ma non è questo. <strong>Veronica Tomassini scrive facendo scempio di sé, come i pittori d’icone che murano la propria vita nel carcere del Volto – per Veronica, ogni volta, scrivere è sudario, pazienza, perdizione</strong> – si scuoia per dare grammatica di fiamme al nostro caos. Ne parlo, è certo, con un giudizio sghembo, di Veronica, perché ho il privilegio di dialogare con lei, fino a sfinirci, fino all’ultimo lembo emblematico di fiato. <em>Veronica</em> significa colei che ‘porta la vittoria’, ma il nome, storpiato, ha a che fare con la vera immagine (icona) di Cristo. Il volto è vittoria; lei porta il tuo volto con una grazia indecente. Attraversi Veronica per trovare te stesso – e l’esperienza non è indolore. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66064 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/Mazzarrona-206x300.jpg" alt="" width="160" height="233" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Mazzarrona-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Mazzarrona-768x1120.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Mazzarrona-702x1024.jpg 702w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Mazzarrona.jpg 1000w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" />Cosa bisogna avere per scrivere, per te: compassione o ferocia? Amore per sé o desideri per gli altri? Necessità di perdersi, definitivamente, o di risorgere, luminosamente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La compassione è lo sguardo che finisce dove gli altri lo tolgono; la luce che si fa strada dove per tutti ripara l’ombra. L’ombra e non le tenebre.<strong> Il mio sguardo è compassionevole anche quando è feroce, serve alla scrittura, il dolore laconico, l’ho imparato dai nostri maestri russi, è la grande lezione russa, il dolore non si ribadisce, lo devi mortificare, ignorare, così lo esalterai nel suo potere di salvezza.</strong> È il riso con il suono del singhiozzo, persino, capace di seppellire il lettore nello sgomento e nella tristezza. Il dolore nella pozzanghera mirgorodiana di Gogol’. E alla fine l’uomo risorge, sì. E tuttavia non per questa ragione io sia nobilitata, migliore, dedicata all’altro, no, si può essere creature mostruose, fuori quello sguardo, fuori la scrittura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu sei la santa dei sottosuoli, la regina virginea degli inferi della periferia: con un linguaggio visionario, da apocalisse gnostica, garantisci una consistenza narrativa a quella “loggia di sbandati” che è l’umanità di Mazzarrona. Mi pare, però, che la tua lucidità non preluda a una facile ricerca di ‘riscatto’. Dimmi. Dimmi perché quei luoghi sono la tua materia narrativa.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Racconto solo la mia vita. <em>Tranche de vie</em>. Non so fare altro. Sono finita nei luoghi sbagliati, tra gli imperdonabili, fino ad amarli. Io stessa lo sono, imperdonabile. Sono fuori dal mondo colpevolmente, una brutta copia della Bess di Von Trier de <em>Le onde del destino</em>. <strong>Ho letto <em>Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino</em> a nove anni. Mi ha cambiato la vita, forse me l’ha rovinata. Da allora quello sguardo di cui ti dicevo “deragliava”, illuminava i segreti e la laidezza della vita, mi sembrava di averla già conosciuta così marcia e finita a pochi anni. </strong>Ero preparatissima, a pochi anni conoscevo già l’abbecedario del tossico. Gropiusstadt, Haus der Mitt, il Sound, David Bowie, il trip, l’acido che devi calare con un succo di ciliegia, Sense of doubt. Era il mio paesaggio a nove anni. Allora ho capito che c’era una verità, dovevo trovarla, non l’ho ancora trovata. Devo capire ancora, non so cosa, quel tossico forse con l’ago infilato nel collo, Riboldi Gino chino sul cesso di un bagno pubblico (<em>In exitu</em>, Testori) o l’altro che muore steso su una panchina. Così è andata. E da adolescente e poi da adulta sono stata fedele a una militanza funesta, una vita in pezzi forse. E invece no, perché poi tutto mi è stato restituito, gloriosamente, tutto è diventato scrittura. Sono diventate parole, quelle parole che a Mazzarrona non si usavano, erano ridicole, troppo lunghe.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ami dal culmine dell’abbandono, forse perfino in una compiaciuta estremità ed eresia. Il narcisismo dei perduti. </strong><strong>È così? Contestami.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, amo dal culmine dell’abbandono. <strong>L’amore è il grande assente. Il narcisismo dei perduti: mi piace. Mi sta bene. </strong>Ma devo essere perdonata e voglio solo perdonare in fondo, così sopravvivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>C’è più denuncia sociale, rivolta civica o atto sacro, liturgia dell’amare e dell’accettare nel tuo romanzo, nelle tue intenzioni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, non c’è una denuncia sociale, <strong>mi annoia solo l’idea di un romanzo da denuncia sociale. Qualcosa da tessera di partito, inefficace, inutile come una posa.</strong> Soltanto racconto (non mi importa delle intenzioni, agiscono per i fatti loro, non le riconosco), poi io stessa divento simbolo di qualcosa magari. Quella che scrive di periferie o di ubriaconi, vagabondi, disadattati. Senza pietismo, però, per carità. Lo faccio e basta. Il resto mi annoia. La noia è un problema. Ho vissuto così.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Era solo la morte degli altri, che avanzava implacabile e lenta, ad avermi contagiato”: che cosa significa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Eroinomani, creature esangui. Erano la negazione della vita, una provocazione, un parto cieco. Frequentare eroinomani, sentir parlare solo di ‘roba’, di overdose, spade, rota, Aids, mi aveva fatto ammalare. Frequentare l’ignoranza che per me equivale a una volgarità morale, una volgarità tout court. Mi aveva fatto ammalare.<strong> Dimagrivo, avevo smesso di mangiare, non del tutto però. Non vedevo altro, solo questo orizzonte, pesto, greve. </strong>Solo la morte. Non c’era leggerezza. Era un castigo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da dove arriva questo tuo linguaggio che brucia i cliché di certa narrativa contemporanea, che affila il coltello con cui ti punisci? Che cosa leggi, intendo? Che cosa ti piace leggere, dell’oggi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi leggo <strong>solo testi sacri o classici dello spirito.</strong> Ho amato molto i russi, il neorealismo, alcuni autori americani, ma se vai a vedere scopri che sono poi russi o giù di lì, tipo Saul Bellow (origini lituane).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora cosa ti attendi? Lo Strega, un nuovo libro, uno che ti porti via da tutto bruciando i ponti, niente, tutto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Uno che mi porti via da tutto, bruciando i ponti.</p>
<p>*<em>In copertina, Veronica Tomassini è interpretata da Francesca Marzia Esposito</em></p>
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