<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Tiziano Scarpa Archivi - Pangea</title>
	<atom:link href="https://www.pangea.news/tag/tiziano-scarpa/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.pangea.news/tag/tiziano-scarpa/</link>
	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2023 05:35:56 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.8</generator>
	<item>
		<title>“Che ipocrisia, l’ambiente mette d’accordo tutti purché non si faccia nulla”: dialogo con Guido Viale. Da Dickens a Cormac McCarthy, da Ballard a Beckett, una antologia letteraria di rifiuti e rifiutati</title>
		<link>https://www.pangea.news/guido-viale-ambiente-rifiuti-ballard-dickens-kafka/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Mar 2019 05:46:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Calvino]]></category>
		<category><![CDATA[Charles Dickens]]></category>
		<category><![CDATA[Cormac McCarthy]]></category>
		<category><![CDATA[Dickens]]></category>
		<category><![CDATA[Don DeLillo]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[Ecologismo]]></category>
		<category><![CDATA[Eraclito]]></category>
		<category><![CDATA[Eugenio Montale]]></category>
		<category><![CDATA[Goethe]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Viale]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[Italo Calvino]]></category>
		<category><![CDATA[Kafka]]></category>
		<category><![CDATA[La letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Montale]]></category>
		<category><![CDATA[Persona]]></category>
		<category><![CDATA[poeti]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[Samuel Beckett]]></category>
		<category><![CDATA[Shakespeare]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[Stabile]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziano Scarpa]]></category>
		<category><![CDATA[umanità]]></category>
		<category><![CDATA[Umberto Eco]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=66313</guid>

					<description><![CDATA[<p>Rifiuto è ciò che getto, che non voglio, che mi fa ribrezzo. Il rifiuto, però, profondamente, è l’uomo: siamo ‘gettati’ al mondo, siamo un rifiuto che fiata, che a sua volta fa rifiuti. E che sui rifiuti – visto che l’uomo, il rifiuto, è l’essere che fa rifiuti –, senza più rifiutarli, fa business ecologico. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/guido-viale-ambiente-rifiuti-ballard-dickens-kafka/">“Che ipocrisia, l’ambiente mette d’accordo tutti purché non si faccia nulla”: dialogo con Guido Viale. Da Dickens a Cormac McCarthy, da Ballard a Beckett, una antologia letteraria di rifiuti e rifiutati</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Rifiuto </em>è ciò che getto, che non voglio, che mi fa ribrezzo. Il rifiuto, però, profondamente, è l’uomo: <strong>siamo ‘gettati’ al mondo, siamo un rifiuto che fiata, che a sua volta fa rifiuti.</strong> E che sui rifiuti – visto che l’uomo, il rifiuto, è l’essere che fa rifiuti –, senza più rifiutarli, fa business ecologico. <strong>Sul tema del rifiuto – esistenziale, etico, estetico, sociale, ecologista – Guido Viale ha allineato una bibliografia perfino profetica</strong> (<em>Un mondo usa e getta. La civiltà dei rifiuti e i rifiuti della civiltà</em>, 1994; <em>Governare i rifiuti</em>, 1999; <em>Azzerare i rifiuti</em>, 2008), ma in questo caso lo scatto letterario è affascinante. In <em><a href="http://libri.goodfellas.it/la-parola-ai-rifiuti.html" target="_blank" rel="noopener">La parola ai rifiuti. Scrittori e letture sull’aldilà delle merci</a> </em>(Edizioni Interno4, 2019), lo scopo di fondo è sottile. Viale lo dice così:<strong> “Da Goethe a Kafka, da Calvino a Montale, da Pasolini a Hugo, da Saramago a Coetzee, da Dickens a Ballard – e tanti altri ancora – quei testi documentano in modo incontrovertibile come, a partire da un certo momento della storia </strong>(ma già Eraclito aveva trovato una corrispondenza tra un mucchio di rifiuti e “il più bello dei mondi”), i rifiuti siano diventati una componente essenziale e insopprimibile del nostro mondo e delle nostre vite. E di come abbiano finito per imprimere il proprio marchio anche sugli esseri umani, ridotti a scarti quando non servono più”. Io direi, selvaggiamente, che <strong>gli scrittori vedono quello che nessuno vuol vedere, immaginano, con virtuosa virulenza narrativa, l’inimmaginabile e arrivano prima degli altri al cuore della questione.</strong> In questo caso, l’antologia allestita da Viale – testimonianza di un lettore col fiuto – è affascinante e allucinante: si va dall’immancabile <em>Nome della rosa </em>di Umberto Eco – che illustra come si alienavano i rifiuti nel Medioevo – alla Londra lorda di merci in avaria di Charles Dickens, dove ciò che è rifiuto per uno è oro per l’altro,<strong> dall’eruzione distopica di rifiuti di J.G. Ballard (“Scese nelle strade deserte, osservando la leggera cenere che cadeva su Hamilton, proveniente dalle centinaia di falò di rifiuti alla periferia della città e che copriva le strade e i giardini come per l’eruzione di un vulcano vicino”) alla “lordura” e al “trionfo della spazzatura” cantati da Eugenio Montale</strong> agli abissi esistenziali di Samuel Beckett e i panorami arsi dal nulla biblico del Cormac McCarthy de <em>La strada </em>(“La città era abbandonata da anni ma ne percorsero le strade ingombre di rifiuti con grande circospezione, tenendosi per mano. Superarono un cassonetto in cui un tempo qualcuno aveva cercato di bruciare dei cadaveri”). Una storia della letteratura per rifiuti – le letture sono molte, reclamano Buzzati a Coetzee, Kafka e Hrabal, Tiziano Scarpa e Javier Marías, Don DeLillo, Jonathan Franzen, Magda Szabó – commentata, per fiocinare di pensieri il nostro <em>status</em> e il nostro Stato, la nostra natura e il mondo. Nel <em>Viaggio in Italia</em>, a Sud, presso Napoli, Goethe ha una illuminazione che folgora: “In quei paesi un povero, uno che a noi sembra miserabile, può non solo soddisfare le più urgenti e immediate esigenze, ma godersi il mondo nel modo migliore; e <strong>un cosiddetto accattone napoletano potrebbe altrettanto facilmente sdegnare il posto di viceré in Norvegia e declinare l’onore, se l’imperatrice di Russia gliel’offrisse, del governatorato della Siberia”.</strong> Qui al rifiuto si associa il tema della rinuncia, dell’accontentarsi, dell’essere contenti. Concetti non da poco. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66314 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/viale-libro-200x300.jpg" alt="" width="158" height="237" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/viale-libro-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/viale-libro.jpg 666w" sizes="(max-width: 158px) 100vw, 158px" />Intanto, come nasce questo libro, con quali premesse, dettato da quali interessi questo lavoro antologico?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La parola ai rifiuti</em> raccoglie una rassegna di testi letterari in cui a vario titolo si parla di rifiuti. È una selezione dei circa cento articoli che ho scritto nel corso di quasi vent’anni per il supplemento socio culturale della rivista <em>GSA Igiene Urbana</em>, che si occupa di questa materia da un punto di vista tecnico. Queste letture mi hanno aiutato ad allargare e approfondire lo sguardo su un tema, quello dei rifiuti, che in genere impegna solo in termini strettamente tecnici chi se ne occupa da un punto di vista professionale. <strong>Con questo libro intendo accompagnare il lettore a scoprire come mai, a partire dalla fine del Settecento, cioè dalla rivoluzione industriale in poi, dei rifiuti si siano molto occupati la letteratura e gli scrittori (poeti compresi) proprio mentre economisti, sociologi, medici e filosofi non si accorgevano della montagna di scarti che stava crescendo sotto i loro occhi.</strong> Quegli scrittori in effetti hanno visto nei rifiuti qualcosa di più di semplici materiali di scarto: una metafora della condizione umana, proprio mentre il mondo delle merci e del consumo celebrava i suoi trionfi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che valore ha la letteratura, grandissima – citi da Montale a Beckett, da Goethe a McCarthy – o rasoterra nell’affrontare temi ‘sociali’? Voce che urla nel vuoto o potenza conturbante? La letteratura, poi, si deve porre problemi di ordine sociale, ecologico, politico, etico? Qual è il suo impegno?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questo ambito la letteratura è sicuramente una voce conturbante. Per quasi due secoli i rifiuti, prodotti in quantità crescenti, non hanno trovato posto nella rappresentazione di un mondo ordinato e in continuo progresso che ci è stata fornita dai saperi ufficiali. <strong>Eppure erano là, a testimoniare che ogni ‘bene’, inteso sia in senso economico che sociale, ha il suo rovescio. Che oggi ci sta portando a fondo, perché anche la CO2, causa prima dei cambiamenti climatici che minacciano la sopravvivenza stessa dell’umanità, non è che un rifiuto:</strong> lo scarto di tutti i processi di combustione su cui si è retto lo sviluppo della civiltà industriale. <strong>La letteratura non si ‘deve’ occupare di problemi specifici; si occupa della vita, perché questa è la sua vocazione.</strong> Ma se lo fa bene non può non incrociare e sviluppare uno sguardo specifico, che è quello dell’autore, e per questo diverso dagli altri, su tutti questi problemi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quale tra gli scrittori che hai antologizzato ti ha convinto di più, quale ti ha emozionato di più?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il più emozionante è per me è senz’altro Samuel Beckett che in <em>Finale di partita</em> rende esplicito quello che è il tema di fondo di tutti gli scrittori che in qualche modo hanno toccato o sfiorato il mondo dei rifiuti: <strong>l’identificazione dell’essere umano con nient’altro che un rifiuto, la sua svalorizzazione fino all’annullamento totale; unico punto a partire dal quale si può cercare di restituire un senso alla vita:</strong> ma a una vita completamente diversa. Il più convincente è senz’altro Italo Calvino, di cui, unico tra gli autori trattati, analizzo ben due testi, in due capitoli diversi: per lui i rifiuti sono non la metafora dell’esistenza, ma una chiave di interpretazione della società.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In assoluto: quali letture hanno segnato la sua vita, c’è un libro che riconosce come stella polare, a cui ritorna con ostinata continuità?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non credo. Come Harold Wilson riconduce a Shakespeare tutto il ‘canone’ della letteratura occidentale – compresi, paradossalmente, persino alcuni autori che lo hanno preceduto – così <strong>io penso che in Dante ci sia tutta la letteratura che è venuta dopo di lui.</strong> Senza mai, ovviamente, raggiungerne l’altezza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Rifiuto”, lo accennava anche nelle domande precedenti, è un termine che riguarda lo stato esistenziale, esiziale della natura umana, oggi. Rifiutiamo troppo, facciamo troppi rifiuti, abbiamo il timore di essere rifiutati, siamo i rifiuti di un tempo ingiusto, ingiustificati…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La vita, e il mondo, sono fatti di attrazione e di repulsione. Come, oltre ad essere attratti da qualcuno o qualcosa, aspiriamo anche a essere attraenti per gli altri, compresi i beni che ci circondano, così siamo portati o costretti a rifiutare molte cose e molti atteggiamenti delle persone, ma abbiamo paura di essere a nostra volta rifiutati. <strong>Ma nei rifiuti c’è qualcosa che, oltre a respingerci ci attrae, a volte in forme morbose: è la nostra vita, il trascorrere del tempo, che si deposita nelle cose che abbiamo usato e che non ci servono più, e di cui dobbiamo sbarazzarci.</strong> Così come nell’attrazione c’è sempre, o dovrebbe esserci, anche una componente di respingimento; altrimenti ci identificheremmo totalmente con la cosa o la persona che ci attrae, perdendo la nostra identità. Il fatto è che questi ‘moti dell’animo’ non si distribuiscono in modo uguale tra tutti gli esseri umani: chi più ha più attrae. Chi non ha niente per lo più respinge.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oggi il tema ambientale – in area sacra come profana – è prepotente, fa concordi tutti. Almeno, quando ci sono manifestazioni di piazza. Cosa ne pensa: sono le solite buone parole che tornano? D’altronde, lei di rifiuti (penso a “Un mondo usa e getta”, 1994) e di ecologia (cito ad esempio “La conversione ecologica”) ha fatto un tema dominante da decenni. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">È il colmo dell’ipocrisia. L’ambiente mette d’accordo tutti, fin che se ne parla in astratto, mentre tutti, o quasi, sono impegnati a distruggerlo e devastarlo. <strong>Questo gioco è andato avanti per anni, ma adesso è arrivato a un nodo. Se non invertiamo rotta non ci sarà più niente da devastare, perché avremo distrutto tutto il devastabile; compresi noi stessi, l’umanità, a cui stiamo sottraendo le condizioni che hanno reso possibile la sua evoluzione e la sua storia.</strong> A quel punto, senza un richiamo all’attrazione che su noi dovrebbero esercitare le cose che fanno bella la vita, la Terra e la convivenza umana non saranno più nient’altro che immani rifiuti.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: J.G. Ballard, l’autore di “Terra bruciata” (testo antologizzato da Guido Viale), nel 1977</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/guido-viale-ambiente-rifiuti-ballard-dickens-kafka/">“Che ipocrisia, l’ambiente mette d’accordo tutti purché non si faccia nulla”: dialogo con Guido Viale. Da Dickens a Cormac McCarthy, da Ballard a Beckett, una antologia letteraria di rifiuti e rifiutati</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/jg-ballard.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Non esiste gioia senza lotta, e un nuovo inizio è sempre possibile”: dialogo con Giovanna Rosadini</title>
		<link>https://www.pangea.news/non-esiste-gioia-senza-lotta-e-un-nuovo-inizio-e-sempre-possibile-dialogo-con-giovanna-rosadini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Mar 2019 05:27:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Alda Merini]]></category>
		<category><![CDATA[Antonella Anedda]]></category>
		<category><![CDATA[bene]]></category>
		<category><![CDATA[contemporanei]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[Distanza]]></category>
		<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[generazione]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanna Rosadini]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Raboni]]></category>
		<category><![CDATA[Houellebecq]]></category>
		<category><![CDATA[intelletto]]></category>
		<category><![CDATA[Mariangela Gualtieri]]></category>
		<category><![CDATA[ossa]]></category>
		<category><![CDATA[Pangea]]></category>
		<category><![CDATA[Persona]]></category>
		<category><![CDATA[Philip Roth]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
		<category><![CDATA[poeti]]></category>
		<category><![CDATA[Raffaello]]></category>
		<category><![CDATA[Raffaello Baldini]]></category>
		<category><![CDATA[Resurrezione]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[spazio]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziano Scarpa]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
		<category><![CDATA[verità]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=65997</guid>

					<description><![CDATA[<p>Penso che Giovanna Rosadini non vada letta. Giovanna Rosadini – forse l’ho già detto – va strappata. Con i suoi libri, intendo, non si può avere un rapporto da lettori qualsiasi, avvertiti o meno, avventurieri o narcotizzati dalla lirica, che vogliono trarre godimento d’intelletto. La Rosadini – poeta, per altro, formalmente impeccabile – va vissuta, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/non-esiste-gioia-senza-lotta-e-un-nuovo-inizio-e-sempre-possibile-dialogo-con-giovanna-rosadini/">“Non esiste gioia senza lotta, e un nuovo inizio è sempre possibile”: dialogo con Giovanna Rosadini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Penso che Giovanna Rosadini non vada letta. <strong>Giovanna Rosadini – forse l’ho già detto – va strappata. Con i suoi libri, intendo, non si può avere un rapporto da lettori qualsiasi</strong>, avvertiti o meno, avventurieri o narcotizzati dalla lirica, che vogliono trarre godimento d’intelletto. La Rosadini – poeta, per altro, formalmente impeccabile – va vissuta, vuole essere esplorata, estrapolata, strappata. <strong>La poesia è la prima parte di un dialogo che sei tu a dover adempiere e rilanciare – e mai completare. Pattuglia i giorni, la Rosadini, li perimetra con il barometro poetico, sguinzagli i cani da caccia del verbo.</strong> E pretende, da te, non di essere accudita: si dà in pasto. Di <em>Fioriture capovolte </em>(Einaudi, 2018), per dire, sorprende già l’anomalia del titolo: come se qualcosa, nonostante il capovolgimento, nonostante tutto, continui a fiorire, a esplodere vita, vizio e virgulto di gioia.<strong> “Notte medusa che mi mangi il sonno/ e mi sprofondi in abissi senza sponda,/ dammi il conforto di ritrovare un senso/ a ciò che sembra essersi perduto”. Che nitidezza oraziana, classica, in questo gesto di istoriare lo stipite della notte con versi beneaugurali. </strong>Poi mi segno questo, “La nascita ci consegna a un nome,/ ne custodiamo l’arbitrarietà sino a farlo/ nostro”: amo l’enigma che c’è qui dentro, la responsabilità del nominare, una risonanza di bronzo.  Poi, tra liriche piene di acqua, di acquari e di nebbia – ciò che è offuscato rasenta la visione millimetrica – amo questa, di ghiaccio, come di uno che abbia scuoiato pezzi di tramonto per farne cibo agli uccelli carnivori: <strong>“Benvenuta nebbia che occulti e attutisci/ potessimo disfarci nel tuo corpo di latte/ impunemente senza strascichi o rinvii/ come un errore finalmente rimediato/ come un dolore finalmente riassorbito”. </strong>Da qui, dunque, dallo stato di spostata, di sposa all’estate dei persi, senza pesi (“Incinta di vento – vuota, inquieta,/ sparsa come un gregge di foglie”), invito Giovanna al dialogo. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intanto. Da dove nasce questo libro? Voglio dire. C’è sempre, in te, un desiderio di ricapitolazione – di resurrezione? – nella poesia, di dare forma ai giorni, di fabbricare gli annali minimi della propria biografia: è vero?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Caro Davide, hai centrato il cuore della mia poesia. Ogni mio libro è un libro sulla possibilità di cambiamento e di rinascita, sempre attuabile, credo, in qualsiasi momento della vita. È quello che riassumo nella poesia di apertura del <em>Numero completo dei giorni</em>, corrispondente alla <em>parashà </em>di <em>Bereshit</em>, o, ebraicamente parlando, “Dell’inizio”, <em>Genesi</em> per la tradizione cattolica. <strong>Un nuovo inizio, legato a una possibilità di rigenerazione, è sempre possibile, anche se la nostra cultura (parlo del retaggio europeo) fatica a concepirlo: in una cultura più giovane e dinamica come quella americana è la norma. Si può mettere a fuoco la propria ispirazione anche a cinquant’anni</strong>, e lasciare il proprio lavoro routinario per mettersi a studiare musica e diventare direttore d’orchestra, o mettersi a dipingere, o assecondare una nuova inclinazione sentimentale… Poi, sì, scrivere poesia è un modo per dare forma ai giorni, scavare nel senso del tempo che passa fermandolo in un segno, coagulandone l’essenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dimmi. Qual è l’idea complessiva del libro. Che la memoria, forse, è il veleno della vita a venire? Che la lotta – tra vetri e fratture – è ancora conservare il distillato della gioia? Che cosa è questo “residuo immedicabile del mondo”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Più che il veleno direi forse il nettare, se si è avuta una vita sufficientemente buona come credo sia stato per me. Non penso che ci sia un’idea complessiva del libro, se non quel filo rosso che lega le mie opere che ho precisato sopra. Detto questo, venendo al tema della lotta, Michel Houellebecq ha scritto un meraviglioso libro di poesie intitolato <em>Le sense du</em> <em>combat</em>. Pieno di energia, vitale, lucidissimo.  Ho rimosso questo aspetto essenziale della vita fino alla fine del decennio dei miei trenta, cresciuta com’ero in una cultura/società di benessere garantito e indiscusso, in cui non si dava la necessità di competere per soddisfare le proprie necessità… il mondo della mia infanzia è un mondo di buoni sentimenti e di buona educazione, pacificato e garantito. Crescendo, mi sono resa conto che non era così, e ho maturato nuove consapevolezze, a contatto con le asperità del mondo. Si è trattato di un lungo ma necessario percorso, che è sfociato nella legittimazione della mia scrittura. <strong>Non si dà affermazione di se stessi e delle proprie istanze senza lotta, in senso più o meno figurato. Senza di ciò non si può pervenire alla gioia di trovare e riconoscere il proprio ruolo nel mondo.</strong>  Anche quando si ha la fortuna di raggiungere individualmente questo obiettivo, è facile che rimanga un <em>quid</em> di irrealizzato, non compiuto, e credo proprio che per la maggioranza delle persone sia così… C’è sempre qualcosa che manca, un inciampo, un fatto imprevisto che cambia la vita, e lo stesso, per estensione, nelle cose della vita e del mondo. Imperfetto per definizione. Abbiamo assistito, nel Novecento, al fallimento della realizzazione pratica dell’ideologia comunista, con il suo portato di riscatto sociale e di egualitarismo… È uno degli esempi possibili. <strong>La realtà è irreggimentabile. Per quanto ci si possa avvicinare dal punto di vista personale a un compimento, e da quello sociale a una buona organizzazione e gestione, ci sarà sempre un deficit, qualcosa che non funziona o non è abbastanza soddisfacente…</strong> È questo, “Il residuo immedicabile del mondo”. Qualcosa di connaturato e non emendabile, che possiamo trovare anche in natura. Qualcosa con cui tutti dobbiamo fare i conti, o imparare a fare i conti. Per dirla con le parole di Philip Roth: “Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da un lato, certo, le fioriture, il fiore che poi marcisce alla terra per fecondarla di nuovi sensi e gesti. Dall’altro, molte immagini rimandano all’acqua, all’acquario, al fossile, al luogo della nascita originaria, dove tutto passa e nulla si dimentica. Ci sono forse dei simboli-ossessioni in questa raccolta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Forse. Non ci avevo ancora pensato in questi termini. <strong>Di certo, l’acqua è un elemento ricorrente, presente in ogni sezione del libro… Dal mio mare di Liguria agli abissi oceanici popolati di creature inquietanti e all’acqua morta (da una suggestione del poeta cinese Wen Yiduo) della sezione<em> Lo spazio bianco</em>, fino all’acqua di Venezia dell’ultima sezione,</strong> dove rievoco gli anni universitari che vi ho trascorso. Acqua come elemento materno, rigenerante, ma anche ricettacolo oscuro e misterioso. Poi, direi, tutto il libro è attraversato dalla dicotomia luce-ombra, chiaro-scuro, la luce dell’infanzia e la cupezza dell’adolescenza, le luci e le ombre del sentimento amoroso, gli slanci e le inquietudini della giovinezza… Poi, c’è il luogo mitico per definizione della mia infanzia, la grande casa affacciata sul mare dove sono cresciuta, col suo giardino circondato dai cipressi e pieno di piante e fiori: il luogo dove si è incarnata la mia immaginazione emotiva, oggi purtroppo perduto. Probabilmente è questo, il luogo della nascita originaria, quello dove si è formata la consapevolezza di chi sono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65998 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro-rosadini-175x300.jpg" alt="" width="137" height="235" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-rosadini-175x300.jpg 175w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-rosadini-768x1316.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-rosadini-597x1024.jpg 597w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-rosadini.jpg 1000w" sizes="(max-width: 137px) 100vw, 137px" />Poi, a un certo punto, arrivi pure a benedire la nebbia, preghi di poterti disfare in essa, “come un errore finalmente rimediato”. Poesia bellissima, arcana e arcaica, ‘classica’. Significato agghiacciante. Cos’è allora la vita, cosa sono i rapporti umani?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La poesia della nebbia è quella in apertura della seconda sezione, <em>Lo spazio bianco</em>. Qui affronto il lato rovescio della vita, i suoi momenti faticosi e difficili, quelli in cui mancano le risorse per affrontare il mondo e la realtà. <strong>In una parola, parlo di depressione. Condizione oggi comune a molti, e a me del tutto sconosciuta prima del mio incidente. Dopo, ho imparato a farci i conti e a gestirla, naturalmente con l’aiuto di persone competenti a me vicine. </strong>Ho a poco a poco imparato a non temere i momenti no, quelli che spaventano e che cerchiamo, quando li sentiamo avvicinarsi, di tenere a distanza. La scrittura mi ha aiutato. Accogliendo questi momenti, ho capito che era possibile attraversarli e uscirne, se non incolume, più consapevole e talvolta fortificata. È il tema dell’episodio biblico della lotta di Giacobbe con l’angelo, che ho affrontato nel <em>Numero</em> <em>completo dei giorni</em>. Detto questo, credo che la vita sia un percorso ininterrotto di ricerca, innanzitutto di senso. E il senso lo troviamo proprio, se abbiamo la capacità e fortuna di trovare prima noi stessi, nei rapporti umani, nella possibilità di una comunione affettivo-emotiva con gli altri. <strong>Assumendoci il rischio e la responsabilità di fondare dei legami profondi. Sono gli altri, i testimoni della nostra esistenza, a darci consistenza e presenza nel mondo:</strong> una verità che ho vissuto sulla mia pelle con l’esperienza del ritorno alla vita dopo il coma, e che ho descritto in <em>Unità di risveglio</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La raccolta è costellata da una serie di epigrafi tratte da diversi poeti contemporanei. Che azzardo. Esiste, allora, davvero, oggi, una ‘comunità’ di poeti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La comunità dei poeti esiste da sempre, o, per meglio dire, esiste in senso sincronico e diacronico, <strong>ci sono i poeti a noi contemporanei che scrivono in ogni lingua e parte del mondo e ci sono i poeti che ci hanno preceduti, e continuano a parlarci con i loro versi. E ci sono i poeti che verranno dopo di noi, e leggeranno i nostri versi perpetuando in questo modo il nostro spirito e la nostra essenza.</strong> Attraverso la reciproca lettura, nostra di coloro che sono stati e che coloro che verranno dopo di noi faranno dei nostri testi, si attua una compresenza che supera le barriere temporali e, nel caso in cui leggiamo un poeta di un altro paese o continente, spaziali. Se non è una straordinaria comunità questa! Poi, sul piano personale, ci sono i legami e le relazioni, vive e concrete, con gli amici che scrivono poesia. <strong>Io credo di essere particolarmente fortunata, perché ho potuto conoscere, negli anni in cui lavoravo in Einaudi, personalità e maestri come Alda Merini, Giovanni Raboni, Raffaello Baldini e altri.</strong> Successivamente, quando io stessa ho cominciato a pubblicare, si è venuta formando una rete di amicizie e legami, quando non affinità elettive, davvero formidabile. Fondamentale lo scambio e il supporto con le mie sorelle di penna, da Maria Grazia Calandrone a Laura Pugno, Daniela Attanasio, Elisa Biagini, Giovanna Frene e Laura Liberale. Ciascuna di noi ha una poetica e una modalità di scrittura differente, ma è proprio questo il bello, e qui sta l’arricchimento reciproco. Poi ci sono le maestre di poesia, Mariangela Gualtieri, Antonella Anedda: ciascuno dei loro libri ha influenzato la mia scrittura. Ma ci sono anche gli amici poeti e scrittori, come Cristiano Poletti, l’estensore di questa intervista e Tiziano Scarpa, un’amicizia fondamentale lunga una vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Si scrive sul vuoto e sull’assenza&#8230; ed è una lotta con l’ombra”. Vuoto, lotta. Forse scrivere è compiere gesti marziali, nel vuoto. Lotta intrattenuta con gli assenti. Dimmi. Poiché il poeta sembra sempre avere parole definitive e mai assolutorie. Che rapporto c’è con la morte, con i legami che sono morti e moribondi? E ora&#8230; cosa andrai scrivendo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La scrittura, soprattutto quella poetica, è un esercizio di memoria, di ricostruzione del senso, una tessitura che recupera mancanze, perdite, incompiuti, lutti. Quindi una lotta con qualcosa che si sottrae, a cui bisogna dare una sembianza. Un risarcimento, una fune lanciata verso una sponda incerta. <strong>La poesia è categorica? Forse, un certo tipo di poesia, quella più orfico-oracolare… La mia credo sia più una poesia di evocazione, di introspezione e di figura. Una poesia che condensa storie. La morte risulta così esorcizzata, ma è sempre sullo sfondo, c’è un sentimento di quieta accettazione.</strong> Per quanto riguarda me stessa. Per ciò che concerne i legami, lascio andare senza rimpianti quelli che non hanno più motivo di essere, e lotto per conservare quelli senza i quali la mia vita non sarebbe più la stessa. Ma, come noto, non c’è nulla di più complicato, tortuoso e spesso incomprensibile delle relazioni umane. È ancora presto, ora, per dire cosa andrò a scrivere, anche se è da un po’ che rimugino un progetto narrativo… chissà!</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/non-esiste-gioia-senza-lotta-e-un-nuovo-inizio-e-sempre-possibile-dialogo-con-giovanna-rosadini/">“Non esiste gioia senza lotta, e un nuovo inizio è sempre possibile”: dialogo con Giovanna Rosadini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/unnamed-765x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Il Comune impone all’organizzatore gli autori da invitare: Missiroli, Recalcati, Marzano, Carofiglio… E tutti gli altri? Esclusi. Ecco come si fa a vendere tanto e a vincere il Premio Strega. Esempi di stalinismo culturale</title>
		<link>https://www.pangea.news/il-comune-impone-allorganizzatore-gli-autori-da-invitare-missiroli-recalcati-marzano-carofiglio-e-tutti-gli-altri-esclusi-ecco-come-si-fa-a-vendere-tanto-e-a-vincere-il-premio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Mar 2019 09:32:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Sordi]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Rivali]]></category>
		<category><![CDATA[Bompiani]]></category>
		<category><![CDATA[Christian Raimo]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Mencarelli]]></category>
		<category><![CDATA[Ferruccio Parazzoli]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Tuena]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Conte]]></category>
		<category><![CDATA[il Saggiatore]]></category>
		<category><![CDATA[intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[La letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[La Nave di Teseo]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Doninelli]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Missiroli]]></category>
		<category><![CDATA[Marecchia]]></category>
		<category><![CDATA[Massimiliano Parente]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Recalcati]]></category>
		<category><![CDATA[Mondadori]]></category>
		<category><![CDATA[Neri Pozza]]></category>
		<category><![CDATA[Novafeltria]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Giordano]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Mercadini]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Romagna]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[Stenio Solinas]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziano Scarpa]]></category>
		<category><![CDATA[Valerio Magrelli]]></category>
		<category><![CDATA[Valmarecchia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=65930</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le cose più vergognose, si sa, accadono sotto la didascalia ‘cultura’. D’altronde, cosa ce ne frega della cultura, c’è sempre altro di cui parlare, di più importante. Per me. No. Non c’è altro di cui parlare. Mi scusino i propagatori del nulla, i facinorosi delle buone intenzioni, i beoti del carrierismo e dell’imprenditorialità politica. * [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-comune-impone-allorganizzatore-gli-autori-da-invitare-missiroli-recalcati-marzano-carofiglio-e-tutti-gli-altri-esclusi-ecco-come-si-fa-a-vendere-tanto-e-a-vincere-il-premio/">Il Comune impone all’organizzatore gli autori da invitare: Missiroli, Recalcati, Marzano, Carofiglio… E tutti gli altri? Esclusi. Ecco come si fa a vendere tanto e a vincere il Premio Strega. Esempi di stalinismo culturale</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Le cose più vergognose, si sa, accadono sotto la didascalia ‘cultura’. D’altronde, cosa ce ne frega della cultura, c’è sempre altro di cui parlare, di più importante.</strong> Per me. No. Non c’è altro di cui parlare. Mi scusino i propagatori del nulla, i facinorosi delle buone intenzioni, i beoti del carrierismo e dell’imprenditorialità politica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Insomma, ho sotto gli occhi un esempio di stalinismo culturale in ragù italiano.</strong> I meccanismi sono i consueti: sorrisi serpentini, frasi sibilline, appalti con coercizione, obblighi, la burocrazia che si mette a fare arte, a discettare di libri.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Novafeltria è un nobile Comune romagnolo, in Valmarecchia, lungo la strada che unisce la Romagna alla Toscana, che sdilinquì pittori, poeti, frati. Il Comune di Novafeltria mette al bando, attraverso un “Avviso di indagine di mercato” (Prot.n. 1885/2019), <strong>“il servizio di organizzazione e gestione di incontri pubblici per la presentazione di libri con importanti esponenti della letteratura e della saggistica a livello nazionale, finalizzati alla promozione della lettura, da svolgersi entro il corrente anno 2019”. Lasciando perdere il linguaggio, che pare mimare un film di Alberto Sordi</strong> (che cavolo vuol dire <em>importanti esponenti della letteratura e della saggistica a livello nazionale</em>, chi ne decreta l’importanza?) e le gramsciane intenzioni (siamo ancora alla <em>promozione della lettura</em>?, roba da turarsi il naso: la lettura è rivolta e gioia, radiosa radicalità e godimento, “promossi” o meno, semmai, saranno gli studenti delle scuole inferiori). Insomma, il Comune di Novafeltria vuole organizzare un ciclo di presentazioni di libri. Evviva.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciamo perdere anche i soldi, perché di cultura non si mangia, i libri non danno il pane e il Comune della Valmarecchia lo dimostra. L’appalto prevede che paghi tutto tu (“L’Appaltatore dovrà provvedere a tutto quanto necessario per lo svolgimento degli incontri, accollandosi tutte le relative spese – con esclusione di quelle relative alla pubblicità dell’evento – e dovrà tra l’altro garantire, per ogni incontro, la presenza dell’autore/autrice e di altro soggetto, avente professionalità ed esperienza nel settore, in qualità di ‘coordinatore’ dell’incontro”), <strong>il Comune ti obbliga a organizzare 4 incontri per “euro 2.000 Iva esclusa”. Se pensi che devi pagare – almeno – viaggio, pernottamento e cena (li vuoi far mangiare gli ospiti…); se pensi che un minimo di ‘gettone’ lo devi gettare,</strong> beh, che cavolo ci fai con 2mila euro, cioè con 500 euro (senza Iva) a incontro, chi inviti?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, qui veniamo al punto dolente, alla finestra stalinista sul mondo turbocapitalista. <strong>Gli ospiti da invitare li sceglie il Comune.</strong> A questo punto, m’incazzo. Dunque. Ricapitoliamo. Il Comune mette a bando 2mila euro per organizzare un ciclo di 4 incontri con scrittori o intellettuali. E gli scrittori o intellettuali eminenti li sceglie il Comune. Forse il minchione sono io. Leggo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Gli incontri programmati sono complessivamente n. 4 (dei quali almeno n. 3 da svolgere entro il 28/06/2019), da scegliere tra i seguenti autori/autrici: </strong>Marco Missiroli; Francesco Piccolo; Marco Balzano; Cristian Frascella; Paolo Giordano; Antonio Pennacchi; Francesca Diotallevi; Nicolai Lilin; Maurizio De Giovanni; Michela Marzano; Massimo Recalcati; Gianrico Carofiglio; Antonio Manzini; Rosella Postorino; Teresa Ciabatti; Tiziano Scarpa; Ermanno Cavazzoni; Carlo Rovelli, Simona Vinci, Diego De Silva, Roberto Mercadini”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Pensate se la stessa cosa accadesse in tivù. Scopriamo, chessò, che per fare una trasmissione su Rete 4 bisogna invitare forzatamente uno tra Salvini, Meloni, Di Maio. Gli altri no. <strong>Scatta il caos, con i politici in piazza a lottare per la libertà di opinione, contro la censura. Ecco.</strong> Nell’ambito culturale frega nulla a nessuno. Ma io mi incazzo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Analisi degli autori. </strong>Marco Missiroli, Francesco Piccolo, Marco Balzano, Christian Frascella (si scrive così), Paolo Giordano, Nicolai Lilin, Maurizio De Giovanni, Michela Marzano, Massimo Recalcati, Gianrico Carofiglio, Tiziano Scarpa, Simona Vinci, Diego De Silva hanno pubblicato i loro ultimi libri per Einaudi. Gli altri, per editori in ordine sparso: Ermanno Cavazzoni (La Nave di Teseo), Carlo Rovelli (Corriere della Sera, Adelphi), Antonio Pennacchi (Mondadori), Antonio Manzini (Sellerio), Rosella Postorino (Feltrinelli), Teresa Ciabatti (Solferino), Francesca Diotallevi (Neri Pozza), Roberto Mercadini (Rizzoli).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le mie domande sono tante. La prima è questa. Perché questi autori e non altri? La seconda è questa: chi ha, all’interno del Comune di Novafeltria, l’autorità e l’autorevolezza per scegliere che cosa i cittadini di Novafeltria – e di altri Comuni eventuali e limitrofi – devono o dovrebbero leggere?</strong> La terza è questa (la ribadisco): con quali criteri sono stati scelti questi autori e non altri?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema, in effetti, è davvero di libertà – e la lettura, la letteratura è l’ultimo ambito di libertà che ci rimane da difendere a morsi. Insomma, non voglio fare l’apologia dei piccoli contro i grandi, ma un mero ragionamento di buon senso. <strong>Se al posto di Marco Missiroli volessi invitare Valerio Magrelli (entrambi editi da Einaudi, ma il secondo di gran lunga più affascinante del primo)?</strong> Se al posto di Michela Marzano e di Massimo Recalcati volessi invitare Franco Rella, intellettuale di pregio, con una bibliografia lunga così, autore per Jaca Book di un libro scintillante appena uscito? <strong>Se al posto di Manzini e di Carofiglio volessi invitare Roberto Pazzi o Ferruccio Parazzoli, scrittori di ben altro calibro (ultimi romanzi usciti per Bompiani)? Non posso.</strong> E se preferissi invitare Daniele Mencarelli e Alessandro Rivali (entrambi Mondadori), Pier Paolo Giannubilo (Rizzoli), Massimiliano Parente (La Nave di Teseo), Filippo Tuena (Il Saggiatore)? Non posso. Perché a Novafeltria alcuni libri possono fare ingresso e proporsi al pubblico e altri no, che schifo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Specifico: non è neanche una questione di ‘fama’. <strong>Perché Francesca Diotallevi al posto di Stenio Solinas (condividono l’editore), ad esempio?</strong> Perché Christian Frascella e non Christian Raimo? Perché Marco Balzano e non Giuseppe Conte o Luca Doninelli? La questione, probabilmente, è politica, la cultura come volano politico.</p>
<p>*</p>
<p>Ma quale papabile organizzatore culturale vorrebbe partecipare a un appalto <strong>dove tutto è già organizzato, dove gli autori della rassegna che dovresti curare sono stati scelti da altri?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Aggiungo altre domande (da cui attendo risposte chiare). <strong>Gli autori citati sono consapevoli di essere stati scelti ‘a forza’ dal Comune a discapito di altri? E gli editori? E poi: questo è forse un ‘sistema’ ad ampia diffusione, funziona così anche in altri Comuni (il Comune decide a tavolino chi invitare a presentare i libri e chi no)?</strong> Da quando il ‘pubblico’ si pone dei problemi riguardo alle scelte ‘private’ di lettura dei cittadini? Forse il medesimo ‘sistema’ inquina anche il sistema scolastico italiano, per cui vengono promossi soltanto alcuni libri agli studenti e gli altri, tacitamente, vanno all’oblio?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Avete visto come si fa a vincere il Premio Strega, a vendere tanto in libreria, a fare fama:</strong> alcuni scrittori sono imposti per coercizione comunale nelle rassegne librarie. Altri no. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-comune-impone-allorganizzatore-gli-autori-da-invitare-missiroli-recalcati-marzano-carofiglio-e-tutti-gli-altri-esclusi-ecco-come-si-fa-a-vendere-tanto-e-a-vincere-il-premio/">Il Comune impone all’organizzatore gli autori da invitare: Missiroli, Recalcati, Marzano, Carofiglio… E tutti gli altri? Esclusi. Ecco come si fa a vendere tanto e a vincere il Premio Strega. Esempi di stalinismo culturale</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/1817158-stalinpropaganda-1024x768.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Chiunque releghi l’arte negli angoli silenziosi della vita è un imbecille”: elogio di Tommaso Labranca (parte seconda). Uno scrittore troppo geniale per essere pubblicato come si deve</title>
		<link>https://www.pangea.news/chiunque-releghi-larte-negli-angoli-silenziosi-della-vita-e-un-imbecille-elogio-di-tommaso-labranca-parte-seconda-uno-scrittore-troppo-geniale-per-essere-pubblicato-come/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Feb 2019 10:20:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Pinketts]]></category>
		<category><![CDATA[destino]]></category>
		<category><![CDATA[esistenza]]></category>
		<category><![CDATA[estetica]]></category>
		<category><![CDATA[Houellebecq]]></category>
		<category><![CDATA[intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[Isabella Santacroce]]></category>
		<category><![CDATA[La letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Leopardi]]></category>
		<category><![CDATA[lettera]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Settimini]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Mostra]]></category>
		<category><![CDATA[Novecento]]></category>
		<category><![CDATA[Pangea]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Calasso]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziano Scarpa]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Labranca]]></category>
		<category><![CDATA[Uomini]]></category>
		<category><![CDATA[viaggi]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=65706</guid>

					<description><![CDATA[<p>I sit around by day&#160;/ Tied up in chains so tight&#160;/ These crazy words of mine&#160;/ So wrong they could be right. (New Order, Sub-Culture) Se una delle regole d’oro di T-La dice che: “È sempre meglio studiare il Barocco brianzolo che altre discipline inconsistenti per il nutrimento delle nostre anime”, prima c’è il vissuto, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/chiunque-releghi-larte-negli-angoli-silenziosi-della-vita-e-un-imbecille-elogio-di-tommaso-labranca-parte-seconda-uno-scrittore-troppo-geniale-per-essere-pubblicato-come/">“Chiunque releghi l’arte negli angoli silenziosi della vita è un imbecille”: elogio di Tommaso Labranca (parte seconda). Uno scrittore troppo geniale per essere pubblicato come si deve</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>I sit around by day&nbsp;/ Tied up in chains so tight&nbsp;/ These crazy words of mine&nbsp;/ So wrong they could be right. </em>(New Order, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=5DENaWL9l_U" target="_blank" rel="noopener"><em>Sub-Culture</em></a>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se una delle regole d’oro di T-La dice che: “È sempre meglio studiare il Barocco brianzolo che altre discipline inconsistenti per il nutrimento delle nostre anime”,</strong> prima c’è il vissuto, l’osservazione e l’intuizione, con un realismo a un tempo disincantato e incantato.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questo gioco intellettuale, tra esperienza vissuta e filosofia pratica, tra diarismo intimo e riflessione estetica, sul quale verte tutta l’opera di Labranca, si può ottenere, tramite distillazione, un piccolo decalogo d&#8217;osservazioni e relative norme d’azione e pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Osservazione n° 1: </em>“L’<em>école de Pantigliate</em> ammette una distinzione tra elementi trash ed elementi non-trash, ma li pone in due universi contigui e non certo su due piani di cui uno (il non-trash) è superiore all’altro (il trash)”,</strong> e l&#8217;esistenza di una trashion, trash-fashion, moda del trash, e annota il perseverare di chi non accetta la concezione esposta dalla personale <em>école de Pantigliate</em> rimanendo convinto che esistano più piani estetici, e di trovarsi in quelli alti e lontano dal <em>trash</em>, come nel caso di Roberto Calasso, destinatario della geniale lettera che se non altro ne sputtana la moglie pseudo scrittrice, e delle “clamorose trombonate strehleriane” di contro alla Balera di Brecht, teatro musicale in cui “non c&#8217;è stato alcun passaggio da sottocultura a supercultura”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class=" wp-image-65707 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/labranca-180x300.jpg" alt="" width="120" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/labranca-180x300.jpg 180w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/labranca.jpg 250w" sizes="(max-width: 120px) 100vw, 120px" />Osservazione n° 2: </em>Il definirsi, affermarsi e relativo dominio del cialtronismo nazionale, assessorile, giornalistico (“In giro si osserva una quantità sterminata di elementi mutati, rovinati, deformati dal comportamento cialtrone, sepolti sotto tutti i sedimenti che si sono formati dopo anni di approcci faciloni e di opinioni ereditate”&#8230;).</strong> Con l’obiettivo di far credere che politico e intellettuale coincidano in una nuova pseudocultura (impietoso il paragone labranchiano tra il pubblico di un evento culturale a Monaco nel 1910 e a Ferrara nel 1998, Mann, Strauss, Webern e Zweig di contro ai politici italici i cui nomi non insozzeranno queste righe). Italia terreno fertile per il cialtronismo culturale: cialtronismo prima risorgimentale, poi risorgimentalista da “Avanti Savoia!”; cialtronismo di destra, fascista, dannunziano, retorico, nazionalista, italiota; cialtronismo sinistro, umanitario, integrazionista; cialtronismo della pedante, pomposa ipercultura; cialtronismo anche di chi tenta invece la via della “Contaminazione Preterintenzionale” del canonico “bipolarismo estetico” che distingue tra sopracultura e sottocultura, e che Labranca smaschera nelle sue geniali ricognizioni sul <em>trash</em> e il <em>kitch</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Osservazione n° 3: </em>L&#8217;Italia è cambiata a tal punto che nessuno vuol più venire a farci un film</strong> come già negli anni Cinquanta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Osservazione n° 4: </em>(Visione houellebecquiana all’Ikea #1) Si è “instabili nel cuore e nel lavoro&nbsp;/ senza un affetto vero o un posto fisso”.</strong> (Visione houellebecquiana all&#8217;Ikea #2) Ormai: “Non c&#8217;era alcuna luce solidale&nbsp;/ negli occhi di chi a noi era fratello”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Osservazione n° 5: </em>“Tutte le sere vuote&nbsp;/ I pomeriggi a casa&nbsp;/ Le ferie non godute</strong>&nbsp;/ La vita un po’ noiosa&nbsp;/ Il senso di esclusione&nbsp;/ L’inconsiderazione&nbsp;/ Il non avere amici&nbsp;/ Le poche uscite in bici”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Osservazione n° 6: </em>Aldo Nove, Andrea Pinketts, Isabella Santacroce e Tiziano Scarpa</strong> sono gli scrittori di “pagine ipercoop”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Osservazione n° 7: </em>Poter pubblicare con una <em>major </em>soltanto un libro: <em>Charlton Hescon. Fenomenologia del cialtronismo contemporaneo.</em></strong> Nove, Pinketts, Santacroce e Scarpa, non più geniali di Labranca, hanno seguitato a pubblicare con le<em> major </em>editoriali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Osservazione n° 8: </em>Voler pubblicare un libro con copertina grigia, puntini neri su sfondo bianco, perché: “Il grigio è la vita quotidiana, non perché noiosa assenza di colori. Perché la vita è fatta di scelte mai precise, di azioni nere e malvagie che si mescolano ad altre candide e umane”.</strong> E perché la<em> grey literature</em> nel mondo anglosassone è quella letteratura diffusa dagli autori senza fini di lucro, in piena autonomia, e al di fuori dei normali canali di distribuzione. Scelta per cui opterà Labranca dopo esser stato emarginato dal cialtronismo italiano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Osservazione n° 9: </em>(In ragione delle precedenti osservazioni – da un verso raccolto in <em>agosto oscuro</em>):</strong> “Al buio la vita diventa un fastidio&nbsp;/ E il lifting ideale rimane il suicidio”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Osservazione n° 10: </em>(A dispetto delle precedenti osservazioni – da <em>Il Piccolo Isolazionista</em>, pagina&nbsp;177):</strong> “Il mondo sa ancora essere un luogo meraviglioso in cui vivere”, punto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Settimini</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il piccolo isolazionista </em>di Tommaso Labranca (frammento)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le strade satellitari sono quelle che, viste in una immagine fissa, non fanno pensare ad alcun luogo preciso. Sono semplici arterie, ampie e rettilinee, con le carreggiate separate da file centrali di lampioni altissimi e attraversate da sporadici veicoli di cui non si indovina il modello, la targa, il conducente. Sono satellitari perché è come se non appartenessero alle comuni classificazioni etnico-geografiche terrestri, forse solo sul lato oscuro della Luna ci sono strade simili. <strong>Sono la rappresentazione di una metafisica di periferia (la metafisica è lunare). Una metafisica esente da ogni stucchevole riferimento storico-artistico fatto di archi colonne chiese portici silenti piazze deserte e statue immobili.</strong> Un tardo Novecento Occidentale o Pseudo-Occidentale, quello che si respira in tutte le parti di Mondo Asfaltato.</p>
<p style="text-align: justify;">Antelami, Bernini e maestri comacini sono relegati sotto le luci gialle di centri antichi facilmente identificabili dove posano in bermuda e marsupio fruitori finesettimanali della sindrome di Stendhal. Le strade satellitari sono l’unica vera espressione dell’<em>international style</em> ostico, antistorico, e antinaturalistico. <strong>L’oscurità che le sostiene sui due lati azzera i dintorni le colline i laghi o i deserti. Alle 23:15 percorro un tratto di strada satellitare all’origine o alla fine</strong> (dipende da dove si guarda) della Strada Statale n.&nbsp;33 del Sempione, comunque a pochissimi chilometri dal cartello <em>Milano</em>, indovinando sulla sinistra il Grancasa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parrebbe di essere ovunque nel Mondo Asfaltato. L’immagine che ho di fronte è identica a quella delle arterie illuminate di Rabat, Teheran e Baghdad</strong>, strade satellitari anche perché appaiono via satellite su emittenti arabe che le mostrano con orgoglio come sfondo continuo a inviati e giornalisti dei loro inesauribili telegiornali. I Tg arabi non mostrano mai piramidi, moschee, obelischi che lasciano volentieri alla paccottiglia iconografica dell&#8217;<em>all-inclusive</em> da Mar Rosso. Sarà per orgoglio di modernità o desiderio recondito di occidentalizzazione. O forse è un legame molto più antico con le basi stesse dell&#8217;arte islamica che non trova noioso ripetere un fregio geometrico per decine e decine di metri, senza un solo accenno iconografico a creature viventi. Intanto, un qualsiasi usufruitore artistico cattolico e postconciliare avrebbe già sbagliato alla seconda ripetizione, affamato di belle Madonne e Santi sanguinolenti.</p>
<p style="text-align: justify;">[…]</p>
<p style="text-align: justify;">Alle 23:20 continuo a percorrere un tratto di strada satellitare all’origine o alla fine (dipende da dove la si guarda) della Strada Statale n.&nbsp;33 del Sempione, sempre più vicino al cartello <em>Milano</em>, dopo aver superato sulla sinistra il Grancasa. <strong>Di notte, a tutti gli uomini elevati viene in mente la poesia. Anzi, si può usare proprio questa tensione come tornasole dell’imbecillità. Se qualcuno lega il silenzio della notte a Pascoli e Leopardi e non riesce a trovare link poetici nel frastuono della vita diurna, si può essere sicuri: è un imbecille. </strong>Chiunque releghi l’arte negli angoli silenziosi della vita è un imbecille. Le reti televisive che relegano le trasmissioni di libri e musica classica nel silenzio della notte o della domenica mattina sono imbecilli. Adesso, percorrendo il Sempione, sono imbecille anche io perché mi ricordo all&#8217;improvviso di quando passavo spesso di qui nelle notti di dieci anni fa e divento poeticamente incontinente e recito male i soliti versi:</p>
<p>O graziosa luna, io mi rammento<br />
Che, or volge il decennio, sovra questa strada<br />
Io venia pien di sonno a rimirarti:<br />
E tu pendevi allor su quella casa ALER<br />
Siccome or fai, che tutta la rischiari.</p>
<p style="text-align: justify;">[…]</p>
<p style="text-align: justify;">Di notte i semafori sembrano durare di più. Di notte sulle strade satellitari non viaggia quasi nessuno. Stando fermi ai semafori, per di più a quest’ora, non si vede giungere nessuno né da destra né da sinistra. Eppure sto fermo e attendo che scatti il verde, nonostante i semafori di notte sembrino eterni. Passando con il rosso mi sembrerebbe di infrangere l’ordine delle linee tracciate sempre nette e numerose sull&#8217;asfalto scuro delle strade satellitari. <strong>Le rette delle strade che si intersecano e delle strisce disegnate sulle strade ricordano le geometrie che tutti leggono graficamente nelle partiture di Bach e che sono identiche a quelle della musica elettronica.</strong> Perché l’<em>upbeat</em> o il <em>downbeat</em> elettronici si sovrappongono alla satellarità delle strade come già faceva il Broken Beat. Nell’<em>upbeat/downbeat</em> elettronico non scorre sangue e non vi è presenza umana, la vita sembra svolgersi altrove e le note ne comunicano solo una parvenza oscura e inafferrabile.</p>
<p style="text-align: justify;">[…]</p>
<p style="text-align: justify;">Alle 23:35 sono fermo a un semaforo di una strada satellitare all’origine o alla fine (dipende da dove la si guarda) della Strada Statale n.&nbsp;33 del Sempione, quasi sotto il cartello <em>Milano</em>, indovinando nello specchietto retrovisore il Grancasa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il semaforo ha lampi eterni come tutti quelli che presiedono le strade laterali ai punti di confluenza in arterie più importanti. […]. Torno a guardare a sinistra, perché lì c’è la fonte di ispirazione della mia tragica visione sfigo-simbolista della Notte</strong> che, al tramonto, stende il suo manto stellato sul globo terrestre. Passa sulle teste degli spaiati che nemmeno stasera hanno ricevuto un invito e cercano di trattenere per un lembo quel manto simile a una mannaia del destino. Gli Sfigati uniscono le loro forze tirando la Notte per un lembo del suo manto, ritardando il cadere delle forze del buio, prolungando il crepuscolo e la speranza di una telefonata prima che parta lo show del sabato sera in prima serata su Rai Uno […], essendo la sigla dello show lo spartiacque tra sera e notte, tra presto e tardi, tra perbenismo e dubbia morale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Tommaso Labranca</em></strong></p>
<p><em>*La prima parte dell&#8217;omaggio a Labranca<a href="http://www.pangea.news/discorso-intorno-a-tommaso-labranca-un-genio-che-ha-avuto-la-sfiga-di-dover-lavorare-e-scrivere-in-una-nazione-miserevole-come-litalia/" target="_blank" rel="noopener"> la leggete qui. </a></em></p>
<p><em>**La fotografia in copertina è di Marina Spironetti</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/chiunque-releghi-larte-negli-angoli-silenziosi-della-vita-e-un-imbecille-elogio-di-tommaso-labranca-parte-seconda-uno-scrittore-troppo-geniale-per-essere-pubblicato-come/">“Chiunque releghi l’arte negli angoli silenziosi della vita è un imbecille”: elogio di Tommaso Labranca (parte seconda). Uno scrittore troppo geniale per essere pubblicato come si deve</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/3b4f78e2-c749-4667-b872-212264e4f9d8.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Riempio di angoscia le filastrocche, questo è un libro senza precedenti”: dialogo con Tiziano Scarpa</title>
		<link>https://www.pangea.news/riempio-di-angoscia-le-filastrocche-questo-e-un-libro-senza-precedenti-dialogo-con-tiziano-scarpa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jan 2019 05:29:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[anima]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[David Lynch]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Editor]]></category>
		<category><![CDATA[Editori]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Edward Lear]]></category>
		<category><![CDATA[etica]]></category>
		<category><![CDATA[La letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[linguaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Minimum fax]]></category>
		<category><![CDATA[Novecento]]></category>
		<category><![CDATA[Palazzeschi]]></category>
		<category><![CDATA[Pangea]]></category>
		<category><![CDATA[pangea.news]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>
		<category><![CDATA[Pascoli]]></category>
		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziano Scarpa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=64810</guid>

					<description><![CDATA[<p>Nel 2018 è sbocciato un poeta. Nel 2018 Tiziano Scarpa, con cui dialogo spesso, per “un ingorgo editoriale non premeditato”, come dice lui, ha pubblicato un romanzo – Il cipiglio del gufo, con Einaudi – e due raccolte poetiche, una s’intitola Le nuvole e i soldi (stampa sempre Einaudi), l’altra, che a onor di sottotitolo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/riempio-di-angoscia-le-filastrocche-questo-e-un-libro-senza-precedenti-dialogo-con-tiziano-scarpa/">“Riempio di angoscia le filastrocche, questo è un libro senza precedenti”: dialogo con Tiziano Scarpa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel 2018 è sbocciato un poeta. Nel 2018 Tiziano Scarpa, <a href="http://www.pangea.news/la-poesia-e-una-sorella-incestuosa-e-pratico-il-darwinismo-della-fantasia-dialogo-con-tiziano-scarpa/" target="_blank" rel="noopener">con cui dialogo spesso</a>, per “un ingorgo editoriale non premeditato”, come dice lui, ha pubblicato un romanzo – <em>Il cipiglio del gufo</em>, con Einaudi – e due raccolte poetiche, una s’intitola <em>Le nuvole e i soldi </em>(stampa sempre Einaudi), l’altra, che a onor di sottotitolo è una raccolta di “storie in rima”, si chiama <a href="https://www.minimumfax.com/shop/product/una-libellula-di-citta-2101" target="_blank" rel="noopener"><em>Una libellula di città </em></a>(stampa minimum fax). <strong>In realtà, il genio di Scarpa è che tiene il piede linguistico in più scarpe: fa romanzo, teatro, poesia, mantenendo la stessa posa, ma mutando il peso della forma. </strong>Se altri esperimenti poetici – <em>Nelle galassie oggi come oggi, Groppi d’amore nella scuraglia </em>– non sono stati ben digeriti dal mio cranio lirico – cioè: gonfio di pregiudizi e di astuzie – quest’ultimo, questa collezione di libellule in versi, all’apparenza fragile, effimero come uno sbuffo di luce, che Scarpa si porta appresso da lustri – “La più vecchia di queste storie in rima è… scritta nel 2000” – mi sorprende. <strong>Con atletismo letterario e tempra da alchimista, Scarpa rinnova l’arte bambina, e rischiosa, della filastrocca – distici in rima baciata, endecasillabi – incatramandola di tenebra, tuffandola nell’angoscia, nell’horror, nel grottesco. A me fa venire in mente un David Lynch che beve una china calda con Palazzeschi</strong>, mettendo in scena <em>Twin Peaks </em>con una falange di ‘scapigliati’, lui mi dice che ha preso a spunto Edward Lear, virtuoso del <em>limerick</em>. In ogni caso, questa <em>libellula di città </em>custodisce sketch corrosivi, come la storia del ragno leopardiano (“Sono contento di essere nato?/ O questo mondo è tutto sbagliato?”) che cerca la verità nei lamenti delle sue prede (“La vera musica che sognavo,/ dalle mie vittime la aspettavo”), quella dello <em>Scultore più retto del mondo </em>che “doveva squadrare/ il più grande tabù circolare”, quella della <em>Giocoliera di Tolmezzo </em>che ha un finale epigrafico, canonico, straziante (“Il grande artista è sempre quello morto”). <strong>Soprattutto, filastroccheggiando, ci occhieggiano versi molto belli, piccoli pezzi di cristallo, come questi:</strong> “Volano verso il fiotto splendente./ Cieche, risalgono alla sorgente”; “Da quella stirpe illusa e felice,/ si staccò un’indole controluce”; “Qualcosa pullula in mezzo al nulla./ Alle mie spalle il buio sfarfalla”, tutti tratti da <em>Una falena a Cinecittà. </em>Anche l’intervista, d’altronde, per sua natura è falena – e a volte felina – godetevela così, come una fiammata di verbi nella trita oscurità. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64811 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/una-libellula-di-citta-2101-217x300.jpg" alt="Scarpa" width="126" height="174" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/una-libellula-di-citta-2101-217x300.jpg 217w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/una-libellula-di-citta-2101.jpg 709w" sizes="(max-width: 126px) 100vw, 126px" />Intanto. Due raccolte poetiche nello stesso anno (l’altra è <em>Le nuvole e i soldi</em>, stampa Einaudi), fanno di te più che altro e più che tutto un poeta. Parola – “poeta” – passata di moda, che sta tra il marmo e la sfiga. Cosa dici, ci stai nella didascalia – poeta – o per te la poesia è gioco, “anello che non tiene”, sfogo liminare alla prosa, alterità che si fa verbo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Che questi due libri – <em>Le nuvole e i soldi</em> e <em>Una libellula di città</em> – siano usciti nello stesso anno è casuale, un ingorgo editoriale non premeditato. Nessun gioco: scrivo poesie quando sento il fervore della forma. <strong>Quanto a <em>Una libellula di città</em>, non sono sicuro che si tratti di poesie; io le chiamo <em>storie in rima</em>: scusa se faccio il puntiglioso nel precisare questo, ma se ci pensi è un modo di risponderti, perché la parola “poeta” è una specie di piedistallo, può indicare il posto da cui hai intenzione di parlare;</strong> più o meno così: «Ecco, adesso salgo sul piedistallo di marmo dove è incisa la parola “POETA” e vi parlo da lì». No, per favore. Non guardate da dove vi parlo. Leggete, se ne avete voglia, le parole che ho scritto, prendetele per quello che dicono, senza badare al presunto piedistallo da cui vengono pronunciate.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questi versi poco civici e piuttosto cinici leggo, in controluce, Palazzeschi, Govoni, un poco di Dossi: è vero? Da dove arrivano queste filastrocche macabre e colorate?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quasi tutte queste storie cominciano come i <em>limerick</em> di Edward Lear: si indica un personaggio in maniera generica, accanto alla città di provenienza: “There was an Old Person of Dover”, “There was a Young Lady of Dorking”; “C’era un elefante di Pordenone”, “C’era un mastro vetraio di Murano”… Il riferimento principale è quello, i <em>limerick</em>, anche se poi ogni mia storia è molto più lunga, e ha una sua coerenza, non è un nonsense. È raccontata con le rime baciate, che di solito si usano nelle storie per bambini. C’è un libro Rizzoli, del 1968, intitolato <em>Le nuove filastrocche</em>, con testi di Landolfi, Arpino, Rodari (che mi piace anche se non lo ammiro formalmente, perché era metricamente sciatto) e altri, fra cui un autore bravissimo e dimenticato, Vezio Melegari. Ma <strong>in <em>Una libellula di città </em>io racconto agli adulti storie tragiche e disperate usando le rime e la metrica che gli adulti stessi riservano ai bambini. Capisci? Ritorco contro noi adulti una forma che riteniamo puerile, e la riempio di angoscia.</strong> Perciò penso che questo libro non abbia precedenti nella nostra letteratura; o almeno, io non ne conosco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parli, spesso, con l’arma della rima in apparenza facile, di morte: perché? Non c’è davvero, dunque, altro tema che questo? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una storia su due parla di morte, ma quasi sempre negli ultimi versi. <strong>Ciò che conta non è la morte, ma da dove ci si arriva</strong>, che percorso si fa per raggiungerla.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Sono contento di essere nato? / O questo mondo è tutto sbagliato?”: a parlare è un ragno esistenzialista. La domanda che si pone il tuo ragno, la faccio io a te, rispondi!</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È significativo che ti abbia colpito proprio questo testo, che è anomalo in un libro fatto di storie in terza persona: <em>Una libellula di città</em> è antilirico, parla di altri, donne e uomini che non sono io, piante, animali: non c’è quasi mai identificazione tra chi dice “io” e il protagonista della storia. Te lo faccio notare solo per mettere in evidenza che la nostra cultura poetica è fatta così: tutto ciò che è scritto in versi tendiamo a considerarlo un’immediata effusione dell’io, della sua posizione esistenziale. Quando uno sale sul piedistallo di marmo dove è incisa la parola “POETA” e parla da lì, ecco che si dà per scontato che stia parlando di sé. Ma <em>Una libellula di città</em> ha sì e no cinque storie su trenta raccontate in prima persona. Comunque, non voglio sottrarmi alla tua domanda: “Sono contento di essere nato? / O questo mondo è tutto sbagliato?”, si chiede il ragno. Ammetto che mi ha fatto effetto scrivere quei due versi, anche se li ho messi in bocca a un personaggio diverso da me: lì il pronome “io” è in prestito. Io sono contento di essere nato anche se questo mondo è tutto sbagliato. <strong>In quella storia il ragno pretende un canto di verità dalle sue vittime durante la loro agonia. Spero di non essere altrettanto sadico, ma penso anch’io che la vita sia ipocrita. Non ci si dice la verità, che è fondata sulla coscienza di dover morire prima o poi.</strong> La letteratura è uno dei modi per rimediare a questa ipocrisia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non mi pare che al primo posto dei piani culturali del paese ci sia la poesia, letta, semmai, nel suo aspetto liofilizzato, via Instagram, e… </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Scusa se ti interrompo. Ma anche la scuola liofilizzava la poesia, o la incaprettava dentro categorie assurde che a me sembrano modi per disinnescare la forza di ogni singolo testo annebbiandolo dietro un’etichetta: pensa a “decadentismo”, “crepuscolarismo”, “ermetismo”… Spero che oggi le cose vadano meglio; non so, non conosco gli attuali programmi scolastici né i manuali. Giorni fa in una bancarella ho trovato il primo volume dell’<em>Antologia popolare di poeti del Novecento</em>, curata per Vallecchi da Vittorio Masselli e Gian Antonio Cibotto negli anni Cinquanta: poesie di Saba, Govoni, Rebora, Palazzeschi, Campana, Sbarbaro, Ungaretti, Montale e altri, scelte per il grande pubblico, pubblicate per colmare una lacuna. Senti che cosa scrivevano i due curatori nella prefazione, rivolgendosi al lettore: «Tu sei uno dei tanti che durante gli anni scolastici hanno letto le poesie di Dante, Petrarca, Foscolo, Leopardi, Carducci, Pascoli, D’Annunzio e ne conservano ricordo. Ma se ti si parla della poesia del Novecento, scorgi distintamente, nel fondo della memoria, soltanto <em>La signorina Felicita</em> di Guido Gozzano. <strong>Degli altri poeti del Novecento hai una pallida idea perché mai nessun critico letterario del nostro tempo ha saputo o voluto parlartene con semplicità di linguaggio nei giornali comuni che legge il cittadino comune».</strong> Quindi, anche allora “non mi pare che al primo posto dei piani culturali del paese ci fosse la poesia” (per citare le tue parole). Instagram e Facebook sono le antologie popolari dei nostri tempi. Così le poesie arrivano anche a chi non prenderebbe mai in mano un libro di versi. Tra un post su Salvini e uno sui gattini, la poesia cresce come una piantina interstiziale che ha attecchito chissà come sul muro rasente un marciapiede: cammini per la strada con gli occhi fissi sul tuo smartphone, navighi in rete e ti imbatti per caso in una poesia che sboccia sul tuo minuscolo schermo. <em>Le nuvole e i soldi</em> e <em>Una libellula di città</em> sono i miei libri di versi di cui ho potuto constatare per la prima volta la propagazione sui social. Il mio libro precedente, <em>Discorso di una guida turistica di fronte al tramonto</em>, era del 2008, quando Twitter, Instagram e Facebook non erano così pervasivi. <strong>Una poesia rilanciata su quei canali, oggi, raggiunge decine di migliaia di persone, spesso per caso, cogliendole di sorpresa. Su carta, la leggono sì e no in mille: con la differenza che questi lettori devono aver deciso di prendere in mano un libro di versi e aprirlo. Cosa dici? È un bene? È un male?</strong> Meglio leggere poesia per caso o per volontà? Era meglio prima? È meglio adesso?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non mi pare, devo dire, che la cultura in sé sia il primo dei pensieri di questo e di altri governi. Come si reagisce (ma poi, c’è bisogno di reagire?), che cosa bisogna fare quando anche il gesto stesso di “pubblicare” pare atto medioevale, vetusto, in fondo inutile? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io le porto in giro, le leggo in pubblico, da solo o con una musicista formidabile, Debora Petrina. <strong>Per me le letture sceniche non sono né un cavallo di Troia né una strategia pop: sono una forma d’arte, perché la parola non è solo inchiostro, è anche suono, voce, suggestione fonosimbolica, percussione degli accenti.</strong> Stampare un libro è un atto moderno, non lo definirei medioevale: fonda un rapporto gutenberghiano, individuale, diretto, silenzioso, interiore, protestante, fra il testo e chi lo legge: non è che oggi le cose siano cambiate troppo; come succede da sempre per la letteratura – aedica, orale, papiracea, amanuense, su codici, a caratteri mobili, linotypistica, digitale – pubblicare innesca anche conseguenze sociali, relazionali, comiziali fra l’alfabeto e i corpi.</p>
<p>***</p>
<p><strong>Una ragazza che vive in Alaska</strong></p>
<p><strong> </strong><br />
Una ragazza che vive in Alaska<br />
vuole viaggiare senza niente in tasca,</p>
<p>senza coltello né soldi né mappe:<br />
lascerà al viaggio dettarle le tappe.</p>
<p>Farsi guidare dalla libertà.<br />
Intanto andarsene, poi si vedrà.</p>
<p>Pensa al suo viaggio, si immagina i monti,<br />
picchi, cascate, voragini, ponti,</p>
<p>gorghi, vertigini, cavalcavia,<br />
fiordi, caligini, periferia.</p>
<p>Boschi notturni, ululati, creature.<br />
Sarà fantastico: quante avventure!</p>
<p>Muoversi a caso, da nord verso sud:<br />
Canada, Messico, Cuba, Perù,</p>
<p>poi con l’aereo volare a Hiroshima<br />
solo perché dopo Lima fa scena.</p>
<p>Senza un criterio, così, allegramente,<br />
cogliere ciò che racchiude il presente.</p>
<p>Non stare lì a criticare ogni bivio:<br />
prendere il largo e sfruttare l’abbrivio.</p>
<p>“Parto”. Si chiude alle spalle le porte,<br />
vede una freccia con la scritta <em>Morte.</em></p>
<p>Segue quel senso, ridendo di cuore.<br />
Fa un passo, incespica, ruzzola, muore.</p>
<p><strong><em>Tiziano Scarpa</em></strong></p>
<p><em>*da “Una libellula di città e altre storie in rima”, minimum fax, 2018</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/riempio-di-angoscia-le-filastrocche-questo-e-un-libro-senza-precedenti-dialogo-con-tiziano-scarpa/">“Riempio di angoscia le filastrocche, questo è un libro senza precedenti”: dialogo con Tiziano Scarpa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/scarpa.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Come siamo diventati dei cartoons, turisti di passaggio nella nostra esistenza: Gianluca Barbera dialoga con Giulio Milani</title>
		<link>https://www.pangea.news/come-siamo-diventati-dei-cartoons-turisti-di-passaggio-nella-nostra-esistenza-gianluca-barbera-dialoga-con-giulio-milani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Sep 2018 06:09:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Burroughs]]></category>
		<category><![CDATA[Demetrio Paolin]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[esistenza]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Barbera]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Milani]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[Intellettuali]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza]]></category>
		<category><![CDATA[Kamikaze]]></category>
		<category><![CDATA[Laterza]]></category>
		<category><![CDATA[Lezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Battisti]]></category>
		<category><![CDATA[manifesto]]></category>
		<category><![CDATA[Marx]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[nichilismo]]></category>
		<category><![CDATA[Pangea]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[rinuncia]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda guerra]]></category>
		<category><![CDATA[sopravvivere]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziano Scarpa]]></category>
		<category><![CDATA[Totalitarismo]]></category>
		<category><![CDATA[Transeuropa]]></category>
		<category><![CDATA[Umberto Eco]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=62742</guid>

					<description><![CDATA[<p>Come e perché siamo diventati quello che siamo, ossia dei cartoni animati in un mondo cartoonizzato? Quando è cominciato il tempo della perenne emergenza, dell’apocalisse perpetua, della scimmiottatura delle ideologie, dello sberleffo costante, della ossessiva percezione di pericoli inesistenti, dei gridi d’allarme per ogni nonnulla? Quando abbiamo cominciato a trasformarci in macchiette, nella parodia di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/come-siamo-diventati-dei-cartoons-turisti-di-passaggio-nella-nostra-esistenza-gianluca-barbera-dialoga-con-giulio-milani/">Come siamo diventati dei cartoons, turisti di passaggio nella nostra esistenza: Gianluca Barbera dialoga con Giulio Milani</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Come e perché siamo diventati quello che siamo, ossia dei cartoni animati in un mondo cartoonizzato? Quando è cominciato il tempo della perenne emergenza, dell’apocalisse perpetua, della scimmiottatura delle ideologie, dello sberleffo costante, della ossessiva percezione di pericoli inesistenti, dei gridi d’allarme per ogni nonnulla? <strong>Quando abbiamo cominciato a trasformarci in macchiette, nella parodia di ciò che sognavamo di essere? Ce lo racconta Giulio Milani nel romanzo <em>La cartoonizzazione dell’Occidente</em>, uscito nel 1998 e che oggi riappare in versione ebook per <a href="http://www.laurana.it/wp/" target="_blank" rel="noopener">l’editore Laurana</a> nella collana Reloaded</strong>, di cui ha da poco assunto la direzione lo scrittore Demetrio Paolin, fine conoscitore di cose letterarie. Giulio Milani non è solo l’autore di romanzi e di saggi come <em>La terra bianca. Marmo, chimica e altri disastri </em>(Laterza, 2015) e <em>I naufraghi del Don. Gli italiani sul fronte russo. 1942-1943</em> (Laterza, 2017); è anche l’editore di Transeuropa; un intellettuale la cui intelligenza vola alta: basta leggere quello che scrive e come lo scrive per rendersene conto (anche questa stessa intervista). Come si diventa dei cartoon, dunque? Semplice. Quando tutto si fa finto. Quando si recita una parte scritta da altri, incuranti del tempo che passa, proprio come accade ai personaggi dei fumetti, i cui caratteri sono fissati una volta per tutte. Si diventa dei cartoon quando si rimane intrappolati in un ruolo. Come Bela Lugosi che continuava a credersi un vampiro anche a telecamere spente. Quello di Milani è un romanzo assolutamente da leggere, se non altro perché ci fa crescere nella consapevolezza. Abbiamo intervistato l’autore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class=" wp-image-62743 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/milani-libro-225x300.jpg" alt="milani libro" width="144" height="191" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/milani-libro-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/milani-libro-768x1025.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/milani-libro-767x1024.jpg 767w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/milani-libro-600x801.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/milani-libro-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/milani-libro.jpg 1573w" sizes="(max-width: 144px) 100vw, 144px" />La cartoonizzazione dell&#8217;Occidente</em> è la storia di un giovane che nel corso di una torrida estate si rifugia in una località sulle Alpi Apuane e da lì, come messaggi nella bottiglia, scaglia invettive contro tutto e tutti attraverso lettere che cominciano allo stesso modo: “Compagni! Compatrioti! Irriducibili!”. Una chiamata alle armi che però si risolve in avventure farsesche. Come è nata l&#8217;idea e cosa ti prefiggevi scrivendolo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo spunto è autobiografico. Nel 1994 mi ritirai dagli studi e cominciai a passare in rassegna tutto il materiale storico e letterario che riguardasse i movimenti rivoluzionari degli ultimi due secoli. Correva l&#8217;anno in cui Berlusconi vinceva le elezioni e sdoganava le destre – Fini, Bossi – gettando la sinistra nella frustrazione e nell’angoscia. Non potevo saperlo, ma come altri ero appena precipitato nella terrificante “guerra delle memorie” che da allora in avanti avrebbe scosso il Paese, alla ricerca di una nuova identità dopo il crollo del Muro e la fine della guerra fredda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E cosa trovasti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1995 uscì il manifesto di Umberto Eco sull’Urfascismo, quest’idea che il pericolo fascista non è morto con la fine della seconda guerra mondiale ma è una specie di malattia morale dell’umanità, che può manifestarsi con determinati sintomi (in pratica, aveva applicato il modello della Sindrome di immunodeficienza acquisita al fascismo). Era un’operazione politica e letteraria molto suggestiva, e il mio personaggio risponde per iscritto a questa necessità o compito storico di mappare i sintomi dell’epoca per rintracciare – nella famiglia, tra le amicizie, negli studi, sul lavoro, in amore, in politica, insomma nel privato come nella sfera pubblica – le prove di questo contagio. Il problema è che l&#8217;analisi dell’inconscio è interminabile, freudianamente, e quindi il mio personaggio comincia ad avvitarsi sempre di più, fino ad affondare in un limbo che non si aspettava di trovare: quello della “cartoonizzazione”, appunto, un mondo dove “resistere è inutile” perché il totalitarismo delle tecnologie dell&#8217;informazione ha vinto su tutto e tutti, compreso il fascismo e l’antifascismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come e perché dunque siamo diventati dei cartoni animati in un mondo cartoonizzato, secondo quando recita il titolo del tuo romanzo? Il “rivoluzionario da salotto” ne è il tipico esempio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’esempio perfetto di “rivoluzionario da salotto” cartoonizzato <strong>è Diego Fusaro: come scrivo nella postfazione questo “marxista scongelato” rappresenta quasi un parto della mia fantasia di allora</strong>, perfino nel rifiuto dell&#8217;inglese come lingua del mercato turboliberista e nei cascami di linguaggio libresco/rivoluzionario otto-novecentesco, di cui abbonda anche il mio romanzo. Solo che il mio protagonista si accorge di essere “cartoonizzato”, ossia coglie la verità romanzesca sotto la menzogna romantica, mentre Fusaro ci costruisce un personaggio mainstream, un radicale in un mondo dove la radicalità ci è preclusa per statuto. Alla fine lui ci fa i soldi e io no: vita cartoonizzata vince romanzo realista 1 a 0. Anche questa è cartoonizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62744 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/Gli-struggenti-204x300.jpg" alt="Milani" width="136" height="200" />Eppure non tutto è cartoonizzato; di tragedie ne esistono ancora, lo vediamo tutti i giorni. In quei casi passa la voglia di scherzare. Anche di fronte a esse restiamo cartoonizzati?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La distanza che ci separa dalle cose e dal mondo è ormai stratosferica. Le tecnologie dell’informazione hanno completamente deformato la nostra percezione della realtà. <strong>Viviamo con la velocità negli occhi anche quando siamo in casa, nel posto più isolato, come se abitassimo in un perenne autogrill. Siamo diventati turisti di passaggio nella nostra stessa esistenza,</strong> degli altri ci interessa solo il consenso e l’approvazione che possono darci. La nostra condizione è già abbastanza tragica da renderci insensibili alle sofferenze altrui e quindi ogni cosa ci appare come farsesca, cartoonizzata appunto: il sentimento prevalente nei social non è l&#8217;indignazione o la rabbia, ma l’ironia. Ironia social, la chiamano, e condisce ogni altro e ogni altrui sentimento espresso. Di fronte a questo dilagare dell&#8217;ironia o del sarcasmo, non c&#8217;è tragedia che tenga.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I nostri nonni non scherzavano quando si trovavano alle prese con fascisti e nazisti. Quando si trovavano a combattere battaglie per la sopravvivenza e per i diritti in un’epoca in cui venivano negati, contro lo sfruttamento. Ma poi è accaduto che l’Occidente è diventato ricco, ha conosciuto il benessere, ha conquistato molti dei diritti per cui si è battuto. E a quel punto ha iniziato a combattere battaglie di retroguardia, marginali. Non che manchino le battaglie vere in cui cimentarsi. Ma sono in pochi quelli che se la sentono di rischiare. Un tempo non si aveva nulla da perdere. Ora si ha tutto da perdere. Non credi che sia la mancanza di realtà e di tragedia ad aver cartoonizzato il mondo? Non è forse vero che la cartoonizzazione comincia quando finisce la tragedia e inizia la farsa, quando viene a mancare il gancio con la realtà?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, lo scollamento tra la percezione e la realtà, tra l’interpretazione e i fatti, ha acuito la mancanza d&#8217;essere di cui parli. Oggi sempre più dobbiamo “avere per essere” e l’invidia per ciò che hanno gli altri e che a noi sembra sempre mancare produce il meccanismo di consumo che tiene in piedi il gran teatro del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Siamo tutti in cerca di una nuova regia e della sceneggiatura più adatta al nostro ruolo” hai scritto. Come mai non ne veniamo a capo? E venirne a capo porterebbe dei benefici?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se troviamo una regia e una sceneggiatura è la fine: significa che siamo diventati personaggi e non persone. Guadagnare un ruolo significa sopravvivere nel mondo della cartoonizzazione, da una parte, e dall’altra rinunciare alla nostra libertà di continuare a cercare. Per questo non se ne viene a capo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62745 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/Milani-2-196x300.jpg" alt="Milani" width="120" height="184" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Milani-2-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Milani-2-768x1177.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Milani-2-668x1024.jpg 668w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Milani-2-600x920.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Milani-2.jpg 1000w" sizes="(max-width: 120px) 100vw, 120px" />Leggendo il tuo romanzo mi sono domandato: Milani, vent’anni dopo, avrebbe scritto le stesse cose e in quella forma? Poi mi sono accorto che avevi già fornito la risposta, scrivendo nella postfazione: “Per certi versi, nessuno – o comunque non io – può dirsi molto più adulto del ventiseienne che scrisse quelle pagine”. In altre parole, sei d’accordo con me se dico che il nostro è un mondo nel quale non si diventa mai adulti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È un mondo sempre più complesso, che richiede tempi di adattamento sempre più lunghi. <strong>Se è vero che si diventa adulti quando ognuno è ormai ciò che poteva essere e lo accetta, è vero però che il nostro tempo ci spinge a credere che ci sia sempre la possibilità di tentare un’altra strada, di “vivere una vita diversa”.</strong> Quindi l&#8217;impressione di essere “ancora giovani” aumenta. Peccato che sia solo un&#8217;impressione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il tuo è un romanzo di idee. C’è tutto il gergo dell’epoca, nelle sue pagine; che in parte è anche quello di oggi. Anche se l’impressione è che, come spesso accade in questo genere di opere, l’impalcatura teorica prevalga sulla resa narrativa, finendo un po’ per sacrificarla. Che ne pensi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La cartoonizzazione</em> è una sorta di pièce pirandelliana in cui non ci sono personaggi in senso stretto, ma attori che s’interrogano sull’idea di diventarlo e di accettare quindi una regìa e un sacrificio, intuendo che la decisione comporterà qualcosa da guadagnare e altro da perdere: sono persone giovani e fluttuanti colte nell&#8217;atto di esercitare la loro libertà, che è un momento terrificante, sacro. Per forza di cose, con una impostazione del genere, l’azione è sempre percepita dentro il donchisciottismo cerebrale della voce narrante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A <em>La cartoonizzazione</em> è seguito un altro romanzo, sei anni dopo, per Baldini &amp; Castoldi, che doveva esserne la naturale prosecuzione: <em>Gli struggenti o i kamikaze del desiderio</em>. In che rapporto stanno?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver affermato sé stesso nelle terribili sessioni di studio e di contemplazione del passato che si infligge, l’io senza nome della <em>Cartoonizzazione</em> diventa Guido, l’ideologo del gruppo di “macchine celibi desideranti” – indifferentemente omo ed eterosessuali –, che negli <em>Struggenti</em> trova un nemico comune da battere nell’orrido architetto Cartesio Curzi, simbolo del pensiero logico-calcolante alla base del nichilismo contemporaneo. <strong>Proprio qui, nell’azione che tenta di realizzare il desiderio di lotta e di rivalsa, il donchisciottismo cerebrale della <em>Cartoonizzazione </em>rompe lo stallo e si trasforma in uno spettacolo d’idiozia spaventoso e a tratti insopportabile</strong> (tanto che l’editor dell’epoca, Canalini, mi suggerì di attribuirlo a una prospettiva “rossobruna”, diremmo oggi, operazione di addomesticamento che mi rifiutai di eseguire). Viceversa, per me tutto si teneva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E come va a finire?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La cartoonizzazione</em> termina con l’ingresso di un attore spagnolo che porta il gruppo a lavorare, con le forme disponibili al teatro, sulla costruzione di un’identità stabile e fittizia, una cifra riconoscibile, che venga assunta come statuto e faccia da trampolino per individuare un nucleo di desideri opzionabili e di opportunità per realizzarli: è quanto va in scena nel romanzo d&#8217;azione antagonista successivo, e poi in onda sui nostri schermi (il sottotitolo degli<em> Struggenti</em>, “i kamikaze del desiderio”, è posteriore al 2001 e tiene conto di quanto era avvenuto, nel frattempo, col fenomeno del Jihad, non diversamente da quanto deve aver pensato Tiziano Scarpa per il suo <em>Kamikaze d’Occidente</em>, 2003, pubblicato nella stessa collana “Sintonie” dove sarebbero dovuti apparire i miei kamikaze l&#8217;anno prima). <strong>La voce narrante della <em>Cartoonizzazione</em>, che cerca a tutti i costi di trovare, nei modelli della Resistenza e dell’antagonismo di matrice marxista e libertaria, un’identità politica forte in cui riconoscersi, finisce così per preconizzare tanto il colpo di coda donchisciottesco delle “nuove Br” quanto l&#8217;avvento di personaggi popolari come Diego Fusaro, appunto, il marxista-gramsciano scongelato</strong>, nemico del “nichilismo, dell’americanizzazione, della società dei consumi” e di ogni prestito “dalla lingua degli sfruttatori e del mercato assoluto”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62746 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/Milani-bianca.jpg" alt="Milani" width="119" height="178" />A sentirti parlare, chissà perché, mi viene in mente Willliam Burroughs, <em>La macchina morbida</em>, <em>La lettera che esplose</em>, <em>Nova Express</em>, e cose così. Ma andiamo avanti. Col tempo mi sono convinto che, se il mondo che ciascuno di noi sogna si tramutasse in realtà, per molti sarebbe un incubo. Perché la verità, secondo me, è che il mondo in cui viviamo, nel bene e nel male, è una specie di mondo medio o di sogno medio. E cambierà ogni volta che muterà la media dei nostri sogni, attraverso aggiustamenti tendenti al raggiungimento di nuovi punti di equilibrio. È questo a renderlo vivibile e accettabile per i più. Lo sbaglio in cui quasi tutti incappano, storicamente, è quello di voler a tutti costi eleggere a modello unico, a ideale di bellezza, il proprio mondo sognato, agognato. Per dirla con Cioran: “In ciascuno di noi sonnecchia un profeta, e quando si risveglia c’è un po’ più di male nel mondo”. Perché la domanda delle domande è: può esistere un sogno comune a tutta l’umanità? Un mondo ideale per tutti? Io non credo, dal momento che a me appare evidente che ciò che per alcuni è il paradiso per altri è l’inferno. Di questo dovremmo ricordarci; ecco dove hanno fallito le ideologie, le grandi utopie. Che ne pensi al riguardo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono d’accordo. Per me la verità è un processo, non una conquista. E quindi non può e non deve esistere una minoranza che imponga il suo modo di vedere la cose a tutti gli altri. <strong>Ogni utopia che comporti la dittatura di un pensiero unico va combattuta con tutte le forze. Il sogno di eradicare il male e l’errore dalla società umana è un incubo</strong>, perché il male e l&#8217;errore sono proprio l’altro nome della nostra umanità. Per tutto il resto, bastano i robot.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un’ultima cosa: spesso gli intellettuali – ma non solo loro – generalizzano fino al punto da rasentare la più totale ingenuità e sprovvedutezza; non trovi che a sparare nel mucchio o si manchi completamente il bersaglio o si faccia strage di innocenti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, generalizzare è una brutta abitudine che dipende spesso dall’errore di costruire una teoria per induzione, sulla base di casi specifici. Diversa la circostanza in cui si dispone di una teoria strutturata e la si mette alla prova della realtà, tenendo però conto del fatto che la persona umana non è mai nulla che si possa ridurre al contenuto di una proposizione. Il linguaggio, per quanti sforzi si faccia, resta il modo in cui ci sforziamo di afferrare la realtà, ma è condannato per sua natura a fallire.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Già. Dite quel che volete, ma una mente così lucida e complessa la si incontra raramente. Non so in che misura abbia ragione e in che misura abbia torto. </strong>Per la verità non so nemmeno se ragione e torto esistano veramente. A volte penso di sì, a volte di no. In ogni caso non fatevi mettere troppo in soggezione. Milani è pur sempre un uomo in carne e ossa, proprio come noi. Leggete i suoi libri, parlatene con gli amici; e anche con lui, se volete. Lo trovate alla sua pagina Facebook, sempre molto attivo e disponibile al dialogo. Mi preme da ultimo segnalare le prossime uscite della collana: il romanzo <em>Codice</em>, di Mauro Giorgi, a settembre, libro non meno misterioso dei romanzi di Kafka. E a seguire <em>Gli ultimi giorni di Lucio Battisti</em> di Iginio Domanin.</p>
<p><strong><em>Gianluca Barbera</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/come-siamo-diventati-dei-cartoons-turisti-di-passaggio-nella-nostra-esistenza-gianluca-barbera-dialoga-con-giulio-milani/">Come siamo diventati dei cartoons, turisti di passaggio nella nostra esistenza: Gianluca Barbera dialoga con Giulio Milani</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/37185130_10214612474018695_4770228280823382016_n.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Non sarei mai riuscito a immaginare Simone invecchiato, mi è sempre parso eterno”: Matteo Fais raccoglie i ricordi del nipote di Simone Cattaneo, l’ultimo poeta maledetto</title>
		<link>https://www.pangea.news/simone-cattaneo-intervista-nipote/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jul 2018 05:05:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Andreotti]]></category>
		<category><![CDATA[bambino]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[Genitori]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Horror]]></category>
		<category><![CDATA[Il Padrino]]></category>
		<category><![CDATA[Il Ponte del Sale]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Merlin]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Fais]]></category>
		<category><![CDATA[Nome e soprannome]]></category>
		<category><![CDATA[Pangea]]></category>
		<category><![CDATA[Pulp Fiction]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Cattaneo]]></category>
		<category><![CDATA[successo]]></category>
		<category><![CDATA[Suicidi]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziano Scarpa]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[Università]]></category>
		<category><![CDATA[Vaticano]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Violenza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=61983</guid>

					<description><![CDATA[<p>Una poesia, come un romanzo, non potrà mai fondare sé stessa sul mero autobiografismo. Pena finire tra le tante cataste di libracci con la storia di questo o quell’altro calciatore, politico o presunto famoso. Roba buona giusto per le offerte del supermercato. Eppure, in un modo difficile da spiegare, la vita dell’autore influenza l’opera e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/simone-cattaneo-intervista-nipote/">“Non sarei mai riuscito a immaginare Simone invecchiato, mi è sempre parso eterno”: Matteo Fais raccoglie i ricordi del nipote di Simone Cattaneo, l’ultimo poeta maledetto</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Una poesia, come un romanzo, non potrà mai fondare sé stessa sul mero autobiografismo.</strong> Pena finire tra le tante cataste di libracci con la storia di questo o quell’altro calciatore, politico o presunto famoso. Roba buona giusto per le offerte del supermercato. Eppure, in un modo difficile da spiegare, <strong>la vita dell’autore influenza l’opera e viceversa</strong>. Il legame esiste e non lo si può mettere da parte con leggerezza.&nbsp;Di <strong>Simone Cattaneo, l’ultimo dei poeti maledetti in Italia</strong>, <strong>pare basti sapere che è morto e di sua volontà</strong>. Il suo suicidio rappresenta agli occhi del lettore una garanzia: <strong>dopo una simile fine, sembra difficile non prendere sul serio la sua lirica</strong>. Nessuno si sentirà mai di dire che i suoi versi sono semplici provocazioni, pose di un adolescente cresciuto. In parte, anche se duole sottolinearlo, ciò è incontestabile: la morte violenta rende poeti – almeno in casi come il suo.&nbsp;Ciò non toglie che la curiosità – malsana quanto volete –, per quello che, prima di essere un famoso poeta, era un uomo, resta. Così come <strong>l’intima convinzione che, per comprendere i suoi testi, non si possa prescindere da quello che è stato il suo vissuto</strong>. Proprio per tal motivo, a <em>Pangea</em>, abbiamo ritenuto potesse essere interessante <strong>ricostruirne un ritratto umano ed esistenziale ad ampio raggio. L’abbiamo fatto grazie alla memoria di una persona cresciuta al suo fianco</strong>, con cui Cattaneo parlò anche il giorno prima di porre fine al suo viaggio terreno. <strong>Lorenzo </strong>(il nipote), a quasi dieci anni dalla morte, ha deciso di raccontare, per chi non ha avuto il privilegio di incrociarlo in vita, quello che è forse uno dei più amati poeti italiani degli ultimi decenni. La nostra gratitudine nei suoi confronti, inutile precisarlo, è infinita. Lorenzo ha rivissuto, <strong>in una lunga e dolorosissima intervista</strong>, il ricordo della persona che ha segnato maggiormente la sua esistenza. L’ha fatto con coraggio, senza mai tirarsi indietro, nella convinzione che <strong>“dopo tanto tempo, anche se a me sembra ieri, sia arrivato il momento di raccontare Simone a tutti quelli che vorrebbero sapere”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come è stata l’infanzia di Simone?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Onestamente, non so granché in merito a quel periodo. In primo luogo, perché non c’ero. In secondo luogo, perché <strong>Simone non amava parlare di sé.</strong> Genericamente, preferirei non raccontare per sentito dire, ma piuttosto riferirti quella che è stata la mia esperienza con lui, ciò che ho vissuto in prima persona. Per quel che riguarda la sua infanzia basti sapere che era nato nel ’74, a Saronno, e che i genitori provenivano da due paesi limitrofi. Quando Simone nacque, però, risiedevano lì da almeno vent’anni.</p>
<figure id="attachment_61985" aria-describedby="caption-attachment-61985" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-61985" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/07/foto-1-50-300x208.jpg" alt="Cattaneo" width="300" height="208" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/foto-1-50-300x208.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/foto-1-50-768x532.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/foto-1-50-1024x709.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/foto-1-50-600x415.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-61985" class="wp-caption-text">Simone Cattaneo con la maglia della Caronnese: un numero 5 di ferro</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa sai, invece, dell’adolescenza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Simone adolescente me lo ricordo, innanzitutto, per la sua imponenza. <strong>Svettava. Sai, per via dell’altezza. A quindici anni superava già il metro e ottanta, forse sfiorava addirittura il metro e novanta. Era un tipo silenzioso, che ascoltava tantissima musica e leggeva. Leggeva senza sosta. Mi ricordo la sua stanza invasa dai libri. Ne aveva perfino sotto il letto.</strong> Si trattava soprattutto di autori americani e russi, in traduzione italiana. Adorava anche il cinema, un po’ tutti i generi, ma in particolare era appassionato dei film sulla malavita americana (<em>Il padrino</em>, <em>Quei bravi ragazzi</em>, <em>Carlito’s Way</em>, <em>Scarface</em> e <em>Pulp fiction</em>) e gli piaceva molto la serie tv <em>I Soprano</em>. Con lui ci sono cresciuto, perché i miei lavoravano – mia madre (sua sorella), come mio padre. Spesso, per tal motivo, restavo dai nonni in sua compagnia. Probabilmente ho passato più tempo lì che a casa mia, durante l’infanzia. Simone, di quattordici anni più giovane della sorella, a quei tempi frequentava il liceo e viveva ancora dai suoi. Quello che ricordo distintamente, fin da allora, è che non ha mai avuto grande sintonia con il mondo circostante e con quello della scuola. Ci si sentiva stretto. Lo percepiva eccessivamente rigido e ipocrita, almeno rispetto a quelli che erano i suoi interessi. <strong>Ascoltava i The Clash, i Pogues, e questi gruppi avevano instillato in lui un pensiero critico nei confronti della società e del sistema borghese entro il quale era nato e cresciuto. Un’altra cosa da sapere è che Simone praticava e amava molto il calcio. Giocava nella Caronnese, la squadra di un paese vicino a Saronno.</strong> Era un ottimo difensore, un tipo tosto sul campo, che ne ha <em>ammaccati </em>parecchi, ma comunque molto amato dai suoi compagni di pallone. Questa è un’attività che ha portato avanti per diversi anni, con la maglia numero 5, e a cui teneva particolarmente. Qualche volta da bambino ero andato a vederlo giocare, anche se non voleva, ritenendo probabilmente che il suo approccio così duro sul campo non fosse particolarmente educativo. Oltre a praticarlo il calcio, seguiva con partecipazione la Nazionale durante gli europei e i mondiali. Malgrado questa sua grande passione, aveva una visione molto realistica e cinica del giro d’affari intorno a quel mondo. Con me commentava spesso le notizie e ha sempre sostenuto che ci fosse molto marcio dietro.</p>
<p><strong>Che famiglia era quella di Simone?</strong></p>
<p>Direi una famiglia relativamente normale, della piccola borghesia.</p>
<p><strong>E lui come si sentiva rispetto ai suoi familiari?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Simone era troppo avanti! Di qualunque cosa si parlasse, era sempre dieci anni oltre rispetto al resto del mondo e credo che nessuno in famiglia, seppur con tutta la buona volontà, avesse la capacità di cogliere questo aspetto fino in fondo. Per tal motivo, ciò che lui cercava era più che altro un confronto con persone al di fuori della cerchia dei parenti, qualcuno che potesse fornirgli degli stimoli culturali di una certa rilevanza. È vero che mia nonna, sua madre, stravedeva per lui, ma si trattava di una persona molto semplice. <strong>A onor del vero, devo anche dirti che il padre di Simone era molto più interessato a leggere “La Gazzetta”, o a guardare la quarantesima replica di un vecchio film in tv, piuttosto che stare a sentire le ragioni dei figli.</strong> All’interno dell’ambito familiare, mio zio visse anche un evento particolarmente traumatico, che segnò la sua esistenza. Fu quando Giancarlo, il fratello maggiore, morì a trentadue anni, nel ’94. Simone ne aveva appena venti. Di fatto, a quell’età, era già l’uomo di casa, visto che mio nonno, oramai anziano, era come se non ci fosse. Credo che questo abbia avuto un peso nella visione molto lucida, e a tratti cinica, che nutriva nei confronti della vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ti ha mai raccontato del perché avesse iniziato a scrivere poesie?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vedi, io con Simone parlavo di tutto, ma soprattutto ascoltavo, perché era veramente affascinante starlo a sentire. Proprio quella faccenda, però, non la menzionava mai. Io avevo modo di leggere i suoi testi, perché gli facevo da tecnico informatico. Non è mai andato molto d’accordo con le nuove tecnologie, dal computer alla stampante. <strong>Aiutandolo, mi capitava di vedere quello che scriveva. Ma, ti ripeto, Simone ha sempre cercato di tenere questa cosa per sé.</strong> Forse perché riteneva che io fossi troppo giovane per capire i suoi testi e i suoi genitori troppo anziani e borghesi. Poi, però, mia nonna riusciva sempre a procurarsi i libri, quando uscivano, e io andavo a cercare online le recensioni. Degli amici di Saronno, a ogni modo, nessuno era a conoscenza della sua attività di poeta, perché lui si guardava bene dal renderla nota.</p>
<p><strong>Ti ha mai raccontato degli amici dell’ambito letterario, invece?</strong></p>
<p>No, assolutamente. Qualche volta li si incrociava a un concerto, o evento, e allora me li presentava, ma per il resto niente.</p>
<p><strong>Qual è il più bel ricordo che hai di lui?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ne ho un’infinità. Potrei citarti quello del giorno in cui decisi, durante l’università, di andare a studiare fuori, per un semestre, in America. E, mentre tutti avversarono questa mia scelta, o almeno non dimostrarono grande sostegno, lui fu l’unico a dire: “Vai! Perché sei ancora qui? Parti e fatti valere”. Ricordo poi – dovevo avere circa quattro anni – un giorno in cui mi accompagnò a casa. <strong>Mi stavo lamentando perché avevo dimenticato un camioncino della Lego, un giocattolino che mi portavo sempre appresso. Lui, con grande flemma, mi prese in braccio, mi piazzò sul cassone di un camion parcheggiato lì e mi disse: “Che ne dici, questo può andare bene?”.</strong> Un altro a cui ripenso spesso risale a quando andavo all’asilo e lui, per farmi addormentare al pomeriggio, mi faceva ascoltare <em>Fairy Tale of New York</em> e <em>A Rainy Night in Soho</em>, entrambe dei Pogues, il suo gruppo preferito. Ma adesso, scorrendo un po’ l’album della memoria, non posso fare a meno di ripensare che fu lui a insegnarmi a giocare a calcio. Solo che poi mi risultò difficile farlo con gli altri bambini, perché avevo fatto pratica con un <em>avversario </em>di quasi due metri per cento chili. Mi ero abituato a tirare calci e gomitate da cartellino rosso, nel tentativo di tenergli testa. <strong>E, poi, come dimenticare che, quando feci l’esame di terza media, lui venne ad assistere. Entrò senza dire una parola e si piazzò in fondo alla stanza, guardando la commissione in modo non esattamente benevolo.</strong> <strong>Non so se la cosa abbia influito, ma con me furono straordinariamente rapidi.</strong> A Simone devo anche il fatto che, mentre i miei coetanei guardavano le <em>Tartarughe Ninja</em>, io mi ero già fatto una notevole cultura su thriller, horror, fantascienza e film d’azione. Lui li registrava, o noleggiava, e me li faceva vedere di nascosto, con grande disappunto di mia madre. Se oggi non ho una cantina piena di corpi fatti a pezzi, credo si possa definitivamente archiviare l’idea che la violenza in tv generi nei ragazzini dei comportamenti antisociali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A tuo avviso, quanto ha pesato la sua fine nella ricezione del pubblico? Se non fosse morto come è morto, Simone sarebbe poi diventato Cattaneo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ha pesato e non poco, anche perché la figura di Simone – sfortunatamente, perché si rischia di smarrire la persona per il personaggio – ricalca perfettamente quella del poeta maledetto. Ma, vis-à-vis, era difficile immaginarlo come tale. <strong>Quello che ti trovavi davanti era un uomo enorme e muscoloso che sembrava un lottatore, o una guardia del corpo, più che uno scrittore di versi. In qualche modo, comunque, questa sua morte ha eretto un tempio di serietà intorno al suo poetare</strong>, ha conferito una patente di autenticità a quello che scriveva. E sicuramente, quindi, ha contribuito a renderlo il personaggio “Simone Cattaneo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che vita conduceva Simone prima di morire?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Simone ha sempre avuto una vita abbastanza particolare. Ha cambiato spesso lavoro. Aveva orari tutti suoi. Non di rado stava sveglio tutta la notte a scrivere. E, quando usciva, tornava sempre molto tardi. Pur avendo vissuto tutta la vita a Saronno, di fatto passava più tempo a Milano, perché la sua cittadina gli stava stretta. <strong>Aveva un’antipatia quasi viscerale per qualunque forma di autorità e non si è mai trovato bene in quel centro così perbenista e piccolo borghese. Prima, però, mi sono dimenticato di dirti che piaceva molto alle donne, ma lui non se ne vantava.</strong> Anzi, di donne non parlava quasi mai, neanche con gli amici – figurati con me. Nei mesi successivi a quel maledetto settembre, alcune ragazze chiamarono al suo cellulare. Non sapevano cosa fosse successo e perché non si facesse più sentire. Puoi immaginarti come sia stato dover spiegare… Dopo un po’ di tempo, nei commenti su un sito che riportava alcune sue poesie, due cominciarono a litigare, millantando storie con lui, accusandosi a vicenda di mentire. So chi sono. Con una aveva avuto in effetti una relazione, ma non credo troppo seria. L’altra era un’amica che nutriva un debole per lui. Altre mi hanno contattato, anche dopo molto tempo, per chiedermi della morte, per avere una spiegazione. Non ho mai voluto rispondere approfonditamente. La famiglia, gli amici stretti, sanno tutto quello che c’è da sapere. Per il resto del mondo non credo farebbe grande differenza. Sono questioni private che non aggiungono nulla al ricordo dell’uomo e alla sua poesia. Visto che siamo in argomento, ti dirò che Simone non si faceva grandi illusioni sull’amore, ma credeva moltissimo nella lealtà, nell’amicizia. <strong>Era anche cattolico.</strong> <strong>A suo modo, moltissimo. Matrimoni a parte, non metteva mai piede in chiesa ed era disgustato dal Vaticano – sosteneva che, sulla questione riguardante la pedofilia dei preti, fosse emersa solo la punta dell’iceberg. Eppure, portava sempre il Crocifisso al collo.</strong> Si trattava del regalo per la cresima, che in realtà non fece mai – ai genitori comunicò di proposito l’orario sbagliato e questi si presentarono in chiesa a cerimonia finita. Tuttavia volle assolutamente farmi da padrino in occasione della mia, come lo era stato per il battesimo. Naturalmente, la famiglia – sono tutti abbastanza cattolici – non gradì. Alla fine, se lo fecero andare bene, perché avevo giurato di sputare l’Ostia in faccia al prete, se mi avessero imposto un’altra persona.</p>
<p><strong>Lui ha mai avuto una qualche forma di identità politica, di ideologia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando era molto giovane oscillava tra la destra e la sinistra, ma senza avere un’appartenenza precisa. Successivamente, per quel che rammento, era semplicemente deluso da qualunque partito e orientamento, dalla finzione che vi si nasconde dietro. Certo, parlavamo molto di politica ed era un piacere sentire Simone che commentava. Mi ricordo, per esempio, quando, tra il 2006-2007, mi disse quanto Gheddafi fosse fondamentale per tenere lontano il rischio di attentati in Italia. E, anche se di attentati non ne abbiamo avuti, per fortuna, vista la situazione che stiamo vivendo, probabilmente aveva ragione. Simone era in qualche modo affascinato dalla meticolosità con cui la corruzione e il malaffare erano riusciti a permeare la società italiana. E, fondamentalmente, nella sua visione, <strong>non c’era alcuna via d’uscita, perché il sistema era talmente marcio da risultare inemendabile. L’unica possibilità, secondo il suo parere, era farsene una ragione e campare senza l’illusione che le cose potessero prendere una svolta positiva.</strong> <strong>La sola circostanza in cui mi disse che valeva veramente la pena andare a votare, fu in occasione del referendum sull’uso delle cellule staminali.</strong> Era molto colpito dall’idea delle persone in carrozzella, o paralizzate. Allora, mi sembrò davvero convinto. Ecco, quella fu l’unica volta in cui partecipò sperando davvero di poter cambiare le cose, con la certezza che fosse una causa giusta da portare avanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>C’era un politico che lui disprezzava, in particolare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non che io sappia, ma sicuramente ce n’era uno che ammirava per l’intelligenza e l’abilità nell’avere le mani in pasta dappertutto, Giulio Andreotti. Lo considerava estremamente acuto, pur non condividendo quel tipo di orizzonte culturale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci sono stati diversi problemi per trovare un editore, dopo le prime pubblicazioni con Ladolfi, da quel che so. Mi racconteresti queste vicissitudini?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Molto volentieri! <em>(ridiamo)</em> Quando morì Simone, anche sulla spinta di un suo amico che era al corrente di certi scambi con alcuni editori, andai ad aprire la sua casella di posta elettronica. Lo feci per quel motivo e per avvisare i suoi amici dell’ambiente della poesia. Trovai varie email con Marco Monina della Pequod, casa editrice di Ancona, e vidi che avevano già chiuso un accordo di pubblicazione per il 2010. Dopo qualche settimana, lo contattai per metterlo a parte della situazione e per dirgli che a noi sarebbe piaciuto portare a compimento quanto iniziato da Simone. Da lì cominciò una trafila che andò avanti per più di un anno, tra email senza risposta, chiamate perse, o messe giù, promesse di ricontattarci, scuse e rimandi, problemi di ogni genere, fino a quando sostanzialmente Monina si rese irreperibile. A quel punto intervenne Marco Merlin di “Atelier”, a cui avevo parlato di questa situazione. Promise di impegnarsi e di darci una mano. Dopo circa un mese, saltò fuori la proposta di pubblicare con Ladolfi. Eravamo tutti molto contenti della cosa. Dopo poco, Merlin chiamò nuovamente dicendo che era venuto a crearsi un problema e tutto si era bloccato. Il motivo del contendere erano tre testi, se non ricordo male, all’interno di <em>Peace&amp;Love</em>, che l’editore non si sentiva di pubblicare. Si tratta di quelli concernenti l’argomento religioso – c’è da considerare che Ladolfi, allora, collaborava con vari enti cattolici. A quel punto, all’interno della famiglia e tra gli amici più intimi si creò una frattura: chi era convinto che si dovesse pubblicare comunque e a qualsiasi costo, omettendo quei testi; chi, come me, invece, sosteneva che solo lui avrebbe potuto scegliere in tal senso e non certo noi. Dal mio punto di vista, quello era il testo che lui mi aveva lasciato e, quindi, quello dovevo cercare di far pubblicare. Perciò l’accordo saltò. <strong>Passarono ancora sette mesi e, alla fine, si rifece vivo Merlin con la proposta di Il Ponte Del Sale. Devo dire che Marco Munaro, il responsabile di quella associazione, fu meticolosissimo in ogni particolare: la copertina, il formato, tutto. Scrupolosamente, volle discutere ogni aspetto fino all’ultimo dettaglio. E così, finalmente, nacque <a href="http://ilpontedelsale.csvrovigo.it/27-simone-cattaneo-%E2%80%93-peace-love/" target="_blank" rel="noopener"><em>Peace&amp;Love</em></a> per come lo conosciamo. </strong>Al momento ha già avuto una ristampa, essendo andato esaurito abbastanza in fretta, grazie anche all’articolo di Tiziano Scarpa comparso sul “Corriere”, due pagine intere dedicate a Simone.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci sono eventi in programma per commemorare i dieci anni dalla morte?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’idea c’è. Lo vorremmo fare. Abbiamo però il problema della location. Temo che difficilmente potremo avere un supporto forte dal Comune di Saronno, anche se la città dove Simone ha vissuto sarebbe la scelta più ovvia. Perciò si stava pensando a un’alternativa. Fortunatamente abbiamo ancora un anno per lavorarci. Comunque, faremo sapere, tramite le apposite pagine Facebook e quant’altro, quando ci saranno sviluppi.</p>
<figure id="attachment_61984" aria-describedby="caption-attachment-61984" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-61984" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/07/foto-2-19-300x154.jpg" alt="Cattaneo" width="300" height="154" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/foto-2-19-300x154.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/foto-2-19-768x395.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/foto-2-19-1024x526.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/foto-2-19-600x308.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-61984" class="wp-caption-text">Un giovanissimo Simone Cattaneo</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo te Simone era conscio del suo valore come poeta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Simone, con sé stesso, era più feroce dei suoi critici. Semplicemente, riteneva che il suo valore dovessero stabilirlo i lettori. <strong>Lui era estremamente indulgente con gli altri, tanto quanto spietato verso sé stesso.</strong> Un po’ il contrario di quel che va di moda oggi, insomma.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come mai una delle raccolte di Simone non è finita in <em>Peace&amp;Love</em>?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È stata una scelta editoriale. In origine <em>Peace&amp;Love</em> sarebbe dovuto uscire come raccolta singola, senza includere <em>Made in Italy</em> e <em>Nome e Soprannome</em>. Fu Munaro, di Il Ponte del Sale, a proporci di fare un testo unico, andando a recuperare i due precedenti – anche perché, per esempio, <em>Nome e Soprannome</em> risultava irreperibile. Ci ragionammo un po’ su, insieme a Merlin, e decidemmo di accorpare le tre raccolte, escludendo <em>La pioggia regge la danza</em>. Cercare di mettere dentro anche quella ci sembrò una forzatura. Soprattutto perché il testo non andava in direzione di quella semplicità che Simone, come precisa nell’unica videointervista rimasta, cercava di perseguire, eliminando ogni traccia di lirismo. Personalmente, avevo paura di addolcire troppo il pugno nello stomaco di <em>Peace&amp;Love</em>, andandolo a edulcorare con testi che, se mio zio avesse ripreso in mano a trentacinque anni, non avrebbe più scritto o, se l’avesse fatto, non sarebbe stato certo nella forma in cui erano precedentemente finiti su carta.</p>
<p><strong>La sua morte ti ha colto di sorpresa, oppure in una certa misura te l’aspettavi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi ha colto di sorpresa nel senso che io, Simone, lo vidi il giorno prima e parlammo tranquillamente. Gli dissi che la mia tesi di laurea era stata approvata e che l’avrei discussa di lì a due settimane. Lui mi parlò della partita della Nazionale italiana, che avrebbe visto quella sera a Torino, dicendomi che anche un pareggio sarebbe stato positivo, perché avrebbe garantito la qualificazione. <strong>D’altro canto, non sarei mai riuscito a immaginarmi Simone invecchiato. Non lui che era un’esplosione di energia, con quel fisico da divinità greca, da guerriero vichingo.</strong> Sembrava impossibile pensarlo avanzare negli anni come tutti gli altri. In qualche modo mi appariva eterno, non sottoposto all’incedere del tempo. Se dovessi immaginarlo a settant’anni, ecco, mi verrebbe da figurarmelo esattamente come era a trenta, per quanto folle possa sembrare. Simone ha sempre avuto qualcosa che lo poneva oltre l’umano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esiste un aspetto che il pubblico dovrebbe conoscere di lui, ma che ancora ignora? Qualcosa che potrebbe aiutare a comprenderlo, intendo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Forse una cosa, ovvero che le storie raccontate da Simone sono tutte vere e non rappresentano delle “grandi metafore di qualcos’altro”, come ho sentito dire. Certo non sono tutti episodi che ha vissuto in prima persona, ma si tratta comunque di realtà con cui è entrato in contatto<strong>. Lui era camaleontico, in grado di stare tra la gente di “Atelier”, come nel peggior bar del quartiere più malfamato. </strong>Infatti, frequentava persone diversissime e aveva lo stesso atteggiamento sia che si rivolgesse a un direttore, sia che stesse parlando con la donna delle pulizie. Questo aspetto, per esempio, piaceva molto ai bambini che lo adoravano, perché lui era diretto, non aveva filtri. Era gentile con tutti, ma non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno.</p>
<p><strong>Simone è cresciuto nella scuderia di “Atelier”. È mai trapelato qualcosa in famiglia di quell’ambiente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Simone ne parlava, soprattutto con la madre, quando era molto giovane. Con loro condivideva la sua passione per la poesia – e questa è una cosa importante, perché difficilmente, fuori da quella cerchia, avrebbe potuto trovare persone che gli consigliassero delle letture. Certo non sarebbe potuto accadere con i compagni del calcio, o con quelli del pub di Saronno. <strong>A ogni modo, però, non so quanto quella gente conoscesse davvero il lato selvaggio di Simone. Lui era sempre lo stesso, un uomo che non cercava mai di mettere a disagio la persona che aveva davanti.</strong> Per cui, se si trovava in mezzo a gente semplice e umile, usava un linguaggio elementare e rilassato, facendo anche la battuta becera. Se si trovava in un contesto intellettuale, invece, la parola era più forbita e anche l’atteggiamento era diverso. Il tutto sempre al solo fine di non creare disagio negli altri. Ciò però rendeva difficile inquadrarlo bene, in profondità. <strong>E quindi, anche se molti di loro gli volevano sinceramente bene, non so quanto in realtà lo conoscessero. Lui stesso non si voleva far conoscere nel profondo da nessuno.</strong> Eppure, una volta, i suoi amici di “Atelier” entrarono in contatto con il suo lato più ruspante. Si trovavano in un bar e un paio di avventori si permisero di fargli una battutaccia. Ti dico solo che la vicenda finì con parecchie migliaia di euro di danni al locale e quei tizi volarono attraverso la vetrata. Credi a me che l’ho visto in azione. Una volta, pensa, quando ero molto piccolo, mi venne a prendere a scuola. Una macchina mi passò un po’ troppo vicino e lui la rincorse, fino a che non la fermò. Allora, tirò fuori il tizio seduto al volante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa ti manca maggiormente di lui?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi manca la sicurezza che dava la sua presenza, la consapevolezza che, qualsiasi cosa avessi fatto, in qualunque casino mi fossi cacciato, avrei avuto qualcuno che sarebbe stato sempre dalla mia parte. E <strong>mi manca il fatto che con una parola, con un commento, con una battuta a metà tra l’ironia e il sarcasmo, lui potesse cambiare il senso della situazione</strong>, farti capire che strada intraprendere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dobbiamo aspettarci delle future traduzioni della sua opera?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io spero di sì. Abbiamo già quella in spagnolo, che mi pare fatta molto bene. <strong>Il mio auspicio sarebbe di vedere presto quella in inglese.</strong> La cosa, purtroppo, non è semplice. Bisognerebbe trovare un traduttore che fosse anche poeta, che conoscesse bene entrambe le lingue. Io credo che una traduzione anglosassone <strong>aprirebbe le porte del mondo alla poesia di Simone. Probabilmente in altri paesi potrebbe essere apprezzato molto più che in Italia</strong>, dove comunque lui resta di nicchia perché la poesia è un mondo di nicchia.</p>
<p><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Qui potete vedere <a href="https://www.youtube.com/watch?v=_qrg7Z9ibRI" target="_blank" rel="noopener">Simone Cattaneo intervistato</a> da Cristina Tessaro per La 6.</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/simone-cattaneo-intervista-nipote/">“Non sarei mai riuscito a immaginare Simone invecchiato, mi è sempre parso eterno”: Matteo Fais raccoglie i ricordi del nipote di Simone Cattaneo, l’ultimo poeta maledetto</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/copertina-87.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Ogni uomo è un “martire di impostura”: sull’ultima raccolta di poesie di Tiziano Scarpa</title>
		<link>https://www.pangea.news/ogni-uomo-e-un-martire-di-impostura-sullultima-raccolta-di-poesie-di-tiziano-scarpa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Jun 2018 06:02:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Bukowski]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[esistenza]]></category>
		<category><![CDATA[fica]]></category>
		<category><![CDATA[male]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Paglialunga]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[sesso]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Cattaneo]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziano Scarpa]]></category>
		<category><![CDATA[umanità]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=61539</guid>

					<description><![CDATA[<p>“La verità la so/ la verità fa schifo/ io seguo l’impostura/ sopporto il suo gravame/ sto nella dismisura”. E ancora, ogni uomo, come Scarpa dice del poeta, è un “martire di impostura” e un “campione di autoabiura”. C’è sempre un momento in cui, nella pretesa di invulnerabilità di ogni essere umano, l’armatura si incrina. Qualcosa [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ogni-uomo-e-un-martire-di-impostura-sullultima-raccolta-di-poesie-di-tiziano-scarpa/">Ogni uomo è un “martire di impostura”: sull’ultima raccolta di poesie di Tiziano Scarpa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“<em>La verità la so/ la verità fa schifo/ io seguo l’impostura/ sopporto il suo gravame/ sto nella dismisura</em>”. E ancora, <strong>ogni uomo, come Scarpa dice del poeta, è un “martire di impostura” e un “campione di autoabiura”. </strong>C’è sempre un momento in cui, nella pretesa di invulnerabilità di ogni essere umano, l’armatura si incrina. Qualcosa cede e ci lascia nudi di fronte alla verità di ciò che ci circonda. Ancor peggio, ci rende vulnerabili a ciò che veramente siamo: secoli di storia lo confermano, umanità è nei fatti sinonimo di cattiveria, intima sporcizia. Tuttavia, se questo è un boccone troppo amaro da mandare giù, possiamo sempre sperare che le cose andranno meglio. <strong>Per restare umani dobbiamo sforzarci di essere quello che non siamo. Umanità nel suo significato morale è emancipazione da sé stessi, superarsi, distaccarsi da ciò che per necessità siamo. </strong>Così diventa un atto squisitamente umano l’autoabiura, il rinnegarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">In tal senso sono esemplari le parole spesso udite “Io sono fatto così”, per giustificare qualunque comportamento idiota. Ma non sarebbe diverso da quello che ci direbbe il nostro cane, se potesse parlare, dopo aver distrutto un paio di ciabatte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class=" wp-image-61540 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/06/foto-1-48-175x300.jpg" alt="Scarpa" width="117" height="199" />Le nuvole e i soldi</em></strong><strong> (Einaudi, 2018) è un libro che fa i conti con l’esistenza, cercando di capire se tanta fatica di vivere valga davvero la pena.</strong> Il testo di Scarpa, l’ultimo uscito per ‘la bianca’ Einaudi, sembrerebbe addentrarsi in questo luogo classico della poesia, non senza una buona dose di cinico dolore, senza mistificazioni eccessive. L’uomo è denaro e nuvole, fatti e chiacchiere, materia e sostanza. Nella tensione fra questi due modi dell’esistenza, è costruita l’esplorazione della vita umana descritta. Banalmente scissi da chi può pensare che l’uomo possa essere solo un becero materialista oppure unicamente un essere spirituale, con la testa, appunto, fra le nuvole. Come se l’uno escludesse l’altro. Di fatto invece, del sesso e delle puttane, del basso ventre in generale e di un mondo pratico e reale c’è chi ha fatto splendida poesia. Uno su tutti l’amatissimo Bukowski, non sempre brillante in versi. Per gli italiani sarebbe bene ricordare quel mostro preoccupante che è l’essere umano descritto da Simone Cattaneo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Autoabiura, come esercizio quotidiano, significa morire almeno un poco ogni volta che si cambia.</strong> Così, nel testo in questione, una delle condizioni cui bisogna sottoporsi essendo umani, è morire spesso. Per chi scrive poi la situazione si fa più grave. Così nel libro di Scarpa è possibile trovare una serie di poesie intitolate <em>Certe volte che non sono morto</em>: “<em>A fine maggio del duemilatré/ sulla statale fra zagabria e osijek/ il pullman si fermò al posto di blocco/ “ci sono troppe mine, non si passa”/ disse il soldato ed effettivamente/ dal finestrino lo capivo anch’io/ che tutti quei triangolini rossi/ non erano papaveri di campo/ “tornate indietro” disse, ma l’autista/ smontato a terra “e come faccio &#8211; disse -/ devo portarli entro stasera” “escluso/ &#8211; disse il soldato &#8211; ancora cento metri/ e mi saltate in aria” ma l’autista/ si disperava “pago la penale/ se non arrivo in tempo, hanno un incontro” “saltate in aria di sicuro” “il festival” / “è troppo un rischio” “la gente li aspetta, c’è la lettura, fanno tardi” “ma/ chi sono?” “scrittori” “passate pure</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In pochi, rischiando di essere tacciati come impoetici o impietosi, parlerebbero di soldi in un libro di poesia. Scarpa li mette nel titolo.</strong> L’operazione sembra più che giustificata: da più di un secolo il denaro è il mezzo per eccellenza, lo strumento sommo. Per questo, di noi dice molto e muove il sole e le altre stelle più dell’amore. Nonostante ciò, i nostri poeti tacciono la questione. Sarà forse qualcosa di troppo sporco per le mani di certi autori che scrivono ancora di fiori di campo. “<em>I soldi, mi credevo superiore, pensavo mi bastasse il batticuore./ Ma nella povertà/ c’è questa verità, che scopri quanto costa il buonumore./ Ho rinunciato ai viaggi, ai figli, ai giochi, /ma i soldi sono sempre troppo pochi./ Ho rinunciato a te./ Rinuncerò anche a me, spegnendo a piedi nudi tutti i fuochi./ E dire che eravamo così forti/ ma senza soldi siamo come morti./ Perché ci butta giù/ che non facciamo più</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">In luce di una esplorazione che scava in tutti gli angoli, anche i meno piacevoli, <em>Le nuvole e i soldi</em> risulta <strong>un testo potente, accattivante ma saldo, in cui è possibile trovare ricerca formale, ritmica, e sperimentazione, assieme a una solida capacità di comunicazione in versi.</strong> In esso l’autore si confronta con ogni aspetto della realtà, dalla politica alla letteratura, dall’amore alla paura, consegnandoci un’opera in versi, cosa che raramente accade, completa e complessa.</p>
<p><em>Alessandro Paglialunga</em></p>
<p>*</p>
<p><strong>Mi fa venire</strong></p>
<p>un corpo nudo mi fa venire<br />
la foto di un corpo nudo mi fa venire<br />
il video di un corpo nudo mi fa venire<br />
un piede di donna che calpesta la marmellata mi fa venire<br />
l’idea che ci sia chi viene per un piede di donna che calpesta la marmellata mi fa venire<br />
una suola che spiaccica una gomma sul marciapiede mi fa venire<br />
il marciapiede mi fa venire<br />
un tubo di scappamento mi fa venire<br />
un semaforo mi fa venire<br />
una vigilessa mi fa venire<br />
un viale alberato mi fa venire<br />
un supermercato mi fa venire<br />
le nuvole mi fanno venire<br />
la luna mi fa venire<br />
il sole mi fa venire<br />
l’universo mi fa venire<br />
gli angeli mi fanno venire<br />
dio mi fa venire<br />
il terremoto mi fa venire<br />
le catastrofi mi fanno venire<br />
la morte mi fa venire<br />
i fulmini mi fanno venire<br />
la luce mi fa venire<br />
il mare mi fa venire<br />
la gente nuda al mare mi fa venire<br />
tutta la gente che viene mi fa venire<br />
una persona particolare che so io che viene mi fa venire<br />
fare l’amore mi fa venire<br />
venire mi fa venire</p>
<p><em>Tiziano Scarpa</em></p>
<p>[da <em>Le nuvole e i soldi</em>, Einaudi 2018]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ogni-uomo-e-un-martire-di-impostura-sullultima-raccolta-di-poesie-di-tiziano-scarpa/">Ogni uomo è un “martire di impostura”: sull’ultima raccolta di poesie di Tiziano Scarpa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/SCARPA.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>La Rai è un triceratopo e racconta un Paese allo sfascio, con trent’anni di ritardo sul mondo. Per risorgere, bisogna usare la regola di Fellini: assumere i poeti come sceneggiatori di fiction</title>
		<link>https://www.pangea.news/la-rai-e-un-triceratopo-e-racconta-un-paese-allo-sfascio-con-trentanni-di-ritardo-sul-mondo-per-risorgere-bisogna-usare-la-regola-di-fellini-assumere-i-poeti-come-sceneggiatori-di-fiction/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Jun 2018 09:59:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Temporelli]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Manzini]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Ferrante]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Fellini]]></category>
		<category><![CDATA[Festival di Sanremo]]></category>
		<category><![CDATA[Giancarlo De Cataldo]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Isabella Santacroce]]></category>
		<category><![CDATA[Massimiliano Parente]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Netflix]]></category>
		<category><![CDATA[Rai]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[televisione]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziano Scarpa]]></category>
		<category><![CDATA[Tonino Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Umberto Eco]]></category>
		<category><![CDATA[vecchi]]></category>
		<category><![CDATA[Vitaliano Trevisan]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=61531</guid>

					<description><![CDATA[<p>Se i giornali sono in crisi, non servono più neanche per accartocciare il pesce, la televisione è nel baratro. Chi guarda ancora lo schermo, specie di monocolo divino, di ciclope delle meraviglie? Chi ca**o si fa ancora cullare dalle poppe di Mamma Rai? Direi, dai 40 in giù, quasi nessuno. Intorno ai 20, poi, è [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-rai-e-un-triceratopo-e-racconta-un-paese-allo-sfascio-con-trentanni-di-ritardo-sul-mondo-per-risorgere-bisogna-usare-la-regola-di-fellini-assumere-i-poeti-come-sceneggiatori-di-fiction/">La Rai è un triceratopo e racconta un Paese allo sfascio, con trent’anni di ritardo sul mondo. Per risorgere, bisogna usare la regola di Fellini: assumere i poeti come sceneggiatori di fiction</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Se i giornali sono in crisi, non servono più neanche per accartocciare il pesce, la televisione è nel baratro. <strong>Chi guarda ancora lo schermo, specie di monocolo divino, di ciclope delle meraviglie? Chi ca**o si fa ancora cullare dalle poppe di Mamma Rai? </strong>Direi, dai 40 in giù, quasi nessuno. Intorno ai 20, poi, è il niente. I miei studenti in università mi fanno da cavia, sono il mio oblò su questo pianeta che non mi appartiene, non mi appare. Su 36 giovanotti, nessuno guarda le reti istituzionali. Qualcuno ha Sky. Molti usano Netflix. Per cui. Cosa ce ne frega della Rai? La Rai è un triceratopo statale: serve per dare posti di lavoro. Si vede.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ieri, per caso, mi capita di ascoltare via radio la sintesi del ‘nuovo’ palinsesto Rai. Mi pare di essere vent’anni fa. Trent’anni fa. Cosa resterà di questi anni Ottanta. Invece. 2018. Ci sono: <strong>Bruno Vespa, Fabio Fazio, Antonella Clerici che fa <em>Portobello</em> e, udite udite, Mara Venir alla testa di <em>Domenica In. </em>Alberto Angela fa il gioco delle tre carte, porta <em>Ulisse </em>su Rai 1, Licia Colò torna a Rai 3 e Claudio Baglioni resta a fare il Festival di Sanremo. Urca, che novità, pare il cimitero degli elefanti risorti.</strong> La Rai, però, per quanto parzialmente, rappresenta l’identità del Paese. Un Paese che deve essere rassicurato, che deve essere solleticato con il solito, cibato con la solita minestra. Guai a innovare, a confondere i ruoli, a muovere le acque, anatema caschi sul capo del fomentatore di caos. Eppure. Noi esistiamo perché qualcuno ci sorprenda. Quotidianamente. Non vogliamo le pacche sulla spalla – pretendiamo lo schianto, qualcuno che ci pigli per le palle, eventualmente.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">M’importa altro, però. <strong>La narrazione che l’Italia dà di se stessa attraverso la rete pubblica.</strong> <em>Rai, l’autunno caldo delle fiction</em>, ulula un titolone di <em>Repubblica</em>.<em>it</em>. Più che altro, mi accaldo per l’incazzatura. <strong>Gli scrittori che rappresentano il nostro Paese sono i giallisti, i soliti (Maurizio De Giovanni, Antonio Manzini, Giancarlo De Cataldo, Andrea Camilleri), e poi… Umberto Eco e Elena Ferrante.</strong> Del primo si cura l’adattamento del <em>Nome della rosa</em> (nonostante il precedente, il film, ultravisto, ultranoto, di Jean-Jacques Annaud con Sean Connery); della seconda (già beatificata al cinema da Mario Martone) un film per la tivù tratto da <em>L’amica geniale. </em>Insomma, la Rai crede, come sempre, nell’usato sicuro. Ma, davvero, questo Paese, narrativamente parlando, è risolto nel <em>Nome della rosa</em>, il vecchio che avanza, nel Commissario Montalbano e nei romanzi della Ferrante? Siamo ancora fermi qui? Il film sul <em>Nome della rosa </em>è del 1986; il film tratto dal romanzo della Ferrante è del 1995; il primo romanzo ‘di Montalbano’ è del 1994. Vedete? Ve lo dicevo. La Rai è ferma a trent’anni fa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Che fare? Facile. Abbiamo un mucchio di narratori di talento, con un talento che sa adattarsi ad ogni ‘genere’, che schiaffeggia, non vogliamo più farci malmenare da Morfeo, il dio del sonno. Dico quelli che piacciono a me. Flavio Santi, Tiziano Scarpa, Antonio Moresco, Massimiliano Parente, Isabella Santacroce, Vitaliano Trevisan, Andrea Temporelli. Cominciare a ‘trattare’ televisivamente i loro testi sarebbe già un passo per svecchiare questo Paese marmorizzato nella noia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Altrimenti. Resta la regola di Federico Fellini. <strong>Ho rivisto <em>Otto e mezzo. </em>Impressionante. Narrativamente, intendo. Sembra girato domani. Te credo. Fellini aveva una regola. Si circondava di poeti. </strong><em>Otto e mezzo</em>, ad esempio, è scritto con Ennio Flaiano, uno scrittore al di là dei generi, un poeta della narrativa. <em>Amarcord </em>lo ha scritto con Tonino Guerra. Il suo <em>Casanova </em>lo ha scritto insieme ad Andrea Zanzotto. Per <em>La dolce vita </em>chiese aiuto a Pier Paolo Pasolini. <em>La voce della Luna </em>l’ha scritto Ermanno Cavazzoni. E poeti contemporanei come Valerio Magrelli e Rosita Copioli potrebbero intrattenervi con una fioriera di aneddoti ‘felliniani’. Fellini, per rivoluzionare il cinema mondiale, aveva bisogno dei poeti. Ecco. <strong>Mamma Rai dovrebbe assumere i poeti come sceneggiatori di fiction. Subiremo meraviglie. Figuriamoci.</strong> I poeti non vogliono il posto sicuro, si beano sul rasoio dell’insicurezza. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-rai-e-un-triceratopo-e-racconta-un-paese-allo-sfascio-con-trentanni-di-ritardo-sul-mondo-per-risorgere-bisogna-usare-la-regola-di-fellini-assumere-i-poeti-come-sceneggiatori-di-fiction/">La Rai è un triceratopo e racconta un Paese allo sfascio, con trent’anni di ritardo sul mondo. Per risorgere, bisogna usare la regola di Fellini: assumere i poeti come sceneggiatori di fiction</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/fellini.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Non posso che scrivere di ciò che ho vissuto”: dialogo con Giovanna Rosadini su poesia (che salva la vita), poeti, autobiografia, sistema editoriale</title>
		<link>https://www.pangea.news/non-posso-che-scrivere-di-cio-che-ho-vissuto-dialogo-con-giovanna-rosadini-su-poesia-che-salva-la-vita-poeti-autobiografia-sistema-editoriale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jun 2018 06:07:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Aragno]]></category>
		<category><![CDATA[Bersani]]></category>
		<category><![CDATA[Biografia]]></category>
		<category><![CDATA[Brodskij]]></category>
		<category><![CDATA[contemporanei]]></category>
		<category><![CDATA[De Angelis]]></category>
		<category><![CDATA[editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[esistenza]]></category>
		<category><![CDATA[etica]]></category>
		<category><![CDATA[Fabiano Alborghetti]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanna Rosadini]]></category>
		<category><![CDATA[Iosif Brodskij]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[linguaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Mariangela Gualtieri]]></category>
		<category><![CDATA[Milo De Angelis]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Paglialunga]]></category>
		<category><![CDATA[Pangea]]></category>
		<category><![CDATA[Philip Roth]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura creativa]]></category>
		<category><![CDATA[spazio]]></category>
		<category><![CDATA[Stato]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziano Scarpa]]></category>
		<category><![CDATA[Umberto Piersanti]]></category>
		<category><![CDATA[vecchiaia]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=61475</guid>

					<description><![CDATA[<p>Oggi, i luoghi di discussione sulla letteratura e l’arte in generale, merito dei social, si sono moltiplicati. Probabilmente, sebbene se ne parli di più, la qualità del dibattito extra-accademico sulla poesia si è abbassata notevolmente. Incontro allo stesso destino è andata la lirica nostrana: con la media e micro editoria e l’autopubblicazione, i testi si [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/non-posso-che-scrivere-di-cio-che-ho-vissuto-dialogo-con-giovanna-rosadini-su-poesia-che-salva-la-vita-poeti-autobiografia-sistema-editoriale/">“Non posso che scrivere di ciò che ho vissuto”: dialogo con Giovanna Rosadini su poesia (che salva la vita), poeti, autobiografia, sistema editoriale</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Oggi, i luoghi di discussione sulla letteratura e l’arte in generale, merito dei social, si sono moltiplicati. Probabilmente, sebbene se ne parli di più, la qualità del dibattito extra-accademico sulla poesia si è abbassata notevolmente. Incontro allo stesso destino è andata la lirica nostrana: <strong>con la media e micro editoria e l’autopubblicazione, i testi si sono moltiplicati e molti sono simili tra loro. Tra i tanti libri, trovarne uno di valore è raro.</strong> Le dovute eccezioni ci sono. La fortuna è che non è difficile capire dove bisogna cercare per trovarle. Difficile rimanere delusi posando gli occhi sulla leggendaria <em>collana bianca</em> Einaudi, che si conferma garanzia di qualità. Su <em>Pangea</em> abbiamo avuto il piacere di recensire <a href="http://www.pangea.news/teologi-festival-poeti-tracotanti-augusti-filosofi-verbigeranti-lultima-sepolcrale-raccolta-poetica-enrico-testa/" target="_blank" rel="noopener">Enrico Testa con <em>Cairn</em>,</a> opera di grande forza espressiva. Altrettanto dicasi per <a href="http://www.pangea.news/lanimo-e-la-narrazione-di-un-orrore-riflessioni-sullultima-raccolta-di-roberta-dapunt-un-poeta-vero-finalmente/" target="_blank" rel="noopener">Roberta Dapunt e il suo <em>Sincope</em>.</a> Non c’è niente di meglio per approcciare la poesia, che la poesia stessa e i suoi autori. Specialmente se hanno una lunga e importante esperienza, come Giovanna Rosadini <em>(in copertina nella fotografia di Dino Ignani),</em> che intervistiamo in occasione della pubblicazione del suo quarto libro in versi <em>Fioriture Capovolte</em> (Einaudi, 2018).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-61476 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/06/foto-1-47-175x300.jpg" alt="rosadini" width="134" height="228" />Potrebbe presentare il suo libro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A quest’altezza della vita, e dopo tre raccolte di poesia, <strong>questo nuovo libro si potrebbe definire una sorta di bilancio esistenziale</strong>, che mette a fuoco sia le parti più in ombra sia quelle più luminose di un vissuto stratificato e comunque significativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Posso infatti tranquillamente affermare che la mia poesia nasce per osmosi con la vita, cosa piuttosto evidente con i primi due testi, <em>Il sistema limbico</em> e <em>Unità di</em> <em>risveglio</em>, legati a due diverse esperienze di rinascita. Il primo a un risveglio di consapevolezza dovuto al recupero della dimensione creativo-emotiva e il secondo, più letteralmente, cronaca in versi di un ritorno alla vita e alla coscienza dopo un’esperienza di coma. Ma anche per il terzo, frutto di un percorso intertestuale di rilettura libera e personale della <em>Torah</em> ebraica, sarebbe a dire del <em>Pentateuco</em>, si può dire che ciò sia vero. Infatti, le <em>parashot</em>, cioè le porzioni di testo su cui mi sono soffermata, riguardano temi dalla valenza personale e al contempo universale, comuni alla vita di tutti. Come il significato dei legami profondi, la necessità di prendersi dei rischi per trovare la propria strada e di dare ascolto alle proprie fragilità per raggiungere una piena individuazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tornando a <em>Fioriture capovolte</em>, si sviluppa secondo una partitura in quattro tempi, coincidenti con le sezioni del libro e con altrettanti focus tematici:</strong> gli imprevisti sentimentali che capitano a qualunque età, con il loro carico di confusione e aspettative; il lato rovescio dell’esistenza, quando il dolore e le difficoltà per le ferite ricevute sembrano prevalere, e accade di sentirsi nudi, esposti, inermi, e si fa appello alle proprie risorse potenziali e nascoste; l’irruzione (nella sezione eponima) dei ricordi di stagioni della vita come l’infanzia e l’adolescenza, apparentemente concluse, ma in realtà ancora ben presenti negli anni di una maturità faticosamente conseguita e annotata in presa diretta; l’esperienza giovanile degli anni universitari in una Venezia anni Ottanta, coincidenti con l’ottimismo e la spensieratezza che hanno caratterizzato quel decennio, tra la fine della Guerra Fredda e la caduta del Muro di Berlino. Il tutto alla luce della consapevolezza che ogni età offre sorprese, così come la possibilità di apprezzare e mettere a frutto ciò che abbiamo fatto e chi siamo diventati… e godere degli affetti e relazioni che hanno dato senso e consistenza a ciò che siamo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>C’è qualcosa che la poesia dovrebbe avere maggiormente cura di trattare oggigiorno, qualche argomento in particolare? O si può scrivere di</strong> <strong>tutto? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono più che convinta che, in poesia, si possa dire di tutto. <strong>A patto di preservare la costitutiva differenza di linguaggio che la caratterizza, che è un linguaggio intensificato, condensato, ritmico, immaginifico.</strong> A queste condizioni, si può affrontare la Storia (come hanno fatto autori contemporanei come Raboni, Buffoni, Giovanna Frene da un punto di vista filosofico-ontologico, o Fabiano Alborghetti con quella storia di spaesamento ed emigrazione che è <em>Maiser</em> o, ancora, Matteo Fantuzzi con l’attentato alla stazione di Bologna). Si può parlare della natura e della trasformazione del paesaggio come ha fatto Zanzotto o, coltivando una elegiaca nostalgia, Umberto Piersanti. Si può parlare degli scomparsi cercati in Tv come ha fatto Maria Grazia Calandrone, o di scienza e matematica come Bruno Galluccio, che ne fa metafore della condizione umana.</p>
<p><strong>Devo porle la classica domanda su cui arabescare a piacere: cos’è la poesia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In parte ho risposto sopra: la poesia è un linguaggio <em>differente</em> dall’ordinario, meno legato, o del tutto slegato, da una lineare – e razionale – consequenzialità del discorso. Un linguaggio fecondo di slogature e inciampi sintattici, che arriva per vie misteriose secondo i dettami dell’inconscio, aprendo strade espressive nuove. Come riporta Giancarlo Stoccoro, curatore di un originale e imperdibile volume su inconscio e creatività poetica uscito di recente, <em>Poeti e prosatori alla corte dell’Es</em>, per Ana Blandiana “La poesia è più vicina al miracolo che al mestiere”, mentre per Iosif Brodskij si tratta di “uno straordinario acceleratore mentale, che consente di creare connessioni e legami inaspettati”. Oltre a ciò, devo infine rimarcare l’importanza dei suoni in poesia: la musicalità è un elemento essenziale che, insieme alle qualità immaginifiche del testo, dona potere evocativo ai versi. <strong>Tuttavia, sarebbe sbagliato pensare alla poesia esclusivamente nei termini di un’epifania: è una pratica che richiede una base di competenza e di preparazione specifica, su cui si innesta la componente del talento individuale. </strong>E ancora non basta: senza un disegno progettuale non si può dare compiutezza alla scrittura poetica che richiede, oltre alla scintilla creativa, metodo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non credo la sua, almeno in questo testo, sia una poesia sociale, più che altro intimista, riflessiva, meditativa, esistenziale. In poesia c’è spazio per riflessioni politiche e sociali?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certamente. In merito a questo ho in gran parte risposto nella risposta alla seconda domanda. Ma, attenzione, anche una poesia cosiddetta (e correttamente, a ragione) “riflessiva, meditativa, esistenziale” è in qualche modo una “poesia politica, o sociale”. Lo è in quanto, come nel mio caso credo e spero che sia, “poesia onesta”, per dirla alla maniera di Saba, poeta oggi non più di moda, nonostante la sua sia stata una grandissima lezione. <strong>Quando si scrive per una reale necessità, e coerentemente con il proprio modo di sentire e pensare il mondo, allora si fa politica, nel senso che si testimonia una propria attitudine </strong>e se ne rendono partecipi gli altri. Chi cerca seriamente la propria verità nella scrittura, mantenendo vivo e vitale il linguaggio, svolge un ruolo sociale, e fa politica attiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Quello che stavi cercando/al momento non esiste più/ a questo indirizzo./ A meno che non stessi cercando/ questa pagina di errore,/ in questo caso: congratulazioni!/ L’hai trovata”: è un testo sprovvisto di forza lirica, forse un’eccezione in <em>Fioriture capovolte</em>. È piacevolmente pop, comunicativo. Mi piace, ma non ne comprendo il motivo. Potrebbe dirmelo lei?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo testo è certamente un’eccezione, in <em>Fioriture capovolte</em>. Apparentemente anodino e impersonale, potrebbe essere una di quelle finestre che si aprono quando si usa il computer, avvisandoti che la tua ricerca non può avere compimento: perfetto per esprimere, con pudica e opportuna distanza, la drammaticità di uno stallo esistenziale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La poesia ha un qualche tipo di utilità dal suo punto di vista? Sembra che, grazie a essa, lei porti avanti un’esplorazione dell’intimità, una meditazione interiore.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Molti poeti si compiacciono nel dire che la poesia è qualcosa di assolutamente inutile. Io non la penso così. <strong>Credo si possa dire che la poesia, e in generale l’arte e la letteratura, abbiano una funzione salvifica, sia per chi ne è autore sia per chi ne fruisce.</strong> L’oggetto d’arte, così come uno spartito musicale o un testo scritto, dà forma ai nostri contenuti inconsci, e li mette in relazione con gli altri, cercando un rispecchiamento empatico, un particolare punto di vista sul mondo. “La poesia, nata come canto di preghiera, corale, adesso non è che un piccolo rituale terapeutico”, ha scritto Patrizia Valduga, una delle mie maestre di poesia. Per Valduga la poesia è – con una bellissima definizione – “<em>esposizione rituale alla morte</em>. L’imprigionamento delle parole è l’imprigionamento della vita: la sospensione, l’imprigionamento della vita per affermare e salvare la vita. <strong>Se sacrificare significa rendere sacro mettendo a morte, la poesia sacrifica la vita, la rende sacra attraverso il rito della forma che la espone alla morte”.</strong> Pur riconoscendomi nella formulazione di Valduga, aggiungerei che, per quanto mi riguarda, la poesia è anche un’esperienza del mondo: il poeta esperisce il mondo attraverso il linguaggio, in particolar modo quello, appunto, intensificato e soprassaturo della poesia, che del mondo sa e può cogliere l’essenza, i sottintesi, le sfumature, e traduce la sua individuale e irripetibile esperienza per il lettore. Il linguaggio assume così una funzione biunivoca. Da una parte serve al poeta per conoscere (nella sua funzione oggettivante, in senso biblico, direi: la conoscenza avviene tramite la nominazione) il mondo. Le cose esistono e prendono vita attraverso le parole che gli attribuiamo, che le definiscono, a maggior ragione per quanto riguarda il processo creativo, legato all’individualità del soggetto che lo opera e dunque avulso da banalità e standardizzazione, quando riuscito e autenticamente significativo: <strong>scrivendo, il vero poeta, oltre a dar forma ai propri contenuti psichici ed emotivi, dà forma al mondo, o meglio ne crea uno nuovo, personale e originale, o, per dire più precisamente, lo trova insieme alle parole che affiorano alla sua coscienza. </strong>Dall’altra parte, e in senso inverso, il linguaggio è la modalità che il lettore attraversa per attingere il senso e la visione del mondo del poeta, o dello scrittore in genere, e, venendone a contatto, di esserne modificato, o di trovare un rispecchiamento. Nel caso dei poeti e della poesia lo scambio, ciò che passa attraverso le parole, è essenzialmente una sostanza emotiva, quantomeno in prima battuta (anche se, come acutamente osserva Nicola Ghezzani, psicoterapeuta e autore di densi e significativi saggi: “In un processo autenticamente creativo non c’è alcuna distinzione fra emotivo e razionale. Parafrasando Pascal potremmo dire che nella libera scrittura creativa il cuore ha ragioni che la ragione ben conosce, e la ragione ha sentimenti che il cuore riconosce”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi sembra di poter rintracciare nel suo testo qualcosa di cui noto sempre più spesso la presenza nei libri di poesia: un gran numero di citazioni da altri autori poste come esergo. Potrebbe dirmi in che modo lei concepisce questi rimandi, ovvero che funzione svolgono nell’economia della sua opera?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo che l’opera di ogni autore sia in dialogo con quella degli scrittori che lo hanno preceduto, e a sua volta con coloro che seguiranno… Le citazioni in epigrafe nei miei libri testimoniano di questo: i miei versi possono prendere avvio da quelli di un altro poeta, oppure, i versi di qualcun altro possono aggiungere un supplemento di senso ai miei. <strong>Quando leggo un libro, sia di narrativa che di poesia, sottolineo sempre i passi che più mi colpiscono: i libri che ho amato sono sempre particolarmente “vissuti”.</strong> Così, quando scrivo, dispongo di un magnifico repertorio di frasi o versi che mi hanno illuminato e significato, e, alla bisogna, li uso per completare il mio testo, o per meglio precisare, quando riguardano un intero libro o una delle sue sezioni, il significato degli stessi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il suo libro preferito? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Difficile dirne uno solo, ma, se proprio devo indicarlo, direi <em>Everyman</em> di Philip Roth. Pur non avendo il respiro epico di altri grandissimi romanzi della vecchiaia dello scrittore (da<em> Il teatro di Sabbath</em> alla trilogia americana, che ho amato moltissimo) è una meditazione sulla morte di un’asciutta essenzialità, scarnificata e quasi zen.</p>
<p><strong>Il suo libro di poesie preferito dal 2000 al 2010? E dal 2010 a oggi? Perchè?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Anche in questo caso, è difficile indicarne uno solo, ma, per il primo decennio, mi viene subito in mente <em>Fuoco centrale e altre poesie</em> per il teatro di Mariangela Gualtieri, pubblicato da Einaudi nel 2003, quando io stessa ero ancora <em>editor</em> della Collana bianca. <strong>La scoperta della scrittura di Mariangela è stata per me una grande emozione, una rivelazione. Non ricordo per quali vie fu segnalata a Mauro Bersani, allora responsabile dell’area Letteratura, e quando mi trovai i suoi libri (fino a quel momento pubblicati da piccoli editori di poesia) fra le mani fui letteralmente travolta dall’entusiasmo:</strong> una scrittura sorgiva, di rara intensità, in cui ogni parola era dettata da una necessità interiore e, al contempo, dotata di una consapevolezza singolare, per cui la componente emotiva era sempre sorvegliata da una linea di pensiero. Con Mariangela, devo aggiungere, c’è stato anche un incontro umano, profondo e fecondo, come raramente capita con un autore. <strong>Per il decennio successivo non posso invece non ricordare la lezione di colui che considero un riferimento certo e un maestro, Milo De Angelis. </strong>Del 2010 è <em>Quell’andarsene nel buio dei cortili</em>, il settimo dei suoi libri. Per quanto il suo lavoro che preferisco rimanga <em>Biografia sommaria</em>, per la sua ieratica icasticità, <em>Quell’andarsene nel buio dei cortili</em> ha una sua forza in cui si trovano condensate le caratteristiche della poesia di Milo, che, va detto, ha avuto il merito di essere anticonvenzionalmente personale, rinnovando il genere lirico (nel quale personalmente mi riconosco) alla luce di un’ispirazione orfico-oracolare. Una poesia che, pur essendo radicata in dati ed elementi di un reale autobiografismo (il contesto urbano e metropolitano milanese, la centralità dell’adolescenza, una fisicità coincidente col gesto atletico), risulta tesa in una visionarietà che trascende gli oggetti, e i soggetti, dei versi, supportata da una vocazione analogica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“<em>Fioriture capovolte </em>è anche un libro autobiografico, una sorta di bilancio esistenziale di mezza età”, così sta scritto nella presentazione del suo libro. Le vorrei chiedere, a tal proposito, se sussista dal suo punto di vista un legame tra la vita e la letteratura? Quello che si vive e si vede perché finisce per essere trasposto in versi? Come andrebbe tradotto il reale nella poesia? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tutti i miei libri hanno una base autobiografica, direi che non posso che scrivere di quanto ho esperito, provato e patito in prima persona. <strong>Rimango convinta che questa sia la vocazione primaria della poesia, e che senza il supporto di quello che lo scrittore ha vissuto in prima persona non ci possa essere letteratura dotata di una reale profondità e di un reale spessore.</strong> So di dire, di questi tempi, cose ben poco <em>à la page</em>, ma questo è quello che penso. Detto ciò, occorre, quando si scrive, mettere un filtro a quello che potrebbe risultare fastidiosamente <em>confessional</em>, porre una distanza, e questo non può avvenire che con l’elaborazione formale. Di questo, naturalmente, fa parte tutto l’armamentario retorico che uno scrittore, o poeta, avveduto non può non avere; e dunque, sì, simboli, metafore, apparati metrici e quant’altro. Mi viene in mente, nella recente raccolta di Tiziano Scarpa, <em>Le nuvole e i soldi</em>, l’espediente grafico-metrico che usa per parlare (lui che è un narratore che ricorre alla sola immaginazione) di temi molto personali: fa emergere, da un tessuto verbale anodino e impersonale, versi in grassetto che affrontano, con un’ulteriore distanziazione ironica, temi privatissimi. Questo per dire, in definitiva, che i contenuti autobiografici devono, per poter essere condivisi dal lettore e assumere un significato universale, essere in qualche modo “spersonalizzati”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>C’è in questo senso qualcosa che potremmo trovare esclusivamente nella letteratura, o scrittura, al femminile?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Esclusivamente direi di no, anche se la scrittura femminile è, indubbiamente (e questo per ragioni forse più storiche che attitudinali) una scrittura in forte relazione con la vita, profondamente radicata nel vissuto e nell’esperienza, così come nel corpo e nel <em>bios</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Spero di non trovare una testa di cavallo sotto casa, con una minaccia di morte in versi, all’indomani della pubblicazione di questa intervista. Qualcuno potrebbe provare risentimento nei miei confronti. Lei risponda sinceramente però, la prego, lasciando perdere la proverbiale suscettibilità degli scrittori: c’è una differenza di qualità tra i testi editi dalle cosiddette “grandi case editrici” come l’Einaudi e la piccola-media editoria di poesia italiana? Se sì, in cosa consiste? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi la piccola e media editoria fanno un lavoro spesso eccellente (penso solo ad Aragno editore, che ha ospitato un mio libro “di nicchia” come <em>Il numero</em> <em>completo dei giorni</em>, difficilmente collocabile presso un editore <em>mainstream</em>: un libro che per me è stato un vero e proprio compimento). <strong>Piccola e media editoria assorbono molta della buona e spesso ottima produzione poetica che non riesce a trovare uno sbocco nelle collane storiche dei grandi editori. E sono serbatoi da cui, spesso, questi ultimi attingono.</strong> Anche per la funzione di <em>scouting</em> che svolgono: è molto difficile, infatti, esordire con una grande casa editrice: in genere pubblicare con un piccolo editore è un passaggio obbligato. Certo, come è stato scritto all’inizio di questa intervista, le collane storiche delle grandi case editrici rimangono una garanzia.</p>
<p><em>Alessandro Paglialunga</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/non-posso-che-scrivere-di-cio-che-ho-vissuto-dialogo-con-giovanna-rosadini-su-poesia-che-salva-la-vita-poeti-autobiografia-sistema-editoriale/">“Non posso che scrivere di ciò che ho vissuto”: dialogo con Giovanna Rosadini su poesia (che salva la vita), poeti, autobiografia, sistema editoriale</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/copertina-75-1024x769.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
	</channel>
</rss>
