“L’animo è la narrazione di un orrore”: riflessioni sull’ultima raccolta di Roberta Dapunt, un poeta vero. Finalmente

Posted on aprile 23, 2018, 8:47 am
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Viscerale e inquietante, queste le parole giuste per definire Sincope (Einaudi, 2018), la terza opera poetica di Roberta Dapunt. Il riferimento maggiormente presente nel testo è il corpo, un ambiente interiore e circoscritto in cui raccogliersi, che qui assume il minaccioso aspetto di una cattedrale in rovina sempre prossima al tracollo (“Piange sottovoce il sangue/ violenta al risveglio un’asfissia di sonno./ Pesa poco l’immensità versata,/ è ritmo di poca virtù./ Duole la cadenza delle tempie, a favore di questa miseria indifferente/ che esce dal mio naso/ che esce: “guardo ed è rossa vita senza storia/ la mia esposta all’aria./ Io credo di poter vedere in questo una serena illusione,/ e sono grata al corpo e a ciò che questo incarnato bagaglio/ ancora può nell’universo dei versi: esce in questo sangue il meglio di me./ è l’unica verità che vedo in questo momento,/ la libertà del bene che esce. Esce e finisce in terra,/ dritto sangue e senza esitare si conclude. In terra/ Così anche il resto di me che cade, si rivolge al suolo questo corpo,/ facile orizzonte davanti  a me.”).

Non è solo la prima modalità di apertura e contatto con il mondo, il corpo è anche un ricettacolo di bisogni, da quelli primari e ordinari, come mangiare e copulare, a quelli più complessi e più strani.

SincopeLa filastrocca dell’anima ha una storia antichissima. Compare nella letteratura occidentale a partire dal 300 A.C., con quello che tradizionalmente è chiamato dualismo platonico, riproposto con grande fortuna dalla Chiesa. Scrive infatti Nietzsche che il cristianesimo è platonismo per il popolo. Emanuele Severino, invece, parla del cristianesimo come una grande filosofia applicata. Questa netta divisione trova poi il suo apice in Cartesio, che divide corpo e mente, poi ricuciti da Antonio Damasio nell’opera L’errore di Cartesio, nel 1994. Anche se l’anima non esiste, ci ha dato parecchio da scrivere, sia in filosofia che in letteratura. Una suggestione produttiva, non ancora del tutto consumata. Per chi come Roberta Dapunt, almeno in questa sua opera, non ha associato alla poesia una stantia riproposizione del verseggiare novecentesco, l’anima è un concetto da strappare alla tradizione, da risignificare, attualizzandolo. Così nella sua opera, Sincope, l’anima si incarna prendendo forma nel corpo. Finalmente diventa possibile sporcarla, vederla degradarsi: “E l’animo diventa un mostro, la narrazione di un orrore,/ che solamente io conosco, o meglio dire, riconosco/ nella distanza che avviene tra me e gli altri”. I segni di questo declinare, dato dall’esperienza, dalla fatica, dalle cose buone e giuste che facciamo a quelle più sordide, ci ricordano un’inevitabile putrefazione, un poco come il ritratto di Dorian Grey:io che non amo, che invece sono amata,/ io che non dico ti amo, che invece sento dirmi: ti amo,/ io che sanguino forte durante le mestruazioni,/ che piango nascosta e non oso cantare./ io, che frusterei le mie carni per un rosario riuscito, appendo i miei capelli al gancio/ come domani il maiale,/ come ieri il vitello,/ come carne senza dolore/ e le mosche intorno ad aspettare.”.

Corpo, si diceva, da cui nascono e si proiettano, filtrati dalle stranezze della nostra mente, bisogni primari come mangiare e accoppiarsi, e desideri più complessi che spesso rappresentano proprio il rovesciamento di quelli naturali. Fare il bene significa spesso farsi del male, e il male qualche volta dona piacere. Ogni scrittore accorto sa che non si può grattare via facilmente la faccia sull’altro lato della medaglia: “Hai logorato la mia anima pia nel mio campo santo,/ hai riempito di fede la mia acquasantiera,/ eri pioggia, hai nevicato sui miei seni./ Invigorito crisantemi tra le mie mani,/ convertito le mie mestruazioni/ Hai percorso la mia follia, l’hai glorificata,/  hai scavato fino in fondo e lì mi hai lasciata/ col silenzio dei vermi,/ così bianca e fredda nell’avida tomba./ E della sepoltura nelle mie carni/ tu hai lasciato a me il dolore e le mosche.”

A dire cosa sia la poesia non basta lo spazio di un articolo, anche se molti poeti, soprattutto della micro e media editoria, si affannano per dare la propria, spesso stereotipata risposta. Roberta Dapunt ci consegna quest’anno un testo che spicca per la grande forza lirica, capace di evocare immagini originali, talvolta brutali, nitide e dolorose. Suscitare un qualche tipo di effetto, sia pure terribile, sarebbe l’obiettivo minimo di ogni testo poetico. Sincope ci riesce particolarmente bene. Lascia il segno, una ferita che non può essere rimarginata.

Alessandro Paglialunga

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Alcune poesie tratte da Sincope di Roberta Dapunt

 

Fame

Eppure credimi, ogni notte io perdo di vista i sogni
dentro agli occhi chiusi ho un vivere concreto.
Giorno reale, reale apparire. Spuntano
da sotto le ciglia le atrocità dell’indigenza,
così, mentre riposano gli arti sul caldo dormire
-e mi pare di riferirti cosa ormai vecchia –
sento profonda la fame, tremendo stordire
il mio vizio capitale. non morire, non ora,
nel mio dolce stare tengo al chiuso la tua carestia.

 

Delle solitudini I

Eppure lo vedo, resisitente rimanermi accanto,
il delirio di personalità è una catena di montaggio
tra la condizione di chi è solo e il bisogno di comunicazione.
è voce persa la mia, che si trasforma in emozione
anche quando non è richiesta.

Curato ciò che appare e lì dietro le incisioni nel volto,
nell’universo dei discorsi e delle parole scritte
la solitudine non è isolamento, non è isolamento la solitudine,
che potrà essere espansione del verso
ma rimane capitolazione dello spirito,

 

Sincope I

lì in fondo ad ogni ultimo verso
improvvisa è la perdita di coscienza.
Lettore, io emetto suoni su tempi deboli,
così l’alcol, così l’amore e la morte.
Sono queste le mie verità,
lasciano le visioni accese persino al gelo notturno.
Che nella notte, io le rumino,
ma nel giorno, io di loro mi alimento.