Discorso intorno a Tommaso Labranca: un genio che ha avuto la sfiga di dover lavorare e scrivere in una nazione miserevole come l’Italia

Posted on Febbraio 18, 2019, 12:21 pm
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I like walking in the park / When it gets late at night / I move ‘round in the dark / And leave when it gets light. (New Order, Sub-Culture)

“Enrico Brizzi auspica le bombe sulle ville di Bellagio in cui si ritirano a soffrire, meditare e scrivere gli scrittori d’alto livello. Mi dichiaro pronto a pilotare uno di questi bombardieri”. Parole di Tommaso Labranca. Parole e musica di sottofondo. Quella rock, elettronica e pop. Abba, Soft Cell, Dead Can Dance, Joy Division, New Order, The Cure, Depeche Mode e Moby. Immaginando i bombardieri estetologici in azione. Non c’è bisogno di una colonna sonora di Wagner. (Semmai dei Kraftwerk stradali o del Bowie berlinese). Ma il bisogno di Germania rientrerà dalla finestra.

Bisogno di europei più che di italiani.

Perché davvero si possono immaginare frotte di bombardieri lungo tutta la penisola delle lettere estenuate ed estenuanti, della iperprolificità serialista e compulsiva per teledipendenti alla Andrea Camilleri, del nulla sotto vuoto dei postmodernismi insipidi alla Paolo Cioni, dei pedofilismi accademicisti alla Walter Siti, dei romanzetti provinciali alla Andrea Vitali – in un paese in cui il meglio è quasi tutto fuori dalla narrazione pura (due tra gli esempi migliori sono Andrea Caterini e Mirko Volpi) e in cui o davvero c’è chi ha tempo per leggere certi blocchi di carta (la cui funzione più ragionevole è forse da solidissimi fermalibri) tipo i romanzi di Albinati, Genna, Lagioia, Scurati o tipo le trilogie nichiliste e postmoderniste parentiane e santacrociane, oppure è in corso un enorme spreco di cellulosa da devolvere ai grandi dimenticati (se il presente non offre più nulla tanto vale riscoprire il passato) Gautier, Bloy e Montherlant, Rebatet, Déon e Maeterlinck, Drieu, Morand e Nimier, Strindberg, Hamsun e Jensen, ma si può anche stare nei luoghi labranchiani e di obiettivi per le bombe ce ne sono a iosa, a partire dai critici e prefattori mondani dal selfie facile che sentenziano che chiunque osi scrivere un romanzo prima dei cinquanta è condannato al nulla e al nulla dunque condannano scrivendone uno prima della scadenza da loro indicata.

Le bombe oppure lo sdegno assoluto?

Meglio diventare piccoli isolazionisti.

Meglio starsene sul posto. Meglio dimenticare i libri. Meglio osservare la realtà.

Il neoiperrealismo, copyright di T-La.

Tra Pantigliate e Bellagio, la Brianza, di cui la cittadina dello sprezzante autore di quelle tre righe bombardiere, è l’estrema propaggine ideale, già inglobata da decenni dal cosiddetto hinterland milanese, luoghi d’automobilisti, tra superstrade, statali, tangenziali, svincoli e rotonde, che sono “il terrore dei camminatori, perché a differenza degli incroci […] non prevedono quasi mai un attraversamento per esseri umani appiedati”, ha scritto lo stesso Brizzi (l’incrocio era di destra; la rotonda è di sinistra; il progresso, disumano).

L’hinterland luogo estetico dello spirito, come la stessa Brianza, del pantigliatese che tramite di un suo personaggio, impiegato d’ufficio houellebecquiano, in un breve frammento neopessoano, neomelvilliano, neokafkiano, ha espresso icasticamente e causticamente la sua poetica antinarrativa: “Se oltre a essere così noioso fossi stato anche boemo ed ebreo, magari avrei fatto il narratore”.

Labranca – un grande narratore no di sicuro; un autore noioso men che meno; di certo genio poco riconosciuto – è stato il più intrigante estetologo moderno italiano (italiano solo di lingua, di sicuro non di spirito) ma ha avuto la sfiga di dover lavorare e scrivere in una nazione miserevole come l’Italia (essendo un pantigliatese e padano ergo europeo) e infatti verso la fine della sua vita si manteneva traducendo manuali tecnici dal tedesco (il bisogno di Germania che rientra della finestra) e poteva autopubblicarsi soltanto grazie a due eccentrici progetti di cui era co-fondatore – la casa editrice 20090, dal codice d’avviamento postale della periferia milanese ma con chiara identità europea (www.eu) e la Tipografia Helvetica, tale non soltanto per via del carattere di stampa ma anche perché con sede svizzera (www.ch) –, bombardando i lettori con onnipresenti maiuscole, ammiccamento alla lingua di Kant, come ne Il Piccolo Isolazionista, esemplare del suo stile, perfetto ibrido, tra saggio e diario.

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Così nel manifesto Neoproletariato, colpiscono tanto la sua confessione di pensatore “ipnomediatico” quanto l’analisi in cui aggiorna, modernizza il rapporto tra intellettuale, padrone e proletariato teorizzato da Gramsci e via Gramsci dal non troppo amato Pasolini:

1) Labranca che si alza comunque presto, anche quando va a dormire tardi, magari di ritorno “da un evento pluscool esclusivo e deludente”, perché angosciato da un ruolo, quello d’intellettuale, sempre più duro e instabile “perché mancante della benedizione dei padri”, pensieroso dunque su come riuscire a trarre qualche vantaggio dal cambiamento che identifica con l’eleghanzia che ha decisamente preso il sopravvento sull’intellighenzia.

2) Labranca il neointellettuale “ipnomediatico”, la tv neopadrona e il neoproletariato, col plusvalore e il superfluo sostituiti da quel “pluscool”, e vale a dire “quello che esala da quanto non solo si acquista, ma si fa, si dice, si respira, si ascolta, si guarda, si indossa, si frequenta o si cerca di frequentare”, che dà conto in termini altri da quelli pasoliniani, di una metamorfosi antropologica che segna la sconfitta del popolo, come da sottotitolo.

Così il suo dar conto del classico duo d’“immutato successo” di periferia, “disagio e solitudine”, che è realtà, oltre che un ruolo recitato, vale almeno quanto l’analisi della massificazione mentale, e del cialtronismo, dilagante e arrogante, da “Intellettuale Accettato”:

1) Sempre a rischio di manierismo e quindi di ridicolo, o d’immobilismo, che Labranca ha sempre aborrito, passando oltre ogni musica, tipico degli adepti del reggae, o del prog-rock birraiolo, celtico e repellente (“maleodorante”), per non dire degli esaltati della pizzica (“stramaledetta”), optando di suo per “la strada più difficile: la superficialità”, e anche per questo “vagamente emarginato”, pur giocando un ruolo ipnomediaticamente forte nel definirsi, consolidarsi e svilupparsi del “pluscool”, di cui era l’avanguardia a un tempo dentro e fuori dai media di massa dominati dalla tv, perché: “Il disagio restava però sempre qualcosa di sgradevole da vedere, toccare e annusare, come un manzo squartato. Nel Freddo Sporco si aveva una rappresentazione cruda e iperrealisticamente disordinata come nella Macelleria di Annibale Carracci”.

2) “Deve piacerti viaggiare. Deve piacerti il mare. Deve piacerti la pizzica salentina. Devi essere unplugged. Devi essere bio. Devi essere ipocrita. / […] Basta essere un povero di spirito un arrogante/un’arrogante c on le Birkenstock o la gonna lunga, la maglietta arancione con scritto Salento”, o un seguace delle dottrine New Age, e vale a dire un isterico, per esser non apocalittico ma integrato, sia nel “nazionalcialtronismo” che in “una globalizzazione di maniera” solidarista e ignorante che “è la presa per il culo del mondo” e magari pure vegetariana come il cantante degli Smiths: “Morrisey, grossa zucchina intellettualizzata dal ciuffo rockabilly […] era troppo affettato. Perché usava troppe chitarre e batterie umane, senza per altro nemmeno ricadere nel Freddo Sporco […]. E perché era insopportabile nel suo zelo vegetariano”.

Così la sua personale, intima, motivata avversione verso i viaggi, specie per turismo ed esotismi, che marca, come scrive tra le note ad agosto oscuro, “la differenza tra il suo testardo restare locale e l’ottuso emigrare esotico”, è essenziale per i suoi spunti filosofici:

1) Labranca è un cantore delle tangenziali, che preferiva alle autostrade, prediligendo ai viaggi il puro movimento che non va da nessuna parte ai viaggi, specie se esotici: “Chi mi frequenta sa che sono un nemico feroce dei viaggi, almeno dei viaggi come sono intesi oggi, non certo come erano visti nel tardo Settecento. Viaggiare fino in Patagonia con la minaccia di incontrarvi Jovanotti in bicicletta è uno dei tanti motivi che mi fanno restare a casa davanti al 46 pollici. Non lavorando come dipendente, non ho poi nemmeno lo stimolo ad allungare la lista dei Paesi da me visitati per gettare merda cosmopolita sui colleghi nelle pause pranzo. Se poi quello che vedrei nei vari Paesi è quello che vedo grazie alla mia superba parabola, ossia folclore scontato o localizzazioni di software internazionale, che motivo ho di fare il turista?”.

2) “Per vedere il Mondo si dovrebbe viaggiare”, scrive il Piccolo Isolazionista pantigliatese, e il viaggio potrebbe anche essere un antidoto contro il cialtronismo, il quale è però sempre in agguato perché “il Mondo stesso è intriso di cialtronismo”, lo s’incontra viaggiando, o portandoselo appresso, magari pure scrivendone, altro devastante pericolo, per mete per cialtroni suggerite e consolidate dal cialtronismo stesso, Berlino dopo la caduta del muro, la fu Jugoslavia dopo la guerra in Jugoslavia, la Patagonia sulle tracce di Chatwin, l’alternativa di Formentera, l’obbrobrio del Beaubourg, o anche solo l’autostrada figlia del Settecento, “espressione a pedaggio del Grand Tour”, cui Labranca preferisce la tangenziale, bosco d’asfalto in cui ancora si dà il Wanderer schubertiano, neoromantico che vuol tenere lontano ogni cialtronismo.

Così il suo sprezzante gusto per le settimane centrali del mese di gennaio, quando il Freddo Sporco è spoglio d’addobbi, e la stanzialità può approfondire i dettagli, le visioni e le memorie, alla base delle critiche architettoniche e del concetto di Barocco brianzolo:

1) Il Piccolo Isolazionista scopre e teorizza, vivendolo, l’iperneorealismo della Milano da sobborgo, da periferia che già s’impone poco lontano dalle strade del centro aggraziate dai palazzi asburgici, nelle strade abbruttite a partire dal dopoguerra dai parallelepipedi ammonticchiati dagli architetti italici… Non vive in città ma ha piacere ad andarci, osservandone dal di fuori le trasformazioni nel tempo, da cui a sua volta non è esente, mettendo alla prova la sua acuta memoria che “ricorda nei dettagli eventi minimi e inutili e personali” ma che pure può giocargli qualche scherzo quanto alle proporzioni… Da Il Piccolo Isolazionista: “Anche la città doveva sembrarmi ancora più enorme / quando avevo 5 anni. / Non posso dirlo, ne vedevo così poca. / Non la percorro come faccio oggi. / Traccio a posteriori delle normali proporzioni / perché già un semplice terrazzino di pochi metri quadrati / mi sembrava sconfinato.”

2) L’hinterland milanese che ha inglobato la periferia della città e la Brianza è un luogo concreto ma anche ideale, lo spazio esistenziale quotidiano che ha ispirato a Labranca il concetto filosofico, estetologico del Barocco brianzolo. – “Purtroppo, la Brianza di cui si parlerà qui non corrisponde solo a quella sottoregione lombarda che si estende sotto un cielo di trucioli e diossina tra la periferia nord di Sesto San Giovanni e il confine con il Canton Ticino. […] / Questa Brianza è un luogo dello spirito, un Nirvana cui si perviene stando in Salento e in Ciociaria, ma anche in Tasmania e nella Terra del Fuoco. Questa Brianza è in tutto il mondo e ovunque ha diffuso il proprio stile estetico.” – Una topologia dello spirito, svincolata nel tempo e nello spazio, e anche per questo e più complicata da definire, se non per “la totale follia a sequenziale e accumulativa” e la capacità di “armonizzare popoli, etnie e culture diverse”.

Marco Settimini

(prima parte)