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	<title>Robert Graves Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Io, Tiberio Claudio Druso Nerone Germanico eccetera eccetera”. Memoria di un capolavoro</title>
		<link>https://www.pangea.news/robert-graves-io-claudio-ferrucci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 03:37:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Io Claudio]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Ferrucci]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Graves]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Io, Tiberio Claudio Druso Nerone Germanico eccetera eccetera (perché non voglio infastidirvi enumerando tutti i miei nomi), che ero una volta, e non molto tempo addietro, noto a parenti e amici e conoscenti sotto gli appellativi di Claudio l’idiota, o quel Claudio, o Claudio il Balbuziente, o Cla-Cla-Claudio, o nel migliore dei casi Povero Zio [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/robert-graves-io-claudio-ferrucci/">“Io, Tiberio Claudio Druso Nerone Germanico eccetera eccetera”. Memoria di un capolavoro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Io, Tiberio Claudio Druso Nerone Germanico eccetera eccetera (perché non voglio infastidirvi enumerando tutti i miei nomi), che ero una volta, e non molto tempo addietro, noto a parenti e amici e conoscenti sotto gli appellativi di Claudio l’idiota, o quel Claudio, o Claudio il Balbuziente, o Cla-Cla-Claudio, o nel migliore dei casi Povero Zio Claudio, mi accingo a scrivere la strana storia della mia vita; a partire dalla mia prima fanciullezza via via anno per anno fino a quella svolta fatale in cui, circa otto anni fa, mi trovai subitamente impegolato in una crisi che chiamerò «aurea» e dalla quale non ho mai più potuto districarmi”.</strong></p>
<cite><strong>(Robert Graves, <em>Io, Claudio</em>, Corbaccio, 1995, incipit)</strong></cite></blockquote>



<p>Questo incipit, nudo ed esplicito, ci ricorda che il mai abbastanza lodato saggista, critico, poeta e studioso illuminato&nbsp;<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Robert_Graves">Robert Graves</a>&nbsp;(1895-1985) – persona cara qui a “Pangea” – è stato anche un eccellente romanziere, i cui libri più celebri non hanno mancato di diventare modello per gran parte della torrenziale&nbsp;<em>fiction</em>&nbsp;storica prodotta nell’ultimo secolo. Parliamo innanzitutto del romanzo&nbsp;<a href="https://www.corbaccio.it/libri/io-claudio-9788863804249"><em>I, Claudius&nbsp;</em>(<em>Io, Claudio</em>)</a>&nbsp;del 1934 – al quale è seguito nel 1935&nbsp;<em>Claudius the God and His Wife Messalina</em>&nbsp;(<em>Il Divo Claudio</em>) –, dove le vicende dell’imperatore romano, pronipote di Augusto, zio del delirante Caligola, marito dell’infedele Messalina e poi di Agrippina minore, nonché padre adottivo e vittima di Nerone, sono narrate da lui stesso in forma di memoria immaginaria, partendo dalla dinastia giulio-claudia e i primi anni dell’Impero fino alla fatale uccisione di Caligola nel 41 d.C., quando Claudio – nascostosi dietro un tendaggio per non esser fatto fuori anche lui – viene preso dai pretoriani e trattenuto nei&nbsp;<em>Castra Praetoria</em>, col Senato che si riunisce in emergenza e il popolo che inneggia a suo favore, fino a essere acclamato imperatore (dietro la promessa di un donativo di 15.000 sesterzi per ogni soldato).&nbsp;</p>



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<p><strong>La prima cosa che sorprende in&nbsp;<em>Io, Claudio</em>&nbsp;è la freschezza della traduzione di Carlo Coardi del 1935 per Bompiani, dal buon sapore&nbsp;<em>rétro</em>, che dopo novant’anni rimane rapida, vivace, evocativa, arguta, al punto che non se ne potrebbe fare una migliore:</strong>&nbsp;esempio di come la prosa di Graves sappia essere universale ed efficace, e di come questa traduzione si sposi sia col tempo di allora sia col tempo nostro, verso il quale resta ancora un regalo. Gran parte degli eventi storici, incastonati nell’autobiografia immaginaria, si rifanno ai resoconti di Tacito e Svetonio – quest’ultimo forse il più severo, secondo cui durante il suo regno Claudio fece giustiziare trentacinque senatori e trecento cavalieri romani, per gli intrighi delle ultime mogli e per i tentativi di congiura alimentati dalla diffidenza e dal risentimento che la nobiltà senatoria nutriva nei suoi confronti.</p>



<p>All’inizio del memoriale, Claudio spiega come per trentacinque anni – prima del rivolgimento fatale che lo gettò al comando dell’Impero a cinquant’anni suonati – la letteratura e la storia erano state la sua unica occupazione e l’unico suo interesse;&nbsp;<strong>“è Claudio in persona che scrive questo libro, e non un suo oscuro segretario, né uno di quegli annalisti ufficiali a cui gli uomini che si dedicano alla vita pubblica sogliono comunicare le loro memorie con la speranza che il bello scrivere valga a coprire la nudità della materia e l’adulazione correggere i vizi della forma.</strong>&nbsp;In quest’opera, giuro per tutti gli Dei che sono io stesso il mio segretario e il mio annalista; la scrivo di mio pugno, e qual vantaggio potrei derivare incensando me stesso?”. Naturalmente, narrare la storia della sua vita dev’essere fatto in forma strettamente privata perché, ormai sposato in quarte nozze con la nipote Agrippina minore – che secondo la tradizione lo avvelenerà per far salire al trono il figlio Nerone, avuto da Gneo Domizio –, Claudio se ne sente odiato e sa che non gradirebbe affatto lo svelamento di misteri e misfatti dei loro parenti,&nbsp;<em>in primis</em>&nbsp;la nonna Livia Drusilla. Il racconto parte dal 38 a.C., quando i nonni di Claudio tenevano le scene di Roma e del mondo, l’anno in cui Livia divorziò dal marito per sposare il futuro divo Augusto; quindi vengono ripercorsi molti decenni dove si avvicendano le figure di numerosi personaggi e parenti, presi e macinati in gran parte nell’inarrestabile vortice del potere.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="610" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/31931893220-610x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107941" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/31931893220-610x1024.jpg 610w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/31931893220-179x300.jpg 179w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/31931893220-600x1008.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/31931893220.jpg 643w" sizes="(max-width: 610px) 100vw, 610px" /></figure>



<p>Gustoso è il racconto di quando Claudio, poco più che quarantenne, va a Cuma a visitare la Sibilla nella sua caverna sul monte Gauro, ottenendo la predizione degli eventi con un decennio d’anticipo:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Prima di essere ammesso al cospetto della Sibilla dovetti sacrificare un toro e una capra, rispettivamente ad Apollo e ad Artemide. Era un freddo giorno di dicembre. La caverna, scavata nel macigno, ha un aspetto terrificante; l’accesso è ripido, tortuoso, buio, pieno di pipistrelli. Ci andai travestito, ma la Sibilla mi riconobbe. Forse mi tradì la balbuzie. Penetrai nell’interno della caverna dopo essermi trascinato penosamente carponi su per le scale, e mi apparve la Sibilla, simile ad uno scimmione più che a una donna, seduta entro una gabbia appesa al soffitto, e avvolta in rossi paludamenti; i suoi occhi dalle palpebre ferme scintillavano rossi nell’unico raggio di luce rossa che si proiettava dall’alto al basso. La bocca sdentata si atteggiava a un sogghigno. C’era intorno puzzo di cadavere. Tuttavia mi forzai a proferire il saluto che avevo preparato. Non ebbi risposta. Fu solo alcun tempo dopo che mi avvidi che quello era il cadavere mummificato di Deifoba, la Sibilla defunta in età di centodieci anni; le sue palpebre erano tenute su mediante due globuli di vetro argentato sul rovescio che riflettevano la luce dando bagliori. La Sibilla regnante vive sempre in compagnia di quella che l’ha preceduta”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Alla fine compare Amaltea, la Sibilla viva, che “era per giunta una bella figliola”: svanito il raggio di luce rossa, un altro raggio di luce bianca la illumina sul suo trono d’avorio nelle tenebre. “Aveva una bella faccia da demente, la fronte alta: sedeva assolutamente immobile, come Deifoba. Ma aveva gli occhi chiusi. Mi tremarono le ginocchia e presi a balbettare senza speranza di salvezza: «O Sib…, o Sss-Sib…, o Si-sssib…, Sib… Sib… Sib…». Ella aprì gli occhi, aggrottò la fronte, mi fece il verso: «O Cla-Cla-Clau…». Ebbi onta, e feci uno sforzo per rammentare ciò che ero venuto a chiedere. Dissi: «O Sibilla, sono venuto a consultarti sul fato di Roma e sul mio»”.</p>



<p>L’affermazione “Mia nonna Livia fu una dei Claudii più perversi” suona come una dichiarazione programmatica, nell’inaugurare le gesta della longeva terza moglie di Augusto, che “nutriva per la plebe un indicibile disprezzo. «Ciurmaglia infetta!» diceva, «birbonata, la Repubblica! Roma ha bisogno di un Re»”. La perfidia congenita di Livia – che non risparmiava quasi nessun parente – la porta a esprimere alla cognata Ottavia, nonna materna di Claudio, la sua compassione per la tragica infedeltà di Marcantonio: “aveva esagerato fino a dirle che se l’era meritata, vestendo sempre troppo modestamente e comportandosi con troppa austerità. Marcantonio era un uomo di forti passioni, diceva Livia, e per serbarlo una donna doveva saper temperare la castità della matrona con l’arte e le stravaganze sessuali d’una cortigiana orientale; Ottavia avrebbe dovuto, diceva, copiare qualche pagina dal libro di Cleopatra; l’Egiziana, per quanto fosse meno bella di lei e di otto o nove anni più vecchia, dimostrava di saper assai meglio soddisfare gli appetiti del suo uomo”.&nbsp;</p>



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<p>Non stupisce che “Augusto reggeva il mondo, ma Livia reggeva Augusto”: se in quel tempo erano rare le donne che si prefiggevano mete audaci, “Livia, unica fra tutte, non imponeva alcun limite alle sue ambizioni, pur rimanendo perfettamente padrona di sé e ragionando con la massima freddezza su argomenti così fantastici che avrebbero fatto giudicare demente ogni altra donna che li avesse enunciati”. Dal canto suo, Augusto era di gusti semplici: “Aveva un palato così poco sensibile che non distingueva nemmeno l’olio d’oliva vergine da quello spremuto dopo che il frutto sia passato tre volte nel frantoio. Portava panni tessuti in casa”. E dopo la sciagura delle guerre civili, di cui era stato parte, sarebbe riuscito molto difficilmente nell’opera della ricostruzione senza il concorso dell’attività di Livia: “La laboriosità di Augusto copriva quattordici ore della giornata, ma quella di Livia ventiquattro, si diceva”. A un certo punto, Claudio si scusa col lettore se insiste a scrivere di lei:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“è inevitabile; come tutti gli onesti libri romani di storia, anche questo è scritto dall’antipasto alla frutta, e preferisco il nostro metodo, che non tralascia alcun particolare, a quello di Omero e dei Greci in generale che, narrando, balzavano di botto nel pieno dell’azione e poi facevano la spola avanti e indietro a loro talento”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Il giovane Claudio era sempre malaticcio, “«un vero teatro d’operazioni di ogni sorta di morbi», dicevano i medici, e probabilmente campai solo perché i morbi non s’accordarono tra loro nello stabilire a quali di essi spettasse l’onore di sopprimermi”. Nato di sette mesi, per cominciare – nascita prematura dovuta allo spavento provato dalla madre Antonia durante un banchetto dato in onore d’Augusto a Lione –, il suo stomaco non tollerava il latte della nutrice, causandogli disgustose eruzioni cutanee; “poi contrassi la malaria, e una rosolia che mi lasciò leggermente sordo da un orecchio, e la risipola, e una colite, e finalmente la paralisi infantile, che mi rattrappì la gamba sinistra condannandomi ad andar zoppo. A causa di queste varie malattie, le mie articolazioni furono sempre così deboli che non potevo correre, e, anche nel seguito, non potei mai camminare a lungo, così che in viaggio dovevo per lo più usare la lettiga”.</p>



<p>Tralasciando quella bestia del suo precettore Marco Porzio Catone – il cui gran vanto era la discendenza da Catone il Censore – che lo costringe a leggere i libri dove il Censore incensava se stesso “e la sua storia delle guerre di Spagna, durante le quali distrusse città e villaggi in numero superiore a quello dei giorni che trascorse in quel paese”, è il saggio Atenodoro, il precettore che ne ha preso il posto, a guarirlo dalla balbuzie facendolo declamare con la bocca piena di sassolini, che gradualmente riduce di numero fino a quando riesce a farlo parlare normalmente. Una dedizione speciale quella di Atenodoro, che, come premio per aver vinto la balbuzie, porta Claudio alla biblioteca d’Apollo a conoscere Tito Livio, l’uomo curvo e barbuto dall’occhio vivace e la parola incisiva, che non è ancora a metà della sua opera: «Che, vuoi diventare uno storiografo pure tu, giovanotto?».</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="526" height="750" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/L10938.jpg" alt="" class="wp-image-107942" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/L10938.jpg 526w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/L10938-210x300.jpg 210w" sizes="(max-width: 526px) 100vw, 526px" /></figure>



<p>Il racconto dei combattimenti nell’arena a cui Claudio assiste è formidabile. Il primo di questi eventi lo vede dalla tribuna imperiale insieme al fratello: “Germanico provvide a tutto, fingendo solo di consultarmi prima di prendere le decisioni del caso, e diresse lo spettacolo con molto decoro e con la massima sicurezza”. Claudio regge bene alla vista dei primi scontri sanguinosi, con ferite, uccisioni, amputazioni; ma al termine dei rimanenti, dopo che un giovane ufficiale corre sotto la tribuna imperiale per ottenere l’autorizzazione ad affrontare il guerriero germanico alto sei piedi che ha appena affettato un nemico di una tribù rivale e ora si vanta gridando di aver ucciso sei Romani sul campo di battaglia tra cui un ufficiale e sfida qualunque patrizio a misurarsi con lui, dinanzi al truce macello che ne segue (dove vince il Romano) Claudio perde i sensi. La sera stessa, la perfida Livia scrive ad Augusto:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“… Il contegno di Claudio, ieri, in una solennità in cui si commemoravano le eroiche gesta di suo padre, il suo ridicolo svenimento alla vista di due uomini in lotta, senza menzionare i grotteschi contorcimenti delle sue mani e il suo tic nervoso con la testa, hanno almeno conseguito questo vantaggio, che possiamo d’ora innanzi dichiararlo assolutamente inetto a comparire in pubblico, salvo che nelle sue funzioni sacerdotali, perché è ovvio che dobbiamo in qualche modo riempire i vuoti che si verificano nelle file dei sacerdoti, e Plauzio è riuscito abbastanza bene a istruirlo nei suoi doveri”.</strong></p>
</blockquote>



<p>La narrazione di Graves procede spedita, incalzante, con il canovaccio cronologico che si espande in rizomi formando mappe dettagliatissime e coerenti, coi personaggi storici che si susseguono e s’incrociano instancabilmente, ora per abbozzi, ora per ritratti, ora come protagonisti di vicende fatte di intrecci e collegamenti, circostanze che avvengono, escono e ritornano, a determinare la costruzione d’insieme di questo formidabile memoriale romanzesco. Una tecnica che sembra prefigurare un ipertesto&nbsp;<em>ante litteram</em>, quel navigare stupefacente che oggi maneggiamo con disinvoltura, ma che allora non era affatto scontato. Livia, Augusto e la figlia Giulia, coi suoi figli Gaio, Lucio, Postumo e le sue figlie Giulilla e Agrippina; le vicende del tetragono Tiberio e quelle del folle Caligola, rispettivamente zio e nipote di Claudio; e quelle dell’amato fratello Germanico, il generale pieno di carisma che da ragazzo giura al padre morente di amare e proteggere il debole fratellino in fasce, e che per sei anni guida con successo le campagne punitive contro le tribù germaniche dopo la disfatta di Teutoburgo, recuperando due delle insegne perdute, sebbene poi Tiberio – eletto imperatore nel 14 d.C. – gli freni l’espansione territoriale oltre il Reno, dove la terra selvaggia e primitiva appare inospitale, dunque non appetibile, con paludi e foreste in cui non si conoscono risorse naturali.</p>



<p>A quel punto la popolarità di Germanico, fra la plebe e le truppe, era tale da consentirgli, se avesse voluto, di prendere il potere scacciando dal trono il padre adottivo (tempo addietro Augusto aveva ordinato a Tiberio di adottarlo per figlio, trasferendolo dalla famiglia Claudia alla famiglia Giulia), tanto più che in certi ambienti Tiberio era già malvisto, poiché la sua ascesa al principato era stata segnata dalla morte di tutti gli altri parenti che Augusto aveva indicato come eredi. Il sospettoso Tiberio, dunque, si tutela da questo rischio affidando a Germanico un comando speciale in Oriente, come Governatore Generale di tutte le province, così da allontanarlo nuovamente da Roma: dopo avergli concesso il trionfo il 26 maggio del 17, nel 18 lo fa partire con Agrippina e il bambino Caligola, insieme all’uomo di fiducia Gneo Calpurnio Pisone, aspro e inflessibile – nonché disonesto – nemico&nbsp;<em>in fieri</em>&nbsp;di Germanico, col compito di sorvegliarlo.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="650" height="967" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/71nHs1q54YL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-107943" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/71nHs1q54YL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 650w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/71nHs1q54YL._AC_UF10001000_QL80_-202x300.jpg 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/71nHs1q54YL._AC_UF10001000_QL80_-600x893.jpg 600w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></figure>



<p>Ma Tiberio ha anche un agente interno, Lucio Elio Seiano, suo ambizioso amico e confidente con la carica di Prefetto del Pretorio, che Graves etichetta bene: “Seiano era un bugiardo, il generale di tutti i bugiardi, ma così accorto da saper far marciare le bugie in formazioni compatte ed elastiche insieme, così da uscir sempre vittorioso sia da ogni scaramuccia coi sospetti sia dal più terribile conflitto con la verità”. Ogni volta che viene a Roma, Claudio non riesce a evitare di imbattersi in Seiano.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non mi capacitavo che un uomo, con la sua faccia e i suoi modi, di oscuri natali e destituito di censo o d’ogni lustro personale, avesse potuto elevarsi fino all’altezza della posizione che aveva pur raggiunta; perché bisognava riconoscere che, dopo Tiberio, era il personaggio più importante di Roma, e godeva di molta popolarità tra i pretoriani”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Mentre a Roma Seiano sobilla Tiberio contro Germanico, con insinuazioni e falsità, Pisone fa il lavoro sporco dopo esser stato nominato Governatore della provincia di Siria, con l’intesa di poter contare sull’appoggio di Tiberio e Livia “nel caso che Germanico dimostrasse di voler intralciare le disposizioni di ordine politico o militare che egli avrebbe ritenuto opportuno di emanare”. E le disposizioni di ordine politico o militare di Pisone non si fanno attendere: i contadini e i negozianti delle città “furono costretti a pagare segretamente ai capicenturia di guarnigione certe prebende a scopo di protezione; se rifiutavano, si vedevano assalire di notte da uomini mascherati, che appiccavano il fuoco alle case e trucidavano i membri delle loro famiglie”. Ai pressanti appelli delle vittime contro questo terrorismo, Pisone risponde promettendo inchieste che non eseguirà mai, e continua a mandare messaggi a Roma in cui confuta e squalifica i rapporti indignati che Germanico invia all’Imperatore sulla mala gestione di quel farabutto e sugli ostacoli che deve subire; tornato in Siria dopo un giro di ispezioni nelle province, infatti, Germanico “constatò che tutti i suoi ordini erano stati sistematicamente o ignorati o sostituiti da altri antitetici emanati da Pisone. Allora, per la prima volta, manifestò pubblicamente la sua contrarietà dettando un proclama col quale cancellò tutte le disposizioni prese da Pisone durante la sua assenza in Egitto, precisando che d’ora innanzi, e fino a nuovo ordine, nessun decreto promulgato da Pisone nella provincia avrebbe avuto valore se non avesse recato la firma di Germanico”.</p>



<p>Il guaio è che, subito dopo la pubblicazione del proclama, Germanico cade misteriosamente ammalato: il livello dello scontro s’è alzato, diventando guerra. Siccome non digerisce niente, sospetta che il cibo gli venga avvelenato, e si premura di far preparare i pasti dalla moglie Agrippina, vigilando che nessuna persona di servizio si avvicini agli alimenti.&nbsp;<strong>“La fame gli aveva acutizzato l’olfatto in un grado così anormale che gli pareva avvertire puzzo di cadavere in tutta la casa.</strong>&nbsp;Poiché nessun’altra persona lo avvertiva, Agrippina sulle prime attribuì le sue lagnanze ad un capriccio di malato. Ma egli persisteva a dire che il puzzo gli riusciva sempre più intollerabile. Finalmente lo percepì anche Agrippina; pareva appestare tutte le stanze. Bruciò incenso per purificare l’aria, ma il fetore permaneva. La servitù cominciò ad inquietarsi. Si bisbigliò che la casa era in balìa delle streghe”. Temendo che Plancina, la moglie di Pisone, gli abbia fatto una stregoneria, Germanico offre a Ecate un sacrificio propiziatorio di nove cuccioli neri, secondo le norme prescritte per quei casi.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’indomani una schiava riferì, con una faccia sconvolta dal terrore, che mentre stava lavando il pavimento del vestibolo aveva notato una lastra smossa e, sollevatala, aveva scoperto il cadaverino nudo e decomposto d’un bimbo col ventre tinto di rosso e due cornetti che gli spuntavano dalla fronte. Immediatamente fu fatta un’ispezione in tutte le stanze e si trovò una dozzina di cadaverini altrettanto spaventevoli nascosti o sotto le lastre del pavimento o in nicchie praticate nei muri e dissimulati dietro cortine; fra essi, la carogna di un gatto munito di ali informi da pipistrello, e la testa mozza di un negro, dalla cui bocca pendeva la mano bianca d’un bambino. Presso ciascuna di queste orribili reliquie stava una tavoletta di piombo con sopra inciso il nome di Germanico”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>La casa viene scrupolosamente ripulita, ma lo stomaco di Germanico continua a soffrire, e altri segni maligni si manifestano. Dentro i cuscini si trovano penne di gallo imbrattate di sangue, sui muri compaiono “sgorbi nefasti tracciati col carbone, talora in basso, come se li avesse scarabocchiati un nano, talaltra così in alto che solo un gigante poteva arrivarci; rappresentavano ora un impiccato, ora una civetta, ora il nome di Roma rovesciato, dappertutto, il numero 25, sebbene Agrippina sola fosse a conoscenza che Germanico lo considerava come un numero malefico”. Poi comincia ad apparire il nome di Germanico, anch’esso rovesciato, ogni giorno abbreviato di una lettera. Quando le lettere sono ridotte a tre, di notte l’infermo è costretto a scendere dal letto e a precipitarsi con la spada nella camera attigua, dove un enorme gallo nero col collo cinto da un cerchio d’oro sta cantando come per risvegliare i morti.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Germanico declinava di giorno in giorno. L’indomani, durante una momentanea assenza di Agrippina, egli avvertì un movimento sotto il guanciale: sbigottito, cercò a tastoni il talismano; era scomparso, e nessuno era entrato nella stanza. […] Morì il 9 ottobre, il venticinquesimo giorno della sua malattia, quando del suo nome restava sul muro la sola iniziale. Il suo corpo emaciato fu esposto nudo sulla piazza del mercato, così che ognuno vedesse l’eruzione cutanea che gli arrossava il ventre, e l’azzurro livido delle sue unghie”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Ognuna delle quattrocento pagine di&nbsp;<em>Io, Claudio</em>&nbsp;conduce il lettore, lo seduce con i racconti piccoli che formano il grande, con i dettagli che danno sostanza e chiariscono l’insieme, con le introspezioni e gli intrecci che rendono vivi i personaggi, con le descrizioni e le digressioni – precise e ficcanti, sempre – che connettono le fasi del racconto chiarificandone il senso, col muoversi e agitarsi delle singolarità nel grande affresco della Storia. Livia domina gran parte del libro, mentre Caligola l’Imperatore fa deflagrare le sue follie nella parte finale: a descriverle per intero sono raccapriccianti, e richiederebbero fior di pagine. Non possiamo che riportarne un siparietto, godendoci il garbato e colorito umorismo di Robert Graves, scrittore inglese di razza.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Una sera Drusilla venne a bussare alla mia porta, chiamando: «Zio Claudio! Caligola ti vuole; d’urgenza. Vieni subito. Non perdere un minuto!». «E che vuole da me?». «Non so, ma per amor del cielo assecondalo in tutto quel che dirà. Ha la spada in mano, snudata; se lo contrari, t’infilza. Me l’aveva puntata alla gola poco fa; diceva che non gli volevo bene, sebbene giurassi e spergiurassi che lo amavo. Bada, zio Claudio, è impazzito. È sempre stato pazzo, ma adesso è peggio: è posseduto dal demonio». M’affrettai alla camera di Caligola, che trovai addobbata con tende pesanti e munita di spessi tappeti, appena rischiarata da una lucerna ad olio che ardeva presso il letto. L’aria era stantìa. M’accolse la sua querula voce: «In ritardo come al solito? T’avevo fatto dire di sbrigarti». Non sembrava ammalato; aveva solo un’aria malsana. Due giganteschi sordomuti armati di scure montavano di sentinella ai lati del letto. Io dissi, facendogli il saluto: «Mi sono affrettato il più possibile; se non fossi zoppo sarei arrivato prima. Mi rallegro, Cesare, nel sentire di nuovo la tua voce. Stai meglio?». «Non sono mai stato malato in realtà. A riposo, soltanto. Subendo una metamorfosi. È il più importante evento religioso che si sia verificato nella storia. Non fa meraviglia che l’Urbe sia piombata nel silenzio»”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Il processo di metamorfosi è stato penoso, dice Caligola, Non avrebbe potuto esserlo di più se si fosse messo al mondo da sé. Un parto laboriosissimo e doloroso. Claudio gli chiede qual sorta di cambiamento ha subìto. “«Non è visibile alla prima occhiata?» domandò con petulanza. Rammentai la frase di Drusilla «posseduto dal demonio» e anche la conversazione che avevo avuto con Livia in extremis, ed ebbi un barlume di verità. Mi prosternai, con la fronte sul tappeto, e lo adorai come un dio. Dopo una pausa gli domandai, senz’alzarmi da terra, se ero io il primo a godere del privilegio di adorarlo; disse di sì, e io mormorai fervidi accenti di grazia. Lui, cogitabondo, mi stava punzecchiando la collottola con la spada; mi credetti spacciato. Ma lo udii borbottare: «È concepibile che tu non abbia ravvisato subito la mia divinità, dato che mi vedi ancora sotto le mie spoglie mortali». «Dovevo esser cieco», protestai; «il tuo viso splende, nella penombra». «Davvero?» domandò, con sollecitudine. «Alzati, e porgimi lo specchio». Ubbidii, e contemplandosi ammise che splendeva infatti di purissima luce. Soddisfatto, si degnò di rivelarmi alcuni particolari intimi: «Avevo sempre avuto la certezza che il miracolo si sarebbe compiuto un giorno o l’altro. Ho sempre avvertito in me la natura divina. Rifletti: avevo due anni quando repressi l’ammutinamento delle legioni di mio padre e così salvai Roma. Un vero prodigio; come quelli che la leggenda attribuisce a Mercurio adolescente, o ad Ercole che in fasce strozzava i serpenti». «E Mercurio», incalzai, «non rubò che qualche bue, e modulava solo un paio di note sulla sua lira. Ben poca cosa, al confronto».</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“«Inoltre a otto anni uccisi mio padre. Nemmeno Giove seppe fare altrettanto; si contentò di cacciare il suo». Capii che vaneggiava, ma nondimeno gli domandai con voce ferma: «Perché l’hai ucciso?». «M’ostacolava il cammino. Voleva disciplinarmi: me, figurati, un giovane dio! Così lo spaventai a morte. Introdussi clandestinamente nella nostra casa di Antiochia certi brandelli di cadaveri, e li nascosi sotto le piastrelle del pavimento; scarabocchiavo incantesimi sui muri; mi procurai un gallo, che gli cantò la sveglia della Morte; e gli rubai Ecate! Eccola, vedi; la tengo sempre sotto il guanciale». E mi mostrò la figurina di diaspro verde, che mio fratello usava per scongiurare i demoni. Il cuore mi s’agghiacciò, quando la riconobbi”.</strong></p>
</blockquote>



<p><strong>Paolo Ferrucci</strong></p>
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		<title>“Qui giace il coraggioso Robin Hood”. Storia di un eroe (e di un albero millenario)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 03:33:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[ballate]]></category>
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		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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<p>Il più antico albero della foresta di Sherwood, “Major Oak”, è morto. Era lì da oltre mille anni, nel 2002&nbsp;<em>Her Majesty Queen Elizabeth II</em>&nbsp;lo aveva eletto tra i “Great British Trees” – sono una cinquantina, tra i più longevi d’Europa. La quercia era puntellata da quasi un secolo, negli anni Sessanta hanno cementato porzioni del pachidermico fusto; una fotografia dei primi del Novecento, prontamente rilanciata dai media britannici, ritrae un uomo con bastone assiso su una radice di “Major Oak”: la didascalia recita, “Age 1.500 Years” – la leggenda fa esplodere ogni cronologia. Ad ogni modo, la quercia – simile, piuttosto, a una megattera, a un oceano – non verrà sradicata. È un simbolo nazionale, resterà lì com’è, a dar tana agli uccelli.&nbsp;</p>



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<p>Gli esperti ascoltati <a href="https://www.theguardian.com/environment/2026/jun/18/most-famous-tree-world-sherwood-forest-ancient-major-oak-dies"><strong>dal “Guardian” – che ha definito la quercia<em> most famous tree in the world</em></strong> </a>– dicono che l’albero è morto a causa degli eccessi di caldo subiti negli ultimi anni; ricordano che circa 35mila cristiani, ogni anno, varcano Sherwood in processione per onorare “Major Oak”. </p>



<p>Gli inglesi sono formidabili nel piantumare leggende: è il modo naturale per animare il ‘genius loci’. Secondo la leggenda, “Major Oak” è stata il campo base di Robin Hood e della sua allegra brigata, i “Merry Men”. La storia fa di tutto per sedare il folklore: alcuni esperti ci dicono che Robin e i suoi non praticavano le arti di brigantaggio a Sherwood, che lo Sceriffo di Nottingham – un&nbsp;<em>villain</em>&nbsp;dai comici tratti – sarebbe comparso più tardi nella lenta stratificazione di ballate che compongono il ciclo del celebre&nbsp;<em>prude outlaw</em>, il fuorilegge dal cuore nobile. Lo sappiamo: una leggenda sfocia in rivoli lirici, risalire all’origine dei fatti è pressoché impossibile, perfino inutile. Ne siamo certi: Robin Hood – o meglio: “Robyn Hode”, come racconta il primo ciclo della&nbsp;<em>Gest&nbsp;</em>– era un brigante sanguinario, uno che badava ad arricchire se e i suoi a danno di chiunque altro, era uno spietato assassino –, eppure, ci piace l’eroe ribelle che di fronte alla tracotanza del potere risponde con la guerriglia, il ritorno al bosco, il contro-stato. In effetti, i “Merry Men”, in fondo, sono i discepoli del messianico Robin: condividono il bottino, vivono di lazzi, scherzi e compassione, si aiutano vicendevolmente. Il codice che li lega non è ‘istituzionale’, statuario, astratto, ma ‘naturale’. Preadamitico, forse.&nbsp;</p>



<p>Da bambino, firmavo i miei librini e i biglietti di Natale “Robin Hood”. Ero folgorato dalla riduzione Disney del mito: il film animato del 1973 è girato da Wolfgang Reitherman, che è stato il regista de <em>La spada nella roccia, Gli Aristogatti, Il libro della giungla</em>. Mi piaceva – come a tutti – il brigante dal cuore d’oro, la scaltrezza, l’acutissimo sguardo, capace di sondare l’anima di ogni cosa. Robin Hood era raffigurato da una volpe: animale-simbolo del Regno inglese, icona della furbizia, è vero, ma, soprattutto, emblema del <em>trickster</em>, il divino imbroglione che sbroglia i mali del tempo, l’ambigua bestia che rovescia le convenzioni e annienta ogni categoria. Durante una gita al Salone del Libro di Torino, molti molti anni fa, acquistai un libro su <em>Robin Hood</em>dello storico James C. Holt, stampava Rusconi. La lenta decapitazione del mito, si dirà – ad ogni modo, il mito è sempreverde e quell’antico libro ha le pagine ingiallite: mietitura del tempo. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="805" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/81UNAEu2xyL._AC_UF8941000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-107745" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/81UNAEu2xyL._AC_UF8941000_QL80_.jpg 805w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/81UNAEu2xyL._AC_UF8941000_QL80_-242x300.jpg 242w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/81UNAEu2xyL._AC_UF8941000_QL80_-768x954.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/81UNAEu2xyL._AC_UF8941000_QL80_-600x745.jpg 600w" sizes="(max-width: 805px) 100vw, 805px" /></figure>



<p>In molti hanno tentato di identificare l’efferato, affascinante brigante con un personaggio storico. Secondo alcuni, Robin di Loxley – nel South Yorkshire – che ha combattuto le Crociate insieme a Riccardo Cuor di Leone, sarebbe Robert conte di Huntingdon; secondo altri è il brigante Robert Hod di York; secondo altri ancora “Robin Hood” è il nome-passepertout di cui hanno abusato turbe di ladri, assai poco gentiluomini. Di certo, un certo <em>Robinhood</em> o <em>Robehod</em> o <em>Robbehod </em>fa mostra di sé, in diversi atti giudiziari inglesi, da 1261 – alcuni hanno scorto testimonianze precedenti.</p>



<p>Robert Graves, che all’acribia dissacrante degli storiografi oppone l’acutezza di chi disserra miti e leggende, vede in Robin Hood l’amena emanazione di “Robin Goodfellow”, il re del bosco, “un dio itifallico delle streghe, con corna di giovane ariete, zampe d’ariete, una scopa di strega sopra la spalla sinistra e una candela accesa nella mano destra” (cfr. R. Graves,&nbsp;<em>La Dea Bianca</em>, Adelphi, 2009, pp.453-456). In altra controfigura, “Robin Goodfellow” è il Puck del&nbsp;<em>Sogno di una notte di mezza estate</em>, poi adattato da Kipling nei suoi libri omonimi. La vicenda dell’allegra compagine di felloni che circonda Robin viene connessa alle feste del Calendimaggio, dunque al rovesciamento di ogni valore sociale. In questa turbinosa spirale di diversi elementi religiosi che convergono nel folklore, “Lady Marian”, l’amata da Robin, ovvero Maid Marian, cioè&nbsp;<em>merry-maid</em>&nbsp;(allegra fanciulla) quando non&nbsp;<em>mermaid</em>&nbsp;(sirena) è legata da Graves al culto di Maria Egiziaca e prima ancora alla dea d’amore – di cui l’arco è l’arma putativa.&nbsp;</p>



<p>Le storie di Robin Hood, di volta in volta fraintese, come il mito desidera – destino di un mito è essere frazionato come il pane, sperperato e sparso in seminagione infinita; un mito ‘statico’, ‘stabile’ si fa tempio e decade a se stesso, implode in legge –, hanno avuto vasta eco cinematografica:&nbsp;<em>The Death of Robin Hood&nbsp;</em>(2026) è l’ultimo capitolo della serie. Robin Hood è interpretato da Hugh Jackman; il sottotitolo –&nbsp;<em>He Was No Hero</em>&nbsp;– denuncia lo sguardo filmico.&nbsp;</p>



<p>L’autentico patrimonio mitico di Robin Hood si trova nelle&nbsp;<em>English and Scottish Popular Ballads</em>, immane enciclopedia del folklore anglofono pubblicata nel 1882 da Francis James Child, filologo di stanza a Harvard – figlio di un fabbricante di vele, genio precocissimo, morì con tre lauree&nbsp;<em>honoris causa</em>&nbsp;in teca, una delle quali conferitogli dall’Università di Gottinga. Nelle&nbsp;<em>Ballads</em>, Robin Hood, “Fuorilegge di retta/ moralità, come mai/ si troverà”, fa la parte del gigante: occupa uno spazio che va dalla ballata 117 –&nbsp;<em>The Gest of Robyn Hode</em>&nbsp;– alla 154 –&nbsp;<em>A True Tale of Robin Hood</em>. La 120 – una delle più antiche, risale al XVI secolo – racconta la morte dell’eroe, mentre si reca a Kirkley/Kirkless (nel West Yorkshire) per sottoporsi a un salasso. Le parole estreme commuovono; Robin si rivolge all’amico di mirabili imprese, Little John:</p>



<p><strong>“Dammi il mio arco ricurvo<br>scaglierò l’infinita freccia:<br>osserva dove si conficcherà<br>perché quella è la mia tomba.</strong></p>



<p><strong>Zolla verde sotto il cranio<br>voglio; ventaglio di zolle<br>sopra il corpo voglio:<br>e l’arco al fianco che fu</strong></p>



<p><strong>la mia dolce arpa –&nbsp;<br>sepolcro imbiancato<br>di verde è la cosa più giusta<br>che possa esistere.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Quando sarò morto diranno:<br>qui giace il coraggioso<br>Robin Hood”. Tali parole<br>piacquero al coraggioso</strong></p>



<p><strong>Robin Hood – Robin Hood<br>che fu sepolto a Kirkley la bella.&nbsp;</strong></p>



<p>È la ballata – se vogliamo: un&nbsp;<em>Iliade</em>&nbsp;in formato rock – il veicolo ideale per narrare le avventure dell’ambiguo Robin Hood, al contempo forte e scaltro, sprezzante e misericordioso, amante assoluto e dissoluto dongiovanni.&nbsp;</p>



<p>La ballata registrata come 125 racconta il sodalizio tra&nbsp;<em>Robin Hood and Little John</em>. L’incontro si sviluppa dopo uno scontro, a perimetrare la possanza di Little John e la genesi di un’amicizia. Vale la pena tradurne il principio anche per saggiare la spigliata arguzia del menestrello narratore:&nbsp;</p>



<p><strong>Aveva vent’anni Robin Hodd<br>e vagabondava quando<br>incontrò Little John, arciere<br>svelto di mano, allegro, perfetto<br>al brigantaggio. Anche se&nbsp;</strong></p>



<p><strong>lo chiamavano&nbsp;<em>Little</em>, era grosso<br>d’arti, alto due metri e dieci:<br>ovunque andasse tutti tremavano<br>all’udire il suo nome e fuggivano.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Come si conobbero ve lo dirò tra poso<br>se avrete il genio di ascoltarmi:<br>sono certo che questa storiella<br>tra tutte vi farà ridere…</strong></p>



<p>Pur superficialmente, mi pare che siano diversi gli elementi che imparentano Robin Hood al Davide biblico. Intanto, l’uso dello ‘strumento’ – la fionda per l’eroe biblico, l’arco per quello inglese –: un’arma meritata da chi ha mira, da chi sa sopraffare i più forti con l’eleganza, lo stupore della furbizia. La stessa arma, poi, si volta in arpeggio, in aggeggio musicale: la fionda è cetra per Davide ed è “dolce arpa” per Robin Hood. Le gesta di entrambi – contro lo Sceriffo di Nottingham o contro Saul, cioè: contro chi esercita il potere concessogli in violazione e vile abuso – si svolgono come una sinfonia.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="819" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/489375497_3080740392104150_2685178448291015478_n-819x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107746" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/489375497_3080740392104150_2685178448291015478_n-819x1024.jpg 819w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/489375497_3080740392104150_2685178448291015478_n-240x300.jpg 240w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/489375497_3080740392104150_2685178448291015478_n-768x960.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/489375497_3080740392104150_2685178448291015478_n-600x750.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/489375497_3080740392104150_2685178448291015478_n.jpg 864w" sizes="(max-width: 819px) 100vw, 819px" /></figure>



<p>Entrambi, il re semitico e l’eroe anglofono, hanno bisogno di complicità: Jonathan è l’intimo amico di Davide – capace perciò di mentire al padre, Saul –, Little John quello di Robin Hood. Davide si unisce a Mical, Robin a Marian – di entrambi è la passione, l’ardore, il gusto per il ‘bel gesto’. Entrambi provengono dal bosco: Davide dai pascoli dove lo ha inviato il padre – e dove impara a domare l’orso, il lupo e il leone, conoscendone le abitudini –, Robin dai meandri di Sherwood. Davide continua a essere un bambino ‘selvaggio’: opta per i luoghi impervi quando cade in disgrazia agli occhi di Saul; non esista a denudarsi per danzare intorno all’arca dell’Alleanza. Entrambi, cioè, lavorano sull’opposizione foresta/deserto vs. città/palazzo, ovvero patto vs. norma; libertà vs. coercizione; sfida vs. sottomissione.&nbsp;</p>



<p>Davide, poi, passerà, da par suo, dall’altro lato: diventa re – un re mitico. In una versione della saga, anche Robin, nobile di tutto defraudato, viene reintrodotto ai suoi possessi da re Riccardo I.&nbsp;</p>



<p>In calce, si traduce una ballata,&nbsp;<em>Robin Hood and the Golden Arrow</em>&nbsp;che racconta l’impresa più estrosa del brigante. In questo caso, è il lusso dello scherzo, il principio dello scherno ad animare il contro-eroe. Ogni forma di potere si combatte, innanzi tutto, sbeffeggiandola.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Nella leggenda compare “Major Oak”, “l’albero verde, enorme”, che funge da trono di Robin Hood – sia lode a lui.&nbsp;</p>



<p>**</p>



<p><strong><em>Robin Hood e la freccia d’oro</em></strong></p>



<p>Lo sceriffo di Nottingham<br>cosparso di cenere disse<br>di Robin Hood, quel&nbsp;<br>tracotante ladro.&nbsp;</p>



<p>Rivelò le perdite<br>a Londra, da Re Riccardo<br>che prestò attenzione&nbsp;<br>alla lacrimosa storia.&nbsp;</p>



<p>“Cosa dovrei fare? Non sei<br>forse il mio arguto sceriffo?<br>La legge è in vigore, va’<br>occupati di chi ti fa del male.</p>



<p>Va’, agisci con coraggio<br>escogita uno stratagemma<br>per intrappolare i ribelli<br>e non farti più vedere da me!”.</p>



<p>Lo sceriffo tornò triste<br>verso casa, pensando<br>alle parole del Re<br>elaborando intrighi.&nbsp;</p>



<p>Nella mente immaginava<br>gara a cui anche i fuorilegge<br>avrebbero partecipato insieme<br>agli arcieri del regno.</p>



<p>Pensò a una freccia d’oro<br>con asta d’argento<br>che il vittorioso avrebbe<br>ottenuto come suo diritto.&nbsp;</p>



<p>La notizia giunse a Robin Hood<br>assiso sotto l’albero verde, enorme:<br>“Preparatevi, allegri compagni<br>oggi andremo a una gara”.</p>



<p>Il giovane David di Doncaster<br>gli disse: “Maestro, non ci muoveremo<br>dai labirinti del bosco perché<br>quella gara è un inganno”.&nbsp;</p>



<p>“Mio ardimentoso codardo”<br>disse Robin Hood, “ciò che dici<br>mi convince a gareggiare<br>per provare il mio talento”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="726" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/N._C._Wyeth_Robin_Hood_Nottingham_1917_illustration-726x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107747" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/N._C._Wyeth_Robin_Hood_Nottingham_1917_illustration-726x1024.jpg 726w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/N._C._Wyeth_Robin_Hood_Nottingham_1917_illustration-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/N._C._Wyeth_Robin_Hood_Nottingham_1917_illustration-600x846.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/N._C._Wyeth_Robin_Hood_Nottingham_1917_illustration.jpg 766w" sizes="(max-width: 726px) 100vw, 726px" /></figure>



<p>L’impavido Little John disse:<br>“Andiamo insieme<br>ti dirò come fare<br>per non farci riconoscere.</p>



<p>Lasceremo qui i nostri<br>mantelli verdi, indosseremo<br>altre vesti, saremo stupendi<br>nell’arte del mascherarci.</p>



<p>Uno sarà bianco, l’altro rosso<br>tu indosserai il giallo, tu il blu:<br>travestiti, metteremo alla prova<br>chi vuole ingabbiarci”.&nbsp;</p>



<p>Uscirono dunque dal verde<br>bosco, con il cuore fermo<br>forgiato nel coraggio, decisi&nbsp;<br>a beffare gli sgherri dello sceriffo.</p>



<p>Così si mescolarono alla<br>folla, per fugare i sospetti:<br>uniti sempre nonostante<br>le circostanze.&nbsp;</p>



<p>Lo sceriffo si guardò intorno:<br>ottocento uomini<br>nessuno di quelli<br>che si aspettava.&nbsp;</p>



<p>Gli dissero: “Robin Hood&nbsp;<br>e i suoi non ci sono&nbsp;<br>altrimenti di certo<br>ci avrebbero assaliti”.&nbsp;</p>



<p>“Pensavo venisse” disse<br>lo sceriffo grattandosi il capo<br>“Eccesso di audacia pensavo<br>avesse quel mero ladruncolo”.</p>



<p>La parola ferì Robin Hood<br>il sangue rombava<br>vedrai presto chi sono<br>pensò dentro di sé.&nbsp;</p>



<p>Uno disse: “Giacca Blu!”<br>un altro: “Marrone!”<br>il terzo: “Il Giallo vince!”<br>l’ultimo: “il Rosso non ha pari!”.&nbsp;</p>



<p>Quello, l’arciere rossovestito<br>era Robin Hood: a ogni colpo<br>centrava il bersaglio<br>con mortale sicurezza.&nbsp;</p>



<p>Fu lui, il coraggioso Robin&nbsp;<br>Hood a vincere la freccia<br>dalla punta d’oro: la portò<br>via con sé, era diritto suo.&nbsp;</p>



<p>Riunitosi nel verde regno<br>della foresta, l’allegra compagnia<br>inneggiava bevendo&nbsp;<br>alla propria bravata.&nbsp;</p>



<p>Ma Robin Hood parlò:<br>“Importante è che quello<br>sceriffo sappia con certezza<br>che io ho vinto la freccia…”</p>



<p>Gli disse Little John:&nbsp;<br>“Scrivi una lettera&nbsp;<br>la diffonderemo per la città<br>di Nottingham, appesa</p>



<p>a una freccia, lungo<br>ogni via, perché tutti&nbsp;<br>sappiamo della tua impresa”.<br>Il piano fu portato a termine:</p>



<p>lo sceriffo ricevette&nbsp;<br>la lettera: dopo averla<br>letta si grattò il cranio<br>e delirò come fanno i pazzi.&nbsp;</p>



<p><em>*In copertina e nell’articolo: illustrazioni di N. C. Wyeth per: Paul Creswick</em>, <em>Robin Hood and His Adventures, 1917</em></p>
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		<title>Sull’enigma, ovvero: l’arte di sovvertire il linguaggio</title>
		<link>https://www.pangea.news/enigma-sovvertire-linguaggio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2026 05:31:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Idee]]></category>
		<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Bibbia]]></category>
		<category><![CDATA[enigma]]></category>
		<category><![CDATA[Eraclito]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Colli]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poetica]]></category>
		<category><![CDATA[regina di Saba]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Graves]]></category>
		<category><![CDATA[Sfinge]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Figura enigmatica, la regina di Saba “sentita la fama di Salomone… venne per metterlo alla prova con enigmi”. I doni preparati per il re sapiente – “cammelli carichi di aromi, d’oro in quantità e di pietre preziose” –, analoghi a quelli offerti dai Magi al Bimbo, simboleggiano i diversi attributi della sapienza.&#160; Figura disarcionata dalla [&#8230;]</p>
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<p>Figura enigmatica, la regina di Saba “sentita la fama di Salomone… venne per metterlo alla prova con enigmi”. I doni preparati per il re sapiente – “cammelli carichi di aromi, d’oro in quantità e di pietre preziose” –, analoghi a quelli offerti dai Magi al Bimbo, simboleggiano i diversi attributi della sapienza.&nbsp;</p>



<p>Figura disarcionata dalla leggenda, la regina di Saba sembra un po’ Sfinge e un po’ Pizia, un po’ Antiope, regina delle Amazzoni, un po’ Sekhmet, la divinità egizia con il volto da leonessa. L’episodio che lega la regina di Saba a Salomone è tanto importante che viene raccontato, pressoché con le stesse parole, nel&nbsp;<em>Primo libro dei re</em>&nbsp;(10, 1-13) e nel&nbsp;<em>Secondo libro delle cronache</em>&nbsp;(9, 1-12). Nel&nbsp;<em>Primo libro dei re</em>&nbsp;– di cui le&nbsp;<em>cronache</em>&nbsp;sono, di norma, un rapido resoconto, un riassunto – l’episodio della regina di Saba è seguito dal “peccato di Salomone”: la brama di conoscenza devia il re dalle leggi di Dio. Attorniato da un harem – “amò molte donne straniere”: impetuosità nel&nbsp;<em>conoscere</em>&nbsp;ereditata dal padre, Davide – Salomone edifica statue ad altri dèi, Astarte, Milcom, Camos, Moloc; studia i riti degli Ammoniti e “di quelli di Sidone”, si interessa della cosmologia dei Moabiti.&nbsp;</p>



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<p>Qui, però, ci importa altro. Con quali&nbsp;<em>enigmi</em>&nbsp;la regina di Saba importuna Salomone? In ebraico enigma si dice&nbsp;<em>chidah</em>, appare diciassette volte nel Testo; la prima volta in&nbsp;<em>Numeri</em>&nbsp;(12, 6 ss.). Questo episodio è determinante per comprendere l’epica del profetismo e della&nbsp;<em>chiamata</em>. Dio appare “in una colonna di nube”, parla ad Aronne e a Maria, sua sorella – emblema del profetismo femminile. Dio dice che a “un vostro profeta/ mi rivelerò in visione/ gli parlerò nel sogno”, mentre a Mosè, “l’uomo di fiducia in tutta la mia casa”,</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Bocca nella bocca a lui parlo<br>in visione e non per enigmi<br>ed egli contempla la figura del Signore”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>In sostanza: l’enigma è la formula linguistica con cui Dio parla al profeta. A parte Mosè, che accede a un al di là del linguaggio, ai chiamati Dio appare per sogni ed enigmi. Dio non usa il linguaggio umano – un linguaggio fatto in fondo per soggiogare, per impossessarsi del creato –: l’enigma, infatti, chiede di essere sciolto. L’enigma non è un gioco, è l’ombra del vero; è l’elitra del vero. L’enigma non confonde, al contrario: rischiara. L’enigma è la rivelazione; se non riusciamo a intenderlo è nostro il difetto di vista.&nbsp;</p>



<p>In Eden il linguaggio era nudo –&nbsp;<em>eccomi; sì sì, no no</em>&nbsp;–; da Babele è un rivestimento. Dall’incontro con il serpente – il loquace; colui che presiede le arti divinatorie – il linguaggio è un modo per velare, per nascondere. Dire per non dire. Con il Nazareno: dire l’indicibile.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="815" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Rembrandt-Belsazar-1024x815.jpg" alt="" class="wp-image-106530" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Rembrandt-Belsazar-1024x815.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Rembrandt-Belsazar-300x239.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Rembrandt-Belsazar-768x611.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Rembrandt-Belsazar-600x478.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Rembrandt-Belsazar.jpg 1357w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Rembrandt, <em>Festino di Baldassarre</em>, 1636</figcaption></figure>



<p>In effetti, anche l’episodio che riguarda la regina di Saba mostra l’importanza miliare dell’enigma. È scritto infatti che la regina “Si presentò a Salomone e gli parlò di tutto quello che aveva nel suo cuore. Salomone le chiarì tutto quanto ella le diceva” (<em>1 Re</em>&nbsp;10, 2-3). Ecco che l’enigma, lungi dall’essere un gioco della mente, ha a che fare con il cuore e i suoi abissi. Il cuore –&nbsp;<em>lebab</em>&nbsp;– che nel Primo Testamento significa “la totalità della vita interiore”; il luogo della prova, dello smarrimento, della scelta. Porre un enigma: mostrare il cuore. Parlare per enigmi: chiedere di scatenare il cuore. Chi non lo sa pesare, chi non lo scioglie, ne è divorato.&nbsp;</p>



<p>Anche il mondo greco ha come fulcro l’enigma. “L’enigma è la manifestazione nella parola di ciò che è divino, nascosto, un’interiorità indicibile”, scrive Giorgio Colli (in,&nbsp;<em>La nascita della filosofia</em>, Adelphi, 1975). Secondo Colli, il tramonto dell’enigma come formula divina, come orbita del sapiente, porta, appunto, alla nascita della filosofia (l’arte dialettica, agonistica), al linguaggio non più come materia sacra ma come gioco – infine: come giogo. La retorica è proprio questo: persuadere – sedurre – vincere. Obbligarti a riconoscere che&nbsp;<em>ho detto</em>&nbsp;la verità – ma la verità non può&nbsp;<em>dirsi</em>, è indicibile…&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’enigma è l’intrusione dell’attività ostile del dio nella sfera umana, la sua sfida, allo stesso modo che la domanda iniziale dell’interrogante è l’apertura della sfida dialettica, la provocazione alla gara”. </strong></p>
<cite><strong>Giorgio Colli</strong></cite></blockquote>



<p>L’enigma è tale, nel mondo greco, perché comporta il rischio di morire se non lo si interpreta correttamente. Enigma è parola che si rivolta contro la creatura che crede di detenere il linguaggio, che ha scordato il potere detonante del linguaggio. La soluzione dell’enigma: il silenzio. L’enigma taccia – fa tacere. Secondo Eraclito, Omero muore “per lo scoramento”: non è stato in grado di risolvere un enigma posto da alcuni pescatori. Il grande aedo viene sconfitto da un manipolo di illetterati. D’altra parte, Edipo, in grado di piegare la Sfinge dopo aver risolto il suo mortale enigma, non è capace di allontanare da sé la tragedia. Anzi: la risoluzione dell’enigma è l’incipit della sua tragedia personale. Comunque, è sempre l’enigma ad avvincere, ad avvolgerci nelle sue spire assassine.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Nel primo volume dedicato alla&nbsp;<em>Sapienza greca&nbsp;</em>(Adelphi, 1977), Giorgio Colli raduna i frammenti che testimoniano la personificazione di Enigma. La conclusione è marziale:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Chi non risolve l’enigma è ingannato: il sapiente è colui che non si lascia ingannare. L’azione dell’enigma è di ingannare e di uccidere mediante l’inganno: su ciò ci ammaestra Eraclito. In fondo il sapiente è un guerriero che sa difendersi”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Se la sapienza si pronuncia per enigmi è per rivelare; la retorica, al contrario, allude all’enigma, si riveste di parole enigmatiche per nascondere i suoi veri intenti – al di là della verità. Da una parte l’enigma vela il dio; dall’altra, l’enigmatico è mero effetto scenico, teso come una trappola per illudere: vince chi convince.&nbsp;</p>



<p>L’enigma – indovinello da divinare – riguarda ogni tradizione. Ha a che fare, infine, con l’energia del linguaggio, un’energia, oggi, defraudata dal sacro: appartiene all’ambito dell’utile, piuttosto, il linguaggio odierno, della descrizione scientifica, della prolusione pubblicitaria, della provocazione narcisistica, quando non della manipolazione di massa. In alcuni tra i capitoli più affascinanti de&nbsp;<em>La Dea Bianca</em>&nbsp;– “L’indovinello di Gwion” e “La soluzione dell’indovinello di Gwion” – Robert Graves spiega come il potere sapienziale dell’enigma sia eredità dei bardi e dei poeti. Il poeta non usa similitudini, immagini verbose, oniriche allusioni come ornamento; se sovverte il linguaggio comune è per mostrare, in emblemi e spiragli, per quel poco che intuisce, lo “sbaglio di natura/ il punto morto del mondo/… che finalmente ci metta/ nel mezzo di una verità”. Il poeta non sa, è per tutti l’assoluto insipiente: il poeta – se tale è – non è lo scopo, ma il mezzo; il poeta è trafitto, non sa mettere a profitto il linguaggio: lo offre, scopertamente.&nbsp;</p>



<p>Secondo Roland Meynet – Professore emerito di teologia biblica alla ‘Gregoriana’ – “L’enigma biblico – tutta la sapienza della Bibbia, di cui l’enigma è una caratteristica – è sostanzialmente diverso dai nostri enigmi o dai nostri indovinelli. Questi sono giochi. Quando proponiamo un indovinello, speriamo che l’interlocutore – se pure si può chiamare così – non trovi la risposta… Nella Bibbia è tutto il contrario. Quando viene proposto un enigma, non viene data la soluzione; quando si pone una domanda, non viene data la risposta. Soluzione e risposta sono lasciate alla responsabilità del lettore”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="333" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Fernand_Khnopff_-_Caresses_-_Google_Art_Project-1024x333.jpg" alt="" class="wp-image-106531" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Fernand_Khnopff_-_Caresses_-_Google_Art_Project-1024x333.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Fernand_Khnopff_-_Caresses_-_Google_Art_Project-300x98.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Fernand_Khnopff_-_Caresses_-_Google_Art_Project-768x250.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Fernand_Khnopff_-_Caresses_-_Google_Art_Project-1536x500.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Fernand_Khnopff_-_Caresses_-_Google_Art_Project-600x195.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Fernand_Khnopff_-_Caresses_-_Google_Art_Project.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fernand Khnopff, <em>Carezza con Sfinge</em>, 1896</figcaption></figure>



<p>Nel Nuovo Testamento la parola enigma, alla greca, appare soltanto una volta. La usa Paolo, nello straordinario capitolo 13 della&nbsp;<em>Prima lettera ai Corinzi</em>: “Ora vediamo come in uno specchio, per enigmi; allora vedremo faccia a faccia. Ora so per frammenti, allora saprò pienamente, come pienamente sono conosciuto”. L’amore ha spezzato ogni enigma; il linguaggio è involucro vuoto: il Figlio ha sciolto il grande enigma del mondo – “Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto”:&nbsp;<em>Lc</em>&nbsp;12, 2 –, da ora siamo tutti come Mosè, bocca-nella-bocca di Dio. Ancora una volta: l’enigma ha a che fare con il cuore, con la conoscenza di sé, con l’essere&nbsp;<em>pienamente conosciuto</em>.&nbsp;</p>



<p>Eppure, l’enigma esiste per sconfiggere il criptico, il nascosto, il segreto (<em>kruptos</em>); anche Gesù parla per enigmi, cioè per parabole.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Più volte Gesù parlò in modo allusivo ed enigmatico, «non apertamente», attraverso il velo delle similitudini: egli diceva e non diceva, svelava e nascondeva, manifestava e occultava. Questo è precisamente il punto che ci interessa: perché Gesù usava un simile linguaggio? […] La parabola di Gesù mantiene tutta la sua carica di enigmaticità, lascia all’ascoltatore il compito di comprenderla, lo interpella e lo costringe a interrogarsi, lo coinvolge in prima persona e lo impegna alla ricerca del senso”. </strong></p>
<cite><strong>Carlo Maria Martini</strong></cite></blockquote>



<p>Gesù: Logos che viene a rifondare il logos. Lasciata all’uomo, la parola fomenta fraintesi, soprusi, è manifestazione del male (il diavolo avvince con il linguaggio,&nbsp;<em>convince</em>, è esperto in dialettica). Il mondo non è soltanto ciò che sta, irreggimentato, nei ranghi descrittivi umani. È il tutt’altro, è il sovrappiù, è quella sovrabbondanza che ci pare – ad analitico dire – inutile, inefficace, inerte. Le parabole di Gesù, in effetti, non attendono soluzione, la risposta a un rebus: esistono come totalità. È tutto un mondo – il granello e la pietra, gli uccelli del cielo, il nido, il seminatore e la vigna, il padrone e i talenti – che risorge, in quel dire: ciò che è stato, è e sarà. Le funzioni della retorica – le finzioni – non funzionano; quella è parola vivente. Anche la parola poetica – ombra dell’ombra dell’ombra, lavorio di coltellino e di cerbottana – ha senso, insensatamente, soltanto se non simula una qualche verità – ermetismo da oscurantisti letterati – ma se è parola efficace, parola che dà vita.&nbsp;</p>



<p>Abilità a benedire, diremmo.&nbsp;</p>



<p>La retorica, quando è vera, serve ad abolire tutte le maschere.&nbsp;</p>



<p>Certo, nessuno scioglie le parabole – i discepoli non capiscono neanche le spiegazioni che a loro misura offre Gesù. È Gesù stesso, il suo corpo-mistero, l’enigma. Un enigma che neppure il chiodo e il legno e la pietra sanno discernere. Per questo, occorre insinuarsi nell’enigma e stare nella sua energia, acquattati, migrando nella letargia dei giusti. Dismettere il verbo per penetrare nella dismisura – quel balbettio che chiamiamo sole.&nbsp;</p>



<p><em>*In copertina: Gustave Moreau, Edipo e la Sfinge, 1864</em></p>
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		<title>“Un cuore rompe il ghiacciaio della notte”. Vita lirica di Lynette Roberts</title>
		<link>https://www.pangea.news/lynette-roberts-ritratto-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Sep 2025 04:14:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Galles]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Lynette Roberts]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dylan Thomas accettò di fargli da testimone di nozze. Era il 4 ottobre del 1939, non poteva rifiutare: conosceva Keidrych Rhys, gallese di Bethlehem, da una vita; spesso lo aveva pubblicato sulla rivista che dirigeva, “Wales”. Keidrych sguazzava con agio nell’editoria dell’epoca – nel ’44, per la Faber di Sir T.S. Eliot, avrebbe pubblicato un’importante [&#8230;]</p>
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<p>Dylan Thomas accettò di fargli da testimone di nozze. Era il 4 ottobre del 1939, non poteva rifiutare: conosceva Keidrych Rhys, gallese di Bethlehem, da una vita; spesso lo aveva pubblicato sulla rivista che dirigeva, “Wales”. Keidrych sguazzava con agio nell’editoria dell’epoca – nel ’44, per la Faber di Sir T.S. Eliot, avrebbe pubblicato un’importante antologia di&nbsp;<em>Modern Welsh Poetry</em>&nbsp;– ed era un gran bevitore. Nel ’39 Dylan Thomas, già superstar della letteratura anglofona, aveva licenziato, per Dent,&nbsp;<em>The Map of Love</em>; Keidrych compiva ventiquattro anni; la festa, a Llansteffan, annaffiata d’alti alcolici, si protrasse fino a notte.&nbsp;</p>



<p>Più che per Keidrych, gli astanti andarono in visibilio per lei, la sposa. Trentenne, di una bellezza&nbsp;<em>estranea</em>,&nbsp;<strong><a href="https://biography.wales/article/s15-ROBE-BEA-1909" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lynette Roberts</a></strong>&nbsp;– in verità: Evelyn Beatrice Roberts – era alla sua terza vita. La prima l’aveva passata in Argentina: nacque a Buenos Aires, negli agi; il papà, Cecil Arhur Roberts, era un ingegnere ferroviario che dal Galles si era trasferito prima in Australia, poi in Sud America. La prima lingua di Lynette era lo spagnolo: restò scolpito, in lei, il vello bruno, taurino, del Rio della Plata; l’indolenza – e l’equivalente violenza – dell’Argentina.&nbsp;</p>



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<p>La seconda vita di Lynette ha per levatrice una ferita, uno squarcio: poco prima di compiere quattordici anni, sua mamma muore di tifo. Lei e le sorelle – Winifred e Rosemary – furono spedite a studiare in Inghilterra, alla Central School of Arts and Crafts. Di quella vita, si ricordano i lunghi viaggi – in Ungheria, Austria, Germania, al seguito di un’amica, Kathleen Bellamy, inviata per “La Nacion” – e l’avventura di aprire un negozio di fiori, “Bruska”, a Londra. Aveva cominciato a scrivere versi a Madeira, ispirata dal clima, da un angelo interiore, spinato.&nbsp;</p>



<p>Keidrych l’aveva conosciuto da poco, durante una lettura pubblica. Si sposarono all’improvviso, con inattesa furia: la terza vita di Lynette cominciò a Llanybri, villaggio di campagna nel Carmarthenshire, dove si era trasferita con il marito. Voleva riformulare le proprie origini gallesi. Voleva scriverne. Voleva scrivere. Dylan Thomas la licenziò con poche, apodittiche parole: “che ragazza curiosa, si dichiara poetessa a pieno titolo, in pieno petto… ha tutti i crismi dell’isterica”.&nbsp;</p>



<p>L’amore con Keidrych durò un decennio – i due divorziarono nel ’49 – e un paio di figli, Angharad e Preiden. Lentamente, Lynette deragliò nell’insania; aveva un precedente, in famiglia: il fratello Dymock, schizofrenico, finì in un ricovero di malati di mente appena sedicenne, a Salisbury, fino alla morte. Negli anni gallesi – di povertà, certo, ma anche di una gioia frugale, informe, di albatros e brughiere –, Lynette scrisse tanto – e magnificamente. Trovò in Edith Sitwell – poetessa-pitone, dall’enigmatico, viscido genio – una mecenate e una confidente; figura tra le figure di rilievo nella tabula gratulatoria de&nbsp;<em>La Dea Bianca</em>, il capolavoro di Robert Graves. Erano amici, lei gli raccontava diverse storie scardinandole dall’antica mitologia gallese, lui scrisse che “Lynette Roberts è uno dei pochi autentici poeti viventi”.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/703_1-768x1024.webp" alt="" class="wp-image-104796" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/703_1-768x1024.webp 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/703_1-225x300.webp 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/703_1-600x800.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/703_1.webp 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>I suoi versi entusiasmarono un lettore altrimenti raggelato come Eliot: nel 1944 pubblicò con la Faber i&nbsp;<em>Poems</em>, seguiti, nel 1951, dall’opera più ambiziosa, il poemetto&nbsp;<em>God with Stainless Ears</em>, in cui il dato leggendario si fonde con il contemporaneo, la “baia brulicante di uccelli” si commisura a “soldati e corpi corazzati”. È poesia audace, quella di Lynette Roberts, a tratti involuta, con invenzioni che la collocano nel più alto lignaggio della poesia inglese dell’epoca. In un testo – a dire di un ardore –,&nbsp;<em>Transgression</em>&nbsp;– non certo il più bello –, rifà la Genesi:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“All’inizio Dio non volle altro che se stesso.<br>E questa immensa emissione di luce eruttava orrore<br>attraverso i cieli senza aver nulla da fare.&nbsp;<br>Conosceva il bene e il male, e noia lo torturava.<br>Sapeva la vita, e gli venne a noia”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>A leggerla, viene in mente Fernanda Romagnoli, avrebbero potuto essere amiche. La stessa dinamica le anima: una poesia apparentemente cristallina, emanata da un ematoma del cuore, che in un istante mette le unghie, azzanna. Lo stesso, spaesante istinto nel percorrere l’insolito, l’insoluto. In una poesia – tradotta in calce – Lynette Roberts scrive che i gabbiani le ricordano le “lacrime dei turisti”.&nbsp;</p>



<p>Sfinì, in uno sfarfallio di inquietudini, Lynette. Nel 1956 le fu dichiarata schizofrenica – due anni prima aveva pubblicato un libro,&nbsp;<em>The Endeavour</em>&nbsp;che romanzava intorno al “primo viaggio di James Cook in Australia”. Una volta radicata, volle sradicarsi. Vagò per diversi sanatori; morì il 25 settembre del 1995. Sepolta nel cimitero di Llanybri, che aveva celebrato più volte nei suoi versi, chiese una lapide sobria, una scritta assolutoria:&nbsp;<em>Lynette Roberts, poet</em>. Dylan Thomas aveva visto giusto.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/s-l1200-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-104797" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/s-l1200-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/s-l1200-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/s-l1200-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/s-l1200-600x450.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/s-l1200.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>I suoi versi – dalla potenza assurda, dissennata, estranea alle mode – furono dimenticati presto; per quarant’anni, Lynette rifiutò di scrivere perché la vita la rifiutava. Nel 2005 Carcanet pubblica, a cura di Patrick McGuinness, un’edizione dei&nbsp;<em>Collected Poems</em>, seguita, nel 2008, da&nbsp;<em>Diaries, Letters and Recollections</em>. Fu, decenni dopo, un’autentica scoperta, Lynette, d’insperata freschezza. Quest’anno, come&nbsp;<strong><em><a href="https://www.carcanet.co.uk/9781800175051/a-letter-to-the-dead/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">A Letter to the Dead</a></em></strong>, esce una nuova edizione dei&nbsp;<em>collected poems</em>, arricchita da materiali d’archivio.</p>



<p>***</p>



<p><em>Premonizione&nbsp;</em></p>



<p>Quando angoli di ferro blu e<br>grumi di erba rada, a grottesche<br>recedono furtivamente da qui<br>e lasciamo una moltitudine allo spazio<br>mentre crolla dal tuo sorgere<br>un saluto, accetto l’impercettibile<br>pallida notte, il suo volto ciclope<br>in cui nascondere la mia paura, di ghiaccio.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Non è stato facile&nbsp;</em></p>



<p>Mentre brilla la legna e brucia<br>abbiamo spartito la nostra frugale<br>felicità; mentre sulla grata, fredda, colava<br>la cenere, ci siamo nutriti ai cancelli<br>della povertà; idioma dell’umiliazione<br>e del disastro. Non è stato facile.&nbsp;<br>Non lo è&nbsp;<em>ora</em>. Eppure, infuriava tempesta<br>sul quieto verde volto del pianeta.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>L’ipnotista</em></p>



<p>Continuava a fissarmi, quella volpe<br>nel bosco – con un gesto di gioia<br>pitocca ho deriso la sua audacia:<br>e ora mi veglia, è lì, presso quell’albero.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Spina di sangue</em></p>



<p>C’è chi divora la piana fino alle anche della notte<br>chi slega gli uccelli al volo e dilaga<br>per leghe perché vuole vedere l’osso<br>del bisonte, fiero come una pietra,<br>c’è chi separa il mais e fa scempio <br>di questa luce sciroppo:<br>ecco la dura, mostruosa condizione<br>di chi nasce e piange in un’alba gialla<br>in un’alba gialla come il limone.<br>Un cuore rompe il ghiacciaio della notte<br>è lì e fa scoppiare un’aquila di carta<br>e c’è chi trascina il giorno in una cappa<br>di gioia di pianto di mania:<br>questo giorno è stato esaudito: un bimbo è nato<br>                                    un bambino ci è nato. </p>



<p>*</p>



<p><em>Gabbiani&nbsp;</em></p>



<p>Planano lenti i gabbiani, senza paura<br>preferiscono perdersi come lacrime<br>di turisti: il molo e la nave cominciano<br>a muoversi e cominciamo&nbsp;<br>a piangere, così, senza motivo.<br>Gridano i gabbiani ricordando<br>l’oceano dell’incertezza<br>e la brutalità dei marinai, mere&nbsp;<br>mosche ai margini della nave.<br>I patti si stringono, si rompono<br>e il rimpianto ci muove immotivato:&nbsp;<br>lacrime crinite d’ira, cretine,<br>scavano solchi sulle guance.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Blu ellittico</em></p>



<p>È freddo e i gabbiani, le mucche del cielo,<br>muggiscono, cercano cibo e sorvolano<br>l’acqua blu: allora penso alla neve.<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando penso sono sola.&nbsp;</p>



<p>Penso al mare, alle sue immense onde<br>onde piene di occhi che dicono<br>alle onde, cercate i morti perché<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;i morti non sono davvero morti.&nbsp;</p>



<p>Perché, è vero, il mare offre più di ciò che afferra<br>e stigma di morte non grava sull’uomo – il mare<br>concede ai morti una via di fuga: i gabbiani lo sanno<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;e scalpitano presso le stalle del cielo.</p>



<p>*</p>



<p><em>Madrigale verde</em></p>



<p>Vedi, il mio ospite è un albero:<br>cresce nonostante il dolore<br>le sfide e la difficoltà<br>di crescere.&nbsp;<br>È verde, è risoluto:<br>anche se respira angoscia<br>sprigiona pace, la pace della mente<br>e cresce e si muove&nbsp;<br>e cammina con verde tenerezza<br>lungo la terra:<br>cielo e sole sigillano il suo essere<br>come io vorrei fare con il tuo.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Coniglio accoppato</em></p>



<p>Sdraiato nel cristallino del crepuscolo<br>sono io il suo singolare difetto<br>e i suoi occhi, come stelle dimentiche,<br>si schiudono in una nebulosa distante anni luce.<br>Desiderano che il passato sia scuro come la notte<br>che il futuro sia piena luce e caritatevoli raggi.<br>Eppure so, per un sapere ancora arcano,<br>in qualche moto centrale del mio essere,<br>che tutto risorgerà, che tutto si volgerà<br>a me circondandomi, come gli anni luce&nbsp;<br>ruotano, invisibili, sul loro fuso di ghiaia.&nbsp;</p>



<p><strong>Lynette Roberts</strong></p>
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		<title>La via dell’annientamento. Su una poesia di Graves dedicata ad Alessandro Magno</title>
		<link>https://www.pangea.news/robert-graves-alessandro-magno-borges/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Oct 2024 03:50:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Magno]]></category>
		<category><![CDATA[Jorge Luis Borges]]></category>
		<category><![CDATA[mito]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Graves]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Durante una conferenza sulle Mille e una notte – a pagina 62 del libro che citerò tra poco – Jorge Luis Borges racconta “una leggenda che sono sicuro vi interesserà”. Alessandro Magno, il geniale condottiero macedone, dice Borges, “non muore a Babilonia a trentatré anni”. Arso da sublime inquietudine, Alessandro vaga verso Est, si affilia, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Durante una conferenza sulle <em>Mille e una notte</em> – a pagina 62 del libro che citerò tra poco – Jorge Luis Borges racconta “una leggenda che sono sicuro vi interesserà”. <strong>Alessandro Magno, il geniale condottiero macedone, dice Borges, “non muore a Babilonia a trentatré anni”.</strong> Arso da sublime inquietudine, Alessandro vaga verso Est, si affilia, come soldato semplice, a “guerrieri dalla pelle gialla e occhi obliqui”, “partecipa a battaglie in geografie a lui del tutto ignote”. Il grande re finisce infine per dimenticare se stesso. Un giorno tra tanti, ricevendo la paga per le sue doti d’obbedienza, si risveglia dal torpore: su una moneta è inciso il suo volto. “Questa è la medaglia che feci coniare per la vittoria di Arbela, quando ero Alessandro il Macedone”. Incenerito il proprio passato, torna ciò che è: “un mercenario tartaro o cinese o quel che sia”.</p>



<p>Borges – che parrebbe un contemplativo, un uomo stretto in una trincea di libri – amava gli uomini d’arme: la sua genia, da entrambi i rami, materno e paterno, conta militari d’alto rango, spesso morti sul campo, tra atrocità. <strong>Le vicende dei suoi avi, in parte e per enigmi, sono raccolte in un testo, <em>Biografia di Tadeo Isidoro Cruz</em>, che figura tra i meno citati de <em>L’Aleph</em>, il libro più noto di Borges. In quel racconto, tra l’altro, si narra di “Alessandro di Macedonia che vide riflesso il suo futuro di ferro nella favolosa storia di Achille”.</strong></p>



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<p>Borges era sedotto dall’ambiguità di Alessandro, condottiero spietato e femmineo, “che dormiva con l’Iliade e la spada sotto il cuscino”. Il libro come arma, il destino inscritto in un poema, una vita geroglifica – le mani nella forma della lettera omega – questo affascinava Borges. Che Alessandro Magno fosse il punto di congiunzione tra Oriente e Occidente, il “greco” che volle “diventare in parte persiano” ne decuplicava il magnanimo magnetismo.</p>



<p>Ma torniamo alla leggenda. Borges la racconta nell’estate del 1977, al Teatro Coliseo di Buenos Aires. <strong>“Questa memorabile invenzione”, dice, “appartiene al poeta inglese Robert Graves”.</strong> In effetti, in uno degli ultimi libri pubblicati in vita, <em>Atlas</em> (1984), miscellanea di ricordi, parabole, agnizioni, Borges ritorna sulla medesima leggenda, usando le medesime parole. Il brano, <em>Graves a Deyà</em>, narra del poeta – Graves, appunto – ormai vecchio, abulico, dimentico di tutto, circondato dai nipoti. “La moglie gli dava da mangiare col cucchiaio”. Borges spiega di aver ricavato la straordinaria leggenda di Alessandro Magno disertore di sé in una poesia pubblicata ne <em>La Dea Bianca</em>, il libro più folgorante di Graves. In realtà, ne <em>La Dea Bianca</em> non c’è traccia di tale leggenda.</p>



<p>Piuttosto, la stessa leggenda la leggiamo in un libro singolare pubblicato da Borges molti anni prima, nel 1953, insieme ad Adolfo Bioy Casares, <em>Racconti brevi e straordinari</em> (in Italia lo ha tradotto Adelphi, nel 2020; di pietrificante bellezza l’edizione di Franco Maria Ricci del 1973). <strong>Il testo, <em>Un mito di Alessandro</em>, cita “quel poema di Robert Graves in cui egli sogna che Alessandro il Grande non morì a Babilonia”;</strong> a firmare il cammeo è tale Adrienne Bordenave, autore de <em>La modification du Passé</em>. Naturalmente, autore e libro sono fittizi, pura finzione borgesiana. <strong>La poesia di Graves, però, è autentica ed è tra le più belle del suo vasto – e quasi sconosciuto, in Italia – canone. S’intitola <em>The Clipped Stater</em>, il poeta la accoglie in una raccolta del 1925, <em>Welchman’s Hose</em>.</strong> Il verso più potente recita, letteralmente, così: “Devo realizzarmi attraverso l’autodistruzione”. Ormai “divinizzato”, Alessandro si fa figlio del “Caos” e sceglie la latitanza; arruolato “come guardia su bastioni di ghiaccio”, lo vediamo mentre fissa “sconosciute leghe desertiche”, in una terra che pare la Cina. Il resto della leggenda la conosciamo; Borges – che scintilla nella sintesi – la racconta meglio di Graves.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="658" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/P8170048-658x1024.jpg" alt="" class="wp-image-101230" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/P8170048-658x1024.jpg 658w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/P8170048-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/P8170048-600x934.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/P8170048.jpg 694w" sizes="(max-width: 658px) 100vw, 658px" /></figure>



<p><strong>Il poeta aveva dedicato <em>The Clipped Stater</em> “All’aviatore 338171, T. E. Shaw”, che è il nome fittizio di Thomas Edward Lawrence;</strong> qualche anno dopo, nel 1927, gli dedicherà una tonante biografia, <em>Lawrence and the Arabs, </em>il suo primo libro di successo. I due – il poeta e l’avventuriero – litigheranno, Graves finirà per abiurare il mito, eliminando la poesia dai suoi libri.</p>



<p><strong>Nella figura di Alessandro egli intuiva, trasfigurata, l’ombra di T. E. Lawrence:</strong> il condottiero che avrebbe potuto essere re dei deserti e ricoprire alti ruoli istituzionali conferitogli da Churchill, aveva preferito la vita nuda del soldato, la ridda di nomi anodini, l’anemia anonimato, la via della spoliazione e dell’annichilimento. Eppure, una poesia, lo sappiamo, non lascia indenne il poeta che l’ha scritta e ha osato rinnegarla. Così Graves, ultimo discendente, per lignaggio, dei poeti-<em>ollam</em>, dei poeti-profeti, garanti dell’armonia del regno, ultimo erede del poeta-mago, del poeta-teurgo, finisce in disastro mentale, crepita nel crollo, dimentico di sé – un destino simile a quello del suo Alessandro.</p>



<p>Diverse sono le poesie dedicate ad Alessandro Magno: quella di Pascoli, <em>Aléxandros</em>, raccolta nei <em>Poemi conviviali</em>, è straordinaria. Nell’uomo che “piange dall’occhio nero come morte/ piange dall’occhio azzurro come cielo” avvertiamo un’inquietudine amica. Anche noi desideriamo un Oriente del cuore, vorremmo sconfinare oltre “il Fine, l’Oceano, il Niente”. Tuttavia, nessun poeta ha avuto l’ardire narrativo di Graves: ipotizzare che Alessandro, infine, riesca a conquistare Oriente – ma in foggia di ultimo e umile tra i soldati; slacciandosi dalla propria ottenuta divinità, lanciato nel nulla: ritornando niente. C’è qualcosa di cristico in questo svestirsi dei paramenti celesti, scegliendo la fame e l’umiliazione.</p>



<p>La conferenza in cui Borges fa riferimento a <em>The Clipped Stater</em> è raccolta <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845938962" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>in <em>Sette sere</em> (ora nella traduzione di Tommaso Scarano per Adelphi)</strong>:</a> che il vegliardo d’Argentina abbia voluto maculare le fonti, disorientando la bibliografia non è un caso. Il lettore deve avviarsi nel deserto, spoglio di idoli libreschi; il caos è il pungolo per rientrare in una meno avara armonia.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="766" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/Robert-Graves-1-766x1024.jpg" alt="" class="wp-image-101231"/><figcaption class="wp-element-caption">Robert Graves (1895-1985)</figcaption></figure>



<p>In un altro paragrafo del libro, in effetti, torna l’ossessione di Alessandro Magno. Secondo Borges, l’arte di narrare storie nasce per impulso del grande condottiero: “riuniva uomini della notte perché raccontassero storie che svagassero la sua insonnia”. Lo scrittore è un anonimo uomo della notte, è vero: ma ogni storia, insonne, non è mai innocua – si nutre del sangue che gli offre il lettore, il suo unico re.</p>



<p>**</p>



<p><strong><em>Lo statere deturpato</em></strong></p>



<p><em>(All’aviatore 338171, T. E. Shaw)</em></p>



<p>Alessandro il Grande era stato deificato<br>dalle orge sbracate della falange macedone<br>dal cupo gracidio di vaghi mondi di fresca conquista.<br>Chi avrebbe saputo ingollare tale orgoglio se non un dio?</p>



<p>Non volle dea sul trono, secondo l’antico rito:<br>era memore dei disastri che l’invidia<br>di Giunone aveva arrecato al consorte.<br>Taide era bella; si premurò di ignorarla.</p>



<p>Non si sarebbe allineato agli dèi comuni<br>nello stesso lignaggio di quelli dell’India o d’Egitto:<br>li aveva umiliati. Quanto a Giove suo padre: presto<br>lo scartò dal rispetto (come lui aveva fatto con Saturno).</p>



<p>E pensa: “Nessuna nota terra mi resiste<br>nessuna mia terra mi rinnega: mio<br>è il potere infinito, l’infinita sapienza.<br>Cosa possono sperare queste infinite mani?”</p>



<p>Una febbre scalcia nella mente di Alessandro<br>che medita: “Natura dell’onnipotenza<br>è infinita possibilità, infinito fine, potere<br>che deve comprendere i propri confini.</p>



<p>Finire è il fine dell’autentica divinità<br>misura che celebra la gloria di essere liberi.<br>Estremo mio scopo: annientarmi”.<br>Il concetto incendiò il suo spirito di conquista.</p>



<p>E preferì essere uomo. I jinn lo portarono<br>presso gente di gialla pelle, finora ignota:<br>se non li ho mai conosciuti, si dice, è la prova<br>che ho ormai dissipato le scorie della mia divinità.</p>



<p>In Macedonia dilaga la chiacchiera:<br>“Una febbre ha ucciso Alessandro, nostro<br>dio: i semidei si spartiscono i suoi enormi<br>domini”. Così, il dio Alessandro muore.</p>



<p>Ma Alessandro, l’uomo, quello che la gialla gente<br>ha scoperto nudo, vagabondo, con la spada sguainata<br>reca destino di straniero, riscattata morte.<br>Con gioia al giogo straniero si sottomette.</p>



<p>Arruolato tra le guardie di frontiera, vede<br>avvoltoi, prigioni, bande prese nella rete;<br>i capitani che non sopportano sovrano<br>e ritengono il suicidio una cruda viltà</p>



<p>lo addestrano alla nuova lingua e al mestiere<br>delle armi. Lui finge di imitarli, è felice<br>di imporsi limitazioni simili: i turni di guardia<br>lo vedono lì, mani e piedi immobili.</p>



<p>“Chi era tuo padre, amico?”. Risponde: “Giove”.<br>“E suo padre?” “Saturno”. “E il padre suo?” “Caos”.<br>“E il suo?”. Così Alessandro ammorba l’onore:<br>ogni uomo almeno dieci padri deve dimostrare.</p>



<p>Bastioni e bastonate, carestia e sete:<br>questo soffre, senza trama di grida<br>né lamento; mai il suo cuore investiga<br>nelle oscurità dei decreti divini.</p>



<p>Così si fa grigio masticando riso frugale<br>coriaceo sui contrafforti ghiacciati del forte:<br>fisse le cupe immensità del deserto<br>lucida acciaio e cuoio; gioca a dadi.</p>



<p>Non sogna l’Olimpo, non agisce<br>per ottenere ricchezze o promozioni;<br>sopporta la punizione: un giorno<br>ha osato chiamare “cane” un superiore.</p>



<p>Un giorno i compagni pretendono la paga<br>minacciano di ammutinarsi: “Non ci danno<br>denari dall’ultima incoronazione. Un terzo<br>di ciò che ci devono ci farebbe liberi”, dicono.</p>



<p>La paga arriva quando la speranza gela<br>benché ridotta rispetto ai patti.<br>La distribuisce il Tesoriere che si tiene<br>un terzo dell’argento e tutto l’oro.</p>



<p>Mani di ufficiali raspano nella borsa:<br>il capitano di frontiera, frustrato,<br>afferra gli ultimi spiccioli: per rispetto<br>rimette al suo posto le monete di scarso calibro.</p>



<p>Dicono alla soldataglia: “Scarsa paga è giunta.<br>Anticiperemo il vostro con le nostre scorte:<br>a ogni uomo della guardia vada un soldo d’argento<br>che restituirà appena ricevuto ciò che gli spetta”.</p>



<p>I soldati scalciano ghigni, ma la speranza<br>di un bicchiere li alletta e accettano.<br>Alessandro avanza verso la cassa, saluta<br>e indifferente afferra quell’elemosina.</p>



<p>La moneta è bucata, otturata con il bronzo<br>di quelle lande; un lato è raschiato fino a essere<br>invisibile. S’intuisce, tuttavia, un cranio, il segno<br>che un tempo era di generoso conio.</p>



<p>Alessandro, ora, riconosce in quel soldo<br>l’antico statere alessandrino, coniato<br>con i lingotti conquistati ad Arbela. Come<br>è finito tra quegli uomini dagli occhi curvi?</p>



<p>Un turbinio di dubbi lo tormenta, l’uomo<br>fantastica finché frusta lo punge e una voce<br>muggisce: “Figlio del niente, sei forse<br>insoddisfatto?”. Saluta ancora, si volta</p>



<p>incerto sul significato da conferire a quel segno.<br>Forse il suo onnipotente impero è ormai perduto?<br>Come può quello statere deturpato testimoniare<br>un regno che forse non è mai esistito? “Devo</p>



<p>rinnovare la mia divinità?”. Nulla, lo sa,<br>può mutare il corso del fato: così, Alessandro<br>spende il soldo per un pasto di pesce<br>e mandorle e torna rapidamente sui bastioni.</p>



<p><strong><em>Robert Graves</em></strong></p>
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		<item>
		<title>Quando alle Olimpiadi di Parigi gareggiavano poeti e artisti</title>
		<link>https://www.pangea.news/arte-e-poesia-alle-olimpiadi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Jul 2024 03:39:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[arte alle Olimpiadi]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele d&#039;Annunzio]]></category>
		<category><![CDATA[Henry de Montherlant]]></category>
		<category><![CDATA[Jack Yeats]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Olimpiadi]]></category>
		<category><![CDATA[Olimpiadi Parigi 1924]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Graves]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alle Olimpiadi di Parigi del 1924, un secolo fa, parteciparono due pesi massimi della letteratura occidentale: Henry de Montherlant e Robert Graves. Atleta naturale, Montherlant praticava il calcio – in porta –, amava sfidare i tori, eccelleva nella corsa. Nei cento metri, “una gara per idioti”, fatta in apnea, fece un tempo di undici secondi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Alle Olimpiadi di Parigi del 1924, un secolo fa, parteciparono due pesi massimi della letteratura occidentale: Henry de Montherlant e Robert Graves.</strong> Atleta naturale, Montherlant praticava il calcio – in porta –, amava sfidare i tori, eccelleva nella corsa. Nei cento metri, “una gara per idioti”, fatta in apnea, fece un tempo di undici secondi e mezzo, “sulla pista dell’ippodromo di La Courneuve, ma il tempo non fu omologato da un cronometrista ufficiale”. Come si sa, nella competizione ufficiale, il 7 luglio del 1924, presso lo Stade de Colombes – poi intitolato al rugbista Yves du Manoir – fu l’inglese Harold Abrahams a primeggiare, con un tempo di 10 secondi e 6 centesimi. Atleta di primo livello, aveva già partecipato alle Olimpiadi di Anversa, fermandosi ai quarti nella gara individuale, arrivando quarto nella 4&#215;100. Riuscì a battere il favorito, l’americano Jackson Scholz – che si sarebbe rifatto vincendo, due giorni dopo, i 200 metri – con una gara formidabile, eternata nel film olimpico per antonomasia, <em>Chariots of Fire</em>, di Hugh Hudson, che sbancò agli Oscar del 1982. L’anno dopo, Abrahams si ruppe la gamba durante una gara di salto in lungo: aveva 26 anni, l’incidente mutilò per sempre, all’apice, la sua carriera. Potatura violenta.</p>



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<p>Diverso lo stile di Eric Liddell: velocista naturale, sportivo per caso, figlio di missionari della chiesa congregazionalista scozzese, fu impegnato, per un tot, nel rugby. Un record ottenuto quasi per caso durante una gara amatoriale di atletica, gli garantì le inattese convocazioni all’Olimpiade parigina. Liddell rifiutò di gareggiare sui cento metri, perché la gara si disputava la domenica, il giorno votato a Dio; primeggiò nei 400 metri – record olimpico e aristocratico distacco di quasi un secondo da Horatio Fitch – piazzandosi terzo nei 200. Aveva 22 anni e, come si dice, una carriera davanti: non gliene importava nulla. L’anno dopo tornò in Cina, diventò insegnante e missionario, infine ministro del culto. Ebbe tre figli. Durante la Seconda guerra, fu internato in un campo dai giapponesi, dove morì, nel 1945; vista la fama, tentarono, con uno scambio di prigionieri, di salvargli la vita: Liddell preferì che al posto suo liberassero una donna incinta. A quel tempo, non contavano allori e statistiche, i palestrati del record: lo sport, di solito, premiava gli uomini.</p>



<p>Nonostante l’epos del film – passato in Italia come “Momenti di gloria” – non furono gli inglesi a primeggiare alle Olimpiadi del ’24. Dietro gli irraggiungibili americani (99 medaglie in tutto, di cui 45 ori) si piazzò la Finlandia – in virtù degli straordinari fondisti, guidati dal micidiale Paavo Nurmi, che conquistò cinque ori – seguita dalla Francia. Parteciparono 44 paesi e 3.089 atleti (di cui 2.954 maschi); quest’anno i Paesi in gara sono 206, oltre 11mila gli atleti, per metà donne.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="695" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/b8a926235a3e_w2560-695x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100460" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/b8a926235a3e_w2560-695x1024.jpg 695w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/b8a926235a3e_w2560-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/b8a926235a3e_w2560-600x884.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/b8a926235a3e_w2560.jpg 733w" sizes="(max-width: 695px) 100vw, 695px" /></figure>



<p>Ad ogni modo. Montherlant – 29 anni, già autore di <em>Le Songe</em> e di <em>La Releve du Matin</em> – partecipò alle Olimpiadi parigine nella sezione “Littérature” delle “Compétitions artistiques”. L’arte, alle Olimpiadi, fece la sua scomparsa nel 1912, durò sette edizioni, difformi nei ‘generi’, fino a Londra 1948. Le gare – per così dire – si dividevano in cinque grandi categorie: architettura, letteratura, musica, pittura, scultura. Una giuria, insindacabilmente, elargiva eventuali medaglie; per la musica, nel ’24, ad esempio, la giuria, di altissimi nomi – Béla Bartok, Igor Stravinsky, Gabriel Fauré… – decise che nessun autore era degno di alloro. Che l’arte venga decisa da una giuria, resa alle statistiche come una competizione qualunque può far storcere il naso: ad ogni modo, in questa particolare categoria, l’Italia è al secondo posto del medagliere complessivo, dietro alla Germania. Di norma, venivano premiati degli audaci sconosciuti – secondo il criterio del ‘dilettantismo’; ma chi conferisce a un artista la patente di ‘professionista’? –; <strong>nel 1920, ad esempio, a vincere l’oro nell’arte lirica fu il misconosciuto Raniero Nicolai, autore delle dimenticate <em>Canzoni olimpiche</em>:</strong> negli anni, pubblicò un <em>Elogio della vita</em> e un <em>Invito a ridere</em>, dal 1933 fu – per meriti sul campo, pardon, sul desco – capo ufficio stampa del Comitato olimpico italiano. Nel 1948, a Londra, per la sezione “epic works” fu il triestino <strong>Giani Stuparich a vincere l’oro</strong>, con il racconto <em>La grotta</em>, poi raccolto da Einaudi in <em>Il ritorno del padre e altri racconti</em> – durante la Prima guerra aveva ottenuto una medaglia d’altro lignaggio (ma forse non meno inutile), “al valor militare”.</p>



<p>Torniamo però alle Olimpiadi del ’24. <strong>Montherlant non ottiene alcun alloro; l’oro va al modesto Géo-Charles, redivivo Pindaro: il suo testo, apollineo, <em>Jeux olympiques</em>, viene pubblicato, per gli onori letterari, dalla NRF, nel 1925</strong> – poi se ne perde traccia. Quasi a mo’ di vendetta, Montherlant pubblica, invece, proprio nel ’24, per Grasset, il ciclo di odi <em>Les Olympiques. </em>Come sempre, siamo nei dintorni dell’inno marmoreo, iridescente per muscolarità. A tratti, tuttavia, si avverte l’ombra, l’avverata fine dell’era degli eroi, del più puro entusiasmo, come in <em>Vesper</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non è che silenzio e solitudine, ora, lo stadio. I riflettori sono spenti.<br>Le finestre dello spogliatoio sono mute, tutte. Qualcuno se ne va.<br>Resta soltanto il ragazzo, nel buio, che lancia il disco nel buio.<br>La luna sorge ma lui è solo. Questa è la sola cosa chiara.<br>Egli è solo. Solfeggia per sé solo una musica pura e perduta:<br>la sua fatica è inutile, la sua bellezza morirà domani.<br>Lancia il disco verso il disco lunare, ripetendo un antico rito<br>officiato dalla dea Madre, un cuore infante nello stadio.<br>Ed è solo – e nulla è mai stato così solo. E prega la sua<br>preghiera pura, perduta”.</strong></p>
</blockquote>



<p><em>Les Olympiques</em>, testo ancora inedito in Italia, godrà di diverse ristampe, fino a tempi recenti: Gallimard, nel 1943, ne cura un’edizione d’arte, con litografie di Charles Despiau.</p>



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<p>A proposito di miti olimpici e di dee madri: <strong>anche Robert Graves – l’autore de <em>La Dea bianca</em> e dei <em>Miti greci</em>, tra l’altro – ottiene scarso successo alle Olimpiadi.</strong> Vi partecipò poco meno che trentenne, forgiato dalla Prima guerra, con qualche libro alle spalle (in ambito poetico: <em>Country Sentiment</em>, 1920 e <em>The Feather Bed</em>, edito nel 1923 dalla Hogarth Press di Virgina Woolf). Al contrario, ottenne una clamorosa medaglia di bronzo l’irlandese Oliver St. John Gogarty, medico, senatore dello Stato Libero d’Irlanda, legato al Sinn Féin, poeta per diletto, noto per aver offerto a James Joyce lo spunto per il Buck Mulligan che furoreggia in <em>Ulysses</em>. In ambito pittorico l’argento premiò un irlandese d’altra fama, <strong>Jack Butler Yeats, fratello di William, il poeta, che l’anno prima delle Olimpiadi francesi aveva ottenuto il Nobel per la letteratura;</strong> Jack ottenne la medaglia con un quadro, <em>Natation</em>, di claustrale potenza: da tempo dipingeva i nuotatori nel Liffey, la gara che si teneva ogni anno a Dublino. In giuria, spiccava la presenza del grande pittore John Singer Sargent, di cui, per certi versi, Jack Yeats era un epigono.</p>



<p>La giuria olimpionica letteraria, quell’anno, invece, era guidata da Jean Richepin, accademico di Francia, poeta e drammaturgo ora tarlato dal tempo; un tempo, Editori Riuniti pubblicava un suo libro eccentrico, <em>Morti bizzarre</em>. Fu un intero ‘sistema’ letterario, a dire il vero, a mobilitarsi per le Olimpiadi parigine: nella giuria internazionale spiccavano i nomi di Paul Claudel e di Gabriele D’Annunzio. <strong>D’Annunzio, per altro, partecipò alle Olimpiadi di Stoccolma, nel 1912.</strong> Secondo le assurde motivazioni dei giudici, il premio andò, ex aequo, a due tedeschi, Georges Hohrod e Martin Eschbach, autori di una iper-retorica <em>Ode allo sport</em>. Dietro i nomi fittizi si nascondeva, invece, Pierre de Coubertin, il padre dei Giochi olimpici moderni. Alla faccia della correttezza. <a href="https://olympics.com/en/athletes/gabriele-d-annunzio" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il nome di D’Annunzio, comunque, compare tra gli atleti partecipanti </a>nell’immane portale delle Olimpiadi; come sempre, con viete precisazioni – “He is often seen as a precursor of the ideals and techniques of Italian fascism” – che rendono uno scarso servizio al genio: si ricorda la “controversa influenza sul fascismo italiano”, senza citare alcun suo libro.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="480" height="600" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/TheFeatherBed_001_1.jpg" alt="" class="wp-image-100461" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/TheFeatherBed_001_1.jpg 480w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/TheFeatherBed_001_1-240x300.jpg 240w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></figure>



<p>Nella scultura, <strong>la medaglia di bronzo andò al collo del figlio di Paul Gauguin</strong>, Jean-René, per un’opera intitolata <em>Le boxeur</em>.</p>



<p>Quasi subito si capì che una competizione nelle arti era paradossale. Un artista si impone al di là di un concorso pubblico, fa gara a sé – e con una violenza (contro se stesso e contro gli altri) inspiegabile agli sportivi. Il resto è ciò che si sa: il dominio dell’atletismo spinto ha spento l’idea dello sport come carisma; il cronometro ha sostituito il bel gesto, il record ha reso inutile la preghiera e la divinità; il sacro, come un sarto, ogni tanto infrange lo schema, scardinando le acquisite norme sportive. In quel caso, però, chiamiamo <em>uomo</em> tale miracolo: la sovrana sapienza nel soverchiare la necessità statistica. Nella bellezza del gesto tecnico, che va al di là del pensato, avvertiamo il brivido della divinità – gli occhi dell’atleta che trionfa hanno qualcosa di paradisiaco, la tigre blu che bruca quell’iride.</p>
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		<title>“Con tutta la bellezza intollerabile dei morti”. Alun Lewis, un poeta in guerra</title>
		<link>https://www.pangea.news/alun-lewis-poesie-guerra-crea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jan 2024 05:17:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Alun Lewis]]></category>
		<category><![CDATA[Annalisa Crea]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Graves]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda guerra mondiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Odi et Amo” è forse la più bella poesia di guerra mai scritta. Il bello – è vero – è ingiustificato e non ha agio di misura, non si installa in record. Eppure. Questa poesia ti si conficca nei timpani, scassa l’iride con chiodi di vetro. Impegnato sul fronte orientale, in India, il poeta vive [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>“Odi et Amo”</em> è forse la più bella poesia di guerra mai scritta. Il bello – è vero – è ingiustificato e non ha agio di misura, non si installa in record. Eppure. Questa poesia ti si conficca nei timpani, scassa l’iride con chiodi di vetro.</p>



<p>Impegnato sul fronte orientale, in India, il poeta vive un istante estatico: non è lui quello che imbraccia il fucile, nella selva sconvolta da cadaveri e da uomini in stato di belva. L’arma – per paradosso – pare una tiara: proprio lì, nel fetore della morte, il poeta scopre l’amore; <strong>proprio perché la Storia, il gergo dei dominatori gli impone di odiare, il poeta ama. “L’amore grida e grida in me”, scrive il poeta.</strong> Il tono della poesia non è ‘d’assalto’, ma classico, pago della propria rivelazione, fermo. Il riferimento, nel titolo, a Catullo indulge sui contorni di una poetica, certo – la ‘latinità’ della poesia in lingua inglese –; ma indica lo stile di un’etica: proprio nel regno dell’orrore, io amo. La <em>terra desolata</em> cantata da Eliot qui è “bosco guasto”; i voli dell’intelletto modernista, ora, lasciano luogo a corpi intrisi di sangue. L’ultimo distico è abbacinante:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“E i fiori dell’estate mi sbocciano sul capo<br>Con tutta la bellezza intollerabile dei morti”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Se dovessi pensare a un film, penserei a <em>La sottile linea rossa</em> di Terrence Malick – intimità tra le interiora, catabasi nell’anima mentre il corpo è tutto, è in esplosione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/AL-CP-cover-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98366" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/AL-CP-cover-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/AL-CP-cover-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/AL-CP-cover-600x900.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/AL-CP-cover.jpg 720w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p>La vita di <strong><a href="https://www.poetryfoundation.org/poets/alun-lewis" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Alun Lewis</a></strong>, dall’etimo di un fiammifero, è definita dal paradosso. Pacifista, è ritenuto – leggo da uno dei molti reperti biografici, questo è della Swansea University – “il più grande tra gli scrittori della Seconda guerra mondiale in lingua inglese”. Nato a Cwmaman, villaggio gallese prossimo a vasti giacimenti di carbone, il primo luglio del 1915, Alun Lewis cresce in una famiglia di insegnanti. Sviluppa quasi subito un deciso talento poetico, studia alla Aberystwyth University e a Manchester; dopo qualche tentativo come giornalista, si dedica, anche lui, all’insegnamento. Il viso è garante di un istinto alla commozione, pronto a una compassione energumena; c’è come una sfasatura, un eminente aldilà in quegli occhi; nel 1941 il poeta sposa Gweno Meverid Ellis, insegnante. L’anno dopo pubblica una raccolta di versi, <em>Raiders’ Dawin and other poems</em> e una serie di racconti, <em>The Last Inspection</em>, i soli libri pubblicati in vita.</p>



<p>L’opera del tempo lo tormenta: nonostante il denunciato pacifismo, la necessità di combattere i fascismi lo convince ad arruolarsi nei Royal Engineers; deciso a un impegno più importante entra tra i South Wales Borderers. Nell’ottobre del ’42 è destinato in India – vi approda in dicembre. <strong>“L’India suscita emozioni contrastanti nella mente del poeta: da un lato, è affascinato dall’induismo e dalla bellezza del paesaggio, dall’altro la povertà e le sofferenze del popolo indiano lo squassano”.</strong></p>



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<p>A Coonoor, nel Tamil Nadu, è ospitato per un periodo di riposo dalla famiglia Aykroyd, insieme ad altri soldati. Aalun Lewis scrive poesie mentre segue un corso organizzato dall’intelligence dell’esercito. Si innamora di Freda Aykroyd, dando all’amore il senso irreparabile dell’effimero. A Karachi riprenderà l’addestramento nei ranghi dell’Intelligence, in cui pare dimostrare doti di eccellenza. <strong>Inviato in Birmania nel 1944 per contrastare le forze dell’esercito imperiale nipponico, il poeta muore, “in un misterioso incidente”</strong> <a href="https://warpoets.org/conflicts/world-war-ii/alun-lewis-1915-1944/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(così la nota della “War Poets Association”). </a>Alun Lewis viene trovato riverso, con un colpo di pistola alla testa, presso le latrine degli ufficiali. Si era preparato di tutto punto, recava l’arma in mano. Sono le cinque e mezza del 4 marzo. Secondo una breve nota della Treccani – che andrebbe modificata – <a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/alun-lewis/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il poeta “morì in combattimento”</a>; secondo l’esercito inglese – guidato, in quel contesto, dal colonnello Cresswell – si sarebbe trattato di un incidente. Impossibile dichiarare in guerra la morte di un alto soldato per suicidio. Così muore, contraffatto fino all’ultimo, il poeta, contorsione esegetica del respiro.</p>



<p>Postuma, nel 1946, esce la raccolta più nota di Alun Lewis, <strong><em>Ha! Ha! Among the Trumpets</em>, introdotta da Robert Graves. </strong>È quasi un passaggio di testimone tra il grande poeta sopravvissuto alla Prima guerra e il discepolo, sconfitto nel cuore dalla Seconda. Un denso epistolario, iniziato nel 1941 – custodito alla Wales National Library tra gli “Alun Lewis papers” – testimonia l’amicizia tra Lewis e Robert Graves, patriarca della lirica inglese, instancabile cercatore di uomini e di miti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/il_fullxfull.5512534039_pekg-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98367" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/il_fullxfull.5512534039_pekg-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/il_fullxfull.5512534039_pekg-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/il_fullxfull.5512534039_pekg-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/il_fullxfull.5512534039_pekg-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/il_fullxfull.5512534039_pekg-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/il_fullxfull.5512534039_pekg-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/il_fullxfull.5512534039_pekg.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Poeta ‘di guerra’, qui presentato per la prima volta in Italia <strong>nella traduzione di Annalisa Crea</strong> – che con le nostre edizioni si è già cimentata con le poesie ‘di guerra’ di Drieu La Rochelle – Alun Lewis ha poco da spartire con i cosiddetti “War Poets” della Prima guerra mondiale, onorati in Westminster. Là c’era un mondo di massacri da narrare ‘in presa diretta’, per la prima volta; la carneficina conferiva ai versi l’arditezza del granatiere. Qui la guerra di massa, la calca-cloaca mondiale non è una novità: il poeta ha una compostezza chirurgica, il pianto bendato nel pudore; uomo di dolori, lava il corpo morto dei propri commilitoni perché il cadavere abbia odore di rosa; non urla la morte, ne custodisce il segreto; s’incarica dell’altrui morte. La guerra non ha reso Alun Lewis un poeta: gli ha affinato lo sguardo, conferendo alle mani la benedizione del cecchino, l’ampiezza di una stella.</p>



<p>La Seconda guerra pare impossibile da ‘rappresentare’: la folta massa di documenti, l’impero fotografico rendono l’arte bidimensionale al cospetto del sangue, del macello, iniqua, falsa. Il romanzo ne sfiora i contorni, al dettaglio; il cinema ha messo il conflitto sul tavolo di casa, in un florilegio di più o meno miracolati eroi e storie da copertina. I quadri appaiono, lì, in terra di bombe, incongrui, quasi blasfemi. La poesia, ancora, a pieni sorsi dice il crisma umano da Ilio a Burma.</p>



<p>Nel corso dei decenni, sono state pubblicate le lettere del poeta, alla moglie (<em>Letters to My Wife</em>, 1989) e a Frieda (<em>A Cypress Walk</em>, 2006) oltre a diversi studi biografici (<em>Aulan Lewis. A Life</em> di John Pikoulis è uscito nel 1991; <em>Alun, Gweno &amp; Freda</em>, sempre di Pikoulis, nel 2015). I testi pubblicati in questa pagina sono tratti dai <em>Collected Poems</em> (a cura di Cary Archard, Seren Books, 1994).</p>



<p>Dell’India, Alun Lewis amava la giungla – il luogo del poeta.</p>



<p>***</p>



<p><strong>Prologo: L’arrotino</strong></p>



<p>Niente da arrotare? Rispondi, allora, e andrò.<br>Chi ha tornito la creta del sole?<br>Chi ha mondato la candida neve?<br>Chi è il demiurgo che si cela? Tu taci, tu non sai.</p>



<p>Poiché non rispondi, io radunerò<br>Le masserizie di tua proprietà<br>E le molerò per amor loro<br>E altre ragioni che non capirai.</p>



<p>Arroto le parole come lame sugli eventi<br>In cui, ambulante di ronda, m’imbatto.<br>Ma il moto vorticoso della cote intralcia<br>Il nitido tratteggio del vero che si svela.</p>



<p>Ho usato la mia forza per cercare la visione,<br>E contro lei lottare come il vecchio Giacobbe;<br>E a lungo ho patito per tracciare con rigore<br>L’esistenza nella sua innata nudità.</p>



<p>Ma perché avere a grado un arrotino di parole?<br>I suoi ombrelli consunti e i suoi coltelli ottusi,<br>Il tornio di fortuna – chi mai avrà caro<br>Un lacero girovago tra tante grette vite?</p>



<p><em>Chi ha tornito la creta del sole? Il sole è tramontato.</em><br><em>Chi ha mondato la candida neve? Il pendio è immacolato.</em><br><em>Va’ e arrota anche se nulla è rimasto da molare&nbsp;</em>&#8211;<br><em>Mal te ne colga se le tue faville non scaldano la notte.</em></p>



<p>*</p>



<p><strong>L’alba degli incursori</strong></p>



<p>Sommessamente cadono<br>I secoli civili,<br>Carta su carta,<br>Pietro su Paolo.</p>



<p>E gli amanti che si destano<br>Dal fondo della notte –<br>Padroni dell’eterno,<br>Schiavi del Tempo –<br>Solo riconoscono<br>Il candido fluttuare<br>Di piccoli volti che cadono<br>In buche di calce viva.</p>



<p>Una collana azzurra<br>Su una sedia bruciata<br>Dice che la Bellezza<br>Fu sorpresa lì.</p>



<p>*</p>



<p><strong>La sentinella</strong></p>



<p>Ho iniziato a morire<br>Poiché infine ora so<br>Che non c’è scampo<br>Dalla Notte. Non un sogno<br>Né immagini ansanti del sonno<br>Sfiorano i miei occhi di pipistrello. Io pendo<br>Arido come cuoio dal tetto nascosto<br>Della Notte, e insonne<br>Sorveglio la provincia del Sonno.<br>Ho lasciato<br>Gli amabili corpi del giovane, della giovane<br>Stretti in un abbraccio indisturbato;<br>E ho lasciato<br>I vicoli ameni del sonno<br>Che gli amanti percorrono scalzi fino a questa<br>Gelida sponda del pensiero che sorveglio.<br>Ho iniziato a morire<br>E il silenzio crudele dei fucili<br>È il mio interim nero, la mia età, la gioventù,<br>Nel fiore della furia, il papavero chiuso,<br>La Notte.</p>



<p>*</p>



<p><strong>“Odi et Amo”</strong></p>



<p>I</p>



<p>Toccarono forse le dita<br>La musica più dolce sulle membra<br>E sulle sembianze dell’amore<br>Le cui note si sciolsero in quiete, nella<br>Quiete del cuore nel petto immacolato?</p>



<p>Gli occhi ansiosi del dolore<br>Sopportarono le stigmate<br>Del Cristo che è in noi, la piaga<br>Violacea della storia che in noi sanguina ancora?</p>



<p>I lombi trovarono nella passione<br>La sostanza del divino e nella foga<br>La fiamma che radunò l’eterno<br>Dentro le vie lattee della notte?</p>



<p>E le mani e gli occhi e i lombi<br>Non giurarono all’inizio del calvario<br>Di sopportare ciecamente, strenuamente<br>Con tutta la fede indefessa dell’uomo</p>



<p>L’angoscia lacerante della nascita<br>Che non si può evitare e della morte<br>Che deve morire, e della pace<br>Che fu sulle prime vagheggiata?</p>



<p>II</p>



<p>Il mio corpo non sembra il mio<br>Ora. Queste mani non sono le mie<br>Che toccano la molla del grilletto, né i miei occhi<br>Intenti su un bersaglio umano, né la mia guancia<br>Poggiata sul calcio del fucile; i miei lombi<br>Sono piatti e stretti come quelli di un bambino.</p>



<p>III</p>



<p>Eppure in questa selva intrisa di sangue e follia<br>Dove uomini lupo giacciono adusti e bruniti<br>E i cadaveri riposano contro i tronchi degli alberi<br>E le radici dell’amore si torcono scure</p>



<p>Come serpi fin dentro la terra bruciante;<br>In questo bosco guasto ove nessuno sente<br>I canti amorosi d’Ofelia<br>E le risa di Lear,</p>



<p>La mia anima grida il suo amore<br>Per tutto ciò che freme e nuota e vola.<br>Dai monti, dal cielo,<br>Dagli abissi dell’oceano<br>L’amore grida e grida in me.</p>



<p>E i fiori dell’estate mi sbocciano sul capo<br>Con tutta la bellezza intollerabile dei morti.</p>



<p>*</p>



<p><strong>A un compagno d’armi</strong></p>



<p>Stolto dal pelo fulvo, mio allegro compagno,<br>Che un amore di donna celavi<br>Ed una follia d’uomo,<br>Che oltre spingevi la ronda<br>In cerca d’un altrove più vicino,<br>La polvere delle trincee<br>Coprirà infine il tuo volto<br>Come le vesti di Cristo.</p>



<p>Stolto dal pelo fulvo, mio allegro compagno,<br>Che simboli mistici celavi<br>Di pane spezzato da mangiare<br>E rami di palma da offrire,<br>Con quale nemico farai la tua pace<br>Questa estate che è persino più crudele<br>Dell’antico Dio dei Giudei?</p>



<p>Quando nelle tue nari sciameranno le api<br>E il miele stillerà dai tuoi occhi<br>Cavi oggi ancora vivi e accesi<br>D’amore frustrato,</p>



<p>Che voto faremo noi che ti amammo<br>Per ciò che eri e non avevi a cuore?</p>



<p>*</p>



<p><strong>Post-Scriptum: per Gweno</strong></p>



<p>Se io dovessi andare,<br>Amore mio, non dire:<br>«Lui mi ha dimenticata».<br>Poiché, lo sai, dimori<br>Garrula costola nel mio fianco sognante;<br>Sempre persisti.<br>E giù nella valle tribolata e folle<br>Là dove allignano fame e sangue<br>E la Morte la bestia è brada e indomata,<br>L’anima nostra resiste al terrore<br>E stringe il suo silenzioso onore<br>Al lume di stelle cui tu desti il nome.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Una separazione</strong></p>



<p><em>Lei:</em></p>



<p>Nei suoi occhi morii<br>Le sue mani mi fecero a nuovo<br>Le sue labbra foggiarono le mie.</p>



<p>La luna morta chiama all’armi il mare<br>Ma le onde si levano e si frangono;<br>Il loro moto è un atto<br>Di fede e fallimento.</p>



<p><em>Lui:</em></p>



<p>Il cuore giace sul fianco<br>E duole spasmodicamente;<br>Il cuore è un fardello per le mani<br>Che dolgono del pari.</p>



<p>Le mani sanno scordare</p>



<p>Ma che fare del cuore in ambasce<br>Che cerca negli anfratti della Notte<br>Ciò che le mani han scempiato?</p>



<p>*</p>



<p><strong>Fanteria</strong></p>



<p>Di giorno nulla chiedono questi uomini, e obbediscono;<br>Masticano gallette dietro una pietraia;<br>Violenze e privazioni infestano ogni interstizio,<br>L’inverno è una ragazza dentro le loro ossa.</p>



<p>Infine padroneggiano il gambetto dello spirito,<br>Con levità ragionano di vita e di morte,<br>Raggricciano ogni angoscia in un dolore sordo<br>Troppo assillante per strappare un tremito.</p>



<p>Dividono il rancio di ferro della Vita,<br>A passo leggero marciano, sopportano i primi freddi,<br>Il vuoto del mezzodì, il nulla della notte<br>Sul cui mercato nero vengono smerciati;<br>Silenti si dispongono ai posti di battaglia.<br>La sacra unzione del rum rinfranca i titubanti.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Il milite ignoto</strong></p>



<p>Tutto è durato fino ad oggi.<br>Come un re di velluto lui lo fissa.<br>Una maschera floscia alla Velázquez,<br>Silenzio ai lati della bocca vizza,<br>Vitrei e sguarniti gli occhi, gualcita la fronte.<br>Tutto è distante adesso.</p>



<p>Tutti i giorni sono un cumulo d’ira sopra l’oggi.<br>Dormono i sensi, tranne una scintilla che folle<br>Salta lo squarcio tra i suoi occhi<br>E invoca – non un secolo opulento,<br>Né il riscatto terreno dell’anima –<br>Ma un sorso d’acqua della mia borraccia.<br>Che cosa vale l’anima per lui?<br>È durato più di tutto quanto.</p>



<p>Tace la liturgia fallace della gioia.<br>Domani e domani non hanno dimora<br>In mezzo agli oceani di pioggia, di pace<br>Che sono i lineamenti del suo viso spento.<br>A lui non ha più accesso l’io misero<br>Umiliante, né gli amici le cui<br>Sensuali persuasioni destarono per prime<br>La fragile effusione che questo giorno estingue.<br>Bandisce il mezzano, il signore e il buffone.</p>



<p>E impotente sul trono il re ingrigito<br>Più non s’aggrappa a ciò che sta morendo.<br>Ha abbandonato tutto quanto.<br>Velázquez, chiudili tu quegli occhi dolenti da cane.</p>



<p><em>*La scelta e la traduzione delle poesie di Alun Lewis sono di Annalisa Crea</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/alun-lewis-poesie-guerra-crea/">“Con tutta la bellezza intollerabile dei morti”. Alun Lewis, un poeta in guerra</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Il grido di trionfo dopo la lotta”. Sull’antica poesia d’Irlanda</title>
		<link>https://www.pangea.news/antica-poesia-irlanda-kuno-meyer/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2023 05:26:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[antica poesia irlandese]]></category>
		<category><![CDATA[Irlanda]]></category>
		<category><![CDATA[Kuno Meyer]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Graves]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando Kuno Meyer, nel 1911, per Constable &#38; Company, a Londra, pubblica Selections from Ancient Irish Poetry sa di compiere un gesto, per così dire, politico. Contro “l’ignoranza degli storici inglesi che scrivono senza conoscenza diretta delle fonti”, contro la loro “ingerenza”, l’accademico ribadisce la grandezza della cultura irlandese, il primato della poesia d’Irlanda: “Lentamente, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quando Kuno Meyer, nel 1911, per Constable &amp; Company, a Londra, pubblica <strong><em>Selections from Ancient Irish Poetry</em> sa di compiere un gesto, per così dire, <em>politico</em>. </strong>Contro “l’ignoranza degli storici inglesi che scrivono senza conoscenza diretta delle fonti”, contro la loro “ingerenza”, l’accademico ribadisce la grandezza della cultura irlandese, il primato della poesia d’Irlanda:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Lentamente, si sta riconoscendo in circoli sempre più ampi che la letteratura volgare dell’antica Irlanda è la più primitiva e originale tra le letterature dell’Europa occidentale”.</strong></p></blockquote>



<p>Cosa vuol dire? Che secondo Kuno Meyer l’Irlanda è una enclave lirica che non ha subito “la potente influenza denazionalizzante di Roma”, a differenza dei “Galli romanizzati” e della “Gran Bretagna occupata dalle milizie romane”. Perfino il monachesimo irlandese testimonia la vivacità autoctona della cultura d’Irlanda, legata a “un cristianesimo che proviene dalla Britannia, non direttamente da Roma e che forgia una Chiesa distante dal centro d’influenza romano, tagliata fuori dal resto della cristianità, che si sviluppa intorno a idee nazionali”. Cinque anni dopo, nel 1916, l’insurrezione di Dublino, la morte di James Connolly, la repressione nel sangue: preludio alla Guerra d’indipendenza.</p>



<p>Accademico tedesco, nato ad Amburgo il 20 dicembre del 1858, Kuno Meyer si era specializzato in filologia celtica a Edimburgo e a Lipsia; accoglierà l’incarico all’università di Liverpool. Pioniere degli studi celtici, traduce in inglese corrente <em>La visione di Mac Conglinne</em> (1892), l’<em>Immram Brain</em> (1894), il <em>Cáin Adomnáin </em>(1905). L’antologia dell’antica poesia d’Irlanda, <em>Selections from Ancient Irish Poetry</em>, è il suo capolavoro: non ha un impianto accademico, è un libro di lettura. Finalmente, per tutti, in una lingua aggraziata, non priva di ispirazione, è possibile leggere <em>I lamenti di Deirdre</em>, gli antichi canti religiosi irlandesi, le memorabili odi sulla natura – come l’immane <em>Song of the Sea</em>: “Quando il vento scatta da Nord, ispira onde/ feroci, in lotta contro/ il cielo immane/ mentre ascoltiamo i sussurri delle streghe” –, le profezie dei bardi, gli strazianti canti d’amore – il <em>Liadain e&nbsp;Curithir</em>, ad esempio – gli apoftegmi di re Cormac, che, assemblati, costituiscono un rustico libro dei proverbi trapiantato in terra d’Irlanda. I testi – di cui traduciamo un rapido florilegio – hanno spesso una bellezza marziale; il libro diventò una specie di manuale identitario: l’indipendenza d’Irlanda era giustificata dall’indipendenza culturale, dall’intraprendenza lirica, secolare.</p>



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<p>Il lavoro di Kuno Meyer era preparato, per così dire, da una serie di fenomeni nati parallelamente ai suoi studi: nel 1893 nasce la Gaelic League (<em>Conradh na Gaeilge</em>), l’anno prima era stato fondato il <em>Gaelic Journal</em>; intorno a William B. Yeats, che nel 1888 aveva raccolto i <em>Fairy and Folk Tales of the Irish Peasantry</em>, si sviluppa la cosiddetta “Irish Renaissance”. Per avere una idea del lignaggio poetico, per così dire, che ha fondato la cultura irlandese bisogna leggere <em>La Dea Bianca</em> di Robert Graves:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Gli antichi Celti facevano un’accurata distinzione fra il poeta, che in origine era anche sacerdote e giudice e la cui persona era sacrosanta, e il semplice menestrello. Il primo in irlandese era chiamato <em>fili</em>, veggente… Persino i sovrani erano soggetti alla sua autorità morale”.</strong></p></blockquote>



<p>Kuno Meyer non riuscì ad assistere ai disordini irlandesi: durante la Grande Guerra si trasferirà presso la Columbia University. Un discorso filo-tedesco, tenuto nel 1914, lo rese ostile ai britannici; fu dichiarato non gradito a Dublino e a Cork, gli levarono la cattedra onoraria di studi celtici a Liverpool. Fu lentamente riabilitato: Douglas Hyde, primo presidente della Repubblica d’Irlanda, lo dichiarò “una delle personalità più autenticamente amabili che abbia mai conosciuto, un vero innamorato dell’Irlanda”.</p>



<p>Kuno Meyer era morto a Lipsia, nell’ottobre del 1919: la vita americana gli pareva impossibile. Quattro anni prima, in California, ricoverato in seguito a un incidente ferroviario, conobbe Florence, ventisettenne dal carattere volitivo, di cui si innamorò. Si sposarono, pochi giorni dopo il loro incontro. Non riuscì a fare ritorno nell’amata Irlanda.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/64730-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94669" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/64730-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/64730-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/64730-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/64730-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/64730-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/64730-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/64730.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>***</p>



<p><strong><em>Antica poesia irlandese</em></strong></p>



<p><em>Il canto dell’eremita</em></p>



<p>O Figlio del Dio vivente, antico, eterno Re,<br>non desidero che una piccola capanna<br>confitta nel deserto: che sia la mia dimora.</p>



<p>Una piccola grigia allodola al mio fianco<br>una pozza di acqua limpida per pulire<br>i peccati tramite la grazia del Santo Spirito.</p>



<p>Non troppo distante, un bosco, vasto,<br>per curare gli uccelli dalle mille voci<br>e dar loro riparo se ne hanno bisogno.</p>



<p>Calore dal volto meridionale<br>e un ruscello tra gli erbosi, terra<br>che sappia donare piante.</p>



<p>Pochi uomini di buon senso, umili<br>e obbedienti per pregare il solo Re:<br>sei coppie per pregare il solo Re, il nostro sole.</p>



<p>Una chiesa semplice, dimora rivolta al Dio<br>del cielo: candele che splendono<br>sopra il bianco purissimo delle Scritture.</p>



<p>Vesti e cibo sufficienti per dedicare<br>le mia vita al Re: pregare Dio<br>in silenzio, Lui, che è ovunque.</p>



<p>*</p>



<p><em>Terrore vichingo</em></p>



<p>Questa notte il vento è duro:<br>l’oceano ha i capelli bianchi.<br>Questa notte non temo soltanto<br>i feroci guerrieri di Norvegia<br>che solcano il mare d’Irlanda.</p>



<p>*</p>



<p><em>Il merlo</em></p>



<p>Ah, merlo, soddisfatto<br>del tuo nido tra i cespugli:<br>eremita senza bastone<br>dolce, delicato, pacifico<br>è il tuo canto.</p>



<p>*</p>



<p><em>Il canto di Crede, figlia di Guare</em></p>



<p><em>Durante la battaglia di Aidne, Crede, la figlia di re Guare di Aidne, vide Dinertach degli Hy Fidgenti, giunto in aiuto di Guare con diciassette ferite nel corpo. Si innamorò di lui, che fu sepolto nel cimitero della chiesa di Colman.</em></p>



<p>Frecce che uccidono il sonno<br>ad ogni ora della gelida notte:<br>pene d’amore ad ogni ora del giorno<br>per il desiderio dell’uomo di Roiny.</p>



<p>Amore enorme per un uomo di terra straniera<br>venuto da me al di là di ogni circostanza:<br>la mia fioritura ha carpito, nessun colore<br>mi è rimasto – non mi dà riposo.</p>



<p>Più dolce del canto il suo dire<br>perpetua adorazione al Re dei Cieli:<br>rogo di gloria, nessun orgoglio sulle sue<br>labbra: compagno speciale per una donna.</p>



<p>Ero una bambina timida<br>che mancava gli appuntamenti:<br>ma questa è la mia età ribelle –<br>eppure, l’audacia mi ha ingannata.</p>



<p>Ogni bene mi è dato da Guare<br>il sovrano del gelido Aidne:<br>ma la mia mente, su quel prato,<br>si è allontanata dal popolo.</p>



<p>Inno sul prato della gloriosa Aidne<br>intorno ai lati della chiesa di Colman:<br>fiamma gloriosa scomparsa in una tomba:<br>Dinertach era il suo nome.</p>



<p>Il cuore, impietosito, soffre:<br>che razza di sorte mi è toccata<br>frecce che uccidono il sonno<br>ad ogni ora nella notte gelida.</p>



<p>*</p>



<p><em>Dalle Istruzioni di Re Cormac</em></p>



<p>“O Cormac, genia di Conn, quali erano le tue abitudini da ragazzo?”, disse Carbery.</p>



<p>“Facile dirlo”, disse Cormac.</p>



<p>“Ascoltavo i boschi<br>fissavo le stelle<br>cieco per ciò che concerne i segreti<br>silente nei deserti<br>loquace in mezzo ai tanti<br>mite nell’aula dell’idromele<br>duro in guerra<br>generoso con gli alleati<br>ho curato i malati<br>caritatevole coi deboli<br>forte coi potenti<br>non ho tramutato la saggezza in arroganza<br>non ho voltato l’intimità in sopruso<br>ho preferito evitare promesse vane<br>non mi avventuro negli eccessi<br>da ragazzo non ho deriso gli anziani<br>da eroe non sono stato presuntuoso<br>non sparlo di chi è assente<br>all’accusa e al rimprovero prediligo la lode<br>non sono uno che chiede, ma che dona –</p>



<p>grazie a questa pratica i giovani diventano guerrieri, vecchi e regali”.</p>



<p>“O Cormac, genia di Conn: qual è la cosa più brutta che hai visto?”, disse Carbery.</p>



<p>“Facile dirlo”, disse Cormac: “I volti dei nemici mentre siamo in rotta”.</p>



<p>“O Cormac, genia di Conn: qual è la cosa più dolce che hai provato?”, disse Carbery.</p>



<p>“Facile dirlo”, disse Cormac:</p>



<p>“Il grido di trionfo dopo la dura lotta<br>la gloria che segue alla fatica<br>e giacere sul cuscino di una dolce ragazza”.</p>



<p>“O Cormac, genia di Conn: come puoi distinguere le donne?”, disse Carbery.</p>



<p>“Facile dirlo”, disse Cormac:</p>



<p>“Le compagne che si mutano in granchi<br>altezzose durante gli incontri<br>impossibili quando sono trascurate<br>consigliere civettuole<br>avide di averi<br>dal volto rivelatore<br>salde nell’odio<br>litigiose in mezzo agli altri<br>dimentiche dell’amare<br>scaltre nelle alleanze<br>abituate alla calunnia<br>testarde nelle liti<br>a cui non puoi confidare un segreto<br>chiassose nella gelosia<br>elaborano qualsiasi scusa<br>geniali nella calunnia<br>sprezzanti verso i giusti<br>cupe e implacabili<br>virili nella lotta<br>patetiche mentre ascoltano una musica<br>lussuriose a letto<br>arroganti e false<br>godono dell’ira altrui<br>non sono prodighe<br>malsopportano i viaggi<br>sono sorde all’istruzione<br>fatue in società<br>schiave delle raffinatezze<br>languide, chiacchierone<br>eloquenti nella vanità:<br>beato chi da loro non si fa avvincere!<br>devono essere temute più del fuoco<br>temute più delle bestie feroci:</p>



<p>è bene guardarsi da loro, non fidarsi<br>meglio calpestarle che accarezzarle<br>meglio schiacciarle che adorarle:<br>sono onde che ti affogano<br>rogo che ti incenerisce<br>armi che ti feriscono<br>tenaci come falene<br>astute come serpi<br>fiotti di tenebre nella luce<br>crudeli tra i buoni<br>tra i cattivi, le peggiori”.</p>



<p>“O Cormac della genia di Conn: qual è la cosa peggiore per il corpo di un uomo?”, disse Carbery.</p>



<p>“Facile dirlo”, disse Cormac: “Stare seduti troppo a lungo, stare sdraiati troppo a lungo, e troppo a lungo in piedi; sollevare cose pesanti, sforzarsi oltre il limite delle proprie forze, correre troppo, saltare troppo, cadere di frequente, dormire con la gamba oltre la sponda del letto, fissare i tizzoni ardenti, bere troppa birra nuova, mangiare troppa carne di toro, cibo secco, alzarsi troppo presto, stare al freddo o al sole, bere e mangiare troppo, dormire troppo, troppo peccare, gridare contro il vento, asciugarsi al fuoco, smuovere la cenere, nuotare a stomaco pieno, dormire supini, scatenarsi in modo insensato”.</p>



<p>“O Cormac, genia di Conn, dimmi come comportarmi tra i saggi e gli stolti, tra gli amici e gli sconosciuti, tra i vecchi e i ragazzi, tra i giusti e i malvagi”, disse Carbery.</p>



<p>“Facile dirlo”, disse Cormac:</p>



<p>“Non essere troppo saggio né troppo sciocco<br>non essere troppo presuntuoso né troppo diffidente<br>non essere troppo superbo né troppo umile<br>non essere troppo loquace né troppo silenzioso<br>non essere troppo duro né troppo morbido.</p>



<p>Se sei troppo saggio da te ci si aspetterà molto<br>se sei troppo sciocco, sarai ingannato<br>se sei troppo presuntuoso ti giudicheranno molesto<br>se sei troppo umile non otterrai onori<br>se parli troppo non ti ascolterà nessuno<br>se stai troppo in silenzio non sarai considerato da nessuno<br>se sei troppo duro verrai spezzato<br>se sei troppo debole sarai schiacciato”</p>
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		<item>
		<title>“Io e il mondo siamo estranei”. Laura Riding, un prodigio</title>
		<link>https://www.pangea.news/laura-riding-ritratto-testi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jun 2022 04:12:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Riding]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Graves]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Certo, c’è la storia della finestra, ma la sua intelligenza, come dire, era una cattedrale, un Leviatano punteggiato da diecimila porte, il re defenestrato. Nata nel gennaio del 1901 a New York City, Laura Reichenthal – il cognome tradisce genia ebraica: il padre, Nathaniel, era sbarcato dalla Galizia polacca – si faceva chiamare Laura Riding, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Certo, c’è la storia della finestra, ma la sua intelligenza, come dire, era una cattedrale, un Leviatano punteggiato da diecimila porte, il re defenestrato. Nata nel gennaio del 1901 a New York City, Laura Reichenthal – il cognome tradisce genia ebraica: il padre, Nathaniel, era sbarcato dalla Galizia polacca – si faceva chiamare <strong><a href="https://www.carcanet.co.uk/cgi-bin/indexer?owner_id=623" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Laura Riding</a></strong>, per un tratto si era firmata Laura Riding Gottschalk, con il cognome del marito. Storico di talento – esperto in Rivoluzione Francese, autore di diversi studi sul Marchese di La Fayette –, Laura aveva scelto (perché in questa storia è sempre lei, con virilità senza bivio, a scegliere) di sposare Louis R. Gottschalk neanche ventenne. L’aveva conosciuto alla Cornell University, se l’era divorato: divorziarono nel 1925.</p>



<p>Nel frattempo, <a href="https://www.poetryfoundation.org/poets/laura-riding-jackson" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il genio lirico di Laura Riding era esploso.</a> Fu pubblicata su “The Fugitive”, la rivista organizzata da Allen Tate insieme a Robert Penn Warren e a John Crowe Ransom. La sua originalità sorprese tutti: la dissero “la scoperta dell’anno”; Robert Fitzgerald – poeta e giornalista di peso, traduttore, tra l’altro, di Sofocle, Omero, Virgilio – perfezionò la lode: “Di tutte le poesie contemporanee che conosco, queste sono le più ardite, le più personali, le più pure”.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="415" height="648" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/9780520213944.jpg" alt="" class="wp-image-91353" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/9780520213944.jpg 415w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/9780520213944-192x300.jpg 192w" sizes="(max-width: 415px) 100vw, 415px" /></figure>



<p>Non è poetessa semplice, Laura Riding: in lei agisce l’arte della sprezzatura, una sintesi senza sintassi, lo stigma di un’intelligenza nobile, a volte barbarica, che non cede alle moine del lettore. Alcuni – James Atlas ad esempio – riconobbero in lei una parentela con Emily Dickinson. Paul Auster – in <em>Truth, Beauty, Silence</em>, 2005 – la ritiene</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“una delle forze preponderanti dell’avanguardia internazionale: nell’età in cui la maggior parte dei poeti comincia a trovare una propria lingua, lei era completa, matura&#8230; In poesia, cerca in qualche modo di strappare la pelle del mondo, di scorticarlo, per trovare uno spazio assoluto, inattaccabile, nel fervore di una ricerca metafisica senza quartiere né requie”.</strong></p></blockquote>



<p>Dietro il viso docile, dagli occhi ampi, la mascella come una voliera di veli, Laura Riding celava corvi, l’intransigenza di un intelletto pervicace, atroce, l’avvenenza della virago, come diceva Geoffrey Phibbs, poeta irlandese cascato tra le sue grinfie. Laura lo obbligò a vivere insieme al suo nuovo amante, Robert Graves, e la moglie, Nancy Nicholson, nello stesso appartamento, a Londra. L’esito del ménage, appunto, lo redige la finestra. Il 27 aprile del 1929 la Riding si getta dalla finestra di casa Graves, salvandosi dopo lunga degenza ospedaliera; l’episodio fece scandalo, e Graves, disarmato, mollò la moglie per lei. La congiunzione tra la Riding e Robert Graves si consuma a Deià, a Maiorca, e produce grandi cose: tra l’altro, una rivista, “Epilogue”, e una casa editrice, la Seizin Press, che pubblicò Gertrude Stein, Len Lye, James Reeves; Laura, autentica Lilith, riuscì a fare, scrivere, disfare.</p>



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<p>L’idillio, dopo un certo viavai – dal ’36, con lo scoppio della guerra civile spagnola, la coppia vaga tra Inghilterra, Francia, Svizzera; nel ’39 si sposta negli Stati Uniti, in Pennsylvania – sfiorì. Nel 1928, in un saggio di cartesiana complessità, <em>Anarchism Is Not Enough</em> (ripreso e commentato, nel 2011, in un’edizione curata dalla University of California Press), Laura Riding ragiona sulla pochezza del linguaggio, sui suoi grigi compromessi. Tutto, in lei, mira alla rottura delle forme e delle formule consolidate, all’estremismo concettuale. Laura Riding, creatura impossibile, non accetta nulla, tutto passa al setaccio di un pensiero spietato. Stufa di Graves, lo molla, sposandosi, nel 1941, con Schuyler B. Jackson: si stabilì a Wabasso, Florida, non senza – è ovvio – criticare, con violenza, il suo antico amante. Di fatto, disse che il capolavoro di Graves, <em>La Dea Bianca</em>, era opera sua, “Per quando riguarda la Dea Bianca: è un’improvvisazione, scolastica, retorica, fraudolenta, di Robert Graves, in una cornice pretenziosa e ornamentale, rubata, di fatto, dai miei scritti e dal mio pensiero sulla poesia, la donna, la realtà cosmica, la storia delle concezioni religiose”. Graves non replicò: nel 1950 si era sposato con Beryl Hodge, collezionò otto figli; Laura restò vedova nel ’68.</p>



<p>Per un tot, pubblicò moltissimo. La raccolta dei <em>Collected Poems</em> edita da Random House nel 1938 conta quasi 500 pagine. Poi, mollò tutto, era nel suo stile. Arrivò al punto da ritenere la poesia insignificante e i letterati inutili. Dal 1940, non scrisse più versi. Molti anni dopo, in pubblico, disse che:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“All’inizio degli anni Quaranta presi la drastica decisione di rinunciare alla poesia: vedevo ostacoli inamovibili nel realizzare in pieno la potenza del linguaggio, nel tracciare tramite il linguaggio umano ciò che intendo per ‘stile della verità’. Vedete, il mio lavoro sul linguaggio si accompagna a uno sguardo che dalla poesia e dalla letteratura dilaga verso l’intera scena umana, storica, odierna, per giungere alla percezione che è del tutto insoddisfatta la responsabilità che gli esseri umani hanno di raccontare la sola storia del loro essere e del mondo”.</strong></p></blockquote>



<p>Ogni tanto usava lo pseudonimo Madeleine Vara, che pare Beatrix Kiddo: non sarebbe insolito immaginare la Riding con una katana. Morì nel 1991, poco dopo aver ricevuto il Bollingen, che prima di lei era andato a Ezra Pound, a Allen Tate, a Robert Frost, a Robert Penn Warren e a John Ashbery. Sapeva smarcarsi da tutto – figuriamoci ritirare un premio, a novant’anni, poi&#8230;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="600" height="800" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/6071-square.jpg" alt="" class="wp-image-91354" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/6071-square.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/06/6071-square-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>



<p>***</p>



<p><strong>L’anarchia non basta</strong></p>



<p>Il linguaggio è una forma di pigrizia; la parola è un compromesso tra ciò che è possibile esprimere e ciò che non lo è. Per questo, esprimersi, in sé, è uno stadio di pigrizia, pura indolenza. La causa dell’espressione è un’incompleta capacità di capire e di comunicare: intelligenza distribuita in modo diseguale. Il linguaggio non lima questa diseguaglianza, la accetta, e, più che altro, realizza una media matematica tra intelligenze diverse. I gradi estremi dell’intelligenza, così, sono ignorati: eppure, sono i più importanti.</p>



<p>La prosa è la matematica dell’espressione. La parola è una convenienza numerica, una formula per far convivere gli sconosciuti in uno spazio che accomuna chi sa e chi non sa. La parola in prosa non distribuisce intelligenza; si limita a dichiarare la diseguaglianza, dunque, come espressione, non è reale, è cifra vuota.</p>



<p>La poesia è il tentativo di dare al linguaggio qualche cosa di più; di metterlo in moto; di seminare intelligenza per mezzo della parola. Se vi riesce, il problema della comunicazione scompare&#8230; La distribuzione deve avere luogo all’interno dell’intelligenza stessa. La prosa elude il problema, produce equazioni sciatte, banali, che paiono risolte proprio perché sono inesatte. La poesia lo affronta di continuo e, di norma, va incontro al fallimento. Ma anche se fallisce, almeno è al cuore del problema, che non tratta come una difficoltà del pensare, ma come pensiero.</p>



<p>*</p>



<p>Il solo progetto produttivo è ripudiare il progetto, devastarlo. Il risultato di ogni progetto è la risoluta distruzione di colui che progetta: non puoi aggiungere nulla; tutto è ed è fatto. Energia che tenta di dare senso e di aumentare la somma numerica delle cose realizzate, spesso si ritorce in sé, irritante, inutilizzabile. Il fine di una presunta felicità provoca una inattesa, imprevedibile infelicità. L’energia consapevole dell’impossibilità di costruire è dedita a un’ordinata dissipazione, allo spreco di sé: ecco l’approccio più prossimo alla felicità. Infelicità senza progetto e felicità architettata significano anarchia. L’anarchismo non basta.</p>



<p>*</p>



<p><strong>La primavera ha molti silenzi</strong></p>



<p>La primavera ha molti suoni:<br>pattini graffiano il pavimento, macinando polvere.<br>Gli uccelli ritagliano l’aria in brevi melodie.<br>Il vento dimentica di essere occasione metereologica<br>e sussurra antichi aforismi estivi.<br>Il mare si allunga<br>scricchiola dolcemente, si rompe le ossa&#8230;</p>



<p>La primavera ha molti silenzi:<br>i germogli slegano il loro segreto<br>dal senso remoto<br>i boccioli non dicono nulla.</p>



<p>Ci sono cose che nemmeno il vento può tradire.<br>La Terra mette un dito sulle labbra<br>e allenta il suo moto, inquieto, cauto&#8230;</p>



<p>Non meravigliarti<br>se sto in silenzio<br>la notte di aprile è al tuo fianco.</p>



<p>La primavera è fitta di silenzi.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Sì e no</strong></p>



<p>Lungo un continente immaginario<br>che non poi scoprire ora<br>su questo pianeta del tutto interpretato<br>non esistono più candidati affidabili<br>ahimè –</p>



<p>Corre una bestia non zoologica<br>priva di fato e di fatti<br>intacca la sua epopea privata<br>contro tutte le parodie<br>della cronaca anatomica.</p>



<p>Né vista né invisibile<br>esiliata dalla notte senza giorno<br>ha mai volato a terra<br>dalla fantasia alla luce<br>nello spazio, per sostituire<br>la morte mai inscritta?</p>



<p>I minuti scintillano dentro e fuori<br>vengono e vanno, dentro e fuori<br>uno per uno, da niente a nessuno,<br>ciò che sappiamo è ciò che non sappiamo.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Io e il mondo</strong></p>



<p>Non è esattamente ciò che intendo<br>non più che dire: il sole è il sole.<br>Come comprendere con più precisione<br>se il sole splende appena approssimato?<br>Che mondo difficile!<br>Quanto sono ostili i sensi!<br>Forse è questo il senso<br>di ciò che levita in sapienza.<br>Eppure credo che io e il mondo<br>viviamo come estranei, e così moriamo –<br>amore crudo, che dubita su cosa<br>ci sia poi da amare nell’altro.<br>No, è bene che entrambi restiamo<br>abbastanza sicuri di ciò che siamo –<br>con esattezza io, con esattezza il mondo<br>senza mai incontrarci per scambiare una parola.</p>



<p><strong><em>Laura Riding</em></strong></p>
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		<title>“L’anima era sola”. Robert Graves: la poesia, il triangolo, il film</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Nov 2021 05:34:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Gli inglesi hanno problemi col sesso. La nota Wikipedia in lingua dedica 30 righe alla Literary career di Robert Graves, e 24 rimestando intorno alla sua Sexuality. L’equilibrismo è un poco sbilanciato, sbilenco, se contiamo che la bibliografia di Graves conta una quarantina di raccolte poetiche, una ventina di romanzi, una cinquantina di saggi, tra [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Gli inglesi hanno problemi col sesso. La nota Wikipedia in lingua dedica 30 righe alla <em>Literary career</em> di Robert Graves, e 24 rimestando intorno alla sua <em>Sexuality</em>. L’equilibrismo è un poco sbilanciato, sbilenco, se contiamo che la bibliografia di Graves conta una quarantina di raccolte poetiche, una ventina di romanzi, una cinquantina di saggi, tra cui un testo memorabile e, per così dire, ‘seminale’ – <em>La Dea Bianca</em>, abbecedario poetico di tanti, tra cui va menzionato Ted Hughes –, le raccolte dei miti greci e dei miti ebraici, di vastissimo successo, e una traduzione piuttosto riuscita delle <em>Rubʿayyāt </em>di Omar Khayyam. Bello, oxfordiano – come l’amico T.E. Lawrence, di cui scrisse, nel 1927, una biografia celebrata, <em>Lawrence and the Arabs</em> –, reduce della Prima guerra, Graves fu nominato nove volte al Nobel per la letteratura: il ’66 pareva il suo anno – aveva alle spalle il Pen Club londinese – ma il premio <em>maximo</em> andò al duo Nelly Sachs-Shmuel Yosef Agnon. Eppure, la mirabile enciclopedia digitale, col gusto – vigorosamente <em>english</em> – di guardare al microscopio sotto le mutande dei grandi, ci avvisa che “Robert Graves era bisessuale”, che la mamma “gli proibiva di parlare di sesso”, elencando i suoi innamoramenti, da ragazzino; frequentava una scuola di soli maschi. Piuttosto, viso apollineo, naso virile, pare fosse insaziabile a letto, Graves: ha avuto otto figli dalle due mogli, Nancy Nicholson, artista di talento, da cui divorzia nel 1949 (che gli dà Jennie, David, Catherine e Sam), e Beryl Pritchard, più giovane di vent’anni, vigorosamente bella (che partorisce William, Lucia, Juan e Tomás). <a href="https://www.pangea.news/robert-graves-ava-gardner/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Si vociferava di una relazione tra il poeta e Ava Gardner</strong>;</a> come si sa, Graves, uomo dall’energia dirompente, aveva fatto della sua dimora a Deià, a Maiorca, una specie di rifugio per artisti vaganti, per esteti di una poetica panica, dalla dissipata voluttà. Lui, il gran maestro, autore di poesie presto canonizzate e di romanzi dalla fama cesarea –<em> Io, Claudio, Belisario, Jesus Rex, La figlia di Omero</em> – finì delirante, nel precipizio della demenza. Delicato per prossimità – avevano quasi gli stessi anni, e una comune maestria nel sondare l’ignoto – il ricordo che Jorge Luis Borges ne fa in quel libro tardo, <em>Atlante</em>. “Immobile anziano&#8230; ormai fuori dal tempo e dalle cifre del tempo”, Graves continuava a morire, “circondato dalla moglie, i suoi figli, i suoi nipoti”. <strong>Non vedeva, non sentiva, non parlava: “l’anima era sola”: “La moglie gli dava da mangiare col cucchiaio e tutti erano assai tristi e in attesa della fine”.</strong></p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-88047 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/11/robert-graves-not-dead-219x300.jpg" alt="" width="357" height="489" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/robert-graves-not-dead-219x300.jpg 219w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/robert-graves-not-dead-747x1024.jpg 747w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/robert-graves-not-dead-768x1053.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/robert-graves-not-dead.jpg 875w" sizes="(max-width: 357px) 100vw, 357px" /></p>
<p>L’episodio cardinale accadde però molti anni prima. Nel 1925 Graves conosce Laura Riding: ebrea, americana, poetessa, venticinquenne. Hanno una relazione potente, condivisa con la moglie di Graves, Nancy. Il poeta porta tutta la famiglia al Cairo, dove è invitato a insegnare letteratura inglese: il ‘triangolo’ è fatto. Dal 1928, ritornati in UK, nel mucchio selvaggio si aggiunge Geoffrey Phibbs, poeta irlandese, che va in estro per la Riding – Graves amava, pure, guardare. Lei, esasperata d’amore, tenta il suicidio, a Londra, nel ’29: a quel punto Graves lascia la famiglia, vaga tra Maiorca e Usa con Laura, portandosi dietro, come alleato in licenziosità, Phibbs. La torbida trama – gli inglesi, appunto, sono assatanati di sesso – <a href="https://elpais.com/cultura/2021-11-03/robert-graves-mas-alla-de-yo-claudio.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>è al centro di un film, <em>The Laureate</em>, appena uscito negli altri mondi (qui ne parla “El Pa</strong><strong>ís”),</strong></a> con Tom Hughes che fa Graves, Laura Haddock che interpreta la di lui moglie, Nancy, e Dianna Agron nei panni di Laura Riding. Pur introdotto nell’aureo catalogo Adelphi (che pubblica, dopo che altri li hanno pubblicati, <em>Addio a tutto questo, La Dea bianca, L’urlo</em>), Robert Graves in Italia non passa. Le raccolte poetiche – <em>I poeti sono uomini</em> e <em>Lamento per Pasifae</em>, edite da Guanda – sono dimenticate da tempo, altro non si traduce. Robert Graves era lo “scrittore preferito” di Orson Welles, e la lapide che lo ricorda, a Deià – il corpo era stato incenerito, dato agli oceani – porta inscritto “Poeta”.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-88048 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/11/page_1-212x300.jpg" alt="" width="386" height="548" /></p>
<p>**</p>
<p><strong>Il bacio</strong></p>
<p>Sei scosso, sei sconvolto?<br />
Da un’eco d’amore<br />
parola che incanta<br />
il tempo cessa di muoversi<br />
fino al fermo occhio grigio<br />
di lei, che dilata un cielo<br />
e la nuvola dei capelli<br />
vortica come un temporale?</p>
<p>Le labbra che hai baciato<br />
mutano in ghiaccio e fuoco<br />
candida nebbia che arde<br />
annienta il desiderio:<br />
tutto torna all’origine<br />
si dissolve in acqua, aria, terra<br />
il Primo Potere si muove<br />
tra vuoto e vacuità.</p>
<p>È amore? No, Morte, piuttosto,<br />
passione, grido grave,<br />
ispirazione abissale,<br />
alone del respiro – ruggito<br />
e quando svanisce<br />
resti nella tua menzogna<br />
senza speranza, senza vita<br />
cruda carne, delirio d’ossa.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-88049 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/11/71-DY1kaHCL-195x300.jpg" alt="" width="355" height="547" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/71-DY1kaHCL-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/71-DY1kaHCL-85x130.jpg 85w" sizes="(max-width: 355px) 100vw, 355px" /></p>
<p><strong>La rinascita</strong></p>
<p>Il grasso bianco si assottiglia, è bronzo<br />
le braccia inermi sono sbarre di ottone, ora,<br />
hanno imparato a soffrire, a vivere nel candore<br />
e a contemplare le stelle.</p>
<p>Hanno limato il cuore limitrofo alla ragazza<br />
raffinato nell’orgoglio dell’uomo<br />
imparano cos’è uno scannatoio<br />
anche se una donna gli urla dentro –</p>
<p>Imparano a saltare la trincea,<br />
a perimetrare la corsa<br />
a pugnalare con la baionetta<br />
una cosa sola con i guerrieri.</p>
<p>Sulla rocca di Achi Baba le loro ossa<br />
imbiancano le Fiandre<br />
dai loro gemiti<br />
rinasce la poesia.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Due fucilieri</strong></p>
<p>Infine, abbiamo finito con la guerra?<br />
Siamo stati entrambi diavoli fortunati,<br />
non c’è bisogno di perdono o giuramento<br />
per intricare la nostra amicizia<br />
con cose concrete<br />
il nodo della vicinanza.</p>
<p>Siamo stati legati al legno, al palo, al filo<br />
di Fricourt e di Festubert,<br />
alla pioggia incessante, al sole che scatta,<br />
alla miseria e al canto,<br />
alla primavera,<br />
nel fango di Picard.</p>
<p>Mostrami due così congiunti<br />
quanto noi, nell’avido legame del sangue,<br />
da un’amicizia che sboccia nella melma<br />
sigillata dalla Morte: l’abbiamo sfidata<br />
l’abbiamo scovata<br />
Bellezza in Morte<br />
tra i morti, il singulto.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Un Valentino</strong></p>
<p>Dal cacciatore al cortigiano dei campi<br />
tutto omaggia il principio dell’amore,<br />
dedito alla legge di amare<br />
il fantasma uccide chi medita.<br />
Lasciami abbracciare, abbracciandoti,<br />
la bellezza di altre forme e tinte,<br />
strane grazie che scintillano, ma nessuna<br />
supera la candela del tuo sole;<br />
la tua mano mi chiama<br />
tra immagini ignote.<br />
Sorride il perdono: ogni spettro luminoso<br />
si getta nella gloria dell’amore e si perde<br />
cede la risoluta superbia<br />
in omaggio, perfino, al suicida.</p>
<p><strong><em>Robert Graves</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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