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	<title>Oriente Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Mon, 05 Jan 2026 04:47:57 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Il dio decollato. Ipotesi intorno a un’icona</title>
		<link>https://www.pangea.news/dio-decollato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jan 2026 05:13:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Buddha]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno degli oggetti più sconcertanti del Mao, il Museo di Arte Orientale di Torino, è una specie di scapolare tibetano costruito con ossa umane. Le ossa sono levigate e istoriate con estrema cura: i soggetti, a tratti microscopici, alternano scheletri a scene di arditi amplessi, con donne dal potente petto. Insomma, la vita &#38; la morte, [&#8230;]</p>
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<p>Uno degli oggetti più sconcertanti del <strong><a href="https://www.maotorino.it/it/">Mao, il Museo di Arte Orientale di Torino</a></strong>, è una specie di scapolare tibetano costruito con ossa umane. Le ossa sono levigate e istoriate con estrema cura: i soggetti, a tratti microscopici, alternano scheletri a scene di arditi amplessi, con donne dal potente petto. Insomma, la vita &amp; la morte, il sempiterno ciclo di nascita, copula, tomba. Il “paramento rituale” viene indossato durante la danza <em>cham</em>; quello custodito al Mao, sgargiante, è del XVI secolo. Non è un caso che l’abbiamo esposto poco lontano da due armature di samurai giapponesi, coeve. Si tratta pur sempre di una iniziazione alla transitorietà del tutto, di un addestrarsi a morire. Delle armature, per altro, sono sorprendenti i nastri: così lievi, rosei, adatti, semmai, all’abito di uno sposo. Già: sposalizio con la morte. </p>



<p>*</p>



<p>Non deve stupire la presenza del Mao a Torino, città enigmatica quant’altre mai: si pensi al Museo Egizio. Le Alpi, ovunque, bianche, le fauci di un dio carnivoro, fanno pensare agli eremiti conficcati nelle grotte dell’Himalaya. Il Po non è poi così lontano dal Nilo, dal Gange – la livrea, da belva in catene, è la stessa.&nbsp;</p>



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<p>*</p>



<p>Ciò che sorprende, piuttosto, sono i Buddha del Vietnam e del Laos, di venerabile magrezza. Sono esposti in una sala affrescata del secentesco Palazzo Mazzonis. Alle spalle del Buddha in oro – del XVII secolo, è vero, ma potrebbe essere di un millennio fa, potrebbe meditare di fronte a un mammut, pare senza tempo, senza lignaggio, senza legge – si spalanca un panorama italiano, con giardino, ville, fiumi; dall’altro lato, alle spalle del Tathāgata, sboccia una ninfa o una qualche fanciulla allegoria. L’<em>estraneità</em>&nbsp;non stride perché un maestro è sempre estraneo al mondo.</p>



<p>*</p>



<p>Dall’India alla Cambogia, dalla Cina al Giappone: Buddha cambia volto – è sempre lo&nbsp;<em>stesso</em>? L’icona di Cristo è diversa in Spagna, a San Paolo, a Mosca, a Erevan, può darsi, ma i caratteri prevalenti, efficaci, sono eguali. Da un lato il corpo evapora; dall’altro, crocefigge. Nel cristianesimo tutto è corpo: Cristo è Cristo; apparso nel tempo, sovrasta i tempi. Nel buddhismo, Buddha puoi essere tu.&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/IMG-20260102-WA0010-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-105949" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/IMG-20260102-WA0010-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/IMG-20260102-WA0010-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/IMG-20260102-WA0010-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/IMG-20260102-WA0010.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Una delle più potenti raffigurazioni<a href="https://www.maotorino.it/it/archivio-catalogo/testa-di-buddha-9/"> del Buddha viene dal Pakistan, IV secolo. </a>Al di là dei lobi – emblema della rinuncia alle ricchezze del mondo – il volto, severo, efebico, feroce nel compatire, enorme, sembra quello di un augusto. Sembra la raffigurazione di Alessandro Magno in forma di Illuminato. D’altronde, il Gandhāra è il luogo favolistico in cui la Grecia si fonde con l’India e l’Ilisso sfocia nell’Idaspe; il Macedone realizza il mito di Dioniso alla conquista d’Oriente, scortato dai leopardi.&nbsp;</p>



<p>Se Siddharta estingue le passioni rinunciando, Alessandro le esaurisce conquistando – ogni suo gesto è compiuto come un sovraccarico, un esito che va al di sopra dell’uomo. Accumulando ricchezze, Alessandro se ne spoglia – di sé, lascia spoglie.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Della mostra in atto al Mao, di Chiharu Shiota, che dicono bravissima, m’interessa pochissimo – tranne la pratica in cui si è adoperata, che prevede digiuni, estenuanti fino alla visione, camminate nella neve, lavori nel fango. Non altro è arte che realizzare il proprio gesto supremo, unico, indefettibile – addestramento, destrezza. Quello è. Che&nbsp;<em>piaccia</em>&nbsp;o meno poco importa, purché&nbsp;<em>sia</em>.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Bisogna inoltrarsi nel piano dedicato all’Asia meridionale e del Sud-est asiatico, in un antro che può pure passare inosservato, però, per assistere al miracolo. <a href="https://www.maotorino.it/it/archivio-catalogo/buddha-acefalo-in-samadhi/">Un Buddha in meditazione –&nbsp;<em>samādhi</em>&nbsp;–, tratto dall’arenaria, nel VII secolo, acefalo e con un braccio mozzato. </a>La mano destra, mutila, sorretta dalla sinistra, ha la dignità di un cranio – pare una ciotola: esiste miglior rappresentazione dell’offerta? L’opera viene dal Vietnam; le gambe del Buddha, incrociate, sembrano fondersi, sembrano le radici attorcigliate di una pianta.&nbsp;</p>



<p>Non so perché, ma questa statua acefala mi sembra la perfetta icona della maestria, dell’ascesa. È vero, per ascendere al cielo bisogna&nbsp;<em>perdere la testa</em>; ma cosa ce ne facciamo di un maestro spirituale decollato, di cui non sono riconoscibili i tratti? Eppure, è in questa privazione, in questa assoluta assenza di identità il tratto principale di un maestro.&nbsp;<em>Io sono tu</em>, sembra dirci il maestro – non è orrendo un dio senza testa?</p>



<p>*</p>



<p>È vero, nostra è la tradizione del&nbsp;<em>decollato</em>. Il Battista è la levatrice di Gesù; suo è il cranio che levita nel vassoio. Eppure, la testa decapitata di Giovanni – riprodotta in innumeri modi – ne denuncia l’importanza<em>capitale</em>. La testa decapitata di Giovanni è come la testa decapitata di Orfeo che, rotolando nel fiume Ebro, continua, ebbra, a cantare l’amore per Euridice. Proprio perché è decapitata, la testa assume un sovrappiù di potenza, di&nbsp;<em>presenza</em>, di identità. Si può dire che una testa esiste davvero quando è decapitata – il corpo, mero stelo, ne è il resto, di cui si può fare a meno, senza rammarico.&nbsp;</p>



<p>Provate a guardare&nbsp;<em>L’apparizione</em>, la potentissima opera di Gustave Moreau: la testa di Giovanni appare a mezz’aria, allucinata; il sangue si confonde con la luce, che accerchia, a raggera, il sant’uomo, lo raggela. Il corpo è corazza inutile; il corpo, crisalide del cranio, deve estinguersi perché la testa, quintessenza dell’uomo,&nbsp;<em>accada</em>. Deve cadere, la testa, per fiorire.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/IMG-20260102-WA0012-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-105950" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/IMG-20260102-WA0012-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/IMG-20260102-WA0012-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/IMG-20260102-WA0012-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/IMG-20260102-WA0012.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Così, il corpo del Nazareno può essere falciato, flagellato, mutilato, reso amorfo, reso invertebrato, ma il cranio no – la testa di Cristo, pur ferita, è sempre riconoscibile: dalla corona di spine sboccerà un’aureola, un’aiuola d’astri.</p>



<p>*</p>



<p>Decapitare una statua, cancellare il volto di Gesù o dei santi, è blasfemia, vilipendio della sacra icona, vile atto perpetrato da furia iconoclasta. Delle spoglie la parte più preziosa è la testa, che dell’uomo serba tutti gli attributi. La testa ghigliottinata finisce in un cesto; il corpo è dato ai cani.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Quanto ci confortano i Crocefissi rosi dal tempo, rovinati dai maldestri – i Crocefissi senza braccia, senza gambe – i Crocefissi mutili, immoti in quella vedovanza d’arti. Il Cristo-tutto-torso; il Cristo-tutto-volto, che dice, con inequivoca chiarezza, della nostra infermità.</p>



<p>*</p>



<p>Eppure, è proprio lì, nell’immagine del dio decollato che sento, misteriosamente, un’affinità con Dio. Come se al praticante non fosse concesso neanche il rifugio del viso, neanche il tempio delle labbra, il mausoleo degli occhi. A che pro&nbsp;<em>conservare i tratti</em>&nbsp;se sono irrintracciabili? Quale figlio può nascere da un genitore senza testa?&nbsp;</p>



<p>Il corpo, sudario del volto, è leggerissimo – sembra di assistere alla lenta sparizione del dio. Mentre sussurra, sostituiscimi, mettiti qui, il dio ha fatto la muta, è già altro. Il dio decollato, il dio-tutto-corpo, tutto spalle, è lì per sorreggerti – issati su di lui, come si va su un’altalena.</p>
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		<title>Contro il tempo. Il manuale marziale di Valerio Zecchini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Aug 2025 03:53:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[James Brooke]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Caddeo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Io non sono un uomo, sono dinamite” Friedrich Nietzsche&#160; Ci vuole coraggio a leggere&#160;Valerio Zecchini, onestà intellettuale, capacità di ragionare trasversalmente, di confrontarsi criticamente e in solitudine con se stessi, consapevolezza della provvisorietà di certi giudizi e della insussistenza della “nera scienza catalogale”, avanguardistica brama demolitoria, voluttà di cieli e di fango, vocazione per la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“Io non sono un uomo, sono dinamite”</em> </p>
<cite><em>Friedrich Nietzsche&nbsp;</em></cite></blockquote>



<p>Ci vuole coraggio a leggere&nbsp;<strong>Valerio Zecchini</strong>, onestà intellettuale, capacità di ragionare trasversalmente, di confrontarsi criticamente e in solitudine con se stessi, consapevolezza della provvisorietà di certi giudizi e della insussistenza della “nera scienza catalogale”, avanguardistica brama demolitoria, voluttà di cieli e di fango, vocazione per la provocazione e per la tradizione vivente, che trascende i suoi stessi dogmi, i luoghi comuni.&nbsp;</p>



<p>Con questo spirito e rassegnati financo a non condividere affatto alcune delle sue tesi, è possibile esperire l’essenza di un libro che è molto più di un reportage sulle orme di un poco noto fondatore di Stati quale è stato il carismatico James Brooke. La silloge di articoli, interviste e poesie&nbsp;<a href="https://pendragon.it/catalogo/produzione-varia/varia/james-brooke-e-altre-storie-dall-oriente-estremo-detail.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>James Brooke e altre storie dall’Oriente estremo</em>, edito da Pendragon nel 2025</strong>&nbsp;</a>e introdotto da Gabriele Marconi, sulla carta prende difatti le mosse dalla enigmatica, succitata figura per poi discostarsene conservandone per così dire la tendenza alla esplorazione, a tratti sonnambolica, labirintica e surreale, di luoghi fisici e metafisici, delle emozioni, delle culture, delle arti, del pensiero.&nbsp;<strong>L’idea di partire da James Brooke, ovvero dal cattivo della saga salgariana di Sandokan e ispiratore di&nbsp;<em>Lord Jim</em>&nbsp;di Conrad, ha qualcosa di libertario.</strong> Brooke, ancora oggi celebre nel mondo anglosassone e pressoché sconosciuto in Italia, non fu infatti soltanto un individuo benestante di sangue inglese nato in India da un funzionario della Compagnia delle Indie Orientali e un ufficiale della marina britannica, ma un rajah bianco che governò in autonomia ed estese lo Stato del Sarawak fondando nella città dei gatti (Kuching) una vera propria dinastia (1841-1946). Brooke realizzò anche un originale esperimento politico che non si ridusse alla guerra contro i pirati malesi e i cercatori di teste avendo invece come principio fondamentale il coinvolgimento dei nativi (“ideologia dell’imperialismo umanitario”); dotato di “semangat” (“coraggio fisico, carisma, forza spirituale”), fu pure un elegante libertino; un omosessuale amante come Pasolini di giovani in un tempo in cui l’adolescenza, scrive Zecchini, non era stata ancora inventata; un artista, se accettiamo di annoverare tra le arti quella della vita. E in fondo l’idea secondo cui l’arte e la vita siano una sola cosa e che dunque, sprofondando talvolta nell’abisso di abbandonate strade e parole, si debba forgiare l’esistenza come un’opera, è il retroterra di molte delle riflessioni di Zecchini, il quale è primariamente – potremmo dire alla Wagner “totalmente” – un artista (non a caso fondatore, col compianto Dario Parisini e Luca Oleastri, del post-avanguardistico progetto poetico-sonoro&nbsp;<em>Post Contemporaney Corporation&nbsp;</em>nonché artefice nel 2024 dell’evocativo, visionario, corrosivo, esoterico e a dir poco provocatorio album<em>&nbsp;Patriottismo psichedelico</em>).&nbsp;</p>



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<p>Certo, la parola “artista” potrebbe fuorviare laddove si intendesse alludere a un certo tipo di “sentimentalismo abietto” che, potendo sfociare in un cieco e vuoto individualismo edonistico, potrebbe ingenerare cedevolezza interiore, debolezza di carattere e di pensiero.&nbsp;<strong>L’arte di Zecchini non ha infatti nulla di cedevole ma molto di eroico, marziale, immaginifico, “futuristico”, potentemente dadaistico</strong>&nbsp;– come mostra lo stesso incedere dei suoi irriverenti versi declamati e delle poesie presenti nella stessa raccolta. E, in effetti, ciò che attrae di più di questo libro e in parte della stessa produzione musicale di Zecchini, non ha a che fare soltanto con le seppur stimolanti informazioni di prima mano sulla situazione di vari Stati dell’Estremo Oriente e con la vivida capacità di scandagliarne l’anima al di là dei fenomeni politici transeunti. Ciò che coinvolge e apre maggiormente alla riflessione è piuttosto la&nbsp;<em>weltanschauung</em>&nbsp;da cui tutto, esperienze e viaggi compresi, si anima. Ci si riferisce all’idea secondo cui la stessa Tradizione resta viva e non scade in “stolida adorazione della consuetudine” nel momento in cui la si interroga e violenta tutti i giorni; ci si riferisce inoltre alla volontà di decostruire con spirito iconoclasta l’uomo contemporaneo e i suoi “troppo umani” ideali per dischiudere una via che conduca alla formazione dell’individuo assoluto – tipo umano diametralmente opposto all’ultimo uomo che solca con esibizionistica spavalderia e sconfortante superficialità le lande di questa età oscura.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="424" height="636" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/9791257180201_0_0_424_0_75.jpg" alt="" class="wp-image-104505" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/9791257180201_0_0_424_0_75.jpg 424w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/08/9791257180201_0_0_424_0_75-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 424px) 100vw, 424px" /></figure>



<p>Per realizzare questo compito dalla portata metafisica si dovrebbe procedere oltre le de-terminazioni incasellanti, praticare se stessi al di là del bene e del male, sprigionare le energie ataviche e avvicinarsi a una dimensione di&nbsp;<em>coincidentia oppositorum</em>&nbsp;da cui diventare dinamicamente “ciò che si è”. Considerando questi principi che, pur discostandosene parecchio, sembrano qua e là rievocare per quel che concerne gli argomenti la metafisica del sesso di Julius Evola, è possibile – ma non facilissimo né necessariamente condivisibile! – interpretare la pratica del travestitismo come un modo per trascendere i propri limiti e identificarsi, mediante una esistenza estetica e controcorrente, con un essere androgino.&nbsp;<strong>In questo senso viene analizzata la figura dell’Onnagata del teatro giapponese che, pur essendo di sesso maschile e non profanando il proprio sacro corpo, si veste e vive come una donna non soltanto quando recita, ma anche quotidianamente.</strong>&nbsp;Egli ha così modo di immedesimarsi integralmente con la figura primordiale che rappresenta “facendo della sua esistenza un sublime esercizio di stile”, realizzandosi hic et nunc, “come se si fosse sempre in punto di morte”. Per evitare che il discorso tracimi nella celebrazione del mondo LGBT e dunque del mondo moderno che lo incornicia, Zecchini, pur non scadendo in una acritica e banale demolizione di questo universo ma ricordando comunque “l’edonismo pezzente che domina il mondo drag queen e transgender”, sottolinea come nell’età classica l’omosessualità fosse vista alla stregua di un potenziamento della virilità e assumesse in certe culture orientali una funzione sacrale, essendo l’omosessuale considerato una sorta di tramite tra il mondo fenomenico e quello sovrannaturale, degli dèi. Nella misura in cui non degenerino in forme di individualismo materialistico e di nichilismo passivo ma siano pura epifania di un’“etica della gioia”, di un “militarismo che danza”, certe esperienze erotiche e la relativa estetica assumerebbero perciò un valore esistenziale, filosofico, finanche morale. Non si tratterebbe infatti di rivendicare semplicemente i propri diritti e di combattere per l’esaudimento dei propri desideri, ma di esperire quasi cristologicamente il proprio dolore minando con grazia, artisticità e colore i duri involucri che imprigionano e irretiscono le energie primigenie per farle eruttare in una sorta di amoralistica volontà di potenza oltre ogni limite imposto:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>&nbsp;“dare precedenza a un ideale estetico e non alla solita, obbligatoria logica del profitto è un atteggiamento che oggi già di per sé assume una valenza quasi eroica”.</strong></p>
</blockquote>



<p>&nbsp;In questo senso si comprende quanto l’autore scrive di Mishima:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“nella sua vita e nella sua opera le virtù virili archetipiche (audacia e determinazione, senso dell’onore, controllo delle passioni, resistenza al dolore) incontrano finalmente la grazia e l’eleganza”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nella intervista contenuta nel libro il poliedrico artista spiega tra l’altro la teoria del quarto sesso – “quarto” rispetto a maschile, femminile, omosessuale. Zecchini rispolvera a tal proposito il&nbsp;<em>Manifesto della donna futurista</em>&nbsp;e il&nbsp;<em>Manifesto futurista della lussuria&nbsp;</em>di Valentine de Saint-Point e cita il “femminismo differenzialista” di Luce Irigaray pensando che ritenere nulle le differenze tra i sessi costringa infine il femminile ad adeguarsi al modello del “maschio integro”; Zecchini afferma che le differenze tra i sessi vadano sviluppate ma che allo stesso tempo alcuni possano sperimentare “le pluralità contenute in quelle differenze” per “vivere negli stati molteplici dell’essere” puntando “all’inveramento dell’individuo unico e assoluto” e trovando nel travestimento stesso la modalità per esplorare la vera essenza dell’uomo: l’angelo, “entità androgina per antonomasia”. Il poeta ci tiene altresì a sottolineare che il quarto sesso non è altro che lo stesso Zekkiny:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>&nbsp;“l’altissima qualità della sua vita interiore, la sua sovrabbondanza ormonale e il modo in cui reagiscono la sua opera e il suo mondo relazionale a tale sovrabbondanza”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Di conseguenza pare che, pur essendo rispettate e sviluppate le differenze di genere, queste si possano evidentemente celare financo in uno stesso individuo e solo pochi avrebbero la capacità estetica di attuarle tutte e di coagularle alchemicamente in un unico plurivalente modo di essere tramite la via della “sperimentazione dinamica”. È così che, oltre al sottofondo antiumanistico che ricorda per certi versi l’analisi heideggeriana e ai riferimenti alla riflessione filosofica e artistica post-contemporanea, si colgono i richiami nietzscheani che tra l’altro indirizzano a rivalutare in positivo l’estetizzazione della esistenza, la quale, però, non deve innescare recessivi fenomeni di infiacchimento, ma al contrario autodisciplina, lavoro incessante su se stessi, spasmodica cura dei particolari e dello stile, spirito guerriero, forza plastica, a un tempo dionisiaca e apollinea, femminile e maschile. Nella esperienza di alcuni individui straordinari, ovviamente non necessariamente omosessuali, l’uomo sarebbe destinato a essere superato o, a seconda di come si interpreta la stessa nozione di&nbsp;<em>Übermensch</em>, potenziato a tal punto da oltrepassare la mera individualità egoica e le sue rigide conformazioni per essere come le onde del mare altro dal mare e lo stesso mare, la sua indomita, sempiterna, multiforme, elementare energia creatrice. Questa trasfigurazione che assume valenze esoteriche e dopo la morte di Dio sfocia in una sorta di estetica pratica dell’estasi, coinvolge l’esistenza integralmente facendo dell’arte un modo religioso della vita e della vita un modo religioso dell’arte. Siffatta sacrale estetizzazione non può rinnegare i materiali che utilizza per conferire bella forma al mondo.&nbsp;</p>



<p>Affiora perciò non solo la propensione a considerare il nichilismo in senso attivo ma a cavalcare senza remore moralistiche la tigre della modernità servendosi dei suoi stessi strumenti tecnologici e virtuali; per questo ad esempio sono valutate positivamente&nbsp;<strong>la “poetica del pixel” di Yayoi Kusama e la connessa filosofia della “self-obliteration” che intende “annullare l’io di superfice e farlo uscire dal gioco dei ruoli e delle funzioni” per “percepire noi stessi in modo tale da pervenire ad un’inscindibile armonia tra intimo ed estrinseco”.&nbsp;</strong>Epperò, se da un lato è necessario decostruire per ricreare e redimere il mondo nella bellezza, dall’altro bisogna essere inattuali e, al di là della stessa avanguardia, indossare “la lucente corazza della Tradizione” facendone propri i valori essenziali: coraggio iconoclasta, aristocratico senso della irriverenza, ardore e senso della sfida, dignità e “capacità di sapersi accontentare” contro la morbosa etica del profitto, “autentico cameratismo” , “amore per la natura” e non per l’efficienza, “amore di patria” e non “sciovinismo”, saper essere all’occorrenza semplici e frugali, capacità di comandare e di avere fede, ad esempio nell’Imperatore. I nomi che in un modo o nell’altro e ognuno in modo originale hanno costruito delle vie in un certo senso estetizzanti e assai critiche rispetto al mondo moderno sono tanti, tra questi Pound, D’Annunzio, Keller, Miller, Marinetti, Carmelo Bene, Dino Campana e vari altri artisti come Andy Warhol o Takashi Murakami, musicisti come Battiato e scrittrici come Wei Hui.&nbsp;</p>



<p>Il superamento estatico della morale borghese e del moralismo nonché la stessa sublimazione estetica e la capacità di disfare l’individualità “per approdare all’oceano della pura coscienza” ed “essere tutto senza tentare di essere qualcosa”, possono concretarsi anche nella via dello zen (“raccoglimento e silenzio”) o nella via del rumorismo elettronico (“pulsare ossessivo del ritmo”) e possono produrre a seconda dei casi anche l’auto-annientamento – di cui è emblema moderno il sacrificio catartico di Mishima.&nbsp;</p>



<p>Il libro di cui si discute è denso di informazioni sugli Stati asiatici dei quali Zecchini ha vissuto con poetico slancio dionisiaco strade, uomini e numi. Non ci troviamo perciò davanti a una esegesi che pecchi di astratto accademismo, ma di fronte a una interpretazione assai personale della civiltà orientale che si incontra con la corruttiva occidentalizzazione, con la globalizzazione e che, in alcuni casi, fa i conti col devastante passaggio del comunismo. E se con perfetta, a tratti spietata sincerità l’autore osserva come buona parte degli Stati in questione siano assai diversi dall’idea rarefatta che di solito se ne ha in Occidente, ci fa percepire pure che qualcosa di originario è rimasto. L’originario, però, è tale se è in grado di reinventarsi illimitatamente, come fanno alcuni leader orientali armonizzando consumismo ed ecologismo, libertà e senso della comunità, crescita economica e solidarietà, modernità e tradizione, io e noi.&nbsp;<strong>Con Zecchini si ha l’impressione che l’Occidente possa essere letto a partire dall’Oriente e l’Oriente a partire dall’Occidente per approdare forse a una nuova, viva sintesi che, pur rispettando le reciproche differenze, parimenti le distilli e potenzi in una originale concezione del mondo e dell’uomo.</strong>&nbsp;Leggendo Zecchini si ha infine l’impressione che nella autentica ricerca di se stessi gli schemi debbano per forza saltare in aria e i luccicanti frantumi barbagliare nel caotico ordine di un etere rinnovellato. Si tratta del cielo di un falco inattuale, intimo dei demoni e intero nel frammento, che come un terribile, altro viandante agisce rapsodicamente&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“contro il tempo, e in tal modo sul tempo, e, speriamolo, a favore di un tempo venturo”.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p><strong><em>Luca Caddeo</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: una fotografia dal Giappone di Felice Beato (1832-1909)</em></p>
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		<item>
		<title>“Il desiderio ti ha insegnato la vanità del desiderio”. L’Oriente secondo Marguerite Yourcenar</title>
		<link>https://www.pangea.news/marguerite-yourcenar-novelle-orientali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 May 2025 04:21:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura francese]]></category>
		<category><![CDATA[Marguerite Yourcenar]]></category>
		<category><![CDATA[Novelle orientali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli Venti, ventenne, gli accade tutto – i germi dei romanzi che saranno, il futuro che ti cuce gli occhi.&#160; Nel 1921 fa speleologia tra i documenti genealogici di famiglia; penetra nel Seicento, entro scritture vaghe, in eccesso, caravaggesche (“un enorme romanzo concepito e in parte febbrilmente compilato tra i miei diciotto e ventidue anni”, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Negli Venti, ventenne, gli accade tutto – i germi dei romanzi che saranno, il futuro che ti cuce gli occhi.&nbsp;</p>



<p>Nel 1921 fa speleologia tra i documenti genealogici di famiglia; penetra nel Seicento, entro scritture vaghe, in eccesso, caravaggesche (“un enorme romanzo concepito e in parte febbrilmente compilato tra i miei diciotto e ventidue anni”, scrive lei), che costituiscono il primo nucleo de&nbsp;<em>L’opera al nero</em>.</p>



<p>Una prima visita a&nbsp;<em>Villa Adriana</em>, nel 1924, la porteranno a concepire il suo libro più importante, le memorie del grande imperatore romano, che uscirà quasi trent’anni dopo, nel 1951.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Quasi a dire:&nbsp;<em>maturità</em>, per un artista, non è che confidare nelle apocalissi di gioventù.&nbsp;</p>



<p>Il difficile è riconoscere di avere avuto una&nbsp;<em>giovinezza</em>&nbsp;– e a quale equatore. Quella è l’alleluia, lo squillo. È in virtù di quelle aspirazioni che si è nel sempre, negli elisi della scrittura. Il sommo peccato: eludere le passioni diciottenni.&nbsp;</p>



<p>Certo: è lavoro, a strascico, di riscrittura, un cancellare che può dirsi commiato. Raffinare vuol dire crocefiggersi – che l’antica colonna divenga, finalmente, palmeto, prato.&nbsp;</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="98044" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>*</p>



<p><a href="https://www.gallimard.fr/actualites-entretiens/nouvelles-orientales-de-marguerite-yourcenar" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Nouvelles orientales&nbsp;</em>è il primo libro che Marguerite Yourcenar pubblica per Gallimard.</strong>&nbsp;</a>È un libro strano, voluto da Paul Morand per la collana ‘La Renaissance de la nouvelle’, “atta a promuovere un genere, il racconto, ingiustamente screditato”. Nel 1929 Yourcenar aveva esordito alla prosa con&nbsp;<em>Alexis ou le Traité du vain combat</em>: quel libro – lieve, onirico, inaudito, che parlava del “problema della libertà sensuale in tutte le sue forme” come “problema di libertà d’espressione”, cioè della&nbsp;<em>forma</em>&nbsp;che il corpus scritto prende in relazione al corpo fisico – era piaciuto a Morand. Nel ’35, propose a Yourcenar un contratto.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Per Yourcenar è comune ritornare sullo stesso libro più volte, è per lei importante&nbsp;<em>patire</em>&nbsp;il libro. Riverirlo fino alla dissacrazione.&nbsp;</p>



<p>Ritornare – senza levare un rigo – oppure: mai cheti, con la katana.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="658" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/2B02384.jpg-658x1024.webp" alt="" class="wp-image-103306" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/2B02384.jpg-658x1024.webp 658w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/2B02384.jpg-193x300.webp 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/2B02384.jpg-600x934.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/2B02384.jpg.webp 694w" sizes="(max-width: 658px) 100vw, 658px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Nell’edizione del 1938,&nbsp;<em>Novelle orientali</em>&nbsp;è aperto con un racconto d’ambientazione indiana,&nbsp;<em>Kâli décapitée</em>. È il primo del ciclo scritto da Marguerite: in origine, è pubblico su “La Revue européenne”, nel 1928; sarà drasticamente riscritto. Il testo è, a suo modo, bellissimo. Kali, ora “orribile e bella”, è stata decapitata dagli dèi, incapaci di reggerne l’innocente purezza: hanno assemblato il suo cranio sul corpo “di una prostituta condannata a morte per aver tentato di turbare le meditazioni di un giovane Bramino”. Di lì, l’irresoluta brama della dea, l’estro per l’abiezione, l’onnipotenza del corpo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Kali è abietta. Ha perduto la sua casta divina a forza di concedersi ai paria, ai condannati, e il suo viso baciato dai lebbrosi si è coperto di una crosta d’astri… Triste come un febbricitante che non riesca e procurarsi acqua fresca, va di villaggio in villaggio, di crocicchio in crocicchio alla ricerca delle solite squallide delizie”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Il dialogo con un saggio, “Maestro della grande compassione”, le fa capire che la lussuria nella miseria è già una parabola ascetica.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Forse, donna senza felicità, errando disonorata per le strade, sei più prossima ad accedere a ciò che è senza forma… Il desiderio ti ha insegnato la vanità del desiderio”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Sembra la storia dell’idiota, la “vergine che simulava la follia e il demonio”, narrata da Palladio nella&nbsp;<em>Storia lausiaca</em>&nbsp;e ripresa, con enfasi, da Michel de Certeau in&nbsp;<em>Fabula mistica</em>. Quella donna, innominata, è “la spugna del monastero”: svolge i servizi più miseri, mangia delle briciole, dei resti che le sono offerti senza sedere a mensa, viene “battuta, ingiuriata, caricata di maledizione e trattata con ripugnanza” dalle consorelle. In qualche modo, la folle cerca questo tipo di trattamento, si erge capro d’espiazione. In realtà, è lei, l’idiota, l’eletta, la “più religiosa”, secondo le parole dell’angelo. Un monaco, allora, va a cercarla, ad obiettare all’ovvio.&nbsp;</p>



<p>Nel caso di Kali, l’offesa – l’impotenza nell’esercizio della potenza – è più radicale. Presa da “vera furia contro tutto ciò che vive”, si dà a “uno scemo che sbavava seduto sul ciglio di un letamaio”; svolta la propria connaturata divinità in oscenità e orrore. Nessun dio può salvare quella perduta dea, nessun angelo la addita, nessun uomo la addomestica.&nbsp;</p>



<p>Divinità che diviene nulla – divinità avvilita, avvolta nell’errare – “sono stanca”, sussurra – che è poi dire,&nbsp;<em>ho sete</em>.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>L’Oriente di Yourcenar ha poco a vedere con l’orientalismo di Pierre Loti o di Nerval, con le poesie ‘cinesi’ di Victor Segalen, con le visioni indiane di William B. Yeats; Marguerite non segue la via degli avventurieri anglofoni del linguaggio: da Ezra Pound – che con&nbsp;<em>Cathay</em>&nbsp;fonda il ‘modernismo’ lirico – a T.S. Eliot – affascinato dal buddismo –, da Arthur Waley a Amy Lowell. Assente, in lei, il ‘gusto’ di Goethe per l’Islam, la ferocia di Kipling, gli incensi di Edward FitzGerald, le audacie da neoconvertito (da colono o da pioniere che sia). Yourcenar passeggia, apolide a ogni tempo, a ogni civiltà, e osserva: questa&nbsp;<em>esclusione</em>&nbsp;– come nel caso della Roma antica, delle Fiandre rinascimentali – le permette esclusività di sguardo. Non vuole ‘dare voce’, non vuole dare una ‘visione del mondo’: registra istanti, riferisce chiacchiere, rifiata leggende – c’è una dignità nuova in questo scrivere con la brocca, mettendo acqua dove il muro è crepato. Questo, ha permesso a Marguerite di stare da straniera tra le aule dell’Accademia di Francia: come alla corte di Praga, trecento anni prima, ad Avignone nell’era dei contro-papi, tra le sibille sillabiche di Erode quando fu promulgato di decollare Giovanni, a Micene, a quell’epoca di maschere d’oro.&nbsp;</p>



<p>In sostanza, estranea perfino a una qualche storia della letteratura.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="644" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/91g7Wn0D5XL._SL1500_-644x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103307" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/91g7Wn0D5XL._SL1500_-644x1024.jpg 644w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/91g7Wn0D5XL._SL1500_-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/91g7Wn0D5XL._SL1500_-600x954.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/91g7Wn0D5XL._SL1500_.jpg 679w" sizes="(max-width: 644px) 100vw, 644px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Antonia Arslan, scrivendo delle&nbsp;<em>Novelle orientali</em>, ha scritto che “è tutto portento di stile”, ha scritto “di una scrittura corrusca e sfumata, capace di realismi brutali e di languori sovrannaturali”. Dei dieci racconti, la Arslan preferisce&nbsp;<em>L’ultimo amore del Principe Genji</em>, scritto per “colmare” una reticenza lasciata lì, come un fazzoletto caduto, da Murasaki Shikibu, la splendida narratrice del&nbsp;<em>Genji Monogatari</em>. In un passo di particolare potenza, Genji, quel “don Giovanni asiatico di stile eccelso”, dice:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Sto per morire… Non mi lamento di un destino che condivido con i fiori, con gli insetti, con gli astri. In un universo dove tutto passa come un sogno, non ci perdoneremmo di durare per sempre. Non mi addolora sapere che le cose, gli esseri e i cuori siano perituri, dal momento che una parte della loro bellezza è fatta di questa sciagura. Ciò che mi affligge è che siano unici”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Nel 1981 Yourcenar consolida il suo legame con il Giappone pubblicando un libro affatto diverso,&nbsp;<em>Mishima ou la Vision du vide</em>. Yukio Mishima, quel tragico, inafferrabile Genji… Di lui, tre anni dopo, Marguerite traduce&nbsp;<em>Cinq nôs modernes</em>: “opera di un poeta autentico… che riguarda, in modo a tratti sconvolgente, la nostra stessa vita”.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Nell’anno in cui pubblica&nbsp;<em>Novelle orientali</em>, traduce per Stock&nbsp;<em>Le onde</em>, il romanzo di Virginia Woolf.&nbsp;</p>



<p>Sono anni fertili. A Capri, in poche aggraziate settimane, Marguerite scrive&nbsp;<em>Il colpo di grazia</em>, uno dei suoi libri più belli e più inquieti. Ambientata durante la Prima guerra, quella storia, residuo del ricordo di un ricordo che “si ispira a un avvenimento autentico”, forse per quell’amore mutilo e muto, per il risentito frainteso, per quella sprezzante atmosfera onirica, per il confidare nell’impossibile, è così cruda da sembrare un diamante. Regge il confronto con i romanzi più noti ed elaborati.&nbsp;</p>



<p>Soprattutto, nel ’36 pubblica, per Grasset,&nbsp;<em>Fuochi</em>, quel libro inattuale, “nato da una crisi passionale”, di monologhi e feticci lirici, “una raccolta di poesie d’amore o, se si preferisce, una serie di prose liriche collegate fra di loro sulla base di una certa nozione dell’amore”. Il libro, dedicato&nbsp;<em>A Hermes</em>, viene redatto nel 1935, a Costantinopoli, durante un viaggio compiuto con André Embricos, poeta e psicoanalista a cui sono dedicate le&nbsp;<em>Novelle orientali</em>. È vero:&nbsp;<em>Fuochi</em>&nbsp;è un libro a parte, è un libro per dipartiti, che Yourcenar tenta, con levigata malizia, di disconoscere (“appartiene a quella maniera tesa e ornata che fu la mia per un certo periodo”); è da quella stessa tempesta – per rifrazioni e chiaroscuri e discordie – che nasce&nbsp;<em>Novelle orientali</em>. Tra i testi-emblema,&nbsp;<em>Nostra Signora delle Rondini</em>. Yourcenar racconta la lotta tra il monaco Terapione e un lotto di Ninfe superstiti, che confondono i contadini neoconvertiti, che riportano l’uomo alle ragioni del fango e dell’umore terreno, dell’amore e dell’ardore. Terapione riesce a murare le Ninfe in una grotta, occlusa dalla sua cella; Maria, la madre del Nazareno, gli appare perché le liberi.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Chi ti dice che la pace di Dio non si stenda alle Ninfe come ai cerbiatti e ai greggi delle capre?&#8230; Non sai che al tempo della creazione Dio dimenticò di dare le ali a certi angeli, che caddero sulla terra e presero dimora nei boschi, dove formarono la razza delle Ninfe e dei Pan?&#8230; Non esaltare, come i pagani, la creatura a svantaggio del Creatore, ma non scandalizzarti nemmeno per la Sua opera”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Tra le mani di Maria, le Ninfe sono mutate in rondini. Nella fiaba, si racconta il punto di giunzione tra Atene e Gerusalemme, tra Cristo e Dioniso.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Nel perimetrare gli enigmi, nel decrittare i miraggi – secondo una strategia che sarà anche di Pavese, nei&nbsp;<em>Dialoghi con Leucò</em>&nbsp;–, Yourcenar non scrive propriamente ‘racconti’. In quell’arte, gli eccellenti sono Hemingway e Čechov, Maupassant e la O’Connor, scrittori in grado di ‘dare la vita’. No, a Marguerite non importa il vero, tanto meno il verosimile – si affratella ai fatti scorgendo il prodigio. Imbraccia la fiaba, appunto, secondo i toni, ad esempio, di Hugo von Hofmannsthal.&nbsp;</p>



<p>In&nbsp;<em>Fuochi</em>, incideva nella carne:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non ho paura degli spettri. I vivi sono terribili soltanto perché hanno un corpo.</strong></p>



<p><strong>Non esistono amori sterili. Le precauzioni non servono a niente. Quando ti lascio, il dolore sta a fondo del mio essere come una specie di orribile figlio”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Nelle&nbsp;<em>Novelle orientali</em>: ombre sul paravento, sciacalli di tela, sagome in ginocchio, apparizioni nel ghiaccio. Ci si libra, liberati, come su aquiloni.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>La categoria del&nbsp;<em>contemporaneo</em>&nbsp;non si attaglia a Marguerite – in Adriano ausculta i tremori di un’era; in Zenone il palpito dell’uomo totale; in Anna le estasi della reclusa d’amore. Di anima in anima, va, come le api di fiore in fiore – a noi resta il venefico miele, questo opale dolcissimo. Lei, la scrittrice, inattingibile, lascia di sé una zuccherina traccia di cenere.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/14494234619-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103308" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/14494234619-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/14494234619-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/14494234619-600x900.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/14494234619.jpg 720w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Le&nbsp;<em>Novelle orientali</em>&nbsp;sono ispirate, per lo più, da un viaggio in Grecia. L’Oriente di Marguerite contempla Bisanzio e i Balcani, l’India, il Giappone, Amsterdam.&nbsp;</p>



<p>In Italia,&nbsp;<em>Novelle orientali</em>&nbsp;esce nel 1983, per Rizzoli, tradotto da Maria Luisa Spaziani, testimonianza di una ineffabile incomprensione. Nell’edizione definitiva del libro, quella del 1963, Yourcenar incenerisce alcuni testi (<em>Les emmurés du Kremlin</em>), muta alcuni titoli, cambia l’ordine delle apparizioni. Il primo racconto non parla più di Kali, ma di Wang-Fô, il vecchio pittore taoista che contemplava gli astri di notte e le libellule di giorno. Questo straordinario pittore, che con il talento riesce a rendere straordinariamente vivido il mondo, riesce a salvarsi dalla crudeltà dell’Imperatore prendendo il largo, su una piccola barchetta, tra i meandri di una sua opera. L’Imperatore pensò di ucciderlo: non accettava che il mondo non fosse bello come i dipinti del vecchio Wang-Fô.&nbsp;</p>



<p>L’ultimo racconto,&nbsp;<em>La tristezza di Cornelius Berg</em>&nbsp;– nell’edizione del ’38:&nbsp;<em>Les tulipes de Cornélius Berg</em>&nbsp;– parla di un “vecchio pittore di ritratti”, “oscuro contemporaneo di Rembrandt”, ritratto mentre la malinconia, artigliata, lo logora. Aveva fatto successo in Italia, Cornelius, aveva viaggiato per “l’Oriente sordido” e dipinto il Sultano a Costantinopoli: non riesce ad appassionarsi ai turgidi tulipani ostentati per lui dal Sindaco di Haarlem. L’artista, il cui talento è ormai calcificato nell’abitudine, si rammarica che Dio, “il pittore dell’universo”, non si sia limitato a creare paesaggi; gli uomini gli sembrano orrendi. Wang-Fô, al contrario, riesce a penetrare la natura delle cose, fino a sfatare le distanze tra verità e finzione, perché ogni singolo elemento del cosmo – che siano i capelli di una donna, un ciottolo e un insetto, la sciarpa che fluttua al collo di un impiccato e “il fiore esposto al vento caldo e alle piogge d’estate” – gli sembra immenso, glorioso, degno. Anche a lui, allora, è dato sparire in quella spaventosa magnificenza, felice.&nbsp;</p>



<p>In questo gioco di assennate asimmetrie, è bene intuire una poetica. Poi, anni dopo, verrà Adriano, che è poi un modo per dire Occidente, i suoi valli, la barbarie, la balbuzie, la bellezza.&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>“Il cuore di un lupo mannaro”. Viaggio in Oriente con Kenneth Rexroth</title>
		<link>https://www.pangea.news/kenneth-rexroth-poesia-traduzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Apr 2025 03:53:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Beat Generation]]></category>
		<category><![CDATA[Dylan Thomas]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[Kenneth Rexroth]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 1978, per la Christopher’s Books di Santa Barbara, piccola editrice eletta all’anticonformismo, esce un libro di spregiudicata bellezza.&#160;S’intitola&#160;The Love Poems of Marichiko; in copertina spiccano aerei, ermetici calligrammi. Kenneth Rexroth, il traduttore, ha settantatré anni, è nato tre giorni prima del Natale del 1905, a South Bend, Indiana. Il padre, venditore di farmaci, alcolizzato, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel 1978, per la Christopher’s Books di Santa Barbara, piccola editrice eletta all’anticonformismo, esce un libro di spregiudicata bellezza.&nbsp;<strong>S’intitola&nbsp;<em>The Love Poems of Marichiko</em>; in copertina spiccano aerei, ermetici calligrammi. <a href="https://www.ndbooks.com/author/kenneth-rexroth/#women-poets-of-japan" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Kenneth Rexroth</a>, il traduttore</strong>, ha settantatré anni, è nato tre giorni prima del Natale del 1905, a South Bend, Indiana. Il padre, venditore di farmaci, alcolizzato, muore che Kenneth è un ragazzino, nel 1919; la madre se n’era andata tre anni prima. Cresciuto con gli zii, a Chicago, reso spregiudicato dalla solitudine, Kenneth a diciannove anni prende la strada, gira il paese in autostop, si dà a diversi lavori – quello più proficuo sembra essere stato la guardia forestale. “Trovai lavoro a Marblemount. Zaino in spalla, mi presentai presso il Forest Service. Mi aprì Tommy Thompson, un tipo meraviglioso. ‘Vieni a cena con noi. Forse ho qualcosa’. Era uno dei paesaggi più selvaggi degli Stati Uniti: non sapevo nulla di scienze forestali, non conoscevo le ruvide vertigini delle montagne. Da bambino, ero stato nelle Alpi. Tommy mi disse di aprire un sentiero, oltre il bosco, verso il ghiacciaio. Partii con una sega, un’ascia, cibo nello zaino per una settimana”. Così scrive Kenneth in uno dei suoi reperti autobiografici; che sono, poi, l’autobiografia di un paese, tra vendemmia di vento e metropoli nell&#8217;urlo.</p>



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<p>Fronte ampia, baffi geroglifici, occhi pieni di pietà. Kenneth Rexroth pubblica il primo libro importante nel 1940, s’intitola&nbsp;<em>In What Hour</em>. Introdotto alla poesia da Louis Zukofsky, diventerà amico di Lawrence Ferlinghetti.&nbsp;<strong>A San Francisco, il 7 ottobre del 1955, è Rexroth il gran cerimoniere del leggendario “Six Gallery reading”, quello in cui Allen Ginsberg legge&nbsp;<em>Howl</em>, specie di Pentecoste dei Beat.</strong>&nbsp;Quando qualcuno gli dice di essere stato il profeta dei Beat, il Giovanni Battista di quella generazione di imbestiati e ‘battuti’, Rexroth si ribella – li credeva, Kerouac, Ginsberg &amp; Co., tumefatti dalla fama, affratellati ai santi, in fondo, dei traditori. Lui era rimasto ciò che era: un uomo docilmente ribelle ai canoni imposti, un anarchico, un ulisside cercatore. Più prossimo al medianico Ezra Pound che al mediatico ribellismo di quella&nbsp;<em>generation</em>, Rexroth aveva tracciato da tempo la sua via verso Oriente: autodidatta, avventuriero dalla mente Bucefalo, per la New Directions aveva tradotto&nbsp;<em>One Hundred Poems from the Japanese</em>&nbsp;(1955) e&nbsp;<em>One Hundred Poems from the Chinese&nbsp;</em>(1956).</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="689" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/51rfa5nOVUL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-103077" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/51rfa5nOVUL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 689w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/51rfa5nOVUL._AC_UF10001000_QL80_-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/51rfa5nOVUL._AC_UF10001000_QL80_-600x871.jpg 600w" sizes="(max-width: 689px) 100vw, 689px" /></figure>



<p>Implacabile poligrafo, animato da una curiosità, si direbbe, animalesca, Rexroth ha tradotto García Lorca e Machado, Pierre Reverdy e Antonin Artaud, Basho e Wang Wei, Saffo e Leopardi (<em>L’infinito</em>&nbsp;attacca così: “This lonely hill has always/ Been dear to me, and this thicket&nbsp;/ Which shuts out most of the final/ Horizon from view…”). Nella prefazione a&nbsp;<em>The Phoenix and the Tortoise&nbsp;</em>(1944) dichiarò di rifarsi “a fonti ellenistiche, bizantine e tardo romane – e a Marziale”. La poesia si sviluppava secondo “un più o meno sistematico, più o meno preciso punto di vista”; il poeta dichiarava il proprio “senso di disperazione e di abbandono di fronte al collasso di un intero sistema di valori culturali”. La raccolta era dedicata a David Herbert Lawrence – “morto nel tentativo di rifondare una famiglia spirituale” – e ad Albert Schweitzer, “l’uomo che, in questi tempi, ha realizzato il sogno di Leonardo da Vinci – Leonardo, che morì impotente, lasciando i suoi progetti a metà, che ha dimostrato che la volontà umana è una porta troppo stretta perché una persona possa forzarla verso l’universale”.&nbsp;</p>



<p>Infaticabile ‘molestatore’ culturale, nel 1949 Rexroth firma un’antologia che raduna il meglio dei&nbsp;<em>New British Poets</em>, dedicata, in parti uguali, a James Laughlin, il suo editore, e, “come sempre”, alla moglie, Marie. Lì, senza tema di discepoli, sono stivati i poeti che seguono il dominio di Eliot e di W.H. Auden: George Barker e Hugh Macdiarmid, Lawrence Durrell e David Gascoyne, Stephen Spender e Denise Levertov. Il cuore dell’antologia è Dylan Thomas (“Non c’è dubbio che sia lui il giovane poeta più influente che scriva oggi in Inghilterra. L’unanimità con cui tutti, tranne gli irriducibili stalinisti e i versificatori domestici, da rivista, lo indicano come il più formidabile fenomeno della poesia contemporanea è semplicemente sbalorditiva”); mirabili le pagini introduttive:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Dylan Thomas è sfacciato. Non si mostra mai a cuore aperto. Ti prende per il collo. Ti incunea il cuore in gola. Ti colpisce il muso con un cuore sanguinante e odoroso, un cuore pieno di vermi e di aghi, di nerosangue, spinato, il cuore di un lupo mannaro… Dylan Thomas scrive come se non avesse mai incontrato essere umano, come se non conoscesse lo spazzolino da denti. Non c’è nulla di male in questo. Egli è un capo selvaggio che guida la sua spedizione di cacciatori, per fare lo scalpo ai visi pallidi. Appartiene a una stirpe di eroi”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>In fondo estraneo ai patronimici della fama, ai club, alle combine dei premi, spesso disperso in piccole edizioni d’arte, Rexroth ha scritto di William Blake e di Rimbaud, dei canti dei nativi americani e del jazz, di Isaac B. Singer e della controcultura americana, dell’Ecclesiaste e della Cabbala. Un suo saggio sonda i legami tra Coleridge e lo Zen; un articolo pubblicato sul “San Francisco Examiner” – di cui era editorialista – s’intitola&nbsp;<em>The Tao of Fishing</em>, esce nell’agosto del 1960: il mese prima si era occupato del teatro Kabuki e di Samuel Beckett. È difficile, intendo, trovare un poeta dagli interessi tanto poliedrici ed eterogenei: leggere Rexroth è una gioia del cervello, obbliga a una perpetua gimkana tra comodità e convenzioni, è un poeta sempre in allarme, Rexroth, è un poeta-sentinella, alle pendici di un evo appena intuito. Ha scritto, con la stesso assiduo, generoso genio, con l’audacia del perpetuo dilettante, del bambino eterno, di Simone Weil e degli haiku, di Matteo Ricci, il gesuita nato a Macerata che partì nel Cinquecento ad evangelizzare la Cina, e delle lettere di Van Gogh.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="579" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/65624.webp" alt="" class="wp-image-103078" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/65624.webp 579w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/65624-174x300.webp 174w" sizes="(max-width: 579px) 100vw, 579px" /></figure>



<p>In Italia, tuttavia, Rexroth è per lo più un paria. L’ho conosciuto grazie a Flavio Santi: nel 1999, per Marcos y Marcos, ha curato l’antologia&nbsp;<em>Su quale pianeta</em>; esiste, ormai, nel mercato secondario.&nbsp;<strong>InternoPoesia, per la cura di Francesco Dalessandro, pubblicherà un mannello di “poesie scelte” come&nbsp;<em>Lasciati celebrare</em>.</strong>La celebreremo.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Cristina Giorcelli ha scritto che Rexroth, “Tenace oppositore del materialismo contemporaneo, nutrì palingenetiche speranze nelle filosofie orientali e nella poesia. Nella sua visione, mistica e sensuale a un tempo, la poesia costituisce l’atto comunicativo, ‘sacramentale’, per eccellenza: in poesia, infatti, il suono, il ritmo, l’attenzione alla calligrafia (quale si rivela nella resa grafica delle traduzioni di Rexroth di poesia cinese e giapponese), la cura tipografica del testo, devono partecipare all’‘estasi del senso’”.&nbsp;</p>



<p>In appendice, diamo minimo conto dell’affinità tra Rexroth e il mondo orientale: le sue traduzioni dicono – poundianamente – di un’armonia da lotofago, l’ingordigia della bellezza. Il poeta che traduce divorando.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/DSC_0343_530db2fb-b891-4d62-9a5a-c83ffa5658b1-1024x1024.webp" alt="" class="wp-image-103079" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/DSC_0343_530db2fb-b891-4d62-9a5a-c83ffa5658b1-1024x1024.webp 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/DSC_0343_530db2fb-b891-4d62-9a5a-c83ffa5658b1-300x300.webp 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/DSC_0343_530db2fb-b891-4d62-9a5a-c83ffa5658b1-150x150.webp 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/DSC_0343_530db2fb-b891-4d62-9a5a-c83ffa5658b1-768x768.webp 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/DSC_0343_530db2fb-b891-4d62-9a5a-c83ffa5658b1-600x600.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/DSC_0343_530db2fb-b891-4d62-9a5a-c83ffa5658b1-100x100.webp 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/DSC_0343_530db2fb-b891-4d62-9a5a-c83ffa5658b1.webp 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Rexroth morì a Santa Barbara nel giugno del 1982. Poco prima, si era convertito al cattolicesimo; nel 1978 aveva pubblicato come&nbsp;<em>The Burning Heart</em>&nbsp;una selezione di “poetesse giapponesi”. Fu una raccolta di successo, poi ripresa da New Directions: per la prima volta, si squarciavano i paraventi di un’era remota, di una femminilità irredenta.&nbsp;<em>The Love Poems of Marichiko</em>&nbsp;pareva un’appendice a quell’assiduo lavoro di ricerca. Le poesie sono delicatissime, scritte su veli di carta, da mollare ai venti:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Fare l’amore con te<br>è come bere acqua di mare.<br>Più bevo<br>più sete mi setaccia<br>niente può placarla, se non:<br>bere il mare per intero”</strong></p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“E un giorno, sei pollici di<br>cenere sarà ciò<br>che resta del nostro incendio<br>mentale, di tutto il mondo creato,<br>di questo amore, l’origine<br>la dissipazione”</strong></p>
</blockquote>



<p>Dietro il volto della giovane poetessa contemporanea Marichiko, si nascondeva Kenneth Rexroth. Estremo gioco d’ombre di un cannibale del linguaggio. Rexroth eccelleva nella poesia d’amore; l’arte dei famelici.</p>



<p>**</p>



<p><strong>GIAPPONE</strong></p>



<p><strong>Yosano Akiko</strong></p>



<p>(1878-1942)</p>



<p>Neri i capelli<br>in mille rivoli annodati<br>annodati i capelli annosi<br>annodati nodosi ricordi<br>delle nostre infinite notti d’amore.</p>



<p>*</p>



<p>L’autunno sfiorisce:<br>nulla dura per sempre.&nbsp;<br>Il fato sfata le nostre vite.<br>Accarezza i miei capezzoli<br>con le tue mani da manovale.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Cogli i miei seni<br>squarcia ogni mistero<br>un fiore esplode<br>è cremisi e profuma.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>Fukao Sumako</strong></p>



<p>(1895-1974)</p>



<p><em>Casa luminosa</em></p>



<p>Che casa luminosa:<br>nessuna stanza è resa al buio.</p>



<p>La casa si erge alta<br>sulle scogliere, scandita<br>come un faro.&nbsp;</p>



<p>Quando arriva la notte<br>depongo una luce<br>una luce più grande del sole e della luna.</p>



<p>Pensa&nbsp;<br>al mio cuore che si flette<br>quando con dita tremanti<br>accendo un fiammifero nella sera.</p>



<p>Sollevo il petto<br>inspiro ed espiro al rumore dell’amore<br>come la figlia del guardiano del faro.&nbsp;</p>



<p>Questa è una casa luminosa.<br>Voglio creare un mondo<br>che nessun uomo può costruire.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>Noriko Ibaragi</strong></p>



<p>(1926-2006)</p>



<p><em>La mente di una bambina</em></p>



<p>Ecco cosa aveva in mente una bambina:<br>perché la schiena delle mogli<br>odora così forte di magnolia<br>o di gardenia?&nbsp;<br>Cos’è&nbsp;<br>quel futile velo di nebbia<br>sulle spalle delle mogli?<br>Ne voleva avere&nbsp;<br>quella meravigliosa cosa<br>che alle vergini è vietata.&nbsp;</p>



<p>La bambina crebbe<br>divenne moglie – fu madre.&nbsp;<br>Un giorno capì:<br>la tenerezza<br>che si ammucchia sulle spalle delle mogli<br>non è che fatica<br>di amare – amare giorno dopo giorno.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="609" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/91Cmn2knP8L._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-103080" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/91Cmn2knP8L._AC_UF10001000_QL80_.jpg 609w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/91Cmn2knP8L._AC_UF10001000_QL80_-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/91Cmn2knP8L._AC_UF10001000_QL80_-600x985.jpg 600w" sizes="(max-width: 609px) 100vw, 609px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong>CINA</strong></p>



<p><strong>Huang O</strong></p>



<p>(1498-1569)</p>



<p><em>Sopra la melodia “Nuvole imbizzarrite”</em></p>



<p>Hai tenuto il mio fiore di loto<br>tra le labbra, hai slabbrato<br>il pistillo. Abbiamo rubato<br>un frammento del magico corno<br>del rinoceronte: insonni<br>per tutta la notte – per tutta<br>la notte la cresta leonina del gallo&nbsp;<br>si è fermata. Per tutta la notte l’ape<br>si è incuneata tremando tra gli stami<br>del fiore. Oh mio dolce gioiello!<br>Soltanto il mio signore domina<br>sul sacro stagno di loto:<br>ogni notte fa esplodere in me<br>i suoi fiori di fuoco.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>Sun Yün-Feng&nbsp;</strong></p>



<p>(1764-1814)</p>



<p><em>Sulla strada, attraversando Chang-te</em></p>



<p>L’anno scorso ho attraversato questo luogo:<br>mi è piaciuto e sono felice di esserci ancora.&nbsp;<br>Il mercato del pesce si inabissa tra ombre blu.<br>Da una locanda con il tetto di paglia<br>si snoda il fumo del tè.&nbsp;<br>Le sabbie, a riva, interrano<br>la bianca luna: il fiume sussurra.<br>I salici attendono il verde<br>della ventura primavera.<br>I versi di una poesia mi lacerano.<br>L’ho preteso: fermi per un po’, destriero.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Viaggio tra le montagne&nbsp;</em></p>



<p>Il vento occidentale invita alla nostalgia:<br>la polvere del carro sale fino alle nubi – è sera.&nbsp;<br>Le cicale fischiano tra le foglie ingiallite.&nbsp;<br>Al tramonto l’ombra di un uomo è spaventosa<br>come una montagna – gli uccelli si ritirano tra i greti del sonno.<br>Vago senza fermarmi – ho perso la via di casa.<br>Mentre ammiro il fiume, un brivido<br>d’invidia per il pescatore che siede<br>in solitudine: pensa pensieri eleganti, senza peso.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>Qiu Jin</strong></p>



<p>(1875-1907)</p>



<p><em>Una lettera alla Signora T’ao Ch’iu</em></p>



<p>Sono sola con la mia ombra<br>mormoro e scrivo strani&nbsp;<br>caratteri nell’aria, come Yin Hao.&nbsp;<br>Vino e malanni non mi spezzano<br>non soffro per chi non c’è più:<br>per avere ragione del mio cuore<br>Li Ch’ing-chao ha messo sotto&nbsp;<br>torchio una città intera.<br>Nessuno può capirmi:<br>le mie visioni superano quelle<br>degli uomini che mi stanno al fianco –&nbsp;<br>ma sopravvivere è impossibile.&nbsp;<br>A cosa serve il cuore di un eroe<br>in abiti femminili?<br>Il mio destino è il rischio:<br>imploro il Cielo – le eroine<br>del passato hanno mai&nbsp;<br>conosciuto l’invidia?</p>
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		<item>
		<title>“Sterrare le profondità del cuore”. Il Trattato della Vita Nascosta</title>
		<link>https://www.pangea.news/yin-chih-wen-trattato-cina-legge/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Feb 2025 05:49:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[D.T. Suzuki]]></category>
		<category><![CDATA[I-Ching]]></category>
		<category><![CDATA[legge]]></category>
		<category><![CDATA[Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Tao]]></category>
		<category><![CDATA[Yin Chih Wen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non può esistere una vita senza addestramento.&#160; Acquisire destrezza: essere desti.&#160; Adescare all’addestramento: l’osservazione individuale è un preludio. Ci vuole un altro, già addestrato, perché sia addestramento – e non: vagabondaggio, bondage con noi stessi.&#160; Addestramento, cioè: attenzione. Attendere. Se non si è desti, destri all’attendere, capaci nella tenda, la luce sfuma in falò, ogni [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non può esistere una vita senza addestramento.&nbsp;</p>



<p>Acquisire destrezza: essere desti.&nbsp;</p>



<p>Adescare all’addestramento: l’osservazione individuale è un preludio. Ci vuole un altro, già addestrato, perché sia addestramento – e non: vagabondaggio, bondage con noi stessi.&nbsp;</p>



<p>Addestramento, cioè: attenzione. Attendere. Se non si è desti, destri all’attendere, capaci nella tenda, la luce sfuma in falò, ogni ombra sarà lupercale, rea di morso.&nbsp;</p>



<p>Si è destri, soprattutto, a se stessi – esiste un io: tramite addestramento questo io è sbriciolato nell’opera. Un io che può essere vanga e secchio, albero e pietra, falco e fiore. Un io fiorisce in tutt’altro – altrimenti, secca, marcisce. Marcitura infeconda.&nbsp;</p>



<p>Se la destrezza è individuale, la legge è universale – per quel misero universo detto ‘genti’.&nbsp;</p>



<p>La legge è ciò che è letto – lettura che penetra l’atto. Lettura conforme, che forma. Legge: lettura che prevede atti. La legge è sempre rituale: l’uomo compie dei gesti per restare eretto a se stesso, per piantumare di sé il cielo. Si dice: armonia.&nbsp;</p>



<p>Disarmonia vuol dire: divinizzare la legge.&nbsp;</p>



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<p>La legge: parola che lega. Parola a cui rispondere – il disobbediente si relega all’esilio e se ne assume il rischio.&nbsp;</p>



<p>Esiste una destrezza nell’esilio.&nbsp;</p>



<p>La legge prima di essere letta è scritta. La legge riguarda una grammatica: è parola a cui obbedire, è parola con efficacia. Come si fa?&nbsp;</p>



<p>Legge: parola di Dio rivolta all’uomo? Verbo d’uomo spartito tra uomini?</p>



<p>Ad ogni modo: legge scritta non si tocca. Quello scritto ha una sacralità. Come una formula magica – più di una magia. È parola che&nbsp;<em>lega</em>, quella della legge – incantesimo, fattura. Chi scrive le leggi sia il più abile degli scrittori.&nbsp;</p>



<p>Non ho detto: indottrinare. Non ho detto: indovinare. Non ho detto: intrattenere.&nbsp;</p>



<p>Parola che addestra.&nbsp;</p>



<p>Legge: parola a cui obbedire.&nbsp;</p>



<p>Obbedienza che equivale a dedizione. Legge come dedica.&nbsp;</p>



<p>Legge rituale: questi gesti – con destrezza perfezionati – faranno apparire Dio. Questi gesti sono il cibo di Dio.&nbsp;</p>



<p>Irrituale: uno Stato esiste a patto che si rispetti la legge. Rotto il patto, rotte le dighe: la massa, in ululato, divori se stessa.&nbsp;</p>



<p>La legge passa – è primaverile – l’addestramento resta, stagiona in saggezza.&nbsp;</p>



<p>Quando la legge interiore coincide con quella esteriore e con quella superiore – armonia. Si vive nel fruscio – come se non essere vivi: immortali. Cioè: in veglia.&nbsp;</p>



<p>Non ci si annulla – al contrario: si è nell’esubero. Nell’esorbitante.</p>



<p>In Oriente: ossessione nell’orientare la propria vita. Assurge a mania la legge. Il punto non è di mera ‘gestione’: gesto che altrimenti diventa andirivieni, gesticolio inerte. Legge che non attecchisce nel chiostro del cuore fomenta inganno, impostura, tradimento.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="810" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/91d-aikObKL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-102325" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/91d-aikObKL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 810w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/91d-aikObKL._AC_UF10001000_QL80_-243x300.jpg 243w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/91d-aikObKL._AC_UF10001000_QL80_-768x948.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/91d-aikObKL._AC_UF10001000_QL80_-600x741.jpg 600w" sizes="(max-width: 810px) 100vw, 810px" /></figure>



<p>Anche chi trasgredisce la legge, vi obbedisce – per trasgredire è implicito l’abbandono all’obbedienza.</p>



<p>Anche Laozi, mitico autore del&nbsp;<em>Daodejing</em>&nbsp;arpiona la legge. È vero: egli fa il vuoto – predica la via che non afferma né esibisce, pratica il “non-agire” – ma è in quel vuoto che risuona la legge, che è impresso, impressionante, il suo canto, lo stigma. Legge oltre la legge: super-legge. Legge che leggenda autentica.&nbsp;</p>



<p>E prima di lui, l’antico libro divinatorio, l’<em>I-ching</em>. Legge: legare l’io ai voleri del Cielo, avvinghiare il fato.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Nel valutare fino in fondo l’ordinamento del mondo esteriore e nel sondare la legge della propria natura fino nella sua più profonda essenza, essi [i santi saggi] arrivarono a comprendere il fato… Pertanto essi stabilirono il Senso del cielo e lo chiamarono lo scuro e il luminoso. Stabilirono il Senso della terra e lo chiamarono il cedevole e il deciso. Stabilirono il Senso dell’uomo e lo chiamarono: amore e rettitudine”.</strong></p>
</blockquote>



<p>La legge regola i legami tra cielo, terra e uomo.&nbsp;<em>Ménage a trois</em>.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Che poi la legge divenga gestione delle masse è altro. Secondo alcuni, i popoli vanno gestiti con la carezza, secondo altri con la cavezza. Alcuni predicano pietà e onorificenze, altri punizioni e decime – in entrambi i casi, i popoli sono la biada dei potenti.</p>



<p>Tra i testi meno noti lo&nbsp;<em>Yin Chih Wen&nbsp;</em>promulga una legge in radura, a rasentare lo spiffero e il breve. Ideato, a dire di chi sa, nel XVII secolo, dice della morte, del digiuno, del trattare con i buoi e con i semplici, con la formica e con il fuoco; dice dell’ombra, dell’ombreggiatura del male, dell’orfano e del cuore in vedovanza. È dunque un addestramento – destrezza nel riconoscere il compito. Compitare il compito.&nbsp;</p>



<p>Paul Carus – tedesco, spinoziano, emigrato negli Usa, autore di&nbsp;<em>The Gospel of Buddha</em>&nbsp;e di un&nbsp;<em>Essay on the Origin of Christianity</em>, lettore di Goethe, Kant e Nietzsche; nella sua vastissima corrispondenza appaiono i nomi di Nikola Tesla e Tolstoj, Edison e John Dewey – ha curato la prima traduzione in lingua occidentale, in inglese, dello&nbsp;<em>Yin Chih Wen</em>, nel 1906. Ha tradotto il fascicolo come “Il Trattato della Via Nascosta”; insieme a lui, a saggiare l’originale,&nbsp;Daisetsu Teitaro Suzuki&nbsp;autore del notissimo&nbsp;<em>Saggi sul Buddhismo Zen</em>.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La parola&nbsp;<em>chih</em>&nbsp;è usata sia come verbo che come sostantivo. Significa ‘determinare’ e ‘sollevare’, ma anche ‘principio’, ‘regola’, ‘metodo’, ‘via’. La parola&nbsp;<em>yin</em>&nbsp;vuol dire ‘in segreto’, nell’accezione di ‘inosservato’, cioè ‘senza ostentazione’. Trasmette l’idea di qualcosa che possiede un senso profondo, misterioso, nascosto. Insieme,&nbsp;<em>yin chih</em>, definiscono la via silenziosa del Cielo, che realizza, infallibilmente e invisibilmente, i fini della dispensazione divina, se assecondata con timore reverenziale e stupore… Come il Cielo permette al sole di splendere sul bene e sul male, senza attendersi ricompensa alcuna, così l’uomo dovrebbe compiere atti di misericordia e generosità con spirito imparziale, senza secondi fini, senza sperare in premi, senza desiderio di lode”.</strong></p>
<cite>Paul Carus</cite></blockquote>



<p>Per certi tratti, lo&nbsp;<em>Yin Chih Wen&nbsp;</em>ricorda il libro biblico dei&nbsp;<em>Proverbi</em>&nbsp;o la&nbsp;<em>Sapienza</em>: corazzarsi di norme, però, non tramuterà l’azzurro in pioggia. Piuttosto, armare in un vaso questa vita che oscilla tra polvere e verme – fare del corpo un albero – un adulterio di rami. Alla sua ombra, verrà il nido, nidificheranno le gemme – i frutti, ad ogni modo, non sono da sfruttare, non sono cosa nostra, ma nutrimento per chi resta.&nbsp;</p>



<p>Direi: il Trattato della Vita Nascosta. Di una via inattesa. Cacciagione sia ogni nostro gesto.&nbsp;</p>



<p>Dire di noi: ha fatto come andava fatto. Vivere, cioè, senza tributi, senza attributo. Tentati soltanto da ciò che trema, da quello stesso tentare.&nbsp;</p>



<p>**</p>



<p><strong>Yin Chih Wen</strong></p>



<p><em>Dice il Potente:&nbsp;</em></p>



<p><em>diciassette generazioni incarnato come eccelso funzionario e mai ho oppresso popolo, mai soggiogato i sottoposti. Li ho aiutati nella sfortuna, li ho estratti dalla povertà; compassione dell’orfano ho avuto; perdono nella trasgressione; esuberante nella pratica delle segrete virtù, in armonia con ciò che detta il Cielo. Se siete capaci di addestrare il vostro cuore, come ho fatto io, il Cielo sarà fecondo di benedizioni. Queste sono dunque le leggi che elargisco all’uomo:</em></p>



<p>Chi vuole espandere il campo della gioia, cominci a sterrare le profondità del proprio cuore.</p>



<p>Pratica la benevolenza quando puoi, lascia il merito tra le erbacce.</p>



<p>Beneficia le creature; beneficia il popolo.</p>



<p>Pratica il bene: acquista gloria.</p>



<p>Resta onesto come il Cielo nel condurre affari.</p>



<p>Compassionevole, appassionato, lo stato deve essere devoto alla salvezza del popolo.</p>



<p>Che il cuore sia vasto e imparziale.</p>



<p>Sii fedele e onesto verso il sovrano. Obbediente e affettuoso verso i genitori. Amichevole e corretto con i fratelli. Sincero con gli amici.</p>



<p>Lascia che adorino l’Uno, che riveriscano la Costellazione del Nord, mentre altri si inchinano al Buddha recitando i sutra.</p>



<p>Discorrendo di moralità e rettitudine, converti astuti e calunniatori. Predica con i libri e i miti, illumina ignoranti e ottenebrati.</p>



<p>Soccorri chi è in difficoltà con la stessa prontezza con cui aiuti un pesce in secca. Libera gli uomini dal pericolo con la stessa abilità con cui sciogli il passerotto dalla trappola.</p>



<p>Pietoso con gli orfani, amico delle vedove – rispetta gli anziani, aiuta i poveri.</p>



<p>Conserva vestiti e vettovaglie per aiutare gli umili e gli affamati.</p>



<p>Munifico con le bare perché il corpo morto di un povero non sia esposto ai corvi.</p>



<p>Costruisci cimiteri per chi muore in solitudine.</p>



<p>Filantropia per i bambini che non vanno a scuola.</p>



<p>Se sei ricco, aiuta i parenti; se il raccolto del vicino è fallato, aiutalo a rimettersi.</p>



<p>Costruisci templi, distribuisci medicine per alleviare la sofferenza dei malati. Dona acqua a chi ha sete.</p>



<p>Accendi lanterne che levino il timore della notte. Finanzia i barcaioli perché traghettino chi ha bisogno.</p>



<p>Acquista animali per liberarli.</p>



<p>Astieniti dalla carne.</p>



<p>Quando cammini, stai attento a vermi e formiche.</p>



<p>Sii cauto con il fuoco.</p>



<p>Non catturare uccelli nelle reti, non avvelenare le acque.</p>



<p>Non macellare il bue che ara il tuo campo.</p>



<p>Non complottare per ottenere la proprietà altrui.</p>



<p>Nessuna invidia ti alteri.</p>



<p>Compi il tuo dovere con umiltà.</p>



<p>Sversa l’odio, perdona la malizia.</p>



<p>Non sobillare per avere averi di altri.&nbsp;</p>



<p>Non muovere all’amore moglie altrui.&nbsp;</p>



<p>Non rovinare la decenza del vicino.&nbsp;</p>



<p>Non insinuarti tra liti coniugali.&nbsp;</p>



<p>Non istigare i fratelli al duello.&nbsp;</p>



<p>Non instillare nel figlio ardore contro il padre.</p>



<p>Non infliggere il tuo potere per rabbuiare il buono.&nbsp;</p>



<p>Non industriarti per i ricchi ingannando chi soffre.&nbsp;</p>



<p>Se compiuto con umiltà il tuo compito è mirabile.&nbsp;</p>



<p>Sotterra in aura di silenzio il male, opera soltanto il bene.</p>



<p>Bocca non dica ciò che il cuore nega.&nbsp;</p>



<p>Non abbeverare la lingua in parole improprie.&nbsp;</p>



<p>Taglia i rovi che ostruiscono la via; rimuovi la pietra dal sentiero.&nbsp;</p>



<p>Reintegra a te ciò che da secoli è contaminato: rifallo intatto.&nbsp;</p>



<p>Costruisci ponti che decine, centinaia, migliaia di migliaia di uomini sappiano attraversare.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Che la tua opera si conformi al Cielo, che il tuo dire sia sempre umano.&nbsp;</p>



<p>Gli antichi siano sempre nel tuo sguardo – anche quando pranzi, anche quando guardi dalla finestra.&nbsp;</p>



<p>Quando sei solo, all’ombra della coperta: scopriti integro.&nbsp;</p>



<p>Astieniti dal male! Così arretreranno le maliziose stelle e avrai sul petto astri speciali.&nbsp;</p>



<p>Il bene viene su un carro trainato da molti cavalli; la fortuna ti accoglie come una massa di nubi.&nbsp;</p>



<p>Chi vive nel cuore della silente via non accumula nulla perché tutto possiede.&nbsp;</p>



<p><em>*In copertina: un fotogramma da Ashes of Time, film di Wong Kar-wai del 1994</em></p>
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		<title>“Ma perché la sinistra ce l’ha sempre avuta con John Wayne? Quanto a me, prego più di un mussulmano”. Dialogo totale con Giuseppe Conte</title>
		<link>https://www.pangea.news/giuseppe-conte-poesia-intervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Nov 2024 05:04:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Conte]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ciascuno ha la propria indole e il simbolo che relega la vita in un flash. Io immagino sempre <strong>Giuseppe Conte</strong> così: è mattina, Sicilia – potentemente ligure, Conte ha origini, per via paterna, catanesi –, il poeta imbocca il mare. Nuota verso Est, seguendo la scia del sole, un belato di luce. Ha il volto leonino, il poeta, l’alba ha da poco slacciato i palafreni; il poeta nuota verso l’alcova del sole.</p>



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<p>Quando gli scrivo, mi scrive che si prepara ad andare ad Al-Ula, antica oasi in Arabia Saudita. Giuseppe Conte è un poeta sempre in movimento. “È come dici tu, dovrei ripartire”, attacca una delle sue poesie – il poeta è nel viaggio perenne, terreno e celeste, carnale e mentale, letterario e spirituale. Nel suo ultimo libro, <strong><a href="https://www.bompiani.it/catalogo/nessuno-puo-uccidere-medusa-9788830110175" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Nessuno può uccidere Medusa</em> (Bompiani, 2024)</a></strong>, Conte rilegge il mito della Gorgone – secondo la fibbia poetica di Ovidio – nella Sicilia del nuovo millennio, incarnandolo nel supremo andare di “Med”, la più piccola delle sorelle Corallo, Amedea all’anagrafe. Nel libro – che si allinea alla serie dei romanzi di Conte, poeta che ama sbrindellare i generi: <em>Primavera incendiata, L’Impero e l’incanto, Il terzo ufficiale, I senza cuore</em>… –, non avaro di violenze, ricorre la parola “bene”, l’amore che riesce a far frutto pur nel male, nel più cupo male – la vita che vince, in fondo. Nel gioco delle ricorrenze, il “senzatetto” delle prime, folgoranti pagine è tratto da una poesia di qualche anno fa (in: <em>Ferite e rifioriture</em>, Mondadori, 2006):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Il mio demone è un senzatetto</strong><br><strong>senza paura della tempesta</strong><br><strong>uno che abita la battigia</strong><br><strong>uno che abita la frontiera</strong><br><strong>uno che sulla sabbia nera</strong><br><strong>corre e fa capriole</strong><br><strong>aspettando che torni il sole.</strong></p>
</blockquote>



<p>Medusa, invece, è figura ricorrente nel canone del poeta, fin dagli esordi, ammutinata al mare: un “io medusa” diventa il poeta nella sua più arcana e onnipotente poesia, <em>L’ultimo Aprile bianco</em>, che è poi <em>Il battello ebbro</em> di Giuseppe Conte. Questo a dire di una continuità – pur nel divagare dei generi e degli approvvigionamenti verbali –, di un’opera continua da <em>Il processo di comunicazione secondo Sade</em> (era il 1975) in qua. Il romanzo – genericamente – a me pare un incrocio tra il mitografo Robert Graves e <em>Parthenope</em>, l’ultimo di Sorrentino.</p>



<p>Inossidabile Giuseppe Conte: ancora crede nella cavalleria dei poeti, nel vigore dell’utopia. Dice di essere stato druido, di pregare più volte al giorno, più di un mussulmano. Un tempo, Ernst Jünger gli inviava cartoline “raffiguranti la falena che porta il suo nome”: come a dire che l’effimero ha efficacia, ferisce per eccesso di bellezza. Trent’anni fa, il poeta “occupava” la Basilica di Santa Croce a Firenze, la chiesa eletta da Ugo Foscolo, a memoria del primato etico – un primato, direi, ‘di lotta’, marziale – della poesia: ricevette plausi da Mario Luzi, Lawrence Ferlinghetti, Gao Xingjian. Tra le sue stelle: Walt Whitman, Goethe, Shelley, Hafez.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="624" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/51S7JvXVH7L._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-101589" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/51S7JvXVH7L._AC_UF10001000_QL80_.jpg 624w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/51S7JvXVH7L._AC_UF10001000_QL80_-187x300.jpg 187w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/51S7JvXVH7L._AC_UF10001000_QL80_-600x962.jpg 600w" sizes="(max-width: 624px) 100vw, 624px" /></figure>



<p>Credo che la poesia di Conte – a proposito di spirito etico – contempli una dottrina, invochi una specie di addestramento del cuore. Faccio trebbiatura da alcuni testi: “io sono saggio perché amo”; “imparare a/ ridere occorre ora, a distruggere, e a// tornare”; “ci vuole il morbo… ci vuole se devi scrivere”; “amare sempre/ amare tutto”. C’è, dico, la continua, diagonale, spietata concia di sé (“Ci pensi, non ho mai piantato un albero,/ non ho mai avuto un figlio./ Tanto assomiglio al mare,/ solitario, sterile”), che tende all’annientamento. Suprema sapienza del niente, gioiosa – “Giuseppe era il mio nome di/ cristiano, ora non ho più nome: sono/ api e lucertole, pietre e mimose, il/ mare: lei non mi potrà riconoscere” – o spietata che sia (“Vorrei essere niente/ vorrei non essere stato generato”). È sempre: verbo che si fa erba e corno, scalpitio di sauro e lucertola, ombra, brillio di arcane bramosie, neve.</p>



<p>Poesia d’antiche vestigia e di brutalità, di Parmenide e del cellulare; poesia a cadenza di un candore che è insperato trovare nei poeti ‘seri’, seriosi, di setosi versi, bene asserragliati nelle accademie, trionfanti su un trono di libri. Per non dire del resto: gli argonauti dell’indifferenza, gli arconti del rancore.</p>



<p>Giuseppe Conte sa, ancora, la nobiltà dell’ira – e dunque il suo contropiede, la compassione. Di tutto, con neonata gioia, si abbevera. &nbsp;</p>



<p><strong>Parto da lontano. Che senso ha ancora il mito per decrittare fatti o attitudini di oggi? Che ‘senso’ ha nell’oggi Medusa, per esempio?</strong></p>



<p>Oggi, in seguito all’instaurarsi nella società del dominio capillare di Tecnologia &amp; Economia, il vero pericolo incombente è la disumanizzazione, già in atto in vaste parti del pianeta Terra, tra cui quella in cui noi abitiamo: così il mito, mia fonte di ispirazione da decenni, mostra ancor più la sua necessità in quanto custode del racconto delle origini di tutto ciò che è umano, e insieme misterioso e divino. Custode della sacralità intangibile della vita. Nel mio romanzo <em>Nessuno può uccidere Medusa</em> sono ripresi e trasferiti nella contemporaneità i grandi archetipi del mito di Medusa raccontato da Ovidio. È finalmente la sintesi di come concepisco il rapporto tra romanzo e mito. Goethe in <em>Le affinità elettive</em>, D. H. Lawrence in <em>Donne innamorate</em> (due supremi tra i miei pochi libri di culto) incarnano nei personaggi gli elementi naturali e le loro trasformazioni chimiche, che diventano trasformazioni chimiche dell’anima. Nel mio libro, nei personaggi vengono incarnate le metamorfosi della materia e dello spirito di cui parla il mito, in questo caso il mito terribile di Medusa. Sono personaggi che tendono all’universalità a partire da una concretezza materiale assoluta. E assolute sono le pulsioni che si scontrano elle loro anime: l’innocenza e la colpa, la bellezza e la mostruosità, l’amore e il disamore, la vendetta e il perdono, la generosità e la pietrificazione del cuore.&nbsp; Qui il male e il bene si compenetrano, è vero, ma si scontrano anche clamorosamente. Hanno tutti la loro quota di malvagità, fuorché due personaggi, riconosciuti come del tutto eticamente positivi dalle prime lettrici (io non me ne ero accorto), e sono un gesuita, che è anche un grecista, e un giovane immigrato islamico. Vorrà dire qualcosa?</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="650" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/61sTbynItrL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-101590" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/61sTbynItrL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 650w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/61sTbynItrL._AC_UF10001000_QL80_-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/61sTbynItrL._AC_UF10001000_QL80_-600x923.jpg 600w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></figure>



<p><strong>Nel romanzo, mi pare, anche il più grande male finisce per fiorire in un inatteso bene. Permane, comunque, sempre, intendo, la vita, l’amare, il nascituro. Sembra, questo imprevisto miracolo, tradurre una visione del mondo: è così?</strong></p>



<p>Ti ringrazio di parlare di visione del mondo, la vecchia cara <em>Weltanschauung</em> che un tempo era prerogativa degli scrittori avere, o almeno cercare nella loro opera. Oggi nessuno ha più una visione del mondo, che è complessa e richiede pensiero, rigore, studi, apertura mentale, ma tutti hanno “opinioni”, che basta aprire la bocca per esprimere: assistiamo così al trionfo dei cazzoni eufemisticamente detti “opinionisti”. In <em>Nessuno può uccidere Medusa</em> affiora la mia visione del mondo in cui notte, oscurità e violenza vanno conosciute e percorse per poi uscirne, una visione del mondo in cui il male e il bene lottano, e in cui la tensione è verso la vittoria del secondo. Seguo quelli che Victor Hugo chiamava i sentieri luminosi, e cerco di cogliere i segni dell’infinito (che per Victor Hugo è il vero protagonista dei <em>Miserabili</em>). Cos’è il bene per me, in sintesi? La ricerca della luce, l’assenso alla vita. Stare sempre dalla parte di chi fa nascere, crescere, fiorire, contro chi vuole uccidere, spegnere, disseccare. Nel personaggio di Med, come nel mito di Medusa, si assommano, oltre che bellezza e mostruosità, lo spegnimento della vita e il concepimento della vita. Sì, c’è nel romanzo un desiderio di riscatto dalla pulsione di morte, desiderio che fa parte del mio sentire. E che impronta tutta la mia opera.</p>



<p><strong>Alzo lo sguardo. Sei fautore di una scrittura romanzesca piana, scevra da sperimentalismi. Che ne pensi della letteratura italiana, oggi, ti piace leggerla? E di quella europea: cosa leggi?</strong></p>



<p>Dal momento che pratico l’arte tremenda dei versi, riservo alla poesia gli affondi metaforici e simbolici, i cortocircuiti di senso, le voragini fulminanti della sintesi e della verticalità. La mia prosa narrativa, più da mitologo che da romanziere, è imperniata su trama e personaggi, cioè sulla musica del destino. Del mio primo romanzo, <em>Primavera incendiata</em>, del 1980, Antonio Porta scrisse che segnava “un passaggio significativo nel faticoso cammino dei nostri giorni alla ricerca di una dimensione nuova del vivere”. Ho continuato libro dopo libro proprio quello, a cercare una nuova dimensione del vivere, a interrogarmi sul senso dei rapporti tra esseri umani e tra esseri umani e anima e cosmo. <strong>La mia scelta di una prosa piana è in linea con le mie preferenze nel campo della prosa novecentesca: ho sempre anteposto Lawrence a Joyce, e ho letto molto Calvino e Soldati, con i quali per altro ho avuto rapporti di fruttuosa amicizia.</strong> Lo sperimentalismo multilinguistico sarei in grado di praticarlo, e l’ho dimostrato nel <em>Terzo ufficiale</em> con la storia della Remora Gigante raccontata dal marinaio Genoves in una lingua ibrida e espressionistica, mediterranea e portuale, un mix di italiano, spagnolo, portoghese, dialetto ligure. Ma tirato alle lunghe mi sembrerebbe solo un gioco virtuosistico. I romanzi dei contemporanei… Ne leggo, certo, e alcuni mi sembrano buoni romanzi, ma mi stupisco sempre quando vedo che Roberto Saviano e Paolo Giordano vengono considerati universalmente grandi scrittori letterari… La autofiction, meglio lasciar perdere, a meno che non si abbia qualcosa di straziante, controcorrente, carnale  e terribile da raccontare (ci sono riusciti con i loro ultimi libri due autori diversissimi tra loro, Antonio Franchini e Aurelio Picca).<strong> Sai cosa affligge la letteratura contemporanea? Quell’interdetto condiviso contro la metafisica, ribadito da Nicola Lagioia in un passo del suo ultimo e per altro riuscito romanzo, <em>La città dei vivi</em>,</strong> <strong>quando scrive che chi ha una vocazione metafisica deve essere pazzo. Col cazzo.</strong> Io rivendico il mio amore per l’invisibile, il mistero, il trascendente, rivendico questa pazzia e me la tengo ben stretta. Mi chiedi cosa leggo in Europa. Dei francesi adoro Le Clezio, che ho incontrato qualche volta sull’ultimo volo serale da Parigi a Nizza, e considero importante Houellebecq. Per quanto riguarda gli americani, dopo la passione per Scott Fitzgerald e Truman Capote, mi sono fermato a Norman Mailer, il “prigioniero del sesso”, con cui ho combattuto un piccolo incontro di boxe nel mio <em>Fedeli d’amore</em>, e alla Beat Generation.</p>



<p><strong>Alzo il tiro. Da sempre, la tua ricerca ti ha portato a costruire una sorta di fusione tra Oriente e Occidente, affratellando Blake e Rumi, Shelley e Hafez, Whitman e Attar. Coniugare le anime nobili. Ti chiedo se&nbsp;<em>Oriente</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Occidente</em>&nbsp;sono ancora concetti reali o non contenitori vuoti di senso. E di conseguenza, un tuo sguardo sullo sfascio in Medio Oriente, guerra tra terre sature di dio.</strong></p>



<p>Vedi, più che di <em>fusione</em> io parlerei di costruzione di ponti. A un certo punto della mia vita ho sentito un richiamo verso l’Oriente e ho viaggiato con quel sentimento che Erodoto, padre di tutti gli scrittori di viaggio del mondo, chiamava “filo- barbaro”: cioè amando quello a cui si va incontro più di quello che ci si lascia alle spalle. Ma senza dimenticare nulla della propria civiltà. <strong>Ho viaggiato dal Marocco all’Iran, letto i classici della poesia araba, turca e persiana, frequentato a lungo Adonis, il maggior poeta arabo vivente</strong>, è lui che ha scritto una prefazione, in versi, alla antologia delle mie poesie tradotte in arabo. Ho cercato di capire amando. Sono stato ricambiato. Oggi ho continui inviti dal mondo arabo, ho avuto dal Regno del Marocco il premio internazionale Argana, sto partendo per &nbsp;&nbsp;passare un lungo periodo in Arabia Saudita per un soggiorno di scrittura creativa nell’oasi di Al Ula. Lavoro per un grande ponte spirituale in cui Occidente e Oriente possano incontrarsi senza perdere niente di sé, ma anzi accrescendosi. Se oggi Occidente e Oriente rischiano di collassare e diventare contenitori senza senso è proprio a causa dell’eclisse della poesia, della letteratura, dell’energia spirituale. <strong>È per il rullo compressore che Tecnologia &amp; Potere Finanziario (il mix a cui si è ridotta la democrazia nella sua versione anglosassone, una faccenda da miliardari alla Elon Musk, che cinguetta già da padrone globale) stanno tentando di passare sul resto del mondo.</strong> Il predominio di questo tipo di democrazia porta inevitabilmente al predominio delle armi, un business spaziale. Nella Striscia di Gaza non si consuma uno scontro tra Ebraismo e Islamismo, ma tra il mondo ricco, di tecnologia, denaro e armi, e quello povero, di risorse e di forza. Le decine di migliaia di morti palestinesi, bambini, donne, vecchi, stanno a dimostrarlo. Una tragedia immane del XXI secolo, nel secolo scorso soltanto l’Olocausto è stato peggio.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="606" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/71YlTFjwrtL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-101591" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/71YlTFjwrtL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 606w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/71YlTFjwrtL._AC_UF10001000_QL80_-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/11/71YlTFjwrtL._AC_UF10001000_QL80_-600x990.jpg 600w" sizes="(max-width: 606px) 100vw, 606px" /></figure>



<p><strong>Come può incidere la poesia nella Storia? Non è, proprio lei, la reietta, la malvista, la mai vista, l’inutile, la sterile?</strong></p>



<p>“Oh poesie, je sais q’on te meprise et on te denie”. O poesia, lo so che ti disprezzano e ti negano. È il verso disperato di un maestro della poesia europea come fu Yves Bonnefoy, con cui ebbi la fortuna di passare bei momenti di conversazione appassionata. Molti dovrebbero avere il coraggio di dirlo: “a noi la poesia sta sui coglioni, non produce, non rende, non dà posti di lavoro, non è trendy e non è un brand, noi siamo uomini del fare, di impresa, di traffici, di profitti, di potere, di appalti, di grana”. Diffuso nella classe politica e imprenditoriale, anche nella classe dominante intellettuale, artistica si va diffondendo questo disprezzo silenzioso. C’è qualche eccezione: c’è chi ama la poesia con slanci generosi e innocenti, penso a Jovanotti. E chi riesce a parlarne con toni di speranza accorati e altissimi, esemplari, come Papa Francesco nella <em>Lettera ai poeti</em> che tu hai premesso alla illuminante antologia <em>Versi a Dio</em>, curata con Antonio Spadaro e Nicola Crocetti. <strong>La poesia è da sempre povera, reietta, esule. Pensa a Dante, alla sua vita di condannato, pensa a quando gli toccò di essere preso a schiaffi da un bastardo genovese della famiglia Doria.</strong> Il poeta subisce, ma rende pan per focaccia. Sa che la verità della vita è dalla sua. I due momenti in cui la poesia è stata più influente nella modernità vivono di maledizione e di trasgressione, di ribellione al mondo come è, penso ai poeti “maledetti” francesi, da Baudelaire a Rimbaud e alla Beat Generation da Ginsberg a Kerouac. <strong>E penso alla vitalità del nostro Ungaretti quando nel 1950 affermò il primato dello spirito come unico antidoto ai mali della società. </strong>Oggi poi la poesia dovrebbe essere ancora più ribelle, indomabile, irriducibile. Pronta a sognare in opposizione a una realtà appiattita e spiritualmente spenta.</p>



<p><strong>Passo dall’altro lato del mondo. Gli Stati Uniti. Sono loro il nostro residuo Occidente? Non lo è, piuttosto… la Russia?</strong></p>



<p>Cosa siano gli Stati Uniti oggi è un vero dilemma. Ti parla uno che ha tradotto Whitman, viaggiato da New York alla California, dalla Florida al New Mexico, amato il jazz di un amore esclusivo da quando aveva dodici anni, e il cui immaginario si è formato sul cinema americano: tutt’ora rivedo con rinnovato entusiasmo gli western di John Ford, le commedie di&nbsp; Billy Wilder e di Woody Allen, ho&nbsp; per &nbsp;film di culto quelli di George Lucas, Steven Spielberg, John Milius,&nbsp; Clint Eastwood. Devo confessare che anche Chuck Norris, quando prende ad acrobatiche pedate i cattivi, non mi dispiace. Allora cosa non mi va degli Stati Uniti? Prima di tutto la democrazia incompiuta, ormai schiava del binomio Tecnologia &amp; Economia, Walt Whitman metteva già in guardia che la democrazia è <em>in progress</em>, che bisogna inventarla carnalmente, amorosamente giorno per giorno. <strong>Il predominio assoluto della cifra, i segni del conformismo della prima società di massa, la Coca Cola (mai bevuta una in vita mia). L’istinto di potenza proiettato sul mondo intero, con dollari e armi.</strong> &nbsp;La Russia, sul piano della cultura spirituale, è più in continuità con l’Europa dell’America. Che va dall’Atlantico agli Urali. Non ho mai letto un libro che sintetizzi lo spirito russo e quello europeo in maniera migliore di <em>Guerra e Pace</em> di Tolstoj. Un libro cui possono stare a pari soltanto l’Iliade e la Divina Commedia per grandezza, complessità, vitalità espressiva.</p>



<p>Al di là delle sue vicende politiche, la Russia è un momento imprescindibile della civiltà europea e occidentale.</p>



<p><strong>Torno alla tua opera. Qual è, tra le tue tante, la poesia in cui ti rivedi, ti riassumi? Quale il romanzo, il protagonista, il passo?</strong></p>



<p>La poesia in cui mi riassumo di più è non a caso una delle ultime che ho scritto, la poesia finale di <em>Non finirò di scrivere sul mare</em> (2019), intitolata <em>Non c’è un’Itaca</em>. Una poesia in cui dialogo con Kavafis, con la sua Itaca, e condivido con lui l’idea che non è il ritorno che interessa, ma il corso dell’esplorazione della vita, dell’amore e della scrittura. Non è il punto fermo, ma il flusso. Non so se è migliore delle poesie piene di delirio metamorfico che scrivevo da giovane. Ma è davvero quella che mi rappresenta meglio in quanto scrittore, quasi cerniera tra il mio lavoro in versi e quello in prosa. Il romanzo che preferisco… dovrei dirti <em>Il terzo ufficiale</em> (2002), un romanzo storico d’avventura, di mare, di utopia, di amore che ha avuto molto più rilievo nelle traduzioni francese e greca che in Italia, paese oggi refrattario ai temi eroici, e dove un personaggio come Floriano di Santaflora, maledetto, romantico, libertario, sconfitto, non può essere di casa. Ma con lo&nbsp; sguardo affettuoso che si ha con gli ultimi nati, devo dirti che considero il mio romanzo più compiuto proprio <em>Nessuno può uccidere Medusa</em>: un romanzo mitomodernista, dove c’è il mito, la Sicilia (terra dei miei padri, a lungo da me dimenticata),&nbsp; D. H. Lawrence sullo sfondo, la natura selvaggia, una ecologia dello spirito, la bellezza della lotta, il senso del nascere e rinascere, l’idea che la salvezza del mondo risieda nella resistenza del sacro e della pietà&nbsp; contro tutto ciò che nega &nbsp;l’umano.</p>



<p><strong>A che pro, dunque, oggi, la poesia?</strong></p>



<p>A che pro la poesia? Non so quale autore sudamericano, forse García Márquez, ma potrebbe anche essere Neruda, forse citato da Olivier de Kersauson, il sommo navigatore bretone, a una domanda simile ha risposto: e a che pro l’amore? Lascia che umilmente risponda anche io così.</p>



<p><strong>Noto è il tuo spirito polemico, una tua poetica della politica. T’importa l’italica cagnara, il viavai dei Ministri della Cultura? Cosa faresti se avessi, d’improvviso, un compito politico così alto?</strong></p>



<p>La mia poetica della politica è incompatibile con la politica come si pratica oggi in Italia. Mai come oggi sono stato lontano dai partiti. Eppure, rivendicherei la loro funzione come collettori di ideologie e di ideali. Sogno oggi una palingenesi, comitati di salute pubblica (<em>La salute pubblica</em> era il titolo del giornale a cui brevemente collaborò Baudelaire nel ’48 parigino) che riaffermino la centralità delle idee disinteressate, delle fedi, delle passioni civili contro l’egoismo cieco delle ambizioni di potere personale, dei traffici e degli affari, che lavorino per salvare l’umano e il pianeta dagli attacchi che stanno ricevendo. Le cagnare intorno al ministero della cultura… Per ragioni diversissime mi è capitato di incrociare gli ultimi due ministri. Sangiuliano a Parigi, con l’Italia ospite d’onore al Salone del libro. Lui con la sua scorta di politici dall’aria di vecchi notabili ha inaugurato la mattinata, e quando subito dopo è toccato a me di parlare introdotto da Marino Sinibaldi se ne è andato via, esimendomi così dal dovere di salutarlo al ricevimento in ambasciata quella sera stessa. <strong>Alessandro Giuli mi chiese da giovanissimo una prefazione a un suo librino di poesie, e io gliela scrissi, lo faccio ancora con ragazzi che mi mandano versi . Se per assurdo la politica mi&nbsp; offrisse qualcosa chiederei &nbsp;di occuparmi di scuola, sanità e trasporti soltanto incontrando</strong> &nbsp;gli incompetenti avanzi di magazzino sociologico che hanno devastato la scuola italiana e &nbsp;hanno &nbsp;stabilito i programmi, l’imbecille supremo che ha introdotto il numero chiuso a medicina e dato inconsapevolmente il primo colpo di piccone per &nbsp;sfasciare la sanità pubblica, infine i manager lardellati da liquidazioni milionarie che hanno distrutto il trasporto ferroviario e aereo: vorrei incontrarli per poterli guardare in faccia, redarguirli un po’ e chiamarli con il loro vero nome, come fa John Wayne nel western crepuscolare <em>Il pistolero</em> di fronte allo sceriffo pavido e corrotto: “Tu non sei uno sceriffo, sei uno stronzo”. Ma perché la sinistra ce l’ha sempre avuta con John Wayne?</p>



<p><strong>Che cosa avresti voluto fare, ma ti è mancata l’occasione? Cosa sei fiero di aver fatto?</strong></p>



<p>Avrei voluto fare il capitano di mare, ma più che l’occasione (avevo un Nautico vicino a casa) mi è mancata la bravura in materie come matematica e disegno. Avrei voluto anche fare il jazzista, suonavo il clarino a dodici, tredici anni, ma poi al Ginnasio è nata la passione per la letteratura e ha preso il sopravvento. Definitivamente. Non sono mai fiero di niente. Forse solo della mia libertà e del mio amore inesauribile per la vita e per la poesia. E forse della traduzione in gaelico del mio Canto irlandese in memoriam Bobby Sands, che mi dicono abbia girato nei pub di Dublino e di Belfast, e che oggi si legge nell’antologia <em>Hunger Strike</em> di Danny Morrison, insieme a scritti, tra gli altri, di Edna O’ Brien e di Ken Loach.</p>



<p><strong>Se dovessi indicare un maestro: chi? Quale?</strong></p>



<p>Tra i viventi, ti indicherei Adonis. Ma nel corso degli anni qualcosa ho imparato da Gillo Dorfles, Luciano Anceschi, Pietro Citati, Italo Calvino, Mario Soldati… e i poeti italiani mi dirai? Maestri da lontano: Camillo Sbarbaro, il giovane Montale, Ungaretti. Mi era molto caro Mario Luzi, ma non sono stato un suo allievo.</p>



<p><strong>Che rapporto hai con il cristianesimo, con il cattolicesimo?</strong></p>



<p>Baudelaire, disse un suo amico, era così educato che volle morire nella religione di sua madre. Anche io nel mio piccolo sono un uomo educato. <strong>Sono stato un politeista greco, un druida, un adoratore del Sole, un bramino indù, un taoista, un mussulmano, ma man mano mi sono riavvicinato alla religione in cui son nato, battezzato l’8 dicembre 1945 con i nomi cristiani di Giuseppe e Maria.</strong> La scristianizzazione in atto in Occidente mi sgomenta e mi rattrista. Temo per la fine della pietà, lo spirito cristiano per me è quello: pietà, fratellanza, uguaglianza, giustizia per i deboli, amore senza limiti per gli esseri umani e il creato, primato della sacralità della persona. Credo in un Dio d’Amore. Il cattolicesimo di Francesco mi richiama. Sono tornato a Messa qualche volta. La predica continua ad annoiarmi. Ma il rito, il mistero della carne e del sangue di Cristo mi sconvolge e mi commuove. Vorrei più fede. Non mi hai chiesto cosa mi manca di più. Ti avrei risposto: la fede, e l’innocenza.</p>



<p><strong>Hai paura della morte?</strong></p>



<p>Penso di morire da quando in terza Liceo morì il mio compagno di classe Pucci Lavezzari. Vivo costantemente con il pensiero della morte, soltanto l’amore, inteso anche come pura sessualità o come gioco riesce molto provvisoriamente a scacciarlo. E la musica. L’esercizio della preghiera è per me un confronto dolce con il mistero della morte. <strong>Ho ripreso a pregare dopo la morte di mio padre, nel 1986. E ora prego, più volte al giorno di un mussulmano. Paura, paradossalmente ne ho sempre meno invecchiando.</strong> Come se la morte non fosse che una parte invisibile e sconosciuta del ciclo della vita. Lo svelamento di una verità. Una indicibile promessa di resurrezione.</p>
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		<title>“La felicità mondana è nulla, il mio cuore non ha più legami”</title>
		<link>https://www.pangea.news/ghalib-ritratto-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Sep 2024 04:04:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Adrienne Rich]]></category>
		<category><![CDATA[Ghalib]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nato ad Agra, nell’Uttar Pradesh, nel 1797, Mirza Beg Asadullah Khan usava, scrivendo, due pseudonimi. Preferiva Asad quando scriveva le lettere: estratto da Asadullah, significa leone. Una belva si aggirava tra la savana delle frasi, la prateria dei finimenti retorici. Era un esteta della mania epistolare, Mirza, intesa come patto, pattugliamento dell’amicizia. “Migliaia di miglia [&#8230;]</p>
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<p>Nato ad Agra, nell’Uttar Pradesh, nel 1797, Mirza Beg Asadullah Khan usava, scrivendo, due pseudonimi. Preferiva <em>Asad</em> quando scriveva le lettere: estratto da Asadullah, significa <em>leone</em>. Una belva si aggirava tra la savana delle frasi, la prateria dei finimenti retorici. Era un esteta della mania epistolare, Mirza, intesa come patto, pattugliamento dell’amicizia. “Migliaia di miglia percorre la mia penna purosangue: godo di tali incontri, benché il destino ci separi”.</p>



<p><strong>La storia, tuttavia, ricorda di Mirza il nomignolo onnipossente: <em>Ghalib</em>. Significa: il superiore, colui che tutto conquista.</strong> Non ebbe pari, in effetti, nell’arte poetica, in cui primeggiò con singolare avvenenza. Sorprende, soprattutto, di Ghalib, la capacità di destreggiarsi tra i ‘generi’, la voluttà di smuovere sentimenti contraddittori – l’ebbrezza; la tristezza –, una certa astuzia nel centellinare confessione intima, senso ascetico, spavalderia. Fu una figura fondamentale, il pioniere della poesia moderna indiana. Ne dicono – per intenderci – come di un Goethe, di un Puškin, di un Wordsworth. Un innovatore, insomma.</p>



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<p>Scrisse i primi versi a dieci anni, mietendo stupori; a tredici fu costretto a un matrimonio d’interessi con Umrao Begum. La dicono donna pia, avviata alla contemplazione: gli diede sette figli, nessuno gli sopravvisse. La vita di Ghalib, in sostanza, fu plasmata dal dolore, senza requie, e dalla ricerca letteraria, compiuta con dedizione e spirito d’avventura. Il fratello, trasferitosi a Delhi, fu solcato dalla schizofrenia.</p>



<p>Visse tra i meandri della corte Moghul, ormai in decadenza; ottenne premi e prebende, titoli onorifici e stipendi. Tuttavia, la sua poesia si discostava dai contenuti canonici: fu apprezzata nei decenni successivi alla morte del poeta. Ghalib si premurò di poter vivere scrivendo; quanto al resto, mantenne lo stile sobrio, a bordeggiare la povertà, che si addice ai maestri. Le ‘sciocchezze’, come le chiamava, le poesie scritte per incantare se stesso e non i principi e i re, sono quelli che si ricordano ancora, con perentorietà di diamante.</p>



<p>Visse, piuttosto, nel pieno della contraddizione. Nato e cresciuto in India, proveniva da una famiglia turca: il nonno era emigrato da Samarcanda, vantava antiche discendenze risalenti al sultano selgiuchide Berkyāruq. La famiglia era perlopiù incardinata negli alti ranghi dell’esercito: il padre era morto in battaglia quando Ghalib aveva cinque anni. Ghalib optò per la battaglia letteraria. Nelle sue poesie, il sangue è, per così dire, astratto, estratto da corpi celesti: la vita, in sé, è un simbolico massacro.</p>



<p>Visse un passaggio epocale nell’India ottocentesca: il crollo dei Moghul, secolare impero islamico, nel 1857, per mano della British East India Company. Arrestato dai militari britannici, Ghalib fu condotto dal comandante in capo: alla richiesta se fosse musulmano, il poeta rispose con aplomb <em>britannico</em>: “A metà”. Cioè? “Bevo vino, non mangio maiale”. Diffidava dei fondamentalisti, non sopportava gli esagitati esegeti, che estorcono dal Testo ciò che fa loro comodo. Si impose la via cruciale della libertà: tra il santo e l’ubriacone, come scrive in uno dei suoi più noti <em>ghazal</em>.</p>



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<p>Scrisse, appunto – a proposito di contraddizioni – in persiano le poesie ‘di corte’, in urdu quelle che lo consegnarono a imperitura fama. Fu uomo duplice, sdoppiato, a cavallo di due mondi: galvanizzò le antiche forme, conferendo ai suoi scritti una dignità isolata, solare, priva di dinastia lirica. Amatissimo, imitatissimo, Ghalib trovò traduttori di genio nel mondo inglese. I <em>Ghazals of Ghalib</em> editi dalla Oxford University Press nel 1995, a cura di Aijaz Ahmad, raccolgono versioni poetiche di W.S. Merwin, Mark Strand e Adrienne Rich. Quest’ultima, in particolare, sentì congeniali i versi di Ghalib, che rilegge e rifà in <em>Leaflets</em> (1969); giocava con le etimologie in bilico: ghazal/<em>gazelle</em>, diceva, il ghazal, la poesia, “come grido della gazzella che soccombe alle frecce del cacciatore”.</p>



<p>Ghalib non imbracciò la poesia come pratica ascetica: restò in questo mondo, a saggiarne i dolori. I suoi versi alternano scetticismo a estasi: tra la selva delle lettere, forse, credeva nell’apparizione divina – che un falò desse a quei fogli entità di cenere. Morì a Delhi, nel febbraio del 1869, nell’ormai British India, cinto da sparuti ammiratori – musulmani come induisti –, non in gloria. Il distico che adorna il suo monumento funebre intona una poetica del distacco:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Nulla è ai miei occhi la felicità mondana: il cuore<br>non ha più legami, ma soltanto misere briglie di sangue”.</strong></p>
</blockquote>



<p>In una poesia, il poeta racconta la sua morte, il vagabondaggio dell’anima iena, la condanna di non poter morire <em>definitivamente</em>. Anelare la gloria: affibbiare ai propri versi garanzia di fiamma. Tutto resti ustione, cicatrice.&nbsp;</p>



<p>***</p>



<p><strong>Mirza Ghalib</strong></p>



<p>(Agra, 1797 – Delhi, 1869)</p>



<p>Mi ha dato cielo e terra: pensava che sarei stato felice.<br>In realtà, ero troppo imbarazzato per controbattere.</p>



<p>I vagabondi dello spirito sono stanchi, si fermano lungo<br>il sentiero; altri, arresi, ignorano la meta.</p>



<p>In molti sperano che la candela non si estingua:<br>ma se si scioglie, cosa può fare chi ne condivide il dolore?</p>



<p>*</p>



<p>Lascia che gli asceti cantino i giardini del Paradiso<br>noi che pratichiamo la vera estasi possiamo<br>dimenticare le loro chiacchiere ben addestrate.</p>



<p>Nella sala degli specchi, la Faccia dell’Unico appare<br>come lo splendore del sole: incendia un mondo di rugiada.</p>



<p>Nascosta in quell’immagine, la sua fine:<br>i contadini, dopo il raccolto, fissano il picco dei fuochi.</p>



<p>Celati nel mio silenzio, mille desideri in abbandono –<br>le mie parole: lampade sulla tomba di uno sconosciuto.</p>



<p>Ghalib, la strada della conversione ti è di fronte:<br>l’unica via che unisce le disperse, disperate parti del mondo.</p>



<p>*</p>



<p>Quasi nessuno<br>di quei mirabili volti<br>ritorna nella forma di qualche istantaneo fiore</p>



<p>una volta che polvere li possiede</p>



<p>le tre Figlie come si addice alle stelle<br>si nascondono nella luce finché muore il giorno<br>poi escono nude<br>nelle loro menti è nera notte</p>



<p>il signore del sonno<br>è il signore della pace<br>il signore della notte<br>sul suo braccio poggi i tuoi capelli</p>



<p><em>Nella versione di W.S. Merwin, in Ghazals of Ghalib, Columbia University Press, New York 1971</em></p>



<p>*</p>



<p>Soltanto alcuni ritornano nella rosa e nel tulipano<br>volti non ancora velati dalla polvere!</p>



<p>Le tre stelle, le tre Figlie, restano nelle segrete del giorno<br>quale parola pronuncia l’oscurità per denudarle?</p>



<p>Suo è il sonno, la pace della mente, la notte:<br>sulle sue braccia stendi i veli dei tuoi capelli.</p>



<p>Noi siamo le avanguardie: rompere lo schema è il nostro stile di vita.<br>Ogni volta che le razze irrompono, entriamo nel flusso della realtà.</p>



<p>Se Ghalib deve versare lacrime, voi abitanti del mondo<br>vedrete le vostre città cancellate dal deserto.</p>



<p><em>Ibidem, versione di Adrienne Rich</em></p>



<p>*</p>



<p>Mio destino non è amare né essere amato.<br>Se fossi vissuto a lungo, più a lungo avrei atteso.</p>



<p>Sapere che sei infedele mi rende famelico.<br>Sapere che hai fede in me mi uccide di gioia.</p>



<p>Sei delicato come delicati sono i tuoi voti:<br>per questo si spezzano facilmente.</p>



<p>Sei un arciere arcigno. Non mi uccidi<br>per consegnarmi a morte perpetua.</p>



<p>Che gli amici mi soccorrano, mi guariscano:<br>non ottengo altro che discorsi e ragionamenti.</p>



<p>Conflagrazioni che farebbero schizzare sangue<br>dalle pietre sono un fuoco fatuo per la mia angoscia.</p>



<p>Angoscia bipenne, impossibile!<br>Angoscia d’amore – angoscia per il tempo che mi angustia.</p>



<p>La notte è oscura, mi lacera: non ho nessuno<br>con cui parlare – se potessi morire per sempre…</p>



<p>Avrei voluto una morte in solitudine, non questo<br>nobile funerale, una tomba al cospetto di funerei visitatori.</p>



<p>Ghalib, rassegnati, sei un mistico mirabile nel parlare.<br>Sei davvero un santo – e sei ubriaco come al solito?</p>



<p>*</p>



<p>Questi divini versi<br>sono sacre rivelazioni<br>che dalle altezze<br>scendono:<br>il sussurro della penna<br>nella notturna quiete<br>è l’eco della musa celeste<br>che pronuncia parole immortali.</p>



<p>*</p>



<p>In questo mondo di infinite vie<br>mi ingegno per scalare<br>il secondo grado del desiderio:<br>tutto ciò che vedo sono tracce<br>trame di impronte!</p>



<p>*</p>



<p>La goccia muore nel fiume<br>della sua gioia:<br>lontano, il dolore trova la sua cura</p>



<p>in primavera, dopo la pioggia, la nuvola<br>scompare:<br>sono un nulla le lacrime</p>



<p>in primavera, i prati sono uno specchio<br>che contiene il miracolo:<br>il vento muta il suo splendore</p>



<p>e la rosa che ha guidato i nostri occhi</p>



<p>permette a tutto di sbocciare</p>
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		<title>Alla ricerca del sacro. L’esperienza straordinaria di Eranos</title>
		<link>https://www.pangea.news/eranos-jung-articolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 May 2024 03:38:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Bietti]]></category>
		<category><![CDATA[Eranos]]></category>
		<category><![CDATA[Jung]]></category>
		<category><![CDATA[Livia Di Vona]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[spiritualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una tavola rotonda all’ombra di un cedro e, intorno, sedie vuote disposte in modo ordinato. È una foto in bianco e nero scattata a villa Gabriella, ad Ascona, in Svizzera. Guardandola, Carl Gustav Jung – per anni non semplice animatore intellettuale, ma vero e proprio spiritus rector di Eranos – con occhio orfico lesse così [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Una tavola rotonda all’ombra di un cedro e, intorno, sedie vuote disposte in modo ordinato. È una foto in bianco e nero scattata <strong>a villa Gabriella, ad Ascona, in Svizzera</strong>. Guardandola, <strong>Carl Gustav Jung</strong> – per anni non semplice animatore intellettuale, ma vero e proprio <em>spiritus rector</em> di Eranos – con occhio orfico lesse così quell’immagine di un’apparente assenza: “Sono tutti là”.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="376" height="251" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/2022_circle.png" alt="" class="wp-image-99599" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/2022_circle.png 376w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/2022_circle-300x200.png 300w" sizes="(max-width: 376px) 100vw, 376px" /><figcaption class="wp-element-caption">La tavola rotonda a Eranos</figcaption></figure>



<p><strong>Basta questo breve aneddoto ad introdurci alla particolarissima esperienza di Eranos, nata nel 1933 su impulso di Olga Fröbe-Kapteyn e Rudolph Otto, tuttora in corso ogni anno in Svizzera, sulle rive del Lago Maggiore.</strong> Strutturata sull’esempio dei banchetti antichi, in cui ogni partecipante recava un proprio contributo, Eranos nel corso degli anni ha visto l’avvicendarsi di ospiti di grandissimo rilievo intellettuale nei campi più disparati del sapere. Psicologia, storia delle religioni, filosofia, antropologia, fisica, etc… Ciascuno, dicevamo, con il proprio contributo al fine di mettersi nuovamente sulle tracce di quello che Rudolph Otto ha chiamato Numinoso, sintetizzando con una sola parola i molteplici aspetti del sacro, ponendosi in netta antitesi alla dissoluzione dell’anima, cifra dell’epoca.</p>



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<p>Far rivivere il Genius loci, l’abitante discreto di un luogo, prima ancora che orma umana si posi; <em>nullus loco sine genio</em> scriveva il retore latino Servio, a commento dell’Eneide. Una presenza “altra”; il nume tutelare custode discreto di un luogo, irriducibile. È un periodo del ’900 particolarmente travagliato: il secolo non vuole saperne di imparare la lezione degli eventi drammatici della Grande guerra e corre verso il precipizio di un nuovo e ancora più disastroso conflitto mondiale. È un momento in cui, soprattutto alle eminenti personalità – gli eranarchi – che animano gli incontri di villa Gabriella, <strong>tra cui C.G. Jung, Mircea Eliade, Henri Corbin, Joseph Campbell, James Hillman e tanti altri, appare sempre più evidente che qualcosa non torni nella realtà dell’uomo moderno che ha ceduto alla tentazione del titanismo.</strong> Padrone del mondo, vive dentro l’eclissi del sacro, imprime all’infinito una direzione esclusivamente orizzontale, reso manifesto da un ottimismo, che spesso si rivela fallace, nei confronti delle magnifiche sorti e progressive che non riescono mai a salvarlo dalle sue lacerazioni, a restituirgli un senso.</p>



<p>Stare di fronte all’archetipo, recuperandolo dalla soffitta impolverata della Storia, in un’unità ideale di Oriente e Occidente è certamente la direttrice lungo cui si è mossa questa esperienza che non fu per molto tempo, soprattutto nei primi decenni, soltanto culturale. L’approccio seguito nelle cd. Eranos Tagungen è olistico: <strong>ciascun ingegno, lungi dall’irrigidirsi nella propria specializzazione, si pone alla ricerca dell’Uno che anima il molteplice.</strong> Sovviene allora un celebre verso del poeta greco Archiloco: la volpe sa moltissime cose, ma il riccio ne sa una importantissima. Verso letto con sospetto dall’uomo moderno (e figuriamoci da quello postmoderno): valga per tutte la critica di Isaiah Berlin, secondo cui l’imperdonabile colpa è quella di sancire il principio dell’unità del sapere, contro una più democratica esaltazione del frammento, della parte singola in opposizione ad un presunto dispotismo del Tutto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="754" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/erich-neumann-c.-g.-jung-and-mircea-eliade-at-the-eranos-round-table-in-august-1950.-photographer-margarethe-fellerer-1024x754.jpg" alt="" class="wp-image-99600" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/erich-neumann-c.-g.-jung-and-mircea-eliade-at-the-eranos-round-table-in-august-1950.-photographer-margarethe-fellerer-1024x754.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/erich-neumann-c.-g.-jung-and-mircea-eliade-at-the-eranos-round-table-in-august-1950.-photographer-margarethe-fellerer-300x221.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/erich-neumann-c.-g.-jung-and-mircea-eliade-at-the-eranos-round-table-in-august-1950.-photographer-margarethe-fellerer-768x565.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/erich-neumann-c.-g.-jung-and-mircea-eliade-at-the-eranos-round-table-in-august-1950.-photographer-margarethe-fellerer-600x442.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/erich-neumann-c.-g.-jung-and-mircea-eliade-at-the-eranos-round-table-in-august-1950.-photographer-margarethe-fellerer.jpg 1170w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Jung a Eranos</figcaption></figure>



<p>Nei carteggi epistolari intrattenuti con i diversi ospiti, Olga Fröbe-Kapteyn spesso accenna a ciò che anima l’organizzazione degli incontri, una totale fedeltà all’esperienza interiore, all’<em>Imago</em>, ben consapevole dell’errore in cui troppo spesso l’uomo disincantato cade, cioè l’equivalenza tra immaginale e immaginario. Il sacro viene recuperato come dato formale, osservabile e questo fa di Eranos, soprattutto nei primi, formidabili, decenni un luogo in cui risanare il reale dalle amputazioni furiose della modernità, che anche nell’arte e nella letteratura spesso certifica lo strappo tra linguaggio e mondo nell’illusione di bastare a sé stessi.</p>



<p><strong><em>Livia Di Vona</em></strong></p>



<p><em><a href="https://www.bietti.it/negozio/viaggio-a-eranos-il-ritorno-degli-dei-nel-xx-secolo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*Insieme ad Andrea Scaranbelli, Luca Siniscalco, Riccando Mondo e Fulvia Toscano, Livia Di Vona ha contribuito al libro “Viaggio a Eranos. Il ritorno degli Dèi nel XX secolo”, pubblicato da Bietti</a></em></p>



<p><em>**In copertina: un&#8217;opera di Carl Gustav Jung</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/eranos-jung-articolo/">Alla ricerca del sacro. L’esperienza straordinaria di Eranos</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“E adesso, dove vado io?”. Elogio di Tiziano Terzani, avventuriero nell’assoluto</title>
		<link>https://www.pangea.news/tiziano-terzani-un-indovino-mi-disse/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 May 2024 03:58:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Magaddino]]></category>
		<category><![CDATA[Asia]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziano Terzani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Scrittori così non dovrebbero morire mai!”. È la frase che ho udito di recente da un vecchietto novantenne intento a comprare su una bancarella un libro di Tiziano Terzani, scrittore che l’anziano signore aveva scoperto di recente e per caso e di cui si era innamorato. Come al solito le frasi più semplici, e dette [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>“Scrittori così non dovrebbero morire mai!”. È la frase che ho udito di recente da un vecchietto novantenne intento <strong>a comprare su una bancarella un libro di Tiziano Terzani</strong>, scrittore che l’anziano signore aveva scoperto di recente e per caso e di cui si era innamorato. Come al solito le frasi più semplici, e dette dalla gente in apparenza più semplice, dischiudono verità e profondità di cui quasi mai è capace chi della cultura ha invece fatto una professione.</p>



<p>Sono passati vent’anni da quando Tiziano Terzani ha, per usare le sue parole, &#8220;lasciato il suo corpo&#8221;, e i suoi libri sono più vivi e attuali che mai, ancora promotori ed esaltatori di vita oltre i suoi fisici anni. Chi scrive non nasconde che il primo moto che ebbe dinanzi a Terzani, senza averne ancora letto un solo rigo, fu di diffidenza e prevenzione. <strong>L&#8217;immagine del signore barbuto e abbigliato in foggia orientale mi parve superficialmente come l’ennesima riproposizione di un cliché abusato, quello del guru o del santone occidentale al cento per cento</strong> e che superficialmente scimmiotta un qualche <em>sadhu </em>indiano.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="675" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/9788830461499_92_1000_0_75-675x1024.jpg" alt="" class="wp-image-99532" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/9788830461499_92_1000_0_75-675x1024.jpg 675w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/9788830461499_92_1000_0_75-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/9788830461499_92_1000_0_75-600x910.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/9788830461499_92_1000_0_75.jpg 712w" sizes="(max-width: 675px) 100vw, 675px" /></figure>



<p>Da quando i Beatles e alcuni poeti della Beat Generation hanno sdoganato le religioni orientali in Occidente segnandone la deriva pop, in un grande discount della spiritualità a buon mercato e svuotata di tutto il suo significato originario, di casi del genere ce ne sono stati migliaia, con il proliferare virale e incontrollato di innumerevoli guru, maestri spirituali, illuminati di vario genere.</p>



<p>Superata invece l’iniziale renitenza ed aperto un libro di Terzani fu subito chiaro che qui la densità e la profondità allignavano in ogni singola parola. <strong>Racconti, parabole, concetti singole parole svilite dall’inflazione New Age risuonavano invece nelle pagine di Terzani con una forza sorgiva, immediata</strong>, come se quegli antichissimi insegnamenti di cui era latore fossero espressi per la prima volta, liberati da incrostazioni di ogni genere.&nbsp;</p>



<p><strong>Certo, Terzani è stato in buona o cattiva fede utilizzato da quella stessa cultura pop come sua icona, suo santino di comodo, ma della sua trasformazione in guru lo scrittore fiorentino è incolpevole,</strong> avendo sempre ricordato, come nelle straordinarie pagine di <em>Un altro giro di giostra</em>, che ognuno è in definitiva il &#8220;guru&#8221; di se stesso, che da solo deve imparare ad ascoltare la melodia della vita, la vita dove tutto è integrato, il bene e il male, la gioia e il dolore, la vita interna in cui non vi sono né nascita né morte.&nbsp;</p>



<p>Noi siamo il problema e noi siamo la soluzione.</p>



<p>Partito come giornalista, come reporter di guerra per “Der Spiegel” sul fronte vietnamita, in cui assistette fra i pochissimi alla caduta di Saigon, rimanendo nella città anche dopo la sua conquista da parte dei comunisti sudvietnamiti, Terzani fu per molti anni corrispondente dai luoghi principali dell’Asia, fornendo reportage straordinari in cui il giornalismo si innalzava alla superiore dimensione della letteratura pur mantenendo sempre il rispetto della verità.&nbsp;</p>



<p>Progressivamente, con la scoperta della malattia e della sua umana mortalità, Terzani si allontanò sempre di più dalla dimensione della pura cronaca, per librarsi invece, come nelle sue <em>Lettere contro la guerra</em>, verso le atmosfere rarefatte dell’Utopia e del trascendente.</p>



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<p>Partite dall’Apocalisse di inizio millennio, il crollo delle Twin Towers nel più grande attentato della storia e le guerre che in una spirale di violenza l’amministrazione di George W. Bush mosse prima all’Afghanistan e poi all’Iraq, le lettere di Terzani (in voluta opposizione al fanatismo alla rovescia eppure speculare dei pamphlet di Oriana Fallaci) superavano la dimensione fenomenica dei fatti e degli accadimenti per proiettarsi invece verso altre dimensioni e aspirazioni. Da cronista del quotidiano e dell’Impermanente, Terzani si era fatto stenografo del Permanente, di ciò che va oltre il velo di Maya e ricongiunge gli eventi sanguinosamente ripetitivi della nostra aiuola terrestre a ciò che invece li trascende nella Non-Dualità dell’Atemporale.&nbsp;</p>



<p>L’escalation di orrore e di violenza poteva essere in realtà una buona occasione per ripensare noi stessi e intraprendere un viaggio il cui inizio può solo essere dentro di noi.</p>



<p><a href="https://terzani.longanesi.it/tiziano-terzani" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Nel ventennale della scomparsa di Terzani, la Longanesi ripubblica ora il suo libro letterariamente più bello e indimenticabile, <em>Un indovino mi disse</em></strong>,</a> in una nuova edizione illustrata con le fotografie scattate da Terzani stesso nel suo incredibile viaggio.&nbsp;Quasi troppo noti gli antefatti biografici che hanno fornito l’occasione per il libro e che qui ricordiamo solo scheletricamente. <strong>Nel 1976 un indovino ad Hong Kong profetizzò a Terzani che nel 1993 non avrebbe dovuto volare perché ne sarebbe andato della sua vita.</strong> Senza crederci troppo ma con lo spirito di chi coglie la palla al balzo per poter correre l’avventura, diciassette anni dopo, memore della profezia dell’indovino, Terzani decise di assecondarla e di farne ancora una volta una buona occasione per un viaggio al di fuori e all’interno di sé.&nbsp;Per un intero anno non prese un solo aereo e viaggiò per buona parte dell’Estremo Oriente in treno, in autobus, a piedi, a dorso di elefante, ma senza mai perdere il contatto con la Madre Terra ed i suoi umori.</p>



<p>Un elicottero su cui avrebbe dovuto trovarsi precipitò in effetti nella giungla cambogiana: avverarsi della profezia dell’indovino? Ognuno può rispondere come crede.</p>



<p><strong>Sta di fatto che, in questo straordinario viaggio, culminato in un ritorno in ferrovia da Bangkok a Firenze che ha il sapore del <em>Giro del mondo in 80 giorni</em> del verniano Phileas Fogg,</strong> Terzani si divertì ad andare a interrogare indovini di ogni sorta, a Bangkok come a Singapore, a Manila come nelle steppe mongole, imbattendosi in un incredibile bazar dell’umanità, dove convivevano ciarlatani e personaggi invece dotati forse di un accesso privilegiato ad altre dimensioni dell’essere.</p>



<p>Il tutto fu una grande avventura ed un grande gioco, un pretesto avventuroso per la riscoperta della dimensione &#8220;magica&#8221; dell’esistenza, di tutto ciò che non è assoggettabile alle ferree leggi del razionalismo, ai canoni prepotenti della nostra civiltà fondata sulla superstizione della scienza e della tecnica e sull’illusione di un tempo progressivo e lineare, quando esistono invece infiniti tempi, nella cui curvatura il passato, il presente e il futuro sembrano coesistere: il tempo verticale contro quello orizzontale ed esterno delle lancette dell’orologio.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="651" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/71ipgc0q9lL._AC_UF10001000_QL80_DpWeblab_.jpg" alt="" class="wp-image-99533" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/71ipgc0q9lL._AC_UF10001000_QL80_DpWeblab_.jpg 651w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/71ipgc0q9lL._AC_UF10001000_QL80_DpWeblab_-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/71ipgc0q9lL._AC_UF10001000_QL80_DpWeblab_-600x922.jpg 600w" sizes="(max-width: 651px) 100vw, 651px" /></figure>



<p>E, insieme, <strong>una riscoperta dello &#8220;sragionamento&#8221; che impronta tanta cultura orientale, soprattutto i racconti Zen, fondati sulla destrutturazione della logica</strong>, dei meccanismi rodati del razionale, in nome del rinvenimento in sé di un’altra logica fondativa, quasi dei paradossi del koan, con le loro assurdità solo apparenti.&nbsp;</p>



<p>In questo meraviglioso libro, che è fra i capolavori della letteratura italiana del secondo Novecento (anzi, uno dei pochi grandi libri che essa abbia prodotto), Terzani sembra ricongiungersi alla tradizione dei grandi giornalisti-viaggiatori dimenticati che lo precedettero in Asia nei primi decenni del Novecento, Arnaldo Cipolla (allora soprannominato &#8220;il Kipling italiano&#8221;) e Mario Appelius, oggi dimenticato per via della sua fede fascista, e le cui opinioni politiche nulla tolgono alla vividezza dei suoi stupendi resoconti. Autori che Terzani non a caso amava e ammirava e di cui era qui l’ideale continuatore innalzando tuttavia la letteratura di viaggio ad una dimensione superiore e raramente raggiunta prima con questa verità e intensità.</p>



<p>L&#8217; autoimposizione di non volare per un intero anno lo riporta al piacere della riscoperta del viaggio in treno che</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“con i suoi agi di tempo e i suoi disagi di spazio, rimette addosso la disusata curiosità per i particolari, affina l’attenzione per quel che si ha attorno, per quel che scorre fuori dal finestrino. Sugli aerei presto si impara a non guardare, a non ascoltare. La gente che si incontra è sempre la stessa, le conversazioni che si hanno sono scontate”.</strong></p>
</blockquote>



<p>In treno l’umanità con cui si spartiscono i giorni, i pasti e la noia, con tutti i suoi personaggi spesso indimenticabili, non li si incontrerebbe altrimenti, non certo nei freddi &#8220;non-luoghi&#8221; chiamati aeroporti e non nei viaggi aerei stessi, che Terzani considera per quello che sono, scorciatoie delle distanze e della comprensione del mondo, non legati ad uno sforzo e a una conquista. Ben diverso il treno, in cui, per osmosi, si resta appunto radicati negli umori della Terra.</p>



<p><strong>Nel viaggio, sia fisico che interiore, nulla ha valore se non è legato appunto a una fatica, a una conquista, a un disagio</strong>, al calcolo dei possibili intoppi che si incontreranno lungo il cammino e al fascino dell&#8217;imprevedibile e di ciò che non può essere pianificato a tavolino. Il viaggio implica in ogni sua dimensione il farsi sorprendere, lo stravolgimento delle abitudini e dei pensieri costituiti: perché si viaggia solo per scoprire, in ultimo, noi stessi.</p>



<p><strong>“Che brutta invenzione il turismo!”, sbotta a un certo punto Terzani, prendendosela a ragion veduta contro questa industria malefica che tutto snatura e tutto corrompe, riducendo ogni luogo a un enorme Disneyland</strong> ad uso e consumo di gente trasportata in lungo e in largo per migliaia di chilometri ma che in realtà non ha mai abbandonato la propria casa e le proprie abitudini del pensare.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Perché in Asia, quando un vecchio si vede puntare addosso una macchina fotografica, si volta, resiste, cerca di nascondersi, si copre la faccia? Lo fa perché pensa che quella macchina gli porti via qualcosa di suo, qualcosa di prezioso che non può ritrovare. E non ha forse ragione? Non è anche nell’usura di decine di migliaia di foto, scattate da turisti distratti, che le nostre chiese hanno perso la loro sacralità, che i nostri monumenti hanno perso la loro patina di grandezza?”.</strong></p>
</blockquote>



<p>E Terzani non aveva ancora potuto assistere al proliferare di Instagram e al moltiplicarsi delle sue immagini che consegnano sempre di più l&#8217;idea di una patinatura e di un&#8217;omologazione del mondo in cui nulla è più realmente un &#8220;Altrove&#8221;.</p>



<p>Al termine del suo anno senza aerei, riconsegnato alla routine di spostamenti più convenzionali e ormai dimentichi delle distanze come delle fatiche, Terzani era in cerca di un ennesimo viaggio, di un&#8217;ulteriore occasione per sospingersi fuori da sé stesso.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“E io? Dove vado io? Che cosa mi invento ora che non ho più da evitare gli aerei? Certo, un&#8217;altra buona occasione si ripresenterà. La vita ne è piena. Ho sentito dire che in India, vicino a Madras, c’è un tempio nei cui recessi un grande saggio di tremila anni fa scrisse, su foglie di palma, la vita e la morte di tutti gli uomini di tutti i tempi, del passato e del futuro. Uno arriva – pare – e gli viene incontro un monaco che dice: ‘Ti stavamo aspettando’. E da qualche parte tira fuori una di quelle foglie ingiallite con tutto ciò che è accaduto e tutto ciò che accadrà al visitatore. Andando a vivere in India, cercherò quel tempio. Dopo tutto, uno è sempre curioso di conoscere il proprio destino”.</strong></p>
</blockquote>



<p><strong><em>Alessio Magaddino&nbsp;</em></strong></p>



<p>*In copertina: Tiziano Terzani a Saigon, 1975; <a href="https://archivi.cini.it/civiltacomparate/archive/IT-CSC-GUI001-000002/fondo-tiziano-terzani.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Fondo Tiziano Terzani, Fondazione Giorgio Cini</a></p>



<p><a href="https://archivi.cini.it/civiltacomparate/archive/IT-CSC-GUI001-000002/fondo-tiziano-terzani.html#carousel-example-generic"><br></a></p>
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		<title>“Le Indie sono il forziere del mondo. Bisogna che l’Italia le possieda”. Mussolini e l’Oriente (parte seconda)</title>
		<link>https://www.pangea.news/mussolini-oriente-enrica-garzilli-seconda-parte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Mar 2024 05:23:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Enrica Garzilli]]></category>
		<category><![CDATA[Fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Tucci]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Mussolini]]></category>
		<category><![CDATA[Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Tibet]]></category>
		<category><![CDATA[Utet]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prosegue il dialogo con Enrica Garzilli, storica e specialista in studi asiatici, che ha di recente pubblicato con le edizioni Utet “Mussolini e Oriente”, libro mastodontico sui rapporti tra il Fascismo e l’Est del pianeta. La prima parte della lunga intervista concessaci è stata pubblicata qui; questa è l’ultima parte, su Giappone, Afghanistan, India e… [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mussolini-oriente-enrica-garzilli-seconda-parte/">“Le Indie sono il forziere del mondo. Bisogna che l’Italia le possieda”. Mussolini e l’Oriente (parte seconda)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Prosegue il dialogo con Enrica Garzilli, storica e specialista in studi asiatici, che <a href="https://www.utetlibri.it/libri/mussolini-e-oriente/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ha di recente pubblicato con le edizioni Utet “Mussolini e Oriente”, </a>libro mastodontico sui rapporti tra il Fascismo e l’Est del pianeta. La prima parte della lunga intervista concessaci <a href="https://www.pangea.news/mussolini-oriente-enrica-garzilli/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">è stata pubblicata qui</a>; questa è l’ultima parte, su Giappone, Afghanistan, India e… Ezra Pound. </em></p>



<p><strong>Qual è la peculiarità dei rapporti intrattenuti dal governo fascista con il Giappone?</strong><strong></strong></p>



<p>I rapporti politici furono preceduti dall’Accordo culturale speciale del 1935 e dall’intensa attività di propaganda e avvicinamento fra le due culture svolta da Tucci. ll Giappone era già noto in Italia grazie al Regio Istituto Orientale di Napoli, all’amore per quella terra di Gabriele D’Annunzio, anche se non ci mise mai piede, e alla mediazione culturale di un “samurai napoletano”, Shimoi Harukichi, amico sia di D&#8217;Annunzio sia di Mussolini. Dalla metà degli anni Trenta nacquero istituti preposti allo studio e gli scambi culturali fra Roma e Tokyo ma la cultura dell’Oriente, specie del Giappone, non era una novità. I circoli letterari di Napoli erano attivissimi e producevano periodici quali l’<em>Eco della Cultura </em>(1915-17) e <em>La Diana</em>, che prestavano particolare attenzione al mondo orientale. E poi c’era l’opera del R. Istituto Orientale. Questo è il più antico centro di sinologia e orientalistica d’Europa, fondato nel primo quarto del 1700 dal missionario Matteo Ripa che, di ritorno dalla Cina, fondò un centro di formazione religiosa per giovani cinesi destinati a evangelizzare il proprio Paese di origine. Nel 1732 Papa Clemente XII riconobbe ufficialmente il centro, che pian piano si aprì alla formazione a pagamento di laici e di interpreti per la fiorente Compagnia di Ostenda, una compagnia privata olandese istituita per commerciare con il Sudest asiatico, incluso l’India. Dopo l’unificazione d’Italia l’istituto fu rinominato Real Collegio Asiatico e introdusse progressivamente lo studio dell’arabo, dell’hindi, del russo e dell’urdu, per poi diventare Regio Istituto Orientale, legislativamente equiparato all’università. Tucci infatti, che fu titolare della cattedra di cinese, pur senza mai averci messo piede – come ammise lui stesso – chiese nelle clausole di contratto che lui fosse equiparato in tutto e per tutto a un ordinario di un’università statale, oltre all’impiego di un madrelingua che di fatto insegnava al posto suo.</p>



<p><strong>I rapporti fra il Paese del Sol Levante e l’Italia erano sempre stati ottimi. Nel 1921 il principe ereditario Hirohito, allora ventenne, fece un tour di sei mesi in Europa. Uno dei cinque paesi visitati fu l’Italia.</strong> L’evento fu ampiamente coperto dalla stampa sia nazionale sia locale e due anni dopo la felice conclusione del suo viaggio all’estero, il principe ritenne che fosse suo dovere informare i cittadini, che non avevano gradito il tour. Quelli che l’avevano accompagnato in Europa tennero conferenze nelle varie regioni del Giappone, mentre il segretario dell’agenzia imperiale compilò il diario di viaggio affinché potesse essere diffuso negli uffici pubblici e nelle scuole delle province. <strong>“Il magnifico spettacolo dell’arrivo in Italia”: questo il titolo del primo capitolo del diario. Le tappe di Hirohito comprendevano la Gran Bretagna, il Belgio, l’Olanda e infine l’Italia. Arrivò in visita ufficiale a Roma, dove incontrò Vittorio Emanuele III, e poi volle visitare Napoli e Pompei. </strong>Il diario racconta che lunedì 11 luglio 1921, sotto un cielo sereno, Hirohito e il suo seguito arrivarono a 20 miglia dal porto di Napoli alle 6 di mattino e due incrociatori italiani «pavesati a festa» li ricevettero affiancandosi uno a destra e uno a sinistra per proteggere la nave di Sua Altezza. La sua imbarcazione, la Katori, sparò una serie di salve di cannone per salutare il forte a terra e la bandiera italiana mentre dalle navi italiane furono sparate ventuno salve di cannone per salutare la bandiera del principe ereditario. Il rombo dei cannoni risuonava e il fumo nascondeva il cielo. «La banda della flotta italiana suonò il Kimigayo e il fragore degli applausi si propagò sulle onde del mare». Tre ore e mezzo di festeggiamenti ufficiali, al cospetto del comitato di accoglienza con tutte le autorità civili e militari e all’ambasciatore – e a Shimoi, che fungeva da traduttore. Per prima cosa il principe volle visitare la Grotta azzurra di Capri, dove rimase «incantato» dal colore «di un profondo blu trasparente che non ha paragoni». La mattina seguente, sempre salutato formalmente dalla salve di cannoni delle navi da guerra in porto, arrivò in treno alla Stazione Termini di Roma. Per tutto il viaggio, lungo la ferrovia a ogni 50 passi circa, erano stati schierati i militari e in un paio di stazioni persino le guardie d’onore. A ricevere Hirohito alla stazione c’erano il re d’Italia con il cugino duca d’Aosta, il Primo ministro Ivanoe Bonomi, il ministro degli Esteri Pietro Paolo Tomasi, marchese della Torretta, il ministro della Real Casa e l’aiutante di campo. L’accoglienza fu ovunque sontuosa ma al tempo stesso calorosa.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Durante il soggiorno a Roma il Re ha deciso di riservare a S.A. un trattamento speciale solitamente in uso per i capi di Stato con un servizio di scorta molto severo e dalla stazione fino al Quirinale vi era uno schieramento ininterrotto di soldati di vari corpi». </strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Cittadini assiepati lungo il percorso e affacciati dai piani delle case salutavano con i fazzoletti in segno di benvenuto. Poi Hirohito si affacciò al balcone su Piazza del Quirinale per ricevere una entusiastica ovazione. Da quel momento il principe reggente, il fratello e una parte del loro seguito furono ospiti della famiglia reale. Durante il breve, formale discorso che il re fece durante il ricevimento ufficiale in onore di Hirohito disse:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«l’arrivo a Roma di Vostra Altezza è per noi motivo di grande compiacimento. [&#8230;] siamo particolarmente felici di constatare l’immutabile sentimento di amicizia che unisce i nostri popoli e le nostre case regnanti. L’Italia ha sempre apprezzato la grande creatività del vostro popolo, la sua sorprendente capacità di adottare la civiltà moderna e la prontezza di capire i fatti. Ricordiamo sempre con gratitudine il prezioso aiuto dato nella guerra dal tradizionale coraggio della marina e dell’esercito giapponesi per la comune vittoria per il diritto e la libertà. Come il Giappone, l’Italia è uscita vittoriosa dalla grande guerra e ora desidera solo il pacifico sviluppo industriale. L’Italia si augura di poter contare sulla collaborazione del Vostro Paese durante questo processo di ricostruzione». </strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>A sua volta Hirohito ringraziò per «il cordiale benvenuto» di tutto il popolo italiano e disse che per lui era «motivo di grande gioia aver avuto la possibilità di visitare questo Paese tanto famoso per la sua storia, la sua arte e le sue imprese militari». Ammirava l’interesse del re e dei suoi antenati per il benessere del popolo italiano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Sono lieto di poterLa assicurare che la simpatia, il rispetto e l’amicizia che legano le nostre due famiglie reali e i nostri popoli non potranno che rafforzarsi nel tempo. [&#8230;] Il Giappone e l’Italia, unendo le loro forze, hanno ottenuto la vittoria finale nella Grande guerra e io sono fiducioso che lavoreranno insieme per promuovere il benessere dell’umanità e credo fermamente che saranno uniti nel perseguire lo scopo comune verso la vittoria della pace». </strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Il tema militare, il coraggio e l’abnegazione dimostrati in guerra erano la base identitaria comune sottolineata dal Re e dal Principe. In questo modo si rafforzava la simpatia reciproca dei due Paesi e si preparava l’alleanza futura. Fra ricevimenti, balli ufficiali, visite a mostre e musei, in un vorticoso tour per la città proseguì con la visita delle Catacombe, dove si nascondevano i primi cristiani che «dedicarono il loro spirito fino al martirio», altro tema familiare alla cultura giapponese dove i samurai, alla morte del loro padrone, si tolgono la vita. Il discorso sul Campidoglio del sindaco di Roma terminava così: «Mi auguro che l’amicizia tra i nostri due paesi durerà per sempre e credo fermamente che questo colle, che è il cuore di Roma e il cuore del mondo, farà risuonare la gloria dell’Italia sotto tutti i cieli illimitati».</p>



<p>Andò anche in visita dal Papa, che lo accolse andandogli incontro appena fuori dalla porta. <strong>Nello studio papale Hirohito riportò il cordiale messaggio dell’imperatore suo padre, a cui si riconosceva natura divina. Quando Hirohito ripartì fu salutato da ali di folla che applaudiva e accolto alla Stazione Termini di Roma dalla banda militare.</strong> Giunto alla Stazione Centrale di Napoli disse al sindaco venuto ad accoglierlo che avrebbe portato con sé a casa «un alto grado di gentilezza e un bel ricordo», essendo rimasto ammirato dal senso di amore, di umanità, di civiltà e di poesia del popolo napoletano. A Napoli, come a Pompei, era sempre circondato da una folla festante e le strade addobbate erano sempre a festa. Si concluse felicemente il viaggio del principe in Italia. Rimangono molte foto che ritraggono il corteo di Hirohito per le strade di Napoli. Pare che nel 1984, accogliendo un gruppo di imprenditori napoletani che gliene aveva fatto dono, l’allora imperatore rivedendole esclamò felice: «Che dolci ricordi!». I giornali sottolinearono che Roma e Tokyo si avviavano insieme verso un luminoso avvenire di civiltà e progresso.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="701" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/71a2ES1AOwL._SL1461_-1-701x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98906" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/71a2ES1AOwL._SL1461_-1-701x1024.jpg 701w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/71a2ES1AOwL._SL1461_-1-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/71a2ES1AOwL._SL1461_-1-600x877.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/71a2ES1AOwL._SL1461_-1.jpg 739w" sizes="(max-width: 701px) 100vw, 701px" /></figure>



<p><strong>L’Oriente da quasi duecento anni faceva parte della vita culturale dell’Italia e Napoli costituiva l’humus ideale per l’opera di diffusione della cultura nipponica di Shimoi che, partito volontario per la Prima guerra mondiale e poi per l’impresa di Fiume, divenne un vero e proprio mediatore di cultura. </strong>Ma chi cambiò radicalmente i rapporti fra Italia e Giappone, dandogli un’impronta decisamente politica, fu Tucci, che fu scelto come uomo di collegamento fra i due Governi in vista dell’adesione dell’Italia al Patto Anticomintern. A metà maggio del 1936, dopo che l’esercito imperiale nipponico aveva chiesto all’Italia di fornire dei veicoli militari, i rapporti con il Giappone erano nettamente migliorati. Se Roma avesse potuto stringere un patto militare con Tokyo, questo avrebbe potuto risolvere il problema della disparità militare che avevano le potenze dell’Asse Roma-Berlino con la Gran Bretagna, specie a livello di armamenti navali. Un altro passo verso il patto con il Giappone fu quello di interrompere l’invio di materiale militare all’esercito nazionalista cinese di Chiang Kai-shek, che dal luglio 1937 era impegnato nella seconda guerra con l’esercito imperiale, con l’aiuto degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. Il tentativo di rendere davvero popolare il Fascismo in Giappone però si scontrava con l’anglofilia latente di parte del Paese. Ci voleva un personaggio culturalmente “forte”, un nome noto, potente in patria e rispettato all’estero. Per questo per il tramite dell’IsMEO era stato scelto Tucci, che fu il vero personaggio chiave, quello che di fatto rinsaldò i rapporti fra i due paesi e che aprì il Giappone della gente comune e degli intellettuali, non solo quello dei diplomatici, all’Italia fascista, come aveva già fatto con l’India e il Tibet e come farà con il Nepal.</p>



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<p>Il Giappone, con le sue mire panasiatiche e i suoi rapporti privilegiati con il Terzo Reich, era l’unica potenza asiatica che Mussolini davvero temesse. Nel novembre 1936 Tokyo aveva già firmato il Patto Anticomintern con Berlino e premeva per stringere accordi con l’Italia. E neanche in questo il Duce poteva farsi sorpassare dalla Germania. Con gli accordi della metà degli anni Trenta nella pubblicistica italiana nacque una narrazione del Giappone come simile nei valori, negli ideali e nei tratti distintivi all’Italia fascista. Il Giappone, che si era sviluppato grazie alle conquiste occidentali ma aveva conservato le nobili tradizioni del suo Volksgeist, in Oriente era un baluardo contro le degenerazioni della modernità allo stesso modo in cui Roma era il baluardo a difesa dei sacri valori occidentali. <strong>Dalla rappresentazione intrisa di esotismo del Paese del Sol Levante si passò a quella di un Paese moderno ma basato su valori tradizionali e universali simili a quelli della civiltà romana, primo fra tutti i valori del guerriero. Si enfatizzò la comunanza spirituale di Roma con Tokyo e Berlino e il legame di fratellanza e solidarietà che le univa, che non poteva che sfociare nell’adesione dell’Italia all’alleanza contro i bolscevichi e le loro attività sovversive in un patto per «cooperare nella difesa comune contro l’opera disgregatrice comunista». </strong>Il patto riconosceva che l’obiettivo dell’Internazionale Comunista, nota come Comintern, era quello di «scompaginare e opprimere gli Stati esistenti con tutti i mezzi possibili» e metteva in pericolo non solo la loro «pace interiore» e il loro benessere, ma anche la pace del mondo.</p>



<p>Puntuale, l’Agenzia Stefani il 6 novembre 1937 – XVI annunciò che alle ore 11 Mussolini aveva firmato a Palazzo Chigi il Protocollo di adesione dell’Italia all’accordo fra Germania e Giappone contro l’Internazionale comunista.</p>



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<p>Il Patto costituì la base per il trattato tripartito che, però, avrebbe tagliato definitivamente le gambe ai sogni di gloria del Duce in Asia: il Giappone riconosceva gli interessi tedeschi e italiani in Europa ma a sua volta riceveva un analogo riconoscimento per l’Asia. L’Europa agli europei e l’Asia agli asiatici, in due blocchi separati ma non contrapposti, proprio come si figurava Gentile nel discorso del febbraio 1937 in occasione dell’inaugurazione del Comitato lombardo per il Medio ed Estremo Oriente. <strong>Tucci arrivò nel Paese del Sol levante il 24 novembre del 1936, vi svolse un’attività politica, diplomatica e culturale intensissima. Fu anche ricevuto dall’imperatore Hirohito e portò una lettera di Ciano al ministro degli Esteri.</strong> Si lamentò con Gentile che questa attività troppo frenetica fra lezioni, inviti e visite non gli lasciò tempo di vedere nulla del Paese, ma nel dicembre 1936 gli scrisse che era sulla buona strada per «concludere qualche cosa di positivo nei riguardi degli accordi culturali fra Giappone e Italia. Il momento del resto è propizio e c’è molta buona volontà di venire incontro ai nostri desideri». Tucci parlò anche alla radio, recando in giapponese il saluto del Duce al popolo nipponico. Il discorso fu trasmesso «fino nel Manciukuò», lo stato istituito in Cina nel 1932 dall&#8217;Impero giapponese. Questo, oltre agli articoli su <em>Asiatica</em>, che però era una rivista di nicchia a cura dell’IsMEO, è il primo accenno pubblico allo stato fantoccio creato nel Manciukuò, di cui il Giappone aveva riconosciuto l&#8217;indipendenza nel 1932, garantendosi allo stesso tempo particolari privilegi e, di fatto, mettendolo sotto il proprio controllo. Il Governo italiano avrebbe riconosciuto lo Stato indipendente del Manciukuò nel novembre del 1937, primo fra i Paesi occidentali, mentre il Giappone riconosceva l’Africa Orientale Italiana.&nbsp;</p>



<p>A Tokyo Tucci fondò l’Istituto di cultura italo-nipponico, alla cui presidenza fu messo il barone Okura, che amava molto l’Italia e a Roma aveva organizzato una mostra d’arte giapponese che era stata molto ammirata. Scopo dell’istituto sarebbe stato quello di condurre un’attiva propaganda della cultura italiana e accentrare su di sé gli scambi culturali che erano stati gestiti fino ad allora dalla Kokusai Bunka Shinkôkai, fondata da Tucci a Roma nel 1934. Prese accordi perché fosse creato un corso ufficiale d’italiano con relativa borsa di studio nell’Università imperiale del commercio di Tokyo e perché la nostra lingua fosse riconosciuta materia di laurea come l’inglese, assumesse una posizione privilegiata rispetto al francese e al tedesco e fosse affiancata da corsi di Diritto corporativo, Storia del commercio italiano e altre materie “tipicamente” fasciste. Allo studente più meritevole a giudizio della commissione esaminatrice, a cui avrebbe partecipato un rappresentante dell’ambasciata italiana, sarebbe stata concessa una borsa di studio e di perfezionamento in Italia. Per gli scienziati e gli studiosi nipponici che lavoravano su argomento italiano venne istituito il premio «Leonardo da Vinci», che ammontava a 1000 yen, circa 6000 lire, equivalenti a ben 10.427.055 lire del 2004.</p>



<p><strong>L’attività di Tucci non si esaurì nel campo della politica culturale ma fu di vera e propria organizzazione propagandistica. Infatti prese contatto con gruppi di simpatizzanti dell’Italia nelle città di Sendai, Kyoto, Fukuoka, Sapporo e Osaka, sedi delle università imperiali, e costituì altrettanti nuclei italo-giapponesi, che avrebbero dovuto formare cellule di più vasti organismi di propaganda per l’Italia e il suo Governo</strong>. Prese accordi perché nella libreria più grande di Tokyo venisse aperta una vetrina unicamente dedicata al libro italiano. Tenne inoltre venti conferenze non solo su argomenti tecnici, cioè di cultura orientalistica, «ma specialmente italiani, illustrando lo sviluppo della cultura e della scienza sotto il Regime fascista», come scrisse a Gentile. Fu, insomma, un vero e proprio ambasciatore della cultura di Regime e si adoperò, se non con maggior zelo, di certo con maggior spirito d’iniziativa del suo maestro Formichi, che andò in Giappone subito dopo di lui, affinché l’Italia di Mussolini fosse conosciuta e apprezzata.</p>



<p>Con l’engagement nella questione giapponese l’IsMEO divenne improvvisamente molto importante dal punto di vista politico perché era, in realtà, l’unico canale sicuro per portare avanti, dandogli un aspetto culturale, la fame d’Asia del Regime. All’istituto fu data, oltre al finanziamento maggiorato, anche una sede prestigiosa, quella di Palazzo Brancaccio, nel cuore di Roma. L’IsMEO vi si stabilì il 10 ottobre 1936 e vi rimase fino al 2002, quando la sede venne trasferita in via Aldovrandi. La piccola biblioteca dell’IsMEO fu ampliata e vennero concesse altre borse di studio, cominciarono a essere inviati bollettini informativi basati su rassegne della stampa asiatica alla Presidenza del Consiglio, al Ministero degli affari esteri e all’EIAR, la radio nazionale; fu bandito un concorso a premi su temi d’attualità riguardanti i paesi dell’Asia; i corsi, che comprendevano il cinese, il giapponese e l’iranico, vennero ampliati con il bangla. Infine, grazie a Tucci l’accordo culturale di reciprocità con il Giappone era diventato una specie di <em>best practice</em> e si cercò di estenderlo anche alla Cina. Tucci fece di tutto per assecondare i sogni di gloria di Mussolini e, allo stesso tempo, ingrandire e potenziare l’istituto. Si trovò da subito, di fatto, a guidarlo e a esserne, soprattutto dopo la missione giapponese, il personaggio chiave. L’amicizia culturale con il Giappone si consolidò tra la fine del 1939 e l’inizio del 1940 quando l’IsMEO mandò a Tokyo come conferenziere Formichi. Con la conquista dell’Etiopia e gli accordi fra Italia e India e Italia e Giappone il sogno africano e quello asiatico cominciavano ad avverarsi. L’IsMEO divenne a tutti gli effetti un organo di governo e così importante a livello diplomatico che, quando Roma aderì al Patto Anticomintern, il Ministero degli affari esteri mandò all’istituto per primo una copia della trattativa «riservata e segreta». E con lui Tucci che, benché inviso al Duce, era comunque un personaggio chiave nella sua politica orientale.</p>



<p><strong>Quali sono le figure decisive, nello ‘scacchiere orientale’, riscoperte dai suoi studi, poco analizzate, degne di essere messe in luce (o degne di ulteriori approfondimenti)? </strong><strong></strong></p>



<p>Credo che il personaggio poco studiato, certamente di cui si ignorava la fascinazione verso Mussolini, sia Sir Muhammad Iqbal detto Allama, «studioso». Questi era una stella del firmamento della letteratura persiana e urdu, un fiero nazionalista e dal 1930 presidente della All-India Muslim League, sessione di Allahabad. In realtà è del 1924 il primo incontro di Iqbal con l’Italia, mentre traversava il Mediterraneo. <strong>Alla vista delle coste della Sicilia compose <em>Siqilliya</em>, inclusa nella raccolta Bang-i Dara, «il richiamo della carovana». L’isola, «onore e vanto del mare», un tempo era la culla della civiltà araba e ora la sua tomba.</strong> Allama era critico con il Partito del Congresso perché era troppo pieno di induisti e non di musulmani e credeva anche che l’unico destino per i musulmani indiani fosse la creazione di uno Stato a sé, come disse nel discorso di insediamento come presidente della All-India Muslim League del 29 dicembre 1930 ad Allahabad e in quella di Lahore del 1932. <strong>Nel 1931 Iqbal fu mandato a Londra come membro della delegazione musulmana indiana nella Seconda conferenza della Tavola Rotonda, quella a cui partecipò anche Gandhi. Il Mahatma alla conferenza disse di rappresentare tutta l’India ma questo punto di vista non fu condiviso dagli altri delegati.</strong> Il 1° novembre fu discusso il Patto delle minoranze ma nonostante questo a metà mese Iqbal si dissociò e il 20 informò il segretario di Stato la sua decisione di lasciare la Conferenza. Partì il giorno dopo per l’Italia e dal 22 al 29 si fermò a Roma, ospite della Reale Accademia d’Italia e non del Governo, che non voleva apparire troppo vicino ai nazionalisti indiani, Il 26 novembre dette una conferenza alla Reale Accademia d’Italia. Ligio alle richieste dell’Accademia, non fece come Tagore un discorso universalistico ma ambiguo, che di certo non suonava bene alle orecchie dei fascisti, ma pronunciò un discorso di argomento religioso che verteva sull’Islam, sulle tre forze del mondo – cioè la civiltà occidentale, il comunismo e l’Islam – l’apertura del mondo musulmano verso l’Occidente e il valore di questa amicizia. <strong>Il giorno dopo alle 17:45 fu ricevuto dal Duce a Palazzo Venezia. In seguito compose due poesie, una in cui mostrava la sua ammirazione per Mussolini e l’altra in cui ne prendeva le distanze. È lecito pensare però, che dopo avere esaltato Mussolini, deluso dal Duce per l’invasione dell’Abissinia, avesse aggiunto la frase in cui lo accusava di aver commesso le stesse uccisioni e ruberie che rimproverava ai britannici.</strong> La prima poesia terminava con «Di chi è l’occhio benevolo che ti ha concesso questo miracolo? Lui di cui la visione è come la luce del sole!», nella seconda, intitolata <em>Mussolini</em>, scritta dopo l’invasione dell’Etiopia, fingeva di difenderlo dai suoi rivali a est e a ovest, dicendo che in fondo i suoi crimini erano quelli delle altre potenze coloniali «Cosa, i crimini come quelli di Mussolini sono così inauditi in questa epoca? Perché dovrebbero provocare questa sciocca collera alle chicche dell’Europa?». Sempre nel 1935, Iqbal parla dei crimini del colonialismo, di quanto il saccheggio e l’incendio siano il sostentamento delle nazioni e dell’Abissinia, un cadavere che presto sarà fatto a pezzi per nutrire «gli avvoltoi dell’Europa», e di come la civiltà di Roma con l’invasione sia andata a pezzi sulla piazza del mercato, per meri interessi economici, con la complicità della Chiesa Cattolica.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="847" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/1920px-Tucci_sped_Tibet_1933-1024x847.jpg" alt="" class="wp-image-98907" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/1920px-Tucci_sped_Tibet_1933-1024x847.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/1920px-Tucci_sped_Tibet_1933-300x248.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/1920px-Tucci_sped_Tibet_1933-768x635.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/1920px-Tucci_sped_Tibet_1933-600x496.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/1920px-Tucci_sped_Tibet_1933.jpg 1306w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"> Giuseppe Tucci in Tibet, nel 1933</figcaption></figure>



<p><strong>Allama Iqbal è considerato uno dei padri del Pakistan ed è uno di quei personaggi asiatici di cui si ignorava la fascinazione per Mussolini e, anzi, in Asia si nega, al pari di Gandhi. È un personaggio quasi sconosciuto in Italia ma è un gigante intellettuale e un poeta famoso nell’Asia centrale e meridionale. </strong>Il suo amore per Mussolini, di cui nel 1933 consigliava a uno studente di economia che voleva approfondire l’argomento «un attento studio delle idee (di Mussolini)», rientra a pieno diritto nella fenomenologia della <em>cancel culture</em>. La sua intera vicenda italiana e il suo amore e disamore per il Duce sono raccontati e documentati nel mio libro.</p>



<p><strong>Che cosa ci fa nel 1929 Amānullāh Khān, re dell’Afghanistan, a Roma?</strong><strong></strong></p>



<p>Durante il Ventennio l’unico Stato libero da dominazioni straniere insieme al Nepal, se pure da pochi anni, con un re che governava con sistemi sin troppo liberali per un Paese rigidamente musulmano, era l’Afghanistan di Amanullah Khan. La classe sacerdotale però impediva ogni ammodernamento e avanzamento sociale, tanto che nel 1929 il re fu costretto a lasciare Kabul. Inoltre, lo Scorpione afghano era dilaniato dalle lotte fra le varie etnie locali. Da secoli prima di Cristo era al centro delle mire degli Imperi, confinanti e non, e per tutto il secolo diciannovesimo e gli inizi del ventesimo fu il terreno della sempiterna disputa fra le due superpotenze del tempo, l’Orso russo e il Leone britannico. Solo nel 1919, con l’ultima guerra vinta sulla Corona britannica, l’Afghanistan divenne indipendente e l’emiro Amanullah, autoproclamatosi re, dette inizio a un programma di riforme e svecchiamento. <strong>Nel 1928 Mussolini disse che per la sua agenda asiatica «uno Stato che suscita particolare attenzione per la sua posizione geografica, per la sua costituzione, la sua forza, è l’Afghanistan». Da questo suo interesse non nacque una collaborazione economica, politica o commerciale importante, per questioni logistiche e per l’interesse degli altri Stati già presenti, inclusi la Germania, il Belgio e la Francia, ma più che altro una reciproca simpatia che portò il re afghano, dopo l’abdicazione e il volontario esilio, a vivere in Italia.</strong> E Roma, da allora, continua ad avere rapporti diplomatici privilegiati con Kabul.</p>



<p>L’ultimo capitolo del libro, “Afghanistan crocevia dell’Asia”, tratta questi rapporti di reciproca stima da quando nel 1919 l’Italia riconobbe per prima l’indipendenza del Paese e un paio d’anni più tardi strinse accordi economici e di collaborazione. Dall’Afghanistan era facile scendere in India, con cui fino al 1947 confinava direttamente. Scalzare i britannici e far camminare i legionari fascisti sulle sue coste era un’idea troppo allettante. Se la Corona Britannica si fosse ritirata prima della disfatta di Mussolini avremmo visto le colonie italiane sulle coste del Malabar o del Tamil; Delhi, Calcutta o Bombay con larghe vie d’accesso sormontate da archi trionfali in bianco marmo di Carrara; le città di periferia ornate di monumenti al Duce in marmo variegato del Rajasthan; ampie piazze, case sormontate da aquile e fasci littori e palazzi futuristi dai disegni geometrici, come all’EUR, troneggianti sulle colline terrazzate del Kerala o nel centro di Bangalore. I legionari avrebbero fatto le ronde in fez e stivaloni lucidi, incuranti dell’afa, e forse il palazzo coloniale del viceré a Simla sarebbe diventato un bianco palazzo del podestà.</p>



<p>Il sogno del Duce di impadronirsi realmente del gioiello della Corona si rivela anche in una frase segnata dal lui stesso con tre punti esclamativi a margine di un libro del 1931 che appartiene alla Collezione Mussolini:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Le Indie sono proprio il forziere del mondo. Bisogna che l’Italia le possieda. Poco importa cosa diranno gli Inglesi. I legionari fascisti s’incaricheranno di farli tacere». </strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>L’Afghanistan trampolino di lancio per l’Oriente, l’Afghanistan porta dell’India. L’Afghanistan era di grande interesse strategico.</p>



<p>Amanullah era grato per l’immediato riconoscimento dell&#8217;indipendenza del suo paese da parte dell’Italia. Alla fine del 1927 Amanullah e sua moglie Soraya Tarzi fecero un grand tour asiatico ed europeo con lo scopo di rompere l’isolamento del Paese e di aprirlo al confronto con altri Paesi più moderni. Ovvio che un re dalle aspirazioni riformatrici e occidentalizzanti come lui volesse conoscere da vicino quella modernità che voleva introdurre nel suo regno; inoltre, intendeva stabilire estese relazioni diplomatiche. Mai prima di allora un emiro di Kabul si era sentito abbastanza sicuro sul trono da allontanarsi, neanche spingendosi fino all’India. Le casse dello Stato inoltre non erano troppo piene e le legazioni in Paesi europei, anche di poca o nessuna rilevanza per l’Afghanistan, avevano già messo a dura prova l’erario.</p>



<p>In ogni caso il re partì, delegando la reggenza dello Stato a Wali Khan, che cominciò subito ad arricchirsi illecitamente e a incoraggiare Habibullah Kalakani, chiamato in modo dispregiativo</p>



<p>Bacha-i-Sakao o Bacha, il «figlio del portatore d’acqua» – un brigante per alcuni storici afghani, per altri un Robin Hood – a cercare di indebolire il potere centrale. Era il dicembre 1927. Il re e la regina partirono dal porto pakistano di Karachi, sostarono per incontrare al Cairo il re Fawad. Suscitarono subito scandalo nel mondo musulmano sbarcando sul suolo egiziano vestiti con abiti europei. La regina, poi, era a volto scoperto. I popoli islamici invece si sarebbero aspettati di vedere un patriota afghano, un vero seguace della Legge del Profeta. Dall’Egitto i reali partirono per l’Italia, dove sbarcarono l’8 gennaio 1928. A Roma furono ricevuti da Vittorio Emanuele III, da Mussolini e da Pio XI, sempre accolto con tutto gli onori. Continuarono il tour ma Amanullah riportò un’ottima impressione dell’Italia. Fu per questo che nel 1929 il re Amanullah, che aveva abbandonato il trono, trovò rifugio a Roma. Da parte sua, ospitandolo, Mussolini faceva sì un favore alla Gran Bretagna, togliendolo dal teatro asiatico, ma anche un dispetto, serbando in petto la serpe fiera nemica del Raj; se poi il re fosse riuscito a ritornare sul trono di Kabul, Roma sarebbe saltata sul carro del vincitore e avrebbe avuto con l’Afghanistan rapporti del tutto privilegiati. Amanullah rimase a Roma fino alla sua dipartita, nel 1960.</p>



<p><strong>Nel 1922 fu aperta la prima ambasciata d’Italia a Kabul. L’Italia sostenne a livello tecnico e finanziario l’ardito piano di modernizzazione di Amanullah inviando subito nel nord del Paese una missione mineraria. Nell’ottobre 1923 inviò anche cinquanta tecnici specializzati, medici e ingegneri, guidati da Giuseppe Mazzoli, Dario Piperno e Gastone Tanzi per costruire scuole, ospedali, ponti, dighe e strade. </strong>Contribuì anche alla costruzione di una moderna flotta aerea con la spedizione di due aeromobili costruite dalla Società italiana Caproni, che nel 1911 aveva realizzato il primo aereo italiano e durante la Prima guerra mondiale una serie di aerei bombardieri pesanti usati sia dalle forze italiane, sia da quelle francesi, americane e britanniche. La costruzione della nuova capitale tuttavia, nonostante quello che l’emiro aveva assicurato a Tanzi, fu affidata ad architetti e ingegneri tedeschi e francesi. L’Afghanistan tornò di nuovo al centro delle mire dell’Occidente. La Germania voleva riprendere la leadership delle esportazioni in Medio Oriente e affiancò al progetto una politica estera che mirava alla penetrazione economica in Persia, Sinkiang, Mongolia e Afghanistan. Nell’aprile 1922 vi fu la rivolta delle popolazioni dei due protettorati russi di Bukhara e Khiva sostenuta da Amanullah, che fu repressa dalle truppe sovietiche. A questo seguì l’immediata reazione dei britannici, che offrirono aiuti economici per rafforzare la frontiera settentrionale afghana al confine con l’URSS e spinsero per la partnership economica di Kabul con la Repubblica di Weimar per rafforzare il fronte occidentale. Mussolini mandò industriali che andarono per il commercio di budelli di pecora e della seta e nel 1922 una missione mineraria presieduta dall’ingegnere Ferrari esplorò l’Afghanistan settentrionale.</p>



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<p>Segno dell’amicizia fra Italia e Afghanistan fu l’apertura di una cappella cattolica all’interno della Legazione d’Italia. Dai tempi della conquista araba della Persia e dell’Asia centrale, iniziata nel VII secolo d.C., quella era la prima volta che un Governo musulmano autorizzava l’insediamento ufficiale di una presenza cristiana, anche se con il divieto di proselitismo. Gli accordi del 1921 con Roma la prevedevano ma solo nel 1932 si diede seguito alla richiesta. Nessuno dei vari regimi o sconvolgimenti politico-militari che hanno caratterizzato la storia afghana – la monarchia nelle sue molteplici declinazioni, la repubblica instaurata da Daoud, l’invasione sovietica, la riconquista dei mujaheddin, la guerra civile, l’Emirato Islamico dei talebani, la Repubblica Islamica dell’Afghanistan – ha mai portato all’espulsione della missione cattolica iniziata nel Ventennio, che anzi nel 1989 ha ricevuto il plauso del Ministero degli esteri afghano per la sua costante e tenace presenza nel corso dei difficili decenni. L’Italia su desiderio del governo afghano mandò a Kabul prevalentemente ingegneri e sanitari, in seguito anche capi-officina e istruttori militari per artiglieria, avendo fornito delle batterie all’esercito afghano. Nel 1928 l’Afghanistan mandò in Italia alcune decine di giovani destinati all’arma aerea, per esservi istruiti alla R. Accademia di Aeronautica di Caserta ed alla Scuola Specialisti di Capua.</p>



<p>Fra l’Italia e l’Afghanistan prima della crisi etiopica però ci fu un’altra e ben più profonda crisi, che portò quasi alla rottura delle relazioni diplomatiche, il cosiddetto “caso Piperno”. Nonostante gli italiani si fossero ben ambientati a Kabul e nonostante il favore che godevano presso l’emiro, nel 1924 le autorità afghane arrestarono l’ingegner Piperno con l’accusa di avere ucciso con un colpo di rivoltella un gendarme, che voleva obbligarlo a presentarsi al posto di polizia. Pare che l’ingegnere avesse tentato di sedurre una donna afghana. Il cappellano italiano racconta che Piperno, che era stato assunto dal Governo afghano, lo aveva ucciso «preterintenzionalmente, in un accesso di nevropatia». In ottobre i parenti dell’ucciso firmarono una petizione all’emiro affinché Piperno fosse loro consegnato per la cerimonia del perdono. Nel gennaio 1925 con molta difficoltà la Legazione italiana pattuì con la famiglia il “prezzo del sangue”, contemplato nel diritto consuetudinario musulmano, secondo il quale spetta alla famiglia della vittima perdonare l’assassino in cambio del pagamento di un’indennità. Ottenuto il perdono dalla famiglia, l’emiro poteva concedere la grazia all’omicida. Ottenuto l’assenso dall’emiro, l’apposita cerimonia ebbe luogo, assieme al pagamento di 130.000 lire da parte della Legazione d’Italia. Piperno però rimase in carcere perché il tribunale afghano doveva prima emettere la sentenza e pronunciarsi sulla pena da infliggere. Mentre il Governo italiano trattava con le autorità afghane per il suo rilascio e rimpatrio immediato, Piperno, che era ebreo, fuggì dalla prigione dirigendosi a nord verso il Turkmenistan, una regione con una forte comunità ebraica, sperando così di uscire più facilmente dal Paese, aiutato dai correligionari, piuttosto che dal territorio delle tribù islamiche. A Mazar-i-Sharif però si costituì e venne condotto a Kabul. Ora la sua posizione si era aggravata. <strong>Tuttavia il Governo afghano dette alla Legazione d’Italia formali assicurazioni di un’amichevole composizione della cosa. Invece, senza pubblica discussione né alcun preavviso alla Legazione, Piperno fu sentenziato a morte e giustiziato in carcere. Da quel momento lo “scandalo Piperno” si aggravò, rendendo tesissime le relazioni diplomatiche fra i due Paesi. Alcuni membri italiani del PNF reagirono piuttosto male alla detenzione e all’esecuzione di Piperno e Mussolini minacciò di rompere le relazioni diplomatiche con Kabul.</strong> La crisi fu superata grazie allo spirito conciliativo del Governo italiano e all’intervento personale di Amanullah. Roma concordò per la destituzione del comandante della polizia locale, le scuse ufficiali e una congrua somma in oro. Mussolini telegrafò all’emiro manifestandogli la sua soddisfazione e il desiderio di riprendere i rapporti di buona amicizia. Dato che in Afghanistan non c’era quasi niente che non potesse essere risolto da una compensazione in denaro, il Governo italiano ne aveva approfittato e aveva chiesto 7000 sterline d’oro. Nell’aprile 1926 giunse in porto il piroscafo Cracovia proveniente “dalle Indie” che recava a bordo seimila sterline in oro, rappresentanti l’indennità richiesta dal Governo italiano all’Afghanistan per l’uccisione di Piperno. La somma andò metà alla famiglia di Piperno e metà alle casse dello Stato. Con le scuse ufficiali del Governo afghano l’onore dell’Italia era salvo, lo Stato italiano aveva incassato una somma cospicua e anche Amanullah era soddisfatto perché aveva salvato la faccia giustiziando Piperno e, in più, aveva risparmiato 1000 sterline sulla somma pattuita.</p>



<p>Dopo questo incidente e la riparazione gli ottimi rapporti fra Roma e Kabul ripresero. L’Italia però era solo uno dei partner dell’Afghanistan e non il più importante. Per tutto il decennio 1920-30 vi fu una gara fra Berlino e Mosca per guadagnarsi più influenza sul suolo afghano, non solo economica ma anche politica, nonostante l’instabilità del Paese dovuta ai tradizionali conflitti etnici.</p>



<p>Alla fine del 1933 Zahir Shah divenne Re. Dopo che l’Afghanistan votò per l’abolizione delle sanzioni economiche all’Italia, deliberate dalla Società delle Nazioni in risposta all&#8217;attacco contro l&#8217;Etiopia, a metà del 1936, le relazioni fra Roma e Kabul ripresero con rinnovato vigore. Il cugino del re e governatore di Kandahar, Mohammed Daoud Khan, chiese di assistere alle nostre manovre militari estive; in autunno venne a Roma il ministro degli Esteri, in carica dal 1929 al ’38, che chiese e ottenne dei prestiti per acquistare degli armamenti prodotti dalle nostre industrie. Per l’Italia si apriva un nuovo spiraglio in Asia centrale.</p>



<p>L’Afghanistan fu amico dell’Italia per tutto il periodo fascista. L’India si liberò dal giogo britannico nel 1947 e fu divisa in due Stati, la Repubblica Indiana induista e il Pakistan islamico, da allora nemici. L’Afghanistan durante la guerra mantenne la neutralità, anche se in un secondo tempo dichiarò guerra alla Germania, ma non si schierò con gli Alleati anche per la secolare inimicizia con la Gran Bretagna. Grazie agli ottimi rapporti fra Roma e Kabul anche l’ultimo re dell’Afghanistan, Zahir Shah, dal 1973 risiedette da esule a Roma per ventinove anni.</p>



<p><strong>Con la fondazione di Ismeo e Ispi si consolida un impegno strategico e ‘scientifico’ da parte dell’Italia verso il Medio ed Estremo Oriente. Cosa resta ora di ciò che fu allora e quale insegnamento (se poi esiste) possiamo trarre dall’epopea ‘orientale’ del Ventennio?</strong><strong></strong></p>



<p>L’insegnamento non è tanto quello che abbiamo imparato dai rapporti dell’Italia in Asia e con l’Asia, ma come la figura di Mussolini sia, a mio parere, molto cambiata e diciamo “ampliata” rispetto a quello che gli storici precedenti hanno sempre detto: che in pratica non aveva una politica estera vera e propria o, se l’aveva, era la continuazione di quella prima di lui, con qualche variazione. Oppure che la sua politica estera fu pensata da Grandi, che quando fu agli Esteri ebbe certamente un peso determinante nelle relazioni con la Gran Bretagna ma aveva una visione affatto diversa da quella di Mussolini, o da Ciano in Cina e così via. Mussolini insomma sarebbe stato una specie di arruffone, con in testa poche idee e confuse, se non quelle dettate dalle sue manie di grandezza, e senza un piano preciso.</p>



<p><strong>Sin dal discorso del Moplah, nel 1921, Mussolini aveva le idee ben chiare su dove voleva portare l’Italia nel suo sogno imperiale: l’India. Perché? Perché era ricca, perché costituiva un ottimo sbocco per coloni e merci; inoltre, l’idea di sostituirsi alla Corona britannica, nonostante le dichiarazioni di amicizia, lo seduceva.</strong> Pian piano, da una posizione di interesse per la spiritualità orientale dei suoi vent’anni passò a un interesse culturale, economico e sociale a largo spettro, e poi a uno strategico. E la cultura aveva un posto dominante per conoscere quelle terre. Lo espresse a chiare lettere però solo alla fine del Ventennio, a guerra iniziata:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«L’Italia, con la sua posizione dominante in Balcania, nel Mediterraneo e nell’Africa Settentrionale e Orientale, dovrà vivere in contatto con le popolazioni dell’Asia Minore, dell’Egitto, della penisola Arabica, dell’India. Per evitare errori sarà necessario approfondire gli studi di queste popolazioni. Conoscendo queste popolazioni, gli italiani potranno imparare a trattarle, secondo i principi della dignità razziale. Attraverso il Canale di Suez liberato e l’Oceano Indiano, l’Italia potrà stringere rapporti sempre più stretti con le civili popolazioni della Grande Asia Orientale, riprendendo così quella missione che le fu propizia fino alla scoperta dell’America. [&#8230;] L’italiano dovrà sostituirsi in alcune zone ad un popolo, che ha conosciuto molto bene l’importanza del fattore razziale, qual è stato il popolo inglese, e avrà ai limiti della sua zona d’azione popoli fortemente razzisti, quali sono il tedesco e il giapponese [&#8230;]». </strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>I limiti all’espansione verso est erano solo quelli posti dagli altri due popoli alleati «fortemente razzisti», il tedesco e il giapponese. L’Italia in molte zone dell’Asia avrebbe dovuto sostituirsi agli inglesi. Dal Mare Nostrum alla Grande Asia Orientale passando per «il Canale di Suez liberato» e l’Oceano Indiano. Questa era la mira di Mussolini da vent’anni, quando profeticamente disse che «l’Asia – misteriosa e potente nel volto e nell’anima – darà assai probabilmente il suo nome al nostro secolo».</p>



<p>In realtà la sua attenzione verso l’Asia si manifestò da prima della fondazione del Partito nazionale fascista, nel novembre del 1921. Il nuovo Stato italiano avrebbe dovuto valorizzare le colonie italiane del Mediterraneo e d&#8217;oltreoceano con istituzioni economiche, culturali e con rapide comunicazioni. Disse che il Partito Nazionale Fascista si dichiarava favorevole a una politica di «amichevoli rapporti con tutti i popoli dell’Oriente vicino e lontano». Negli stessi giorni pubblicò su <em>Il Popolo d’Italia </em>un articolo sull’India, prendendo spunto dall’estesa rivolta dell’agosto del 1921 dei contadini musulmani Moplah contro i proprietari terrieri induisti, principalmente brahmini, appoggiati dai britannici. Durante una battaglia scoppiata tra i soldati della Corona e i contadini quasi cento di loro furono catturati e trasportati su un vagone ferroviario. Destinazione: le prigioni. Ma scoppiò la tragedia. Quando la porta del vagone fu aperta, sessantasei uomini erano morti soffocati e gli altri erano agonizzanti. Dobbiamo ricordare che sul suolo indiano al tempo stazionavano circa 70.000 soldati britannici e le tensioni fra il Raj e la popolazione erano già state soffocate più volte in modo cruento.</p>



<p>“La tragedia del treno dei Moplah” ebbe risonanza internazionale e Mussolini non si lasciò sfuggire l’occasione di usarla per sottolineare le difficoltà della Corona e la certezza della futura indipendenza dell’India nell’articolo “Verso il suolo asiatico: Malabar”, per parlare con ammirazione della causa del mondo arabo-islamico contro la dominazione inglese e, profeticamente, per sottolineare, con il risveglio «di popoli e di tribù» che parevano rassegnati, il sorgere di una nuova potenza: la potenza asiatica:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«È palese che la posizione dell’Inghilterra nelle Indie è abbastanza difficile. [&#8230;] lo sbocco dell’agitazione indiana è segnato ed è fatale. I fermenti sono gettati. La razza si è risvegliata. È in piedi. Il raggiungimento della sua indipendenza non è più una questione di possibilità; è una questione di tempo. Dalle rive dell’Adriatico al mare di Bengala, dal Marocco al Malabar, tutto il mondo arabo-islamico si agita. [&#8230;] Il risultato di questo formidabile travaglio, che mette in movimento trecento milioni di uomini, sarà il tramonto delle egemonie europee; sarà uno spostamento di interessi, e la valorizzazione di immense ricchezze, che non andranno perdute, perché i pionieri della riscossa islamica sono degli europeizzati che intendono di procedere innanzi, mentre, colla liberazione dell’Islam, nuove forze spirituali potranno entrare nella storia del mondo. L’Europa ha evocato l’Asia e l’Asia – misteriosa e potente nel volto e nell’anima – darà assai probabilmente il suo nome al nostro secolo».</strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p><strong>Ultima. L’Ezra Pound dei <em>Cantos</em> in epigrafe. Perché?</strong><strong></strong></p>



<p>Vorrei dire che è per il significato della poesia, un po’ in polemica con alcuni storici “compilativi”, che raccontano con belle parole fatti ben noti – “In his day the State was well kept, / And even I can remember / A day when the historians left blanks in their writings, / I mean, for things they didn’t know, / But that time seems to be passing. / A day when the historians left blanks in their writings, / But that time seems to be passing. / And Kung said, “Without character you will / be unable to play on that instrument / Or to execute the music fit for the Odes. / The blossoms of the apricot / blow from the east to the west, / And I have tried to keep them from falling”. O per l’ultimo verso, che dice che petali dei fiori dell’albicocco soffiano da est a ovest. La bellezza viene dall’Oriente. Ma non è questa la ragione.</p>



<p>Posso anche dire che Pound fu ammiratore e sostenitore del Fascismo e di Mussolini stesso e, nonostante la sua grandezza poetica, pagò a caro prezzo l’aver professato le sue idee. Nell&#8217;estate del 1945 rimase per 25 giorni nel campo di detenzione dell&#8217;esercito americano, a Pisa, rinchiuso in una gabbia di rete metallica, con solo un tetto di lamiera e il pavimento in cemento, esposto alle intemperie e illuminato anche durante la notte. Fu riportato in Usa, dichiarato incapace di intendere e di volere e rinchiuso in un manicomio criminale per dodici anni, fino a quando Vanni Scheiwiller inviò una petizione all’Ambasciata americana a Roma, sottoscritta da 31 firme importanti nel mondo culturale, e il suo divenne un caso internazionale. Il fatto che un poeta e un intellettuale sia punito così duramente e ingiustamente e per così lungo tempo per aver manifestato liberamente le sue idee mi fa ribollire il sangue – lo ammetto, più che se fosse una voce qualunque.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="762" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/books-tibet-2019-l19405-bdb8d-1-762x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98908" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/books-tibet-2019-l19405-bdb8d-1-762x1024.jpg 762w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/books-tibet-2019-l19405-bdb8d-1-223x300.jpg 223w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/books-tibet-2019-l19405-bdb8d-1-768x1032.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/books-tibet-2019-l19405-bdb8d-1-600x806.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/books-tibet-2019-l19405-bdb8d-1.jpg 804w" sizes="(max-width: 762px) 100vw, 762px" /><figcaption class="wp-element-caption">Qui come in copertina: fotografie di Fosco Maraini dalla spedizione tibetana ideata da Giuseppe Tucci nel 1938</figcaption></figure>



<p>Ma niente di questo è vero o è solo in parte vero, una piccola parte. <strong>La ragione per cui Ezra apre il libro è che mi piace. Lo sento un po’ mio con la sua voce così netta, limpida, fusa fra Oriente e Occidente. Risuona profondamente in me sin da quando, adolescente, comprai una copia dei <em>Cantos</em> in edizione italiana super economica. La lessi senza capirci niente. La ripresi in mano qualche anno più tardi, in inglese, e fui come San Paolo folgorato sulla via di Damasco, mi si perdoni il paragone un po’ blasfemo. </strong>Quello che scrive, come scrive, quello che evoca, gli echi dei suoi versi, le figure retoriche e i rimandi classici e all’Oriente, mi colpiscono, mi incantano. Così, senza pensarci. Le sue parole sono visioni, sono flash che squarciano il buio. Sono come la ricostruzione storica, che lascia un segno e apre delle porte quanto più è evocatrice e fa sognare. Ezra mi ha accompagnato per tutta la stesura del libro e quando ero stanca mi fermavo a rileggere i <em>Cantos</em>, il primo amore, come se ascoltassi la voce di un amante. Ezra mi piace nella testa, nello stile e nel cuore, questa è la ragione dell’epigrafe iniziale. Semplicemente, mi piace.&nbsp;</p>



<p><em>(fine)</em><em></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mussolini-oriente-enrica-garzilli-seconda-parte/">“Le Indie sono il forziere del mondo. Bisogna che l’Italia le possieda”. Mussolini e l’Oriente (parte seconda)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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