14 Marzo 2024

“L’Asia darà il suo nome al nostro secolo”. Mussolini e l’Oriente

Enrica Garzilli è una donna singolare, fuori dall’ordinario. Non è difficile capire perché sia anche fuori dalle ‘accademie’ costituite. Nonostante il curriculum, abnorme – specialista in studi asiatici, ha fatto ricerca a Delhi, ha insegnato a Harvard, dove ha diretto la “Harvard Oriental Series. Opera Minora”; ha fondato un paio di riviste e portato i suoi saperi in vagabondaggio universitario – Enrica Garzilli ha un carattere corsivo, leonino, una intelligenza a tratti inaccessibile. Non sta nell’alveo canonico, depreca i convenzionali riti, non dice quello che bisogna dire perché è una che sa quello che dice, non è – vivaddio – una persona ‘facile’ – a volte, vivaddio, incute timore.

Dieci anni fa, ha firmato un libro ‘mostruoso’, L’esploratore del Duce, che ricostruisce – con flotta di documenti per lo più inediti o mai esplorati – il ritratto di Giuseppe Tucci, orientalista di fama mondiale, avventuriero, incomparabile tibetanologo – a lui dobbiamo la traduzione in italiano del Libro tibetano dei morti e la scoperta di una vasta messe di testi religiosi e iniziativi del Tibet –, fondatore dell’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente. Il libro, in due volumi, supera con agio le mille pagine.

Enrica Garzilli – l’ho detto – non sta nei canoni, è appropriata alle opere estreme. Per la Utet, da qualche mese, ha licenziato un lavoro straordinario, come sempre, per dote di documenti presentati e meticolosità. Il volume, Mussolini e Oriente, scorre per 1200 pagine e passa, ricostruendo – e per molti versi svelando – l’epopea di un’epoca tragica e difforme. Vi si riferisce la volontà del Fascismo di sfociare a Est: l’Oriente – dall’Islam all’India al Sol Levante – attraeva il Duce per ragioni, ovviamente, economiche e politiche (in funzione anti-inglese), ma anche ‘spirituali’. Il Fascismo propugnava una visione del mondo e i suoi discepoli la consolidavano rintracciando culture affini. In particolare, l’Italia, riguardo agli studi a Oriente, doveva colmare un micidiale vuoto rispetto ad altri paesi europei – Inghilterra, Francia, Germania – e si dotò di istituti e di uomini in grado di ridurre il terribile divario. Tucci fu uno di questi. Da allora, India, Giappone, Afghanistan, Yemen e Palestina entrarono nell’orbita di interesse del Fascismo. La grande rotta verso Oriente – inaugurata, in tempi mitici, da Marco Polo e da missionari della stoffa di Matteo Ricci – veniva riaperta a colpi di azzardi politici e intraprese culturali.

Il libro apre squarci finora per lo più inediti – o volutamente sepolti –; la Garzilli fonde due talenti di solito disgiunti: l’acribia dello storico e la conoscenza dell’orientalista. Il libro, non solo come necessario ‘strumento’ ma come lettura in sé, è magnifico. Tra l’altro, tra le moltissime cose, si narrano i rapporti tra Gandhi e Mussolini e quelli tra Tagore e il Duce; si racconta la storia di “Lawrence d’Arabia” in Pakistan; si riferisce del culto dei samurai in ‘gemellaggio’ con l’etica fascista e dell’“influenza degli haiku sulla poetica dell’ermetismo”. Il libro, va da sé, non indulge sul ‘narrativo’: ha la sobrietà di uno studio, l’eleganza e l’equidistanza dei lavori destinati a durare. Se ne dovrebbe parlare continuamente; ma, lo sappiamo, questo è un Paese pavido, che ha timore di guardarsi in faccia, di capirsi.

Come detto, Enrica Garzilli è personalità sfuggente, singolare fino a risultare spigolosa – dunque, in grado di gesti di arguta generosità. Le ho proposto un’intervista nel dicembre scorso. Ha accettato. Ha lavorato alle risposte per un paio di mesi; l’esito è uno scambio che supera le venti pagine; di fatto, ne è uscita una arcuata sinossi del libro. Per ragioni naturali – la dote di dati per comprendere, pur superficialmente, un momento delicatissimo della nostra storia – ho scelto di pubblicare l’intervista senza tagli editoriali: i lettori di questo foglio digitale sanno leggere, sono coriacei. L’intervista è stata divisa in due parti; questa è la prima.

In esergo, la Garzilli si fa accompagnare da due citazioni. La prima è tratta dal vangelo di Matteo: in forma inedita (estremismo esegetico) la studiosa sintetizza due versetti in uno, “gli ultimi saranno primi…” (20, 16) e “molti sono chiamati, ma pochi gli eletti” (22, 14). La seconda è tratta dal tredicesimo Cantos di Ezra Pound; l’ultima terzina è memorabile: “I fiori dell’albicocco/ boccheggiano da est a ovest/ ho cercato di impedire che cadessero”. Incrociando queste frasi, forse, si ottiene il ritratto di Enrica Garzilli – o la sua fuga.

Partirei dall’opera pionieristica di Giuseppe Tucci in direzione Lhasa. L’interesse del fascismo verso l’Oriente può dirsi di stampo ‘sapienziale’ o filosofico? Possiamo dire si tratti anche di una avventura ‘culturale’?

Lei ha iniziato questa intervista dicendo che mi avrebbe posto delle “banali domande”. In realtà queste sono domande pesanti, che implicano non solo un periodo storico ma una visione del mondo, una filosofia, uno stile, un modo di pensare, un tempo affatto nuovo. Non a caso, per sottolinearne la novità il Ventennio fu scandito dalla numerazione romana e il computo degli anni partiva dalla Marcia su Roma, il 28 ottobre 1922, come le cronologie prima di Erodoto. Si contano dagli anni da un “io”, il regnante che dà inizio all’epoca. In Tibet una ricostruzione di datazione con i criteri odierni, dati relativi incrociati, riferimenti geografici, religiosi, archeologici, riferimenti ad altre popolazioni e altre dinastie regnanti e così via, è stata fatta appunto da Giuseppe Tucci e dal suo più brillante allievo, Luciano Petech, che ha usato anche fonti nepalesi. Tucci nelle sue scorribande sulle vette e le valli dell’Himalaya a caccia di tesori verso la città proibita, Lhasa – fu il personaggio chiave nella “politica orientale” di Mussolini. Grazie a lui, vero Indiana Jones ante litteram, non solo furono riportati in Italia preziosi thangka, i rotoli devozionali buddhisti dipinti, ma rari manoscritti in sanscrito e tibetano, libri antichi di religione e di medicina, reperti, statue e manufatti tibetani. Agli inizi degli anni Cinquanta Tucci scoprì in Nepal le vestigia di una grande dinastia che regnò dal 1200 circa 1779, quella dei Malla. Compì tredici o quattordici spedizioni fra Tibet e Nepal, dette lezioni in varie università indiane e contemporaneamente svolse un’intensa attività di proselitismo e di “intelligence”, possiamo dire, per la causa fascista. Li trovò specialmente fra gli intellettuali e nazionalisti del Rinascimento bengalese. Fu un vero tessitore dei rapporti fra il Fascismo e l’Oriente. La sua fu un’opera a tutto tondo – cultura, scoperta, avventura, viaggio, rischio – a quel tempo gli altopiani tibetani erano infestati da briganti, oltre ai problemi logistici tipo la mancanza di ponti per il guado dei fiumi himalayani, la scarsità di strade battute, i sentieri strettissimi a tornante sul range dell’Himalaya – e la sua profonda conoscenza delle fonti e del tibetano scritto e parlato gli permise anche di ricostruire la toponomastica dei luoghi. Tucci divenne così famoso e rispettato in Tibet, fra la gente e presso lama, pandit, guru, politici e intellettuali dell’India, del Nepal, e dopo l’indipendenza dell’India e la Partizione del 15 agosto 1947, del Pakistan, e poi dell’Iran, che pur non essendo molto amato da Mussolini, che lo teneva a debita distanza, fu sempre sponsorizzato con molta generosità sia dalle istituzioni che il Duce aveva fondato, per esempio la R. Accademia d’Italia e la R. Società Geografica Italiana, sia da aziende private come la Cirio, l’Olio Berio, le Tende Moretti.

Per Mussolini la Storia comincia dalla Marcia su Roma. L’homo novus, pieno delle energie e dello slancio della giovinezza comincia da lì. E Tucci lo impersonava alla perfezione: giovane e ambizioso, appena 31enne, grazie ai buoni uffici del suo maestro Carlo Formichi, che stava tenendo dei corsi di sanscrito, fu mandato a Vishvabharati, l’università internazionale fondata da Tagore, a tenere una docenza di italiano. Era bassino, forte e pieno di salute, e bisognava averla per resistere anni in quelle zone, con quel clima, con quelle abitudini di vita – non per niente Formichi ci parla in dettaglio della sporcizia in India e del cibo così poco palatabile per un occidentale. Viaggiava con la carovana che formava in India in zone con grandi difficoltà logistiche, con tende, viveri, alcolici, attrezzatura da campo, asini o cavalli, armi. Percorse decine migliaia di chilometri a piedi, con il pony o lo yak su per i passi e i valichi dell’Himalaya, nelle spianate brulle del Tibet, giù per le vallate umide e torride del Gange e sulle colline insalubri del Nepal. Tucci era nazionalista, colto, ambiziosissimo e disposto a tutto pur di avere per sé i tesori di quelle terre. Che poi ha lasciato allo Stato italiano con una bellissima collezione di libri e un Museo di Arte Orientale. Andò in Nepal, primo italiano dopo i missionari del XVIII secolo, e vi compì cinque o forse sei spedizioni; altre otto ne compì in Tibet. L’ultima, l’unica dopo il Ventennio, lo portò nella Città proibita, Lhasa.

Giuseppe Tucci (1894-1984) in una delle sue spedizioni tibetane

Ecco, Tucci impersona benissimo questo stile e questa avventura spirituale, politica e culturale fascista. Le sue erano missioni culturali ed esperienze sapienziali. Non per niente nel 1949 pubblicò la prima traduzione italiana direttamente dal tibetano del Bardo Tödröl, conosciuto come “Libro tibertano dei morti”, che descrive il percorso che l’anima cosciente compie da quando lascia il corpo a quando si reincarna. Questo intervallo si chiama bardo e il libro è un vero e proprio manuale del viaggio sapienziale da compiere per raggiungere il nirvana, la non-rinascita, fine ultimo del buddhismo. Tucci fu fascista e fu buddhista. Incarnava il più alto ideale fascista, alla pari di D’Annunzio e di Evola, ben lontano dallo stereotipo del fascista dell’ometto ignorante tutto slogan e manganello. Era l’uomo carismatico, manipolatore, spirituale e concreto, impositivo con i deboli e quasi umile con i forti, visionario – fu sua l’idea di partire alla scoperta del Tibet e i suoi tesori, come Csoma de Kőrös, il filologo di cui orgogliosamente citava la data di nascita coincidente con la sua, solo duecento anni prima, che partì verso il Tibet armato solo di un bastone da passeggio. E principalmente sua è l’idea di avere in Italia un “istituto per l’Asia Media ed Estrema”. L’IsMEO fu fondato da Mussolini nel 1933 e fu messo sotto la presidenza del suo patronus Giovanni Gentile. Lui era il direttore esecutivo. Tutto per uno scopo, per “mettere l’Italia alla pari delle grandi nazioni europee”, come scrisse a Mussolini. Una politica culturale perfettamente consona ai disegni politici del Capo, come lo chiamava, che voleva trasformare l’Italia da Media potenza a Grande potenza in Europa, alla pari con Francia e Gran Bretagna. Aveva bisogno di una politica culturale che accompagnasse o precedesse la diplomazia e gli accordi economici e politici veri e propri e la dotò anche degli strumenti culturali che le altre nazioni avevano da centinaia di anni come un’enciclopedia universale, e fu fondata la Treccani, la “super accademia”, la R. Accademia d’Italia, che riuniva tutte le menti più brillanti nel campo dello scibile e delle arti, fra cui Tucci e il suo maestro Formichi, e anche gli esploratori come Giotto Dainelli e gli inventori come Guglielmo Marconi, che ne fu il primo presidente. Cosa che avvicinava ancor più Tucci all’ideale dell’uomo ideale giovanilista, propulsivo e fattivo del Fascismo, e a Mussolini stesso, era che fu un vero tombeur de femmes. Attraverso Tucci si può capire meglio il Fascismo e la sua corrispondenza di amorosi sensi con l’Oriente.

Le sue sono domande molto importanti per capire un fenomeno quale il Fascismo che fu complesso, per non fermarsi solo alle conseguenze estreme e fatali di certe idee, le Leggi Razziali del novembre 1938 e l’entrata in guerra del giugno 1940. Non sto giustificando niente perché nella ricostruzione storica non c’è niente da giustificare ma piuttosto di capire, ognuno decida e giudichi da sé. Il Fascismo non si può racchiudere e limitare ai proclami roboanti o all’infamia di certe prese di posizione o di certe leggi, è qualcosa di più globale, è una visione che investe ogni aspetto sociale e privato dell’uomo. A fronte di tutto voglio ribadire una frase che disse De Felice nel 1989 che ho sempre fatto mia: «Facciamo storia, non moralismo». O almeno, ci proviamo. Ho cercato di ricostruire i rapporti fra Mussolini e l’Oriente, scavando anche fra documenti sconosciuti, interpretandoli. Nonostante il sempiterno dibattito che vorrebbe ideologizzare la ricerca storica anche, soprattutto quando cerca di leggere un periodo così recente e dibattuto, ho tenuto a mente che l’imparzialità è una chimera; ho però usato le fonti senza discriminanti ideologiche o metodologiche. Le fonti sono solo il puntello, l’ordito e la trama di una stoffa ben più complessa e di un disegno più generale, che si vede solo a una certa distanza: la realtà di un contesto geografico ampio come l’Asia e l’Europa, di un’idea e di un’ideologia, di uno stile, di un’epoca, non solo di un disegno politico e di trattati.

L’avventura del Fascismo verso l’Oriente fu anche culturale, etica, spirituale. Fu una visione complessiva della realtà che accompagnava un sogno – allargarsi a est, sui Balcani e sul Mediterraneo, fino alle coste dell’India – ben prima che diventasse un interesse strategico, dopo l’adesione del 1937 al Patto Anticomintern fra Tokyo e Berlino. E ha le radici negli interessi culturali di Mussolini stesso. Un alito di spiritualità orientale era presente nel Fascismo sin dagli inizi, a partire dall’interesse del giovane Benito per il buddhismo e il Buddha. Aveva però una forte fascinazione per l’Oriente sia quello arabo, sia quello più a est. Leda Rafanelli, intellettuale futurista amica, o forse amante, di Mussolini, dice che un giorno lui le scrisse che durante il loro ultimo incontro ella gli dette «l’illusione dell’Oriente meraviglioso, con i suoi violenti profumi, con i suoi sogni folli e fascinatori». E Benito stesso con lei usava espressioni come la «fachirica impassibilità» e in un articolo del 1914 scrisse che la neutralità assoluta avrebbe condotto a un «atteggiamento di nirvanica impassibilità». L’interesse e la curiosità per quell’«Oriente meraviglioso» era lì, nel giovane Benito. 

Il padre di Mussolini, che era un attivo esponente socialista di Forlì, era emigrato in Svizzera perché la famiglia era indigente. Margherita Sarfatti, l’intellettuale e giornalista ebrea, direttrice della rivista Gerarchia, che dal 1912 e per vent’anni fu l’amante di Mussolini, racconta che, nonostante fosse poverissimo e si dedicasse a lavori umili, frequentava gli ambienti universitari, non un professore soltanto ma tutto un mondo culturale cosmopolita, anche se preferiva gli intellettuali russi. Attraverso loro, tutti un poco teosofi, risalì al Buddha attraverso Schopenhauer, maestro di Nietzsche e suo maestro. Il giovane Benito era così affascinato dalla figura del Tathāgata che in un comizio a Ginevra affrontò l’asso del riformismo di allora, il presidente della Seconda Internazionale Socialista Vandervelde, che parlava di un Gesù Cristo sovversivo, liberatore degli schiavi e precursore del socialismo. Era il 1904, Benito aveva ventuno anni. Alla fine della conferenza chiese e ottenne il contraddittorio per un affondo contro il Vangelo e contro Galileo, colpevoli di aver fatto crollare il magnifico edificio dell’Impero romano sotto la spallata della Sklavenmoral – un tema centrale dell’opera di Nietzsche. «Che cos’era poi il Messia, coi suoi quattro discorsi e parabolette, in confronto al corpo di dottrine elaborato dal Buddo in quaranta volumi, attraverso quarant’anni di penitenza, di meditazione e di lavori apostolici?»

L’interesse di Mussolini per l’Oriente non si esaurì alla spiritualità o all’azione politica ma coinvolse anche i rapporti personali. A Roma divenne amico della famiglia giapponese Ono. A livello etico e spirituale ammirava il Giappone ben prima che l’Italia aderisse al Patto Anticomintern con Berlino e Tokyo. Nella società e nell’ideale del samurai ravvedeva gli stessi valori e ideali fondanti del fascismo: fedeltà, lealtà, onestà, coraggio e combattere per un ideale fino anche all’estremo sacrificio. Avevano in comune fra gli altri il mito della gioventù, del duro lavoro, dell’ordine. L’interesse di Mussolini per il Giappone fu duraturo, tanto che nel 1924 accettò la proposta di Shimoi Harukichi – un poeta proveniente da una famiglia di samurai che viveva a Napoli, si era arruolato volontario nella Prima guerra mondiale e poi aveva partecipato all’Impresa di Fiume con D’Annunzio, tanto da portare le note scritte dal Vate da Fiume a Milano, da Mussolini – a fare da testimonial per una famosa bevanda analcolica giapponese, la Calpis, la prima bevanda commerciale contenente i lattobacilli. Mishima, l’imprenditore che l’aveva inventata, era entusiasta di D’Annunzio e di Mussolini ed era un forte sostenitore delle tecniche di marketing. Così nel giugno 1924 tentò di reclutare il Vate per fare pubblicità alla Calpis e incaricò Shimoi del compito di proporgli l’idea. Quando lui rifiutò, nonostante il suo “giapponismo” estetico e letterario, Shimoi, dopo un’udienza con Mussolini, lo convinse a scrivere un lungo messaggio indirizzato alla gioventù giapponese richiamandosi allo spirito millenario della sua razza, senza soggiacere «al moderno demagogismo materialista». Era il 30 giugno 1926.

«L’Italia, che ha affinità geografiche e morali col Giappone, si è ricostruita saldamente coll’opera meravigliosa delle sue Camicie Nere pronte a qualsiasi sacrificio e ad ogni appello della Patria. Il Fascismo che si basa sul senso del dovere e sulla accettazione consapevole della disciplina, sulla gerarchia e sul patriottismo, non richiama, forse, ai vostri giovani cuori il ricordo del secolare buscidò che arse gli animi dei vostri Padri e mantenne sempre forte e compatto l’Impero del Sole Levante? La vera forza della Nazione sta in voi, o giovani di ogni rango e di ogni mestiere. In voi sta la sorte del glorioso domani dell’Impero. Alzatevi in piedi, o giovani intrepidi e generosi, e gridate fascisticamente per la vostra grande Patria: A Noi!».

Grazie al fondatore di Calpis che si occupò della sponsorizzazione, il messaggio alla gioventù del Giappone fu consegnato per la prima volta con grande pompa nel parco Hibiya di Tokyo dove, secondo l’ambasciatore italiano, si era radunata una folla di circa diecimila persone, tra cui rappresentanti politici, burocrati e giovani i cui applausi scroscianti erano accompagnati dal saluto fascista finale. Il fascista giapponese Shimoi disse addirittura che erano trentamila e scrisse a Mussolini e raccontò, forse con un filo di esagerazione, che gli aerei avevano lanciato un milione di volantini con il messaggio mentre altre trecentomila copie di una sua versione, insieme a una fotografia di Mussolini, erano state distribuite ai presenti, e che Calpis aveva pagato per far apparire il messaggio in tutti i quotidiani dell’Impero. In effetti il messaggio di Mussolini apparve anche nel fascicolo di un’organizzazione giovanile nella prefettura rurale di Akita. Il comitato organizzatore scrisse al Duce, salutando l’evento come un modo per riportare alla retta via quei giovani che erano stati sviati ed esprimendo la sua gratitudine per l’immenso fervore e il formidabile risveglio spirituale che le parole del Duce avevano provocato nella gioventù giapponese.

Il Fascismo che si basava sulla consapevole accettazione di «disciplina, gerarchia e patriottismo» richiamava il Bushido, l’etica e il codice di condotta dei samurai. È questo che ricordava Mussolini alla gioventù del Giappone e in questo riconosceva il Paese del Sol Levante come l’altro polo della civiltà in Oriente, e proprio mentre, in quegli stessi anni, era scoppiato l’amore per Mussolini, come testimoniano molti libri e articoli sulla vita e le opere del Duce, biografie e addirittura, nel solo anno 1928, cinque opere teatrali su di lui. Fra queste la più famosa era intitolata Mussorini e il ruolo del Duce era interpretato da una delle stelle del teatro kabuki. Il saggio del 1927 Fasshizumu to Nihon, «Fascismo in Giappone» riporta un sondaggio, pur senza riferire il nome del giornale da cui è tratto: «Tra i leader mondiali di oggi, chi vi piace di più? Un giornale chiese ai giapponesi in un sondaggio nazionale nel 1927. La risposta dei lettori non lasciava dubbi: Benito Mussolini, il dittatore italiano e duce del fascismo». Non solo gli intellettuali ammiravano Mussolini e l’intera cultura italiana, Dante in testa passando per il Futurismo, ma il popolo.

L’Italia vuole giocare la sua parte nel “Grande Gioco”

Shimoi ammirava Mussolini, collaborava con lui e i due erano legati un’amicizia che rafforzò la nippofilia di Mussolini e la convinzione che gli ideali della società tradizionale giapponese, in particolare l’etica del ronin, fosse uguale a quella fascista. Il tema della fedeltà fino al sacrificio estremo impressionò Mussolini quando ascoltò da Shimoi la storia dei samurai Byakkotai, i diciannove ragazzi che, dopo essere stati sconfitti e convinti erroneamente della morte del loro signore, fecero seppuku per rispettare il patto di fedeltà assoluta che li aveva legati in vita al loro signore. In seguito fu eretto un memoriale presso la collina dove i membri Byakkotai furono sepolti. Il Duce fu molto impressionato da questa storia e dalla morte ed elevò proprio la fedeltà a emblema dello spirito nipponico. Quando nel 1928, con il matrimonio tra il principe Chichibu, fratello di Hirohito, e Setsuko, nipote di Katamori, le due famiglie storicamente avversarie stavano riconciliandosi, Shimoi suggerì al Duce di offrire come dono di nozze una colonna romana sormontata da un’aquila bronzea. Così Mussolini inviò in dono un cenotafio, costituito da un basamento in marmo di Carrara su cui si erge una colonna di porfido rinvenuta a Roma durante gli scavi in via Nazionale per il progetto del nuovo Parlamento, poi abbandonato, sormontata da un’aquila in bronzo. La base recava incisa una scritta: «S.P.Q.R. Nel segno del littorio Roma madre di civiltà con la millenaria colonna testimone di eterna grandezza».

I rapporti fra il Fascismo e l’Oriente furono reciproci e profondi e non si esaurirono alle mire geopolitiche di Mussolini. C’era un interesse genuino per l’India e per il Giappone, che Tucci nutrì dalla seconda metà degli anni Trenta pubblicando articoli, organizzando mostre d’arte all’IsMEO e fondando la rivista Yamaho. Il subcontinente indiano era già conosciuto attraverso i reportage dei giornalisti britannici, quelli dei missionari, dei viaggiatori e, gli inizi del Novecento dei racconti a puntate di scrittori quali Emilio Salgari, che però in India non andò mai, e Guido Gozzano, che per due anni ne fece un racconto molto lungo e dettagliato, anche se il suo viaggio per sfuggire alla tisi durò solo due mesi e con un itinerario ben più limitato di quello descritto. Agli inizi del Novecento il subcontinente indiano divenne parte a pieno titolo della conoscenza popolare anche se, ovviamente, la sua rappresentazione era vittima di pregiudizi e distorsioni che, ben radicati nell’immaginario, non risparmiarono neanche alcuni nostri studiosi. La reciproca conoscenza e ammirazione per l’India avvenne a più livelli, letterario, artistico, spirituale, prima ancora che a livello politico, anche se il sogno di Mussolini era quello di impadronirsi dell’India, «forziere del mondo», scalzando il Raj. Ho cercato di riassumere questi rapporti di amorosi sensi con l’India, ben prima che diventasse un imperativo strategico, nel lungo capitolo “Il sogno di un’India italiana”.

D’altronde, Mussolini brandisce la “Spada dell’Islam”… Come si sviluppano, sinteticamente, i rapporti tra il fascismo e la costellazione islamica?

La costellazione islamica copre un’area geografica enorme che comprende il Vicino Oriente, i paesi arabi, la Cina islamica, parte dell’India, che prima della Partizione era un tutt’uno con il Pakistan – dove infatti confluirono i musulmani indiani con la Partizione – l’Afghanistan e parte dell’Africa. Nel capitolo “La spada dell’Islam” tratteggio le relazioni con alcuni Paesi islamici e il punto culminante della politica arabica del Duce che seguì il trionfale discorso «Ai mussulmani di Tripoli e della Libia», conosciuto come “La Spada dell’Islam”, del marzo 1937. Infatti Mussolini, dopo aver presenziato a Tripoli ad alcune cerimonie in città ed essersi intrattenuto con gli alunni della scuola elementare “Benito Mussolini”, andò nella radura di Bugara, dove apparve a cavallo sulla più alta duna e fu salutato con il triplice grido di guerra di duemila guerrieri arabi. Al rullo di tamburi, i cavalieri più valorosi offrirono al Duce la spada lampeggiante dell’Islam in oro massiccio intarsiato. Il primo dei dieci cavalieri, al momento della consegna, parlò a nome dei soldati e dei musulmani della Libia, «orgogliosi di sentirsi figli dell’Italia fascista», e offrirono al «Duce vittorioso, questa spada islamica, bene temprata. Vibrano accanto ai nostri, in questo momento, gli animi dei musulmani di tutte le sponde del Mediterraneo, che, pieni di ammirazione e di speranza, vedono in te il grande uomo di Stato, che guida con mano ferma il nostro destino».

Dopo questo discorso la stampa araba dell’Arabia Saudita, dell’Iraq, dello Yemen, della Palestina e dell’Egitto accolse molto favorevolmente la linea politica italiana, sperando che potesse essere adottata anche dalla Gran Bretagna e dall’Olanda.

Parliamo brevemente di Yemen, Palestina e Afghanistan. Nel 1926, dopo lungo lavoro diplomatico, ci fu la firma del Trattato di amicizia e di relazioni economiche tra l’Italia e lo Yemen, firmato dal governatore italiano dell’Eritrea e il re. Il desiderio di formalizzare il rapporto di amicizia fu fortemente voluto sia dal Governo italiano, perché lo Yemen costituiva il maggiore sbocco commerciale dell’Eritrea, colonia italiana sin dal 1890, sia da quello yemenita, perché con un atto internazionale se ne riconosceva per la prima volta l’indipendenza. Lo Yemen, che doveva diventare “l’hinterland dell’Eritrea”, era di grande interesse geostrategico per l’Italia perché poteva fungere da ponte fra la colonia italiana e l’Asia e poteva anche contrastare la presenza britannica e francese nel Mar Rosso. Gli scambi commerciali aumentarono notevolmente e il trattato, che fu un grande successo della diplomazia italiana, venne prorogato con un nuovo accordo che andava fino al novembre 1937.  

Nel 1937, Mussolini brandisce la “Spada dell’Islam”

Quanto all’intricata questione palestinese, Mussolini era favorevole al sionismo in funzione antinglese e come strumento di penetrazione nel Vicino e Medio Oriente; era invece nettamente contrario se vi aderivano gli ebrei italiani. A questo scopo, nel luglio 1927 vi fu la costituzione del Comitato Italia-Palestina, tenuto sotto stretto controllo dal Governo e considerato uno strumento unicamente italiano. La Palestina e la Giordania erano un mandato britannico sin dal 1922 e lo rimasero fino al 1948.

Nell’ambito delle relazioni politiche con i Paesi di religione islamica un caso a sé furono i rapporti con l’Afghanistan, al tempo molto distante da Roma non solo geograficamente, ma anche culturalmente. A stragrande maggioranza musulmana sunnita, il Paese era al centro degli interessi geostrategici delle grandi potenze. Alle influenze esterne, che in più occasioni hanno preso la forma dell’ingerenza e dell’occupazione militare, era da aggiungere l’estrema frammentazione etnica e il forte sentimento antibritannico. E sono proprio questi due fattori che il Fascismo cercò di sfruttare, durante la guerra, cercando l’appoggio dei guerriglieri Waziri di confine contro la Corona.

Bisogna ricordare che tutte le iniziative che Roma prendeva in Medio Oriente, in Asia centrale, meridionale e orientale erano parte della campagna asiatica di propaganda, come nel 1935 dice un anonimo al sottosegretario agli Affari Esteri Suvich parlando dell’atteggiamento italiano in Siria:

«Questo atteggiamento italiano [in Siria] è stato opportunamente inquadrato in una propaganda più vasta verso tutti i popoli dell’Asia. Dalla Cina e l’India fino ai più vicini stati di Saudia, Irak ecc., il prestigio acquistato recentemente dall’Italia […] soffrirebbe notevolmente, adottandosi oggi nel problema siriano un atteggiamento contrastante a quello sinora tenuto».

Come nel resto dell’Asia, a beneficiare di ogni colpo al prestigio italiano sarebbe stata la Germania, che già faceva concorrenza all’Italia attraverso un’attiva propaganda nei confronti del nazionalismo arabo, come anche nei confronti del nazionalismo islamico indiano e afghano. Mussolini scelse di percorrere la via diretta dell’alleanza con i vari nazionalismi e di opporsi alla politica dei mandati delle Grandi potenze, grazie alla quale l’Italia, oltre tutto, poteva guadagnarsi una posizione privilegiata nei rapporti con le nazioni che in futuro sarebbero diventate indipendenti.

Agli inizi degli anni Trenta e fino a tutta la Seconda guerra mondiale la politica verso l’Asia si focalizzò sul mondo islamico, anche fondamentalista, sia per i fenomeni di panislamismo, sia per la radicalizzazione dei movimenti nazionalisti arabi antecedenti alla Prima guerra mondiale e, anche, perché del mondo islamico facevano parte le colonie. Contemporaneamente vi fu anche una spinta intellettuale allo studio del mondo arabo e dal 1933 si cominciarono a porre le basi all’azione antinglese nei territori islamici. Già prima di Mussolini l’Italia cercava di prendere iniziative filo-islamiche, ma nessuna era stata portata a compimento, come il progetto di costruire una moschea a Roma che aleggiava sin dal 1903. L’idea fu ripresa più volte fino a che nel 1932 il collaboratore del Governo Iqbal Shedai parlò dell’ipotesi di costruire una moschea, un centro di studi islamici e una biblioteca, insieme al Ministero delle colonie, per i musulmani presenti a Roma, a patto non fosse palese il suo scopo politico. Ci sarebbe stato un grande ritorno di immagine e sarebbe stata comunque una buona propaganda perché avrebbe dimostrato che l’Italia curava il progresso dei musulmani e ne tutelava le tradizioni. Alla fine non se ne fece niente per il timore di non riuscire più a controllare i musulmani delle colonie e anche perché nel 1931 solo 727 musulmani risiedevano in Italia, di cui 217 a Roma. La costruzione era superflua.

A livello politico Mussolini prese accordi commerciali con la Turchia ma nel 1920 si ritirò da una missione in Georgia, Armenia e Azerbaigian, forse perché aveva intuito che le tre repubbliche sarebbero entrate presto nell’orbita bolscevica formando, dal marzo 1922, la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Transcaucasica.

Le popolazioni arabe durante la guerra sostennero l’Asse al punto che nell’aprile del 1942 proclamarono il Gihad, la «lotta», cioè la lotta meritoria per l’affermazione dell’Islam, con la costituzione di divisioni militari musulmane che combatterono a fianco dell’Italia e della Germania. Era il risultato della politica di avvicinamento al mondo arabo antecedente all’invasione dell’Etiopia, quando oltre all’Istituto per l’Oriente, che si occupava del Vicino Oriente islamico, furono fondate diverse istituzioni quali la Camera di Commercio Italo-Orientale (1924), la Fiera di Tripoli (1927) e la Fiera del Levante (1929). Il mondo arabo era così importante per Mussolini che vi furono rapporti privilegiati fra i vertici italiani e alcuni intellettuali e politici islamici, ad esempio il druso libanese Shakib Arslan; il re afghano a Roma Amanullah Shah; e l’indiano Iqbal Shedai, collaboratore del Governo italiano sin dal 1933.

C’era però bisogno di una propaganda attiva e di avvicinarsi al mondo arabo parlando la loro stessa lingua. Nacque Radio Bari, inaugurata da Costanzo Ciano, il padre di Galeazzo, nel settembre 1932 in occasione della III Fiera del Levante. Fu fondata appositamente per favorire la propaganda italiana, che aveva perso prestigio in Medio Oriente soprattutto in seguito alla violenta repressione del 1931 del movimento dei Senussi, in Libia. Alle trasmissioni, perlopiù notiziari e programmi culturali, parteciparono molti personaggi di primo piano nel mondo islamico, provenienti da tutti i Paesi arabi, come il gran mufti di Gerusalemme, emiri, poeti ed eminenti intellettuali e famosi arabisti italiani. Radio Bari fu una specie di rivoluzione perché fu la prima emittente occidentale a trasmettere in arabo. Era considerata – e lo era – fortemente antibritannica, e Londra dovette correre ai ripari. Nel 1938 il BBC World Service di Radio Londra a Daventry dette inizio a un programma in arabo. Dopo la radio italiana si stabilì una specie di gara fra le emittenti europee alla ricerca del primato nella lingua e nell’affidabilità delle notizie. L’arabo non fu la sola lingua utilizzata da Radio Bari perché era internazionale e trasmetteva anche nei Balcani – Grecia, Albania, Bulgaria e Romania – in Turchia e in Estremo Oriente. Produceva programmi soprattutto in lingua araba, ma anche in greco, in farsi e in hindi.

Radio Bari fu usata anche come mezzo di diffusione della cultura occidentale e fu imitata ben presto da altre emittenti europee. Radio Bari testimonia l’importanza della politica coloniale nel quadro di una politica espansionistica ben definita che guardava sia al Mediterraneo, veicolando la propaganda per la colonizzazione della Libia, sia al versante orientale, dall’Iran all’India. L’Italia, benché fosse un Paese colonialista nel Mediterraneo occidentale, si rappresentava come forza di liberazione per i Paesi arabi del Mediterraneo orientale oppressi dal dominio straniero, Francia e Gran Bretagna. La propaganda propugnava un nuovo ordine mediterraneo, contrapposto all’«imperialismo plutocratico» di Francia e Regno Unito. La politica culturale veicolata dalla radio faceva da contrappunto alla politica estera. Dal 1938, quando aveva pienamente sviluppato la foreign policy verso l’India, gli indiani Iqbal e Sardar Ajit Singh cominciarono a trasmettere quasi quotidianamente dei programmi di notizie in urdu e in hindi sia dall’EIAR di Roma, sia da Napoli. Allo scoppio della guerra mondiale fu affidata a Iqbal Shedai una trasmissione in hindustani e in inglese da una nuova emittente, rivolta specialmente agli ascoltatori britannici e ai musulmani indiani e afghani, per risvegliare in questi ultimi i sentimenti contro Londra. Si chiamava Radio Himalaya. Trasmetteva da Roma ma fingeva di trasmettere clandestinamente da Kabul. I biondi figli della pallida Albione si ruppero la testa per cercare di capire dove fosse il luogo esatto da cui trasmetteva. Per capire fino in fondo l’importanza di questa radio in Asia basta leggere le parole dell’ambasciatore Quaroni a Kabul: era l’unico mezzo per avere notizie dell’Occidente, tanto che proprio da Radio Himalaya seppe che nel giugno del 1940 l’Italia era entrata in guerra.

Uno dei punti più affascinanti del libro mi pare la ricostruzione dei legami tra Mussolini e l’India, una sorta di ‘brama’ che coinvolge eminenti personalità di diverso stampo, come Tagore e Gandhi. Come va a finire l’epopea ‘indiana’ di Mussolini?

Dal punto di vista strettamente politico l’epopea indiana di Mussolini non finì nel modo sperato. Durante la guerra la cooperazione fra Italia e India in funzione antibritannica si spinse fino al punto di creare un piccolo esercito indiano a Roma. L’India durante la guerra mantenne una posizione neutrale anche se il nazionalista bengalese Subhas Chandra Bose venne a Berlino e a Roma chiedendo aiuto per la lotta indipendentista e il riconoscimento ufficiale da parte dell’Italia del Governo dell’India libera, l’Azad Hindustan. Il dittatore tedesco non lo volle neanche ricevere. Si incontrò diverse volte con Mussolini, che lo appoggiò blandamente e indirettamente, tramite la stampa, ma non fece mai sua la dichiarazione ufficiale. A questo atto pubblico si era opposto in prima persona Ciano: per lui il popolo indiano era troppo debole e senza volontà per raggiungere l’indipendenza.

Il musulmano Shedai visse a Roma fino al 1944 e alla caduta del Fascismo seguì Mussolini a Salò. Oltre che essere consulente degli Esteri, conduttore radiofonico e segretario della Società amici dell’India, fondata nel 1942, si occupava anche dell’assistenza e della formazione politica dei prigionieri indiani catturati sul fronte dell’Africa settentrionale. Nel 1941 infatti l’esercito italiano aveva catturato poche centinaia di soldati indiani, sul fronte dell’Africa settentrionale, nella battaglia dell’assedio di Tobruk, in Libia. Dietro le insistenze di Shedai, il Duce autorizzò la nascita di un Libero Governo dell’India in esilio e della finta emittente clandestina Radio Himalaya. Shedai, attraverso una paziente opera di ispezione in tutti i principali campi di prigionia per indiani situati in Italia e in Libia, venne in contatto con numerosi compatrioti catturati dal Regio Esercito. Attraverso la questione dei prigionieri di guerra Shedai insistette ancora una volta sulla coincidenza fra gli interessi dell’Italia e di un’India indipendente. Qualche elemento indiano fu effettivamente inquadrato nelle unità italiane e formò due compagnie di volontari, ma niente a che vedere con gli ambiziosi progetti dell’inizio della guerra. Del resto, anche i tedeschi non andarono oltre la costituzione di un’esigua Legione di 4000 uomini – forse motivati dalla presenza della svastica, che era l’antico simbolo induista del sole. Nel giugno 1941 il tenente colonnello Massimo Invrea avanzò la proposta ai vertici del Servizio informazioni militare (SIM) di arruolare soldati volontari provenienti dai Paesi arabi sotto controllo inglese. Il progetto prevedeva di arruolarli, istruirli in compiti di sabotaggio e inviarli nei Paesi d’origine per fomentare le rivolte antibritanniche. Tutti sarebbero stati addestrati per missioni di intelligence e di propaganda a Tivoli e alla scuola paracadutisti di Tarquinia. Nell’ottobre 1941 giunse in visita a Roma il gran mufti di Gerusalemme Amin al-Husseini, che fece pressioni su Mussolini e su Hitler per la creazione di una legione araba che arruolasse volontari iracheni, siriani, palestinesi e magrebini da utilizzare contro gli inglesi.

Gandhi e i giovani fascisti

Dalla radio in hindi Shedai cominciò a organizzare, con i prigionieri indiani, un’unità militare volontaria per combattere a fianco degli italiani e dei tedeschi, in aperta violazione del Patto italo-tedesco che stabiliva che i prigionieri indiani non dovessero sostare nei campi italiani ma dovessero essere mandati direttamente in Germania. L’unità fu chiamata Centro Militare India. Le truppe erano addestrate da ufficiali italiani e organizzate da Shedai, che però non aveva l’autorità necessaria per farsi ascoltare perché era identificato più con i musulmani che con tutti gli indiani. Il Centro Militare venne costituito il 15 luglio 1942 e sorse mediante la trasformazione di un campo di concentramento dove erano stati riuniti i prigionieri di guerra indiani che avevano mostrato la volontà di combattere contro l’Inghilterra. Il 4 settembre 1940 infatti il Duce aveva firmato un decreto legge in base al quale furono istituiti i primi campi di concentramento per gli stranieri presenti sul suolo italiano provenienti da Paesi nemici. In questa categoria rientravano anche gli ebrei provenienti da Paesi alleati come la Germania e i civili pericolosi, catturati durante le campagne militari come la Campagna dei Balcani.

Gli indiani arruolati giurarono di essere fedeli alla bandiera italiana e di combattere in funzione antibritannica. Fu costituita una legione araba e il 10 maggio 1942 il Regio Esercito procedette dunque alla formazione del cosiddetto Raggruppamento Centri Militari (RCM). Era costituito da tre centri, uno composto da circa 300 volontari arabi e italiani già residenti in Egitto e Medio Oriente, un altro formato da circa 200 ex prigionieri indiani e volontari italiani residenti in Iran e India e l’ultimo formato dai soli volontari italiani residenti in Tunisia. Non abbiamo il numero esatto degli arruolati ma sicuramente il gruppo maggiore era quello degli italiani, seguito dagli arabi e poi dagli indiani.

Nel 1942 Shedai e Bose si incontrarono per collaborare ma il primo non ne aveva alcuna intenzione. Il musulmano Iqbal Shedai, che nel 1934 già figurava a libro paga degli Esteri come consulente per le questioni indiane, e l’induista rivoluzionario Bose cercarono di coordinare i loro sforzi a Roma proprio con la costituzione del piccolo esercito arabo e indiano ma non vedevano se stessi come una unità e alla fine rimase solo Shedai a occuparsi del piccolo esercito di Roma. Shedai accusava Bose di ospitare un nido di comunisti proprio nel cuore della Germania nazista, Bose da parte sua si diceva sicuro che il progetto di un Governo indiano in esilio e di una legione indiana a Roma sarebbe fallito. Cosa che puntualmente avvenne.

Nell’ottobre 1942 accadde un avvenimento degno di nota: il comandante del Raggruppamento Frecce Rosse, come ora si chiamava, consegnò personalmente la bandiera italiana al gran muftì di Gerusalemme alla presenza degli alti gradi dell’Esercito italiano. Segno, ancora una volta, dell’attenzione speciale di Mussolini per il mondo arabo. I tre centri vennero trasformati in unità combattenti. Uno di questi era il Battaglione Azad Hindustan (India Libera), un reparto composto dal solo personale indiano addestrato per azioni di spionaggio e di sabotaggio da compiere dietro le linee nemiche. In occasione dell’avanzata delle truppe dell’Asse in Egitto, nell’autunno del 1942, si pensò di creare un reparto missioni speciali costituito da circa 90 uomini tra ufficiali, sottufficiali e truppa italo-araba da inviare in zona di guerra, ma l’onorevole sconfitta di El Alamein fece desistere lo stato maggiore. Il Centro Militare India, con un organico che comprendeva una compagnia di fucilieri, un plotone di paracadutisti indiani e un plotone di italiani che avevano vissuto in India, rimase in vita solo dall’aprile al novembre 1942.

Il Battaglione Hindustan fu costituito non solo a Roma ma a Berlino e a Tokyo. Nel 1941 Bose aveva costituito a Berlino l’Azad Hind Sangh o «Associazione per l’India libera», nata con la generosa collaborazione di von Ribbentrop, che doveva anche dare inizio a delle trasmissioni radiofoniche. Fondò anche la Azad Hind Legion (Legion Freies Indien), la «Legione dell’India libera», che in seguito divenne la Legione volontaria degli indiani della Waffen-SS (Indische Freiwilligen Legion der Waffen-SS). L’anno seguente Bose fondò il Governo provvisorio dell’India Libera (Azad Hind), sostenuto da Italia, Germania e Giappone e i loro alleati, in cui lui fungeva da capo di Stato. Disponeva di un piccolo esercito noto anche come Legione della tigre o Azad Hind Fauj (Indian National Army o INA). Inizialmente volontario, costituito da studenti indiani residenti in Germania, fu poi ampliato fino a raggiungere 3000 soldati con i prigionieri di guerra indiani catturati in Nordafrica dall’Afrika Korps del generale Rommel. Questi furono portati nei campi in Sassonia, dove venivano addestrati a combattere per i tedeschi; la loro lealtà era mostrata attraverso la divisa regolare della Wehrmacht e un distintivo che rappresentava una tigre nell’atto di spiccare un balzo e la scritta Azad Hind. Dovevano giurare fedeltà a Hitler o a Bose. Due terzi dei circa 4000 militari totali era musulmano. Pare che Hitler stesso abbia consigliato a Bose di andare in Giappone per rinforzare il legame con Tokyo e probabilmente, nello stesso tempo, per sbarazzarsi di un combattente leale ma troppo insistente nelle sue continue richieste della famosa dichiarazione di indipendenza dell’India, che lui non aveva intenzione di sottoscrivere. Hitler aveva una bassa considerazione del movimento nazionalista indiano e considerava la razza nordica inglese superiore a quella indiana, che era sì originariamente ariana ma nel corso dei millenni si era mischiata con tante altre razze; come uomo di sangue germanico avrebbe preferito vedere l’India sotto il Raj piuttosto che sotto qualcun altro. Significativo in questo senso un episodio. Quando il diplomatico britannico Lord Halifax, ex viceré dell’India nel 1926-31, nel novembre 1937 arrivò in visita al Berghof, Hitler suggerì all’ex viceré cosa fare per risolvere i problemi della Gran Bretagna in India: sparare a Gandhi, e se questo non bastava a ridurre alla sottomissione gli indiani sparare a una dozzina di importanti membri del Congresso, e se questo ancora non bastava sparare a 200 membri del partito e così via, fino a quando l’ordine fosse ripristinato.

L’esercito indiano in Germania era stato formato per dare aiuto alla Wehrmacht in una possibile futura invasione dell’India. Con il patrocinio giapponese intanto si costituì anche un’altra Legione indiana ben più numerosa. La Legione indiana in Giappone era organizzata e comandata dal generale Mohan Singh, un panjabi che aveva servito nell’esercito del Raj, e comprendeva circa 40.000 soldati indiani che si erano arresi. Nonostante gli accordi che rimanesse totalmente indiana, sia per quanto riguardava la truppa sia per quanto riguardava gli ufficiali, quando Bose partì alla volta dell’Oriente, nell’aprile 1943, fu smembrata e inglobata nell’esercito tedesco. Avrebbe dovuto essere impiegata solo contro i britannici ai confini dell’India, non appena le truppe del Terzo Reich fossero entrate in Asia centrale. Dopo la sconfitta tedesca, italiana, rumena, ungherese e croata contro l’Armata rossa nella logorante battaglia di Stalingrado, durata dalla metà del luglio 1942 agli inizi del febbraio 1943, la legione fu però impiegata prima in Italia e poi in Francia, fino a combattere contro i movimenti di resistenza come i partigiani di Tito e i Maquis francesi. Alla fine della guerra i tremila legionari sopravvissuti si arresero alle autorità americane e francesi: era noto il trattamento inumano dei nemici nelle prigioni britanniche. Shedai invece nel 1944 lasciò l’Italia per paura delle truppe alleate. Il favore di cui godeva presso il Governo italiano però non terminò con la Seconda guerra mondiale. Pare infatti che negli anni Cinquanta-Sessanta insegnasse l’urdu presso l’Università degli Studi di Torino.

Ci fu anche il progetto britannico di usare i prigionieri italiani in India organizzati a fini di propaganda, ma fallì. La Gran Bretagna riuscì solo a costituire delle unità di lavoratori militarizzati, che furono usati in mansioni fuori dalle regole dalle Convenzioni di Ginevra sui prigionieri di guerra, in cui si faceva esplicito divieto all’utilizzo degli uomini catturati in lavori direttamente connessi con lo sforzo bellico della nazione che li aveva fatti prigionieri. Le politiche di propaganda e i tentativi di instillare una mentalità antifascista e filo-britannica nei prigionieri italiani, tuttavia, continuarono fino al rimpatrio, nel 1946-47. L’epopea indiana di Mussolini e degli indiani nazionalisti in Italia si risolse quindi con un nulla di fatto, anche se gli accordi culturali di cui aveva parlato Tagore in Italia nella metà degli anni Venti, perfezionati poi da Tucci, rimasero e sono tuttora in vigore. Io stessa dopo la laurea ne ho usufruito, studiando e facendo ricerca per quasi due anni a Delhi nell’ambito del Cultural Exchange Program fra la Farnesina e l’Indian Ministry of Education.

Dopo oltre un mese dall’entrata in guerra Mussolini non si era dimenticato dell’IsMEO e del suo vicepresidente esecutivo e principale artefice della propaganda in Asia meridionale, Tucci. Questi nel luglio 1941 mandò una nota di ringraziamento al Duce per il dono che gli aveva fatto di 30.000 lire e terminò la missiva con i due temi centrali nella visione di Mussolini: il primato dell’Italia restituita a «Romana grandezza» e la diffusione della cultura italiana «nell’Oriente che sotto i Vostri auspici, già rientra nell’orbita della nostra vita e della nostra storia». Nel giugno del 1943 scrisse a Mussolini per l’impiego degli oltre 80.000 prigionieri di guerra italiani nei campi di concentramento dell’India. «Abbiamo pertanto pensato alla possibilità di utilizzarne gli elementi culturalmente e tecnicamente idonei, ai fini della nostra penetrazione economica e commerciale nell’India stessa, che – dopo la guerra – e fra i vari Paesi del Medio ed Estremo Oriente – offrirà certo le condizioni ambientali e psicologiche più favorevoli al lavoro italiano, una volta crollato ed eliminato il dominio inglese». Anche se l’Asse avesse vinto, la penetrazione politica in India, dopo il patto con la Germania e il Giappone e la spartizione dell’Europa, dell’Africa e dell’Asia, era impossibile per l’Italia. Si erano spartiti idealmente il mondo, se si eccettuano le Americhe, una volta che avessero vinto, e l’India rientrava nell’orbita di influenza del Giappone. L’Italia però poteva stringere proficui rapporti commerciali e finanziari, stabilire la banca italo-indiana a cui pensava Mussolini sin dalla metà degli anni Venti per favorire le transazioni e così via. Tutto questo poteva avvenire solo dopo che i britannici fossero stati scacciati. 

Il discorso “L’India agli indiani” del 26 marzo 1944 prova che Mussolini credeva che l’esercito formato da Bose e dai giapponesi, entrato dalla frontiera nord-orientale indiana, fosse in grado di provocare un’insurrezione, scacciare gli angloamericani, sconfiggere la Gran Bretagna, aprire la strada alla totale indipendenza dell’India e addirittura decidere le sorti della guerra, nonostante la sconfitta sul fronte occidentale. Le parole di Mussolini hanno una forte nota di sincerità – e di illusione. Credeva davvero che le truppe indo-nipponiche entrate nel confine orientale dell’India avrebbero vinto non una battaglia, ma la guerra, e questo potesse sovvertire gli accadimenti mondiali. Certamente all’India teneva, all’idea dell’India libera e alle possibilità che questa offriva all’Italia, al di là dei passati sogni politici. 

 «L’avvenimento che può avere un’influenza determinante nel corso della guerra e imprevedibili sviluppi nella storia mondiale si è verificato. Le instancabili ed eroiche armate del Tenno, insieme con quelle indiane di Chandra Bose, hanno varcato le frontiere orientali dell’India, sommamente crudele, il modo per l’indipendenza dell’India è in pieno sviluppo, diretto e organizzato dalle tre grandi associazioni politiche, che fanno a capo a Gandhi, a Sawarka, a Ginnah. […] La parola d’ordine «India agli indiani», il che significa «via gli inglesi», è la parola che raccoglie l’unanimità dall’Himalaia a Ceylon, partendo da quella Birmania che gli angloamericani si erano proposti di riconquistare. […] Ora il dado è tratto. […] un clamoroso successo, dovuto soprattutto alla fiducia che il Governo di Tokyo è riuscito a suscitare in Chandra Bose e nelle popolazioni indiane. […] Sfondata la porta, sbaragliate le divisioni angloamericane di frontiera, proclamata dal capo del Governo giapponese Tojo, con tutta la solennità e la immediata, indispensabile applicazione pratica, la formula dell’«India agli indiani» in pieno regime d’indipendenza, è assai probabile che l’insurrezione dall’interno contribuisca allo sforzo bellico nippo-indiano e che il giorno della liberazione dal giogo britannico sia veramente spuntato per l’India. […] La ruota del destino corre. In questa guerra piena dell’imprevisto e dell’imprevedibile la Gran Bretagna ha speculato sulle differenze castali e sociali indiane per governare, fedele al principio di divide et impera, ma non vi è dubbio che tali difficoltà sono state spesso create, molto aggravate, dalla politica inglese e che, una volta liberi, gli indiani troveranno il modo di risolverle da sé, senza il bisogno di tutori e di padroni stranieri. Dalla rivolta del 1857 a oggi, il martirologio indiano per la causa dell’indipendenza è stato ininterrotto. Accanto al martirologio dei precursori è l’infinita sofferenza delle moltitudini ridotte a morire di miseria e di fame, come lo stesso Governo di Londra più volte ha dovuto riconoscere. La resistenza passiva, il digiuno e la prigionia di Gandhi, non potevano risolvere il problema ma soltanto porlo dinanzi alla coscienza del mondo, si è passati dall’attacco con la forza delle armi nazionali contro lo straniero oppressore. Sono, le odierne, giornate nere per Londra. Chandra Bose è un uomo di eccezionale energia. Se, come è probabile, le forze angloamericane cominceranno a retrocedere, le masse indiane accenderanno la fiaccola della rivolta. Intanto i confini indiani sono stati superati. La ruota del destino corre. In questa guerra piena dell’imprevisto e dell’imprevedibile, si è aperta, dopo quella del Pacifico, la fase indiana. Vi è appena bisogno di dire che gli italiani della Repubblica, e forse anche quelli di oltre Garigliano, seguono con simpatia profonda la marcia degli eserciti liberatori dell’India, che si schierano di diritto e di fatto accanto a quelli del Tripartito».

La sconfitta delle battaglie El Alamein, l’ultima il 4 novembre 1942 –, nonostante l’eroismo dei Leoni della Folgore – decise le sorti del secondo conflitto mondiale. I sogni erano stati  grandiosi ma la realtà per le truppe dell’Asse si rivelò drammatica. La campagna nella colonia britannica della Birmania era cominciata nel gennaio 1942 con l’invasione da parte dell’esercito giapponese aiutato da un contingente thailandese. Fra vittorie e rovesci, anche con la partecipazione della Cina a fianco della Gran Bretagna, la situazione rimase invariata per due anni. Prima del 1944 le forze alleate dell’esercito indiano erano state rinforzate e avevano espanso le loro infrastrutture logistiche, il che rese possibile attaccare la Birmania. I giapponesi tentarono di prevenire l’azione invadendo l’India.

Nel 1944 l’INA (Indian National Army) combatté a fianco dei nipponici con circa 20.000 soldati, tre divisioni, nell’estrema India britannica del nord-est, lungo la frontiera birmana. Ma era troppo tardi. Sia le potenze dell’Asse sia l’esercito dell’Azad Hind stavano perdendo la guerra. Quando i giapponesi furono sconfitti nelle battaglie di Kohima e di Imphal il Governo Provvisorio della “Libera India” dovette rinunciare a stabilire il suo quartier generale in India. L’INA e l’esercito giapponese furono costretti a ritirarsi, non senza combattere contro le truppe dell’Esercito indiano del Raj nella campagna di Birmania, nelle battaglie del Monte Popa, di Meiktila, Mandalay, Pegu e Nyangyu, nel centro e sud del Paese. Il 2 maggio 1945 con l’“Operazione Dracula”, messa in atto dagli Alleati che da mare, da terra e dal cielo bombardarono pesantemente la città, le truppe indiane entrarono a Rangoon. La Brigata Kani comandata dal generale maggiore Matsui non si arrese e si unì a ciò che restava della vecchia armata sulla catena del Pegu Yoma, verso il centro del Paese. Nel mese di luglio tentò di sfondare verso est per riunirsi alle altre armate giapponesi a est del Sittang ma le truppe navali di Matsui pochi giorni dopo attaccarono separatamente il resto delle truppe, un’azione che permise alle unità alleate di concentrarsi contro di esse. Questo gruppo fu spazzato via e solo pochi sopravvissero. Scomparvero circa 14.000 soldati giapponesi, di cui oltre la metà uccisa e il resto morì di stenti e malattie durante la ritirata, mentre le truppe britanniche ebbero 95 morti e 322 feriti, parte di questi colpiti dal “fuoco amico”. La battaglia di Sittang in Birmania, durata dal 2 luglio al 7 agosto 1945, fu l’ultima significativa battaglia terrestre delle potenze occidentali nella Seconda guerra mondiale. Con la caduta di Rangoon l’Azad Hind aveva cessato di essere una entità politica a sé stante. Parte dell’esercito, quello inviato per ordine del Reich, ritornò in Germania e fu impiegato in Francia. Hitler commentò «La legione indiana è uno scherzo» e sembra che abbia impartito personalmente l’ordine che si consegnasse alla Divisione 18.SS Freiwilligen Panzergrenadier “Horst Wessel”. Il 15 agosto 1945, dopo lo sgancio delle due bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki del 6 e del 9 agosto, l’imperatore Hirohito capitolò. L’epopea indiana di Mussolini, in cui aveva creduto fino all’ultimo, finì solo con la fine della guerra.

*In copertina: una fotografia di Fosco Maraini dalla spedizione in Tibet condotta da Giuseppe Tucci nel 1938

(continua)

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