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	<title>Notte Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Perché il poeta, infine, è ombra di candela e scrive di notte quando, feroce e distinto, sente il richiamo del lupo”</title>
		<link>https://www.pangea.news/giorgio-anelli-poesia-notte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Sep 2020 09:06:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Notte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è soli, a volte, nella notte. Si scrive proprio così: per raggiungere un’altra solitudine. Il poeta si affaccia da un angolo all’altro del foglio, in cerca di qualcuno o di qualcosa. Comunica. Perché? Magari le parole gli nascono improvvise. Egli è felice nel donarle a uno straniero o a una forestiera che passeranno un [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giorgio-anelli-poesia-notte/">“Perché il poeta, infine, è ombra di candela e scrive di notte quando, feroce e distinto, sente il richiamo del lupo”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p><strong>Si è soli, a volte, nella notte. Si scrive proprio così: per raggiungere un’altra solitudine. Il poeta si affaccia da un angolo all’altro del foglio, in cerca di qualcuno o di qualcosa. Comunica. Perché?</strong> Magari le parole gli nascono improvvise. Egli è felice nel donarle a uno straniero o a una forestiera che passeranno un giorno (o in un’altra notte) dalle sue parti. In altri tempi, per altri mondi.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Nella notte i poeti si cercano, si scrivono qualche lettera (lo sapevate?), in attesa di avere risposta&#8230;</strong> Oppure, aprono la danza della scrittura, sorpresi che qualcuno (finalmente) li venga a trovare [magari con una e-mail o un messaggio].</p>



<p>Notte, amica degli scrittori. Ti prediligono in quanto rechi intuizioni, nella stanchezza di una giornata già fin troppo movimentata. Giacché, nonostante imprevisti e doveri, continueranno a cercarti.</p>



<p><strong>Le parole, allora, questi incanti indimenticabili, vanno e vengono condivise. Non c’è altra strada; nessun altro destino. Si nasce con le parole per giocarci insieme.</strong> Il gioco, però, man mano che lo si capisce, è serio. Poiché i poeti amano le soglie, schiuse dai libri (quelli da leggere, va da sé). I poeti lo sanno che è più facile scrivere un libro, che leggerne cento. Qui sta la questione, il <em>quid</em>, il centro del sogno, il cuore dei desideri.</p>



<p>*</p>



<p>Dunque, mentre lo si scorge scavalcare il ricciolo di un foglio abbandonato sulla scrivania, il poeta non sa ancora quale avventura-idea-rivoluzione-speranza-lotta lo attenda. Non conosce nemmeno se stesso fino in fondo. Il che è tutto dire. Semplicemente (gli ha confidato un amico), arde nel bianco ‒ artico. Diaccio di similitudini, metafore, allegorie, egli tenta di sovrastare l’ignoto dopo essersi fatto da quello attraversare.</p>



<p><strong>È all’imbrunire, quando l’aria si fa più fresca, e il cielo crepuscola rosso violaceo; quando i rumori tendono a smorzarsi e i fiori nei vasi e nei prati si accoccolano tra petali screziati dal sole (magari dopo aver fatto l&#8217;amore con le api); mentre tutti raggiungono le proprie case e si ristorano e si riposano prima della «buona notte», è proprio allora che poeti e scrittori sentono, feroce e distinto, d’istinto, il richiamo del lupo. </strong>Quel qualcosa con il quale non possono fare a meno. La danza dunque ricomincia. O inizia ‒ iniziati dal destino ‒ per la prima volta. Non più vergini, o feriti e sbeffeggiati alquanto dalla vita, queste donne e questi uomini sanno cosa li aspetta. Mentre i libri (i libri che stanno davanti a loro nella libreria pazientemente riempita) assomigliano a grattacieli, a totem o pilastri. Come piramidi e obelischi, tracciano la via: quel verso di poesia ancora da inventare, quella frase che farà di lui (o di lei) un romanziere.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/13748306_4397921.jpg" alt="" class="wp-image-79646" width="516" height="826" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/13748306_4397921.jpg 625w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/13748306_4397921-188x300.jpg 188w" sizes="(max-width: 516px) 100vw, 516px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Notte che ascolti i miei pensieri burattineschi e da fiaba, dammi corda. Promettimi che chi leggerà un giorno queste strane parole possa continuare sulla stessa strada; diversa, eppur eguale.</p>



<p><strong>Notte che non (mi) lasci solo, amica fedele, cercata un tempo e finalmente trovata. Sai tu quanti segreti porta negli occhi il poeta. Conosci, complice la luna, ogni suo passo indiscreto.</strong> Eppure lo proteggi, donandogli incontri, amori; perfino schiaffi e sberleffi. Notte puttana che sai tutto di lui, dì a tutti quanto un suo inciampo valga oro, e sia vendemmia poterlo incontrare. Chiunque egli sia, ad ogni angolo del mondo, saprà cavarsela se tu gli starai accanto come una madre servile e premurosa, o come un’ancella, una compagna, o simile a un’avventura di una sera. Ma, soprattutto, ricordagli che non è punto solo. Poiché c’è chi lo cerca per davvero, lo brama, lo insegue, lo ama, lo odia. Essenzialmente, lo pensa.</p>



<p>*</p>



<p><strong>E lui arde, continuerà a farlo, se avrà il coraggio di non temere alcun male, di credere a quella parola arcana detta <em>destino</em>, al fuoco che lo affina. Se avrà la spavalderia di ascoltare la gente (della strada ‒ di qualsiasi strada) che, in fondo, fino in fondo, gli vorrà (ne sono certo) bene.</strong> Ma se malauguratamente mi sbagliassi, tant’è che alfine il poeta è ombra di candela, perdona te stesso ‒ lettore caro, vogliati bene: chiedi aiuto-alza la mano! Qualcuno di sicuro, fors’anche da un paese lontano, la scorgerà. Non ti lascerà, andar via, invano.</p>



<p><strong><em>Giorgio Anelli</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Guillermo Lorca, “Make me blue”, 2019; <a href="https://www.guillermolorca.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il sito dell’artista è qui</a></em></p>
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		<item>
		<title>L’era del rimbambimento globale comincia negli anni Ottanta: torna il libro introvabile – e profetico, e cinico – di Martin Amis, sul mondo dei videogiochi. Tesi pericolosa: ogni realtà è migliore di questa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Nov 2018 13:15:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rincoglionimento pare cominci da lì, nei mirabili Ottanta, quando abbiamo sostituito l’ideologia al McDonald’s, quando abbiamo sostituito la disco ai proclami di piazza e imbracciato i videogame al posto dei fucili. * La lotta contro l’ideale sovietico, se vi ricordate, passa per Rocky IV più che altro. L’importante per lo più è evadere dalla [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lera-del-rimbambimento-globale-comincia-negli-anni-ottanta-torna-il-libro-introvabile-e-profetico-e-cinico-di-martin-amis-sul-mondo-dei-videogiochi-tesi-pericolosa-og/">L’era del rimbambimento globale comincia negli anni Ottanta: torna il libro introvabile – e profetico, e cinico – di Martin Amis, sul mondo dei videogiochi. Tesi pericolosa: ogni realtà è migliore di questa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il rincoglionimento pare cominci da lì, nei mirabili Ottanta, <strong>quando abbiamo sostituito l’ideologia al McDonald’s, quando abbiamo sostituito la disco ai proclami di piazza</strong> e imbracciato i videogame al posto dei fucili.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La lotta contro l’ideale sovietico, se vi ricordate, passa per <em>Rocky IV </em>più che altro. <strong>L’importante per lo più è evadere dalla realtà – eluderla, almeno. Stordirsi in questo e altri mondi – negli anni Ottanta prolifera il genere fantascientifico, da <em>Blade Runner </em>a <em>E.T. </em>al ciclo di ‘Star Wars’.</strong> Visto che le pastoie chiodate di questo tempo non permettono alcuna aspirazione all’avventatezza, meglio darsi alla dissolutezza, alla dissoluzione di sé, alla proiezione del sé in una galassia lontana lontana.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64128 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/image-1-212x300.jpg" alt="Martin Amis" width="166" height="235" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/image-1-212x300.jpg 212w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/image-1.jpg 440w" sizes="(max-width: 166px) 100vw, 166px" />Nel 1982 l’Italia vinceva i Mondiali spagnoli, Pertini gioca a carte in aereo con Bearzot, Paolo Rossi era un ragazzo come noi e Martin Amis, 32 anni, era già un emerito scrittore (<em>The Rachel Papers</em>, <em>Other People</em>) e un bel figlio di buona mamma. </strong>Il libro di cui si vergognerà sempre – per vezzo stilistico, per moda d’alieno intellettuale – s’intitola <a href="https://www.penguin.co.uk/books/111/1116464/invasion-of-the-space-invaders/9781787331198.html" target="_blank" rel="noopener"><em>Invasion of the Space Invaders</em> </a>e viene tradotto in Italia, fuori tempo massimo, come un oggetto già vintage, nel 2013 da Isbn edizioni. Ora non lo trovate più. In UK, invece, di quel libro anomalo, ora, stampano l’edizione facsimile, perché?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La ragion prima è stilistica. Martim Amis è un dandy dalla giacca lurida, un ‘Alex’ – <em>Arancia meccanica </em>– che al posto di usare la mazza usa la penna, nei vizi ‘sociali’, nel gergo animale delle catacombe dell’inconscio, nella depravazione dei frustrati va a nozze.</strong> Piglia una fetta di ‘gonzo journalism’ ci aggiunge la sua personalissima ironia cieca, nera. Il libro – tolte le pagine in cui ti spiega come vincere a Pac-Man – è una lorda mirabilia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il buono del libro non sta nella ‘denuncia sociale’, intendo. <strong>Martin Amis è troppo scaltro per deplorare un’esistenza passata a giocare al computer – a Amis non importa la salvezza dell’uomo, preferirebbe l’estinzione del genere umano.</strong> In quel libro appare Steve Jobs e Steven Spielberg firma una introduzione partecipe: come a dire, chi ha forgiato il nostro immaginario pensa che ogni altra realtà sia migliore rispetto a questa. Jobs e Spielberg sono due divinità gnostiche e Martin Amis gioca a fare il loro evangelista.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“L’inevitabile interesse del libro, il piacere duraturo che si prova nel leggerlo è nella relazione con i temi principali dei romanzi di Amis… la brama di amenità, il fatto che preceda <em>Money</em> di poco, il suo animarsi, senza snobismi, tra i brutali cittadini degli <em>arcade</em>”: così Steven Poole, inchinato al genio di Amis, <a href="https://www.theguardian.com/books/2018/nov/22/invasion-of-the-space-invaders-martin-amis-review" target="_blank" rel="noopener">sul <em>Guardian</em>.</a></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Devo dire che alla spiccia oscenità di Emmanuel Carrère e alle inquietudini rètro di Michel Houellebecq ho preferito certi romanzi di Martin Amis. </strong>Quella prosa allucinata concede sinfonia alle ginocchia quando si spaccano, precipitando.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’era della dissipazione occidentale di massa – e del definitivo sputtanamento di ogni barlume di ‘tradizione’ e di tradimento – è simboleggiata da <em>Missile Command</em>, “un enigma, un mistero, uno dei giochi più fantasmagorici di tutti”.</strong> I missili cadono dal cielo, prefigurando l’unica soluzione possibile: la distruzione. Così si sublima il terrore nucleare, il terrore che viene da cielo – dove abita il divino, celestiale nella sua crudeltà – e contro cui non puoi fare nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La dinamica del gioco da sala giochi è capitalismo avanzato. Metti il soldino. <strong>Più sei bravo, più giochi – meno paghi. Ma chi incassa davvero? Tu che sei bravo a stare davanti al gioco cosa guadagni se perdi soltanto tempo? </strong>Che tipo di talento conquisti? Sai dominare Pac-Man ma non conosci il nome degli alberi e di notte, nel bosco, saresti preda del primo che passa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tra i games e la <em>Bhagavadgita</em> c’è scarsa differenza: tra uccidere sullo schermo e decidere di uccidere per strada la distanza è infima, un filo di frustrazioni; uccidere o non uccidere è lo stesso, dice l’immane poema indù. Solo che <strong>da una parte balugina Krsna, dall’altra un dio digitale. La realtà, comunque, è la stessa: inconsistente, insostanziale. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1985 Robert Zemeckis gira <em>Ritorno al futuro. </em>La profezia, realizzata oggi, degli anni Ottanta: <strong>vorremmo cambiare il passato e non avendo più un presente al futuro possiamo soltanto <em>ritornare</em>.</strong> Senza raggiungerlo. Che sia <em>ieri</em> o <em>dopo</em>, l’importante è che non sia mai <em>ora</em>. (d.b.)</p>
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		<title>Prepararsi alla venuta della notte: leggere “I racconti di Kolyma” in compagnia di Aharon Appelfeld</title>
		<link>https://www.pangea.news/prepararsi-alla-venuta-della-notte-leggere-i-racconti-di-kolyma-in-compagnia-di-aharon-appelfeld/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Nov 2018 08:19:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La mia foto preferita è la numero XIII del passion cycle di Sam Taylor-Wood (in copertina una sua fotografia). Lo sfondo sfumato  potrebbe star ritraendo l’interno di un tempio di Bangkok, i protagonisti messi a fuoco sono un lui e  una lei dalle pelli bianche ma ormai arrossate da suzioni e sfregamenti. Niente volti, se ne vedono [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La mia foto preferita è la numero XIII del <em>passion cycle</em> di Sam Taylor-Wood (<em>in copertina una sua fotografia</em>)<strong>. Lo sfondo sfumato  </strong><strong>potrebbe star ritraendo l’interno di un tempio di Bangkok, i protagonisti messi a fuoco sono un lui e  </strong><strong>una lei dalle pelli bianche ma ormai arrossate da suzioni e sfregamenti.</strong> Niente volti, se ne vedono solo un cespo di capelli rossicci e l’ombra scura dell’altra capigliatura; l’abbraccio dei tronchi dei corpi che si schiacciano formando quasi una linea verticale al centro rende indistinguibile dove finisce il seno morbido di lei e l’addome duro di lui: <strong>come fai a dire chi è dei due che desidera di più  </strong><strong>l’altro? Chi è che ha più fame dell’altro? </strong>Non c’è una corporatura dominante tra quella maschile e quella femminile, per quanto forti siano i caratteri sessuali. Chi dei due è colui che ricava l’unico senso possibile della sua esistenza soltanto a partire dall’esistenza di chi ha di fronte? Come si trasformerà la linea retta dei loro corpi? Saranno le braccia di lui a spaccare in due lei stringendola a tenaglia dietro la schiena? Saranno le braccia di lei a fargli pressione dietro al collo fino a decapitarlo? La loro storia d’amore e passione è così prossima a quella d’odio e morte che si stringe tra il carnefice e la vittima&#8230; Tra carnefice e vittima si fa tristemente in fretta a dire chi morirà per primo, ma: chi trionferà? Chi è il perno?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63833 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/salamov-190x300.jpg" alt="salamov" width="127" height="201" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/salamov-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/salamov.jpg 200w" sizes="(max-width: 127px) 100vw, 127px" />Scrive Benjamin Tammuz in <em>Il minotauro</em>, romanzo in cui un carnefice e la sua vittima s’innamorano  </strong><strong>senza mai essersi anche solo visti o sfiorati:</strong> “Hanno lottato, hanno lasciato morire e hanno ucciso, e adesso la vittima e il vincitore hanno nostalgia l’uno dell’altro, e non c’è modo di tornare indietro, poiché uno di loro è stato ucciso. In realtà, sono stati uccisi entrambi”. Sarà dunque dovuto al mio debole per le storie d’amore così intense e incontrollate e immature e ideologizzate da raggiungere l’epitome dell’odio distruttore se dopo essere stato per milletrecento pagine fitte fitte con Šalamov ne ho trascorse nell’immediato circa altre centocinquanta con Aharon Appelfeld, per quello e per mantenere una promessa espressa tra me e me leggendo <em>Operazione  </em><em>Shylock</em> di Philiph Roth. “Prima mantengo la promessa fatta a Šalamov di leggerlo, stretta mentre leggevo non mi ricordo nemmeno chi, poi leggerò Appelfeld, per merito di Roth, per come l’ha reso un personaggio del suo romanzo: qualcosa in Appelfeld deve esserci, un merito tutto suo, se Roth è riuscito a ricavarne un personaggio, una sua antitesi, simile”. Ho scelto di leggere un romanzo di Appelfeld che non fosse di quelli citati da Roth in <em>Operazione Shylock</em>, dunque: <em>Badenheim 1939</em>. Il romanzo della deportazione è stato il mio mezzo di fuga dalla Kolyma salamoviana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quante volte ci sta <em>Badenheim 1939</em>  ne <em>I racconti di Kolyma</em>? Mettendo fianco a fianco i due grandi  </strong><strong>e bianchi volumi della Einaudi dell’opera di Šalamov, uno sull’altro, e il volumetto verde fango della  </strong><strong>Guanda che ha pubblicato Appelfeld è come osservare un ghiacciaio torreggiare su una collina  </strong><strong>venuta su intombando rifiuti su rifiuti,</strong> ma questo aumenta il disorientamento, segna l’inconcludenza delle sole proporzioni, siccome l’entità di male umano condensato è abissale in entrambe le opere. Convertissi nel formato enaudiano de <em>I racconti di Kolyma</em> il corpo tipografico guandiano di <em>Badenheim 1939</em> il romanzo di Appelfeld non raggiungerebbe la cinquantina di pagine; Appelfeld ha scritto comunque sia un romanzo e nessuno dei racconti di Šalamov, neppure il più lungo, raggiungerebbe intanto la dimensione di <em>Badenheim 1939</em>. Mi piace il fronteggiarsi di questi due libri, per quanto sia soltanto frutto della mia casuale scelta di lettore l’averli messi in connessione; è difficile stabilire l’ordine di grandezza secondo cui misurarli. <strong>Lo dico subito, l’opera  </strong><strong>di Šalamov per me è gigantesca, è un mondo, ma il piccolo romanzo di Appelfeld si difende  </strong><strong>benissimo, non si fa intimidire</strong>, anche lui sa raccontare un mondo, o meglio: la fine di un mondo che vorresti che non finisse, non così. Šalamov da parte sua ha raccontato la durata di un mondo che vorresti non ci fosse mai stato, che speri in ogni istante finisca, maledizione: che qualcuno faccia qualcosa e lo cancelli per sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo essere stato trasportato per gulag sovietici per un mese intero mi sono andato a mettere in fila con gli ebrei di una villeggiante cittadina austriaca in procinto della deportazione in un lager nazista, stropicciando tra le mani la stampa della foto di Taylor-Wood che mi fa da bussola, da calamita. <strong>Ho assistito alla eliminazione scientifica e sbracata dell’uomo nel sistema  </strong><strong>concentrazionario russo e non contento sono poi andato a vedere come si stava durante gli ultimi  </strong><strong>bagliori della civiltà occidentale, mentre le luci si spegnevano, sostituite dalla penombra continua  </strong><strong>delle vite ridotte al lumicino, quando non direttamente consegnate ai fumi dei forni e delle  </strong><strong>fucilazioni. </strong><em>I racconti di Kolyma</em> sono continuamente sottoposti alla lancinante luce bianca dei ghiacci e del rigore. <em>Badenheim 1939</em> è un romanzo dove la vista si fa sempre più bassa, senza precisione, all’insegna della disattenzione. “L’umidità amara, nascosta, si assorbì nell’intrico di rampicanti”. Nella Kolyma non si può essere disattenti: distrarsi equivale a morire. Tutto sommato anche a Badenheim succede la stessa cosa, ma a Badenheim c’erano ancora troppe occasioni di svago: la pasticceria, il tabacco, il festival; la luce è andata via mentre si aspettavano i fuochi d’artificio. Kolyma rappresenta il troppo tardi. Badenheim rappresenta l’errore di aver creduto che fosse ancora troppo presto, che avanzasse tempo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-63834 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/aharon-194x300.jpg" alt="aharon" width="132" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/aharon-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/aharon.jpg 201w" sizes="(max-width: 132px) 100vw, 132px" />Leggendo <em>Badenheim 1939</em>, per quei grotteschi paradossi della letteratura che distorcono le linee guida della storia così com’è andata, hai la sensazione che la destinazione dei treni coi quali gli abitanti ebrei vengono deportati non sia la Polonia, ma che sia la Kolyma<strong>. L’incipit dell’opera di  </strong><strong>Šalamov è “Come viene aperta una strada nella neve vergine?” Risposta: con un treno che arriva  </strong><strong>dritto dritto da <em>Badenheim 1939</em>.</strong> Una verità: Appelfeld mi ha aiutato a uscire dalla Kolyma, portandomi da tutt’altra parte, ma solo in apparenza, e quasi alle sue spalle. E mi aiuta a dirne qualcosa: <strong>Šalamov ha scritto milletrecento pagine, e dei suoi racconti non so dire altro se non che  </strong><strong>vanno letti tutti, per le loro milletrecento pagine coraggiosamente belle nel descrivere l’orrore come  </strong><strong>si descrive il volto della persona amata: senza infingimenti</strong>, sapendo dire tutte le minuzie attorno all’iride. L’indicibilità del suo racconto è vinta soltanto nella durata della sua scrittura.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché resto nei paraggi di queste narrazioni? Assecondo una morbosa pulsione e la giustifico rifacendomi al diritto al vagabondaggio di un lettore senza strategia, senza un pregiudizio da avvalorare andandosi a scegliere solo quei testi che glielo confortano? <strong>Oppure coltivo un interesse  </strong><strong>che confino nel silenzio anche verso me stesso: che io provi una indicibile invidia verso i carnefici?  </strong><strong>Ah, essere il caposquadra che picchia e umilia e affama e ammazza i prigionieri politici dei lager di  </strong><strong>Stalin, è questo? O ne provo una ancora più indicibile verso le vittime: </strong>oh, le care vittime, sempre amabili tenuto conto di quello che hanno dovuto passare! Essere amato come è amabile il probo Šalamov!, il Šalamov sopravvissuto laddove in altri milioni sono morti, mantenendosi retto e morale, non sottomettendosi mai al soccorso del male. Essere amato come il formidabile Appelfeld, così distante dai personaggi del suo romanzo, tanto arguto e vivo e combattivo Appelfeld nella sua biografia e nelle pagine che gli riserva Philip Roth quanto non lo sono affatto i personaggi e abitanti di Badenheim, che si sono lasciati fare di tutto, fiduciosi, attendisti, decadenti e benestanti, europei all’apice di una antonomasia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Appelfeld non è stato fiaccamente fiducioso, neppure Šalamov, ecco cosa ha permesso loro di </strong><strong>sopravvivere: la mancanza di fiducia.</strong> Bugia, è stato il caso. Per un Šalamov e un Appelfeld che sono sopravvissuti, chissà però quanti altri Šalamov e un Appelfeld non sono sopravvissuti, pur avendone le stesse qualità, la stessa salvifica mancanza di fiducia nell’esperimento della specie umana, forse, oppure è proprio impossibile: di ciascuno ce n’è uno solo, i controfattuali sono svaghi per pervertiti. Un solo Šalamov, un solo Appelfeld. La storia umana non è un romanzo, può fare liberamente a meno di qualsiasi ragionamento che tenga.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Šalamov e Appelfeld nei loro romanzi non fanno il canto della vittima; non parteggiano, sanno </strong><strong>quanto ormai sia inutile, ridicolmente tardi, per parteggiare:</strong> basta il racconto per dire il posto occupato dalle persone che hanno scelto o che non hanno potuto sceglierlo. Raccontano l’uomo messo di fronte alle situazioni che ne prevedono l’annichilazione. La letteratura, quando lo è, è un prepararsi alla venuta della notte, e un insegnare come procurarsi il fuoco anche laddove tutti i Prometeo sono stati incatenati, impalati alle vette delle montagne, e sono stati fatti sparire tutti gli acciarini, assieme a lacci e cinture, perché nessuno provi a evadere dalla notte lanciandosi altrove aggrappato alla corda di un suicidio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso, obliquamente, a tutto questo la sera quando prendo le scale della metro e mi chiedo se sarà  </strong><strong>la volta in cui accadrà a me di beccarmi il calcio dietro la schiena che mi farà schiantare in basso,  </strong><strong>come fu per quella ragazza nera a Berlino in un video di giovani bravacci così fieri e che non  </strong><strong>consideravano che da lì a poco sarebbero stati individuati e arrestati.</strong> Non mi riesce di vedere le youtubate di gran scalpore pure piene di altri bravacci che picchiano al volto a caso uomini anziani per mandarli a terra e gioirne a favore di registrazione ma quel video della ragazza scaraventata lo guardai a ripetizione, rappresentava il superamento di una soglia della banale gratuità del male. Mi secca abbastanza che guardandolo mi sia sentito chi prende la pedata mortale, mai chi la dà; scegliersi la parte della vittima potenziale è da coglioni ma non mi basta la fantasia per calarmi nel violento per noia e poi, a immedesimazione finita, odiarmi soltanto per finta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il piano è che la scelta non sia obbligata tra vittimismo e carneficismo, bisogna cambiare il nastro, </strong><strong>riscrivere la pagina come non è ancora stata scritta perché le parole modifichino persino il corso di </strong><strong>quello che è già stato</strong> e fare in modo che la ragazza di Berlino schivi d&#8217;istinto l’attacco alla schiena, così che l&#8217;aggressore si sbilanci, cada male, ci si giochi una rotula e finisca in un letto d’ospedale con la gamba in trazione. Lei potrebbe passare in visita, all’inizio per il gusto di dargli beffa poi fermandosi accanto al suo letto per leggere un libro di Šalamov, uno di Tammuz, uno di Appelfed, uno di Roth, imponendogliene ogni tanto a voce alta qualche paragrafo, torturandolo così, e di tortura in tortura chissà che non finiscano come in quella foto della Sam Taylor-Wood che a me piace tanto. Insomma, se deve esserci la morale, che ci sia anche la favola.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Antonio Coda</em></strong></p>
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		<title>Variazioni sentimentali su quella vecchia canaglia di Tom, Tom Waits. Nei suoi gorgheggi senti tutta la polvere dei bassifondi statunitensi</title>
		<link>https://www.pangea.news/variazioni-sentimentali-su-quella-vecchia-canaglia-di-tom-tom-waits-nei-suoi-gorgheggi-senti-tutta-la-polvere-dei-bassifondi-statunitensi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Nov 2018 09:37:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Bassifondi]]></category>
		<category><![CDATA[Blues]]></category>
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		<category><![CDATA[Pangea]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Tom Waits]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non potevo certo dirvi cos’era stato. Mi ritrovavo solo, in casa, a contemplare il pomeriggio, desueto e mansueto. Tom Waits e le sue Mule Variations intonavano l’aria più malinconica che si potesse desiderare, e le emozioni fluttuavano sulla superficie della mia pelle, così belle da lasciarsi trasportare. Nel dolce andirivieni la magia del ricordo entrava [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non potevo certo dirvi cos’era stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi ritrovavo solo, in casa, a contemplare il pomeriggio, desueto e mansueto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tom Waits e le sue <em>Mule Variations </em>intonavano l’aria più malinconica che si potesse desiderare</strong>, e le emozioni fluttuavano sulla superficie della mia pelle, così belle da lasciarsi trasportare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel dolce andirivieni la magia del ricordo entrava in disaccordo con il mio cuore</strong>, traballante sulla musica, cold water sui miei sensi.</p>
<p style="text-align: justify;">Direttamente ai nervi senza passare dal via. Così è. E così sia.</p>
<p style="text-align: justify;">La notte prima, tutta un’altra cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Circumnavigando disperato come un naufrago, in fuga dalla nave ammainata.</p>
<p style="text-align: justify;">Bar, pub, discoteche, strade sconosciute, per sopprimere il pensiero più dolente, e battente. Il pensiero di Lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Non dovrei struggermi troppo della sua mancanza.</p>
<p style="text-align: justify;">In fondo è stata solo una settimana particolare. Una settimana. Nulla più.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63798 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/sddefault-300x225.jpg" alt="Tom Waits" width="245" height="184" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/sddefault-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/sddefault-600x450.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/sddefault.jpg 640w" sizes="(max-width: 245px) 100vw, 245px" />Cosa ci si crede di attendere da un’innocua e silente settimana? Sette giorni sparati nel tempo infinito.</strong> Un’inezia, una stupidaggine.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il tempo è solo una dimensione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed io, in questo lasso di tempo, ho amalgamato sensazioni forti ed emozioni pregnanti, ho intrapreso la vita. Vita vissuta fuoritempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Fuori dal tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">E pochi giorni intensi si espandono nello spazio dimensionale rendendosi schiavi di cose più grandi di loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosicché quantificarli risulta impossibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Avendo la certezza di averne vissuti e goduti molti di più. Con la loro forza e la loro grandezza.</p>
<p style="text-align: justify;">E la storia continui leggera, come questa marlboro che mi appresto a fumare.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Vivendo intensamente</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Attimi di un eterno niente</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nel contatto caldo della nostra pelle</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Perché anche noi siamo</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Polvere di stelle.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un ragazzo normale a cui piace il mare e una ragazza normale, golosa di more, si conoscono</strong>, si frequentano, si baciano, si innamorano.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui potrebbe chiamarsi Michael, per gli amici Michy. Michy Smile. Michele sorriso.</p>
<p style="text-align: justify;">Lei invece Margaret, per le amiche più intime semplicemente Maggie.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui potrebbe avere la cattiva abitudine di arrivare sempre in ritardo e lei il bellissimo pregio di non farglielo notare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei è ancora legata al suo ex, per una storia durata sei anni che le ha lasciato qualche strascico impietoso;</strong> si sono lasciati da poco e lui ancora la importuna con richieste inammissibili, lei è dispiaciuta della sua sofferenza ma non può fare altro che allontanarsi da quella storia senza futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">A Michy non interessano le sue vecchie storie d’amore e poi ognuno di noi ha un passato da dimenticare, da sopprimere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E Maggie crede che non gli faccia neanche tanto piacere andare a rivangare con lui le fuggevoli ansie di abbandono che la tormentano. </strong>Così non lo sa.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è solo un probabile inizio. Partorito dal mio cervello gravido, fecondato da uno spunto del presente.</p>
<p style="text-align: justify;">Inventato e reale. Brevissimo e durevole. Noi e gli altri. Chissà…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Non posso certo dirti cosa sia stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi ritrovo solo, in casa, ad interpretare il pomeriggio marzolino, desueto e mansueto, che volge a sera.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Continuo ad ascoltare Tom Waits, ormai al termine della sua esibizione, nei suoi gorgheggi vocali che contengono tutta la polvere dei bassifondi statunitensi</strong>, tutte le camere dei motel d’America, tutte le strade percorse dai clochard on the road.</p>
<p style="text-align: justify;">E me lo vedo, col suo passo barcamenante e il suo sguardo lisergico, salire le scale.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Come on up to the house</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E mi piace pensare, anche se è stupido, che lui, con la sua voce roca e il suo blues morbido, mi abbia aiutato a scrivere.</strong> In parte è vero.</p>
<p style="text-align: justify;">E magari anche lui ha la sua Maggie.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Chocolate Jesus</em>. Così. Dedicandotela.</p>
<p style="text-align: justify;">E rimango immobile, con le scarpe sul letto, a sentire le ultime note di questo disco meraviglioso. Un’altra purissima gemma di quella vecchia canaglia di Tom. Tom Waits.</p>
<p><strong><em>Luca Gaviani</em></strong></p>
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		<title>Totò in Finlandia (ho conosciuto il traduttore). A Oulu non credono a Babbo Natale, che sta a qualche chilometro di distanza, e il buio sembra una porta: bussi e qualcuno ti apre sempre</title>
		<link>https://www.pangea.news/toto-in-finlandia-ho-conosciuto-il-traduttore-a-oulu-non-credono-a-babbo-natale-che-sta-a-qualche-chilometro-di-distanza-e-il-buio-sembra-una-porta-bussi-e-qualcuno-ti-apre-sempre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Nov 2018 03:32:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Babbo Natale]]></category>
		<category><![CDATA[Biblioteca]]></category>
		<category><![CDATA[Commedia]]></category>
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		<category><![CDATA[Traduzione]]></category>
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		<category><![CDATA[Università]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il tramonto, qui, accade alle quattro del pomeriggio: il cielo, all’improvviso, si accende, come uno che dietro la facciata del mondo dia fuoco a un pezzo di carta. Le nuvole bruciano, velocissime, a Oulu, città costruita dagli svedesi ai primi del Seicento, ricostruita da un tedesco nell’Ottocento – Carl Ludwig Engel, lo stesso che ha [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/toto-in-finlandia-ho-conosciuto-il-traduttore-a-oulu-non-credono-a-babbo-natale-che-sta-a-qualche-chilometro-di-distanza-e-il-buio-sembra-una-porta-bussi-e-qualcuno-ti-apre-sempre/">Totò in Finlandia (ho conosciuto il traduttore). A Oulu non credono a Babbo Natale, che sta a qualche chilometro di distanza, e il buio sembra una porta: bussi e qualcuno ti apre sempre</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il tramonto, qui, accade alle quattro del pomeriggio: il cielo, all’improvviso, si accende, come uno che dietro la facciata del mondo dia fuoco a un pezzo di carta.</strong> Le nuvole bruciano, velocissime, a Oulu, città costruita dagli svedesi ai primi del Seicento, ricostruita da un tedesco nell’Ottocento – Carl Ludwig Engel, lo stesso che ha architettato, per incarico russo, Helsinki – a uno spunto dalla Lapponia, si sente l’incessante ruminare delle renne, nell’aria. L’acqua di Oulu è trasparente come l’aria, che mi si sbriciola tra le mani, e <strong>verso le 21.30 una graziosa cameriera mi porta lo spezzatino di renna accerchiato da un bastione di purè di patate. </strong>Lo mangio come si fa quassù, con i mirtilli a insaporire la carne. Un piatto ruvido. “Vede, noi siamo uscita dai boschi un paio di secoli fa, non conosciamo le parole astratte, solo quelle concrete, di legno”, mi dice chi mi ospita.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">I bimbi, qui, imparano lo svedese insieme al finlandese, e l’inglese guardando i film, ovunque si sente il tallone sovietico, <strong>e nonostante la patria di Babbo Natale sia a qualche chilometro di distanza, a Rovaniemi – dove, mi dicono, partono dalla Turchia e da UK, in massa, a onorarlo – qui nessuno, neppure i bimbi, ha voglia di credere nelle favole della buona notte. “Tutto il mondo crede a Babbo Natale – tranne i finlandesi”, mi dice Timo</strong>, che insegna latino e greco all’Università di Oulu – ma i dipartimenti che vanno per la maggiore sono quelli di ingegneria e di tecnologia – e parla con una audace inflessione romanesca.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di fianco alla stazione di Oulu c’è un ‘Ristorante Toscana’; di fronte c’è una ‘Pizzeria Finlandia’: gli italiani, mi dico, hanno colonizzato i finnici con più pervasività dei giapponesi.</strong> Il Console onorario d’Italia – un donnone finlandese di nome Ulla, che incontro di sfuggita per sentirmi dire che il simbolo di Oulu è un poliziotto, il che non mi rassicura – mi dice che esiste un circolo di ‘Italiani a Oulu’ che conta qualche decina di affiliati – di solito accompagnati da assortite finlandesi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_63770" aria-describedby="caption-attachment-63770" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-63770" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/IMG_20181031_145547-300x225.jpg" alt="Finlandia" width="300" height="225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/IMG_20181031_145547-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/IMG_20181031_145547-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/IMG_20181031_145547-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/IMG_20181031_145547-600x450.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-63770" class="wp-caption-text">&#8230;sul treno verso Oulu, una piccola isola nel lago, la casa dei desideri e delle fiabe (o degli incubi&#8230;)</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Oulu c’è il massimo esperto di dialetti italiani. Timo comincia a spiegarmi – con florilegio di esempi – le particolarità del napoletano. Ha tradotto, per diletto, le poesie di Eduardo De Filippo e di Totò – ed è autore delle traduzioni in finlandese delle poesie di Trilussa.</strong> “Ho usato il gergo della Finlandia centrale, dove sono cresciuto, che ha certe affinità espressive con il napoletano”. Non gli sto dietro quando parla di dittonghi e trittonghi. Totò in Finlandia, che sorpresa. Timo ha amici a Roma e a Perugia, è un latinista, casca in Italia un paio di volte l’anno, a tavola discutiamo di Pier Paolo Pasolini e di Carlo Porta, che ha dato dignità al milanese. Timo mi confessa, con una punta di imbarazzo, che non ha ancora capito bene le regole grammaticali del piemontese.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Come si sa, la Società Dante Alighieri nasce nel 1889 su spinta di Giosue Carducci, con l’intento di colonizzare il mondo sparpagliando il verbo dantesco. La <em>Commedia </em>è stata tradotta in finlandese dal poeta Eino Leino, negli anni Dieci, “è troppo arcaica”, mi dicono. Ormai, l’originale italiano e la traduzione finlandese hanno quasi lo stesso tasso di difficoltà per un finnico di oggi. <strong>In Finlandia esistono dieci Società Dante Alighieri – ce ne sono circa 400 sparse per il globo. La più antica è a Helsinki, nata un secolo fa, la più inaccessibile è a Kemi, in Lapponia… – Dante a bordo renna – la Società Dante Alighieri di Oulu ha compiuto 50 anni di attività l’anno scorso. </strong>Per darsi una idea del fenomeno: in Svezia esistono tre Società Dante Alighieri, in Norvegia sono sette, l’Irlanda ne ha soltanto una. I finlandesi, evidentemente, hanno una sintonia biologica con Dante.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A Oulu i luoghi più importanti confinano con il mare: il teatro e la biblioteca. Due immensi cubi di vetro, sospesi, sorretti dalla curva della luce via via più sottile, metallica, come un colpo di katana a vuoto. “Un po’ troppo Berlino Est”, mi dice Timo – io gli dico che mi sembrano edifici bellissimi. Da noi le biblioteche sono l’eremitaggio degli scemi, qui sono il centro della città. Ci sono anche diversi night club, a Oulu e nella fetta di Finlandia che ho sperimentato – locali ormai archeologici in Italia. <strong>Forse questo è parte della natura finlandese: si studiano le vite degli altri, a teatro; si frequenta la propria inquietudine leggendo; si guarda un corpo nudo, e magari si gode, pagando. Non si vive la vita, ma si assiste al proprio vivere, si è già vissuti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Tampere il palazzo comunale è eretto di fronte al teatro: “il teatrino della politica”, dico.</strong> Chi mi ospita ride, i finlandesi capiscono tutto, anche se la loro non è una politica urlata – il finlandese è una lingua monotona, senza sbalzi sonori né umorali, che tu sia triste o pieno di gioia è uguale, non si capisce.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Centro commerciale di Oulu. Una vecchia riversa a terra. Sangue dalla testa. Una famiglia – lei è senza dubbio una bella donna – china sulla sfortunata. Il poliziotto, estremamente tranquillo, fa segno che ha chiamato chi deve.</strong> Nessuno si ferma, nessuno guarda, nessuno fotografa o schiamazza – anche l’ambulanza, in verità, danza. Ciò che noi chiamiamo indifferenza qui è rispetto, accudire il sofferente, dare pudore al dolore.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Diversi ponti uniscono la terraferma dalle isole che dilagano a Oulu. <strong>I ponti, illuminati, sembrano archi di fiamme: una suggestione dantesca.</strong> Chi li attraversa va verso i regni felici o è scalfito da una colpa micidiale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Bisognerebbe scrivere un trattato sul buio. Se non cammini con i catarifrangenti ai polsi, prendi una multa di 10 euro. Sei tu che devi avvisare l’oscurità che esisti, con piccoli bagliori sulla giacca<strong>. Il buio è una entità, quassù, gli puoi parlare – il buio è come una porta, bisogna solo studiare il punto giusto dove bussare.</strong> Qualcuno dall’altra parte apre sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sicuramente voi sapete cosa intenda Dante per ‘selva oscura’, dico agli uditori di Oulu. Quanto all’oscurità, al suo geologico labirinto, avete da insegnarci. <strong>Da Tampere a Oulu – quattro ore di treno – si vedono infinite selve di betulle. Quegli alberi così bianchi mi colpiscono come una manciata di aghi – il bianco mi fa lacrimare. Le betulle sembrano fiamme.</strong> Il finlandese, penso, è una betulla al contrario: il bianco è dentro di lui, quella fitta candida, quell’astio di purezza, invisibile. D’altronde, se lo sveli, bruci. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/toto-in-finlandia-ho-conosciuto-il-traduttore-a-oulu-non-credono-a-babbo-natale-che-sta-a-qualche-chilometro-di-distanza-e-il-buio-sembra-una-porta-bussi-e-qualcuno-ti-apre-sempre/">Totò in Finlandia (ho conosciuto il traduttore). A Oulu non credono a Babbo Natale, che sta a qualche chilometro di distanza, e il buio sembra una porta: bussi e qualcuno ti apre sempre</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Il vero fascismo è la società dei consumi”: Pasolini non è di destra, ma non propugna la solita retorica antifascista della Sinistra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Oct 2018 07:33:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Che Pasolini non fosse di destra è cosa nota a tutti. Che però non rientrasse neppure nella schiera degli ottusi propugnatori della retorica di Sinistra è un aspetto, più o meno consapevolmente, trascurato. Tutto ciò è ben documentato da una nuova antologia, di recentissima uscita per Garzanti, Il fascismo degli antifascisti. Se proprio non ci [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-vero-fascismo-e-la-societa-dei-consumi-pasolini-non-e-di-destra-ma-non-propugna-la-solita-retorica-antifascista-della-sinistra/">“Il vero fascismo è la società dei consumi”: Pasolini non è di destra, ma non propugna la solita retorica antifascista della Sinistra</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Che Pasolini non fosse di destra è cosa nota a tutti. Che però non rientrasse neppure nella schiera degli ottusi propugnatori della retorica di Sinistra è un aspetto, più o meno consapevolmente, trascurato</strong>. Tutto ciò è ben documentato da una nuova antologia, di recentissima uscita per Garzanti, <a href="https://www.garzanti.it/libri/pier-paolo-pasolini-il-fascismo-degli-antifascisti-9788811603696/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>Il fascismo degli antifascisti</em></strong></a>. Se proprio non ci tenete a spendere soldi, sappiate che si tratta su per giù di una selezione dagli <em>Scritti corsari</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là però delle vicende editoriali legate ai testi dell’autore bolognese – certi morti non li si spremerà mai abbastanza –, Pasolini è interessante per qualunque italiano, in quanto attualissima chiave interpretativa del nostro tempo. Per intenderci, guardiamo alle ultime elezioni e al grande pericolo paventato dai giornaloni – “La Repubblica” in testa –, successivamente amplificato sui social dai votanti a sinistra, quello di un <strong>nuovo fascismo</strong>. Chiunque sia in buona fede sa che certi addetti alla distrazione di massa vi hanno battuto per mesi. Non paghi, continuano: a giorni uscirà infatti, per Einaudi, <em>Istruzioni per diventare fascisti</em> di Michela Murgia.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-63726 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/foto-1-2-1-199x300.jpg" alt="Pasolini" width="155" height="234" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/foto-1-2-1-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/foto-1-2-1-600x904.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/foto-1-2-1.jpg 664w" sizes="(max-width: 155px) 100vw, 155px" />Chiediamoci dunque: <strong>cosa penserebbe Pasolini di questi allarmi</strong> e delle costanti manifestazioni di ANPI e compagnie cantanti in contrapposizione a quattro militanti di Casapound? È difficile ipotizzare come sarebbe oggi l’autore di <em>Ragazzi di vita</em>, se fosse ancora vivo – in fondo, quanti uomini puri si sono corrotti! Ma, stando a ciò che ha scritto fino al momento della sua tragica morte, non è difficile arguire – e sto edulcorando – che avrebbe prorotto in qualcosa come <strong>“Cari compagni, siete in torto marcio”</strong>. Ma atteniamoci alle parole del poeta, onde evitare di sentirci dare dei manipolatori: “Esiste oggi una <strong>forma di fascismo archeologico</strong> che è poi un buon pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale. Si tratta di <strong>un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà mai più</strong> […] Ecco perché buona parte dell’antifascismo di oggi, o almeno quello che viene chiamato <strong>antifascismo, o è ingenuo e stupido o è pretestuoso e in malafede</strong>: perché <strong>dà battaglia o finge di dar battaglia ad un fenomeno morto e sepolto</strong>”. Naturalmente, dopo queste frasi, partirà il coro da tragedia greca per dire che Pasolini è stato strumentalizzato dalla destra e blah blah, blah. Possibile. Infatti, qui non ci interessa volgere il noto romanziere dalla parte che non gli appartiene, né tanto meno leggerlo pro domo nostra. <strong>Basterebbe che fosse la Sinistra a riflettere sul lascito del suo stesso pensatore.</strong> E, in verità, qui c’è poco da speculare e molto da capire: <strong>Pasolini ne è certo, il fascismo del ventennio non si potrà mai ripetere</strong>. Non ci sarà più un nuovo <strong>Mussolini</strong> “non solo per la nullità e per l’irrazionalità di quello che dice, per il nulla logico che sta dietro quello che dice, ma anche perché non troverebbe assolutamente spazio e credibilità nel mondo moderno. <strong>Basterebbe la televisione per vanificarlo, per distruggerlo politicamente</strong>”. Figurarsi poi, oggi, con i social network. Ma voi direte che esistono realtà quali Casapound, Forza Nuova e forse altre mille persone affette da una macabra nostalgia, così come prima c’era l’MSI. Sentiamo cosa ne pensa il nostro caro autore di sinistra: “<strong>i fascisti ufficiali non sono altro che il proseguimento del fascismo archeologico: e in quanto tali non sono da prendere in considerazione.</strong> In questo senso Almirante, per quanto abbia tentato di aggiornarsi, per me è altrettanto ridicolo che Mussolini”. Insomma, non ci sono dubbi, Pasolini non è di destra, anche se forse, a vedere quella attuale, rimpiangerebbe Almirante.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma dunque, dal suo punto di vista, <strong>il fascismo è morto, oggigiorno? No, se con tale termine si intende “la prepotenza del potere”. Ergo, dove sta?</strong> “Io credo, lo credo profondamente, che <strong>il vero fascismo</strong> sia quello che i sociologi hanno troppo bonariamente chiamato <strong>la società dei consumi</strong>”. Ovviamente, qualcuno dirà che questa è una frase estrapolata al solo fine di avvalorare una lettura partigiana… Giriamo quindi pagina: “il vero fascismo, l’ho detto e lo ripeto, è quello della società dei consumi”. Non per voler porre la parola fine alle tante esegesi di una certa fazione politica, ma mi pare che il punto di vista pasoliniano sia <em>abbastanza inequivocabile</em>. Certo, quasi nessuno vorrà darmi ragione, anzi alcuni mi odieranno per aver semplicemente citato le parole che li inchiodano. Capita, del resto, di indirizzare male il proprio astio:<strong> “soltanto che questo odio si dirige, in certi casi in buonafede e in altri in perfetta malafede, sul bersaglio sbagliato, sui fascisti archeologici invece che sul potere reale”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Procedendo adesso senza riportare interi brani, a riprova di aver letto il testo in questione, il resto del pensiero del regista di <em>Teorema</em> si potrebbe sintetizzare come segue. Il <strong>fascismo arcaico</strong> è stata una mascherata che <strong>non ha modificato nel profondo gli italiani</strong>. Il Paese che questi si ritrovavano intorno era immutato da almeno cinquecento anni. <strong>I valori erano quelli di sempre</strong> e ben saldi: patria, famiglia, risparmio, frugalità e duro lavoro delle braccia. <strong>La società dei consumi ha mandato tutto in vacca. Non esiste più una cultura proletaria o borghese.</strong> Anche prima si era conformisti, l’uomo è sempre stato tale, ma si trattava di un <strong>conformismo di classe</strong>. <strong>Oggi sono tutti identici</strong>, operai e professori, fascisti e antifascisti, del Nord o del Sud. Sempre per capirci, prendete un elemento qualsiasi di Casapound e mettetelo in un centro sociale di Sinistra. A meno di non cercare volutamente lo scontro, facendo qualche discorso non proprio adatto alla situazione, è difficile che lo riconoscano. Anche lui beve la stessa birra da discount, indossa gli stessi jeans, porta gli orecchini e presumibilmente è tatuato come un detenuto dopo vent’anni di carcere. Oppure confrontate un impiegato qualsiasi di un ente statale e un disoccupato che vive di assistenza pubblica. Entrambi indossano la stessa polo, da dieci euro, presa in offerta al centro commerciale.</p>
<p style="text-align: justify;">In ultimo, <strong>secondo Pasolini è questo che dovremmo combattere, l’omologazione</strong> di una società che sta bene a tutti perché progressista, aperta, e via dicendo. Nessuno, fascista o meno – sono sempre pensieri di Pasolini – vorrebbe oggi stare con una ragazza che vive in casa del padre prima di passare direttamente in quella del marito. Nessuno la vorrebbe una donna non libera, che prima di farti vedere un pelo di figa ti farà attendere la prima notte di nozze, per poi svegliarsi alle tre di mattina e andare in campagna. Eppure, lui, il poeta omossessuale, <strong>preferiva quel mondo lì, arcaico, retrogrado e preindustriale</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Avrà avuto ragione lui? Sarà stato in torto marcio? <strong>Il progresso è un falso progresso, o la cosa migliore che potesse succederci?</strong> Non spetta a noi dirlo. Vi basti solo sapere che Pasolini <strong>oggi non scenderebbe in piazza con voi, additando il pericolo dei fasci di combattimento</strong>. Vi direbbe di lottare contro questo mondo… Ah, già, ma voi lo sentite minacciato da Mussolini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
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		<title>Vi prego, spegnete la luce e tornate a usare le candele, daranno ombre sibilanti e profondità alla vostra vita: filosofia della fiamma tra Gaston Bachelard e Moby Dick</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Sep 2018 04:33:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A mia figlia viene una idea. Questa sera ceniamo spegnendo le luci, con le candele. Ottima idea. Piazziamo qualche candela dentro i bicchieri. La fiamma ci affascina. Il suo movimento sinuoso ci ipnotizza. La fiamma – in realtà, sono tre o quattro sibili di fuoco – crea ombre; e le ombre dilatano il mistero. Questa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A mia figlia viene una idea. Questa sera ceniamo spegnendo le luci, con le candele. Ottima idea. <strong>Piazziamo qualche candela dentro i bicchieri. La fiamma ci affascina. Il suo movimento sinuoso ci ipnotizza. La fiamma – in realtà, sono tre o quattro sibili di fuoco – crea ombre; e le ombre dilatano il mistero. </strong>Questa stessa stanza, la solita, angusta, diventa profondissima grazie alla fiamma. I nostri volti, sagomati dal fuoco, hanno una ambiguità diversa, instabile, inquieta. Davanti a una fiamma puoi amare per tutta la vita – la luce elettrica fa scempio del fascino.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La luce elettrica, questa riproduzione del giorno quando il giorno è defunto, questa petulante imitazione del sole, rende tutto piatto ed equidistante. </strong>Ci schiaccia nella nostra opacità. Anche le lampade a led, per quanto soffuse, architettoniche, superbe, ambiscono a una perfezione odiosa. L’uomo non è tale perché vince la notte, ma perché adorna di fiamme l’oscurità.</p>
<p>*</p>
<p><figure id="attachment_63058" aria-describedby="caption-attachment-63058" style="width: 146px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-63058" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/flamme_chandelle_L40-194x300.jpg" alt="Bachelard" width="146" height="226" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/flamme_chandelle_L40-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/flamme_chandelle_L40.jpg 570w" sizes="(max-width: 146px) 100vw, 146px" /><figcaption id="caption-attachment-63058" class="wp-caption-text">Nel 1961 Gaston Bachelard pubblica un libro indimenticabile, &#8220;La fiamma di una candela&#8221;</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Le candele, poi, sembrano le dita verginali di una divinità: essa si consuma per darci la luce. <strong>Quando guardo una candela, penso a <em>Moby Dick</em>, m’immagino su una baleniera, improvvisamente la cucina diventa la tolda del Pequod, e il frigorifero è gonfio di fiocine.</strong> Uomini spesso incapaci a nuotare che affrontano il mostro marino, ne segano e squartano la testa per distillare il preziosissimo spermaceti, la sostanza con cui creare le candele, per raffinare l’olio necessario alle lampade. Guardi una fiamma ed ecco che t’imbarchi su una baleniera.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Inevitabilmente l’invenzione dell’elettricità ha reso più povera la nostra vita. Certo, l’ha fatta più comoda, con florilegio di strumenti meccanici casalinghi: le aziende che fabbricavano candele sono sparite, sostituite da quelle che costruiscono frigoriferi, lavatrici, forni da casa. <strong>La luce elettrica, però, ha dissipato le ombre, ha reso più chiara – ergo: più squallida – la routine quotidiana. </strong>La fiamma si muove, e con essa i tratti del nostro viso, metamorfici – al cospetto di una lampada elettrica, a led, come vi pare, il nostro viso è sempre lo stesso, privo di profondità, anonimo, ci stanca.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi domando: come sono cambiati i rapporti umani da quando le candele non illuminano più la nostra tavola?</strong> Come amiamo sotto l’aura della luce elettrica? Come è cambiata la scrittura – e quindi l’amore – da quando esiste il computer?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi si vendono candele intrise di profumo, colorate, ornamentali. <strong>La candela serve per profumare la casa, non più per la luce che emana – per questo quel profumo, alle mie narici, è il puzzo dell’uomo che marcisce. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’elettricità ha distrutto per sempre un mondo fatto di fantasie perché sotto il lenzuolo dell’ombra c’è uno che s’inventa una storia. L’invenzione dell’elettricità penso che sia da avvicinare all’invenzione del computer. <strong>La candela, che è anche un imperativo etico – ti sacrifichi, ti consumi per fare in modo che altri abbiano luce e senso – è come la scrittura a mano.</strong> Scrivere a mano significa agire in modo fisico, donarsi al foglio, declamare la propria identità grafica. Scrivere al computer, invece, è spingere dei tasti – come si spinge un tasto per accendere la luce, senza rischiare di bruciarsi per infiammare lo stoppino – producendo un documento pulito, privo di profondità e di ombre laceranti. Desideriamo il giorno perpetuo, la perfezione, la comodità: così, ci siamo condannati a stare sulla superficie delle cose, sulla panchina del noto, dell’ego.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Gaston Bachelard (1884-1962), filosofo inafferrabile, autore, tra l’altro, de <em>La poetica della rêverie</em> e di uno studio su Lautréamont, pubblica nel 1961 un libro mirabile e pudico, <em>La flamme d’une chandelle. </em>In quel libro, Bachelard scrive una specie di remoto trattato di filosofia sulla candela, sulla fiamma. Il libro, per fortuna, è stato tradotto in italiano da Guido Alberti, e stampato da Se nel 1996. Ne pubblico un florilegio di brani. Con un compito. <strong>A volte, di sera, dimentichiamoci dell’interruttore elettrico. Costelliamo la casa di candele – quasi una risposta al cielo stellato. Lasciamo che le ombre ci guidino</strong> – sciogliamoci, ogni tanto, facendo di cera le dita, le labbra, i polsi. Facciamo parlare la fiamma, che per sua natura ha verbi che inceneriscono. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p><figure id="attachment_63059" aria-describedby="caption-attachment-63059" style="width: 212px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-63059" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/GAston-Bachelard-1-300x300.jpg" alt="Bachelard" width="212" height="212" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/GAston-Bachelard-1-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/GAston-Bachelard-1-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/GAston-Bachelard-1-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/GAston-Bachelard-1-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/GAston-Bachelard-1.jpg 700w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" /><figcaption id="caption-attachment-63059" class="wp-caption-text">Lui è Gaston Bachelard (1884-1962)</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">La fiamma chiama chi veglia a sollevare gli occhi dal suo in folio, ad abbandonare il tempo dei doveri, il tempo delle letture, il tempo del pensiero. <strong>Nella fiamma anche il tempo si mette a vegliare. Sì, chi veglia davanti alla sua fiamma interrompe la lettura. Pensa alla vita. Pensa alla morte. </strong>La fiamma è precaria e vacillante. Questa luce, un soffio l’annienta, una scintilla la riaccende. La fiamma è facile nascita e facile morte. Vita e morte possono esser poste qui l’una accanto all’altra.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il filosofo può ben immaginare davanti alla sua candela di essere il testimone di un mondo in combustione. La fiamma è per lui un mondo teso verso un divenire. <strong>Il sognatore vede nella fiamma il suo stesso essere e il suo stesso divenire. Nella fiamma lo spazio vacilla, il tempo si agita. Tutto trema quando la luce trema.</strong> Il divenire del fuoco non è forse il più drammatico e il più vivo fra i divenire? Il mondo va in fretta se lo immaginiamo in fuoco. Così il filosofo può sognare tutto – violenza e pace – quando sogna il mondo davanti alla candela.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Il verbo spegnersi può far morire qualunque cosa, un rumore come un cuore, un amore come una collera. <strong>Ma chi esige il senso vero, il senso primo, deve rievocare la morte di una candela.</strong> I mitologi ci hanno insegnato a leggere i drammi della luce negli spettacoli del cielo. Ma nella cella di un sognatore gli oggetti familiari diventano miti dell’universo. La candela che si spegne è un sole che muore. La candela muore più dolcemente persino dell’astro del cielo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni sognatore di candela, ogni sognatore di piccola fiamma lo sa bene. Tutto è drammatico nella vita delle cose e nella vita dell’universo. <strong>Si sogna due volte quando si sogna in compagnia della candela.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La candela aveva condotto vita comune, vita ispirata, vita ispiratrice con il poeta ispirato. <strong>Al lume della candela, nel fuoco dell’ispirazione, un verso dopo l’altro il poema dispiegava la sua stessa vita, la sua vita ardente.</strong> Ogni oggetto sul tavolo aveva la sua aureola di luce. E il gatto era là, seduto sul tavolo del poeta; la coda, così bianca, sul servizio da scrittorio. Guardava il padrone, la mano del padrone che correva sulla carta. Sì, la candela e il gatto guardavano il poeta con sguardi pieni di fuoco. Tutto era sguardo in quel piccolo universo che è il tavolo illuminato nella solitudine di uno che lavora.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In quale centro dell’anima, in quale angolo del cuore, in quale meandro dello spirito un grande solitario è solo, realmente solo? Solo? Imprigionato o consolato?</strong> In quale rifugio, in quale cella il poeta è realmente un solitario? Un uomo solitario, nella gloria d’esser solo, crede a volte di poter dire cosa sia la solitudine. Ma a ognuno la sua solitudine. E il sognatore di solitudine non può darci che qualche pagina dell’album del chiaroscuro delle solitudini.</p>
<p><em>Gaston Bachelard</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gaston-bachelard-candela/">Vi prego, spegnete la luce e tornate a usare le candele, daranno ombre sibilanti e profondità alla vostra vita: filosofia della fiamma tra Gaston Bachelard e Moby Dick</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Ho salvato 2mila alberi dove nidificano i rapaci notturni”: per amore dell’Assiolo ho trovato un super esperto. Si chiama Luigi Marchesi, eccolo a voi. Intervista istruttiva</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Jul 2018 09:57:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La vita è meravigliosa. Qualche puntata fa ho scritto un articolo sull’Assiolo, il piccolo rapace notturno che perfora la tenebra – lo certifica il Pascoli – con il suo profondo, perpetuo chiù chiù. Il fischio dell’Assiolo, che ha il suo terreno di caccia intorno a casa mia, teso come un filo di diamante, disintegra la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ho-salvato-2mila-alberi-dove-nidificano-i-rapaci-notturni-per-amore-dellassiolo-ho-trovato-un-super-esperto-si-chiama-luigi-marchesi-eccolo-a-voi-intervista-istruttiva/">“Ho salvato 2mila alberi dove nidificano i rapaci notturni”: per amore dell’Assiolo ho trovato un super esperto. Si chiama Luigi Marchesi, eccolo a voi. Intervista istruttiva</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La vita è meravigliosa. Qualche puntata fa <a href="http://www.pangea.news/riflessioni-dentro-il-chiu-dellassiolo-il-rapace-che-ipnotizza-la-notte-e-che-un-giorno-forse-diventera-uomo-comunque-e-meglio-degli-umani-che-ho-intorno/" target="_blank" rel="noopener">ho scritto un articolo sull’Assiolo</a>, il piccolo rapace notturno che perfora la tenebra – lo certifica il Pascoli – con il suo profondo, perpetuo <em>chiù chiù. </em><strong>Il fischio dell’Assiolo, che ha il suo terreno di caccia intorno a casa mia, teso come un filo di diamante, disintegra la fiera beona dei turisti.</strong> Il blabla umanoide è decimato dal fischio del rapace, che ha qualcosa di mistico, un versetto infinito inciso su lastra d’oro – quel fischio, in effetti, si può ‘vedere’. Di notte, così, mi siedo sulla soglia di casa e parlo con l’Assiolo – sembra darmi retta. Comunque. In seguito all’articolo, mi scrive Marcello Nebl, che abita a Cles, è un caro amico, di mestiere si occupa di arte. Mi segnala il profilo, scrive lui, di “uno dei massimi esperti mondiali, in genere sugli Strigiformi e in particolare sull’Assiolo”. <strong>Luigi Marchesi. Trentino, classe 1970, dottore in scienze naturali, ha studiato i rapaci notturni in tutta Italia,</strong> ha collaborato con le massime istituzioni scientifiche e museali del settore (dalla Stazione biologica di Donona, in Spagna, al Muse, il Museo delle scienze di Trento), soprattutto, è impegnato in progetti di conservazione. La sua attività bibliografica è impressionante, e comprende una ventina di articoli specifici per riviste internazionali come <a href="https://www.nature.com/articles/436192a" target="_blank" rel="noopener"><em>Nature</em></a>. L’ho interpellato, per amore dell’Assiolo. Così, che bello, dall’articolo artatamente poetico passiamo all’affondo scientifico, serio, che è meglio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Direi, intanto. Come si diventa (riporto ciò che dicono di te) ‘esperti mondiali’ in strigiformi. Come è nata, intendo, la tua passione per gli uccelli notturni, per la natura in genere?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Beh, ringrazio, ma ‘esperto mondiale’ mi sembra un po’ troppo! Ho comunque contribuito alla conoscenza degli Strigiformi attraverso una ventina di articoli pubblicati su riviste scientifiche internazionali, tra cui la rivista <em>Nature</em>. <strong>La passione è nata da ragazzo, e la posso riassumere così: a metà circa degli anni Ottanta da casa, allora abitavo a Trento, sentivo di notte un verso davvero singolare provenire dal parco di una scuola e, non riuscendo proprio a immaginarmi cosa lo producesse, ho iniziato a uscire di notte e a passare diverse ore nel parco, precisamente sul tetto di un locale a due piani.</strong> La cosa è andata avanti per un bel po’ ma alla fine l’ho visto: era un uccello, precisamente un allocco! Allora non c’era Internet, non si potevano insomma digitare le parole ‘gufo+verso’ in un motore di ricerca e ascoltare se il canto sentito in quella scuola appartenesse o no a uno Strigiforme, quindi si era costretti ad andarlo a ‘stanare’ direttamente. Da lì poi la passione ha preso il sopravvento e non mi sono ancora fermato.</p>
<p><strong>Qual è, sinteticamente, il tuo lavoro. Insomma, cosa fai tutti i giorni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono naturalista in senso stretto, cioè laureato in scienze naturali, anche se mi occupo essenzialmente di monitoraggi di ‘specie di interesse comunitario’, cioè quegli uccelli che la comunità europea ci impone di tutelare, tra cui ci sono numerosi rapaci notturni, oltre ad altre specie ornitiche. Mi occupo, oltre che di censirli, anche di tutelarli. <strong>Attualmente lavoro per lo più nelle foreste della provincia di Trento, dove sto svolgendo delle indagini che si concretizzano nell’evitare che alcuni alberi vengano tagliati durante le pratiche di gestione forestale:</strong> in questi alberi ci sono i picchi e poi, una volta che questi se ne sono andati, arrivano le civette capogrosso e le civette nane, che nidificano esclusivamente nei vecchi nidi di picchi. <strong>Io disegno una visibile ‘P’ rossa sul tronco e in questo modo l’albero non verrà più tagliato. Al momento ne ho trovati e protetti circa 2000, </strong>quasi tutti grandi abeti bianchi e faggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa abbiamo ancora da scoprire degli strigiformi e cosa stai studiando, in particolare, ora?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Degli Strigiformi, nonostante l’enorme mole di studi condotti, ci sono sicuramente moltissime cose da scoprire; sappiamo molto della loro dieta e di molti aspetti della loro biologia riproduttiva, ma rimane ancora molto da capire su come comunichino tra loro <strong>e rimane tanto da fare per quanto riguarda delle azioni attive di conservazione.</strong> Spesso infatti gli studi si sono ‘fermati’ a carpire aspetti sconosciuti di questi animali e a trasformarli in contributi scientifici (=pubblicazioni), ma poi non sono seguite concrete azioni di tutela.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dell&#8217;assiolo colpisce il fischio, il ‘chiù chiù’. Che senso ha questo fischio continuo, perché viene emesso? E come mai, in estate, ci troviamo l&#8217;assiolo sul pino di fronte a casa, anche in contesti molto urbanizzati come (nel caso mio) Riccione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’Assiolo è un piccolo rapace notturno che ha abitudini spiccatamente migratrici, e questo aspetto lo distingue dagli altri rapaci notturni che in genere sono sedentari. <strong>L’Assiolo invece se ne va ogni anno in Africa per poi ritornare da noi nel mese di aprile. Appena arrivano, i maschi cominciano a cantare in maniera incessante con il loro tipico verso, allo scopo di prendere possesso del territorio e soprattutto di comunicare questo possesso agli altri maschi, con cui litigano violentemente in caso di intrusioni,</strong> e alle femmine, con cui cercano di legarsi per la stagione riproduttiva. Trovata una cavità adatta, in un muro, in un campanile, in un albero o in una cassetta nido, la femmina depone e cova le uova, nutrita dal maschio. La specie è spiccatamente insettivora e in genere, almeno nei contesti territoriali dove è stata più studiata, si nutre essenzialmente di ortotteri e lepidotteri. In altre parole, cavallette e farfalle notturne. <strong>Questi insetti vengono limitati in tutti i modi dall’uomo nelle colture, attraverso l’uso di pesticidi, e questo ha creato un vistoso decremento delle popolazioni di assiolo in tutti i paesi europei.</strong> In molti casi le città, in particolar modo dove ci siano parchi urbani, hanno rappresentato delle aree di rifugio per l’assiolo che qui può trovare cavità adatte alla nidificazione, disponibilità di prede (anche formiche, forficule e altri insetti ‘urbani’) e posatoi di canto (i pini e altre specie arboree).</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Riflessioni dentro il “chiù” dell’assiolo, il rapace che ipnotizza la notte e che un giorno, forse, diventerà uomo (comunque, è meglio degli umani che ho intorno)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jul 2018 09:57:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’ora è la stessa ed è lui a rintoccarla. Un fischio profondo. Ripetuto. Che unisce questa e altre notti. Come un proiettile. Che arretra le notti future in questa – come se ogni notte fosse la stessa notte, infine, finale, medesima. La casa è la culla degli stessi sogni. La stessa notte ripetuta con diabolica [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/riflessioni-dentro-il-chiu-dellassiolo-il-rapace-che-ipnotizza-la-notte-e-che-un-giorno-forse-diventera-uomo-comunque-e-meglio-degli-umani-che-ho-intorno/">Riflessioni dentro il “chiù” dell’assiolo, il rapace che ipnotizza la notte e che un giorno, forse, diventerà uomo (comunque, è meglio degli umani che ho intorno)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’ora è la stessa ed è lui a rintoccarla. Un fischio profondo. Ripetuto. <strong>Che unisce questa e altre notti. Come un proiettile. Che arretra le notti future in questa – come se ogni notte fosse la stessa notte, infine, finale, medesima.</strong> La casa è la culla degli stessi sogni. La stessa notte ripetuta con diabolica ostinazione.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">All’assiolo, il più piccolo tra gli <em>strigiformi</em> – gufi, civette, quegli uccelli lì – ha già dato dignità poetica, si sa, il Pascoli delle <em>Myricae. </em><strong>Il <em>chiù </em>dell’assiolo, al suo orecchio lirico, prima è “una voce”, poi un “singulto”, infine un “pianto di morte”. Dall’assunto all’assoluto della morte.</strong> L’assiolo, da giorni, fischia sul pino marittimo di fronte a casa mia, la chioma è una nuvola di aghi e di pigne. Il contrasto livido è tra le voci del lungomare – il brulichio umano di chi affolla viali e locali – e la voce, sottile come uno spillo, dell’assiolo. Mentre il blabla adamitico, a ondate, finisce per sfinirsi, il fischio dell’assiolo, paziente, ripetuto, sempre uguale, continua. <strong>Sembra che il rapace stia tessendo la notte, forse se si interrompe la notte cade come un lenzuolo sbrindellato, muore.</strong> In effetti, l’assiolo termina di fischiare quando, dal fondo, appare il mignolo dell’alba, emblema del bimbo di luce che sta sorgendo. Forse l’assiolo non costruisce la notte, forse è la sentinella che forza la nascita del giorno, che rincuora la luce, la incalza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’enciclopedia riduce ogni cosa al torsolo, cioè al sovrano superfluo. Questa è la voce Treccani:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>assïòlo</strong> (letter. <strong>assiuòlo</strong>) s. m. [der. del lat. <em>axio</em> &#8211;<em>onis</em> (che indicava questo stesso uccello), con suffisso dim.]. – Uccello rapace notturno (<em>Otus scops</em>) dell’ordine strigiformi, migratore, insettivoro, comune anche in Italia; di piccola statura, con ciuffi auricolari abbastanza distinti, è usato per la caccia alle allodole. Il suo monotono grido <em>chiù chiù</em>, che si ode nei campi durante le notti estive, ha ispirato a G. Pascoli una poesia (<em>L’assiuolo</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Da ciò che so, l’assiolo è monogamo, se perde l’amata non la sostituisce, ha una specie di ottusa fedeltà, mangia cavallette e cicale – in estate, perciò, i pini sono un banchetto da osteria – ogni tanto si avventa sui topi o sugli uccelletti, quando ha voglia di lotta. Di fatto, da ciò che so, l’assiolo è come un serpente: il suo sguardo ipnotizza l’uccellino, che resta così, sbigottito, alieno a sé, mentre il rapace lo preda, lo squarcia. <strong>Da ciò che sappiamo, penso, uno come Ovidio caverebbe dal cilindro lirico un mito – il fischio del maschio è una dedica sonora all’amante perduta; l’assiolo ha occhi di tigre conficcati in un corpo da gufo –</strong> noi abbiamo la didascalia enciclopedica, beati uomini ‘del fare’ che ignorano il dire dell’ignoto.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Il fischio perpetuo lentamente lavora il cranio, lo modella. Mi stupisce la costanza. Audace. Anche se ti chiudi in camera, il fischio passa sotto i vetri, come sabbia. Risuona perfino nel tuo ricordo più lontano. Forse lo distrugge. <strong>Forse l’assiolo si nutre dei ricordi dell’uomo. Il fischio è un uncino. Entra con delicatezza nei pensieri, estrae il ricordo, rientra nel becco del rapace.</strong> Come se l’assiolo avesse una lingua lunghissima e traslucida. Il fischio dell’assiolo ti svuota – la vicina di casa si muove, di notte, come una pazza, ossessionata dal fischio, con il cuscino a farle da parrucca. Una immagine che mi dà serenità – starebbe bene in un racconto di Poe.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Con perizia l’assiolo snida l’uomo, lo denuda, lo svuota di sé – <strong>solo il fischio c’è, per altro, come l’indice di un dito invisibile, l’anagramma di un angelo:</strong> l’assiolo infatti è invisibile.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’assiolo mi sembra più intelligente degli umani che mi circondano. Mi siedo all’aperto, di notte, per lasciarmi arrotolare dal fischio dell’assiolo: è come una bava, il fischio, una tela di ragno. <strong>Magari, di mattina, un giorno, l’assiolo scende dall’albero tramutato in uomo</strong>, mi saluta, prendiamo il caffè insieme.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ieri, a chi so io, scrivo: “Nessuno sa nulla degli altri perché tutti siamo nulla, un labirinto che sfocia nel niente. Io sono nulla, so niente della vita: mi irrita chi ha giudizi in tasca per ogni stagione. <strong>Quando guardo le stelle, irrefrenabili e pazienti, belle solo ai miei occhi umani, penso che l’uomo non è altro che questo: la bestia che si accorge che tutto il resto è un tuffo, è meglio di lui.</strong> Il giorno è la carcassa di un re, lo scavo con avida perversione”.</p>
<p>*</p>
<p>Quando fischia l’assiolo anche le stelle, inglobate in quella voce, scompaiono. (d.b.)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Amo i perdenti perché anch’io sono un eterno outsider”: dialogo con Stenio Solinas</title>
		<link>https://www.pangea.news/amo-i-perdenti-perche-anchio-sono-un-eterno-outsider-dialogo-con-stenio-solinas/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 11 Jul 2018 05:09:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Due in un colpo solo, la fortuna mi ha sfregiato. Il primo è Wyndham Lewis (1882-1957), tra i grandi, onnivori, eccentrici, assurdi, australi, imprendibili e imperdonabili artisti del Novecento. M’inoltrai in lui tramite il cunicolo di una didascalia spregiudicatamente breve di Mario Praz (“sgradevole, ma robusto, soprattutto polemista”); mi colpì, soprattutto, quella nota di Armando [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Due in un colpo solo, la fortuna mi ha sfregiato. <strong>Il primo è Wyndham Lewis (1882-1957), tra i grandi, onnivori, eccentrici, assurdi, australi, imprendibili e imperdonabili artisti del Novecento.</strong> M’inoltrai in lui tramite il cunicolo di una didascalia spregiudicatamente breve di Mario Praz (“sgradevole, ma robusto, soprattutto polemista”); mi colpì, soprattutto, quella nota di Armando Pajalich, nell’intro di <em>Le scimmie di Dio </em>(Mobydick, Faenza 1998), il romanzo più burrascoso, bulimico, impossibile di Lewis, <strong>“Ancora oggi alcuni di quei volumi, rarissimi, vengono tenuti sotto chiave alla British Library e concessi solo dietro kafkiani permessi”. Già. Lewis è uno dei solidi ‘maledetti’, malediceva e mordeva in cagnesco se medesimo dilaniando gli altri, soprattutto</strong>, e riferendosi a <em>quei volumi </em>si allude al saggio su <em>Hitler </em>del 1931, ad esempio, o a <em>The Hitler Cult </em>(1939), in cui lo scrittore rientra nel libro precedente – il primo in cui un intellettuale con le palle di platino si confrontava con Adolf, non ancora Adolf –, sbrindellandolo. <strong>Lewis, tra i grandi pittori dell’epoca, scrittore furibondo e anti-romantico, anti-tutto, che con Ezra Pound, attraverso la rivista <em>BLAST</em>, nel 1914, s’inventa l’avanguardia artistica in Albione,</strong> poi, con <em>The Enemy</em>, la rivista che tutti sogniamo di editare, pubblicata, magistralmente, in assolata solitudine, tra il 1927 e il 1929, rompe con gli amici di sempre, ora guru della letteratura europea, Thomas S. Eliot e James Joyce, per esempio. Di Lewis è implacabile l’idea della letteratura come ‘gesto’, come pugno sul grugno, ecco, come abisso nel censimento labirintico del proprio io, mostro in un vespaio di specchi. <strong>Poi c’è l’altro. Stenio Solinas. Che nasce pressappoco quando Lewis passa a miglior vita, è tra i grandi giornalisti italiani </strong>– direttore della rivista <em>Elementi</em>, redattore capo a <em>La Notte</em>, poi a <em>L’Europeo</em>, infine inviato per <em>il Giornale</em> – uno dei rari interpreti del ‘giornalismo culturale’, se ancora ha senso la dizione, per cui la notizia è come la sai narrare, per cui lo scoop è infognarsi nel tunnel di biografie irredente, irridenti, irritanti. Sintetizzando, pigliatevi <em>Vagamondo </em>(Edizioni Settecolori 2009; io ho avuto il privilegio di averlo in dono da un tipo che non scherza e non perdona, evviva) e godete: Solinas eccelle nell’arte giornalistica del ‘ritratto’, intrisa, spesso, di conturbanti malinconie (tra i tanti, è memorabile il ‘pezzo’ sulle tracce di Karen Blixen, <em>La fattoria di Karen</em>). Da una articolessa dedicata ad Albert Cossery (<em>L’orgoglioso mendicante</em>), dove Solinas parla della “capacità di godere con poco e appassionarsi a tutto, di assaporare ogni singolo momento e di sapersi bastare” perché “padroni di niente si è signori di sé stessi”, provo a intuire il nitore dell’autoritratto, l’abbecedario etico minimo. <strong>Ora, mettendo insieme i fattori, unendo i punti, la folgorazione esistenziale di Wyndham Lewis e la folgore stilistica di Stenio Solinas, viene fuori la biografia narrata <em>Genio ribelle. Arte e vita di Wyndham Lewis</em>,</strong> appena edita da Neri Pozza (pp.222, euro 18,00; <a href="http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/wyndham-lewis-vortice-furioso-arte-e-letteratura-sempre-1549522.html" target="_blank" rel="noopener">ne scrissi qui</a>), che è bella da leggere ed è soprattutto necessaria perché “di Wyndham Lewis in italiano esiste poco o niente”. La biografia – genere che di solito fa irritare la bile se manca una penna capace di scavare dov’è la rogna – è micidiale, perché con acutezza entra senza ghirigori in tutti gli enigmi di Lewis, perduto e perdente nella vasca del proprio ego, con una frase che gli fa da esergo, gli tatua le labbra, “c’è un unico nemico, Noi stessi”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Wyndham Lewis. Cosa c&#8217;è di affascinante in lui, per te, ora? Mi pare – mi correggerai – che tu subisca da sempre un certo fascino verso i perduti, gli eccentrici, gli astrusi, gli ‘altri’. Perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A me piacciono quelli come me. Mi sono congeniali perché li capisco. Dico come me non sotto il profilo artistico – lì ci sono dei giganti e qui c’è un pigmeo – ma perché <strong>i perdenti, gli eccentrici, gli sconfitti loro malgrado, i falliti nonostante tutto, fanno parte del mio orizzonte mentale, sono anch’io quella cosa lì, eternamente un outsider, più attratto dal mantenere fede a se stesso che dall’aver successo fingendomi qualcun altro.</strong> Sotto questo profilo Lewis è affascinante perché titanicamente votato all’autodistruzione, ma senza mai ammetterlo, come pensando ad altro, illudendosi che alla fine la ragione sarà dalla sua.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-full wp-image-61733 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/07/url.jpg" alt="lewis" width="142" height="220" />Come hai lavorato per scrivere di Lewis? Cioè: qual è, nello studio, l’aspetto di Lewis che ti ha sorpreso e conquistato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi sono imbattuto in Wyndham Lewis negli anni Settanta, un suo scritto su Pound pubblicato da Scheiwiller, un suo profilo in <em>L’illusione fascista</em>, un saggio di Alastair Hamilton edito da Mursia. Qui c’era una foto di Lewis, la stessa da me scelta per la copertina di <em>Genio ribelle</em> e insomma certe facce, certe estetiche ti fanno già capire che non ne resterai deluso. <strong>Naturalmente il pittore è straordinario, sia nel momento vorticista sia poi nel “ritorno all’ordine” figurativo, ma io non sono un critico d’arte e l’aspetto per me più intrigante era questo suo essere un uomo-valigia rinascimentale, polemista, filosofo, romanziere, pamphlettista…</strong> Lewis fa parte di quelli che, con una bella immagine, Maurizio Serra ha definito “gli esteti armati” e su cui ha scritto un libro fondamentale, ma ne fa parte in modo disorganico e questo è un ulteriore motivo d’interesse. È un razionalista inglese alle prese con la modernità, ma che non si fida dei sensi, dell’istinto, del primordiale, del simbolico, del mitico, non è uno Jünger, non è un Drieu La Rochelle. È quindi ancora più atipico, più contradittorio di quelli che, suo malgrado, gli saranno poi solitari “compagni di strada”. Se vuoi, ho cercato di spiegare Lewis a lui stesso…</p>
<p><strong>Tra l’altro. Perché casca su di lui una specie di ‘dannazione’? D’altronde, lo dicono in tanti e lo affermano i fatti, Lewis è un paladino del modernismo tanto quanto Joyce, Pound e Eliot. Perché ora è un ‘paria’ delle lettere?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La dannazione ha molti padri, compreso Lewis, uomo impossibile, va da sé… I suoi compatrioti non gli hanno mai perdonato l’aver lasciato l’Inghilterra allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Lo hanno sentito come un tradimento, e per certi versi non avevano torto. Il milieu intellettuale londinese non l’ha mai amato: non lo sentivano “uno di loro”, non ne faceva parte, non c’era empatia. Del resto, se dichiari di essere “il nemico” è il meno che ti possa capitare… Singolarmente, gli ha nuociuto anche l’essere un fascista per caso, suo malgrado, un fascista riluttante… Questo gli ha tolto l’appoggio dei “reprobi” sensibili ai “martiri delle idee”, indipendentemente dal loro valore… <strong>Infine, il suo modernismo è solo suo, è un anti-Joyce che accusa Joyce di essere un decadente cesellatore di parole, ma è l’esegesi e l’agiografia joyciana ad aver trionfato nelle università, trasformando quello stile in oggetto di culto.</strong> <strong>Le avanguardie che vincono non fanno prigionieri e poi diventano accademia.</strong> Così è successo per Joyce, mentre il modernismo di Lewis è rimasto un oggetto misterioso: può attrarre e/o sedurre, ma rimane elitario.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I due saggi di Lewis su Hitler. Sono figli della sua consuetudinaria voglia di provocare? Cosa vedeva Lewis nel nazionalsocialismo? Una alternativa al comunismo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il primo nacque da un viaggio-reportage commissionatogli, uno scritto d’occasione, dunque. C’era, certo, la voglia di provocare, ma Hitler non era ancora Hitler ed è più il titolo ad aver dannato Lewis che il contenuto. E infatti nessuno cita il secondo, demolitorio e non più simpatetico. Come altri scrittori, Lewis cercò una risposta alla modernità che non scadesse nella mera conservazione da un lato, nella pura esaltazione del progresso dall’altro, il cosiddetto modernismo reazionario o rivoluzione conservatrice che è un classico dell’epoca e che non si annulla né si riduce alla sua, come dire, “applicazione” politica, fascismo e nazionalsocialismo, per intenderci. <strong>È un sentimento che nasce dalla consapevolezza che è finito il mondo di ieri, ma quello che si prefigura non ne è la continuazione sotto altre forme, ma la sua negazione e invece bisogna salvare ciò che merita di essere salvato perché riguarda la nostra umanità, il perché dello stare al mondo.</strong> L’anti-modernità è un filo rosso che si dipana dalla Rivoluzione francese a arriva fino ai giorni nostri… Noi siamo purtroppo abituati a raccontare la storia sapendo come andrà a finire e così ci stupiamo e ci indigniamo che chi all’epoca la viveva non fosse consapevole di ciò che poi sarebbe successo: “Ma come, non capisce che, non si accorge che dopo…”. Lewis è un artista puro, convinto che il proprio genio gli faccia capire le cose meglio degli altri, meglio della massa. Finisce stritolato dalla storia proprio nel suo illudersi di illuminarla e così dominarla.</p>
<p><strong>Etica ed estetica si legano in Lewis in modo contraddittorio, esagitato, forse. Che rapporto deve esserci, a tuo avviso, tra l’uomo e la sua opera?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Etica e estetica, uomo e opera? Ci vorrebbe un libro per rispondere. <strong>Direi che “Io è un altro”, sto con Rimbaud, insomma, non con Saint-Beuve, il romanzo è finzione, ovvero creazione, non autobiografia, siamo fatti di io plurali, tante vite che premono per vivere e una sola che ci è data da vivere. Nessuno è mai contento di ciò che è e incessantemente si lavora per essere quel qualcos’altro che ci si è scelti per modello</strong>, un lavoro fatto di illusioni e di delusioni, di speranze spesso frustrate e subito di nuovo alimentate. Si indossano maschere che ci migliorano e che alla fine corrispondono meglio alla nostra natura perché illuminano ciò che vorremmo essere, ciò che potremmo essere se le circostanze, il caso non congiurassero contro, tarpandoci le ali del sogno. Nel voler essere c’è un’idea di grandezza che il lasciarsi vivere non contempla. È per questo che c’è un’etica dell’estetica, una primazia della bellezza, per dirla con Brodskij…Tornando a Lewis, c’è una sua frase significativa: “L’inferno, per un artista non esiste”. Avrà pure avuto una vita di merda, ma in quanto artista è stato felice.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Allargo il campo con una domanda banale. Di quale autore ti ha dato più gusto scrivere? Di chi vorresti scrivere?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Chateaubriand. Lì c’è tutto, grandezza e miseria comprese. Nessuno come lui è stato così presente al suo tempo eppure così inadatto, <strong>irrimediabilmente in anticipo e terribilmente in ritardo, rivoluzionario nello stile, ma conservatore nei costumi, reazionario per indole, ma progressista nello spirito, appassionato di politica, ma incapace di essere al servizio di altro che non fosse se stesso.</strong> Nelle epoche di transizione, chi non si adegua è apparentemente uno sconfitto, ma, come Chateaubriand insegna, “l’orgoglio della vittoria mi è insopportabile”. Progetti? Mi piacerebbe raccontare Saint Just, “l’angelo della morte”, l’esteta della Rivoluzione. Mi piacerebbe raccontare Montherlant, le sue “maschere”, la sua sensualità. Come diceva il cinese della <em>Condizione umana</em>, “on fait toujours la même chose”…</p>
<p><figure id="attachment_61734" aria-describedby="caption-attachment-61734" style="width: 207px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-61734" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/07/Steniio_3-300x300.jpg" alt="solinas" width="207" height="207" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Steniio_3-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Steniio_3-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Steniio_3-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Steniio_3.jpg 500w" sizes="(max-width: 207px) 100vw, 207px" /><figcaption id="caption-attachment-61734" class="wp-caption-text">Stenio Solinas: tra i suoi libri, &#8220;Compagni di solitudine&#8221; (1999), &#8220;Vagamondo&#8221; (2009) e &#8220;Il corsaro nero. Henry de Monfreid, l&#8217;ultimo avventuriero&#8221; (2015)</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da giornalista di platino: cos’è oggi il giornalismo? Esiste ancora o è sommerso dal blabla e dalle comparsate tivù? Esisterà ancora?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho fatto il giornalista perché non sapevo fare altro e/o non volevo fare altro. <strong>Mi piaceva scrivere, questo sì, ma più attratto dalle idee, dalla battaglia delle idee, che non dalla poesia o dal romanzo. </strong>Mi piaceva leggere, naturalmente, il piacere più solitario e più appagante che esista, ma quando hai letto <em>Il rosso e il nero</em> o <em>Le illusioni perdute</em>, sai che non c’è partita, cose così non le scriverai mai e io ho sempre avuto la sindrome dell’assoluto da un lato, la consapevolezza di non poterlo raggiungere dall’altro. <em>Aut Caesar aut nullus</em>, insomma, con il secondo termine a farla purtroppo da padrone… <strong>Tornando al giornalismo, ho fatto in tempo a prendere la coda di un mestiere ancora aristocratico, pochi, ben pagati, però destinato sempre più a proletarizzarsi e che ormai è divenuto questa cosa senza sapore e maleodorante che abbiamo sotto gli occhi.</strong> Professionalmente mi ha salvato appartenere a una generazione che aveva dei punti di riferimento viventi, o morti da poco eppure ancora presenti. Dove lo trovi, di questi tempi, un Buzzati, un Piovene, un Vittorio G. Rossi, un Virginio Lilli, un Ansaldo, un Malaparte, un Longanesi… Se Goffredo Parise risuscitasse e mandasse una sua prosa in stile <em>Sillabario</em> a un quotidiano, non gliela pubblicherebbero: troppo lungo, non c’è la notizia, dov’è l’attualità, perché non manda invece qualcosa sul Grande fratello, la Grande sorella, la sora Lella, la panzanella… Esisterà ancora? Non essendo il mago Otelma non ho risposta. <strong>So però che la natura ha paura del vuoto e quindi ci sarà sempre qualcosa che, prendendone il posto, gli rassomigli. Mi piace immaginare un giornalismo più elitario, graficamente ben impaginato, ben pensato e ben scritto.</strong> È un mestiere che se si salverà lo farà scommettendo sulla qualità, “la salvezza è nell’arte” scriveva Paul Morand. Da ciò si capisce anche che <strong>per me il giornalismo non è la notizia, lo scoop, l’obiettività, il lettore nostro unico padrone eccetera, tutta la retorica di un mestiere cinicamente bugiardo.</strong> È la scrittura, l’arte del raccontare, il vero romanzo ancora possibile del XXI secolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’incontro che ti ha cambiato la vita, se c’è stato. E il libro assoluto, se c’è. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La mia è un’esistenza banale, ma non basterebbe un incontro per cambiarla: è una questione di volontà, che mi manca. Pigrizia intellettuale, diciamo così. Devo molto però a tre persone, incontrate da ragazzo e che mi sono state da stimolo a migliorare: <strong>Enzo Erra, Piero Buscaroli, Sigfrido Bartolini. Da loro ho appreso una lezione di dignità, di carattere e di stile e gliene sono ancora grato. E poi c’è stato mio padre…</strong> Quanto al “libro assoluto” è una domanda superiore alle mie forze. Che cosa vuol dire? Il più bello, il più coinvolgente, il più rivelatore, il più crudele… Come vedi, è un’infilata di porte che si aprono su un labirinto da cui poi non si esce… Posso solo dirti di un libro che a distanza di anni rileggo e sempre con lo stesso piacere, e pazienza se non fa parte della categoria degli assoluti letterari. È <em>Il visconte di Bragelonne</em>, di Dumas. C’è la fedeltà alle amicizie, la fedeltà a se stessi, i suoi protagonisti muoiono tutti, è un libro soffuso di una grazia malinconica, perché tutti muoiono bene avendo bene vissuto.</p>
<p><strong>Cosa ha significato lavorare per Giovanni Volpe?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho conosciuto Giovanni Volpe all’inizio dei Settanta. Mi ero laureato con una tesi su Prezzolini, valutata malissimo e discussa avendo la polizia a difesa dell’Aula Magna. Ero il rappresentante del Fuan, eletto, a Lettere, erano anni così… <strong>“Prezzolini? È uno che ha fatto tanti danni” aveva sospirato Giuliano Manacorda, il titolare di cattedra a cui l’avevo chiesta: “Perché non si dedica a Rocco Scotellaro, il poeta dell’Uva puttanella?”…</strong> Manacorda scriveva per <em>L’Unità</em> e pubblicava per gli Editori riuniti: più tardi lo ritrovai collaboratore del <em>Tempo</em>, il quotidiano romano considerato di destra per eccellenza, sempre però democristiano al momento del voto. Anche qui, erano anni così… Volpe era un editore dilettante, nel senso che pubblicava libri per il proprio piacere, non per fare i soldi. Era anche un cosiddetto “editore di area”, liberal-conservatrice, monarchica, nazional-fascista, quest’ultima componente per via paterna, lo storico Gioacchino Volpe. Di professione faceva l’ingegnere. <strong>Per farla breve, frequentando la sua casa editrice fin dai tempi del Fuan (avevamo un centro librario, ci dava i titoli del suo catalogo, ultra scontati, in conto deposito) gli proposi quella tesi ritoccata in forma di libro e lui la pubblicò. Fu il mio primo editore, avevo 24 anni.</strong> Con lui ne feci poi un secondo, <em>Alla conquista dello Stato</em>, un’antologia della stampa fascista dal 1919 al 1925, che per l’epoca, uscì nel 1978, era pionieristica per il taglio storico-scientifico rispetto allo “stupidario” fascista allora di moda. Seicento pagine, più di cento articoli selezionati, una trentina di testate, nomi come Maccari, Malaparte ancora Suckert, Bottai, Spirito, Volt, Pellizzi, Marinetti, Costamagna… In ultimo, ma non per ultimo, sono stato per Volpe il redattore capo del bimestrale <em>Intervento</em>, quando la sua direzione venne affidata a Enzo Erra. Qui bisogna fare un inciso. <strong>In quegli anni Volpe aveva cominciato a organizzare dei seminari estivi per, come gli piaceva dire, “giovani meritevoli e talentuosi” Si tenevano a Milano Marittima.</strong> Fra chi scriveva nelle riviste “di destra” dell’epoca, di nome ci si conosceva un po’ tutti, l’ambiente era asfittico, le firme poche e più o meno sempre le stesse. Così a Milano Marittima ritrovavi chi avevi già letto, coetanei, eravamo tutti nati più o meno nei Cinquanta, già conosciuti a un convegno, a una conferenza in giro per l’Italia. Gennaro Malgieri, per dirne uno, che allora studiava a Pisa, Marco Tarchi, per dirne un altro, che allora studiava a Firenze, e poi Maurizio Cabona, che stava a Genova, Giuseppe del Ninno, romano come me… Con questi, e qualche altro, demmo poi vita a quella che sarebbe stata definita la “Nuova Destra” e <em>Intervento</em>, rilanciato intanto da Volpe, con una nuova direzione, il già citato Erra, che riscattasse quella precedente, da Volpe stesso ritenuta ideologicamente troppo “tiepida”, fu vista da lui come un modo di svecchiare l’ambiente e dal sottoscritto come uno strumento in più per veicolare il progetto metapolitico che si stava mettendo insieme. Durò poco: a Volpe piacevano i giovani, ma aveva un debole maggiore per gli accademici, i cattedratici…Era un solista, un po’ compiaciuto della propria liberalità economica, per nulla disposto a far crescere un’idea di destra diversa dalla sua. Figuriamoci un superamento della destra e della sinistra del tipo di quello propugnato da noi ventenni di allora. Ci furono polemiche giornalistiche, dimissioni, i rapporti si raffreddarono, si chiuse un ciclo. Nel’78 io e i nomi prima ricordati fondammo la nostra rivista, <em>Elementi</em>. Volpe era un uomo per bene, nobilmente nostalgico, ottocentesco anche nel fisico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che cos’è la destra e dov’è la destra, oggi, in cosa si rispecchia? Salvini ne è davvero un emblema? E poi, t’importa oggi la politica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vent’anni fa ho scritto un pamphlet che si intitolava Per farla finita con la destra. Ho già dato in materia, insomma… Comunque, schematizzando e banalizzando al massimo, <strong>in Italia una destra non c’è mai stata e l’Italia, come nazione intendo, è nata a sinistra, il Risorgimento che si fa contro le destre di trono e d’altare, reazionarie e conservatrici, che costellavano Lo Stivale. </strong>Non siamo la Francia, e nemmeno la Spagna o l’Inghilterra. Il “conservatorismo impossibile” italiano nasce da qui, e dal non aver capito che da noi i moderati non si identificano con i conservatori, ma fanno parte di quell’unico polo modernizzatore in cui riformismo e radicalismo si sono alternati sia dopo l’Unità, sia nel secondo dopoguerra. <strong>Il “buco nero” italiano resta il fascismo, e il non averci mai voluto fare i conti ancora e nemmeno settant’anni dopo la sua fine.</strong> Oggi, per quanto confusamente, mi sembra tuttavia che la politica italiana stia uscendo dalle secche novecentesche di dicotomie di fatto usurate e lo scontro in atto è fra i perdenti della mondializzazione, che però non si rassegano a dichiararsi sconfitti, e i vincenti, i globalisti di un mondo senza confini identità e radici, eternamente proiettati verso un futuro taumaturgico proprio perché salvifico a prescindere… <strong>E quindi, certo, la politica mi importa ancora, ma ormai ho un’età che mi fa dire, come il mutante di <em>Blade Runner</em>, “ho visto cose che voi umani…”. Ho visto Misasi, Rumor, Flaminio Piccoli… Erano politici mediocri, ma facendo un paragone con l’attualità, me li ritrovo giganti. Li disprezzavo allora, l’idea di poterli oggi rimpiangere mi deprime.</strong> C’è qualcosa che non quadra, o qualcosa che mi sfugge…</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/amo-i-perdenti-perche-anchio-sono-un-eterno-outsider-dialogo-con-stenio-solinas/">“Amo i perdenti perché anch’io sono un eterno outsider”: dialogo con Stenio Solinas</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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