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	<title>New Yorker Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Se scrivo, mi tolgo dalla legge degli uomini”. Nella testa di Franz Kafka</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jan 2023 05:31:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In qualche modo, siamo tutti sudditi all’ombra del castello di Kafka. Qualcuno è impiegato come cameriere, chi come astronomo o agrimensore; alcuni studiano gli insetti del luogo, alcuni tentano di domesticare la volpe, altri gestiscono una locanda, c’è chi si perita di corazzare l’alba, troppo pallida, esangue, di rivestirla con una stola di seta. “Franz [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/franz-kafka-dialogo-marco-ercolani/">“Se scrivo, mi tolgo dalla legge degli uomini”. Nella testa di Franz Kafka</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>In qualche modo, siamo tutti sudditi all’ombra del castello di Kafka. Qualcuno è impiegato come cameriere, chi come astronomo o agrimensore; alcuni studiano gli insetti del luogo, alcuni tentano di domesticare la volpe, altri gestiscono una locanda, c’è chi si perita di corazzare l’alba, troppo pallida, esangue, di rivestirla con una stola di seta. “Franz Kafka”, di per sé, è nome pieno di corvi – o di cornacchie –, qualcosa che stride, ha le lame della dittatura. Viviamo sotto dettatura di Kafka. K. pare lo scrittore ineluttabile: quella K. è una camera della tortura, l’anfratto montano che distilla poiane.</p>



<p>Di recente si parla con prepotenza di Franz Kafka, della sua medianica fragilità. Dopo una lunghissima, <em>kafkiana</em>, vicenda giudiziaria che ha contrapposto le eredi del lascito custodito da Max Brod al governo di Israele – <a href="https://benjaminbalint.com/kafkas-last-trial/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>ricostruita da Benjamin Balint in <em>Kafka’s Last Trial. The Case of a Literary Legacy</em>, 2018</strong> </a>– sono tornati alla luce diversi scritti, appunti, schizzi di Kafka. Di questo manipolo, <strong><a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845936852" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>I disegni di Franz Kafka</em> sono stati pubblicati di recente da Adelphi (2022).</a></strong> Contestualmente, in Francia, nella ‘Pléiade’ Gallimard, sotto la direzione di Jean-Pierre Lefebvre, sono usciti, in due tomi commentati – da 1700 pagine ciascuno – i <a href="https://www.la-pleiade.fr/searchengine/catalogue?searchText=Franz+Kafka&amp;search.x=21&amp;search.y=7" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Journaux e lettres</em> del sommo K.</strong> </a>Secondo lo stesso principio – i testi ‘laterali’ di Kafka, lettere, diari, appunti, sono ‘centrali’, perché ogni scritto di K. è opera unica, che dilaga in chiose, scritti preparatori, fogli occasionali – nel mondo inglese, la “Schocken Kafka Library” pubblica una nuova versione, aggiornata, dei <strong><a href="https://www.penguinrandomhouse.com/books/612561/the-diaries-of-franz-kafka-by-franz-kafka/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Diaries of Franz Kafka</em>, a cura di Ross Benjamin</a></strong> – onorata, tra l’altro, <strong>da un articolo-</strong><a href="https://www.newyorker.com/magazine/2023/01/16/the-diaries-of-franz-kafka-party-animal" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>saggio di Becca Rothfeld, <em>Franz Kafka,</em> <em>Party Animal</em>, pubblicato sul “New Yorker”.</strong> </a>Forse per cognizione di anniversari – K. nasce nel 1883, termina i diari un secolo fa, l’anno prossimo saranno i cento anni dalla sua morte –, Gallimard ha da poco pubblicato <a href="https://www.gallimard.fr/Catalogue/GALLIMARD/Blanche/Franz-Kafka-ne-veut-pas-mourir" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>un romanzo di Laurent Seksik, <em>Franz Kafka ne veut pas mourir</em></strong>,</a> che si concentra, appunto, sulla morte di K. Questa la quarta:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“<em>Uccidimi, o sei un assassino</em>. Sono le ultime parole di Franz Kafka, che implora una dose letale di morfina a Robert Klopstock, suo amico e studente di medicina. Al suo capezzale, l’ultima compagna, Dora Diamant. La cara sorella Ottla attende notizie a Praga”.</strong></p></blockquote>



<p>Chissà come K., che credeva di voler ardere, di raffinare i propri libri al rogo, considererebbe tutta questa attenzione. Pare che anche i ‘Meridiani’ Mondadori si allineino all’astrologia kafkiana: Alessandro Piperno ha promesso una nuova traduzione dei diari, che sostituirà quella di Ervino Pocar, raccolta in <em>Confessioni e Diari</em> (Mondadori, 1972), per qualsiasi lettore una specie di amuleto, uno spettro di ispirazioni.</p>



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<p>Kafka costruisce soglie, palafitte: attende abitanti non abitudinari. La sua opera ha l’apparenza di una pantera di legno: pretende l’ingresso. Un’opera molteplice, che deve realizzarsi. “Intorno ai Diari di Kafka”, Marco Ercolani, speleologo di anime, raffinato creatore di apocrifi, ha scritto un libro, <strong><a href="https://www.ibs.it/eta-della-ferita-intorno-ai-libro-marco-ercolani/e/9788876981975" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>L’età della ferita</em> (medusa, 2022), </a></strong>dall’impalcatura audace. In calce ad alcune frasi dei diari di Kafka, tratti dall’edizione allestita da Pocar, dal 1910 al 1923, l’autore riferisce le riflessioni di “un filosofo praghese, contemporaneo di Kafka”, stese nel settembre del 1938. Il gioco di sogni contrapposti – il Kafka dei diari s’intreccia con la scrittura del fittizio filosofo vissuto sui pressi della Seconda guerra, in cui s’insinua il vizio apocrifo di Ercolani – crea scomposizioni affascinanti:<strong> “Quando lo ultimai, tre mesi dopo, non ricordavo esattamente <em>chi ero stato</em> durante la stesura delle singole pagine”, confessa Ercolani. </strong>Appare un nome, nel destino dei desti, Felix Weltsch, e una preveggenza: “Fantasticavo che il mio commento sarebbe stato conservato nell’archivio di Národní Knihovna, la Biblioteca Nazionale di Praga, nel quartiere Staré Mestò, proprio accanto ai <em>Diari</em> di Kafka”. Il libro dilata correlazioni, intimidisce per intimità, va letto con sospetto (le frasi del diario sono davvero di Kafka o rielaborazioni di Ercolani? A tratti ho controllato, si tratta di K., dunque il libro, <em>L’età della ferita</em>, è ottima feritoia per accedere ai <em>Diari</em> di K., ma non è questo il modo di leggerlo, non si tratta di costruire serrature bensì di scassinare porte, forse). Alcuni brandelli, sono molto belli:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Lo ricordo al Caffè Arco. Bisbigliava come sempre, rivolto a me o rivolto a nessuno. Se tu non fossi un filosofo vivresti. Ma io senza scrittura non sarei più qui. Se scrivo, mi tolgo dalla legge degli uomini. Non mangio, non compro, non vendo, non scopo, non ho figli. Sono inutile, perduto. La scrittura mi permette di <em>perdermi</em> senza che nessuno, guardandomi in faccia, se ne accorga e inizi contro di me la guerra di cui sarò vittima”.</strong></p></blockquote>



<p>Una ambiguità buona resta alla lettura del libro. Ercolani, un Marcel Schwob in negativo, non si limita a immaginare le vite degli altri, ma a viverle, sovrapponendo documenti, codici, quaderni, lettere (ricordo i contrafforti della contraffazione, i testi di René Char e di Paul Celan, le scritture-crisalidi di Cristina Campo, Ezra Pound, Anna Achmatova, Cioran e Leopardi, Sigmund Freud e Hugo von Hofmannsthal). Depistando – cioè: mettendo sulla giusta via. Perché una vita letteraria esista davvero, occorre che un altro la ravvivi, rivivendola. Ercolani si muove quasi come un taumaturgo, un vagabondo tra i sogni.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="573" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/s-l1600-2-573x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94283" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/s-l1600-2-573x1024.jpg 573w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/s-l1600-2-168x300.jpg 168w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/s-l1600-2-600x1073.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/s-l1600-2.jpg 604w" sizes="(max-width: 573px) 100vw, 573px" /></figure>



<p><strong>Da dove viene questo tuo Kafka, apparso in sogno, per ferita inferta?</strong></p>



<p>Arriva da un desiderio: avvicinarmi di più alla verità di un autore amato. Per i <em>Diari</em> di Kafka ogni commento critico sarebbe superfluo o inutile. Così ho sognato di essere un filosofo praghese, contemporaneo di Kafka, che inizia, nel settembre del 1938, a pochi mesi dalla rivolta della Cecoslovacchia antinazista, a leggere e a commentare la versione autografa dei <em>Diari, </em>con tanto di correzioni e disegni dell’autore. Con questo procedimento onirico Kafka mi è apparso come l’amico migliore per una conversazione tra fantasmi sulla tragedia della scrittura, trasversale a ogni tempo storico. Come scrivo nel libro: “L’uomo non deve farsi <em>mai stancare</em> dal sogno. Deve vivere i suoi incubi come unico orizzonte: saltarci dentro, a costo di tagliarsi le labbra. Con una sola convinzione: che gli incubi siano <em>soltanto suoi</em>”. Kafka ha saputo rendere <em>sua</em> la porta chiusa che lui solo avrebbe potuto aprire.</p>



<p><strong>Da dove, anche, questa tua scrittura di escoriazioni, ruberie, ratti improvvisi, specchi, rispecchiamenti, finzioni, appropriazioni, identità sottratte e rifatte?</strong></p>



<p>Ritrovare o inventare dei racconti “falsi” che sembrino “veri” non significa imitare tracce passate ma reinventare tracce anteriori che non sono mai esistite: creare un movimento di fuga da un io monodico e insonoro a un io multiplo, immerso in arcipelaghi di risonanze. L’io diventa una goccia d’acqua che batte contro una superficie – il testo – e da lì si espande in migliaia di gocce, ognuna delle quali, nella sua differenza, conserva la stessa identità della goccia-madre. L’arte è il paradossale tentativo di cura dalle distorsioni e dalle ingiustizie subìte nel corso del tempo e della storia da uomini e artisti: un’arte destinata a sopravvivere come fantastico desiderio di giustizia contro i soprusi del potere. Il testo apocrifo è la guarigione immaginaria da una ferita inguaribile. La cura di un’assenza attraverso una presenza fantastica. Come per i sacchi cuciti del medico Burri, qualcosa di lacerato va ricomposto. La guarigione, in questo caso, non è la cura razionale che sopprime la malattia ma una benefica follia di libertà, uno sciogliere, <em>à rebours</em>, cose e pensieri dall’eccesso di repressione e di violenza che li ha fatti ammalare.&nbsp; Ogni opera autentica è costituzionalmente incompleta, perché invasa da tutti i libri possibili che l’autore ha pensato e sognato senza scriverli: porta in sé la sua incompiutezza e il suo fallimento, anche se ogni testo che la compone, considerato autonomamente, può sembrare compatto e riuscito. È come una voce che ne chiama un’altra, in un corale collettivo non riducibile al silenzio, un “concerto” di parole che continuano oggi e domani a parlare da sole, servendosi di noi come di strumenti più o meno adeguati.</p>



<p><strong>Perché, poi, i <em>Diari</em> di Kafka: lo scarto dell’opera, i frammenti negletti, nottambuli? Cosa cavi da quel pozzo?</strong></p>



<p>I <em>Diari </em>di Kafka non sono frammenti negletti o scarti, ma la matrice stessa della sua opera, il nucleo riflessivo originale da cui hanno preso forma le opere maggiori. Ricordiamo che molte delle opere kafkiane, anche i celebri romanzi, hanno l’apparenza di frammenti aperti, irriducibili a simboli e interpretazioni. Cito dal mio libro questo breve contrappunto tra il testo kafkiano e il mio commento:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong><em>Domenica, 19 luglio 1910, dormito, destato, dormito, destato, vita miserabile</em>. </strong></p><p><strong>La tristezza si concentra tutta nel suo <em>essere tristezza,</em> non nei motivi che l’hanno determinata. Sobrietà. Disperazione. Alternanza sonno veglia, con ritmo implacabile. Ma i polmoni non sono superbi e incrollabili come si vorrebbe. Avere la morte annodata al proprio respiro costringe a un cammino ansioso, interrotto, incerto, ma è anche un grande vantaggio: sapere di non consegnare agli amici un corpo, il <em>proprio</em>, reso irriconoscibile dalla vecchiaia; sapere che non si morrà soli, dentro un corpo violato dalle rughe che <em>non ci appartiene più</em>, ma che qualche amico ci vedrà come siamo stati e ci seppellirà, forse piangendo.</strong></p></blockquote>



<p>Ecco, questo è l’esempio di “risonanza” che prediligo: un dialogo immaginario ma plausibile e reale, dove lo scrittore è tanto narratore quanto critico.</p>



<p><strong>Non so se scrivere queste chiose attorno a Kafka sia un sacralizzare o un bestemmiare, una blasfemia o una carezza. Dì tu.</strong></p>



<p>Direi principalmente una carezza. Ma all’interno di un discorso che è blasfemo, perché non si regge su nessun ordine sacro ma è un ponte teso sopra un abisso che alla fine resta, come scrive Victor Hugo, “lo stesso, abisso, con le stesse onde”.</p>



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<p><strong>Scrivi una frase kafkiana che ti trafigge,&nbsp;ora, e commentala&nbsp;ex novo, recuperandoti da un sogno, ancora.&nbsp;</strong></p>



<p>Ecco la frase di Kafka, dagli <em>Aforismi di Zürau</em>, sulla quale posso tornare a sognare:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong><em>Un tale si meravigliava di quanto facilmente procedesse sulla via dell’eternità; di fatto, stava sfrecciando in discesa</em>. </strong></p><p><strong>Mi ha sempre sorpreso che in pochi capissero l’ironia di Franz: eppure era così evidente, anche nella più semplice frase, come la via dell’eternità paragonata a uno scivolo da lunapark. Anche la metafisica, per lui, era un gioco, e la serietà il corollario del gioco. Vorrei che i suoi lettori imparassero a sentire, a distanza di anni, che nessuno, neppure Kafka, ha pronunciato frasi oracolari. Tutti partecipiamo, tutti insieme, nel sogno della scrittura, alla stessa trama. Di giorno, come Penelope, tessiamo la tela; di notte, la disfiamo. Per Franz che soffriva d’insonnia (riderebbe ascoltandomi), forse accadeva il contrario.</strong></p></blockquote>



<p>È evidente la natura doppia e insidiosa di una narrazione che induce a “mettersi al posto dell’altro”, per rendergli omaggio e farlo rivivere, ma anche e contemporaneamente per espropriarne la parola, per annullarlo sostituendosi a lui. Si tratta di un ambiguo rubare-possedere la parola, di un resistere in una zona di confine dove chi dice io comunque mente, sia perché non è l’autore a cui viene attribuito il testo sia perché chi si sostituisce all’autore prescelto comunque realizza un falso. In questa doppia falsità, rifranti da maschere e specchi, si sviluppano come un sogno di verità le fantasie che agitano la mente dello scrittore. Non c’è nulla di più fecondo di questo parlare obliquo, non sapendo mai da dove arrivi e dove giunga la verità. Non c’è nulla di più sincero che parlare attraverso continue rifrazioni, che colgono la verità esattamente per quello che è: il riflesso di un sogno che forse non era neppure il nostro sogno. Resta vero, per me, quello che io nel libro affermo di Kafka, per pura intuizione: “Meglio strappare che seppellire. Meglio l’aperta ferita che la sepoltura silenziosa. Nulla di ciò che è muto mi convince, se non sono io a volere il mio mutismo, io a decidere il mio silenzio”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="657" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/6b017aed5ea8f1beceb8889b4413de39-0038461-image-9782072849893-657x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94285" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/6b017aed5ea8f1beceb8889b4413de39-0038461-image-9782072849893-657x1024.jpg 657w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/6b017aed5ea8f1beceb8889b4413de39-0038461-image-9782072849893-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/6b017aed5ea8f1beceb8889b4413de39-0038461-image-9782072849893-600x935.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/6b017aed5ea8f1beceb8889b4413de39-0038461-image-9782072849893.jpg 693w" sizes="(max-width: 657px) 100vw, 657px" /></figure>



<p><strong>&#8230;e adesso, dentro quale finzione sei immerso, quale spirito vai trafugando?</strong></p>



<p>In <em>14 luglio 1929. Due lettere a Freud,</em> mi sono immerso nei destini di due celebri scrittori austriaci, Hugo von Hofmannsthal e Arthur Schnitzler, che confidano a Sigmund Freud, in due lunghe lettere, i loro rispettivi, irreparabili lutti: uso qui la forma dell’apocrifo, a distanza di oltre un secolo, come chiave di accesso al comune dolore della perdita di un figlio. Ma il libro è uscito nel 2022 e per me è già antico (la mia idea è che lo scrittore sia proiettato, da sempre, nel vortice dei libri che scriverà, anche se non ne è ancora cosciente, perché non esiste un ultimo libro ma solo una nuova tappa del viaggio). Negli ultimi mesi, infatti, sto lavorando a un volume dal titolo provvisorio <em>Winterreise</em> (<em>Viaggio d’inverno</em>), formato da microracconti, paesaggi psichici, cronache di guerra e di pandemia, incursioni nella follia: un mio personale “Zibaldone” che echeggia le <em>Operette morali</em> e lo <em>Zibaldone</em> leopardiano, i soli esempi, nella letteratura italiana, di una scrittura sofferta come allarme, affetto, pericolo, eterna e straziata autoriflessione dell’io nel/contro il mondo. Come scrivo ne <em>L’età della ferita</em>: “La scrittura vive i confini incerti di ogni parola e i confini scorrono dappertutto. Fare arte è esserne consapevoli, resuscitare, ricomporre, ripensare, risognare. E se si scrivesse solo per ricordare uno stato di pericolo, di stupore, che mette in dubbio la vita come la parola? Kafka, di questo stato, è l’essere più cosciente mai apparso sulla terra. La scrittura come cancellazione personale della paura. Quindi sì, alla fine occorre dimagrire, diventare scheletri, offrire all’aria il massimo spazio finché la scrittura torni a germinare”.</p>
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		<title>Il mondo salvato dai bambini. L’epopea di Hayao Miyazaki</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Nov 2022 05:24:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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<p>I grandi artisti, spesso, sono ossessionati da una singola, inquieta, inconciliabile idea, che non li abbandona mai. Hayao Miyazaki, il geniale creatore di film animati e di manga, torna più volte su una domanda, centrale e irrevocabile: <strong>cosa significa essere un bambino in un mondo moribondo, morente?</strong> Nel manga post-apocalittico <em>Nausicaä della Valle&nbsp;del vento </em>la sua eroina è una ragazza. Ha sedici anni, un’indole solitaria, il desiderio di incaricarsi del proprio mondo, il cuore spezzato per la distruzione, che pare implacabile, del suo villaggio, minato da un virus in grado di soppiantare la terra degli uomini. In <em>Ponyo</em>, del 2008, Miyazaki elimina sia la tragedia che il romanticismo dalla <em>Sirenetta</em>, tramutando gli eroi di Hans Christian Andersen, un principe proprietario terriero e una principessa marina, in Sosuke e Ponyo, una coppia di bimbi turbolenti di cinque anni. Mentre l’inondazione travolge la città, i due si legano in un rapporto nato da entusiasmi comuni, scoperte affascinanti e divertite.</p>



<p>I mondi di Miyazaki si rispecchiano nell’incerta comprensione dei suoi giovani eroi:<strong> la distopia ossificata e devastata dalla guerra di <em>Nausicaä</em> può essere rettificata soltanto dal fervore idealistico di un’adolescente</strong>; la mitologia sottomarina di <em>Ponyo</em> terrorizza gli adulti ragionevoli del film: i bimbi sono predisposti e preparati a incontrare un mesosauro o un mago dei mari.</p>



<p>Mentre Miyazaki partiva con la pre-produzione cinematografica di <em>Nausicaä</em>, nel 1983, stava concludendo un manga in acquarelli, intitolato <strong><a href="https://www.amazon.it/Shunas-Journey-Hayao-Miyazaki/dp/1250846528" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Il viaggio di Shuna</em>:</a> la storia di un bambino, l’ennesimo, che cresce in un mondo disastrato.</strong> Come nel caso di <em>Ponyo</em>, il libro, ora tradotto in inglese, adatta una storia molto antica. Nello specifico, <strong>rielabora un racconto popolare tibetano, <em>Il principe che si mutò in cane</em>, </strong>centrato su un nobile che scopre un cereale magico con cui sfamare il proprio popolo. Si ritiene che il testo sia legato all’introduzione dell’orzo, capace di sopravvivere al freddo pungente dell’altopiano tibetano. Ne <em>Il viaggio di Shuna</em>, ambientato in un villaggio senza nome, la gente è molto povera; i raccolti non danno frutto, le bestie muoiono di fame. Un vecchio viaggiatore, malato, capita nella valle e mostra a Shuna, il principe del villaggio, alcuni strani chicchi, disseccati. Se fossero vivi, racconta, sarebbero così potenti da poter fertilizzare l’intera ragione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="723" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/image-723x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93382" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/image-723x1024.jpg 723w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/image-212x300.jpg 212w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/image-600x849.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/image.jpg 763w" sizes="(max-width: 723px) 100vw, 723px" /></figure>



<p>Shuna è più giovane di Nausicaäe un po’ più grande di Ponyo: come loro è ansioso di cambiare il mondo che lo circonda. Così, come capita agli eroi della favolistica di ogni cultura, parte in groppa al suo fidato guerriero, una specie di stambecco, uno yakul, nonostante il parere contrario degli anziani del villaggio. È armato di fucile, ha con sé una manciata di chicchi secchi; spera di poter salvare il suo paese.</p>



<p>Il libro è meraviglioso. Il deserto di Miyazaki è arido, desolato, inalterabile, ma man mano che Shuna procede nel suo viaggio tra le realtà postindustriali, sfumature tenui diventano vibranti, il rosa dei deserti lascia spazio al rosso della città, pericolosa, irta di cittadini disperati; c’è il blu dell’aspra scogliera che delimita la casa degli dèi, il verde di un’isola misteriosa. Le tavole di Miyazaki ricordano, a tratti, il suo primo manga, <em>Sabaku no Tami, </em>“Il popolo del deserto”, ma<em> Il viaggio di Shuna </em>si pone in dialogo con i grandi artisti occidentali, in particolare con il fumettista francese Moebius, sotto la cui influenza Miyazaki ha dichiarato di aver diretto <em>Nausicaä</em>. Come Moebius, Miyazaki disegna con perfetta precisione tecnica, piegando alla meraviglia un mezzo pur sfocato come l’acquarello. Giganti pietrificati simili a robot, colti mentre si abbracciano le loro enormi ginocchia, pattugliano il paesaggio varcato da Shuna. Creature simili a buoi trainano il carro di un mercante di schiavi, con i margini di metallo istoriato e una torre decorata con occhi dipinti di giallo. Un pilastro zigrinato, di materiale indeterminato, tipico in Moebius, è conficcato in una radura: di notte, un disco splendente, forse un dirigibile alieno, aleggia su di esso: corpi umani si riversano entro una scanalatura nel pilastro, che li inghiotte.</p>



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<p><strong>Miyazaki è nato nel 1941. Il padre, Katsuji, era un ingegnere aereonautico la cui azienda, la Miyazaki Airplane, produceva parti per il Mitsubishi A6M Zero, il caccia utilizzato per gli attacchi suicidi dei kamikaze.</strong> Fin dall’infanzia, Miyazaki si è esercitato disegnando apparecchi tecnologici: i suoi mondi fantastici comprendono la magia e qualche mezzo di trasporto fantasioso, come il vasto dirigibile che si schianta in <em>Kiki, consegne a domicilio</em> o l’autobus che è poi un gatto in <em>Totoro</em> (in Giappone, presso il Ghibli Museum, è possibile vedere <em>Mei e il Kittenbus</em>, che presenta ogni sorta di trasporto felino, compresi dirigibili e treni). Il protagonista di <em>Porco rosso</em>, un pilota della Prima guerra mondiale, stile Bogart, trasformato in maiale a causa di una maledizione, ascende sull’Adriatico a bordo del suo idrovolante. La visione è memorabile: aeroplani a perdita d’occhio davanti a questa specie di Barone Rosso pacifista. <strong>La tecnologia è usata per fini spesso orribili, a volte straordinariamente nobili. Essere un bambino, nel mondo di Miyazaki, significa coniugare la paura alla gioia </strong>quando ci si trova di fronte a uno degli aerei pirata sgangherati di <em>Porco Rosso</em> o agli imponenti idoli-robot de <em>Il viaggio di Shuna</em>.</p>



<p>L’ipotesi della catastrofe ecologica è incredibilmente vivida e presente nei mondi di Miyazaki. Nei primi film, armi possenti scatenano dissoluzioni irreversibili: raffigurano la parabola del Giappone che ha subito una catastrofe nucleare senza precedenti. In <em>Ponyo</em> e in <em>Principessa Mononoke</em> la questione ambientale si precisa. La visione apocalittica di Miyazaki non è semplicemente figura di ciò che è accaduto in passato, ma il riflesso del presente, la profezia del futuro prossimo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="728" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/71NxALXoa1L-728x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93383" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/71NxALXoa1L-728x1024.jpg 728w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/71NxALXoa1L-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/71NxALXoa1L-600x844.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/71NxALXoa1L.jpg 768w" sizes="(max-width: 728px) 100vw, 728px" /></figure>



<p><strong><em>Il viaggio di Shuna</em> affascina e disorienta: il lettore è catapultato in un mondo che, per quanto dettagliato, non cede alla didascalia, alla spiegazione.</strong> Miyazaki dedica alla costruzione dei suoi mondi immaginari la stessa cura con cui si impegna a creare aeroplani mai visti, è allergico all’etica fantasmagorica dei fantasy americani, all’ascesa dei supereroi industriali creati a favore degli adulti. Non ci sarà alcuna versione Marvel del <em>Viaggio di Shuna</em>, nessun <em>Viaggio di Shuna 2</em> o miniserie HBO che indaghi nei meandri di alcune sequenze del manga.</p>



<p><strong>Qui, come altrove, l’artista vela nell’enigma la vita del suo eroe: ci basti sapere che i bambini sono i custodi di un mondo meraviglioso e infranto, e che lo salveranno.</strong> Forse gli dèi di Shuna sono alcuni discendenti che colonizzeranno il futuro prossimo, forse sono vissuti molto tempo fa, in qualche ansa della Storia, dimenticati dagli adulti. <strong>Miyazaki non vuole soddisfare gli adulti, non ci vuole felici e distratti:</strong> la sua attenzione è rivolta ai bambini, ed è per loro che ha costruito mondi che soltanto i bambini possono curare e salvare, a volte con poco, con appena una manciata di cereali. Anche il nostro mondo, pare dirci, deve essere curato. &nbsp;</p>



<p><strong>Sam Thielman</strong></p>



<p><em>*Si riproduce larga parte dell’articolo di Sam Thielman pubblicato dal “New Yorker” come <a href="https://www.newyorker.com/books/page-turner/hayao-miyazakis-beautiful-broken-worlds" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Hayao Miyazaki’s Beautiful Broken Worlds”</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/miyazaki-viaggio-shuna-manga/">Il mondo salvato dai bambini. L’epopea di Hayao Miyazaki</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Una fatwa contro il genio. I radical chic vogliono dare il Nobel a Salman Rushdie</title>
		<link>https://www.pangea.news/salman-rushdie-nobel-new-yorker/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Aug 2022 04:31:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[fatwa]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[New Yorker]]></category>
		<category><![CDATA[Nobel per la letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Salman Rushdie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La campagna elettorale per il Nobel alla letteratura è iniziata. In un pezzo di rara idiozia, David Remnick, direttore del “New Yorker”, ha dichiarato che It’s Time for Salman Rushdie’s Nobel Prize. Per lo meno, ora sappiamo da che lato si schiera la cultura newyorchese, gli ayatollah del progressismo, i dandy del bene, imprenditori dell’ovvio, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/salman-rushdie-nobel-new-yorker/">Una fatwa contro il genio. I radical chic vogliono dare il Nobel a Salman Rushdie</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>La campagna elettorale per il Nobel alla letteratura è iniziata. In un pezzo di rara idiozia, David Remnick, direttore del “New Yorker”, <a href="https://www.newyorker.com/magazine/2022/09/05/its-time-for-salman-rushdies-nobel-prize" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>ha dichiarato che <em>It’s Time for Salman Rushdie’s Nobel Prize</em>.</strong> </a>Per lo meno, ora sappiamo da che lato si schiera la cultura newyorchese, gli ayatollah del progressismo, i dandy del bene, imprenditori dell’ovvio, latamente impegnati, provvidenzialmente ricchi. Tom Wolfe li chiamava <em>radical chic</em>, qualcuno dirà <em>fighetti</em> o <em>fichissimi</em>, preferisco <em>cretinetti</em>, dà il giusto valore – iniquo – alla polemica. &nbsp;</p>



<p>Vale la pena studiare la struttura dell’editoriale costruito da Remnick. Attacco che sfotte i francesi – “Nel 1901 l’Accademia di Svezia conferì il primo Nobel per la letteratura a Sully Prudhomme, poeta francese di modesta importanza ai suoi tempi, a mala pena ricordato oggi” –, sviluppo che ruota intorno a un concetto condiviso da tutti, un tappeto rosso di banalità: il premio Nobel, quanto ad autorevolezza letteraria, vale zero. Remnick ha facile gioco a fare la lista dei “Nobel della letteratura sospetti, quanto meno dubbi”, la facciamo anche noi ogni anno: “Rudolf Eucken, Paul Heyse, Władysław Reymont, Erik Axel Karlfeldt, Verner von Heidenstam, Winston Churchill, Pearl S. Buck, Dario Fo”. Viene da credere che li abbia letti tutti, alla luce di tale certezza. All’elenco dei non nobilitati dal Nobel (immenso, va da sé, va da Borges a Rilke, da Marcel Proust ad Anna Achmatova), tuttavia, l’incravattato direttore della rivista più snob d’America dovrebbe affiancare quello dei Nobel per la letteratura indiscutibili. Tra Ernest Hemingway e William Faulkner, Eugenio Montale e Seamus Heaney, Elias Canetti e Pirandello, André Gide, Thomas S. Eliot, Boris Pasternak, Saint-John Perse, Samuel Beckett, Yasunari Kawabata, Isaac B. Singer, Iosif Brodskij, ad ogni modo, è un bel leggere. Ma questi, appunto, sono i sofismi dei mestatori di rancore, gargarismi da orafo del nulla.</p>



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<p>Sorprende, piuttosto, la ‘motivazione’ che Remnick adduce per supportare l’assegnazione del Nobel a Rushdie. <strong>Lo scrittore angloindiano “è il campione instancabile della libertà di parola&#8230; Negli ultimi anni ha vigilato sulla minaccia alla libertà d’espressione brandita da due grandi democrazie:</strong> l’India, dove è nato e cresciuto, e gli Stati Uniti, la sua patria adottiva dagli ultimi due decenni”. Rushdie, insomma,</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“merita ampiamente il Nobel, anche perché ha assunto il ruolo di difensore intransigente della libertà ed è diventato un simbolo di resilienza”.</strong></p></blockquote>



<p>Applausi. Rushdie è uno dei buoni, è uno dei <em>nostri</em>. Che le ragioni squadernate da Remnick – buone &amp; giuste in campo <em>sociale</em> – non abbiano nulla a che fare con la letteratura, con il talento artistico, è un mero dettaglio, un’inezia, primizia per bertucce: il Nobel è questione politica, dell’arte non frega a nessuno. Dietro il sacro volto del giusto, fa capo la gretta ipocrisia del cinico.</p>



<p>Salman Rushdie ha scritto un ottimo libro – <em>I figli della mezzanotte</em> –, alcuni buoni romanzi, altri meno. Il Nobel non si ottiene per meriti morali – sadico vizio delle suffragette puritane, dei bacchettoni del “New Yorker” – ma per grandezza estetica. Sappiamo ancora riconoscere il bello, il perturbante, lo sconcertante? <strong>La battaglia sacrosanta perché uno scrittore possa scrivere ciò che vuole – in letteratura il diavolo non alligna all’ombra della blasfemia, ma della banalità</strong> – non lo esime dalla vertigine formale. In letteratura <em>cosa</em> si scrive è secondario rispetto al <em>come</em> si scrive, altrimenti gli scrittori sarebbero filosofi, tristi alfieri del bene comune, neofiti di una religione per beoti. Purché sia impeccabile, formalmente eccitante, il romanzo più laido è degno di lode; non c’è peggior romanzo di quello che narra una pia vicenda in uno stile modesto, mediocre. Possiamo accettare il vieto millenarista – un brutto libro è imperdonabile. La letteratura, infatti, non deve educare ma conturbare, non deve convertire bensì corrompere, non ha nulla da dire, <em>mostra</em>, piuttosto, ciò che non vorremmo vedere in mostra.</p>



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<p>Così, <strong>con la stessa energia con cui ci siamo indignati per il vile attacco ordito contro Rushdie, dovremmo lottare affinché il più schifoso dei fondamentalisti islamici, qualora abbia scritto un capolavoro, possa ottenere il Nobel per la letteratura. </strong>Secondo la – codarda – strategia di Remnick, che intorbida la letteratura con il veleno moralista, a questo punto, premiamo il bravo vescovo minacciato dagli intransigenti nigeriani che ha scritto un canzoniere d’amore, castissimo, oppure il belloccio impegnato – con svogliata enfasi – nella difesa dei “diritti” – qualsiasi essi siano – con un romanzo ottimo per Netflix; altrimenti, premiamo Mario Desiati, Marco Missiroli, Roberto Saviano, questa scia di scrittori che sorridono, bravi, dalla parte giusta.</p>



<p>La verità è che Salman Rushdie, per decenza letteraria, non merita il Nobel più di Martin Amis, Richard Millet, Christoph Ransmayr. Il vero gesto <em>politico</em> dell’Accademia sarebbe affibbiare il Nobel a <strong>Michel Hoellebecq</strong>, scrittore che più di altri ha riferito le nostre nevrosi, ha setacciato l’immaginario occidentale. L’atto più coerente, autenticamente giusto, invece, sarebbe mollare il premio a <strong>Cormac McCarthy:</strong> quest’anno pubblicherà due romanzi, <em>The Passenger</em> e <em>Stella Maris</em>; il precedente, <em>The Road</em>, è del 2006. McCarthy ha scritto alcuni dei romanzi più potenti e fondativi del secondo Novecento americano. Ma qui sfociamo nell’ambito della leggenda, qualcosa di evanescente e incuneato, tra la scia del cobra e il petroglifo, che non ha debito né saldo. Quando un premio diventa un premio ‘alla carriera’, non ha più senso, e in letteratura conta tutto tranne il denaro. McCarthy, se è lui, non andrebbe a ritirare alcun premio, pittato da pagliaccio.</p>



<p>Quanto è subdola l’azione del direttore del “New Yorker”: vuole sottrarre alla letteratura il residuo potere eversivo, radicale, pericoloso, limitando i romanzi al salotto, all’accesa discussione tra pari, impareggiabili lacchè, naturalmente impegnati per il bene <em>di tutti</em>. Pensa un po’: il “New Yorker” vuole attentare alla letteratura, anestetizzarla, accoltellarla alle spalle, evirarla. Ha lanciato la fatwa al genio. &nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
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		<title>Qualcosa sulla fatwa a Rushdie e i rapporti tra Iran e Usa</title>
		<link>https://www.pangea.news/rushdie-attentato-iran-usa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Aug 2022 04:30:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[fatwa]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[New Yorker]]></category>
		<category><![CDATA[Salman Rushdie]]></category>
		<category><![CDATA[Versi satanici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’ayatollah Khomeini non ha mai letto I versi satanici: così mi ha rivelato il figlio, Ahmed, che ho incontrato a Teheran, all’inizio degli anni Novanta. La fatwa lanciata dal leader iraniano nel 1989 ai danni dello scrittore britannico americano è stata una mossa politica studiata in concomitanza con i disordini esplosi tra Pakistan e India, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>L’ayatollah Khomeini non ha mai letto <em>I versi satanici</em>: così mi ha rivelato il figlio, Ahmed, che ho incontrato a Teheran, all’inizio degli anni Novanta.</strong> La fatwa lanciata dal leader iraniano nel 1989 ai danni dello scrittore britannico americano è stata una mossa politica studiata in concomitanza con i disordini esplosi tra Pakistan e India, oltre che per la sequenza narrativa di sogni che coinvolgono il profeta Maometto. I passaggi del libro che minano la credibilità del Profeta come messaggero di Dio e ne ritraggono le debolezze umane, sono ritenuti blasfemi da alcuni musulmani.</p>



<p><strong>L’ayatollah era un uomo scaltro. All’epoca, la giovane Repubblica islamica stava affrontando alcune sfide esistenziali essenziali:</strong> la guerra di otto anni con l’Iraq, che ha prodotto almeno un milione di vittime; il malcontento interno diffuso; certe fratture politiche nei gangli del clero; un’economia in declino che aveva portato a razionare cibo e carburante; un decennio di isolamento diplomatico. Khomeini ha condannato a morte Rushdie e i suoi editori, di qualsiasi paese. Ha invitato “tutti i musulmani valorosi, ovunque si trovino”, ad attivarsi e a ucciderli, senza indugio, “di modo che nessuno oserà più da ora in poi bestemmiare le sacre verità dei musulmani. Chi sarà ucciso in questa causa, verrà detto martire” e ascenderà all’istante in cielo. Teheran ha posto una taglia cresciuta fino a superare i tre milioni di dollari.</p>



<p><strong>Khomeini ha spesso sfruttato il clamore di situazioni in grado di distrarre l’attenzione della gente dalle crepe e dai fallimenti della Rivoluzione.</strong> Ha operato nello stesso modo quando alcuni studenti hanno preso il controllo dell’Ambasciata degli Stati Uniti nel 1979. Nei mesi successivi alla destituzione dello Scià, i rivoluzionari erano divisi sul futuro politico dell’Iran, sulla nuova costituzione e i poteri del clero. Iniziarono a uccidersi a vicenda. L’assedio all’Ambasciata costituì un utile diversivo. Tre dei leader studenteschi, anni dopo, mi hanno detto di avere organizzato l’assedio dell’ambasciata per tre o cinque giorni, in protesta contro la decisione degli Stati Uniti di accogliere lo Scià, già malato, e offrirgli cure mediche. Ma Khomeini, tramite la radio nazionale, ha incoraggiato gli studenti a restare lì per un tempo indeterminato. Cinquantadue diplomatici americani sono diventati così pedine della politica iraniana. Dopo 444 giorni, l’ayatollah ha accettato di porre fine alla crisi degli ostaggi: un gesto ormai opportuno, politicamente e finanziariamente, per il suo regime.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/00059391-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92428" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/00059391-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/00059391-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/00059391-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/00059391-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/00059391-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/00059391-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/00059391.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Anche Rushdie è stato usato come una pedina. Teheran ha ignorato<em> I versi satanici</em> per sei mesi dopo la pubblicazione, nonostante il libro fosse stato bandito dalla maggior parte dei paesi musulmani.</strong> L’India, il paese dove è nato Rushdie, ha vietato il libro nell’ottobre del 1988. L’Iran non ha agito prima del febbraio del 1989, quando le proteste intorno al romanzo nel vicino Pakistan si sono incrociate a una grave crisi interna. La cerchia religiosa intorno a Khomeini si è divisa divisa proprio nel decimo anniversario della Rivoluzione. L’ayatollah Ali Montazeri, il successore indicato da Khomeini, che un tempo lo chiamava “il frutto della mia vita”, aveva criticato il governo reo, ai suoi occhi, di giustiziare i dissidenti e di tradire le promesse della Rivoluzione. La sfida di Montazeri rappresentava l’emergere di una fazione riformista, favorevole alla moderazione in politica interna ed estera, di modo che la Repubblica islamica potesse evolvere da società rivoluzionaria a stato reale, in grado di onorare la legge dell’uomo e la legge di Dio. Sfidò perfino l’editto scagliato da Khomeini contro Rushdie: “Nel resto del mondo credono che la sola attività praticata in Iran sia uccidere”, ammonì Montazeri.</p>



<p>Khomeini ha risposto allontanando il suo protetto, mettendolo agli arresti domiciliari. Quattro mesi dopo aver lanciato la fatwa, Khomeini è morto, per insufficienza cardiaca a 86 anni. L’Iran, così, ha affrontato una doppia crisi: nessun successore ufficiale e una fatwa che ha innescato una crisi diplomatica decennale, paralizzando il commercio internazionale del paese, isolando ulteriormente il regime.</p>



<p>Ora, trentatré anni dopo, la fatwa è ancora un punto critico nel dibattito interno, in Iran, e uno strumento politico sfruttato dai suoi leader più intransigenti. <strong>La cosa che più sorprende della figura di Hadi Matar, il libanese americano che ha pugnalato dieci volte Rushdie</strong>, al viso, al braccio, all’addome, nell’anfiteatro del Chautauqua Institution, è che è nato negli Stati Uniti quasi un decennio dopo che è stata combinata la fatwa. Matar è accusato di aggressione e tentato omicidio.</p>



<p>I legami di Matar con l’Iran – diretti o indiretti – non sono chiari. In tribunale, il procuratore distrettuale ha detto che l’attacco a Rushdie era “mirato” e “premeditato”. Gli account di Matar registrano il suo sostegno all’Iran e una profonda ammirazione per i suoi leader. Erano pieni di immagini di Khomeini, del generale Suleimani, comandante della Forza Quds delle Guardie Rivoluzionarie, assassinato durante un attacco di droni statunitensi nel 2020, e di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, la milizia iraniana in Libano. Secondo quanto riferiscono, i genitori di Matar sono emigrati dal Libano meridionale, roccaforte sciita di Hezbollah. Matar viveva nel New Jersey, aveva una patente di guida falsa, con il nome di Hassan Mughniyah, una combinazione, secondo gli esperti, del nome di Nasrallah e del cognome di Imad Mughniyah, il defunto comandante di Hezbollah, legato agli attentati suicidi che uccisero più di duecento marines a Beirut, negli anni Ottanta. Entrambi i capi sono venerati da diversi sciiti libanesi.</p>



<p>Da quest’estate, Rushdie e le agenzie di intelligence europee e americane hanno ritenuto che la minaccia della fatwa fosse diminuita. Dalla fine degli anni Novanta, i riformatori iraniani hanno cercato di risolvere la crisi legata ai <em>Versi satanici</em>. Il governo di Khatami ha ripristinato i rapporti con la Gran Bretagna, ponendo lo status di Rushdie come una questione centrale. “Potremmo dire che la vicenda legata a Salman Rushdie sia definitivamente conclusa”, ha dichiarato Khatami a me e a un gruppo di giornalisti, durante una visita alle Nazioni Unite, nel 1998. Dopo aver vissuto sotto protezione di Scotland Yard per nove anni, Rushdie è gradualmente riemerso in pubblico, con rada sicurezza visibile. Nel 2001 ha perfino recitato in un cameo nel <em>Diario di Bridget Jones</em>. L’attacco brutale a Chautauqua, un’idilliaca comunità di case vittoriane sulla riva del lago, fondata per favorire il dialogo sulle questioni cruciali del nostro tempo, è paradossale. Su quel palco ho parlato più volte di Iran, della lotta tra estremisti e riformatori, per capire se le relazioni tra Teheran e Washington potessero normalizzarsi. Ogni settimana il programma copre un argomento diverso; ogni mattina migliaia di persone si radunano nel suo anfiteatro.</p>



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<p><strong>I religiosi più intransigenti, comunque, non hanno mai sconfessato la fatwa contro Rushdie. Nel 2017 l’attuale leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei,</strong> è stato interrogato in merito all’editto lanciato dal suo predecessore. “Il decreto è lo stesso emesso dall’imam Khomeini”, ha risposto. L’anno scorso, i sostenitori dell’intransigenza hanno sottratto il governo ai riformatori che hanno negoziato un accordo nucleare con gli Stati Uniti e cinque altre potenze mondiali. Gli ideologi dominano i rami del potere esecutivo, legislativo, giudiziario e militare. <strong>Cinque giorni prima dell’attentato a Rushdie, una testata giornalistica iraniana ha ripubblicato la fatwa. </strong>“Iran Online” ha salutato la condanna a morte di Rushdie come “una grande e indimenticabile fatwa per i musulmani di tutto il mondo&#8230; Dopo trentatré anni l’incubo della morte non ha smesso di abbandonare Salman Rushdie”.</p>



<p>Poche ore dopo il suo attacco, i media iraniani hanno elogiato Matar. “Kayhan”, il cui direttore è stato nominato da Khamenei, ha scritto: “Mille applausi&#8230; all’uomo coraggioso e onorevole che ha attaccato l’apostata e malvagio Salman Rushdie a New York”. Aggiungendo, “La mano dell’uomo che stacca il collo al nemico di Dio deve essere baciata”. L’immagine di Rushdie trasportato su una barella è stata commentata da “Khorasan” così, in prima pagina, “Satana sulla via dell’Inferno”.</p>



<p><strong>L’attacco a Rushdie coincide con l’annuncio, la settimana scorsa, da parte del Dipartimento di Giustizia, che un membro della Guardia Rivoluzionaria iraniana, Shahram Poursafi, è stato incriminato per un complotto:</strong> avrebbe tentato di assassinare l’ex consigliere della sicurezza nazionale John Bolton. Nel mirino c’erano anche l’ex segretario di Stato Mike Pompeo e l’ex segretario alla Difesa Mark Esper. Entrambi erano in carica quando l’amministrazione Trump ha ucciso Suleimani. Bolton, Pompeo e Esper sono sotto protezione governativa 24 ore su 24, come altri alti funzionari di quel periodo.</p>



<p>L’attacco coincide anche con il conto alla rovescia dell’accordo diplomatico sul nucleare costruito dall’amministrazione Obama nel 2015 e abbandonato da Donald Trump nel 2018. Si stima che Teheran sia a pochi giorni dalla produzione di uranio arricchito, sufficiente per alimentare un’arma nucleare: un passaggio chiave per la costruzione della bomba. Questo mese l’Iran ha ricevuto un ultimatum dai negoziatori europei per decidere se riattivare o meno il programma dopo un anno di colloqui. Qualunque sia il motivo intimo di Matar, qualsiasi siano i suoi reali legami con l’Iran, l’attacco a Rushdie, uno degli scrittori più noti al mondo, esalta le tensioni che ancora elettrizzano le strategie politica dell’Iran rivoluzionario.</p>



<p><strong><em>Robin Wright</em></strong></p>



<p><em><a href="https://www.newyorker.com/news/daily-comment/ayatollah-khomeini-never-read-salman-rushdies-book?utm_source=nl&amp;utm_brand=tny&amp;utm_mailing=TNY_Daily_081422&amp;utm_campaign=aud-dev&amp;utm_medium=email&amp;utm_term=tny_daily_digest&amp;bxid=5dfe7b2852ba1e20f71ca6c1&amp;cndid=59450687&amp;hasha=7369911722d96eaca50bdc9db32a2332&amp;hashb=0d46beeb13510c64cff9072c351f2521303c31d6&amp;hashc=309c74b2d73530452d0f3f481e6f703a43c378a048cea8619f02a7eb352df392&amp;esrc=bounceX&amp;mbid=CRMNYR012019" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*Si pubblica larga parte dell’editoriale di Robin Wright pubblicato sul “New Yorker” come “Ayatollah Khomeini Never Read Salman Rushdie’s Book”</a></em></p>
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		<title>Morale o moralista? David Foster Wallace, il Dostoevskij americano</title>
		<link>https://www.pangea.news/david-foster-wallace-nuovo-libro-new-yorker/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Aug 2022 04:24:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[David Foster Wallace]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[New Yorker]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prima di morire, suicida, nella sua casa in California, nel 2008, David Foster Wallace ha sistemato una pila di fogli, quaderni rilegati, raccoglitori ad anelli e alcuni floppy disk sul tavolo del garage. Secondo ciò che si sa, la raccolta di note, schemi, frammenti di romanzo, personaggi abbozzati e capitoli appena raffinati, comprende centinaia di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Prima di morire, suicida, nella sua casa in California, nel 2008, David Foster Wallace ha sistemato una pila di fogli, quaderni rilegati, raccoglitori ad anelli e alcuni floppy disk sul tavolo del garage.</strong> Secondo ciò che si sa, la raccolta di note, schemi, frammenti di romanzo, personaggi abbozzati e capitoli appena raffinati, comprende centinaia di migliaia di parole, la maggior parte delle quali ruotano intorno a un gruppo di contabili impegnati, intorno al 1985, in un ufficio dell’Internal Revenue Service a Peoria, Illinois. Secondo David Hering, docente alla University of Liverpool, che ha avuto accesso agli archivi di Wallace custoditi a Austin, il materiale risale al periodo immediatamente successivo alla pubblicazione di <em>Infinite Jest</em> (1996). Wallace si è riferito spesso a un progetto narrativo, che temeva ingestibile, come alla “roba grossa”. Michael Pietsch, che ha assemblato alcune di quelle pagine in <em>The Pale King</em> (2011), ha scritto che Wallace parlava di “comprimere su un foglio una tempesta di vento”. In una e-mail all’amico Jonathan Franzen, Wallace ha spiegato che</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“L’intera <em>faccenda</em> è un tornado che non resisterà abbastanza a lungo per farmi capire che cosa è utile e cosa non lo è”.</strong></p></blockquote>



<p>Come sempre, la scelta delle parole di Wallace non è casuale. La capacità di capire cosa è <em>utile</em> e cosa non lo è, non riguarda soltanto la sintesi necessaria per completare il romanzo; pertiene alla virtù dell’intelletto che l’autore sperava di coltivare nei suoi lettori. La forma retorica più comune in <em>The Pale King</em> è la commozione risolta nella quiete. “Ero come un pezzo di carta preda del vento, e pensavo: ‘Ora soffierà in questo modo, ora in quest’altro. La mia risposta essenziale a tutto era: Come vuoi, non importa, in qualsiasi modo’”. È la prima pagina del monologo del revisore dei conti Chris Fogle che, nella parte più corposa del testo, spiega a un intervistatore fuori scena il percorso che lo ha portato al “Servizio”. Quello di Fogle è il racconto di una conversione che inizia con un’adolescenza durante la quale il protagonista “ha avuto difficoltà a dare attenzione”, e che si conclude, in seguito a una sorta di esperienza religiosa, nel corso per contabili presso la DePaul University, Chicago.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="620" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/71WGDuXY5fL-620x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92194" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/71WGDuXY5fL-620x1024.jpg 620w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/71WGDuXY5fL-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/71WGDuXY5fL-600x991.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/71WGDuXY5fL.jpg 654w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></figure>



<p><strong>I</strong><a href="https://www.simonandschuster.com/books/Something-to-Do-with-Paying-Attention/David-Foster-Wallace/9781946022271" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>l monologo di Fogle è ora pubblicato come racconto indipendente, con il titolo <em>Something to Do with Paying Attention</em> (McNally Editions).</strong> </a>Nell’introduzione al libro, Sarah McNally definisce queste pagine “non soltanto una storia compiuta, ma il più fulgido esempio dello stile maturo di Wallace, in cui calma, equilibro, esattezza sostituiscono i fuochi retorici artificiali di <em>Infinite Jest</em> e dei lavori precedenti”. Per gran parte della sua vita narrativa, Wallace è stato lo scrittore noto per le note interminabili, le chiose riflessive, le frasi piene di incisi involuti, nel tentativo di raffigurare le tortuosità contraddittorie della mente statunitense: un cervello grave di gergo burocratico, slogan, pseudo-concetti terapeutici, avvolti nello spago dell’autocoscienza postmoderna. Non sempre ha scritto così. <strong>Il monologo di Fogle è il tentativo più ardito compiuto da Wallace di adottare la schietta franchezza della narrativa che amava, quella piena “di passione morale, spassionatamente morale”, propria dei suoi amati russi, Dostoevskij in particolare.</strong></p>



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<p>McNally poco dice, piuttosto, su come il racconto risponda alla domanda più urgente di Wallace, uno scrittore che ha sempre connesso le scelte stilistiche a precise opzioni filosofico-morali. A cosa serve questa nuova franchezza morale? Imparare a “capire cosa è utile e cosa non lo è” è, certamente, una questione di autodisciplina, l’inclinazione di un <em>carattere</em>. Gli ultimi lavori di Wallace rivelano una nuova consapevolezza: <strong>capire cosa separa l’utile dall’inutile richiede un giudizio etico, vuol dire capire cosa è degno della nostra dedita attenzione. </strong>La contabilità pubblica, come insistono alcuni personaggi, può essere davvero una vocazione morale? Cosa vuol dire essere “utile”, sia come impiegato del governo federale che come artista, nell’America plasmata da Ronald Reagan? L’ultimo lavoro di Wallace solleva tali questioni – senza risolverle.</p>



<p>Il grande soggetto dei libri di Wallace è la palude di egoismo, auto-realizzazione, narcisismo intellettualizzato in cui la coorte degli americani istruiti e privilegiati era destinata a sprofondare – a meno di non scoprire qualcosa da amare più di se stessi. La differenza tra Wallace e i suoi contemporanei – che a volte gli ha garantito accuse di ipocrisia e autoinganno o di livoroso sentimentalismo – è l’impegno a non limitarsi a catalogare i sintomi e le trappole dell’alienazione moderna. Ciò non significa che l’autore si sia liberato da quelle trappole; vuol dire, al contrario – come si evince dalla conversione di Fogle –, che lo scrittore sperava di poter <em>liberare</em> i suoi lettori.</p>



<p><em>Something to Do with Paying Attention</em>, come qualsiasi narrazione che preveda una conversione, comincia con una perdizione, una per-versione. Fogle, gonfio di vergogna, racconta di essere stato un bambino inerte negli anni Sessanta, alla deriva tra scuola e lavoro, cresciuto in un sobborgo di Chicago, dove lui e i suoi amici fumavano erba, parlavano del significato riposto delle canzoni dei Pink Floyd, si laceravano, tossicomani, in uno “strano tipo di disperazione narcisistica”. Le cose cominciano a cambiare dopo una sequenza, che soltanto Wallace – l’ultimo grande romanziere americano in grado di interpretare la tivù popolare – avrebbe potuto scrivere. Fogle, guardando una soap nella camera del convitto della DePaul, nel 1978, è colpito da uno slogan: “Stai fissando mentre il mondo gira”. La frase sconvolge Fogle, che pensa, dalla sua nebulosa concettuale,</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Potrei essere davvero un autentico nichilista. Senza alcuna posa. Uno che è andato alla deriva perché niente ha senso e nessuna scelta è migliore di un’altra”.</strong></p></blockquote>



<p>Sotto la posa teatrale del tossico, si nasconde la verità cangiante del reale.</p>



<p>Wallace era un romanziere con un insolito sostrato filosofico: credeva che la vita culturale fosse orientata da un insieme di idee e di immagini dominanti, più antiche e più radicate di una tendenza specifica. La terra desolata in cui si muovono i suoi tossici non è semplicemente attribuibile all’influenza dei media popolari americani degli anni Settanta; emerge dal sostrato degli ideali secolari e moderni. L’evocazione della parola “nichilismo” serve a Fogle per connettersi allo scetticismo stigmatizzato dai filosofi moderni, da Kant a Simone de Beauvoir, tesi ad assicurare basi razionali alla morale, indipendenti da Dio, dato per morto. Wallace credeva che questa impresa, del tutto astratta, fosse alla base della frustrazione di Fogle, incapace di sopportare i corsi accademici umanistici: “Il punto centrale delle lezioni era che nulla significava nulla, che tutto era astrazione e dunque interpretabile all’infinito”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="668" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/81EOQ5yhy9L-668x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92195" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/81EOQ5yhy9L-668x1024.jpg 668w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/81EOQ5yhy9L-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/81EOQ5yhy9L-600x919.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/81EOQ5yhy9L.jpg 705w" sizes="(max-width: 668px) 100vw, 668px" /></figure>



<p>Scegliendo di seguire le orme del padre e di dedicarsi al servizio pubblico, Fogle cerca di rompere lo schema e di avviarsi verso una vita che crede “umana”. Il problema è che il servizio pubblico, durante l’arco generazionale che separa Fogle dal padre, è diventato molto poco “umano”. Il padre di Fogle fa parte della <em>Silent Generation</em> partorita dalla grande depressione: uomini che condividevano valori come parsimonia, patriottismo, rispetto per le autorità. Fogle, al contrario, appartiene a una generazione che diventa maggiorenne durante la guerra in Vietnam e il Watergate, eventi che hanno creato una breccia nella fiducia dei cittadini verso i loro governanti (Fogle ne parla come di un “divario della credibilità”).</p>



<p>Nel punto focale del monologo, Fogle racconta del “Servizio” come del modello che gli ha permesso di <strong>adempiere al proprio interesse personale per uno scopo più alto.</strong> È l’insegnamento gesuita secondo cui anche la contabilità pubblica può assurgere a nobile vocazione, capace di inculcare virtù come il dovere, la responsabilità, il talento nel compiere lavori ripetitivi per il bene degli altri, senza attesa di applausi o di gratitudine, in contrasto al nichilismo dominante dell’epoca. Non è un caso che Wallace collochi gli eventi al culmine della rivoluzione fiscale operata da Reagan, tesa ad avvelenare ancora di più le istituzioni pubbliche americane. La vicenda, dunque, racconta la necessità di uno slancio morale, sincero, ma anche l’impossibilità di trovare un impiego degno di quell’impegno.</p>



<p><strong>Wallace non avrebbe mai immaginato che il suo ultimo romanzo, scritto nel pieno del disinvestimento neoliberal e di un disincanto da fine della storia, sarebbe apparso all’inizio di un decennio che ha segnato il ritorno a una specie di etica della consapevolezza e della condanna.</strong> Solo tra gli artisti della sua generazione a pretendere una “nuova sincerità” nella cultura, Wallace riteneva che la vita civile e politica americana avrebbero potuto essere il ricettacolo adatto ad accogliere tale sincerità. Negli anni che seguirono la pubblicazione di <em>The Pale King</em>, l’idea che gli artisti americani assolvano il loro ruolo etico dandosi alla politica è diventata pressoché inevitabile. Troppo spesso questo ruolo si è tradotto in forme magniloquenti e urlate ben diverse dalle intenzioni di Fogle, che parlava di gesti intrapresi “senza pubblico”, in austero anonimato. Tuttavia, l’influenza di Wallace sulla letteratura recente non riguarda tanto le innovazioni stilistiche ma <strong>l’insistenza sul fatto che letteratura dovrebbe mirare a uno scopo <em>morale</em> superiore a se stessa.</strong> Sappiamo come è finita.</p>



<p>Così, potremmo leggere oggi la storia di Fogle come un’allegoria del tentativo di Wallace di scrive narrativa morale in una società amorale, incapace di esprimere giudizi condivisi su ciò che è utile e ciò che non lo è. Wallace ha cercato di costruire la soffitta di una casa le cui fondamenta sono crollate. Come sia riuscito a rimanere lassù tanto a lungo è una specie di oscuro miracolo.</p>



<p><strong><em>Jon Baskin</em></strong></p>



<p><em><a href="https://www.newyorker.com/books/under-review/david-foster-wallaces-final-attempt-to-make-art-moral" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*Si riproduce un ampio estratto dall’articolo di Jon Baskin pubblicato dal “New Yorker” come “David Foster Wallace’s Final Attempt to Make Art Moral”</a></em></p>
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		<title>“Io sono l’America. Io sono ciò che non vuoi riconoscere. Ma devi abituarti”. Muhammad Ali, molto più di un pugile</title>
		<link>https://www.pangea.news/muhammad-ali-articolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Sep 2020 05:51:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Muhammad Ali]]></category>
		<category><![CDATA[New Yorker]]></category>
		<category><![CDATA[pugile]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alle Olimpiadi di Roma del 1960, sessant’anni fa, come si sa, nasce il mito di Cassius Clay, rinato Muhammad Ali nel 1964. L’ultimo combattimento accadde nel 1981. In carriera ha disputato 61 incontri, 56 vittorie di cui 37 per KO. Ha ottenuto per cinque volte il titolo dei massimi, è stato dichiarato da “The Ring” [&#8230;]</p>
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<p><em>Alle Olimpiadi di Roma del 1960, sessant’anni fa, come si sa, nasce il mito di Cassius Clay, rinato Muhammad Ali nel 1964. L’ultimo combattimento accadde nel 1981. In carriera ha disputato 61 incontri, 56 vittorie di cui 37 per KO. Ha ottenuto per cinque volte il titolo dei massimi, è stato dichiarato da “The Ring” pugile dell’anno in sei annate. Ha combattuto alcuni dei match più importanti della storia – contro Joe Frazier, contro Foreman – ma è stato ben più di un pugile. Muore il 3 giugno del 2016 combattendo contro la malattia, estenuante. La settimana dopo, sul “New Yorker”, Allyson Hobbs firma questo articolo, <a href="https://www.newyorker.com/news/news-desk/ali-and-his-audience?utm_source=nl&amp;utm_brand=tny&amp;utm_mailing=TNY_Classics_Sunday_HEU_080620&amp;utm_campaign=aud-dev&amp;utm_medium=email&amp;bxid=5dfe7b2852ba1e20f71ca6c1&amp;cndid=59450687&amp;hasha=7369911722d96eaca50bdc9db32a2332&amp;hashb=0d46beeb13510c64cff9072c351f2521303c31d6&amp;hashc=309c74b2d73530452d0f3f481e6f703a43c378a048cea8619f02a7eb352df392&amp;esrc=&amp;utm_term=TNY_Classics" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Muhammad Ali and His Audience”</a>.</em></p>



<p>***</p>



<p>Il funerale di Muhammad Ali è oggi, a Louisville, Kentucky: il figlio prediletto della città, la sua sepoltura. Molto è cambiato da quando Ali, nato Cassius Clay nel Sud segregato, nipote di uno schiavo, ha imparato a boxare, a dodici anni. <strong>Dopo aver vinto la medaglia d’oro olimpica, nel 1960, Ali tornò a Louisville, stretta dalle “Jim Crox Laws”: gli era ancora vietato l’accesso ai ristoranti per soli bianchi, lo chiamavano ancora <em>boy</em>, ragazzo, per strada.</strong> La parabola della sua vita tocca molti punti di svolti nella storia americana e afroamericana del XX secolo.</p>



<p>*</p>



<p>Pare impensabile a posteriori, ma Ali ha cominciato da perdente. Nel febbraio del 1964 era Sonny Liston il favorito, per sette a uno. Ma Ali aveva predetto di battere Liston in sei round: e così fece. <strong>Il giorno successivo uscì con lo sbalorditivo annuncio di essere membro della Nation of Islam – si è sbarazzato del suo “nome da schiavo” e della religione cristiana e ha scelto di farsi chiamare Muhammad Ali.</strong> Ali era un nero, non se ne vergognava, al contrario, fu crudo, severo, deciso nelle sue lotte per i diritti civili. “Io sono l’America”, ha detto una volta. “Io sono ciò che non vuoi riconoscere. Ma devi abituarti. Sono nero, audace, presuntuoso; il mio nome, non il tuo; la mia religione, non la tua; i miei progetti, non i tuoi; devi abituarti”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/new-orleans_MGTHUMB-INTERNA.jpg" alt="" class="wp-image-79443" width="572" height="385" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/new-orleans_MGTHUMB-INTERNA.jpg 414w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/new-orleans_MGTHUMB-INTERNA-300x202.jpg 300w" sizes="(max-width: 572px) 100vw, 572px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Alcuni si sono abituati. Altri no. È impossibile misurare quanto Ali sia stato importante per gli afroamericani del paese. In un articolo, il romanziere Walter Mosley ha ricordato di quando, da bambino, ha visto un nero, in piedi, sulle strisce pedonali, che urlava, “Sono il più grande!”, con i pugni sopra la testa. Le sue parole gli fecero effetto. <strong>“Ho sentito l’orgoglio e il dolore, l’ambizione delusa, le schegge di speranza che ti trapassano”, ha scritto Mosley. Ma non tutti sono stati animati dallo spirito del “Black Power”.</strong> Molti afroamericani non erano d’accordo con le opinioni separatiste del nazionalismo nero. Diversi giornali, per diverso tempo, compreso il “Times”, hanno continuato a scrivere “Cassius Clay” e non “Muhammad Ali”.</p>



<p>*</p>



<p>Nel 1967 Ali si è rifiutato di partire per il Vietnam. “Non ho problemi con i Vietcong. Non sarebbe giusto. Non mi hanno mai chiamato <em>negro</em>”, ha detto alla stampa. Jackie Robinson, per dirne uno, non era d’accordo con le posizioni di Ali. I fanatici della boxe lo hanno deriso, lo hanno detto traditore. <strong>Ma quando Martin Luther King ha preso posizione conto la guerra, nel 1967, si è ispirato al pugile: “Come dice Muhammad Ali, siamo tutti – neri, marroni, poveri – vittime dello stesso sistema di oppressione”.</strong> Attivisti bianchi e neri si sono uniti contro la guerra, seguendo l’esempio di pazienza e determinazione di Ali. Per aver sfidato il governo degli Stati Uniti d’America gli è stato strappato il titolo. La Suprema Corte gli ha concesso di riprendere a boxare nel 1971. Perdere gli anni migliori, senza sapere quanto grande avrebbe potuto essere “il più grande”: questa dinamica risuona profondamente nelle lotte afroamericane, in chi ha vissuto la speranza delusa, l’impossibilità di capire cosa sarebbe potuto succedere.</p>



<p>*</p>



<p>Una notte del 1989, era novembre, mio padre era in un ristorante a Greenwich, Connecticut, a cena con alcuni ex colleghi della IBM, di cui era stato dirigente. Uscì dal bagno e intravide Ali, il suo eroe. Gli stava venendo incontro. Non poteva credere ai suoi occhi. Era un appassionato di boxe e adorava Ali in tutto: la sicurezza, lo stile, la poetica, l’aspetto. Mio padre aveva servito come ufficiale di riserva nell’esercito, era stato in Vietnam, ma rispettava il coraggio di Ali, la sua scelta e il suo sacrificio. “Muhammad?”, disse, incredulo. Ali non rispose: simulò colpi, ganci, pugni, all’aria, scherzosi, verso mio padre. <strong>Accettò di passare la serata con gli amici di mio padre. Mio padre lo coprì con un cappotto, per non farlo riconoscere. Interruppe la cena. Presentò Ali. Silenzio attonito. I suoi colleghi erano lì per una cena tranquilla e ora si trovavano al cospetto di una icona della storia americana.</strong> Ali li intrattenne eseguendo una serie di trucchi magici, con un tovagliolo. Amava le persone, amava intrattenere, anche a una cena di ex dipendenti della IBM, in un ristorante, a Greenwich.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Non ci sarà un altro Muhammad Ali. Ali ci ha fatto scorgere ciò di migliore cova in noi stessi. Potrebbe subire un pugno che ti raggela, essere perfino abbattuto, ma infine si rialzerà, continuerà la lotta. Ci ha mostrato quanto sia dura questa lotta.</strong> A 65 anni scherzava sul suo destino di “scuotere il mondo”, voleva andare sul ring, tentando la gloria del ritorno. Ali ha combattuto anche fuori dal ring. Non ha vinto sempre. Il suo corpo lo ha mollato. Ma ha plasmato la storia americana. È stato molto più di un pugile, molto più di un volto; aveva coraggio e convinzioni insoliti, annunciò al mondo di essere “il più grande” molto prima di sapere che lo era davvero.</p>



<p><strong><em>Allyson Hobbs</em></strong></p>
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		<title>“Veder svanire un sontuoso regno è assai più triste di vedere il collasso di una repubblica di second’ordine”. Un racconto di Haruki Murakami</title>
		<link>https://www.pangea.news/murakami-haruki-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Aug 2020 04:20:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Zamagni]]></category>
		<category><![CDATA[Haruki Murakami]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[New Yorker]]></category>
		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Proprio alle spalle del regno che era caduto, scorreva un dolce ruscello. Era limpido e molti pesci nuotavano fra le sue gradevoli correnti. Anche le alghe crescevano nel ruscello e i pesci le mangiavano. Ovviamente, a loro non importava che il regno fosse caduto. Se si trattasse di una monarchia o di una repubblica, non [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Proprio alle spalle del regno che era caduto, scorreva un dolce ruscello. Era limpido e molti pesci nuotavano fra le sue gradevoli correnti. Anche le alghe crescevano nel ruscello e i pesci le mangiavano.</strong> Ovviamente, a loro non importava che il regno fosse caduto. Se si trattasse di una monarchia o di una repubblica, non faceva alcuna differenza per i pesci che vivevano in quel dolce ruscello; mica votavano, mica pagavano le tasse. Non ci importa, pensavano.</p>
<p>Ho bagnato i piedi in quel ruscello. L’acqua gelida me li rese paonazzi in pochi istanti, ma da lì, potevo vedere le mura e la torre del castello del regno che era caduto. La bandiera bicolore era ancora alta sulla torre che sventolava nella brezza. Tutti quelli che passano vicino all’argine del ruscello la vedono e dicono “Guarda là. È la bandiera del regno che è caduto”.</p>
<p>Q ed io siamo amici, o dovrei dire, eravamo amici all’università. È da più di dieci anni che non facciamo qualcosa insieme, per questo ho preferito usare l’imperfetto. In ogni caso, eravamo amici.</p>
<p><strong>Ogni volta che parlo di Q a qualcuno – che tento di descriverlo come persona – mi sento completamente incapace. Non sono mai stato bravo a spiegarmi, ma descrivere Q a qualcuno è una sfida ancora più ardua. </strong>E quando ci provo, mi sento sopraffatto da un senso di disperazione profondissima.</p>
<p>Cercherò di essere il più semplice possibile.</p>
<p>Io e Q siamo coetanei, ma lui è cinquecentosettanta volte più attraente di me. Ha anche un bel carattere, non è mai assillante o spavaldo, e non si arrabbia mai se qualcuno gli crea problemi. “Poco male”, dice sempre. “È capitato di farlo anche a me”. Ma, in realtà, non ho mai sentito di nessuno a cui Q abbia causato problemi.</p>
<p>I suoi l’avevano tirato su bene. Suo padre era dottore e lavora nella sua clinica privata sull’isola di Shikoku, il che significa che a Q i soldi non sono mai mancati, non che si comportasse in modo eccentrico per questo. Si vestiva bene ed era anche un atleta notevole: competeva nei tornei interscolastici di tennis. Gli piaceva nuotare e andava in piscina almeno due volte a settimana. Politicamente, Q era un liberale moderato. Se non eccellenti, i suoi voti erano almeno buoni. Non ha quasi mai studiato per gli esami, ma li ha sempre passati. Ascoltava attentamente le spiegazioni dei professori.</p>
<p><strong>Era un pianista straordinariamente talentuoso e possedeva molti vinili di Bill Evans e Mozart. I suoi scrittori preferiti erano solitamente francesi: Balzac e Maupassant.</strong> A volte leggeva romanzi di Kenzaburo Oe o di altri autori. Le sue opinioni a riguardo erano sempre centrate.</p>
<p>Neanche a dirlo, era molto popolare fra il gentil sesso. Ma non era uno di quei tipi che “tirano su tutto quello che gli passa per le mani”. Aveva una relazione stabile, una ragazza del secondo anno molto carina che frequentava uno di quei college femminili d’élite. Si vedevano ogni domenica.</p>
<p>Ad ogni modo, questo era il Q che conoscevo al college. In breve, una persona senza difetti.</p>
<p>Ai tempi, Q viveva nell’appartamento affianco al mio. Prestandoci una volta il sale, una volta l’olio, siamo diventati amici e ben presto abbiamo iniziato a frequentarci ogni giorno, ascoltando dischi e bevendo birra nel suo o nel mio appartamento. Una volta, io, Q e le rispettive ragazze siamo andati al mare a Kamakura. Siamo stati molto bene. Poi al mio ultimo anno, durante la pausa estiva, mi sono trasferito ed è finita lì.</p>
<p><strong>La volta successiva in cui l’ho incontrato è stata quasi dieci anni dopo. Leggevo un libro a bordo piscina in un distinto hotel vicino al distretto di Akasaka. </strong>Q era seduto sulla sdraio accanto alla mia, in compagnia di un’incantevole ragazza in bikini dalle gambe lunghissime.</p>
<p>Mi accorsi all’istante che era lui. Più bello che mai, e ora, poco più che trentenne, aveva acquistato una certa compostezza che prima non aveva. Delle ragazzine che passavano di lì lo squadrarono per un attimo.</p>
<p><strong>Q non si accorse di me. Ho una faccia molto comune e indossavo gli occhiali da sole. Non sapevo se parlargli o meno, ma alla fine preferii non farlo. </strong>Stava parlando fittamente con la ragazza al suo fianco e non me la sono sentita di interromperli e poi non avevamo molto da dirci. “Ti ho prestato il sale, ricordi?” “Ehi, ma certo, e ho preso anche la bottiglia dell’olio”. Avremmo finito gli argomenti in fretta. Così rimasi con la bocca chiusa e mi rimisi a leggere.</p>
<p>Tuttavia, non riuscivo a non origliare la conversazione fra la bella ragazza e Q. La questione era abbastanza complicata e rinunciai a leggere per continuare ad ascoltarli.</p>
<p>“No è vero,” disse la ragazza. “Spero che tu stia scherzando”.</p>
<p>“Lo so, lo so,” rispose Q. “Capisco perfettamente quello che mi stai dicendo. Ma devi capire anche la mia posizione. Non lo faccio perché <em>voglio</em>. Sono quelli dei piani alti. Ti sto solo dicendo cosa <em>loro</em> hanno deciso. Quindi smetti di guardarmi con quella faccia”.</p>
<p>“Sì, certo,” disse lei.</p>
<p>Q fece un sospiro.</p>
<p>Permettetemi di riassumere la loro lunga conversazione; ovviamente, utilizzando un (bel) po’ di immaginazione per riempire i buchi. Q sembrava essere un dirigente di qualche emittente televisivo o qualcosa del genere, mentre lei potrebbe essere stata un’attrice o una cantante discretamente nota. La ragazza sarà stata scaricata da un progetto a causa di qualche scandalo o guaio in cui si è ritrovata, o più semplicemente per via di una flessione della sua popolarità. Il compito di dirglielo era stato lasciato a Q, la figura responsabile per le operazioni giornaliere. Non ne so molto di “showbiz” e quindi potrei aver mancato qualche dettaglio, ma non credo di essermi sbagliato di molto.</p>
<p>Da quello che sono riuscito a sentire, Q stava facendo il proprio lavoro con spontanea sincerità.</p>
<p>“Non possiamo stare senza sponsor,” asserì. “Non te lo devo spiegare io: sai come vanno gli affari”.</p>
<p>“Quindi mi stai dicendo che tu non hai nessuna responsabilità o potere decisionale sulla cosa?”.</p>
<p>“No, non ti sto dicendo questo. Ma ciò che <em>posso</em> fare è molto poco”.</p>
<p><strong>La conversazione prese poi un’altra piega destinata a non portare da nessuna parte. La ragazza voleva solamente sapere fino a che grado Q si fosse prodigato per lei. Continuava a ripetere di aver fatto tutto il possibile, ma non aveva modo di provarlo e lei non gli credeva. Nemmeno io gli credevo veramente.</strong> Più tentava di spiegarsi sinceramente e più una cortina di falsità scendeva sopra di lui. Ma non era colpa sua. Non era colpa di nessuno. Perciò questa conversazione non dava vie di scampo.</p>
<p>Sembrava che alla ragazza, Q fosse sempre piaciuto. Avevo la sensazione che si fossero trovati bene per molto tempo prima che entrassero in gioco gli affari. Il che probabilmente frustrava la ragazza ancora di più. Alla fine, però, fu lei a lasciar perdere.</p>
<p>“Okay,” gli rispose. “Ho capito. Ora mi compreresti una coca?”.</p>
<p>Q fece un sospiro di sollievo e si diresse verso il bancone del bar. La ragazza raddrizzò la testa e si mise gli occhiali da sole. A questo punto, del mio libro non avevo che letto la stessa riga per qualche centinaio di volte.</p>
<p>Presto, Q ritornò con due grossi bicchieri di carta. Ne porse uno alla ragazza e si accomodò di nuovo sulla sua sdraio. “Non ti abbattere troppo per questa cosa,” le disse. “Vedrai che prima o poi…”.</p>
<p><strong>Ma prima che terminasse la frase, la ragazza gli tirò in faccia il suo bicchiere pieno. Lo centrò in pieno volto e circa un terzo della Coca-Cola si rovesciò su di me. Senza proferire parola, la ragazza si alzò e sistemandosi il pezzo sotto del bikini se ne andò a passo svelto e senza voltarsi.</strong> Q e io rimanemmo immobili per almeno quindici secondi. Le persone intorno ci guardavano esterrefatte.</p>
<p>Q fu il primo a ricomporsi. “Scusa,” mi disse porgendomi un asciugamano.</p>
<p>“Non fa niente,” risposi. “Mi faccio una doccia”.</p>
<p>Lievemente stizzito, ritirò l’asciugamano per pulirsi.</p>
<p>“Permettimi almeno di pagarti il libro che stavi leggendo,” disse. Era vero; il mio libro si era inzuppato. Ma era solo un dozzinale tascabile e non era nemmeno così interessante. Chiunque gli avesse rovesciato sopra una Coca-Cola impedendomi così di leggerlo, mi avrebbe solamente fatto un favore. Q si rallegrò quando glielo dissi. Aveva lo stesso sorriso di sempre.</p>
<p>A quel punto, si scusò ancora una volta come per congedarsi. Non mi aveva riconosciuto.</p>
<p><strong>Ho deciso di intitolare questo racconto “Il Regno che era caduto” perché quel giorno mi è capitato di leggere un articolo che parlava di una monarchia africana che era decaduta. </strong>“Veder svanire un sontuoso regno”, recitava, “è assai più triste di vedere il collasso di una repubblica di second’ordine”.</p>
<p><strong><em>Haruki Murakami</em></strong></p>
<p><em>*Pubblicato <a href="https://www.newyorker.com/books/flash-fiction/the-kingdom-that-failed" target="_blank" rel="noopener noreferrer">su “New Yorker”</a> questo racconto è tradotto da Giacomo Zamagni; la fotografia di Haruki Murakami in copertina <a href="https://www.nts.live/shows/murakami-day-9th-december-2018" target="_blank" rel="noopener noreferrer">è tratta da qui</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/murakami-haruki-racconto/">“Veder svanire un sontuoso regno è assai più triste di vedere il collasso di una repubblica di second’ordine”. Un racconto di Haruki Murakami</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Tutto quello che ti chiedo è di non far leggere queste lettere a nessuno”. Quando Virginia Woolf fece risorgere il fratello Thoby, morto di tifo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2020 07:50:42 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Anna Rocchi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alcune ore dopo aver assistito alla morte del fratello ventiseienne, Virginia Stephen scrisse una lettera a una delle amiche più care. Era il 20 novembre 1906 e in quella lettera non fece il minimo accenno alla morte del fratello, non lo nominò neppure. Virginia aveva ventiquattro anni: ne mancavano sei al matrimonio che le avrebbe [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/virginia-woolf-lettere-fratello/">“Tutto quello che ti chiedo è di non far leggere queste lettere a nessuno”. Quando Virginia Woolf fece risorgere il fratello Thoby, morto di tifo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Alcune ore dopo aver assistito alla morte del fratello ventiseienne, <a href="http://www.pangea.news/virginia-woolf-libro-articoli-giornale/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Virginia Stephen</a> scrisse una lettera a una delle amiche più care. Era il 20 novembre 1906 e in quella lettera non fece il minimo accenno alla morte del fratello, non lo nominò neppure.</strong> Virginia aveva ventiquattro anni: ne mancavano sei al matrimonio che le avrebbe dato il nome di Virginia Woolf e nove alla pubblicazione del suo primo romanzo. Lei e i tre fratelli erano appena tornati da un viaggio in Grecia e in Turchia, finito in tragedia. <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Thoby_Stephen" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Thoby Stephen</strong></a>, il fratello maggiore, vi aveva contratto il tifo.</p>
<p>*</p>
<p><figure id="attachment_78124" aria-describedby="caption-attachment-78124" style="width: 396px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-78124" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/Thoby_Stephen_by_George_Charles_Beresford-214x300.jpg" alt="" width="396" height="555" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Thoby_Stephen_by_George_Charles_Beresford-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Thoby_Stephen_by_George_Charles_Beresford.jpg 571w" sizes="(max-width: 396px) 100vw, 396px" /><figcaption id="caption-attachment-78124" class="wp-caption-text">Thoby Stephen, il fratello di Virginia Woolf, muore nel 1906, a causa del tifo contratto in Grecia. Il primo nucleo del futuro Bloomsbury Group conta anche lui</figcaption></figure></p>
<p>La lettera scritta in quel giorno funesto da Virginia era destinata a Violet Dickinson, che aveva accompagnato gli Stephen in viaggio. Anche lei era rimasta contagiata. Da loro ritorno a Londra le due donne si erano scambiate svariate lettere, nelle quali predominava spesso l’ansia per la salute di Thoby e di Violet. È strano che Virginia abbia omesso di far parola con Violet della morte del fratello. <strong>Tuttavia, ancor più strana è la lettera inviata dopo due giorni: questa volta si parla di lui, ma solo per mentire in modo sconvolgente: “Date le circostanze, Thoby non sta poi tanto male. Non siamo in pensiero per lui”.</strong></p>
<p>Virginia continuò a mentire all’amica per tutto il mese successivo. Nelle diciannove lettere inviate nell’arco di ventotto giorni, si inventò una storia colorita sulla lenta ripresa di Thoby. A tre giorni dalla morte: “La situazione è invariata. Nel pomeriggio ha avuto ancora la febbre sui 40, d’altro canto il polso è buono, e riesce a bere del latte”. Cinque giorni dopo: “Thoby sta alla grande”. Nove giorni: “Il nostro caro Thoby è ancora a letto, ma anche da sdraiato la sua vitalità non è da meno di quella di un sacco di gente che va in giro sulle proprie gambe”. Dodici giorni: “Disegna uccelli stando a letto”. Dopo due settimane, Virginia include se stessa nella narrazione: “Abbiamo iniziato a corteggiare le infermiere, le chiamiamo ‘mia signora’ e loro fanno a maglia delle cravattine celesti che gli promettono in dono se fa il bravo”. Dopo circa un mese dalla morte del fratello, Virginia non smetteva di parlare delle loro aspettative: “Sta facendo dei progressi, si parla di rimettersi in piedi, di andar via, e del futuro”.</p>
<p>*</p>
<p><em>Il futuro</em>. Nella situazione in cui mi trovo a scrivere oggi, ben comprendo il desiderio di Virginia di lasciarsi alle spalle un’atmosfera di malattia, rimettersi in piedi e andarsene, lasciarsi portare verso un futuro che ancora non si intravede, e che potrebbe non arrivare. Desidero saltare in macchina e guidare senza sosta. Talvolta mi sorprendo a pensare che se arrivassi abbastanza lontano potrei raggiungere non solo un luogo diverso ma anche un altro tempo, affrancato dal dolore e dalla paura odierni. <strong>Una fantasia frammista a preoccupazione: forse noi, come Virginia, nei nostri infervorati discorsi riguardo a quello che faremo quando “tutto sarà finito” ci inganniamo l’un l’altro, oltre a ingannare noi stessi? </strong>Oppure, non potrebbero i nostri sogni di fuga sfociare altrove, sui mondi alternativi in cui vorremmo vivere ma che ancora non sappiamo descrivere? È possibile che il desiderio sia un modo di conoscere?</p>
<p>*</p>
<p>Mi attrae questa corrispondenza giovanile della Woolf – la sconcertante miscela di dolore e speranza, perdita e desiderio – poiché vi riconosco l’audace sperimentazione, da parte di un autore, del potenziale trasformativo dell’immaginazione. <strong>Per certi versi, tutte le lettere operano in questo modo: se io oggi ti scrivo una lettera, le mie parole saranno lette da te soltanto a giorni di distanza. La nostra amicizia dovrà estendersi per contenere questa asincronia.</strong> Sebbene il presente della mia lettera non esista per te al di fuori di queste pagine, la sutura del mio presente col tuo ci farà uscire entrambi dalle nostre vite, sia pure per un istante, per accedere a una temporalità astratta eppure condivisa. L’asincronia diventa, in campo epistolare, una forma peculiare di intimità. […]</p>
<p><strong>All’epoca della morte di Thoby, Virginia Stephen e Violet Dickinson erano state in corrispondenza da circa cinque anni. Virginia aveva iniziato a scrivere a Violet all’età di venti anni</strong> (le lettere figurano tra le centinaia pubblicate nel primo volume delle <em>Collected Letters</em> della Woolf), all’epoca era stato da poco diagnosticato il cancro al padre. Violet ne aveva diciassette più di lei ed era anche più alta di circa trenta centimetri. “Vorrei che tu fossi un canguro”, le scriveva Virginia, in preda all’ansia e a una profonda tristezza a causa del declino del padre, “e che tu avessi una sacca per tenerci i cangurini”. Il desiderio di protezione materna è evidente in una fotografia di quel periodo che ritrae le due donne in piedi l’una accanto all’altra. Virginia si appoggia a Violet e la tiene per mano; vuole essere accolta e guarda l’obiettivo come per comunicare quel desiderio.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-78125 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro1-36-188x300.jpg" alt="" width="360" height="574" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-36-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-36-643x1024.jpg 643w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-36-768x1223.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-36-965x1536.jpg 965w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-36.jpg 1256w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" />Le lettere diedero alle due donne un modo ulteriore di abbracciarsi. Virginia si definiva la “Sparrowy” di Violet (nomignolo derivato da <em>sparrow</em>, passerotto), e si offriva alla donna più anziana come se fosse un grazioso animale. <strong>Nel periodo in cui il padre si stava riprendendo da un intervento chirurgico, Virginia domandò a Violet “Vuoi davvero bene alla Sparrowy? Lei ti tiene tra le braccia piumate per farti sentire il cuore che le batte in petto”.</strong> La lettera diveniva il modo in cui Virginia poteva, non solo esprimere un desiderio ma, per così dire, metterlo in atto: serrava l’amica tra le braccia piumate, poi ripiegava il foglio di carta destinato a finire tra le mani di Violet. I supporti della scrittura – penna, inchiostro, carta – sostituivano il corpo distante di Violet. In un’altra lettera scriveva, “lo vedi come l’inchiostro diventa denso a questo punto… così all’improvviso”. Non sappiamo se il desiderio sessuale tra le due donne sia mai andato oltre la pagina: alcuni passi sembrano suggerirlo. “Ti assaporerò con tenerezza”, prometteva Virginia.</p>
<p>*</p>
<p>Durante il periodo della loro corrispondenza, due anni prima della morte di Thoby, Virginia aveva perso il padre. Aveva continuato a scrivere a Violet anche nei momenti peggiori. Le lettere si erano fatte più brevi: ragguagli quotidiani sulla febbre, l’umore del padre, aggiornamenti sulle prognosi. Ma notiamo che, in mezzo a quell’orrore, Virginia si rivolgeva a Violet per avere il conforto di una lettera. <strong>Mentre assisteva alle sofferenze del padre fino all’amara fine, Virginia scriveva: “Sembra davvero dura. La vita, ne sono certa, non gli dà alcun piacere – sarebbe stato lieto di morire una settimana fa – ma non ci si può fare niente. È così crudele dover aspettare e vederlo indebolirsi giorno dopo giorno. Ma sembra che siano queste le cose che ci tocca subire in questo mondo brutale”.</strong> Quindi, dopo aver riconosciuto l’orribile verità, chiedeva, in un poscritto, il balsamo che soltanto una lettera di Violet le avrebbe procurato: “Raccontami dei tuoi vestiti”, scriveva “e dei tuoi successi”.</p>
<p>Sprofondata nel dolore per la morte del padre, Virginia si abbandonava a un esaurimento nervoso. E, a tempo debito, si era lasciata andare tra le braccia di Violet, nella cui casa, a Welwyn, vicino a Londra, Virginia si stava riprendendo. In quel periodo non aveva tenuto alcuna corrispondenza, ma dopo tre mesi, quando si reputò che fosse in grado di riunirsi ai fratelli, scriveva a Violet: “Credo che finalmente il sangue torni ad affluirmi al cervello. È una sensazione davvero strana, come se una parte morta di me tornasse alla vita”. <strong>Riprendere a vivere, per Virginia, significava ritrovare la capacità di pensare. Come conseguenza immediata le era venuto un gran desiderio di scrivere: “Voglio cominciare a lavorare. </strong>Sono certa di saper scrivere, e un giorno di questi intendo scrivere un buon libro”.</p>
<p>*</p>
<p>Le lettere scritte da Virginia a Violet durante la malattia del padre dimostrano il potere della corrispondenza di tenere compagnia, dare conforto, e persino amore. Tuttavia, nelle lettere scritte, due anni dopo, a seguito della morte di Thoby sembra che vi fosse dell’altro in atto. Se il destinatario di una lettera detiene un certo tipo di potere (quello di abitare il mondo di un altro, e di soffermarcisi), il mittente ne ha uno di altro genere, estremo quanto l’altro: il potere di mettere in scena, il potere di essere reticente, e persino quello di ingannare.</p>
<p><strong>Violet apprese della morte di Thoby solo dopo un mese, quando fu menzionata in via incidentale nell’articolo di una rivista. Virginia le scrisse immediatamente: “Mi detesti per aver detto tante bugie? Lo sai bene che dovevamo fare così”.</strong> Lei doveva mentire, intende Virginia, allo scopo di proteggere Violet, che stava guarendo dalla malattia. Non vi è dubbio che Virginia si preoccupasse moltissimo per Violet; aveva avuto sotto gli occhi la drammatica prova di quanto poteva essere letale il tifo. Nelle lettere Virginia metteva di continuo in relazione i due casi. Il giorno prima della morte di Thoby – l’infezione gli aveva causato la perforazione dell’intestino e quindi una peritonite – Virginia aveva scritto a Violet: “Non so di che tipo siano le tue macchie. Thoby è sicuro di avere una febbre più alta della tua, e siamo entrambi un po’ sprezzanti del tifo dei Dickinson in confronto a quello degli Stephen”. L’umorismo macabro metteva in ombra la gravità dei sintomi di Thoby, come pure la pressante preoccupazione di Virginia per Violet. Nei giorni seguenti, evitando di ammetterne la morte, Virginia si servì del caso del fratello come elemento di confronto per comprendere più a fondo quello dell’amica: “Immagino che adesso tu ti trovi più o meno nel suo stadio della malattia, credo soltanto che lui abbia avuto una crisi molto più acuta”. <strong>Dieci giorni più tardi, Virginia, come una ventriloqua, dà la parola al fratello morto: “Lui vuole sapere se ti è permesso del cibo solido”. La resurrezione epistolare di Thoby messa in atto da Virginia le dava il modo di esprimere il fervido desiderio che Violet si salvasse e tornasse in buona salute.</strong> “Ora, cara Violet”, scriveva, dopo circa un mese di bugie elaborate, “prendi le medicine e pensa a me. Ci rivedremo mai?”.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-78126 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro2-44-195x300.jpg" alt="" width="351" height="540" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-44-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-44-665x1024.jpg 665w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-44-768x1183.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-44-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-44.jpg 771w" sizes="(max-width: 351px) 100vw, 351px" />Tuttavia, la messa in scena di Virginia non fu soltanto a beneficio di Violet. In effetti, aveva anche trovato il modo di fingere, per se stessa, che suo fratello fosse sopravvissuto. <strong>Nella magistrale biografia della Woolf, Hermione Lee scrive che queste strane lettere “indicano l’inizio di una fase in cui lei <em>manteneva</em> Thoby in vita facendolo esistere in una fiction”. Negli anni la Woolf avrebbe riattivato questa forma mentale elegiaca, dandole forma compiuta nei romanzi;</strong> versioni di Thoby si ritrovano in <em>Jacob’s Room</em> e in <em>The waves</em> (1931), e versioni dei loro genitori in <em>To the Lighthouse</em> (1927). In <em>A Sketch of the Past</em>, un saggio autobiografico intrapreso verso il termine della vita, la Woolf spiegava che era stata la capacità di reagire a uno ‘shock’ a farla diventare una scrittrice. “Solo esprimendolo in parole [lo shock] sono riuscita a guarirlo, facendogli perdere il suo potere di ferirmi; <strong>riunire le parti recise mi dà allora una grande gioia, forse perché così facendo elimino il dolore. </strong>Questo è forse il piacere più grande che io conosca”.</p>
<p>Il trauma della morte di Thoby – un vero ‘shock’ – avrebbe senz’altro potuto distruggerla. Scrivere quelle lettere a Violet aveva dato a Virginia la possibilità di mantenere un contatto col fratello ormai perduto e di aggrapparsi a un’amica di cui temeva la perdita.</p>
<p>*</p>
<p>Per certi versi, le sue menzogne non potevano certo reggere a lungo. Thoby era morto, e Violet lo avrebbe saputo ben presto. Tuttavia, offrendole una temporanea dilazione dalla realtà che incombeva, le bugie di Virginia – per quanto imbarazzanti, agghiaccianti, vergognose – additavano una fonte di sollievo più durevole di sé stesse. <strong>La scrittura sarebbe stata, per lei, uno stile di vita. Persino di fronte a una perdita traumatica, la scrittura era in grado di procurarle piacere. E la scrittura epistolare in particolar modo – col suo potere di far scaturire la presenza dall’assenza, di contrastare il corso ordinario del tempo – le avrebbe reso possibile non soltanto di testimoniare il passato ma anche di rianimarlo, farlo confluire nel presente, fargli spazio in un futuro che valesse la pena vivere.</strong> Un lavoro che l’avrebbe assorbita del tutto. Proprio nel bel mezzo del suo dolore per Thoby e delle bugie raccontate a Violet, Virginia produsse un’autodiagnosi in una lettera a un’altra amica, Nelly Cecil: “Mi rendo conto che più lavoro e meno parlo meglio è – o almeno il male minore – per tutti quanti al momento”.</p>
<p>*</p>
<p>Tornando al periodo in cui Virginia stava a guardare con ansia il padre che si spegneva, disse a Violet che intendeva conservare le lettere ricevute da lei: <strong>“Non ho mai tenuto neppure una lettera in tutta la vita – ma dovrebbe restare una traccia della nostra affettuosa amicizia”. Eppure, Virginia non conservò le lettere di Violet, neppure una. Violet, dal canto suo, ricopiò a macchina le lettere di Virginia, rilegandole in alcuni volumi.</strong> Nel 1936, molti anni dopo che le due amiche si erano allontanate, in quello che Hermione Lee definisce “un bizzarro momento di rimprovero o di richiamo”, Violet le restituì le lettere. Virginia restò sconcertata dalla versione di sé che vi era sopravvissuta. <strong>“Ma ti piace quella ragazza?” domandava, in una lettera. “Io non ne sono affatto sicura”. Virginia Woolf, allora l’autrice cinquantaquattrenne di sette romanzi, implorò l’amica: “tutto quello che ti chiedo e di non far leggere quelle lettere a nessun altro”. </strong></p>
<p>È presumibile che la Woolf si sentisse imbarazzata dalle giovanili effusioni di quella ragazza; forse provava vergogna per le bugie che aveva ritenuto necessario raccontare. Doversi confrontare in età matura con la testimonianza scritta delle effusioni di un affetto giovanile equivale a dover rispondere alla domanda da capogiro su chi si è veramente, su quale relazione sussiste con la persona che eravamo; si devono rimettere insieme le diverse identità che si sono succedute nel tempo. Rileggendo le lettere scritte a Violet, Virginia deve essersi resa conto che Thoby non avrebbe mai avuto la possibilità di rimettersi in discussione.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Dalla morte del fratello qualcosa si era alterato nella vita della Woolf. Nel 1929, il giorno successivo al Natale, scrive nel diario di percepire l’incombere della sua presenza; “L’ombra di Thoby indugia… spettro stravagante”.</strong> Eppure, nello stesso tempo, sembra che la attenda nel futuro. Lo immagina ad aspettarla, da qualche parte, al termine della vita.: “Talvolta penso alla morte come al punto d’arrivo di una gita nella quale mi sono avventurata quando lui è morto. Come se al mio arrivo gli dicessi: bene eccoti qua”. Come se la sua scomparsa l’avesse messa in cammino verso la propria morte. Come se la sua vita non fosse altro che una lettera, e Thoby il destinatario. Come se ogni versione di se stessa – persino la ragazza ventenne, o la donna morta che presto sarebbe stata – potessero in qualche modo restare in vita tra le sue pieghe. Ed era là che lei si trovava.</p>
<p><strong><em>Kamran Javadizadeh</em></strong></p>
<p><em>*Questo articolo è stato pubblicato in forma più estesa <a href="https://www.newyorker.com/culture/culture-desk/how-virginia-woolf-kept-her-brother-alive-in-letters" target="_blank" rel="noopener noreferrer">sul “New Yorker”</a>; la traduzione è di Anna Rocchi</em></p>
<p><em>**In copertina: Virginia Woolf con il padre, Leslie Stephen</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/virginia-woolf-lettere-fratello/">“Tutto quello che ti chiedo è di non far leggere queste lettere a nessuno”. Quando Virginia Woolf fece risorgere il fratello Thoby, morto di tifo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Chi è davvero Davide: il capo di una banda di nomadi o un potente sovrano? La battaglia (politica) tra gli archeologi alla ricerca del regno perduto del re biblico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2020 07:34:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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		<category><![CDATA[archeologia]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/davide-israele-archeologia/">Chi è davvero Davide: il capo di una banda di nomadi o un potente sovrano? La battaglia (politica) tra gli archeologi alla ricerca del regno perduto del re biblico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nel X sec a.C., Gerusalemme era un luogo ostile agli agricoltori, ma occupava una posizione perfetta per i fuggiaschi. Non più di cinquemila persone abitavano quel territorio e le piccole comunità in cui si raggruppavano erano circondate da un paesaggio impervio, spaccato dai crepacci e aggrovigliato fra le querce. La pioggia era imprevedibile. A oriente, il deserto quieto e vuoto. A occidente – invitanti – vi erano le rigogliose pianure delle città-stato filistee, con le loro rotte commerciali sul mediterraneo e le ville lussureggianti.</strong> Qui invece, la vita era dura. Né ville, né monumenti, ma solo case in pietra grezza. Orde di fuorilegge vagabondavano per questa selva giudea, depredando i villaggi vicini. In odio agli egizi e temuti dai filistei, improvvisamente questi predoni offrirono il loro servizio proprio a un re filisteo. Astuto e intraprendente, egli impose un destino più alto alle sue genti. Inviò i suoi uomini in avanscoperta e fece condividere il bottino con gli anziani delle montagne, che lo resero capotribù delle colline meridionali. Arrivarono poi le conquiste di Hebron e Gerusalemme. Qui, fece trasferire la propria stirpe in quello che – nonostante la frugalità – alcuni chiamerebbero palazzo. Il suo nome era Davide.</p>
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<p><figure id="attachment_77874" aria-describedby="caption-attachment-77874" style="width: 489px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-77874" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/Orazio_gentileschi_007_davide_e_golia_1-219x300.jpg" alt="" width="489" height="669" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Orazio_gentileschi_007_davide_e_golia_1-219x300.jpg 219w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Orazio_gentileschi_007_davide_e_golia_1.jpg 748w" sizes="(max-width: 489px) 100vw, 489px" /><figcaption id="caption-attachment-77874" class="wp-caption-text">Orazio Gentileschi, &#8220;Davide che uccide Golia&#8221;, 1605 circa</figcaption></figure></p>
<p>Fresco di cattedra all’Università di Tel Aviv, <a href="https://israelfinkelstein.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Israel Finkelstein</strong></a> era più interessato ai processi migratori che alla storia biblica. Infatti, secondo l’archeologo israeliano i primi abitanti si insediarono in Cananea a seguito di migrazioni interne: le civiltà nomadi divennero sedentarie per qualche generazione, per poi spostarsi nuovamente e insediarsi altrove. I primi israeliti, dice Finkelstein, erano “autoctoni”; ossia Beduini. Ovviamente, nell’Antico Testamento, la Cananea è la regione in cui gli Ebrei si insediarono una volta terminato l’Esodo. <strong>Qui, Davide conquistò il suo regno e, insieme a suo figlio Salomone, fece prosperare il suo popolo e governò tutto ciò che si trovava fra le rive dell’Eufrate e il deserto del Negev. Anche se probabilmente non è durato più di una o due generazioni, il Regno Unito d’Israele rappresenta l’apogeo della civiltà israeliana. In Davide, gli ebrei vedono “la sovranità sul territorio, la leggenda dell’impero”; i cristiani invece credono che “sia collegato direttamente a Gesù e alla nascita della cristianità”; mentre nell’Islam viene riconosciuto come legittimo profeta e predecessore di Maometto.</strong> Secondo Finkelstein, Davide è “l’elemento centrale, nella Bibbia e nella nostra cultura.” Nella lunga guerra per riconciliare fatti storici e fatti biblici, l’epopea di Davide è la prima battaglia decisiva. Non esistono fonti di alcun tipo che provino l’esistenza di Abramo, Isacco o Giacobbe. Dell’Arca di Noè non è rimasta nemmeno una scheggia e le mura di Gerico sono crollate in seguito a un terremoto secoli prima della venuta di Giosuè. <strong>Tuttavia, nel 1993, un archeologo israeliano ha ritrovato un’incisione in aramaico su una tavoletta di basalto che menziona la “Casa di Davide”.</strong> <strong>Datata IX sec. a.C., rappresenta il più antico reperto riferito ad un personaggio dell’Antico Testamento: Davide non è solo il personaggio cardine della Bibbia, ma è anche l’unico di cui forse si potrebbe provare l’esistenza.</strong> Ciononostante, resta difficile fare i conti con la mancanza di reperti nell’area di Gerusalemme, che “potrebbero essere conservati in una scatola per scarpe” secondo Yuval Gadot del Università di Tel Aviv. Per ovviare a questo problema, anche Finkelstein, insieme alla medesima università di Gadot e ad altri enti, ha reso l’archeologia israeliana un’avanguardia, soprattutto attraverso l’utilizzo di tecnologie quali i test sul DNA, l’elaborazione digitale delle immagini e l’assunzione di personale forense altamente qualificato. Nonostante il progresso tecnologico, la questione resta aperta: da dove sono venuti i primi israeliti? Quando appaiono i primi segni di un culto centralizzato e monoteista? O in modo meno prosaico, ma non meno cruciale, chi era Davide? L’onnipotente sovrano descritto nella Bibbia, o un semplice Sceicco Beduino?</p>
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<p>William Albright, padre dell’archeologia biblica e fervido credente, oltre ad aver appreso l’ebraico da autodidatta e ad aver studiato il greco antico, il latino, l’accadico, l’aramaico, il siriaco e l’arabo al college, riteneva che le sacre scritture non fossero che un compendio di fatti verificabili. <strong>Con questo spirito e nel pieno della propria carriera, partì per la Palestina alla ricerca di prove che smentissero le critiche all’attendibilità della Bibbia e che anzi, la storicizzassero. Nel 1936, Albright passò il testimone a Nelson Glueck, un altro archeologo americano orgoglioso di scavare “con la cazzuola in una mano e la Bibbia nell’altra”.</strong> Setacciando decine e decine di ettari in Transgiordania, scopri un’antica industria di rame e confrontando alcuni cocci, lì ritrovati, con altri reperti disponibili, datò l’intero sito al X sec. a.C. Questa e altre scoperte hanno fomentato una corsa all’archeologia senza eguali in Israele. Gli ebrei volevano dimostrare l’esistenza delle connessioni fra il proprio presente e il passato. “L’archeologia ebraica attualizza il nostro passato e mostra la continuità storica del paese” così commentò il Presidente Ben-Gurion mentre il suo Capo di Stato Maggiore Yigael Yadin diventava la guida dell’archeologia nazionale. Nel 1955, Yadin varò il più grande scavo archeologico che il paese avesse mai visto, dissotterrando l’antica città di Hazor, distrutta da Giosuè e ricostruita da Salomone. Yadin si approcciò all’impresa secondo la sua competenza: reclutò duecento braccianti dal nord Africa, fece installare una rete telefonica interna per velocizzare le comunicazioni e fece costruire un sistema di rotaie ausiliarie per trasportare i detriti; era un’operazione militare. In particolare, i suoi uomini portarono alla luce un portale a sei volumi identico a quello ritrovato a Megiddo, un’altra città del tempo di Salomone. “Entrambi i portali sono stati disegnati dallo stesso architetto reale” scrisse Yadin nel ’58, convinto di essere difronte alla prova che stava cercando.</p>
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<p><figure id="attachment_77875" aria-describedby="caption-attachment-77875" style="width: 821px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-77875" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/Guercino_Saul_Davide-300x201.jpg" alt="" width="821" height="550" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Guercino_Saul_Davide-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Guercino_Saul_Davide-1024x685.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Guercino_Saul_Davide-768x514.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Guercino_Saul_Davide.jpg 1131w" sizes="(max-width: 821px) 100vw, 821px" /><figcaption id="caption-attachment-77875" class="wp-caption-text">Guarcino, &#8220;Saul assale Davide&#8221;, 1646</figcaption></figure></p>
<p>A quel tempo, Finkelstein aveva nove anni e il “culto nazional popolare” per l’archeologia non arrivò fino al casolare di campagna in cui viveva con la sua famiglia. <strong>Suo padre, un immigrato ucraino con un passato da promessa dello sport, si era trasferito poco fuori Tel Aviv per cercare fortuna nell’agricoltura e aveva già pianificato il futuro del figlio: sarebbe diventato un fisico nucleare. Finkelstein, già dall’età di quattro anni, era considerato un prodigio della matematica e quando, in età adolescenziale, rivelò alla famiglia la sua propensione per l’archeologia, questi restarono basiti. “A chi interessa? A quale scopo?” gli chiese il padre fino al giorno in cui esalò il suo ultimo respiro.</strong> Così Finkelstein, nel 1970, si unì al dipartimento di archeologia di Tel Aiv e in poco tempo si costruì “la reputazione del giovane rampante di nuova generazione, che sfidava apertamente i metodi tradizionali con cui Israele portava avanti l’archeologia” commenta Römer del Collège de France. Dopo anni passati ad esaminare gli altopiani della regione, Finkelstein voleva vedere se nelle valli fossero presenti evidenze di strutture sociali diversamente sviluppate. Scelse Megiddo, il vecchio lotto di Yadin. “Il pannello di controllo del Levante” lo chiama ancora oggi a settantuno anni, con la sua profonda voce baritonale, mentre con le mani gesticola quasi a condurre una fantomatica orchestra. Prima di andare sul campo, Finkelstein passò un anno intero a prepararsi, studiando attentamente la stratigrafia e le linee temporali del territorio che si apprestava ad esaminare. Più leggeva e più non capiva nulla. Yadin aveva datato il sito all’epoca di re Salomone, ma i reperti di un palazzo ritrovati <em>in loco</em>, mostravano somiglianze inequivocabili con un altro edificio di Samaria la cui costruzione risaliva a un secolo dopo Salomone. Confrontando i ritrovamenti con quelli di un altro sito archeologico nella Piana di Esdraelon, si accorse che i frammenti di vasellame erano identici. Tuttavia, questo sito risaliva ai tempi della dinastia omride: “qualcosa non quadrava”, commentò Finkelstein. L’eminente archeologo iniziò quindi a ragionare su più larga scala, concentrandosi sul Regno di Israele in relazione al contesto in cui si trovava. <strong>Trecento anni prima della venuta di Davide, la Cananea era governata dagli Egizi, ma nel X sec. a.C. il Faraone si ritirò da quella regione a causa della tremenda siccità che la colpì. La stessa siccità che fece sgretolare l’impero degli Ittiti, nell’attuale Turchia, e quello di Micene, nel Peloponneso. Quali erano le probabilità che un nuovo impero tanto grande nascesse all’improvviso e per di più fra le ostili montuosità di Giuda?</strong> “Un impero necessita di una capitale; a Gerusalemme non c’è che un piccolo villaggio. Un impero ha bisogno di forza lavoro; in Giudea non c’è niente se non comunità molto ridotte. Ad un impero serve amministrazione; qui non ci sono segni di scrittura. Dov’è questo impero?” si chiese Finkelstein.</p>
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<p><figure id="attachment_77876" aria-describedby="caption-attachment-77876" style="width: 637px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-77876" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/Antonio_d_Enrico_detto_Tanzio_da_Varallo_David_con_la_testa_di_Golia_Pinacoteca_Varallo_small-300x300.jpg" alt="" width="637" height="637" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Antonio_d_Enrico_detto_Tanzio_da_Varallo_David_con_la_testa_di_Golia_Pinacoteca_Varallo_small-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Antonio_d_Enrico_detto_Tanzio_da_Varallo_David_con_la_testa_di_Golia_Pinacoteca_Varallo_small-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Antonio_d_Enrico_detto_Tanzio_da_Varallo_David_con_la_testa_di_Golia_Pinacoteca_Varallo_small-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Antonio_d_Enrico_detto_Tanzio_da_Varallo_David_con_la_testa_di_Golia_Pinacoteca_Varallo_small.jpg 625w" sizes="(max-width: 637px) 100vw, 637px" /><figcaption id="caption-attachment-77876" class="wp-caption-text">Tanzio da Varallo, &#8220;Davide con la testa di Golia&#8221;, 1616</figcaption></figure></p>
<p>Una pubblicazione del 1996 di Finkelstein su <em>Levant</em> proponeva una revisione della datazione dei reperti di Megiddo e molti altri in tutta l’area attraverso un’argomentazione tecnica, inequivocabile. Secondo questa tesi, tutte le rovine che provavano lo splendore del Regno Unito di Israele erano da riattribuire all’impero di Omri, che nella Bibbia viene dipinto come un sovrano marginale, ma che secondo gli studi di Finkelstein deteneva il potere sulla regione in quel periodo e di cui la Casa di Davide era probabilmente vassalla. Finkelstein, convinto di aver dimostrato il suo punto, pensava che il mondo accademico avrebbe accettato la sua teoria, passata alla storia come “cronologia breve”, ma si sbagliava di grosso. L’articolo scatenò un putiferio nell’ambiente accademico-archeologico e molti si scagliarono contro Finkelstein. Alcuni lo tacciarono di essere iniquo nelle sue valutazioni, altri di essere superbo e alcuni non riconobbero il valore scientifico del suo lavoro. Dentro e fuori dal paese, Israel Finkelstein spaccava le comunità accademiche. <strong>“Viene descritto come un glorioso regno, un impero enorme, con autori di corte, un esercito sconfinato e successi militari; poi arrivo io e dico ‘Aspetta un minuto. Erano solo dei bifolchi che vivevano nella campagna di Gerusalemme, mentre tutto il resto è solo teologia o ideologia’: è normale che ciò che dico scuota chi crede che la Bibbia sia il verbo di Dio”,</strong> disse Finkelstein commentando la reazione dei colleghi.</p>
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<p>In <em>Le Tracce di Mosè</em>, scritto e pubblicato nel 2001 insieme allo storico e giornalista Neil Silberman, Finkelstein propone una nuova prospettiva nel modo di studiare la Bibbia, un approccio che si concentra sul periodo di scrittura dei testi sacri – attorno al 722 a.C. – invece che sui fatti narrati al loro interno. Infatti, è proprio in quel periodo che il potente Regno di Israele cadde sotto gli Assiri e si ridimensionò nel più piccolo e meridionale Regno di Giuda. In pochi anni le migrazioni da nord a sud portarono la popolazione da mille a dodicimila unità, generando un bisogno d’identità nel nuovo e disomogeneo popolo. C’era bisogno del “sogno di un’epoca d’oro – reale o immaginaria – in cui i propri antenati vivevano in territori ben definiti e nella gioia della promessa divina di pace e prosperità”. A suon di recensioni e pubblicazioni, Finkelstein iniziò un duello a distanza con William Dever, anch’egli istrione dell’archeologia biblica. I due si erano sempre scambiati critiche sagaci sulle rispettive tesi, ma quando Dever recensì il <em>best seller</em> di Finkelstein e Silberman sulla <em>Biblical Archaeology Review</em>, l’israeliano esplose. La situazione degenerò nel momento in cui Dever accusò Finkelstein di post-sionismo e questi lo prese come un attacco personale. <strong>Il dibattito valicò i confini dell’archeologia, con i due a rappresentare, più o meno involontariamente, le due correnti di pensiero relative all’interpretazione della Bibbia: minimalismo e massimalismo biblico.</strong> Seppur respingendo <em>in toto</em> le accuse, Finkelstein ha spiegato così la sua posizione: “l’interpretazione letterale non solo è inadeguata, ma non rende giustizia nemmeno agli autori. Solo se letti con senso critico, si coglie il genio nei Testi Sacri”.</p>
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<p>Negli ultimi dieci anni, la riveduta cronologia dell’antico Israele ad opera di Finkelstein ha ricevuto molteplici critiche; fra le più puntuali ci sono state quelle del sessantatreenne Yosef Garfinkel, capodipartimento di archeologia presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. Affascinato dalla semplicità dei <em>khirbe</em> (letteralmente arabo per “rovina”), termine utilizzato per indicare palazzi e/o edifici distrutti relativamente presto dal momento della loro costruzione, Garfinkel si dice “al novanta per cento sicuro” di aver trovato l’antica città di Ziklag nel <em>khirbe</em> di al Ra’i. Qui, una prima squadra di archeologhi ha rinvenuto due frammenti di coccio che riportavano cinque lettere proto-cananee, mentre una seconda squadra – al lavoro su di un silo – ha ritrovato, fra i numerosi artefatti, anche quattro noccioli di oliva utili per la datazione al carbonio. Nonostante l’utilizzo delle più avanzate tecnologie, il sito gestito proprio da Garfinkel sembrava disordinato anche per un profano dell’archeologia, forse a causa della sua sconfinata e frivola curiosità, che spesso lo portava a concentrarsi su aspetti e fatti eccentrici. Cresciuto ad Haifa, Garfinkel aveva iniziato gli studi a Gerusalemme nel ’92, specializzandosi sul vasellame del neolitico e sulle origini della danza. Ha poi acquistato fama disseppellendo delle miniature antropomorfe del VI millennio a.C. vicino al fiume Giordano e da allora esposte al Louvre. Successivamente decise di cambiare ambito dopo ave notato la penuria di archeologi biblici all’Università Ebraica.  Proprio in quegli anni, arrivò la prima sferzata alle tesi di Finkelstein:<strong> a Gerusalemme Est, l’archeologa Eliat Mazar aveva portato alla luce le fondamenta delle mura di un grande edificio pubblico ai piedi del Monte del Tempio, il luogo esatto in cui, secondo i Libri di Samuele, il Re di Tiro aveva fatto costruire il palazzo di Davide. La struttura era impossibile da datare, ma allo stesso tempo era racchiusa fra gli strati di ciò che viene chiamato un sandwich archeologico: vasellame e frammenti del IX sec. sopra e reperti del XI sec. sotto. “Ho trovato il palazzo di Re Davide!” esclamò Mazar di fronte alla stampa ebraica. La risposta di Finkelstein non tardò: “Dice che si tratta di un edificio maestoso del X sec. e che si tratta del palazzo di Re Davide, ma niente di tutto ciò è vero”.</strong> Intanto, Garfinkel impaziente di gettarsi nella mischia venne illuminato da un suo studente, sicuro di aver trovato un nuovo sito molto promettente a poche decine di chilometri da Gerusalemme. Intrigato, Garfinkel decise di raggiungerlo insieme allo studente per sondarne il terreno. Si chiamava Qeiyafa e diede immediatamente i suoi frutti. Da una prima analisi, si raggiunse uno strato che conteneva ceramiche dell’Età del Ferro, ma di che secolo si trattava? “Decimo? Forse nono?” ricorda Garfinkel. Le ricerche proseguirono e in meno di un anno fu chiaro che si trattava di un’intera città. “La Pompei biblica” venne soprannominata dal suo eccentrico scopritore. Fra i cocci e gli edifici, vennero trovati alcuni carissimi noccioli d’oliva, poi spediti all’Università di Oxford per la datazione al carbonio. Se venissero datati al 850 a.C. “riceverei un dottorato <em>ad honorem</em> a Tel Aviv” disse scherzosamente Garfinkel, ma i noccioli avevano circa duecento anni in più. Bingo. “Il colpo di grazia ai minimalisti” era servito; la mancanza di ossa di maiale a Qeiyafa escludeva i Filistei dallo scacchiere, la posizione a sud toglieva di mezzo una possibile appartenenza al regno omride o altri imperi settentrionali e le fortificazioni con casamatta a quattro volumi, i due ingressi cittadini e la netta separazione fra edifici pubblici e privati rappresentavano la “cianografia” di quello che sarebbe diventato lo standard architettonico giudaico. Garfinkel pensava che il regno di Davide fosse relativamente ridotto, come anche Finkelstein, ma riconosceva in Qeiyafa la città biblica di Shaaraim. Se Garfinkel aveva conquistato il favore delle masse, Tel Aviv restava la roccaforte di Finkelstein e da qui arrivarono le critiche più accese all’archeologo reo d’essere “un archeologo preistorico, che mai si era occupato di questo periodo prima d’ora e che si era intromesso senza reali conoscenze in merito,” almeno secondo Lipschits, un collaboratore di Finkelstein. Poi le annose accuse di <em>bulldozing</em> e quelle di far sfigurare una generazione “che per anni si era preoccupata di come Israele e gli ebrei fossero percepiti”. Anche il sistema dei finanziamenti non aiutava Garfinkel. Un sistema dipendente da donatori spesso poco interessati alla ricerca in sé e per sé. Molti erano e sono religiosi, ingolositi dall’idea di spargere il verbo; altri sono simpatizzanti di destra alla ricerca di motivazioni valide che giustifichino il diritto degli ebrei alla Terra promessa. Alcuni, sono entrambe le cose. E così, Schniedewind, della <em>University of California, Los Angeles</em>, ha ammesso che i ritrovamenti di Garfinkel “furono determinanti, ma le sue interpretazioni… beh, tutti hanno bisogno di soldi, no?”.</p>
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<p><figure id="attachment_77877" aria-describedby="caption-attachment-77877" style="width: 650px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-77877" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/Cima_da_Conegliano_-_Gionata_e_david_con_la_testa_di_Golia-290x300.jpg" alt="" width="650" height="672" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Cima_da_Conegliano_-_Gionata_e_david_con_la_testa_di_Golia-290x300.jpg 290w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Cima_da_Conegliano_-_Gionata_e_david_con_la_testa_di_Golia-991x1024.jpg 991w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Cima_da_Conegliano_-_Gionata_e_david_con_la_testa_di_Golia-768x794.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Cima_da_Conegliano_-_Gionata_e_david_con_la_testa_di_Golia-1486x1536.jpg 1486w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Cima_da_Conegliano_-_Gionata_e_david_con_la_testa_di_Golia-1982x2048.jpg 1982w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/Cima_da_Conegliano_-_Gionata_e_david_con_la_testa_di_Golia-1320x1364.jpg 1320w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /><figcaption id="caption-attachment-77877" class="wp-caption-text">Cima da Conegliano, &#8220;Davide con la testa di Golia e Jonathan&#8221;, 1501 circa</figcaption></figure></p>
<p><strong>Così, nei primi anni ’90, una semi-sconosciuta organizzazione chiamata Elad ha iniziato a comprare e confiscare le case dei civili palestinesi a Silwan, un villaggio adiacente a Gerusalemme sotto il quale giacciono i resti della Città di Davide. </strong>Nonostante le vittime palestinesi abbiano dichiarato che David Be’eri, ex comandante dell’esercito israeliano e insegnate in una yeshiva, abbia utilizzato metodi poco ortodossi durante questo processo condotto per Elad, alla fine è riuscito a stabilirsi e a dare il via alla fase due: gli scavi. Quando in tribunale gli è stato chiesto “con che cuore” potesse scavare sotto le case della gente, lui ha risposto che “Re Davide l’aveva fatto!”, lui stava “solamente facendo le pulizie”. Il caso si risolse quando il Governo israeliano concesse la proprietà legale di Silwan a Elad, oltre che a un regolare contratto per l’istituzione della Città di Davide come parco nazionale. Sotto Netanyahu, Elad divenne il principale sponsor di scavi archeologici a Gerusalemme Est, la zona più contesa del paese. <strong>Antichissime reliquie, una piscina di Erode, un condotto acquifero costruito da re Ezechia e le mura dissotterrate da Eliat Mazar. Ci sono anche tre siti archeologici in attività che i visitatori possono ammirare da alcune piattaforme rialzate. Un’infrastruttura in grado di radunare più di un milione di persone ogni anno.</strong> Anche se Finkelstein non è d’accordo con la politicizzazione del sito, gli rende comunque merito: “se fosse stato in mano allo stato, ci avrebbero messo quattrocento anni. […] dovranno rispettare i loro programmi politici, ma ciò non interferisce con la ricerca”. Ma se anche per Finkelstein, “Gerusalemme non è Nablus” e quindi “non ci sono ragioni per cui tirare in ballo il diritto internazionale per fermare Israele dallo scavare a Gerusalemme”, i palestinesi la vedono diversamente. Gerusalemme Est è la capitale del loro stato, ma Elad ha reso impossibile la ripartizione e ora “sono i coloni a essere in controllo a Gerusalemme,” almeno secondo Jawad Siyam, che ha perso la casa dopo trent’anni di battaglie legali contro i coloni di Elad che gliel’hanno occupata. Yonathan Mizrachi, direttore del gruppo di archeologi che contestano la ricerca su suolo occupato, sostiene che “Elad ha capito molto tempo fa che l’archeologia è l’asso nella loro manica per giustificare l’occupazione da parte dei coloni israeliani”. Lasciando da parte i dilemmi morali, <strong>Finkelstein sostiene che la Città di Davide, possa non essere affatto la Città di Davide. “Vedo dell’architettura bizantina, una villa Romana e case del periodo intertestamentario,” ma niente dell’Epoca del Ferro. Sempre secondo Finkelstein, la Gerusalemme della Bibbia era situata in cima al Monte del Tempio, il luogo più sacro per la religione ebraica e sede di due delle moschee più importanti al mondo.</strong> Nel 2011, rifacendosi ad una pubblicazione del 2000 del collega tedesco Ernst Axel Knauf, Finkelstein ha pubblicato un <em>paper</em> secondo il quale, durante alcuni periodi, la città si è espansa verso sud, verso ciò che oggi è noto come la Città di Davide. Tuttavia, il centro della città – non più di un villaggio – rimase sempre sul monte, al punto più elevato, almeno durante il X sec a.C. Tolto Finkelstein e i due co-autori, questa teoria venne rifiutata dagli ambienti accademici per problemi di natura idrologica, ma di recente Nadav Na’aman ha rivelato di aver ritrovato un frammento di argilla ai piedi del Monte del Tempio. Il frammento conteneva del sedimento del fiume Nilo e quindi testimonia una corrispondenza fra i governatori egizi e quelli cananei durante il XIV sec. a.C. Come era arrivato fino a lì, se non rotolando dal rialzato centro cittadino? Con questo nuovo elemento, la teoria caldeggiata da Finkelstein diventa quindi un assist ai massimalisti alla ricerca di una giustificazione valida per la penuria di reperti del Regno Unito di Israele. In ogni caso, la teoria non è né verificabile né confutabile, poiché le leggi israeliane impediscono di scavare e sondare il Monte del Tempio in quanto luogo sacro.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Un’altra ipotesi ventilata è che, in realtà, il palazzo di Davide non sia mai esistito. In questa versione della storia, accanto ai Filistei, i seguaci di re Davide si accamparono in tenda. </strong>Infatti, Erez Ben-Yosef, un altro archeologo dell’Università di Tel Aviv, ha scoperto un antico accumulo di scorie rameiche da ben diecimila tonnellate. Il principale oggetto di studio di Ben-Yosef è proprio la metallurgia, ma – avendo quarantuno anni – appartiene a una nuova generazione di archeologi imbevuta delle teorie di Michel Foucault e di antropologia sociale. Ben-Yosef è fortemente convinto che la vera chiave al mistero di Davide sia nascosta proprio nelle profondità delle miniere di Timna. Attribuite, negli anni ’30, a Salomone da Glueck, il ritrovamento di una reliquia egizia sembrava aver rimescolato le carte e stroncato questa datazione in modo definitivo. Tuttavia, Ben-Yosef e Tomas Levy della <em>UCSD</em>, attraverso un avanzatissimo processo di datazione al carbonio, hanno dimostrato che l’estrazione del rame prosperava in quella regione fra l’XI e il IX sec. a.C., molto dopo la ritirata degli egizi da quelle terre. I due attribuirono l’attività industriale agli Edomiti, i discendenti di Esaù e vassalli di Davide. Rifacendosi a <em>Living on the Fringe</em>, pubblicato da Finkelstein nel ’95, Ben-Yosef crede nell’esistenza di una “società invisibile” non percepita dagli archeologi, ma comunque reale. <strong>L’esperienza dello stesso Finkelstein con le tribù beduine del Sinai suggeriscono una semplicità sociale estrema, “senza gerarchie, senza legge”, tuttavia esistono grandi esempi di società nomadi complesse secondo Ben-Yosef. Si pensi a Gengis Khan, o in questo caso all’estrazione del rame: un’attività del genere necessità per forza di una gerarchia interna, con minatori, fonditori e trasportatori; e certamente di una struttura politica in grado di garantire il libero commercio in tutta la regione.</strong> Era come un’antica “Silicon Valley” secondo Levy e siccome si trattava di una popolazione nomade, non si lasciavano alle spalle sostanziali segni di abitazione. “Non avremmo scoperto nulla di tutto ciò, se non si fossero dati all’industria del rame,” dice Ben-Yosef, convinto che gli Edomiti non siano stati i soli a far fiorire l’attività estrattiva nella regione: Davide e Salomone potrebbero aver creato il contesto amministrativo. “La portata della produzione ci dice che si trattava di più di qualche semplice tribù” e considerare Davide solo uno sceicco beduino sarebbe riduttivo. “Ma se davvero avesse discendenza nomade, perché avrebbe mai dovuto costruire un palazzo di pietra?”.</p>
<p><strong><em>Ruth Margalit</em></strong></p>
<p><em>*Il reportage, riprodotto in parte, è stato pubblicato <a href="https://www.newyorker.com/magazine/2020/06/29/in-search-of-king-davids-lost-empire" target="_blank" rel="noopener noreferrer">su “New Yorker”;</a> la traduzione è di Giacomo Zamagni</em></p>
<p>**<em>In copertina: Caravaggio, &#8220;Davide e Golia&#8221;, 1597, particolare</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/davide-israele-archeologia/">Chi è davvero Davide: il capo di una banda di nomadi o un potente sovrano? La battaglia (politica) tra gli archeologi alla ricerca del regno perduto del re biblico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Aiuto, vogliono igienizzare il canone! Decapitano Flannery O’Connor: è razzista!</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Jun 2020 04:38:10 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Flannery O'Connor]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La decapitazione delle statue ha galvanizzato i guru della pulizia etica – che di solito si tramuta rapidamente in etnica.  Attenzione: non parlo dei distruttori, dei fomentatori del caos; è corroborante, in effetti, per certi, azzerare più che mistificare, devastare. In ogni caso, nel caos c’è un gesto frontale – folle, ma frontale. Qui si [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/flannery-oconnor-canone/">Aiuto, vogliono igienizzare il canone! Decapitano Flannery O’Connor: è razzista!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La decapitazione delle statue ha galvanizzato i guru della pulizia etica – che di solito si tramuta rapidamente in <em>etnica</em>.</strong>  Attenzione: non parlo dei distruttori, dei fomentatori del caos; è corroborante, in effetti, per certi, azzerare più che mistificare, devastare. In ogni caso, nel caos c’è un gesto frontale – folle, ma frontale. Qui si parla di chi vuole rassettare la stanza, la vuole asettica, igienizzata, linda, limpida. Bianca. Attenzione, però, basta leggere Melville – uno che ancora si salva, prima che i paladini della tutela del capodoglio non lo mettano al bando – per ricordarsi che il bianco non è la tonalità dell’innocente, all’angolo sinistro del candore si nasconde il demonio.</p>
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<p><img decoding="async" class=" wp-image-77163 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/libro-8-200x300.jpg" alt="" width="309" height="464" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro-8-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro-8.jpg 266w" sizes="(max-width: 309px) 100vw, 309px" />Pulire la stanza affinché gli ospiti, qualsiasi, non si sentano offesi. Eccola, la grande azione in atto. Eppure, una casa ci piace perché ha una personalità: le case ingabbiate nella prigionia del bianco sono per nessuno, prive di vita, di sangue, neanche dimora dei morti. Sono aule dove rimbombano le buone intenzione – ma più sotterri il demone più lui ti morde, e prima o poi esploderà, perché l’uomo, signori, si nutre della sofferenza, fate attenzione. La vicenda, come si sa, ha portato Harold Bloom a partorire <em>Il canone occidentale. </em>Insomma, diceva Bloom, la <em>Divina commedia </em>è indiscutibile, anche se Dante piazza Maometto – e un paio di papi – all’Inferno e reca offesa ai musulmani; Shakespeare è il Bardo nonostante l’accusa di antiebraismo, idem Dostoevskij e perfino Eliot (due, tra i titani, verso cui Bloom nutriva poca simpatia). Il punto, ecco, <strong>non è stabilire chi è più bravo di chi – Leopardi, nel <em>Parini</em>, insegna che sono proprio i grandi, i maestri a dover essere messi in discussione – ma proteggere quelle opere che ci ricordano che cos’è un uomo, la sua magnificenza, la sua caduta.</strong> Non esistono opere <em>perfette</em>, opere <em>pure</em>, per fortuna: un’opera, se grande, porta scandalo e contraddizione. Noi italiani lo sappiamo: vaghi per Roma e quei monumenti che ci ostiniamo a pensare immortali raffigurano assassini, sono stati commissionati da laidi corrotti.</p>
<p>*</p>
<p>Ora. Gli strumenti per fare le pulizie di casa si sono raffinati. Leggo sul “New Yorker” un preziosissimo articolo di Paul Elie, cresciuto alla Columbia, editor per Farrar, Straus and Giroux, cattolico, dal titolo inequivocabile, <strong><a href="https://www.newyorker.com/magazine/2020/06/22/how-racist-was-flannery-oconnor" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>How Racist Was Flannery O’Connor?</em></a>,</strong> dal sottotitolo esplicativo: “È diventata una icona della letteratura americana. Ora i lettori devono fare i conti con un altro lato della sua eredità”. L’articolo verte per lo più su un saggio pubblicato da poco, firmato da Angela O’Donnell, <a href="https://www.amazon.com/Radical-Ambivalence-Flannery-Catholic-Imagination/dp/0823287653#:~:text=Radical%20Ambivalence%20is%20the%20first,Connor's%20thoughts%20on%20the%20subject." target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Radical Ambivalence: Race in Flannery O’Connor</em></strong></a><em>. </em>Il tema del saggio è dichiarato fin dall’abstract. “Lo studio della corrispondenza, in parte inedita, dimostra che sebbene la O’Connor abbia superficialmente sottoscritto l’idea di una uguaglianza razziale, era diffidente nei confronti della desegregazione, pensando che ciò comportasse l’erosione della cultura del Sud, la scomparsa del codice di buone maniere che regolava le relazioni tra bianchi e Africani Americani”. Il saggio analizza “l’ambivalenza della O’Connor nei confronti della politica contemporanea, <strong>il suo linguaggio dispregiativo nel descrivere gli afroamericani… i modi in cui la scrittrice critica le pratiche razziali ingiuste del Sud nei suoi racconti mentre inconsciamente le sostiene”.</strong> <em>Inconsciamente</em>. Sintesi: la O’Connor sarà pure una grande scrittrice ma dalle lettere traspare che è una sporca razzista. Prendetene atto, fate il vostro gioco. Cautamente, delicatamente.</p>
<p>*</p>
<p>Da notare: il sibilo giornalistico accade nel pieno del ‘Caso Floyd’. L’articolo la prende larga, a volo di falco. Non potendo dileggiare o danneggiare l’opera della O’Connor, il giornalista adotta uno stile ironico, a volte caustico: “Nel 1945 fece il primo viaggio a nord, si iscrisse allo Iowa Writers’ Workshop… e divenne <a href="http://www.pangea.news/flannery-oconnor-lettere-ritratto/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Flannery O’Connor</a>. <strong>Meno di due decenni dopo morì, a Milledgeville, di lupus. Aveva 39 anni, aveva scritto due romanzi e un libro di racconti. Un breve necrologio su ‘Times’ la definiva ‘una delle scrittrici più promettenti della nazione’. Alcuni lettori la liquidarono come ‘scrittrice regionale’; molti non sapevano neanche che fosse donna.</strong> Stiamo ancora imparando chi sia Flannery O’Connor”. Non è il migliore degli incipit, ma l’andazzo resta quello (“La O’Connor ora è canonizzata come Faulkner e Eudora Welty. Più che una grande scrittrice è una personalità culturale: una donna divertente con un cappello di paglia che si muove tra i pavoni, con le stampelle… La sua fattoria è aperta per le visite guidate, la sua faccia è sui francobolli”). L’eccentricità della O’Connor è più palese della sua eccellenza, ci porta a pensare il giornalista.</p>
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<p><img decoding="async" class=" wp-image-77164 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/libro2-34-194x300.jpg" alt="" width="305" height="472" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro2-34-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro2-34.jpg 324w" sizes="(max-width: 305px) 100vw, 305px" />Segue citazione di lettere oblique della O’Connor. Così nel maggio del 1964 a Maryat Lee: <strong>“A proposito di negri, il tipo che non mi piace è il profeta filosofo che pontifica, come James Baldwin. Molto ignorante, non sta mai zitto. Baldwin può dirci come ci si sente a essere un negro ad Harlem, ma vuole raccontarci alche tutto il resto. Non credo che Martin Luther King sia il santo del nostro secolo, ma almeno sta facendo quello che si può e si deve fare… Se Baldwin fosse bianco nessuno lo sopporterebbe. Preferisco Cassius Clay”.</strong> Per carità, Flannery è una scrittrice di talento, ci ricorda il giornalista, come se questo fosse accessorio, però… è inutile invocare i tempi e i luoghi. All’epoca della O’Connor, infatti, esistevano scrittori come Gabriel García Márquez, Ursula K. Le Guin, Tom Wolfe, Derek Walcott, che creano molti meno problemi di collocazione; esisteva, soprattutto, Toni Morrison, cattolica, dem, paladina di Obama, scrittrice straordinaria e più ‘utile’, in tutti i sensi. Per altro, ci viene ricordato, non è che in Georgia, dove è nata ed è cresciuta Flannery, fossero tutti razzisti, anzi. Insomma, la O’Connor non ha paracadute. Segue, citazione di una lettera vampira – come sempre, fuori contesto, un po’ come se facessero l’esegesi di certe nostre mail, adeguatamente selezionate – “Lo sai”, scrive ancora a Maryat Lee, drammaturga, ci avvisano le didascalie apposite, “dichiaratamente lesbica o bisessuale”, “per principio credo nell’integrazione, per mio gusto nella segregazione. Non mi piacciono i negri. Mi mettono tensione, più li vedo e meno mi piacciono. In particolare, il nuovo tipo”. Infine, il giornalista ritira la manina: “l’opera” della O’Connor “è più complessa e stratificata” delle sue scarne lettere (non proprio un <em>Mein Kampf</em>), “nessuno di noi è senza peccato e può permettersi di lanciare una pietra”. Se nessuno è senza peccato, non dovrebbe svenarsi per rivelare i peccati del caro estinto. Meglio lanciare una pietra o un guanto di sfida, a viso limpido, più che limitarsi, con balda viltà, a igienizzare il canone.</p>
<p>*</p>
<p>La cosa obliqua, l’atto insopportabile, è separare l’uomo. Dire che della O’Connor amo l’opera ma disprezzo la persona significa mandarla al rogo, perché l’opera è l’esito di un uomo, di una poetica, di una umanità. Se mostro che fa schifo l’uomo, chi leggerà la sua opera? E poi: chi è che non fa schifo, che non è infetto, che non è un groviglio di virus, una cesta di malattie, concime per il sovrano delle mosche? E poi: cosa m’importa se uno scrittore è razzista, misogno, antisemita? Saprò giudicare la sua opera, la forma a cui ha dato vita, sperando che uncini il mio perbenismo, che mi fotta. <strong>La letteratura esiste per turbare, per promuovere la rivolta dentro di sé, per cauterizzare e lottare – è uno sputo in faccia, una rosa in gola, la nudità potente e l’atto impuro. Per questo, gli scrittori, i poeti – a cui non va perdonato nulla, perché niente è assolto e scrivendo si è martiri – vanno ospitati.</strong> Se non ci consentiamo la libertà di esprimere ed esplorare gli estremi nella scrittura, siamo destinati alla frustrazione, all’infatuazione per una pallida idea di purezza claustrofobica più che claustrale. Chi igienizza la stanza è degno del vuoto, del noto. (d.b.)</p>
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