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	<title>Mare Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Tue, 25 Jul 2023 04:28:33 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Tutti al mare! Manuale sommario per uscire dalla società civile</title>
		<link>https://www.pangea.news/mare-melville-saint-john-perse/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Jul 2023 04:44:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Charles Olson]]></category>
		<category><![CDATA[Herman Melville]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Mare]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Saint-John Perse]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio G. Rossi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Stavo spiegando a un ragazzo, sommariamente, l’illuminazione di Siddharta. Insomma: il fatto che tutto è sofferenza e morte, vincere il dolore sconfiggendo il desiderio, il nodo scorsoio dei legami. Quella cosa lì. Gli dicevo di certi maestri, conficcati nelle grotte himalaiane, estremisti del contemplare. Saranno state le sette, entrambi instupiditi da un bicchiere di rum [&#8230;]</p>
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<p>Stavo spiegando a un ragazzo, sommariamente, l’illuminazione di Siddharta. Insomma: il fatto che tutto è sofferenza e morte, vincere il dolore sconfiggendo il desiderio, il nodo scorsoio dei legami. Quella cosa lì. Gli dicevo di certi maestri, conficcati nelle grotte himalaiane, estremisti del contemplare. Saranno state le sette, entrambi instupiditi da un bicchiere di rum con qualcos’altro; traffico estivo, sulla spiaggia, corpi inadempienti al pudore, per fortuna. Mi fissava desolato, il ragazzo, ancorato al mondo e alle sue abitudini – ho proposto un brindisi alla lussuria. Se non ammetti il lusso dello spirito, almeno, dissipa il corpo.</p>



<p>Il mare, in fondo, elettrico, scosso dal temporale di qualche ora prima, aveva lasciato tronchi sulla spiaggia. Spumeggiava – bellissimo. <strong>Una canzone di Richard Hawley mi ha scheggiato il cervello. S’intitola <em>The Ocean</em>, fa parte di un album, <em>Coles Corner</em>, uscito nel 2005.</strong> Voce abissale, come un sole di corda, ballata possente, ritornello sonnambulo, “Portami giù, portami giù, nell’oceano, il mondo è perfetto nell’oceano&#8230;”. Dico al ragazzo, pochi concetti, poche palle, andiamo a fare il bagno. Ma il mare è mosso, fa lui. Appunto. Sennò che senso ha? Lasciamo che il mare scelga cosa fare di noi. Mi spoglio. Tentenna. Il mare è nudo. Forse una lince cammina sulle acque. I gabbiani si muovono dispari, come dadi che ondeggiano in aria, privi di numero. Allora fottetevi. Dico al ragazzo, ignifugo alla fuga del Buddha, e agli altri, al bar. Fottetevi. Non posso augurarvi di meglio. Fottetevi a vicenda. E che il godere sia speciale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="957" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/31480399498-957x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96385" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/31480399498-957x1024.jpg 957w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/31480399498-280x300.jpg 280w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/31480399498-768x822.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/31480399498-600x642.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/31480399498.jpg 1009w" sizes="(max-width: 957px) 100vw, 957px" /></figure>



<p>Vado in mare. Qualche giorno fa ho visto una razza, meravigliosa: si librava nelle profondità come una poiana delle sabbie. Il mare ha ragione del corpo: lo possiede totalmente, a te resta di intuire le correnti, come se l’acqua fosse vento. Ma il mare ti sopraffà, così puoi fare a meno del corpo: nuoti, con assiomatica rabbia, e la tua intelligenza è nei piedi, nelle cosce, a volte nelle dita. Spesso incrocio una medusa; sembra un enorme lampadario viola, chimerica decorazione di un palazzo subacqueo.</p>



<p><strong>Nel primo capitolo di <em>Moby Dick</em>, Herman Melville</strong> scrive che il mare è un magnete, polarizza l’azione umana; l’uomo è in marcia, sempre, verso il mare:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ma guarda! Altre frotte si fanno sotto, puntando dritto verso l’acqua e con l’aria di chi vuol farsi un tuffo. Strano! Nulla li soddisfa, se non l’estremo limite della terraferma&#8230; Devono avvicinarsi all’acqua fin quasi al punto di caderci dentro. E là stanno: a miglia, a leghe. Gente tutta dell’entroterra, che affluisce da vicoli e viuzze, strade e viali&#8230; nord, est, sud, ovest. Tuttavia, è qui che si riunisce tutta”.</strong></p>
</blockquote>



<p>La terra, per quanto vasta, non soddisfa l’uomo: egli è fatto per i cieli. Per questo, l’ascesa delle montagne, Babele rocciosa dove gli dèi si danno a pettegolezzi di ghiaccio; per questo, si scollina nel mare, cielo rovesciato, il grande guaito degli inizi – “&#8230;e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” –, il luogo in cui tutto sarà inghiottito. Per questo la pioggia pare il tentativo nuziale del cielo di diventare oceano.</p>



<p>Dal mare vedo ragazzi a branchi, brancolano verso la sera; <em>siamo animali sociali</em>, mi ha detto il ragazzo, prima, e che ci fai in questa benedetta società?, gli ho risposto. Convenevoli, sorrisi virtuosi, la grammatica della dissimulazione. Io, per me, lascio che il sale mi laceri gli occhi e che qualche cormorano rediga la cronaca del giorno. La luce si sfascia in foglie; mi fanno compagnia i ragni, ho detto al ragazzo: studio come costruiscono la tela, il modo in cui si curano della preda, l’assalgono, la succhiano. Un pasto che significa amore. L’eleganza è somma; quando piove, il ragno smobilita la tela e si rannicchia sotto una pianta.</p>



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<p>Il più grande esegeta di Melville è <strong>Charles Olson</strong>, poeta, discepolo di Ezra Pound, ovviamente ignoto in questo paese di furbi. <strong>Nel 1947 pubblica <em>Chiamatemi Ismaele</em> – tradotto da Guanda, cinquant’anni fa</strong> – e impone alla critica il criterio oceanico, creativo (un po’ come aveva fatto, in Russia, Viktor Šklovskij).</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Delle acque, come la Russia della terra, il Pacifico dà il senso dell’immensità. </strong><strong>È il <em>mare inespugnabile</em>, gemello e rivale della <em>terra inespugnabile</em>. Il Pacifico è, per un Americano, le Pianure ripetute, un Grande West del ventesimo secolo. Melville comprese il rapporto delle due geografie&#8230; Il Pacifico risultò essere Atlantide, il luogo sepolto. Il Pacifico era ‘padre’ più vecchio dell’America, ‘delle cittadine californiane appena erette’, più vecchio dell’Asia, e di Abramo”. Charles Olson</strong></p>
</blockquote>



<p>Olson mette in relazione oceano e deserto: “Nel 1841 Melville era andato nel Pacifico. Nel 1856 andò in Terra Santa. È in un simile contrasto che sta la sua opera&#8230; Il viaggio del 1856 è il gemello innaturale del primo”. Nel mare si entra affamati, depravati di profezia: se ne esce – <em>se</em> – risoluti, appagati, con il biblico nei muscoli.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="881" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/147pf0023-bjgkl-1-881x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96386" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/147pf0023-bjgkl-1-881x1024.jpg 881w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/147pf0023-bjgkl-1-258x300.jpg 258w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/147pf0023-bjgkl-1-768x893.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/147pf0023-bjgkl-1-600x698.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/147pf0023-bjgkl-1.jpg 929w" sizes="(max-width: 881px) 100vw, 881px" /></figure>



<p>Eppure, nell’epoca inerte, nell’era esangue, del bordello ideale, del brodino quotidiano e degli sbrodoloni telegenici, chi piglia ancora il mare, chi sente in sé l’epica oceanica, l’avvento dell’avventura, l’avvenire della solitudine, l’intoccabile? I nostri scrittori si occupano, per occupare posti di visibilità, di fatti mondani, di cronache anodine, inutili, di fenomeni <em>sociali</em>, privi di furia polemica, per lo più vili, senza denti, con la coda tra le chiappe. E la somma editoria, china al trogolo dell’ovvio, dimentica gli autori spavaldi, sparuti, coraggiosi. <strong>Vittorio G. Rossi, scrittore poligrafo a cui, negli anni Settanta, Mondadori dedicava una collana speciale (“I libri di Vittorio G. Rossi”), ha dedicato al mare un florilegio di romanzi.</strong> Il più bello s’intitola <em>Oceano</em>, lo ha ripreso, lo scorso anno, Lindau, sia lode: racconta di rovinose vicende vissute coi pescatori dei mari del Nord. Non è privo di evidenze liriche:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“I voli discordi delle procellarie guazzano nell’aria molle e in vortice vi si sciolgono. Il respiro del mare è pacato e lieve; una vita oscura scorre sotto l’epidermide delle acque&#8230; Questa, dice Brand, è l’ora più spirituale. L’aurora è carica di succhi vitali, ha il petto colmo, è energica, laboriosa, avida di vivere. È l’ora delle promesse, dei propositi, della rinascita delle forze e delle speranze. Il crepuscolo, invece, è un’ora stanca. L’uomo in quest’ora raccoglie le foglie secche: speranze sfiorite, promesse mancate. Si distacca dalla materia, guarda dentro di sé, pensa all’anima. Ora meditabonda, inerte, sospesa sull’orlo delle tenebre: un accostamento alla morte”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Il mare, semmai, lo capisce il poeta, perché simula il poema. Che sia Ungaretti o Derek Walcott, Umberto Saba o Pound (che inaugura i <em>Cantos</em> dal mare: <em>And then went down to the ship,/ Set keel to breakers, forth on the godly sea, and/ We set up mast and sail on that swart ship&#8230;</em>), la tratta è sempre oceanica, carpire corallo e zattera, dirimere i flutti con sapienza di sarto. <strong>Tra tutti, a invogliare il tuffo, preferisco Saint-John Perse, è ovvio. Poeta straordinario – dunque, sconosciuto ai più</strong> – al mare dedica il poema più vasto, <em>Amers</em>: uscito nel 1957 – tradotto da Romeo Lucchese nel 1969 come “Segnali di mare”, smarrendo l’originaria amarezza del titolo, la scandita tensione mare/amore/amaro –, che di fatto lo consacra al Nobel. Il poema è l’esito di un lavoro decennale e di una stagione di viaggi memorabili, dal golfo del Messico ai mari d’Oriente. In particolare, SJP studia le maree nel Maine, osserva la fauna oceanica a Capo Hatteras, “visita i musei navali di Belfast, Searsport e Mystic (dove si trovano baleniere e clipper in disarmo)”, naviga coi pescatori canadesi nelle acque di Terranova, percorre i Caraibi e le Antille inglesi, si stabilisce, infine, nella penisola di Giens, di fronte alle isole d’Hyères, in una casa donatagli da alcuni ammiratori americani. La poesia, qui, stordisce, invita a mollare l’ancora, a spezzare le catene, a non dipendere da altro che dall’estro:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Dal Maestro d’astri e di navigazione:<br>Mi hanno chiamato l’Oscuro, e le mie parole erano di mare. L’Anno di cui parlo è il più grande Anno; il Mare dove interrogo è il più grande Mare. Riverenza alla tua riva, demenza, o maggior Mare del desiderio&#8230;</strong><br><strong>La condizione terrestre è miserabile, ma i miei averi sui mari sono immensi, e il mio profitto è incalcolabile sulle tavole d’oltremare.<br>Una sera seminata di specie luminose<br>Ci trattiene sulla riva delle grandi Acque come in riva del suo antro la Mangiatrice di malve<br>Quella che i vecchi Piloti vestiti di pelle bianca<br>E i loro grandi uomini fortunati, portatori d’armature e di scritti, in vicinanza della roccia nera ornata di rotonde, usano salutare con una pia ovazione”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Dal mare, purché si vada a largo, bordeggiando il disorientamento, si ha visione delle nuvole, del loro valore – vanno divinate, come viscere di uccelli e di stelle.</p>
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		<item>
		<title>“Thalatta! Thalatta!”. Apologia del nuotatore</title>
		<link>https://www.pangea.news/stenio-solinas-apologia-del-nuotatore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Oct 2022 04:33:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Fitzgerald]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Conrad]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Mare]]></category>
		<category><![CDATA[nuotatore]]></category>
		<category><![CDATA[nuoto]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Stenio Solinas]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Al centro della piccola insenatura c’era un veliero. Disarmato di fiocco e randa lo scafo color mogano contrastava con il verde acquamarina dei fondali. Chiazze di blu scuro li punteggiavano per poi diventare uniformi lì dove il mare ritornava profondo. Ai lati della baia, su piccoli promontori prospicenti, si rispecchiavano due abitazioni: bianche, un patio [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Al centro della piccola insenatura c’era un veliero. Disarmato di fiocco e randa lo scafo color mogano contrastava con il verde acquamarina dei fondali. Chiazze di blu scuro li punteggiavano per poi diventare uniformi lì dove il mare ritornava profondo.</p>



<p>Ai lati della baia, su piccoli promontori prospicenti, si rispecchiavano due abitazioni: bianche, un patio dietro cui si dovevano allungare le stanze, una discesa a mare della quale indovinavi in alto il punto di partenza ma non quello di arrivo, magari in un anfratto roccioso ancora dentro alla baia, oppure sul lato che già dava sul mare aperto.</p>



<p><strong>La mattina quando mi svegliavo e la sera, prima di addormentarmi, rifacevo mentalmente i miei calcoli: in linea retta fra le due case c’era all’incirca un chilometro, mille, millecinquecento bracciate, tre quarti d’ora di nuoto, a stare larghi.</strong> All’andata avrei nuotato dritto davanti a me, lasciandomi sulla destra la prua della barca e cercando di mantenere il più possibile una traiettoria all’interno dell’immaginario triangolo che racchiudeva la traversata completa. Al ritorno avrei spezzato il tragitto in due lati: dalla raggiunta abitazione sul promontorio a est sarei tornato fino alla poppa dell’imbarcazione; dalla poppa sarei risalito sino a incrociare l’estremità dell’abitazione a ovest.</p>



<p>Entrambe le coste erano immerse nel verde, ma dove la caletta si chiudeva intuivi dovesse aprirsi una profonda spiaggia bianca che poi probabilmente si tramutava in una bassa radura. Intuivi, perché la foto non ti permetteva di dire di più: incorniciata (come fosse un quadro) e appesa a una parete della mia camera lasciava all’immaginazione il compito di riempire i vuoti che l’obiettivo del fotografo aveva tagliato via nello scegliere l’inquadratura. La barca doveva avere un equipaggio, nelle case doveva abitare qualcuno, magari sulla spiaggia c’erano dei capanni, un gazebo, un ristorante… Eppure la mia mente era come riluttante a staccarsi dallo schema che fin dall’inizio l’aveva appagata: una costruzione, una barca, un nuotatore. <strong>C’ero io che entravo in acqua e bracciata dopo bracciata mi dirigevo verso il promontorio opposto. Sotto di me il mare alternava spazi scuri di scogliere, improvvise distese di sabbia bianchissima, tappeti di alghe, una fauna di piccoli pesci d’argento e di altri più grossi che apparivano e scomparivano a branchi e a cui davo il nome di quelli che conoscevo: orate, mormore, spigole, cefali…</strong> Il primo tratto era il più serrato e il più veloce e arrivavi alla fine a sdraiarti su delle rocce perpendicolari e a picco rispetto alla casa sulla scogliera che in linea d’aria era stato il tuo obiettivo. Te ne stavi come una divinità marina ad asciugarti, piccoli granchi che percorrevano il tuo corpo, ogni tanto dei moscerini, le mani ora staccavano una lumaca di mare, ora si accanivano invano contro una patella… Il ritorno era un po’ come una gita, un’andatura più lenta, ogni tanto un’immersione perché qualcosa aveva colpito la mia attenzione, arrivavi a toccare la poppa che quasi non te ne accorgevi. Raramente ci salivo sopra, il più delle volte sostavo qualche minuto attaccato all’ancora e poi riprendevo la via del ritorno, l’ultimo tratto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="752" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Bathing_at_Talloires_Bagnade_a_Taillores_The_Swim_MET_DP834430-1024x752.jpg" alt="" class="wp-image-93049" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Bathing_at_Talloires_Bagnade_a_Taillores_The_Swim_MET_DP834430-1024x752.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Bathing_at_Talloires_Bagnade_a_Taillores_The_Swim_MET_DP834430-300x220.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Bathing_at_Talloires_Bagnade_a_Taillores_The_Swim_MET_DP834430-768x564.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Bathing_at_Talloires_Bagnade_a_Taillores_The_Swim_MET_DP834430-600x441.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Bathing_at_Talloires_Bagnade_a_Taillores_The_Swim_MET_DP834430.jpg 1471w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Paul-Albert Besnard, <em>Bagnade_à_Taillores</em>, 1894</figcaption></figure>



<p><strong>Fra i sette e i dodici anni quelle traversate silenziose hanno rappresentato per me la felicità.</strong> Non mi domandavo mai come fosse l’interno delle due case, quante persone ospitasse la barca e insomma se quella fosse un’isola, una penisola, una costa e chi ci vivesse e come. A me bastava essere il nuotatore che da un capo all’altro perfezionava ogni volta la sua traversata, più lunga, più corta, più veloce, più circostanziata. Case, barche, persone, erano superflue. O forse, lo dico a tanti anni di distanza, era la vita in quanto tale a sembrarmi superflua. Volevo qualcosa di più e di diverso, ma non sapevo cosa. Nell’attesa, nuotavo.</p>



<p>Non solo con la fantasia. Per far funzionare quell’immagine, per renderla viva, le mettevo a disposizione un patrimonio infantile di estati marine, quattro mesi a mollo fra Adriatico e Tirreno, il mare come la seconda casa di una banda di ragazzini che nel mare trovava i confini di un regno autonomo e autosufficiente da dove i grandi restavano esclusi, confinati fra spiagge e scogli, ora distratti e ora preoccupati, minacciosi o imploranti: «Non devi andare così al largo», «non puoi scomparire per delle ore», «guarda che polpastrelli bianchi che hai», «basta, da domani fai il bagno qui davanti a me e dopo mezz’ora fuori…». E tuttavia mai che un genitore si decidesse a varcare veramente quei confini, di cui del resto non si rendeva nemmeno conto, quel combinato disposto di barche, canotti, rocce e rena, quel rituale di tuffi, immersioni, giochi e gare di destrezza, quelle maschere perse e poi ritrovate, quelle pinne lanciate lontano e poi ripescate, l’alchimia delle prime esplorazioni subacquee, il nuovo mondo che si spalancava sotto di te e di cui tu inseguivi le tracce sul fondo, indovinavi le aperture fra gli scogli, verificavi fosse e secche improvvise. <strong>Così, quelle immaginarie nuotate autunnali e invernali davanti alla foto incorniciata in camera tua si nutrivano in realtà di migliaia di nuotate reali</strong>, rifacevi gli stessi gesti, riassaporavi lo stesso gusto salmastro di quando per distrazione l’acqua ti entrava in bocca, sentivi la fatica nelle braccia, il sole sulla pelle, il piacere della progressione armonica e costante, l’affiorare in lontananza e poi via via sempre più vicino della costa dove alla fine ti saresti arenato, il cuore che pompava furioso, i riverberi della luce che ti ferivano gli occhi, la pace primordiale dei mattini bagnati di silenzio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="686" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/IMG-20221004-WA0003-686x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93056" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/IMG-20221004-WA0003-686x1024.jpg 686w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/IMG-20221004-WA0003-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/IMG-20221004-WA0003-600x895.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/IMG-20221004-WA0003.jpg 724w" sizes="(max-width: 686px) 100vw, 686px" /></figure>



<p>***</p>



<p><strong>Il mio status di piccolo nuotatore timido e superbo andò a picco in terza media. Quell’anno era stata inaugurata la piscina e il nuoto entrò nell’orario scolastico. Delle piscine ignoravo tutto, ma fin dal principio non mi piacque nulla.</strong> Il clima artificiale, innanzitutto, una specie di bagno turco, umido e caldo, che ti prendeva alla gola e ti dava un senso di spossatezza. Il fetore del cloro e quel suo bruciarti gli occhi trasformandoli in due palle di fuoco. Il biancore di quei ventisei corpi di ragazzi, alti, bassi, grassi, magri, infagottati negli accappatoi oppure immersi nell’acqua a provare stili che a me sembravano più degni del circo che non dell’idea di nuoto mi portavo dietro: farfalla, delfino… Il suono stridulo del fischietto dell’istruttore e il ripetersi estenuante dei tuffi dai blocchi di partenza. <strong>Che il nuoto potesse essere uno sport non mi era mai passato per la testa, e la monotonia schizofrenica di quelle vasche avanti e indietro, su un’acqua che sentivi stranamente pesante, all’interno di un percorso tracciato lungo un fondo anonimo e privo di sorprese… be’, c’era da impazzire. </strong>La velocità, poi, che c’entrava la velocità con il nuoto, come si poteva trasformarla nell’essenza di un qualcosa che invece era contemplazione, osservazione, riflessione, piacere estetico? Spogliato dei suoi elementi naturali nuotare diveniva una sorta di coazione senza senso, l’idea di essere come animali da batteria tesi soltanto al raggiungimento dell’obiettivo fissato. Più uova possibili, più metri possibili, nel meno tempo possibile.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="623" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Chicos_en_la_playa_por_Joaquin_Sorolla-1024x623.jpg" alt="" class="wp-image-93050" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Chicos_en_la_playa_por_Joaquin_Sorolla-1024x623.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Chicos_en_la_playa_por_Joaquin_Sorolla-300x183.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Chicos_en_la_playa_por_Joaquin_Sorolla-768x468.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Chicos_en_la_playa_por_Joaquin_Sorolla-1536x935.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Chicos_en_la_playa_por_Joaquin_Sorolla-600x365.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Chicos_en_la_playa_por_Joaquin_Sorolla.jpg 1774w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Joaquín Sorolla, <em>Bambini sulla spiaggia</em>, 1910</figcaption></figure>



<p>Poi c’era il biancore dei corpi, illividiti dalle luci al neon, corpi ancora in formazione che un’estate all’acqua, all’aria, al sole aveva per un istante rastremato e modellato e che l’inverno di nuovo ingrigiva, togliendo loro lucentezza ed elasticità e riconsegnandoli alla prosaicità di un’età critica e infelice. <strong>Il timido e superbo nuotatore che era in me quell’anno non inghiottì che umiliazioni. «Grandi potenzialità, ma scarso impegno agonistico», era il verdetto impietoso. </strong>Sconfitto nelle finali, a volte addirittura eliminato nelle batterie, guardavo i compagni vittoriosi e cercavo di consolarmi pensando a come si sarebbero comportati in mare: il nuoto non è soltanto velocità, mi ripetevo, e l’acqua un elemento con cui convivere, non un nemico da sconfiggere… Saltavo gli allenamenti, fui tolto dalla squadra. Mio padre non capiva: «Ma come, non è la cosa che ti piace di più?». È difficile per un ragazzino spiegare in termini razionali un rifiuto di carattere sentimentale, legato a emozioni, sensazioni, fantasie. Nuotare era per me come entrare in un’altra dimensione, una sorta di regno di cui io solo detenevo le chiavi. Ridotto a mera pratica sportiva diveniva avvilente, asfissiante. «Mi annoio, non mi diverto», mi limitavo a bofonchiare a mo’ di risposta.</p>



<p>Quando finalmente arrivò l’estate, ahimè fu senza incanto. Sarà che stavamo cambiando pelle, ma nulla era più come era stato, luoghi, volti, desideri, aspettative. Entravo in acqua e mi sentivo come impacciato, nuotavo lungo un percorso e mi sembrava come se tutto, sole, rocce, coste, mi irridesse: il nuotatore senza velocità, il nuotatore senza agonismo, il nuotatore della domenica… In ogni altro ragazzo vedevo un ipotetico rivale, e tutti mi sembravano più bravi, più capaci, più convinti. E però il mare non era più il loro centro di interesse, l’altra vita rispetto alla terraferma, ma al più l’appendice di una sdraio, un baretto, un ombrellone, una comitiva, un falò, una chitarra… Tutti giocavano, scherzavano, si bagnavano, ma non nuotava più nessuno. Timido e superbo nuotatore mi immersi in un’apnea che durò il tempo dell’adolescenza. Riemersi l’anno della mia maturità classica.</p>



<p>***</p>



<p><strong>Si nuota da soli e in solitudine. Non lasciatevi convincere da chi vi dice che farebbe volentieri qualche bracciata insieme a voi. Buttereste al vento una giornata, il ritmo rotto ogni due per tre per non perdere di vista chi è con voi</strong>, un susseguirsi di stili privo di senso da parte di chi non è abituato a tenere una rotta e un’andatura, tu che imprechi silenziosamente ogni volta che l’altro si ferma, fa il morto, riparte senza tenere una direzione. Il nuoto non è di compagnia, non è il tè alle cinque con gli amici. È autodisciplina, è contare solo su sé stessi, è fatica fisica e piacere fisico, nutrimento spirituale. Arrivi arrugginito e ingrigito dall’inverno, dalla routine della vita, e lentamente prendi a riequilibrare il tuo corpo e la tua mente. Cominci il primo giorno con un numero limitato di bracciate, senti la muscolatura che inizia a sciogliersi, la respirazione che si fa più sicura, il mare che ti accoglie come se non te ne fossi mai andato. Ti sei immerso e ora scivoli silenzioso nell’acqua avendo la costa alla tua destra. Nel tramonto segui la striscia lucente che il sole lascia sul mare e ti sembra di nuotare in una galassia di luce, il riverbero che ogni tanto ti acceca o ti ferisce. Domani raddoppierai la distanza e così via via ogni giorno si amplierà il tuo raggio di azione, di esplorazione, di dominio. Sdraiato su una riva nel sole di mezzogiorno guarderai il tratto di mare dietro di te, e ti farai cullare dallo sciabordio dell’acqua intanto che il tuo corpo si scava una posizione fra sabbia e alghe per non essere trascinato nuovamente al largo.</p>



<p>L’azzurro del cielo è squillante, l’azzurro del mare perfetto e tu non ti sei mai sentito così vivo e così felice.</p>



<p><strong>Si nuota senza orpelli, pinne, maschere, boccagli, costume. Al massimo un paio di occhialini e, per questioni di decenza, quegli slip sganciabili che ebbero un momento di gloria e di moda negli anni Sessanta, Port-Cros, si chiamavano</strong>, e che ancora adesso puoi trovare in qualche emporio balneare. Il tuo obiettivo è eliminare qualsiasi cosa si frapponga tra te e l’acqua, fare di quell’elemento il tuo elemento naturale, abituarti all’autosufficienza, sentirti come un pesce o come una divinità marina decaduta alla ricerca della sua perduta dimensione. Quanto al costume, non c’è piacere più sottilmente erotico di un corpo nudo che fende la superficie del mare, «<em>fornication avec l’onde</em>», secondo la definizione di Paul Valéry.</p>



<p>***</p>



<p>Quando ho ricominciato a nuotare è stato come nascere una seconda volta. Gli anni del ginnasio e del liceo li vedo avvolti in una nube di goffaggine, in un limbo di incompiutezza. Mi ero lasciato alle spalle l’isola del tesoro di una fanciullezza individualistica e appagata e mi ritrovavo in alto mare, senza una rotta da seguire, una latitudine e una longitudine su cui fare il punto. Non mi piaceva nulla di me, non mi piaceva nulla degli altri. Uscivi da inverni scolastici noiosi, faticosi, uggiosi e senza luce ed entravi in estati prive di magia dove mimavi la tua esistenza di studente senza il peso delle lezioni, ma con il fardello del divertimento a tutti i costi, della vita da spiaggia al posto della vita di quartiere, gli strusci sul lungomare, le cene sul lungomare, il cinema sul lungomare, un locale dove ballare sul lungomare… Era la ripetizione della vita di città fatta da chi non era né carne né pesce, non più in grado di riallacciarsi a ciò che era stato prima, lo stupore infantile di chi si crea un mondo a parte, non ancora in grado di disegnare un percorso personale, stretto fra obblighi e convenzioni familiari, scolastiche, di gruppo. L’anno della maturità comprai un biglietto per la Grecia…</p>



<p>Si prendeva un traghetto e poi ancora altri traghetti, sempre più piccoli, mai puntuali, sempre più sgangherati. Perdevi coincidenze improbabili e ti ritrovavi a passare la notte in porti che affacciavano su un microcosmo di caffè, taverne, stanze in affitto, pescatori intenti a rammendare le reti, mercati del pesce e della frutta. Ripartivi all’alba, una piccola tribù improvvisata di zaini e sacchi a pelo che il tempo e gli imprevisti aveva alla fine radunato, e ti godevi quel primo sole su imbarcazioni dai motori spetezzanti, vecchi con i volti intagliati, donne vestite di nero che ogni tanto sporgevano la testa fuori bordo per vomitare, bambini che giocavano, un gran consumo di semi di zucca masticati e sputati, borse della spesa piene di ortaggi, qualche cane, qualche capretta… A ogni porto il ferry si vuotava per poi riempirsi nuovamente, biciclette, motori, carretti, fagotti che si aprivano per il pranzo, bottiglie di vino resinato che giravano, passeggeri addormentati sotto il sole, un berretto calato sugli occhi, uno scialle a coprire il volto, un russare pieno che faceva da contraltare agli starnuti ritmati del motore. Da Atene a Patmos quell’estate ci misi tre giorni e sei traghetti.</p>



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<p><strong>La casa di V. distava dal mare un centinaio di metri di spiaggia bianca. L’abitazione era sul limitare di quello che una volta doveva essere stato un bosco rigoglioso e che adesso, invece, era attraversato da strade sterrate e mulattiere che portavano al paese e da lì al resto dell’isola.</strong> In mattoni, bassa, un piano era ancora in costruzione ma, essendo destinato alla figlia più piccola una volta sposata, c’erano ancora quattro o cinque anni davanti prima che il bisogno si facesse impellente. Se al mattino non ero andato a pescare con V, uscivo di casa e mi ritrovavo nel centro di un’insenatura contrassegnata ai lati da scogliere che finivano per inabissarsi in mare e, a un paio di chilometri di fronte, da un isolotto basso e largo, qua e là macchiato di verde. L’acqua alla vita, cominciavo a nuotare in un mare smeraldo che a poco a poco virava al blu prima di divenire cobalto, lì dove la profondità si faceva massima, i fondali scomparivano alla vista e l’adrenalina che ti dà l’ignoto faceva pulsare il cuore furiosamente. A fatica mi imponevo di mantenere lo stesso ritmo, ché nulla nel nuoto è più deleterio del cambiare velocità, l’illusione di accelerare per poi riposarsi. A mano a mano che l’isolotto si avvicinava i colori tornavano a mutare e un gracidio di gabbiani faceva da contrappunto al respiro della bracciata, allo scivolare del corpo sulla superficie del mare. Alla fine strusciavi con il petto su pochi centimetri di sabbia e rimanevi così, sul bagnasciuga, la testa appoggiata su un cuscino di minuscoli sassi e conchiglie, il respiro che lentamente si acquietava, i muscoli che tiravano, il mischiarsi del fresco dell’acqua e del calore del sole, un dolce torpore che si impadroniva di te e si trasformava in sonno. Ti avrebbe svegliato lo schiaffetto improvviso di un’onda.</p>



<p>In paese c’erano due locande, una vicino al porticciolo delle barche da pesca, l’altra all’estremità dell’abitato, lì dove le stradine finivano in aperta campagna e si inerpicavano verso il centro dell’isola. A partire dal tramonto i polli cominciavano a rosolare sugli spiedi e si preparavano le griglie per il pesce: gamberoni, calamari, triglie, pagelli. Passavi, facevi la tua ordinazione e poi ti fermavi all’unico bar a bere una birra gelata e ad ammazzare il tempo in attesa di andare a cena. Alle dieci di sera non c’era più una luce accesa in giro e al momento di mettermi a letto osservavo stupito come il nuoto avesse cominciato a rimodellare il corpo, i pettorali che si allargavano, i fianchi che si asciugavano, la muscolatura di gambe e braccia che si allungava sotto la pelle. Prima di addormentarmi facevo i piani per la nuotata che mi attendeva il giorno dopo: al mattino mi sarei lasciato la baia sulla sinistra e avrei cominciato a esplorare l’isola risalendola lungo la costa; al pomeriggio, a meno che non mi fossi imbattuto in qualche scogliera di particolare bellezza, avrei fatto lo stesso dall’altra parte. Poi piombavo in un sonno profondo, fatto di stanchezza e di piacere.</p>



<p><strong>Quell’estate greca segnò una duplice agnizione. Nuotare mi si ripresentò come uno degli elementi fondanti della vita, una specie di forza primordiale che leniva e rendeva possibile ogni cosa. Il senso panico di fisicità e di compiutezza che ne derivava mi dava un’illusione di immortalità, un sentimento di grandezza.</strong> Nel corso degli anni dolori, lutti, sofferenze, angosce si sarebbero sciolti nel ritmo sostenuto con cui fendevi il mare, avrebbero trovato una ragione d’essere nell’armonia di una traversata, nel vagabondare da una cala all’altra, nel complicato scivolare sopra rocce a fior d’acqua. A ciò si aggiunse la rivelazione del Mediterraneo come cornice naturale, luogo deputato d’eccezione, mare per eccellenza. Imbevuti di storia come siamo, è l’unico dove ti senti veramente a casa. Non c’è angolo di costa, arcipelago, isola, che non ti rimandi a una civiltà, una battaglia, un romanzo, una poesia. Non c’è lembo di terra da lui bagnato che non sia carico di nostalgia e di passato e nulla è più compiuto e definito di quella civiltà classica che lo tiene a battesimo e lo utilizza come scenario, ospita divinità ed erige monumenti, fortifica città, segnala confini invalicabili, costruisce flotte e progetta esplorazioni. <strong>Per certi versi il grido di gioia dei soldati dell’<em>Anabasi</em> di Senofonte davanti al mar Nero, «Thalatta, Thalatta», il mare, il mare, nel considerarlo un’appendice dell’unico degno di questo nome, è una delle dichiarazioni d’amore e di identità più strepitose che siano echeggiate nei secoli.</strong> Così, non ci sono mari tropicali e oceani che tengano, giganteschi acquari, immense autostrade liquide dove ti aggiri sconsolato, schiacciato o sedotto dalla natura, ma senza coordinate nelle quali muoversi, un destino in cui riconoscersi.</p>



<p>***</p>



<p><strong>«Un uomo libero, un orgoglioso nuotatore che fendeva l’acqua in cerca di un nuovo destino». Nelle ultime righe del <em>Clandestino </em>di Conrad è scolpito il perché di una fascinazione.</strong> Ci sono delle albe squillanti, avvolte nel silenzio, in cui entri in mare come se prendessi possesso di un nuovo dominio di cui ignori i contorni. Ti appartiene, ma non lo hai mai misurato, non sai quali sorprese ti riserva, se ne sarai deluso o conquistato. Via via che scivoli nell’acqua e accordi velocità e respirazione ti prende una sensazione di euforia: non sei mai stato così padrone di te stesso, nessun legame, nessun impiccio, nessun secondo fine, non sei mai stato così in balia del caso, qualsiasi direzione può rivelarsi giusta o sbagliata, qualsiasi scelta ha in sé l’incognita dell’ignoto. Nuoti, e nel nuotare apparentemente si annulla ogni altra attività: conti il numero delle bracciate, perché sai che c’è comunque il ritorno che ti aspetta, verifichi la traiettoria, controlli i fondali, ma il tuo orizzonte iniziale è già mutato, perché hai superato quel promontorio, oltrepassato quella scogliera, incontrato quella baia fino a un istante prima coperta dalle rocce… E ogni volta il dominio si rinnova, assume dimensioni diverse, obbliga a nuove verifiche. L’orgoglioso nuotatore di Conrad è tale perché conosce le proprie capacità, le ha messe alla prova, ha lavorato sul proprio fisico per trasformarlo in una macchina in grado di rispondere docilmente, perfettamente, ai comandi, e ora verifica con sorpresa felicità come tutto ciò avvenga, come tutto il lavoro fatto in precedenza si tramuti in una «navigazione» fluida e senza scatti, in una sorta di naturale proiezione fisica del proprio Io, del proprio essere. La sua libertà deriva anche da questo, la consapevolezza della propria unicità, il non doverla spartire con nessuno, il non dipendere da nessuno. E il destino, alla fine, consiste in questa continua misurazione di noi stessi con ciò che ci circonda, nella capacità di aprirsi al nuovo ogni volta che si presenta, nella disponibilità a sorprendersi e a sorprendere. Bracciata dopo bracciata cerchiamo di avvicinarci al perché delle cose, e pazienza se un’onda o una corrente ci allontanano. Caparbi ricominciamo, pessimisti ma attivi. Il nuoto è una metafora della vita.</p>



<p>***</p>



<p><strong>L’ho già accennato, ma vale la pena di insistere. Dei tanti stili con cui si può nuotare, solo uno si addice alla essenziale dignità del nuotatore. Lasciamo stare i più eccentrici, delfino e farfalla, tutt’al più adatti, lo ripeto, a fenomeni da circo equestre, e soffermiamoci sull’altra coppia più classica.</strong> Il dorso è, nella peggiore delle ipotesi, una scelta da pensionati, da teorici del materassino; nella migliore un’andatura cieca in cui si dà il culo al mare, lo si nega, cioè, e ci si rivolge, chissà perché, al cielo. Un controsenso, detto in altri termini. Il crawl è da esibizionisti un po’ fighetti, bello e imponente, certo, ma condannato alla visione parziale, laterale, di ciò che ha intorno e limitato dalla sua stessa velocità: lento è un assurdo, veloce fa confondere la causa con l’effetto. Nuotare non è correre, è pensare. Così sul terreno, ovvero sull’acqua, rimane solo la rana che assomma in sé tutte le qualità: ti permette di affrontare il mare a viso aperto, di fronte, ti garantisce la massima visibilità, sia sopra sia sotto, ti lascia stabilire il ritmo più idoneo, ha dalla sua un’eleganza naturale, non ricercata, è essenza, non apparenza.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="717" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Alessandro_Allori_A_Pearl_Diver_c._1570_NGA_134346-717x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93051" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Alessandro_Allori_A_Pearl_Diver_c._1570_NGA_134346-717x1024.jpg 717w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Alessandro_Allori_A_Pearl_Diver_c._1570_NGA_134346-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Alessandro_Allori_A_Pearl_Diver_c._1570_NGA_134346-600x857.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Alessandro_Allori_A_Pearl_Diver_c._1570_NGA_134346.jpg 756w" sizes="(max-width: 717px) 100vw, 717px" /><figcaption>Alessandro Allori, <em>Cacciatore di perle</em>, 1570</figcaption></figure>



<p><strong>Nuoti perché non ne puoi fare a meno. Ogni volta che l’estate si annuncia cominci a smaniare, il tuo corpo che risponde al richiamo come un cavallo imbizzarrito.</strong> Sogni giornate luminose, tramonti estenuati che si annullano nel mare, caraffe di vino bianco gelato e frizzante che ti aspettano al ritorno, il sonno della controra nella penombra fresca di una camera bianca di calce, lo sguardo che si perde all’orizzonte, una vela poco distante. Sogni giornate pigre che pigramente si ripetono, un libro abbandonato al tuo fianco, un asciugamano su cui te ne stai sdraiato, il rumore quieto delle onde che si rompono sotto di te. Sogni il momento irripetibile in cui entrerai di nuovo in acqua e subito ti sembrerà come è sempre stato e avrai l’impressione che il tempo si è annullato, che non ci sono state stagioni fredde e morte, che tu da lì non ti sei mai allontanato. Perché il sogno sia perfetto e corrisponda poi alla più perfetta delle realtà hai bisogno che intorno a te non ci sia nessuno, che la solitudine sia totale e rimandi all’altra solitudine che ti accompagnerà nuotando, unico signore incontrastato di un regno immaginario eppure reale.</p>



<p><strong>Il nuoto non è un’attività fisica, è una disciplina interiore. In quanto tale non è trasmissibile. Puoi anche insegnare i movimenti, la tecnica, ma al senso, al suo significato, o ci arrivi spontaneamente o non ci arriverai mai.</strong> Certo, la tentazione di far provare a un’altra persona lo stesso tipo di emozioni che provi tu è forte, ma quasi sempre è destinata al fallimento, quasi mai si accende la scintilla dell’affinità elettiva. Per eccesso d’amore ci si può anche ingannare. M. era la più perfetta delle compagne, un soldatino obbediente nel suo seguirmi su e giù lungo sentieri che invece di scendere a mare finivano a strapiombo su pareti impraticabili, un allegro marinaio su un gozzo che imbarcava acqua e un motore asmatico che ogni due per tre si bloccava, lungo il perimetro di una Ponza che alla fine degli anni Sessanta era ancora incantevole. Avrei dovuto fermarmi lì… ma da ragazzi si ha ancora il demone dell’assoluto e della perfezione e si vorrebbe che l’altra persona fosse una parte di te. Che non avrebbe funzionato avrei dovuto capirlo subito, allorché lasciata la barca cominciammo a nuotare e lei mi venne dietro, invece di andare a cercarsi la sua rotta, ché nulla è peggio per un nuotatore del trovarsi qualcuno davanti o sulla scia, l’incrinarsi di una perfezione, l’intromissione nel Tutto dell’Altro da te… Mi seguiva, poverina, perché era innamorata e voleva farmi contento, laddove io pensavo di svelarle l’ineffabile… Cala Fontana era a meno di un chilometro, ma lei dopo un centinaio di bracciate aveva già cominciato a rompere il ritmo, a cambiare stile e io, che un po’ mi sentivo responsabile, mi fermavo spesso e mi voltavo per vedere dove fosse, cosa facesse, quali rischi si potessero presentare… Uno stillicidio perché ciò che per me c’era di sacro in quelle traversate assumeva in lei i contorni del divertissement, un’impresa un po’ noiosa da trasformare in gioco, in passatempo, per non deludere quel pazzo che le era davanti… Sì, avrei dovuto capirlo subito e comportarmi di conseguenza, ovvero limitarmi a fare il bagno, pratica piacevole peraltro. Da allora, comunque, ho imparato la lezione. Se sono con amici faccio finta di niente e lascio che ciascuno, me compreso, dipani la sua giornata al mare secondo i propri gusti, senza obblighi né attenzioni. Se sono con una donna faccio come vuole lei…</p>



<p>***</p>



<p><strong>Ogni tanto si inciampa nei ricordi. Svuoti una casa, perché tua madre se n’è andata per sempre, e ti vengono incontro frammenti, schegge di memorie, una fotografia, un oggetto, un quaderno di appunti. La vita va avanti ma sempre qualcosa ti tira all’indietro e aveva ragione l’io narrante nel <em>Grande Gatsby </em>di Fitzgerald: «Così continuiamo a remare, barche controcorrente, risospinti senza posa nel passato».</strong> Sulla scrivania recupero e allineo una piccola bottiglia intarsiata d’argento in una custodia di pelle, un serramanico, una conchiglia, ciò che resta di un’estate dalmata, un’estate greca, un’estate sarda che lentamente prendono a riaffiorare lì dove il timido e superbo nuotatore del tempo che fu è l’unico filo conduttore. Ecco il mare gelido delle isole Incoronate, ultima tappa di un viaggio che fra Zara e Spalato ti aveva sprofondato fra i resti avviliti del Leone di San Marco in una Jugoslavia ancora sotto Tito, rassegnata e polverosa, impronte di pietra fra mercati poveri e senza gioia. Ecco la taverna di Amorgos dove d’improvviso scoppiò la rissa, con l’ubriaco dietro al bancone che metodicamente tirava bottiglie verso tutto ciò che si muoveva, lo schianto delle sedie usate come clave, io che alla fine tirai fuori il coltello e intanto mi chiedevo se veramente avrei avuto il coraggio di usarlo. Ecco gli scogli piatti della Pagliosa dove mi allungai esausto e mi addormentai di botto, svegliato poi da un granchio che cercava di incunearsi nel mio naso… Sempre e comunque case coloniche, o tende che si trasformavano in forni di prima mattina, dune di sabbia da cui rotolando finivi in mare, bagni in un’alba tiepida sotto un cielo ancora come sospeso, ancora incerto nel delineare i contorni, svelare rocce e anfratti, disegnare compiutamente il territorio intorno a te. Sempre e comunque l’avanzare sicuro di un corpo che fendeva le onde, lasciava una striscia dietro di sé, scompariva nascosto da una roccia, riappariva in mare aperto. Metodico, sicuro, inarrestabile.</p>



<p><strong>«Il nuotatore come <em>L’Unico</em> di Stirner». Il titolo campeggia in stampatello sulla copertina azzurrina che raccoglie una manciata di fogli pieni di citazioni, scalette, rimandi, una delle tante (troppe?) cose pensate e mai scritte di cui si compone la mia vita.</strong> L’edizione che recupero nella mia libreria è del 1970 e quindi quell’abbozzo risale al tempo dei miei diciott’anni, quando Stirner brillò per una stagione e poi si spense come un malinconico fuoco d’artificio. La sua anarchia doveva sembrarmi allora una via d’uscita rispetto a una destra asmatica e a una sinistra asfittica, il tentativo di salvare l’individuo dalle grinfie della ragion di Stato e della solidarietà di classe. Per certi versi il preludio adolescenziale, retorico e imperfetto, di quella figura jungeriana dell’Anarca che un decennio dopo ne avrebbe preso il posto, sia pure nella visione meno statica e contemplativa di chi ancora si illudeva che le idee potessero far muovere il mondo…</p>



<p>Cenere intellettuale, insomma, da cui quel titolo però mi sembra immune, semplice e assertivo, una dichiarazione di intenti, mi accorgo ora, che ha finito con l’essere parte di me. Fra i tanti brani di Stirner trascritti, vale ancora la pena di riportarne uno: «Ogni vagabondaggio dispiace al borghese, ed esistono dei vagabondi dello spirito che, soffocati sotto il tetto che ospitava i loro padri, vanno a cercar lontano più aria e più spazio. Ciò che loro manca è quella specie di diritto di domicilio nella vita che è assicurato da un commercio solido, da mezzi di sussistenza garantiti, da rendite stabili». Vagabondaggio spirituale è una definizione che si addice perfettamente all’idea del nuotatore. Evoca quelle giornate senza tempo in cui si entra nell’acqua senza sapere dove si andrà, la mente sgombra da ogni preoccupazione, pigramente interessata al paesaggio circostante, alla regolarità delle bracciate e della respirazione, facilmente appagata dalla semplicità con cui il corpo penetra in un liquido di cui sembra fare parte, in uno scenario di perfetto silenzio e potenza, mille miglia lontano da ogni miseria terrena, a spasso nel giardino incantato della tua felicità.</p>



<p><strong>In vita mia ho rischiato di affogare tre volte. Non sono tante ma bastano a darti l’idea di come potrebbe andare a finire. Naturalmente il mare non c’entra, si limita a essere sé stesso, e in fin dei conti la colpa è solo tua. </strong>Ti sei distratto un attimo, o ti sei intestardito nel voler portare a termine un tragitto e intanto il tempo è girato, il vento ha preso a soffiare, l’acqua a incresparsi, le onde a montare. Quella che era una superficie piatta comincia a farsi verticale, quella che era una bracciata regolare e distesa comincia a rompersi, impegnata com’è in un saliscendi sempre più serrato. La respirazione si fa difficoltosa, perché ogni volta che riemergi il mare ti schiaffeggia la faccia, assedia la tua bocca, preme per entrare. Guardi la costa e a un certo punto realizzi che non si avvicina, ma si allontana. Non avanzi di un metro, ma impercettibilmente indietreggi e più moltiplichi gli sforzi più ti rendi conto che non servono a niente. Il mare davanti a te si è fatto di spuma, creste bianche a ripetizione, il tuo corpo pesante, e ora non stai più nuotando, ti limiti a galleggiare e a svettare con la testa cercando di capire cosa fare, come venir fuori da questo inferno che ti è piombato addosso. Ancora non hai paura, la paura totale e finale che ti svuota d’ogni forza, ti succhia via il pensiero e ti consegna come una povera bestia da macello alla brutalità impietosa della natura; in compenso hai l’adrenalina a mille, ma sai che devi restare calmo, non sprecare energie, valutare attentamente le possibilità che hai di fronte. Come se ne esca non lo so, a meno di un <em>deus ex machina</em> che provveda per te… Può succedere che di colpo cali il vento, oppure si limiti a girare, spirando verso terra. Può succedere che intanto tu abbia cominciato a nuotare sott’acqua e non più in superficie. Ti sei reso conto che in profondità la situazione è ancora statica, la forza del mare ancora imbrigliata e così sforzi i polmoni il più possibile in un guadagno che ogni volta si riduce a pochi metri, sufficienti però a infonderti nuova speranza… Sia come sia, di colpo ti accorgi che il mare non fa più barriera ma si apre, che la terra ha smesso di allontanarsi, che la tua testa ha ripreso a sovrastare le onde e non a finirci dentro. Allora ti prende un’euforia che centuplica le forze, mista a un’ansia che tutto possa ancora cambiare, che si tratti di un attimo, o di una suggestione, e nuoti come non hai mai nuotato, concentrato nella gara più importante della tua vita, per la tua vita. E nuotando vedi il fondo del mare apparire all’improvviso, sempre più vicino, e capisci che ora puoi metterti in piedi, che per questa volta è andata, che il mare ti ha dato una strizzata, un avvertimento. Hai freddo, e la pelle d’oca. Prima di sdraiarti a riva vomiterai acqua salata e sentirai il cuore battere come un tamburo.</p>



<p><strong>Due volte su tre è andata così. La terza è arrivato Ursus, il <em>deus ex machina</em>. In tutta la vita, diceva, suo padre aveva letto un solo libro, <em>Quo vadis?</em>, e ai tre figli aveva dato i nomi di Vinicio, Licia e, infine, Ursus. </strong>Il più piccolo dei tre era stato un ragazzino svogliato e un po’ bislacco, schiacciato da un nome a cui non corrispondeva, incapace di fare del male, ma capacissimo di fare fesserie a cui la disgrazia di quel nome comunque lo condannava: piccoli furti, vandalismi. A quattordici anni il padre l’aveva tolto da scuola e, tramite conoscenze, gli aveva trovato un posto su un mercantile, mozzo, ragazzo di fatica. La sera prima di imbarcarsi Ursus piangeva nel suo letto di casa le calde lacrime spaventate di uno della sua età e il fratello Vinicio, per consolarlo, gli aveva prospettato un futuro bellissimo fatto di palme e datteri, candide uniformi, mari di sogno, belle ragazze, incontri straordinari, tanto ozio e nessuna fatica. «Girerai il mondo, servito e riverito, mentre io me ne resto qui, in questa Civitavecchia di merda». Alla fine Ursus si era addormentato. Dalla partenza passarono alcuni mesi, poi un giorno arrivò a casa una cartolina, dall’Australia. «A Vini’, se stava bene in Marina…! Li mortacci tua». Per Ursus i marinai, lo diceva con affettuoso disprezzo, erano la categoria più stupida della terra: «Non vedono niente, non conoscono niente. In mare si annoiano, a terra s’imbriacano, ogni porto è uguale all’altro, al di là del porto non vanno mai». Per quarant’anni era stata la sua vita. Mi recuperò con il suo gommone un pomeriggio che il cielo si era fatto scuro e il mare grigio. Ero andato troppo al largo e non riuscivo più a rientrare. «E adesso sbrighiamoci a tornare», disse dopo avermi aiutato a montare, mentre me ne stavo ancora mezzo inebetito sul fondo del canotto. «Di coglionaggini per oggi basta la tua». D’estate viveva in due cabine sulla spiaggia trasformate in abitazione e deposito di attrezzi da pesca. Stava sempre in pantaloncini e canottiera, mingherlino e ossuto, in testa un berretto bianco e blu con la visiera. Lo chiamavano il comandante.</p>



<p>C’è una poesia del presidente Mao che si intitola <em>Nuotando</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«Ho appena bevuto le acque di Changsha</strong><br><strong>e mangiato il pesce di Wu-chang… </strong><br><strong>ora sto nuotando nel grande Yangtze </strong><br><strong>mentre guardo il cielo limpido di Chu. </strong><br><strong>Lasciate che il vento soffi e le onde si infrangano… </strong><br><strong>molto meglio che una passeggiata senza meta nel cortile. </strong><br><strong>Oggi mi sento a mio agio perché </strong><br><strong>fu vicino a un fiume che il Maestro disse: </strong><br><strong>La vita, come le acque, scorre nel passato! </strong><br><strong>Le vele si muovono al vento, </strong><br><strong>le colline della tartaruga e del serpente sono immobili».</strong></p></blockquote>



<p>Nuotatori dittatori furono Mussolini, che però vi arrivò tardi e da autodidatta sviluppò uno stile laterale che era più uno stare a galla che un nuotare vero e proprio, e Saddam Hussein, emulo di Mao nelle sue traversate del Tigri e autore di proclami alle truppe in cui incitava al nuoto come antidoto all’invasione Usa. Un numero così ridotto non è sufficiente a stabilire una qualche correlazione ed è più la spia di singole eccezioni. <strong>Da Lenin e Stalin a Hitler, da Franco a Salazar, da Pol Pot a Castro, tutto nella costruzione della loro immagine pubblica si oppone a un rapporto del genere. Sono i sacerdoti o le divinità di una moderna religiosità, figlia della tecnica, dove il corpo umano è un’appendice da superare, oppure di una religiosità bigotta dove il corpo umano è un elemento da celare, uniformare, camuffare. </strong>Sul versante opposto, quello democratico, il panorama è ancora più scarno, di qua e di là dell’oceano. Di presidenti e premier podisti, golfisti, ciclisti, velisti, alpinisti c’è l’imbarazzo della scelta, i nuotatori brillano per la loro assenza. Disciplina individuale e autosufficiente, votata all’isolamento e alla solitudine, democrazia e totalitarismo sono due categorie che non la definiscono. Il nuoto è aristocratico.</p>



<p>***</p>



<p><em>Il Grande Gatsby</em> di Francis Scott Fitzgerald muore ammazzato in una piscina proprio mentre il suo sogno di far rivivere un amore del passato va a pezzi di fronte alle durezze del presente.</p>



<p><strong>E in una piscina si apre e si chiude l’esistenza cinematografica del William Holden-Joe Gillis di <em>Viale del tramonto</em>. «Gli piacevano tanto. Ora ne ha una tutta per sé. Anche se gli è costata cara», è il commento del poliziotto che ne ripesca il corpo.</strong> Ancora Fitzgerald, in <em>Tenera è la notte</em>, racconta ascesa e declino di Dick Diver, tuffatore incomparabile, come il suo nome del resto ben indica, la cui rovina familiare coincide proprio con il suo decadere fisico di nuotatore: il carisma e la bellezza degli «<em>happy few</em>», dei «pochi felici», non sopportano incrinature, la volgarità di massa dei bagnanti che in acqua annaspano e al sole si bruciano è pronta a prenderne il posto.</p>



<p><strong>Tuffatrice d’eccezione era Zelda, la moglie pazza e bella di Francis Scott. Una volta che le spalline la impacciavano, le slacciò, si liberò del costume, rimase un attimo in equilibrio sul trampolino e poi volò nuda in acqua.</strong> Vestita si tuffò nella fontana di Union Square, a New York, durante il viaggio di nozze, e nella piscina Pulitzer dell’omonimo giornalista miliardario. La «natatoria» del magnate americano W. R. Hearst si trovava invece in California, a San Simeon. Colonnati, spogliatoi, terrazze all’italiana, cippi confinari romani con su montati globi di vetro per illuminare, una copia della Fontana di Trevi commissionata a Cassou, a Parigi, per ornare la nicchia delle scalinate, fondali di marmo verde. Era all’aperto e faceva il paio, per magnificenza, con quella coperta che, sempre Hearst, si fece disegnare da Julia Morgan, allora architetto di grido: mosaici di Murano blu con stelle d’oro, il mausoleo di Galla Placidia a Ravenna preso per modello. Vi andavano a nuotare Johnny Weissmuller e Esther Williams, Aldous Huxley e John Gilbert, atleti, autori, attori del tempo. E fu imbattendosi nelle piscine di Los Angeles e quindi di Hollywood e di Beverly Hills che il pittore inglese David Hockney diede il via alla sua serie tematica, emblematica – per l’uso dei colori, degli sfondi, delle figure – di una certa filosofia di vita californiana, apparentemente raggiante nella fisicità e nell’ebbrezza delle tinte, eppure già minata dalla sua vacuità e dalla inesorabilità del tempo.</p>



<p><strong>Intorno al mare, al nuoto, ai tuffi si muove un capolavoro italiano del dopoguerra, <em>Ferito a morte</em> di Raffaele La Capria, lì dove la bellezza panica della natura si trasforma in Nemesi per chi si è limitato a viverla ma non ha fatto nulla per esserne degno.</strong> E sempre La Capria ha dedicato al trampolino e alle sue evoluzioni, ai rapporti che intercorrono fra questo sport d’acqua e le costruzioni artistiche, un saggio, <em>Letteratura e salti mortali</em>, bizzarro quanto profondo. La Capria è una figura anomala nel panorama culturale italiano, che scarseggia di scrittori «bagnati», se si esclude il piccolo-grande e dimenticato Vittorio G. Rossi, e che al nuotare e a tutto ciò che a esso fa corona ha dedicato attenzioni distratte. Non sorprende, anche se dispiace, che Charles Sprawson, nel suo <em>L’ombra del massaggiatore nero</em>, uscito una decina di anni fa, non lo citi, visto che rappresenta comunque un’eccezione più o meno assoluta. Così come non sorprende che il titolo sopracitato, il cui sottotitolo recita «Il nuotatore come eroe», sia opera di uno studioso inglese. Perché solo un inglese può, nel corso di una vita, fare prima il bagnino in una vecchia piscina vittoriana a Paddington, poi, grazie a un trafiletto sul Times, il professore di «cultura classica» in un’università araba e, intanto, pensare e scrivere un libro simile, vera e propria <em>Weltanschauung</em> che ruota intorno alla figura del nuotatore. Al suo eroismo, al suo apparente anacronismo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="771" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Sunset_at_Sea_MET_50.130.80d-1024x771.jpg" alt="" class="wp-image-93052" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Sunset_at_Sea_MET_50.130.80d-1024x771.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Sunset_at_Sea_MET_50.130.80d-300x226.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Sunset_at_Sea_MET_50.130.80d-768x578.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Sunset_at_Sea_MET_50.130.80d-600x452.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/Sunset_at_Sea_MET_50.130.80d.jpg 1435w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>John Singer Sargent, <em>Tramonto</em>, 1905</figcaption></figure>



<p>Nella Roma imperiale funzionavano ottocento piscine e di un ignorante si diceva che «non sapesse né leggere né nuotare». L’archeologo Winckelmann per cercare di esprimere l’idea greca della bellezza non seppe che pensare alla contemplazione di un mare calmo e al sapore dell’acqua pura. Laghi, stagni, fonti, fiumi testimoniavano una concezione pagana della vita nella quale l’uomo si avvicinava al divino purificandosi e ritemprandosi. «L’Aurora peplo di croco dalle correnti d’Oceano / balzò a portare la luce agli immortali e ai mortali, / e Teti giunse alle navi, portando i doni del dio», canta l’<em>Iliade</em>.</p>



<p><strong>Con l’avvento del cristianesimo tutto questo finì. Dei quattrocento bagni turchi di Granada ai primi cent’anni della nuova religione ne sopravvisse soltanto uno.</strong> «La Chiesa popolò il mare di mostri immaginari e fantastici, lo status del nuotatore declinò gradualmente. Non era più un eroe, ma necessitava dell’intervento soprannaturale per sopravvivere». Sempre più si diffuse la figura del peccatore in balia delle onde, dei marosi, impossibilitato a salvarsi se non pentendosi (e non sempre…). Si associò il nuoto al piacere sessuale, e quindi lo si condannò. Rimasero, a testimonianza, in tutta l’area mediterranea e dell’Europa occidentale, le rovine di quelle piscine che ricordavano l’influenza civilizzatrice dei Romani. Fu allora che il nuotatore s’immerse per un’apnea di secoli, a cui avrebbe posto realmente fine solo l’Ottocento, interrotta qui e là da brevi boccate d’aria, giusto per non affogare: riti di propiziazione e di sacrificio lungo le rive dei fiumi, le sponde dei mari, fontane come unici sacri flutti, erotici e animaleschi, eterei e filosofici. L’<em>Ypnerotomachia Poliphili</em>, <em>Il sogno di Polifilo</em>, di Francesco Colonna, ne dà all’inizio del Cinquecento un’interpretazione bislacca e suggestiva a cui gli architetti idraulici del Rinascimento e del Barocco attingeranno a piene mani, rimodellando un substrato mitico e mitologico pagano al servizio della religione che ne ha decretato la scomparsa. Bambino, il giorno della Befana a piazza Navona la Fontana dei Fiumi del Bernini si stagliava fra bancarelle, tendoni, palloncini, i suoni delle ultime zampogne, la fiumana incessante di gente, a celebrare la potenza trionfante dell’acqua, «grandiosa sintesi», scrive il Simon Schama di <em>Paesaggio e memoria</em>, «di materia e spirito, natura e fede, culti pagani e culti cristiani: misteriosa trasmutazione di una cosmologia in un’altra». Elettrizzato, ma saldamente tenuto dalla mano di mia madre, avrei dato tutti i giocattoli, lo zucchero filato e la pasta di mandorle per nuotarci dentro.</p>



<p>Allorché i viaggi in Europa, l’interesse per il mondo classico, la passione per gli scavi, la riscoperta di Pompei, riportarono in voga il nuoto, i club edoardiani del Royal Automobile o del Corinthian di Londra presero a modello la lezione di Roma… <strong>«Nessuno può essere considerato un viaggiatore se non si è bagnato nelle acque dell’Eurota», il fiume simbolo di Sparta, sentenzierà la <em>Quarterly Review</em>. Da Byron a Swinburne a Trelawny, è tutto un susseguirsi di imprese natatorie</strong>, di correnti da sconfiggere, di golfi da attraversare, di istmi da tagliare, di letture felici su scogli, lastroni, rocce e spiagge. «Ho nuotato dal Lido fino all’estremità opposta del Canal Grande», scrive Byron all’amico Hobhouse, «oltre al tratto dal Lido all’ingresso (o uscita) del Canale […]. Sono stato in mare dalle quattro e mezzo – fino alle otto e un quarto – senza toccar terra o riposarmi». «Byron ha preso in moglie l’Adriatico», commenta qualcuno ironicamente.</p>



<p>«Se l’Adriatico si prendesse la mia sarei ben felice di sposarlo al suo posto», è l’ironica risposta.</p>



<p><strong>Nei loro resoconti, in lettere, poesie, frammenti di memorie viene fuori l’immagine di nuotatori contro il mondo, contro l’odiata vita di tutti i giorni</strong>, come se il nuotare li alzasse a un’esistenza superiore che permetteva loro, nota Sprawson, «di rifiutare in blocco la realtà materiale, la rispettabilità, il sistema industriale e la società contemporanea». Sono uomini contro il proprio tempo, in cerca di qualcosa che la modernità non può più dargli. «Siamo tutti greci», griderà estatico Shelley. A Eton, ancora cinquant’anni dopo, gli studenti si tuffavano nel Tamigi da un punto chiamato «Atene» e il molo era detto «Acropoli».</p>



<p>Il Novecento vede un cambio di staffetta: agli inglesi subentrano i tedeschi. Tuffatore e nuotatore finiscono con l’esprimere «la tensione verso gli abissi faustiani della conoscenza, la perfezione fisica e spirituale, un ponte con il proprio passato mitologico, qualcosa di assolutamente intrinseco all’anima tedesca». Leni Riefenstahl ne farà gli eroi dei suoi <em>Olympische Spiele</em>. <strong>In <em>Tonio Kröger</em> Thomas Mann oppone l’antintellettuale Hans, che «nuotava come un eroe», «biondo dagli occhi azzurri», chiari «come l’acciaio», all’omonimo protagonista del romanzo</strong>, bruno, artista, insoddisfatto della sua cultura e che non vorrebbe essere ciò che è. Ma non ce la fa a essere ciò che non è. <em>L’ombra del massaggiatore nero </em>(il titolo è preso dal racconto omonimo di Tennessee Williams) unisce alla purezza espressiva e alla padronanza della materia l’atteggiamento pudicamente ironico di chi si identifica con ciò che scrive, ma sa benissimo che la nostra è un’epoca scettica che non tollera fedi troppo profonde e opinioni troppo radicali. Così, nel narrarci i suoi <em>exploit</em> sulle orme di Byron (la traversata dell’Ellesponto, quella della foce del Tago, a Lisbona) o il suo guidare per sedici ore nel deserto soltanto per poter nuotare nella piscina dell’hôtel Biltmore di Phoenix, in Arizona, disegnata da Frank Lloyd Wright, ha l’accortezza di minimizzarli, di sottolinearne gli aspetti più divertenti e più pedestri: i ritardi, gli impacci, i qui pro quo… Eppure si coglie lo stesso la felicità e la levità del nuotatore. Questo eroe in incognito di un tempo senza eroismi.</p>



<p><em><a href="https://www.gogedizioni.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*Per gentile concessione si pubblica un capitolo da “Acquatica”, il libro di Stenio Solinas edito da Gog Edizioni</a></em></p>
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		<title>“L’amica del mare”. Un racconto di Francesca Bartellini</title>
		<link>https://www.pangea.news/amica-del-mare-bartellini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jun 2022 04:40:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Clery Celeste]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Bartellini]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[Mare]]></category>
		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per la prima volta la vedo di spalle, con lunghi capelli, quest’anima antica di Francesca Bartellini. Una donna vestita in modo semplice, ma questo non nasconde l’eredità dei secoli passati nascosta nel suo corpo. È quando parla e legge il suo testo, presente in Noi siamo l’opposizione che non si sente, a cura di Giulio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Per la prima volta la vedo di spalle, con lunghi capelli, quest’anima antica di <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Francesca_Bartellini" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Francesca Bartellini</strong>.</a> Una donna vestita in modo semplice, ma questo non nasconde l’eredità dei secoli passati nascosta nel suo corpo. È quando parla e legge il suo testo, presente in <em>Noi siamo l’opposizione che non si sente</em>, a cura di Giulio Milani per le edizioni Transeuropa, che questa catena ancestrale si srotola. Conosco Francesca Bartellini allo splendido evento nazionale “Primavera culturale” tenutosi a Bolsena a metà maggio, per questo invito ringrazio il caro Marco Zuccaro che ha permesso l’incontro, decido, seguendo l’istinto, di chiederle un testo da condividere con i nostri lettori. Troverete alcune sue opere firmate come Francesca Bartellini Moech, col doppio cognome; Moech è infatti il cognome della madre.</p>



<p>Francesca è innumerevoli cose (scrittrice, regista e attrice di teatro e di cinema), è una fiera multiforme dentro una donna minuta, l’innocenza e la curiosità del bambino si ritrovano uniti allo spasmo della ricerca, alla ferocia della verità; <strong>l’autrice ha vissuto e lavorato per molti anni all’estero, a Parigi per lungo tempo e precedentemente negli Stati Uniti, viaggiando per i suoi documentari in Africa e in Europa.</strong> I suoi scritti e i suoi lavori sono così: recuperano le differenti età dell’uomo e fanno compiere allo spettatore un viaggio verso la verità: approssimandoci a una verità parziale possiamo tentare di scorgere la verità totale, ricercando l’autenticità, la consapevolezza di essere ancora speciali, perfettamente umani. Il racconto qui presentato è un invito all’intuizione, a seguire quelle immagini e quelle sensazioni che paiono giungerci senza motivo. Tutto chiede di tornare al mito, all’origine divina della parola, alla scintilla che abita nell’uomo e negli elementi della natura.</p>



<p><strong><em>Clery Celeste</em></strong></p>



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<p>*</p>



<p><strong>L’Amica del Mare</strong></p>



<p><em>dedicato a Stefania</em></p>



<p>Tra quelle mura bianche un vento di mare, una leggera brezza calda, muoveva i teli che chiudevano le porte, quelle porte divenute inutili, senza senso.</p>



<p>Lei si muoveva da una stanza all’altra, attraversando il prato dove c’era il pozzo. Era già stata in quella villa quando aveva sette anni, quattro anni prima, quattro anni come infiniti ponti che si congiungevano l’uno con l’altro in corsa verso il presente.</p>



<p>L’altra volta nella villa giocava sul patio davanti al mare, tutte le mattine nell’alba rosa. Giocava con le amiche della sua età ad essere piccole dee mentre i genitori dormivano. Era stata una sua idea quella di giocare alle dee: loro sul patio e intorno l’isola immersa nel mistero del suo vulcano che assisteva silenzioso.</p>



<p>Ora ritornata in quella villa bianca sul mare era ancora una bambina, ma ormai una bambina cresciuta che guardava con impazienza al suo essere grande. E poi adesso aveva una sorellina di due anni che era un po’ selvaggia e lei pensava… buon sangue non mente! E rideva. Quindi in questo suo diventare grande la mente le funzionava al ritmo logico della matematica spirituale che sua madre le aveva insegnato combinandola all’emozione profonda della sua anima.</p>



<p>Era una giovanissima dea quindi che sarebbe cresciuta e tutte le possibilità erano di fronte a lei.</p>



<p>In quella casa sul mare c’era oltre sua madre un’altra signora. Questa signora era un’amica e aveva due bambini e un marito. Questa signora amava molto il mare e passeggiava spesso da sola al tramonto sulla spiaggia. Aveva capelli lunghi mentre la madre della bambina dea aveva capelli corti. Aveva lentiggini sul viso e il corpo, mentre la madre della bambina dea non ne aveva.</p>



<p>La piccola dea amava moltissimo sua madre, la signora era un’amica.</p>



<p>Quest’amica era dolce, le parlava in modo dolce, sorrideva in modo dolce e per la verità anche la sua mamma era dolce, ma le dolcezze hanno colori diversi, è questa la loro fortuna. Così un giorno quest’amica la chiamò in camera sua, era il crepuscolo, subito dopo il tramonto e l’aria era piena del blu che a quell’ora si riflette dal mare verso il cielo. L’amica le sorrise e le dette un vasetto di alabastro con dentro una pomata profumata. Lei la guardò e le rispose che nell’antichità questo lo avrebbero chiamato unguento e siccome lei era una piccola dea l’unguento lo accettava molto volentieri.</p>



<p>La Signora dai Capelli Lunghi a quelle parole le sorrise felice. Lei la guardò e notò che quei capelli lunghi erano proprio lunghi come piaceva a lei perché erano sottili e lucenti. Anche lei ora aveva capelli lunghi ed era stata una battaglia con suo padre che voleva li portasse corti come quell’attrice della Nouvelle Vague che era formidabile.</p>



<p>Loro due, la bambina dea e la Signora con i Capelli Lunghi si sorrisero e la Bambina porse il vasetto dell’unguento alla signora che capì, lo aprì e toccò con le sue mani affusolate l’unguento fino a farle diventare ancora più morbide, le sue mani. Poi le passò sulle spalle della bambina e la massaggiò lentamente.</p>



<p>La bambina-dea riconobbe quelle mani perché lei quelle mani le conosceva già. E fu così che capì che la Signora dai Capelli Lunghi era stata la sua mamma in un’altra vita. Ne ebbe la certezza assoluta perché lei sapeva da sempre, senza che nessuno avesse bisogno di insegnarglielo, che su questa Terra si torna infinite volte e non ci si ricorda mai nulla e quando si nasce di nuovo ogni volta si rincontrano le stesse persone importanti, ma tutte con ruoli diversi dalla volta prima.</p>



<p>È una cosa ovvia che si sa dall’inizio del mondo si disse la bambina e se la gente faceva finta che non fosse vero tanto peggio per loro… Scosse la testa e le scappò un sorriso. Guardò il mappamondo che si portava sempre dappertutto e scoppiò in una vera risata. Quella sfera che aveva davanti, dove le era toccato di tornare, era popolata da molti che non le piacevano affatto ma anche da pochi che le piacevano molto.</p>



<p>La Signora dai Capelli Lunghi la osservava con quella sua espressione dolce. E lei allora le chiese: “Ma tu sei sempre così dolce con tutti?”. La Signora buttò la testa all’indietro e sorridendo rispose: “No, solo con te e con il Mare”.</p>



<p>E siccome la bambina dea era sicura di essere Theti, la dea del mare, si disse che certamente, in un’altra vita, quella Signora era stata il Mare.</p>



<p><strong><em>Francesca Bartellini</em></strong></p>
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		<title>L’uomo intaglia leggende sul dorso del caos: a Tellaro la poesia è per le vittime del Ponte Morandi (con musicista miracolato e bravissimo)</title>
		<link>https://www.pangea.news/luomo-intaglia-leggende-sul-dorso-del-caos-a-tellaro-la-poesia-e-per-le-vittime-del-ponte-morandi-con-musicista-miracolato-e-bravissimo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Aug 2018 08:33:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Tonelli]]></category>
		<category><![CDATA[Civiltà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo vent’anni o quasi. Tornare nello stesso posto. Canonicamente: esperienza da evitare, come separare il tempo dal loglio con setacci di lino. Ma io, canonicamente, percorro sempre l’evitabile. * Poiché la memoria è fallata, fasulla, lascio la macchina a Lerici, vado a Tellaro, brusco labirinto di vie su una rocca marina, camminando. Tre chilometri e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo vent’anni o quasi. Tornare nello stesso posto. Canonicamente: esperienza da evitare,</strong> come separare il tempo dal loglio con setacci di lino. Ma io, canonicamente, percorro sempre l’evitabile.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Poiché la memoria è fallata, fasulla, lascio la macchina a Lerici, vado a Tellaro, brusco labirinto di vie su una rocca marina, camminando. Tre chilometri e mezzo. Dopo quasi sei ore di automobile: <strong>umani che sembrano sempre sapere che direzione prendere</strong>. I segni sono chiari: non devi tornare, vent’anni dopo, nello stesso luogo. Ma io, i segni, li sbalordisco.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Tellaro ritrovo, vent’anni dopo, l’incommensurabile Angelo Tonelli, Sandokan dalla folta chioma bianca, eroe scaturito da un romanzo di Stendhal, poeta sapienziale,</strong> alchemico interprete dei greci, dei sapienti – Eraclito, Parmenide, Orfeo… – e dei tragici – Eschilo, Sofocle, Euripide. “Altramarea” è la rassegna che Tonelli cura in quel borgo marino, un pugno di verbi rocciosi sopra il cranio ligure.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sentire i poeti m’immalinconisce: sono così tanti, i poeti, o sedicenti; sono così tanti gli uomini con dei pensieri alati, che gli mozzerei le ali.</strong> Più tardi, con Marco Ercolani, uno che rimesta e medita il linguaggio dei folli, quelli veri, e che dunque ha la lucidità per capire la differenza tra la lirica e la contraffazione, dico, “vabbè, d’altronde, meglio scrivere poesie che ammazzare la gente, giusto?”. Forse è <em>giusto </em>così.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Altramarea” è in dedica alle vittime del crollo del Ponte Morandi. <strong>“La poesia nasce dalla fonte della vita e della morte, non ha paura del dolore. Per questo non verrà spenta in un giorno come questo, ma celebrerà”, dice Tonelli,</strong> stivali da Ussaro, pantaloni coloniali, maglia indiana e barba da acrobata ungherese. Nel suo corpo decritto moltiplicate civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Più che altro – e nel superfluo mi ci ficco – vale la pena ascoltare le musiche. Meravigliose.</strong> Al pianoforte c’è Alberto Kusalananda Alcozer, un monaco buddhista. Il virtuoso, però, al flauto bansuri, allo hang e alla ‘sega musicale’, è Daniele Dubbini. Le sonorità che creano insieme fanno di Tellaro la gola sonora di una tigre mistica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Più tardi, vengo a sapere che Dubbini, il musicista, era sul Morandi, quel maledetto giorno. Era a una decina di metri da quelli che sono precipitati. </strong>Ovviamente, lo shock è durato giorni. Sabato, dunque, a istoriare la notte, erano musiche del risorto, di chi ha visto la morte – ed è qui. Dare forma alla notte: forse è questa l’arte.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sentiamo la necessità di corredare il caos di segni, di promesse, di appuntamenti.</strong> Ora che emergono le storie dei tanti, troppi morti nel crollo del Morandi, non ci rassegniamo a una morte così. La vita è così piena di dettagli, di incontri, di circostanze, che uno non può morire così, per una fatalità tanto disarmante.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma la poesia – attenti – non è un ponte</strong> – è una rupe – o un precipizio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non possiamo non incaricarci della morte altrui</strong> – non possiamo non incarnarla. Poi, occorre che tutto voli, afferrare il giorno, questo giaguaro, per la coda.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La morte serve come narrazione epica alla vita.</strong> La letteratura nasce sfidando la morte – Gilgamesh che perde l’amico Enkidu, Achille disperato per la fine di Patroclo, Gesù, la cui fine è l’inizio – e la mancanza – che sia una patria, Israele, o un uomo, Ulisse. <strong>Non si può morire in modo insensato, altrimenti da uomini diventiamo pupazzi di paglia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ad esempio, mi ero costruito una leggenda intorno alla morte di mio padre – a giustificare la mia vita, a inondarla di senso. <strong>Quelle macerie possono diventare prato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Così, dalla tragedia, cerchiamo di trarre segni e auspici, una morale e un insegnamento. <strong>Ed è giusto, perché così è l’uomo – non si inginocchia al caos. </strong>Eppure, non c’è altro che il caso – e il nostro collo offerto in pasto al niente. (d.b.)</p>
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		<title>Al mare con la famiglia allargata. Quando ho presentato alla mia “compagna” (rigorosamente votante PD) le mie tre amanti…</title>
		<link>https://www.pangea.news/al-mare-con-la-famiglia-allargata-quando-ho-presentato-alla-mia-compagna-rigorosamente-votante-pd-le-mie-tre-amanti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Aug 2018 06:50:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ho sentito che il Ministro Fontana ce l’ha con i gay, le famiglie arcobaleno, quelle pansessuali e via dicendo. Beh, mi può sbattere ampiamente la faccia in culo! Io al mare ci sono andato con mio padre, per non mollarlo in un ospizio a farsi segare dalle infermiere, e, visto che c’ero, strada facendo ho [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ho sentito che il <strong>Ministro Fontana ce l’ha con i gay, le famiglie arcobaleno, quelle pansessuali</strong> e via dicendo. Beh, <strong>mi può sbattere ampiamente la faccia in culo!</strong> Io <strong>al mare</strong> ci sono andato con mio padre, per non mollarlo in un ospizio a farsi segare dalle infermiere, e, visto che c’ero, strada facendo <strong>ho anche allargato la famiglia</strong>. Avevo già una <strong>“compagna”</strong>, così si chiama oggi – tanto più che è pure di sinistra, quindi la denominazione le calza a pennello. Ma siccome <strong>non voglio essere da meno di un islamico qualsiasi, dato che a mia volta sto vicino all’Africa, ho pure tre amanti, anche queste di sinistra</strong> – e ti pareva! Praticamente, una mia chiavata sembra un dannato comizio di Lotta Continua e Potere Operaio.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla mia compagna – così <em>compagna </em>da aver votato PD alle ultime elezioni – ho detto: “Ascolta, mia dolce compagna, <strong>vista la prossima e oramai certa presa del potere da parte degli adoratori di Maometto, io suggerirei di dare fin da subito una svolta alla nostra vita sessuale. Vorrei farti conoscere le mie amanti</strong> e…”. “Perché, hai delle amanti?”. “Ah, non te n’eri accorta? È proprio vero quello che dicono: il marito cornuto è sempre l’ultimo a saperlo”. “Sì, ma io non sono tuo marito, coglione! Non siamo neppure sposati”. “Non stiamo lì a sottilizzare neanche stessimo analizzando <em>La critica della ragion pura</em> di Kant. Dovresti conoscerle, dico sul serio. Bisogna svecchiarsi, aprirsi al progressismo che hai sempre professato. <strong>‘L’utero è mio e lo gestisco io’, no? Tu mi firmi una delega, visto che tanto non hai tempo per via del lavoro, e ci penso io a utilizzarlo nel miglior modo”.</strong> “Tu sei un inutile figlio di puttana!”. “Ascolta, ascoltami seriamente, tesoro. <strong>Tanto io le incontrerei comunque, perché ho capito che essere reazionari non porta a nulla ed è pure fuori moda. Peraltro, non vorrai che arrivi uno di questi neri con sei mogli e mi prenda per un barbaro perché ne ho solo una</strong>”. “Cosa c’entrano i migranti”. “Come cosa c’entrano? L’ha detto anche la ex <em>Presidenta</em> che il loro diventerà il nostro sistema di vita. Dunque, perché indugiare ancora. La Boldrini ha ragione. Non per niente, anche Famiglia Cristiana l’aveva incoronata donna dell’anno a suo tempo. Dai, non fare la fascio-leghista”. “Parla quello…”. “Ma dici a me? <strong>Io ho votato per l’Ayatollah Khomeini: il progressismo al potere</strong>”. “Sei proprio un cretino!”. “Se non accetti, <strong>diventerò un islamico integralista e mi sacrificherò per la causa, così Allah mi darà non so quante vergini. Sono proprio curioso di vedere dove andrà a rimediarle, tra parentesi</strong>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Per farvela breve, non so come ma, a furia di supercazzole, ha accettato. Mio padre, sempre in agguato, essendo vedovo, mi ha chiesto: “Oh, ma per me niente?”. “Tu zitto”, gli ho risposto io, “o <strong>ti mando Tito Boeri, con una parrucca, ad accarezzarti il portafogli, la notte”. “No, la pensione no!”. </strong>“Allora <strong>fai il bravo e pensa piuttosto ad accogliere una migrante economica”. “Perché proprio economica?”. “Che sia in fuga dalla guerra non basta perché ti voglia, deve proprio aver bisogno di soldi”.</strong></p>
<p><em>Matteo Fais</em></p>
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		<title>Cronache da Novafeltria mentre la luna mette la ruggine: morti tutti, la Strada Vecchia è il cimitero dei fazzoletti annodati… Lungo il Marecchia, con le gambe a penzoloni</title>
		<link>https://www.pangea.news/cronache-da-novafeltria-mentre-la-luna-mette-la-ruggine-morti-tutti-la-strada-vecchia-e-il-cimitero-dei-fazzoletti-annodati-lungo-il-marecchia-con-le-gambe-a-penzoloni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jul 2018 07:42:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Venerdì sera, a Novafeltria, le Vestali del Ricordo Confuso hanno celebrato l’Halloween della Strada Vecchia. Per un’ora, gli Spiriti Autentici di via Aurelio Saffi hanno permesso ad una quarantina di pachidermi di sedersi in mezzo alla cristalleria in pavè su delle orrende sedie di plastica bianca, per ascoltare le litanie melense delle vestali. Perché la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Venerdì sera, a Novafeltria, le Vestali del Ricordo Confuso hanno celebrato l’Halloween della Strada Vecchia. Per un’ora, gli Spiriti Autentici di via Aurelio Saffi hanno permesso ad una quarantina di pachidermi di sedersi in mezzo alla cristalleria in pavè su delle orrende sedie di plastica bianca, per ascoltare le litanie melense delle vestali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché la Strada Vecchia è una cristalleria ?… perché è tra i luoghi principali della nostra tradizione, è tra le strade più antiche del nostro paese, molti suoi muri sono stati battezzati dal Tempo e la delicatezza di certi particolari ne fa una preziosa teca di storia.</strong> Il lungo elenco di fatti, personaggi e vicende urbanistiche, letto a tre voci, mostrava tutta la sua caratura di “pensierino da quinta elementare letto davanti alla maestra”.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli unici due acuti della “corazzata fantozziana” sono stati: l’elevazione a Maestro di Sylvester The Cat, oscuro misantropo del secolo scorso (al che mi sono strizzato abbondantemente Ernesto ed Evaristo, sempre con discrezione) e il racconto vegan-animalista della morte dell’eroico toro maremmano, perché nella Strada Vecchia c’era il mattatoio numero uno (Vonnegut a noi ci fa un baffo!). I simpatici intermezzi di un bravo fisarmonicista e l’arrivo di nobili quadrupedi che portavano poveri bipedi al garrese hanno reso più umane le sentenze della Triplice; ma la sacrosanta vendetta del cavallo sull’uomo sono stati i meravigliosi “clopete, clopete” quando ha preso la parola Mr. Kapparellas per la litania finale. <strong>Ho aspettato fino alla fine, ma ero sicuro di una cosa che avevo previsto e poi si è avverata, me lo sentivo… ho visto quella luna rugginosa e sono salite quelle parole: “Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai&#8230;”</strong> avevano parlato di tutti, casa per casa, citato i nomi di tutti (soprannomi compresi), avevano illustrato tutte le attività con dovizia di particolari e aneddoti, avevano “fatto la scarpetta” al piatto dei loro ricordi, di numero civico in numero civico avevano provato a raccontare i volti della Strada Vecchia… però, si, però, si sono dimenticati di lui, del Leopardi delle valvole e dei transistor, si sono dimenticati del mio zio Archimede Venerucci, di cui conservo tutto, dalle viti, scatole e bulloni fino all’ultima carezza. <strong>I grandi rancori, al pari dei grandi amori, erano l’ossatura della commedia umana che si svolgeva lungo la Strada Vecchia… ora che sono tutti morti, non è più una strada, è il cimitero dei fazzoletti annodati,</strong> dove noi, moderni PierCapponi non “suoneremo le nostre campane”, ma “accenderemo i nostri congelatori”, perché le migliori vendette si servono fredde, mooolto fredde… seduti sull’argine del Marecchia, con le gambe a penzoloni. (<em>Silvano</em> <em>Tognacci</em>)</p>
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		<title>La professoressa al mare… mi chiamava “mio piccolo Bukowski”, alternava il latino a PornHub e alla fine mi ha dato pure la pagella</title>
		<link>https://www.pangea.news/la-professoressa-al-mare-mi-chiamava-mio-piccolo-bukowski-alternava-il-latino-a-pornhub-e-alla-fine-mi-ha-dato-pure-la-pagella/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Jul 2018 07:09:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Una delle poche cose buone dell’aver scritto qualche migliaio di articoli e un paio di libri sta nell’essersi guadagnati una seppur misera visibilità. Ok, non sto a “La Repubblica” o a “Il Corriere”, ma insomma, per sparare stronzate non è certo necessario farlo dalle colonne dei più venduti quotidiani nazionali – per quello, ci pensano [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Una delle poche cose buone dell’aver scritto qualche migliaio di articoli e un paio di libri sta nell’essersi guadagnati una <strong>seppur misera visibilità</strong>. Ok, non sto a “La Repubblica” o a “Il Corriere”, ma insomma, per sparare stronzate non è certo necessario farlo dalle colonne dei più venduti quotidiani nazionali – per quello, ci pensano già ampiamente loro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le donne, poco ma sicuro, guardano a queste cose e sono curiose.</strong> Non tutte, ovviamente. Diciamo pure quasi nessuna. Sono, a ogni modo, <strong>in numero tale da poterle incontrare negli intermezzi lavorativi</strong>, senza che debba dedicare loro tutto il mio tempo come fa, per esempio, Rocco Siffredi – uno le cui performance sono comunque molto più interessanti degli articoli di “Repubblica” e “Corriere”, proprio a volerla dire tutta.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le ultime che mi è capitato di incrociare c’è appunto una <strong>professoressa</strong>, neanche a dirlo, <strong>di Lettere</strong>. In teoria, la cosa non dovrebbe essere per niente strana, per quanto oggi i docenti si interessino di tutto – come mandare i propri allievi a friggere patatine da McDonald, secondo il principio dell’alternanza scuola-lavoro –, tranne che di leggere. La mia mi aveva detto: <strong>“Guarda, dei tuoi articoli di poesia non me ne frega un cazzo, perché di poesia non ne capisco niente, ma mi piacciono quelli scemi che scrivi la domenica”.</strong> Beh, è già qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo esserci scambiati qualche chilometro di messaggi via chat, l’ho invitata a venirmi a trovare al mare. Ha accettato. Non senza però aver condito il tutto con una serie di considerazioni tipo <strong>“Non so perché ti sto dicendo di sì, anche senza conoscerti, ma c’è qualcosa di te che mi ha ispirato da subito”</strong>. Ora, <strong>se c’è una cosa che ammiro delle donne, è la capacità di complicare qualunque faccenda con l’intreccio e il mistero. Io sono molto più semplicistico: tu vieni e poi, magari, si scopa.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’ho ricevuta con una birra in mano. Lei mi ha sorriso, con la dolcezza tipica delle milf – pardon, in effetti ho omesso di dire che la donna ha diciassette anni più di me.</p>
<p><strong>“Il mio piccolo Bukowski”</strong>, ha esclamato lei.</p>
<p>Ho ridacchiato. “Ti piace Bukowski?”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Per la verità non l’ho mai letto ma, se non ricordo male, era uno che beveva tanta birra”. Tra me e me ho pensato: <strong>ecco cosa resta del lavoro di uno scrittore, il ricordo di tutto quello che ha bevuto</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ho fatta accomodare e mi sono avvicinato. Per farla breve e senza tanti giri di parole, l’ho tirato fuori.</p>
<p style="text-align: justify;">“Le piace, Professoressa?”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Che fai, mi dai del lei?”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Non ce la faccio a godere con una che sta in cattedra, se non le parlo come a scuola”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Bisognerebbe capire perché senti questa necessità”.</p>
<p style="text-align: justify;">“No, Professoressa, la terapia psicanalitica in un altro momento”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Ce l’hai il porto d’armi per questa roba?”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho sorriso. Finalmente cominciavo a divertirmi. <strong>Non c’è niente di meglio che una docente che ti parla con un linguaggio mutuato da PornHub.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Fai sempre così con le donne: glielo sbatti in faccia brutalmente? Ti piace buttarle in medias res?”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Oh, sì Professoressa, mi parli in latino”.</p>
<p style="text-align: justify;">Le successive ore le potremmo così sintetizzare: la prof apre le gambe, si bagna, mostra la fica rasata e ha diversi orgasmi consecutivi… Io la aizzo assestandole qualche tenero sculaccione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La mattina dopo, ci siamo svegliati in contemporanea – lei ha parlato di “empatia”. Io so solo che ero già in pieno alza bandiera. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Ma come fai, dopo le tre di ieri sera?!”, ha esclamato stupita.</p>
<p style="text-align: justify;">“Credo si tratti di una sorta di riflesso pavloviano”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando mi sono alzato dal letto</strong> ero giusto vagamente stanco, nel senso che <strong>mi trascinavo per la casa come uno zombi. Solo che, al posto della carne umana – ne avevo avuta fin troppa –, domandavo unicamente un caffè. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Però non siamo andati al mare”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le donne, si sa, devono sempre buttarla sul romanticismo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine, è tornata a casa, dal marito. Io ho passato il resto della giornata a cercare di riprendermi.</p>
<p style="text-align: justify;">E, ci credereste, dopo un po’ mi ha inviato <strong>“la pagella”</strong>. Rientrava tutto nel nostro patto. Avevamo stabilito che mi avrebbe mandato la sua insindacabile valutazione. Che vi devo dire: <strong>anche questa volta, grazie al cielo, non sono stato rimandato a settembre</strong>.</p>
<p><em>Matteo Fais </em></p>
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		<title>Aiuto, lo Stato mi salvi dalle babbione plurisessantenni tatuate, con il perizoma tra le chiappe!</title>
		<link>https://www.pangea.news/aiuto-lo-stato-mi-salvi-dalle-babbione-plurisessantenni-tatuate-con-il-perizoma-tra-le-chiappe/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jul 2018 07:27:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che Dio ci aiuti! Sono ateo, ma appartengo alla schiera di quelli che, quando l’aereo sta cadendo, si ricordano di essere nati cristiani. E come potrei non chiedere il Suo aiuto una volta che, giunto in spiaggia, mi vedo tutte queste babbione tatuate. Dotate di seggiolino e marito al seguito, le anziane signore, dai sessantacinque [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/aiuto-lo-stato-mi-salvi-dalle-babbione-plurisessantenni-tatuate-con-il-perizoma-tra-le-chiappe/">Aiuto, lo Stato mi salvi dalle babbione plurisessantenni tatuate, con il perizoma tra le chiappe!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Che Dio ci aiuti! <strong>Sono ateo, ma appartengo alla schiera di quelli che, quando l’aereo sta cadendo, si ricordano di essere nati cristiani.</strong> E come potrei non chiedere il Suo aiuto una volta che, giunto in spiaggia, mi vedo tutte queste <strong>babbione tatuate</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Dotate di seggiolino e marito al seguito, le anziane signore, dai sessantacinque in su, <strong>esibiscono tatuaggi freschi</strong> da fare invidia a un galeotto della vecchia scuola. Hanno il fisico cascante, che neanche la badante russa della stessa età sopravvissuta al comunismo. <strong>I muscoli delle braccia vengono giù come carne bollita troppo a lungo. Le tette scendono così in basso che una potrebbe cadere e venir dimenticata sulla spiaggia. Il culo è talmente flaccido da sembrare un budino fatto in casa e dimenticato un anno in frigorifero.</strong> Insomma, persino io non me le chiaverei – il che, mi si creda sulla parola, dovrebbe essere un brutto segno per ogni donna.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, loro non si arrendono. Cercano di essere giovani, forse addirittura credono di essere sexy. E, dunque, che fanno? <strong>Scimmiottano l’idiozia della gioventù: si tatuano, vanno in spiaggia a mostrare il culo, con il perizoma ben infilato tra le chiappe.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Guardate, per esempio, questa <strong>sulla mia sinistra. Non doveva essere neanche male… tre decenni orsono. Adesso, ha una portaerei giapponese della Seconda Guerra Mondiale al posto del sedere. </strong>Malgrado ciò anche lei espone la “mercanzia”, avendo evidentemente dimenticato di controllare la data di scadenza. Povera femmina!</p>
<p style="text-align: justify;">E sono tante, <strong>tante quante i loro uomini dalla pancia pronta a scoppiare, anch’essi tatuati.</strong> Si siedono sullo sdraio e l&#8217;oggetto, improvvisamente animato, domanda pietà senza sapere più che fare.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma vogliamo parlare di questa che sta passando in bikini? Fatele una foto e, con Photoshop, inseritela tra i sopravvissuti di Auschwitz, in una di quelle immagini tristemente passate alla storia. Non se ne accorgerà nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Aspettate. <strong>E questo barcone fatiscente al largo? No, tranquilli, sono quelli che portano a spasso i turisti. </strong>Ci manca solo lo sbarco degli immigrati in fuga dalla fame, alti 1,90 e con i muscoli! Come se non bastassero gli italiani qui intorno a me.</p>
<p><em>Matteo Fais</em></p>
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		<title>“Del mio prossimo m’interessa pochissimo, d’altronde, siamo un paese dall’identità liquefatta… Ad agosto comincerò a scrivere un libro. L’ultimo”: dialogo estivo con Giampiero Mughini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jul 2018 05:12:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Rimbambito dalla bambagia estiva, vago tra i bagnanti per il gusto di affogare. Vacanza ha a che fare con il vacare, che in me suona simile a cacare, evacuare. Insomma, c’è sempre qualcuno – di solito, uno str***o – che vaga da un punto all’altro dell&#8217;immane intestino estivo, arriva alla vacanza con una faccia e ritorna [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/del-mio-prossimo-minteressa-pochissimo-daltronde-siamo-un-paese-dallidentita-liquefatta-ad-agosto-comincero-a-scrivere-un-libro-lultimo/">“Del mio prossimo m’interessa pochissimo, d’altronde, siamo un paese dall’identità liquefatta… Ad agosto comincerò a scrivere un libro. L’ultimo”: dialogo estivo con Giampiero Mughini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Rimbambito dalla bambagia estiva, vago tra i bagnanti per il gusto di affogare. <em>Vacanza</em> ha a che fare con il <em>vacare</em>, che in me suona simile a cacare, <em>evacuare. </em>Insomma, c’è sempre qualcuno – di solito, uno str***o – che vaga da un punto all’altro dell&#8217;immane intestino estivo, arriva alla vacanza con una faccia e ritorna con un&#8217;altra, genericamente più truce. <strong><em>Vacare</em>, poi, biologia etimologica, significa essere vuoti: solo i vuoti vanno in vacanza, a evacuare le poche risorse di cui sono in possesso. Gli altri, pieni di sé, o fuggono – cercando la fuga da sé, va da sé – o viaggiano – cioè, si arrischiano a cambiar vita.</strong> Altrimenti, sostano, sostenuti dalla propria petulante personalità. Insomma: abitando un luogo atto a far vacanza e senza altra storia che la propria gloria alberghiera, misuro la differenza tra la nebbia che dilaga come un gas per Riccione d’inverno e il chiasso estivo, che s’abbarbica la notte alle finestre come un geco. <strong>Si sa, si passa il tempo a osservare gli altri per darsi ragione della propria mostruosità – il romanziere, in effetti, lo insegna Tolstoj, non guarda gli altri, gli bastano gli innumerevoli altri, ignoti, che ha dentro di sé.</strong> Per farla breve. A mo’ di consolazione dall&#8217;afrore vacanziero, scrivo a Giampiero Mughini. Rispondimi ad alcune domande, ti prego, così ne faccio un editoriale da solleone. In verità, il fatto che Mughini non debba dimostrare nulla ad alcuno – ha l’età che rende rimbambiti i cretini da una vita o fa re, intoccati saggi –, che sia adornato di un vispo cinismo e che viva sull’intrepidezza della propria intelligenza, lo rende il mio interlocutore ideale. Le domande, per la cronaca, sono queste:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Che fa Mughini d’estate? Si rinchiude nell’igloo della propria biblioteca, frequenta il bunker del proprio ego, si ristora tra le masse turistiche in località affollatissime? Insomma, che fai? Ovvero: lettura ‘mughinesca’ del rito italico della vacanza estiva. Pochi aggettivi ben calibrati.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*D’estate, che si fa? Si legge, si scopa, si ozia, si penetra in una frustrazione analoga a quella della vita cittadina? Tu, cosa leggi? Cosa dici che dobbiamo leggere sotto l’ombrellone o in cima ai monti?</em></p>
<p style="text-align: justify;">La risposta è questo testo, di dolce spietatezza. (d.b.)</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Per me l’estate non è una stagione che arrovescia quel che sono il resto dell’anno. Niente affatto. Non cambia la mia testa, non modifico le mie scelte di pensiero e di sensibilità. <strong>Quanto al frequentare assiduamente “il bunker del mio ego”, anche quello lo faccio tutto l’anno ed è quello che mi rende una brava persona: uno che mantiene la parola data, che non colpisce l’avversario alle spalle, che consegna in tempo il proprio lavoro, che restituisce al tempo pattuito il denaro eventualmente chiesto in prestito, che preferisce non leggere un libro che non gli piace anziché strombazzarne tutto il male possibile.</strong> Mi piace il mare e per questo derogo a uno dei miei principi: non andare mai nei luoghi in cui ci sono più di 5-6 persone. Sì, non sono uno che ha in grande considerazione il suo prossimo, e del resto credo oggi sia difficile per un italiano avere grande considerazione del proprio prossimo. <strong>Siamo un Paese la cui identità si sta liquefacendo. E del resto basta vedere chi sono gli uomini e le donne che hanno avuto il massimo del consenso elettorale un paio di mesi fa. Qualcuno di voi, glielo avessero pronosticato, ci avrebbe creduto?</strong> Io non credo. E dunque d’estate non faccio nulla che non faccia il resto dell’anno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Trovo un po’ ripugnante il verbo &#8220;scopare&#8221;, un verbo che non ho mai adoperato nel mio parlare quotidiano. E comunque un verbo che alla mia età cade inevitabilmente in disuso, e comunque che non dipende certo dai gradi di temperatura.</strong> Sto pochissimo sotto l’ombrellone e in quel caso leggo i giornali quotidiani, gli stessi cinque che leggo d’inverno: <em>Repubblica</em>, <em>Corriere</em>, <em>la Stampa</em>, <em>il Foglio</em>, <em>il Fatto</em>. Se <em>Pangea</em> fosse fatta di carta, immancabilmente la comprerei o mi abbonerei.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa estate mi porterò appresso quattro o cinque libri: <strong>il libro di un ex ambasciatore israeliano sulla Guerra dei sei giorni vinta da Israele nel 1967, un racconto di Dostoevskij tradotto dalla grande Serena Vitale e appena pubblicato da Adelphi, </strong>il libro di Rosetta Loy dedicato a Cesare Garboli (era stato il suo grande amore), il libro di Sandra Petrignani sulla Ginzburg entrato nella cinquina finale dello Strega, un libro di Pierre Siniac, uno scrittore francese pressoché totalmente ignorato in Italia, uno che ha scritto solo libri “noir” e che è di certo uno dei più grandi scrittori francesi degli ultimi quarant’anni. <strong>Il 9 agosto tornerò a Roma. Non so quello che mi aspetta. Non ho nessun rapporto o contratto di lavoro. Non so che cosa farò per campare.</strong> Ah sì, comincerò a lavorare a un nuovo libro, probabilmente l’ultimo della mia vita. Crepi il lupo.</p>
<p><em>Giampiero Mughini</em></p>
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		<title>Sull’arenile le Milf sono ovunque. Più bone delle figlie, più dolci, non rompono le palle e mi inondano di selfie che non mi fanno dormire…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Jul 2018 05:00:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Queste milf sono ovunque, su YouPorn come sull’arenile. Fanno concorrenza alle più giovani, o meglio sarebbe dire alle figlie. In fondo, non c’è poi tanta differenza. Entrambe sono tatuate e indossano il perizoma. Certo le ragazzine sono più fresche, ma è pur vero che hanno sempre un sorrisetto idiota stampato sulla faccia che le rende [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sullarenile-le-milf-sono-ovunque-piu-bone-delle-figlie-piu-dolci-non-rompono-le-palle-e-mi-inondano-di-selfie-che-non-mi-fanno-dormire/">Sull’arenile le Milf sono ovunque. Più bone delle figlie, più dolci, non rompono le palle e mi inondano di selfie che non mi fanno dormire…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Queste milf sono ovunque, su YouPorn come sull’arenile</strong>. Fanno concorrenza alle più giovani, o meglio sarebbe dire <strong>alle figlie</strong>. In fondo, <strong>non c’è poi tanta differenza. Entrambe sono tatuate e indossano il perizoma</strong>. Certo le ragazzine sono più fresche, ma è pur vero che hanno sempre un sorrisetto idiota stampato sulla faccia che le rende sinceramente insopportabili. Le milf invece – che carine – <strong>sorridono con parsimonia, per non rendere troppo evidenti le rughe</strong> e le dolci zampette di gallina.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono in contatto con diverse di loro. Mi piacciono, non so perché. Sono più dolci e rompono meno i coglioni. Poi, quelle che conosco io, sono tutte più bone delle figlie ma, come queste ultime,<strong> si fanno i selfie. Me li inviano. Senonchè mi ritrovo in stato di perenne agitazione ormonale da non riuscire a dormire</strong>, peggio che se avessi bevuto caffè prima di andare a letto.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo la logica del “mal comune mezzo gaudio”, comunque, <strong>mostro le foto a mio padre, un povero vedovo pensionato</strong>, che oramai gira un po’ ovunque nel <strong>disperato tentativo di incappare in qualcuna che se lo prenda in carico</strong>. Ultimamente, si è recato pure al Gay Pride e ha attaccato bottone con una ragazza. Questa, scambiandolo per un innocente vegliardo, gli ha detto: “Certo, per noi ragazze etero, qui non c’è granché”. “Signorina”, ha replicato lui prontamente, <strong>“questo solo perché le giovani come lei non vogliono prendere in considerazione i vecchi arrapati come me”</strong>. Per fortuna non c’ero, altrimenti mi sarei sotterrato. A ogni modo, apprezzo chi non si arrende e, a settantaquattro anni, continua a pensare alla fica, oltre a <strong>toccarsi i coglioni, quando in televisione compare Tito Boeri, al grido di “Col cazzo che ti inculi la mia pensione, tiè!”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, prima di imboccare la tangente, dicevo che <strong>gli mostro le foto che gentilmente le signore mi inviano</strong>. Lui, in modo molto sobrio e distaccato commenta: “Che pezzo di figa”, “Questa è bona anche subito”, “Minchia, quanto me la farei”. Dopodiché scherza e mi dice: <strong>“Ma, dopo che sono state con te, non è che una di queste vorrebbe fidanzarsi col sottoscritto?”. “Senti”, gli faccio io, “con la vecchiaia ti stai riducendo a un caso umano da far studiare a Freud.</strong> Altro che complesso di Edipo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Su una cosa, però, mio padre ha ragione: <strong>“il mondo è di queste cinquantenni ancora bone”</strong>. E, infatti, gli ho fatto presente che “Io non mi sottraggo alle sfide che il presente ci lancia. Proprio a tal proposito, <strong>ti volevo chiedere di tornare qualche giorno in città, perché devono venire a trovarmi un paio di amiche</strong>”. Dapprima ha borbottato, poi ha ridacchiato. Insomma, sembrava un isterico. “Ma non farmi troppo casino in casa, ci siamo intesi?”. “Cosa vuoi che ti dica, una trombata non ha mai buttato giù un muro perimetrale”. “Mi preoccupano, infatti, solo quelli interni, le pareti divisorie”. “Non temere, tanto, per recuperare, le porterò anche al mare”. <strong>Ha sghignazzato: “MILF a mare”. “Tranquillo, se annegheranno non è per via dell’acqua”</strong>. Mi ha guardato un po’ interdetto, poi si è dato una manata sulla fronte. “L’ho capita adesso!”. “Stai perdendo colpi. <strong>Altro che MILF, qui tra un po’ ti ci vorrà la badante</strong>”.</p>
<p><em>Matteo Fais</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sullarenile-le-milf-sono-ovunque-piu-bone-delle-figlie-piu-dolci-non-rompono-le-palle-e-mi-inondano-di-selfie-che-non-mi-fanno-dormire/">Sull’arenile le Milf sono ovunque. Più bone delle figlie, più dolci, non rompono le palle e mi inondano di selfie che non mi fanno dormire…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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