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	<title>Israele Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Una passione per l’invisibile”. Dialogo con Giacomo Petrarca </title>
		<link>https://www.pangea.news/mose-giacomo-petrarca-intervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2026 04:06:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel&nbsp;<em>Trattato Menachot</em>, Rabbi Shimon spiega che gli ultimi versetti della Torah sono stati scritti da Mosè nel pianto. L’ago esegetico è sottile. Mosè muore a centoventi anni, nel pieno vigore, con gli occhi tesi, accesi, al quinto versetto del capitolo 34 del&nbsp;<em>Deuteronomio</em>. Chi ha scritto gli ultimi otto versetti del&nbsp;<em>suo</em>&nbsp;libro, della “legge di Mosè”? Il punto – in grado di far oscillare l’intera trama del Testo – viene risolto con una soluzione, al contempo, persuasiva e commovente:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Fino al versetto che descrive la morte di Moshè, il Santo, benedetto Egli sia, dettava e Moshè scriveva il testo e lo ripeteva. Da questo punto in avanti, riguardo alla morte di Moshè, il Santo, benedetto Egli sia, dettata e Moshè scriveva con lacrime senza ripetere le parole, a causa del suo grande dolore”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Il pianto impantana le labbra del balbuziente Mosè, che non può ripetere ciò che scrive, ormai del tutto inscritto nel Testo. Mosè muore inghiottito nel Testo, sulla soglia di una terra detta Patto. In un passo talmudico più noto (<em>Chagigah</em>&nbsp;5b), Rabbi Shmuel bar Inya afferma – commentando un passo di Geremia, 13, 17 – che “Il Santo, benedetto Egli sia, ha un luogo dove piange”: piange “a causa dell’orgoglio di Israele… a causa dell’orgoglio del regno dei Cieli”. Chissà se tutte queste lacrime ledono il Testo – o, meglio, lo nutrono.&nbsp;</p>



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<p>Mi permetto di virare – e forse di sviare un po’ il lettore – intorno a una delle innumerevoli suggestioni offerte da&nbsp;<strong><a href="https://www.feltrinellieditore.it/opera/mose/"><em>Mosè</em>&nbsp;(Feltrinelli, 2026)</a>,</strong>&nbsp;studio assai affascinante di&nbsp;<strong><a href="https://www.unisr.it/docenti/p/petrarca-giacomo">Giacomo Petrarca</a></strong>, professore associato all’Università Vita-Salute San Raffaele in Milano, pubblicato nella collana ‘Eredi’ diretta da Massimo Recalcati. È un libro dal rigore spiazzante,&nbsp;<em>Mosè</em>: vi convergono diverse trame, che spesso afferiscono al mondo della letteratura e dell’arte. Tra i deuteragonisti del libro spicca Franz Kafka; un capitolo è dedicato all’<em>Uomo Mosè&nbsp;</em>di Freud; tra le note fanno una fugace apparizione Umberto Eco e Wu Ming; il libro si chiude su un’opera di Jean-Michel Basquiat, ma ben prima si è detto del&nbsp;<em>Mosè con le tavole della legge</em>&nbsp;di Guido Reni e di Rembrandt. I temi toccati dallo studioso – a rischio di infrangerne la sigillata coerenza – sono capitali: cos’è la scrittura, cos’è il libro, cos’è lo scrittore, cosa significa ‘abitare’ un testo, dove dimora il ‘senso’, che cosa significa ‘legge’ e cosa significa leggere. Intorno al passo, drammatico, che racconta la rottura delle tavole – capitolo 32 di&nbsp;<em>Esodo</em>&nbsp;– Petrarca commenta:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il testo diventa così il principio della propria ‘sovversione’: in esso andranno cercati i limiti del testo, quei limiti che ogni integralismo religioso nega facendo del testo il libro ‘assoluto’. Mi pare sia precisamente questa la linea indicata da quel rifiuto di ogni idolatria della pienezza che la <em>torah</em> presenza proprio con l’episodio della rottura delle tavole”. </strong></p>
</blockquote>



<p>Per profondità d’indagine, il libro piacerà a chi ama Maurice Blanchot e Vladimir Jankélévitch; mi ha ricordato il più bel testo di André Neher,&nbsp;<em>L’esilio della parola</em>. Per dilatare il campo di indagine, suggerisco la lettura della lunga “Conversazione” intrattenuta da Edmond Jabès – figura non secondaria nel libro di Petrarca – con Marcel Cohen,&nbsp;<em>Dal deserto al libro&nbsp;</em>(edito la prima volta da “In forma di parole”, 1983, ora Edizioni degli animali, 2021). Il deserto ‘prepara’ il libro, anche dal punto di vista etimologico, come segnala Petrarca: “Non a caso&nbsp;<em>midbar</em>&nbsp;[deserto, ndr] ha la stessa grafia di&nbsp;<em>medubar</em>, che significa ‘detto’, ‘pronunciato’: proprio come il discorso che verrà proferito sul Sinai”. Jabès interpretava Mosè rifilando alcune parole di Filone, “Avendo Mosè udito il Signore… fu divorato ancor più dal fuoco della passione per l’invisibile”. In quel brano, il grande poeta francese rintracciava una poetica:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Come dire meglio che è il sentimento dell’invisibile a spingersi paradossalmente a guardare il visibile, a incontrarlo. Allo stesso modo, per lo scrittore, ogni parola scritta nasconde un’altra parola del tutto inafferrabile ma incessantemente differita e infinitamente più essenziale. Verso questa parola egli tende”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Jabès confidava nell’“illeggibile” come spazio di scoperta del sé, come modo, per il lettore, di apprendere “la propria vertigine”. Dunque: tornare al deserto con il libro in mano, perché il libro sia infranto – o cristallizzato – dalle sabbie. Chi ripete il testo, si sa, sillaba il mondo, lo avvera.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="684" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/9788807227417_0_0_0_0_0-684x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107092" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/9788807227417_0_0_0_0_0-684x1024.jpg 684w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/9788807227417_0_0_0_0_0-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/9788807227417_0_0_0_0_0-600x899.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/9788807227417_0_0_0_0_0.jpg 721w" sizes="(max-width: 684px) 100vw, 684px" /></figure>



<p><strong>La Scrittura – chiamiamola per convenienza così – è scrittura che va ascoltata piuttosto che letta? Che cosa vuol dire ‘leggere’ la Scrittura? O forse – procedo assecondando le sue suggestioni – leggendo la Scrittura siamo letti? (E dunque: setacciati, rintracciati, sconfitti).&nbsp;</strong></p>



<p>Direi così: è il libro a istituire la comunità dei suoi ascoltatori, in quanto esso sussiste solo in quella lettura. Ho provato a riassumere questo andamento in una formula: “Nel libro si legge il libro”, dove il libro non è solo l’oggetto, ma prima di tutto il luogo in cui la lettura è possibile. Quel luogo che fa sussistere tanto i suoi personaggi, quanto i suoi lettori-ascoltatori. Se poi nella lettura-ascolto del libro siamo setacciati, rintracciati – e, come suggerisce lei, qualche volta anche sconfitti, perché no –, non di meno il libro reca con sé i segni del nostro passaggio. Di noi “guastafeste” della Scrittura: della sua improbabile ieraticità e del suo essere una storia già scritta una volta per tutte. Storia che, al contrario, cambia a partire dalle tracce che i nostri passi di lettori del testo lasciano nel libro.</p>



<p><strong>Che cosa intendiamo per Legge? Perch</strong><strong>é&nbsp;non diventi idolo, la Legge, forse, va evasa… anzi, va infranta. Soltanto così saprà invaderci e fare uno di un popolo frantumato.&nbsp;</strong></p>



<p>Direi che la legge individua prima di tutto un piano di operatività, all’interno del quale è possibile, ogni volta, che una parola si converta in azione, divenendo così reale (e in un certo senso, sporgendosi anche “oltre” il libro). Perciò la legge già ci invade, in quanto trama del mondo. Nutro non poche perplessità per quel paradigma da lei evocato che vedrebbe l’esperienza della legge nella sua trasgressione-infrazione (tratto tipico dell’antinomismo cristiano e non solo). Mi pare che, al fondo di quella visione, operi un malinteso sostanziale dovuto a una lettura parziale e unilaterale di Paolo (ciò che nel libro chiamo “paolinismo storico”). Se infatti si pone il bisogno di “farci invadere” dalla legge e da ciò che essa comanda, è perché si ritiene – prima di tutto – che le siamo essenzialmente estranei. E qui sta il malinteso: la legge non comanda alcunché, ma – al contrario – è l’indicazione di un luogo in cui è possibile una qualche forma di agire, di un ordine delle cose che essa stessa già sostanzia e sorregge. Dietro l’idea che la legge porti con sé un comando, sta l’indicazione di una frattura da colmare (una scissione avrebbe detto più avanti Hegel), e quindi anche l’idea di una perdita originaria dell’unità tra il fare e il mondo. Perdita, peraltro, di cui la stessa legge (ebraica) sarebbe indicazione e, in ugual misura, causa. Per questo ho perplessità anche sull’idea di una riunificazione, come ricomposizione di un quadro perduto. Se nella legge volessimo trovare un’accezione riparativa, allora non potrebbe che essere la costante disseminazione della propria ingiunzione, cioè la continua riscrittura di un “ordine” sempre&nbsp;<em>in fieri</em>, mai “reale” fuori dalle storie-liberazioni che sarà in grado di suscitare. Facendo pertanto di ogni crepa, di ogni “resto”, una nuova possibilità di vita.&nbsp;</p>



<p><strong>Mosè sigilla la Scrittura morendo. Verrebbe da dire: la lettera uccide… O forse: di interpretazione si muore. Chiedo a lei.&nbsp;</strong></p>



<p>Come ha scritto una volta Carlo Ginzburg: «la lettera uccide chi la ignora». Ecco, direi lo stesso dell’interpretazione.</p>



<p><strong>Qual&nbsp;è l’opera della Scrittura? Che cosa&nbsp;<em>opera</em>&nbsp;la Scrittura chiamata Torah?</strong></p>



<p>Opera la possibilità della propria scrittura, ossia che un mondo possa sussistere, che un’uscita dalla schiavitù possa farsi reale. Cioè porta il mondo a parola, lo rende raccontabile, ancora e ancora. La&nbsp;<em>torah</em>&nbsp;non è il senso del mondo, come fosse un insieme di significati predeterminati, un sistema “valoriale” da applicare a questa o quella circostanza, né una serie di “comandamenti” (non ci sono comandamenti nel testo, ma&nbsp;<em>parole</em>: la divinità parla nella voce, Mosè risponde alla stessa maniera). Al contrario, è l’ingiunzione nella quale le cose possono iniziare a raccontare la propria storia: che è, anche, sempre storia di nascite, di perdite e di riparazioni.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="779" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Rembrandt_Harmensz._van_Rijn_079-779x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107093" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Rembrandt_Harmensz._van_Rijn_079-779x1024.jpg 779w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Rembrandt_Harmensz._van_Rijn_079-228x300.jpg 228w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Rembrandt_Harmensz._van_Rijn_079-768x1009.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Rembrandt_Harmensz._van_Rijn_079-600x788.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Rembrandt_Harmensz._van_Rijn_079.jpg 822w" sizes="(max-width: 779px) 100vw, 779px" /><figcaption class="wp-element-caption">Rembrandt, <em>Mosè con le tavole della legge</em>, 1659</figcaption></figure>



<p><strong>Nella storia biblica, sempre in bilico, HaShem sceglie gli inadatti, gli inappropriati. Così, Mosè è impacciato di bocca e a Isaia occorre dissigillare le labbra. I mediatori soffrono, forse, di troppa intimità con HaShem. Mi dica lei.&nbsp;</strong></p>



<p>Che i mediatori soffrano di troppa intimità con la divinità è un’evenienza interessante, poiché la si potrebbe pensare anche nella maniera opposta. L’ambiguità del testo, l’impossibilità di potersi appropriare di una nozione determinata di mediazione (ad esempio, nell’immagine di profezia), mi pare la spia più interessante di questa tensione. In fondo, la&nbsp;<em>torah</em>&nbsp;è un grande costrutto narrativo per tenersi a distanza – e a riparo – dalla divinità. Non c’è spazio per nessuno “stato d’eccezione” in essa: la divinità parla, opera, agisce&nbsp;&nbsp;sempre e solo come personaggio del libro, come entità che appartiene alla stessa vicenda del testo e del popolo. Credo che qui per la&nbsp;<em>torah</em>&nbsp;valga ciò che Joseph Roth scrive di Mendel Singer, il suo Giobbe, il quale «non tollerava miracoli nel regno del visibile».</p>



<p><strong>La porto su altro piano, affine. Nella Scrittura c’è una ‘consegna’: HaShem dà qualcosa a Mosè, a lui si offre. Nei Vangeli c’è un uomo, il Cristo, che si consegna, come fosse lui il rotolo e le tavole della legge. Logos –&nbsp;</strong><strong>non Graphé –&nbsp;inchiodato, alla lettera. Forse per questo i cristiani non subiscono la sacralità del libro – un libro, il Nuovo Testamento, per altro, redatto in una lingua in cui non si esprimeva il Nazareno. È così</strong><strong>?</strong></p>



<p>Faccio fatica a seguirla sul fatto che i cristiani non abbiano subìto la sacralità del libro, se proprio loro lo hanno reso – per secoli – l’oggetto devozionale per antonomasia (“parola di Dio”), inaccessibile ai più data la lingua latina in cui veniva ostinatamente mantenuto, e la cui lettura-interpretazione era a esclusivo appannaggio dell’autorità clericale. Pensi anche al paternalismo di tante raffigurazioni degli evangelisti imboccati o addirittura guidati nella scrittura del Vangelo dalla stessa mano divina o di un angelo. Ci volle Lutero – che non fu proprio ciò che definirei un “giudaizzante” – a sollevare la questione nella maniera più netta: anzitutto, con la sua traduzione tedesca del testo biblico, e poi con le problematiche sul paradigma esegetico a essa connesse. Tra i vari protagonisti di questa lunga vicenda, nel libro mi sono servito anche del lavoro dell’umanista fiorentino Andrea Brucioli che, nel 1532, pubblicò la prima bibbia in volgare: opera che gli costò la persecuzione da parte dell’Inquisizione e il carcere. Fortunatamente molta acqua è passata sotto i ponti, ma il tema resta ed è – per tornare alla bella immagine della sua sollecitazione – ancora contenuto nel modo di intendere l’idea di&nbsp;<em>consegna</em>. «Prendete e mangiatene tutti», indica l’atto del prendere, dell’allungare la mano, dell’afferrare, non solo la ricezione tacita e passiva.</p>



<p><strong>Cosa intendiamo per memoria? Se io imparassi a memoria la Torah potrei dire di averla ‘</strong><strong>compresa’? Sono io, lettore-interprete-fedele, che divoro il libro o è il libro a divorarmi e a comprendermi da sempre, ad avermi inghiottito? Cosa significa dire che la Torah è infinita, sempre nuova, aperta a ogni possibile interpretazione?</strong></p>



<p>Il tema della memoria ritorna più volte nel libro, soprattutto nel capitolo dedicato a Freud. È interessante, però, il raccordo che lei propone con un’altra questione ampiamente trattata nel libro: quella dell’interpretazione. Le direi, in breve, che né la memoria, né l’interpretazione sono degli automatismi. Questo perché implicano, ogni volta, un loro raddoppio, una copia – dissimile – di ciò che ripetono-interpretano. Da questo punto di vista, seppur dall’indubbio fascino, ho provato a mettere da parte il mantra edificante e – mi conceda – un po’ rassicurante dell’infinita interpretabilità della&nbsp;<em>torah</em>. Al contrario, ho provato a indicare come e in che modo queste pratiche interpretative o costrutti narrativi cortocircuitino (è il caso di alcune pagine su Kafka) o di come lo stesso testo della&nbsp;<em>torah</em>&nbsp;faccia resistenza – e, talvolta, fornisca gli anticorpi – contro alcune interpretazioni che ne sono state date. La mia finalità non è quella di salvare la purezza del testo. Nessun testo è mai del tutto innocente rispetto alle falsificazioni che di esso vengono fatte. Però ci sono testi che si piegano alle proprie falsificazioni, altri invece che continuano a recalcitrare, che protestano, che fanno resistenza. Ecco, la&nbsp;<em>torah</em>&nbsp;è uno di questi.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="784" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/484206315_947007047599732_8052583573309565004_n-784x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107094" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/484206315_947007047599732_8052583573309565004_n-784x1024.jpg 784w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/484206315_947007047599732_8052583573309565004_n-230x300.jpg 230w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/484206315_947007047599732_8052583573309565004_n-768x1003.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/484206315_947007047599732_8052583573309565004_n-600x784.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/484206315_947007047599732_8052583573309565004_n.jpg 827w" sizes="(max-width: 784px) 100vw, 784px" /><figcaption class="wp-element-caption">Guido Reni, <em>Mosè che infrange le tavole della legge</em>, prima del 1620</figcaption></figure>



<p><strong>In sintesi: che idea di Mosè ci lascia in eredità Freud? Che cosa del suo studio maciullato sull’“Uomo Mosè” dobbiamo serbare?&nbsp;</strong></p>



<p>È eloquente quest’uso dell’aggettivo “maciullato” riferito al&nbsp;<em>Mosè</em>&nbsp;di Freud. Perché richiama uno stato di pressione estrema. Separare per purificare, come fa la gramolatrice che separa le fibre per la tessitura dalle parti legnose. Nel libro di Freud avviene questo processo, solo che in forma inversa. Freud “maciulla”, proprio per conservare tutto. Nella sua tela vengono tessute anche le parti vegetali più tenaci. Ne esce un grande depistaggio, l’idea che ogni fare e dire implichi sempre uno slittamento, una dislocazione. Per dire la cosa, parliamo sempre di qualcos’altro, di un fantasma. Quindi più delle ipotesi e delle conclusioni proposte nell’<em>Uomo Mosè</em>, resta l’operatività di questa “macchina narrativa” come esempio estremamente vivido di messa in scena della scrittura, delle sue possibilità e dei suoi limiti.&nbsp;</p>



<p><strong>La porto in un campo a me più prossimo, dal momento che nel libro cita il grande poeta francese Edmond Jabès. Dopo aver attraversato il Mar Rosso, Mosè intona un canto; gli fa seguito la sorella “profetessa”, Maria, che intona il canto insieme ad altre donne “con i tamburelli e con danze” (a indicare una peculiarità femminile nel legame di linguaggio tra Israele e HaShem?). Che valore ha, rispetto alla Legge, la poesia nella Scrittura? Che ‘operazione’ svolge?</strong></p>



<p>Le risponderei che non lo so. Nel senso che più che una peculiarità delle donne riguardo al linguaggio, mi pare ci sia proprio una&nbsp;<em>controstoria</em>&nbsp;scritta dall’elemento femminile che attraversa i cinque libri delle&nbsp;<em>torah</em>. Una&nbsp;<em>controstoria</em>&nbsp;che non ridurrei solo al ruolo salvifico – seppur essenziale – che i personaggi femminili giocano nei confronti di Mosè (la figlia di Faraone che lo ritrova nella cesta, la moglie Tzipporah che gli salva la vita durante una vicenda assai oscura prima del Sinai, la sorella Myriam che trova, nel canto, le parole più adeguate per restituire il senso della liberazione avvenuta). Questa&nbsp;<em>controstoria</em>&nbsp;costituisce una vera e propria messa in discussione del paradigma narrativo mosaico, che – a differenza delle altre contese – non produce nuovi conflitti nel testo, ma piuttosto supplementi di senso, prolungamenti e vie di uscita di quel paradigma narrativo, spingendo Mosè in luoghi del testo in cui non sa spingersi. Penso, ad esempio, alle figlie di&nbsp;Zelofehad&nbsp;nel libro dei&nbsp;<em>Numeri</em>&nbsp;che rivendicano il loro diritto all’eredità paterna. Ecco, che questa&nbsp;<em>controstoria</em>poi assuma anche la “leggerezza” del canto, è un aspetto che mi offre un’ulteriore pista di lavoro alla quale non avevo pensato (per la quale non posso che ringraziarla).</p>



<p><em>*In copertina: Jean-Michel Basquiat, Moses and the Egyptians, 1982</em></p>
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		<title>“Il cuore è diventato audace”. Le poesie di Yehuda Amichai</title>
		<link>https://www.pangea.news/yehuda-amichai-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Oct 2025 04:06:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura ebraica]]></category>
		<category><![CDATA[Ted Hughes]]></category>
		<category><![CDATA[Yehuda Amichai]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 1977 l’editore Harper &#38; Row pubblica&#160;Amen, una raccolta del poeta ebreo&#160;Yehuda Amichai. All’epoca, Amichai compiva cinquantatré anni: nato a Würzburg, in Franconia, nel 1924, si era trasferito, ragazzino, al seguito della famiglia, a Gerusalemme. Hitler era da poco “Führer” del Reich. Fu insegnante, servì durante la Seconda guerra e, in forme diverse, nelle diverse [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel 1977 l’editore Harper &amp; Row pubblica&nbsp;<em>Amen</em>, una raccolta del poeta ebreo&nbsp;<a href="https://www.poetryfoundation.org/poets/yehuda-amichai" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Yehuda Amichai</strong>.</a> All’epoca, Amichai compiva cinquantatré anni: nato a Würzburg, in Franconia, nel 1924, si era trasferito, ragazzino, al seguito della famiglia, a Gerusalemme. Hitler era da poco “Führer” del Reich. Fu insegnante, servì durante la Seconda guerra e, in forme diverse, nelle diverse guerre che hanno falciato la Palestina. Fu, infine, uno strenuo ‘operatore di pace’. La sua famiglia viveva in Germania dal Medioevo; i genitori venivano da una generazione di contadini, avevano una fattoria a Giebelstadt, in Baviera.&nbsp;</p>



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<p><em>Amen</em>&nbsp;è aperto da un’introduzione di&nbsp;<strong>Ted Hughes</strong>. Il grande poeta inglese – all’epoca aveva già pubblicato i libri più noti:&nbsp;<em>The Hawk in the Rain, Lupercal, Crow</em>&nbsp;– spiega nel suo scritto, per così dire, le ragioni di un amore. Aveva letto per la prima volta Amichai nel 1966, restandone stordito. “La sua poesia tiene conto dei Profeti, della storia biblica, del mondo soprannaturale della tradizione mistica ebraica e del ruolo simbolico di Israele, in particolare di Gerusalemme. Ha la forza interiore di chi è sopravvissuto alla diaspora e alla particolare elezione imposta alla sua gente da Hitler”. A Hughes sorprendeva che una simile carica&nbsp;<em>storica</em>, quella&nbsp;<em>terribile</em>&nbsp;tensione emotiva non sfamasse una poesia vertiginosa, sapienziale, magari, ma arida nei modi e nei toni. No. Amichai eseguiva quel fardello in un vagabondaggio lirico colloquiale, facile, come acqua sul viso. Amichai si era fatto carico di un’era grave di lutti e di infamie, riconducendola all’inno, a una forma di spietata pietà, al formulario delle cose di ogni giorno. C’è qualcosa del pane spezzato e della veglia sopra la culla, c’è, cioè, un’insonnia, un risoluto andare verso il deserto e il frutteto che è l’uomo, verso il corpo nudo e il corpo scatenato, nelle poesie di Amichai. Un poeta che lascia le porte e le finestre aperte, un poeta&nbsp;<em>rivelato</em>, diversamente dai poeti tumulati in un segreto, che vogliono segregare la congrega dei propri lettori in un romitorio.&nbsp;</p>



<p>Ted Hughes scrisse di un “linguaggio per immagini che opera con la complessità e la ricchezza dei geroglifici”. Scrisse che quelle raccolte in&nbsp;<em>Amen</em>&nbsp;erano “le poesie inglesi di Yehuda Amichai”. Il lavoro era stato compiuto insieme. Amichai aveva realizzato una versione parziale dei testi, Hughes operò “correggendo alcune stranezze, cambiando il fraseggio di alcuni versi. In sostanza, mi premeva preservare il tono e la cadenza della voce di Amichai in inglese”. Fu una specie di patto. Hughes aveva fatto tradurre alcune poesie di Amichai, alcuni anni prima, ad Assia Wevill, la donna per cui aveva lasciato Sylvia Plath, ebrea di origine russa per parte di padre.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="639" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/31993245352-639x1024.jpg" alt="" class="wp-image-104831" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/31993245352-639x1024.jpg 639w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/31993245352-187x300.jpg 187w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/31993245352-600x961.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/31993245352.jpg 674w" sizes="(max-width: 639px) 100vw, 639px" /></figure>



<p>Yehuda Amichai, in verità, si chiamava Ludwig Pfeuffer. In un’intervista rilasciata a Lawrence Joseph per la “Paris Review” (Issue 122, Spring 1992), il poeta racconta tratti della sua infanzia in Germania. “A casa nostra si respirava molta cultura. Soprattutto, musica e poesia: Goethe, Schiller, Heine su tutti. Mia madre e mia nonna mi leggevano brani di letteratura tedesca. Andavamo regolarmente in sinagoga, interpretavo la Bibbia. Nei paesaggi tedeschi, per me molto belli – fiumi, montagne, foreste, laghi – trasfiguravo il panorama biblico. La valle soleggiata dove siamo capitati in gita scolastica, nella mia immaginazione era la valle in cui Davide e Golia si erano sfidati. Certo, l’antisemitismo c’era, ben prima di Hitler. Ci insultavano. Ci lanciavano pietre. Ci chiamavano ‘Isaac’, come chiamavano ‘Ali’ o ‘Mohammed’ i musulmani, gridando, ‘Andatevene in Palestina’. Eppure, il paesaggio tedesco per me restava un idillio”.&nbsp;</p>



<p>Le poesie di Amichai ebbero un successo clamoroso: tradotte in diverse lingue – compreso il cinese, il giapponese e il nepalese – attecchirono con particolare fortuna nel mondo inglese. Dagli anni Settanta, Amichai fu ‘poet in residence’ a Berkeley e alla New York University; durante il discorso di accettazione del Nobel per la pace, Yitzhak Rabin citò una sua poesia. In Italia,&nbsp;<a href="https://www.crocettieditore.it/poesia/poesie-amichai/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>le sue&nbsp;<em>Poesie</em>&nbsp;sono state tradotte da Ariel Rathaus per Crocetti</strong>,</a> e costantemente ristampate, tra il 1993 e il 2021.&nbsp;</p>



<p>Amichai è morto il 22 settembre del 2000. Nel ‘coccodrillo’ firmato per il “Guardian”, Lawrence Joffe ricorda che la popolarità di Amichai era scandita dalla sua scontrosa ritrosia: “Ha resistito per tutta la vita all’appellativo di ‘poeta nazionale d’Israele’, benché i suoi modi di dire si siano insinuati nel linguaggio di ogni giorno, le madri in lutto recitino i suoi versi sulle tombe dei figli caduti in guerra e diverse canzoni rock abbiano preso spunto dai suoi libri. Eppure, queste cose non lo intaccavano: restava coi piedi per terra, preferiva la Gerusalemme degli antichi vicoli alla moderna Tel Aviv, era un sionista critico, lo ripugnavano i trionfalismi, voleva una pace fatta di normalità e affetto per il prossimo, affermò l’autenticità dell’individuo contro il rigore dell’ortodossia, disse che ‘L’unico compito di un intellettuale è concedere patria al dubbio’”. Lo dissero&nbsp;<em>Irreverent poetic conscience of Israel</em>. Ha avuto due mogli e tre figli.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="663" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/71xUkJEEhnL-663x1024.jpg" alt="" class="wp-image-104832" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/71xUkJEEhnL-663x1024.jpg 663w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/71xUkJEEhnL-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/71xUkJEEhnL-600x927.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/71xUkJEEhnL.jpg 699w" sizes="(max-width: 663px) 100vw, 663px" /></figure>



<p>Da ragazzo, restò folgorato dai versi di Auden e di Eliot. Disse di lenzuola e deserti, riferì l’amore carnale e i sussurri dei morti, i giochi dei bimbi e la vergogna della guerra; disse di Dio e del buco della camicia – che forse sono la stessa cosa, perché tutto è nel tutto, e tutto ansima, e tutto soffre e di tutto devi prenderti cura.&nbsp;</p>



<p>***</p>



<p>Da&nbsp;<em>Canti della patria</em></p>



<p>I</p>



<p>Il nostro bambino fu svezzato nei primi giorni<br>di guerra. Corsi a fissare<br>l’orrore del deserto.</p>



<p>Rientrai che era notte, per vederlo<br>dormire. Già dimentico<br>dei capezzoli della madre, li dimenticherà<br>fino alla prossima guerra.</p>



<p>Così, così piccolo,&nbsp;<br>chiuse le speranze, si aprì alla vastità<br>del compianto – che non si chiude mai.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>2</p>



<p>La guerra scoppiò in autunno tra i vuoti del confine<br>dove sono dolci i grappoli e le arance.&nbsp;</p>



<p>Il cielo è blu, come le vene tormentate sulle cosce<br>di una donna.&nbsp;</p>



<p>Per chi lo fissa, è uno specchio il deserto.&nbsp;</p>



<p>I maschi, tristi, portano il ricordo delle loro famiglie<br>in sacchi, sacchetti e cupi zaini<br>nelle borse e nell’iride che scema.&nbsp;</p>



<p>Sangue congelato nelle vene. Non si versa<br>puoi solo farlo a pezzi.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>3</p>



<p>Il sole di ottobre ci scalda il viso.<br>Un soldato riempie secchi di sabbia:<br>è soffice, un tempo era il suo gioco.&nbsp;</p>



<p>Il sole di ottobre scalda i nostri morti.<br>Il dolore è una lastra di legno.<br>Le lacrime sono chiodi.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>4</p>



<p>Non ho nulla da dire sulla guerra<br>nulla aggiungo. Mi vergogno.</p>



<p>Tutta la conoscenza che ho acquisito in una vita<br>è inutile, sono un deserto<br>che rinuncia all’acqua.&nbsp;<br>Sto dimenticando<br>nomi che non avrei mai pensato di dimenticare.&nbsp;</p>



<p>A causa della guerra ridico ancora<br>per un estremo commiato dalla dolcezza:<br>Il sole gira intorno alla terra. Sì.&nbsp;<br>La terra è come una zattera alla deriva. Sì.&nbsp;<br>Dio è in Paradiso. Sì.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>5</p>



<p>Recluso in me. Come&nbsp;<br>un acquitrino, stretto, putrido. Dormo<br>ibernato nella guerra.&nbsp;</p>



<p>Mi hanno fatto colonnello dei morti<br>sul Monte degli Ulivi.</p>



<p>Anche quando vinci, sempre,<br>hai perso – sei perduto.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>8</p>



<p>L’uomo incendiato che eredità ci lascia?<br>Che ordine ci impone l’acqua?</p>



<p>Non fare rumore, che sia nel candore<br>resta silente al suo fianco<br>lascia che scorra.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>33</p>



<p>Canto per la patria: La conoscenza<br>delle sue acque comincia con le lacrime.</p>



<p>A volte amo l’acqua, a volte la pietra.<br>In questi giorni, preferisco le pietre.<br>Potrei cambiare.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>36</p>



<p>Ogni notte Dio mostra la sua<br>splendida mercanzia davanti al negozio:<br>sacri carri, tavole della legge, pietre<br>preziose, croci e campane<br>poi li ripone in scatole buie<br>e abbassa le saracinesche: “Anche oggi<br>nessun profeta è venuto a comprare qualcosa”.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Canto d’amore</em></p>



<p>È iniziata così: Il cuore è diventato<br>audace e felice e facile, come&nbsp;<br>quando i lacci degli stivali si allentano&nbsp;<br>e devi inginocchiarti.</p>



<p>A questo sono succeduti altri giorni.</p>



<p>Ora sono come il cavallo di Troia<br>pieno di terribili amori:<br>ogni notte scoppiano, si scatenano<br>ma all’alba rincasano<br>nel mio oscuro ventre.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Salmo&nbsp;</em></p>



<p>Quando un uomo viene abbandonato<br>dal suo amore, uno spazio vuoto, circolare<br>si espande dentro di lui come una grotta<br>capace di ospitare caute, meravigliose stalagmiti.</p>



<p>Come lo spazio vuoto<br>della storia, aperto al<br>Senso allo Scopo alle lacrime.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Canto d’amore</em></p>



<p>Fiacco, pesante, con una donna al balcone<br>“Resta con me”. Ma le strade muoiono come gli uomini:<br>in silenzio o all’improvviso si spezzano.<br>Resta con me. Voglio essere te.<br>In questo paese incendio<br>le parole non sono che ombre.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Canto d’amore</em></p>



<p>Le persone si usano<br>per curare il loro dolore. Si mettono<br>sulle ferite esistenziali<br>sugli occhi sulla vagina sulla bocca sulla mano aperta.<br>Si stringono, l’un l’altro, senza lasciarsi più.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Piccolo canto della quiete</em></p>



<p>Se vagabondare è più scaltro di morire<br>non abbiamo nulla da temere.&nbsp;</p>



<p>Hai due mani e due piedi<br>non sei solo.</p>



<p>Bellissimi corpi avvolti nell’amore<br>con la scaltrezza e la sapienza dell’asilo nido.</p>



<p>Un uomo passa attraverso il muro<br>e il muro resta intatto e lui resta intatto.&nbsp;</p>



<p>Sei un uomo simile<br>o lo diventerai.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Ho molti morti tumulati nel vento<br>Mia madre in lutto, ma sono ancora vivo.</p>



<p>Sono come lo spazio<br>che lotta contro il tempo.</p>



<p>Una volta il colore verde era la felicità<br>del tuo viso alla finestra.&nbsp;<br>Solo nei sogni amo ancora con quella forza.</p>



<p>*</p>



<p><em>L’anima&nbsp;</em></p>



<p>Infuria un’epica battaglia perché la bocca<br>non si indurisca e le mascelle<br>non si mutino nelle potenti porte<br>di una cassaforte di ferro, perché questa mia&nbsp;<br>vita non venga detta pre-morte.</p>



<p>Come un foglio ormeggiato a una staccionata<br>finché soffia il vento, così<br>l’anima si aggrappa al mio corpo.&nbsp;<br>Cadrà quando il vento smetterà di soffiare.</p>



<p>*</p>



<p><em>Perduto nella grazia</em></p>



<p>Perduto nella grazia<br>come un piede dentro scarpe troppo grandi.&nbsp;</p>



<p>Il piccolo buco nella mia camicia<br>è un occhio in più attraverso cui guardare.</p>



<p>Cosa porti con te per dormire?<br>Il sonno e un cuscino rosa, abbracciati.</p>



<p>Le ruote della biciletta di mio figlio,<br>il più grande, girano tutta la notte. Non dormo.&nbsp;</p>



<p>Il pesce di suo fratello è giallo e di plastica:<br>sorride sempre.&nbsp;</p>



<p>La solitudine ha tante finestre e una porta.<br>Ha tubature fuori e dentro, come ogni casa.</p>



<p>Ciò che ho davanti a me è grande<br>e silenzioso, come lo spazio, immobile e vuoto, di un cimitero.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Le candele si sono spente<br>e ora i miei occhi non hanno<br>più ragione di inumidirsi.&nbsp;<br>L’eternità mi azzanna come un cane<br>ed è duro il suo abbaiare.</p>



<p>Per allentare la pressione<br>alleno il sangue<br>a digerire e a fornicare<br>così si disperderà<br>tra l’intestino e il pene<br>senza più recare dolore al cranio.&nbsp;</p>



<p>Nei giorni della mia infanzia e nelle notti d’amore<br>ho nascosto miniere di verità.<br>Ma sono cresciuto&nbsp;<br>e ho bruciato le mappe.&nbsp;<br>Ecco perché vivo in bilico<br>tra menzogne precarie e non fuggo.</p>



<p>Ancora una volta, le immagini si moltiplicano<br>e le parole sono rare.<br>Come un libro per bambini.<br>Così il cerchio si chiude.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Yehuda Amichai&nbsp;</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/yehuda-amichai-poesie/">“Il cuore è diventato audace”. Le poesie di Yehuda Amichai</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Attraverso la scrittura possiamo conservare i nostri ricordi delle case che sono state rase al suolo…”</title>
		<link>https://www.pangea.news/parole-gaza-antonio-coda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Aug 2024 04:03:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Coda]]></category>
		<category><![CDATA[Atef Abu Saif]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Atef Abu Saif e del suo Diario di un genocidio ho saputo leggendo un’intervista di Francesca Borri pubblicata sul Venerdì di Repubblica di maggio scorso. Lo sto leggendo per approfondire la riflessione e la confutazione su quanto scritto di recente da Massimo Cacciari a proposito al rigurgito degli imperi morenti: “la parola non ha [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/parole-gaza-antonio-coda/">“Attraverso la scrittura possiamo conservare i nostri ricordi delle case che sono state rase al suolo…”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Di Atef Abu Saif e del suo <strong><em><a href="https://www.ibs.it/diario-di-genocidio-60-giorni-libro-atef-abu-saif/e/9791222500195" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Diario di un genocidio</a></em></strong> ho saputo leggendo un’intervista di Francesca Borri pubblicata sul <em>Venerdì di Repubblica</em> di maggio scorso. Lo sto leggendo per approfondire la riflessione e la confutazione su quanto scritto di recente da Massimo Cacciari a proposito al rigurgito degli imperi morenti: “<em>la parola non ha più valore</em>”.</p>



<p>Come tutto ciò che muore, gli imperanti non accettano qualcuno e qualcosa possano sopravvivergli, perciò ricorrono all’antico trucco disponibile per distruggere tutto assieme a sé. È la guerra che i morti, coloro che sanno di essere già morti, dichiarano ai vivi, a coloro che possono ancora credere di appartenere più alla vita che alla morte. <strong>Ma i morti non me li vedo a provare invidia o antipatia per i vivi. La morte è una condizione definitiva e appagante quanto la vita. Sono i moribondi a provare gelosia.</strong> Così come non avranno saputo stare nella vita i moribondi presentiranno di non saper stare nella morte. Perciò allargano il conflitto. Non devono essere neppure la vita o la morte a irritarli. Deve essere l’idea del saper stare assieme in armonia di vita e morte a offenderli, infuriarli. I moribondi, i putrefatti in corso, detestano tutto ciò che ricorda la pace in cui non hanno mai saputo stare.&nbsp;</p>



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<p>Leggo Atef Abu Saif perché io non credo la parola non abbia più valore o che ci sia mai potuto essere un tempo in cui non lo avesse. La parola <em>è</em> il valore, compreso quello di non assegnarsene, di dichiarare quale parola abbia valore e quale no, la parola di chi lo abbia e chi non abbia valore e dunque neanche parola.</p>



<p>Atef Abu Saif racconta la Striscia di Gaza da dentro, dal suo essere trasformata in baratro. È dal suo diario, da “Sabato 7 ottobre / Primo giorno”, che scopro chi sono state le “prime due vittime di questa guerra”: “<a>i</a>l giovane poeta e musicista Omar Abu Shawish, stava nuotando proprio come noi nel mare di fronte al campo Nuseirat, quando è stato ammazzato, assieme a un amico, da un missile lanciato da una nave militare.”</p>



<p>Come si definisce l’inizio della nuova conta, della nuova guerra di Israele ai palestinesi di Gaza? Fin qui, e ho letto i primi dieci giorni, fino a lunedì 16 ottobre, Atef Abu Saif non ha scritto dell’aggressione di Hamas a Israele, dell’attacco terroristico di Hamas, delle vittime civili e militari di Israele. Perché, così la leggo io, Atef Abu Saif non ha aggredito in nessun modo Israele ma è Israele ad aver lanciato missili dove lui stava nuotando. A distruggere il posto in cui vive. Le azioni di Atef Abu Saif non hanno influito sulla vita degli israeliani<a> </a>ma la guerra dichiarata da Israele ad Hamas rivalendosi su tutta Gaza sì, influisce eccome.</p>



<p>Ho scritto: “Le azioni di Atef Abu Saif non hanno influito sulla vita degli israeliani” ma scrivere questo significa però concordare con Massimo Cacciari quando scrive “la parola non ha più valore”.</p>



<p>Mi correggo: le azioni di Atef Abu Saif, che sono le sue parole, mi auguro abbiano agito, agiscano su chi le legge, compresi gli israeliani. Le parole di Atef Abu Saif erano pubblicate per tempo sui quotidiani prima di diventare il libro che sto leggendo. <strong>Queste le proporzioni: Atef Abu Saif scrive parole in risposta ai militari israeliani che lanciano missili su Gaza a seguito della volontà dei decisori politici di Israele, obbedendo a ordini dati, a parole m’immagino messe per iscritto, ufficiali.</strong> Sono state le parole espresse in comandi a provocare il lancio del missile che ha ucciso il giovane poeta e musicista Omar Abu Shawish e il suo amico.</p>



<p>Domenica 8 ottobre, il secondo giorno, Atef Abu Saif scrive che suo figlio Yasser “a quindici anni ha vissuto solo due guerre”. Resto sulla parola ‘<em>solo</em>’. Ho quarantadue anni e non ho vissuto nessuna guerra. I miei genitori ne hanno più di settanta, e neppure. Siamo venuti dopo l’ultima guerra che per noi è quella mondiale finita nel ’45 del secolo scorso. Quanto valore ha la parola ‘<em>solo</em>’ scritta da Atef Abu Saif a proposito di suo figlio che a quindici anni ne ha vissute già due? Perché “<em>già</em>” è la parola che avrei scritto io, non “<em>solo</em>”. Avrei scritto: “a quindici anni ha vissuto <em>già </em>due guerre”, perché io non ne ho vissuta nessuna mentre Atef Abu Saif a 51 anni non so a quante sia sopravvissuto. Dalla nota biografica sull’aletta: “<em>è nato nel campo profughi di Jabalia, nella Striscia di Gaza</em>.” È nato profugo. Dal Secondo giorno: “<em>Avevo appena due mesi quando scoppiò la mia prima guerra.”</em> Quando scrive “<em>ha vissuto solo due guerre</em>” sta scrivendo che si aspetta suo figlio ne vivrà altre, ne dovrà vivere altre. Se sarà sopravvissuto. Se avrà vinto le altre nell’unico modo che è dato a chi le guerre non le sceglie, le subisce: sopravvivendo. Il Quinto giorno Atef Abu Saif scrive: “Ricordo di aver detto a un giornalista alla fine della guerra del 2014 che avevo vinto perché ero sopravvissuto. In seguito, mentre cammino lungo Nasser Street, mi rendo conto che l’unica vittoria sarebbe la liberazione.”</p>



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<p>Le parole hanno maggiori probabilità di sopravvivenza, se non si cede all’inganno di chi vuole farle passare per lettere morte.</p>



<p>Lunedì 9 ottobre, Terzo giorno, Atef Abu Saif scrive: “È facile, penso, costruire una bomba, progettare un aereo, un carro armato o un drone per farla esplodere. Queste cose sono facili, semplici. Ciò che è difficile è immaginare il caos e la devastazione causati da questi dispositivi”.</p>



<p>Non credo sia facile costruire una bomba, o almeno io non la saprei costruire, mai mi sognerei di seguire un tutorial online per fabbricarne una, sono certo mi farei esplodere e mica solo le dita come con un petardo. Così come non saprei progettare un carro armato o il drone che dovrebbero sganciarla. Ma so che immaginare è più difficile di costruire, è più difficile di immaginare. <strong>Per me, per esempio, è difficilissimo immaginare persone che costruiscono bombe, che progettano aerei e droni per sganciarle, che allo stesso tempo siano capaci di figurarsi gli effetti di quelle bombe. Il dolore provocato da quelle bombe. Le morti umane provocate.</strong> Si diranno, mi immagino: io sto facendo il mio lavoro. Costruire una bomba non significa doverla sganciare. Costruire una bomba, una atomica magari, può essere l’unico buon modo per evitare di sganciarla invece. L’alibi è perseguire la deterrenza. Più bombe costruisci, più bombe il nemico sa che stai costruendo, più il nemico farà in modo di non farsele sganciare addosso, più il nemico eviterà di farti dichiarare guerra. Le armi garantiscono la pace, se con le parole si dà valore a questa teoria fasulla. Le parole, dicendo questo, stanno approvando una strategia di prepotere. Così chi ha più armi non garantisce la pace, garantisce solo il suo predominio. Il suo ricatto di potenza. Per evitare che una bomba esploda e uccida non c’è altro modo che il non costruirla. Non costruire armi è più difficile che continuare a costruirle, questa è la verità. Economicamente a vantaggio degli imperanti moribondi.</p>



<p>“Mio cugino Munier è rimasto ferito nell’attacco di Al-Fakhoura. Ha perso entrambi gli occhi ed è rimasto completamente sfigurato”. Durante il terzo giorno Atef Abu Saif ricorda come nel gennaio 2009 fu colpita da Israele la scuola dell’UNRWA battente bandiera ONU. Nella scuola si era rifugiato suo cugino Munier. Le parole “<em>ferito</em>”, “<em>occhi</em>”, “<em>sfigurato</em>.” L’uomo di nome Munier si era rifugiato in una scuola sperando così di non essere bombardato ma fu bombardato lo stesso: perse gli occhi, rimase sfigurato. Le parole di Atef Abu Saif resteranno per raccontare per sempre di questa violenza, di questo dolore. Sapremo mai chi bombardò la scuola? Chi eseguì l’ordine, chi lo emanò? Ecco le parole che mancano a questa storia. Ecco le parole che hanno portato questa storia oltre l’insignificanza in cui si prova a diluire, a nascondere la violenza.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="668" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/51Ku-YY2C1L._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-100603" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/51Ku-YY2C1L._AC_UF10001000_QL80_.jpg 668w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/51Ku-YY2C1L._AC_UF10001000_QL80_-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/51Ku-YY2C1L._AC_UF10001000_QL80_-600x898.jpg 600w" sizes="(max-width: 668px) 100vw, 668px" /></figure>



<p>Martedì 10 ottobre, quarto giorno. “Mamoun, uno dei miei migliori amici, ha speso i risparmi di una vita in questo attico a due piani, trasformandolo nel suo paradiso. Ora non c’è più, come la maggior parte del quartiere.” La crisi bradisismica flegrea da maggio scorso mi ha reso uno sfollato. Ho perso casa. Troppo facile prendersela con la natura quando la responsabilità è dovuta al lassismo urbanistico ma in ogni caso perdere casa per un terremoto è tutt’altro che perderla perché un missile l’ha distrutta assieme alla maggior-parte-del-quartiere. “Quando è arrivata, la prima esplosione ha sollevato l’intero hotel in aria per vari metri” scrive Atef Abu Saif. Quanto si avvicina la mia esperienza delle scosse di terremoto all’esperienza di un edificio scosso da una esplosione? Non abbiamo che le parole per provare a capirlo, confrontandole, mettendole assieme.</p>



<p><strong>Ogni altro giorno raccontato da Atef Abu Saif è così: contiene qualcosa di valore che le parole hanno reso indistruttibile (certo, fin quando ci saranno copie leggibili del suo libro, finché ci sarà chi le leggerà). Qualcosa che resta anche dopo il suo essere stato distrutto. </strong>Resta il giovane poeta e musicista Omar Abu Shawish prima che fosse ucciso da un missile. Resta Munier prima che in una scuola perdesse entrambi gli occhi e rimasse sfigurato per sempre. Resta l’attico di due piani di Mamoun prima che fosse distrutto. Le parole ricordano il valore distrutto da chi usa le parole per lanciare missili, per distruggere il valore umano custodito e tramandato dalle parole.</p>



<p>Come può vincere una guerra chi dalla sua ha parole per scriverci un libro se la sua controparte ha dalla sua le parole per lanciare i missili? Lo chiedo però non ai cinici secondo cui uno scrittore, se sopravvive, da una guerra ci guadagna: così scrive libri, glieli traducono anche all’estero. Atef Abu Saif è lo scrittore da un paese che non c’è, non c’è ancora, che non è detto riuscirà mai a esserci, di un popolo che non ha una terra ma che ha una letteratura, una lingua, che ha le parole per affermare, custodire e tramandare il proprio valore che resiste al tentativo di essere svalorizzato, ammutolito, nientificato. Con la parola si sopravvive, e si vince se per vittoria intendiamo chi non si arrende all’oblio imposto dalla prepotenza.</p>



<p>Scrive Atef Abu Saif il <em>Decimo giorno</em>: “Per dieci lunghi minuti piango disperatamente.” Quando queste parole sono contenute in un <em>Diario di un genocidio</em> credo sia tutt’altro che accademico o aleatorio o domenicale se venga riconosciuto loro un valore o se no.</p>



<p>(<em>Se leggo </em>Diario di un genocidio<em> e non mi urge contestarlo fin dal titolo sono antisemita o sto con Hamas o non riconosco a Israele nessun diritto all’autodifesa o nego la specificità dell’Olocausto o sono di quelli che “Leggo anche scrittori israeliani ma…” o in ogni caso per me vale uno dei qualsiasi ricatti morali per cui se dai valore a qualcosa di palestinese ti stai automaticamente schiarando con chi va a caccia di argomenti per poter dire male degli ebrei al di là di chi siano o facciano o dicano? Lo leggo perché credo sia un esempio lampante del valore proustiano delle parole. Dal Dodicesimo giorno: </em>“Attraverso la scrittura possiamo mantenere vivi i luoghi, possiamo conservare i nostri ricordi delle strade che sono macerie, delle case che sono state rase al suolo… Qualcuno deve dimostrarci che nessuno ha il diritto di porre fine alla vita.<em>” Decisamente preferisco chi dà la parola, mettendoci del suo, a chi dà la morte, togliendo agli altri</em>.)</p>



<p><strong><em>antonio coda</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Oskar Kokoschka, La tempesta, 1914</em></p>
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		<title>I nazisti dell’Illinois, la strage degli innocenti e l’utopia di Theodor Herzl</title>
		<link>https://www.pangea.news/theodor-herzl-la-nuova-terra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Mar 2024 05:23:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Altneuland]]></category>
		<category><![CDATA[Enzo Fontana]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[sionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Theodor Herzl]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sul ciglio dei fiumia Babilonia sedutinel piantoricordiamo Sion&#8230; figlia di Babilonia Desolatabenedetto per chi ti ricambieràper come ci hai combinato benedetto chi preda i tuoi bimbi&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; li frantuma contro la pietra* “Io li odio i nazisti i nazisti dell&#8217;Illinois!”, tanto quanto i neonazisti austroungarici che annualmente si radunano a Budapest con la peggio gioventù europea. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Sul ciglio dei fiumi</em><br><em>a Babilonia seduti</em><br><em>nel pianto</em><br><em>ricordiamo Sion&#8230;</em></p>



<p><em>figlia di Babilonia Desolata</em><br><em>benedetto per chi ti ricambierà</em><br><em>per come ci hai combinato</em></p>



<p><em>benedetto chi preda i tuoi bimbi</em><br><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; li frantuma contro la pietra</em>*</p>



<p>“Io li odio i nazisti i nazisti dell&#8217;Illinois!”, tanto quanto i neonazisti austroungarici che annualmente si radunano a Budapest con la peggio gioventù europea. La chiamano &#8220;giornata dell&#8217;onore&#8221;, con tanto di svastiche, uniformi delle SS o dei collaborazionisti magiari che invero già furono svergognati e gettati nella polvere dall&#8217;Armata Rossa. Lo stesso sentimento non sembra nemmeno lontanamente sfiorare quel cialtronesco caporale italico, o meglio di pura razza padana, che i misteri della reincarnazione caporalesca e la decomposizione del senso morale hanno innalzato ai più alti scranni in quest&#8217;era bassamente politica, per non dire della poetica. Così mi viene da pensare alle parole del più grande filosofo occidentale dopo Aristotele, Antonio De Curtis di Bisanzio, che nella sua opera <em>Siamo uomini o caporali</em> ci ricorda l&#8217;ingiustizia che domina il mondo dal tempo della Caduta. <strong>Egli sostiene che qualunque sia il regime, sotto qualunque cielo o in qualunque epoca, la stessa odiosa faccia o feccia sembra reincarnarsi, occupa posizioni di potere da cui offende il cielo e umilia gli ultimi.</strong> Questi caporali! Come dice Qoelet, c&#8217;è un tempo per ogni cosa. Questo sembra un tempo ad essi particolarmente propizio. Anche se, come ci ricorda un altro grande filosofo partenopeo, &#8220;ha da passà &#8216;a nuttata&#8221;.</p>



<p>Il caporale che mi suscita queste considerazioni è veramente il degno esemplare del caporalato di tutto il mondo. È il rappresentante che si meritano i tanti italiani che lo hanno voluto e lo mantengono da una vita e per la vita con uno stipendio da generale di corpo d&#8217;armata. <strong>Personaggio sempre in cerca di consenso, sempre pronto a rimestare gli umori linciaioli e a raccogliere i più crudeli istinti degli &#8220;italiani brava gente&#8221;, già uso a fare mostra del crocifisso nelle pubbliche adunanze</strong> (gesto peraltro stigmatizzato dai vescovi) e vilmente a mettere in croce i poveri cristi, i migranti, i profughi, i carcerati&#8230; Insomma, i naufraghi della vita, gli Ebrei di turno nella storia. Uno che dice e fa l&#8217;esatto contrario di quel che è scritto nel Vangelo. Di fronte al caso di Ilaria Salis, sorella ideale dei Blues Brothers, da lungo tempo in carcere a Budapest per aver osato disturbare l&#8217;annuale radono dei neonazisti europei, con chi se la prende? Forse con l&#8217;estrema destra ungherese che la vorrebbe impiccata? Forse col governo di un paese che permette simili adunanze? Se la prende con l&#8217;Ungheria, dove nel corso dell&#8217;ultimo conflitto mondiale centinaia di migliaia di Ebrei furono rastrellati dalla gendarmeria, consegnati alle SS e avviati ai campi sterminio? Se la prende con i questurini ungheresi che dopo aver incatenato questa coraggiosa giovane donna la irridevano gridandole &#8220;Duce!&#8221;, &#8220;Mussolini!&#8221;? Se la prende con questi discendenti dei gendarmi del 1944 che di Ebrei ne affogarono moltissimi nel &#8220;bel Danubio blu&#8221; con la volonterosa partecipazione di non piccola parte dei Magiari? Macché! Questo caporale senza onore e senza gloria (al fronte scapperebbe al primo colpo di fucile, anche se fosse a salve!) non se la prende coi neonazisti e chi li blandisce o quantomeno tollera, come suggerirebbe un minimo senso della decenza e un briciolo di intelligenza, dal momento che si crede e si considera uno statista. Il caporale se la prende con Ilaria Salis. Egli ha detto che, se condannata dalla giustizia ungherese – giustizia che al momento sembra perseguitare i giusti e lasciar libero campo ai neonazisti – ella non possa e non debba più esercitare la sua professione (già precaria) di maestra e corruttrice dell&#8217;infanzia.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="609" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/85-093_1-609x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98787" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/85-093_1-609x1024.jpg 609w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/85-093_1-178x300.jpg 178w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/85-093_1-600x1009.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/85-093_1.jpg 642w" sizes="(max-width: 609px) 100vw, 609px" /></figure>



<p>Che dire? Colpisce ma non sorprende (almeno me) che il caporale in questione si presenti nel contempo come grande tifoso della peggiore politica israeliana, al pari di quell&#8217;altro caporale, però non il &#8220;caporale boemo&#8221;, cioè Hitler, bensì un personaggio di spettacolo di bassa lega, argentino di nascita e purtroppo in parte di origine italiana, cattolico ma in fase di transizione all&#8217;ebraismo (sai che acquisto), che qualche tempo fa è atterrato con tanto di kippà in Israele. Accompagnato dal suo rabbino-confessore personale, si è recato tra gli applausi al Muro del pianto (aveva appena trasferito l&#8217;ambasciata argentina da Tel Aviv a Gerusalemme), dov&#8217;è scoppiato in un pianto spettacolare. All&#8217;altro muro, quello di Gaza, oltre il quale notte e giorno piovono bombe, si mescolano lacrime e sangue, un muro oltre il quale c&#8217;è la fame e si alzano alte grida di dolore e disperazione, questo caporale argentino non ha dedicato nessuna attenzione. Cieco, sordo e muto, al pari degli altri caporali, di fronte alla sofferenza di altri esseri umani.</p>



<p><strong>Ho fatto solo un paio di esempi di &#8220;ingiusti&#8221; tra le nazioni, ma ne potrei fare un lungo elenco: politicanti d&#8217;alto bordo oppure di basso profilo, giornalisti, famigli di questo o potente&#8230;</strong> A parole questi infami condannano l&#8217;antisemitismo &#8220;senza sì e senza ma!&#8221;, si spacciano per grandi amici di Israele, si dicono filosemiti, anzi ultrasemiti, questi eredi spirituali di coloro che veramente mandarono gli Ebrei nei campi di sterminio. Eppure bisogna trovare il coraggio di comunicare loro la sconvolgente notizia: anche i Palestinesi appartengono al ceppo semita, discendono da Sem, il primogenito di Noè, com&#8217;è scritto nella &#8220;Tavola dei popoli&#8221;! Ma c&#8217;è di più. Secondo più di uno storico israeliano, con tutta probabilità la popolazione &#8220;indigena&#8221; originaria della Palestina è più vicina agli antenati ebrei che insorsero contro i Romani nella guerra giudaica di quanto non lo siano i coloni d&#8217;ultima generazione, armati fino ai denti, che imperversano in Cisgiordania. Gente che non fugge dai pogrom, dai Centoneri, dalle persecuzioni. Gente venuta l&#8217;altro ieri più che altro dall&#8217;antica terra dei Kazari, dei Parti, dei Sarmati, dalle Indie occidentali, dal modo della Luna o da chissà dove, perlopiù fanatici che si credono i discendenti di Giosuè alla riconquista della Terra Promessa. (Che i <em>fallahin</em> palestinesi fossero i discendenti degli Ebrei cristianizzati o islamizzati pare lo abbia scritto persino Ben Gurion nel 1918 insieme ad uno storico sionista. Certo, in questo caso la tesi era funzionale ad un attestato della presenza, permanenza e continuità millenaria degli Ebrei nell&#8217;Antica Nuova Terra).</p>



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<p><strong><em>L&#8217;Antica Nuova Terra</em> o <em>Altneuland</em></strong> invece è un altro libro – una sorta di romanzo coi limiti del genere didascalico – che anni fa comprai in una libreria di Tel Aviv (<em>Tel Aviv </em>è il titolo che diedero a questo libro nella traduzione in ebraico). L&#8217;ho riletto di recente. <strong>L&#8217;autore è Theodor Herzl</strong>, conosciuto soprattutto per lo <em>Judenstaat</em>, <em>Lo Stato degli Ebrei, </em>sorta di manifesto del movimento sionista. Considerato il profeta del ritorno degli Ebrei in Eretz Israel, da gran tempo Theodor Herzl riposa nel sacrario che gli hanno eretto sul Monte della Memoria, ad ovest di Gerusalemme. Tra questi due libri, il famoso <em>Lo Stato degli Ebrei</em> e il poco conosciuto <em>L&#8217;Antica Nuova Terra</em>, la differenza è grande, radicale e non si può nascondere. <strong>Theodor Herzl scrisse quest&#8217;ultimo libro, ritenendolo il migliore, al principio del secolo corso, in un periodo di grande scoramento. Da anni si estenuava per la causa. Godeva di scarso credito, a dir molto, presso le cancellerie imperiali, o presso la Sublime Porta di Istanbul (la Palestina allora faceva parte dell&#8217;Impero Ottomano), con la sua stravagante idea dell&#8217;emigrazione degli Ebrei in Palestina.</strong> Una volta, incontrando un funzionario ministeriale zarista, si era sentito dire che ben volentieri avrebbero agevolato l&#8217;esodo degli ebrei, perlopiù piantagrane e terroristi, dal momento che uno di loro figurava tra quelli che avevano assassinato Alessandro II. A Londra invece Lord Rothschild, che inizialmente lo riteneva più che altro un ciarlatano, lo aveva invitato a non elemosinare&nbsp; un &#8220;focolare ebraico&#8221; per gli ebrei in Palestina, semmai in Uganda. Il rabbinato poi non lo considerava certo un Messia. Così Theodor Herzl cercò consolazione nella letteratura di genere fantastico-didascalico. Nell&#8217;arco di un paio di mesi immaginò e scrisse come avrebbe potuto trasformarsi l&#8217;Antica nuova terra dopo solo una generazione dal ritorno degli Ebrei: un paradiso laico, un paradiso in terra, una Shangri-La! Un paese cosmopolita, fondato su ideali diciamo anarcosindacalisti: terra, industrie, banche, trasporti, tutto improntato su modello cooperativistico. Un paese lontano anni luce dello sfruttamento capitalistico come dall&#8217;autoritarismo socialista. Una società fondata sul libero consenso dei suoi membri. Un paese libero dai demoni del nazionalismo che invece proliferavano in Europa. Dall&#8217;Europa e dall&#8217;America semmai veniva il meglio, non certo il colonialismo. Venivano tecniche d&#8217;avanguardia, la musica, l&#8217;arte il teatro&#8230; Si parlavano diverse lingue, nessuna lingua ufficiale, neanche l&#8217;ebraico, in questa Shangri-La, ma la diversità non degenerava in una Babele, bensì arricchiva i cuori e le menti. Insomma, il contrario di uno stato etnico. E i Palestinesi? Cosa ne pensavano i Palestinesi degli Ebrei dopo soli vent&#8217;anni dall&#8217;arrivo dei primi coloni?&#8221;.</p>



<p>&#8220;Gli Ebrei vivono con noi come fratelli&#8221; dice un capo palestinese. &#8220;Perché non li dovremmo amare?&#8221;.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="819" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/RRB-135944-1024x819.jpg" alt="" class="wp-image-98788" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/RRB-135944-1024x819.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/RRB-135944-300x240.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/RRB-135944-768x614.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/RRB-135944-600x480.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/RRB-135944.jpg 1250w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong><em>L&#8217;Antica Nuova Terra</em></strong><strong> fu tradotto in diverse favelle, ebbe grande notorietà, prima di cadere sostanzialmente nell&#8217;oblio, credo anche a motivo dello sfavore con cui era stato accolto non solo dalla destra sionista.</strong> Aveva suscitato perplessità persino nel filosofo Martin Buber, il quale asserì che tra le sue pagine non riscontrava &#8220;una sola qualità che esprimesse le caratteristiche popolari di una rinascita dell&#8217;ebraismo&#8221;.</p>



<p>Così il sogno di un&#8217;armonia delle diverse culture (l&#8217;ebraica, la maomettana, la cristiana e persino la buddista!) nell&#8217;Antica nuova terra, cosmopolita, pacifica e prospera, si è trasformato in un incubo che non è certo cominciato con la strage degli innocenti del 7 ottobre e non finirà certo con il massacro di Gaza. Penso che l&#8217;autore de <em>L&#8217;Antica Nuova Terra</em> da tutto questo sarebbe inorridito. Ma oggi come oggi, coi tempi che corrono, forse ci sarebbe qualche caporale tipo quello succitato, tipo quelli che non odiano &#8220;i nazisti dell&#8217;Illinois&#8221; ma chi li contesta, <strong>qualcuno insomma capace di dare dell&#8217;antisemita anche a Theodor Herzl, il quale concludeva il suo romanzo con un accorato appello, più che un auspicio: &#8220;Se lo vorrete, non sarà una favola&#8221;.</strong></p>



<p>Eppure ci furono quelli che lo avrebbero voluto. Forse pochi ma ci furono e ne ho trovato traccia. Ci furono e ci credettero, tra i Palestinesi come tra gli Ebrei.</p>



<p><strong><em>Enzo Fontana</em></strong></p>



<p>*dal Salmo 137, interpretato e tradotto da un &#8220;fine ebraista&#8221;, secondo &#8220;lo giudicio&#8221; del compianto storico del cristianesimo antico Remo Cacitti, che fu suo maestro. Questo struggente salmo, con la sua chiusa atroce, dovrebbe suonare come tremendo monito circa il cieco desiderio di vendetta a cui può essere indotto un popolo in cattività, ovvero qualunque popolo martoriato ed esiliato.</p>
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		<title>“Una sonda nell’innominabile”. Bruno Schulz, lo scrittore divorato da tutti. Dialogo con Benjamin Balint</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jun 2023 04:21:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Benjamin Balint]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Schulz]]></category>
		<category><![CDATA[dialogo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Novembre. Nel ghetto di Drohobyč i giorni sono tutti uguali, gemelli. Stessi pilastri di terrore, ore come nastri a lutto, aria piena di spine, torbida, viola. Il 19 novembre del 1942 Bruno Schulz, dopo troppi tentennamenti, aveva scelto di scappare. Gli avevano fornito denaro e documenti falsi. Non che fosse un ebreo osservante: per un [&#8230;]</p>
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<p>Novembre. Nel ghetto di Drohobyč i giorni sono tutti uguali, gemelli. Stessi pilastri di terrore, ore come nastri a lutto, aria piena di spine, torbida, viola. Il 19 novembre del 1942 Bruno Schulz, dopo troppi tentennamenti, aveva scelto di scappare. Gli avevano fornito denaro e documenti falsi. Non che fosse un ebreo osservante: per un periodo, lo aveva sedotto l’idea di farsi cattolico. “Gnomo, minuscolo, dalla testa enorme… era un espulso dalla vita, uno che sguscia furtivo, sul margine”: così lo ricorderà, vent’anni dopo, Witold Gombrowicz. Forse camminava sul maggese dei muri, tosando la sera, Bruno Schulz. Nel 1933 aveva pubblicato <em>Le botteghe color cannella</em>, un libro che diventerà, come si dice, ‘di culto’. Quattro anni dopo esce <em>Il Sanatorio all’insegna della Clessidra</em>. I racconti di Bruno Schulz – raccolti nel 2008 da Einaudi, per la cura di Francesco M. Cataluccio – hanno un magnetismo ambiguo. Spesso le sue frasi recano una purezza che spaura: “Gli esegeti del Libro ritengono che tutti i libri abbiano come meta l’Autentico. Essi vivono soltanto una vita presa a prestito, che nel momento di prendere il volo torna alla sua fonte antica”, scrive ne <em>Il Libro</em>, racconto che produce rigagnoli di pace.</p>



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<p>Il 19 novembre del 1942 un funzionario della Gestapo di nome Karl Günther, si avvicina a Bruno Schulz, lo scrittore. Gli spara in testa. Per strada. Il corpo dello scrittore resta così, per strada, su una via di Drohobyč, sobborgo di Leopoli, per tutto il giorno. I passanti lo sorpassano, impotenti. Un amico, di notte, seppellisce il corpo dello scrittore in una fossa comune. Il corpo di Bruno Schulz scompare dalla storia, come se non fosse mai esistito. Esiste una genia di scrittori e di poeti il cui corpo è scomparso, mai più ritrovato, o tumefatto, maledetto fino all’irriconoscibile. Hart Crane, Osip Mandel’štam, Paul Celan, Marina Cvetaeva, Mary Carolyn Davies. Sono quasi un canone. Un canone dei corpi deturpati.</p>



<p>Bruno Schulz sapeva disegnare. Nelle sue incisioni, donne di severa avvenenza, seminude, tengono sotto i piedi orde di uomini adoranti, spesso brutti. Le opere di Bruno Schulz appassionarono Felix Landau, SS di stanza a Drohobyč, che assunse lo scrittore come “ebreo personale”. Lo incaricò di affrescare la sua villa, compresa la camera dei figli. Di Felix Landau possediamo un diario che registra il quieto repertorio delle sue efferatezze; così ad esempio, nel luglio del 1941: “Bisognava sparare a ventitré persone, tra loro due donne. Bisognava trovare un posto adatto per ucciderle e seppellirle. I prescelti si sono radunati con le pale per scavare le fosse. Due di loro stavano piangendo. Gli altri hanno avuto un coraggio inattaccabile. Strano, io resto impassibile. Del tutto impassibile. Nessuna pietà, niente”.&nbsp;</p>



<p>Ritenuti scomparsi, i murales di Schulz realizzati per commissione della SS sono stati riscoperti nel 2001 e segretamente sottratti da alcuni funzionari dello Yad Vashem. Ne nacque un contenzioso, irrisolto e violento: <a href="https://www.yadvashem.org/museum/museum-complex/art/about/featured/bruno-schulz.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">le opere di Schulz restano custodite presso l’Ente per la memoria della Shoah di Gerusalemme. </a>Intorno alla biografia di Schulz e all’eredità della sua opera ruota l’ultimo libro di <strong><a href="https://wwnorton.com/books/9780393866575" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Benjamin Balint, <em>Bruno Schulz: An Artist, a Murder, and the Hijacking of History </em>(W.W. Norton, 2023).</a></strong> Del libro hanno scritto un po’ tutti, dal “New York Times” allo “Spectator”; è piaciuto anche a Patti Smith. Come nel caso dello studio precedente, dedicato ai manoscritti perduti di Kafka – <strong><a href="https://benjaminbalint.com/kafkas-last-trial/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Kafka’s Last Trial</em>, 2018</a></strong> –, Balint indaga le eredità trafugate, le opere perdute, l’amore che rovina nel reato. Ora è a Gerusalemme: lo abbiamo intervistato.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="678" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/d81adfa024559e736711cb9bc386d622d4613294-678x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96029" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/d81adfa024559e736711cb9bc386d622d4613294-678x1024.jpg 678w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/d81adfa024559e736711cb9bc386d622d4613294-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/d81adfa024559e736711cb9bc386d622d4613294-600x906.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/d81adfa024559e736711cb9bc386d622d4613294.jpg 715w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></figure>



<p><strong>Dopo il libro che ha ricostruito la storia dei manoscritti perduti di Kafka, cosa la ha portata a scrivere una biografia di Bruno Schulz e della sua eredità?</strong></p>



<p>In entrambi i casi, ho voluto gettare nuova luce sulla vita di due dei più grandi scrittori del XX secolo e sul destino della loro opera, oltre a compiere una indagine sulla questione più ampia di chi possiede l’arte e chi ne rivendica la tutela. Gli affreschi di Schulz, come i manoscritti salvati di Kafka, hanno provocato controversie internazionali, non solo su chi abbia il diritto di curare le opere d’arte orfane e di interpretarne i significati, ma anche su chi possa affermare un diritto di tutela sull’eredità degli ebrei uccisi durante la Shoah. In entrambi i casi, i Paesi implicati hanno utilizzato un ‘noi’ nazionale legandolo al nome del singolo artista ebreo: la Germania e Israele, nel caso di Kafka, la Polonia e Israele nel caso di Schulz. In entrambi i casi, sono rimasto affascinato dal modo in cui Israele pretende di parlare a nome della diaspora, come utilizza il principio del <em>kinnus</em>, cioè della ‘chiamata a raccolta’, estendendo la ‘Legge del ritorno’, che garantisce cittadinanza israeliana a ogni ebreo nel mondo, anche ai manufatti ebraici.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="735" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/297096-735x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96030" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/297096-735x1024.jpg 735w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/297096-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/297096-768x1070.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/297096-600x836.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/297096.jpg 775w" sizes="(max-width: 735px) 100vw, 735px" /><figcaption class="wp-element-caption">Un disegno di Bruno Schulz</figcaption></figure>



<p><strong>Che cosa significa scrivere per Bruno Schulz?</strong></p>



<p>“Il ruolo dell’arte”, ha detto Schulz, “è quello di essere una sonda nel senza nome, nell’innominabile”. Ha descritto il suo primo libro, <em>Le botteghe color cannella</em>, come “un’autobiografia, o meglio, una genealogia spirituale, una genealogia per eccellenza, in quanto segue l’albero genealogico spirituale fino a quelle profondità in cui si mescola con la mitologia”. Mosso da un impulso autobiografico, Schulz ha scritto “per sentire che il mio mondo confina con altri mondi, e che su quei confini tali mondi si incrociano, si compenetrano”.</p>



<p><strong>Spesso si parla dei legami di parentela letteraria tra Kafka e Schulz: cosa, piuttosto, li distingue?</strong></p>



<p>I critici paragonano Schulz a Kafka per la precisione dei paesaggi onirici. Isaac B. Singer ha detto che Schulz “ha scritto a volte come Kafka, a volte come Proust, altre volte raggiungendo una profondità che nessuno di quei due ha mai raggiunto”. Schulz e Kafka, nati a nove anni di distanza l’uno dall’altro, erano entrambi cittadini ebrei dell’impero austro-ungarico. Entrambi temevano le convenzioni del matrimonio e hanno sofferto la rottura di diversi fidanzamenti. Entrambi erano ossessionati dal padre e hanno dato ai loro alter ego il nome Josef (Josef K. è protagonista de <em>Il processo</em> di Kafka; Josef è il nome del bimbo narratore di Schulz). Entrambi erano figli di padri autodidatti, impiegati nel settore tessile.</p>



<p>Agli occhi del figlio tubercolotico, Hermann Kafka, un uomo vigoroso, dominante, pieno di vita, simboleggiava l’autorità. Nella famiglia Schulz, il padre, costretto a letto, colpito dalla tubercolosi, esigeva l’assistenza del figlio. Il suo declino, la sua decrepitezza raffigurano un mondo austro-ungarico ormai in decomposizione. Czesław Miłosz ha osservato che l’esuberanza di Schulz “lo differenza dall’ascetico Kafka… ma la sua percezione della decadenza non è meno potente di quella di Kafka”. Se in Schulz la figura paterna collassa (fonte di ispirazione a tratti volitiva), in Kafka recide i legami filiali.&nbsp;</p>



<p>Nell’immaginario di Schulz, il masochismo diventa metamorfosi: non del figlio (il Gregor Samsa kafkiano, ad esempio, mutato in mostruoso insetto), ma del padre, che prende sempre nuove forme. In una delle storie di Schulz, il padre si muta in uno scarafaggio indifeso. “Forse era tra quegli insetti morti che Adela trovava ogni mattina sdraiati a pancia in su, con le zampe ispide, e che raccoglieva con disgusto nella sua paletta, per buttarli via”. Altre volte, il padre si muta in vigile condor (in …), in enorme mosca (), in scorpione o in un (non kosher) granchio, che la madre serve alla famiglia per cena (<em>L’ultima fuga di mio padre</em>).</p>



<p>Nel mondo di Kafka la metamorfosi è improvvisa e irreversibile; nell’immaginario di Schulz è graduale, fluida. Il padre, che esiste in un crepuscolo del tempo, potrebbe essere una mosca al mattino e, rientrato in sé, chino sui registri contabili del negozio, nel pomeriggio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="685" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/arton142593-685x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96031" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/arton142593-685x1024.jpg 685w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/arton142593-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/arton142593-600x898.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/arton142593.jpg 722w" sizes="(max-width: 685px) 100vw, 685px" /></figure>



<p><strong>C’è poi la storia degli affreschi di Schulz dipinti per Felix Landau, la SS di stanza a Drohobyč…</strong></p>



<p>L’estetica masochistica che trasuda dalle opere di Schulz aveva catturato l’attenzione di Felix Landau, ufficiale delle SS, un sadico. I due uomini stipularono un contratto, non certo tra pari, che sanciva un rapporto di protezione e di predazione. In cambio dei suoi servigi, cioè dell’abdicazione del suo io artistico, Landau concesse a Schulz lo status di suo ‘ebreo personale’ (<em>Leibjude</em>). Ciò permetteva a Schulz razioni extra. Landau, autoproclamatosi Judengeneral, o ‘Generale degli Ebrei’ di Drohobyč, ordinò a Schulz, dalla primavera del 1942, di dipingere il proprio ritratto, i ritratti delle fidanzate degli ufficiali della Gestapo, di creare murales per diversi edifici di Drohobyč, perfino per la camera dei propri figli.</p>



<p>Come sappiamo, nelle <em>Mille e una notte</em>, Sherazade, nella camera reale, deve raccontare al tiranno storie affascinanti per ritardare la propria esecuzione. Pur sottomesso, Schulz sperava che finché avesse continuato a dipingere per Landau, suo ‘diavolo guardiano’, la sua vita sarebbe stata risparmiata.</p>



<p><strong>Invece… mi dica cosa ha scoperto intorno alla morte di Schulz.</strong></p>



<p>Il 19 novembre del 1942, era giovedì, proprio il giorno in cui aveva progettato di scappare da Drohobyč grazie a documenti falsi, Schulz viene ucciso per strada da un nazista, a un centinaio di metri dalla casa in cui era nato. Aveva cinquant’anni. Cercando testimonianze oculari di quell’omicidio, ho raccolto cinque diversi resoconti. Quello più diffuso – e forse il più terribile – indica l’omicida in Karl Günther: avrebbe ucciso Schulz per ripicca contro Felix Landau, reo di aver assassinato il suo ‘ebreo personale’. Secondo gli uomini della Gestapo, più tardi, quel giorno, Günther avrebbe detto a Landau: “Tu hai ucciso il mio ebreo, io ho ucciso il tuo”. Il corpo di Schulz è rimasto in mezzo alla strada per tutto il pomeriggio e la notte. La sua tomba – come tante altre sue cose – non è mai stata ritrovata. Il cimitero ebraico dove potrebbe essere stato sepolto, fu demolito nel dopoguerra, durante la dominazione sovietica.</p>



<p><strong>In che modo la morte atroce, assurda di Schulz si lega alla sua opera?</strong></p>



<p>Una delle prime menzioni di Schulz, poco dopo la guerra, apparve in una nota. In un settimanale polacco del 1948, come didascalia a un ritratto di Schulz, si legge: “Morto sei anni fa a Drohobyč, assassinato dai nazisti”. Da allora, alcuni degli ardenti ammiratori di Schulz, come i custodi dei suoi affreschi allo Yad Vashem, hanno avuto un po’ troppo a cuore le tragiche circostanze della sua morte: quasi che essa fosse inscritta nei suoi esordi, quasi che il destino dello scrittore fosse quello di un predestinato. Sebbene l’assassinio colori inevitabilmente la sua posizione letteraria, credo che sarebbe miope ridurre la vita di Schulz a quell’evento. Schulz non ha previsto la Shoah e non ha intriso di terrore la propria scrittura. Le sue narrazioni, per quanto influenzate da quello che chiamava “l’oscuro presagio della decadenza”, non sono turbate dai sentori dell’orrore a venire. Sebbene abbia subito diverse umiliazioni sotto il dominio nazista e abbia creato i suoi ultimi lavori sotto la coercizione nazista, la Shoah è un elemento secondario nella sua arte.</p>



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<p><strong>Dove dovrebbero essere custoditi, a suo avviso, i murales di Schulz, chi è il custode di quella eredità?</strong></p>



<p>Scrivendo il mio libro, non mi sono lasciato guidare dall’impulso di ‘prendere una posizione’ né di giudicare le affermazioni dello Yad Vashem in merito al ‘diritto morale’, ma dalla domanda sul senso dell’eredità di Bruno Schulz. Questa domanda mi ha portato a capire due cose: intanto, che la scrittura di Schulz nasce dall’impossibilità ad appartenere a qualcosa, a qualcuno, foss’anche un ‘genere’; poi, che nella sua vita Schulz si è allontanato sempre dalla tentazione o dall’invito di una appartenenza collettiva. Insomma: Schulz non è di casa in alcun luogo – il che significa che è ovunque. In un tempo come il nostro, di nazionalizzazione del patrimonio culturale, in cui ci si appropria degli artisti come di un oggetto di prestigio culturale, questa affermazione può apparire ingenua, ma in modo sottile ci riporta a Kafka, quando scrive che i nostri beni, nazionali o personali essi siano, non ci servono mai come crediamo. “Tutto ciò che possiedo”, scrive Kafka, “è diretto contro di me. E ciò che è diretto contro di me non è più in mio possesso”.</p>



<p><strong>Che cosa è bene leggere, a suo avviso, per penetrare nel mondo di Schulz?</strong></p>



<p>Per entrare nella magia verbale inquietante e sensuale di Schulz, dove mondano e mitologico si scontrano, bisogna leggere <em>Le botteghe color cannella</em> (1933) e <em>Il sanatorio all’insegna della clessidra</em> (1937).</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/bruno-schulz-intervista-benjamin-balint/">“Una sonda nell’innominabile”. Bruno Schulz, lo scrittore divorato da tutti. Dialogo con Benjamin Balint</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“In tempi di guerra, scrivete poesie d’amore”. Sulla poesia di Lea Goldberg</title>
		<link>https://www.pangea.news/lea-goldberg-poesie-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Feb 2023 05:28:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Avraham Ben Yitzhak]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Lea Goldberg]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura ebraica]]></category>
		<category><![CDATA[Sonne]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Forse perché un poeta viva, deve riscattare la vita di un altro. Incorporarne il dramma. Lea Goldberg, giovane poetessa transfuga da Königsberg e Berlino, si fa carico del destino di Else Lasker-Schüler. Sono i primi anni Quaranta, Else ha settant’anni, si è trasferita in Palestina nel 1939, in stenti. Lea le regala delle viole: non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Forse perché un poeta viva, deve riscattare la vita di un altro. Incorporarne il dramma.</p>



<p><strong>Lea Goldberg</strong>, giovane poetessa transfuga da Königsberg e Berlino, si fa carico del destino di Else Lasker-Schüler. Sono i primi anni Quaranta, Else ha settant’anni, si è trasferita in Palestina nel 1939, in stenti. Lea le regala delle viole: non ha neanche trent’anni e ammira la vecchia poetessa. Ne ammira perfino la desolazione.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“La spaventosa miseria, la folle solitudine della grande poetessa. Non avrei dovuto anch’io essere povera, abbandonata e quasi bandita, se non avessi mentito a me stessa sempre, se non avessi peccato nei confronti della verità, della purezza, della poesia?&nbsp;Quel suo stare seduta in quel modo, così tremendo, non era forse il simbolo di tutte le esistenze fatte di ingiustizia, condotte da noi, gli altri, gli scrittori di versi a volte altisonanti?”.</strong></p></blockquote>



<p>Lea Goldberg sceglie di scrivere in ebraico – in famiglia si parla il russo, il tedesco come lingua ancillare –, è una scelta precoce, maturata a quindici anni – “per me non scrivere in ebraico equivale a non scrivere affatto” – finché la lingua-patria non si realizza, nel 1935, con l’arrivo di Lea a Tel Aviv. La sua linea di ricerca poetica, per così dire, passa per l’acmeismo russo – Anna Achmatova, Osip Mandel’štam – e per la lettura di Rilke, “il mio poeta”; l’arrivo in Israele coincide con l’esordio poetico, “Volute di fumo”. Negli anni, perfezionerà il proprio lignaggio poetico studiando i grandi poeti italiani: Petrarca, che traduce, e Dante – passa a memoria la <em>Divina Commedia</em>, e si impone, “innamorarsi della lingua italiana”.</p>



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<p>Il vero innamoramento, tuttavia, è verso <strong>Avraham Ben Yitzchak, lo straordinario Sonne eternato da Elias Canetti in <em>Il gioco degli occhi</em>. </strong>Nato in Galizia nel 1883, impalpabile figura di ‘giusto’, Sonne “dimostrava una sovrana conoscenza” di ogni religione, padroneggiava con genio la Bibbia ebraica – “sapeva citarne all’istante e testualmente ogni passo da qualunque libro e lo traduceva così, senza la minima esitazione, in un tedesco di straordinaria bellezza che a me sembrava il tedesco di un poeta”. A Vienna, era diventato amico di Hermann Broch, conosceva James Joyce. Delle sue poesie – tradotte in un libro-gioiello da Portatori d’acqua nel 2018, “con un saggio di Lea Goldberg” – si parlava con arcano rispetto. Così ancora Canetti:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Giovanissimo, all’età di quindici anni, sotto il nome di Avraham Ben Yitzhak,&nbsp;aveva scritto un certo numero di poesie ebraiche che avevano suggerito a qualcuno, esperto in entrambe le lingue, un paragone con Hölderlin. Erano pochissime poesie, forse nemmeno una dozzina, in forma di inni, e di una tale perfezione che l’autore era stato annoverato tra i maestri di quella lingua chiamata a nuova vita.&nbsp;Ma poi Sonne aveva smesso subito, e nessun’altra poesia era venuta alla luce. Si pensava che si fosse imposto il&nbsp;<em>divieto</em>&nbsp;di scrivere poesie. Non ne parlava mai, dicevano i miei informatori: anche su questo argomento, come su tanti altri, manteneva un silenzio inviolabile”.</strong></p></blockquote>



<p>Lea Goldberg incontra Sonne nel 1938, a Tel Aviv: è un amore, va da sé, marcato dall’impossibile, avvelenato. “Aver conosciuto un uomo così è certo un privilegio, ma anche una catastrofe”, scrive nel suo diario, esercizio di quotidiana confessione. L’amore insolito, insoluto, tuttavia, si sdebita con l’ispirazione: Lea Goldberg scrive poesie in forme chiuse, spesso cifrate, con nitore di quarzo. A volte le dedica a Sonne, che gradisce, tra le retrovie della sua enigmatica ritrosia. Per lui, soprattutto, scrive un saggio, “Incontro con un poeta”, pubblico nel 1952.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Ma dov’era lui, in quale profondità, in quale abisso? Nessuno di noi lo sapeva.&nbsp;La lucidità lo teneva a galla. Il senso dell’umorismo, sicuramente, lo aiutava molto”.</strong></p></blockquote>



<p>Sonne era morto due anni prima, nel 1950, lasciando a Lea un precoce senso di decrepitezza, di deserto del mondo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Il giorno del mio compleanno, il 29 di maggio, è morto Sonne. Da allora ogni cosa, eccetto questo fatto, ha perduto ogni importanza”</strong></p></blockquote>



<p>Si trasferisce a Gerusalemme, allora, Lea, trova riparo mentale traducendo Petrarca. La sua raccolta di versi più importante, <strong><a href="https://www.giuntina.it/catalogo/schulim-vogelmann/lampo-all-alba-836.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Lampo all’alba</em> – pubblicata da Giuntina nel 2022</a></strong>, a cura di Paola Messori – è accolta come il testo di un classico. La figura di Sonne aleggia in diverse poesie, soprattutto nei <em>Canti d’amore</em>, poesia musiva, d’oro freddo:</p>



<p><strong>“Beati coloro il cui sorriso sbocciò nella bufera<br>come luce di stella sulla furia delle onde,<br>beati coloro che si incontrano in giorni tristi<br>e la loro letizia splende nell’ombra.</strong></p>



<p><strong>Beato chi venne nel giorno dell’amarezza<br>e lume per l’amico fu il suo lume,<br>beato il nostro amore nei suoi patimenti,<br>è lui stesso ricompensa al patire.</strong></p>



<p><strong>Beata, me beata che nel cavo della mia mano<br>mi fu dato di riscaldare le tue dita<br>il giorno che mi apparve davanti la mia morte,</strong></p>



<p><strong>e una sola scintilla dal fulgore dei tuoi sguardi<br>alle mie tenebre portai come un monile”.</strong></p>



<p>Lea non si sposerà mai. Il cuore di <em>Lampo all’alba</em> è un canzoniere fittizio, ascritto a Teresa de Meung, “nobildonna francese vissuta alla fine del Cinquecento nei pressi di Avignone, in Provenza”. Secondo la biografia ricreata dalla Goldberg, <strong>Teresa de Meung “aveva una quarantina d’anni quando, innamoratasi di un giovane italiano, precettore dei suoi figli, gli dedicò circa quarantuno sonetti”.</strong> Naturalmente, il giovane si dileguò mollando la nobildonna ai suoi ardori: lei “bruciò tutte le poesie”, di cui non sopravvisse che il sentore della leggenda, segregandosi in convento. Nel gioco letterario, Lea Goldberg rifà dodici sonetti della nobildonna: la convenzione petrarchesca si confonde con il mito delle “abbandonate” narrate da Rilke, delle grandi poetesse francesi – da Louise Labé a Gabrielle de Coignard – che attuano il sortilegio di versi che affascinano e intimidiscono, vigili e violenti, devoti e distruttori, spesso nascosti (tra i cassetti o al fuoco decabrista o tra identità celate, per salotti e conventi). Il cliché si adatta alla poesia d’amore biblica, quella del Cantico, versi, in fondo, di inseguimento: si ama nel pericolo della sequela, nell’affronto.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Che cosa resterà? parole: parole come cenere<br>di quel fuoco a cui si consumò il mio cuore,<br>della mia vergogna, della misera mia felicità<br>soltanto i segni racchiusi in un libro”.</strong></p></blockquote>



<p>Lea Goldberg continuò a difendere l’autenticità dell’improbabile Teresa de Meung, con acribia borghesiana. Nel 1964, in un’intervista, disse di aver scoperto la storia di Teresa de Meung “nel 1951, a Londra, all’Istituto Warburg, mentre stavo traducendo il <em>Canzoniere</em> di Petrarca e cercavo libri sul petrarchismo europeo”. Il nome della nobildonna provenzale è un roseto di nebbie: “ho cercato invano il nome di questa poetessa su altri libri, ma non viene menzionata in nessun luogo – <strong>può darsi che Teresa de Meung non sia mai esistita. Però questa donna cinquecentesca, col suo amore disperato, la sua sofferenza silenziosa e i suoi sonetti bruciati, </strong>mi riusciva più vera e viva di tante persone rinomate di quell’epoca”.</p>



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<p>Una nuova generazione di poeti israeliani, capitanati da Yehuda Amichai, intanto, veniva al mondo; Lea Goldberg era il residuo di un tempo antico, monile inutile. Insegnava all’Università Ebraica di Gerusalemme, frequentava Gershom Sholem, Martin Buber, Shmuel Y. Agnon. Dopo aver scontato l’ennesimo amore fugace, fittavolo di desideri astrali – “tutto è soltanto un edificio che io stessa ho costruito, e per dire la verità: sulla sabbia, e con l’idea abbastanza chiara che proprio sulla sabbia costruivo” – preferisce per lo più una vita appartata, solitaria. Molti anni prima, sulla soglia della Seconda guerra, aveva difeso la necessità del poeta di scrivere poesie d’amore:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“in tempi di guerra non solo è concesso al poeta di scrivere poesie d’amore, ma ha il dovere di farlo, perché anche in tempi di guerra l’amore ha un valore più grande dell’omicidio… è suo dovere ricordare che esistono al mondo valori semplici ed eterni capaci di rendere la vita più preziosa, la morte più perfetta – la morte, dico, non l’omicidio”.</strong></p></blockquote>



<p>Muore nel gennaio del 1970, Lea Goldberg: custodire due vite almeno, idearne una terza, aderire al miracolo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="580" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/9788880579298_92_1000_0_75-580x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94430" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/9788880579298_92_1000_0_75-580x1024.jpg 580w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/9788880579298_92_1000_0_75-170x300.jpg 170w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/9788880579298_92_1000_0_75-600x1059.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/9788880579298_92_1000_0_75.jpg 612w" sizes="(max-width: 580px) 100vw, 580px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Da qualche parte, qualcuno, qualcosa –<br>alba oscura, pascoli di granito…<br>Il fiume, le foglie nel fruscio della caduta,<br>canzone nella boscaglia<br>sto passando –</p>



<p>Passo come questo autunno<br>poso i passi sul primo ghiaccio:<br>crudo, opaco, fragile, nel crollo<br>sepolto nell’alba buia, piovosa.</p>



<p>Passo come quella stella<br>scivolo nella luce che non è luce<br>dietro l’orizzonte, oblio,<br>dove incontri l’altra notte.</p>



<p><em>Lea Goldberg</em></p>
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		<title>Storie ai bordi del muro. Viaggio in Palestina con Maurizio Fantoni Minnella</title>
		<link>https://www.pangea.news/palestina-maurizio-fantoni-minnella/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Oct 2022 04:24:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Linda Terziroli]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Fantoni Minnella]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che cosa è necessario sapere e che cosa invece si può ignorare della storia che ci riguarda? Non si può che rifiutare la storia come maestra di vita, come scriveva Montale: “accorgersene non serve/ a farla più vera e più giusta”. La storia è fatta di muri prima che di parole, muri che non conoscono [&#8230;]</p>
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<p>Che cosa è necessario sapere e che cosa invece si può ignorare della storia che ci riguarda? Non si può che rifiutare la storia come <em>maestra di vita</em>, come scriveva Montale: “accorgersene non serve/ a farla più vera e più giusta”. La storia è fatta di muri prima che di parole, muri che non conoscono pace. Lungo alcuni di questi muri storici si è soffermato, con lo sguardo attento della sua telecamera <strong>il regista, fotografo, documentarista e scrittore Maurizio Fantoni Minnella</strong> che, lungo le intense pagine del libro <strong><em>Il lato d’ombra. Visioni palestinesi </em>(Alpine Studio, 2022) </strong>ci restituisce una visione struggente, senza pace di una pagina di storia che non finisce mai. Dalle alture del Golan al deserto del Negev e al Mar Rosso, passando attraverso realtà israeliane e palestinesi, tra luoghi sacri e grandi rovine, dai kibbutz al deserto, da Tel Aviv a Gerusalemme, per un viaggio-immersione di quarantanove giorni, un diario di lavoro, il periplo cinematografico che attraversa i luoghi di un conflitto eterno: Israele, Cisgiordania, Gerusalemme Est, Striscia di Gaza. Come straniero curioso, si è addentrato nei nodi irrisolti di una Terrasanta da cui quel Dio sembra essersene andato, lasciando un vuoto dietro sé. Muri e fili spinati, check point e le lunghe ombre dei grattacieli. Il “Muro di sicurezza”.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Le storie ai bordi del Muro non conoscono pace, sono un continuo turbinio di sospiri, di voci di rabbia, di balbettii infantili poiché intorno al Muro nasce la vita che prosegue al ritmo delle azioni tramandate. Il Muro genera odio. Da quest’ultimo scaturisce la repressione”.</strong></p></blockquote>



<p>E, poi, c’è il Muro del pianto. In questa dialettica di muri religiosi si è insinuato lo sguardo di Fantoni Minnella che voleva dare una forma visiva alle riflessioni sul muro, comprendere perché un popolo come quello ebraico, che ha subito la persecuzione più atroce, possa umiliare un altro popolo, ignorandone l’esistenza. La domanda parte dall’inizio.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Perché siamo qui? Per dimostrare che ovunque si vada, c’è sempre un muro reale o invisibile su cui piangere. Israele ne ha inventato uno agli albori del ventunesimo secolo e lo ha regalato ai palestinesi perché anch’essi possano versare lacrime e sangue. Un muro che nel tempo si copre di varchi di fortuna che sembrano barricate. Muro che si trasforma in un’interminabile narrazione di forme, colori, linee e frasi fulminee delle verità che non lasciano scampo”.</strong></p></blockquote>



<p>Poi sceglie e scrive e descrive lo sguardo della cinepresa: “Individuiamo due luoghi nevralgici dove filmare il muro in tutta la sua lunghezza: l’uno è Betlemme nel sud della Cisgiordania, l’altro Qalqilia, un grosso villaggio della West Bank al confine con la cosiddetta Linea Verde, chiuso su tre lati dal Muro di sicurezza e controllato dai soldati israeliani sul rimanente lato da cui entrano ed escono i suoi abitanti”. La cinepresa strappa verità e sorrisi e struggimento dai volti di chi incontra, come quello di un energico autista improvvisato che rivela: “il muro ci avvolge come un sudario”. Il muro interpella la comunità ebraica e Fantoni Minnella registra una voce del dissenso, quella di Moni Ovadia, ebreo di origine bulgara, che non arretra da una dura critica nei confronti dell’intoccabilità d’Israele rispetto alla questione palestinese e verso coloro che impediscono il dissenso verso lo stato ebraico e le sue politiche neocoloniali. Anche visitare Gaza, incontrare Vittorio Arrigoni (a cui è dedicato il libro) che verrà ucciso pochi anni dopo ha il sapore amaro di un colpo di pistola.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="735" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/s-l1600-735x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93177" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/s-l1600-735x1024.jpg 735w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/s-l1600-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/s-l1600-768x1070.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/s-l1600-600x836.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/s-l1600.jpg 775w" sizes="(max-width: 735px) 100vw, 735px" /></figure>



<p><strong>Fantoni Minnella, com’è cambiata la Terra Santa dal suo viaggio?</strong></p>



<p>“In realtà ci furono altri due viaggi che precedettero il nostro lavoro cinematografico sul campo il cui risultato furono quattro lungometraggi, due mediometraggi e un cortometraggio dal titolo emblematico, <em>Muro contro Muro,</em> in cui si contrapponeva dialetticamente il muro degli ebrei con quello di sicurezza israeliano. Da allora poco o nulla è cambiato rispetto alla condizione umana e sociale del popolo palestinese. Il progressivo e destabilizzante aumento delle colonie ebraiche (<em>settlements</em>) in Cisgiordania, dall’ininterrotto scippo delle abitazioni palestinesi a Est di Gerusalemme, i continui raids aerei israeliani nei cieli di Gaza dove abbiamo girato uno dei nostri film, hanno via via allontanato dall’agenda politica non solo il processo di pace ma anche quello di costituzione di “due stati per due popoli”. Se esiste una nota positiva in questo disastro, questa riguarda la presenza di una minoranza (di fatto piuttosto esigua) di israeliani sinceramente schierati per la pace e quindi contro l’arroganza dei coloni e per il trattamento riservato ai palestinesi nella loro quotidianità ordinaria”.</p>



<p><strong>Che impressione le ha fatto registrare le dure parole del regista Mohammed Bakri? Che cosa significa essere palestinese oggi?</strong></p>



<p>“Innanzitutto è stato un onore per noi essere ricevuti nella sua casa alla periferia di Nazareth. Al di là della sua importanza come attore anche fuori da Israele (Mohammed Bakri ha lavorato con registi come Costa-Gavras, i fratelli Taviani e Saverio Costanzo), e come autore di importanti film documentari, Bakri rappresenta con coraggio, dignità e autorevolezza la coscienza critica del popolo palestinese nella sua accezione più ampia. Recentemente è stato nostro ospite, anche se da remoto, a “Poevisioni-Rassegna di cinema poesia e realtà” da me diretta, all’interno del Festival internazionale di Poesia di Genova. Se volessi accostarlo a un’altra figura di palestinese, allora, senz’ombra di dubbio, pronuncerei con emozione il nome del grande poeta Mahmud Darwish (1941-2008)”.</p>



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<p><strong>Come si spiegano le ragioni del silenzio che si percepisce attorno a questo tema?</strong></p>



<p>“Si tratta di una domanda a cui si può rispondere in un solo modo: tutto ciò che non rientra nell’agenda stabilita dalla politica e conseguentemente dalla stampa internazionale viene sistematicamente ignorato. Oggi la causa palestinese sta veramente a cuore a pochi. E che cosa dire poi dei morti palestinesi. Dimenticati in nome di altre guerre care all’Occidente. Ignorati in quanto morti di serie B (ricordiamoci che nella logica militare d’Israele, un israeliano ucciso vale almeno dieci palestinesi!&#8230;). Del resto siamo così invasi dalla propaganda filo-sionista, quasi da poter rimuovere quei morti dalla memoria collettiva o peggio, rubricarli come incidenti necessari al ristabilimento della sicurezza e dell’ordine!”&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>Quali sono i muri che oggi percorrono e radicano la nostra storia?</strong></p>



<p>“Innanzitutto quelli che innalziamo dentro noi stessi verso gli altri, verso chi non riconosciamo come parte della nostra comunità, cultura e religione. Quando si festeggiò per la caduta del Muro di Berlino, si pensò ingenuamente che quello fosse l’ultimo, che la “fine della Storia” avrebbe garantito un futuro di pace e di prosperità ma non fu così. Altri muri (da quello tra Israele e Territori Occupati voluto dall’allora primo ministro Ariel Sharon, a quello che separa il Messico dagli Stati Uniti, passando per quello eretto tra il Marocco e il Sahara spagnolo contro il popolo Sarawi), stanno lì a dimostrare quanto gli uomini e le nazioni siano prigionieri della propria idea di sovranità”.</p>
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		<title>Profeti dagli abissi. Sulla straordinaria scoperta di due frammenti biblici</title>
		<link>https://www.pangea.news/bibbia-scoperta-profeti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Mar 2021 05:23:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<category><![CDATA[Bibbia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra stella e menzogna il sortilegio etimologico segnala tracce di sangue, un disastro privo di gloria. Simone fu detto “figlio della Stella”, Bar Kokhba, secondo la nenia tramandata dal libro dei Numeri, “una stella sorge da Giacobbe, scettro sopra Israele”. Simon Bar Kokhba fu l’ennesimo Messia d’Israele: il sigillo, benedizione in verbi, concesso da Rabbi [&#8230;]</p>
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<p>Tra stella e menzogna il sortilegio etimologico segnala tracce di sangue, un disastro privo di gloria. Simone fu detto “figlio della Stella”, Bar Kokhba, secondo la nenia tramandata dal libro dei <em>Numeri</em>, “una stella sorge da Giacobbe, scettro sopra Israele”. Simon Bar Kokhba fu l’ennesimo Messia d’Israele: il sigillo, benedizione in verbi, concesso da Rabbi Akiva, sommo tra i <em>Chakhamim</em>, i sapienti. A differenza del Nazareno, il Messia che si consegna alla violenza senza violazione, fa della croce regno, tabernacolo e altare, Bar Kokhba è messia in armi, passato alla storia per l’estro violento, le pratiche di feroce disciplina (alle giovani leve del suo esercito, dice il Talmud, chiedeva di mozzarsi un dito, come prova di coraggio). La vicenda del “Figlio della Stella” comincia intorno al 130, quando l’imperatore Adriano proibisce la pratica della circoncisione e pensa di edificare, a Gerusalemme, sulle ceneri del Tempio distrutto da Tito nel 70, un tempio analogo, dedicato a Giove Capitolino. Nel 132 Bar Kokhba guida la rivolta degli ebrei contro i Romani, li vince, regna e comanda con forza (i cristiani, che non riconoscevano in lui il messia e rifiutavano la guerra, furono perseguitati), batte moneta. La risposta Romana sarà spietata: la Giudea ridotta a deserto, i soldati ebrei ricoverati in grotte, massacrati, uno per uno. Fu la fine del sogno di indipendenza di Israele, in polvere l’utopia messianica; i capi religiosi che incitavano alla rivolta furono trucidati; di Bar Kokhba, nel 135, non restò che la testa, spiccata e donata all’Imperatore da un samaritano. Ad Adriano, che malsopportava entusiasti e fanatici, fece orrore il tradimento, come quel cranio, tra le cui orbite cave, dice la leggenda, frusciava un serpente. Da allora, Bar Kokhba fu tradotto in Bar Koziba, “Figlio della Menzogna”. Tra stella e menzogna la differenza sciama nel sangue.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="700" height="455" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/03/749bf0353325ba615716157c790e7531.jpg" alt="" class="wp-image-83907" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/749bf0353325ba615716157c790e7531.jpg 700w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/749bf0353325ba615716157c790e7531-300x195.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption><em>Mendicare un senso tra frammenti riscoperti dagli abissi</em></figcaption></figure>



<p><a href="https://www.jpost.com/archaeology/israel-finds-2000-yr-old-biblical-manuscripts-662148" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nel deserto di Giudea, tra i covi e le grotte dove il popolo di Israele ha trovato scabro rifugio dall’assalto romano, gli archeologi della Israel Antiquities Authority,</a> hanno trovato vestigia legate alla rivolta di Bar Kokhba, un certo numero di monete e brandelli di lettera. I manufatti storicamente più rilevanti, però, intorno alle grotte, sono lo scheletro mummificato di una bimba, vissuta seimila anni fa, e un canestro, che pare risalga a 10mila anni fa. Gli archeologi si sono dovuti inoltrare ottanta metri sottoterra per trovare il reperto più importante: frantumi di rotoli biblici di duemila anni fa, trasportati lì come preziosi. Quei frammenti sono leccornia per i biblisti, al di là di Israele, dove l’archeologia biblica è sempre ‘politica’. <a href="https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2021-03/israele-archeologia-frammenti-biblici-ritrovamento.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">In effetti, i testi in greco dei due profeti minori – Zaccaria e Nahum – censiscono una traduzione leggermente diversa da quella dei Settanta, raccontano l’epoca, fiammeggiante, in cui il ‘canone’ biblico era mobile, multiforme</a> (“Soltanto fra l’80 e il 100 i dottori giudei di obbedienza farisaica, riuniti a Iamnia eliminarono le incertezze esistenti a proposito della lista ufficiale delle Scritture”: come a dire che dopo la distruzione del Tempio, è la Bibbia il solo e autentico Tempio). Ma i refoli della Storia pertengono agli studiosi e ai settari; chi sta nella verità, nei meandri di quel canto, abita altri piani.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="720" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/03/DP835425-720x1024.jpg" alt="" class="wp-image-83908" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/DP835425-720x1024.jpg 720w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/DP835425-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/DP835425-768x1093.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/DP835425-1080x1536.jpg 1080w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/DP835425-1439x2048.jpg 1439w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/DP835425-scaled.jpg 1799w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></figure>



<p>Più che altro, è il segno a sorprendere: il testo si intona tra le grotte, a metri di profondità, impegnando una rivolta o una resurrezione, mentre impera la guerra. Si è sospesi nel rischio, in una dirompente oscurità. Diversa è la parola se pronunciata in favore del fuoco, a contatto di pietra. Ogni testo, d’altronde, è scritto per frantumarsi, perché altri, secoli più tardi, lo ricompongano.</p>



<p>Proprio così: la Bibbia – che, al di là del contenuto, è l’idea stessa del ‘libro’, cioè del mondo ripiegato in un libro, cioè del mondo continuamente creato ogni volta che si apre il libro, che ci s’inoltra nel canto – si abita, come una casa, perché tende a sfondarsi, a crollare, a ridursi in polvere. Questo è il destino del testo che pende verso Dio: essere incomprensibile, incompreso.</p>



<p>Ogni scoperta biblica – questa dicono sia la più importante dai tempi dei rotoli del Mar Morto – ha con sé l’eccesso dell’attesa. A chi è fuori dall’orbita liturgica, ogni ritrovamento pare una rivelazione, la parola che squarcia i mondi: alcuni suoni sono davvero intrisi di magia. Vorremmo il testo che sconfessa ogni edificio, ogni legge, che ci vendichi, forse, di remote ruberie. Nahum è il cantore della caduta di Ninive: il suo testo profetico comincia ragionando sugli epiteti terribili di Dio, “geloso e vendicatore”; <a href="http://www.sci-news.com/archaeology/new-dead-sea-scroll-fragments-09454.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dalle grotte sono apparsi questi versetti, in greco: </a>“Davanti a Lui tremano i monti/ si scrollano i colli./ La terra si eleva davanti a Lui/ Il mondo e ciò che contiene./ Chi può sopportare la sua rabbia?/ Chi può resistere all’ardore dell’ira?/ La sua rabbia è fuoco che scroscia/ al suo passaggio si inceneriscono le rocce” (1, 5-6). Di Zaccaria, invece, si sono scoperti questi versetti: “Ecco quello che dovete fare: ditevi il vero, pronunciate giudizi veritieri e autentici alle porte. Non tramate il male tra voi, non adorate lo spergiuro, perché odio queste cose – oracolo del Potente”. Forse non è un caso che alla luce siano sorti questi frammenti – inducono a ragionare sull’ira di Dio, sulle trame dei traditori e dei giudici, sulla parola che sconfina nel fuoco, sulla verità relativa, mortale, come ambasciata di quella divina, sul rapporto tra Dio e il mondo. Benché siano tradotti in greco, i frammenti riportano il nome di Dio in paleo-ebraico, perché quello è il diamante indicibile che consente il testo, vortice di ipotesi, di audacie grammaticali in sabbia, menhir e zenit, che la traduzione non può dissigillare.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="652" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/03/the-prophet-malachi-from-prophets-and-sibyls-8a0ebc-1024.jpg" alt="" class="wp-image-83909" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/the-prophet-malachi-from-prophets-and-sibyls-8a0ebc-1024.jpg 652w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/the-prophet-malachi-from-prophets-and-sibyls-8a0ebc-1024-191x300.jpg 191w" sizes="(max-width: 652px) 100vw, 652px" /></figure>



<p>Nella <em>Guida dei perplessi</em> Mosè Maimonide scrive che le “due facoltà” che contraddistinguono i profeti sono “il coraggio e la divinazione”, e rintraccia undici gradi della profezia. Il primo grado riguarda l’azione: “un individuo riceve un aiuto divino che lo muove ad un’azione giusta, grande e di valore, come la salvezza di un gruppo di virtuosi da un gruppo di malvagi”. Della Bibbia, spesso, prendiamo la storia pia, per pasturare una morale, dimenticandoci della sua natura mendicante, della profezia che allucina il testo, lo uncina all’urlo e al nomadismo. Alla profezia, che sospende il tempo e ci accerchia in un aut aut, preferiamo la certezza delle statistiche, la quiete inerme della sicurezza imposta. Eppure, una parola viene dagli abissi, chiede di essere concretizzata, al di là della logica, e sbenda un grido tra le coerenze.</p>
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		<title>“Perché cos’eri se non nostalgia, Israele?”. L’incontro – e l’epistolario – tra Borges e David Ben-Gurion</title>
		<link>https://www.pangea.news/borges-israele-ben-gurion/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Aug 2020 10:23:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nato il 24 agosto del 1899 a Buenos Aires, Jorge Luis Borges è riconosciuto come una delle figure più importanti della letteratura universale. Inoltre, è considerato uno degli scrittori più grandi ignorato dal Nobel per la letteratura. “Non concedermi il Nobel è diventata una tradizione scandinava”, era solito dire lo scrittore, scherzando intorno a questa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nato il 24 agosto del 1899 a Buenos Aires, Jorge Luis Borges è riconosciuto come una delle figure più importanti della letteratura universale. Inoltre, è considerato uno degli scrittori più grandi ignorato dal Nobel per la letteratura. “Non concedermi il Nobel è diventata una tradizione scandinava”, era solito dire lo scrittore, scherzando intorno a questa clamorosa dimenticanza. Su questo gigante molto è stato scritto, poco nota, piuttosto, è la sua ammirazione per l’ebraismo e la curiosità nei confronti dello Stato di Israele.</p>
<p><figure id="attachment_79020" aria-describedby="caption-attachment-79020" style="width: 612px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-79020" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/David-Ben-Gurion-y-Jorge-Luis-Borges-en-Buenos-Aires-_-Foto-@Kosherlat-300x206.jpg" alt="" width="612" height="420" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/David-Ben-Gurion-y-Jorge-Luis-Borges-en-Buenos-Aires-_-Foto-@Kosherlat-300x206.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/David-Ben-Gurion-y-Jorge-Luis-Borges-en-Buenos-Aires-_-Foto-@Kosherlat.jpg 598w" sizes="(max-width: 612px) 100vw, 612px" /><figcaption id="caption-attachment-79020" class="wp-caption-text">Nel 1969, in Israele, l&#8217;incontro tra Jorge Luis Borges e David Ben-Gurion</figcaption></figure></p>
<p><strong>Questo sentimento riluce chiaramente nello scambio epistolare intrattenuto con David Ben-Gurion, fondatore e primo ministro di Israele.</strong> Già afflitto dalla cecità, il 16 ottobre del 1966 Borges dettò alcune righe da inviare al politico israeliano, rimarcando “la mia ammirazione verso il suo lavoro… Forse non è pienamente consapevole dell’affinità che ho sempre sentito verso il suo ammirevole popolo… <strong>Ho studiato a fondo l’opera di Spinoza, ho cercato di comprende l’intricato, intrigante universo della Kabbalah attraverso gli scritto di Martin Buber e di Gershom Scholem… Al di là del sangue, dato dal caso, siamo tutti greci ed ebrei”. </strong></p>
<p>Ben-Gurion rispose senza indugi al grande scrittore. “La ringrazio profondamente per la lettera. Tramite l’ambasciata israeliana a Buenos Aires ho sentito parlare della sua personalità, della sua magnifica opera letteraria e del suo atteggiamento verso Israele e la sua eredità spirituale. <strong>Noto, nella sua lettera, che ci accomuna l’amore per la Grecia e per la sapienza ebraica. Sarei felicissimo se volesse visitare il nostro paese, ospite nella mia casa, nel deserto del Negev”. </strong></p>
<p>Borges accettò l’invito: trascorse in Israele dieci giorni, all’inizio del 1969, e incontrò per la prima volta Ben-Gurion. Tornato in Argentina, Borges scrisse: “Ho visitato la più giovane e la più antica delle nazioni”.</p>
<p><strong><em>Baruch Tenembaum</em></strong></p>
<p><em>*Si riproduce in parte l’articolo “We are all Greek and Hebrew” pubblicato <a href="https://www.raoulwallenberg.net/general/remembering-jorge-luis-borges-on-his-121st-birthday/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">su “The Jerusalem Post”</a></em></p>
<p>***</p>
<p><em>Da “El Aleph”, che s’incardina sulla prima lettera dell’alfabeto ebraico, alle poesie – diverse – dedicate a Spinoza (“Intaglia un arduo vetro: l’infinito/ Ritratto di Chi è tutte le Sue stelle”), è arduo gioco enigmistico rintracciare fonti ebraiche nell’opera di Borges, che in diverse occasioni disse di sentirsi ebreo. L’adesione all’ebraismo era, nel suo caso, culturale: lo studio della Kabbalah e l’idea del Libro dei Libri, il libro che possiede tutti i significati, che presiede a tutte le opinioni e risolve tutte le interpretazioni, infuocarono la sua immaginazione narrativa. Come i poemi islandesi di Snorri, i paraventi giapponesi, i racconti di Erodoto. In una delle sue raccolte di poesia più note, “Elogio dell’ombra”, Borges mette in versi il suo viaggio in Terra Santa: la poesia s’intitola “Israele, 1969”, ed è posta tra una “Invocazione a Joyce”, i “Frammenti di un vangelo apocrifo”, una poesia dedicata a “Eraclito”. </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Israele, 1969</strong></p>
<p>Temetti che in Israele attendesse<br />
con dolcezza insidiosa<br />
la nostalgia che secoli d’esilio<br />
accumularono, triste tesoro,<br />
nelle città degli infedeli, nei ghetti,<br />
nei tramonti della steppa, nei sogni,<br />
la nostalgia di quelli che ti piansero,<br />
Gerusalemme, schiavi in babilonia.<br />
Perché cos’eri se non nostalgia,<br />
Israele, se non voler salvare<br />
tra le forme incostanti del tempo,<br />
la liturgia, il tuo vecchio libro magico,<br />
il tuo star solo con Dio?<br />
Invece, la più antica delle patrie<br />
è anche la più giovane.<br />
Non hai tentato con giardini gli uomini,<br />
né con l’oro e il suo tedio,<br />
bensì con il rigore, terra estrema.<br />
Israele senza parole ha detto:<br />
tu scorderai chi sei.<br />
Scorderai l’altro che lasciasti.<br />
Scorderai chi tu fosti nelle terre<br />
che ti dettero sere e mattini<br />
e cui tu non darai la nostalgia.<br />
Scorderai la tua lingua paterna, imparerai quella del Paradiso.<br />
Sarai un israelita, un soldato.<br />
Costruirai la patria con fangaie; l’innalzerai con deserti.<br />
Con te sarà al lavoro tuo fratello, di cui ignori il volto.<br />
Solo una cosa ti è promessa:<br />
il tuo posto nella battaglia.</p>
<p><strong><em>Jorge Luis Borges</em></strong></p>
<p><em>(la traduzione è di Francesco Tentori Montalto)</em></p>
<p><em>*In copertina: Borges e la madre, Leonor Acevedo Suarez</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/borges-israele-ben-gurion/">“Perché cos’eri se non nostalgia, Israele?”. L’incontro – e l’epistolario – tra Borges e David Ben-Gurion</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Ecco che cos’è il Mossad. Sul Servizio israeliano che funziona meglio della CIA (in declino, come il paese a cui appartiene). Dialogo con Marco Giaconi</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Jun 2020 08:07:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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		<category><![CDATA[Andrea Bianchi]]></category>
		<category><![CDATA[Cia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sul Mossad esiste un libro Feltrinelli dal titolo omonimo a opera di uno storico giornalista di taglio inglese, Michael Bar Zohar, insieme a un divulgatore stile USA, Nissim Mishal. Se si desidera invece leggere una storia sul Mossad consiglierei una delle cose migliori di le Carré, La tamburina. Chi è la tamburina? È la little drummer girl, la ragazza [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mossad-intervista-giaconi/">Ecco che cos’è il Mossad. Sul Servizio israeliano che funziona meglio della CIA (in declino, come il paese a cui appartiene). Dialogo con Marco Giaconi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sul Mossad esiste un libro Feltrinelli <a href="https://www.amazon.it/Mossad-missioni-servizio-segreto-israeliano/dp/8807111233" target="_blank" rel="noopener noreferrer">dal titolo omonimo</a> a opera di uno storico giornalista di taglio inglese, Michael Bar Zohar, insieme a un divulgatore stile USA, Nissim Mishal. Se si desidera invece leggere una storia sul Mossad consiglierei una delle cose migliori di le Carré,<a href="https://www.amazon.it/tamburina-John-Carr%C3%A9/dp/8804342439" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> <em>La tamburina</em></a>.<em> </em>Chi è la tamburina? È la <em>little drummer girl, </em>la ragazza che lancia il segnale. Questa storia di le Carré è molto meglio delle altre sue perché più è equilibrato vi è il bilancio tra segnali chiari e operazioni scoperte: la piccola tamburina viene coinvolta in virtù delle sue abilità teatrali in un’azione che la porterà (letteralmente) tra le braccia di un agente palestinese. Questo è un gran libro perché i tre israeliani facendo il loro gioco conducono la tamburina avanti nell’azione come in un pezzo teatrale: la risoluzione muscolare finale sarà un lampo di tre pagine, i giornali reciteranno la messa cantata opportunamente istruiti dal copione e la tamburina&#8230; continuerà la sua vita di prima. O quasi. Per avere qualche lume in più su questi Israeliani, ho chiesto a chi di dovere. (<em>Andrea Bianchi</em>)</p>
<p><strong><em>Il Mossad. Cos’è? La sua differenza rispetto alle strutture europee.</em></strong></p>
<p>Intanto, c’è soprattutto il <em>kibbutz. </em>Il primo nucleo associativo agricolo, nato con questo nome (“riunione”, “la comune”) nella temperie sionista ma, soprattutto, socialista, è a Degania, a sud del lago di Tiberiade, nel 1909. <strong>Senza conoscere il socialismo non si capisce niente di Israele. Il Sionismo è nazionalismo mazziniano, che Herzl ben conosce, con la “Giovane Europa” ma, anche, socialismo umanitario. Quando un giovanissimo Shimon Peres, che sarà presidente di Israele dal 2007 al 2014, accetta, ma è ancora solo un ragazzino, un passaggio nell’auto di David Ben Gurion, il fondatore dello Stato, si ritrova con un tipo silenziosissimo che borbotta continuamente.</strong> Peres non lo disturba, lo venera troppo. Ma, arrivati a Tel Aviv, Ben Gurion lo blocca: “No, Trotzky non era un vero statista”. Ecco, Israele è tutto tessuto, fin dall’inizio, nella trama del socialismo e delle sue epiche e spesso inutili rotture, polemiche, litigi. La Prima Aliya (1882-1903) è soprattutto una “salita” (Aliya, appunto) verso Israele che, per le sue ovvie caratteristiche, crea un rapporto teso tra immigrati ebrei e arabi locali. O si fa un Paese ebraico classista e autonomo, oppure si crea un grande Israele che integri perfino i vecchi nemici. Ma ugualmente autonomo. <img decoding="async" class=" wp-image-76967 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/libro1-23-195x300.jpg" alt="" width="302" height="465" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-23-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-23-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-23.jpg 269w" sizes="(max-width: 302px) 100vw, 302px" />Poi Edmond De Rothschild crea un sistema sociale verticale in cui gli ebrei comandano il lavoro agricolo dei tanti nativi arabi. Un errore colonialista, che viene solo in parte sostenuto dagli apparati coperti ebraici in Palestina, che è ancora Mandato britannico. Alla Seconda Aliya (1904-1914) l’arrivo di oltre quarantamila immigrati dall’Est europeo, quasi tutti socialisti, crea però una nuova tensione tra Arabi e immigrati. Arriva quindi proprio il <em>kibbutz: </em>una struttura egualitaria, socialista, ma solo ebraica. Sintesi delle due tradizioni, quella del banchiere e l’altra, del socialista ebreo dell’Est. Un corpo di <em>élite </em>dovrà organizzare e difendere la nuova immigrazione di massa, estranea ai Rothschild e al “Fondo Nazionale Ebraico”, una immigrazione che costruirà una nazione di pionieri. <strong>Il <em>chalutz, </em>il pioniere, è l’“uomo nuovo” sionista sognato dalle Rivoluzioni del XX secolo, bolscevismo e fascismo. Tutte e due figlie del socialismo, comunque. Quindi, difesa strenua del territorio, della popolazione ebraica, delle risorse della grande immigrazione che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, fa arrivare in Israele diverse migliaia di ebrei.</strong> Ecco quindi che proprio Ben Gurion fonda, il 2 marzo 1951, l’“Istituto per il Coordinamento”, <em>haMossad Le Teum. </em>Solo nel 1963 la Struttura cambierà il suo nome in “Istituto per lo spionaggio e i compiti speciali”, <em>haMossad le Modi’in ule Takfidim Meyucadim.</em> “Per il nostro Stato, assediato dai nemici ovunque, l’<em>intelligence </em>è la prima linea di difesa” scrisse Ben Gurion nel documento di presentazione del progetto-<em>Mossad</em>. L’Istituto, come lo chiamano ancora oggi i suoi ufficiali, ha vari settori: a) il Dipartimento della Raccolta, che è responsabile delle operazioni nei vari settori geografici, poi un b) Dipartimento per l’Azione Politica, che tiene i contatti con i Servizi “collegati”, fra cui i nostri, ma anche con i Servizi delle nazioni che non hanno rapporti ufficiali con Israele, poi ancora il c) Dipartimento LAP (<em>Lohamat Psichologit) </em>che si occupa delle operazioni di guerra psicologica e delle varie tipologie di propaganda, e ancora la d) Divisione Operazioni Speciali, detta <em>Metsada, </em>o <em>Komemiute, </em>il vero braccio armato del <em>Mossad</em> e il settore che mette in atto alcune operazioni, anche “bagnate”, è questa la divisione alla quale appartiene il <em>kidon, </em>“baionetta”, gruppo nato all’inizio degli anni ’70 e che consta di circa 40 elementi. <em>Kidon </em>fa parte della Divisione Operazioni Speciali, la <em>Metsada. </em>Poi c’è l’Unità 8200, la struttura, di SIGINT, <em>Signal Intelligence, </em>dell’IDF ma che lavora all’interno del Mossad. Regola n.1, “mai sbagliare, mai essere presi”.</p>
<p><strong>La differenza con i Servizi europei? Semplice: l’“Istituto” è fortemente legittimato a livello di massa, diversamente dall’Europa, dove un Servizio deve oggi giustificare anche la sua stessa esistenza.</strong> Una volta è la grande truffa mediatica delle “deviazioni”, che ha distrutto <em>l’intelligence </em>italiana nelle more della trasformazione della “guerra fredda”, un’altra è la retorica diffusa che “hanno sempre ragione i nostri nemici”, un’altra ancora è che bisogna eliminare tutte le armi e farne aratri. Così, chi dice queste sciocchezze troverebbe finalmente un lavoro alla sua altezza. L’Europa è ancora un grande <em>campus </em>cretino degli anni ’70. Tra poco quelli dei Servizi diventeranno, come già accade con i nostri militari, dei distributori di caramelle e <em>Buondì “</em>Motta” ai ragazzini mediorientali. Occorre invece avere sempre, come gli israeliani, strutture di <em>intelligence </em>che possano fare, senza problemi, le operazioni “bagnate”, ovvero gli assassinii mirati, le destabilizzazioni politiche e sociali, alcune durissime operazioni di controinformazione. Altrimenti niente. Non si fa più politica estera e ci si fa gestire i rapporti internazionali da qualche, selezionatissimo, condominio di periferia. Certo, sono ancora sottotraccia i codicilli non scritti dei Trattati di Pace post-1945, di cui mi parlava spesso Cossiga, ma credo che ormai siano, per tutti, superati dai fatti. Oppure, come immagino, basta solo far finta che non esistano, ma intanto stare molto attenti. Il fuoco degli amici brucia di più di quello dei nemici. Certo, l’“Istituto” è comunque nato dall’<em>Haganah, </em>che divenne gran parte della Forza Armata israeliana già nel 1948. La sua divisione <em>intelligence, </em>lo <em>Shai, </em>divenne presto l’agenzia informativa militare, poi detta <em>Aman, </em>ma lo <em>Shin Bet </em>fu anch’esso formato nel 1948, all’interno delle FF.AA., ma subito dopo venne posto nelle sole mani del Primo Ministro. Operazioni note? A parte il “recupero” di Eichmann in Argentina e di altri, meno noti, c’è stata l’uccisione mirata di Gerald Bull, il progettista del supercannone iraqeno, a Bruxelles, nel 1990, poi la “infezione” con virus informatici delle reti nucleari iraniane, e molto altro. Anche di carattere economico.</p>
<p><strong><em><img decoding="async" class=" wp-image-76968 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/libro2-21-196x300.jpg" alt="" width="319" height="489" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro2-21-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro2-21-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro2-21.jpg 270w" sizes="(max-width: 319px) 100vw, 319px" />La sua differenza rispetto alla CIA.</em></strong></p>
<p>La CIA oggi sta passando una crisi doppia: da un lato, vive ancora, in patria, un clima da <em>college </em>di estrema sinistra (per quanto possa essere mai di sinistra un americano) dove gli Usa hanno tutte le colpe e gli altri nessuna. Un infantilismo <em>leftist </em>che ci fa sorridere, roba da <em>Easy Rider, </em>ma loro sono contenti così. <strong>Dall’altro, da almeno due fasi presidenziali, la CIA è fortemente politicizzata e sottoposta a pressioni, dalla Presidenza ma non solo, che ammazzerebbero un toro. La produzione di <em>report </em>manomessi e l’accensione di contratti, onerosi, con tanti “terzisti”, spesso quotati in Borsa, è oggi elevatissima. Terzo elemento, la privatizzazione, appunto: il <em>budget </em>delle varie agenzie Usa di <em>intelligence </em>che va direttamente ai privati è oggi del 70%. </strong>Sono circa 42 miliardi di usd l’anno e ci sono, nel conto, anche i vari <em>contractors, </em>che oggi lavorano, perfino, per il <em>Clandestine Service </em>della CIA. Esilarante risultato: se le operazioni sono troppo pericolose, le società private si prenderanno comunque i soldi, ma non se ne occuperanno di certo. Ecco, una operazione del genere, nel socialista Israele, sarebbe del tutto incomprensibile. Per non parlare delle frescacce sulla <em>equal opportunity </em>tra i sessi o la <em>political correctness. </em><strong>Il Mossad ha una rete di dirigenti operatrici, analiste che non ha pari, altro che “opportunità eguali”. Oggi, in effetti, il Servizio israeliano ha una dimensione e una “potenza di fuoco”, informativa e non solo, tale da porlo al secondo posto mondiale rispetto alla CIA, ma con una finezza analitica e strategica ben maggiore e, soprattutto, con un rapporto diretto e pesante tra l’Istituto e la direzione politica. Temo che la CIA, anzi, stia declinando come il suo Paese.</strong> Si ricordi, inoltre, che il <em>Mossad </em>ha una rete di agenti, cosa insolita, anche in Paesi del tutto “amici”, una rete di agenti che è spesso ignota anche ai dirigenti del Servizio nazionale che li ospita.</p>
<p><strong><em>Una operazione notabile in Italia che risalga almeno a venti anni fa.</em></strong></p>
<p>La <em>Midrasha, </em>la scuola del Servizio israeliano, <strong>è estremamente selettiva, si parla di soli 15 elementi che vengono scelti su 5000. Ma, probabilmente, il primo “caso” italiano per il neonato <em>Mossad </em>fu il reclutamento di Capriotti, uomo della X MAS di Junio Valerio Borghese</strong>, che ebbe un grande ruolo nell’addestrare (e Israele si comprò anche i vecchi “maiali”) i nuovissimi reparti di assalto della Marina Militare israeliana. È da ricordare che ci fu anche una Scuola Militare di Civitavecchia, aperta solo per i giovani sionisti, ma del Sionismo “revisionista” di Ze’ev Jabotinsky, negli anni del regime fascista, fino, naturalmente, alle leggi razziali. Jabotinsky si fece dare molti soldi, sia da Mussolini che da Francisco Franco, che fece poi avere il passaporto spagnolo a tutti gli ebrei sefarditi che lo richiedessero. A Civitavecchia le “camicie azzurre” imparavano ad andare per mare e a pescare, ed era la pesca che, in gran parte, manteneva in piedi la scuola. <strong>Molti ufficiali della Marina di Tel Aviv, la “Gerusalemme laica e sionista” immaginata dai collaboratori di Herzl, furono addestrati inizialmente al mare proprio a Civitavecchia, almeno fino alla Guerra dello Yom Kippur, dopo la quale non poterono se non andare in pensione.</strong> Ricordandosi ancora, magari, la carbonara <em>kosher </em>che fanno ancora al Portico d’Ottavia. Sulla loro divisa i ragazzi di Civitavecchia avevano la <em>menorah </em>e un’ancora, oltre al fascio littorio. La prima zona poi di esercitazioni, addestramento, irreggimentazione della Aviazione di Israele fu inoltre, dal 1948 e fino al 1952, fu l’Aeroporto dell’Urbe sulla Via Salaria. La società che addestrava i primi piloti della futura aviazione israeliana era la <em>Alica, </em>con sede legale a Casale Monferrato. Nelle more dell’<em>embargo </em>decretato dagli Usa nel 1948 per evitare la vendita di armi a israeliani e arabi, che gli Usa volevano far rimanere microscopici, gli israeliani intendo, una delle prime linee di rifornimento di armi a Israele passava da Roma, organizzata da Teddy Kollek, futuro sindaco di Gerusalemme, ma anche dal <em>Sonnenborn Group, </em>una società di copertura, che faceva la spola tra gli Usa, Roma e Castiglion del Lago, vicino Perugia. Gli aerei venivano qui controllati dalle autorità italiane, che avevano l’ordine di non vedere (ma attentamente) niente, e poi gli aerei ripartivano per Catania e, da lì, verso Israele. <img decoding="async" class=" wp-image-76969 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/libro3-12-202x300.jpg" alt="" width="304" height="452" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro3-12-202x300.jpg 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro3-12.jpg 517w" sizes="(max-width: 304px) 100vw, 304px" /><strong>Poi, certo, le operazioni, a Roma, contro uno dei comandanti di “Settembre Nero”, il gruppo palestinese che aveva trucidato gli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco, e poi le tante operazioni, in Italia, contro personaggi e organizzazioni nemiche dello stato ebraico. Sarebbe troppo lungo elencarle.</strong> Da notare che “Settembre Nero” si riferiva però alla durissima repressione che il Re giordano Husseyn aveva posto in atto contro i palestinesi rifugiati nel suo Paese. E che stavano compiendo un colpo di Stato contro di lui, diretto da Yasser Arafat, che era sempre il <em>leader </em>di tutta l’OLP, ma anche delle fazioni apparentemente avverse alla sua. Avrebbero dovuto rivolgersi contro i giordani, non contro Israele che, nella questione “settembre nero”, ci entrava poco o niente. La guerra dello Yom Kippur era ben nota ai servizi israeliani prima del suo scoppio, malgrado spesso si dica il contrario, infatti il Mossad fu avvisato un giorno prima da una loro fonte araba, detta “l’angelo”. “L’angelo” era una fonte, da tempo, anche dei Servizi italiani. Ed era comunque Ashraf Marwan, il genero di Nasser. Allora contavamo qualcosa, in Medio Oriente. Poi, facendovi grazia di altre operazioni, ci fu lo scoppio, il 12 novembre del 2011, di una base missilistica iraniana, esplosione che uccide 17 militari delle Guardie della Rivoluzione e il generale Moghaddam, proprio il progettista dei missili Shebab.</p>
<p><strong><em>Il suo legame con la religione.</em></strong></p>
<p>Nello studio di un vecchio direttore del Mossad c’era la foto di un vecchio ebreo che prega, in ginocchio, davanti a due SS. Fu ucciso immediatamente dopo. Ed era il padre di quel Direttore. <strong>C’è, nel tessuto profondo del Mossad, l’identità ebraica, ma più che come religione, come popolo e come Stato. Certo, un rapporto con la religione c’è, nella misura in cui, senza la religione, lo Stato sarebbe poca cosa. Ma l’Istituto è sempre stato un bastione del laicismo ebraico, oltre che del peculiare socialismo comunitario israeliano.</strong> La religione, per il Mossad, è la difesa dello Stato ebraico e la tutela, piena e completa, dei suoi cittadini. Che sono soprattutto degli ebrei. Ma, senza la precipua religiosità ebraica, non c’è Israele e quindi non c’è nemmeno il Mossad. Sul piano teologico, poi, la costituzione dello Stato di Israele ha cambiato molte cose, e anche questo non è un dato trascurabile. La Città Celeste che ci salverà, con la prefigurazione dell’Arca dell’Alleanza, dalla “fine dei Tempi”. Per Ben Gurion, che non era peraltro un credente, l’Arca era “Dio che era presso di Dio”, per citare San Giovanni. Ma questa rende lo Stato (e chi lo difende) strumenti della Salvezza sia del popolo ebraico che di tutta l’umanità. Questo sarebbe il nesso tra l’Eterno e la Storia, tra identità di un popolo, il suo Stato, e il resto dell’umanità.</p>
<p><strong><em>Le sue peculiarità tecniche</em></strong></p>
<p>Molta tecnologia, molto <em>Big Data, </em>la capacità di leggere le particolarità sociali e culturali dell’avversario come dell’amico. <strong>Il Mossad, diversamente da altri Servizi di tradizione occidentale, fa molta “politica”: influenza il dibattito culturale</strong>, elabora comportamenti sociali nuovi, seleziona spesso alcuni settori delle classi dirigenti dei Paesi amici.</p>
<p><strong><em><a href="http://www.pangea.news/marco-giaconi-alonzi-intervista-di-andrea-bianchi/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Marco Giaconi</a> intervistato da Andrea Bianchi</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mossad-intervista-giaconi/">Ecco che cos’è il Mossad. Sul Servizio israeliano che funziona meglio della CIA (in declino, come il paese a cui appartiene). Dialogo con Marco Giaconi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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