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Profeti dagli abissi. Sulla straordinaria scoperta di due frammenti biblici

Tra stella e menzogna il sortilegio etimologico segnala tracce di sangue, un disastro privo di gloria. Simone fu detto “figlio della Stella”, Bar Kokhba, secondo la nenia tramandata dal libro dei Numeri, “una stella sorge da Giacobbe, scettro sopra Israele”. Simon Bar Kokhba fu l’ennesimo Messia d’Israele: il sigillo, benedizione in verbi, concesso da Rabbi Akiva, sommo tra i Chakhamim, i sapienti. A differenza del Nazareno, il Messia che si consegna alla violenza senza violazione, fa della croce regno, tabernacolo e altare, Bar Kokhba è messia in armi, passato alla storia per l’estro violento, le pratiche di feroce disciplina (alle giovani leve del suo esercito, dice il Talmud, chiedeva di mozzarsi un dito, come prova di coraggio). La vicenda del “Figlio della Stella” comincia intorno al 130, quando l’imperatore Adriano proibisce la pratica della circoncisione e pensa di edificare, a Gerusalemme, sulle ceneri del Tempio distrutto da Tito nel 70, un tempio analogo, dedicato a Giove Capitolino. Nel 132 Bar Kokhba guida la rivolta degli ebrei contro i Romani, li vince, regna e comanda con forza (i cristiani, che non riconoscevano in lui il messia e rifiutavano la guerra, furono perseguitati), batte moneta. La risposta Romana sarà spietata: la Giudea ridotta a deserto, i soldati ebrei ricoverati in grotte, massacrati, uno per uno. Fu la fine del sogno di indipendenza di Israele, in polvere l’utopia messianica; i capi religiosi che incitavano alla rivolta furono trucidati; di Bar Kokhba, nel 135, non restò che la testa, spiccata e donata all’Imperatore da un samaritano. Ad Adriano, che malsopportava entusiasti e fanatici, fece orrore il tradimento, come quel cranio, tra le cui orbite cave, dice la leggenda, frusciava un serpente. Da allora, Bar Kokhba fu tradotto in Bar Koziba, “Figlio della Menzogna”. Tra stella e menzogna la differenza sciama nel sangue.

Mendicare un senso tra frammenti riscoperti dagli abissi

Nel deserto di Giudea, tra i covi e le grotte dove il popolo di Israele ha trovato scabro rifugio dall’assalto romano, gli archeologi della Israel Antiquities Authority, hanno trovato vestigia legate alla rivolta di Bar Kokhba, un certo numero di monete e brandelli di lettera. I manufatti storicamente più rilevanti, però, intorno alle grotte, sono lo scheletro mummificato di una bimba, vissuta seimila anni fa, e un canestro, che pare risalga a 10mila anni fa. Gli archeologi si sono dovuti inoltrare ottanta metri sottoterra per trovare il reperto più importante: frantumi di rotoli biblici di duemila anni fa, trasportati lì come preziosi. Quei frammenti sono leccornia per i biblisti, al di là di Israele, dove l’archeologia biblica è sempre ‘politica’. In effetti, i testi in greco dei due profeti minori – Zaccaria e Nahum – censiscono una traduzione leggermente diversa da quella dei Settanta, raccontano l’epoca, fiammeggiante, in cui il ‘canone’ biblico era mobile, multiforme (“Soltanto fra l’80 e il 100 i dottori giudei di obbedienza farisaica, riuniti a Iamnia eliminarono le incertezze esistenti a proposito della lista ufficiale delle Scritture”: come a dire che dopo la distruzione del Tempio, è la Bibbia il solo e autentico Tempio). Ma i refoli della Storia pertengono agli studiosi e ai settari; chi sta nella verità, nei meandri di quel canto, abita altri piani.

Più che altro, è il segno a sorprendere: il testo si intona tra le grotte, a metri di profondità, impegnando una rivolta o una resurrezione, mentre impera la guerra. Si è sospesi nel rischio, in una dirompente oscurità. Diversa è la parola se pronunciata in favore del fuoco, a contatto di pietra. Ogni testo, d’altronde, è scritto per frantumarsi, perché altri, secoli più tardi, lo ricompongano.

Proprio così: la Bibbia – che, al di là del contenuto, è l’idea stessa del ‘libro’, cioè del mondo ripiegato in un libro, cioè del mondo continuamente creato ogni volta che si apre il libro, che ci s’inoltra nel canto – si abita, come una casa, perché tende a sfondarsi, a crollare, a ridursi in polvere. Questo è il destino del testo che pende verso Dio: essere incomprensibile, incompreso.

Ogni scoperta biblica – questa dicono sia la più importante dai tempi dei rotoli del Mar Morto – ha con sé l’eccesso dell’attesa. A chi è fuori dall’orbita liturgica, ogni ritrovamento pare una rivelazione, la parola che squarcia i mondi: alcuni suoni sono davvero intrisi di magia. Vorremmo il testo che sconfessa ogni edificio, ogni legge, che ci vendichi, forse, di remote ruberie. Nahum è il cantore della caduta di Ninive: il suo testo profetico comincia ragionando sugli epiteti terribili di Dio, “geloso e vendicatore”; dalle grotte sono apparsi questi versetti, in greco: “Davanti a Lui tremano i monti/ si scrollano i colli./ La terra si eleva davanti a Lui/ Il mondo e ciò che contiene./ Chi può sopportare la sua rabbia?/ Chi può resistere all’ardore dell’ira?/ La sua rabbia è fuoco che scroscia/ al suo passaggio si inceneriscono le rocce” (1, 5-6). Di Zaccaria, invece, si sono scoperti questi versetti: “Ecco quello che dovete fare: ditevi il vero, pronunciate giudizi veritieri e autentici alle porte. Non tramate il male tra voi, non adorate lo spergiuro, perché odio queste cose – oracolo del Potente”. Forse non è un caso che alla luce siano sorti questi frammenti – inducono a ragionare sull’ira di Dio, sulle trame dei traditori e dei giudici, sulla parola che sconfina nel fuoco, sulla verità relativa, mortale, come ambasciata di quella divina, sul rapporto tra Dio e il mondo. Benché siano tradotti in greco, i frammenti riportano il nome di Dio in paleo-ebraico, perché quello è il diamante indicibile che consente il testo, vortice di ipotesi, di audacie grammaticali in sabbia, menhir e zenit, che la traduzione non può dissigillare.

Nella Guida dei perplessi Mosè Maimonide scrive che le “due facoltà” che contraddistinguono i profeti sono “il coraggio e la divinazione”, e rintraccia undici gradi della profezia. Il primo grado riguarda l’azione: “un individuo riceve un aiuto divino che lo muove ad un’azione giusta, grande e di valore, come la salvezza di un gruppo di virtuosi da un gruppo di malvagi”. Della Bibbia, spesso, prendiamo la storia pia, per pasturare una morale, dimenticandoci della sua natura mendicante, della profezia che allucina il testo, lo uncina all’urlo e al nomadismo. Alla profezia, che sospende il tempo e ci accerchia in un aut aut, preferiamo la certezza delle statistiche, la quiete inerme della sicurezza imposta. Eppure, una parola viene dagli abissi, chiede di essere concretizzata, al di là della logica, e sbenda un grido tra le coerenze.

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