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	<title>Guaraldi Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Sacra è la cenere”. Le poesie di Pär Lagerkvist (introdotte da Mario Luzi)</title>
		<link>https://www.pangea.news/par-lagerkvist-poesie-mario-luzi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Aug 2023 04:25:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[estate]]></category>
		<category><![CDATA[Guaraldi]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Luzi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Piccolo, meraviglioso libro-amuleto quello che raccoglie le “Poesie” di Pär Lagerkvist nella traduzione di Giacomo Oreglia. Stampato nel 1991 da Guaraldi e Nuova Compagnia Editrice per la “Biblioteca di ClanDestino”, era introdotto da un partecipe scritto di Mario Luzi, qui riproposto insieme a una breve scelta poetica. Nobel per la letteratura nel 1951, Pär Lagerkvist [&#8230;]</p>
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<p><em>Piccolo, meraviglioso libro-amuleto quello che raccoglie le “Poesie” di Pär Lagerkvist nella traduzione di Giacomo Oreglia. Stampato nel 1991 da Guaraldi e Nuova Compagnia Editrice per la “Biblioteca di ClanDestino”, era introdotto da un partecipe scritto di Mario Luzi, qui riproposto insieme a una breve scelta poetica. Nobel per la letteratura nel 1951, Pär Lagerkvist è poeta dei respiri ultimi, della costante lotta con l’angelo. Una lettura per il proprio vagabondaggio spirituale più che per la vacanza da sé.</em></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="703" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/51LJhyMbk8L._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-96667" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/51LJhyMbk8L._AC_UF10001000_QL80_.jpg 703w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/51LJhyMbk8L._AC_UF10001000_QL80_-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/51LJhyMbk8L._AC_UF10001000_QL80_-600x853.jpg 600w" sizes="(max-width: 703px) 100vw, 703px" /></figure>



<p>***</p>



<p>Continuando nella sua opera di mediazione, sì, ma anche, a certi momenti, di interpretazione vera e propria, e per di più di alta intelligenza e di fine qualità, Giacomo Oreglia – così mal ripagato per questo dalle nostre autorità burocratiche da sollevare scandalo e indignazione in quelle svedesi e negli intellettuali dei due paesi – ci permette oggi di leggere in limpido e forte italiano il testo di un altro poeta nordico, libero eppure ben stretto alle sue forme, artigliato ad esse. <strong>Pär Lagerkvist è autore molto noto; ed è anche una gloria nazionale di Svezia. Non so quanto sia letto e studiato, ma penso abbia i suoi fedeli.</strong> Da noi è di quegli scrittori che nella beozia delle definizioni correnti vengono detti spirituali. Stiamo anche noi al gioco, siamo una volta anche noi beoti. Spirituale Lagerkvist – lo è veramente? Poche volte si ha come nella lettura delle sue pagine il senso vivo che “lo spirito soffia dove vuole” proprio perché è protagonista assoluto: e lo è mentre cerca e fugge la sua incarnazione. La vicenda delle sue chiare e spesso potenti metafore è tutta qui.</p>



<p>Nella sua inquietudine avverte tuttavia che il luogo del contendere resta continuamente aperto alla mutevolezza dell&#8217;avventura umana. Lo sperdimento, la disperazione, la visione estatica, la certezza, la beatitudine vi fanno impeto e irruzione. Il poeta è esposto a quelle ondate. Ciò sposta fuori di lui medesimo il suo centro, lo colloca nella vicissitudine universa e nelle sue tragiche alternanze. Ma non si tratta di alienazione, di estraneità, di inappartenenza. Al contrario proprio in quell&#8217;uscire dal suo individuale recinto incontra la sua radice, trova la sua più umana inerenza nel mondo. <strong>Se è vero, come dice Rilke, che il compito dell&#8217;uomo è di umanizzare il mondo, quello di Lagerkvist è uno dei modi più ariosi e vibranti che io conosca.</strong> Ciò è dopotutto quel che rimane di lui al di là della pur significativa storia personale. E non è proprio questo che noi chiediamo ai poeti?</p>



<p><strong><em>Mario Luzi</em></strong></p>



<div type="product" ui="style-3" ids="93165 " class="wp-block-banner-post"></div>



<p>**</p>



<p><em>Ho camminato sotto le stelle</em></p>



<p>Ho camminato sotto le stelle per giungere fino a te<br>qui dove tu mi hai atteso con mani divenute calde.<br>Tu mi devi dare il tuo amore, carezzare e riscaldare,<br>tu dovrai credere che io sia uno degli indigenti della vita.</p>



<p>Ho camminato sotto le stelle per giungere libero fino a te,<br>così fiero, così libero come può essere un uomo.<br>Tu mi devi avvincere alla terra, tu mi devi soggiogare,<br>così la mia libertà sarà solo quella del mio radioso pensiero.</p>



<p>Ho camminato sotto le stelle per giungere giovane fino a te,<br>giovane d&#8217;eternità, giovane della loro gioia.<br>Dove viviamo, qui è la terra, qui io invecchierò presso di te<br>verso una gioia più profonda e più segreta.</p>



<p>*</p>



<p>Allora i muri verranno abbattuti<br>da possenti angeli<br>e libertà, libertà verrà proclamata<br>per tutte le anime,<br>per la mia anima,<br>per la tua anima.<br>Allora si spezzeranno tutte le catene<br>al segnale di un&#8217;alta, vertiginosa nota,<br>così alta che nessuno potrà udirla,<br>ma noi vedremo le catene infrangersi come cristallo.<br>Allora sarà giunta l&#8217;età dell&#8217;adempimento,<br>e tutti i cieli si colmeranno di pace,<br>la pace dei muri caduti,<br>la pace degli spazi ascendenti,<br>la pace della libertà<br>senza confine alcuno.</p>



<p>*</p>



<p>Tu via lattea sopra la solitudine delle anime,<br>tu eterna nostalgia.<br>Ardi, ardi a lungo dopo di me,<br>a lungo dopo che ho cessato di esistere,<br>io che mai ho potuto varcare il tuo ponte.<br>Ardi per coloro che verranno un giorno vaganti per gli spazi,<br>che vagheranno sicuri sopra l&#8217;abisso su di un ponte di stelle.</p>



<p>*</p>



<p>Il dio che non esiste,<br>è lui che accende le fiamme nella mia anima.<br>Che fa della mia anima una landa deserta,<br>una terra fumigante, una terra desolata che fuma dopo l’incendio.<br>Perché egli non esiste.<br>È lui che redime la mia anima facendola più povera<br>e riarsa.<br>Il dio che non esiste.<br>Il terribile dio.</p>



<p>*</p>



<p>Se credi in dio e non esiste un dio,<br>allora è la tua fede miracolo anche maggiore.<br>Allora è davvero qualcosa d&#8217;incomprensibilmente grande.</p>



<p>Perché giace una creatura nel fondo delle tenebre<br>ed invoca qualcosa che non esiste?<br>Perché così avviene?<br>Non c’è nessuno che ode la voce invocante nelle tenebre.<br>Ma perché la voce esiste?</p>



<p>*</p>



<p>Solo quel che arde<br>diviene cenere.<br>Sacra è la cenere.</p>



<p>Tu mi sfiorasti<br>e io divenni cenere.<br>Il mio io, il mio essere divenne cenere, consumato da te.</p>



<p>Così dice l’amante e il credente.<br>Tu mi sfiorasti. Io sono sacro.<br>Non io ma la mia cenere è sacra.</p>



<p>*</p>



<p>Il regno del mattino col suo cielo di miele<br>giace e attende con occhi chiusi,<br>con gli occhi chiusi di tutti i fiori.<br>Bello come una donna, come mille donne,<br>giace e chiude gli occhi fiorenti,<br>giace e sotto il suo cielo di miele attende<br>il suo re, il giorno impietoso.</p>



<p><strong><em>Pär Lagerkvist</em></strong></p>
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		<title>L’editoria è al collasso, gli scrittori fanno schifo. Fuga dal mondo dei morti viventi</title>
		<link>https://www.pangea.news/contro-editoria-gog/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Mar 2023 05:26:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[apocalisse]]></category>
		<category><![CDATA[distribuzione]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Gog edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Guaraldi]]></category>
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		<category><![CDATA[Scrittori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Allo scorso Book Pride, la fiera del libro milanese, l’editore Gog non ha portato libri. Un referente della casa editrice, dal ceffo sovietico, piantonava, con severo orgoglio – pride – un tavolo. Scabro, nudo, antipatico. Apocalittico. Sul tavolo, un unico libro, un pamphlet. Titolo: Manifesto contro l’editoria. Sottotitolo: “…e gli editori, i librai, gli scrittori, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Allo scorso Book Pride, la fiera del libro milanese, <a href="https://www.gogedizioni.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l’editore Gog</a> non ha portato libri. Un referente della casa editrice, dal ceffo sovietico, piantonava, con severo orgoglio – <em>pride</em> – un tavolo. Scabro, nudo, antipatico. Apocalittico. <strong>Sul tavolo, un unico libro, un pamphlet. Titolo: <em>Manifesto contro l’editoria</em>. Sottotitolo: “…e gli editori, i librai, gli scrittori, i distributori,</strong> i promotori, gli agenti e i critici letterari, i direttori delle terze pagine culturali e quelli dei festival, contro i premi, gli ISBN, le scuole di scrittura creativa”.</p>



<p>L’idea, pretestuosamente dada, racconta la nuova vita della casa editrice Gog: uscire dal sistema coercitivo della distribuzione libraria italiana, dalla ghigliottina dell’ISBN, dal maniero di merda della cultura italica in sé:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Perché noi non vogliamo piegare la gioia di fare libri, anche impossibili, anche invendibili, anche improbabili (chissà che lo siano oggi ma non domani), alle urgenze del mercato, della logistica con la sua logica illogica. Da adesso quindi, i nostri libri si troveranno innanzitutto sul nostro sito. Oppure ai nostri eventi e a tutti gli incontri che organizzeremo”.</strong></p>
</blockquote>



<p>L’idea è bella perché velleitaria, ardita perché ovvia. Che a un ‘sistema’ – quello librario-distributivo – se ne sostituisca un altro – quello dei ‘siti’, degli ‘eventi’, delle ‘librerie indipendenti’, dei propri fan, più o meno pirateschi – vuol dire: cercare il proprio posto nel mondo. Poi, c’è chi preferisce l’Est all’Ovest, chi all’alta finanza antepone il baratto, chi opta per il sottosuolo rispetto al posto al sole. Niente di nuovo – appunto – sotto il sole.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/333063666_616061857027426_7380159748087883688_n-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94899" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/333063666_616061857027426_7380159748087883688_n-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/333063666_616061857027426_7380159748087883688_n-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/333063666_616061857027426_7380159748087883688_n-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/333063666_616061857027426_7380159748087883688_n-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/333063666_616061857027426_7380159748087883688_n-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/333063666_616061857027426_7380159748087883688_n-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/333063666_616061857027426_7380159748087883688_n.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Qui il piantone stalinista è stato sostituito con Padre Pio, che prega sulla fine dell&#8217;editoria attuale</figcaption></figure>



<p><strong>Il manuale stampato da Gog mi ha fatto venire in mente le battaglie, decennali, compiute da Mario Guaraldi</strong>, che ha fondato la propria casa editrice – la Guaraldi, appunto – nel 1971, ma che, soprattutto, è uno dei pochi, rari, avventati, avveniristici pensatori per una nuova forma di editoria. Così – ricorsi tagliagola della storia – è stato proprio Guaraldi, molto tempo fa, a denunciare <strong>lo strozzinaggio del sistema distributivo pressoché monopolistico, la cospirazione dei grossi poli editoriali, nati per affossare o tenere sotto ricatto la piccola e media editoria</strong> (per sua natura, quando non si tratta di avvoltoi che si nutrono di cadaveri libreschi, avventuriera e dissidente, controtendenza), l’iniquità del marchio ISBN, la corruzione dei premi nostrani, la patente incapacità degli scrittori nostri di evadere da un narcisismo di palta, vergognoso, che fa di un autore una pecora, creature perennemente sotto tiro, ricattabile.</p>



<p>Per estro, Guaraldi è un lottatore, fedele alle battaglie perse. Così, <strong>nel giugno del 1974</strong>, a Rimini, guidò la rivolta dei “piccoli editori” – insieme a lui: Marsilio e Mazzotta – <strong>“contro ‘le tigri di carta’ e contro il fenomeno della concentrazione editoriale”.</strong> Nel 1997 – insieme allo scrittore Guido Conti – guida un gruppo di “nuovi selvaggi” – alcuni dei quali, in virtù dei destini reversibili, avrebbero presto occupato posti di rilevanza nel sistema editoriale italiano – a ribellarsi all’iperproduzione editoriale, asservita alle norme di un mercato becero e infecondo. Il repertorio – pubblicato come <em>Dire Scrivere Pubblicare Leggere Valutare</em> – terminava con “un appello al Ministro della cultura Walter Veltroni”, in cui si denunciava, tra l’altro:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La crisi del ‘sistema editoriale italiano’ (che comprende produzione, distribuzione e vendita del libro, non solo uno di questi aspetti), che è una evidente crisi da <em>bulimia consumistica </em>di un prodotto editoriale di massa quasi sempre di infima valenza culturale se non addirittura di dichiarata barbarie sul piano dei valori, del gusto, della lingua, che corrisponde alla gravissima forma di <em>anoressia culturale</em> che investe l’intero Paese”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nell’agosto 2011, l’infaticabile Guaraldi lanciava un appello all’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per la creazione di una “Costituente del Libro”, tentando di arginare</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Un oligopolio che, nell’assenza totale di una Legge sull’Editoria libraria ha permesso il proliferare di interessi miopi e contingenti, che hanno ostacolato la valorizzazione dei nuovi formati editoriali sia nel sistema formativo (dalla scuola materna all’università) sia nelle biblioteche italiane”.</strong></p>
</blockquote>



<p>La sollecitazione del regno librario digitale, una rivoluzione, costringe a ripensare l’idea stessa di libro e di conoscenza, secondo Guaraldi, che al tema ha dedicato studi, lezioni, libri. <a href="https://www.guaraldi.it/Scheda98d5.html?id=959" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>L’ultimo, <em>Radici di carta frutti digitali</em>, è uscito nel 2016.</strong> </a>Esploratore dei terreni più remoti del libro, Guaraldi si è inventato i Post-Libri – specie di libri-cartolina –, ha creato l’edizione digitale (cioè, evoluta) del Libro dei Sogni di Fellini ma ha pure stampato l’anastatica del <em>De re militari</em> di Roberto Valturio; ha ideato un laboratorio di editoria alchemico-digitale, GuaraldiLab, e ha stampato, in modo ineccepibile, la <em>Vita di Mosè</em> di Filone; ha architettato una formula ‘umanistica’ del <em>print on sale</em> e vive nelle colline riminese, tra cani, galline, orto. Ha fatto editorialmente di tutto senza sortire alcun esito concreto, o quasi: l’hanno trattato come un profeta millantatore, un millenarista della Gerusalemme on line. È il primo, per dire, ad essersi posto un problema fondamentale: il rapporto tra mondo editoriale e biblioteche, tra sapere immediato e saperi.</p>



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<p>Che vuol dire? Che era già tutto previsto, che tutto va come deve andare, che sappiamo tutto da tempo. Il ‘sistema’ – dalle marchette sui giornali, dove la critica è assente, al Premio Strega dei soliti noti – è collassato da almeno tre decenni, anche prima: Giovanni Raboni interrompe la collaborazione con Mondadori nel 1985 perché “mi rendono praticamente impossibile fare l’unica cosa che so davvero fare: proporre, e aiutare a scegliere, i libri non ovvii, libri nuovi, libri letterariamente credibili”.</p>



<p>D’altronde, è inutile il gioco degli innocenti ipocriti. <strong>Questo, per un lettore, è il mondo editorialmente migliore possibile. </strong>Le grandi aziende editoriali continuano, per quieto vivere, al netto dell’ormai cronica imbecillità, a pubblicare grandi autori: Kafka e Thomas Bernhard, Flaubert e Gadda e Céline – per citare autori citati dai miei amici di Gog – sono stampati da Einaudi, Mondadori, Adelphi, Garzanti, mica dal tipografo di qualità in provincia. Gli autori incredibilmente dimenticati dai grandi editori sotto egida del bilancio, ce li compriamo razziando la rete: di recente, ho recuperato <em>Ragazze</em>, la quadrilogia di Henry de Montherlant edita da Mondadori nel 1958, nella collana ‘Il Ponte’; qualche tempo fa ho letto <em>Noatun</em> di William Heinesen, autore faroese che forse piace soltanto a me, ma che nel 1943 stava nella celebrata collana ‘Medusa’ Mondadori tra William Faulkner, Knut Hamsun e Ernst Jünger.</p>



<p>Ciò porta a due considerazioni. <strong>Primo. Un editore è il suo catalogo, segno della propria poetica. </strong>I grandi editori hanno sputtanato il proprio catalogo? Torneranno ciò che vogliono essere: cenere.</p>



<p><strong>Secondo. Il bordello editoriale, per così dire, è vastissimo, labirintico, prono a ogni voglia.</strong> Ci sono gli editori ‘di qualità’ – se lo dicono da sé, <em>obviously</em> –, i piccoli editori di pregio, i piccoli editori di spregio, disprezzabili, che chiedono soldi ai propri autori; ci sono gli editori di alto talento, che fanno scouting e traducono l’intradotto; ci sono gli editori tombaroli che pubblicano soltanto morti; ci sono gli editori dei poeti e quelli degli autori scandinavi e quelli degli autori sudamericani e quelli degli autori austroungarici; ci sono gli editori d’arte e quelli del cazzo; ci sono gli artisti editori, quelli fuori commercio, eccellenti. Come la giri, il punto è il medesimo: <strong>se non sei una ‘impresa editoriale’ ma un mero editore devi inventarti un altro mestiere per campare </strong>– a meno che tu non abbia grosse <em>disponibilità</em>, come si dice, e pazienza nel sopperire le frustrazioni. Da Piero Gobetti a Formiggini e Scheiwiller è sempre stato così: i bei libri si pagano grazie a ‘servizi’ diversi, a terzi. Come mai? Perché i bei libri sono per pochi, perché la bellezza è difficile… Bah&#8230; La questione è anche di ordine meramente imprenditoriale, di numeri &amp; cifre, di uomini &amp; omuncoli. <strong><a href="https://www.apice.unimi.it/collezioni/collezione-bur/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La Bur – Biblioteca Universale Rizzoli – ha assemblato, dal 1949 al 1972, 912 ‘classici’ </a>in formato grafico di impeccabile sobrietà, grigio</strong>, con l’idea di divulgare i classici a poco prezzo, per tutti; li trovavi in edicola. Oggi è l’era dell’algocrazia e gli editori transatlantici studiano i romanzi insieme al cameriere di Netflix, con gli ingredienti esatti a trasmutare i paragrafi in bassa sceneggiatura.</p>



<p>È l’uomo che è cambiato; e con esso dovrà cambiare la sua più clamorosa invenzione, il libro. Siamo nel mondo nuovo da anni e perpetuiamo ragionamenti archeologici. Sono le grandi case editrici a rischiare di perdere, non i rari pirati nel magma editoriale, addestrati dalla povertà, affratellati all’estro.</p>



<p><strong>Nel 1916 l’iconoclasta Giovanni Papini, osava stroncare Amleto – “i suoi famosi pensieri si riducono a questo superficiale luogo comune: la vita è brutta</strong>; a esser si curi che nel mondo di là non ci sia di peggio sarebbe meglio ammazzarsi” – e il suo autore, Shakespeare. L’uomo, scrive Papini, che aveva capito quasi tutto, muta, s’imbestia di capricci, si avvolge nei suoi anatemi:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“S’ha un bel dire che Shakespeare è moderno ed eterno e che la sua inquietudine è la nostra inquietudine… Noi stiamo cambiando e più cambieranno gli uomini in seguito. Andiamo diventando ogni giorno più difficili, incontentabili, raffinati, scontenti. Sempre meno cose ci piacciono e meno ci piaceranno progredendo”.</strong></p>
</blockquote>



<p>I problemi sono sempre individuali. Non ci piacciono i libri di oggi perché gli scrittori, oggi, scrivono libri modesti, sono modesti pure loro, sciantose via radio, incapaci di scelte autenticamente autarchiche.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Noi vorremmo una nuova classe di scrittori che non sia una classe tanto per cominciare. Vorremmo vedere autori a cui non piace stringere mani né frequentare i salotti giusti, gente che scrive prima per sé e poi per gli altri, che durante le dichiarazioni non assume pose pedagogiche, che vinto un premio non sente il bisogno di pontificare sulla qualunque, che non viene a farci la morale a ogni intervista rilasciata, che non ha una colonnina dedicata al proprio ego su una grande testata, che dà prova di un sano orrore di sé”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Così scrivono i miei amici di Gog. Ma è proprio così? Sorpassato il trito perbenismo di un salotto sfinito, strafritto, sfitto, da ignorare, io, un ignorante, per dire, vedo violenza. L’orizzontale violenza dei vili, la delazione, la crudeltà dei fiancheggiatori, le isterie degli indignati a comando. Potrei fare una lista di poeti e di scrittori di oggi che secondo me valgono più di quelli di ieri: Federico Italiano, Francesca Serragnoli, Andrea Temporelli, Gian Ruggero Manzoni… per dire di alcuni&#8230; giova ripeterlo? Chi si occupa delle loro opere? Ne parla forse “il Corriere della Sera”? E se anche ne parlasse, avrebbe senso, sortirebbe un consenso capace di autorevolezza?</p>



<p>I libri, se tali, sono da sempre materia pericolosa, perché le idee comportano una scelta, un rischio, e una poesia insegna a non avere paura di niente: per questo, le case editrici sono guardate con sospetto dai governi e vengono censurate o ‘statalizzate’. Da tempo si è scoperto che l’iperproduzione annienta: <strong>chili di melma sommergono il piccolo fiore nel deserto. Siamo soli. E i quattro gatti che inneggiano alla rivolta sono più soli di chi, solo, si rivolta nel grumo impotente della propria stanza.</strong> Ci hanno isolati fino a rendere innocuo il nostro dire, svenduto perfino l’inaudito. Non siamo noi a scegliere di mollare il sistema editoriale: è il sistema editoriale che fa, felicemente, a meno di noi. E allora, ora, che si fa?</p>



<p>Chiunque pubblica libri con amore e dedizione non vuole che i propri libri siano inscatolati nelle anonime stalle dell’ovvio, le librerie di ‘catena’. I libri partoriti con amore vanno cercati con amore egualmente forte. Non ci daremo alla latitanza dei lattanti: perfezioneremo la lotta. <strong>L’orrore si vince con le scelte improprie, inappropriate, decuplicando l’assurdo.</strong> Facendo della propria inevitata, levitante debolezza un punto di forza, perfino di sterminio. <em>Esercizi di irrobustimento dello spirito</em>, direbbe Ágota Kristóf&nbsp;(stampata da Einaudi)</p>



<p>Questo mondo non va più combattuto, significherebbe assegnargli una qualche dignità – va superato. Alle opere della morte preferiamo quelle della luce, per quanto oscura. </p>
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		<title>“Dobbiamo essere capaci di sostare nel silenzio”. Per Benedetto XVI</title>
		<link>https://www.pangea.news/benedetto-xvi-morte-rinuncia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Dec 2022 11:09:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Benedetto XVI]]></category>
		<category><![CDATA[Guaraldi]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Odifreddi]]></category>
		<category><![CDATA[religione]]></category>
		<category><![CDATA[Rinuncio]]></category>
		<category><![CDATA[sacro]]></category>
		<category><![CDATA[Selah]]></category>
		<category><![CDATA[Vaticano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Altri diranno della profondità di papa Benedetto XVI. A me sembrava nobile la sua apparente debolezza; un assoluto la sua inappropriata delicatezza a confronto con la veemenza di Giovanni Paolo II. Uno che scrive si limita ad accorgersi dei segni, degli aironi inattesi in camera. Cinge di verbi le ombre. Così, quell’improvviso Medioevo nell’era traumatizzata [&#8230;]</p>
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<p>Altri diranno della profondità di <a href="https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">papa Benedetto XVI.</a> A me sembrava nobile la sua apparente debolezza; un assoluto la sua inappropriata delicatezza a confronto con la veemenza di Giovanni Paolo II.</p>



<p>Uno che scrive si limita ad accorgersi dei segni, degli aironi inattesi in camera. Cinge di verbi le ombre. Così, quell’improvviso Medioevo nell’era traumatizzata dalla tecnologia, il 10 febbraio del 2013, dieci anni fa, mi sembrò un segno ineluttabile, una specie di Hiroshima in Vaticano, qualcosa che avrebbe dato senso ai <em>per sempre</em> ai <em>mai più</em>. Disse, il papa, durante il Concistoro:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>Fratres carissimi, Non solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi, sed etiam ut vobis decisionem magni momenti pro Ecclesiae vita communicem. Conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata ad cognitionem certam perveni vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad munus Petrinum aeque administrandum.</strong></p></blockquote>



<p>Cronache familiari e dettagli infimi – mio padre, che rinunciò alla vita, è nato il 10 febbraio, come Boris Pasternak, il poeta che in modo inatteso si è appeso alla mia vita – consegnarono a quel fatto universale una peculiarità intima, a sfidare ogni pudore.</p>



<p>La rinuncia di Benedetto XVI mi apparteneva: <em>rinunciare</em> non è voltare la schiena ma svolgere la via.</p>



<p>La rinuncia di Benedetto XVI mi apparve come un monito: uno scrittore non può che occuparsi di Dio – e dunque, del mistero del corpo.</p>



<p>Insomma, scrissi un libro, <strong><a href="https://www.guaraldi.it/Scheda6502.html?id=832" target="_blank" rel="noreferrer noopener">lo intitolai <em>Rinuncio</em>, lo pubblicò, come sempre con cieca fiducia e germoglio di liti, Guaraldi.</a> </strong>Il libro ragiona sulla rinuncia di papa Benedetto XVI a partire da un florilegio di pensieri, a lui ascritti, fittizi. Pensai che quella scelta non celasse motivi ‘di salute’, ma di salvezza; alle opzioni ‘politiche’, in cui si inabissava la canea giornalistica, aliena alle azioni dello Spirito Santo, preferii quelle mistiche. All’esuberanza esegetica, la latitanza. &nbsp;</p>



<p>Il libro credo sia ormai introvabile. All’epoca, per quel poco, fece chiasso. Sfiorò la cinquina del Campiello – che andò a Giorgio Fontana per <em>Morte di un uomo felice</em>, titolo infelice – e fu pubblicamente adottato dalla presidentessa di giuria di quella edizione, Monica Guerritore. Fu un libro che attrasse amicizie, inimicizie, che trovò una spuria via teatrale – Benedetto XVI fu interpretato dal sommo Paolo Graziosi, sia lode a lui.</p>



<p>In un racconto, <strong><a href="https://www.edizionisanpaolo.it/religione_1/spiritualita_1/piccola-spiritualita/libro/selah.aspx" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Selah</em> – pubblicato quest’anno dalle edizioni San Paolo</a></strong> – ritorno a quel romanzo, che mi sembrava bello e finì come un belato nel vuoto, come ogni opera meritoria, immagino, mi illudo.</p>



<p>So che <em>Rinuncio</em> è stato tra le mani di Benedetto XVI. Lo scrive Piergiorgio Odifreddi in un libro uscito per Rizzoli quest’anno,<em> In cammino alla ricerca della verità. Lettere e colloqui con Benedetto XVI</em>. Così scrive il matematico a pagina 90:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Poiché il tempo scorre inesorabile, offro al papa un altro libro come regalo. Lui esclama: “Ma quanto scrive!”, credendo che sia un altro dei miei, ma si tratta invece di <em>Rinuncio</em> di Davide Brullo. Alla vista del titolo il papa alza il sopracciglio, per ovvie ragioni, ma io cerco subito di tranquillizzarlo. Non si tratta infatti dell’ennesimo saggio sulle sue dimissioni, ma di un originale romanzo che ha fatto parlare di sé dal punto di vista letterario: al Premio Campiello del 2014 la presidente Monica Guerritore ne ha persino letto in pubblico alcune pagine, benché l’opera non fosse entrata nella cinquina finale. E, in seguito, è diventata uno spettacolo teatrale. Racconto che l’autore, oltre a essere un poeta e un romanziere, è specializzato in opere dal contenuto religioso… In <em>Rinuncio</em> egli immagina che, dopo le sue dimissioni, il papa emerito si sia installato in un romitorio in Val d’Ossola, vicino alla Svizzera, e abbia scritto a varie persone, dal fratello Georg al successore Francesco, le lettere che costituiscono appunto il contenuto del libro. Ratzinger sorride, dicendo: “Invece sono qui, come può vedere”. E ironizza sul fatto che, a prima vista, l’opera “ha almeno il vantaggio di essere breve”. Ma ammette che sembra interessante, e forse lo leggerà”.</strong></p></blockquote>



<p>Ho conosciuto Odifreddi dopo aver stroncato un suo libro, scritto in comunella con Oscar Farinetti. Non mi sembra migliore il libro intorno a Benedetto XVI – non c’è dialogo tra uno scisto e un falco – ma è più interessante.</p>



<p>Uomo tanto fragile, Benedetto XVI ha attirato reazioni estreme – il godimento con cui, in fotografie vili, hanno sancito la vecchiaia dell’uomo di Dio, il deperire. I giornali ricorderanno ciò che si sa; ricordo che il 31 dicembre è presieduto da san Silvestro: durante il suo pontificato, benché su ispirazione di Costantino, si svolge il primo concilio di Nicea, con il parto del Simbolo niceno. In una delle ultime omelie, il 31 dicembre di dieci anni fa, Benedetto XVI dice, tra l’altro:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Il&nbsp;<em>Te Deum&nbsp;</em>che innalziamo al Signore questa sera, al termine di un anno solare, è un inno di ringraziamento che si apre con la lode – «Noi ti lodiamo, Dio, ti proclamiamo Signore» – e termina con una professione di fiducia – «Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno». Quale che sia stato l’andamento dell’anno, facile o difficile, sterile o ricco di frutti, noi rendiamo grazie a Dio. Nel&nbsp;<em>Te Deum</em>, infatti, è contenuta una saggezza profonda, quella saggezza che ci fa dire che, nonostante tutto, c’è del bene nel mondo, e questo bene è destinato a vincere grazie a Dio, il Dio di Gesù Cristo, incarnato, morto e risorto. Certo, a volte è difficile cogliere questa profonda realtà, poiché il male fa più rumore del bene; un omicidio efferato, delle violenze diffuse, delle gravi ingiustizie fanno notizia; al contrario i gesti di amore e di servizio, la fatica quotidiana sopportata con fedeltà e pazienza rimangono spesso in ombra, non emergono. Anche per questo motivo non possiamo fermarci solo alle notizie se vogliamo capire il mondo e la vita; dobbiamo essere capaci di sostare nel silenzio, nella meditazione, nella riflessione calma e prolungata; dobbiamo saperci fermare per pensare. In questo modo il nostro animo può trovare guarigione dalle inevitabili ferite del quotidiano, può scendere in profondità nei fatti che accadono nella nostra vita e nel mondo, e giungere a quella sapienza che permette di valutare le cose con occhi nuovi. Soprattutto nel raccoglimento della coscienza, dove ci parla Dio, si impara a guardare con verità le proprie azioni, anche il male presente in noi e intorno a noi, per iniziare un cammino di conversione che renda più saggi e più buoni, più capaci di generare solidarietà e comunione, di vincere il male con il bene. Il cristiano è un uomo di speranza, anche e soprattutto di fronte al buio che spesso c’è nel mondo e che non dipende dal progetto di Dio ma dalle scelte sbagliate dell’uomo, perché sa che la forza della fede può spostare le montagne (cfr&nbsp;<em>Mt</em>&nbsp;17,20): il Signore può illuminare anche la tenebra più profonda”.</strong></p></blockquote>



<p>Ero sedotto da questa profondità sulla sedia di fianco, sul tavolo. Proprio come se l’invisibile non fosse alle porte ma già dentro casa: l’abisso si spalanca sul pavimento e il cuore è pieno di ante. C’è qualcosa di teneramente tenace in Benedetto XVI.</p>



<p><em>Rinuncio</em> non piacque a Cesare Cavalleri: <a href="https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/il-ponte-tibetano-di-brullo-sull-abisso-della-gnosi_20140604" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>ne scrisse su “Avvenire”, il 4 giugno del 2014, facendo la ramanzina al romanzo, precisando:</strong> </a>“Il fatto è che Brullo, anche quando scrive «romanzi», rimane un poeta, e al poeta è concesso spingere il linguaggio fino al confine dell’afasia, perché il poeta ha sempre a che fare con il mistero, indicibile per definizione. Questa volta mi sembra che abbia esagerato nel mescolare poesia e storia, con l’inevitabile mistificazione della storia stessa. Il libro, letto in prospettiva storica, diventa occasione di scandalo per l’abusiva interpretazione di una «rinuncia» inappellabilmente motivata da chi l&#8217;ha compiuta”.</p>



<p>Secondo Cavalleri uno scrittore non deve mettere il caos tra gli abiti sacri; secondo me è compito sacro denudare tutto, strappare la stola. Imparai, tuttavia, che a volte è bene appoggiarsi a parole maggiori, sostare nel silenzio, pregare, quietarsi all’inginocchiatoio. In verità, come sempre, non obbedisco.</p>



<p>**</p>



<p><em>Si ricalcano alcuni passi da “Rinuncio” (Guaraldi, 2014), dai capitoli che riproducono “Le parole ultime di Benedetto XVI” (ovviamente fittizie)</em></p>



<p>Forse, forse è l’uomo che ha istruito Dio riguardo al destino del mondo. Dio ha chiesto all’uomo, “che storia desideri che ti racconti?”, e l’uomo ha parlato. E ora Dio, mentre sfoglia i capelli e conta i denti della sua creatura per capire che misura ha il male, ripete le parole che gli ha insegnato l’uomo. E l’uomo continua a rimproverare Dio di non rispettare correttamente la storia, di corromperla, di non essere un narratore coerente. E Dio, che atrocemente ama la sua creatura, incapace di combatterla, la soddisfa in ogni sua più infida perversione.</p>



<p>*</p>



<p>La Santa Messa si è trasformata in uno spettacolo. Il prete crede davvero e senza dubbio di essere il braccio di Dio. Pensa di avere poteri sovrannaturali, spesso diventa un seduttore, un cattivo carismatico. Si muove intorno all’altare come su un palco, sapendo che gli sguardi della folla sono su di lui e che ogni suo gesto è amplificato dagli occhi di chi lo osserva. Cade nell’insidia di essere potente, di abitare la verità, di esserne l’emanazione. Questo provoca penuria spirituale. Il sacerdote propone un decalogo di consigli infallibili, espone il sorriso, intona la voce, tenta di essere convincente. Perché? E se un giorno San Pietro si rivelasse un deserto, se dalla piazza sparissero i fedeli, inghiottiti dall’indifferenza? Il cristianesimo non deve rincorrere il fatturato, forzare le vocazioni: anche se sono in due ad amarlo, esso rinascerà, più genuino. Da quando ho rinunciato a proseguire il papato, non assisto alla Messa, la celebro, ogni giorno, nella mia mente. Non succhio l’ostia, la desidero con ardore. Come quando ero bambino, e mi sembrava il sole. E il fatto di non poter partecipare alla comunione mi dava l’idea di far parte di una famiglia perfetta.</p>



<p>*</p>



<p>Nella sofferenza più atroce, nell’inquietante martirio, nel cuore dell’orrore avverto Dio. Oltre la soglia del sopportabile, quando il dolore sottomette la ragione, scompone le parole, annienta l’uomo: lì è Dio. Dio parla sempre quando si è in punto di morte, punti dal niente, puniti.</p>



<p>*</p>



<p>Cara Abisag,</p>



<p>si rinuncia soltanto a ciò che si ama profondamente, più della propria vita. La rinuncia, così, esalta l’amore. È come se un uomo ammettesse di amare a tal punto da scoprirsi incapace, debole, in difetto. Anche tra gli uomini, l’amore trapassa fino a togliere il fiato e rendere inermi, indifesi. Ci si scopre totalmente nudi, incapaci addirittura di abbracciare ciò che si ama. In questo senso la rinuncia non è una sconfitta, un’assenza, un abbandono, ma, al contrario, la forma più alta di amore. Un sacrificio necessario perché questo amore diventi indimenticabile. Altrimenti, è destino dell’uomo consumare tutto quello che tocca. Una rinuncia simile è quella della verginità. Amo a tal punto da sacrificare il corpo, proprio per rendere santo e incorrotto il mio amore. Ma nel solco di questa scelta il corpo non è né obliterato né sbriciolato, al contrario, ne viene espressa l’estrema importanza. Allo stesso modo, per ottenere una personalità propria l’unica strada è rinunciare ad essa, devolvendola a Dio. Le cose grandi accadono nella solitudine, nel nascondimento. Per questo Dio cela il suo vero nome, altrimenti per troppo amore lo consumeremmo fino a corroderlo, finiremmo per dimenticarci di Lui, per non amarlo più.</p>



<p>*</p>



<p>Georg carissimo,</p>



<p>per anni ho considerato piazza San Pietro come le fauci di un lupo bianco. Le colonne mi parevano i denti enormi della bestia e il pavimento la spianata del palato. San Pietro è un luogo che divora, che espropria l’anima: quando ne usciamo siamo davvero migliori, che conversione attraversiamo? Ora, da lontano, San Pietro mi pare una culla e la Chiesa un bambino. In questa visione, i lupi, allora, sono i papi, che con continua avidità divorano il bambino. La forza della Chiesa è in questa secolare strage dell’innocente, che forse è una ostinata ricerca di Cristo. Eppure, la Chiesa è fondata dai fedeli più che dai sacerdoti. Ma i fedeli, senza il Papa, sono come lupi esiliati dal branco: l’inverno salderà il loro muso con una museruola di ghiaccio, per sopravvivere dovranno imparare a cibarsi d’erba, aspirandola con il naso, con gli occhi. Da sempre la fede è una questione di sopravvivenza e il cristianesimo una coltivazione di larici nel deserto.</p>



<p>*</p>



<p>L’uomo mi fa paura, eppure la salvezza non viene da Dio, ma dall’uomo. Carcerarsi in Dio è profumo paradisiaco, una fede che si rivela colpa. Invece, bisogna vincere il terrore e immergersi nell’uomo, trattando gli uomini con la compassione che si tributa ai morti.</p>



<p>*</p>



<p>Da giovane, per verificare la mia vocazione, frequentavo un frate, che con il tempo divenne il mio confessore. Egli mi intimorì intimandomi, «prima impara che l’uomo è orrore, puro male». Poi mi disse, «si è uomini solo quando si è compresa l’oscurità, quando si fa tana nell’abisso. A quel punto, o si sceglie Dio o ci si uccide». Questa vicinanza, quasi un’adesione, tra Dio e la morte mi ha stordito. Ora penso che siano una stessa cosa, Dio e la morte.</p>
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		<title>“Un abbraccio dal tuo Pasolini”. Le lettere di PPP a Cesare Padovani, un diverso</title>
		<link>https://www.pangea.news/pasolini-lettere-cesare-padovani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Dec 2021 05:29:40 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Padovani]]></category>
		<category><![CDATA[Guaraldi]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’anno pasoliniano, è certo, ci regalerà rari libri indimenticabili, diverse sciocchezze, molte chiacchiere. Il tentativo di tradurre lo scandalo in santo, l’inarginabile in norma avrà pieno successo: da tempo Pier Paolo Pasolini è canone, viene citato dai più intrepidi interlocutori (degna sorte, finire su labbra impure). Garzanti ha cominciato a festeggiare il secolo Pasolini – [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’anno pasoliniano, è certo, ci regalerà rari libri indimenticabili, diverse sciocchezze, molte chiacchiere. Il tentativo di tradurre lo scandalo in santo, l’inarginabile in norma avrà pieno successo: da tempo Pier Paolo Pasolini è canone, viene citato dai più intrepidi interlocutori (degna sorte, finire su labbra impure). Garzanti ha cominciato a festeggiare il <em>secolo Pasolini</em> – PPP nasce il 5 marzo del ’22 a Bologna – raccogliendo in tomi economici <em>I grandi romanzi, I grandi interventi civili, Le grandi poesie</em>. Opera pia, al netto dell’aggettivo: che vuol dire <em>grandi</em>?, chi giudica l’entità della <em>grandezza</em>?, s’intende una <em>grandezza</em> spaziale (numero di pagine), estetica, morale, spirituale? <a href="https://www.garzanti.it/libri/pier-paolo-pasolini-le-lettere-9788811697138/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Il libro davvero importante, però, è la raccolta delle <em>Lettere</em>: </strong></a>1500 e passa pagine, a cura di Antonella Giordano e Nico Naldini a completare il lavoro – introvabile da tempo – pubblicato nel 1986 da Einaudi, in due volumi (a cura del solo Naldini). Ne hanno parlato tutti, citando diversi, importanti amici epistolari di Pasolini: Luciano Anceschi, Franco Fortini, Giuseppe Ungaretti, Gianfranco Contini, Elsa Morante, Attilio Bertolucci, Leonardo Sciascia&#8230;</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-88613 alignleft" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/12/Cesare-Padovani-LaVoce-19.X14-206x300.jpg" alt="" width="317" height="462" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/Cesare-Padovani-LaVoce-19.X14-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/Cesare-Padovani-LaVoce-19.X14-704x1024.jpg 704w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/Cesare-Padovani-LaVoce-19.X14-768x1117.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/Cesare-Padovani-LaVoce-19.X14-1056x1536.jpg 1056w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/Cesare-Padovani-LaVoce-19.X14.jpg 1400w" sizes="(max-width: 317px) 100vw, 317px" />Nella mastodontica raccolta, tuttavia, sono le lettere di Pasolini a Cesare Padovani più che ai papaveri della cultura a svelare l’indole dello scrittore, la furiosa vitalità. Doveva ancora compiere 15 anni, Padovani, veneto di Nogara, quando la rivista “Oggi” gli dedica un articolo, “alquanto patetico, a dire il vero, e un po’ umiliante per te” (Pasolini), esaltandolo. Padovani è un giovane spastico – a causa di una lesione cerebrale provocata alla nascita, dal forcipe – che scrive poesie in dialetto. È il <em>diverso</em> di genio, preda di rimbaudiana precocità. Pasolini ha da poco pubblicato, con Guanda, l’epocale antologia sulla <em>Poesia dialettale del Novecento</em>, si è trasferito a Roma, sta elaborando <em>Ragazzi di vita</em>, <strong>e il 16 maggio del 1953, irrompe nella vita di Padovani, con l’enfasi del maestro: “Tu cerca di essere inattaccabile&#8230; sii geloso di quello che fai, abbine assoluto pudore&#8230;”. Pasolini riconosce in sé i tratti del diverso, del mostro;</strong> semmai rivela nella poesia la natura terribile dell’alterità atra: il poeta in sé è handicappato al mondo, spastico, spergiusto, <em>spostato</em>. La fratellanza tra l’uomo Pasolini e il ragazzino disabile sta nella dedica a <em>Tal còur di un frut</em>, stampato proprio nel ’53 dalle Edizioni di Lingua Friulana di Tricesimo, placca di versi in dialetto inviata insieme alla lettera: <strong>“A Cesarino Padovani come a un antico me stesso miracolosamente nuovo, coi più affettuosi auguri&#8230;”. Da allora, per tutta la vita, Cesare Padovani sarà, per tutti, <em>Cesarino</em>; e darà nitore a quel patto – <em>come a un antico me stesso</em> – con fede abbacinante.</strong> Percorre gli studi classici, abbandona l’estro lirico per la prosa saggistica, spesso irriverente, come gli ha consigliato Pasolini (“credo di capire che in te prevarrà la vocazione critica su quella poetica”); sulla <em>Poetica di Pier Paolo Pasolini</em> discute la tesi, all’Università di Bologna, nel 1965, davanti a Luciano Anceschi e Renato Barilli. Naturalmente, Pasolini, che a un certo punto si dimentica quasi del suo allievo – il 21 ottobre del 1959 si rivolge a lui con l’inadempienza del <em>lei</em> e una improvvisa freddezza: “Caro Padovani&#8230; spero che in questi anni lei abbia lavorato bene&#8230;” –, non andrà ad ascoltare la discussione accademica di <em>Cesarino</em>, tuttavia “la tua tesi era molto bella”, gli scrive nel dicembre del ’65, “non mancherà occasione di parlarne”, e non ne parleranno mai, quello è l’ultimo biglietto di un rapporto epistolare decennale, perché Pasolini è rapace, entra in una vita, la benedice e la inaugura, la scombina e la vampirizza, poi va, preda di un delirare del desiderio. Non si vedranno mai, Pasolini e Padovani – d’altronde, che bisogno c’è di dare un volto a colui a cui hai dato la vita? –, <em>Cesarino</em> sarà segnato per sempre da quegli insegnamenti, dal morso di PPP. Licenziato <em>Il Vangelo secondo Matteo</em>, quell’anno Pasolini gira <em>Uccellacci e uccellini</em>, a volte inviava lettere dattiloscritte, altre di suo pugno; <strong>si rammaricava che <em>Cesarino</em> fosse cresciuto (“Ti ho lasciato ragazzo, e ti ritrovo giovane uomo&#8230;”, 21 febbraio 1964), forse credeva che la diversità coincidesse con un’infanzia perenne,</strong> perennemente al di là del mondo; non conservò le sue lettere.</p>
<p><figure id="attachment_88614" aria-describedby="caption-attachment-88614" style="width: 564px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-88614" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/12/Cesare-Padovani_08-300x225.jpg" alt="" width="564" height="423" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/Cesare-Padovani_08-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/Cesare-Padovani_08.jpg 720w" sizes="(max-width: 564px) 100vw, 564px" /><figcaption id="caption-attachment-88614" class="wp-caption-text">Cesare Padovani (1938-2014) riceve la prima lettera da Pier Paolo Pasolini nel 1953; si scriveranno fino al 1965</figcaption></figure></p>
<p>Padovani era un uomo affamato, rude. Con l’energia di un’intelligenza anomala – sì, davvero <em>anormale</em> – era diventato docente di sociologia del linguaggio a Urbino, poi assistente presso la facoltà di Psicologia a Padova; ha collaborato alla nascita dell’Università degli Studi di San Marino. L’ho conosciuto a Rimini, dove si era trasferito da ragazzo, rendendo effervescente un clima culturale di per sé anomalo. Sfruttava la disabilità per permettersi ogni cosa: i suoi scritti, a volte magistrali, sputtanavano la <em>pruderie</em> dell’accademia italiana, toccavano ambiti altrimenti tabù, erano animati da una rabbia d’oro. S’incazzava e sbraitava, Padovani. I suoi libri, pionieristici, come <em>La speranza handicappata</em> (1974), <em>Handicap e sesso</em> (1978), <em>Autobiograffiata</em> (1983), <em>Paflasmòs</em> (2008), sono per lo più scomparsi, dimostrandone, dunque, lo scandalo permanente. <strong>Padovani godeva nel dare fastidio e nel dire ciò che non si deve – qualcuno, con enfasi, l’ha detto “l’ultimo dei sapienti” proprio per questo: i suoi guaiti mettevano il panico, la sua arguzia denudava l’interlocutore.</strong> Tutti erano <em>diversi</em> ai suoi occhi, lui, lo spastico, il solo <em>normale</em>. L’ho conosciuto nel 2014; era un uomo felicemente difficile. <a href="https://www.ibs.it/da-uomo-a-uomo-libro-cesare-padovani/e/9788869270918" target="_blank" rel="noopener noreferrer">L’editore Guaraldi, astro delle anomalie, stava per pubblicare la sua ultima raccolta di racconti, intitolata <em>Da uomo a uomo</em>.</a> Quando ho saputo del legame di <em>Cesarino</em> con Pasolini, ho voluto vedere gli autografi, ho convinto Padovani, come gesto testamentario e temerario, a pubblicare in appendice al libro tutte le lettere di PPP, nove. Così è stato; e in quella formula – come <em>Carteggio con Pier Paolo Pasolini</em> – sono state pubblicate nell’edizione Garzanti. Il libro è uscito nell&#8217;ottobre del 2014, Padovani sembrava felice, è morto poco aver ricevuto le prime copie.</p>
<p>**</p>
<p><strong><em>Roma, 16 maggio 1953 </em></strong></p>
<p><em>Caro Cesarino,</em></p>
<p>scusa se intervengo così, sconosciuto e irrichiesto, nella tua vita, diciamo nella tua vita letteraria. Ho finito in questo momento di leggere (per caso, perché non leggo mai questa roba) un articolo che ti riguarda su “Oggi”: alquanto patetico, a dire il vero, e un po’ umiliante per te. <strong>Tu cerca di essere inattaccabile dal male di questa gente che per aumentare la tiratura di un giornale sarebbe capace di qualsiasi cosa, anche di fare (come nel tuo caso) degli indelicatissimi excursus in una vita interiore, approfittando del fatto ch’è la vita interiore di un ragazzo…</strong> <strong>Bada che la tua posizione è pericolosissima: non c’è niente di peggio di divenire subito della “merce”.</strong> Se tu dipingi e scrivi poesie sul serio, per una ragione profonda e non solo per consolarti delle tue disavventure fisiche (o magari, come dicono, per ragioni terapeutiche…), <strong>sii geloso di quello che fai, abbine un assoluto pudore:</strong> anche perché non sei che un ragazzo, e i tuoi disegni, le tue poesie non possono essere che il prodotto di un ragazzo. Eccettuati, ch’io sappia, Rimbaud e Mozart, tutti i ragazzi prodigio hanno avuto una mediocre riuscita, e io penso, appunto, che l’unico modo per preservartene è chiuderti in te stesso, e lavorare, ma lavorare sul serio.</p>
<p><strong>Non era per dirti queste cose, però, che ti scritto: ho voluto mettermi in contatto con te solo perché ho visto nel famigerato articolo che scrivi delle poesie in dialetto. Ciò m’incuriosisce tremendamente.</strong> Devi sapere che anche io a diciotto anni ho cominciato a scrivere dei versi in dialetto (friulano) (ma anch’io avevo cominciato a scrivere versi prestissimo, a sette anni: la mia malattia non era fisica né nervosa, ma psicologica); ho poi continuato a lavorare cercando, oltre che esprimermi, di capirmi. Sono passati una dozzina d’anni e ora, laureato in lettere e insegnante (insegno a dei ragazzi come te) sono nel pieno del mio lavoro letterario. Te ne mando alcuni documenti: non posso mandarti una grossa “Antologia della poesia dialettale del ‘900”, uscita presso l’editore Guanda di Parma quest’anno, perché non ne ho più che una copia per me.</p>
<p>Tutte queste cose te le scrivo perché tu sappia regolarti sul mio conto, e mi risponda sinceramente: perché scrivi in dialetto? o se proprio il perché non lo sai (è un difficile atto critico il saperlo) perché ami il dialetto? Ti sarei molto grato se tu mi rispondessi e mi mandassi magari qualche saggio delle tue poesie dialettali, su cui io potrei darti un giudizio assolutamente privo delle sdolcinature giornalistiche che ti dicevo, e darti magari qualche consiglio di tecnica o di lettura.</p>
<p>Una stretta di mano dal tuo</p>
<p><em>Pier Paolo Pasolini</em></p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Roma, 11 gennaio 1955 </em></strong></p>
<p><em>Caro Cesare, </em></p>
<p>non meravigliarti e non prendertela per i miei lunghi silenzi, dovuti non a pigrizia, ma a accesso di lavoro. Verrà il momento in cui avrò un po’ di requie, e allora ti scriverò più a lungo: ma tu intanto, senza scoraggiarti, mandami qualcosa di tuo da leggere. Te ne parlerò poi con tutta chiarezza e sincerità. Intanto quello che soprattutto ti raccomando <strong>è di lavorare con assoluta modestia, quasi in segreto: sei tanto giovane, così incredibilmente giovane, </strong>non vorrei che prematuri successi ti viziassero.</p>
<p>Ricevi i più affettuosi saluti dal tuo</p>
<p><em>Pier Paolo Pasolini</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Ho ballato la Vita”. In onore di Kazuo Ohno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Nov 2021 05:37:55 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<category><![CDATA[danza]]></category>
		<category><![CDATA[Guaraldi]]></category>
		<category><![CDATA[Kazuo Ohno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per i suoi ottant’anni Mario Guaraldi ha regalato ai convenuti uno dei libri più belli del suo catalogo. S’intitola Cent’anni di danza e onora, appunto, i 100 anni di “Kazuo Ohno. Icona del Butoh”. Era il 2007; il maestro aveva compiuto un secolo l’anno prima, è morto nel 2010. Il libro riassume il genio di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Per i suoi ottant’anni Mario Guaraldi ha regalato ai convenuti uno dei libri più belli del suo catalogo. <a href="https://www.guaraldi.it/Schedaa3c4.html?id=471" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>S’intitola <em>Cent’anni di danza</em> e onora, appunto, i 100 anni di “Kazuo Ohno. Icona del Butoh”.</strong></a> Era il 2007; il maestro aveva compiuto un secolo l’anno prima, è morto nel 2010. Il libro riassume il genio di Kazuo Ohno attraverso una raccolta di poster, spesso indimenticabili – quello del Wiener Fest del 1987 raffigura l’artista con un fiore, allo stesso tempo sembra ritagliato nella carta e partorito dalla pietra, inossidabile e fragilissimo, puro niente e puro tutto, spirito e lebbra. Il libro è curato da Marie Perchiazzi, che rievoca “l’<em>epifania </em>di Kazuo Ohno, la sua <em>manifestazione</em>” sulla “scena europea, alla veneranda età di 73 anni”, nel 1980, al Festival di Nancy; mentre è Eugenia Casini Ripa a tratteggiare, su vetro, un ritratto di Kazuo Ohno, piuttosto suggestivo: <strong>“Il piccolo corpo tormentato di vecchia bambola denudata, sopravvissuta a stento alle angherie di qualche generazione di bambini crudeli, il fragile, stanco e tragico Pierrot infarinato dimenticato nella cesta del burattinaio prende vita a fatica, dolorosamente.</strong> Una fiammella invisibile comincia a riscaldare e ad animare dall’interno la carne spenta, si espande e la muove suo malgrado, impone alle braccia di alzarsi, alle ginocchia di piegarsi, alla bocca di aprirsi”.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-88342 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/11/81XGDl03giL-226x300.jpg" alt="" width="415" height="551" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/81XGDl03giL-226x300.jpg 226w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/81XGDl03giL-770x1024.jpg 770w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/81XGDl03giL-768x1021.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/81XGDl03giL-1155x1536.jpg 1155w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/81XGDl03giL.jpg 1511w" sizes="(max-width: 415px) 100vw, 415px" /></p>
<p>Il papà di Kazuo Ohno era a capo di una cooperativa di pescatori, conosceva il russo, navigava intorno alla Kamčatka, dove dominano l’orso, la lince e la volpe polare; la mamma suonava per diletto la cetra giapponese a tredici corde, ripetendo leggende di antichi spettri ai figli. Di Kazuo Ohno sorprende la disciplina del corpo, agile come acqua, stupefacente: da ragazzo eccelleva nell’atletica, insegnava educazione fisica in una scuola cristiana. Arruolato nel 1938, fu preso prigioniero, durante la guerra, in Nuova Guinea. In uno dei suoi primi spettacoli, simula il movimento delle meduse, che brillavano fosforescenti intorno ai cadaveri dei giustiziati, nell’Oceano Pacifico. Esordì tardi alla danza, nel ’49, a 43 anni – quando la sua via, quella del <em>Butoh</em>, la <em>danza della grande tenebra</em>, era quasi del tutto perfezionata.</p>
<p>Che cosa inscena Kazuo Ohno? È noto che fu illuminato alla danza ammirando la grande ballerina Antonia Mercé, a cui dedicherà uno degli spettacoli più noti, <em>Admiring La Argentina</em>; aveva lavorato su testi di Yukio Mishima e Jean Genet, la potenza di alcune scene – <em>My Mother</em>, ad esempio – rievoca la mitologia giapponese, l’evanescente spirale degli <em>yūrei</em>, anime legate all’aldiquà, rette dal rancore, eleganti per pericolosità, bisognose di lagne, di magioni di pianto. Bisogna ammirarlo Kazuo Ohno – basta manovrare YouTube – per capire la priorità del corpo – e dunque, dell’ascesi – che viene scombinato, sconvolto, sconfitto, all’altro lato del rito scenico e sciamanico: pura evocazione, implorazione, urlo.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-88343 alignleft" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/11/eikoh-hosoe-kazuo-ohno-1996-web-Copy-249x300.jpg" alt="" width="391" height="471" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/eikoh-hosoe-kazuo-ohno-1996-web-Copy-249x300.jpg 249w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/eikoh-hosoe-kazuo-ohno-1996-web-Copy-849x1024.jpg 849w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/eikoh-hosoe-kazuo-ohno-1996-web-Copy-768x926.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/eikoh-hosoe-kazuo-ohno-1996-web-Copy.jpg 900w" sizes="(max-width: 391px) 100vw, 391px" /></p>
<p>Cosa inscena Kazuo Ohno? Il profondo, il magistero delle ombre, il rimosso, l’irremovibile? Oh, i concetti, finalmente, non hanno gancio: la danza va subita, e dunque condivisa. Certo, chi c’impone l’acido del ‘trasgressivo’, della generica smobilitazione dei generi, fa sorridere: Kazuo Ohno è uomo e donna e altro, è corpo e brillio, è sussurro, bestia, orazione, è zero e uno e legione, è creatura e demone, pura luce, puro suono, candela. Spericolato, uno spergiuro di bianco, carne nebulosa, nuvola di nervi, nuoto nell’amnio del primo balbettio, capelli avvelenati&#8230; <strong>Chi può rendere fiamma un corpo di carne? “Ciò che chiamo il <em>meraviglioso</em>, è un’apparenza priva di forma. Nell’assenza di forma, infatti, risiede il <em>meraviglioso</em>. Se si trovasse, per caso, un attore che possedesse quel <em>meraviglioso</em>, costui sarebbe il sublime personificato”,</strong> scrive Motokiyo Zeami nel <em>Segreto del teatro Nō</em>. Secondo il maestro, “indipendentemente dalla tecnica della vostra interpretazione, innalzandovi fino al grado della <em>non-conoscenza</em> e dello <em>stile assoluto</em>, l’effetto che produrrete sullo spettatore sarà abbastanza prossimo al <em>meraviglioso</em>”. L’innato va estratto per frizione di disciplina, l’arte è una via, dedizione suprema che prescinde dai risultati, iniqui rispetto alla pratica. Così, Kazuo Ohno, personificazione del <em>meraviglioso</em>, entra nei nostri sguardi come qualcosa che era previsto da sempre, come il più intimo sogno, il segno sul lato d’assedio dei polmoni, la vertebra del dio perduto. Non dipendere da altro che dall’ispirazione, dall’ultimo respiro – che altro?</p>
<p>Kazuo Ohno è pressoché scomparso dal <em>dibattito</em>, dal pensare l’arte come via, come vita, viatico di eversione, di emersioni. <strong>Probabilmente non fa <em>audience</em>, neppure tra chi si beve avanguardismi alla moda dai biberon dei teatri civici. Non è difficile capire il perché: Kazuo Ohno <em>sovrasta</em></strong>, il suo viso è un buco bianco, un incubo, ti perfora fino alla decima generazione; quel corpo scarnificato, scandito di solchi, ha l’avvenenza dell’albero, ti si avvinghia, tentacolare, fino alle ultime radici dell’indicibile. Inscena ciò che non ha scena, lo scempio, Kazuo Ohno; qualcosa di incontenibile, l’orda.</p>
<p>**</p>
<p><strong>“Prima di impegnarsi in una tecnica, occorre considerare la questione della mente, dello spirito, della vita.</strong> Quando si crea una coreografia, ad esempio, se ci si focalizza unicamente sulla tecnica applicata alla danza, il punto cruciale e radicale del processo svanisce, finisce in second’ordine. Se la tecnica viene prima della danza, beh, perché mai dovremmo danzare? Non dipendiamo dalle tecniche per vivere. Per quel che mi riguarda, ho capito che più si impiega una tecnica, più la si abbraccia, più si sconfigge ciò che è cruciale. Non ho bisogno di una tecnica per capire la vita dopo la morte. Cerco dunque di ignorare tecniche e strutture per concentrami sullo spirituale. Questo è ciò che cerco di verificare con la mia danza.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-88344 alignleft" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/11/EUCttMkXYAYreXP-300x300.jpg" alt="" width="475" height="475" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/EUCttMkXYAYreXP-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/EUCttMkXYAYreXP-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/EUCttMkXYAYreXP-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/EUCttMkXYAYreXP-768x767.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/EUCttMkXYAYreXP.jpg 1500w" sizes="(max-width: 475px) 100vw, 475px" /></p>
<p><strong>Cosa si può insegnare? Di certo, non l’arte, è impossibile. Contrariamente a ciò che si crede, l’arte non si può insegnare.</strong> Credo che l’opera sorga naturalmente dall’essere umano come l’essere umano è partorito da un altro essere umano. Penso di aver compreso la danza danzando. La via che percorro è stata appresa naturalmente, danzando. Ho ballato la Vita, e la Vita mi è stata maestra. Dunque, continuo a inseguire, danzando, la Vita.</p>
<p>Per vivere, benché radicati al suolo, bisogna avere vita. Non basta camminare&#8230; bisogna avere la vita, vita che sgorga da te, che è intorno a te!”.</p>
<p><strong><em>Kazuo Ohno</em></strong></p>
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		<item>
		<title>“I bambini sono interessati alle questioni eterne”. Istruzioni per scrivere favole. Con regalo natalizio</title>
		<link>https://www.pangea.news/favole-brullo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Dec 2020 06:45:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[bambine]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Brullo]]></category>
		<category><![CDATA[favole]]></category>
		<category><![CDATA[Guaraldi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Parola di Premio Nobel. Isaac B. Singer è uno degli scrittori più geniali e antipatici del Novecento. Trapiantato negli Stati Uniti, preferiva, per esprimersi come scrittore, la lingua yiddish, l’idioma degli ebrei dell’Europa orientale: nel 1978 è stato ornato con il Premio Nobel per la letteratura e a Stoccolma, scrupolosamente anticonvenzionale, si presentò con un [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Parola di Premio Nobel. Isaac B. Singer è uno degli scrittori più geniali e antipatici del Novecento. Trapiantato negli Stati Uniti, preferiva, per esprimersi come scrittore, la lingua yiddish, l’idioma degli ebrei dell’Europa orientale: nel 1978 è stato ornato con il Premio Nobel per la letteratura e a Stoccolma, scrupolosamente anticonvenzionale, si presentò con un memorabile panama bianco. Oltre a scrivere dei romanzi oscuri e ustionanti, Singer è stato uno straordinario narratore per bambini. <strong>Secondo lui “non importa quanto siano piccoli, i bambini sono assai interessati alle questioni eterne: chi ha fatto il mondo? Chi ha fatto la Terra, il cielo, gli uomini, gli animali? [&#8230;] I bambini riflettono e si interrogano su questioni come la giustizia, il senso della vita, il perché del dolore”.</strong> A meno che non li si imprigioni nella bolla di vetro di un iPad, dirà il tronfio didatta. Vero, vero. Ma è pur vero che i bambini sanno intravedere lo shuttle in una caffettiera, fanno un uso feroce e fantasmagorico di Google Earth che neanche James Cook. Ha ragione Singer, comunque. Anche quando gode nell’esagerare: “quando ero piccolo facevo tutte quelle domande che poi ho ritrovato nelle opere di Platone, Aristotele, Spinoza, Leibniz, Hume, Kant e Schopenhauer”. Se c’è una cosa insopportabile dei libri “per bambini”, in effetti, sono proprio i libri “per bambini”. Cioè libri scritti da adulti che pensano che i bambini siano quegli affari alti così, un po’ imbecilli, che della vita non sanno nulla – come se gli adulti ne sapessero molto di più.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="764" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/12/71N1fl0G4aL-764x1024.jpg" alt="" class="wp-image-81894" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/71N1fl0G4aL-764x1024.jpg 764w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/71N1fl0G4aL-224x300.jpg 224w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/71N1fl0G4aL-768x1029.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/71N1fl0G4aL.jpg 975w" sizes="(max-width: 764px) 100vw, 764px" /></figure>



<p>L’altra cosa insopportabile è che di solito i libri per bambini scritti dagli adulti sono illustrati dagli adulti. Insomma, sono sempre gli adulti a decidere che cosa è “per bambini”. E sono sempre gli adulti a comprare i libri per i propri bimbi, determinando ciò che per loro è giusto. Perché? Perché gli adulti sono terrorizzati dai bambini. Perché? Perché i bambini ne sanno più di loro.</p>



<p><strong>In realtà, i grandi classici per giovani lettori (dai <em>Libri della giungla</em> ad <em>Alice nel Paese delle Meraviglie</em>, dalle <em>Avventure di Tom Sawyer</em> a <em>Lord Jim</em>) sono semplicemente libri meravigliosi, scritti da romanzieri che sono rimasti bambini.</strong> Il genio dei grandi scrittori è proprio questo, restare bambini, credere “a tutti gli incantesimi”, come scrive Arthur Rimbaud, che nella sua cronaca poetica fa una lista di desideri infantili, “sognavo crociate, spedizioni di cui non è rimasta relazione, repubbliche senza storie, guerre di religione soffocate, rivoluzioni di costumi, spostamenti di razze e di continenti”.</p>



<p>Un gesto di giustizia verso i propri figli è scarcerarli dalla moda dei libri “per bambini”. Lasciando che siano loro a scrivere la storia che vorrebbero sentirsi raccontare. I bambini devono liberarsi dalle storie che gli adulti hanno scritto per loro. Ralph Waldo Emerson, ciarliero filosofo americano, credeva che uno Shakespeare in potenza riposi in ogni uomo e che tutti, in fondo, possono diventare Dante. Più modestamente, penso che ogni bambino sia un ottimo narratore. Ma come si fa? Così.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="689" height="1003" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/12/610cqQmJr3L.jpg" alt="" class="wp-image-81895" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/610cqQmJr3L.jpg 689w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/610cqQmJr3L-206x300.jpg 206w" sizes="(max-width: 689px) 100vw, 689px" /></figure>



<p><strong>1. Ascoltarli </strong>Senza farsi vedere. Acquattati. Quando i bambini non imitano il dizionario dei grandi, ma ne fondano uno loro. Ascoltare i bimbi anche di notte, mentre dormono e sono visitati da sogni avventurosi.&nbsp;</p>



<p><strong>2.</strong> <strong>Provocarli</strong> Gettare una parola in mezzo alla sala. Giocarla. Assaporare il sale del linguaggio. Dire “gatto” e piantare la parola lì, nella testa del bimbo. Procedere per associazioni. “Matto”, “cotto”, “prosciutto”. Legare queste parole in una trama, in una ragnatela di senso e di sensi.</p>



<p><strong>3. Costruire un vocabolario</strong> Che tenga conto del linguaggio dei bambini. Se il sole è un giaguaro che sbadiglia, deve essere un giaguaro che sbadiglia.&nbsp; Svaligiare la lingua rovesciando neologismi: se partiamo da “gatto”, tentiamo “sgattare”, “gattolare”, “gattinga”, “ragattolo”. E diamo un significato a questi neologismi. Ipotizziamo un mondo non convenzionale, dove tutte le tribù di verbi ignoti e di aggettivi inesplorati possano abitare.</p>



<p><strong>4.</strong> <strong>Lasciare che la storia segua l’indole dei piccoli</strong> Fino a un certo limite. Ai bimbi basta un soffio di vento, un fischio, per distruggere una cattedrale. Bisogna accompagnarli nel labirinto della propria fantasia. Cominciando con la distinzione dei personaggi. Chi agisce in questa storia? Che cosa gli facciamo fare? Ha degli amici? In quale luogo si muove? Senza smorzare potenzialità alla fantasia – un topo <em>può</em> diventare un astronomo che viaggia per galassie lontane – approfondire le ragioni di ogni gesto – perché quel topo ama l’astronomia? perché viaggia, per trovare chi? Dare corpo, compimento e giustizia ad ogni atto. Sforzarsi di sprofondare nel pozzo dei propri sogni. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="600" height="426" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/12/cover.jpg" alt="" class="wp-image-81896" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/cover.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/cover-300x213.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>



<p><strong>5. Non c’è uno scopo né un indirizzo morale nella costruzione della storia</strong> La buona novella e il lieto fine lasciamole alle educate storie dei “grandi”. Si racconta una storia perché è bella. E perché ci piace raccontarla. I bambini non devono essere protetti da nulla: con loro si possono affrontare tutti i temi, anche la morte. Le difese le erigono gli adulti, che sono colpevoli. Gli adulti hanno paura della morte, non i bambini, che sono immortali.</p>



<p><strong>6.</strong> <strong>Elogio della disobbedienza (per una obbedienza più grande)</strong> Davanti ai bambini non sono ammesse scappatoie o vie di fuga. Ogni storia deve essere autentica, vera. Sigillata da una autorevole furia fantastica. Sono possibili, però, i sentieri. Non fossilizzatevi sulla trama, non difendete le vostre opinioni: si va 10 da 1 a 10, progressivamente, soltanto nel mondo dei grandi, la logica (ad A deve seguire B poi C) è la dinamica degli adulti per celare come possono le proprie angosce. Per i bambini 2 più 2 può fare 575 e l’alfabeto può cominciare dalla lettera X (che è, notoriamente, il luogo dove si nasconde il tesoro dei pirati). Lo scopo di una storia è stimolare altre storie. I bambini non vogliono applausi e medaglie, ma nuove imprese. I complimenti frenano la voglia di avventura e di inedito.&nbsp;</p>



<p><strong>7.</strong> <strong>Ode all’anarchia</strong> La storia va illustrata. E i disegni li devono compiere i bambini, perché l’alfabeto pittorico, dei segni, è importante quanto quello verbale. Se non vogliono obbedire ai vostri ordini (ora devi disegnare una tigre, ora un drago cavalcato da un robot, <em>perché la storia dice così</em>…), accogliete la disobbedienza come una benedizione. E lasciateli fare. Sono loro gli interpreti della loro storia. Se nella storia la bambina è issata su una renna, ma vostra figlia vuole disegnarla a cavalcioni di una stella, permettete questa libertà. Il disegno sarà bellissimo.</p>



<p>Accompagnando i vostri figli nella scrittura di una storia, imparerete a scrivere la vostra vita. (d.b.)</p>



<p>*<em>Postfazione (con dono). Per anni – fino a quest’anno – ho scritto storie con i miei figli. Poi le mandavo a stampare e il regalo per i parenti era pronto. Alcuni di questi libri sono stati pubblicati da editori amici. Nel 2014 Guaraldi, uno pronto ad alimentare le sfide, mi ha chiesto di aggiungere al testo un breve manuale per scrivere storie con i propri figli, in proprio. <a href="https://www.guaraldi.it/guaraldi/GuaraldiKID.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il libro s’intitola “La bambina che ha sconfitto il male”, il testo, che qui si riproduce, gridava con forza bianca, “Tranquilli, i vostri figli sono intelligenti. Istruzioni per scrivere favole”. </a>Quel testo lo ricalco qui; il libro, invece, se vi va, lo regalo, in formato pdf, se scrivete a <a href="mailto:info@pangea.news">info@pangea.news</a>. È illustrato dai miei figli.</em></p>



<p><em>*In copertina: Thomas Le Clear, Il ritratto, 1865</em></p>
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		<title>Sergio Zavoli dettava al telefono le interviste – perfino le virgole –, pareva statuario ma sapeva commuovere. Il suo libro più bello attacca così: “Dalle mie parti un conto è crescere, un altro è venir su…”. Un ricordo</title>
		<link>https://www.pangea.news/sergio-zavoli-ritratto-libro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2020 12:36:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Fellini]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalista]]></category>
		<category><![CDATA[Guaraldi]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La prima volta. Fu un non incontro. La mostra, accaduta a Rimini esattamente dieci anni fa, s’intitolava “Confronto a 10”. In sostanza, un poeta – o presunto – era accoppiato a un artista. Io portai una traduzione dalle Lamentazioni da affiancare alle opere di Massimo Pulini. Sergio Zavoli si accompagnò ai quadri di Alberto Sughi. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sergio-zavoli-ritratto-libro/">Sergio Zavoli dettava al telefono le interviste – perfino le virgole –, pareva statuario ma sapeva commuovere. Il suo libro più bello attacca così: “Dalle mie parti un conto è crescere, un altro è venir su…”. Un ricordo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La prima volta. Fu un non incontro. La mostra, accaduta a Rimini esattamente dieci anni fa</strong>, s’intitolava <a href="http://www.anonimatalentisrl.it/index.php?id=60" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“Confronto a 10”.</a> In sostanza, un poeta – o presunto – era accoppiato a un artista. Io portai una traduzione dalle <em>Lamentazioni</em> da affiancare alle opere di Massimo Pulini. Sergio Zavoli si accompagnò ai quadri di Alberto Sughi. La mostra partì, Zavoli, giornalista dei giornalisti, già Senatore della Repubblica e Presidente della Commissione di Vigilanza Rai, restò a Roma.</p>
<p>*</p>
<p><figure id="attachment_78550" aria-describedby="caption-attachment-78550" style="width: 595px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-78550" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/1982_con_federico_fellini_e_giulietta_masina_al_caffe_delle_rose-300x188.jpg" alt="" width="595" height="373" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/1982_con_federico_fellini_e_giulietta_masina_al_caffe_delle_rose-300x188.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/1982_con_federico_fellini_e_giulietta_masina_al_caffe_delle_rose-768x480.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/1982_con_federico_fellini_e_giulietta_masina_al_caffe_delle_rose.jpg 800w" sizes="(max-width: 595px) 100vw, 595px" /><figcaption id="caption-attachment-78550" class="wp-caption-text">1982: Sergio Zavoli tra Giulietta Masina e Federico Fellini</figcaption></figure></p>
<p>Mi accadde, negli anni, di intervistarlo, un paio di volte. Zavoli incuteva timore – il direttore di allora, Franco Fregni, disse “fai tu”. Feci. Avevo un numero romano. E un appuntamento telefonico, a cui, mi consigliarono, era utile non trasgredire di neanche un minuto. Quanto a questo – almeno in questo – sono nordico. Telefonai. La voce di Zavoli zoppicava. D’altronde. Aveva 90 anni, tutti l’avevano udito, commosso, sulla tomba di Tonino Guerra, a Santarcangelo, rievocare il comune sodalizio con Federico Fellini. <strong>“Non so se questa nostra benedetta Romagna, curiosa e distratta che si commuove a ciglia asciutte e abbonda negli affetti, così ribalda e tenera, sfrontata e timida si sia mai stupita che un’aria di collina e di riviera, profumata di poderi e di spiagge, un secolo fa avesse salutato l’arrivo di due ingegni destinati, un giorno, a incantare le più diverse genti del pianeta”.</strong> A me parve inesorabile e privo di commozione. Sapeva come commuovere, però. Facevo le domande, Zavoli dettava le risposte. <em>Dettava</em> è il verbo esatto. Parlava come se stesse leggendo un testo. Dettava anche le virgole. “Qui ci vuole il punto”, mi diceva, ogni tanto, “qui la virgola”. La professionalità di quell’uomo – insomma, uno che si è inventato la Rai – coincideva con il talento puro. Quando pensò di aver detto tutto, avevo ancora un paio di domande in faretra, mi disse, “la saluto, le auguro un notevole futuro”, e attaccò. Quasi a dire, non mi chiami più. Il futuro non fu <em>notevole</em>, e l’augurio, forse, si rivela anatema, ma questo poco importa, ora. Sembrava stanco di tutto – anche di essere stanco.</p>
<p>*</p>
<p>Stando a Rimini, all’altra riva del noto, fu ovvio, per me, occuparmi di Zavoli. Per desiderio di sfregiare i sacrari, lo pungevo, ogni tanto. Scriveva poesie pubblicate da Mondadori, ad esempio. Non mi piacevano. <a href="http://www.riminiduepuntozero.it/ma-che-ci-fa-il-titanico-e-intoccabile-sergio-zavoli-in-senato/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Qualche anno fa mi misi – pur superficialmente – a spulciare nella sua carriera in Senato</a> – è stato senatore per quattro legislature, dal 2001 al 2018. Mi restò impressa la frase di Mario Luzi – Senatore pure lui, per merito – che lo ricordava, “ebbe a dirmi, parlando della politica, che non c’è mai tanto bisogno di politica come quando è la politica ad autorizzarci a voltarle in qualche modo le spalle”.</p>
<p>*</p>
<p>Come molti, Sergio Zavoli – ravennate di nascita, riminese di crescita – lasciò Rimini, antica colonia romana, per la grande madre, Roma. Ha fatto quel che sappiamo, con quel viso volitivo, quadrato, serio e aperto, ambizioso. Ha firmato una prefazione potente per <em>La mia Rimini </em>di Fellini, edita da Guaraldi. “Da quel tre novembre del 1993, quando ci congedammo in piazza Cavour – con lo spettacolo dei fazzoletti che parevano tutte le farfalle cavolaie venute a salutarlo dagli orti dei quattro borghi – Rimini ha letto e ascoltato ogni genere di commento, e anche di giudizio, su quel figliolone ravveduto, cioè arresosi all’idea che la Romagna fosse davvero l’origine sentimentale, fantastica, anche civile, della sua esistenza; e Rimini il luogo di una definitiva conciliazione tra vita e morte. <strong>Tutto accadde quel giorno, nella suite 315 del Grand Hotel, dove le finestre rimasero a lungo aperte, con il gonfiore delle tende libere di respirare, così pareva, il suo stesso respiro, e la terrazza, sotto, su cui i ragazzi di <em>Amarcord</em> avevano ballato tenendo tra le braccia la nebbia. </strong>La città, liberatasi di una vecchia e ostentata diffidenza, restò attonita all’annuncio del malanno e gli fu vicina con un silenzio tra riguardoso e materno, ora che Federico era a Rimini per viverci un tempo mai, prima, così lungo, forse unendo l’idea della sua salute ai segni di una accogliente fraternità. Rimini, diventata una grande casa, amabile in quell’affetto riscoperto e forse messo a frutto per sempre”, scriveva Zavoli, che ha preferito morire nel luogo del successo e non in quello dell’infanzia. E poi, come chi scrive in punta di diamante, potendo scrivere tutto con la potenza di chi conosce gli uomini e i loro trasalimenti, <strong>“Pochi, nel cinema di ogni tempo, hanno affrontato con tanta ammonitrice innocenza, senza soppesare opportunità, equilibri, convenienze, i grandi temi incombenti sull’uomo. Federico Fellini l’ha fatto, libero da blandizie e compromessi, non ammiccando ai potenti, ma rivolgendosi soltanto a noi.</strong> Senza invettive, grida, proclami, sentenze, semmai inclinando, verso la fine, a un severo silenzio scavato dentro il rumore della nostra epoca”.</p>
<p>*</p>
<p>Ho conosciuto Zavoli per lo più attraverso Mario Guaraldi, il grande editore. A volte non ci si conosce che per sotterfugi, sottolineature, i sussurri di un altro – ed è sufficiente. Guaraldi, nel 2005, aveva ristampato il libro che Zavoli amava più di tutti, <em>Romanza</em>. Edito nel 1987 da Mondadori, se n’erano dimenticati in fretta – d’altronde, un grande giornalista non si occupa di facezie e di fiction, ma di grandi inchieste. <strong>Mario Pomilio – uno scrittore che non smetto di amare – ne parlava, in prefazione, come di “un libro di fede nell’uomo”,</strong> che “possiede in egual misura la splendida concretezza dell’effettivamente vissuto e l’alone delle cose diventate favola e miraggio”. Qui, in omaggio, pubblico le prime pagine. Un uomo che ha vissuto così profondamente la Storia, rischia di essere refrattario al sentire, è puro pensare, quasi una statua – Zavoli, statuario, lacrimava dentro, forse, in una specie di isola privata, nella Villa Adriana del cuore, tra la gola e l’ombelico, una zattera. (d.b.)</p>
<p>**</p>
<p><strong>Dalle mie parti un conto è crescere, un altro è venir su. Crescere dà un’idea di creatura rara, la cui esistenza va sorvegliata con cura e alla cui perfezione si riservano regole mondane, princìpi morali e norme estetiche in funzione della preziosità di ciò che, appunto, deve crescere; mentre venir su è l’opposto, è la natura che affida alle lune, come per il vino, la sorte buona o cattiva di chi s’inerpica alla meglio sui fianchi dell’esistenza.</strong> Pensavo a questa distinzione, un po’ animosa e un po’ ingenua, ai tempi della scuola, quando nei modi d’essere o di apparire dei compagni intravedevo le differenti vite dei padri e quindi le sorti già separate dei figli, immaginando così un destino di diversità che nessuna cometa avrebbe potuto deviare dal suo corso. Non per nulla, mi dicevo, si cresce a corte, in villa, in collegio, alla scuola di un maestro o all’ombra di un potente; e si viene su come Dio vuole, bene o male a seconda della salute, delle circostanze e della fatalità.</p>
<p><strong>Vedevo crescere poca gente, tantissima ne vedevo venir su: difesa dalle mura, nascosta nei parchi e guardata dai precettori, nel primo caso; ovunque, e fra un’indistinta quantità di persone, nell’altro. Questa visione del mondo, così drasticamente spartita, mi si chiarì quando iniziammo a praticare uno sport, ciascuno il suo preferito. </strong>Vidi allora che per un verso si diventava creature pervase da una sobria bellezza, aggraziate, ragguardevoli e risolute, per l’altro aureolate di nulla, dai toni andanti, secondarie e dubbiose. Le prime giocavano a tennis, sciavano, tiravano di scherma, mentre le seconde praticavano il football, boxavano, correvano in bicicletta. Le une avevano della vita un’idea disinvolta e briosa, le altre ispida e insicura.</p>
<p><strong>Sono immerso a tal punto nella memoria di quegli anni, e così segnato da come furono vissuti, che basta un soprassalto per risvegliare una giovinezza rimasta chissà dove; quando viene maggio, ad esempio, qualcosa mi riconduce sulla Via Emilia, dopo il ponte di Tiberio, in attesa del Giro d’Italia.</strong> Avevo, per quel giorno, un complice straordinario. Era Vidmer, il figlio di Elconide Moretti, l’infermiera non diplomata che faceva iniezioni magistrali lungo tutta la strada, a qualunque ora, senza strofinamenti e con la mano sinistra. <strong>Quanto al padre, un analfabeta, aveva mandato a memoria ciò che stava scritto su ogni marmo o pietra della città, dalle iscrizioni romane all’elenco dei caduti in guerra, dagli editti comunali alle epigrafi sui sarcofaghi del Tempio, e leggendo e illustrando riga per riga tutta quella storia si era guadagnato il necessario per morire, un po’ ogni sera, nelle cantine povere della città, che sanno di vini giovani e di sigari spenti, le stesse dove si era distinto suo nonno e, prima ancora, il bisavolo.</strong> Non era mai del tutto sobrio, né proprio alticcio. Di natura ilare, amava provocare sensazioni, nella sua intenzione, gioiose; così, per scuoterlo, dava di gomito a chiunque gli sembrasse infelice o semplicemente rabbuiato. Quando voleva indurre l’Elconide almeno a un sorriso, le ricordava il più bel pezzo del suo repertorio: il concepimento di Vidmer su un barchino, a due miglia da terra, grazie a un equilibrismo del quale la moglie aveva parlato per anni con un’ammirazione un po’ pudica e un po’ spericolata; sicché il ragazzo, ascoltando, si era fatto della vita un’idea, quantomeno, di instabilità. Ma da quel richiamo era rianimata sempre meno; le vanterie del marito la facevano anzi scivolare in uno scoramento ognora più fondo.</p>
<p><strong>Al contrario di me, che ogni mattina me ne liberavo in fretta risalendo da un unico inabissamento, Vidmer rimaneva a lungo influenzato dal sonno, al termine del quale indugiava in un mondo di splendide infondatezze: </strong>sognando di saper dare una risposta a qualunque cosa, anche alle più rare e astruse, si svegliava con nozioni fantastiche, ma sicure, di tutto. L’effetto di quella naturale e serena millanteria cominciava a declinare nel corso della mattinata ed era del tutto svanito nel pomeriggio. Fino a quel momento, dunque, Vidmer intersecava, connetteva e risistemava il mondo con la speditezza di chi ha finalmente trovato il bandolo della semplicità.</p>
<p><strong><em>Sergio Zavoli</em></strong></p>
<p><em>*Il testo è tratto da: Sergio Zavoli, “Romanza”, Guaraldi, 2005; in copertina: ritratto fotografico di Sergio Zavoli <a href="https://www.dinoignani.net/sergio_zavoli_2.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">photo Dino Ignani</a></em></p>
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		<title>“Era pazzo, perfezionista, antipatico, aveva molte donne e non si allineò alle mode letterarie del momento”. Elogio di Giorgio Saviane, grande dimenticato</title>
		<link>https://www.pangea.news/giorgio-saviane-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jul 2020 05:17:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Saviane]]></category>
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		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[libri Alessandra Del Campana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se fosse il personaggio di uno spaghetti-western sarebbe il brutto ma soprattutto il cattivo. “Guardi, una volta, per sfizio, ho pure chiamato la redazione dei Meridiani Mondadori. Mi risposero, piccati, ‘ma noi pubblichiamo solo nomi conosciuti’. Ricordai all’impiegata che Giorgio Saviane è stato un autore di punta della Mondadori, che ha venduto decine di migliaia [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Se fosse il personaggio di uno spaghetti-western sarebbe <em>il brutto</em> ma soprattutto<em> il cattivo</em>. “Guardi, una volta, per sfizio, ho pure chiamato la redazione dei Meridiani Mondadori. Mi risposero, piccati, ‘ma noi pubblichiamo solo nomi conosciuti’. Ricordai all’impiegata che <a href="http://www.pangea.news/mi-chiese-facevo-lamore-mi-disse-moravia-paura-alessandro-mosce-ricorda-giorgio-saviane-grande-eretico-della-letteratura-italiana/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Giorgio Saviane</a> è stato un autore di punta della Mondadori, che ha venduto decine di migliaia di copie con i suoi libri. Trent’anni fa gli hanno perfino dedicato un SuperOmnibus con incorporati i romanzi maggiori”.</strong> <img decoding="async" class=" wp-image-77675 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro1-6-e1593851386616-181x300.jpg" alt="" width="292" height="484" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-6-e1593851386616-181x300.jpg 181w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-6-e1593851386616.jpg 455w" sizes="(max-width: 292px) 100vw, 292px" />Quindi? “Quindi la tizia mi rispose sbrigativamente che ‘noi pubblichiamo chi vogliamo’. Poi si corresse, ‘mi scriva, comunque’”. Bene. “No, male. Non le ho mica scritto. Mi è bastata la sgarbata conversazione”. Certo che anche lei ha un carattere&#8230; “Giorgio mi ha insegnato che non bisogna mendicare. Diceva che non bisogna andare con il cappello in mano a impetrare un favore. Se mi vogliono, bene, sennò bene lo stesso, problemi loro”. Non tutti nel club dei letterati la pensano così. “Assolutamente. Giorgio mi raccontò, schifato, di un collega, uno degli scrittori ritenuti più importanti in Italia, che per vincere lo Strega aspettava sotto casa i giurati. Andava nei salotti di tutti, uno per uno, per ottenere i voti”. L’esatto opposto di Saviane. “Per lui la dignità era tutto”.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Sperimentazioni editoriali. Quello di Giorgio Saviane è un fenomeno. Una prova sperimentata della cecità editoriale odierna.</strong> Una ventina di romanzi (il primo, <em>Le due folle</em>, edito da Guanda nel 1957), quasi tutti di successo, a partire, per lo meno, da <em>Il papa</em>, selezionato alla prima edizione del Campiello, era il 1963, vinta da Primo Levi con <em>La tregua</em>. Un romanzo, quello che racconta la tormentata ascesa al soglio pontificio di don Claudio, che scassina l’alcova ben agghindata delle aule vaticane, che tortura con disarmate inquietudini. Tradotto in inglese (come <em>The Finger in the Candle Flame</em>) e in spagnolo (<em>El Papa</em>), il libro fu messo, idealmente, all’indice dai pensatori fedeli a Sua Santità. <strong>Salvo poi essere salvato dal falò dei chierici, “nel 1963 lo stroncai per ben tre volte”, confessò il pio Nazareno Fabbretti, per poi, trent’anni dopo – i grandi libri chiedono lunghi tempi digestivi – convertirsi: quel romanzo “su un possibile papa fuori di ogni schema fisso” era fitto di “pagine memorabili”, ma soprattutto costituiva “una profezia laica del destino della Chiesa”.</strong> Perché allora nessuno si è degnato di tirarlo fuori dalla soffitta nell’era del papa “guevarista” e rivoluzionario, Francesco?</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-77676 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro2-6-192x300.jpg" alt="" width="304" height="475" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-6-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-6-657x1024.jpg 657w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-6-768x1197.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-6-985x1536.jpg 985w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-6.jpg 1124w" sizes="(max-width: 304px) 100vw, 304px" />Saviane, scrittore rapace, che alterna scene lampanti, da fiction, a catabasi intellettuali, autore di capolavori scomodi (<em>Il mare verticale</em>), di libri mai facili, ma torbidi, obliqui, industriosamente sinistri, come <em>Getsèmani</em>, la storia patetica di un Gesù dei tempi moderni, che sa che “l’unico privilegio dell’uomo sull’uomo è quello di soffrire per lui”, tenerissimo, dove “non c’è fondo di disperazione umana che non sia suscettibile di riscatto” (questo è Carlo Bo), <strong>fece successo epocale con <em>Eutanasia di un amore</em>, Premio Bancarella e soprattutto film, girato da Enrico Maria Salerno con Tony Musante e Ornella Muti. “Beh, Silva, nel romanzo, sono io”, mi dice, con voce radiosa, Alessandra Del Campana. Che conobbe Saviane a 22 anni. Lui ne aveva quasi quaranta in più.</strong> “Lo incontrai nel suo studio a Firenze. Aveva risposto a un mio annuncio, cercavo lavoro come segretaria. Saviane era avvocato, il suo studio sfarzoso, metteva imbarazzo. Ricordo la grande finestra alle sue spalle, sul Lungarno. La luce ne corrodeva le fattezze, non lo vidi in volto, intuii soltanto la sua sagoma. ‘Lei è disposta a tutto?’, mi chiese, sibillino. Gli risposi che non avevo legami. Mi chiese il mio segno zodiacale, osservò con accuratezza la mia mano: ‘ha dei bei segni&#8230;’, mormorò. Non so, forse mi stava prendendo in giro”. Comunque, ottenne il posto. “Certo. Mi disse che la sua segretaria era una vecchia impossibile. Quando lo accompagnai nel garage dove custodiva la macchina, vidi che era atteso da una stangona, una donna bellissima, superba”.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Già, Saviane diabolico donnaiolo. “Aveva molte donne, sì, ne era assediato. E tutte quasi subito presero a odiarmi. Ma io, per quel che mi riguarda, a Saviane non pensavo proprio: lo vedevo troppo anziano e troppo compromesso”. </strong>Poi però l’ha portato all’altare, quando lui aveva più di 80 anni. “L’innamoramento è stata una cosa lenta, progressiva, dolcissima. Saviane ha avuto tanta pazienza con me, è stato molto delicato, tenero. Ha atteso i miei tempi. Lui è stato per me il primo, ed è tutt’ora l’unico amore della mia vita”. Ricorda anche quando capitò il fattaccio&#8230; “eravamo a Mogliano Veneto, a Villa Condlumer”. Quella dove è stato pure Giuseppe Verdi. “Durante il G8 ospitò anche Ronald Reagan, se è per questo: si fece trasportare in aereo il proprio talamo”. Però&#8230; “C’era la nebbia, il lago, l’atmosfera&#8230; lì accadde tutto. Ed è stato un crescendo. Saviane ha riempito ogni spazio, è stato tutto per me, il padre e il figlio, l’amante e il maestro”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-77677 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro3-3-191x300.jpg" alt="" width="297" height="466" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro3-3-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro3-3.jpg 300w" sizes="(max-width: 297px) 100vw, 297px" />Pratica archiviata. Che qualcosa non andasse per il verso giusto, che covassero rancori, uno stillicidio di lancinanti invidie, lo si capisce subito, appena Saviane lascia questa terra. <strong>Nella storia della letteratura italiana, confessò a <em>Repubblica</em> Giorgio Luti, Saviane occupa “un posto marginale”, trattasi di “un minore, ma di talento”. Un giudizio che trancia, che sa di pratica archiviata e di sospiro di sollievo, a cadavere ancora ribollente. Un giudizio inaccettabile rispetto alla mole di commenti che si sono accumulati sul corpo carnale dell’opera di Saviane, “uno dei più grandi narratori europei del dopoguerra” (Dante Maffia),</strong> capace di “romanzi di idee di sconcertante vigore compositivo” (Geno Pampaloni), dotato di una scrittura che “non so se per dono angelico o diabolico, ha la poesia, azzurra, della vita” (Dario Bellezza) e che, insomma, “ai margini delle correnti, delle scuole, delle mode, mai entrato per molto tempo nella ‘società letteraria’ e quindi nella gerarchia di valori che la critica crea ed impone” Giorgio Saviane “sta nei gradi più alti di un’altra gerarchia, non fondata sulla cronaca contingente, ma sui ritmi lunghi della storia” (Carlo Salinari).</p>
<p>*</p>
<p><strong>Ci siamo, ecco il problema. Saviane non aveva amici. Anzi, stava sonoramente sulle palle. “Ricordo che frequentava qualcuno: Bigongiari, Baldacci. Ma amicizie tra i letterati non ne aveva. Ai club degli scrittori preferiva le scalate, sulle Dolomiti. Oppure andare in barca”. Antipatico? “Diciamo che non era un leccapiedi e diceva quello che pensava. Sì, aveva un brutto carattere.</strong> E lo ha scontato. Pensi che da <em>Il terzo aspetto </em>volevano fare un film: contattammo la figlia di Craxi, pare che pure Celentano volesse partecipare. Poi più nulla. Perfino <em>Il papa</em> doveva tramutarsi in pellicola: il produttore era Cecchi Gori, la sceneggiatura sarebbe stata di Massimo De Rita”. E poi? “Anche lì, niente. Gliel’ho detto, Saviane era antipatico, non era un lacchè, non mendicava attenzioni”.</p>
<p>*</p>
<p>Editoria rivoluzionaria. Alessandra Del Campana è devota custode dell’opera del marito. Ne conosce tutti i geologici anfratti. “Il libro che mi piace di più? <em>Il terzo aspetto</em>, ovviamente: la protagonista sono io. Ma, sa, ho anche lavorato a un suo romanzo inedito, giovanile”. Cos’è? <strong>“Un omaggio ad Alessandro Manzoni e ai <em>Promessi sposi</em>, l’opera che più di tutte, insieme a quella di Carlo Emilio Gadda, piaceva a Saviane. L’ho tagliato e ridotto: ha delle pagine meravigliose. Poi l’ho letto a Saviane”. <img decoding="async" class=" wp-image-77678 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro4-203x300.jpg" alt="" width="300" height="443" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro4-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro4.jpg 338w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />E lui? “Mi ha detto, ‘va bene, va bene, ma pubblicalo dopo che sarò morto&#8230;’ </strong>Quando era a Firenze, dedicava la mattina alla scrittura – di pomeriggio tornava avvocato. Altrimenti, scriveva ogni volta che era ispirato. La scena finale di <em>Eutanasia di un amore</em>, ad esempio, è stata composta in motoscafo. Scriveva su quaderni dalla copertina marrone, con una penna a inchiostro verde. Gli ultimi libri, però, me li ha dettati. ‘Non dirlo a nessuno, per carità’, mi intimava. Pensava che per uno scrittore fosse sconveniente dettare i propri libri”.</p>
<p>*</p>
<p><strong>“Era un pazzo e un perfezionista. Aveva un senso del dovere e dell’onestà ai massimi livelli. Un giorno decideva di non lavorare, e andava al golf; il giorno dopo si lavorava tutto il giorno, senza mangiare perché ‘il dovere prima di tutto’. Era ombroso, sensibile. Molto complicato nei rapporti con gli altri”.</strong> E il mondo cannibale dei letterati non assolve i solitari e gli individualisti, i geniacci che amano le strade inesplorate. Non perdona. (d.b.)</p>
<p>*<em>Nel 2014 l’editore Guaraldi pensò di riproporre l’opera di Giorgio Saviane, per la cura di Alessandra Del Campana Saviane, in un libro antologico, <a href="https://www.guaraldi.it/guaraldi/Saviane.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“Mio Dio”</a>, da cui è estratto questo scritto. L’intento era quello di rilanciare un grande autore del ‘canone italiano’, in vista di ulteriore interesse editoriale. Qualcuno tornò a parlare di Saviane, di fatto, da allora, è accaduto poco, quasi nulla</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giorgio-saviane-ritratto/">“Era pazzo, perfezionista, antipatico, aveva molte donne e non si allineò alle mode letterarie del momento”. Elogio di Giorgio Saviane, grande dimenticato</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“E gridarono sopra il crepitare delle fiamme la benedizione”. Lion Feuchtwanger, Giuseppe Flavio e la prima testimonianza storica sulla vita di Gesù</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Apr 2020 04:56:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il tradimento nel nome. Giuseppe Flavio. Yosef, Giuseppe, “Dio accresce”; Flavio, Flavius, dalla gens a cui apparteneva Vespasiano, l’imperatore che lo affranca, che lo fa romano. Giuseppe Flavio si chiamava Yosef ben Matityahu e a voler credere al destino circoscritto nel nome, ha ricalcato le orme del figlio di Giacobbe, il sognatore. A contrario. Giuseppe [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lion-feuchtwanger-giuseppe-flavio-ritratto/">“E gridarono sopra il crepitare delle fiamme la benedizione”. Lion Feuchtwanger, Giuseppe Flavio e la prima testimonianza storica sulla vita di Gesù</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il tradimento nel nome. Giuseppe Flavio. <em>Yosef</em>, Giuseppe, “Dio accresce”; Flavio, <em>Flavius</em>, dalla <em>gens</em> a cui apparteneva Vespasiano, l’imperatore che lo affranca, che lo fa romano. Giuseppe Flavio si chiamava <em>Yosef ben Matityahu</em> e a voler credere al destino circoscritto nel nome, ha ricalcato le orme del figlio di Giacobbe, il sognatore. A contrario. <strong>Giuseppe Flavio fu un fariseo di Gerusalemme, di nobile schiatta sacerdotale. Guidava i ribelli di Galilea, contro l’esercito romano: subendo l’assedio, presso Iotapata, elabora uno stratagemma. </strong>I suoi si ammazzano ritualmente, uno dopo l’altro, per evitare di cadere nella rete nemica. Lui si salva – vedi alla voce: <em>permutazione di Giuseppe</em> –, passa con i romani. Per granitica intelligenza e arte nel divinare i segni – predisse il futuro imperiale a Vespasiano – fu risparmiato, estratto dalla gabbia, reso romano, usato come interlocutore di genio tra i riottosi, enigmatici ebrei. <strong>La <em>Guerra giudaica </em>è un capolavoro di disonestà: superba propaganda romana per mezzo di un intellettuale ebreo.</strong> (Va verificata questa sfilza di ispirati ebrei che avrebbero custodito l’essenza dell’ebraismo in territorio nemico, in tradimento e apostasia: si pensi a Sabbatai Zevi).</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75004 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro1-25-205x300.jpg" alt="" width="267" height="391" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-25-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-25.jpg 427w" sizes="(max-width: 267px) 100vw, 267px" />Giuseppe Flavio – fedele intransigente, schifoso traditore, opportunista, scrittore di talento – è figura straordinaria.<strong> A lui per altro, tra le maglie delle <em>Antichità giudaiche </em>– la storia del popolo ebraico fino alla guerra del 66 – dobbiamo il <em>testimonium </em>che costituisce la prima traccia storica dell’esistenza di “Gesù, uomo saggio, se puro lo si può chiamare uomo: compì opere sorprendenti e fu maestro di chi accoglieva la verità”.</strong> Nel testo appaiono, come riflessi su una lama, la vicenda di Giovanni Battista e il volto di Giacomo. Il caso ha qualità divina: da un giudeo traditore – da un Giuda… – riceviamo la prima testimonianza del Gesù storico. Naturalmente, il dibattito intorno al <em>testimonium flavianum</em> chiede un romanzo ulteriore, un nido borgesiano. “Per alcuni sarebbe un’interpolazione cristiana da respingere in blocco… Secondo un buon numero di studiosi, occorre distinguere tra un testo base, risalente allo storico ebreo Giuseppe Flavio, e alcune glosse di mano cristiana. Il testo base si troverebbe in una versione araba del testo greco, versione che risale al secolo X e fa parte della <em>Storia universale </em>di Agapio, vescovo di Hierapolis in Siria” (così Pius-Ramon Tragan in <em>La preistoria dei Vangeli</em>, Servitium, 1999).</p>
<p>*</p>
<p>In effetti, la storia di Giuseppe Flavio ha sedotto uno degli scrittori più popolari del secolo scorso, che in quella vicenda, come sullo scudo su cui si specchia Medusa, rivedeva la propria storia. <strong>Lion Feuchtwanger, ebreo tedesco – nasce a Monaco nel 1884 –, è un vespaio di contraddizioni. Drammaturgo di successo, ‘scoprì’ Bertolt Brecht, fu antisionista – era per un ebraismo cosmopolita –, intuì subito la pericolosità di Hitler,</strong> eppure il suo libro di maggior successo, <em>S</em><em>üss l’ebreo </em>(1925), fu manipolato da Veit Harlan per farne un film (1940) antisemita. Mentre il nazismo mandava al rogo – letteralmente – i romanzi di Feuchtwanger, lui, nel 1936, veniva accolto a Mosca come una star, intervistò Stalin, firmò un reportage (<em>Mosca 1937</em>) in fondo indulgente verso lo stalinismo. Morì a Los Angeles tre giorni prima del Natale del 1958: si era trasferito negli Stati Uniti dal 1941 dopo essere fuggito da un campo di internamento, nella Francia occupata. Su questo episodio si concentra il reportage <a href="https://www.einaudi.it/autori/lion-feuchtwanger/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Il diavolo in Francia</em></strong></a>, ora edito da Einaudi (per la traduzione di Enrico Arosio): fin dal primo capitolo Feuchtwanger avvicina la sua esperienza a quella degli ebrei in Egitto (“Un giorno, mentre sotto i rudi ordini di un sergente i mattoni volavano di mano in mano, e noi, professori, avvocati, medici, agricoltori, operai, anziché occuparci dei nostri libri e atti giudiziari, delle nostre diagnosi, previsioni del tempo e parti meccaniche, ammucchiavamo mattoni che l’indomani avremmo buttato giú, un giorno, di colpo, mi sovvenne quel passo della Bibbia sui figli d’israele che sotto il Faraone d’Egitto dovevano cuocere i mattoni per le città-tesoro di Pithom e Ramses”).</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75005 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro2-21-179x300.jpg" alt="" width="259" height="434" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-21-179x300.jpg 179w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-21-610x1024.jpg 610w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-21-768x1288.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-21.jpg 884w" sizes="(max-width: 259px) 100vw, 259px" />Feuchtwanger fu davvero uno scrittore di grandissimo successo. Nella fatidica collana ‘Medusa’ Mondadori sono stati tradotti otto romanzi. Poi, come dire, passò di moda. Per darci il senso palpabile della sua notorietà così scrive Wlodek Goldkorn nell’introduzione a <em>Il diavolo in Francia. </em>“Feuchtwanger è un autore di romanzi molto popolare in tutto il mondo. I suoi libri sono tradotti in una ventina di lingue e sono letti da persone di tutti i ceti sociali, dagli operai (una volta i partiti politici di sinistra e i sindacati facevano di tutto per incoraggiare gli operai e leggere romanzi ma pure libri di filosofia) agli intellettuali, ai politici. <strong>Fra i suoi fan pare ci sia stato perfino il presidente degli Stati uniti Franklin Delano Roosevelt. Sicuramente un suo ammiratore è Iosif Vissarionovič Stalin, capo dei comunisti dell’universo intero e indiscusso e feroce dittatore dell’unione Sovietica.</strong> A sua volta, Feuchtwanger, oltre a essere un’icona della letteratura mondiale, è anche uno degli intellettuali antifascisti più importanti in Europa”.</p>
<p>*</p>
<p>L’opera più ambiziosa, più vasta, più ampia, Feuchtwanger la scrive tra il 1931 e il 1941. Dieci anni per elaborare la “Trilogia di Giuseppe”, costituita da <em>La fine di Gerusalemme </em>(edita in Italia da Mondadori nel 1933), <em>Il giudeo di Roma </em>(Mondadori, 1936; <a href="http://www.castelvecchieditore.com/prodotto/lebreo-di-roma/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">recuperato da Castelvecchi</a> nel 2015), <em>Il giorno verrà </em>(Mondadori, 1948). Nella nota biografica su Feuchtwanger, Einaudi ricorda alcuni libri – come <em>I fratelli Oppermann</em>, riediti da Skira nel 2014 – ma non la “Trilogia”. <strong>Ne scrive, invece, Goldkorn. “La sua opera piú importante (dal punto di vista personale) è la trilogia su Flavio Giuseppe, comandante delle truppe ebraiche ai tempi della guerra contro Roma, passato dalla parte dei romani. Flavio Giuseppe era un traditore? O piuttosto un uomo colto che odiava i fanatici integralisti ebrei e ammirava il cosmopolitismo dei romani?</strong> In ogni caso è lui il fondatore del canone della narrazione laica ebraica e forse il primo vero cronista di guerra. Feuchtwanger con ogni probabilità si identificava con Flavio Giuseppe, se non altro perché professava il cosmopolitismo come un modo di vivere e pensare”.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75006 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro3-13-208x300.jpg" alt="" width="291" height="420" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro3-13-208x300.jpg 208w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro3-13-711x1024.jpg 711w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro3-13-768x1106.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro3-13.jpg 1000w" sizes="(max-width: 291px) 100vw, 291px" />Il ciclo di romanzi, grandioso, pionieristico – Thomas Mann pubblica la tetralogia “Giuseppe e i suoi fratelli” tra 1933 e 1943 – è stato riscoperto da Guaraldi, nel 2013, e ‘riassunto’, secondo l’antica traduzione di Ervino Pocar – che è quello che in Mondadori traduceva Mann e Kafka, Hesse, Hamsun, Trakl – in <a href="https://www.guaraldi.it/Schedafb00.html?id=829" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>La distruzione del Tempio e le prime Comunità Cristiane</em></strong></a><em>. </em>Il libro fu un piccolo ‘caso’, una pietra nello scandaloso stagno. Nella <em>Nota dell’editore </em>Mario Guaraldi non stimolava semplicemente la lettura di “un vero capolavoro di cultura storiografica in forma di romanzo storico”, ma accusava il “<em>crimine</em> strutturale della nostra editoria, <strong>che condanna un autentico tesoro culturale del proprio passato alle catacombe delle bancarelle antiquarie; e alimenta una produzione letteraria contemporanea spesso non all’altezza dei propri trascorsi”.</strong> Il ‘risarcimento’ era compiuto pubblicando l’intero catalogo della ‘Medusa’ Mondadori che pubblicava, quel dì, Feuchtwanger. Una miniera di scrittori e di testi spesso dileguati in un ingiusto oblio, l’obolo al millennio.</p>
<p>*</p>
<p>Nel ciclo di romanzi ricorre l’idea teologica di Feuchtwanger – “Con la loro unica esegesi espellono il mondo dalla Scrittura e vi insinuano una stolida e megalomane nazione. Se Iahve non è il Dio di tutto il mondo, che cos’è? Un Dio fra tanti, un Dio nazionale”. Alcuni passi sono epici, possenti. <strong>“E così erano giunti sul tetto, sul più alto comignolo, mentre sotto di loro c’erano le fiamme e i romani. Fino a loro salivano l’urlo dei morenti e le rozze canzoni dei legionari, mentre dalla città alta arrivavano candide grida. Ed ecco che lo spirito invase quelli che erano sul tetto, mentre la fame provocava davanti a loro visioni magiche.</strong> Dondolando ritmicamente cantarono, con la solita nenia, canti di guerra e di vittoria. Strapparono le lance d’oro che erano fissate sul tetto del Tempio per proteggerlo dagli uccelli e le scagliarono sui romani. Ridevano, così sopra le fiamme, e sopra di loro era Iahve ed essi ne sentivano il soffio. Venuta l’ora della benedizione, alzarono le braccia e allargarono le dita com’era prescritto, e gridarono sopra il crepitare delle fiamme la benedizione e la professione di fede; si sentivano leggeri e santi”. Ogni fanatismo è ambiguo, pregare è un addestramento, il tempio, in verità, è una tenda, chi lo abita determina al vento gli attributi: anche se lo distruggi, non lo distruggi. (d.b.)</p>
<p><em>*In copertina: Caravaggio, &#8220;Deposizione&#8221;, 1602-1604, particolare</em></p>
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		<item>
		<title>Piero Meldini, l’alchimista della letteratura italiana. Troppo raffinato e austero per questo mondo editoriale. Leggete “L’avvocata delle vertigini”, un esordio magnetico</title>
		<link>https://www.pangea.news/piero-meldini-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2020 11:20:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Basso, di bulimica intelligenza, borgesiano (adora, su tutto, Altre inquisizioni), fuori dai giochi letterari ‘che contano’, polemico, spietato con se stesso e con il prossimo suo, Piero Meldini, classe 1941, per oltre un ventennio direttore della Biblioteca ‘Gambalunga’ di Rimini – che è stata aperta al pubblico 400 anni fa, è la più antica biblioteca civica d’Italia – [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/piero-meldini-ritratto/">Piero Meldini, l’alchimista della letteratura italiana. Troppo raffinato e austero per questo mondo editoriale. Leggete “L’avvocata delle vertigini”, un esordio magnetico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Basso, di bulimica intelligenza, borgesiano (adora, su tutto, <em>Altre inquisizioni</em>), <strong>fuori dai giochi letterari ‘che contano’, polemico, spietato con se stesso e con il prossimo suo, <a href="https://www.comune.rimini.it/meldini-piero" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Piero Meldini</a>, classe 1941, per oltre un ventennio direttore della Biblioteca ‘Gambalunga’ di Rimini</strong> – che è stata aperta al pubblico 400 anni fa, è la più antica biblioteca civica d’Italia – ha il carisma truce di chi mi sta simpatico. L’ho intervistato un paio di volte – è uno dei pochi scrittori che vorrei incontrare costantemente. <img decoding="async" class=" wp-image-73853 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro-4-193x300.jpg" alt="" width="291" height="452" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro-4-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro-4.jpg 600w" sizes="(max-width: 291px) 100vw, 291px" /><strong>Lettore furibondo, critico totale, verbi intinti nel cinismo, Meldini è stata una delle ‘scoperte’ letterarie più alte e più vere <a href="https://www.adelphi.it/catalogo/autore/722" target="_blank" rel="noopener noreferrer">di Adelphi.</a> Era il 1994, collana Fabula, copertina superba</strong> (un particolare della <em>Santa Lucia </em>di Francesco del Cossa, con mano che regge uno stelo da cui fioriscono due occhi), esordio memorabile. “<strong>L’avvocata delle vertigini” sviluppò un domino di sospiri e di elogi nel club dei critici di allora. Il libro dell’esordiente cinquantenne vinse il Bagutta e fu tradotto in mezza Europa.</strong> Prima di quel romanzo, Meldini, scopritore di manoscritti strambi, speleologo in catacombe bibliografiche, aveva scritto diversi saggi, succulenti, come <em>Reazionaria. Antologia della cultura di destra in Italia </em>(1973) e <em>Mussolini contro Freud. La psicoanalisi nella pubblicistica del fascismo </em>(1976), entrambi editi da Guaraldi, e diversi studi – antropologia enogastronomica – sulla cucina romagnola. <em>L’avvocata delle vertigini </em>è un libro di diagonale bellezza, un giallo apocrifo e mistico, dove un professor Dominici – desunto dal Daniele Dominici de <em>La prima notte di quiete</em>? –, esperto in storie dei santi, scopre che la vicenda di una “beata Isabetta” nasconde profezie inquietanti. <strong>La scrittura segue una logica allucinata e ferma, che ricorda, a tratti, Friedrich Dürrenmatt: “No, non era Dominici a sfidare il vuoto: era il vuoto che sfidava lui. Che lo tentava. Che lo chiamava.</strong> Avesse almeno creduto. Gli sarebbe stato concesso, negli assalti, di affidarsi alla beata. Un incredulo poteva solo illudersi di colmare la mancanza di fede con un di più di laboriosità”; “Le ore scorrevano di traverso, col passo del granchio. Il vescovo sedeva alla scrivania, assillato da un tarlo, da un chiodo, che aveva la vacuità e l’ostinazione di un fischio”. Il libro ha un pregio raro: vuoi capire come si svolge la vicenda e nello stesso tempo sei beatificato da una scrittura vigorosa, da una sapienza letale. Insomma, <strong>Meldini è il grande alchimista della letteratura italiana. Il marchio Adelphi, per un tot, fece felici entrambi: </strong><em>L’antidoto della malinconia </em>(1996), il secondo libro di Meldini, entra nella cinquina del Campiello. Con <em>Lune </em>(1999), libro di livida meraviglia, si conclude il rapporto con Adelphi: Meldini comincia a pubblicare per Mondadori. “Sai, <em>La falce dell’ultimo quarto…</em> con quello<em> </em>ho scritto qualcosa di simile, di più grande, forse, a <em>Cent’anni di solitudine</em>, ma nessuno lo ha capito”, mi disse, tempo fa, era un giorno caustico. <strong>Dal 2012 Meldini, sostanzialmente, non pubblica più. Gli ultimi episodi editoriali sono volutamente alieni: <em>Pasticcio</em>, edito da Babbomorto Editore (2019) e <em>La Riminese. Venti ritratti di donne da Francesca alla Saragina </em>(già Maggioli 1986, poi Interno4 Edizioni, 2019). Sembra essere troppo raffinato, austero, extravagante per il sistema letterario attuale, Meldini. </strong>Lui, d’altronde, non si preoccupa, non si occupa della fama, la scaccia, con sorriso furbo, manco fosse una gigantesca arpia uscita di scatto da un bestiario medioevale, malconservato. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">**</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alla fine di novembre del 1960, quando comincia ad annotare i suoi sogni, Federico Fellini è in piena ascesa: nella “cameretta dei premi” (citata alla data del 20 gennaio 1961) si è aggiunta ai due Oscar la Palma d’oro guadagnata a Cannes da <em>La dolce vita</em>. Che è ormai, oltre che un film osannato dalla critica internazionale, un blockbuster planetario.</strong> Il regista può riposarsi temporaneamente sugli allori, e la compilazione del <em>Libro dei sogni</em> è perciò anche una raccolta di materiali narrativi, una ginnastica dell’immaginazione in attesa di girare il film successivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-73854 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro2-3-191x300.jpg" alt="" width="282" height="444" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro2-3-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro2-3.jpg 600w" sizes="(max-width: 282px) 100vw, 282px" />Non c’è alcun dubbio che i sogni annotati nel <em>Libro</em> siano veri e propri racconti, sia che Fellini li abbia registrati nel modo più oggettivo e veridico, sia invece che li abbia “aggiustati” e arricchiti, e le immagini che li accompagnano – e che corredano i testi felliniani fin dai tempi di “420” e del “Marc’Aurelio” – hanno soprattutto un ruolo ausiliario: costituiscono, cioè, un promemoria e, insieme, uno <em>storyboard</em>. <strong>Di questi racconti possiamo apprezzare il peculiare stile narrativo che li accomuna, ossia i personaggi e gli ambienti che vi si incontrano, le trame che prediligono, il linguaggio che utilizzano, i <em>topoi</em> che vi ricorrono, le eventuali fonti e suggestioni letterarie (il sogno del 2 aprile 1961, per esempio, discende sicuramente dal <em>Processo</em> di Kafka).</strong> Rara è nei sogni di Fellini la presenza di personaggi di fantasia, e anche in quei pochi casi il regista suggerisce solitamente, seppure in forma dubitativa, chi vi si potrebbe nascondere dietro. I personaggi appartengono in genere alla cerchia ristretta dei familiari, degli amici d’infanzia (Titta e pochi altri), degli attori (da Mastroianni alla Ekberg, da Leopoldo Trieste a Valeria Ciangottini, dall’odiato Aldo Fabrizi a Sofia Loren) e dei collaboratori (l’assistente Guidarino Guidi, il fotografo Otello Martelli, il montatore Leo Cattozzo, gli scenografi e costumisti Gherardi e Donati, il musicista Nino Rota…)…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un buon numero di sogni racconta storie notturne, quasi sempre popolate da un’inquietante fauna di “puttane e lenoni”, pederasti e poliziotti, assassini e cannibali. Questi notturni “lugubri”</strong> – come il regista li definisce ripetutamente – costituiscono un vero e proprio <em>topos</em>, e rivelano una tra le facce meno esposte dell’ispirazione felliniana: quella, grottesca e atrabiliare, che impregnerà <em>Toby Dammit</em> e il <em>Casanova</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma veniamo allo <em>stile narrativo</em> dei sogni. <em>La dolce vita</em> aveva creato scandalo non soltanto perché era una rappresentazione della realtà spietatamente laica, priva, cioè, del più tenue velo ideologico e del più remoto intento consolatorio, ma perché <em>infrangeva consolidati canoni narrativi</em>. Invece di una trama chiusa, con un capo, una coda e un ordine preciso degli avvenimenti, esibiva una trama aperta e divagante: non un racconto, ma un segmento, <strong>una tranche di una storia potenzialmente infinita. Fellini aveva riesumato, a ben vedere, una tipologia di narrazione arcaica: dai poemi epici dell’antichità alle saghe, ai romanzi cavallereschi e giù giù fino a <em>Pinocchio</em>, alle “telenovele” e ai videogiochi, la forma primitiva di racconto, direttamente derivata da quella orale e anteriore alla codificazione dei generi letterari, presenta infatti una trama aperta, ed è lo stesso tipo di trama che ritroviamo nei sogni felliniani.</strong> C’è un’assoluta coerenza di stile narrativo tra i film del regista (a partire almeno da <em>La dolce vita</em>) e i suoi sogni. Dico di più: nei sogni la trama non è solo divagante e rapsodica di per sé, ma viene costantemente frustrata laddove aspiri a un minimo di coerenza e di rispetto delle famose unità aristoteliche, e in particolare della terza (unità d’azione). Un esempio fra i tanti è il sogno del 18 gennaio 1975. Fellini allestisce una scena patetica: in una camera angusta, confinante con una stanza affollata, una donna sta morendo; accanto a lei, nel letto su cui è distesa, una bambina le parla e l’abbraccia. Il regista si accorge a un tratto che la donna è spirata e prova una grande tristezza all’idea di doverlo comunicare alla bambina. A questo punto il climax, abilmente costruito, si spezza: <img decoding="async" class=" wp-image-73855 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro3-1-201x300.jpg" alt="" width="297" height="444" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro3-1-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro3-1.jpg 400w" sizes="(max-width: 297px) 100vw, 297px" /><strong>Fellini è assalito dal bisogno irrefrenabile di vuotare la vescica; non trovando una tazza, è tentato di farla sui vasi da fiori e sulle piante che circondano la salma; poi, per fortuna, scorge un wc e si libera. Si tratta, più che di un finale dissacratorio, di un rifiuto categorico degli esiti romanzeschi della trama.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Accertata dunque la coerenza tra film e sogni, resta il dubbio se siano stati i secondi ad aver influenzato i primi o (perché no?) il contrario. <strong>Il Fellini notturno non è il mister Hyde del Fellini diurno. </strong><strong>È – se così si può dire – la sua versione corsiva ed epigrammatica, e la miglior prova è proprio <em>Il libro dei sogni</em>, dove del regista nulla ci viene rivelato che già non sapessimo dal suo cinema.</strong> Lo zibaldone – ha osservato Ferdinando Camon – non ci restituisce la verità dell’uomo, ma dell’artista: «non è il libro dei sogni di Federico; è il libro dei sogni di Fellini».</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che il lettore sta osservando dal buco della serratura dei sogni del regista è infatti il suo laboratorio, non la sua alcova.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Piero Meldini</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*L’articolo siglato d.b. riproduce, in parte modificato, quello pubblicato su Linkiesta il 20 luglio 2018; l’analisi di Piero Meldini è pubblicata dall’editore Guaraldi in “Federico Fellini. Il libro dei miei sogni”, 2013</em></p>
<p><em>**In copertina: Francesco del Cossa, &#8220;Santa Lucia&#8221;, 1472-73, particolare</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/piero-meldini-ritratto/">Piero Meldini, l’alchimista della letteratura italiana. Troppo raffinato e austero per questo mondo editoriale. Leggete “L’avvocata delle vertigini”, un esordio magnetico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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