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	<title>Fratelli Karamazov Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>La versione di Maf, il cane di Marilyn Monroe. “Sono letterato, trotskista, proustiano il giusto; ho visto Frank Sinatra imbizzarrito e Kennedy all’apice del potere. La mia padrona era dolce, disponibile, impasticcata…”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Jan 2019 08:03:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«Ciao a tutti, mi chiamo Mafia Honey, per gli amici Maf, e sono un barboncino di indiscutibile pedigree. Sono nato in Scozia e ci tengo, e per diventare la delizia che sono ho abitato per due anni a Brentwood, Los Angeles, al 12305, 5th Helena Drive. Indirizzo famoso, eh? Sì, stavo proprio con lei, Marilyn [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-versione-di-maf-il-cane-di-marilyn-monroe-sono-letterato-trotskista-proustiano-il-giusto-ho-visto-frank-sinatra-imbizzarrito-e-kennedy-allapice-del-potere-la-mia-padrona-era/">La versione di Maf, il cane di Marilyn Monroe. “Sono letterato, trotskista, proustiano il giusto; ho visto Frank Sinatra imbizzarrito e Kennedy all’apice del potere. La mia padrona era dolce, disponibile, impasticcata…”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>«Ciao a tutti, mi chiamo Mafia Honey, per gli amici Maf, e sono un barboncino di indiscutibile pedigree. Sono nato in Scozia e ci tengo, e per diventare la delizia che sono ho abitato per due anni a Brentwood, Los Angeles, al 12305, 5th Helena Drive. Indirizzo famoso, eh? Sì, stavo proprio con lei, Marilyn Monroe, la diva</strong>, la signora dalle sciccose e maleodoranti décolleté Ferragamo, con strass e senza. Vi dico subito che io non sono un cane qualsiasi, sono un cane letterato, trotskista, e proustiano il giusto. Alla faccia di Cartesio, convinto che gli animali fossero privi di ragione, io sono un cane pensante e impregnato di opinioni, ma che Cartesio avesse torto lo diceva già Montaigne, e Plutarco, e pure quel simpaticone di Pitagora. Per Thomas Mann era strano che un cane osservasse ogni cosa senza dire niente, infatti noi parliamo e capiamo tutto e in tutte le lingue, senza bisogno di interpreti. Il guaio è che ascoltiamo senza essere mai ascoltati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65312 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/VITA-E-OPINIONI-DEL-CANE-MAF-E-DELLA-SUA-AMICA-MARILYN-MONROE-200x300.jpg" alt="" width="130" height="195" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/VITA-E-OPINIONI-DEL-CANE-MAF-E-DELLA-SUA-AMICA-MARILYN-MONROE-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/VITA-E-OPINIONI-DEL-CANE-MAF-E-DELLA-SUA-AMICA-MARILYN-MONROE.jpg 682w" sizes="(max-width: 130px) 100vw, 130px" />Non so che rapporto avesse Mann con Bauschan, il suo pointer tedesco, il mio con Marilyn era ottimo, seppur tribolato: sono arrivato nella sua vita in pieno terzo divorzio, quello da Arthur Miller.</strong> Tutti i libri che Marilyn aveva in casa erano un regalo di Arthur, non che lei li abbia mai letti, in due anni l’ho vista con solo <em>I fratelli Karamazov </em>in mano, e ne leggeva poche righe, poi lo chiudeva, e per un mese lo ha lasciato per <em>Le lettere</em> di Freud. Il cane di Freud si chiamava Jo-Fi, era una deliziosa chow-chow parigina che aveva il merito di mettere a suo agio i pazienti col suo padrone, e quest’ultimo con se stesso. <strong>Sartre scrisse una sceneggiatura su Freud per un film di John Houston, insistendo affinché il ruolo di Anna, la figlia di Freud, andasse a Marilyn. Non se ne fece nulla, ed era uno dei rimpianti della mia padrona stesa sul lettino dei suoi analisti freudiani campioni del senso di colpa, e nel vedere nella figura del padre, in ogni sua mancanza, la chiave dell’infelicità.</strong> La Marilyn che ho conosciuto io era una ragazza dolce e disponibile, ma che beveva e prendeva pasticche. Un tipo spiritoso e artistico fino al midollo. Credetemi, ci sono attori che fuori dalla scena non sono nessuno, non esistono. Prendete Laurence Olivier: che come persona, lui non esistesse, lo diceva persino sua moglie, Vivien Leigh! Marilyn invece non recitava, lei ‘era’. L’ho vista io, sui set, a scuola da quel vanitoso di Strasberg e di quel grosso pipistrello a rovescio di sua moglie Paula: guardavo Marilyn, una persona che cercava altre persone da diventare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La celebrità di Marilyn dava le vertigini alla gente: mi portava a spasso nascosto sotto il suo cappotto, e nelle nostre trasferte newyorchesi andavamo alla Castelli Gallery, il cui pavimento era fatto di mattonelle bianche e nere, e il signor Leo, che stranezza, camminava solo su quelle bianche.</strong> Castelli parlava a Marilyn della transitorietà della bellezza, e di quanto i dipinti della sua galleria non significassero nulla: “Roy e gli altri ragazzi non credono alla morte, o non la capiscono. Non sono come Picasso, o come Goya, che di morte trasudavano, esalavano morte…”!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Stare con la donna più desiderata del pianeta, agli inizi degli anni ’60, aveva i suoi vantaggi: le personalità più influenti del tempo mi sono rotolate incontro sul pavimento, come monetine luccicanti.</strong> Era l’epoca della sicurezza, del vigore intellettuale dei nuovi letterati ebreo-americani, generati da Bellow e dal primo libro di Philip Roth. Uomini giovani, con la Storia alle spalle e l’uccello vispo nei pantaloni. Una volta a un party, a casa di Alfred Kazin, ad altezza moquette ho sentito Dwight McDonald parlare a Frank O’Hara della sua testimonianza al processo su <em>Lady Chatterley</em>; c’era Allen Ginsberg che beveva vino da una caraffa e offriva baci in bocca, e strane rivelazioni su un suo <em>Urlo</em>; c’era Irwing Howe, e Edmund Wilson così ubriaco da non reggersi in piedi; gironzolavo per le stanze scansando scarpe di lusso e orribili pianelle come quelle di Lillian Hellman: con quelle sue calze bucate, riusciva a dire qualcosa di spregevole su tutti, tranne il suo amato Stalin. Sputacchiando tabacco e vodka, dava della volgare a Marilyn, del finito a Mailer, e io non ci vidi più e la morsi quando disse che Trotsky era un traditore, “e sono felice di essermi opposta alla sua richiesta d’asilo negli Stati Uniti”. <strong>Signori, Lillian Hellman: l’unica stalinista della storia mondiale in pelliccia di visone. Quella sera Marilyn era andata dai Kazin con me e con Carson McCullers, invidiosa marcia di Truman Capote, argomento principe delle sbronze che le due si prendevano insieme:</strong> “Tutto quello che ha scritto lo ha rubato a me, e a Faulkner”, si lagnava McCullers, “Capote non è altro che una checca di paese affascinata dalla bella gente!”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Cognato di ’sto c**zo!”: l’ho sentito con le mie orecchie, ha detto proprio così, quel prepotente di Frank Sinatra, quel giorno che io e Marilyn eravamo a casa sua. Quando Sinatra ce l’aveva con qualcuno, infieriva senza risparmiarsi, e quella volta ce l’aveva con Peter Lawford “quel maledetto finocchio da due soldi, ma lo sapevi che sua madre l’ha vestito da femmina per i primi 10 anni della sua vita?!?”. Che io sappia, Peter Lawford non era affatto finocchio ed era il vero cognato del presidente Kennedy, nonché attore e sodale di Sinatra. <strong>Era successo che il presidente era in visita ufficiale a Palm Springs, Sinatra lo voleva ospitare a casa sua, a far bordello, per questo si era fatto costruire un’apposita piattaforma per elicotteri in giardino, “e lui invece che fa? Se ne va da Bing Crosby! Che si fot*ano!!!”.</strong> Quando Sinatra scaraventò il carrello dei liquori carico di bicchieri fuori dalla veranda, mi presi un tale spavento che depositai una bella pozza di pipì su un pregiato tappeto arancione. Tutta casa Sinatra era arancione, era convinto che fosse il colore più felice, ma l’uso isterico che ne faceva lasciava chiaramente intendere che viveva perennemente sull’orlo di una crisi di nervi. Volete sapere di John Kennedy? Scarpe Oxford, lucidissime. Io l’ho incontrato una volta sola, alla casa al mare dei Lawford: seduto in veranda, beveva whisky e soda, e rispondeva alle domande che gli ospiti si erano studiate di fargli. Davanti a lui, tutti avevano gli occhi più sbarrati e più scuri del solito, inebriati della stretta vicinanza al potere. <strong>Marilyn e Kennedy si incontrarono poche volte, con suo fratello Bobby ancora meno, sono state entrambe due passioni, due colpi di testa che la Storia ha elevato a rango di leggenda. </strong>È vero, l’ultima volta si sono visti al Madison Square Garden, cerimonia che io ho seguito in tv. Kafka diceva che tutto il sapere – ogni domanda, ogni risposta – è contenuta nel cane. Io so com’è morta Marilyn, ero lì, ho annusato la verità, non ho nessun problema a dirla, peccato che né poliziotti né inquirenti mi abbiano prestato la dovuta attenzione».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Mafia Honey, detto ‘Maf’ </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>(ovvero: Barbara Costa)</em></strong></p>
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		<title>I buoni propositi per il 2019 ce li detta Dostoevskij: ponetevi le domande irragionevoli, le domande senza senso, con la stessa imperiale impetuosità dei Karamazov</title>
		<link>https://www.pangea.news/i-buoni-propositi-per-il-2019-ce-li-detta-dostoevskij-ponetevi-le-domande-irragionevoli-le-domande-senza-senso-con-la-stessa-imperiale-impetuosita-dei-karamazov/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Dec 2018 06:44:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La letteratura si agglutina nel fango, è aggiogata al fango. Secondo alcuni, la storia della letteratura occidentale prende una svolta quando Fëdor Dostoevskij descrive il cadavere dello starec Zosima, in odore di santità, che puzza, che scandalo; secondo altri è quando Dostoevskij ribadisce quella catatonica verità, “perché siamo tutti colpevoli per tutti gli altri”, che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La letteratura si agglutina nel fango, è aggiogata al fango.</strong> Secondo alcuni, la storia della letteratura occidentale prende una svolta quando Fëdor Dostoevskij descrive il cadavere dello <em>starec</em> Zosima, in odore di santità, che puzza, che scandalo; secondo altri è quando Dostoevskij ribadisce quella catatonica verità, “perché siamo tutti colpevoli per tutti gli altri”, che si sancisce l’impeto morale di una letteratura nuova, ulteriore, altra. Per tutti, ad ogni modo, <em>I fratelli Karamazov </em>sono l’opera con cui bisogna confrontarsi, sono l’opera da vivere prima che da leggere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Libro nono, capitolo otto.</strong> In quel luogo dei ‘Karamazov’ accade qualcosa che non smette di uncinarmi – è qualcosa di semplice – di dichiarato – di disperatamente ultimo. Ognuno s’arrampica ai ‘Karamazov’ come può – io parto da lì, dal sogno di Dmitrij Karamazov, durante il processo in cui deve rispondere all’accusa di essere l’omicida del padre. In forma preliminare, di danza: mi sembra emblematico che Dostoevskij, lo scrittore ‘realista’, penetri nella pasta onirica, s’ingolfi nel sogno per dire le cose definitive – leggete, almeno, <em>Il sogno di un uomo ridicolo. </em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La quinta.</strong> Il sogno avviene in una “steppa”, in una scenografia canonicamente russa, “era l’inizio di novembre, e la neve cadeva in grossi fiocchi umidi”. Fa freddo e Dmitrij è su un carro. Il freddo è la condizione esistenziale permanente. Il carro va veloce e passa di fianco a un “villaggio per metà bruciato”. Ai confini del villaggio, “delle contadine… un’intera schiera, tutte magre, emaciate, con i visi scuri”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una natività dostoevskijana. </strong>Nella corsa affannosa lungo la steppa, attraversando il villaggio bruciato, Dmitrij è frenato da “una donna ossuta e alta, che dimostrava quarant’anni, ma poteva averne venti, con il viso magro, che teneva fra le braccia un bimbo in lacrime: evidentemente il suo seno non aveva più latte e il bambino piangeva, piangeva, mulinava le braccia nude, con i pugni illividiti dal freddo”. Questa donna è lo zenit del sogno, colei che morde il cuore di Dmitrij, che lo mangia. La mamma con il bambino è una immagine cristica – ricordiamo come Vasilij Grossman ha descritto la <em>Madonna sistina </em>di Raffaello – è una immagine devota, qui ribaltata, però. Gli uomini pregano davanti alla Mamma con il Bambino – qui la mamma non ha la forza di implorare aiuto e il suo bambino piange. Il bambino di questa donna non morirà per redimere le colpe dell’uomo, morirà e basta, come il più solo e incolpevole degli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La creatura. </strong>Uno dei momenti letterari e significativi più alti dei ‘Karamazov’ accade quando Dmitrij chiede al conducente che guida il carro “perché piangono?”. Il conducente risponde, “la creatura, la creatura piange”. Dmitrij, cioè Mitja, nel diminutivo, è sorpreso da questo modo di dire, <em>creatura</em>. “Restò colpito dal fatto che egli l’avesse chiamato a modo suo, alla contadina: ‘creatura’ e non bambino. <strong>E gli piacque che il contadino avesse detto ‘creatura’: era come se in quella parola si racchiudesse una compassione più intensa”.</strong> Il dettaglio narrativo – dire ‘creatura’ al posto di ‘bambino’, mimando il gergo dei contadini – amplifica quello significativo: <em>creatura</em> ci fa percepire che in quell’istante, a soffrire, non è una donna singola con il suo singolare bambino; è l’intera umanità, la ‘creatura’, a soffrire.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il ritmo. </strong>Già ora, chi legge, percepisce il ritmo narrativo imposto da Dostoevskij: la scrittura corre come il calesse su cui è accucciato, nel sogno, Mitja. Le frasi si decompongono, come le ruote che fendono le strade ricoperte di neve, la scrittura è svelta, vibra, precipita, alla ricerca del senso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La risposta ‘normale’. </strong>Mitja, Dmitrij, è ossessionato e continua a chiedere al conducente “perché piangono?, perché piange?, perché è così?”. Il conducente dà a Mitja una risposta ovvia, razionale, “è povera gente, la casa è bruciata, non hanno di che mangiare”. Insomma, sono poveri come tanti poveri, sono gli sfortunati, quelli ce vediamo ovunque, nel sottobosco cittadino – anche noi, in fondo, abbiamo la nostra quote ingiusta di sfortuna – a noi non resta che correre oltre, andare, chi si cura degli altri è perduto, è idiota. Ma Mitja, nonostante il carro corra a precipizio, non va oltre, si blocca, capisce che quel dolore particolare è il dolore assoluto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sfidare l’impossibile è un carisma narrativo. </strong> L’ultima parte del sogno si perde nel grumo di domande deliranti di Mitja, drogate – “perché quella gente è povera? Perché è povera la creatura? Perché la steppa è desolata? Perché non si abbracciano, non cantano di gioia, perché la miseria li abbrutisce? Perché non danno da mangiare a quel bambino?”. Mitja non si dà pace: quel singolo episodio di dolore – quella maternità annerita dalla fame, dalla miseria – è stato uno shock, gli ha fatto scoprire che il mondo soffre. <strong>“E avvertiva che stava crescendo nel suo cuore un senso di pietà che non aveva mai provato prima, che aveva voglia di piangere, che voleva fare qualcosa per tutti, affinché quel bambino non piangesse più, e non piangesse più quella madre dal viso nero e dal seno secco, affinché da ora non esistessero più lacrime per nessuno, e voleva fare tutto questo all’istante, ora, immediatamente, al di là di tutti gli ostacoli, con tutta l’impetuosità dei Karamazov”.</strong> Eccola, la fiamma narrativa! “L’impetuosità dei Karamazov” si fa evidente, fiammante, in due modi: l’impetuosa passione verso la vita – che ha come estremo la dissipazione, la stessa dissipazione nell’amore per le prostitute e per il gioco d’azzardo di Mitja – e l’impetuosa compassione verso le creature – che sfocia in questo amore ingenuo, irrimediabile, fino alle lacrime. Senza quella cerniera finale, che lega l’orazione possente alla storia del romanzo, innervata sulla genia dei Karamazov, Dostoevskij sarebbe un mirabile predicatore, ma non un geniale romanziere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le domande illogiche sono le uniche logicamente sane. </strong>Il sogno termina così, sull’impetuosità dei Karamazov, sul proposito, impossibile, lo sappiamo – ma si vive per sentire il sapore dell’impossibile –, di sanare il male dal mondo, dall’uomo. <strong>Poco prima, riguardo al rosario di <em>perché? </em>detonati da Mitja, l’uomo che non arretra di fronte al dolore, che non si dà pace finché l’uomo soffre, Dostoevskij scrive una frase che è come un amuleto: “ed egli sentiva che sebbene le sue domande fossero irragionevoli e prive di senso, tuttavia desiderava proprio porre quelle domande e porle proprio in quel modo”.</strong> Nell’epoca in cui tutti pensano di poter rispondere a ogni richiesta, nell’epoca della domanda-risposta meccanizzata – digito un tasto e la macchina risponde –, le uniche domande degne di nota, pregne di valore, sono quelle irragionevoli, quelle prive di senso, perciò sensibili alla natura inquieta dell’uomo. La domanda che porta in sé la risposta è foriera di morte, non si pone in rapporto con l’eterno, non risuona nei millenni: è per essersi posto domande ancora irrisolte che l’essere umano è tale. L’uomo esiste perché raggiunge l’irragionevole, perché si assopisce nell’impossibile: il problema non è estirpare il male, ma porsi con incessante tensione la domanda intorno al male. (d.b.)</p>
<p>*<em>In copertina, Vladimir I. Dal&#8217; secondo Vasilij G. Perov, 1872</em></p>
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		<title>Nel nome del padre: così Wilde, Yeats e Joyce hanno seppellito i propri disastrosi genitori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Oct 2018 04:23:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Questione atavica. Le colpe dei padri ricadono sui figli – per questo i figli, per liberarsi dal giogo e dall’agonia paterna, castrano il padre. Il mito di Crono che evira Urano è emblematico – d’altronde, Zeus, nipote sagace di Urano, detronizza il padre, Crono, per metter regno su Olimpo. Sarà divertente paragonare il mito greco [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Questione atavica. <strong>Le colpe dei padri ricadono sui figli – per questo i figli, per liberarsi dal giogo e dall’agonia paterna, castrano il padre.</strong> Il mito di Crono che evira Urano è emblematico – d’altronde, Zeus, nipote sagace di Urano, detronizza il padre, Crono, per metter regno su Olimpo. Sarà divertente paragonare il mito greco con quello ebraico, dove il Padre è padrone e impone ai sudditi di sacrificare i figli (Abramo), fino al sacrificio supremo del Figlio.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Insomma, il padre, prima di diventare <em>mammo</em>, cioè il poppante della moglie sovrana e lo zerbino dei bebè di turno, era il primo nemico del figlio.</strong> Per farcela, nella vita, dovevi scannare il regale genitore. O andare via di casa. A me è andata di lusso – è mio padre a essersi tolto di torno: non ho avuto neanche un maschio, intorno, in grado di insegnarmi a fare la barba, resto, perciò, uno sbarbato barbone – ad altri, va detto, la tirannia paterna ha evocato solo buona letteratura: un esempio plateale è la <em>Lettera al padre </em>di Franz Kafka, oppure <em>I fratelli Karamazov </em>di Dostoevskij, da cui Freud piglia a impalcare una clamorosa pippa sul parricidio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Venendo a noi. <strong>Colm T</strong><strong>óibín è tra i grandi scrittori irlandesi di oggi, ben tradotto in Italia da Fazi – che bello <em>The Master</em>, su Henry James – Bompiani e Einaudi </strong>– l’ultimo romanzo s’intitola <em>La casa dei nomi</em>, è uscito quest’anno. Da questa settimana, nel mondo anglofono, è in giro il suo ultimo libro, che s’intitola <a href="https://www.penguin.co.uk/books/309/309630/mad--bad--dangerous-to-know/9780241354414.html" target="_blank" rel="noopener"><em>Mad, Bad, Dangerous to know</em></a> ed è una smagliante e smaliziata <a href="https://www.theguardian.com/books/2018/oct/21/mad-bad-dangerous-to-know-wilde-yeats-joyce-colm-toibin-review" target="_blank" rel="noopener">indagine sui “padri di Wilde, Yeats, Joyce”</a>. In realtà, al di là del titolo editorialmente urlato, il libro non è ‘a tesi’ e mostra svariate delizie.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-63627 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/libro-padri-194x300.jpg" alt="Toibin" width="157" height="243" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/libro-padri-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/libro-padri.jpg 440w" sizes="(max-width: 157px) 100vw, 157px" />Intanto, gli incroci. Degni di un labirinto borgesiano. <strong>I genitori di Yeats conoscevano quelli di Wilde, “il giovane Yeats potrebbe certamente aver cenato a casa di Oscar Wilde, a Londra”; è certo che papà Wilde “incontrò James Joyce ragazzo, a Londra, trovandolo assai loquace”.</strong> Il padre di Wilde, degli alati genitori, era quello più famoso e sagace. William Wilde, chirurgo, era medico di George Bernard Shaw e oculista della regina Vittoria; archeologo per passione, portò dall’Egitto in patria diverse chincagliere, tra cui “un nano imbalsamato”. Inciampò – come il figlio, ben più tardi – in un affare sessuale: sposato a Jane Francesca Elgee, poetessa e <em>pasionaria</em> irlandese, fu accusato di aver stuprato una diciannovenne, tale Mary Travers: dovette risarcirla, perdendo la faccia. <strong>“Dall’energia che Wilde ha profuso nell’inventare se stesso capiamo che avere un padre era per certi versi del tutto inutile per lui”.</strong> William Wilde morì che Oscar aveva poco più di vent’anni: “non c’è quasi traccia del padre nella sua opera”.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il padre di James Joyce, John Stanislaus, era un fallito. Sperpera l’eredità di famiglia, si fa notare come tenore per poi abbandonare l’arte</strong>, maneggia nella politica come sostenitore di Charles Stewart Parnell per raccattare qualche incarico, beve, fornica – fa dieci figli – è facile vederlo menare i bimbi. John Butler Yeats, invece, faceva il pittore, ma non riuscì mai a eccellere a tal punto da guadagnarsi da vivere dipingendo. Nel 1907, a 68 anni, si trasferisce negli Stati Uniti, dove prende a scrivere lettere d’amore a un’amica d’infanzia, Rosa Butt, per il solo gusto d’inventarsi una vita mai vissuta, che lusso. Insomma, i due John, Joyce e Yeats, erano poveri in canna.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sarebbe da fare un inciso sui padri pittori. John Butler influenzerà la capacità immaginativa di William, il grande poeta; <strong>allo stesso modo, John Lockood Kipling, insegnante d’arte, illustra i libri più noti del figlio Rudyard e di Leonid Pasternak, insigne pittore, illustratore dei romanzi di Lev Tolstoj, ritrattista di Rainer Maria Rilke</strong>, conserviamo diversi disegni che raffigurano il figlio Boris. In questo caso, nella genia, c’è come un trapianto del segno: dal pennello alla penna, dalla pittura alla scrittura.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il titolo, dicevo, inganna. Già. Restando nel ring dello sketch – ma il bello del romanzo di Colm Tóibín è che va letto come un incrocio di biografie intrise nel magico. <strong>Il padre di Joyce era odiato dal resto della famiglia. Tranne che da James. Il quale, è vero, “negli ultimi 19 anni della vita di suo padre non andò a trovarlo neanche una volta”, </strong>eppure, “era affascinato dallo spazio vertiginoso e insondabile tra ciò che sapeva di lui e ciò che provava per lui”, viveva in una “ambiguità tremante”, che traluce nell’opera. D’altra parte, anche Yeats “non era incline ad andare a far visita al padre, soprattutto da quando si era trasferito negli Stati Uniti”, tuttavia, “lo aiutò a saldare il conto della sua pensione a New York” e “la sua influenza, nell’opera poetica del figlio, è ferma, sicura”. I figli, in questo caso, hanno aiutato come potevano gli scapestrati genitori – scrivendo i loro libri, inarrivabili, li hanno definitivamente sepolti. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/nel-nome-del-padre-cosi-wilde-yeats-e-joyce-hanno-seppellito-i-propri-disastrosi-genitori/">Nel nome del padre: così Wilde, Yeats e Joyce hanno seppellito i propri disastrosi genitori</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Un fitto bosco serpeggiante di specchi”: dialogo su Vladimir Nabokov e “Lolita”, il romanzo più incompreso della storia, con Irina Marchesini</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Oct 2018 04:27:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di profilo, pare un demone che con le fessure degli occhi, varcata la finestra, dissezioni i destini dei passanti, con cinica sagacia sentimentale. Per conoscere Vladimir Nabokov, che costruiva i suoi romanzi come un voluminoso problema di scacchi, bisogna prenderlo per la coda e leggere Intransigenze (Adelphi, 1994), la raccolta delle sue caustiche interviste. Al [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/un-fitto-bosco-serpeggiante-di-specchi-dialogo-su-vladimir-nabokov-e-lolita-il-romanzo-piu-incompreso-della-storia-con-irina-marchesini/">“Un fitto bosco serpeggiante di specchi”: dialogo su Vladimir Nabokov e “Lolita”, il romanzo più incompreso della storia, con Irina Marchesini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di profilo, pare un demone che con le fessure degli occhi, varcata la finestra, dissezioni i destini dei passanti, con cinica sagacia sentimentale. Per conoscere Vladimir Nabokov, che costruiva i suoi romanzi come un voluminoso problema di scacchi, bisogna prenderlo per la coda e leggere <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845976421" target="_blank" rel="noopener"><em>Intransigenze</em></a> (Adelphi, 1994), la raccolta delle sue caustiche interviste. <strong>Al di là dei giudizi, capaci di corrodere il corno di un rinoceronte, di annientare l’orgoglio di un’orca e di convertire una iena alla dieta vegana – esempi sparsi: “detesto ardentemente <em>I fratelli Karamazov </em>e quella atroce litania che è <em>Delitto e castigo</em>”; “giudico esecrabile D.H. Lawrence”; “Mr E. Pound, venerabile impostore”; “Brecht, Faulkner, Camus… per me non significano un bel niente”;</strong> “<em>Finnegans Wake </em>mi lascia indifferente”; “melodrammatico e ignobilmente scritto <em>Zivago </em>di Pasternak” – si eleva la statura di un genio, devoto alla forma artistica e al suo gioco, certo che <strong>“un’opera d’arte non ha nessunissima importanza per la società – è importante solo per l’individuo, e a me importa solo il singolo lettore”.</strong> <img decoding="async" class=" wp-image-63471 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/Nabokov-libro-191x300.jpg" alt="Nabokov" width="134" height="210" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Nabokov-libro-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Nabokov-libro.jpg 600w" sizes="(max-width: 134px) 100vw, 134px" />La violenza teorica di Nabokov, tuttavia, splende nelle sue <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845932922" target="_blank" rel="noopener"><em>Lezioni di letteratura</em></a>, tenute durante il dorato esilio statunitense, tra il 1941 e il 1958, al Wellesley College e alla Cornell University, ora pubblicate da Adelphi. L’idea di Nabokov è che l’arte è tutto e l’artista è un sommo creatore: “Agli artisti minori è lasciato l’abbellimento del luogo comune: essi non si prendono la briga di reinventare il mondo, ma si limitano a spremere il meglio che possono da un ordine di cose prestabilito, dai modelli tradizionali della narrativa… <strong>Ma il vero narratore, colui che fa ruotare i pianeti e plasma un essere dormiente e con zelo gli manomette una costola, non dispone di valori predeterminati: li deve creare da sé”.</strong> Perciò, in questo caso, Nabokov si concentra sull’analisi – millimetrica, spasmodica, soffocante – dei romanzi che ritiene assoluti, pochi ma buoni (<em>Mansfield Park, Casa desolata, Madame Bovary, Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mr Hyde, Dalla parte di Swann, La metamorfosi, Ulisse</em>), consapevole che la letteratura “è lusso, puro e semplice”, intuile ai fini del quieto vivere, ma necessaria “a provare il senso di appagamento puro e assoluto… una sensazione di serenità, di benessere mentale più genuino, la serenità e il benessere che proviamo quando comprendiamo che, malgrado le tante cantonate e i tanti spropositi, anche il tessuto interiore della vita è questione di ispirazione e precisione”. <strong>A me Nabokov ha sempre dato l’idea di essere Dedalo, un inafferrabile costruttore di labirinti: al centro di ogni romanzo – la scoperta spetta al lettore – c’è il mostro o uno sfarfallio di ombre.</strong> Il labirinto più arduo e voluttuoso che Nabokov edifica negli Usa, come si sa, è <em>Lolita. </em>Il romanzo è un caso unico nella letteratura del Novecento, di ogni tempo: scritto da un russo in inglese, viene poi tradotto dall’inglese al russo dal medesimo autore, Nabokov, con l’intento di evitare che modesti traduttori ‘trafugassero’ il suo capolavoro, ma anche, maliziosamente, gettando una fragola nel grigio, omicida sistema sovietico. <em>Lolita </em>viaggia in Unione Sovietica, per oltre un ventennio, nel circuito del <em>samizdat</em> – e leggere quel romanzo costa molto caro – fino a essere pubblico nel 1989: ancora oggi, che Nabokov è considerato una divinità della letteratura russa, capita che qualche lettore zelante lo accusi di oscenità e di istigazione alla pedofilia. Su <a href="http://www.academia.edu/21703228/_Lolita_e_il_suo_doppio_l_autotraduzione_e_la_ricezione_dell_opera_nel_contesto_sovietico_e_post-sovietico_._In_Linee_di_confine._Separazioni_e_processi_di_integrazione_nello_spazio_culturale_slavo._Ed._by_G._Moracci_A._Alberti._Firenze_Firenze_University_Press_2013_pp._261-280" target="_blank" rel="noopener">“<em>Lolita </em>e il suo doppio: l’autotraduzione e la ricezione dell’opera nel contesto sovietico e post-sovietico”</a> (in: <em>Linee di confine. Separazioni e processi di integrazione nello spazio culturale slavo</em>, Firenze University Press, 2013) ha scritto un saggio importante <strong>Irina Marchesini, ricercatrice e insegnante di lingua russa presso l’Università di Bologna.</strong> Così, per capire qualcosa dell’inafferrabile ‘Vlad’ mi sono rivolto a lei. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63472 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/lolita-2-197x300.jpg" alt="Lolita" width="142" height="216" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/lolita-2-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/lolita-2.jpg 420w" sizes="(max-width: 142px) 100vw, 142px" />Nabokov, la Mamma Russia, Lolita. Quando Nabokov si propone di tradurre “Lolita”, l’unico romanzo che tradurrà dall’inglese al russo, se non erro, pensa davvero di poter essere riconosciuto nella sua terra natia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, sicuramente immaginava che un giorno <em>Lolita</em> sarebbe stata pubblicata anche in russo. Sebbene nella postfazione all’edizione russa abbia descritto la decisione di autotradurre questo romanzo come il ‘capriccio di un bibliofilo’, <strong>Nabokov voleva in realtà dare una traduzione corretta nella sua lingua madre a quella che considerava la sua migliore opera scritta in inglese.</strong> Come ha spiegato in un’intervista per ‘Playboy’ del 1964, peraltro rilasciata nel periodo in cui stava lavorando al progetto, è stata la paura di vedere il suo testo distorto e snaturato da una cattiva traduzione a spingerlo in quella direzione. <strong>Una direzione che aveva intravisto grazie a quello che chiama il suo ‘telescopio interiore’, puntato verso una particolare nicchia di un non meglio precisato lontano futuro. Nello stesso spirito, aveva iniziato a tradurre verso il russo anche <em>Ada, or Ardor</em> (1969), senza però ultimare il lavoro.</strong> Il crescente successo di scrittore ‘americano’ ha dunque plasmato in maniera decisiva l’idea che aveva della sua fortuna in madrepatria: Nabokov è passato dall’iniziale pensiero ‘straziante’, come lui stesso ebbe a definirlo, di sapere i suoi libri proibiti alla coscienza di una possibile, futura circolazione ufficiale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Che circolazione ha avuto e ha Lolita in Russia? Nel suo studio lei specifica alcune recenti accuse che hanno colpito quel romanzo, me le può esplicitare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È molto complicato riassumere in poche parole il problema della ricezione di Nabokov in Unione Sovietica e in Russia. In estrema sintesi, fino alla fine degli anni Ottanta <em>Lolita</em> transitava attraverso canali non ufficiali di diffusione della letteratura: <strong>nel mercato nero, una copia originale del libro costava ottanta rubli, una somma con la quale all’epoca si poteva vivere modestamente per un mese intero. Prendere in prestito il libro costava cinque rubli a notte, ma il prezzo raddoppiava se il lettore decideva di copiare il testo e diffonderlo ulteriormente; nella casa museo Nabokov, a San Pietroburgo, sono conservati esemplari di riproduzioni <em>samizdat</em> (edito in proprio).</strong> Diversi mesi dopo la cancellazione del divieto di circolazione, l’autotraduzione russa viene finalmente data alle stampe, vedendo la luce nel 1989. Si stima che negli ultimi anni precedenti la dissoluzione dell’Unione Sovietica siano circolate quasi due milioni di copie. Nella Russia post-sovietica Nabokov è ormai un autore canonizzato, padre riconosciuto del postmoderno russo. Molto è stato fatto e viene ancora fatto per la valorizzazione in Russia della sua opera; si pensi, ad esempio, alle conferenze internazionali a lui dedicate che ogni anno si tengono a San Pietroburgo nei mesi di giugno e luglio. Tuttavia, per una rigorosa ricostruzione della fortuna di <em>Lolita</em> in Russia è necessario registrare anche le periferiche voci fuori dal coro, <strong>come quella dell’arciprete Čaplin che nel 2011, durante un’intervista radiofonica, ha proposto di ritirare il romanzo dal mercato poiché potrebbe spingere alcune persone a commettere atti di pedofilia. </strong>A ben vedere, la posizione miope di questo esponente della chiesa ortodossa si basa su preconcetti simili a quelli che hanno motivato i numerosi rifiuti ricevuti da Nabokov nei primi anni Cinquanta. L’ingannevole malia di Lo continua dunque a far discutere e <em>Lolita</em> rimane ancora, a mio parere, il romanzo più incompreso della storia della letteratura mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63473 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/lolita2-185x300.jpg" alt="Lolita" width="127" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/lolita2-185x300.jpg 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/lolita2.jpg 307w" sizes="(max-width: 127px) 100vw, 127px" />La Lolita russa, si dice, è ‘sorella’ di quella statunitense, ma non è ‘gemella’. Di fatto, più che una traduzione è un ‘originale’. Nella postfazione all&#8217;edizione russa Nabokov giustifica la sua traduzione: in che modo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, tutte le traduzioni sono ‘sorelle’ e mai ‘gemelle’. <strong>Cosa farebbero alla povera <em>Lolita</em>, si chiedeva Nabokov nella postfazione, traduttori inglesi che conoscono poco il russo o, viceversa, traduttori russi che conoscono poco l’inglese? Per proteggere la sua ‘creatura’, il nostro decise di optare per una traduzione letterale:</strong> se, da un lato, vanno certamente rilevate soluzioni traduttive originali, in generale il risultato è piuttosto aderente all’originale. Ad esempio, nell’impossibilità di trovare un equivalente, alcune espressioni idiomatiche americane vengono parafrasate. Un discorso a parte va fatto per il lessico legato alla sfera sessuale, molto smorzato nella versione russa poiché, scrive Nabokov nella postfazione, la lingua inglese è più adatta ad esprimere ‘passioni innaturali’ rispetto al russo. Guardando attraverso la filigrana di queste scelte emerge la preoccupazione di Nabokov per la tutela della propria opera, anche da potenziali rimaneggiamenti, nonché censure, di stampo sovietico. Lavorando in prima persona alla traduzione, Nabokov ha così lasciato ai posteri un ‘doppio’ dell’originale, la cui autorevolezza sarebbe rimasta indiscussa anche dopo la sua morte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Russia appare ovunque, trasfigurata, trapiantata in un regno della speranza e della perdizione, mi pare, nei romanzi di Nabokov. Esiste la Russia di Nabokov, infine; esiste la mitologica Zembla? Che rapporti ha Nabokov con la letteratura russa del suo tempo? Da ciò che si legge in Italia, si sa che Nabokov malsopporta il Pasternak romanziere, ama “Anna Karenina” ma è irritato dal Tolstoj ‘profeta’, ha un giudizio ambiguo verso Dostoevskij, adora Chodasevic&#8230; Pare il regno della contraddizione, della voluttà estetica. Ci aiuti a capire. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei rispondere citando la definizione nabokoviana di arte: similmente alla natura, essa è ingannevole e complicata. Con gli stessi aggettivi si potrebbe definire il rapporto di Nabokov con gli altri scrittori, soprattutto russi: spesso, nelle interviste, esprimeva opinioni molto forti; non a caso, il volume che le raccoglie prende il titolo originale di <em>Strong Opinions</em> (in Italia: <em>Intransigenze</em>, Adelphi). Tuttavia, <strong>le sue posizioni vanno prese <em>cum grano salis</em>, poiché spesso erano legate ad una precisa immagine che cercava meticolosamente di costruire negli anni.</strong> Non ci sono dubbi, invece, su quello che pensava degli scrittori sovietici, per lui agli antipodi della nozione di arte in quanto asserviti al Potere. L’opposizione scrittori russi/scrittori sovietici è peraltro collegata alla sua visione della Russia: la Russia di Nabokov, la Russia che amava, è quella della sua infanzia, una terra che ha lasciato nel 1919 per un forzato esilio poi durato tutta la vita. Di lei si trova costante traccia nelle poesie e nei romanzi ‘russi’, in primo luogo nell’uso della lingua; è presente anche nei romanzi ‘americani’, soprattutto in <em>Pale Fire</em> (<em>Fuoco pallido</em>, Adelphi), dove troviamo quell’immaginifica ipostasi che prende il nome di Zembla. <strong>L’Unione Sovietica, invece, è quel luogo dove non si piegò mai a tornare. Per ‘vedere’ la Russia con gli occhi di Nabokov, non si può prescindere dalla lettura di <em>Parla, ricordo</em> (Adelphi).</strong> Invece, per approfondire il discorso su Nabokov e gli scrittori russi, oltre alle interviste, consiglio le sue <em>Lezioni di letteratura</em>, che Adelphi ha recentemente ripubblicato, in attesa della ristampa delle <em>Lezioni di letteratura russa</em>.</p>
<figure id="attachment_63474" aria-describedby="caption-attachment-63474" style="width: 247px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-63474" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/ira17-300x300.jpg" alt="Irina Marchesini" width="247" height="247" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/ira17-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/ira17-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/ira17-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/ira17-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/ira17-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/ira17-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/ira17.jpg 1080w" sizes="(max-width: 247px) 100vw, 247px" /><figcaption id="caption-attachment-63474" class="wp-caption-text">Irina Marchesini è ricercatrice e insegna lingua russa all&#8217;Università di Bologna; tra l&#8217;altro, ha scritto un saggio sulla ricezione di &#8220;Lolita&#8221; in Unione Sovietica</figcaption></figure>
<p><strong>Il Nabokov traduttore è in conflitto con il Nabokov teorico della traduzione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’atteggiamento di Nabokov nei confronti della traduzione e dell’autotraduzione era decisamente complesso. <strong>In una lettera a James Laughlin paragonava la traduzione ad un complesso esercizio ginnico che richiede il coinvolgimento di una specifica parte del cervello; lo sforzo provocato dal continuo saltare da una lingua all’altra arrivava addirittura a causargli una sorta di asma a livello mentale. </strong>Come se non bastasse, secondo lui questo logorante compito non poteva escludere una componente di inganno, derivata non soltanto dall’oggettiva non equivalenza linguistica, ma anche dal pericolo delle scarse competenze di alcuni traduttori. Secondo la sua più matura teoria della traduzione, il traduttore deve sottoscrivere un patto di assoluta fedeltà con l’originale: così, <strong>privilegiando esattezza e precisione, si era approcciato alla traduzione verso l’inglese dell’<em>Evgenij Onegin </em>di Puškin</strong> (1833; se ne occupò dal 1958 al 1964), autentico monumento della letteratura russa; sugli stessi criteri improntò la sua autotraduzione di <em>Lolita</em>. Tuttavia, appena un anno dopo il lavoro sull’<em>Onegin</em>, autotradusse il breve romanzo <em>Sogljadataj</em> (<em>L’occhio</em>, 1930), ripensandolo in maniera significativa e lasciando più spazio alla traduzione libera; in questo caso, l’autotraduzione ha fornito all’autore un’occasione per rielaborare creativamente la sua opera. Su queste basi, si potrebbe concludere che si tratti di un conflitto; eppure, preferisco pensare ad una compresenza di due approcci traduttivi, scelti da Nabokov in base alle caratteristiche dell’opera da tradurre, al suo personale rapporto con essa (maggiore la sua importanza, maggiore deve essere la ‘fedeltà’, per evitare fraintendimenti) e al tipo di pubblico che ha in mente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che tipo di ‘attualità’ possiamo riscontrare nell’opera romanzesca di Nabokov, a suo avviso e dove dovrebbe orientarsi la ricerca letteraria nei riguardi di questo autore tanto immenso, a tratti inafferrabile?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La ringrazio molto per questa domanda, che mi permette di dire qualcosa che non mi stancherò mai di ripetere: <strong>che si tratti di fare ricerca a livello accademico o di coltivare un proprio interesse personale, il passo che necessariamente bisogna compiere va rivolto verso i romanzi russi di Nabokov. </strong>Prima di diventare uno scrittore ‘americano’, Nabokov era uno scrittore russo; in russo sono pubblicati la maggior parte dei suoi romanzi. Occorre dunque avere una certa dimestichezza non solo con la cultura, ma anche con la lingua russa, altrimenti come si può pensare di risolvere quelli che lui stesso definisce ‘enigmi con soluzioni eleganti’? <strong>Come si può pensare di cogliere i frequentissimi giochi di parole interlinguistici, le abbondanti allusioni, i dettagli che implicitamente caratterizzano personaggi e ambientazioni?</strong> Sviluppando tale competenza, il lettore di Nabokov non soltanto si faciliterà la vita e capirà qualcosa in più, ma avrà anche la possibilità di avvicinarsi ad un paese la cui immagine ultimamente è stata molto danneggiata. L’attualità di Nabokov, si badi bene, non si esaurisce soltanto nella sua funzione di palestra per la mente o di ponte privilegiato verso una cultura. <strong>Ogni singolo romanzo di Nabokov sarà sempre attuale perché come uno specchio ci invita a riflettere sulla nostra identità e a interrogarci su temi universali come la vita, la morte, l’amore, l’arte. Quanto è bello perdersi nelle profondità di un fitto bosco con un sentiero serpeggiante di specchi</strong> in cui si fondono i sembianti di Lolita, Laura, Flora, V., Vadim, Vivian, Violet, Van Veen&#8230;</p>
<p>***</p>
<p style="text-align: justify;">*<strong><em>Irina Marchesini</em></strong> è ricercatore senior presso l’Alma Mater Studiorum – Università degli Studi di Bologna, dove insegna storia della lingua russa. I suoi principali interessi accademici includono lo studio della prosa sovietica e post-sovietica, l’evoluzione della lingua russa nello spazio sovietico e post-sovietico, l’autotraduzione e la narratologia. È autrice di oltre trenta saggi in ambito slavistico, traduttologico e narratologico, nonché delle due monografie <em>Levigati dall’assenza. La costruzione del personaggio nella prosa metafinzionale russo-sovietica</em> e <em>Lo specchio del tempo. La permanenza del retaggio linguistico-culturale anticorusso nella prosa russa contemporanea</em> (UniversItalia).</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Aiuto! Dobbiamo rifondare i programmi scolastici: basta Ariosto, meglio Emily Dickinson, Antonin Artaud e Houellebecq</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Aug 2018 05:17:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A cosa serve la letteratura? Secondo il sistema scolastico statalista, vigente, vincente, la letteratura serve a forgiare dei buoni cittadini. La letteratura è ‘utile’ per riconoscere la nostra appartenenza allo Stato, quello italiano, e finché annuncia una specie di morale comune – ad esempio: il mito della Resistenza, il mito degli ‘italiani brava gente’, il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>A cosa serve la letteratura? Secondo il sistema scolastico statalista, vigente, vincente, la letteratura serve a forgiare dei buoni cittadini.</strong> La letteratura è ‘utile’ per riconoscere la nostra appartenenza allo Stato, quello italiano, e finché annuncia una specie di morale comune – ad esempio: il mito della Resistenza, il mito degli ‘italiani brava gente’, il mito dell’antimafia, il mito dell’inconscio, del matrimonio etc.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La letteratura, al contrario, nasce per rompere con i miti attuali (eventualmente ne crea di nuovi) – per evocare l’avversione all’ovvio.</strong> La letteratura non è utile, non produce un utile, è al di là delle ragioni del mercato: la letteratura è quel luogo dove l’uomo incontra se stesso. E spesso lotta con l’angelo e con il mostro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La letteratura fa paura perché è il modo più rapido per farsi delle domande, per inaugurare delle rivolte</strong> – per questo lo Stato decide il ‘programma scolastico’, finanzia le scuole, edifica un tacito ‘canone’. Ogni voce fuori dalla cagnara e dal can can deve essere silenziata.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un nuovo Governo non dovrebbe fare altro che occuparsi di scuola,</strong> ma questi si occupano di tutto fuorché di scuola: come mai?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La scuola, oggi, è una specie di riformatorio, andrebbe rifondata, radicalmente</strong> – d’altronde, si fanno studiare ai ragazzi Guicciardini e Torquato Tasso al solo scopo di allontanarli per sempre dalla pagina scritta, servi dell’idiozia digitale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio così: la scuola – pur salvaguardata da prof eccellenti, se non si fingono intellettuali frustrati – ha il compito di far vegetare i cittadini di domani nell’idiozia. <strong>Se li perdi tra i 14 e i 19 anni, sei salvo, non saranno mai più intelligenti, mai più degli elettori rompipalle.</strong> Lo schema è diabolico, perpetuato da decenni: gli effetti sono visibili, virili.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La letteratura è l’unico modo per liberare i nostri figli dal servaggio scolastico statalista. Come si fa? Abolire i ‘programmi scolastici’ di italiano, che programmano il nostro futuro abulico.</strong> Riprendo qui <a href="https://www.linkiesta.it/it/article/2018/08/17/libri-per-lestate-stop-alle-letture-edificanti-educhiamo-gli-studenti-/39140/" target="_blank" rel="noopener">un discorso abbozzato altrove:</a> nella migliore delle istituzioni occorre importare Dante dalle scuole elementari (imparandolo a memoria), poco importa che si ‘capisca’, la poesia è il gioco del linguaggio, è il genio del vero. I bambini sanno, ad esempio, che il male esiste, è ovunque, anche in loro: perché negarlo? Perché non frequentare insieme a loro gli inferi dell’uomo? Perché trattarli da cretini insipienti, facendogli le moine, manco fossero dei cani?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma… alcuni libri fanno paura? Certo!</strong> Un libro deve essere spaventoso, deve far fuggire le ginocchia, deve smobilitare la retina.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che senso ha limitarsi alla letteratura italiana quando dialoghiamo, via mail, con amici a Tokyo e amati a Toronto?</strong> Che senso ha quando Dante traduceva i provenzali e leggeva i siciliani e i latini per costruire la fatidica ‘lingua italiana’? Quale burocrate cretino obbliga la lettura di Manzoni (un genio) senza considerare Dostoevskij (più utile a un adolescente in crisi ormonale)?</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da riformatori, le scuole, rifondate, devono diventare fucine editoriali,</strong> produttrici di libri, pensatoi, cervelli vivi, mica messi sotto spirito, sotto torchio semmai, accesi, splendidi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A scuola bisogna godere, la letteratura è seduzione, la parola è arte amatoria:</strong> al rogo chi declama i corsi di aggiornamento per prof afflitti dal tedio, chi alleva in batteria gli scrittori socialmente utili di domani.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ovviamente, il professore non assurge al ruolo di sapientino petulante, ma di maestro</strong> – cioè: distilla, dalle letture letterariamente vertiginose, il nocciolo, il cuore, i brani prediletti, il meglio di.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Siamo all’assoluta emergenza, per cui bisogna ripartire dalla necessità di leggere come atto di ribellione in contrasto allo scempio odierno.</strong> Dobbiamo costruire progetti letterari alternativi che leniscano la protervia stupida del tempo presente. Ecco un suggerimento, con nuove materie allegate, e certi libri di base – attendo vostre.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qualunquista, relativista, irriverente, nichilista, avventato, avvilente, avvincente, avvolgente, deficiente?</strong> Ovvio. Questa è la letteratura, baby, vincere gli ignoti. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">**</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Modesta proposta per sostituire i programmi scolastici vigenti</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Educazione alla crescita:</strong> Seneca, <em>Lettere a Lucilio</em>; Marco Aurelio, <em>A se stesso</em>, Pascal, <em>Pensieri</em>; Arthur Rimbaud, opera omnia; Dino Campana, <em>Canti Orfici</em>; Dylan Thomas, <em>Ritratto dell’artista da cucciolo</em>; Henry Roth, <em>Chiamalo sonno</em>; Cesare Pavese, <em>Il mestiere di vivere</em>; James Agee, <em>La veglia all’alba</em>; William Golding, <em>Il Signore delle Mosche</em>; Isaac B. Singer, <em>Ricerca e perdizione</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Educazione alla sessualità:</strong> Ovidio, <em>Metamorfosi</em>; Lettere<em> di una monaca portoghese</em>; Sade, <em>La filosofia nel boudoir</em>; Laclos, <em>Le relazioni pericolose</em>; Henry James, <em>La tigre nella giungla</em>; Aleksandr Puskin, <em>Evgenij Onegin</em>; Yasunari Kawabata, <em>La casa delle belle addormentate</em>; Junichiro Tanizaki, <em>Il demone</em>; Marina Cvetaeva, l’epistolario; Marcel Jouhandeau, <em>Cronache maritali</em>; Vladimir Nabokov, <em>Lolita</em>; Inoue Yasushi, <em>Il fucile da caccia</em></p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Educazione alla vita:</strong> Eraclito, ciò che ci resta; Cervantes, <em>Don Chisciotte; </em>Lev Tolstoj, <em>Anna Karenina</em>; Fëdor Dostoevskij, <em>I fratelli Karamazov</em>; Ernest Hemingway, <em>I racconti</em>; Michel Houellebecq, <em>Le particelle elementari</em>; Elias Canetti, <em>Massa e potere</em>; Friedrich Nietzsche, <em>La volontà di potenza</em>; Wallace Stevens, <em>Haromonium</em>; Pier Paolo Pasolini, <em>Le ceneri di Gramsci</em>; Saul Bellow, <em>Il dono di Humboldt</em>; Ezra Pound, <em>Cantos</em>; Drieu La Rochelle, <em>Diario di un delicato</em>; Ted Hughes, <em>Lettere di compleanno</em>; Carmelo Bene, tutto</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Educazione alla morte:</strong> Sofocle, <em>Edipo a Colono</em>; San Paolo, le lettere; Lev Tolstoj, <em>La morte di Ivan Il’ic</em>; Fëdor Dostoevskij, <em>Memorie dal sottosuolo</em>; Ryunosuke Akutagawa, <em>Memorandum per un vecchio amico</em>; Albert Caraco, <em>Breviario del caos</em>; Yukio Mishima, <em>La decomposizione dell’angelo</em>; William Faulkner, <em>Mentre morivo</em>; Marguerite Yourcenar, <em>L’opera al nero</em>; Giuseppe Berto, <em>Il male oscuro</em>; Sylvia Plath, <em>Diari</em>; Cormac McCarthy, <em>Meridiano di sangue</em>; Philip Roth, <em>Everyman</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Educazione alla Storia:</strong> Alessandro Manzoni, <em>Storia della colonna infame; </em>Lev Tolstoj, <em>Chadzi-Murat</em>; Louis-Ferdinand Céline, <em>Viaggio al termine della notte</em>; Thomas Mann, <em>La montagna incantata</em>; Ennio Flaiano, <em>Tempo di uccidere</em>; Varlam Salamov, <em>Racconti della Kolyma</em>; André Malraux, <em>La condizione umana</em>; Anthony Burgess, <em>Gli strumenti delle tenebre</em>; Anna Achmatova, <em>Requiem</em>; Henry de Montherlant, <em>Il caos e la notte</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Educazione alla meraviglia:</strong> Giacomo Leopardi, <em>Operette morali</em>; Jorge Luis Borges, <em>L’Aleph</em>; Rainer Maria Rilke, <em>Elegie duinesi</em>; Franz Kafka, <em>Diari</em>; Paul Valéry, <em>Quaderni</em>; William B. Yeats, tutte le poesie; Giorgio Colli, <em>La nascita della filosofia</em>; Iosif Brodskij, <em>Fuga da Bisanzio</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Educazione allo stupore:</strong> Bibbia (Genesi, Esodo, Isaia, Salmi, Cantico dei Cantici, Kohèlet); Lao Tzu, <em>Tao te Ching</em>; <em>Sutra del loto;</em> <em>Bhagavad-Gita</em>; Corano; Eschilo, “Orestea”; William Shakespeare, <em>Re Lear</em>; William Blake, <em>Libri profetici</em>; Emily Dickinson, tutte le poesie; Thomas S. Eliot, <em>Quattro quartetti</em>; Saint-John Perse, <em>Anabasi</em>; Ghiannis Ritsos, <em>Quarta dimensione</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Educazione alla paura:</strong> Pseudo-Longino, <em>Del sublime</em>; Edgar Allan Poe, <em>I racconti</em>; H. P. Lovecraft, <em>I miti di Chtulhu</em>; J. R. R. Tolkien, <em>Il Signore degli Anelli</em>; Flannery O&#8217;Connor, <em>I racconti</em>; Philip K. Dick, <em>Trilogia di Valis</em>; Cormac McCarthy, <em>La strada</em>; Stephen King, <em>La zona morta</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Educazione all’avventura:</strong> Omero, <em>Odissea</em>; Marco Polo, <em>Milione</em>; Goethe, <em>Faust</em>; Walt Whitman, <em>Foglie d’erba</em>; Hermann Melville, <em>Moby Dick</em>; Joseph Conrad, <em>Lord Jim</em>; Giuseppe Ungaretti, tutte le poesie; Curzio Malaparte, <em>Kaputt</em>; René Char, <em>Fogli d’Hypnos</em>; Bruce Chatwin, <em>In Patagonia</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Educazione al coraggio:</strong> Anton Cechov, <em>L’isola di Sachalin</em>; Paul Gauguin, <em>Noa Noa</em>; Rudyard Kipling, <em>Libri della giungla</em>; Robert F. Scott, <em>Diari antartici</em>; Antoine de Saint-Exupéry, <em>Terra degli uomini</em>; Albert Camus, <em>L’uomo in rivolta</em>; Boris Pasternak, <em>Le onde</em>; Alvaro Mutis, <em>Summa di Maqroll il Gabbiere</em>; Leonardo Sciascia, <em>La scomparsa di Majorana</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Educazione all’avventatezza e alla dissipazione:</strong> Lucano, <em>La battaglia di Farsalo</em>; Friedrich Hölderlin, tutte le poesie; Gerard Manley Hopkins, tutte le poesie; Malcolm Lowry, <em>Sotto il vulcano</em>; Horacio Quiroga, tutti i racconti; Antonin Artaud, <em>Succubi e supplizi</em>; James Joyce, <em>Ulisse</em>; Georges Bataille, <em>L’impossibile</em>; Fernando Pessoa, <em>Libro dell&#8217;inquietudine</em>; Louis-Ferdinand Céline, <em>Nord</em>; Hermann Broch, <em>La morte di Virgilio</em>; Samuel Beckett, <em>In nessun modo ancora</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/aiuto-dobbiamo-rifondare-i-programmi-scolastici-basta-ariosto-meglio-emily-dickinson-antonin-artaud-e-houellebecq/">Aiuto! Dobbiamo rifondare i programmi scolastici: basta Ariosto, meglio Emily Dickinson, Antonin Artaud e Houellebecq</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Negli Stati Uniti nasce una nuova moda: leggere soltanto i ‘classici’. Una idiozia, come dire che Fabio Volo è Dostoevskij. Ecco perché</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Aug 2018 10:12:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Poiché devono arginare lo schifo, gli americani hanno il tic delle classifiche e dei ‘canoni’. Il canonico dei canoni è Harold Bloom, il quale, come si sa, ha pensato di stilare, addirittura, Il canone occidentale. Era il 1994 e il libro omonimo va letto, perché esprime una dilagante e disperata intelligenza. * Il merito di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/negli-stati-uniti-nasce-una-nuova-moda-leggere-soltanto-i-classici-una-idiozia-come-dire-che-fabio-volo-e-dostoevskij-ecco-perche/">Negli Stati Uniti nasce una nuova moda: leggere soltanto i ‘classici’. Una idiozia, come dire che Fabio Volo è Dostoevskij. Ecco perché</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Poiché devono arginare lo schifo, gli americani hanno il tic delle classifiche e dei ‘canoni’.</strong> Il canonico dei canoni è Harold Bloom, il quale, come si sa, ha pensato di stilare, addirittura, <a href="http://sonic.net/~rteeter/grtbloom.html#chaos" target="_blank" rel="noopener"><em>Il canone occidentale</em></a>. Era il 1994 e il libro omonimo va letto, perché esprime una dilagante e disperata intelligenza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il merito di un ‘canone’, piuttosto – per questo va fatto –, è che fa venire voglia di costruire un anti-canone.</strong> Per uno scrittore o un poeta essere ‘canonizzato’ è una condanna: la letteratura, per sua natura, è inafferrabile, fuori norma, fuori legge, antitutto. D’altronde, la coperta canonica è sempre troppo corta: Bloom canonizza Carducci e Belli ma si dimentica Carlo Dossi e Federico De Roberto, canonizza Quasimodo e Pavese scordandosi di Mario Luzi e di Giorgio Caproni, canonizza Vittorini squalificando scrittori ben più qualificati come Buzzati, Piovene, Berto, Pomilio.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un articolo pubblicato su <em>The American Conservative </em>narra la nuova moda americana: leggere solo i ‘classici’.</strong> L’articolo, dal titolo intrigante (<a href="https://www.theamericanconservative.com/articles/the-hedonism-of-reading-good-books/" target="_blank" rel="noopener"><em>The Hedonism of Reading Good Books</em></a>), scritto da E. J. Hutchinson, accademico rampante, parte da un saggio di William Hazlitt, pioniere della critica letteraria, <em>On Reading Old Books</em>, secondo cui “è importante leggere gli scrittori più vecchi perché 1) c’è maggiore probabilità che valga la pena leggerli; 2) sono essenziali per lo sviluppo personale dell’individuo; 3) sono esempi di alto virtuosismo formale, perciò c’è sempre da imparare anche se siamo filosoficamente in disaccordo con loro”. Un classico, insomma, è per sempre, è un usato sicuro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il pensiero, di per sé, non ha sbaffi. Gli Stati Uniti sono la terra della novità permanente e Hutchinson ci ricorda che forse vecchio è meglio. D’altronde, <strong>se siamo ancora qui a parlare dei <em>Fratelli Karamazov </em>significa che il vecchio Dostoevskij qualcosa da dire ce l’ha ancora, caro anacoreta del romanzo occidentale</strong>. Eppure, per dire, Hazlitt è morto che Dostoevskij era un poppante, non l’ha letto, come la mettiamo? Diciamo che il concetto di ‘classico’ è cangiante.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Hutchinson, allora, rettifica: <strong>“Quello che Hazlitt intende dirci è che è d’obbligo, per un individuo pensante, costruirsi un canone personale di libri e di autori. Poiché siamo individui differenti, avremo canoni differenti.</strong> Ma dobbiamo costruire un nostro proprio canone. Le ragioni sono ragionevolmente epicuree: il piacere di spendere bene il proprio tempo; il piacere della memoria; il piacere di ammirare l’opera di un maestro… Questa specie di edonismo marca il significato di una vita, assegnandole una ricchezza che ha un prezzo non superiore alla tessera di una biblioteca”. Che bello. Basta una tessera della biblioteca per vivere felici.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Leggere soltanto i ‘classici’. Senza addentrarci nel significato di ‘classico’, l’idea alla prima lettura mi gratifica. <strong>Vorrei le librerie inondate di Lev Tolstoj e di Franz Kafka, di Eschilo e di Dante, e non di quelle schifezze che mi tocca vedere,</strong> in effetti, sul comodino di fianco al letto ho le poesie di Rainer Maria Rilke e quelle di Boris Pasternak e un libro di Marguerite Yourcenar (tutti libri, comunque, che Hazlitt non s’è letto). Ma so che sarebbe una idiozia. Se <em>Memorie di Adriano </em>non sfigura di fianco a <em>David Copperfield</em>, anzi, è un libro superiore, e nanifica Erri De Luca o Fabio Volo, questo significa che è il <em>nostro</em> tempo, è <em>questo</em> millennio a essere precipitato nell’ovvio e nell’orrido, fino all’altro ieri emergevano ancora, con prepotenza colta, dei ‘classici’ contemporanei.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Mi è odioso, poi, l’utilitarismo americano. <strong>Non si legge per “spendere bene il proprio tempo”, ma per perderlo, per avventurarsi verso l’insolito, per fallire, magari. </strong>I ‘classici’, d’altronde, non sono dei tiranni, chiedono di essere giudicati e letti ogni volta, e decapitati. Ciò che era un classico ieri oggi vaga nell’oblio: chi si ricorda di François Coppée? Eppure, la sua fama era superiore a quella di Rimbaud…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Giacomo Leopardi, uno che pensava che il mondo invecchia peggiorando, eppure, decapitava i classici. “A me interviene non di rado di ripigliare nelle mani Omero o Cicerone o il Petrarca e non sentirmi muovere da quella lettura in alcun modo”, scrive nel <em>Parini ovvero della gloria. </em>Pur riconoscendo un valore decisivo ai classici, non se ne lasciava cannibalizzare. Anzi. Si rammaricava che la cattiva attitudine dei lettori all’avventura della lettura, al nuovo, cementati nel perbenismo del solito, non avrebbe permesso il riconoscimento di un Omero contemporaneo. <strong>“Se oggi uscisse alla luce un poema uguale o superiore di pregio intrinseco all’Iliade; letto anche attentissimamente da qualunque più perfetto giudice di cose poetiche, gli riuscirebbe assai meno grato</strong> e men dilettevole di quella”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dobbiamo sperare nell’Omero di domani, non accontentarci di quello che già conosciamo.</strong> Detto altrimenti. Dire che bisogna leggere soltanto i classici è come asserire che Fabio Volo è Dostoevskij. Il fondamentalismo non serve. La battaglia, semmai, è contro i brutti libri: quelli devono essere banditi dalle librerie. Se guardiamo solo al passato, scordiamoci il futuro. (d.b.)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ora basta farci credere che siamo un popolo di analfabeti e di beoti: Dostoevskij guida la riscossa dei lettori forti! Attenti, mestatori di cultura, noi ci siamo – e siamo intransigenti</title>
		<link>https://www.pangea.news/ora-basta-farci-credere-che-siamo-un-popolo-di-analfabeti-e-di-beoti-dostoevskij-guida-la-riscossa-dei-lettori-forti-attenti-mestatori-di-cultura-noi-ci-siamo-e-siamo-intransigenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Aug 2018 10:28:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Mi fa commuovere e incazzare. * Ieri, domenica 12 agosto, su Pangea ho pubblicato un brano tratto da un libro di Lev Sestov, Sulla bilancia di Giobbe, in cui il geniale filosofo russo pubblica una viziosa testimonianza di Nikolaj Strachov in merito alla moralità di Fëdor Dostoevskij. Tema generico: autore immenso (Dostoevskij); tema specifico: rapporti tra [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Mi fa commuovere e incazzare.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Ieri, domenica 12 agosto, su <em>Pangea </em>ho pubblicato <a href="http://www.pangea.news/dostoevskij-era-cattivo-invidioso-si-vantava-di-aver-approfittato-di-una-ragazzina-nel-bagno/" target="_blank" rel="noopener">un brano tratto da</a> un libro di Lev Sestov, <em>Sulla bilancia di Giobbe</em>, in cui il geniale filosofo russo pubblica una viziosa testimonianza di Nikolaj Strachov in merito alla moralità di Fëdor Dostoevskij. <strong>Tema generico: autore immenso (Dostoevskij); tema specifico: rapporti tra etica ed estetica, e maldicenze di terzi (la lettera di Strachov); tema bibliografico: Lev Sestov.</strong> Insomma, non era un articolo su Cristiano Ronaldo né una ‘tirata’ politica né l’intervista a una che gira porno coi cammelli.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">E ieri era la domenica – lo testimonio – in cui parecchi italiani mostrano le chiappe al sole, <strong>preparati orizzontalmente al Ferragosto, la manna dei vacanzieri</strong>, lo zenit delle ferie.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Tutta la comunicazione televisiva, intendo, mostra umani preda del turismo: <strong>che s’affaccendano con l’ombrellone o che si affacciano in un museo al solo scopo di godere dell’aria condizionata</strong>, dacché è estremo, a quelle condizioni – code di <em>desunudi</em> – godere di altro, di un quadro, ad esempio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ieri, il piccolo igloo di <em>Pangea</em> è esploso. Record di accessi – strano: di solito il sabato&amp;domenica sono giorni di calma piatta – e record assoluto per l’articolo su Dostoevskij. <strong>I numeri di <em>Pangea</em> sono assai relativi, perfino irrisori rispetto a Sky o al <em>New York Times</em>, è ovvio. Però. Migliaia di persone – a me ignote – ieri si è nutrita di Dostoevskij. Anzi. Neanche di Dostoevskij.</strong> Di un articolo specifico su una particolarità biografica di Dostoevskij. E poi dicono che ci piace soltanto il calcio, il divano (o la brandina, è lo stesso), il rutto libero, le evoluzioni di Chiara Ferragni, il culone di Kim Kardashian o di quelle come lei, la dichiarazione pop del Ministro Salvini. Ecco. Questo mi fa commuovere e incazzare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Prima venne la commozione. Sì, io mi meraviglio. Forse perché sono un porco e un esteta del niente. Mi meraviglio. L’essere umano, allora, ha voglia di cose alte, vuole le vertigini.</strong> <strong>L’essere umano non si accontenta mai.</strong> Vuole il meglio. Vuole le ferite e le feritoie. Vuole Dostoevskij. Allora, mi dico, in commozione stratosferica, ingenua, da idiota – mi dico, allora, l’uomo è salvo. Al di là di tutto – crisi di qui, crisi di là, oligarchie finanziarie, politici avvoltoi, violenza patente ovunque, frustrazione a getto di Niagara – l’uomo esiste, c’è, statuario, inquieto, un’asta di luce, è salvo.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">…poi l’incazzatura. Si perché, a questo punto, rovesciando il secchio della maliziosa classifica dei libri più venduti… <strong>io voglio piramidi delle <em>Memorie dal sottosuolo </em>davanti alle Mondadori e alle Feltrinelli, voglio mitragliate di <em>Demoni</em>, voglio ‘i Karamazov’ sotto il braccio degli studenti di ogni ordine e grado.</strong> L’incazzatura, però, assume un grado ancora diverso. Mi fa incazzare che ci prendano sempre per scemi – basta entrare in libreria e vedere cosa c’è – che rintronano i nostri figli con libri imbarazzanti, che si dia una idea dell’italiano-tipo come di un cretinotto semianalfabeta prono a tutti i vizi, viziato di idiozia. Ora basta, dico. <strong>Siamo un mucchio, un mucchio di lettori selvaggi, di adamitici cercatori. Siamo solitari. Non siamo soli. </strong>Che lo sappiano, tutti i mestatori culturali, che si sentano osservati. Noi ci siamo – e siamo intransigenti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ricorderete quel brano dei <em>Fratelli Karamazov</em>. Libro nono. Capitolo ottavo. <em>La “creatura”. </em>Cito dall’edizione Garzanti, traduzione di Maria Rosaria Fasanelli. Dmitrij Karamazov, accusato di aver ucciso il padre, sogna. Sogna un paesaggio desolato, disperante, una madre livida di dolore che sorregge il figlio, piccolo, “e il bimbo piangeva, piangeva e protendeva le braccine nude, con i suoi pugnetti, come illividiti dal freddo”. Dmitrij, ‘Mitja’, è preso dalla foga folle di voler estirpare il male, “Perché questa gente è così povera? Perché è povera quella creatura? Perché la steppa è così brulla? Perché non si abbracciano, perché non intonano canti di gioia, perché si sono così anneriti per la miseria nera?”. <strong>Dmitrj sa che “le sue domande sono irragionevoli e prive di senso”, eppure se le pone, “con tutta l’impetuosità dei Karamazov”, e quegli interrogativi che riguardano il male e il dolore, l’irragionevole e l’irredento, lo colmano di “un senso di pietà che non aveva mai provato prima”.</strong> Commozione e incazzatura. Eccoci. Soltanto le domande impossibili, senza appiglio, sature di senso, assurde, sono quelle che bisogna porre. (d.b.)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Dostoevskij era cattivo, invidioso, si vantava di aver approfittato di una ragazzina nel bagno”</title>
		<link>https://www.pangea.news/dostoevskij-era-cattivo-invidioso-si-vantava-di-aver-approfittato-di-una-ragazzina-nel-bagno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Aug 2018 06:52:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Forse si scrive impetrando perdono, forse si scrive, con una spugna di ferro in mano, per annientare se stessi – forse non si testimonia una cosa per ricordarsene, ma per disfarsi di essa. * Lev Sestov è tra i pensatori di genio del secolo scorso: russo, a Parigi dopo la Rivoluzione, ha scritto i testi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Forse si scrive impetrando perdono, forse si scrive, con una spugna di ferro in mano, per annientare se stessi</strong> – forse non si testimonia una cosa per ricordarsene, ma per disfarsi di essa.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lev Sestov è tra i pensatori di genio del secolo scorso:</strong> russo, a Parigi dopo la Rivoluzione, ha scritto i testi più illuminati sull’opera di Fëdor Dostoevskij (<em>La lotta contro le evidenze</em>) e di Lev Tolstoj (<em>In sede di giudizio finale</em>). Entrambi i saggi sono raccolti in un libro segreto e bellissimo, <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845908309" target="_blank" rel="noopener"><em>Sulla bilancia di Giobbe. Peregrinazioni attraverso le anime</em></a>, edito in Italia da Adelphi. Dal saggio su Tolstoj ho estrapolato il brano che leggete in calce, una lettera di Nikolaj Strachov, devoto studioso, amico del conte Lev e intimo di Fëdor.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Che rapporto c’è tra l’autore e la sua opera? Lo scrittore che scrive un capolavoro può essere un uomo mediocre, vizioso, malvagio: perché questa possibilità ci sconvolge? <strong>Scrivere non rende migliore lo scrittore – eventualmente aiuta il lettore a diventare un uomo migliore, cioè più consapevole.</strong> Lo scrittore, in qualche modo, sacrifica se stesso, si esaurisce, si smonta e cade, per l’opera. Non ha salvagenti di compassione per sé.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Strachov ci dice che Dostoevskij, lo scrittore de <em>I fratelli Karamazov</em>, uno dei grandi libri dell’umanità, era violento, corrotto, schifoso. Dostoevskij abusa di una ragazzina nel cesso, e se ne vanta. <strong>La crudeltà di Dostoevskij è piccola, meschina, vile: come se, sistematicamente, lo scrittore russo volesse dare agli altri la peggiore impressione di sé. </strong>Sembra, proprio, una appropriata disciplina mistica – una discesa nelle tenebre. Voglio che gli uomini mi vengano a odiare, voglio perdere ogni rispetto.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Come Strachov, che, schifato da Dostoevskij, dovendo scriverne la biografia, cela i vizi dell’amico per garantirgli una fama di ‘santo’, anche io percorro una voluttà romantica. Dostoevskij, forse, era semplicemente uno stronzo. <strong>Facciamo fatica ad accettare che un essere repellente abbia scritto romanzi tanto belli come <em>L’idiota </em>o <em>I demoni. </em>Vorremmo, forse, che tutto fosse come in un film hollywoodiano</strong>, dove l’eroe vince e bacia la bella, ma non lo vedi mica al cesso a bestemmiare. Vorremmo la divina sintesi: chi è nel bene è bello e dice il vero. Ma la vita è ciò che è sbilanciato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci sono regole in letteratura: un ottimo libro può essere scritto dall’uomo più buono della terra (pare esserlo stato, ad esempio, Anton Cechov) come dal più crudele. No, dal <em>più crudele </em>probabilmente no. Chi è davvero crudele esaurisce la sua azione nel mondo pieno della sua crudeltà – non sa creare, corrompe. La parola <em>crudele </em>è sbagliata – appropriata è la parola <em>meschino. </em><strong>Un uomo meschino vede il cinismo dietro ogni gesto, vede il sopruso alla foce di ogni azione: </strong>non usa la malvagità come arma, ma costella la sua vita di piccole cattiverie per capire le reazioni dei suoi simili. Questo sguardo è già letteratura.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bastano le buone intenzioni – quelle di D. – per santificare una vita?</strong> Ovviamente no. Le buone idee e le buone intenzioni, inattuate, sono un surplus di viltà.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In fondo, i romanzi di Dostoevskij rispecchiano le nostre quotidiane meschinità: siamo come lui, deboli, fallimentari, mediocri.</strong> Se il conte Tolstoj vince la meschinità – di cui era preda pure lui, come tutti – creando personaggi bianchi, eroici nel bene come nell’inquietudine, Dostoevskij scava nei luoghi indicibili e indegni, ci morde il fegato.</p>
<p>*</p>
<p>Non penso, come dice Strachov – proponendo una soluzione seducente ma semplice – che i libri di Dostoevskij “sono un’unica autogiustificazione”, l’esito di un micidiale <em>tête-à-tête</em> con le proprie perversioni, eppure mi sorprende sempre leggere questa frase, che ricorre reiteratamente nell’opera di D., <strong>“Peccando, ogni uomo pecca contro tutti gli altri e ogni uomo è in qualche modo colpevole dei peccati altrui. </strong>Non esiste peccato individuale”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Chi siamo noi per pretendere la rettitudine? <strong>Bisogna partire dall’esplorazione maniacale delle proprie ossessioni, delle proprie bassezze per scrivere qualcosa. </strong>Bisogna partire dagli ultimi, da ciò che è ultimativo, dall’ultimo grado dell’umanità, dove ci disgusta.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo, gli applausi sono deleteri: <strong>quando uno scrittore pensa di essere davvero uno scrittore e la sua fame di fama è soddisfatta, allora non penetra la vita, sale sul palco </strong>a fare la recita e la paternale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A volte penso a Dostoevskij con la faccia di un cane:</strong> scartoccia il corpo di un uomo, indossa il suo costato, si scuote dentro il cadavere con moti violenti, grotteschi, come un pesce. A volte Dostoevskij abbaia davanti alla porta delle nostre case, spacca la finestra della cucina e divora tutto, spacca gli scaffali, morde ogni spiraglio di vita, ci costringe alla fuga. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-62298 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/sestov-191x300.jpg" alt="sestov" width="137" height="215" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/sestov-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/sestov.jpg 600w" sizes="(max-width: 137px) 100vw, 137px" />Esiste in letteratura l’abitudine saldamente ancorata di mostrare ai lettori soltanto la facciata dell’esistenza dei grandi uomini. Le basse verità non ci sono di alcuna utilità: che cosa ce ne faremmo? Siamo convinti che le verità ci siano necessarie non in se stesse, ma in quanto possano essere utili a una qualche ‘azione’. Era questo il punto di vista di Nikolaj Strachov quando scriveva la biografia di Dostoevskij, come confessa lui stesso in una lettera a Lev Tolstoj pubblicata nel 1913: “Mentre scrivevo”, racconta, “dovevo lottare di continuo contro un sentimento di disgusto che si levava dentro di me, e cercavo di soffocare i miei cattivi pensieri. Aiutatemi a liberarmene.<strong> Io non posso considerare Dostoevskij né buono né felice. Era cattivo, invidioso, vizioso. Per tutta la vita fu preda di passioni che lo avrebbero reso ridicolo e spregevole, se non fosse stato nello stesso tempo così intelligente e così perfido. </strong>Mi sono ricordato vivamente di questo suo modo di essere in occasione della stesura della sua biografia. In Svizzera, davanti a me, trattava così male il suo domestico che questi se ne offese e gli disse: ‘Ma sono un uomo anch’io!’. Ricordo come mi colpì questa frase, che rispecchiava le idee della libera Svizzera sui diritti dell’uomo, ed era diretta a colui che aveva sempre fatto professione di umanità. Scene del genere si ripetevano continuamente, non poteva frenare la sua cattiveria. Molte volte io rispondevo col silenzio ai suoi affronti, fatti proprio alla maniera delle donne, d’improvviso e indirettamente, ma due o tre volte mi capitò di rispondergli per le rime. <strong>Naturalmente, sulla gente comune la vinceva sempre lui e il peggio è che ne provava piacere e che non si pentiva mai sino in fondo delle sue perfidie. Ne era attirato e se ne vantava. Viskovatov (professore all’università di Jur’ev) mi raccontò che si vantava di essersi… approfittato di una ragazzina, nel bagno</strong>, dove gli era stata portata dalla governante. Fra i suoi personaggi quelli che gli assomigliano di più sono l’eroe delle <em>Memorie del sottosuolo</em>, Svidrigajlov e Stavrogin. Katkov si rifiutò di pubblicare una delle scene di Stavrogin (lo stupro, ecc.), ma Dostoevskij la lesse, qui, a molta gente. E, nonostante una natura simile, era incline a un sentimentalismo dolciastro, a sogni umanitari elevati, e sono appunto queste fantasticherie la sua mura letteraria, queste sue tendenze a rendercelo caro. Insomma, <strong>tutti i suoi romanzi sono un’unica autogiustificazione, dimostrano che nell’uomo le perfidie più orrende possono benissimo coesistere con la nobiltà dei sentimenti.</strong> Ecco un piccolo commento alla mia biografia: avrei dovuto descrivere anche questo lato del carattere di Dostoevskij – mi ricordo di casi numerosi, ancora più tipici di quelli che ho citato – e il mio racconto sarebbe stato più veridico. Ma perisca pure questa verità, continuiamo a mostrare il lato buono dell’esistenza, come facciamo sempre e in ogni occasione…”.</p>
<p><em>Lev Sestov</em></p>
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		<title>“Possibile che la tua mente oscilli tra Rocco Siffredi e un misconosciuto poeta suburbano?”. Se la tua ex ha problemi con il suo ragazzo, offrile un aiuto… ecco come</title>
		<link>https://www.pangea.news/possibile-che-la-tua-mente-oscilli-tra-rocco-siffredi-e-un-misconosciuto-poeta-suburbano-se-la-tua-ex-ha-problemi-con-il-suo-ragazzo-offrile-un-aiuto-ecco-come/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Jul 2018 05:50:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Mi hai chiamato e io già ti stavo chiedendo di vederci. “Senti, ma non riesci a mettere la questione sesso da parte per un momento?”, hai ribattuto con quel tuo solito tono stizzito. “Bambina, io potrei mettere da parte il sesso, o meglio rimetterlo dove era nascosto prima che tu mi chiamassi e lui subito [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/possibile-che-la-tua-mente-oscilli-tra-rocco-siffredi-e-un-misconosciuto-poeta-suburbano-se-la-tua-ex-ha-problemi-con-il-suo-ragazzo-offrile-un-aiuto-ecco-come/">“Possibile che la tua mente oscilli tra Rocco Siffredi e un misconosciuto poeta suburbano?”. Se la tua ex ha problemi con il suo ragazzo, offrile un aiuto… ecco come</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Mi hai chiamato e io già ti stavo chiedendo di vederci. <strong>“Senti, ma non riesci a mettere la questione sesso da parte per un momento?”</strong>, hai ribattuto con quel tuo solito tono stizzito. “Bambina, io potrei mettere da parte il sesso, o meglio rimetterlo dove era nascosto prima che tu mi chiamassi e lui subito scattasse sull’attenti, però sappi che poi saranno cazzi tuoi”. “Oh cielo, che ossessione questo uccello!”. “Dicevo semplicemente che, <strong>in alternativa, potrei parlarti di uno dei testi di poesia che sto recensendo al momento, ma non te lo consiglio</strong>”. <strong>“Possibile che la mente di un uomo oscilli tutto il tempo tra Rocco Siffredi e qualche dannato poeta della periferia suburbana?”</strong>. “Credimi, meglio che sia il poeta a provenire dalla periferia perché, se dovessi andarci io, potrei trovare la scusa per appartarmi con una peripatetica”. Hai riso e poi dolcemente mi hai detto: <strong>“Sei un colossale cazzone”. “Finalmente riconosci i miei meriti artistici”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per farla breve, ci siamo visti la sera stessa, ma “solo per bere qualcosa” come volevi tu. Tanto per cambiare eri depressa, o qualcosa del genere. <strong>Sei sempre depressa, ansiosa, maniacale, psicotica, mestruata, con la gastrite e via di seguito.</strong> Occasionalmente, un <em>prurito </em>particolare ti assale e, con un po’ di fortuna, io mi trovo nelle vicinanze.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Con il mio ragazzo siamo in crisi”</strong>, mi hai detto bevendo una Coca Zero. Io ero talmente preoccupato da essere alla seconda birra da 66cl – purtroppo è sempre così: o scopo o sbevazzo come un’idrovora, sovente entrambe le cose. “E perché siete in crisi?”. “Beh…”. <strong>“Aspetta, scommetto che non ti scopa più”. </strong>“E tu come fai a saperlo?”. <strong>“Non ho mai visto coppie con una buona vita sessuale andare in crisi per una divergenza di opinioni sull’interpretazione de <em>I fratelli Karamazov</em>, o per una differenza di vedute sulle <em>Valchirie </em>di Wagner”.</strong> “Sei riduttivo!”. “L’importante è che la mia logica da miserabile mi aiuti a capirci qualcosa”. <strong>“Ma cosa ne capirai tu dell’amore”. “C’è gente che ci ha scritto cinque libri di poesia e mi pare che ne abbia capito ancora meno, credimi”</strong>. “Comunque, stiamo facendo <strong>terapia di coppia</strong>”. “Fantastico. Pagate uno per dirvi che dovreste ascoltarvi l’un l’altro e che c’è un normalissimo calo del desiderio, come capita più o meno al novantanove percento delle coppie su questo pianeta. Utilissimo… !”. “Tu non puoi capire”. “Come no! <strong>Era come quando trombavi con me e stavi con l’altro</strong>: anche lì c’era qualcosa che non andava, stando a quanto dicevi. <strong>Sai, è come per morire, ci vuole sempre una scusa</strong>: le sigarette, l’alcol, gli editoriali di Scalfari su <em>La Repubblica</em>. Così è per farsi una scopata. <strong>Gli psicologi ci campano</strong>, e alcuni anche bene, <strong>sul fatto che uno non riesca ad ammettere a sé stesso certe cose</strong>”. “Hai un modo di fare da populista”. “E questa dove l’hai letta, su <em>L’Espresso</em>?! Ci credo che quello non riesce più a montarti”. “Sei brutale”. “Per me avete <strong>un unico modo per riprendere a funzionare</strong>”. “Sentiamo”. “Dovresti <strong>scopare me</strong>”. “Ci risiamo!”. “Dammi retta, il maschio è così. Per dirla con Oscar Wilde, che proprio maschio non era, ma fa lo stesso: <strong>butteremmo via tante cose, se non sapessimo che qualcuno potrebbe raccoglierle</strong>”. “Non mi incanti con le quattro citazioni che hai imparato a memoria, per stupire qualche studentessa di Lettere”. “Tranquilla, di solito erano troppo ignoranti per farsi stupire. <strong>Solo una persona colta può essere ingannata</strong>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ti ho riaccompagnata a casa, dopo il nostro <em>incontro</em>. Lui era alla finestra che ti aspettava. L’ho salutato. “Adesso, mi sento in colpa”, mi hai detto. “Non farci caso, è una cosa normale, capita a tutte, ma poi passa. <strong>Piuttosto, ma cosa gli hai detto?”. “Che sei un amico”. “Un vero furbacchione il tuo ragazzo. Ma, per caso, vota PD?”</strong>. “E tu come fai a saperlo?”. <strong>“È una peculiarità dei cornuti. Per caso, ti ha mai espresso il desiderio di vederti trombare con altri?”.</strong> “E tu come fai a saperlo?”. <strong>“È una caratteristica degli elettori del PD essere dei pervertiti”.</strong> “Sei una merda, te l’hanno mai detto?”. “C’ero arrivato da solo, ma in molti me l’hanno confermato”…</p>
<p style="text-align: justify;">Neanche a dirlo, mi ha richiamato il giorno dopo. “Non dirmelo”, ti ho anticipata io, “ieri ti ha trombata?”. “E tu come…?”. <strong>“Ne so una più di Freud, ragazza”. </strong>“Volevo dirti che ci ho pensato e forse dovremmo vederci ogni tanto…”. “Cosa ti dicevo, eh? Sono un specie di Mr. Wolf di <em>Pulp Fiction</em>: risolvo problemi”. <strong>“E se ti dicessi che ho fatto più di un pensiero su di te?”. “Non ci pensare, bambina, io non sono un elettore del PD”.</strong> “Non ho capito… Brutto figlio di puttana!”.</p>
<p><em>Matteo Fais</em></p>
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		<title>Maturità 2018: la traccia su Bassani è il segno dell’immaturità letteraria (e della piaggeria politica) di questo Paese. Modesta proposta per cambiare il sistema scolastico italiano</title>
		<link>https://www.pangea.news/maturita-2018-la-traccia-su-bassani-e-il-segno-dellimmaturita-letteraria-e-della-piaggeria-politica-di-questo-paese-modesta-proposta-per-cambiare-il-sistema-scolastico-italiano/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jun 2018 10:32:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Albert Camus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di cosa parli con un ragazzo di 19 anni? Della vita e della morte, sulla vertigine della giovinezza, che di per sé è diamante. Magari. I diciannovenni, oggi, tendenzialmente, tendenziosamente, non hanno idea di cosa fare nella vita e non considerano la morte una possibilità concreta – a meno di non essere stati benedetti da [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/maturita-2018-la-traccia-su-bassani-e-il-segno-dellimmaturita-letteraria-e-della-piaggeria-politica-di-questo-paese-modesta-proposta-per-cambiare-il-sistema-scolastico-italiano/">Maturità 2018: la traccia su Bassani è il segno dell’immaturità letteraria (e della piaggeria politica) di questo Paese. Modesta proposta per cambiare il sistema scolastico italiano</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di cosa parli con un ragazzo di 19 anni? Della vita e della morte, sulla vertigine della giovinezza, che di per sé è diamante. Magari. <strong>I diciannovenni, oggi, tendenzialmente, tendenziosamente, non hanno idea di cosa fare nella vita e non considerano la morte una possibilità concreta</strong> – a meno di non essere stati benedetti da una tragedia. A volte, non basta neanche quello (ho visto ragazzi strapparsi i capelli e le palpebre per la morte tragica di un amico e del nonno, e poi bellamente scordarsene pochi giorni dopo: <strong>non è colpa loro, siamo in una civiltà che al sole dei consumi annienta l’idea stessa del morire, e comunque la morte farà il suo corso, maestra, anni più tardi</strong>). Tendenzialmente, con un ragazzo italiano di 19 anni parli del nulla. Cosa facciamo, ci vediamo, dove andiamo, si vedrà, faremo, diremo, lettera&amp;testamento… Poi, certo, generare opinioni generiche è orrendo. Tant’è. Genericamente i maturandi di oggi non hanno letto <em>Moby Dick</em>, non sanno chi è Francis Ford Coppola, hanno qualche vaga reminiscenza di Pier Paolo Pasolini, non sanno a cosa corrisponda il nome Albert Camus. Non blatero a caso. <strong>Faccio esperimento con ragazzi ventenni, da anni. E, sia chiaro, della ‘cultura’ m’importa niente. M’interessa, appunto, la vita e la morte. Bene. Fino a qualche anno fa c’erano cose, per così dire, date per scontate.</strong> Era scontato – anche se non era detto che l’avessi letto con il microscopio – che conoscessi Pasolini, Camus, Coppola. Ora no. L’azzeramento è totale. <strong>Conosci <em>Il mito di Sisifo</em>? No, però ho letto Sofia Viscardi, mi fa una. Ecco, siamo messi così.</strong> D’altronde, se parli con i genitori di questi maturandi – che non hanno più la scusa dell’aurea giovinezza, neanche quella – è ancora peggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Da qui si parte, da questo nuovo mondo della cultura. Nella mia osservazione – molto banale – non c’è trama di giudizio: le cose stanno così. Stop. Che fare? Bisogna cambiare la scuola. Bisogna cambiare l’idea stessa di scuola. Ma questo – non credo al caso – non pare il cuore del governo Di Maio-Salvini (con il terzo incomodo, a tenere il moccolo, Conte), che si occupa di quello che si occupano tutti, lavoro, soldi, ‘flussi’ migratori (manco fossero mosche, ma perché non ‘fiumane di umani’?). Vengo al punto. <strong>Il punto è che della letteratura frega niente a questo Belpaese di Dante. Pigliate il tema di Maturità, che è un regalino del vecchio Governo, postumo. L’idea che lo Stato ha della letteratura si rispecchia nella scelta del brano per l’analisi del testo, la traccia eminentemente letteraria.</strong> <em>Il giardino dei Finzi-Contini </em>di Giorgio Bassani. Scelto non certo perché Bassani è un grande scrittore, ma perché è funzionale alla ricorrenza della promulgazione delle leggi razziali in Italia, era il 1938. La storia, infatti, di cinematografica bellezza – Vittorio De Sica vi ha tratto l’omonimo, un po’ annoiato, film, nel 1970 – racconta la triste vicenda di abbienti ebrei ferraresi, deportati in Germania, nei lager nazisti. L’arte di Stato, come sempre, deve raccontare qualcosa di condiviso, di condivisibile; l’arte, invece, di per sé, marca l’indifeso della differenza, urta, urtica. <strong>Povero Giorgio Bassani, piegato dai voleri ministeriali, piagato da una idea perbenista di arte, spiattellato in faccia ai maturandi. I quali, ruggiranno sbadigli. </strong>Perché, se stava tanto a cuore Bassani, non è stato scelto un brano da <em>Gli occhiali d’oro</em>, romanzo più contorto, dove si scontrano differenti diversità (il narratore, ebreo, e il dottor Fadigati, colto, ma emarginato e vilipeso perché omosessuale)? Perché la letteratura importa finché è appiattita sulla ‘ragion di Stato’.</p>
<p style="text-align: justify;">Si rischia, così, l’allucinante. I maturandi conoscono Giorgio Bassani, ma ignorano, chessò, Lev Tolstoj, Fëdor Dostoevskij, Albert Camus. Ai maturandi fanno sorbire i romanzi di Calvino, e nessuno che parli loro di Joseph Conrad; fanno i gargarismi con Quasimodo, senza avvicinarsi a William B. Yeats, a Dylan Thomas, a W. H. Auden, cioè ad autori che possono davvero, nel tuffo carpiato di un verso, cambiare la vita. <strong>Insomma… non puoi dare da leggere a un diciottenne <em>Il nome della Rosa </em>– ma di solito siamo al livello di <em>Harry Potter</em> – senza sincerarti se abbia letto <em>I fratelli Karamazov</em>, pure in una riduzione intelligente compiuta dal prof. </strong>Se i ragazzi coltivano ora una idea pietosamente utilitaristica – avvertendone, per altro, la palese inutilità – della letteratura, figuriamoci dopo, quando saranno come i loro genitori, carrieristi dal sorriso smodato e dalla casa smodatamente grossa.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando alla riforma della scuola. Eccola, in pochi punti funzionali. <strong>A scuola bisogna tornare a insegnare come si deve – cioè, con un numero congruo di ore – la musica e l’arte</strong>, che sono il cuore della nostra identità. Poi bisogna fare un po’ di artigianato – anche nei licei. Cioè: imparare come si sbozza un tozzo di legno, come si fa una sedia, un tavolo, come si cucina il pane. <strong>Garantire al ragazzo la sopravvivenza mentale e reale, ecco. Stando a scuola anche il pomeriggio, ovvio.</strong> E costruire un programma letterario degno. Alcuni autori sono impensabili a quell’età. Alcuni esempi a casaccio. Sostituire Manzoni con Dostoevskij. Poi. Dopo Dante, Petrarca, Boccaccio, saltare a piè pari nel contemporaneo – ci sarà tempo, cioè testa, per recuperare Ariosto e Tasso – leggendo Conrad, Joyce, Virginia Woolf, Philip Roth, Cormac McCarthy. <strong>Portare scrittori e poeti vivi, viventi nelle scuole. A testimoniare che una vita votata alla gratuità dell’opera e alla candida bellezza della forma è possibile.</strong> Ma, si sa, gli scrittori viventi, se veri, fanno paura. Nella tomba, invece, fanno comodo. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/maturita-2018-la-traccia-su-bassani-e-il-segno-dellimmaturita-letteraria-e-della-piaggeria-politica-di-questo-paese-modesta-proposta-per-cambiare-il-sistema-scolastico-italiano/">Maturità 2018: la traccia su Bassani è il segno dell’immaturità letteraria (e della piaggeria politica) di questo Paese. Modesta proposta per cambiare il sistema scolastico italiano</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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