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	<title>follia Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Con un cuore bruciato”. Marcia funebre per Adolf Wölfli</title>
		<link>https://www.pangea.news/adolf-wolfli-paolo-miorandi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Oct 2025 04:20:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Adolf Wölfli]]></category>
		<category><![CDATA[follia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Miorandi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Adolf Wölfli viene interrogato dal dottor Schärer, il medico del carcere dove è stato condotto in seguito al suo terzo tentativo di violenza sessuale. Ne ha fatto le spese una bambina di circa tre anni che di cognome fa Dilger. Secondo il rapporto del gendarme Zimmermann, al momento dell’arresto Wölfli si dichiara colpevole, confessa di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Adolf Wölfli viene interrogato dal dottor Schärer, il medico del carcere dove è stato condotto in seguito al suo terzo tentativo di violenza sessuale. Ne ha fatto le spese una bambina di circa tre anni che di cognome fa Dilger. Secondo il rapporto del gendarme Zimmermann, al momento dell’arresto Wölfli si dichiara colpevole, confessa di aver avuto l’intenzione di commettere atti osceni e di essere stato interrotto dall’arrivo della madre.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>No dottore, non avevo ancora bevuto. Andavo verso il Dählh</strong><strong>ölzli per riposarmi, era un bel pomeriggio. Il fatto è che sono molto debole sia fisicamente che mentalmente. L’ho veduta sulla Schauplatzgasse, davanti all’ingresso di un palazzo, ero confuso. Sono stati loro che mi hanno messo in testa l’idea che avrei potuto farle qualcosa. Sono anni che non mi lasciano in pace, mi perseguitano in tutti i modi, gridano cose che non voglio sentire, hanno anche infettato il mio sangue con morbi venerei della peggior specie. Avevo una fidanzata, si chiamava Marie Egger, ma l</strong><strong>’ho lasciata dopo che mi ha attaccato la malattia. Ha fatto marcire il mio sangue, ha rovinato per sempre la mia virilità.</strong></p>
</blockquote>



<p>«Le assise del Mittelland»,<em>&nbsp;</em>il quadro che&nbsp;Wölfli dipingerà al Waldau una decina di anni più tardi, può essere considerato il racconto trasfigurato della vicenda giudiziaria che ne ha determinato l’arresto e il successivo internamento in manicomio. In alto, sulla destra, probabilmente nel punto dove ha iniziato a disegnare, è raffigurata una giovane donna che solleva l’abitino fantasia che indossa esibendo i genitali. È con invitante malizia che sembra offrire allo sguardo dell’osservatore la sua vulva, appesa come un oscuro frutto al fusto candido delle gambe. La ragazza indossa stivaletti con il tacco e la sua testa di luna piena è circondata da un turbante di aureole.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Glielo assicuro dottore, non avevo cattive intenzioni, ho pensato che mi sarebbe piaciuto passeggiare con lei come due innamorati, offrirle un gelato, portarla alle giostre. Slacciale i pantaloncini, mi dicevano invece loro nell’orecchio, mettile una mano lì sotto, che uomo sei? Non vedi come ti ha guardato? È per questo, per i pensieri che mi mettono in testa, che ho dovuto premere il membro tra le cosce e soddisfare la mia voluttà.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nell’angolo opposto del foglio&nbsp;Wölfli rappresenta se stesso sotto forma di una specie di diavoletto nero con occhi sbarrati, dentini aguzzi, grandi corna ritorte e un piccolo pene eretto. L’impressione è quella di un mostriciattolo generato dalla fantasia di un bambino, una specie di&nbsp;<em>teddy bear</em>&nbsp;che la luna piena ha trasformato in una bestia tanto famelica quanto inoffensiva.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Sono loro che mi fanno fare questi brutti pensieri. Mi vengono dietro giorno e notte e non la smettono di parlarmi entrandomi nella testa. Che uomo sei, mi dicono, non vedi che tutti ridono di te. Sono molto debole dottore, è il vizio a causare la mia debolezza. Ogni volta provo a resistere, ma poi li sento sghignazzare. Loro vedono i miei pensieri. La bambina non l’ho toccata. Non do fastidio a nessuno io. Sì, in passato, ma è da tanto che rigo dritto. Q</strong><strong>uando&nbsp;è arrivata la madre sono scappato e mi sono nascosto dentro un portone. In amore ho avuto solo delusioni, non mi fido più delle promesse delle donne. Mi hanno solo preso in giro.</strong></p>
</blockquote>



<p>Sì è vero, ho il vizio del bere, ma non mi ero ancora fermato all’osteria, ripete al dottor Schärer prima di essere congedato e riportato in cella. Quella stessa sera il medico andrà a cena da Frau Weber, una ricca signora che da poco si è trasferita nella capitale e che, a quanto sembra, ama sentirsi raccontare di certe stranezze che albergano nell’animo umano.&nbsp;Adolf Wölfli verrà invece trasferito dal carcere alla clinica psichiatrica Waldau dove rimarrà per il resto della vita. È il 3 giugno 1895, da qualche mese&nbsp;Wölfli ha compiuto trentun anni.</p>



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<p>*</p>



<p>Al momento dell’ingresso in manicomio viene assegnata a Wölfli la sigla 4224 D 3. Ragioni di pubblica decenza prevedono infatti che il nome dei pazienti venga sostituito da uno pseudonimo o più semplicemente da un numero. Sulla prima pagina della cartella clinica, alla voce&nbsp;<em>domicilio</em>, si può leggere: Carcere giudiziario, Bühlstrasse&nbsp;27, Berna; a quella<em>&nbsp;indirizzo dei familiari:&nbsp;</em>Ufficio del Giudice Istruttore II, Berna. La diagnosi definitiva, stilata dopo qualche settimana, è di&nbsp;<em>dementia paranoides</em>, al giorno d’oggi si direbbe schizofrenia.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Mi spiano, mi osservano, i loro occhi mi seguono dappertutto. Appoggiano strumenti infernali alle pareti della camera per ascoltare i miei pensieri. Intossicano il mio corpo con i vapori malefici che fanno passare dalle fessure della porta. Tutta la notte li sento parlare, guardatelo il pover’uomo, si dicono, di niente è capace, mi indicano col dito e ridono, nessuna donna si alzerebbe la gonna per lui – scrollano la testa e ridono – guardatelo, può solo strizzarsi l’affarino che ha tra le gambe.</strong></p>
</blockquote>



<p>Al Waldau Wölfli trascorre la maggior parte del tempo in regime di isolamento a causa del suo comportamento violento e aggressivo. Ha crisi di rabbia esplosive nel corso delle quali se la prende con le cose – distrugge tavoli, sedie, porte – e con gli altri pazienti che, dice, fanno rumore e parlano male di lui alle sue spalle. Ne hanno già fatto le spese il paziente Amsler e il paziente Wernli che sono stati scaraventati a terra e presi a calci. Ha colpito pesantemente anche il paziente Weibel pur essendo quest’ultimo paralitico. In conseguenza della caduta provocata da un suo violento attacco il paziente Bill è caduto fratturandosi il collo del femore. Recentemente al paziente Zang ha staccato con un morso un lembo del labbro superiore. È molto nervoso, pallido in volto, suda copiosamente, sente voci a contenuto sessuale, annota il medico in cartella, ma non manifesta l’intenzione di fuggire come ci si potrebbe aspettare da lui. In un’ultima crisi di rabbia Wölfli ha fatto a pezzi la seggetta presente nella cella e con la gamba che ha staccato dalla sedia ha sfondato la porta e distrutto tutte le formelle di una grande finestra del&nbsp;corridoio. Dopo tali intemperanze non gli viene concesso il permesso di lasciare la cella. Il paziente&nbsp;<em>inganna il tempo disegnando</em>, scrive il medico prima di rimettere la cartella di&nbsp;Wölfli nello schedario.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="972" height="668" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/Waldau-Wolfli.jpg" alt="" class="wp-image-105195" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/Waldau-Wolfli.jpg 972w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/Waldau-Wolfli-300x206.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/Waldau-Wolfli-768x528.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/Waldau-Wolfli-600x412.jpg 600w" sizes="(max-width: 972px) 100vw, 972px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Tutto sembra cominciare grazie ad un intervento magico, un mondo compiuto e perfettamente definito emerge d’un tratto dal nulla senza che prima ci fossero state avvisaglie della sua comparsa sotto forma di abbozzi, prove, tentativi non portati a termine. Pare davvero una creazione divina, l’estrazione di un universo di grande complessità e bellezza dalla mente di un uomo brutale, miserabile, grossolano, insomma una specie di idiota sgraziato e fallimentare anche nei suoi tentativi criminali.</p>



<p>Nella sua foto più celebre&nbsp;Adolf Wölfli è ritratto in piedi mentre con il braccio alzato e l’indice proteso indica una sua opera appesa al muro.&nbsp;<strong>Ha il corpo tozzo, segnato da una certa pinguedine, i pantaloni arrotolati fino al ginocchio e tirati su dalle bretelle ben oltre la vita, i baffi cespugliosi, un basco nero in testa. Quanti l</strong><strong>’hanno conosciuto lo descrivono come astioso, violento, tendente all</strong><strong>’enfasi e all</strong><strong>’autoesaltazione.</strong>&nbsp;È difficile che susciti simpatia o compassione.&nbsp;</p>



<p><em>Inganna il tempo disegnando</em>, l’osservazione del tutto banale che il medico annota coglie, seppur involontariamente, un aspetto centrale di ciò che fa&nbsp;Wölfli nella sua cella del Waldau. I suoi scritti, i suoi celebri disegni spiraliformi, l’ossessiva ripetizione di pochi gesti sembrano essere davvero modi per immobilizzare il tempo ingannandolo. Il tempo viene fatto ruotare su se stesso come una trottola e ruotando viene tenuto fermo in un punto del suo corso. La trottola per rimanere in piedi deve però continuare a girare. Se il suo movimento si ferma la trottola crolla a terra assieme a tutto il resto. Un’ininterrotta&nbsp;<em>poiesis&nbsp;</em>è ciò a cui Wölfli è condannato, altrimenti c’è l’abisso, l’angoscia incontrollabile delle voci che additano, insultano, rendono la vita impossibile.&nbsp;</p>



<p><strong>Wölfli chiamerà le sue prime opere&nbsp;<em>Composizioni musicali</em>. Si tratta di disegni a matita, in bianco e nero, su carta da giornale</strong>, in cui fanno la loro comparsa anche i righi con i quali decorerà fino alla fine le immagini come festoni appesi sopra una piazza affollata. I pentagrammi sono sostituiti da esagrammi, ma l’impressione è comunque quella di essere di fronte ad uno spartito variopinto, un antifonario riccamente miniato. Non a caso sono firmati da&nbsp;<em>Adolf&nbsp;</em><em>W</em><em>ölfli, compositore di Schangnau</em>.</p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Sono nato il 29 febbraio 1864 a Nütchern vicino a Bowyl.&nbsp;</strong><strong>Mio padre&nbsp;girava la regione lavorando come scalpellino. Se sobrio e di luna buona era capace di finire il lavoro che gli veniva affidato, ma appena intascata la paga, invece di tornare a casa dai suoi infelici bambini e dalla loro madre, se la beveva in qualche bettola tra gentaglia come lui. Era considerato un poco di buono, entrava e usciva di prigione.</strong></p>
</blockquote>



<p>I medici del Waldau erano soliti chiedere ai nuovi internati, o almeno a quelli in grado di farlo, di redigere una loro memoria autobiografica. Wölfli, che si trova nella condizione di detenuto in attesa di giudizio, la scrive anche al fine di giustificare il suo comportamento alla luce della tormentata e miserabile condizione che fin dalla nascita ha patito. Con ogni probabilità si tratta del primo scritto che&nbsp;Wölfli porta a compimento.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Sono il più giovane di sette fratelli, due dei quali sono morti da piccoli. Non ho sorelle. Mia madre, che per quanto ne so era una lavandaia, non riusciva a sfamarci e siamo stati tirati su grazie al sostegno della parrocchia. Quando avevo otto anni ci hanno divisi. Mi madre non godeva di buona salute e presto Nostro Signore la liberò dalle sue sofferenze. Io venni mandato a Oberei a lavorare da un falegname. Sarebbe stato un valido artigiano se non fosse stato per il bere.&nbsp;Sua moglie, che era una donna rigida e dura, faceva la sarta e spesso andata a cucire in casa di altri. Quando tornavo da scuola non c’era nessuno ad aspettarmi e in cucina non trovavo niente per mettere a tacere la fame tranne che tre o quattro patate e raramente anche una crosta di pane che bagnavo nell’acqua fredda. Il resto del cibo era tenuto sottochiave. Quando&nbsp;facevano baldoria offrivano da bere anche a me. All&#8217;inizio la grappa mi disgustava, ma alla fine non mi tiravo indietro e ne ingurgitavo in quantità. È stato così che nel giro di un anno sono diventato un giovane ubriacone.</strong></p>
</blockquote>



<p>L’autobiografia che Wölfli scrive è ricca di dettagli e umori, il tono è spesso enfatico e lascia largo spazio all’autocommiserazione, ma non manca di una certa forza narrativa soprattutto se si tiene conto che l’autore è un semianalfabeta. Wölfli racconta di sé&nbsp;per una decina di pagine, più di quante sarebbero state necessarie per esaudire la richiesta dei medici, ma che non sono niente se paragonate alla biografia allucinata e interminabile che inizierà a scrivere tredici anni più tardi, il folle viaggio di parole con cui abbandonerà la sua condizione di internato soggetto a rigide misure restrittive per inventarsi nuove vite e nuovi mondi in cui viverle.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="600" height="453" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/Adolf_Wolfli_Schahren-Hall_und_Schahrer-Skt_Adolf-Ring.jpg" alt="" class="wp-image-105196" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/Adolf_Wolfli_Schahren-Hall_und_Schahrer-Skt_Adolf-Ring.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/Adolf_Wolfli_Schahren-Hall_und_Schahrer-Skt_Adolf-Ring-300x227.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>



<p><em>*</em></p>



<p>Passano gli anni al Waldau, così come passano nel resto della Svizzera e dell’intero mondo.&nbsp;<strong>È il 1908 quando&nbsp;</strong><strong>W</strong><strong>ölfli comincia la sua seconda autobiografia dopo quella scritta su richiesta dei medici all’ingresso in manicomio.</strong>&nbsp;La camera dove è obbligato a stare è sporca e in disordine. Appoggiata a una parete c’è una soggetta che emana un forte odore di escrementi.&nbsp;Wölfli è in piedi davanti a un piccolo tavolo dove sono posati alcuni grandi fogli. Ha le maniche della camicia arrotolate e in testa il basco nero che non si leva quasi mai. Tra le dita stringe una matita quasi nuova. Gliene danno due all’inizio di ogni settimana. Osserva il filo di grafite dipanarsi nitido sul pallore della carta, passa poi il palmo della mano sul foglio come per stirarne le impercettibili pieghe e ammira quanto ha scritto compiacendosi per la sua bella calligrafia, così chiara e musicale. Più guardo il movimento della mano più mi pare la delicata danza di una giovane ballerina, si dice piegando di lato la testa per cambiare la prospettiva. Ricomincia a scrivere.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Voll Wehmuht, Reue, Schmerzen, Angst und Grahm, pieno di tristezza, rimorso, dolore, paura e nostalgia di casa, ho già trascorso quattordici interi anni della mia misera esistenza dietro alla porta chiusa di una cella e ciò a causa di un errore commesso in passato. Sono stato costretto ad abbandonare i miei parenti ed anche l’infelice persona amata per lasciarli in balia di estranei. Il mio buon sangue è stato versato, la pace divina se n’è andata e con un cuore bruciato io adesso affondo morendo sopra un cuscino che non è il mio.</strong></p>
</blockquote>



<p>Wölfli intitolerà il fantasioso racconto della sua vita&nbsp;<em>Von der Wiege bis zum Graab,&nbsp;</em>Dalla culla alla tomba.Aggiungerà poi una seconda frase, forse per rimediare a quello che probabilmente gli era sembrato un titolo troppo modesto: O, attraverso il lavoro e il sudore, il dolore e il tormento, pregando alla maledizione. Comincia il racconto in modo convenzionale, ripetendo l’incipit già utilizzato in passato, ma quasi subito la scrittura slitta, devia, rimbalza, viene catturata dalla fantasia più sfrenata, dal sogno o dal delirio. Il protagonista della storia è un bambino di nome Doufi – il diminutivo di Adolf – che con la sua famiglia lascia la Svizzera per cercare fortuna in&nbsp;America. <strong>Da qui partirà per un viaggio intorno al mondo e fuori dal mondo, tra pianeti e stelle. Sarà pieno di avventure e peripezie, di catastrofi naturali e incidenti, di scontri e lotte dai quali il piccolo Doufi ogni volta si salverà per miracolo.</strong>&nbsp;Concluderà scrivendo il testamento in cui nomina il nipote Rudolf erede delle ricchezze che ha accumulato durante il viaggio.</p>



<p>Bisogna continuare e Wölfli continuerà, continuerà fino alla fine. Riempirà duemilanovecentosettanta pagine che raccoglierà in nove volumi illustrati da settecentocinquantadue disegni.&nbsp;<strong>A questa prima opera ne seguiranno altre per un totale di circa venticinquemila pagine che andranno a formare quarantacinque grandi libri che lo stesso Wölfli provvederà a rilegare, contenenti, oltre al testo, milleseicento disegni e millecinquecento illustrazioni ottenute con la tecnica del collage.</strong>&nbsp;In aggiunta utilizzerà anche sedici quaderni. I quarantacinque ingombranti volumi che raccolgano i suoi scritti, messi l’uno sopra l’altro, avrebbero raggiunto e superato l’altezza della stanza. Per questo, quando si trattò di fotografarli, si optò per disporli su due pile, l’una alta fino quasi al soffitto, l’altra poco più alta di un tavolo.</p>



<p><strong>La data di dimissione di Wölfli dal Waldau coincide con la data della morte, il&nbsp;</strong><strong>6 novembre 1930. L’ultima nota della cartella clinica dice: il paziente è deceduto questa mattina alle ore 8 e 10 minuti.</strong>Solo alcuni giorni prima, con le lacrime agli occhi,&nbsp;Wölfli aveva detto che a causa degli intensi dolori causati dal tumore allo stomaco non ce la faceva più a disegnare. Il medico annota in cartella che il paziente non mangia, beve solo acqua e non ha più forze; scrive anche che è molto amareggiato perché ha capito che non ce la farà a terminare in tempo la&nbsp;<em>Marcia funebre,&nbsp;</em>l’opera alla quale sta lavorando da almeno un paio di anni e che gli sarebbe piaciuto portare a termine per l’imminente Natale.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Era buio fino a dove il loro sguardo poteva arrivare. Tutti gli spiriti si librarono sopra le acque e giunsero sulla terra ferma. Orfeo disse, che sia luce, e luce fu. Allora il sole inviò sulla terra i suoi raggi luminosi. Non passarono che poche ore prima che l’ultimo raggio di sole cadde sulla terra. Una parola divina accese allora la luna e una moltitudine di stelle scintillanti disegnarono un cerchio nel blu del firmamento.</strong></p>
</blockquote>



<p><em>*</em></p>



<p>A partire dal 1907 e fino al 1920 lavora al Waldau in qualità di assistente medico il dottor Walter Morgenthaler, lo stesso che firmerà l’internamento di Robert Walser. Decide di raccontare la storia di quel suo strano paziente costantemente dedito al disegno e alla scrittura, ma, essendo lo psichiatra di natura più contenuta, si limita a centotrentaquattro pagine, sufficienti però a risvegliare l’interesse per i lavori di Wölfli tra gli amatori di quel genere di bizzarrie – la cosiddetta arte dei pazzi – e a non far disperdere nell’oblio del tempo il nome dello psichiatra.</p>



<p><strong><em>Paolo Miorandi</em></strong></p>
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		<title>“Dove tu indugi, sarà tiranno”. Ritratto del folle</title>
		<link>https://www.pangea.news/ritratto-del-folle-massimo-triolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Jul 2025 03:46:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Idee]]></category>
		<category><![CDATA[folle]]></category>
		<category><![CDATA[follia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Triolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Temi il folle: egli non farà né ciò che si conviene né ciò che conviene. Temilo perché è folle. E non gli estorcerai niente, di ciò su cui far leva è ragionevole, e vigliaccamente, secondo ragione, ricattare. Sarai capace di avvicinarlo solo nello stigma e nel timore. Egli non si redime né può, né ha [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Temi il folle: egli non farà né ciò che si conviene né ciò che conviene.</p>



<p>Temilo perché è folle. E non gli estorcerai niente, di ciò su cui far leva è ragionevole, e vigliaccamente, secondo ragione, ricattare. Sarai capace di avvicinarlo solo nello stigma e nel timore.</p>



<p>Egli non si redime né può, né ha da servirgli d’esser redento: e questo lo rende un Dio, al tuo confronto.</p>



<p><strong>Dove tu indugi, sarà tiranno, farà strame e macello.</strong>&nbsp;Dove tu tiri dritto, indugerà con gusto e letizia, e gentilezze squisite che non puoi né devi conoscere – inusitate e imprevedibili.</p>



<p>Deliberatamente carezzerà il nemico, fuori d’ogni ragione utile, e trafiggerà chi gli sorride tendendogli la mano; ma potrebbe anche arrivare a torturare il suo torturatore, e il nemico far soccombere, fra sangue e guano, e senza una ragione, ancora, che tu comprenda o possa al modo suo.&nbsp;</p>



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<p><strong>Il suo genio è nudo, lo si sa, non ha strade segnate e avversa<a></a>&nbsp;l’idea stessa di direzione. Alle pesanti palpebre della stagnazione, preferisce la follia esagitata del propugnare uscite dal solco.</strong>&nbsp;Delira, lo si sa, aggiunge all’ovvio più tondo logiche dispari e grappi di stelle acuminate. Siderali distanze lo separano dall’ordinario elevato a regola, è dissipatore d’anima e ingegno. Abbiate timore della sua bestiale, innocente virtù, perché porta tempesta dove non si alzerebbe un solo vento; perché depone doni e profferte all’altare della dissidenza più sistematica. Il suo pensiero coopta spesso Ockham, ma di gioco ridonda, sempre, e sperimentante bellezza. Il suo eccedere cuce in segreto le ferite senza voce del mondo, ma è anche la benedizione del bastante.&nbsp;<strong>Egli onora luoghi e parti di sé che i più ignorano o misconoscono, e sa che il suo linguaggio è enigma insolubile presso chi esibisce una povera grammatica prona alle leggi del verosimile e ai suoi regni filistei.</strong>&nbsp;L’audacia del suo fuoco è fulgida e sbilenca, divora parole cortigiane come smesse pelli, condanna ogni autismo intellettuale e morale, prende campo in una eterna battaglia per tenere in vita parti del mondo che altrimenti morirebbero in serie senza un lamento.&nbsp;</p>



<p>Ha presumibilmente conosciuto anguste corsie, di perdita di sé e estorsione di ciò che essere non voleva, e che strozzavano vista e cuore, cucivano il giorno e la notte in un’uguale trama di protratta anestesia. Ha conosciuto la guarigione come ricatto e la libertà gabellata per necessità di guarigione. Egli è guerriero, guerriero della mente e amico della mano sinistra. Innalza la bellezza al di sopra del suo stato bruto di vento tagliente e nuda terra, e la pone nel calice di un fiore muto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="774" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Henry-Fuseli-Kriemhild-is-haunted-by-her-remorse-1024x774.jpg" alt="" class="wp-image-104324" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Henry-Fuseli-Kriemhild-is-haunted-by-her-remorse-1024x774.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Henry-Fuseli-Kriemhild-is-haunted-by-her-remorse-300x227.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Henry-Fuseli-Kriemhild-is-haunted-by-her-remorse-768x580.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Henry-Fuseli-Kriemhild-is-haunted-by-her-remorse-1536x1161.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Henry-Fuseli-Kriemhild-is-haunted-by-her-remorse-600x453.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Henry-Fuseli-Kriemhild-is-haunted-by-her-remorse.jpg 1588w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Strappa all’assenza un barlume di presenza, una traccia, qualcosa che aggira l’ovvio e descrive cerchi soavi di farfalla. Lotta contro i suoi stessi sogni, che ha visto mutare in incubi di piombo e cristallo, magma e tempesta – profondo come una galassia, temprato e destro al soffrire… Disperatamente fuori dal cerchio di luce del domato fuoco d’ogni civiltà.</p>



<p><strong>Temilo perché senza essere a modo tuo, egli è in sé, e più che te od altro. Temilo perché non fa ciò che serve, perché è un mostro e un Dio,</strong>&nbsp;in salute della sua malattia, che veleni morali non sa: tutti gli elementi in lui coesistono e sono, senza prevalere l’uno sull’altro, secondo ragione, che non sia natura alla natura sparsa, come lava nella lava.</p>



<p>Temilo perché non potrai piegarlo avvicinandolo a te, perché non potrai ricattarlo – benedizioni o maledizioni non conoscendo, che inflitte siano, o da chicchessia ammannite.</p>



<p>Egli è sempre distante oceani e stelle, egli è dove tu paventi e non comprendi: nel suo male e nel suo bene, ontico e ontologico assieme. Per questo né si salva né salvezza concepisce, e la sua colpa sempre, è originaria, i suoi fini terrifici e netti – che son l’una cosa e l’altra senza giustificazioni.</p>



<p><strong>Temilo perché lo torturasti proprio come un folle</strong>, quando violento non fu né esser voleva, e lo blandisti spremendo altra violenza, per paura della sua violenza, dalle nutrite tette della sua anima superiore.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="960" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Johann_Heinrich_Fussli_020-1024x960.jpg" alt="" class="wp-image-104325" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Johann_Heinrich_Fussli_020-1024x960.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Johann_Heinrich_Fussli_020-300x281.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Johann_Heinrich_Fussli_020-768x720.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Johann_Heinrich_Fussli_020-600x563.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/Johann_Heinrich_Fussli_020.jpg 1152w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Temilo perché inventasti tu la colpa e la cura, e mai sapesti andare oltre il delitto dell’una nell’altra.</strong>&nbsp;Temilo perché Napoleone e Hitler furono e sono colpevoli, e non folli abbastanza, e della stessa tua colpa che abbisogna d’un concetto in soccorso all’inerzia del suo macchinico sfacelo, ma mai fuori da essa, se non per “pruderia” morale dell’inconcepibile.</p>



<p>Temilo perché ottimizzare il delitto a scopi ritenuti superiori, è cosa tua e non sua.</p>



<p>Temilo, perché, al fine, la libertà non potrà essere né merce né privilegio desunto – nel bene e nel male. Temilo in entrambe, dunque.</p>



<p><strong><em>Massimo Triolo</em></strong><strong><em></em></strong></p>



<p><em>*Nell’articolo: opere di Johann Heinrich Füssli (1741-1825)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ritratto-del-folle-massimo-triolo/">“Dove tu indugi, sarà tiranno”. Ritratto del folle</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Io ero la chiave e l’oltremondo”. Sulla poesia di Giuseppe Piccoli, genio tragico</title>
		<link>https://www.pangea.news/giuseppe-piccoli-vita-poesia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Jun 2025 04:02:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[follia]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Piccoli]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Cucchi]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Crocetti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cabbala del disincanto, dell&#8217;incastro a cose senza cautela; le date – altrimenti, meri ornamenti cronologici – paiono l’azzardo del demone che si gioca l’eternità a dadi.&#160;Giuseppe Piccoli&#160;esordisce al ‘grande pubblico’ nel 1981, nel fascicolo&#160;Poesia Tre&#160;edito da Guanda. In primo piano, figurano testi di Dario Bellezza e di Giorgio Caproni, di Andrea Zanzotto e di Maurizio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Cabbala del disincanto, dell&#8217;incastro a cose senza cautela; le date – altrimenti, meri ornamenti cronologici – paiono l’azzardo del demone che si gioca l’eternità a dadi.&nbsp;<strong>Giuseppe Piccoli</strong>&nbsp;esordisce al ‘grande pubblico’ nel 1981, nel fascicolo&nbsp;<em>Poesia Tre&nbsp;</em>edito da Guanda. In primo piano, figurano testi di Dario Bellezza e di Giorgio Caproni, di Andrea Zanzotto e di Maurizio Cucchi (che tanta parte avrà nella scoperta di Piccoli). Piccoli pubblica un mannello di versi,&nbsp;<em>Di certe presenze di tensione</em>, di aurorale bellezza, antartico alla fauna della poesia italiana del momento. Era nato poeta dieci anni prima, nel 1971, con un libro,&nbsp;<em>Il padre pazzo</em>, edito da Rebellato, sotto la cappa dello pseudonimo, Francesco Maria Ebreo. Titolo di preveggente mania. Nel settembre del 1981 quel poeta di inconsueto talento, “in un attacco di schizofrenia”, colpisce con un coltello da cucina i genitori: il padre morì pochi giorni dopo. Internato nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, Piccoli transita per diversi reclusori; nell’ultimo, quello di Aversa, nel febbraio del 1987, si toglie la vita. Avrebbe compiuto trentotto anni due mesi dopo, nel più crudele dei mesi; era nato a Verona.&nbsp;</p>



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<p>Di Giuseppe Piccoli – un autentico paria della patria poetica – si sussurra di tanto in tanto, come si svela una sindone.&nbsp;<a href="https://www.pangea.news/giuseppe-piccoli-il-poeta-buono-che-fu-recluso-tra-i-matti-ricordiamo-uno-dei-migliori-poeti-della-sua-generazione-nicola-crocetti-di-cui-non-si-parla-piu/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Su questo foglio elettronico, nel 2018, ne ha scritto Silvano Tognacci</strong>;</a> di recente, me ne ha instillato la lince, ben ingemmata nel cervello, Antonio Bux. Si diceva, tra l’altro, di una genia della poesia italiana – che da Dino Campana e Lorenzo Calogero e Lucio Piccoli arriva, tra singolarità d’Everest, a Ivano Fermini, Dario Villa, Gian Giacomo Menon e, appunto, a Piccoli – che abita&nbsp;<em>l’altro</em>&nbsp;linguaggio, una lingua, chissà, preadamitica, da mangiatori d’angeli, da precursori del fuoco, intorno a cui bisognerebbe ri-ragionare di un ‘canone’ (cannonizzando l’attuale). Sono questi – i laterali, i ronin, i dispersi e i disperati, i disparati – a costituire la vena indocile, dal caglio più puro, della letteratura nostra: dovremmo ricostruirne l’albero genealogico (dico a sprazzi: i ‘notturni’ di Tasso, Galeazzo di Tarsia, il Buonarroti poeta ‘caravaggesco’, Leopardi al bulino del conciatore di stelle, Boine…).&nbsp;</p>



<p>Quasi che: intorno al sacerdozio lirico ‘ufficiale’, attorno alla conclamata ecclesia di poeti cardinalizi, dovesse sorgere, per eccesso di povertà e d’innocenza, il ‘folle’, il&nbsp;<em>fool</em>, il “pazzo” (nel dirsi dell’Assisiate), a mo’ di capro espiatorio. Per poi riscoprirlo, notoriamente, postumo, e farsene docili – ma egli viene perché voi ne respiriate l’asperità, a quella aspiriate. Grati all’ingrato – direbbe, Andrea Ponso.&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Piccoli-cover_edited-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103738" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Piccoli-cover_edited-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Piccoli-cover_edited-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Piccoli-cover_edited-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Piccoli-cover_edited-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Piccoli-cover_edited-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Piccoli-cover_edited-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Piccoli-cover_edited.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Giuseppe Piccoli (1949-1987)</figcaption></figure>



<p>Mi placo. È stato Maurizio Cucchi a insediare Giuseppe Piccoli tra i grandi&nbsp;<em>Poeti italiani del secondo Novecento</em>. Nell’antologia omonima (Mondadori, 1996; 2004) Cucchi parla di “un inconsueto dire enigmatico, tra profetico e quotidiano, che non è collegabile con altre esperienze di autori del suo tempo”, parla di&nbsp;<strong>“originalità e forza di una fisionomia poetica tra le più notevoli della sua generazione”</strong>; accenna a qualche nobile lettura – Rebora e Campana, soprattutto – pur restando, Piccoli, “per strade del tutto autonome”. Piccoli viene inserito in una sezione fittizia, “Tendenze di fine secolo”, che lo accomuna, per puro dato anagrafico, immagino, a Viviane Lamarque e a Roberto Mussapi, a Franco Buffoni e a Gianni D’Elia, tra gli altri. Una silloge di Piccoli,&nbsp;<em>Foglie</em>, fu accolta nell’<em>Almanacco dello Specchio</em>&nbsp;edito da Mondadori nel 1983: insieme a lui, testi di Kavafis e di Marguerite Yourcenar, di Ferruccio Benzoni e di Ted Hughes, di Roberto Mussapi e di Mario Luzi.&nbsp;</p>



<p>Il primo libro incompiutamente compiuto di Piccoli uscì postumo, per Bertani, nel 1987,&nbsp;<em>Chiusa poesia della chiusa porta</em>. A curarlo, Arnaldo Ederle, fraterno di Piccoli. Proprio Ederle dedica a Piccoli due servizi su “Poesia”, la rivista di Nicola Crocetti: prima nel febbraio del 1997 (<em>Giuseppe Piccoli. Del corpo e dell’anima</em>, n. 103), poi nel febbraio del 2007 (<em>Giuseppe Piccoli. Tre presenze</em>, n. 213), in cui ricostruisce la vita lirica, l’ispirazione inafferrabile del poeta, assemblando “altre tessere del mosaico drammatico di Giuseppe Piccoli che ribadiscono lo spessore della sua presenza nel quadro non solo poetico, ma anche sociale e umano dei nostri giorni, evidenziando, nelle zone più dolenti dello spirito, le profonde inesauribili risorse della sensibilità artistica che riscattano, nel segno della poesia, il significato di un’intera esistenza”. Nel 2012, per Lietocolle, Maria Piccoli ha curato&nbsp;<em>Fratello poeta</em>: il libro risulta “non disponibile”, da allora non c’è traccia di pubblicazioni. Efficace il sunto che ne fa Nicola Crocetti:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’emarginazione dovuta alla sua vicenda personale si ripercuote sulla sua poesia, e rende difficile il suo riconoscimento artistico. Perché Giuseppe Piccoli è un ottimo poeta, uno dei migliori della sua generazione. E nonostante l’interessamento di rari amici (Arnaldo Ederle, Maurizio Cucchi), la sua ricca produzione di versi (dieci volumi; il primo,&nbsp;<em>Il padre pazzo</em>, del ’71) è ancora pochissimo nota”.</strong></p>
<cite><strong>(<em>Prima disperazione. Piccoli, gli ardori del «ladro di fuoco»</em>, in “il Giornale”, 6 luglio 2014).</strong></cite></blockquote>



<p>Il nocciolo di versi qui trascritti testimonia un irredimibile candore, il purissimo ‘nuovo mondo’ nella mente del poeta: non è il tragico a confonderci, ma il confinamento in una perenne primavera. Un alleluia da oltremondani, da oltraggiati, che nelle minime cose del creato assiste a una rivelazione con gli uncini, alla casa infuocata che chiami, per analogia, sole. Così al dolore è consegnato un supremo detto dono. Sono poesie cristalline, queste, che si sbriciolano appena pronunciate – una pronuncia con le rondini negli occhi, e i roseti –, conseguenti al mistero, da tenere a lungo sul palato, nel loro avvelenato zucchero. S’intravede una cristianità senza paramenti, qui, senza più tempio, sguainata, di avvenuto regno – un oro non disgiunto dal sangue.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="650" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/s-l1600-650x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103739" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/s-l1600-650x1024.jpg 650w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/s-l1600-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/s-l1600-600x945.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/s-l1600.jpg 686w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></figure>



<p><a href="https://www.luigiasorrentino.it/2012/12/10/giuseppe-piccoli-fratello-poeta/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">In una memoria,</a> Cucchi parla del “giovane timido e gentile” e di “diversi faldoni colorati, una grande quantità di suoi versi. La quantità mi aveva un po’ sorpreso e un po’, inizialmente, anche scoraggiato…”. L’appunto, straniante, non è estraneo alla pratica di questi poeti da primo uomo e da fine dell’umanità, poeti senza tempo, di pleistocenico genio: la scrittura ‘continua’, la pratica assidua che sconfina nell’incanto dell’ossesso. Tutto va cantato, continuamente – nulla a che fare con le ‘occasioni’, ma con l’amore che la sentinella porta all’aurora e alla notte bicorne, con la veglia perpetua. Quando s’interrompe il canto, finisce il mondo.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>***</p>



<p>Baci. Ma nell’aria c’è una<br>malattia dell’Essere: la chiami<br>noia per ripetermi e quindi<br>evadere ogni possibilità di offesa.<br>La chiamo «mondo» e, rinnovandomi,<br>c’è questa splendida facoltà di intesa.</p>



<p>*</p>



<p>Sinché resista questa scorza<br>d’uomo, sin che la polpa<br>non s’asciughi, apri<br>la finestra sul mondo:<br>perché di te sia inconsumabile<br>il vero vento e la reale rosa<br>bianca, dell’uno e dell’altro<br>bimbo, di quelli che reggono<br>il velo di Ecce Homo.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Perché la grazia sia verde,<br>e sia verde il contagio, avvicinati:<br>io spalmo di olio le tue mani.<br>E per andare lontano, più lungi,<br>sarò amante del dolore cristiano.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="658" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/61OrapAcRL._SL1000_.jpg" alt="" class="wp-image-103740" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/61OrapAcRL._SL1000_.jpg 658w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/61OrapAcRL._SL1000_-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/61OrapAcRL._SL1000_-600x912.jpg 600w" sizes="(max-width: 658px) 100vw, 658px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Chi sono? Una sillaba acquisita<br>nel cerchio provvidenziale,<br>la sicurtà che non è più straniera<br>nel prezzo quotidiano del dubbio<br>che io mi trovi in condizione immortale.<br>Ma il “tu” che non scappa dalla solitudine,<br>il testo reale e non imbrogliato,<br>la caduta sul suolo amato<br>sono l’ortica, che mi punge<br>come fa una mamma.</p>



<p>*</p>



<p>Separàti da un muro, l’idiota<br>e l’angelo scrivono lo stesso poema,<br>per venticinque anni, con grazia<br>di arguzie e senno squisitamente<br>demoniaco. E la stessa farfalla<br>entra ed esce, per ricapitolare<br>la storia dei suoi voli: ma quelle<br>folte rase sopracciglia dell’idiota…<br>e quel verso di ufo<br>che gli angeli atterrisce…</p>



<p>*</p>



<p>Se ti chini<br>sul mondo che si divide<br>del mezzogiorno<br>o della mezzanotte<br>in un giorno d’estate<br>vedrai e udrai<br>le foglie cantare<br>nate da te<br>dallo spirito dell’albero<br>con mille ciliegie<br>o le albicocche<br>e vedrai sentirai capirai<br>palpitare le ciocche di capelli<br>della tua bella<br>che non sa parlare.<br>E capirai sentirai<br>gli anelli dell’aria<br>di sé in stelle mutare.</p>



<p>*</p>



<p>Tu ed io abbiamo avuto sempre<br>poca dimora, ma tanto cielo.<br>Eppure forse tra i due quello<br>che più astiosamente cercò<br>l’esilio dalla terra, resto io:<br>ché dove suona il sole è sempre<br>pronta una macchia di sangue.</p>



<p>*</p>



<p>Pensò che le brune stelle<br>portavano alla scuola alla casa<br>al primo amore al libro.<br>Lo si vide sospirare per questo.<br>Lo si vide piangere per questo.<br>Per questo né amante né marito<br>ma rincasando una sera s’angosciò.<br>E non era stato solo il libro.&nbsp;<br>Il verme che tutti ci divora<br>è questa ansiosa ansia di lenzuola<br>che vestono il suo corpo in un sudario.</p>



<p>*</p>



<p>Ma per chi non ha strada<br>c’è la caverna dove un muto infante<br>si rifugia chiamando il padrone:<br>non scesi con la lampada nell’antro<br>né vidi i morti fare all’amore,<br>né pensai a mia madre china al cucito<br>né sorpresi il maestro che disegnava alfabeti.<br>Ma l’angelo che il fanciullo custodisce<br>era il mio seno nella casa segreta:<br>io ero la chiave e l’oltremondo<br>mani e piedi e bocca offerti al sacerdote.&nbsp;</p>



<p><strong>Giuseppe Piccoli</strong></p>



<p><em>*In copertina: Eugène Delacroix, Schizzi di tigri e uomini, 1828 ca.</em></p>
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		<item>
		<title>“La folle verità”. Piccolo discorso sulla follia (cioè: sui libri “liberatori” di una volta)</title>
		<link>https://www.pangea.news/follia-laing-tobino-asylum/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jan 2025 04:38:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Asylum]]></category>
		<category><![CDATA[follia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Tobino]]></category>
		<category><![CDATA[Norman O. Brown]]></category>
		<category><![CDATA[pazzia]]></category>
		<category><![CDATA[Ronald D. Laing]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Asylon&#160;è parola greca che significa “sacro, inviolabile”. È un luogo “dove non c’è diritto di cattura”. Spazio immune, tempio in cui ha rifugio il reprobo – “schiavo fuggitivo, delinquente, prigioniero di guerra” che sia. Chi sbreccia la società, ha, lì, l’estremo spazio di salvezza.&#160; Da&#160;Asylon&#160;il “diritto di asilo” – e l’asilo, sacrario dei bimbi. Asylum&#160;in [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Asylon</em>&nbsp;è parola greca che significa “sacro, inviolabile”. È un luogo “dove non c’è diritto di cattura”. Spazio immune, tempio in cui ha rifugio il reprobo – “schiavo fuggitivo, delinquente, prigioniero di guerra” che sia. Chi sbreccia la società, ha, lì, l’estremo spazio di salvezza.&nbsp;</p>



<p>Da&nbsp;<em>Asylon</em>&nbsp;il “diritto di asilo” – e l’asilo, sacrario dei bimbi.</p>



<p><em>Asylum</em>&nbsp;in inglese sta per manicomio.&nbsp;“A hospital for people with mental illnesses”, leggo nel Cambridge Dictionary. Dell’Asylum i matti sono i rifugiati o i sacerdoti?</p>



<p>*</p>



<p>Un tempo si pubblicavano libri di questo genere.&nbsp;</p>



<p><em>Asylum</em>&nbsp;ricalca la sceneggiatura di “un film su una comunità psichiatrica di R. D. Laing”, girato da Peter Robinson nel 1972. Non si tratta di una sceneggiatura nel senso comune del termine – quelle dei film di Fellini o di Bergman, ad esempio, pubblicate come opere ‘letterarie’ –, non c’è ‘sceneggiata’. Il libro è la trascrizione di ciò viene detto, all’impronta, dai pazienti dell’“asilo” londinese creato da Laing.&nbsp;</p>



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<p>Edito da Einaudi nel febbraio del 1977, al numero 177 della collana “Nuovi coralli”,&nbsp;<em>Asylum</em>&nbsp;segue, nella cronaca editoriale,&nbsp;<em>Ritratto dell’autore da cucciolo</em>&nbsp;di Dylan Thomas,&nbsp;<em>La resa dei conti</em>&nbsp;di Saul Bellow,&nbsp;<em>Il crematorio di Vienna</em>&nbsp;di Parise, le sceneggiature – appunto – di Fellini (<em>Casanova</em>) e di Bergman (<em>L’immagine allo specchio</em>). Al numero 176 della collana c’è un libro di Emilio Sarzi Amadé,&nbsp;<em>Polenta e sassi</em>: il racconto, scritto di getto, da gettato, dell’esperienza partigiana dell’autore.&nbsp;</p>



<p>Il libro costava duemila lire.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>La quarta di copertina racconta il libro in questo modo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Per superare la tradizionale divisione che oppone medici e malati, R. D. Laing ha fondato a Londra nel 1965 una comunità sperimentale dove questi ruoli sono scomparsi. In essa psichiatri e pazienti vivono e lavorano insieme, sullo stesso piano, praticando l’analisi di gruppo e collaborando alla soluzione dei problemi al di fuori di ogni schema istituzionale o gerarchico”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Gli ultimi saranno i primi. Svestirsi del primato del ‘ruolo’ non significa rovesciare le parti, ma abitarle su un altro piano. Senza paramenti sacri, il sacerdote è ciò che è: sacro. Il paramento non sia mai paratia – luce non deve avere dighe.&nbsp;</p>



<p>La comunità di Laing non è un eden – non va educato il dire, ma neppure edulcorato. Piuttosto: capire dove il caos sconfina in baccanale – e viceversa. Capire la sconfitta. Far fermentare la frattura.</p>



<p>*</p>



<p>Liberaci dal male.&nbsp;</p>



<p>Liberare dal male – o recludere il malato nella sua libertà.&nbsp;</p>



<p>Non più male né bene – uomo: fatti ghepardo, muoviti sinuoso tra le contraddizioni; azzanna i contrari.&nbsp;</p>



<p><em>Asylum</em>&nbsp;è introdotto da uno scritto di Franca Ongaro Basaglia:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il n. 43 di una strada qualsiasi di Londra è un asilo, luogo dove si mescolano fragilità, angoscia, dolcezza, disordine mentale e fisico, violenza, degradazione, annullamento di ogni regola che non sia quella della tolleranza e della convivenza. Imparare a convivere con tutto ciò che scardina e manda in frantumi il nostro ordine mentale e sociale è la chiave di comprensione di questo ‘disordine’, un disordine angoscioso, una sofferenza che non trova modo di esprimersi se non attraverso gesti, lamenti, silenzi, esplosioni di rabbia e di violenza, fissità, frasi sconnesse che nascono da una perdita di sé ancora ricomponibile se non viene oggettivata e fissata nella definizione di malattia e nella presunta ‘cura psichiatrica’”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>Un tempo, i libri di Ronald D. Laing –&nbsp;<em>liberatori</em>&nbsp;anche dal punto di vista stilistico:&nbsp;<em>L’io diviso</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Nodi</em>, ad esempio – erano lettura naturale per capire se stessi. Oggi che tutto è disponibile ci troviamo al confino da tutto: nel nostro privato, viviamo la privazione del mondo. Privati perfino dell’urlo – dello&nbsp;<em>sconveniente</em>&nbsp;(vince solo ciò che conviene, chi convive con la convenienza).&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="677" height="900" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/original_2c46cfd6-c60a-4d40-b8c7-9fce640f5dc4_IMG_20240605_110711555_1280x900.jpg" alt="" class="wp-image-102209" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/original_2c46cfd6-c60a-4d40-b8c7-9fce640f5dc4_IMG_20240605_110711555_1280x900.jpg 677w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/original_2c46cfd6-c60a-4d40-b8c7-9fce640f5dc4_IMG_20240605_110711555_1280x900-226x300.jpg 226w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/original_2c46cfd6-c60a-4d40-b8c7-9fce640f5dc4_IMG_20240605_110711555_1280x900-600x798.jpg 600w" sizes="(max-width: 677px) 100vw, 677px" /></figure>



<p>A un certo punto, il documentarista registra alcune parole di Laing:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Se veramente volessi, nel corso della vita, arrivare fino in fondo a ciò cui stavamo lavorando nel cercare di capire cos’è la normalità e cos’è la follia, e chi è sano, se esiste, e chi è pazzo, se esiste, e qual è questa differenza, io per primo dovrei scendere dal mio piedistallo e pormi in un rapporto da uomo a uomo di fronte a una persona che si trovasse nella condizione di essere classificata ‘pazza’ da altri. Allora, in base a questo rapporto da uomo a uomo, entrambi potremmo correre, incontrandoci, gli stessi rischi”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>Ritorna la provocazione di prima.&nbsp;<em>Liberare</em>&nbsp;vuol dire rinchiudere? Delfi potrà mai diventare Atene?&nbsp;</p>



<p>Democrito: rido dei cittadini che ridono di me, perché sono loro i pazzi.&nbsp;</p>



<p>Insieme a Laing, dobbiamo rileggere Mario Tobino:&nbsp;<em>Le libere donne di Magliano</em>&nbsp;è uno dei libri più potenti e belli della nostra letteratura. Tobino la pensava al contrario di Basaglia e di Laing: rispetto al male inferto dalla ‘società’ preferiva concentrarsi sul male che rode la persona – alla&nbsp;<em>politica</em>&nbsp;preferiva una&nbsp;<em>poetica</em>. Anche lui, come Laing, non si sentiva diverso dai “suoi” matti:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La pazzia è veramente una malattia? Non è soltanto una delle tante misteriose e divine manifestazioni dell’uomo, un’altra realtà dove le emozioni sono più sincere e non meno vive?”</strong></p>
</blockquote>



<p>Del suo manicomio, a Maggiano, in provincia di Lucca – già monastero – aveva fatto un&nbsp;<em>asilo</em>. Non credeva nello smantellamento nei manicomi, sapeva “che sono stati gli psicofarmaci a zittire ed a tacitare la follia e non loro”, i “rivoluzionari”.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>“La follia è la matrice della sapienza”, scrive Giorgio Colli, affidando le origini del pensare all’orda di Dioniso e a Orfeo, alfiere di Apollo. Così invece Norman O. Brown, altro autore liberatorio, vittima dell’attuale regime di clausura editoriale:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Gli schizofrenici soffrono della verità… Il mondo schizofrenico è un mondo di partecipazione mistica, ‘una indescrivibile estensione del sentimento interiore’… La folle verità: il confine fra salute e follia è un falso confine… Il giusto atteggiamento è l’ascolto e l’apprendimento dei pazzi, come nei tempi andati”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Certo: il disastro mentale – sa chi sa, per prossimità quotidiana – non è quasi mai sciamanesimo; non è sempre un Hölderlin ad accomodarsi al desco; non tutti hanno uno Zimmer, il Neckar, il pianoforte. Dovremo chiamare Scardanelli il nostro cuore nascosto, e scandalizzare quando diventa faina o quando espone le mamme – allattatevi tutti, perché condizione per sorgere è svanire.</p>



<p>*</p>



<p>Quanto si perde di sé per interloquire con questi&nbsp;<em>altri</em>? Riconoscere, ad esempio, che la pioggia è una mandria di bufali, che il bicchiere può diventare una valigia, che ‘tapparella’ significa ‘prendimi il caffè’; che per dire sì bisogna mordere, che i denti sono punti esclamativi, che è normale – come faceva la nonna – andare dietro un albero, nel parco pubblico, per esplicitare i propri bisogni. Che sul soffitto, a guardarlo bene, accade qualcosa di simile alla battaglia di Anghiari.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Negli appunti che registrano gli incontri avuti con Hölderlin durante gli anni della follia, Wilhelm Waiblinger scrive che il poeta “suona ancora bene il pianoforte, ma in modo alquanto singolare”. Di solito, il poeta attaccava un pensiero ritmico “di una semplicità infantile”, prolungandolo all’eccesso, per ore, per tutto il giorno, “finché non risulta intollerabile”. Il poeta aveva le unghie lunghe, “incolte”.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Dopo che ha suonato per un po’, e la sua anima è ormai spossata, egli chiude gli occhi e solleva la testa: sembra che voglia struggersi e languire, ma poi inizia a cantare. In quale lingua, non potei mai appurarlo…”.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Scollinare oltre la norma imposta: il folle agisce sempre nel linguaggio; riorienta i termini, opera nuove connessioni sintattiche, elabora neologismi. Il mondo nuovo è in verità quello antico, di sempre: rinominare il perduto. Il nuovo non ha bisogno di maschere: ci buca la faccia.&nbsp;</p>



<p>Forse H. canta nelle lingue degli angeli – gli angeli: non hanno bocca, solo gola – e spada – e lucore.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Nel Vangelo, Marco dice che Gesù “è fuori di sé”. È salito su un monte per “chiamare a sé quelli che voleva”, conferendo loro “il potere di scacciare i demoni”. Poco dopo, Gesù entra in una casa “e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare”. I discepoli vanno a prendere il loro maestro perché “dicevano tutti infatti: è fuori di sé”. Discordanze: monte vs. casa; discepoli vs. folle. Ogni atto accade mangiando – mangiandosi.&nbsp;</p>



<p>L’evangelista usa il verbo greco&nbsp;<em>existêmi</em>&nbsp;per dire “essere fuori di senno”, “pazzo”. San Paolo si dirà pazzo; San Francesco anela a farsi dire pazzo, “novello pazzo in questo mondo”.&nbsp;<em>Existêmi&nbsp;</em>vuol dire, letteralmente, “gettato fuori posizione”, spostato, fuori asse. Gesù non ha asilo né riparo, non ha un tempio su cui poggiare il capo – è lui il ricovero, il tempio.&nbsp;</p>



<p><em>*In copertina: R. D. Laing in un ritratto fotografico di Richard Avedon del 1972</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/follia-laing-tobino-asylum/">“La folle verità”. Piccolo discorso sulla follia (cioè: sui libri “liberatori” di una volta)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Uomo: seme sbagliato è il tuo”. Christopher Smart, il salmista in manicomio</title>
		<link>https://www.pangea.news/christopher-smart-salmi/</link>
		
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		<pubDate>Sat, 18 Jan 2025 05:26:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Christopher Smart]]></category>
		<category><![CDATA[follia]]></category>
		<category><![CDATA[Jubilate Agno]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura inglese]]></category>
		<category><![CDATA[salterio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Christopher Smart era piccolo, era pingue, amava bere fino a svanire, “era solito andare nelle birrerie londinesi con le sue gambe e tornare a casa con quelle degli altri”, ricorda Samuel Johnson, il regale critico letterario, suo amico. Mollò gli studi per tentare la carriera letteraria a Londra; si diede in pasto ai giornali; si [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Christopher Smart</strong> era piccolo, era pingue, amava bere fino a svanire, “era solito andare nelle birrerie londinesi con le sue gambe e tornare a casa con quelle degli altri”, ricorda Samuel Johnson, il regale critico letterario, suo amico. Mollò gli studi per tentare la carriera letteraria a Londra; si diede in pasto ai giornali; si sposò, fece figli, vivendo, per lo più, sotto la mannaia di un’incombente povertà. L’editoria evolveva in ‘industria’, un letterato aveva, ora, necessità di ‘pubblico’ e Smart non s’impratichiva con il gusto che tiranneggiava l’epoca.</p>



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<p>La vita di Smart prende, per così dire, un’accelerazione nella primavera del 1756. Il poeta sconfina in conversione, arrischia la vita – da nobiluomo inglese in cenci – del “pellegrino russo”. Così il “dottor Johnson”:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il mio povero amico Smart mostrava la sua alterazione mentale buttandosi in ginocchio a recitar preghiere nelle strade e in altri luoghi insoliti… e insisteva che la gente pregasse con lui”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Così, con miglior dote esegetica, Hester Thrale, scrittrice gallese, socialista, laboriosamente mondana, con dodici figli al seguito, intima di Samuel Johnson:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La sua follia si manifestava solo con una eccitazione innaturale per la preghiera. Egli considerava suo dovere non frenarla né reprimerla – prendeva alla lettera il comando del Salvatore di ‘pregare ininterrottamente’”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Christopher Smart è un discepolo della preghiera incessante, della ‘preghiera del cuore’ (cfr. <em>Lc</em> 18, 1 e <em>1 Ts</em> 5, 17-18), cardine dei ‘folli di Dio’ che affollano le lande dei romanzi russi. È una specie di <em>jurodivyj</em> d’Albione: che la sua saggezza sia presa per stoltezza, che sia designato dai suoi pari come idiota, che la devozione senza interruzione rechi, per le genti di città, lo stemma della pazzia, è ovvia tragedia.</p>



<p>Christopher Smart viene internato al St Luke’s Hospital for Lunatics; rilasciato, è di nuovo rinchiuso in un manicomio, questa volta privato: secondo la testimonianza della figlia di Smart, Elizabeth, “era stato affidato alle cura di un certo Mister Potter che aveva la sua casa in Bethnal Green”. Il poeta ne esce nel 1763: quarantenne, trapanato dalla nomea di folle, sgargiante nel genio.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="595" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/61OzTzz1UpL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-102108" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/61OzTzz1UpL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 595w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/61OzTzz1UpL._AC_UF10001000_QL80_-179x300.jpg 179w" sizes="(max-width: 595px) 100vw, 595px" /></figure>



<p>Il manicomio – quel carcere – è l’alcova del genio di Smart; lì Smart scrive le poesie più grandi, quelle che lo rendono arcangelico alla poesia inglese: <em>A Song to David</em>, vertiginoso poema di 516 versi suddivisi in 86 strofe da sei versi ciascuna, e il folle canovaccio – pensato per sé, in assenza d’umano volto e di creatura affine – <em>Jubilate Agno</em>. Carcere e martirio – i luoghi sorgivi del cristianesimo – forgiano la lirica di Smart, che si staglia a noi di fronte con eleganza di fiera – alcuni dicono che l’<em>Inno a David</em> assecondi la struttura di una basilica, sia immane cattedrale gotica in verbi; salomonico tempio della poesia.</p>



<p>Insieme a pochi altri poeti – Friedrich Hölderlin, William Blake, Arthur Rimbaud –, Christopher Smart va ascritto tra i santi della poesia: gli isolati, quelli che esulano dalla ‘letteratura’, che portano la lingua – lupo famelico di bianco – in terre inattese, inesplorate. Poeti che alla dottrina dei dottori e dei retori adempiono la dittatura del tutt’altro, a rovistare tra orbate erbe.</p>



<p>Naturalmente, i poemi di Smart, all’epoca, furono presi per esuberanti stramberie – fu Robert Browning, molto dopo, a riconoscerne le stimmate del capolavoro; William B. Yeats, più tardi, trovò sintonia con la vigorosa visionarietà di Smart. <em>Jubilate Agno</em>, relegato, probabilmente, tra i documenti a testimonianza di un’anima insana, fu scoperto da William Force Stead e pubblicato soltanto nel 1939. Dobbiamo sfogliare il manoscritto – <a href="https://iiif.lib.harvard.edu/manifests/view/drs:18807694$9i" target="_blank" rel="noreferrer noopener">custodito alla Houghton Library di Harvard, digitalizzato</a> – per vagare tra le sorgive di Smart: la scrittura microscopica, formichina, locusta, a divorare il foglio – ricorda quella di Robert Walser… –, le parole schierate in battaglioni botanici, purché tutto sia nel boccio, tutto sia anulare, fecondo di incanti. Soprattutto, preghiera incessante, incessante scrittura.</p>



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<p><strong>In Italia, Christopher Smart ha trovato partecipe vigore nelle mani di Margherita Guidacci: <em>Inno a David e altre poesie</em> esce per Einaudi nel 1975, numero 119 della cosiddetta ‘Collezione di poesia’;</strong> nel 1983 l&#8217;editore Guanda stampava <em>Jubilate Agno</em> nella versione di Francesca Romana Paci. Entrambi i volumi sono oggi scomparsi, a favore di chi vuole irreggimentare il vagabondaggio lirico nei sentieri noti, nei soliti nodi, in un dire senza sentore di terremoto, senza la mente messa a repentaglio, in zona di rupe e di rischio.</p>



<p>Sentite che bello:</p>



<p><strong>“La moltiplicazione dei fiori accresce il talento dei giardinieri.</strong></p>



<p><strong>I fiori sono grandi benedizioni.</strong></p>



<p><strong>Il Signore fece un mazzolino nel prato coi discepoli e predicò sopra il giglio.</strong></p>



<p><strong>Gli angeli del Signore lo presero dalle sue mani e lo portarono in alto.</strong></p>



<p><strong>Un uomo non ha spirito pubblico, se non ha benevolenza privata.</strong></p>



<p><strong>Non vi è altezza dove non siano fiori.</strong></p>



<p><strong>I fiori hanno grande virtù per tutti i sensi.</strong></p>



<p><strong>Il fiore glorifica Dio e la radice respinge l’avversario.</strong></p>



<p><strong>I fiori hanno i loro angeli come le parole della creazione di Dio.</strong></p>



<p><strong>L’ordito e la trama dei fiori son lavorato di spiriti sempre in movimento.</strong></p>



<p><strong>I fiori sono buoni per i vivi e per i morti.</strong></p>



<p><strong>Esiste una lingua dei fiori.</strong></p>



<p><strong>È saggio il discorso sui fiori.</strong></p>



<p><strong>Le frasi eleganti non sono altro che fiori.</strong></p>



<p><strong>I fiori sono specialmente la poesia di Cristo.</strong></p>



<p><strong>I fiori sono medicinali.</strong></p>



<p><strong>I fiori sono musicali all’armonia dello sguardo.</strong></p>



<p><strong>I veri nomi dei fiori sono in cielo. Dio accordi ai giardinieri una migliore nomenclatura.</strong></p>



<p><strong>Il mazzolino del Povero è una presentazione per un Principe”.</strong></p>



<p>Nei bassifondi del manicomio, Smart sintonizza il suo canto verso l’adorazione e il giubilo. La sua tensione è sempre atta al gloria; mai Smart volge la cetra in carabina: nessun livore invalida il suo dire, nessuna denuncia fa scemare in fango l’annuncio. Smart è poeta sempre ammantato d’oro, non ha flessioni il canto: proprio perché spoglio di tutto – il senza senno, il senza amici, il senza senso – aguzza il suo inno d’amore verso Dio.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Proprio nel fondo della sua umiliante prigionia, Smart trova una paradossale, travolgente libertà dello spirito, quale il mondo esterno non gli aveva consentito prima né gli avrebbe consentito dopo… Rimossi i blocchi e gli ostacoli di una ‘normalità’ che rispetto alla natura di Smart era profondamente anormale, le sorgenti segrete affioravano finalmente alla luce, prorompevano con impeto”. </strong></p>
<cite><strong>Margherita Guidacci</strong></cite></blockquote>



<p>Eppure, sappiamo la solitudine, i ferri inferti contro il recluso, le pratiche per estorcerlo dalla cosiddetta pazzia. &nbsp;</p>



<p>Innografo per perpetua stupefazione, perpetuamente in estasi, Smart comincia, in manicomio, la propria versione del salterio – di cui diamo, in appendice, qualche saggio. Uscì nel 1765 come <em>A Translation of the Psalms of David</em>, baciata da subitaneo insuccesso. Smart aveva idea di smobilitare la liturgia anglicana dal grigiore: la sua traduzione, costruita in quartine, è fedele per infedeltà. Il salterio di Smart ha tempra musicale nuova; irradia un nuovo sole tra le fauci dell’incensiere e del pio incensatore. Anche nei più tortuosi e disperati Salmi, Smart interviene smussando il sangue in gioia. Sparge Cristo ovunque; è, comunque, un costruttore di Eden, Smart. In lui, in ogni truciolo verso, in ogni cucciolo verbo trombettiere, è saldo il legame tra poesia e preghiera.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="649" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/61KI5VO2PL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-102109" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/61KI5VO2PL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 649w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/61KI5VO2PL._AC_UF10001000_QL80_-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/01/61KI5VO2PL._AC_UF10001000_QL80_-600x924.jpg 600w" sizes="(max-width: 649px) 100vw, 649px" /></figure>



<p>Di strenua delicatezza sono dotati gli <em>Hymns for the Amusement of Children</em>, l’ultimo libro lirico di Smart; ancora un innario, ovviamente, a favore d’innocente. Uscì nel 1771, mentre il poeta era recluso nella King’s Bench Prison, questa volta per debiti. Ne uscì il 20 maggio, dopo cinque mesi, accomodato in una bara, il poeta più insigne del suo tempo. Questo piccolo Davide ebbe come Golia tutto un secolo – alla fine della sua vita, preferì parlare ai bambini. Rovinava in latte il suo talento – ne sorrideva, tuttavia.</p>



<p>**</p>



<p><em>Salmo 58</em></p>



<p>Congrega di genti, voi<br>giudici dell’uomo, assatanati<br>di giudizi, credete di essere<br>salvi da inganni e corrotti?</p>



<p>Macché: di stampo frale<br>mortale voi siete, figura<br>di un cuore storpio – i vostri<br>suffragi a servaggio di merce.</p>



<p>Uomo: seme sbagliato è il tuo<br>perverso fin dal materno grembo:<br>appena puoi, sfoghi nella foia<br>di chi presume contro il vero.</p>



<p>Infezione ripugnante li segna<br>più impuri di tinta di serpe sono;<br>orecchie incatenate alla bestemmia<br>tra lusinghe pari a chiavistelli.</p>



<p>Benché al nostro dolo si sia accordato<br>Cristo, non calcheranno la misura:<br>nonostante il sangue a grandine<br>non si accomuneranno al suo dolore.</p>



<p>Signore, umanizza il loro scherno<br>devia la loro malevolenza;<br>nati da spirito e acqua<br>che la grazia li converta.</p>



<p>Pio ardore li consumi<br>la tua santa chiesa sia la loro<br>scommessa, a te volgano ogni passione<br>della tua luce congioiscano.</p>



<p>Che il tuo aggraziato angelo corra<br>rapido come un lampo al bersaglio:<br>trebbiatura di spiriti nella tua arca<br>sia a loro eterno prato.</p>



<p>Esultano i giusti al mirare<br>misericordia tanto potente:<br>i relitti e i perduti sono a riva<br>al sicuro le torturate anime.</p>



<p>È indubbio, ogni uomo dirà:<br>il penitente ha il proprio ristoro<br>perché Dio lo sorregge<br>nostro Signore, il Cristo.</p>



<p>*</p>



<p><em>Salmo 114</em></p>



<p>Dalle rive d’Egitto venne Israele<br>alle marcite di Gosen<br>da servitù e catene<br>Giacobbe con le gloriose scolte;</p>



<p>fu lì che capimmo che gli ebrei<br>erano santi ai suoi occhi<br>e Dio scelse Israele<br>per testimoniare la sua forza.</p>



<p>Se ne accorse il mare: impaurito<br>si ritirò, si fece via, rude tratturo;<br>il Giordano zompò indietro<br>sgomento, fino alle sue fonti.</p>



<p>Le montagne pari ad arieti<br>esultarono al garrese;<br>i piccoli colli agnellini<br>saltavano con genuina gioia.</p>



<p>Perché, possente mare<br>ti sei fatto da parte;<br>perché Giordano sei<br>rinculato alle origini?</p>



<p>E voi, montagne che zompate<br>da rocciose radici; e voi<br>valli che galleggiate nel salto<br>come i primogeniti del gregge?</p>



<p>Terra, dal fulcro della tua erbosa<br>possanza, onora la spaventosa<br>presenza del Dio d’Israele<br>che giunge in armi.</p>



<p>La sua parola obbliga la rupe<br>a farsi stagno, la venata pietra<br>esplode in fontana<br>al suo dire diventa pozzo.</p>



<p>*</p>



<p><em>Inni per intrattenere i bimbi</em></p>



<p><em>Fede</em></p>



<p>Disse il Padre dei Fedeli<br>al primo dire di Dio: “Eccomi”;<br>che il suo esempio ci streghi<br>come lui sottomessi, rispondiamo.</p>



<p>“Va’, prendi il figlio, l’unico<br>e offrilo a Dio tuo Re”.<br>A parola seguì atto:<br>“Impila la pira, culla la vittima”.</p>



<p>Ma… angelica lingua<br>ordina al Patriarca di fermarsi;<br>“Dio è sempiterno amore<br>e retrocede da duro intimare”.</p>



<p>Imitiamo il Veggente, grazia<br>cedevole incendi le nostre<br>anime e i bimbi, perché<br>il futuro sia il più bel posto.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Silenzio</em></p>



<p>Ritirati con sussiego<br>da chi ti è superiore:<br>il silenzio è vera superiorità<br>timore che onora i grandi.</p>



<p>Ancora il bene nel cuore<br>con fitte meditazioni:<br>sarai pronti a recitare la tua parte<br>quando sarai messo alla prova.</p>



<p>Senza peso, mal soppesate<br>prorompono le parole da lingua<br>di pettegolo: con luttuosi fatti<br>pugnala le anime facili da impugnare.</p>



<p>Prega con Davide che il Signore<br>sia alla tua porta: ciò che esce<br>dalle tue labbra aiuterà<br>il fratello domestico al dolore.</p>



<p>Ma quando occorre lodare<br>le azioni valorose, con ogni<br>forza impenna l’inno –<br>il silenzio, ora, è pari a un vizio.</p>



<p><strong><em>Christopher Smart</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Henry Fuseli, The Sheperd’s Dream, 1793</em></p>
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		<title>“Le più belle poesie si scrivono sopra le pietre”. La Terra Santa di Alda Merini</title>
		<link>https://www.pangea.news/alda-merini-terra-santa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2024 04:02:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Alda Merini]]></category>
		<category><![CDATA[follia]]></category>
		<category><![CDATA[La Terra Santa]]></category>
		<category><![CDATA[Marilena Garis]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Peratoner]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Autentica paladina d’ogni più intima lacerazione dell’animo umano, Alda Merini ha vissuto e abbracciato e cantato il proprio destino umano e poetico fino all&#8217;ultimo suo respiro, fin dentro all’abisso. Già, l&#8217;abisso. Quello più profondo, Alda lo incontra nel 1965, all’età di trentaquattro anni, già madre di due bambine. Per poterne parlarne con la dovuta deferenza [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Autentica paladina d’ogni più intima lacerazione dell’animo umano, <strong>Alda Merini ha vissuto e abbracciato e cantato il proprio destino umano e poetico fino all&#8217;ultimo suo respiro, fin dentro all’abisso.</strong></p>



<p>Già, l&#8217;abisso. Quello più profondo, Alda lo incontra nel 1965, all’età di trentaquattro anni, già madre di due bambine. Per <em>poterne</em> parlarne con la dovuta deferenza e gratitudine bisogna tornare alle fonti e rileggere le prime pagine di quell’immensa sinfonia, ineffabile intreccio tra biografico e immaginario, che è <em>L’altra verità. Diario di una diversa </em>(1986)<em>.</em> Ci ritroviamo così a ripercorrere il suo ingresso al Paolo Pini di Affori in provincia di Milano: l&#8217;arrivo dell&#8217;ambulanza, l&#8217;approdo in un mondo di cui fino a poco prima non conosceva nemmeno l&#8217;esistenza, le sbarre che si abbassano, l’urlo lancinante che si alza dalle sue viscere – un’invocazione spasmodica diretta alle sue figlie – e poi si spegne, assorbito dalle possenti mura del manicomio che la stringono in una morsa.</p>



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<p><strong>Con qualche breve ritorno in famiglia, l&#8217;internamento dura sette anni durante i quali Alda subisce diversi elettroshock; in quel periodo nascono anche le ultime due figlie, date poi in affidamento ad altre famiglie.</strong> Un dolore atroce su cui la Merini ritornerà a più riprese e sintetizzerà molti anni più tardi in un piccolo libricino intitolato <em>Lettera ai figli</em> (2004): “Se vi ho amato?/ non saprete mai quanto./ E non ho mai invocato Dio così come ho invocato voi e i vostri occhi bambini”. E prosegue: “Ogni volta che vi ho sentito piangere/ per delusione, fame, amarezza,/ anche io ho mancato al mio dovere di vita./ Ogni volta che vi ho lasciato e che voi/ mi avete lasciato non mi sono mai chiesta/ il perché, ma silenziosamente ho pianto”.</p>



<p><strong><em>Quanto</em></strong><strong> soffre una madre ad essere rinchiusa in una prigione, sapendo che a casa le sue figlie hanno bisogno di lei?</strong> <em>Come</em> soffre chi conosce la vita, e in completo asservimento alle sue regole spietate, è costretto a “lasciar andare” le sue creature? Vinto dal dolore, il cuore di Alda si rotola tra quegli strazi senza apparente via d’uscita, quando ad un tratto gli angeli paiono udire il suo assolo di dolore. Vestito d’un camice bianco, compare provvidenzialmente sulla scena un uomo “dolce e romantico”, neuropsichiatra e primario del Paolo Pini, il dottor Gabrici, che prende a cuore la sua situazione e inizia con lei un percorso di psicoterapia. Le mette a disposizione il suo studio e la sua macchina da scrivere, la esorta a coltivare la sua arte, intuendo che solo restituendola alla letteratura avrebbe potuto salvarla.</p>



<p>Parola-dopo-parola, Alda riprende giorno per giorno la misura di sé, attraversa le sofferenze del suo legame coniugale, le aspettative tradite, l’amore per le figlie, i sensi di colpa, le speranze. E gradualmente i versi riprendono a fiorire dalla sua penna.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="848" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/s-l1600-1-848x1024.jpg" alt="" class="wp-image-99381" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/s-l1600-1-848x1024.jpg 848w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/s-l1600-1-248x300.jpg 248w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/s-l1600-1-768x928.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/s-l1600-1-600x725.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/s-l1600-1.jpg 894w" sizes="(max-width: 848px) 100vw, 848px" /></figure>



<p><strong>Enzo Gabrici diventa così inconsapevole destinatario di diverse lettere, poesie e pagine di diario che saranno ritrovate e raccolte solo molti anni dopo, oltre trent’anni dalla loro stesura. Si tratta delle <em>Lettere al dottor G</em> (2008):</strong> un commovente epistolario d’amore e gratitudine, ove l’alchimia della parola diventa cifra d’umanità e di rinnovate energie spirituali.</p>



<p>Grazie a Gabrici, nel 1972, Alda può dunque tornare a casa; qui si alternano turbolenti alti e bassi in cui lei muore e risorge dalle proprie ceneri, fino al 1979, quando vince definitivamente la sua battaglia, dando corpo alle liriche più intense de <em>La Terra Santa</em> (1984), il suo capolavoro, incandescente rappresentazione della drammaticità dell’internamento e del suo riscatto:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Io ero un uccello</strong><br><strong>dal bianco ventre gentile,</strong><br><strong>qualcuno mi ha tagliato la gola</strong><br><strong>per riderci sopra,</strong><br><strong>non so.</strong><br><strong>Io ero un albatro grande</strong><br><strong>e volteggiavo sui mari.</strong><br><strong>Qualcuno ha fermato il mio viaggio,</strong><br><strong>senza nessuna carità di suono.</strong><br><strong>Ma anche distesa per terra</strong><br><strong>io canto ora per te</strong><br><strong>le mie canzoni d&#8217;amore.</strong></p>
</blockquote>



<p>Dal dolore all’amore: è sempre lì che approda Alda Merini. La sua poesia accoglie e rigenera l’esperienza manicomiale; il verbo cade e si risolleva, si solleva e ricade, attraverso rapidi scorci si assolutizza, diviene tagliente come una lama, gravido di disperazione e speranza, morte e resurrezione:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Le più belle poesie</strong><br><strong>si scrivono sopra le pietre,</strong><br><strong>coi ginocchi piagati</strong><br><strong>e le menti aguzzate dal mistero.</strong><br><strong>Le più belle poesie</strong><br><strong>si scrivono davanti</strong><br><strong>a un altare vuoto,</strong><br><strong>accerchiati da agenti</strong><br><strong>della divina follia.</strong></p>
</blockquote>



<p>Ed è così che la grande cassa di risonanza del manicomio – popolata da un continuo sferragliare di treni mentali senza destinazione, urla strazianti, odori acri, visioni allucinate di gente che si strappava i capelli e lacerava le vesti – diviene un&#8217;inaspettata Terra Santa in cui è paradossalmente più facile &#8220;toccare il paradiso&#8221;, incontrare il Messia, ultimo tra gli ultimi, uomo in mezzo a loro, folle di divino amore:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Ho conosciuto Gerico,</strong><br><strong>ho avuto anch’io la mia Palestina,</strong><br><strong>le mura del manicomio</strong><br><strong>erano le mura di Gerico</strong><br><strong>e una pozza di acqua infettata</strong><br><strong>ci ha battezzati tutti.</strong><br><strong>Lì dentro eravamo ebrei</strong><br><strong>e i Farisei erano in alto</strong><br><strong>e c’era anche il Messia</strong><br><strong>confuso tra la folla:</strong><br><strong>un pazzo che urlava al Cielo</strong><br><strong>tutto il suo amore in Dio.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nella <em>Terra Santa</em> la follia diviene incontro con il divino e la poesia è il verbo di quell’incontro, suggestivo soprassalto che trasforma il dolore in epifania, rivelazione che si fa carne ed urla “al Cielo/ tutto il suo amore in Dio”. Straordinarie sono le visioni poetiche e le sincere confessioni, prive di circonlocuzioni o falsi pudori, che vanno dritte al cuore di chi vi si accosta: indimenticabili pagine di fede e d’umanità, che raggiungeranno i vertici anni dopo nella <em>Mistica d’amore.</em></p>



<p>Recita queste parole la Maria di Alda Merini nel suo <em>Magnificat </em>(2002):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Nessuna carezza</strong><br><strong>è mai stata così silenziosa</strong><br><strong>e presente</strong><br><strong>come la mano di Dio.</strong><br><strong>Ma io non ho visto</strong><br><strong>che in questa mano</strong><br><strong>c’era un solco di lacrime</strong><br><strong>che Dio ha impresso</strong><br><strong>sulle mie pagine bianche,</strong><br><strong>che si chiamava DOLORE.</strong><br><strong>Dio sia ringraziato per questo.</strong><br><strong>Dio sia osannato in eterno.</strong></p>
</blockquote>



<p>C&#8217;è una dimensione che supera la scrittura di molte misure, per autenticità: è il dolore. Solo quello congiunge i due capi dell&#8217;esistenza, la vita e la morte. Alda ne è stata investita e l&#8217;ha abbracciato; nei suoi incontri e scontri col fango del dolore, come un grande scultore, ha saputo plasmarlo e infine catturare l&#8217;essenza di ciò che siamo: piccoli frammenti di nulla lanciati verso una scintilla d&#8217;infinito.</p>



<p><strong><em>Marilena Garis e Riccardo Peratoner</em></strong></p>
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		<item>
		<title>“L’uomo è un albero mistico”. Sulla poesia suprema e folle di Alfonso Cortés</title>
		<link>https://www.pangea.news/alfonso-cortes-ritratto-poesia-anelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Mar 2024 05:21:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Alfonso Cortés]]></category>
		<category><![CDATA[follia]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura sudamericana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra i tanti poeti che hanno dato lustro alla poesia nel mondo, pazzi o diventati tali, pescati dalla zattera di Pangea in quell’immensa Pantalatta che è l’oceano-letteratura, sono orgoglioso di averne scovato e raccolto uno anch’io oggi da uno scaffale polveroso e per questo intrigante. La poesia del resto è fiamma, calore che attira, obliquo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Tra i tanti poeti che hanno dato lustro alla poesia nel mondo, pazzi o diventati tali, pescati dalla zattera di Pangea in quell’immensa Pantalatta che è l’oceano-letteratura, sono orgoglioso di averne scovato e raccolto uno anch’io oggi da uno scaffale polveroso e per questo intrigante. La poesia del resto è fiamma, calore che attira, obliquo sguardo verso nessuno. La poesia va testimoniata. Come un rito, occorre passarsi il testimone, rinnovare la parola e la lingua.</p>



<p>Questo ha fatto e questo fa, secondo me, <strong>Alfonso Cortés</strong>. Il libro che ora posseggo, è reso pubblico nel 1990 dalle Edizioni Amadeus e s’intitola <em>30 Poemas de Alfonso</em>. Il poeta Alfonso Cortés nacque a Leòn nel 1893 e visse nella medesima casa di Rubén Darìo nella quale impazzì nella notte di febbraio del 1927. Da quel momento per alcuni anni rimane nel manicomio di Managua.</p>



<p><strong>Nella casa di Darìo, la famiglia lo teneva molte volte incatenato per le sue crisi furiose</strong> in una stanza in cui c’era una finestra con vecchie sbarre coloniali e si racconta che lì scrisse il poema “Ventanaˮ originariamente chiamato da Alfonso “Un detalleˮ, ovvero “Un dettaglioˮ.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <strong>Un lembo d’azzurro ha più</strong><br><strong>intensità che tutto il cielo,</strong><br><strong>io sento che lì vive, un fiore</strong><br><strong>dell’estasi felice, il mio desiderio.</strong></p>



<p><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Un vento di spiriti, passa</strong><br><strong>molto lontano, dietro la mia finestra,</strong><br><strong>muovendo un soffio dove un’angelica voce</strong><br><strong>spezza la sua carne.</strong></p>



<p><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; E nell’allegria dei Gesti,</strong><br><strong>colmi di azzurro, che si diffondono</strong><br><strong>sento agitarsi folli pretesti,</strong><br><strong>che restando qui, mi chiamano a loro!</strong></p>



<p>Sono dunque i pretesti, folli richiami, a intimarci la strada che forse ha un destino. E l’unica cosa probabilmente che mi accomuna a Cortés è il mio essere, il mio scrivere fuori dal tempo.</p>



<p><strong>Alfonso da parte sua ha detto quando era da poco in manicomio che la poesia “Ventanaˮ si riferisce agli occhi azzurri di una donna il cui nome, Angelica, è scritto in essa.</strong> Come un diamante incastonato nella roccia, come un gheriglio che custodisce il meglio della noce, il sublime del frutto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="771" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/IMG_20240218_210155-771x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98823" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/IMG_20240218_210155-771x1024.jpg 771w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/IMG_20240218_210155-226x300.jpg 226w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/IMG_20240218_210155-768x1020.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/IMG_20240218_210155-600x797.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/IMG_20240218_210155.jpg 813w" sizes="(max-width: 771px) 100vw, 771px" /></figure>



<p>Noi abbiamo ‒ scrive Ernesto Cardenal nella prefazione al libro ‒ solo tre libri di Alfonso prima di quella data, pubblicati da suo padre dopo la perdita della ragione del poeta: <em>Poesias </em>(1931), <em>Tardes de oro </em>(1934) e <em>Poemas Eleusinos </em>(1935). Una grande parte della produzione di Alfonso non si conosce ancora perché la scrisse su piccoli fogli in caratteri microscopici, della dimensione della cruna di un ago, tanto da essere difficili da leggere anche con una lente.</p>



<p>I versi di Cortés rappresentano una poesia strana, oscura, enigmatica, paradossale, contraddittoria, assurda, in un mondo sospeso come in una specie di estasi, imbevuto di sensazioni astratte e confuse come l’aria. <strong>In poche parole, la sua poesia è fuori dal tempo.</strong> Il caso di Alfonso come quello di Rimbaud o di Lautréamont è uno dei grandi casi surrealisti e la sua poesia scaturisce dal fondo del subcosciente da cui nasce il sogno, il mito, la chiaroveggenza, l’allucinazione e la pazzia.</p>



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<p><strong>Alfonso Cortés era un uomo alto e dalla carnagione rosea, coi capelli quasi bianchi, gli occhi azzurri e un sorriso infantile, quasi beato.</strong> Parlava lentamente, tremando e incespicando, usava sempre parole interrotte a causa della pazzia e a volte a metà della conversazione aveva dei brividi di terrore e di furia che istantaneamente si placavano.</p>



<p>La sua pazzia obbedisce ad un ritmo lunare e si acuisce sempre con la luna nuova. Il primo poema che scrisse dopo la pazzia fu “La cancion del Espacioˮ.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <strong>La distanza che c’è da qui a</strong><br><strong>una stella che non è mai esistita</strong><br><strong>perché Dio non è arrivato</strong><br><strong>a pizzicare tanto lontano la pelle della</strong><br><strong>notte! E pensare che tuttavia crediamo</strong><br><strong>che sia più grande o più utile</strong><br><strong>la pace del mondo della pace</strong><br><strong>di un solo selvaggio.</strong></p>



<p><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; L’angoscia del limite della</strong><br><strong>nostra vita è</strong><br><strong>ciò che dà allo spazio un’importanza</strong><br><strong>che sta solo in noi,</strong><br><strong>e chi sa fino a quando impareremo</strong><br><strong>a vivere come gli altri</strong><br><strong>liberi nell’eterno</strong><br><strong>e senza che nessuno ci alimenti.</strong></p>



<p><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; La terra non conosce i cammini</strong><br><strong>per i quali si muove ogni giorno ‒ e</strong><br><strong>meglio questi cammini sono le</strong><br><strong>coscienze della terra…‒ però se</strong><br><strong>non è così, permettetemi di fare una</strong><br><strong>preghiera: ‒ Tempo, dove siamo</strong><br><strong>tu ed io, io che vivo in te, e</strong><br><strong>tu che non esisti?</strong></p>



<p>Ma c’è un altro motivo per il quale mi sento accomunato a questo poeta di luna, di frutti, di follia e visioni, ed è presto detto: <strong>“L’uomo ‒ dice, scrive in un’altra bellissima poesia ‒ è un albero misticoˮ, e lo spazio ed il tempo si confondono tra la vita e la morte.</strong> Il mio destino ‒ dico, scrivo io ‒ è l’albero della vita…</p>



<p><strong><em>Giorgio Anelli</em></strong></p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Il fiore del frutto</em></strong></p>



<p>Nel silenzio dei fiori si trova<br>un sacro amore che in futuro non muta:<br>l’essere è il fine della prima via,<br>se c’è una grazia che profuma e tace.</p>



<p>Il sangue dolce che scoppia nella lingua<br>all’opprimere la polpa di un frutto<br>è una parola viva e assoluta<br>dove ogni albero prova la sua virtù.</p>



<p>L’uomo è un albero mistico e a fatica<br>comprende Spazio e Tempo se si versa<br>un fiore della sua anima e frutto delle sue vene;</p>



<p>perché nella sua duplice essenza non confusa<br>estraggano miele le api della Morte<br>e profumi le rose della vita.</p>



<p><strong>Alfonso Cortés</strong></p>
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		<item>
		<title>“I poeti sono pazzi”. James Carkesse o del poeta nato in manicomio</title>
		<link>https://www.pangea.news/james-carkesse-poesia-follia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Feb 2024 04:53:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[follia]]></category>
		<category><![CDATA[James Carkesse]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Lucida Intervalla]]></category>
		<category><![CDATA[Manicomio]]></category>
		<category><![CDATA[Samuel Pepys]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di James Carkesse, come è lecito in questo frumento di fraintesi, si sa pochissimo, occorre scoprire la lince dietro la coltre delle supposizioni, funestare il levriero aggettivo. Nato, pare, intorno al 1636, morto che doveva compiere cinquant’anni, ha scritto una delle raccolte poetiche più funamboliche del regno inglese. S’intitola Lucida Intervalla, viene stampata a Londra, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Di<strong> James Carkesse</strong>, come è lecito in questo frumento di fraintesi, si sa pochissimo, occorre scoprire la lince dietro la coltre delle supposizioni, funestare il levriero aggettivo. Nato, pare, intorno al 1636, morto che doveva compiere cinquant’anni, ha scritto una delle raccolte poetiche più funamboliche del regno inglese. <strong>S’intitola <em>Lucida Intervalla</em>, viene stampata a Londra, <em>Anno Dom</em>. 1679. Il sottotitolo è un programma di poetica:</strong> <em>Containing divers Miscellaneous Poems, Written at Finsbury and Bethlem by the Doctors Patient EXTRAORDINARY</em>. La straordinarietà del paziente è urlata in maiuscolo.</p>



<p>I testi poetici, in effetti, sono stati scritti dall’internato di genio negli <em>intervalli</em> di <em>lucidità</em> durante il ricovero forzato negli ospedali psichiatrici di Finsbury e Bethlem (o <em>Bedlam</em>). Sono scritti di getto, senza un programma editoriale o progettando un’opera.</p>



<p><em>Lucidità</em>: il lucore della follia. Che l’ispirazione persegua i suoi scopi per <em>intervalli</em> e velature, lungo la vallata dello sterile giorno, è cosa nota. Di solito, <em>Lucida Intervalla</em> è trattato alla stregua di un ‘caso clinico’, trattenuto tra le maglie dello ‘studio’: <strong>“è forse la prima raccolta di versi scritta e pubblicata da un detenuto in manicomio… </strong>riflette la natura intricata e ambigua dell’appartenenza del paziente al mondo dei pazzi… offre una panoramica delle implicazioni culturali della follia e della cura nell’Inghilterra del XVII secolo e approfondisce la problematica relazione che lega la follia alla creazione poetica” (così Lisanna Calvi in <em>“Is&#8217;t Lunacy to call a spade, a spade?”: James Carkesse and the Forgotten Language of Madness</em>, “Spell”, 2013).</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="508" height="700" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/English_School_-_Title_Page_to_Lucida_Intervalla_by_James_Carkesse_published_1679_printed_paper_-_MeisterDrucke-450223.jpg" alt="" class="wp-image-98469" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/English_School_-_Title_Page_to_Lucida_Intervalla_by_James_Carkesse_published_1679_printed_paper_-_MeisterDrucke-450223.jpg 508w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/English_School_-_Title_Page_to_Lucida_Intervalla_by_James_Carkesse_published_1679_printed_paper_-_MeisterDrucke-450223-218x300.jpg 218w" sizes="(max-width: 508px) 100vw, 508px" /></figure>



<p>Sui rapporti tra follia e poesia tutto si può dire – e il contrario: sono sempre i ‘sani’ a porre la lanterna sull’insania; ma è il linguaggio in quanto tale a essere la tenia, il morbo, la malattia. Piuttosto, <em>Lucida Intervalla</em>, di per sé, è un libro straordinario, dove l’ossessione – i temi reiterati: il poeta ‘lunatico’ nel mondo lunare del manicomio; la lotta del poeta contro i medici e in generale contro gli uomini che lo ritengono pazzo – sfocia, spesso, nel cristallo lirico, nell’audacia del gioco di parole, nella trasfigurazione magistrale. Il disadatto non si adatta al vocabolario: lo fa esplodere dall’interno. James Carkesse è brutale, opera per associazioni, tramortisce le Muse in Menadi, ma nel suo dire sono già implicati, al futuro, William Blake, Lewis Carroll, Edward Lear, Gerard Manley Hopkins e Mervyn Peake, poeti che praticano il nonsense per impratichirsi con l’insensatezza del mondo, che sfregiano la ragione con visioni d’oltremondo.</p>



<p>Quanto al profilo biografico e ‘psichico’ di Carkesse, stando ai nudi fatti, questo sappiamo. Dopo studi notevoli alla Westminster School e al Magdalen College, il nostro offre i servigi al Marchese di Dorchester, con virtù. Carkesse gode di ottime amicizie – le quali, per inciso, gli permettono di non marcire ignoto nel tour in manicomio –: intorno al 1660 è impiegato presso il Naval Office di Londra, alle dipendenze di William Brouncker, matematico e presidente della Royal Society, nonché amico dell’istrione Samuel Pepys. Proprio <a href="https://www.pepysdiary.com/encyclopedia/8833/#references" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dai diari di Pepys</a> – il repertorio di pettegolezzi e di sketch più vibrante dell’epoca – raccogliamo qualche dato su Carkesse. Pepys cita Carkesse più volte, tra il 1665 e il 1668: passa dal giudicarlo un <em>very civil gentlemen</em> a stigmatizzarlo come “un tipo astuto, sicuro di sé, scaltro”. Fa presto a non piacergli, soprattutto dopo l’‘affare’ in cui viene coinvolto Carkesse: occupato nell’amministrazione dell’ufficio navale londinese, viene licenziato, nel 1667, con l’accusa di aver sottratto dei soldi – speculava sulle rendite dei marinai in congedo –; fu reintegrato, grazie all’aiuto degli amici, l’anno dopo. Da allora, sono riferite le sue variopinte “stranezze”: più volte si presenta a lavoro vestito da sacerdote, pronto a ‘catechizzare’ i suoi colleghi. Gli accessi d’urla, le crisi di panico si susseguono finché dal 1676 è confinato nel manicomio privato di Finsbury, guidato dal dottor Thomas Allen, e poi a Bethlem. “Lo scrittore era un soggetto piuttosto adatto al manicomio”, lo incarcera così una nota enciclopedica dei primi del Novecento.</p>



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<p>In realtà, è la clausura in manicomio, maieutica, a far germogliare il talento poetico di Carkesse, circoscritto per sempre a quella esperienza. Ritornato nella vita civile, cioè rientrato nell’oscurità – pare abbia trovato impiego presso la Chelmsford School, nell’Essex – Carkesse non scriverà più nulla. Eppure, nelle poesie non fa che dichiarare il suo lignaggio di “Poeta Pazzo”, di scrittore “selvaggio dall’ingegno galoppante”. Si professa sano e può imbastire la sua lotta contro gli imbestiati medici, mercenari della ragione, proprio in virtù della sua sapienza lirica. La poesia è testimone della superba mania, è la sola ‘cura’ che Carkesse somministra a se stesso – gli è da baluardo contro un mondo, in fondo, che gli appare grigio, capovolto, infido.</p>



<p>Pare che ogni luogo abbia il suo palco naturale: si recita a soggetto ora sul posto d’impiego, ora tra i pavoni dell’alta società, ora tra i pazzi. Il manicomio è l’in-folio, il recinto bianco, libresco, il quadro-quaderno su cui Carkesse può esercitare il suo talento verbale: tolto da quel contesto, il principio poetico svanisce. La poesia, così, più che essere il documento di un folle, ne conclama la guarigione: è parola che salva, autentico antidoto. Inalando un tozzo di follia ne resti immune, mondo dalla putrida mondanità.</p>



<p>La pubblicazione – ergo: dall’eccezionale poetico trarre una norma, perfino una ‘moda’, un ‘modo’ – obbliga Carkesse a silenziarsi. Il segreto è svelato, il ‘trucco’ evapora in soliloquio, la calcina dell’anima, del prestigio non resta che la gabbia vuota, il divin gabbato, coi nastri al collo.</p>



<p>**</p>



<p><strong><em>Lucida Intervalla</em>, di James Carkesse</strong></p>



<p><em>L’errore</em></p>



<p>Chi può dire cosa occasionò l’Errore?<br>Pensai a un letto in Paradiso, finii all’Inferno:<br>Oscurità e Catene dominano e il Portinaio<br>della corte di Pluto; senza ulteriori indugi<br>scassano Matteo il Corpo; tre Guardiani<br>tre Mercenari e Cerbero alle cancellate:<br>qui mi trattano come fossi Scemo e Scempio<br>finché non farò il mazzo al Mostro.</p>



<p>*</p>



<p><em>I poeti sono pazzi</em></p>



<p>Questo manicomio è la migliore delle Università:<br>vi prende i gradi il Poeta mica il Prete.<br>Figlio del gregge comune, egli entra<br>nella stanza dalle finestre aperte –<br>i Sermoni non valgono quanto un Salmo<br>e il Buffone mostra la guancia al prossimo:<br>una volta Tamar, la musicista, si è invaghita<br>del più mite, ma è l’altro, il Poeta estremo,<br>il selvaggio dall’ingegno galoppante, che piace<br>ai matti perché la sua Follia è smisurata:<br>ai Governatori questo Pazzo dichiara<br>che è pronto per il manicomio di Bedlam<br>a patto che rinneghi il Genio. Poeti e Attori<br>preparate i forconi perché arriva l’Idiota Fuori-di-Testa –<br>finché non gli cureranno la Poetica Rabbia<br>lasciate che invada le nostre Gallerie senza uscita.</p>



<p>*</p>



<p><em>Il poeta non è un lunatico</em></p>



<p>Ciò che Febo, il mortale, insegue ispira<br>il mio petto con alito di divino fuoco:<br>molla alla Luna i raggi dei tuoi potenti Fratelli;<br>la mia Musa obbedisce al Padre, mica alla Zia.<br>Apollo può risparmiare su ogni altra arte, soltanto<br>la poesia governa senza timore la tua Sfera.<br>Quanto ai Preti di Delfi e del colle Parnaso<br>il Dio li empie con Oracoli e Versetti; ma solo<br>Profeti e Poeti sono Matti (in un certo senso)<br>e i Sobri si fanno adulti, mentre essi dispensano<br>i loro doni: uno sfoga la Rabbia urlando al Vento<br>l’altro fa gocciare inchiostro sulla Carta.<br>Medico, guarisci te stesso, dicono; ma questo<br>va detto al Poeta: prenditi cura di te.</p>



<p>*</p>



<p><em>Dopo essere stato recluso come pazzo solo per aver tentato di ridurre a nulla i dissidenti della Chiesa</em></p>



<p>Quando lo Zelo di Dio ispira il petto<br>il mondo ti dice Cieco, spossessato d’Uomo;<br>e lusingando il proprio gelido desio<br>dicono Lunatico chi è reso al Celeste Fuoco:<br>benché i loro Occhi siano nella Fiamma<br>sono in disastro, disorientati dal Nome;<br>Sappiate che Cristo è nato prima<br>a Betlemme e poi nella nursery di questo<br>manicomio. A Dio e Padre e Figlio<br>e Spirito Santo, tre in uno,<br>per gli Uomini e gli Angeli, su tutti<br>splenda la Gloria dei Cieli e della Terra.</p>



<p>*</p>



<p><em>Scritto mentre mi viene il vomito</em></p>



<p>Certamente le Stelle non regnano, ora,<br>ma qualche crudele Cometa mi invia<br>un Pazzo ciarlatano nelle vesti del Vomito<br>al veleno; per fortuna Apollo è con me<br>e mi fortifica con l’Antidoto.<br>Non ha ancora dimenticato, da quando<br>Pitone è caduto dal suo braccio, che<br>molto Veleno è ancora da espellere.<br>Non tutti sono come Mitridate<br>immune all’orda del male:<br>per evitare l’inutile mania dei medici<br>preferisci Purga e Vomito: Elicona<br>se ne farà una ragione.</p>



<p>*</p>



<p><em>Umilmente presentato al Venerabile, al Tesoriere e agli altri Governatori del Manicomio di Bethlem</em></p>



<p>Apollo, Dio e Padre, tu e Io,<br>posseduti, entrambi, da Fisica e Poesia:<br>Fratello, cosa intendi per sberleffo? Credi<br>che questo Lunatico Figlio di Febo finga?<br>Colpevole secondo il Verdetto di una Giuria<br>cittadina: porto inciso dentro di me il fardello<br>con il nome di Furia Poetica; quindi:<br>devo scollinare dalla colpa perché<br>lui, che ogni pazzia permette, gemello<br>del Fato, dice che non si può smarcare<br>dalla giusta Ragione: condannate la Furia<br>allora ma discolpate il Poeta. Dottore<br>Io sono (non del tutto, lo rimarco, solo<br>in quanto Paziente) Carkesse, vostro umile<br>Servitore.</p>



<p>*</p>



<p><em>Sulle Signore che mi guardano in Cella</em></p>



<p>Quando il Dottore aveva gettato il Pazzo<br>nel Pozzo oscuro e costretto il Prigioniero<br>alla clausura, una Lady fece capo per caso:<br>splendida in bellezza, dilatò le grate per far<br>entrare la sua nuova luce; quanto ero felice:<br>privo del Sole, al confino, vidi la mia più<br>splendente stella arrossire.</p>



<p>*</p>



<p><em>Il Verdetto del Medico</em></p>



<p>Signore, lasci stare il Poeta e il Mentitore<br>soltanto da sobrio potrebbe sfidare la Luna:<br>ciò che sembra a tutta prima un misterioso<br>Paradosso, dimostrerò che è rotondo come<br>una sfera. Febo e Luna, fratello e sorella,<br>di certo s’intendono l’un l’altro:<br>io, nel loro Privato Concilio, in qualità<br>di Dottore, porterò il tuo caso senza<br>ulteriori spese: a meno che la Luna non<br>lo assista, lo so bene, Apollo non può<br>creare dal nulla un poeta. Quando<br>il Genio lo rinnega, egli è un Somaro pari a me:<br>Sole e Luna ti abbandoneranno entrambi, vedrai.</p>



<p><strong><em>James Carkesse</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/james-carkesse-poesia-follia/">“I poeti sono pazzi”. James Carkesse o del poeta nato in manicomio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“L’uomo e la bestia magnificano il Suo Nome”. Christopher Smart, il poeta che adorava Dio in manicomio</title>
		<link>https://www.pangea.news/christopher-smart-ritratto-poesie/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 26 Sep 2023 04:19:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Christopher Smart]]></category>
		<category><![CDATA[follia]]></category>
		<category><![CDATA[Inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Jubilate Agno]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando nasce William Blake, un postribolo di esperti radunati nella “Commission of Lunacy”, decise che Christopher Smart, poeta, giornalista, perennemente squattrinato, era degno di finire in manicomio. Il sei maggio del 1757 Smart fu recluso al St Luke’s Hospital for Lunatics; William Blake sarebbe nato pochi mesi dopo, poco lontano. Amico di Samuel Johnson e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/christopher-smart-ritratto-poesie/">“L’uomo e la bestia magnificano il Suo Nome”. Christopher Smart, il poeta che adorava Dio in manicomio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Quando nasce <strong>William Blake</strong>, un postribolo di esperti radunati nella “Commission of Lunacy”, decise che <strong><a href="https://www.poetryfoundation.org/poets/christopher-smart" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Christopher Smart</a></strong>, poeta, giornalista, perennemente squattrinato, era degno di finire in manicomio. <strong>Il sei maggio del 1757 Smart fu recluso al St Luke’s Hospital for Lunatics; William Blake sarebbe nato pochi mesi dopo, poco lontano. </strong>Amico di Samuel Johnson e di Henry Fielding, apprezzato da Alexandre Pope, professore di filosofia al Pembroke College, Cambridge, Christopher Smart aveva 35 anni quando entrò in manicomio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="673" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/30960594709-673x1024.jpg" alt="" class="wp-image-97098" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/30960594709-673x1024.jpg 673w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/30960594709-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/30960594709-600x913.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/30960594709.jpg 710w" sizes="(max-width: 673px) 100vw, 673px" /></figure>



<p>La prossimità cronologica con la vita di Blake non è peregrina: di fatto, l’opera di Smart, lunare, lunatica, apocalittica, è il preludio di quella di Blake, ha il privilegio dell’esordio – dunque: del dolore raddoppiato. L’affinità tra i due – il semisconosciuto, in Italia, Christopher Smart, e l’icona-Blake – è sancita da Elémire Zolla:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“I temi della sua poesia furono arroventati, fusi, ridotti a magma dallo squilibrio… Proficue, nella misura in cui lasciano affiorare simbolismi pitagorici, ermetici, cabbalistici; soltanto con William Blake si riudranno di tali accenti”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Zolla – che fa di Smart uno dei campioni dei <em>Mistici dell’Occidente</em> – si riferisce, in particolare, ai poemi germogliati nella casa dei matti. Prima, per così dire, Smart era un seguace della via lirica di Pope, un raffinato traduttore di Orazio, un arguto polemista (nel 1753 pubblica il poema satirico <em>The Hilliad</em>, di cifrata ferocia). Il manicomio esaspera l’estro lirico &amp; teologico del poeta, ordinato nei ranghi della chiesa anglicana. Confinato nell’aldilà della mente, Christopher Smart scrive quello che i critici riconoscono come il suo capolavoro, <em>A Song to David</em> (1763); così suona una stanza nella versione di Zolla:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Per <em>Adorazione</em> i viticci s’arrampicano<br>e gli alberi da frutto promettono le loro gemme;<br>e l’uccello col suo stupendo corsetto<br>edifica per le sue uova il nido sagace<br>e le campanule piegano lo stelo,<br>e di vinoso sciroppo schiumano i cedri;<br>dalle rocce sgorgando, il puro miele”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nel lavorio di Smart, la misura biblica è tratta dall’osservazione della natura; nel più piccolo elemento – pietra, albero, bestia – si rispecchia il volere divino. Il creato è un tempio di segni, che indicano, con ineffabile precisione, il ritmo del discorso divino.</p>



<p><strong>L’opera più folle scaturita al St Luke, tuttavia, s’intitola <em>Jubilate Agno</em>. Scritta tra il 1759 e il 1763, giudicata impubblicabile</strong> – sorge dai meandri dell’oblio soltanto nel 1939 – l’opera è una sorta di immane sermone lirico, dove sono ricapitolati i ranghi e i reami di Dio. La gradevolezza poetica è sostituita dalla solennità biblica; l’armonia è rotta dalla sprezzatura; l’equilibrio dal naufragio dell’immaginazione. Così, i personaggi biblici vengono ricapitolati insieme agli elementi del mondo; la caratura del creato crepita in putiferio zoologico: appaiono, in un catalogo che ha l’intransigenza dei santi bendati, unicorni e coccodrilli, rospi ed ermellini, tigri, leopardi, formiche; la nobile bestia e il microscopico insetto. L’ansia naturalistica è pari a quella biologica: Dio si rispecchia nelle elitre di una libellula. Siamo già negli accordi di Blake.</p>



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<p>Il testo – messo in musica nel 1943 da Benjamin Britten come <em>Rejoice the Lamb</em> – va ‘osservato’ nel manoscritto: la scrittura minuta, miniata da una mente fausta che solo gli stolti possono dire infelice, compila una sorta di boschiva contro-bibbia. La grafia microlitica di Smart va paragonata ai microgrammi di Robert Walser, agli appunti intorno al messale di Clemente Rebora, opera che non prevede pubblico, che si deposita come refoli di muschio sui consolati delle rocce, senza consolazione, urlo bianco.</p>



<p>Uscito dal manicomio, l’infelice Smart si diede a tradurre i Salmi e a ideare una nuova forma di poesia religiosa per bambini. <strong>Lo mollarono tutti, compresa la moglie e i tre figli</strong> (uno dei quali, la figlia Elizabeth, diventerà scrittrice ‘romantica’ e protofemminista dall’alterno successo): lo stigma del ‘folle’ minò la sua vita. <strong>Gli restò al fianco soltanto il gatto, Jeoffry</strong>, a cui, in <em>Jubilate Agni</em>, dedica alcuni notissimi versi nell’ambito della poesia ‘felina’:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Perché la destrezza nel difendersi è la prova dello straordinario amore che Dio gli reca.<br>Perché è più rapido di ogni altra creatura nel raggiungere il suo scopo.<br>Perché è un misto di gravità e capriccio.<br>Perché sa che Dio è il suo Salvatore<br>e non c’è niente di più dolce della sua pace quando riposa<br>nulla di più audace della sua vita quando si muove”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Lo misero di nuovo in gabbia, nell’aprile del 1770. Aveva contratto troppi debiti e la società londinese non poteva ammettere neanche la follia del portafogli. Nelle sue lettere, il poeta chiedeva ai maggiorenti della città un po’ di denaro; si lamentava della penuria di cibo. Lo lasciarono morire, il 20 maggio del 1771, alla King’s Bench Prison di Londra. Il poeta più visionario e spericolato del suo tempo spira all’età di 49 anni.</p>



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<p>Christopher Smart, che in Italia, fino a qualche tempo fa, ha goduto di ottimi traduttori – <strong>Margherita Guidacci ha tradotto un’antologia di testi come <em>Inno a David e altre poesie</em> per Einaudi, nel 1975</strong>: il libro è in esilio da tempo, come l’opera tutta di Smart, d’altronde, in un Paese abituato alla poesia ‘confessionale’, dei buoni sentimenti, ricca di cauti intenti, ‘facile’, poco oltre la rima cuore-amore – è l’emblema del poeta che si ribella al proprio tempo. Nell’Inghilterra newtoniana, puritana eppur priva di Dio, all’alba della letteratura ‘industriale’, meccanizzata, Smart era elemento assurdo. Non riuscì a far fruttare il proprio talento, non sapeva amministrare il denaro, in un’epoca – pari alla nostra – in cui la scaltrezza era tenuta in maggior risalto della probità; si rivelò ingenuo, aurorale, cretino. I suoi libri, naturalmente, vendevano poco; nel 1755 si fece inchiodare da un contratto capestro: firmò un’esclusiva per un giornale, “The Universal Visitor”, che avrebbe dovuto creare dal nulla. Non riuscì a uscirne e il suo esaurimento fu diagnosticato come “mania religiosa”. La tentacolare Londra finì per soffocarlo. Christopher Smart non riuscì a capire le regole del mondo industrioso, industriale, che al dono preferì la merce; credeva in altri modi, più fatui, più cauti, più umani.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="598" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/s-l1200-598x1024.webp" alt="" class="wp-image-97099" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/s-l1200-598x1024.webp 598w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/s-l1200-175x300.webp 175w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/s-l1200-600x1027.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/s-l1200.webp 631w" sizes="(max-width: 598px) 100vw, 598px" /></figure>



<p>Nei suoi astrali intenti, <strong>Smart cercò di fondere la figura di Orfeo con quella di Davide, lo sciamano greco con il salmista biblico.</strong> Il segreto della poesia era tutto lì, a suo dire: nel candore del cantore imbevuto di lutti che imbambola le creature infernali per far risorgere Euridice; nell’innografo peccatore che sapeva piegare la volontà di Dio, avvicinandolo perché si abbeverasse alle sue mani. Orfeo accerchiato dalla danza delle Baccanti; Davide che balla, nudo, intorno all’arca. Lampi d’arpa, stridio sinistro e preveggenza di disastri incombono sulla grande poesia – luce che intaglia una via, da qui all’altro mondo, con urgenza che spacca i timpani. &nbsp;</p>



<p>***</p>



<p><strong>Da </strong><em style="font-weight: bold;">Jubilate Agno</em></p>



<p>Congioite in Dio, o Lingue; sia gloria al Potente e all’Agnello.</p>



<p>Nazioni, linguaggi, Creature in cui è saldo il soffio della Vita.</p>



<p>Che l’uomo e la bestia appaiano al suo cospetto e magnifichino insieme il suo nome.</p>



<p>Lasciamo che Noè e la sua compagnia si avvicinino al trono della Grazia e rendano omaggio all’Arca e alla Salvezza.</p>



<p>Lasciamo che Abramo presenti l’Ariete e adori il Dio della sua Redenzione;</p>



<p>che Isacco, lo Sposo, si inginocchi con i suoi armenti e benedica la speranza del pellegrinaggio;</p>



<p>che Giacobbe e il suo branco di maculate belve adorino il buon Pastore di Israele;</p>



<p>che Esaù offra il capro espiatorio per consolidare la sua discendenza e gioisca della benedizione in cui lo immerge il Dio di suo padre;</p>



<p>che Nimrod, cacciatore assoluto, agganci il Leopardo all’altare e consacri la sua lancia al Potente;</p>



<p>che Ismaele sacrifichi la Tigre e lodi la libertà che il Signore gli ha elargito;</p>



<p>che Balaam giunga con l’Asino e benedica il Potente, il suo popolo e le sue creature, per l’eterno premio;</p>



<p>che Ana, figlio di Zibeon, porti il Mulo al tempio e benedica Dio, che dona consolazione a chi serve l’uomo;</p>



<p>che Daniele arrivi cavalcando il Leone e omaggi Dio con tutta la sua forza attraverso la fede in Gesù Cristo;</p>



<p>che Aronne, il sommo sacerdote, sacrifichi il Toro e lo lasci andare libero presso il Potente fattore della Vita;</p>



<p>i leviti di Dio afferrino i Castori dai fiumi per portarli nell’Arca dei Testimoni;</p>



<p>Eleazaro con l’Ermellino serva il Potente colmo di purezza.</p>



<p>Itamar amministra e addomestica gli Stambecchi, benedice il Potente che veste gli ignudi.</p>



<p>Gershom si leva il cuore e benedice Colui che nutre gli affamati.</p>



<p>Merari loda la sapienza e la potenza di Dio raffigurata nella belva che scava la roccia e si inarca dalla sabbia.</p>



<p>Kohath corre con lo Zibellino e benedice Dio nei finimenti del Tempio.</p>



<p>Ioiadà benedice Dio nella figura della Lepre, che costruisce labirinti per ripararsi dall’avversario.</p>



<p>Achitub si umilia con la Scimmia davanti a Dio che può tutto, creature della creatività e del mutamento.</p>



<p>Mosè, Uomo di Dio, benedice con una Lucertola il docile imperio di Dio, magnanimo nella mitezza.</p>



<p>Giosuè loda Dio con l’Unicorno: la scaltrezza di Dio, la potenza di Dio, la lama di Dio potente in battaglia.</p>



<p>Otniel loda Dio con il Rinoceronte: armatura che rispecchia la bellezza di Dio.</p>



<p>Tola benedice con il Rospo, la buona creatura di Dio, la cui virtù resta nel segreto.</p>



<p>Gedeone benedice con la Pantera, figura del Verbo di Dio, invincibile anche quando sorseggia al torrente.</p>



<p>Boaz, architetto di Giuda, benedice con il Topo, che dimora nel pericolo e insegna a vigilare, a dare ordine alla casa.</p>



<p>Abisai benedice con la Iena, il terrore di Dio: la ferocia della sua ira si scaglia contro i nemici d’Israele.</p>



<p>Ethan loda con la Pulce, pari a una cotta di maglia, perfora con il suo vigore, la sua preveggenza le permette di sfuggire al pericolo.</p>



<p>Heman benedice con il Ragno, la cui trama, ricca di sottigliezze, è il bene.</p>



<p>Chalcol loda con lo Scarabeo, la cui vita è preziosa agli occhi di Dio.</p>



<p>Darda con la Sanguisuga benedice il Nome di colui che cura il corpo e l’anima.</p>



<p>Davide benedice con l’Orsa, vittoria del Potente, figura di perfezione ed eccellenza – Dio è l’artista inimitabile, l’uomo è eco dell’arpa celeste.</p>



<p>Salomone loda con la Formica, che glorifica la fonte di ogni saggezza.</p>



<p>Samuele, il ministro bambino, loda incessantemente con il Porcospino, creatura che opta per la continuità della difesa.</p>



<p>Giuseppe loda con il Coccodrillo, la cui potenza è pura, l’aspetto incute terrore e sapienza nell’assalto.</p>



<p>*</p>



<p>L’Uomo deve essere considerato in ciò che eccelle secondo prospettiva.</p>



<p>Dodici sono le virtù cardinali – tre si trovano a Est: Grandezza, Valore, Pietà.</p>



<p>Tre sono a Ovest: Bontà Purezza, Sublime.</p>



<p>Tre si trovano a Nord: Meditazione, Felicità, Forza.</p>



<p>Tre sono a Sud: Costanza, Bellezza, Saggezza.</p>



<p>L’Argomento <em>a priori</em> è Dio ed è nella coscienza di ogni uomo.</p>



<p>L’Argomento <em>a posteriori</em> è Dio, davanti agli occhi di ogni uomo.</p>



<p>I ventiquattro Vegliardi dell’Apocalisse sono ventiquattro Eternità.</p>



<p>Le ventiquattro Corone appartengono ad altrettante Consumazioni.</p>



<p>Gli abitanti del mondo sono caratteri: il loro sigillo è Dio.</p>



<p>Non esiste musica che non viva nella naturale tonalità di Dio.</p>



<p>Infatti, quando la Polemica prende il posto del coraggio, l’uomo di genio è spinto alla mania del vizio:</p>



<p>il Diavolo dà fuoco a una casa quando trova facile combustibile.</p>



<p>Il Sogno è cosa buona: proviene da Dio.</p>



<p>Sognare l’avversario riempie di terrore.</p>



<p>Ma il sogno non è che una delle molte risposte.</p>



<p>La malvagità del fuoco è dovuta al fatto che il Diavolo ha nascosto la luce, fino a creare una visibile oscurità.</p>



<p>Perché il Cerchio può diventare Quadrato, gonfiandosi, passando con la pancia per terra.</p>



<p>Perché la Vita di Dio è nel corpo dell’uomo e il suo spirito è nell’Anima.</p>



<p>Perché non esiste pioggia in Paradiso, a causa della delicata formula delle erbe e dei fiori spirituali.</p>



<p>Perché Mercurio significa Discernimento.</p>



<p>Perché uno scozzese cerca il vero in un pozzo, mentre l’inglese fissa i cieli nel cielo.</p>



<p>Perché Venere vuol dire Prudenza o Provvidenza.</p>



<p>Perché Dio è il più stravagante degli Esseri, generoso fino a svuotarsi di ogni cosa.</p>



<p>Non c’è alcun profitto nella proliferazione dell’uomo e la morte di milioni non vale una lacrima di Dio.</p>



<p>Perché Marte vuol dire Forza.</p>



<p>Perché adorare nudi sotto la pioggia è il gesto più audace per purificare il corpo.</p>



<p>Perché Giove significa Dispensare.</p>



<p>Benché Tully dica che la generosità è dei giusti, la voce di Cristo è diffusa ovunque.</p>



<p>Perché l’Anima è divisibile e una porzione di Spirito può essere separata e affidata a un altro.</p>



<p>Perché un canto nuovo è necessario per glorificare Dio: i Salmi sono il suo cibo.</p>



<p>Perché Saturno vuol dire Temperanza e Pazienza.</p>



<p>Perché è bene augurare il bene, ma pregare offre un balsamo per la propria interiorità.</p>



<p>Perché Spica Virginis è la stella che apparve ai savi d’Oriente per dirigere il loro cammino, prima di essere inghiottita dal sentire del sentiero.</p>



<p>Perché l’Idea è la visione mentale di un oggetto.</p>



<p>Perché il mio talento è inchiodare parole: quando un lettore passa presso i miei calchi, vi inciampa, prendendo quella forma.</p>



<p>Perché i Nomi dei Giorni sono frivoli, abominevoli.</p>



<p>Perché i Nomi dei Mesi sono inganni: soltanto le parole in ebraico vengono da Dio.</p>



<p>La materia putrefatta si trasmuterà, prima di esaurirsi, in diverse creature e combinazioni.</p>



<p>Perché un Rospo può dimorare nel centro della pietra – esistono pietre che respirano come animali.</p>



<p>Perché il Rospo ha nel mezzo degli occhi una prospettiva più superba di ogni altra bestia: sa diminuire la distanza con la Gloria del Creatore.</p>



<p>Perché il Diavolo rende l’ombra più densa alla luce della candela: il potere del fuoco è magico, maligno.</p>



<p>Perché radersi la barba è un’invenzione degli abitanti di Sodoma per far sembrare gli uomini simili a donne.</p>



<p>Perché l’ignoranza è un peccato e all’illuminazione si arriva pregando.</p>



<p><strong><em>Christopher Smart</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/christopher-smart-ritratto-poesie/">“L’uomo e la bestia magnificano il Suo Nome”. Christopher Smart, il poeta che adorava Dio in manicomio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Sono una specie di fenice risorta”. David Gascoyne, il poeta che diventò Hölderlin</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Jun 2023 04:44:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[David Gascoyne]]></category>
		<category><![CDATA[follia]]></category>
		<category><![CDATA[Friedrich Hölderlin]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fece di tutto – attraverso una pratica lirica estenuante – per diventare pazzo; ci riuscì. La formula con cui David Gascoyne sancisce la propria esistenza – dacché, in lui, non esiste vita oltre la clausura poetica, il respiro è giustificato dall’ispirazione, tutto il mondo, il tempo, va espiato nel verso – è di cristallina esattezza: [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Fece di tutto – attraverso una <em>pratica</em> lirica estenuante – per diventare pazzo; ci riuscì. La formula con cui David Gascoyne sancisce la propria esistenza – <strong>dacché, in lui, non esiste vita oltre la clausura poetica, il respiro è giustificato dall’ispirazione, tutto il mondo, il tempo, va espiato nel verso</strong> – è di cristallina esattezza: <em>a poet who wrote himself out when young and then went mad</em>. Il cartiglio, ovviamente menzognero – Gascoyne reclama la pazzia come sigillo della propria etica poetica: egli è David Gascoyne perché è diventato matto, ma alla follia, autentica, è impedita questa quota di laica lucidità –, dice due cose. Intanto, lo sfarfallio del cliché: la poesia è legata alla giovinezza e dunque alla pazzia. <strong>Il poeta non invecchia mai – diventa pazzo, evolve nella follia. Poi: si scrive per espellersi, per cacciarsi via da sé</strong> – fino a restare ombra, pallore verbale, balbettio. Si scrive per gettarsi nella giovinezza – perciò, nella pazzia, nel mondo privo di opposizioni, dove bene e male convergono nel medesimo singulto, nello stesso sputo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="687" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/Gascoyne-1-687x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95879" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/Gascoyne-1-687x1024.jpg 687w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/Gascoyne-1-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/Gascoyne-1-600x894.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/Gascoyne-1.jpg 725w" sizes="(max-width: 687px) 100vw, 687px" /></figure>



<p>Ah, la vita di Gascoyne, emblematica gioventù, precocità aggressiva, talento violento. Nato ad Harrow nel 1916, primogenito di un impiegato di banca, Leslie Noel, e di una donna, Winifred Emery, legata a una famiglia di attori di pregio. <strong>Agli studi tecnici, cui era avviato, preferì la bohème, i sublimi bassifondi della poesia: sedicenne pubblica la prima raccolta di versi, <em>Roman Balcony and Other Poems </em>(per consacrarsi, rimbaudiano, alle indecenti leggende giovani);</strong> l’anno dopo atterra a Parigi. Sente l’urgenza di rompere con la lingua materna, di investigare l’estraneo. Nelle fotografie ha il viso quadrato, gli occhi enormi e intimiditi, le labbra spesse, di sbieco, di chi ha bevuto il latte della Gerusalemme celeste – è un volto, ecco, di un ragazzo che precipita, che impone la spietata pietà.</p>



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<p>A Parigi Gascoyne conosce André Breton, Paul Eluard, Benjamin Péret; scrive poesie per Salvador Dalí, Yves Tanguy, René Magritte; si fa surrealista con l’ansia di esaurire ogni avanguardia, con la foga di chi non ha avvenire. <strong>Nel 1935 pubblica <em>A Short Survey of Surrealism</em>, importando, di fatto, il Surrealismo in Inghilterra; l’anno dopo è tra gli organizzatori del London International Surrealist Exhibition.</strong> La mostra s’inaugura l’11 giugno, alle New Burlington Galleries; tra i partecipanti si ricordano Brancusi e Giacometti, De Chirico e Marcel Duchamp, Henry Moore, Paul Klee, Picasso, Picabia, Man Ray&#8230; L’agone surrealista lo domina per una manciata di mesi folgoranti: Gascoyne, in verità, non si installa in alcun credo; a Parigi frequenta Henry Miller e Lawrence Durrell, diventa discepolo di Pierre-Jean Jouve, che insieme a Pierre Klossowski, nel 1930, aveva tradotto i <em>Poèmes de la Folie de Hölderlin</em>. Intorno al libro, sconcertante, su Arthur Rimbaud, <em>Rimbaud le voyou</em> (1933), nasce il legame con Benjamin Fondane, poeta-pensatore che spiazza le ingenue effervescenze di Gascoyne, e gli è maestro, in un grumo di notti, nel 1937 (da qui, molti anni dopo, la scrittura di quel libro delicato, un amuleto, <em>Rencontres avec Benjamin Fondane</em>).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="632" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/gascoyne-632x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95880" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/gascoyne-632x1024.jpg 632w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/gascoyne-185x300.jpg 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/gascoyne-600x972.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/gascoyne.jpg 667w" sizes="(max-width: 632px) 100vw, 632px" /></figure>



<p><strong>I ‘modelli’ di Gascoyne, arso da un’alba perpetua e sfrenata, sono proprio quelli: Rimbaud e Hölderlin. Modelli di vita – e dunque di poesia.</strong> Gascoyne, cioè, lavora – consapevolmente o meno – per diventare incompreso, irrintracciabile, riconosciuto per evasione, esteta della scomparsa. Fa di tutto per fallire, per smarrire la poesia dopo tanto accanimento. Monco del nome, impotente al proprio tempo, Gascoyne si spalanca un Harar nel petto, devia un Neckar nelle narici. Poco dopo aver pubblicato <em>Hölderlin’s Madness</em> (1938), il poeta s’imbarca come cuoco su un vascello di costa, siamo nella Seconda guerra; con il nome di “David Emery” è arruolato tra gli attori dell’ENSA, la Entertainments National Service Association, nata per dare svago alle truppe britanniche. Frequenta Lucien Freud, per qualche anno vive in Canada, si sposta a Aix-en-Provence; <strong>alla protervia lirica di W.H. Auden, che domina, e alle poesie di Philip Larkin, “deprimenti”, preferisce i versi scotennati e ipnotici di Dylan Thomas, che incrocia in uno dei suoi vagabondaggi, negli Stati Uniti.</strong></p>



<p>Attraverso Fondane scopre la filosofia di Lev Šestov, che lo ispira “alla violenza con cui deve essere afferrato il Regno dei Cieli”. <strong>È un crocevia di contraddizioni, Gascoyne: comunista a 19 anni, sconfessa la politica dopo aver fatto la canonica gita nella Spagna</strong> <strong>ribollente di guerra</strong>; surrealista, abbandona l’ideologia, “sono i religiosi dell’anti-religione, autentici giacobini”, dirà, mentre Breton lo accusa di essere il “Cristo della rivoluzione poetica”. È ancora un ragazzo, i crolli sono continui, inizia il periplo conventuale nei ricoveri, la vita che si realizza nella nigredo del delirio mentale. Il suo cristianesimo – adattato in versi abili alla profezia – è quello che sta tra Trasfigurazione e Getsemani.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/s-l1600-2-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95881" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/s-l1600-2-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/s-l1600-2-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/s-l1600-2-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/s-l1600-2.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p><strong><em>Höderlin’s Madness</em> è l’emblema dell’ascesi nella follia di Gascoyne – programmata, deliberata, specie di obbedienza alla debolezza.</strong> L’acribia cronologica, la dedizione acritica, perfino la generosa ingenuità nell’insistere sulla mania lirica di Hölderlin, sono il sintomo di un poeta che preferisce, a prescindere, la <em>notte</em> della poesia. Soltanto l’oscurità – secondo il codice di Giovanni della Croce – consente la luce: crollare nell’infimo è il primo grado della sapienza. <strong>Di Hölderlin, a Gascoyne, interessa la <em>pazzia</em> – cioè la continua evasione dal canone – come di Rimbaud la fuga e l’abbandono, che sanciscono la paradossale autenticità dell’opera</strong> (la quale, di per sé, non esiste, non può, non ha alcun fondamento intellettuale, defraudata dal destino dello spiritato, al di fuori della sua volontà; bisogna essere dei lirici ordinari per stare nel reame editoriale, per ‘curare’ i propri testi, per commentarli, addirittura: essa, l’opera, spappolata, è un lascito ai posteri, che dovranno ricucirla, ricostruirla, ricondurla all’ordine, installarla nella “storia della letteratura”). Gascoyne ha 21 anni quando pubblica <em>Höderlin’s Madness</em>; pubblicherà altro – <em>Night Thoughts</em>, ad esempio, del 1956, prolunga quel verseggiare nottambulo –; negli anni Sessanta si ritira in un manicomio, nell’Isola di Wight, il Whitecroft Hospital. Ne uscirà grazie a Judy Lewis, che lavora negli istituti per malati mentali e riconosce il genio del poeta: si sposeranno nel 1975, lui ha quasi sessant’anni.</p>



<p><strong>Nell’ultima fetta della sua vita – morirà nel 2001, a novembre –, Gascoyne rivive la propria giovinezza, con nitore da idolatra, da imbambolato: </strong>pubblica i <em>Journal</em> scritti a Parigi, traduce <em>Les Champs magnétiques,</em>il libro del 1920 di André Breton e Philippe Soupault, onora la maestria di Fondane. Raccoglie gli ultimi fuochi lirici – sempre fuori dal tempo, per sempre giovane. Le lettere a Meraud Guevara, pittrice, erede dei Guinness, moglie dell’artista cileno Alvaro Guevara, con cui stringe una profonda amicizia dal 1955, descrivono, in chiaroscuro, l’indole di Gascoyne. Londra è “un labirinto umido, grigio, pieno di spettri che ondeggiano” (25 gennaio ’56), il poeta è “paralizzato, inebetito, polarizzato dalle idiozie” (10 maggio ’62); nel 1964, in un attacco di schizofrenia, tenta di strangolare l’amica, è rinchiuso in una clinica a Vaucluse, le scrive,</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“&#8230;lo immagini, ho un disturbo mentale, permanente, da tempo, non potrò più maneggiare la mia arte, il talento è sfinito, passerò il resto della vita tra un sanatorio e l’altro; nient’altro che un corpo, preda delle istituzioni&#8230; ma so che anche questo è un delirio, stimolato artificialmente&#8230;”.</strong></p>
<cite><strong>(13 maggio 1964)</strong></cite></blockquote>



<p>Alla Guevara descrive gli anni dell’ospedalizzazione sull’Isola di Wight, lettere scritte da un condannato, su cui grava la cupa colpa del nulla:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“David, il poeta, è completamente morto; quando parli di un palo nel cuore, hai ragione: questo è ciò che sento durante la depressione più acuta”.</strong></p>
<cite><strong>(1 novembre 1964)</strong></cite></blockquote>



<p>Gascoyne invade Hölderlin, lo tradisce, lo completa, pone un trono nella sua follia. <strong>Lo dice, il poeta, le sue traduzioni sono un “libero adattamento”, sono degli “originali”: Gascoyne entra nella notte di Hölderlin con le torce in bocca. È un pirata ragazzino, uno che manovra la fionda, incurante dell’accademia.</strong> L’avventatezza diventerà canone (Ezra Pound, il solito pioniere, con <em>Cathay</em>, nel 1915, aveva rifatto, letteralmente, la poesia cinese classica; Pier Paolo Pasolini, nel 1960, riscrive Eschilo, incurante del greco, grave del proprio linguaggio poetico, in quella <em>Orestiade</em> travolta nel sacrilego; nel 1991 Giovanni Testori traduce in versi, con ritmo caravaggesco, la <em>Prima lettera ai Corinzi</em> di San Paolo); Gascoyne è affascinato dai frammenti di Hölderlin, dalle poesie di aurorale innocenza, inebetite, appagate, oltreumane, come se da lì si potesse estorcere il veleno della pazzia, la quintessenza della lirica. D’altronde, è l’opera stessa di Hölderlin, disordinata, incongrua, fitta di frammenti infiniti, di tentativi a tentoni, una vera e propria apostasia della letteratura, a consentire ogni audacia. Anzi, il vero tradimento sarebbe trattare Hölderlin come un poeta qualsiasi, bene insediato nel canone, come Goethe, Schiller, Novalis; altrimenti, l’autodistruzione di Hölderlin, la sua scelta – ben al di là dalla patologia, dai patetici allarmati dal folle – sarebbe invano, <em>lalia</em> che proviene da un inesplicabile altrove.</p>



<p>Predilige il paesaggio, l’illuminazione fulminea, la parola sul punto di svelarsi, la quiete che assembla un sovrappiù di rivelazione – e la Storia appare, d’improvviso, superflua –, Gascoyne, contemporaneo di Hölderlin; queste sono le prime quartine del suo <em>Inverno</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Quando un albume di neve albeggia sui campi<br>e incendia di scintille la pianura infinita,<br>l’estate ci imbambola per un istante, la primavera<br>viva si percepisce mentre il giorno muore.</strong></p>



<p><strong>Tutte le illusioni sono sgargianti, l’aria è leggera,<br>cristallina la foresta; e non c’è umano<br>sulle strade lontane,<br>il silenzio rende sublime ogni cosa che ride.</strong></p>
</blockquote>



<p>Che in questo modo, per darci una vaga idea, sono rese da Luigi Reitani – in una versione più <em>corretta</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Quando bianca neve i campi adorna<br>E sulla pianura alto il sole splende,<br>Lontana incanta estate, seducente,<br>E mite già la primavera torna.</strong></p>



<p><strong>Superba è la visione, l’aria è fina,<br>Limpido il bosco, nessun uomo cammina<br>Su strade fuori mano, ove quietamente<br>Tutto è sublime e tutto è ridente.</strong></p>
</blockquote>



<p>Gascoyne elettrizza Hölderlin, piazzando la sua Apocalisse nell’era delle metropoli, della statistica, della macchina; nel tempo fatto a strappi da icone di guerra, calcato nell’acciaio. Ogni tentativo sinottico è bieco, non corrisponde al destino di cui Gascoyne impegna questi versi: fatti per la liturgia solitaria, atti a farci sbocciare nella pazzia, alla piccola follia dei balconi aperti, che digrignano gerani. Come benedizione e austero libro d’ore, vanno ripetuti questi versi, caldi alla lingua, evocano mondi su cui piede umano non calca, calcina sia sul regno dei bipedi. Per questo, qui, tradimento al cubo, Gascoyne è passato al setaccio con lo stesso metodo con cui il poeta ha svaligiato Hölderlin: contraffazioni, slittamenti, piccole aporie, contraddistinguono questa traduzione, che è opera di un bombarolo, un guerriero nell’ombra.&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="772" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/31240595762-772x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95882" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/31240595762-772x1024.jpg 772w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/31240595762-226x300.jpg 226w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/31240595762-768x1019.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/31240595762-600x796.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/31240595762.jpg 814w" sizes="(max-width: 772px) 100vw, 772px" /></figure>



<p>Infine, il poeta che desiderava diventare pazzo, riuscì a stanarsi, liberandosi della sua follia. A Meraud Guevara dettaglierà, infine, la sua resurrezione, l’etimo della vita nuova, quella specie di acquario nella nostalgia. <strong>“Sono una specie di fenice risorta”, le scrive, il 16 aprile del 1979 – sognava di diventare un’aquila, l’uccello sacro a Hölderlin, che abita “nelle tenebre” e pur moribondo solca gli abissi.</strong> Eppure, si sa, la vita è sempre obliqua al sogno, scolpisce il viso con un ago, tradisce le intenzioni in una legione di paludi – eppure, ogni ombra nasconde un dio decapitato.</p>



<p>*</p>



<p><strong>ORFEO AGLI INFERI</strong></p>



<p>Cortine di roccia<br>lacrime di pietra,<br>foglie, in alto, tra le crepe del cielo:<br>da lato a lato sipari<br>sollevati da mani impietose.</p>



<p>Venne portando la lira frantumata,<br>indossava l’abito blu di un re,<br>gli occhi come fori su un foglio;<br>si sentiva il mare, lontano, diafano,<br>di tanto in tanto, eletto dal vento improvviso,<br>come una canzone interrotta.</p>



<p>Di tanto in tanto tornava dal sonno,<br>labbra semiaperte, parole confuse<br>che fuggono per raccontare<br>la storia di quella notte sgargiante<br>giorno funestato di ali<br>sopra le isole e i mari<br>e i deserti e i pascoli e le pianure<br>dell’immemore terra straniera.</p>



<p>Dorme con la lira frantumata tra le mani,<br>intorno al suo sonno sollevano<br>drappi pietrificati, le lacrime e le foglie,<br>veli di cruda roccia che nascondono il cielo sfondato, infinito.&nbsp;</p>



<p><strong><em>David Gascoyne</em></strong></p>



<p><em><a href="https://www.ninoaragnoeditore.it/opera/la-follia-di-holderlin" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*Per gentile concessione si pubblicano parte dell’introduzione e una poesia da: David Gascoyne, La follia di Hölderlin, Aragno, 2023</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/david-gascoyne-poesia-follia-holderlin/">“Sono una specie di fenice risorta”. David Gascoyne, il poeta che diventò Hölderlin</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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