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	<title>Facebook Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Sat, 10 Dec 2022 05:56:48 +0000</lastBuildDate>
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		<title>I social sono oceani di morte: liberatevi!</title>
		<link>https://www.pangea.news/social-liberatevi-krauspenhaar/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Dec 2022 05:56:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Elon Musk]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
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		<category><![CDATA[Social]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Al di là della mia esperienza personale, che vale poco spazio come quella di quasi chiunque, poco tempo fa ho avuto una specie di illuminazione: i social, e nel mio contesto personale Facebook, sono oceani di morte. Perché questa affermazione tra il melvilliano è il granguignolesco cinematografico? Non lo so. La precisione la lascio a [&#8230;]</p>
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<p>Al di là della mia esperienza personale, che vale poco spazio come quella di quasi chiunque, poco tempo fa ho avuto una specie di illuminazione: <strong>i social, e nel mio contesto personale Facebook, sono oceani di morte.</strong></p>



<p>Perché questa affermazione tra il melvilliano è il granguignolesco cinematografico?</p>



<p>Non lo so. La precisione la lascio a chi è preciso, a chi prende appunti sul dorso della mano con cui si masturba.</p>



<p>Io vedo. Ho una visione simile a quella di quel posto abbastanza orribile, ma mai del tutto, che sta in Danimarca, dove il mare diventa del colore del sangue delle vittime ittiche.</p>



<p>Oceani di morte, oceani di pesce che parlano boccheggiando, al sole, saltando prima di cadere nell’acqua.</p>



<p><strong>I social network sono oceani di morte, nei quali noi boccheggiando diciamo la nostra poverissima verità nuda, o ipocrita, o falsa. Frattaglie messe insieme da algoritmi che servono a farci comprare.</strong> Il tiranno vuole i soldi, e con essi la nostra libertà. Zuckerberg è un tiranno a livello mondiale, Musk pure, il pelato di Amazon anche. Google ha la porta principale. In poco tempo, prenderanno i nostri cuori senza gloria, senza sentimenti individuali, e li trasformeranno in strumenti di controllo personale.</p>



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<p>Ecco perché siamo segnati come in un KZ; nuotiamo in un oceano di morte: del diritto, della libertà, della democrazia.</p>



<p><strong>Nuotiamo nel nostro stesso sangue e ci cibiamo delle feci di chi, se potesse, ci ucciderebbe. </strong>Facebook è uno strumento di controllo sociale ma in USA le armi si vendono più di prima, perché il controllo non prevede l’assassinio e il crimine di altri generi.</p>



<p>Noi nuotiamo in oceani di sangue senza senso, acque diluite da parole come bolle morte. Siamo pianerottoli, pianti, risate forzate, siamo infelicità e nessuno sa veramente chi siamo.</p>



<p><strong>Mi sono staccato dopo dodici anni da quel mostro il primo novembre.</strong> Mi sento più libero, mi sento meno pesce e più televisione via cavo di me stesso.</p>



<p>Uscite da tutto quel sangue e quella merda, non avete bisogno di essere conosciuti da eserciti di pesci morti che ridono alle vostre spalle.</p>
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		<title>Nasce “Odiare ti costa” per punire, leggi alla mano, chi ti offende sui social. Buone intenzioni per un progetto ambiguamente giustizialista e assai discutibile. La libertà vale di più</title>
		<link>https://www.pangea.news/odiare-ti-costa-campagna-contro-offese-social/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jul 2019 08:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[diffamazione]]></category>
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		<category><![CDATA[Odiare ti costa]]></category>
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		<category><![CDATA[Viviana Viviani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nasce “Odiare ti costa”, campagna contro l’odio in rete, promossa dall’avvocato e attivista Lgbt Cathy La Torre (Studio legale WildSide Human First) e dalla scrittrice e filosofa Maura Gancitano (fondatrice dell’associazione Tlon). L’obiettivo dichiarato è trovare strumenti legislativi per arginare le offese sui social, con particolare attenzione a quelle sessiste, razziste e omofobe in quanto [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nasce <a href="https://www.facebook.com/odiareticosta/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>“Odiare ti costa”</strong></a>, campagna contro l’odio in rete, promossa dall’<strong>avvocato e attivista Lgbt Cathy La Torre</strong> (Studio legale WildSide Human First) e dalla <strong>scrittrice e filosofa Maura Gancitano</strong> (fondatrice dell’associazione Tlon). L’<strong>obiettivo dichiarato</strong> è <strong>trovare strumenti legislativi per arginare le offese sui social</strong>, con particolare attenzione a quelle sessiste, razziste e omofobe in quanto più frequenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Le promotrici portano ad esempio soprattutto gli <strong>auguri di stupro e di morte ricevuti da Carola Rackete</strong> (Cathy La Torre è tra l’altro sua legale) e <strong>Laura Boldrini</strong>. Ci tengono però a sottolineare che “anche Giorgia Meloni è stata vittima di insulti sessisti e minacce sulla sua bacheca, ed è egualmente vergognoso ed egualmente da condannare” perché, pur essendo evidente l’area ideologica delle artefici, “non è un’iniziativa politica”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I dettagli della campagna non sono ancora stati completamente rivelati, per ora c’è solo un invito: spedire a una mail, sotto forma di link, tutti i commenti di odio reperibili on line, ricevuti in prima persona o da altri, espressi verso persone famose o comuni. </strong>L’obiettivo è fare in modo che <strong>ogni commento offensivo comporti una sanzione pecuniaria</strong>, da cui appunto il nome, “Odiare ti costa”. In pratica, colpire l&#8217;odiatore nel portafoglio, visto che un cuore a quanto pare non ce l’ha.</p>
<p style="text-align: justify;">Da osservatrice dei social (opinionista? cazzeggiatrice? perdigiorno? scegliete voi) quest’iniziativa mi ha suscitato l’immediata domanda: <em>cui prodest</em>? La verità è che <strong>in rete siamo molto meno anonimi di quel che crediamo</strong>. I dispositivi con cui ci connettiamo sono identificabili e geolocalizzabili. In caso di reati effettivi, la polizia ha il diritto di chiedere agli ISP (Internet Service Provider) tutti i dati relativi all’IP. Chiamarci sui social Mario Rossi o Stella Marina non ci garantisce alcuna immunità, se non dalla curiosità morbosa del vicino di casa. <strong>In caso di pedofilia, terrorismo, ma anche diffusione di contenuti privati, ricatti, minacce ripetute, furto d&#8217;identità e ora anche revenge porn, la legge già tutela le vittime. </strong>Oltre a questo, sappiamo che Facebook – ricordiamolo, piattaforma privata – ha al suo interno un sistema di segnalazioni e sospensioni di account, certo imperfetto, insufficiente o a volte eccessivo e facile alle cantonate, ma comunque presente e perfezionabile, oltre a fornire a tutti gli utenti lo strumento individuale e potente del ban.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa vorrebbe quindi aggiungere, alla legge dello Stato e ai regolamenti interni dei social, l’operazione “Odiare ti costa”?</strong> Non è ancora chiaro dove voglia collocarsi, ma <strong>alcuni segnali inquietanti emergono</strong>, primo fra tutti il nome. Sarà forse il mio un cavillo linguistico, ma <strong>come si può pensare di sanzionare non un’azione, ma un sentimento, per quanto negativo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La legge, al momento, è chiara: augurare il male non è reato, a meno che non si risolva in una minaccia concreta.</strong> Ti auguro di morire, ti auguro di essere stuprata, ti auguro di essere riempito di botte, non sono minacce. Certo, sono esternazioni pessime, rivelatrici di profondi malesseri, angosciosi stati d’animo, rabbia repressa, invidia, forse desiderio, spesso disprezzo di sé, vuoto dell’esistenza, per lo più associati a molto tempo da perdere. Ma <strong>non sono reati, al momento. Vorrebbe quindi “Odiare ti costa” istituire nuovi illeciti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il diritto è complesso e in alcuni di questi commenti si potrebbe di certo ravvisare l’ingiuria. Si tratta però di <strong>molti commenti, sparsi su molti post, scritti da autori spesso sotto pseudonimo. Insomma, un lavoro immane, che intaserebbe uffici e tribunali normalmente dediti a questioni un po’ più importanti.</strong> Forse, quindi, lo scopo è scandagliare tutto il web (appaltando agli utenti stessi buona parte del lavoro) alla ricerca di tutto ciò che ora inevitabilmente sfugge, per occasionalità o per scarsa rilevanza. Anche vista in questo modo, <strong>rimane un po’ inquietante questa psicopolizia social, per tre ordini di motivi</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>primo</strong> è legato al <strong>mezzo</strong>. <strong>Il social è come il mondo reale? Offendere su un social è come farlo per strada?</strong> Questo sostengono le promotrici, ma non è proprio così. <strong>Le parole hanno il loro peso, ma la presenza materiale non è irrilevante. Sui social siamo incorporei</strong>, e questo ci modifica. Una frase di odio detta guardando negli occhi l’altro, e anche in quel caso va esaminato il contesto, non è paragonabile alla stessa frase scritta da un estraneo a un estraneo, specie se famoso. <strong>Un uomo che dice alla donna che ha davanti “ti auguro di venire stuprata” si trova lì, con la sua materialità, la sua fisicità maschile, la sua maggior forza fisica. Lo stesso uomo alla tastiera di un pc, per quanto sgradevole e disprezzabile nella sua esternazione, trasmette sì un concetto violento, ma dalla consistenza di un fascio di elettroni.</strong> <strong>Una persona, di qualunque sesso, che dica a un altro “ti ammazzo”, sia in un ufficio o in un bar, lo sta dicendo a quella persona, ma chi lo dice a un contatto social, lo dice alla rappresentazione dell’altro e all’effetto che questa ha su di sé, come in un gioco di ombre.</strong> A meno di situazioni particolari per frequenza e accanimento, di cui appunto la legge già si occupa, non sta augurando di morire a quella persona, quanto piuttosto al capo arrogante, alla compagna che l’ha tradito, al marito che se ne è andato, al lavoro perduto, ai figli ingrati, al vigile che gli ha fatto multa, a tutto ciò che nella sua vita, a torto o a ragione, lo massacra ogni giorno. Con questo non si vuole giustificare ciò che è evidentemente sbagliato, ma <strong>“il medium è il messaggio”</strong> di <strong>McLuhan</strong> è una <strong>grande verità</strong>, che vale anche per gli insulti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>secondo</strong> è legato alla <strong>forma</strong>. Prima di parlare di risarcimenti, bisognerebbe <strong>definire cosa è insulto</strong>. Il social, proprio grazie alla sua forma multimediale e prevalentemente scritta, è un contenitore variegato e multiforme. A meno che non si decida che solo alcune espressioni ben definite, quali ad esempio i già citati auguri di stupro e di morte, sono insulto, <strong>ci si troverà di fronte al trasformismo e alla creatività del popolo social</strong>, che avrà pur dato voce, come disse Eco, a legioni di imbecilli, ma anche a falangi oplitiche di fottuti geni. Non ci vorrà quindi molto prima che <strong>gli auguri di stupro si mutino in “le auguro di perdere la sua virtù sotto colpi di virile violenza”</strong>, o quelli di morte in “auspico riceverà presto la visita della signora con la falce”. Che fare allora? <strong>Se la sostanza è la stessa, ma la forma cambia, potrà il commento essere classificato come satirico, oppure l’eccesso aulico richiederà un obolo ancor maggiore?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>terzo</strong> è legato ai <strong>soldi</strong>. Confesso che inizialmente, vedendo la pagina Facebook di “Odiare ti costa”, non ho capito subito che avesse aspirazioni giuridiche. Credevo fosse semplicemente una nuova pagina social, di quelle che vivono di altre pagine social, certo meno costruttiva di The Frontpage Post, che seleziona il meglio in senso letterario, meno divertente di Commenti memorabili e meno irriverente del Signor Distruggere dei tempi d’oro, ma comunque con un <strong>suo significato: segnalateci i cattivi, che li sputtaniamo un po’</strong>. Cosa che hanno comunque già fatto esponenti di tutti gli schieramenti politici, da Salvini alla Lucarelli. E anche qui ci sarebbe da discutere, chiedendosi <strong>se sia giusto che un grande influencer, con la potenza di fuoco mediatica che si porta dietro, metta alla berlina il povero disgraziato di turno</strong>, il cui stato fisico e psicologico non è nemmeno verificabile. Ma al di là di questo, il fatto che in “Odiare ti costa” ci siano di mezzo dei soldi rende tutto ancor più rilevante, perché si sa, il resto sono chiacchiere, ma come diceva Bukowski, i soldi sono una cosa seria.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Voglio credere che l&#8217;operazione sia davvero apolitica, e ancor più che <strong>non sia limitata solo agli insulti legati al genere e all&#8217;orientamento sessuale</strong>. Essendo infatti questi temi a me cari, non vorrei venissero ulteriormente sviliti rendendo reale la percezione che donne e gay siano in realtà dei privilegiati, quando nella realtà concreta, e specie nelle fasce economicamente più disagiate, non lo sono affatto. <strong>Voglio quindi credere a ciò che è stato dichiarato, cioè che la tutela sarebbe la stessa per tutti, uomini e donne, gay e etero, neri e bianchi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ora, nell’ultimo anno, i <em>Salvinimerda</em> che ho letto su Facebook non si contano, e suppongo anche questi siano perseguibili, tanto quanto gli odiosi insulti a Rackete e Boldrini, ma anche a Renzi, Bonino, Conte e così via. <strong>Ieri ho letto un post che diceva “Albano fa schifo”. Ora, la mancanza di un semplice ‘mi’ può trasformare un parere personale, per quanto duro, in un insulto. Partirà quindi un assegno per Cellino San Marco? Non oso pensare quanti soldi entrerebbero nelle casse dei nostri politici e vip di vario genere, già piuttosto abbienti, sotto forma di risarcimenti da parte degli odiatori, per lo più, suppongo, di reddito medio o medio basso.</strong> Vogliamo davvero togliere anche solo 100 euro a un operaio o a un impiegato, per quanto moralmente abbietto, per portarli nelle casse di uno qualsiasi dei succitati? Io stessa, pur mediaticamente irrilevante, in occasione di post controversi ho ricevuto la mia dose di odio. Forse impegnandomi potrei arrivare a mettere insieme, a fine mese, uno stipendio medio senza più lavorare. Certo, non arriverei ai livelli dei famosi, che potrebbero farsi la terza villa grazie alla questua dell&#8217;odio. <strong>Chissà, che le promotrici stesse non sperino, sotto sotto, di ricevere molti insulti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Volendo poi puntare sull’<strong>effetto deterrente, dove verrà posto il limite tra insulto e opinione personale, prima che si sfoci nella censura?</strong> Già il politicamente corretto avanza ogni giorno di più, e più che mitigare l’odio lo rafforza.</p>
<p style="text-align: justify;">Non voglio sminuire il fenomeno. Gli auguri di stupro, o frasi come “buon appetito ai pesci” non sono accettabili, da qualsiasi posizione politica li si guardi. Non meriterebbero più attenzione di un matto che urla per strada, ma su un social possono creare effetti branco sgradevoli, e andare oltre quel che chiamerei “il prezzo della popolarità”. <strong>Credo però che il social non sia il mondo reale, e che a meno di reati effettivi e già sanciti dalla legge ciò che avviene sul social debba essere sottoposto alla legge del social: il ban, la contestazione da parte degli altri utenti, la segnalazione.</strong> Nei casi reiterati, anche la sospensione definitiva dell’account. L’utente ne potrà creare un altro, ma non all&#8217;infinito: già ora Facebook chiede spesso il numero di cellulare. Forse <strong>una maggiore efficienza delle regole interne potrebbe evitare la nascita di forme ambigue e discutibili di giustizialismo, come “Odiare ti costa” potenzialmente può diventare.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Viviana Viviani</em></strong></p>
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		<title>Sul burkini in spiaggia. Come difendersi dal cherry picking e dal benaltrismo dei politicamente corretti su Facebook, quando si parla di Islam. Un decalogo</title>
		<link>https://www.pangea.news/burkini-in-spiaggia-un-decalogo-per-capire/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Jun 2019 06:22:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[benaltrismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Viviana Viviani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono sostanzialmente due le tecniche dialettiche che elevano la fallacia logica a vero e proprio sport estremo, specie nelle discussioni social. La prima, il cherry picking (letteralmente “raccogliere ciliegie”), consiste nel selezionare le sole prove a sostegno della propria tesi, ignorando quelle che la smentiscono. In pratica è come trovarsi davanti a una bella torta [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/burkini-in-spiaggia-un-decalogo-per-capire/">Sul burkini in spiaggia. Come difendersi dal cherry picking e dal benaltrismo dei politicamente corretti su Facebook, quando si parla di Islam. Un decalogo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sono sostanzialmente <strong>due </strong>le <strong>tecniche dialettiche</strong> che elevano la fallacia logica a vero e proprio sport estremo, specie nelle discussioni social.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima, il <strong>cherry picking </strong>(letteralmente “raccogliere ciliegie”), consiste nel <strong>selezionare le sole prove a sostegno della propria tesi, ignorando quelle che la smentiscono</strong>. In pratica è come trovarsi davanti a una bella torta e prenderne solo il proprio ingrediente preferito, lasciandola sguarnita agli altri commensali.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda, il <strong>benaltrismo</strong>, è ancor più radicale, poiché <strong>riduce a inezia le posizioni dell’interlocutore proclamando direttamente la trascurabilità del problema</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">È possibile trovarle entrambe <strong>nella maggior parte delle discussioni social</strong>, ma da mie recenti osservazioni ho concluso che in un tema specifico trovano la <strong>loro apoteosi</strong>: il <strong>ricorrente dibattito estivo sul burkini</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Se esprimete <strong>perplessità sulla crescente presenza di donne islamiche intabarrate in assurdi scafandri</strong>, sulle coste europee, e sottolineate magari la necessità di mettere qualche regola dove possibile, ad esempio in piscina, vi troverete davanti un ricco campionario di argomentazioni improbabili, rispetto alle quali riporto di seguito, sotto forma di <strong>decalogo</strong>, una <strong>breve guida di sopravvivenza</strong>. Potrebbe rivelarsi molto utile: in fondo a chi non accade, almeno una volta nella vita, di scrivere un post sul burkini?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1) “Anche le suore cristiane vanno al mare vestite!”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il primo paragone fuori luogo, chissà perché, è sempre con le suore. A nulla vale dire che esse sono <strong>figure religiose</strong>, che hanno deciso, dopo un lungo percorso, di prendere i voti, <strong>mentre le donne islamiche imburkinate sono, in teoria, laiche</strong>. E che <strong>una cultura che considera tutte le donne alla stregua di suore qualche perplessità dovrebbe suscitarla</strong>. Che poi, io una suora che pretenda di buttarsi in piscina vestita mica l’ho mai vista. Non c’è comunque alcun precetto che impedisca loro, se vogliono, di andare in acqua con un casto costume intero. D’altra parte, le suore cristiane vanno persino a <em>Ballando con le stelle</em>, e non mi pare poco.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2) “Il <em>Corano </em>non parla né di burkini né di burka, quindi questi indumenti con l’Islam non c’entrano niente! Leggiti il <em>Corano</em>, ignorante!!!”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, che il <em>Corano </em>non ne parli espressamente in questi termini, è vero. Il testo sacro dell’Islam dice di far scendere il velo fino al petto e di non mostrare gli ornamenti, frase in effetti interpretabile. Fatto sta che <strong>burka e burkini non mi sembrano andare per la maggiore tra donne cristiane o atee</strong>, ragion per cui, che sia precetto o tradizione o un misto delle due cose, sembra chiaro che <strong>con l’Islam c’entra eccome</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>3) “Il burkini non è l’unico indumento dell’Islam. Ci sono anche Hijab, Niqab, Chador, Khimar…”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questa argomentazione è spesso seguita, solo pochi commenti dopo, dalla speculare “L’Islam non è tutto uguale. Ci sono musulmani sunniti, sciiti, kharigiti, sufi, e all’interno di questi varie scuole, tra cui Hanafi, Maliki… e tu scommetto che non lo sai, ignorante!!!”. Ok, ok, studiare è sempre bello e <strong>Wikipedia è uno strumento meraviglioso che ci rende tutti Alberto Angela per dieci minuti al giorno</strong>. E lo sappiamo che l’Islam è un mondo vasto e variegato, con diverse interpretazioni delle scritture e diversi gradi di intransigenza. Però, scusate, <strong>mentre voi sfoggiate il vostro nozionismo da tastiera, quelle donne stanno ancora facendo i vermi sotto le loro palandrane a 40 gradi…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>4) “Il burkini in realtà non è un indumento islamico, è stato inventato da una donna australiana per consentire alle donne islamiche di andare in spiaggia e fare sport, e tu non lo sai, ignorante!!!”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">E invece tu lo sai benissimo, anche perché è scritto ovunque, ma non stai nemmeno a dirglielo, tanto non ti crederebbero. Ed è vero, <strong>nei paesi islamici il burkini ha avuto un pur minimo ruolo liberatorio, la cui utilità però decade del tutto in Occidente, dove abbiamo avuto l’illuminismo, la separazione tra Stato e Chiesa, il femminismo</strong> e persino <em>Temptation Island</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>5) “Ci sono anche donne che vanno in spiaggia vestite per ripararsi dal sole, magari per qualche malattia! Non ci pensi a loro?”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certo, e <strong>il meraviglioso mondo occidentale offre un’infinità di alternative</strong> in questo senso: maglie, magliette, parei multicolori, lunghe gonne a ruota, copricostumi e via dicendo – anche neri, come il burkini più classico, se vuoi sperare così di sembrare magra. E sono tutti indumenti che non rappresentano nessuna ideologia fanatica, a parte forse un po’ di innocua vanità. Per chi ama l’Oriente, ci sono anche tessuti in deliziose fantasie esotiche.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>6) “Come nell’Islam le donne sono costrette a coprirsi, in Occidente sono costrette a spogliarsi!”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non mi risulta che nessuno punti il fucile alle donne per farle spogliare</strong>, a parte forse in qualche pornazzo a tema “Forze dell’Ordine”. E su qualsiasi spiaggia si può trovare una grande variabilità di costumi, dal perizoma al bikini succinto, al costume intero anni ’70, per chi voglia ancora illudersi che la frappa laterale nasconda la cellulite. Per piacere agli uomini? Per piacere a sé stesse? Per sedurre il bagnino? Per leggere in santa pace? Non è importante, forse tutte queste cose insieme, ma <strong>l’unico parere che non conta pare proprio quello di Allah</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>7) “Mettersi il burkini è una loro libera scelta. Nessuno può dire a una donna come vestirsi o spogliarsi!”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per contestare questa argomentazione, seppur vacua, occorre un minimo di serietà. Di certo una donna, come un uomo, deve essere libera di vestirsi come vuole, per quanto un minimo di adeguamento al contesto sia sempre gradito. <strong>Il burkini però non è un semplice capo di vestiario, esattamente come non lo era la camicia nera dei fascisti.</strong> Il burkini è un <strong>simbolo</strong>, con un preciso <strong>significato: la sottomissione femminile come precetto religioso e culturale</strong>. Qualora esistano davvero, e credo esistano, donne che per debolezza o fanatismo scelgono con gioia di cuocersi sotto queste palandrane nel caldo di agosto e di entrare in acqua senza godere del fresco sulla pelle, poiché in quella cultura si riconoscono al punto di non sentire la sofferenza, allora tali donne non sono vittime, ma <strong>potenziali carnefici</strong>. Lo saranno, senz’altro, <strong>delle loro figlie</strong>, cui imporranno, o tenteranno di imporre, la stessa assurdità. Lo saranno perché, come prescrive l’Islam, praticheranno la <em>daʿwa</em>, cioè il proselitismo. Lo saranno perché vorranno, nella nostra società occidentale, costituire con la loro sottomissione un esempio di virtù. Perciò anche questa ciliegia, all’apparenza rossa e succosa, ha dentro il verme.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>8) “Sei tu intollerante! Loro non ti impediscono di metterti il costume che vuoi!”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Anche qui occorre un po’ di serietà. <strong>Siamo certi che non mi vogliano impedire nulla? Non me lo impediscono ora, perché non ne hanno i mezzi</strong>, ma le proiezioni demografiche parlano chiaro. <strong>In Egitto e in Iran i diritti delle donne sono tornati indietro di secoli nel corso di una sola generazione, con l’avvento dell’Islam politico.</strong> La nostra Costituzione tutela, giustamente, le minoranze religiose, ma è stata scritta in un tempo in cui non c’erano grandi esodi, e le minoranze sembravano destinate a rimanere tali. <strong>Oggi si ha la pretesa di far coesistere su un unico territorio culture dai valori opposti e inconciliabili. Di combattere al tempo stesso, volendo fare un esempio semplice, per la libertà di burkini e per il gay pride, fregandosene del fatto che in vari paesi musulmani l’omosessualità è punita con la prigione se non con la pena di morte. Il burkini e il gay pride non sono figurine di un album, che puoi incollare una di fianco all’altra senza conseguenze.</strong> Si portano dietro due concezioni della vita profondamente diverse. Oggi stanno nascendo movimenti, cosiddetti “intersezionali”, che pretendono di lottare contemporaneamente per tutte le libertà e per tutti i diritti, ma <strong>ci sono libertà che si scontrano con altre libertà, diritti che calpestano altri diritti</strong>. Pur nell’apertura al diverso, le peculiarità di un popolo, di una comunità, non si possono ignorare: non siamo asterischi, trasformabili come jolly in qualsiasi cosa. Non lo siamo noi, e ancor meno lo sono loro. <strong>Pieno rispetto per le altre culture nei loro paesi di origine, ma in Europa il fondamentalismo religioso non è sul menù</strong> e i suoi simboli non devono avere diritto di cittadinanza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>9) “Hai fatto questo post solo per prendere i like!!!!!”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le ore passano, dopo 378 commenti, una trentina di ban, 189 mi piace, 87 risatine, 52 cuoricini e innumerevoli faccine arrabbiate o piangenti, la vista inizia ad appannarsi e anche le argomentazioni risentono di una progressiva decadenza. Il <strong>penultimo stadio del degrado di un post Facebook</strong> è l<strong>’accusa di averlo scritto solo per ricevere like e non, come dovrebbe essere, per salvare il mondo</strong>. Ora, è evidente a tutti che per ricevere like è <strong>molto più proficuo e meno impegnativo postare un paffuto micio</strong>, piuttosto che un argomento di discussione complesso. Ma ormai sei stanco, la serietà latita e questa accusa non merita come risposta nulla di più di una GIF di Game of Thrones.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>10) “Adesso basta, vado a lavorare, io ho un lavoro!!!”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Arriva sempre il momento in cui il commentatore compulsivo ti rende edotto del fatto che lui ha un lavoro (e tu invece, sottinteso, non fai un c@zzo tutto il giorno). <strong>Come se lo avessi costretto tu a frantumarti i cosiddetti per sei ore!</strong> I luoghi in cui si registra un maggior attaccamento al lavoro sembrano proprio essere i commenti finali dei flame social. Flame che, pare assodato, <strong>avvengono per lo più in orario lavorativo, ma arriva sempre il momento in cui tutti rivendicano la loro dedizione all’impiego, rinfacciando agli interlocutori di essere invece dei perdigiorno</strong>. A questo punto, di solito, la discussione si conclude.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">E qui termina il decalogo. Ho messo a frutto la mia esperienza per il bene degli altri. Non pretendo di essere stata esaustiva, ma chiunque mi abbia letto a fondo non si troverà di certo impreparato, in futuro, nella gestione di un post sul burkini! Ora vi saluto, sapete, io ho un lavoro…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Viviana Viviani</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/burkini-in-spiaggia-un-decalogo-per-capire/">Sul burkini in spiaggia. Come difendersi dal cherry picking e dal benaltrismo dei politicamente corretti su Facebook, quando si parla di Islam. Un decalogo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>I poeti vivono in clandestinità, come sovversivi, e i versi si graffiano sulle pietre: sulla prima “graphic novel” dedicata alla poesia</title>
		<link>https://www.pangea.news/i-poeti-vivono-in-clandestinita-come-sovversivi-e-i-versi-si-graffiano-sulle-pietre-sulla-prima-graphic-novel-dedicata-alla-poesia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Mar 2019 09:57:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Come è nata la poesia? Coloro che recitavano versi nell’antica Grecia, le aedi, richiamavano soprattutto il canto e la musica con una cetra tra le mani, il racconto sommerso nelle note. Valorizzavano i grandi poemi epici: dunque si sentiva il bisogno di dire attraverso un ritmo, un andamento immaginativo. Non si è mai smesso di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Come è nata la poesia? Coloro che recitavano versi nell’antica Grecia, le <em>aedi</em>, richiamavano soprattutto il canto e la musica con una cetra tra le mani, il racconto sommerso nelle note. Valorizzavano i grandi poemi epici: dunque si sentiva il bisogno di dire attraverso un ritmo, un andamento immaginativo. Non si è mai smesso di credere che l’uomo abbia connaturata in sé la consapevolezza di questo dire che esercita la funzione prima orale e successivamente di scrittura creativa, memoriale, fantastica. <strong>La prima <em>graphic novel</em> dedicata alla poesia, con una prefazione di Lillo e Greg, è un appello rivolto al mondo per la salvazione, nel terzo millennio sempre più dissipante, di un genere in via di estinzione (quantomeno editorialmente).</strong> Contro ogni tentativo pianificato, dati i tempi, di sollecitare la perenzione dei versi, se tutto diventa tecnologia e informatica, volontà di rafforzare un mondo artificioso e virtuale, <strong>Nicola Bultrini (poeta di origini marchigiane che vive a Roma, il quale ha scritto i testi) e Mauro Cicarè (fumettista di Macerata che ha disegnato i personaggi in chiaroscuro) hanno ideato una breve vicenda che ingloba una mutazione sociale e una sorta di speranzosa, felice restaurazione.</strong> È un libro originale <em>La grande adunanza</em> (Capire Edizioni 2019), non solo perché si tratta di una <em>graphic novel</em>, ma per il messaggio espresso palesemente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66007 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro-poesia-213x300.jpg" alt="" width="136" height="192" />Le esigenze commerciali fanno accadere le cose in progressione, per cui viene bandito ciò che è spirituale e nel trionfo del digitale la carta subisce una dura repressione. I poeti rimasti sono costretti a vivere nella clandestinità, come sovversivi, ma continuano ad esistere e si cercano, reagiscono, escono allo scoperto. </strong>No, non ci stanno. Emergono immagini di autori di oggi e di ieri (Attanasio, Bre, Bultrini, Calandrone, Cappello, Damiani, Loi, Omero, Pascoli, Pasolini, Rondoni, Sanguineti, Zeichen ecc.). Sono proprio i poeti a scovare il modo migliore per respingere il divieto di fare poesia. Alda Merini pensava: “Le più belle poesie / si scrivono sopra le pietre / coi ginocchi piagati / e le menti aguzzate dal mistero”. Se non c’è più in circolazione la carta, i versi si possono graffiare nelle pietre, tanto che si arriva al punto di venderli al supermercato come fossero merci alimentari. Viene enunciato in televisione che il riciclaggio di qualsiasi oggetto o libro di carta sarà destinato alla produzione di fibre ottiche di nuova generazione, ma risorgono, per opposizione, le biblioteche e i versi sono incisi dappertutto. Tra i mattoni, i sassi, i legni, finché, finalmente, anche i libri tornano negli scaffali. La partita è dunque vinta nella compatta resistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La grande adunanza</em></strong><strong> rappresenta l’invito a parlare, a scrivere, a raccontare come è sempre stato fatto. Ha ragione Claudio Gregori (Greg), che precisa: “Godiamoci questa storia e concediamoci il lusso di sperare che sia questo l’unico epilogo del nostro mondo con il televisore spento e Facebook fuori dalle scatole.</strong> Immergiamoci nella lettura di una bella favola. Chissà che non sia solamente l’inizio”. La bellezza di una poesia si avverte prima ancora di capirne il significato, sosteneva Jorge Luis Borges. Come dargli torto? Ai poeti l’onere di rispondere non solo con le loro opere, ma anche con un’organizzazione capillare di incontri, recital, festival che possano salvare il salvabile: lo stimolo offerto da Bultrini e Cicarè risulta ben chiaro e davvero condivisibile.</p>
<p><strong><em>Alessandro Moscè</em></strong></p>
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		<title>Il video più cliccato degli ultimi giorni? La cassiera russa che difende il debole dal picchiatore, assestandogli due cazzotti in faccia e un calcio nelle pa**e. Ovvero: sul nostro fatale bisogno di eroi</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Mar 2019 07:44:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi, al tempo dei social e del villaggio ultra globale, la fatidica frase di Brecht, “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”, va modificata con l’aggiunta di una maiuscola: “Sventurata la Terra che ha bisogno di eroi”. Terra intesa come il nostro pianeta. Così, se la cronaca, quasi ogni giorno, può raccontarci che in [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-video-piu-cliccato-degli-ultimi-giorni-la-cassiera-russa-che-difende-il-debole-dal-picchiatore-assestandogli-due-cazzotti-in-faccia-e-un-calcio-nelle-pae-ovvero-sul-nostro-fatale-bisogno-di-e/">Il video più cliccato degli ultimi giorni? La cassiera russa che difende il debole dal picchiatore, assestandogli due cazzotti in faccia e un calcio nelle pa**e. Ovvero: sul nostro fatale bisogno di eroi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Oggi, al tempo dei social e del villaggio ultra globale, la fatidica frase di Brecht, “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”, va modificata con l’aggiunta di una maiuscola: “Sventurata la Terra che ha bisogno di eroi”. Terra intesa come il nostro pianeta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Così, se la cronaca, quasi ogni giorno, può raccontarci che in Italia una famiglia viene sterminata da uno spacciatore marocchino ubriaco e drogato che scappava da altri incidenti provocati poco prima</strong> e che in Europa o da qualche altra parte a caso in Occidente si possa morire più o meno nello stesso modo assurdo e che nel resto del mondo possa andare anche peggio, be’ è evidente che certi video su Instagram o su Facebook vadano per la maggiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi giorni c’è questo che racchiude un po’ tutto e difatti conta oltre 360mila visualizzazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La telecamera di servizio inquadra un bancone e una fila di quattro persone, tutti uomini adulti. Potremmo essere in Russia o giù di lì.</strong> Di schiena c’è la cassiera e sulla sinistra quattro vetrinette frigo. A un certo punto l’ultimo della fila se la prende con quello davanti a lui, che pare ubriaco e barcolla già di suo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>D’un tratto prende la testa dell’ubriaco e inizia a sbatterla contro la vetrinetta a tutta forza&#8230; tre, quattro, cinque, sei volte, sempre con un po’ di rincorsa e senza pietà.</strong> L’ubriaco non riesce nemmeno a reagire e la vetrinetta traballa sotto i colpi della sua faccia sbattuta a ripetizione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il terzultimo della fila, pigramente, alza un braccio verso il picchiatore. È solo un cenno simbolico. </strong>Come a dire di smettere ma senza la volontà di interrompere il massacro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intanto la cassiera, magra e piccola d’altezza, esce dal bancone e si avvicina ai due. Punta il picchiatore e parte con due cazzotti nel viso e un calcio verso le palle.</strong> Il tipo, il picchiatore, resta un attimo interdetto, le dice qualcosa, mentre gli altri due in fila e il picchiato guardano la scena senza far nulla, nell’ineluttabile attesa di vedere cosa succede.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lui dice ancora qualcosa e lei parte con un destro dritto in faccia che lo stende. Un fulmine. Lui per terra.</strong> E lei, come se niente fosse, come se avesse appena finito di ricaricare di bevande uno di quei frigo, torna dietro il bancone e incassa i soldi del primo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poi, con calma, arriva la stretta di mano dell’ubriaco picchiato</strong>, che con una certa fatica gliel’allunga e che lei ricambia non prima di aver dato il resto al secondo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Certo, potrebbe essere che la nostra esile eroina sia intervenuta per salvare la vetrinetta, però va bene uguale perché è il risultato che conta.</strong> E oggi, al tempo dei social e del villaggio ultra globale e della sventurata Terra che ha un disperato bisogno di eroi, abbiamo un altrettanto disperato bisogno di rassicurazioni, di giustizia e sì, anche di un banale lieto fine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Michele Mengoli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.mengoli.it/" target="_blank" rel="noopener"><em><strong>www.mengoli.it</strong></em></a></p>
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		<title>Non esiste più il Festival di una volta, ora è una puntata di “Uomini e donne” che dura cinque lunghi giorni. Altro che la trap: rimpiangiamo i Matia Bazar, Massimo Ranieri, il Renato Zero di “Ave Maria”…</title>
		<link>https://www.pangea.news/non-esiste-piu-il-festival-di-una-volta-ora-e-una-puntata-di-uomini-e-donne-che-dura-cinque-lunghi-giorni-altro-che-la-trap-rimpiangiamo-i-matia-bazar-massimo-ranieri-il-renato/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 11 Feb 2019 12:21:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dall’ultimo decennio a oggi il Festival di Sanremo ricalca sempre più fedelmente certe tendenze musicali e di costume che costituiscono la spina dorsale dell’intrattenimento del piccolo schermo. Sanremo è uno specchio della società, un teatro di frivolezze, la quintessenza dell’effimero e delle debolezze umane, un po’ come il teatro di Brecht. Da prendere con le [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/non-esiste-piu-il-festival-di-una-volta-ora-e-una-puntata-di-uomini-e-donne-che-dura-cinque-lunghi-giorni-altro-che-la-trap-rimpiangiamo-i-matia-bazar-massimo-ranieri-il-renato/">Non esiste più il Festival di una volta, ora è una puntata di “Uomini e donne” che dura cinque lunghi giorni. Altro che la trap: rimpiangiamo i Matia Bazar, Massimo Ranieri, il Renato Zero di “Ave Maria”…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dall’ultimo decennio a oggi il Festival di Sanremo ricalca sempre più fedelmente certe tendenze musicali e di costume che costituiscono la spina dorsale dell’intrattenimento del piccolo schermo. <strong>Sanremo è uno specchio della società, un teatro di frivolezze, la quintessenza dell’effimero e delle debolezze umane, un po’ come il teatro di Brecht.</strong> Da prendere con le pinze o sul serio, non importa. C’è la musica ma ci sono anche le mode, le gaffe dei conduttori, i comici, l’orchestra. Per le generazioni che hanno oltrepassato la boa dei trenta Sanremo è stato il paese dei balocchi e dei primi amori a occhi aperti, l’evento che si seguiva per vedere sfilare i vestiti indossati dalle modelle e attrici più belle su quell’alta scalinata, il luogo in cui sarebbero nate le liriche di quella canzone d’amore che avremmo dedicato al fidanzatino delle scuole medie il giorno di San Valentino, magari scritte sopra un foglio bianco strappato dal quaderno dei compiti. Perché Sanremo fa anche un po’ rima con amore, d’altronde arriva sempre poco prima del 14 febbraio. <strong>Che bilancio possiamo fare allora dagli anni Ottanta a oggi, ‘noi che siamo alla fine ormai di questa eternità’, come ci diceva Raf trent’anni fa? </strong>Appuntiamoci l’indimenticabile, perché senza uno sguardo al passato non si può approfondire la nuova edizione appena conclusa. <strong>Sicuramente da riscoprire ancora oggi è l’elettronica di<em> Vacanze Romane </em>dei Matia Bazar, avanguardia dei primi anni Ottanta</strong>; guardiamo con emozione su youtube certe interpretazioni assurde di ospiti nostrani, come la coreografia di Re di Loredana con tanto di pancione finto dell’86, né dimenticheremo mai Madonna, i Duran Duran o Whitney Houston tra gli ospiti stranieri. Sanremo per molti è sinonimo di debutto per future glorie soul come Giorgia, che ha cominciato proprio sull’Ariston a farsi le ossa in un’epoca precedente a quella dei talent show<strong>. Sanremo ha segnato anche la nascita della stella Laura Pausini, la ragazza della porta accanto che da Faenza ha poi conquistato il Sudamerica.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma c’è molto di più, perché Sanremo <strong>è il luogo degli artisti destinati all’oblio come i Jalisse e della caduta di alcuni dei, come Mia Martini</strong>, perseguitata da maldicenze stupide. A Sanremo si è diventati testimoni di grandi storie d’amore, come quella tra Albano e Romina, possibili flirt come quello tra Jovanotti e Irene Grandi o Mietta e Amedeo Minghi</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, c’era una volta Sanremo, con i suoi frizzi e lazzi, gli artisti che venivano da Hollywood e da Los Angeles, le canzoni d’amore. E ovviamente qualche scandaluccio, qualche pettegolezzo, giusto per condire il piatto ricco che ogni anno seduce milioni di telespettatori.  Ma mai come a questa edizione si è assistito a una continua, costante critica nei confronti del Festival e degli eventi collaterali al festival, che ha destato dal torpore il popolo di facebook e di tutte le piattaforme telematiche, dal primo giorno fino all’ultimo, da martedì sera fino al sabato notte. Meglio Ultimo o Mahmood? C’è una sorta di protesta all’attuale governo nella vittoria del ragazzo per metà egiziano che canta usando il fraseggio rap? Ma quanto conta il televoto rispetto alla giuria di qualità? La regina del rock Loredana Bertè meritava di vincere più di Mahmood? Francesco Renga è un maschilista? Perché non è più venuta Ariana Grande come ospite internazionale? E come mai Arisa ha stonato sabato sera?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’edizione 2019 di questa kermesse è sembrata una versione più sofisticata del filmaccio di Pingitore <em>Gole Ruggenti</em>.</strong> I nati degli anni Ottanta hanno visto sfiorire per sempre la gara canora il cui ingrediente principale erano le canzoni pop e melodiche.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1996 la ballata d’amore riuscì a spazzare canzoni dal sound più particolare e con testo sarcastico come <em>La terra dei cachi</em> degli Elio e le Storie tese.</strong> Oggi, <em>annus Domini</em> 2019, ballate come<em> Vorrei incontrarti fra cent’anni </em>di Ron non potrebbero mai sperare di vincere contro il rap, l’hip hop, l’urban e la trap in salsa italica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il pubblico esulta davanti al tatuatissimo Achille Lauro e alla sua Rolls Royce, costruita sulle basi molto simili a <em>1979</em> degli Smashing Pampkins.</strong> Poi sono stati applauditi Ghemon, i reucci del reggae ton Boomdabash, la nuova voce del rhythm and blues in salsa italica Irama. Insomma, <strong>tracce del Sanremo di una volta si sono riviste quasi con ‘celeste nostalgia’ nell’<em>Ultimo ostacolo</em> di Paola Turci, nelle <em>Anime della notte</em> della Tatangelo e forse nella melodica <em>I tuoi particolari</em> del quasi vincitore Ultimo</strong>, secondo in classifica che è tornato a casa con la coda tra le gambe e con il premio di consolazione della TIM. Silvestri e Cristicchi sono stati ricoperti di premi della Critica, della stampa e chi più ne ha più ne metta, probabilmente per i loro testi pieni di pathos, che francamente mi hanno sedotta fino a un certo punto, visto che non ho rintracciato nessuna particolare acrobazia vocale in stile <em>Perdere l’amore</em> di Massimo Ranieri. Purtroppo appartengo ancora a una scuola vecchia e polverosa, che apprezza intonazione e timbro vocale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Niente abiti da sera con strascichi o esagerati luccichii, la sobrietà Armani è stata scelta per vestire Virginia Raffaele, comica e dall’accento molto romano, che faceva la spalla a Claudio Bisio e a un sempre più stanco Claudio Baglioni. Niente ospiti internazionali, solo cantanti italiani che si sono lanciati in duetti con Baglioni, da Giorgia a Eros Ramazzotti, da Cocciante a Venditti, vecchi miti che ricordano i fasti della canzone tradizionale popolare italiana e che non sono altro che ricordi sbiaditi e anacronistici. <strong>Le uniche davvero inarrestabili, più forti dei mulini a vento del tempo, sono Patty Pravo e Loredana Bertè, quest’ultima poi con una canzone incisiva scritta da Gaetano Curreri, che sicuramente sarà molto amata in radio e che doveva essere il testamento di tante battaglie e dolori personali.</strong> Questa volta però il mancato podio della Bertè ha causato una sorta di rivolta popolare tra il pubblico di Sanremo che stringe il cuore, che fa tornare in mente lo stesso disappunto del pubblico per la mancata vittoria nel ’93 di Renato Zero per <em>Ave Maria</em>. Loredana è il volto del rock italiano, quello che non si arrende e che ruggisce forte ancora. Sarebbe stata l’occasione per rendere omaggio a tanti successi e tante sperimentazioni che l’artista ha collezionato in più di quarant’anni di carriera. Per tutta risposta, Loredana è rimasta a casa e non è andata da Mara Venier il giorno dopo la kermesse, mi piacerebbe immaginarla mentre si riposa e si fa un bagno caldo, guardando la tivù e facendosi beffe di tutti, pettinandosi i suoi bei capelli lunghi blu. Insomma, questa edizione di Sanremo è stata un continuo colpo di scena. Reale? Fasullo?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A me è sembrata una puntata di<em> Uomini e Donne</em>, con litigi e critiche costruite a tavolino, fatte per avere qualcosa di cui parlare e sparlare per cinque interminabili giorni su ogni piattaforma. Insomma, anche quest’anno Sanremo ha vinto, tutti lo seguono e tutti lo vogliono.</strong> Ed è molto più vicino alla realtà quotidiana di quanto possiamo immaginarci. Quando c’è addirittura un Ministro degli Interni che esprime un parere sul vincitore significa che Sanremo è in assoluto la soap opera più amata dagli italiani, che appassiona e commuove come i Mondiali di Calcio o i matrimoni dei reali inglesi. Gli ingredienti sono cambiati ma la sua popolarità cresce di anno in anno ineluttabilmente.</p>
<p><strong><em>Virginia Longo</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/non-esiste-piu-il-festival-di-una-volta-ora-e-una-puntata-di-uomini-e-donne-che-dura-cinque-lunghi-giorni-altro-che-la-trap-rimpiangiamo-i-matia-bazar-massimo-ranieri-il-renato/">Non esiste più il Festival di una volta, ora è una puntata di “Uomini e donne” che dura cinque lunghi giorni. Altro che la trap: rimpiangiamo i Matia Bazar, Massimo Ranieri, il Renato Zero di “Ave Maria”…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Salvini mi sta simpatico, per questo i lettori mi insultano e non mi leggono: ma i miei libri che colpa ne hanno? Forse dovrei chiamarmi Marxino Consiglio detto ‘Che’…”. Francesco Consiglio riflette sulle tribolazioni degli scrittori non allineati a sinistra</title>
		<link>https://www.pangea.news/salvini-mi-sta-simpatico-per-questo-i-lettori-mi-insultano-e-non-mi-leggono-ma-i-miei-libri-che-colpa-ne-hanno-forse-dovrei-chiamarmi-marxino-consiglio-detto-che/</link>
		
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		<pubDate>Thu, 07 Feb 2019 10:19:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Parafrasando un passo dello Zibaldone: “Che cosa è la vita di uno scrittore di destra? Il viaggio di uno sventurato che con il gravissimo carico dell’altrui pregiudizio in sul dosso, scrive senza mai riposarsi dì e notte per arrivare alla pubblicazione e quivi inevitabilmente cadere nell’oblio”. Non sorridete. Sono affranto più di Giacomo Leopardi nel [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/salvini-mi-sta-simpatico-per-questo-i-lettori-mi-insultano-e-non-mi-leggono-ma-i-miei-libri-che-colpa-ne-hanno-forse-dovrei-chiamarmi-marxino-consiglio-detto-che/">“Salvini mi sta simpatico, per questo i lettori mi insultano e non mi leggono: ma i miei libri che colpa ne hanno? Forse dovrei chiamarmi Marxino Consiglio detto ‘Che’…”. Francesco Consiglio riflette sulle tribolazioni degli scrittori non allineati a sinistra</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Parafrasando un passo dello <em>Zibaldone</em>: “Che cosa è la vita di uno scrittore di destra?</strong> Il viaggio di uno sventurato che con il gravissimo carico dell’altrui pregiudizio in sul dosso, scrive senza mai riposarsi dì e notte per arrivare alla pubblicazione e quivi inevitabilmente cadere nell’oblio”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non sorridete. Sono affranto più di Giacomo Leopardi nel giorno in cui un severo medico napoletano gli ordinò di rinunciare agli amati e crepitanti pasticcini.</strong> E la colpa di cotanta tristezza è di un certo Federico, che ha commentato su Facebook un mio post sugli scrittori che votano a destra: “Tutto è politica e l’arte dello scrivere non si esime, anzi, serve a rafforzarla. Per me uno che vota Salvini non deve essere letto. C’è tanta roba da leggere e così poco tempo, che chi vota Salvini lo scanso volentieri”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Federico (chissà perché, mi viene voglia di chiamarlo il lettore Fico) ha scoperto la mia simpatia per il ministro dell’Interno e ha deciso, senza leggere una riga, che sono uno scrittore da evitare.</strong> Nulla importa che non scrivo di respingimenti o abolizione della legge Fornero. Il Fico Federico vuole aprire i porti alle navi che trasportano i migranti e chiudere le porte delle librerie ai miei romanzi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dice infatti: “Quello che sei comparirà nei tuoi scritti, e per me conta chi è che scrive.</strong> Sennò tanto vale leggersi il <em>Mein Kampf</em>, io lo evito volentieri”. Mi paragona a Hitler senza avermi letto, da vero paragnosta con il pugno chiuso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65472 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/Ciano_Ammazza-la-Star-Cop-page-001-213x300.jpg" alt="" width="140" height="197" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Ciano_Ammazza-la-Star-Cop-page-001-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Ciano_Ammazza-la-Star-Cop-page-001-768x1081.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Ciano_Ammazza-la-Star-Cop-page-001-727x1024.jpg 727w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Ciano_Ammazza-la-Star-Cop-page-001.jpg 904w" sizes="(max-width: 140px) 100vw, 140px" />Le parole di Federico, cieche, urticanti, tipiche di un’intelligenza falciata dal piombo dell’ideologia, mi hanno fatto intristire e riflettere sul mio futuro di scrittore. Ho capito che per evitare la <em>damnatio memoriae</em> in vita di cui è vittima chi non si allinea al sinistrismo culturale, dovrei pubblicare i miei romanzi in forma anonima</strong>, come certi autori del passato che cercavano di evitare condanne e persecuzioni da parte delle autorità politiche o religiose. Oppure inventarmi un <em>nom de plume</em>. Quante copie venderei se mi chiamassi Marxino Consiglio? E se aggiungessi al mio nome il nomignolo ‘Che’? Ripetete insieme a me: “Presto in libreria il nuovo romanzo di Cecco Consiglio detto <em>il Che</em>”. Vi suona bello? Immagino le pile dei miei libri nelle Feltrinelli. Una goduria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tuttavia, nonostante i miei sforzi di ottimismo, non riesco a darmi pace. Possibile che una simpatia politica del tutto personale ed estranea alle mie trame diventi un marchio infamante agli occhi di un lettore?</strong> Ho scritto un romanzo che parla di un serial killer di provincia e non l’ho mai descritto con in mano una matita e sul tavolo una scheda elettorale. Dove ho sbagliato? Gli occhi tracciano il mio nome nella mente di un lettore, ed ecco la mia fine, l’indifferenza, il rogo! Mi piacerebbe che Federico leggesse Paul Valery: “In tutte le arti, e in modo particolare nella scrittura, noto che l’intenzione di provocare un qualche piacere cede impercettibilmente a quella di imporre una certa idea dell’autore. Se una legge dello Stato obbligasse all’anonimato, e se nulla potesse più apparire sotto un nome, la letteratura risulterebbe totalmente modificata, ammesso che riuscisse a sopravvivere”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La gente ama comprare a scatola chiusa. Un libro di Saviano è un best seller prima di arrivare in libreria perché lo scrittore napoletano è garanzia di un certo tipo di pensiero rivolto a un certo tipo di lettore</strong>, quello che si professa antiamericano ma poi, anche se non possiede un attico a New York, quando è in vacanza preferisce mangiare al McDonald’s, perché sa che, in qualunque parte del mondo egli si trovi, il sapore di un cheesburger sarà sempre uguale. Hamburger, cetriolo, cipolle, senape, ketchup, formaggio e Saviano non deludono mai. Tutto come previsto. È il trionfo della spensieratezza negligente. Una volta era il cazzo a non volere pensieri, oggi è il lettore di sinistra che legge solo scrittori di sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Francesco Consiglio</em></strong></p>
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		<title>Fabrizio Corona non è diverso da Houellebecq ed è meglio di troppi Premi Strega. D’altronde, la Santanchè ha ragione, il denaro rende liberi. Il maître à penser nell’era dei social: parla l’uomo che ha inventato Alberto Forchielli</title>
		<link>https://www.pangea.news/fabrizio-corona-non-e-diverso-da-houellebecq-ed-e-meglio-di-troppi-premi-strega-daltronde-la-santanche-ha-ragione-il-denaro-rende-liberi-il-maitre-a-penser-nellera-dei-social-pa/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 06 Feb 2019 08:16:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ho i miei soliti 4.990 amici su Facebook. Ho il fisionomist all’ingresso ma 10 posti li tengo liberi per chi mi scopre soltanto adesso, magari perché si è reso conto che ho inventato Alberto Forchielli. I miei amici li curo con un certo zelo. Periodicamente cancello gli account vuoti. Elimino i negazionisti, i nostalgici del [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fabrizio-corona-non-e-diverso-da-houellebecq-ed-e-meglio-di-troppi-premi-strega-daltronde-la-santanche-ha-ragione-il-denaro-rende-liberi-il-maitre-a-penser-nellera-dei-social-pa/">Fabrizio Corona non è diverso da Houellebecq ed è meglio di troppi Premi Strega. D’altronde, la Santanchè ha ragione, il denaro rende liberi. Il maître à penser nell’era dei social: parla l’uomo che ha inventato Alberto Forchielli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Ho i miei soliti 4.990 amici su Facebook. Ho il fisionomist all’ingresso ma 10 posti li tengo liberi per chi mi scopre soltanto adesso, magari perché si è reso conto che ho inventato Alberto Forchielli.</strong> I miei amici li curo con un certo zelo. Periodicamente cancello gli account vuoti. Elimino i negazionisti, i nostalgici del Duce, di Stalin, i radical chic e gli estremisti di ogni tipo. Almeno quelli senza ironia. Insomma, cerco di mantenere il miglior mix possibile tra i miei interessi, gli amici lontani che ormai sento solo qui e quei pochi, tra i digitali, che stimo e leggo con piacere. La somma è un mondo variegato che osservo con curiosità, anche per lavoro. Un mondo che ogni settimana produce dei trend legati all’attualità. E negli ultimi giorni, su tutti i temi più in voga, sono due quelli che mi appaiono di continuo e sempre uguali come fossero i fogli scritti a macchina da Jack Torrance all’Overlook Hotel prima di provare a prendere ad asciate moglie e figlioletto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il primo è il capitolo “Fighe” del nuovo libro di Corona, pubblicato da Mondadori Electa, che come linea editoriale vuole solo autori famosi sui social. Linea editoriale contestabile ma comunque di successo, visto che Corona è saldamente nelle prime 30 posizioni dei best seller di Amazon. </strong> Centinaia di amici – anche gente che dai commenti si capisce che non ha mai letto un libro vero – ripostano la stessa foto con la pagina iniziale del capitolo in italiano ormai più letto di sempre su Facebook. E questo è l’incipit.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Io ho un magnetismo: guardo una donna e dopo un attimo sono lì che me la faccio. Una delle scopate più belle degli ultimi tempi è stata all’Hotel Parco dei Principi di Roma.</strong> Non me la posso proprio dimenticare. Mi stavo allenando, arriva una ragazza sudamericana, mi accorgo del suo profumo Chanel, del suo Rolex da quarantamila euro; mi guarda, io guardo lei, dopo due minuti cominciamo a scopare come dei pazzi nel bagno dell’hotel. Questo sono io. Basta uno sguardo, e via”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutti indignati, va bene, ma devo dire che su questa cifra stilistica – con qualche piccolo accorgimento estetico – Michel Houellebecq ci ha costruito una leggendaria carriera.</strong> Poi con le righe successive il pathos narrativo scade, però, a occhio e croce, si fanno comunque leggere meglio di quelle altrettanto inutili di parecchi vincitori di Strega e Campiello degli ultimi vent’anni.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il secondo è la frase di Daniela Santanchè: “Il denaro è l’unico strumento di libertà”.</strong> Frase rivolta agli studenti durante il programma tv “Alla Lavagna”, su RaiTre, dove personaggi famosi si sottopongono alle domande di una classe di bambini tra i 9 e i 12 anni.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Il denaro – ha detto lei – è l’unico vero strumento di libertà. I soldi servono ad essere liberi. </strong>Il mio papà ha insegnato a me e ai miei fratelli che chi paga comanda, pagare i propri conti vuol dire comandare. Il denaro è un grande strumento di libertà”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutti di nuovo indignati, va benissimo, però,</strong> facendo la tara alla forma un po’ arrogante che fa parte del personaggio imprenditorial-fetish-milanese-versiliano-cougar e al fatto che chi paga può anche comandare fino a quando chi riceve i soldi accetta la questione senza mandare a fanculo il pagatore, c’è davvero da indignarsi dinanzi a una delle regole guida del nostro pianeta?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">È ovvio, si può essere liberi anche senza soldi, ma questi aiutano e non poco. <strong>Tanto per dire, senza soldi, Gianluca Vacchi aveva la libertà di mettere in piedi tutto il suo spettacolo di vita? E Briatore? E Lapo?</strong> E ancora Corona con il suo “magnetismo”? Quando i soldi li aveva, per tanti era un mito. Adesso è solo uno sborone sfigato da deridere per un libretto banale scritto da altri.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ecco una voce fuori dal coro: </strong>al tempo dei social, con i soldi siamo tutti dei maître à penser; e delle ridicole merde, se li finiamo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Michele Mengoli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.mengoli.it/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>www.mengoli.it</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fabrizio-corona-non-e-diverso-da-houellebecq-ed-e-meglio-di-troppi-premi-strega-daltronde-la-santanche-ha-ragione-il-denaro-rende-liberi-il-maitre-a-penser-nellera-dei-social-pa/">Fabrizio Corona non è diverso da Houellebecq ed è meglio di troppi Premi Strega. D’altronde, la Santanchè ha ragione, il denaro rende liberi. Il maître à penser nell’era dei social: parla l’uomo che ha inventato Alberto Forchielli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Intellettuali svegliatevi! A Roberto Saviano basta prendersela con Salvini, mentre Baricco sculaccia le “élites”. In realtà, ciascuno pensa a se stesso, è il cabarettista delle proprie opinioni</title>
		<link>https://www.pangea.news/intellettuali-svegliatevi-a-roberto-saviano-basta-prendersela-con-salvini-mentre-baricco-sculaccia-le-elites-in-realta-ciascuno-pensa-a-se-stesso-e-il-cabarettista-delle-proprie/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 21 Jan 2019 08:12:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Roberto Saviano, crudo come sempre, sbaglia nel sostenere che di Matteo Salvini “non ne possiamo più”, come ha proferito in un video reso pubblico su Facebook. Gli italiani stanno in buona parte con il ministro e la reprimenda dello scrittore non corrisponde alla realtà delle percezioni comuni. Le analisi oggettive sul sentimento della gente non [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/intellettuali-svegliatevi-a-roberto-saviano-basta-prendersela-con-salvini-mentre-baricco-sculaccia-le-elites-in-realta-ciascuno-pensa-a-se-stesso-e-il-cabarettista-delle-proprie/">Intellettuali svegliatevi! A Roberto Saviano basta prendersela con Salvini, mentre Baricco sculaccia le “élites”. In realtà, ciascuno pensa a se stesso, è il cabarettista delle proprie opinioni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Roberto Saviano, crudo come sempre, sbaglia nel sostenere che di Matteo Salvini “non ne possiamo più”, come ha proferito in un video reso pubblico su Facebook. Gli italiani stanno in buona parte con il ministro e la reprimenda dello scrittore non corrisponde alla realtà delle percezioni comuni. <strong>Le analisi oggettive sul sentimento della gente non si basano sul desiderio dell’io, ma sui dati espressi dai più. Non a caso sui temi della sicurezza e dell’immigrazione è esploso il consenso dilagante della Lega: precisamente a partire dai fatti di Macerata. </strong>La demonizzazione dell’avversario politico è legittima, ma il comprendere a fondo i fenomeni d’attualità (anche fossero decisamente sgradevoli) implica un distacco emotivo che Saviano dimostra di non avere. <strong>La domanda chiave è: perché la Lega di Salvini conserva un grado di attrazione tale da tenere in mano lo scacchiere partitico e il governo del Paese?</strong> Cioè, la ricaduta dell’azione del ministro varrebbe uno studio e un approfondimento disdegnati, quasi che il posizionarsi della Lega venga ritenuto un segno del tutto marginale nell’Italia di oggi. Eppure il correlato oggettivo dell’uomo Matteo Salvini è nella fetta cospicua di italiani che lo segue (32,5%, con punte, nei sondaggi, che toccano il 34%). Ma al di là dell’acredine di Roberto Saviano, chi si occupa di fornire un quadro stringato della realtà italiana, non è l’intellettuale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_65141" aria-describedby="caption-attachment-65141" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65141" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/adrian-adriano-celentano-300x147.jpg" alt="" width="300" height="147" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/adrian-adriano-celentano-300x147.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/adrian-adriano-celentano-768x375.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/adrian-adriano-celentano.jpg 894w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-65141" class="wp-caption-text">&#8220;Il mantra italiano della prima settimana del 2019 si è concentrato sui sermoni e sui silenzi di Adriano Celentano, celebrato come un classico d’attualità&#8221;</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Almeno a partire dagli ultimi due decenni è accaduto un fenomeno passato inosservato ai più: la trasfusione del mondo dello spettacolo nella vita culturale, al punto che il <em>maître à penser</em> è divenuto di soppiatto il cantante, il cabarettista, il comico, in una confusione di discipline e di percezioni collettive che ha reso tutto più dozzinale.</strong> Non ha più peso lo scrittore, il filosofo, il sociologo, mentre sale di grado il soggetto televisivo che fa audience. I giovani di oggi non sanno chi sono stati Croce, Einaudi, Bobbio, Sturzo, Gobetti, Dossetti, Moro. Nessuna conoscenza di Vittorio Foa, Augusto Del Noce, Guido Calogero, Giovanni Amendola. Mario Luzi è un perfetto sconosciuto. Solo Pier Paolo Pasolini è diventato un’icona come le star della musica pop. <strong>Il mantra italiano della prima settimana del 2019 si è concentrato sui sermoni e sui silenzi di Adriano Celentano, celebrato come un classico d’attualità. La fenomenologia del repertorio dello show-man lo rende maestro della retorica, un creativo della lingua dissimulata, che rispecchia la verità attraverso l’effetto della persuasione.</strong> L’approccio rivoluzionario dei nostri tempi sta nell’affidamento della parola a chi si fa interprete dell’ovvietà. Di fatto il pensiero critico non ha consistenza, in questo eterno presente in cui ogni forma di testualità è soppiantata da una logica pluralista per cui “uno vale uno”, qualunque cosa si dica. Viene “elevato” il programma fatuo, la comunicazione leggera a progetto di ricerca nella sperimentazione del mezzo televisivo o del web con il pubblico che interagisce da casa. La cultura non è più un bene per il nostro paese, né un’eccellenza, in una società sempre più mediocre e condizionata dalla massa vociante, impreparata e litigiosa, esemplare modello di decadimento morale prima che culturale. Maurizio Ferraris, filosofo, parla di “nuovo realismo”, cioè della presa d’atto di una svolta. I mass media ci dicono che la realtà risulta socialmente costruita e manipolabile, per cui l’oggettività sarebbe una nozione inutile e ogni ruolo può essere messo in discussione. L’interrelazione è ridotta a semplicismo e il pensiero si fa automatico: tanto più è stringato tanto più attecchisce. Ecco perché il telefonino “non ricopia la voce, ma disegna le cose e i pensieri”, afferma Ferraris. La voce del cantante è amplificata perché ha accesso ovunque e in tempo reale: televisione, portatile, iphone con tripla camera (ultima produzione in vendita). L’ultimo caso è quello di Claudio Baglioni e <strong>arriva a coinvolgere addirittura il cda della Rai</strong>. <strong>Il direttore artistico e conduttore del Festival di Sanremo, in una conferenza stampa, ha commentato le misure governative definendo il paese disarmonico, confuso e cieco.</strong> Il Ministro dell’Interno gli ha risposto superficialmente con un tweet dicendo che di sicurezza si occupa chi ha il dovere e il diritto di farlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’analisi dettagliata, un quadro che definisca scientificamente la società politica italiana, chi lo sta promuovendo attraverso i mezzi di comunicazione alla portata della massa che può informata in tempo reale di ciò che succede nel mondo? Manca, in definitiva, la comprensione interpretativa dell’azione sociale (Max Weber). Karl Popper, in <em>Congetture e confutazioni</em> (1963) scriveva: “Sotto l’aspetto quantitativo, come pure sotto quello qualitativo, la fonte di gran lunga più importante della nostra conoscenza è la tradizione. La maggior parte delle cose che conosciamo le abbiamo imparate da esempi, o perché ci sono state dette, o perché le abbiamo lette nei libri, o imparando come criticare, come accogliere e accettare le critiche, come rispettare la verità”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_65142" aria-describedby="caption-attachment-65142" style="width: 272px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65142" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/pasolini-272x300.jpg" alt="" width="272" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/pasolini-272x300.jpg 272w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/pasolini.jpg 500w" sizes="(max-width: 272px) 100vw, 272px" /><figcaption id="caption-attachment-65142" class="wp-caption-text">&#8220;Mario Luzi è un perfetto sconosciuto. Solo Pier Paolo Pasolini è diventato un’icona come le star della musica pop&#8221;</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nell’epoca della post-verità, dove ogni affermazione viene posta sullo stesso piano di qualunque altra, prevale un insipido principio di equità. Ancora una volta si riapre la discussione sul ruolo dell’intellettuale che non c’è, che non si anima nel discernere il significato di populismo, modernità, progresso, globalizzazione ecc. L’intellettuale è caduto nella rete dell’autopromozione:</strong> pensa a se stesso e non a ciò che dovrebbe guidare un processo di critica del sistema, sia all’interno di un’organizzazione (partitica o politica), sia al di fuori. L’intellettuale, sostanzialmente disimpegnato, non interviene, non si espone. È morta la domanda di senso, così come è defunta l’analisi della società post-capitalista. L’intellettuale non è più il baluardo di un interesse collettivo, selettivo. I poeti guardano il loro ombelico, ma i libri in versi non sono neppure considerati un prodotto di mercato. I narratori ambientano storie d’intrattenimento o saghe poliziesche come se in ogni strada di quartiere ci fossero un inafferrabile serial killer e un affannato commissario di polizia che indaga. Mai che inviino un articolo di giornale o che affondino la lama sui diritti umani, sulla tempesta dei mercati, degli apparati di guerra mediorientali, sulle minoranze etniche, sul reddito di cittadinanza: sulle spie, cioè, di un’Italia oggi variata, discrepante, alienata dall’Europa. <strong>I giornalisti rimangono dentro la cronaca quotidiana e i sociologi si riversano sull’identità dell’individuo, non sull’età del malessere (titolo, peraltro, di un romanzo di Dacia Maraini datato 1963, in cui una ragazza vive soffrendo il rapporto con gli altri fino al limite dell’irrealtà e della psicosi).</strong> Corriamo il rischio di una persecuzione, di una guerra civile contro il presunto diverso che non conosciamo? A Piacenza, tempo fa, si sono dati appuntamento, tramite i social, frange di teenager per trasformare la piazza in un campo da <em>fight</em> <em>club</em> (“non sappiamo chi si picchia, lo facciamo per vincere la noia”, ha dichiarato apertamente un ragazzo). Il Viminale teme di sgomberare un palazzo occupato dagli esponenti di CasaPound in zona Esquilino a Roma, perché i neofascisti minacciano un bagno di sangue. Quali segnali intercettiamo da insane baruffe e da storture istituzionali, mentre l’intellettuale tace? Nulla, a quanto pare, come se il male comune fosse un tabù sul quale tacere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Italia si è rivelata, nel secondo Novecento, un paese piccolo-borghese al quale si è contrapposta una duplice società, proletaria e radical chic, di sinistra, detentrice del patrimonio della cultura.</strong> Se il potere democristiano (occidentale) ha tenuto le redini della società economico-imprenditoriale, produttiva, il Partito Comunista, minoritario, perché non fosse tentato dal promuovere una pericolosa rivolta popolare guidata dall’influsso sovietico, ha avuto in mano il cinema, la musica, la letteratura, il teatro, l’editoria. <strong>L’uomo, nell’immaginario collettivo, è stato soppesato in base al guadagno mensile, al possesso di beni per un puerile accreditamento. Nell’epoca del capitalismo, a partire dal boom economico degli anni Cinquanta fino agli anni Novanta, siamo stati abituati a svalorizzare la conoscenza, il sapere, in ragione della proprietà privata e della ricchezza.</strong> L’intellettuale non ha mai inciso sui grandi cambiamenti epocali, spesso organico ai partiti o del tutto alienato nella sua creatività senza alcun prezzo. La borghesia italiana, come diceva Alberto Moravia, ha germinato un movimento conservatore, il fascismo, dove ha regnato l’immoralità. L’impressione è che la stessa cosa sia avvenuta negli anni successivi: l’universo borghese ha alimentato specie estraneità e corruzione. Lo stesso Moravia nei romanzi <em>Gli indifferenti, Agostino</em> e <em>La noia</em> ci dimostra come il denaro e il sesso siano gli strumenti ideali per “possedere” le persone e non solo gli oggetti. Oggi che la distinzione in classi sociali è venuta meno, come l’appartenenza residuale alla destra e alla sinistra del secolo breve, seppure si dividano ancora gli schieramenti in base a vecchi schemi, le nuove povertà hanno catalizzato sia i figli della ex borghesia che i figli dell’ex proletariato. <strong>Se la società dei consumi li aveva stereotipati e uniformati (Pier Paolo Pasolini), quella della disoccupazione li riunisce nella nevrosi del nuovo millennio, nel malessere dell’inerzia. Dalla noia all’ansia, il desiderio della ricchezza rimane però inossidabile.</strong> Nessuno vorrebbe rinunciarci, fino al punto che uno scopo primario resta ancora occupare i ruoli pubblici di prestigio, uno scranno in Parlamento, la presidenza di un ente privato.</p>
<p style="text-align: justify;">Francesco Alberoni, qualche tempo fa, scriveva sul “Giornale” che continuiamo a immaginare “gli sceicchi arabi che hanno aerei privati, che vivono in palazzi con rubinetti d’oro, con mogli e concubine. E in modo analogo sono visti i famosi divi di Hollywood e i super miliardari americani che passano il loro tempo in yacht favolosi e in ville lussuose, dove, insieme a donne bellissime, bevono bibite ai bordi della piscina e si spostano da una festa notturna all’altra”. Ma questa percezione è sbagliata, perché nell’età post-capitalista nessuno sopravvive al passato. All’eredità fiorente di una famiglia si sostituisce una continua conquista individuale, solitaria. Oggi la distribuzione ineguale della ricchezza rappresenta l’indice di disuguaglianza del reddito disponibile, dicono gli esperti. Si tratta di un bene utilizzato come riferimento per valutare il benessere della popolazione e definisce la distanza fra i più ricchi e i più poveri, nonché il divario che separa il 20% della popolazione con il reddito più alto, dal 20% con quello più basso (sostanzialmente la differenza che intercorre tra i pensionati e i giovani). <strong>Cosa resterà dell’Italia della crisi tra venti anni, quando saranno venuti a mancare i nonni e i padri più anziani? Azzardiamo una previsione. Non più l’ideologia, il partitismo, l’agiatezza. Meno che mai la prosperità. Presumibilmente aumenterà lo scontro di civiltà, mentre diminuirà la sicurezza sociale (esattamente come sta avvenendo nell’Africa delle guerriglie). </strong>Come a dire che il futuro sarà traslocato in un nuovo ordine mondiale. Perché quando si perde il capitale, sono i flussi migratori l’alternativa alla povertà. Dal nord al sud registreremo un primitivismo a tinte fosche e dagli impulsi anarchici che contagerà la maggioranza residente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_65145" aria-describedby="caption-attachment-65145" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65145" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/baricco-1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco-1-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco-1-768x513.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco-1-1024x684.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco-1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-65145" class="wp-caption-text">&#8220;L’11 gennaio, su “Repubblica” si è fatto sentire, con un denso articolo, Alessandro Baricco, il quale ha puntato il dito contro il fallimento delle élites&#8221;</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Alberto Bonisoli, è intervenuto durante una visita agli scavi della Regio V° del Parco Archeologico di Pompei, dichiarando: “La cultura è un tema da sviluppare di più per creare lavoro buono”.</strong> Ha annunciato la volontà del Mibact di fare assunzioni. “Abbiamo bisogno di professionalità, giovani e meno giovani, con contratti stabili. I posti di lavoro vanno distribuiti sul territorio, visto che la ricchezza culturale italiana è diffusa ovunque, da Pompei alle grandi città, passando per i piccoli borghi. Trasferire la cultura ai giovani non vuol dire farlo solo verso chi da grande vorrà fare l’archeologo, ma anche verso chi diventerà medico o economista. Dobbiamo partire dalle scuole, far toccare ai bambini, con mano, le ricchezze del nostro paese”. Affermazioni ordinarie, scadenti, alle quali non risulta sia stato dato seguito sugli investimenti promessi. Dunque solite omissioni, mancanza di fermezza, situazioni al limite del degrado. <strong>Sui beni architettonici e sui musei spendiamo meno di un quarto rispetto al 1955. La cultura viene inderogabilmente associata al turismo culturale,</strong> non come un bene a sé stante, un arricchimento personale, un veicolo cognitivo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’11 gennaio, su “Repubblica” si è fatto sentire, con un denso articolo, Alessandro Baricco, il quale ha puntato il dito contro il fallimento delle <em>élites</em>. Un primo segno di risvolto, finalmente, da parte di uno scrittore. Il responso delle urne dice che il cambiamento non solo generazionale è richiesto dalla maggioranza degli italiani. “Il medico, l’insegnante universitario, l’imprenditore, i dirigenti dell’azienda in cui lavoriamo, il sindaco della vostra città, gli avvocati, i broker, molti giornalisti, molti artisti di successo, molti preti, molti politici, quelli che stanno nei consigli di amministrazione, una buona parte di quelli che allo stadio vanno in tribuna, tutti quelli che hanno in casa più di 500 libri”. <strong>Baricco definisce le <em>élites </em>una “minoranza ricca e molto potente”, caratterizzata da una “cecità morale” che impedisce di vedere ingiustizie e violenze, che vive in una “zona protetta” all’interno della quale ci sono dei privilegiati. Questo patto tra le <em>élites</em> e la gente non c’è più, è stato rotto per sempre. L’analisi non è sbagliata quando lo scrittore dice che il popolo è passato alla riscossione crediti.</strong> Pretende cioè un risarcimento morale: nient’altro che la sottrazione del potere alle <em>élites, </em>esattamente come ha già acquisito la distribuzione del potere mediatico. Ora la gente accede a qualunque informazione ed esprime opinioni di fronte ad ogni platea, che costituisce una massa informe e disomogenea.</p>
<p style="text-align: justify;">Alessandro Baricco ha ragione anche quando afferma che si rende necessaria una distribuzione più equa della ricchezza (lo sosteneva Paolo Volponi, un utopista della società industriale e del capitale). Annota che “la dissimmetria è evidente e che ha scatenato una rabbia sociale che è dilagata come un’immensa pozzanghera di benzina”. La crisi economica e l’Unione Europea, che è solo un apparato burocratico mal concepito, hanno trasformato lo scenario politico dell’Italia. In una visione geograficamente più ampia, sovranazionale, non siamo un unico popolo con un’unica moneta e un’unica bandiera. Siamo un’accozzaglia di popoli in competizione. Ma le sacche di resistenza e la non assunzione di responsabilità sulla grave risi da parte delle<em> élites</em>, hanno generato i termini ambigui di populismo e sovranismo, nonché rispolverato l’accusa fasulla di fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Penso alle Marche, dove vivo. Un terzo della popolazione in età lavorativa è disoccupata, inoccupata o cassaintegrata. Il potere d’acquisto della moneta è stato pressoché dimezzato e temi che hanno costituito il fiore all’occhiello della democrazia per decenni, sono diventati un tormento come da altre parti: la sicurezza e la sanità. Di fronte ad uno scenario drammatico, l’accusa delle <em>élites </em>è fuori dalla realtà. <strong>Ma su un punto Baricco sbaglia. Il <em>game </em>ha sicuramente rivoluzionato la società ed è entrato in modo feroce nella vita di tutti. L’insurrezione nata con un videogioco e approdata a Facebook, alla piattaforma dove “uno vale uno” è una colonizzazione, una sfera orizzontale, appiattita, ma non un potere, un comando, un dominio.</strong> È una frontiera manipolabile come il telefono, l’iPhone. Rimane uno strumento che non controlla e non gestisce nulla. La rivoluzione digitale ha comportato solo la metastasi delle verità, dell’individuo spazientito, isolato e protagonista in proprio, più autoreferenziale in un sistema monopolistico, scaduto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Chi non ha pretese non ha neanche dispiaceri, diceva Pier Paolo Pasolini. L’appello in favore della cultura, dell’opinione che sia frutto di conoscenza e non di comunicazione, di sapere e non di trasmissione di un <em>pour parler</em>, è pressoché caduto nel vuoto. <strong>La cultura non entra nel dibattito, si lascia soffiare un primato, dicevamo. Se ne resta in sella ad un cavallo che non corre. Non basta scrivere romanzi, poesie, saggi. Bisogna afferrare la realtà, maneggiarla, proporre idee, occuparsi di giustizia della cultura che in fondo equivale alla giustizia sociale.</strong> L’attenzione ad un settore molto trascurato è il nucleo del pensiero che si rinnova. Più soldi alla cultura e meno alle clientele. Meno denaro a pioggia e più autonomia. Più meritocrazia e meno burocrazia. Meno eserciti di controllo, più progetti lungimiranti. Il potere delle <em>élites</em> si scalza con l’applicazione del principio di riconoscimento del merito, che è tipico di una società liberista che in Italia, dalla prima Repubblica ad oggi, non ha avuto mai spazio né consenso. L’acquisizione di un potere non elitario avverrà solo quando un concorso pubblico non sarà deciso a tavolino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Italia spende per l’istruzione il 4% del Pil. Peggio di noi, nella Ue, fanno solo l’Irlanda (3,7%) e la Romania (3,1%). Tutti gli altri stati membri spendono di più e la media Ue è del 4,9%. Per l’università</strong><strong> in particolare, viene speso lo 0,4%: siamo in penultima posizione in tutta la Ue</strong>, davanti al Regno Unito (0,3%), ma lontani dalla media dell’Unione (0,7%). Per ricerca e sviluppo l’Italia spende l’1,33% del Pil, posizionandosi sotto la media Ue (2,03% del Pil) ma lontani dalle ultime posizioni. Peggio di noi fanno Spagna, Grecia, Portogallo, Bulgaria, Romania, Croazia, Cipro, Lussemburgo, Lituania, Lettonia, Malta, Polonia e Slovacchia. Di questo 1,33%, solo poco più del 40% viene dal governo. Il restante 60% lo fornisce l’impresa no profit o l’investimenti estero. Di questo passo la cultura non solo non conterà più nulla, ma sarà un mero fastidio, un intralcio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Prendo ad esempio un libro. <em>Lo scrittore invisibile</em> (Gaffi 2014) di Alfonso Berardinelli (che stimo) è una raccolta miscellanea di interventi, nonché di interviste, sul ruolo di intellettuale, di critico militante (termine “strano e bellicoso”) diviso tra l’accademia e il giornalismo, capace di praticare un mestiere discutendo sui metodi inseriti tra storicismo, formalismo, strutturalismo, post-modernismo e una visione dell’attualità priva di schemi fissi. Emerge immediatamente che per avere dei “difetti definibili” la nostra critica dovrebbe prima cercare di esistere invece di suicidarsi nel cosiddetto <em>maquillage</em> culturale. Berardinelli rivendica, nonostante tutto, un diritto, “perché siamo ancora un paese scarsamente educato alla critica”. Polemizza con il costume, la politica, la società, sul termine rivoluzione usato un po’ ad effetto (l’idea della rivoluzione è stata un mito che nell’Occidente moderno è diventata una teoria). E sul pensiero unico del Novecento annota che “il marxismo ha fatto deserto di tutto ciò che lo ha preparato e accompagnato, e quando è crollato sembra aver lasciato il deserto dietro di sé”. <strong>L’Italia risulta un paese vario, ibrido, con un carattere non propriamente nazionale, “innamorato” delle parole. Berardinelli sostiene che l’<em>élite</em> culturale è finita da tempo, in ragione del fatto che nel passaggio dalla cultura alla vita sociale “c’è di mezzo una realtà indomabile, mentre il male avrebbe a che fare sempre con l’irrealtà”. Anche Berardinelli sbaglia: le <em>élites</em> esistono ancora.</strong> In un’intervista rilasciata nel 1993, il critico afferma: “Penso che una delle cose più nuove che ci troviamo di fronte è proprio la scoperta che la politica è un brutto affare”. C’è la tendenza a respingere la delega ai partiti di tutto ciò che non appare un problema di natura economica: sogni, utopie, ideali, come fosse necessario delimitare i fatti sociali. È la scoperta dell’acqua calda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intellettuali, fate finalmente proposte concrete. Il poeta Roberto Roversi, anni fa sosteneva che mentre il livello medio della cultura si è alzato, il livello alto è precipitato o è alla macchia. Per livelli alti intendeva il pensiero che subisce un’elaborazione, tenta un azzardo, sperimenta un rischio, organizza un progetto nuovo.</strong> Cosa è successo di tutto questo? Un eccesso di compromessi e di parole snaturate ha seppellito sotto cumuli di cenere ogni tensione. La prossima volta, personalmente, lanceremo un suggerimento, una vera e propria mozione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Moscè</em></strong></p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/intellettuali-svegliatevi-a-roberto-saviano-basta-prendersela-con-salvini-mentre-baricco-sculaccia-le-elites-in-realta-ciascuno-pensa-a-se-stesso-e-il-cabarettista-delle-proprie/">Intellettuali svegliatevi! A Roberto Saviano basta prendersela con Salvini, mentre Baricco sculaccia le “élites”. In realtà, ciascuno pensa a se stesso, è il cabarettista delle proprie opinioni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>L’elenco degli italiani che hanno compiuto il gesto più disgustoso: ecco i primi due (e comunque, preferisco il messaggio di fine anno di Mattarella ai calciatori tatuatissimi in Bentley)</title>
		<link>https://www.pangea.news/lelenco-degli-italiani-che-hanno-compiuto-il-gesto-piu-disgustoso-ecco-i-primi-due-e-comunque-preferisco-il-messaggio-di-fine-anno-di-mattarella-ai-calciatori-tatuatissimi-in-bentley/</link>
		
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		<pubDate>Thu, 10 Jan 2019 09:39:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tra le bagarre intellettuali ai tempi dei social che noi italiani – dagli uomini di istituzioni e politica fino ai frustratissimi odiatori seriali da tastiera – tanto amiamo cavalcare, quella delle questioni simboliche va per la maggiore. Molte parole in difesa dei più deboli, delle donne uccise o abusate, dei diritti e dei doveri a [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lelenco-degli-italiani-che-hanno-compiuto-il-gesto-piu-disgustoso-ecco-i-primi-due-e-comunque-preferisco-il-messaggio-di-fine-anno-di-mattarella-ai-calciatori-tatuatissimi-in-bentley/">L’elenco degli italiani che hanno compiuto il gesto più disgustoso: ecco i primi due (e comunque, preferisco il messaggio di fine anno di Mattarella ai calciatori tatuatissimi in Bentley)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tra le bagarre intellettuali ai tempi dei social che noi italiani – dagli uomini di istituzioni e politica fino ai frustratissimi odiatori seriali da tastiera – tanto amiamo cavalcare, quella delle questioni simboliche va per la maggiore. <strong>Molte parole in difesa dei più deboli, delle donne uccise o abusate, dei diritti e dei doveri a vario titolo che competono a un cittadino italiano ed europeo…</strong> Molte parole e purtroppo – quasi sempre – zero fatti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Così l’intervento del presidente Mattarella sulla massima delle questioni simboliche – quella dei buoni sentimenti – mi vede entusiasticamente favorevole.</strong> Ovviamente anche le onorificenze al Merito della Repubblica Italiana che ha conferito a 33 nostri concittadini che si sono distinti per atti di eroismo, per l’impegno nella solidarietà, nel soccorso, per l’attività in favore dell’inclusione sociale, nella cooperazione internazionale, nella tutela dei minori, nella promozione della cultura e della legalità, di fatto, non servono a nulla, però sono allo stesso tempo un segno. Un segnale. E una via da seguire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Certamente nei giovani e giovanissimi, soprattutto quelli che vivono nelle zone più disagiate d’Italia, fa più effetto vedere un calciatore fisicato e tatuatissimo che esce dal campo di allenamento in Bentley piuttosto che 33 cittadini dall’aspetto del tutto normale che vengono premiati da un anziano in completo scuro</strong> e senza nemmeno un tribale che gli esca dal collo della camicia, come esempi lodevoli nella società civile e nelle istituzioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questo senso è altrettanto ovvio che per loro, come messaggio, sia più efficace un elenco di insulti misto a parolacce cantato da un rapper tatuato come un calciatore in Bentley rispetto al messaggio di fine anno di Mattarella, infarcito di altre frasi simboliche come: </strong>“Sentirsi ‘comunità’ significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri. Significa ‘pensarsi’ dentro un futuro comune, da costruire insieme. Significa responsabilità, perché ciascuno di noi è, in misura più o meno grande, protagonista del futuro del nostro Paese”. Frasi simboliche. E profondamente vere.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora spero che tra un anno mi troverò a commentare un’altra iniziativa del tutto simbolica del presidente della Repubblica e parallela a quella dei 33 eroi civili.<strong> Sarà l’elenco dei 10 italiani che hanno compiuto il gesto più disgustoso e ignobile. Con i primi due che sono già in classifica: il vicesindaco di Trieste, Paolo Polidori, che prima ha buttato via le coperte usate da un clochard per riparsi dal freddo e poi se ne è vantato sui social; e l’assessore alla sicurezza e alla vivibilità (!!!) di Monfalcone, Massimo Asquini, autore su Facebook del post con questa filastrocca da seconda elementare:</strong> “Il migrante vien di notte con le scarpe tutte rotte; vien dall’Africa in barcone a rubarvi la pensione. Nell’hotel la vita è bella, nel frattempo ti accoltella. Poi verrà forse arrestato e l’indomani rilasciato”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Va da sé che presto ci dimenticheremo di questi due simboli in negativo dei peggiori italiani, perché tragicamente ben altri campioni cercheranno di entrare in questa classifica cialtrona</strong>, scansando l’altra – degli eroi civili – con tutte le energie. D’altronde lo diceva anche Bertolt Brecht: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Michele Mengoli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.mengoli.it/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>www.mengoli.it</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lelenco-degli-italiani-che-hanno-compiuto-il-gesto-piu-disgustoso-ecco-i-primi-due-e-comunque-preferisco-il-messaggio-di-fine-anno-di-mattarella-ai-calciatori-tatuatissimi-in-bentley/">L’elenco degli italiani che hanno compiuto il gesto più disgustoso: ecco i primi due (e comunque, preferisco il messaggio di fine anno di Mattarella ai calciatori tatuatissimi in Bentley)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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