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	<title>Erotismo Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“La notte più bella della mia vita”. Le relazioni pericolose di André Gide</title>
		<link>https://www.pangea.news/andre-gide-eros-il-colombo-selvatico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2026 04:24:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[André Gide]]></category>
		<category><![CDATA[Erotismo]]></category>
		<category><![CDATA[Il Colombo selvatico]]></category>
		<category><![CDATA[Le Ramier]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura francese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Bene! Ora ci facciamo un pompino”. È la proposta audace di Ferdinand Pouzac, un ragazzino quindicenne, rivolta ad André Gide, che nell’estate del 1907 scrisse di questa avventura erotica – durata lo spazio di mezza giornata – un brevissimo racconto autobiografico, meno di dieci pagine, intitolato Le Ramier. Racconto poco conosciuto, scritto di getto, scovato tra [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/andre-gide-eros-il-colombo-selvatico/">“La notte più bella della mia vita”. Le relazioni pericolose di André Gide</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>“Bene! Ora ci facciamo un pompino”. È la proposta audace di Ferdinand Pouzac, un ragazzino quindicenne, rivolta ad André Gide, che nell’estate del 1907 scrisse di questa avventura erotica – durata lo spazio di mezza giornata – un brevissimo racconto autobiografico, meno di dieci pagine, intitolato <a href="https://www.amazon.it/ramier-André-Gide/dp/2070766918"><strong><em>Le Ramier</em></strong>.</a> Racconto poco conosciuto, scritto di getto, scovato tra le carte inedite dalla figlia Catherine (1923-2013) agli inizi degli anni Duemila.</p>



<p>Gide, che sposò l’amata cugina Madeleine Rondeaux nel 1895, senza aver mai consumato il matrimonio, ebbe una figlia con Elisabeth van Rysselberghe. Una figlia tenuta segreta&nbsp;&nbsp;e riconosciuta solo nel 1938 dopo la morte della moglie Madeleine.</p>



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<p><strong>Pubblicato dall’editore Gallimard nel 2002, il racconto uscì in Italia nel 2003 con il titolo <em>Il Colombo selvatico</em> nella preziosa collana ‘Le Vele’ dell’editrice Archinto</strong>, con una prefazione dello scrittore e critico letterario Jean-Claude Perrier e una postfazione dell&#8217;inglese David H. Walker, docente di letteratura francese all&#8217;Università di Sheffield. Scrive Catherine Gide nella Premessa dell&#8217;edizione italiana: </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Trovo questo testo pieno di gioia di vivere. Vi manca assolutamente ogni genere di perversità”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Pure per Perrier non ci sono perversità e volgarità:&nbsp;<em>Le Ramier</em>&nbsp;&nbsp;è un racconto fresco, poetico e autentico. Il critico difende Gide pure dagli attacchi di “dozzine di tartufi e benpensanti di ogni genere, che prendevano a pretesto i suoi costumi e le sue confessioni per mettere all’indice l’opera e il suo autore al pubblico ludibrio”.</p>



<p>Il titolo, così curioso, richiama una caratteristica del giovanissimo Ferdinand, soprannominato ‘Ramier’ – così scrive Gide – perchè “l’atto dell’amore lo faceva tubare così dolcemente nella notte”.<em>&nbsp;</em>E così Gide confida all’amico Eugène Rouart (1872-1936), ingegnere agronomo, scrittore e politico, di cui era ospite quel 28 luglio 1907 nella sua tenuta&nbsp;&nbsp;agricola dalle parti di Toulouse, nel Sud Ovest della Francia.&nbsp;</p>



<p>Rouart e Gide, amici di lunga data, condivisero alcuni amanti, tra cui Mohammed – citato in&nbsp;<em>Se il grano non muore</em>&nbsp;– e appunto il giovanissimo Ferdinand Pouzac. Nel racconto&nbsp;<em>Le Ramier&nbsp;</em>l’amico Rouart è una sorta di ruffiano che vuole rendere lieto&nbsp;&nbsp;il soggiorno di Gide:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“<strong>Gli ultimi giorni Rouart aveva fatto del suo meglio per procurarmi degli incontri; una sera aveva fatto venire l’Albicocca, un mattino m’aveva condotto il grande Jacques. Non dipendeva da lui se questi piaceri troppo organizzati e al contempo troppo frettolosi mi avrebbero lasciato tutt’altro che sazio”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Le avventure erotiche di Gide e il suo orientamento sessuale sono noti. Gide scrive in difesa dell’omosessualità – della pederastia e della pedofilia, secondo i valori e i costumi dell&#8217;antica Grecia – il saggio&nbsp;<em>Corydon, quattro dialoghi socratici</em>,<em>&nbsp;</em>pubblicato per pochi intimi nel<em>&nbsp;</em>1911 e dato alle stampe per il pubblico in edizione definitiva nel 1924.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="652" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/61i-enbMczL._SL1500_-652x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107406" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/61i-enbMczL._SL1500_-652x1024.jpg 652w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/61i-enbMczL._SL1500_-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/61i-enbMczL._SL1500_-600x942.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/61i-enbMczL._SL1500_.jpg 688w" sizes="(max-width: 652px) 100vw, 652px" /></figure>



<p>Sempre nel 1924 Gide descrive i suoi primi turbamenti, desideri, conflitti morali e religiosi e la sua predilezione verso gli adolescenti nel romanzo autobiografico&nbsp;<em>Se il grano non muore,&nbsp;</em>con alcune pagine dedicate al suo secondo incontro con Oscar Wilde e il suo amante Lord Alfred Douglas in alcuni bordelli di Algeri.&nbsp;</p>



<p>Gli amori di Gide, che ebbe anche fugaci incontri con alcune prostitute – falliti tentativi di una “normalizzazione” così lui scrive-, sono teneri&nbsp;&nbsp;e gentili, rispetto al modo “violento” degli altri di praticare l’amore per ottenere voluttà:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“<strong>Quanto a me, che capisco il piacere solo faccia a faccia, reciproco e senza violenza, e che spesso, come Whitman, sono soddisfatto dal più furtivo contatto”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Gide declinò sia le proposte di Rouart, sia l’invito della fellatio di Ferdinand.</p>



<p>Il 28 luglio del 1907 Gide e altri ospiti festeggiano, con un pranzo a base di trippa, pollo rachitico, vino eccellente, musica e fuochi d&#8217;artificio l&#8217;elezione di Rouart. Tra i commensali ci sono alcuni giovani ciclisti che avevano avuto il compito di staffette per prendere informazioni sull’andamento delle votazioni nei comuni vicini. Il caso – scrive Gide – lo aveva messo accanto a Ferdinand, uno dei ciclisti.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“<strong>Quando, con la musica, partirono dei razzi, potei [&#8230;]chinarmi verso di lui e appoggiarmi, posandogli una mano sul ginocchio. Probabilmente avvertì che io ci mettevo una certa intenzione, poichè credo che mi sorridesse</strong><strong>”</strong><strong>.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Così inizia, durante il pranzo, con un approcio eroticamente malizioso, la relazione di Gide, uomo quasi quarantenne con il giovanissimo Ferdinand che si protrae nel pomeriggio, dapprima in compagnia di altri giovani, tra balli e bevute, e poi da soli tra i covoni della campagna.</p>



<p>Scrive Gide:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“</strong><strong>Dal momento che mi trovai solo con lui, sulla strada, ogni pensiero fuggì dalla mia testa e non sentii altro che poesia. [&#8230;] Lui si teneva stretto a me, lasciando che la mia mano si posasse sulla spalla o sui fianchi.&nbsp;&nbsp;[&#8230;] ‘Che bello, che bello’, ripeteva, e lo sentivo, corpo e anima, assai più fremente di me, mentre in me, una grande tenerezza subentrava all’aspra febbre del giorno.[&#8230;]Come ubriaco si lasciò cadere su di me, che in piedi lo stringevo tra le braccia. Appoggiò teneramente la fronte alla mia guancia; la baciai”.</strong></p>
</blockquote>



<p>La serata si conclude nella camera di Gide:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“‘</strong><strong>E così! Ci si spoglia tutti e due!’ esclama con un tono allegro da monello che contrasta stranamente con il suo aspetto di fanciulla, quando comincio a svestirlo.[&#8230;] senza alcun imbarazzo e senza eccessiva spudoratezza si abbandonava all’amore con una tenerezza e una grazia che non avevo ancora mai conosciute.[&#8230;] Un istante dopo, fraintendendo tutto divertito disse ‘Bene! Ora ci facciamo un pompino’. Ma dal suo tono insicuro, mi persuasi che diceva così per fare lo spaccone, non per vizio, ma per vergogna della sua innocenza. [&#8230;] Lo fermai al primo tentativo, poco vizioso io stesso, provando ripugnanza a guastare con qualche eccesso volgare il ricordo che avrebbe lasciato in entrambi una notte come questa, senza dubbio la più bella della mia vita”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Anche Rouart fu preso dalla bellezza e dai modi di Ferdinand e ne scrisse il 31 luglio del 1907 in una lettera indirizzata Gide:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ho in mente di addomesticare questo colombo selvatico, il cui impressionante tubare ti ha commosso l’altro giorno”.</strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Che fine fece Ferdinand Pouzac, il colombo?&nbsp;</p>



<p>Dalla corrispondenza tra Gide, Rouart e l&#8217;amico drammaturgo Henri Ghéon veniamo a sapere che il giovane, dopo una lunga malattia, morirà di tubercolosi il 9 aprile 1910. Non muore, però, nell’anima di Gide che in alcuni suoi scritti evoca la notte con il Colombo selvatico, simile all&#8217;amore che aveva provato con un altro giovanissimo, l’arabo Mohammed.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Per un giovane lettore o un lettore inesperto, leggere oggigiorno Gide, autore a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, è impresa meritoria. Il Nobel per la letteratura del 1947 è uno scrittore raffinato e colto per un pubblico oramai abituato a ‘storie leggere’ da consumare in fretta.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/15641-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107407" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/15641-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/15641-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/15641-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/15641-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/15641-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/15641-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/15641.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Nelle poche pagine di&nbsp;<em>Le Ramier&nbsp;</em>ci sono&nbsp;<em>Corydon, Se il grano non muore, L’Immoralista, I nutrimenti terrestri.&nbsp;</em>La vicenda di Ferdinand Pouzac vede coinvolti alcuni dei protagonisti della “Nouvelle Revue Française” (NRF). Rouart, futuro senatore dell’Haute Garonne, desidera scrivere un romanzo dedicato al&nbsp;<em>Colombo selvatico</em>, così confida in una lettera a Gide, tanto da farlo inquietare.</p>



<p>Concludendo: il libricino – 56 pagine – edito da Archinto nel 2023 andrebbe ristampato, è quasi introvabile.</p>



<p><strong>Francesco Bova</strong><strong></strong></p>
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		<item>
		<title>“Perché ’l fottere a tutti sempre piace”. Canone erotico della poesia italiana</title>
		<link>https://www.pangea.news/canone-erotico-poesia-italiana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Feb 2026 05:02:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno scrittore è davvero grande se sa raccontare il sesso. Il corpo – che è, sempre, corpo del reato – è il banco di prova della scrittura: proprio perché è così prossimo, così presente, resta indicibile, resiste arcano, un tabù. Fate la prova: gli scrittori italiani di oggi, genericamente, mettono il profilattico alla penna, hanno [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Uno scrittore è davvero grande se sa raccontare il sesso. Il corpo – che è, sempre, corpo del reato – è il banco di prova della scrittura: proprio perché è così prossimo, così presente, resta indicibile, resiste arcano, un tabù. Fate la prova: gli scrittori italiani di oggi, genericamente, mettono il profilattico alla penna, hanno la tastiera algida, fanno la parte dei castrati – forse, semplicemente, lo fanno male. Non si va, in letteratura, oltre languide carezze, mortificanti sveltine, rituali brutalità alla bisogna. Nell’era di PornHub e di OnlyFan, del corpo ovunque esposto, comunque in vendita, il sesso è assassinato; tra le ossessioni letterarie è quella praticata peggio.&nbsp;</p>



<p>Per quel che ne so, il più grande scrittore sessuomane del Novecento è il francese Marcel Jouhandeau, cattolico professo (ovviamente, quasi del tutto assente nel perbenista panorama editoriale italico), mentre il più grande scrittore di sesso è Isaac B. Singer. In un racconto,&nbsp;<em>Sangue</em>, Singer narra di due – Reuben, macellaio, e Risha, ninfa-milf di trent’anni più grande di lui – che fanno sesso nel macello, tra i “rantoli di morti delle bestie”. Non c’è da stupirsi: ebreo di genia yiddish, Singer proviene da una cultura che ha partorito uno dei più folgoranti poemi erotici della storia, il&nbsp;<em>Cantico dei Cantici</em>&nbsp;(leggere per credere, meglio se nella versione di Guido Ceronetti, stampa Adelphi). D’altra parte – lo dice il libro dei libri, Genesi –, è nella scoperta di essere nudi (“e conobbero di essere nudi”,&nbsp;<em>Gen</em>&nbsp;3, 7) il carattere fondamentale dell’uomo, creatura divina svergognata su questa terra.&nbsp;&nbsp;</p>



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<p>E la poesia italiana? Il culto erotico inaugurato da Saffo – che è poi un viatico sapienziale – è stato raccolto dalle formidabili poetesse cortigiane, spregiudicate in intelligenza (Veronica Franco, per dire) e dalle scrittrici mistiche, non aliene da trafitture verbali di sacra lascivia (Caterina Vannini, ad esempio, che fu, quindicenne, prodigiosa prostituta a Roma, fino a convertirsi e a sedurre il cardinal Borromeo, oppure Maria Maddalena de’ Pazzi e Veronica Giuliani; per un repertorio si veda: <a href="https://www.pangea.news/prodotto/mistiche/"><em>Mistiche</em>, Magog, 2025</a>). Un lavoro pioneristico, in questo senso, lo hanno svolto, quarant’anni fa, <strong>Guido Almansi e Roberto Barbolini varando una fenomenale “Antologia della poesia erotica italiana”, <em>La passion predominante</em></strong>, edita – con dodici incisioni di Agostino Carracci – da Longanesi. Le conclusioni di Almansi – autore, tra l’altro, nel ’74, di una <em>Estetica dell’osceno</em> per Einaudi –, nella sugosa intro (<em>Il problema sessuale</em>), sono letali: a parte rari casi – spesso eccezionali – siamo di fronte a “un panorama da educande”. </p>



<p><strong>Il pregio antologico fu quello di sovvertire il canone della poesia italiana: il sole, in questa prospettiva, è raffigurato da Giambattista Marino, “tra i massimi poeti erotici di ogni tempo”.</strong>&nbsp;Tra gli astri più splendenti, spiccano autori altrimenti marginalizzati dalle pie accademie: il geniale Giorgio Baffo – “poeta monologico: la mona è la sua monade” – autore di una paracula&nbsp;<em>Lode al culo</em>, Pietro Aretino, “sovrano di una letteratura italiana del sottosuolo” e Olindo Guerrini, istrione del verso, l’inventore di Argia Sbolenfi, ragazza di “mediocre istruzione”, colta da “isteriche sofferenze… spesso erotiche”, a cui sono ascritte delle&nbsp;<em>Rime</em>pretenziose, pretestuose, stuzzicanti, un’autentica anomalia in un Ottocento altrimenti esangue, piantumato dal pudore.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="783" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/Italian_School_-_Page_from_Sonetti_Lussuriosi_by_Pietro_Aretino_illustrated_by_Giulio_Romano_and_-_MeisterDrucke-885353-1024x783.jpg" alt="" class="wp-image-106206" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/Italian_School_-_Page_from_Sonetti_Lussuriosi_by_Pietro_Aretino_illustrated_by_Giulio_Romano_and_-_MeisterDrucke-885353-1024x783.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/Italian_School_-_Page_from_Sonetti_Lussuriosi_by_Pietro_Aretino_illustrated_by_Giulio_Romano_and_-_MeisterDrucke-885353-300x229.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/Italian_School_-_Page_from_Sonetti_Lussuriosi_by_Pietro_Aretino_illustrated_by_Giulio_Romano_and_-_MeisterDrucke-885353-768x587.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/Italian_School_-_Page_from_Sonetti_Lussuriosi_by_Pietro_Aretino_illustrated_by_Giulio_Romano_and_-_MeisterDrucke-885353-600x459.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/Italian_School_-_Page_from_Sonetti_Lussuriosi_by_Pietro_Aretino_illustrated_by_Giulio_Romano_and_-_MeisterDrucke-885353.jpg 1260w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Naturalmente, giganteggia D’Annunzio, che “s’aggira nel mondo della poesia come un califfo nel suo harem”.</p>



<p>&nbsp;Vengono – giustamente – esaltati i poeti dialettali, la cui lingua meglio si acclimata a un panorama di tette, fiche e lussurie in abbuffata (tra il Belli e Tonino Guerra preferisco Carlo Porta e la sua indimenticabile&nbsp;<em>Ninetta del Verzee</em>&nbsp;e il&nbsp;<em>Filò</em>&nbsp;di Zanzotto, grandguignolesco elogio del “toco de gnoca”). Della nostra aurea tradizione vengono prediletti i bischeri, i briganti del verso, dal “Pistoia” al Ruzante;&nbsp;<strong>alcuni sono delle assolute scoperte: il “poeta marchigiano, che fu avvocato in Roma” Marcello Giovanetti, ad esempio, oppure l’urbinate Giovan Leone Sempronio, che canta&nbsp;<em>La bella zoppa</em>, o ancora Giuseppe Artale, poeta e spadaccino, di cui è accolto un sonetto che dice di una&nbsp;<em>Pulce sulle poppe di bella donna</em>.</strong>&nbsp;Tutti autori del Seicento, l’epoca in cui furoreggiava, in area artistica, l’icona di Maria Maddalena, spesso senza veli, spesso eroticamente pronta, e quella di Davide come giovane efebo, un “femminiello” dallo sguardo smaliziato, capace di vincere il più virile dei Golia. Insomma, il gioco di dissacrare i sacrari, di smagnetizzare i moralismi è, in letteratura, un balsamo.&nbsp;</p>



<p>Il pistoiese Francesco Berni – morto, probabilmente, avvelenato – riassume il sale del tutto: “perché ’l fottere a tutti sempre piace”. Certo, nessun italiano è paragonabile al Rimbaud di&nbsp;<em>Les Stupra</em>, quando attacca “Le antiche bestie montavano perfino in corsa/ con il glande corazzato di sangue e di merda”, ma tant’è.</p>



<p>Antologia ineguagliata, che a suo modo fece epoca, <a href="https://www.bibliotheka.it/libro/9791256940332?srsltid=AfmBOop3YFIIDcdS1hfllVq5VfICbqoUcib-SFOq8-D3vKzoaJmlB1xK"><em>La passion predominante</em> torna per Bibliotheka</a>, con una prefazione di Roberto Barbolini (scrittore con gli attributi: si leggano, almeno, i suoi <strong>“Racconti perversi”, raccolti come <em><a href="https://www.amazon.it/Sade-drogheria-Racconti-Roberto-Barbolini-ebook/dp/B00UV98U4I">Sade in drogheria</a></em>, usciti una decina di anni fa per il mitico Guaraldi</strong>) che ragiona sull’impresa di allora, motivandola: </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“il sesso – che pure ci mette a nudo – rimane una faccenda abbastanza misteriosa. È il chiodo fisso che alimenta tanto la ‘passion predominante’ di Don Giovanni quanto il ‘pensiero dominante’ del Poeta di Recanati, ma ridotto all’osso trova la sua sintesi forse più precisa nel cartesiano ‘coito ergo sum’ di un freddurista implacabile come Marcello Marchesi”.&nbsp;&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Rispetto alla raccolta di allora, sono scomparsi i cantanti (Lucio Dalla, Fabrizio De André, Enzo Jannacci) e alcuni autori (Guido Ceronetti, Jolanda Insana, Valentino Zeichen…), probabilmente per ragioni di diritti: poco cambia nel complesso della furibonda impresa. Spiace, più che altro, l’assenza di alcuni inattesi come Julius Evola, “il Barone Nero della destra”, di cui si ricalcava, all’epoca, “un erotico delirio”: “Tu sei vicina strana cosa viziosa tu attendi distesa le mie mani che ti liberino delle vesti…”. I cammei introduttivi, spesso, introducono a una ‘poetica’, a un modo d’essere, come quello dedicato ad&nbsp;<strong>Antonio Delfini, “Dandy di provincia, surrealista in ritardo, finto contrabbandiere, ricco possidente andato in rovina…”.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="600" height="900" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/i__id1935_mw600__1x.jpg" alt="" class="wp-image-106207" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/i__id1935_mw600__1x.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/i__id1935_mw600__1x-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>



<p>Dietro la maschera di autori novecenteschi dalla biografia improbabile (Alessandra Manzettina, “ignota poetessa di origine lombarda, di cui si è pervenuto un inedito” e Guido da Cortona, autore dalla vita “nomade e sedentaria”, di cui è riferito un solo testo sulla “divina sodomia”), si celava Almansi. Come a dire, in mancanza di meglio, meglio fare da sé. Mero onanismo borgesiano? Come diceva quell’altro, alle masturbazioni cerebrali – difetto di troppi poeti – preferiamo chi si masturba per il gusto.&nbsp;</p>



<p><em>*In copertina: la “Venere Rokeby” di Diego Velázquez oltraggiata con un coltello da macellaio, il 10 marzo 1914, dalla suffragetta Mary Richardson</em></p>
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		<title>Il libro scandaloso di un uomo felice. “Tropico del Cancro” di Henry Miller</title>
		<link>https://www.pangea.news/henry-miller-tropico-del-cancro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jan 2026 05:44:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[disimpegno]]></category>
		<category><![CDATA[Erotismo]]></category>
		<category><![CDATA[Henry Miller]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Silvano Calzini]]></category>
		<category><![CDATA[Tropico del Cancro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tropico del Cancro&#160;è il libro di un uomo felice.&#160;È lo stesso Henry Miller a dirlo nella prima pagina del romanzo: «Non ho né soldi, né risorse, né speranze. Sono l’uomo più felice del mondo».&#160; Ed è proprio così.&#160;Tropico del Cancro, pubblicato nel 1934 in Francia e vietato negli Stati Uniti fino al 1961,&#160;è un inno [&#8230;]</p>
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<p><strong><em>Tropico del Cancro</em></strong><strong>&nbsp;è il libro di un uomo felice.&nbsp;</strong>È lo stesso Henry Miller a dirlo nella prima pagina del romanzo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Non ho né soldi, né risorse, né speranze. Sono l’uomo più felice del mondo».&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Ed è proprio così.&nbsp;<em>Tropico del Cancro</em>, pubblicato nel 1934 in Francia e vietato negli Stati Uniti fino al 1961,&nbsp;<strong>è un inno alla gioia di vivere, e ancora oggi è un libro scandaloso.&nbsp;</strong>Non per le situazioni oscene che descrive o per il linguaggio esplicito, tutte cose che ormai non scandalizzano più nessuno, quanto piuttosto per la filosofia che viene fuori dalle sue pagine. Messo di fronte a tutte le schifezze, gli orrori, le banalità dell’esistenza, Miller non batte ciglio e continua a godersi la vita. Questo è il vero scandalo!</p>



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<p><strong>Figura leggendaria quella di Henry Miller (1891-1980). Emigrato a Parigi negli anni Trenta dove viveva di espedienti in compagnia di altri emarginati</strong>, passando dal letto di un’amante a quello di una prostituta, e scrivendo&nbsp;<em>Tropico del Cancro</em>, che rimane il suo capolavoro, in cui libera la vita da tutte le bardature e sovrastrutture per riportarla alla sua realtà primordiale rappresentata dal sesso.</p>



<p>Il romanzo non ha una trama ben definita e racconta la vita parigina dello scrittore americano, attraverso le sue peregrinazioni e i suoi incontri. Il protagonista si limita ad accettare gli eventi così come gli capitano, senza cercare di dare loro un senso. Non è guidato da nessuna filosofia o ideale, se non il godimento immediato. Illuminante a questo proposito il ritratto di Miller fatto da George Orwell:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Conobbi Miller alla fine del 1936, mentre passavo da Parigi diretto in Spagna. Ciò che più mi colpì in lui fu l’assoluta mancanza di interesse per la guerra di Spagna. Si limitò a dirmi in termini piuttosto energici che andare in Spagna in quel momento significava essere un idiota… le mie idee sulla necessità di combattere il fascismo, difendere la democrazia ecc. ecc. erano tutte fesserie. La nostra civiltà era destinata a essere spazzata via e sostituita da qualcosa tanto differente da non sembrarci neppure umana: prospettiva, disse, che non lo preoccupava affatto».</strong></p>
</blockquote>



<p>Proprio in questa rivendicazione di irresponsabilità sta lo scandalo, e la grandezza, di&nbsp;<em>Tropico del Cancro</em>&nbsp;e del suo autore. Una irresponsabilità lucida, di chi vede ed è consapevole dello sfacelo e dell’orrore che ci circondano, ma trova inutile, oltre che assolutamente ridicolo, intervenire. Con tanti saluti a tutta quella vasta schiera di anime belle, in gran voga oggi come allora, che mangiano indignazione (finta) e impegno (un tanto al chilo) a colazione, a pranzo e a cena.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="719" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/miller-franceschinijpg-719x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106030" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/miller-franceschinijpg-719x1024.jpg 719w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/miller-franceschinijpg-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/miller-franceschinijpg-600x855.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/miller-franceschinijpg.jpg 758w" sizes="(max-width: 719px) 100vw, 719px" /></figure>



<p>Un atteggiamento quello di Miller molto più sincero e autentico delle chiacchiere di chi ci invita a inseguire false palingenesi della storia o ideali di panna montata regolarmente destinati al fallimento. Viene in mente Pier Paolo Pasolini, riproposto fino alla nausea e perlopiù a vanvera nello stucchevole cinquantenario della sua morte appena concluso, del quale nessuno ha ricordato una sua frase, questa sì di assoluta genialità:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«La parola speranza è completamente cancellata dal mio vocabolario».</strong></p>
</blockquote>



<p>Anche se può essere duro ammetterlo, la realtà è che anche&nbsp;<strong>la nostra vita di tutti i giorni è molto simile a quella del protagonista di&nbsp;<em>Tropico del Cancro</em>, fatta di tanti episodi senza senso, di incontri casuali, di piccole e grandi meschinerie</strong>, da accettare così come vengono, senza illudersi che ci sia qualche fine nobile da perseguire. La cosa più sensata da fare? Cercare di prendere al volo almeno un pezzetto di felicità e sgranocchiarselo in fretta prima che svanisca.</p>



<p><strong><em>Silvano Calzini</em></strong></p>



<p><em><em>*In copertina: Henry Miller e Brenda Venus fotografati da George Hurrell nel 1980</em></em></p>
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		<title>Intorno a un classico della letteratura cinese: “Chin P’ing Mei”, il fiore di prugno nel vaso d’oro</title>
		<link>https://www.pangea.news/chin-ping-mei-cina-romanzo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 May 2025 04:34:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Chin P&#039;ing Mei]]></category>
		<category><![CDATA[classici]]></category>
		<category><![CDATA[Erotismo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura cinese]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Duranti Poccetti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chin P’ing Mei&#160;(in cinese&#160;金瓶梅, pinyin Jīn Píng Méi, che si può tradurre come &#8220;Il fiore di prugno nel vaso d’oro&#8221;) è un celebre romanzo cinese scritto in lingua vernacolare (baihua) verso la fine della dinastia Ming, nel XVI secolo. L&#8217;autore – o forse autrice – rimane anonimo, conosciuto solo con lo pseudonimo di Lanling Xiaoxiao [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Chin P’ing Mei</em>&nbsp;(in cinese&nbsp;金瓶梅, pinyin Jīn Píng Méi, che si può tradurre come &#8220;Il fiore di prugno nel vaso d’oro&#8221;) è un celebre romanzo cinese scritto in lingua vernacolare (baihua) verso la fine della dinastia Ming, nel XVI secolo. L&#8217;autore – o forse autrice – rimane anonimo, conosciuto solo con lo pseudonimo di Lanling Xiaoxiao Sheng: forse il poeta Wang Shih-chen. Le prime copie del romanzo circolavano manoscritte, mentre la prima edizione a stampa risale al 1610. L&#8217;opera completa oggi comprende circa cento capitoli.</p>



<p>La narrazione si incentra sulla figura di Ximen Qing (西门庆), tradotto anche come Hsi-Mên, un ricco mercante di medicinali, e sulle intricate vicende delle sue numerose mogli (Loto D’Oro, Madama Luna, Loto Fragrante, Madama P’Ing, Stelo di Giada, Girasole) e concubine. La famiglia, inizialmente immersa in ricchezze, piaceri e relazioni spesso moralmente ambigue, finisce per essere travolta da un lento ma inesorabile declino, che culmina con la morte dello stesso protagonista. Il romanzo offre uno spaccato vivace e dettagliato della società cinese durante la dinastia Song Settentrionale, nel XII secolo, fino agli eventi legati all’invasione tartara.</p>



<p>Considerato da molti il &#8220;quinto&#8221; tra i Quattro Grandi Romanzi Classici della letteratura cinese,&nbsp;<em>Chin P’ing Mei</em>&nbsp;è noto per essere la prima grande opera della narrativa cinese a trattare in maniera esplicita il tema della sessualità.</p>



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<p>La storia prende avvio quando il giovane e benestante&nbsp;Hsi-Mên incontra casualmente Pan Jinlian (P’an Chin-lien, poi Loto D’Oro), moglie del modesto Wu Dalang. I due iniziano una relazione adulterina, e Pan Jinlian, stregata dalla passione e dall&#8217;opulenza del suo amante, arriva ad avvelenare il marito per poter entrare nell’harem di Ximen Qing come concubina. Mentre il fratello della vittima, Wu Sung, deciso a vendicare la morte del fratello, finisce per uccidere per errore un innocente e viene esiliato. Con la minaccia di vendetta sventata, Ximen Qing si abbandona completamente ai vizi e agli eccessi.</p>



<p>Tra le nuove donne che accoglie nel suo harem vi sono Madama P’Ing, vedova di un suo amico, e Chunmei, una giovane schiava. Tuttavia, la fortuna della famiglia inizia a svanire: Madama P’Ing e il figlio muoiono, Loto D’Oro viene uccisa da Wu Sung al suo ritorno, che così può vendicarsi del fratello ucciso, per poi darsi alla macchia; Chunmei viene venduta, tutto questo dopo che lo stesso protagonista era deceduto, a causa di Loto D’Oro, che gli somministra una dose troppo elevata di pillole afrodisiache.</p>



<p>Con il Paese invaso dai tartari,&nbsp;Madama Luna, la prima moglie di&nbsp;Hsi-Mên,&nbsp;cerca rifugio in un tempio buddhista insieme all&#8217;unico figlio rimasto in vita, Xiao Ke. Qui, in sogno, scopre che il bambino è la reincarnazione del defunto marito. Per evitare che il figlio segua lo stesso cammino dissoluto, decide di farlo diventare un monaco, in virtù di una promessa che era stata fatta anni prima a un’eremita.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1000" height="820" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/81AZCS3QphL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-103472" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/81AZCS3QphL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 1000w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/81AZCS3QphL._AC_UF10001000_QL80_-300x246.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/81AZCS3QphL._AC_UF10001000_QL80_-768x630.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/81AZCS3QphL._AC_UF10001000_QL80_-600x492.jpg 600w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p>Questo romanzo, pubblicato agli albori del Seicento, dimostra quanto la narrativa cinese fosse già pienamente matura e strutturata. In Occidente, opere di simile complessità e respiro arriveranno solo molto più tardi, nel corso dell’Ottocento. Lo stile è fortemente imparentato col linguaggio teatrale: l’azione domina, le descrizioni sono al tempo stesso puntuali e cariche di poesia, il linguaggio ricco e stratificato.</p>



<p>Nell’edizione da noi letta (Feltrinelli, 1970, nella traduzione di Piero Jahier e Maj-Lis Rissler Stoneman, basata sulla versione inglese di Arthur Waley), il romanzo si estende per 919 pagine suddivise in quarantanove capitoli di altissima intensità. Dal punto di vista stilistico, si potrebbe paragonare all’unione di tre grandi nomi della letteratura occidentale: il naturalismo minuzioso di Zola, la delicatezza poetica di Flaubert e il senso del ritmo scenico di Maupassant.</p>



<p>Quasi mille pagine raccontano un arco temporale piuttosto breve, pochi anni appena, eppure con tale dovizia di dettagli che sembra davvero di vivere accanto ai personaggi. Di loro apprendiamo ogni gesto, ogni pensiero quotidiano, dalle conversazioni ai banchetti, fino alle scene erotiche, anch’esse descritte con cura e senza veli.</p>



<p>Proprio per questo, l’opera è stata spesso fraintesa, ridotta – anche per motivi pubblicitari – a romanzo erotico, e in passato soggetta a censure che eliminavano le parti più esplicite. Ma l’eros, in realtà, è trattato come una dimensione naturale e paritaria dell’esistenza, non viene enfatizzato né nascosto, bensì integrato nella narrazione complessiva della vita dei protagonisti. L’intento dell’autore è chiaro: restituirci l’eccesso, lo sfarzo, la smania di potere del protagonista. Questi, pur essendo già un amante esperto e insaziabile, ricorre a pillole afrodisiache per superare i limiti umani — ed è proprio questo abuso a condurlo infine alla morte.</p>



<p>Così come accade al protagonista, anche gli altri personaggi del romanzo sono vittime delle proprie ossessioni, travolti da eccessi che li consumano. L’opera potrebbe idealmente essere divisa in due grandi momenti: una prima parte di ascesa e costruzione, e una seconda di decadenza e rovina. Tutte le colpe, le ambizioni e le esagerazioni che si manifestano nella prima metà trovano nella seconda il loro inevitabile contrappasso.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Madama Luna finalmente si arrese alle sue sollecitazioni. Dette all’ancella Gioietta le chiavi dei cancelli del parco, e tutte e tre – perché si unì a loro la cognata Wu – vi si recarono insieme. Ma come era mutato il suo aspetto nell’intervallo! Sui muri e sugli edifici, i variopinti stucchi eran svaniti, ed in alcuni punti scrostati, cosicché rimaneva scoperta la nuda pietra, e qua e là ci cresceva sopra il muschio. Le lastre di marmo e i blocchi dei gradini e dei terrazzi si eran spostati, o erano sprofondati in modo disuguale entro terra, cosicché so eran formati crepacci beanti, nei quali fiorivan le erbacce. Sui tetti, le tegole si erano spezzate o spostate, aprendo il cammino a una vigorosa vegetazione verde. Le pietre dure di valore e i minerali sui margini del lago eran coperti di crosta di sporcizia e avevano perduto la lucentezza. Il graticcio intrecciato dei mobili di vimini del padiglione era strappato e cadeva a pezzi. L’ingresso della grotta era parato di spesse ragnatele grige. Gli stagni dei pesci eran diventati dimora di rane. Il Padiglione delle Nubi in Riposo era ora un covo di volpi. La Grotta della Sorgente Celata brulicava di fecondissimi Topi</strong>&#8220;.</p>
<cite><strong>(Dal capitolo 46, “Prugna Primaverile ritorna alla sua vecchia casa. Un amico infedele svela il proprio volto di lupo&#8221;)</strong></cite></blockquote>



<p>Da questo brano si evince proprio la struttura di <em>Chin P’ing Mei</em>,&nbsp;dove in un primo momento viene mostrato il quadro di una famiglia felice e serena, immersa in un&#8217;atmosfera gioiosa; successivamente, però, quello stesso scenario si trasforma in un luogo desolato e abbandonato, in cui il&nbsp;<em>locus amoenus</em> si tramuta in&nbsp;<em>locus horridus</em>.</p>



<p>La forma duale riflette uno dei principi fondamentali del Taoismo, più volte evocato nel testo: l’universo si regge su un equilibrio dinamico tra Yin e Yang, e ogni forza, giunta al suo apice, genera automaticamente il proprio opposto per ristabilire l’armonia. È una visione profondamente catartica dell’esistenza: la tragedia non è fine a sé stessa, ma necessaria al riequilibrio del cosmo e dell’animo umano.</p>



<p>In questo senso, anche gli eventi più dolorosi — come il suicidio della moglie Loto Fragrante, la morte del giovane figlio maschio di Hsi-Mên, la scomparsa della moglie Madama P’Ing e infine quella del protagonista — assumono un significato più ampio e concettualmente conchiuso. Non sono semplici colpi di scena, ma tasselli di un disegno più grande, in cui ogni eccesso viene punito e ogni squilibrio viene sanato. Il romanzo, dunque, non si limita a raccontare un’epoca o una famiglia, ma si propone anche come monito morale: l’eccesso di lusso, potere e desiderio conduce inevitabilmente alla rovina. Solo agendo in nome dell’armonia e della misura si può sperare di mantenere un vero equilibrio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="622" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/A31391-622x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103473" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/A31391-622x1024.jpg 622w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/A31391-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/A31391-600x988.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/A31391.jpg 656w" sizes="(max-width: 622px) 100vw, 622px" /></figure>



<p>Impossibile, in un singolo articolo, rendere giustizia all’intero ventaglio di personaggi che popolano questo vasto romanzo.&nbsp;Tuttavia, tre figure spiccano per centralità e forza narrativa: il ricco e ambizioso Hsi-Mên, la sua quinta moglie, la seducente e inquieta Loto d’Oro, e la prima, Madama Luna.</p>



<p>Hsi-Mên, come detto, è un imprenditore di successo nel campo dei medicinali, ma la sua sete di potere e piacere sembra inesauribile. Desidera tutto: ricchezze, donne, prestigio politico. Per ottenere ciò che vuole, non esita a ricorrere a mezzi disonesti, mostrandoci, attraverso le sue azioni, un sistema sociale corrotto, basato su tangenti e favori — dinamiche, peraltro, tristemente riconoscibili anche nella nostra contemporaneità.</p>



<p>Eppure, accanto a questo lato calcolatore e spregiudicato, affiora talvolta un aspetto più umano e sentimentale. Hsi-Mên appare, a tratti, sinceramente innamorato della vita e delle sue donne, prigioniero di un conflitto interiore tra razionalità e impulso, tra controllo e desiderio.</p>



<p>Diverso il caso di Loto d’Oro, donna di straordinaria bellezza e carica erotica, interamente guidata dall’istinto. La sua presenza in scena è destabilizzante: semina discordia, alimenta gelosie e manipola chi le sta attorno con feroce lucidità. Per legarsi a Hsi-Mên, partecipa all’assassinio del suo primo marito, e in seguito, accecata dalla gelosia verso Madama P’Ing, arriva persino a causare la morte del figlioletto che quest’ultima ha avuto con Hsi-Mên.</p>



<p>Il suo comportamento oscillante tra idealizzazione e denigrazione degli altri delinea un profilo che oggi potremmo definire narcisistico, un personaggio moderno, nel suo essere tragicamente autodistruttivo. E infatti, come gli altri, pagherà il prezzo delle sue azioni. Dopo la morte di Hsi-Mên, verrà uccisa in modo crudo e spietato da Wu Sung, che la prende in moglie solo per vendicarsi. In uno dei capitoli più potenti e drammatici del romanzo — insieme a quelli dedicati alla morte del piccolo figlio di Madama P’Ing — Wu Sung, in un gesto tanto simbolico quanto brutale, le strappa il cuore con un coltello.</p>



<p>Un epilogo che suggella, con forza tragica, il destino di chi vive nel segno della dismisura di brama e ambizione e infine della manipolazione.</p>



<p>Infine, Madama Luna, è l’unico personaggio che spicca per fedeltà e virtù. Solo lei infatti, nonostante tutte le avversità e i contrasti con i quali deve vedersela, rimane moralmente intatta e sempre fedele a suo marito, nonostante questo sia profondamente lussurioso. Le sue scelte non sono di carattere istintivo e ingenuo, come sono quelle di altri soggetti – come il Giovane Ch’ên, uno degli amanti di Loto d’Oro. Le sue scelte si basano su razionalità e fermi principi. Grazie a lei proprio nel finale del romanzo, spicca un altro personaggio, al quale non si dà grande peso per tutto lo scritto, si tratta del servo Tai-An, che in effetti si è dimostrato sempre virtuoso e fedele. È proprio lui nel finale a diventare erede di tutto il patrimonio della famiglia, dopo che il figlio di Madama Luna viene preso in custodia dal monaco buddista. Per questa ragione Tai-An prenderà il nome di Il Piccolo Hsi-Mên. E anche questo è emblematico e rivela una verità fondamentale, che spesso chi opera nel nome del bene lo fa nell’ombra, senza apparire, senza azioni evidenti, semplicemente nel nome dell’equilibrio e della giustizia, e per questa ragione prima o dopo verrà ripagato.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="645" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Chin-ping-mei-libreria-rotondi-einaudi-1955-scaled-e1717575865526-645x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103474" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Chin-ping-mei-libreria-rotondi-einaudi-1955-scaled-e1717575865526-645x1024.jpg 645w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Chin-ping-mei-libreria-rotondi-einaudi-1955-scaled-e1717575865526-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Chin-ping-mei-libreria-rotondi-einaudi-1955-scaled-e1717575865526-600x953.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Chin-ping-mei-libreria-rotondi-einaudi-1955-scaled-e1717575865526.jpg 680w" sizes="(max-width: 645px) 100vw, 645px" /></figure>



<p>In definitiva,&nbsp;<em>Chin P’ing Mei</em>&nbsp;è giustamente considerato uno dei capolavori assoluti della letteratura cinese: dovrebbe essere riconosciuto come un classico della letteratura mondiale. Lo merita non solo per la ricchezza dei suoi contenuti, ma anche per lo stile raffinato, che alterna prosa e la poesia, e per l’eccezionale profondità psicologica con cui sono tratteggiati i personaggi.</p>



<p>Pur nell’ampiezza del cast narrativo, ogni figura è caratterizzata con precisione, vive di un’identità propria, autentica, che contribuisce a rendere l’universo del romanzo straordinariamente realistico e vitale. In queste pagine si respira la storia, la cultura, il pensiero cinese in tutta la loro complessità. Ma, al di là delle specificità culturali, emerge con forza un messaggio universale: Oriente e Occidente, pur nei rispettivi linguaggi e sensibilità, si sono sempre confrontati con le stesse grandi questioni umane – la lotta contro la corruzione, l’illusione del superfluo, il desiderio di potere.</p>



<p>Laddove l’Occidente ha cercato soluzioni nella scienza e nella razionalità, l’Oriente ha affiancato a queste anche la spiritualità, non come elemento decorativo o astratto, ma come forza viva e trasformativa, capace di agire nella realtà. Una spiritualità che, nel romanzo, affiora spesso come voce interiore, come principio regolatore, come invito all’armonia.</p>



<p>In fondo, ogni cultura – in modi diversi ma convergenti – tende verso un medesimo fine: la ricerca dell’equilibrio. Un equilibrio che non può essere raggiunto se si dà più valore all’esteriorità che alla sostanza, se si insegue il superfluo dimenticando ciò che davvero è cruciale.</p>



<p><strong><em>Stefano Duranti Poccetti</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: il &#8216;Chin P&#8217;ing Mei&#8217; nella versione scenica del Beijing Dance Theater</em></p>
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		<item>
		<title>“Parla, anima, al Dio della poesia”. I versi licenziosi e spirituali di Todros Abulafia</title>
		<link>https://www.pangea.news/todros-abulafia-poesie-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 May 2023 04:16:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[Ebraismo]]></category>
		<category><![CDATA[Erotismo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura medioevale]]></category>
		<category><![CDATA[mistica]]></category>
		<category><![CDATA[Spagna]]></category>
		<category><![CDATA[spiritualità]]></category>
		<category><![CDATA[Todros Abulafia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vissuto nel XIII secolo, Todros Abulafia – o meglio: Todros ben Judah Halevi Abulafia – ha vissuto nel gorgo della contraddizione. Conosceva l’arabo e scriveva in ebraico, adottava, a seconda degli umori e delle stagioni, la retorica della poesia cortese oppure l’estro rabbinico, le metafore e le citazioni del talmudista. Era pratico nelle arti dell’amore [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Vissuto nel XIII secolo, <strong>Todros Abulafia</strong> – o meglio: Todros ben Judah Halevi Abulafia – ha vissuto nel gorgo della contraddizione. Conosceva l’arabo e scriveva in ebraico, adottava, a seconda degli umori e delle stagioni, la retorica della poesia cortese oppure l’estro rabbinico, le metafore e le citazioni del talmudista. Era pratico nelle arti dell’amore come nei dettami della cabbala; univa, per così dire, necromanzia e teologia, virtù e voluttà.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Senza alcun dubbio, fu una delle personalità più pittoresche e carismatiche della poesia ebrea medioevale. A volte ci appare come un opportunista che insegue i potenti, persegue l’ambizione di diventare ricco; è un ludico ribelle, un lussurioso, il frivolo cavaliere castigliano. Altre volte si mostra nelle vesti del penitente, dell’uomo spirituale dalle chiare inclinazioni religiose”.</strong></p>
<cite><strong>Rachel Peled Cuartas</strong></cite></blockquote>



<p>Di lui sappiamo poco, per lo più il dramma: nato a Toledo nel 1247, cresciuto alla corte di Alfonso X di Castiglia, fu poeta di spicco, con ruoli diplomatici. Cadde in disgrazia quando il re, nel 1279, gli ordinò di riscuotere tasse e terreni alla comunità ebraica castigliana, per finanziare le sue campagne contro i Mori. I soldi raccolti da Todros non giunsero a destinazione: uno dei figli di Alfonso X, nell’ambito di una disfida dinastica, li spese per i propri fini. Il sovrano fece giustiziare alcuni esattori e gettò in carcere Abulafia, che si era rifugiato nella sinagoga di Toledo. Uomo dalla vita tortuosa, virtuoso della dissipazione, in carcere Todros Abulafia affina i versi, che toccano le corde del <em>de profundis</em> e della lamentazione biblica. Il poeta dell’amor cortese, delle poesie erotiche ed ironiche, arabeggianti, così, si muta in salmista.</p>



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<p>Graziato, si mise al servizio di Sancho IV, ‘el Bravo’, ma dal 1298, di fatto, perdiamo le tracce del poeta, perduto, forse, tra chimere e monasteri, desio e deserto. La sua opera, un <em>diwan</em> che conta oltre mille poesie, “Il giardino delle parabole e degli enigmi” (<em>Gan ha-meshalim ve-ha-jidot</em>), è, di fatto, l’unica testimonianza che sigilla la vita di questo hidalgo del disincanto. Il manoscritto ha avuto – un po’ come Todros – una vicenda intricata, degna di un labirintico racconto di Borges. Scomparso per secoli, lo ritroviamo in Egitto nel XVII secolo: il testo è passato per diversi antiquari, dall’Iraq all’India; uno studioso e affarista iracheno di stanza a Hong Kong comprende il valore del testo, lo acquista e lo consegna, nel 1906, a David Yellin, studioso di poesia ebraica medioevale, che dal 1934, a Gerusalemme, comincia a pubblicare i testi di Todros. La scoperta è sconcertante: nel 1980 Elio Piattelli, su “La Rassegna Mensile di Israel” (Vol. 46, n. 3/4) traduce una selezione de <em>I canti dal carcere di Todros ben Yehuda Abulafia</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Dal punto di vista formale notiamo che non vi è nelle poesie di questo autore nessun segno di trascuratezza nell’uso degli artifici consueti alla poesia ebraico-spagnola medioevale: i metri tradizionali sono scrupolosamente osservati, le rime sono ricche, la scelta delle parole è tale da creare un insieme armonico”.</strong></p>
</blockquote>



<p>La scrittura carcerata – o della avverata cecità – costituisce un canone proprio, della privazione, una sequela del profondo. Che la poesia vada tentata nel reclusorio, cercata tra i reclusi è silenzioso assioma: libera soltanto ciò che è giunto da sbarre.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="696" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/611UpQ6Jy6L-696x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95590" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/611UpQ6Jy6L-696x1024.jpg 696w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/611UpQ6Jy6L-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/611UpQ6Jy6L-600x883.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/611UpQ6Jy6L.jpg 734w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></figure>



<p>Di recente, <strong><a href="https://www.hiperion.com/tienda/poesia-hiperion/poemas-selectos/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Rachel Peled Cuartas ha curato per la casa editrice Hiperión di Madrid una edizione di <em>Poemas selectos </em>di Abulafia:</a></strong> a quel libro si riferisce la nostra breve scelta. La curatrice insiste nel caratterizzare Todros Abulafia come “un grande virtuoso dell’arte lirica”, “un innovatore, un ribelle che ha modificato i crismi della poesia trobadorica toledana”. Per lo più, Abulafia è poeta che non si colloca con agio nell’organigramma delle storie della letteratura. Nei suoi versi, la vita è famelica e a volte Dio coincide con il fato, è il portale del caos.</p>



<p>***</p>



<p>Il tempo vuole annegarmi mentre dolcemente fluttuo<br>sul suo volto, e inquina il mio miele con il veleno.</p>



<p>Non gli basta un figlio morto e la fortuna perduta:<br>ha iniziato a percuotere il mio corpo con mille dolori.</p>



<p>Farò fallire le sue inique strategie<br>riempiendomi la bocca con inni di gloria al Signore.</p>



<p>*</p>



<p>Se questa prigione non avesse fine<br>accetterò con amore ciò che viene da Dio.</p>



<p>Se i miei persecutori mi sottraggono ogni fortuna<br>intatte resteranno l’intelligenza e il cuore.</p>



<p>Se mi martirizzano in questo mondo<br>la mia anima godrà nell’altro.</p>



<p>Se mi manderanno a morte, andrò<br>con immenso piacere nella casa del Dio vivente.</p>



<p>Dio ha le sue ragioni: gioisco<br>dei tormenti che per mio riguardo redige.</p>



<p>*</p>



<p>Con l’oscurità del mio cuore si pittura gli occhi<br>con le perle delle mie lacrime si lucida i denti;</p>



<p>pallore e rabbia: con il bianco dei miei capelli<br>e il sangue del mio fegato, si imbelletta il volto.</p>



<p>*</p>



<p>Quella graziosa fanciulla ha seni<br>che nessuna mano ha sfiorato:</p>



<p>mi addentro nell’oceano del suo desiderio<br>acqua così vasta e spaziosa.</p>



<p>*</p>



<p>Tremo d’amore come una partoriente, ma nulla dono<br>alla luce: sono caduto tra i lacci di una figlia d’Arabia.</p>



<p>La mia anima anelava così tanto i suoi baci<br>che per lei volevo diventare una donna:</p>



<p>d’altronde, soltanto le donne lei bacia, ma sono<br>un uomo, nient’altro che una creatura perduta.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Il destino, maledetto, mi ha malmenato a lungo:<br>e io maledico le sue azioni, da bandito!</p>



<p>La mia vista si è indebolita, invecchiato<br>il viso, marcato di rughe il corpo;</p>



<p>il destino mutevole e immotivato converte<br>il bene in male, il rubino in pietra volgare.</p>



<p>Chi afferra quel poco che possiede<br>crede di raccogliere acqua in un panno.</p>



<p>Spero in Dio, centellino il suo nome<br>purché mi liberi dai miei tormenti.</p>



<p>Con una lingua limpida rimarcherò la sua gloria<br>mentre scoscendo da una lettera all’altra.</p>



<p>Il Signore ci darà la sua Pasqua:<br>senza pane acido o amarezza, mi auguro.</p>



<p>*</p>



<p>Anima, parla al Dio della poesia<br>ti prego, ricorda la sua misericordia.</p>



<p>Offri il canto dell’usignolo al suo Nome<br>offriti come frutto a Lui;</p>



<p>medita la sua Legge, in Lui sprofonda:<br>non altra è la bontà del destino.</p>



<p>Portagli una lode in vece del sacrificio,<br>una poesia al posto del toro o della colpa.</p>



<p>Non confidare nel tempo<br>dacché il tempo è un ribelle:</p>



<p>fluttua nella bontà di Dio<br>e ti inonderà di luce;</p>



<p>non ti confortino i piaceri del mondo<br>non farti intrappolare dalla sua voluttà.</p>



<p>Lui è sola sorte; sortiscono il bene e il male da Lui<br>sempre; in Lui sostano volontà e collera;</p>



<p>scoprirai che è più dolce del miele<br>più possente del leone;</p>



<p>per questo, che tu sia in lutto o in pieno vigore,<br>parla, anima, al Dio della poesia.</p>



<p><strong><em>Todros Abulafia</em></strong></p>
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		<title>“Inseguii la mia splendida rovina”. John Wilmot, il poeta libertino, un letterario enigma</title>
		<link>https://www.pangea.news/john-wilmot-ritratto-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 May 2023 04:26:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Erotismo]]></category>
		<category><![CDATA[John Wilmot]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura inglese]]></category>
		<category><![CDATA[libertinaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Paola Tonussi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Era bello, impudente, geniale: il più eccelso wit d’Inghilterra per molti, compreso il “matafisico” Andrew Marvell, detestato come un demonio di depravazione da altri. Comunque, una sorta di enigma letterario. Perché John Wilmot, secondo conte di Rochester e barone di Adderbury in Inghilterra, visconte di Athlone in Irlanda, tra i più ammirati Cavalier lyrists – [&#8230;]</p>
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<p>Era bello, impudente, geniale: il più eccelso <em>wit</em> d’Inghilterra per molti, compreso il “matafisico” Andrew Marvell, detestato come un demonio di depravazione da altri. Comunque, una sorta di enigma letterario.</p>



<p><strong>Perché John Wilmot, secondo conte di Rochester e barone di Adderbury in Inghilterra, visconte di Athlone in Irlanda, tra i più ammirati <em>Cavalier lyrists</em> – i poeti alla corte di re Carlo II</strong> – ha lasciato dietro a sé una sterminata galassia di versi, per lo più rimasti in manoscritto, opere per il teatro, libelli, parodie: tutte luminescenze dell’autore, stella polare dei libertini nell’Inghilterra della Restaurazione. Anzi, “il” libertino per antonomasia, tanto da diventare il modello del dissoluto in varie opere contemporanee e future.</p>



<p><strong>Eccelleva anche nell’improvvisazione, Rochester, proteggeva artisti e poeti, si concedeva con ugual brio amanti, bevute, liti e duelli, per cui è più volte imprigionato o bandito dalla corte.</strong> Lo stesso re, che lo adora, frequenta pari del regno e poeti, nobili e teatranti: ha, anche lui, la passione per le lettere e il palcoscenico. E rende canone la figura del Poeta Laureato (a vita): il lauro, re Carlo II, lo pone sul capo di John Dryden, che per la corona ha scritto vari panegirici.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="761" height="944" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/John_Wilmot.jpg" alt="" class="wp-image-95649" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/John_Wilmot.jpg 761w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/John_Wilmot-242x300.jpg 242w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/John_Wilmot-600x744.jpg 600w" sizes="(max-width: 761px) 100vw, 761px" /><figcaption class="wp-element-caption">John Wilmot ritratto da Peter Lely</figcaption></figure>



<p><strong>Di Rochester, Hazzlitt dirà che i suoi versi di “splendono come diamanti”, Horace Walpole e Defoe lo citano ampiamente nei romanzi. </strong>Charlotte Brontë si ricorderà di lui nel battezzare il suo celebre e ombroso protagonista e persino il nostrano Giuseppe Verdi, passando per i drammi francesi, individua in Rochester l’eroe di una sua opera: alla fine Rocester diventa Oberto, ma vale per tutti quanto scrive Voltaire nelle sue&nbsp;<em>Lettres philosophiques</em>&nbsp;(1734): “Tout le monde connoit de réputation le Comte de Rochester”.</p>



<p><strong>Nato nel 1647, due anni prima della decapitazione di Carlo I, e precocemente orfano di padre, la madre – donna pia, di antico lignaggio – lo equipaggia di un’istruzione sopraffina.</strong> <strong>Il bambino, una sorta di Leopardi in terra di Albione, vi fa onore: </strong>a dodici anni è ammesso a Oxford al Wadham College. Tra i pinnacoli d’oro di Oxford, John inizia a dimenticare l’obbedienza e lo studio dei classici e mentre prende a frequentare teatri e locande, sviluppa in fretta la personalità audace, incline alla perversione, che gli darà la fama. Quando il re gli assegna un vitalizio in riconoscenza ai servizi resi alla corona dal padre Henry, primo Conte di Wilmot, lui parte per il Gran Tour, va in Francia e in Italia.</p>



<p><strong>Durante il soggiorno a Venezia – città che ama per la vita libera, aperta a ogni dissolutezza, prossima gloria di Giacomo Casanova – frequenta per un periodo l’università di Padova, registrato come studente “della nazione inglese”.</strong> Non gli manca il divertimento nemmeno nell’ateneo patavino, celebre per gli studi medico anatomici e per le risse frequenti e l’insubordinazione della vita studentesca.</p>



<p>Rientrato in Inghilterra, Carlo II lo consiglia di prender moglie e individua per lui l’ereditiera Elizabeth Mallet, poetessa anche lei. Soprattutto, però, bella e ricca. Brillante ma povero di mezzi, Wilmot non perde tempo e la rapisce: lo sappiamo dal diario di Samuel Pepys.</p>



<p>Mentre la ragazza torna a casa, lui viene relegato alla Torre di Londra dal re: è uno dei vari allontanamenti dalla Corte, un altro segue quando, dietro richiesta regale di scrivere un’opera teatrale, Wilmot offende Carlo II sul palcoscenico con un’opera oscena. Eppure, ci tiene a riscattarsi agli occhi del sovrano, che lo tiene come suo pupillo: s’arruola e, combattuto con coraggio nella seconda guerra anglo-olandese, rientra in patria eroe di guerra.</p>



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<p><strong>E dunque – siamo nel 1667 – Elizabeth Mallet consente al matrimonio, ma controllerà sempre le finanze domestiche lasciando Wilmot squattrinato fino alla fine.</strong> Nello stesso anno 1667 lui ottiene il suo seggio alla Camera dei Lord, non senza contestazioni per la giovane età. I due sposi, narra sempre l’inarrestabile penna di Pepys, genio del pettegolezzo, si ritirano in campagna nella grande proprietà dei Rochester, dove nasceranno quattro figli. Ma John si comporta da canaglia. <strong>Volubile, ha molte amanti, la vita protratta in un’alternanza tra stati depressivi a ubriacature pesanti: l’esser stato ubriaco per cinque anni di seguito, dichiara, lo ha reso “fastosamente amabile”. </strong>L’inquietudine ha in lui violenza d’uragano, non si esime dal pericolo, non scansa gli affondi della sorte.</p>



<p>È anche tra i frequentatori della <em>Merry gang</em>, &nbsp;come la chiama Marvell, che raccoglie appassionati del teatro, poeti, letterati, drammaturghi: tra loro&nbsp;George Etherege e&nbsp;William Wycherley,&nbsp;Charles Sackville, VI conte di Dorset e&nbsp;George Villiers, II duca di Buckingham. Se all’avvenente Buckingham (un suo ritratto di Rubens è a Palazzo Pitti a Firenze) Wilmot dedica versi apertamente erotici, è con Etherege che sente di avere gusti letterari comuni, un’amicizia che con il tempo si connoterà allo stesso modo di toni passionali. I due collaborano in poesia e in opere teatrali. <strong>Wilmot critica con ferocia il primato della ragione e l’ottimismo dell’epoca, convinto della sostanziale malvagità dell’uomo e il prevalere in lui d’incontrollabili istinti bestiali.</strong> E tuttavia cita Orazio e Seneca,&nbsp;Ovidio, Petronio,&nbsp;Lucrezio: Pope gli riconoscerà la capacità di adattare i classici al distico eroico inglese che, con Dryden, porterà alla perfezione.</p>



<p>Hetherage immortala l’eclettica personalità dell’amico come Dorimante in <em>The Man of Mode</em>, <em>L’uomo alla moda</em>, <em>play</em> tra i più rappresentativi della Restaurazione. John ha per il teatro una passione selvaggia (per il teatro e per le attrici), che non lo lascerà mai. E sui palcoscenici londinesi conosce&nbsp;la giovane attrice Elizabeth Barry, ancora acerba sebbene interprete di Thomas Ottaway, e ne fa una sua protetta.</p>



<p>Le dà lezioni, vuol fare di lei la migliore attrice di Londra e ci riesce: in breve la ragazza sviluppa chiaroscurate doti drammatiche, continua a interpretare Ottaway ma è anche Cleopatra, Ofelia, Giulietta. Diventata l’amante di Wilmot, poi anche di Etherege, dà un erede a entrambi. E di entrambi continua a interpretare i ruoli. <strong>Ma quando reciterà nella satira su Carlo II&nbsp;<em>Il Satiro</em>, sempre a firma di Wilmot, del 1674, virulenta critica del sovrano, delle sue amanti e di come queste e i loro figli illegittimi sono mantenuti a spese del popolo, per Wilmot è l’esilio.</strong>&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/image-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95650" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/image-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/image-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/image-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/image-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/image-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/image-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/image.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Della relazione con Elizabeth Barry, che continuerà a recitare con compagnie importanti, rimangono molte <em>Canzoni</em>. Celeberrima, <em>Absent from thee, I languish still</em>,<em> Lontano da te, ancora languo</em>:</p>



<p><em>Absent from thee&nbsp;I languish still;<br>Then ask me not, when I return?<br>The straying fool&nbsp;‘twill plainly kill<br>To wish all day,&nbsp;all night to mourn.<br><br>Dear!&nbsp;from thine arms then let me fly,<br>That my fantastic mind may prove<br>The&nbsp;torments&nbsp;it deserves to try<br>That tears my fixed heart from my love.<br><br>When, wearied with a world of woe,<br>To thy safe bosom I retire<br>where&nbsp;love and peace and truth&nbsp;does flow,<br>May I contented there expire,<br><br>Lest,&nbsp;once more wandering from that heaven,<br>I fall on some&nbsp;base heart unblest,<br>Faithless to thee, false, unforgiven,<br>And lose my everlasting rest.</em></p>



<p>Lontano da te ancora languo;<br>Dunque non chiedere, quando farò ritorno?<br>Ucciderebbe il pazzo randagio<br>Desiderare ogni giorno, affliggersi ogni notte.</p>



<p>Diletta! dalle tue braccia allora lasciami libero,<br>Che la mia chimerica mente possa mostrare<br>Di esser degna dei tormenti provati<br>Dal cuore fedele strappato dal mio amore.</p>



<p>Quando, stanchi di questo mondo di dolore,<br>Riparerò alla sicurezza del tuo seno<br>Dove scorrono amore e pace e verità,<br>Possa io spegnermi sereno in esso,</p>



<p>Ché, allontanandomi da quel cielo,<br>Non precipiti in miseria e viltà di cuore,<br>Infedele a te, falso, imperdonabile,<br>E ne perda il mio riposo immortale.</p>



<p>Segue la tradizione della lirica petrarchesca, Wilmot, ma echi da Donne sono nell’audacia della lingua, colloquiale ma dai sensuosi paragoni tra il seno dell’amata e il porto del riposo eterno, e nel <em>wit </em>delle immagini: il cielo d’amore dove vola eppure approda il poeta, la “chimerica”, “fantastica mente” a richiamare quella di chi è “nato per strane visioni / Per vedere cose invisibili” della <em>Canzone</em> <em>Go and catche a falling starre, Va’ e afferra una stella cadente</em>.</p>



<p><em>While on those lovely looks I gaze</em>, <em>Mentre contemplo quell’adorabile sembiante</em> elabora il gusto del paradosso, anche questo caro a Donne, l’“eresia” d’amore che conduce alla morte, per cui lo sconfitto risulta alla fine il vincitore assoluto:</p>



<p><em>When&nbsp;on those lovely looks I gaze,</em><br><em>To see a wretch pursuing,</em><br><em>In raptures of a blest amaze,</em><br><em>His pleasing happy ruin,</em><br><em>’Tis not for pity that I move;</em><br><em>His fate is too aspiring,</em><br><em>Whose heart, broke with a load of love,</em><br><em>Dies wishing and admiring.</em><br><em>But if this murder you’d forego,</em><br><em>Your slave from death removing,</em><br><em>Let me your art of charming know,</em><br><em>Or learn you mine of loving;</em><br><em>But, whether life or death betide,</em><br><em>In love ’tis equal measure,</em><br><em>The victor lives with empty pride,</em><br><em>The vanquished dies with pleasure.</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Quando contemplo quel bel sembiante,<br>E vedo uno sciagurato inseguire,<br>In rapimenti di beato stupore,<br>La sua felice e splendida rovina,<br>Non è pietà a muovermi;<br>Troppo ambizioso è quel destino,<br>E quel cuore, spezzato dal carico d’amore,<br>Muore desiderando e ammirando.<br>Ma se rinunciaste a questo omicidio,<br>Il vostro schiavo da morte strappando,<br>Fatemi conoscere l’arte del vostro fascino,<br>O imparate Voi la mia di amare;<br>Ma, che sia vita o che sia morte,<br>Nell’amore è ugual misura,<br>Il vincitore vive con vuoto orgoglio,<br>Con gioia muore lo sconfitto.</strong></p>
</blockquote>



<p><em>In My dear mistress has a heart</em>, <em>La diletta mia amante ha un cuore</em> Wilmot aveva detto, pensando sempre alla Barry:&nbsp;</p>



<p><em>Angels listen when she speaks:<br>She’s my delight, all mankind’s wonder;<br>But my jealous heart would break,<br>Should we live one day asunder.</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Gli angeli ascoltano quando parla:<br>Lei è la mia gioia, la meraviglia del genere umano;<br>Ma il mio cuore geloso si spezzerebbe,<br>Dovessi vivere un giorno solo separato da lei.</strong></p>
</blockquote>



<p><strong>Invece, ridotto in miseria, malato, si allontana da tutto e dal mondo, dalla “mankind”: genere umano, società del mondo, compagnia di simili (<em>kind</em>).</strong> Come un personaggio minimo di cui formicolano le pagine di Pepys, in una Londra di troni e bettole, palazzi e <em>slums</em>, è per qualche tempo mercante nella capitale. Quindi, spacciandosi per medico che avrebbe trovato la cura per l’impotenza, irretisce e seduce molte donne in una sorta di nevrotica alienazione erotica. <strong>È l’ultimo atto dell’autodistruzione:</strong> John Wilmot, conte di Rochester muore, devastato dalla sifilide e dall’alcol, a trentatré anni, nel 1680.</p>



<p>Tra i primi a citare la vastità della sua opera ci sono Alexander Pope nella <em>First Epistle of the Second Book of Horace</em>, <em>Prima epistola del secondo libro di Orazio</em> (1737) e Samuel Johnson che lo annovera nelle <em>Lives of the Most Eminent English Poets</em>, <em>Vite dei più insigni poeti inglesi</em> (1779-81). Alla svolta del secolo, quello di Rochester diventa un nome “universalmente riconosciuto” ma non più letto.</p>



<p><strong><em>Paola Tonussi</em></strong></p>
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		<title>“Un amore mi rende maniaco”. Le poesie erotiche del Sesto Dalai Lama, il folle</title>
		<link>https://www.pangea.news/sesto-dalai-lama-poesie-amore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Feb 2023 05:16:54 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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		<category><![CDATA[Tsangyang Gyatso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Tibet non si muore mai. Il corpo levita per contemplazione: non c’è distanza tra il ripetuto pregare che disfa l’orante e la pietosa azione dell’avvoltoio che ne smembra muscoli e nervi, fino allo scintillio osseo. Il quinto Dalai Lama, Ngawang Lozang Gyatso, fu un accorto capo di Stato: la sapienza mistica si commisurava alla [&#8230;]</p>
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<p>In Tibet non si muore mai. Il corpo levita per contemplazione: non c’è distanza tra il ripetuto pregare che disfa l’orante e la pietosa azione dell’avvoltoio che ne smembra muscoli e nervi, fino allo scintillio osseo. Il quinto Dalai Lama, Ngawang Lozang Gyatso, fu un accorto capo di Stato: la sapienza mistica si commisurava alla strategia politica. Riuscì a destreggiarsi tra l’impero di Cina e quello mongolo: un cobra tra la tigre e il lupo. Consegnò al Tibet vasta autonomia territoriale e indipendenza, dominò con la ferma generosità di un satrapo. Morì – pare: dacché un lama non muore mai – nel 1682; i suoi tennero nascosta la morte per un decennio: nel frattempo, terminarono di costruire il Potala, la dimora del Dalai Lama a Lhasa.</p>



<p>Il capriccio del fato – o l’imperscrutabile decreto divino – preferì che a un “maestro oceanico” dalle capacità machiavelliche, un accorto politico, seguisse un folle. <strong>Nato in Arunachal Pradesh, tra le spire di una famiglia dell’aristocrazia teocratica, Tsangyang Gyatso fu indicato come la reincarnazione del “Grande Quinto” quando era un fanciullo. Fin da subito, disattese i segni:</strong> allo studio preferiva l’arte del tiro con l’arco e lunghe cavalcati nelle valli apriche, alla concentrazione nei misteri e all’educazione teo-politica sostituiva il brigantaggio nei bordelli, la frequentazione di innumeri amanti. Nel 1702, a cinque anni dall’incoronazione come massima autorità religiosa, sciolse i voti: caso unico nella storia della sequela spirituale, il Sesto Dalai Lama preferì la vita laica. Nonostante la rottura dei patti, nessuno mise in dubbio l’autorevolezza del santo uomo: il popolo lo adorava e lui fece la parte del ‘folle di dio’.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="500" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/65384.Sixth-Dalai-Lama-500x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94561" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/65384.Sixth-Dalai-Lama-500x1024.jpg 500w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/65384.Sixth-Dalai-Lama-146x300.jpg 146w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/65384.Sixth-Dalai-Lama.jpg 527w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure>



<p><strong>Scriveva poesie, che passavano di bocca in bocca conferendogli interminabile fama. Il tema prediletto da Tsangyang Gyatso è l’amore, l’innamoramento, il bracconaggio sentimentale</strong>; alcuni dubitano che sia lui l’autentico autore di quei versi, a tratti licenziosi. <a href="https://sellerio.it/it/catalogo/Canti-Amore/Vi-Dalai-Lama/1022" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>I <em>Canti d’amore</em> del Sesto Dalai Lama sono stati tradotti da Erberto F. Lo Bue per Sellerio, nel 1993</strong>,</a> ma il libro, un tesoro, risulta ormai “non disponibile”; in Francia alcuni testi sono stati tradotti da Alexandra David-Neel: nella nostra scelta facciamo riferimento alle versioni di Paul Williams (<em>Songs of Love, Poems of Sadness: the Erotic Verse of the Sixth Salai Lama</em>, 2004) e di Kelsang Dhondup (<em>Songs of the Sixth Dalai Lama</em>, 1981).</p>



<p>Pare che dietro la morte – apparente – del Sesto Dalai Lama ci sia una cospirazione ordita dai vertici della teocrazia tibetana: lo Stato non poteva essere lasciato nelle mani di un folle, di un amante eremita. <strong>Secondo le cronache ufficiali, Tsangyang Gyatso muore nel 1706, a ventiquattro anni, mentre è in viaggio verso Pechino</strong>, in missione diplomatica presso l’imperatore cinese. Forse per malattia, molto probabilmente per azione di un sicario. Fu sostituito da Kelzang Gyatso, incoronato nel 1720: un Dalai Lama erudito, recluso nello studio, che lasciò, di fatto, l’arte politica al reggente; l’ingerenza dell’impero cinese assunse, così, caratteri pressoché definitivi.</p>



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<p>Tuttavia, come si è detto, in Tibet non si muore mai. <strong>Secondo i discepoli più stretti, Tsangyang Gyatso riesce a fuggire dall’assalto ordito ai suoi danni, cominciando una vita di penitenza e di eremitaggio.</strong> Durante questo percorso, di lancinante solitudine e dedizione nelle pratiche spirituali, Tsangyang Gyatso ottiene l’illuminazione del santo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“dapprima un pellegrino goffo e inesperto, percorre migliaia di chilometri e visita numerosi luoghi sacri, grotte e monasteri di varie scuole spirituali; come penitente diventa praticante dello yoga più esoterico… Infine diventa un maestro spirituale illustre, riconosciuto come tale e venerato dai tanti benefattori, nobili e devoti, delle tribù mongole dell’area di Alashan dove, alla fine di tanto peregrinare, egli si stabilirà”.</strong></p></blockquote>



<p>Secondo <em>La biografia segreta del Sesto Dalai Lama</em>, compilata da un suo stretto discepolo, Ngawang Lhundrub Dargye <strong><a href="https://www.lunieditrice.com/product/la-biografia-segreta-del-sesto-dalai-lama/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(e tradotta per cura di Enrica Rispoli da Luni Editrice nel 1999),</a></strong> Tsangyang Gyatso si mostra, ora, come un lama riccamente vestito, in groppa a un destriero, a diffondere i suoi insegnamenti in Mongolia. Morirà autenticamente nel 1746, nel monastero di Yarlung, circondato dai suoi discepoli. Morire, cioè: vivere.</p>



<p><em>La biografia segreta del Sesto Dalai Lama</em> incarna l’insegnamento mistico nell’esoscheletro della fiaba. Tsangyang Gyatso denuncia subito il suo scopo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Fine dell’altezza è la bassezza, fine dell’accumulazione è la spartizione, fine del raccogliere è l’esaurire… Sarò asceta e per purificare tutti i miei peccati e le colpe voglio fare pellegrinaggio e praticare lo stato puro della meditazione”.</strong></p></blockquote>



<p>Il suo cammino è ascesi tramite il martirio, la sua biografia una specie di romanzo fantastico di formazione. Così, il Dalai Lama creduto morto attraversa il male, la corruzione del corpo – “Il corpo mi si riempì di pustole e si gonfiò… Non avevo da mangiare né da bere, così ero tormentato dalla fame e dalla sete” –, verifica il grado zero di sé. Quel corpo che tanto aveva amato, ora dipende dalla bontà o dalla crudeltà di chi incontra: è irriconoscibile. I sortilegi – e i demoni – sono dappertutto: ospite in un villaggio, tra i rilievi montuosi del Tibet, il santo pranza con “un uomo senza testa… quando gli si era formata una malattia sul collo gli era stato tagliato il capo: erano passati più di tre anni e non era ancora morto”; marciando su vasti ghiacciai, vede il serafico profilo di “un leone dal pelo turchino”. In una pianura desolata, astrale, astratta, prossimo all’illuminazione, Tsangyang Gyatso affronta “un grande elefante bianco”, con sei zanne, meraviglioso: “dal centro del dorso partiva un arcobaleno di cinque colori che si ergeva nello spazio del cielo”. In “questo tempo di degenerazione”, Tsangyang Gyatso diventa maestro dell’“impareggiabile compassione”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="649" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/la-biografia-segreta-del-sesto-dalai-lama-libro-71861-649x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94562" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/la-biografia-segreta-del-sesto-dalai-lama-libro-71861-649x1024.jpg 649w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/la-biografia-segreta-del-sesto-dalai-lama-libro-71861-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/la-biografia-segreta-del-sesto-dalai-lama-libro-71861-600x947.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/la-biografia-segreta-del-sesto-dalai-lama-libro-71861.jpg 684w" sizes="(max-width: 649px) 100vw, 649px" /></figure>



<p>La vera vita, forse, è quella notturna, quella che per gli altri è morte: svestendosi dei paramenti sacri e degli ornamenti del potere politico, preferendo l’eremo allo studio, il vagabondaggio allo Stato, il folle Tsangyang Gyatso scopre la santità del cuore.</p>



<p>**</p>



<p><strong><em>Canti d’amore e di dolore del Sesto Dalai Lama</em></strong></p>



<p>Sopra le montagne orientali:<br>il volto della luna che sorride –<br>nella mia mente prende forma<br>il volto sorridente della mia amata.</p>



<p>*</p>



<p>Se solo potessi sposare<br>la donna che amo:<br>gioia della più bella gemma<br>tratta dalle profondità dell’oceano.</p>



<p>*</p>



<p>Un amore, di sfuggita:<br>ragazza dalle braccia fragranti<br>come un secchio di turchesi<br>gettato nel canale.</p>



<p>*</p>



<p>Signora, figlia prediletta<br>di un Potente: ho visto<br>una pesca tanto rara<br>svettare sui più alti rami.</p>



<p>*</p>



<p>Un amore mi rende maniaco:<br>il sonno cola sul fianco della notte.<br>Di giorno non posso toccarla:<br>unica confidente, la frustrazione.</p>



<p>*</p>



<p>Passato è il tempo della fioritura<br>l’ape turchese non si lamenta.<br>La fortuna d’amore è sfiorita:<br>imparerò a non lamentarmi.</p>



<p>*</p>



<p>L’urlo dell’oca selvatica sorvola<br>le paludi: pensavo di riposarmi<br>ma il lago è ghiacciato<br>e la speranza è migrata altrove.</p>



<p>*</p>



<p>La barca non ha emozioni<br>eppure la sua testa di bue<br>si volta indietro: la mia amata,<br>invece, non mi guarda mai.</p>



<p>*</p>



<p>La ragazza del mercato intreccia<br>qualche svogliata promessa.<br>Da soli il mondo è noioso:<br>mi metterò ad annodare serpi.</p>



<p>*</p>



<p>Lettere nere su un foglio:<br>svaniscono come pioggia.<br>I pensieri mai scritti, benché<br>voglia cancellarli, non svaniscono.</p>



<p>*</p>



<p>Cerco l’amore al tramonto:<br>una nevicata imbianca l’alba.<br>I segreti non hanno più senso:<br>i miei passi li svela la neve.</p>



<p>*</p>



<p>Le ho detto addio.<br>Ci rivedremo presto, ha risposto.<br>Mi mancherai, le dico.<br>Non ne avremo il tempo, dice.</p>



<p>*</p>



<p>Maldicenze sul mio conto:<br>riconosco i miei peccati<br>mentre danzo, fino alla<br>porta del bordello.</p>



<p>*</p>



<p>Con abilità puoi catturare<br>un cavallo selvaggio tra le vette:<br>neanche gli incantesimi trattengono<br>un amante ribelle.</p>



<p>*</p>



<p>Dirupo e tempesta si vendicano<br>della crudeltà dell’avvoltoio.<br>Quanto a me: mi divora soltanto<br>la disonestà di chi trama alle mie spalle.</p>



<p>*</p>



<p>Una tigre si addomestica<br>distillando la carne:<br>donna dalla vasta criniera<br>diventi sempre più feroce.</p>



<p>* </p>



<p>Osservando le stelle capisco<br>cosa accadrà su questa terra.<br>Benché ne studi di continuo il corpo<br>non riesco a carpire il suo umore. &nbsp;</p>
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		<title>Magia e morte, erotismo e malinconia: breviario di cultura giapponese</title>
		<link>https://www.pangea.news/giappone-cultura-letteratura-hearn/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Dec 2022 05:17:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Soldi]]></category>
		<category><![CDATA[Erotismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Morte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Conoscevo una ragazza giapponese che era bella e malinconica. Rideva raramente e anche quando sembrava allegra non potevo fare a meno di pensare che nascondesse una grande sofferenza. Non ho mai compreso le ragioni di tanta tristezza e da molto tempo ho smarrito le sue tracce. Non le ho perse soltanto io, a dire il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Conoscevo una ragazza giapponese che era bella e malinconica. Rideva raramente e anche quando sembrava allegra non potevo fare a meno di pensare che nascondesse una grande sofferenza. Non ho mai compreso le ragioni di tanta tristezza e da molto tempo ho smarrito le sue tracce.</strong> Non le ho perse soltanto io, a dire il vero, e ho provato spesso a chiedere sue notizie, ma, contraddizioni del nostro secolo, nessuno ha mai saputo dirmi niente. Svanita nel nulla; scomparsa senza lasciare traccia, se non nel fioco ricordo di tempi lontani. Si è trasferita in un’altra città?&nbsp; È forse tornata in Giappone? È ancora viva? Domande inevase.</p>



<p><strong>Mi è accaduto di sognarla, credo, ma al risveglio ho dubitato del mio stesso sogno. Per quanto abbia tentato di ricordare, la scintilla di un sogno inseguito al mattino si allontana veloce come una stella cadente in una notte estiva.</strong> E a questi incorporei incontri sopravviveva il sapore di un amaro risveglio. Ogni tanto, solitamente in novembre quando la nostalgia è forte, tento di ristabilire un contatto; domando di lei a conoscenze comuni, la penso. Ogni volta è sempre la stessa delusione e nessuno sa dirmi niente. Mi accorgo infatti, con un certo malessere, che gli altri l’hanno dimenticata. Mi guardano incuriositi quando chiedo di lei, negano di averla incontrata, giurano di non averla mai vista, di non averne mai sentito parlare. Queste reazioni mi lasciano inquieto, lo ammetto: ciò che per qualcuno è importante per altri non significa niente, si sa, ma non ci si abitua mai completamente a questo crudele arbitrio. In fondo, però, non è solo questo, e l’indifferenza di quelle che credevo conoscenze in comune suscita in me strani presentimenti, pensieri che non vorrei assecondare. <strong>Sull’impressione di quell’eterea ragazza, distante ora che non c’è e distante anche quando eravamo vicini, è andata formandosi la mia idea del Giappone. </strong>Mi rendo conto che ciò può sembrare stupidamente personale, ma questo è successo, così ho visto quel lontano paese: triste e malinconico, prima di tutto.</p>



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<p><strong>Mi è parso poi del tutto naturale rivivere sensazioni simili nell’incontro con un secondo Giappone, quello dei libri. Fu così che dalla lettura dei romanzi di Yukio Mishima</strong> continuai a guardare a quel mondo come si guarda a una pallida luna velata di nuvole. Tra il Giappone della vita e quello della carta sentiamo l’armonia della congiuntura tra arte e vita come raramente altrove si dà. Anche se non sempre ho ricevuto da altri la conferma di queste sensazioni, i più sono d’accordo nel riconoscere il grande fascino della cultura giapponese, il cui segreto giace avvolto in una fitta nebbia di incomprensione e mistero. Il segno di una tradizione che, nella sua fosca mescolanza di malinconia, rassegnazione, magia, morte ed erotismo, pervade ogni espressione culturale del paese, originando fenomeni altrimenti impossibili. &nbsp;</p>



<p><strong>Del paralogico erotismo di questa cultura ci giungono vive testimonianze nei libri. Senza insistere sui casi più estremi, come il disumano <em>Tokyo Decadence</em> di Ryu Murakami, possiamo accennare alle bizzarre pagine di <em>Vita di un libertino</em> di Ihara Saikaku o al subdolo e perversamente psicoanalitico <em>L’amore di uno sciocco </em>diJunichiro Tanizaki</strong> (un <em>tour de force</em> tra il lecito e l’illecito, la ragione e la follia, la passione e la devianza, capace di accompagnarci sull’orlo di un baratro in cui preferiamo non guardare). Di un caratteristico languore proprio di molta letteratura giapponese ritroviamo il sigillo nell’ovattata desolazione de <em>Il paese delle nevi</em> di Yasunari Kawabata o nel perfetto <em>Fucile da caccia</em> di Inoue Yasushi. Anche il fenomeno spesso confortevole di Haruki Murakami, addomesticato dal grande successo commerciale e da una dimensione pop a cui egli appartiene, può svelare la siderale distanza di un mondo a noi alieno. La seducente malinconia di <em>Norwegian Wood</em> o di <em>A sud del confine, a ovest del sole</em> può avvelenare. Si tratta di letture pericolose, traumatizzanti per certi versi: perdersi è facile in queste terre di confine, luoghi dove la realtà e il sogno si sovrappongono, dove il mondo dei vivi e quello dei morti si appartengono; dove la morte è un funereo codice scritto tra le pagine dell’amore. Non luce e tenebra, non bianco e nero, ma un grigio e lungo crepuscolo. Certo, non escludo che il Giappone possa per qualcuno essere anche altro, ma temo che per me sia ormai tardi: così lo vedo e, in fondo, così lo voglio.</p>



<p>Viene spontaneo rivolgerci a queste atmosfere, così efficacemente restituite nella letteratura, come al riflesso di un modo di vivere che trova conferma in alcuni fatti tristemente noti alle cronache. <strong>Nessun’altra cultura ripone tanta cieca fiducia nel suicidio e il caso dell’anacronistico <em>seppuku</em>, privilegio di elusivi samurai, testimonia un ancestrale legame con la morte che lascia sconcertati. Per tacere dell’ambiguità dei molti suicidi nella foresta di Aokigahara: chi sceglie di darsi la morte in un luogo dove moltitudini di anime silenziose vi hanno già preso congedo lo fa per non essere solo.</strong> Ma è un’illusione, e chi nasce isolato muore isolato. Anche il gettarsi nel cratere vulcanico attivo del Monte Mihara ha un che di assurdamente filosofico; è il folle tentativo di tornare alla terra, di rientrare nelle viscere del mondo, e in questa propensione all’inorganico scorgiamo una vocazione a negare il cielo.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="600" height="900" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/i__id13541_mw600__1x.jpg" alt="" class="wp-image-93969" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/i__id13541_mw600__1x.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/i__id13541_mw600__1x-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>



<p>L’umbratile cultura giapponese serba il segreto di una sottile infelicità che, nelle sue minime sfumature, è per noi ineffabile. <strong>Nell’arte figurativa ci pare di sentire lo stesso suono, il rumore sommesso di un pianto; e le celebri stampe di Katsushika Hokusai lasciano sbalorditi per l’efficacia di un linguaggio che nella sua assurdità non è stato mai eguagliato. </strong>È doloroso non poter liberare dal suo vincolo l’ofitico spettro della povera Okiku: gettata in un pozzo per aver rotto un piatto, ogni notte emerge per contare da capo il servizio, nella speranza di trovarne tutti e dieci i pezzi. Uno, due, tre, quattro… nove; ancora una volta ne manca uno, ancora una volta la piccola domestica, morsa dal senso di colpa e priva di rancore, tornerà disciplinata nelle fredde profondità del suo antro, costretta a prendersi cura di quelle porcellane in eterno.</p>



<p><strong>Perfino l’estetica dei manga animati ha qualcosa che mi è sempre risultato più o meno disturbante. Non sono un intenditore, ma trovo angoscianti certe immagini di <em>Naruto</em> o di <em>One Piece</em>, e non credo che siano espressioni che possano dirsi allegre e spensierate</strong> (che poi qualcuno ci si possa abituare e non ne colga il lato oscuro è anche possibile). E i meravigliosi cartoni animati di Hayao Miyazaki? Autentici capolavori, d’accordo, ma questo non esclude che siano di un’angoscia talvolta insostenibile. Ci sono sequenze di <em>La</em> c<em>ittà incantata</em> che, non so quanto per motivi interni alla mia sensibilità o propri del film, mi hanno letteralmente atterrito.</p>



<p>Considerando le specificità di questa cultura, fa una certa impressione apprendere di come Lafcadio Hearn, un greco-irlandese vissuto negli Stati Uniti, sia stato capace di penetrarne i misteri con tanta destrezza. <strong><a href="https://www.mimesisedizioni.it/libro/9788857590592" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La recente pubblicazione di <em>La festa dei morti </em>(Mimesis, 2022),</a> un’antologia di storie fantastiche della tradizione giapponese raccolte da Hearn, offre l’occasione di un’irresistibile escursione nel regno della magia.</strong> Racconti di fantasmi rancorosi, di Kimono stregati, di spiriti di donne offese e di maledizioni ineludibili; storie descritte con lucida e meccanica partecipazione, con l’atteggiamento, squisitamente giapponese per un processo mimetico formidabile, di chi ritiene che uno spettro sia un evento assolutamente naturale.</p>



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<p>Emblematico il capitolo intitolato <em>Un karma passionale</em>:Hearn, attratto da una «nuova varietà della voluttà dell’angoscia», offre una porzione di un popolare racconto giapponese messo in scena nel dramma <em>Botan-Doro</em> (<em>La lanterna delle peonie</em>). Un giovane samurai, Shinzaburo, si innamora della bella Tsuyo, il cui nome significa “rugiada del mattino”. Il loro è il tipico amore da storia giapponese: viscerale, ma incapace di dare frutti: prima impotente e poi fatale. Ai due innamorati è impedito di rincontrarsi e alla fragile Tsuyo non resta che il destino della grave promessa sussurrata all’amato «Se non tornerai a farmi visita, certamente morirò». Tempo dopo, durante la prima sera del <em>Bon</em>, la grande festa dei morti del tredicesimo giorno del settimo mese, l’anima di Tsuyo appare al ragazzo. I due si rivedono ogni notte, risarcendosi del tempo che gli era stato sottratto. Lei è reale, o almeno lo sembra, e bellissima, ma tutto ha un prezzo, e il superamento del confine tra la vita e la morte richiede un tributo prezioso. Il samurai verrà trovato morto, orrendamente abbracciato al cadavere putrefatto della ragazza. Amore e morte nella più macabra delle unioni.</p>



<p><strong>Sono diverse le storie riunite in <em>La festa dei morti</em> che condividono simili tinte, e incuriosisce la disposizione d’animo dei personaggi davanti a questi oscuri giochi negromantici.</strong> Un fantasma può dar fastidio, è vero, ma nelle storie di Hearn nessuno ne metterà in dubbio l’autenticità o la legittimità. Perché il Giappone in fin dei conti è così, e appartiene ai vivi tanto quanto appartiene all’anima inquieta di una donna abbandonata.</p>
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		<title>A come Asciugatrice. L’oggetto sessuale della donna moderna</title>
		<link>https://www.pangea.news/asciugatrice-dizionario-societa-incivile-sabbatini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Nov 2022 05:17:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[asciugatrice]]></category>
		<category><![CDATA[Dizionario della società incivile]]></category>
		<category><![CDATA[Erotismo]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizia Sabbatini]]></category>
		<category><![CDATA[Femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[matrimonio]]></category>
		<category><![CDATA[sesso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’era dell’amplesso asciutto, ogni madida forma di erotismo è scialba memoria. La libido, impudica epifania, assume nella vita domestica inconsuete forme. Si fa ideale concreto, mito tangibile, vibrante. Non più cupidici dardi o vetusti sex toys, la seduzione della donna, oggi, passa per l’oblò dell’asciugatrice. Oggetto sessuale di peculiare postmodernità – nel passato prossimo degli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nell’era dell’amplesso asciutto, ogni madida forma di erotismo è scialba memoria. <strong>La libido, impudica epifania, assume nella vita domestica inconsuete forme. Si fa ideale concreto, mito tangibile, vibrante.</strong> Non più cupidici dardi o vetusti sex toys, la seduzione della donna, oggi, passa per l’oblò dell’asciugatrice.</p>



<p>Oggetto sessuale di peculiare postmodernità – nel passato prossimo degli anni Novanta cagionava femminili turbamenti facendo capolino dai vani lavanderia di coloniali dimore da telefilm americano –, il suo volgare possesso è condizione necessaria e non sufficiente per il pacifico evolversi del ménage casalingo.</p>



<p><strong>All’etica, per così dire, si fonde l’estetica. Equipaggiata di buonsenso borghese e un certo coefficiente escatologico, l’asciugatrice, vero ascensore sociale</strong>, scatena l’ingordigia di quel neoproletariato che ha appena terminato di saldare le rate del condizionatore, creando l’illusione del social climbing, scatenando il desiderio di emulazione. &nbsp;</p>



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<p>Mai più miseria, incuria, caos degli spazi abitativi – aberrante visione di povertà – dettata dalla fissa presenza dell’inelegante stendibiancheria, trespolo capace di ammantare l’abitazione più signorile di un’aura da bassofondo. <strong>Serotonina della donna contemporanea, degna creatura dell’epoca amazoncratica, l’asciugatrice adempie ai propri doveri secondo la formula del “tutto e subito”, risucchiando in sé, unitamente agli indumenti, la fatica dell’incombenza domestica.</strong> Non resta che il dipanarsi di un avvolgente calore all’ora del ritiro di soffici capi che sprigionano una certa <em>douceur de vivre</em>. Candido edonismo. &nbsp;</p>



<p>Slim o standard, atta a penetrare qualsiasi intercapedine, annulla ogni ipotesi di misoginia tanto cara al genere femminile, non concedendo tempo a fatue gelosie ma solo a furtivi scambi di informazioni sul miglior modello in commercio degni di un acuto spionaggio industriale. Affratella, esclude, dissemina il germe di un’insidiosa empatia, favorendo la pratica di un dovuto apartheid nei confronti delle improvvide che del prodigioso elettrodomestico si dimostrino sprovviste. <strong>Strumento di rivalsa sociale, amalgama di umane biodiversità – la shampista, l’imprenditrice, la professoressa, la barista unite nel diletto –, caldeggia la mescolanza, trasuda democrazia</strong>, esala miasmi progressisti.</p>



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<p>Declinabile in più posizioni, come il dildo, l’asciugatrice si adatta all’anatomia ideologica di ciascun cliché femminile, dalla casalinga sfatta nel fisico alla pasionaria in carriera. Il suo funzionale utilizzo viene estetizzato. Il risparmio energetico e la corsa alla classe A – le ambientaliste; l’addio al patriarcato grazie al prodigioso programma antipiega – anche le femministe più sorcine rivendicano il diritto a non stirare le camicie del consorte; la sprovincializzazione – tra la neosposa dell’iperperiferia campana e la tenutaria di un attico a Manhattan non sussiste più alcun divario, entrambe, finalmente libere dalle fatiche e di sorseggiare un gin tonic con le amiche, <strong>dismettono i panni della lavanderina per indossare quelli della Samantha Jones di quartiere;</strong> la liberazione sessuale – fare l’amore sulla lavatrice viene declassata a prestazione da fotoromanzo, mentre ogni ciclo di asciugatura ascende ad atto di puro autoerotismo; la versione lavasciuga, poi, come ultima spiaggia, per accontentare giovani apprendiste o coloro che hanno preso i voti del nubilato. Come la donna che basta a sé stessa, l’asciugatrice funge anche da refugium peccatorum di colei che ha dissipato ogni dote morale.</p>



<p><strong>E l’uomo, in tutto ciò? Il vero maschio non è certo un miserabile, non possiede ombrello, figuriamoci l’asciugatrice. Ma sia lode, oggi e sempre, al testosterone del Midwest del signor J. Ross Moore, che per contrastare i rigidi inverni del Nord Dakota sviluppò per primo un modello di asciugatrice elettrica automatica</strong>, per la gioia di ogni signora sull’umida asse che va da Bismark a Bassano del Grappa.</p>



<p>L’acquisto, quindi, come patto nuziale, promessa di un’eternità asciutta, priva di grinze esistenziali, condita da risvegli al profumo primaverile – a tal proposito è suggerito l’inserimento di apposite palline profumate direttamente nel cestello. Il godimento è assicurato, la fedeltà pure e in caso di malfunzionamento ci si appella in via immediata alla clausola di garanzia. <strong>L’asciugatrice infine sostituisce l’adorato consorte.</strong></p>



<p>Più dell’amore poté la pompa di calore.</p>
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		<title>“Ho voluto essere libertina”. Banine, esteta della dissipazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Sep 2022 04:13:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per una donna libertina, la redenzione è ossessione. Da giovane la intravede nel matrimonio, da attempata, nella Chiesa. Sempre, comunque, al cospetto di Dio. Aveva fatto indigestione di uomini, Banine, mantide di razza azera, piglio letale e alcova affollata, nata nell’Azerbaigian russo da un’agiata famiglia di musulmano rigore, in pieno contrasto con l’educazione occidentale impartitale [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Per una donna libertina, la redenzione è ossessione. Da giovane la intravede nel matrimonio, da attempata, nella Chiesa. Sempre, comunque, al cospetto di Dio.</p>



<p><strong>Aveva fatto indigestione di uomini, Banine, mantide di razza azera, piglio letale e alcova affollata, nata nell’Azerbaigian russo da un’agiata famiglia</strong> di musulmano rigore, in pieno contrasto con l’educazione occidentale impartitale dal padre, di simpatie progressiste.</p>



<p>Seduttrice impenitente, seminò seta e turbamenti fra artisti e intellettuali, per sempre effigiata nei migliori salotti della Ville Lumière. Montherlant, Kazantzakis, Malraux, li declassò ad amorosi sparring partner, <strong>Ernst Jünger – fratello elettivo di letture e <em>bureaux d’esprit</em> – lo idolatrò con la devozione di chi ama non riamato.</strong> Dell’uomo fece un dio, e in Dio finì per cercare l’uomo.</p>



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<p>Si imbatté nel Vangelo in tarda età, l’approccio fu virgineo, incipriato dal candore dell’autodidatta. Peccatrice estrema, allo stremo, fatalmente fa il suo ingresso in una chiesa, per la prima volta, al culmine d’una crisi esistenziale, accesa da spasmi passionali. Creatura ormai insensibile al disagio d’esser traviata, sulle ginocchia non avverte più il dolore della trasgressione e si abbandona alla recita di preghiere di cui non coglie il senso ultimo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«Entrò in una chiesa di cui non sapeva il nome, ci restò un’ora, mezzo gelata, a ripetersi: “Oh no, neppure Dio può far soffrire quanto un uomo!”»</strong></p></blockquote>



<p>scrisse l’amico Henry de Montherlant, ritraendola inconsapevolmente, prima del tempo, nella sua opera <em>Les jeunes filles</em> (1936). Nel suo <em>journal</em>, Banine, racconterà infatti, anni dopo, un’analoga scena. I due condivisero un certo, sincero scetticismo per i fedeli tout court, nel tempo in cui si intrecciarono con venerea spiritualità, sollazzandosi fra i passi di Sant’Agostino. E quella mediazione, o meglio, sovrapposizione dell’uomo con Dio, che per Montherlant rappresentava il colmo del disonore, fu per Banine questione cruciale, croce di spine, faticando lei stessa ad accettare la grazia divina con la ragione, ben più incline a vivere il rapporto con Dio come un surrogato, una proiezione, un transfert, – “Non avendo saputo amare un uomo, ti consoli con Dio…”.</p>



<p>Ma a Dio – decretò Montherlant – non si può appartenere “in modo vago”.</p>



<p><strong>Fece infatti appello al dio più abbordabile, Banine, quello della menopausa</strong>, dopo un trascorso gravido di passioni, passando direttamente dalle sfilate parigine di haute-couture alla castità prêt-à-porter. Quest’ultima la indossò, con discinta nonchalance, come una stola di animale raro.</p>



<p>Avida di trascendenza, nel 1959, in Francia, da alle stampe <em>Ho scelto l’oppio</em> (<em>J’ai choisi l’opium</em>) – il diario di bordo della sua conversione al cattolicesimo – di cui le edizioni Magog / Pangea pubblicano un florilegio di brani.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/banine_fx_pagina-1-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92917" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/banine_fx_pagina-1-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/banine_fx_pagina-1-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/banine_fx_pagina-1-600x900.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/banine_fx_pagina-1.jpg 720w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p>Nelle sue pagine tutto è contrasto, dissonanza, discordia. L’atea rincorre l’aspirante credente, la ragione è in lotta con la ricerca spirituale, il fanatismo religioso delle origini si scontra con un’insofferente attesa di grazia. Le sue memorie si aprono con un interrogativo – «Quando è cominciata esattamente la “cosa”, e come? Ma soprattutto, <em>perché</em>?» – per concludersi con l’anelato battesimo, atto ultimo, o primo, di un cammino che si muove fra abiezione e ascesi, senza picchi d’estasi, mediato da una costante solitudine interiore.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Ho voluto essere libertina, e una passione (non ricordo più se stupida o sublime) mi ha consumato. Ho voluto recitare la parte di donna libera e, mio malgrado, sono stata afferrata da un’altra passione che sembra legare e invece può liberare interamente, può condurre alla totale liberazione. Lo può, se io l’accetto”.</strong></p></blockquote>



<p>E mentre a Parigi i castagni si spogliano e nei salotti fioriscono volti, una Banine ormai appassita e misantropa si macera nella solitudine, nell’insonnia, nella nevrosi. Legge Tolstoj, Broch, Puškin, scrive per provocazione, ossessionata dalla rinuncia, mentre ogni sua privazione rimanda solo a un altro desiderio da respingere. <strong>Incapace di avvicinarsi a Dio senza una mediazione terrena, si avvicina infine a padre Gustav Wildt – indirettamente conosciuto per mezzo di Jünger</strong> –, seducendone le vesti talari, amandolo come solo si può amare un angelo, fuor dai diletti della carne ma con erotico ascetismo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="719" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/81x3yjNEFpL-719x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92918" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/81x3yjNEFpL-719x1024.jpg 719w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/81x3yjNEFpL-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/81x3yjNEFpL-600x855.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/81x3yjNEFpL.jpg 758w" sizes="(max-width: 719px) 100vw, 719px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong>Al cuore della dissipazione, Banine, scrisse <em>Jours parisiens</em></strong>, romanzando le sue avventure in terra francese – amici, amanti, licenziose cugine –, dopo gli anni più austeri vissuti nel Caucaso. Lei, che dalle pagine d’un romanzo, sembrava sbucata come un’ombra. Ne traduciamo alcuni brandelli.</p>



<p><strong>“Negli anni successivi alla Rivoluzione russa si formò a Parigi una minoranza etnica piuttosto singolare: turbolenta, recriminativa, sprezzante nei confronti degli ‘autoctoni’, in fiduciosa attesa della sconfitta dei bolscevichi, ma temporaneamente priva d’un reddito fisso.</strong> Di conseguenza, metà di questa minoranza si lasciò nobilmente morire di fame, non avendogli mai attraversato la mente l’idea di lavorare, mentre l’altra metà – più fortunata – visse agevolmente, vendendo gli ultimi gioielli di famiglia, o prendendo denaro in prestito da autoctoni creduloni, impressionati dall’evocazione della ricchezza passata e futura e sedotti dall’idea del guadagno facile. &nbsp;</p>



<p>In questa minoranza si sostanziava tutta l’emigrazione russa. Tuttavia, sbaglio a parlare di una minoranza “etnica”; in realtà, si componeva – proprio come l’impero degli zar – di un numero impressionante di razze. <strong>Armeni, tartari, georgiani, baltici, ebrei, piccoli russi e russi tout court, formavano un gruppo eterogeneo, i cui elementi avevano in comune una sola disgrazia: la perdita della loro nazionalità, della loro fortuna e della loro patria.</strong> Nel giro di qualche anno, hanno poi cercato di organizzarsi, ma nell’epoca di cui scrivo sembravano ancora abitare, non sulla terraferma, ma su un pianeta irreale. […]</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="701" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/61LFbkCjFqL-701x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92919" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/61LFbkCjFqL-701x1024.jpg 701w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/61LFbkCjFqL-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/61LFbkCjFqL-600x877.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/61LFbkCjFqL.jpg 739w" sizes="(max-width: 701px) 100vw, 701px" /></figure>



<p><strong>In tempi fausti e di grande abbondanza, l’uomo si sente obbligato a invitare la donna a cena prima della consumazione del peccato. A nutrire la preda prima di cacciarla: glassarla e ingrassarla; riscaldandola con l’alcool e rosolandola sotto tutti i punti di vista.</strong> Ma non bisogna compatire troppo la presunta vittima: si trova perfettamente a suo agio in questo preliminare balletto. E se si atteggia da martire, non lo fa che per decenza e buon costume. È come un incontro fra belve, dove nessuno può prevedere quale divorerà l’altra. &nbsp;</p>



<p><strong>Da sola, ho trangugiato un pollo di media grandezza. Ho tracannato bicchiere dopo bicchiere. Mi sentivo l’anima di un’orchessa, lo ero.</strong> Decisa a cedere alle lusinghe di Blandot, intendevo prendere il timone della situazione e non lasciarmi impressionare da un uomo che mi ispirava solo disprezzo e a malapena desiderio. Libera, mi sono proposta di rimanere tale e per affermare a me stessa la mia indipendenza, ho ordinato un altro bicchiere di cognac.</p>



<p><strong>Blandot, tuttavia, che non sembrava affatto disgustato dal mio rude appetito o dal mio atteggiamento poco aggraziato, iniziò a osservarmi.</strong> La cosa mi infastidì. Per fortuna, i fumi dell’alcol ogni tanto gettavano un velo di leggerezza sul mio stato d’animo bellicoso: poi, tra una portata e l’altra, ho ceduto la mano a Blandot e lui, in un impeto di passione giovanile, l’ha stretta con vigore, nonostante i suoi quarant’anni.</p>



<p><strong>Dopo cena mi accompagnò al Bois. Lì, non ha mancato di fermarsi in una stradina deserta, mostrandomi con aria stupida la luna appollaiata in cima agli alberi;</strong> sospirando, mi chiamò “piccola bambina crudele” e mi baciò il collo. Fu allora che eruppe in me quella sorta di duplicazione che sarebbe rimasta una costante nei miei rapporti con lui: la sua piattezza mi disgustava, mi riempiva di disprezzo; eppure, la mia carne fu commossa dal caldo tocco delle sue labbra. […]</p>



<p><strong>Forse Blandot è capace di indovinare i miei pensieri. Mi ha tolto il cappello, la borsa. Poi si è sfilato le scarpe e mi ha slacciato il vestito. L’ho aiutato un po’, con discrezione, perché non se ne accorgesse; sono arrossita di desiderio, come fosse qualcosa di cui vergognarmi.</strong> Questo imbarazzo, giunto da chissà quale profondità del mio essere, è stato impiantato lì da chi, da Dio o dagli uomini? Questa sensazione di vergogna, nell’amore, mi ha infastidita per tutta la vita. Vorrei sapere se Dio voleva davvero l’amore o no. Vorrei sapere perché l’ascesi assume un fascino particolare agli occhi dei più libertini. Vorrei sapere… ma lasciamo perdere tutte queste domande irritanti.</p>



<p><strong>La pressione del suo corpo contro il mio è stata lieve. Blandot non parlava più, aveva smesso con le parole insipide. Per alcuni istanti si è trasformato in un dio e io ero solo la sua creatura. E, alla fine, sapevo che l’amore sarebbe valso tutti i disagi, tutte le fatiche, tutti i rischi che ne derivano.</strong> Poi la pressione si è allentata. ‘Piccola bambina mia!’ biascicò Blandot; e il dio vertiginosamente cadde verso la terra e divenne un uomo come gli altri, e anche più ridicolo degli altri. Poi la corsa frenetica al bagno, e il rumore del rubinetto, e l’intera fiaba spazzata via dall’acqua corrente. La vita, il grottesco della vita, è tutto lì”.</p>



<p><em>La traduzione del brano e la cura dell’articolo sono di Fabrizia Sabbatini</em></p>
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