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	<title>educazione Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Thu, 02 Mar 2023 05:37:35 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Che cos’è l’infanzia? Un disturbo per l’adulto”. Maria Montessori e il figlio abbandonato</title>
		<link>https://www.pangea.news/maria-montessori-figlio-abbandonato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jan 2023 05:18:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[bambino]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[infanzia]]></category>
		<category><![CDATA[Linda Terziroli]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Montessori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non c’è posto per il bambino, in generale per l’infanzia, tra le leggi dello Stato e nella nostra società. A dirlo, oltre ottant’anni fa, con il libro Il segreto dell’infanzia, un classico del pensiero pedagogico (Garzanti, 1950, la prima edizione è Bellinzona 1938), Maria Montessori (Chiaravalle, Ancona, 1870-Noordwijk, L’Aia 1952). Per lei si può certo [&#8230;]</p>
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<p>Non c’è posto per il bambino, in generale per l’infanzia, tra le leggi dello Stato e nella nostra società. <strong>A dirlo, oltre ottant’anni fa, con il libro <em>Il segreto dell’infanzia</em>, un classico del pensiero pedagogico (Garzanti, 1950, la prima edizione è Bellinzona 1938), Maria Montessori</strong> (Chiaravalle, Ancona, 1870-Noordwijk, L’Aia 1952). Per lei si può certo dire: il bambino è tutto. Il protagonista indiscusso di tutta la vita, e persino del suo venire al mondo. Per Maria Montessori non ci sono dubbi, è il bimbo a nascere, non la madre a darlo alla luce. La rivoluzionaria Montessori nella sua <em>Prefazione</em>, <em>L’infanzia, questione sociale</em> lo scrive nero su bianco:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Che cos’è l’infanzia? Un disturbo costante per l’adulto preoccupato e stancato da occupazioni sempre più assorbenti. Non c’è posto per l’infanzia nelle più ristrette case della città moderna, dove si accumulano le famiglie. Non c’è posto per essa nelle vie, perché i veicoli si moltiplicano e i marciapiedi sono affollati di gente che ha fretta. Gli adulti non hanno tempo di occuparsene poiché i loro obblighi urgenti li opprimono”.</strong></p></blockquote>



<p>E ancora:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Padre e madre sono entrambi costretti a lavorare e, quando il lavoro manca, la miseria opprime e stronca i bambini come gli adulti. Anche nelle migliori condizioni, il bambino resta confinato nella sua stanza, affidato ad estranei salariati, e non gli è permesso di entrare in quella parte della casa dove dimorano gli esseri a cui deve la vita”.</strong></p></blockquote>



<p>L’affondo è sociale e politico:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Nell’elaborare le sue leggi, l’uomo ha lasciato il proprio erede senza leggi, e quindi fuori delle leggi. Lo abbandona senza direzione all’istinto di tirannia che esiste in fondo ad ogni cuore d’adulto”.</strong></p></blockquote>



<p>Persino della madre migliore del mondo. “Ecco quello che dobbiamo dire dell’infanzia che viene al mondo portando nuove energie, energie che dovrebbero essere invero il soffio rigeneratore, atto a dissipare i gas asfissianti accumulati di generazione in generazione durante una vita umana piena di errori”. Maria Montessori salutava una nuova era rivoluzionaria di cure per l’infanzia, annunciava che “il bambino è una personalità che ha invaso il mondo sociale”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="749" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/180813__img_0775-749x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94183" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/180813__img_0775-749x1024.jpg 749w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/180813__img_0775-219x300.jpg 219w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/180813__img_0775-768x1050.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/180813__img_0775-600x820.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/180813__img_0775.jpg 790w" sizes="(max-width: 749px) 100vw, 749px" /></figure>



<p>Quel che ho spesso notato nell’opera di Maria Montessori è la crasi tra la sua visione bambinocentrica e il fatto biografico ai miei occhi estremamente doloroso <strong>della privazione di suo figlio, quell’unico figlio che lei ha avuto in quanto generato, Mario.</strong> Una delle prime donne a laurearsi in Medicina e chirurgia, nel 1896, due anni dopo partorisce il figlio segreto del suo amore: il dottor Giuseppe Ferruccio Montesano con cui ha fondato e diretto la Scuola Magistrale Ortofrenica per bambini con ritardo mentale.</p>



<p><strong>Nella biografia dedicata alla Montessori leggo: “Maria era ormai prossima al parto. Da alcune settimane alloggiava insieme a Renilde in una casa di campagna nei pressi di Roma. Nessuno</strong> dei parenti sapeva di preciso dove risiedessero le due donne. Sapevano che Maria si stava riposando dai faticosi mesi di lavoro dopo la laurea. Era questa la versione ufficiale dei fatti. L’altra, quella vera, era un po’ più complessa. I giorni precedenti il parto scorrevano lenti, tediosi. Abituata a condurre una vita quasi frenetica, Maria faticava ad accettare quella specie di esilio. Renilde cercava invano di distrarla. Nella testa di sua figlia si affollavano milioni di pensieri, molti legati al lavoro, altri di carattere più intimo e personale. <strong>Stava per avere un figlio da Giuseppe, ma non avrebbe tenuto con sé quel neonato: l’avrebbe affidato a una nutrice perché lo allevasse come suo.</strong> Era questo il piano. Maria si era presa tutto il tempo per riflettere e decidere, ma ora che si avvicinava il momento si chiedeva come avrebbe messo al mondo quel figlio sapendo che non l’avrebbe allattato, né cullato, né avrebbe consolato i suoi primi pianti. Sarebbe stato difficile, forse anche impossibile. Quali fossero stati i motivi che avevano spinto lei e Giuseppe a una simile decisione di fatto ancora oggi rimane un mistero. La maggior parte degli studiosi che si sono addentrati nella vita e nell’opera di Maria Montessori ha concluso che Renilde, e soprattutto Isabella, ebbero un ruolo importante nello svolgersi dei fatti. A quanto pare la duchessa Schiavone, madre di Montesano, era una donna molto orgogliosa e non tollerava affatto l’idea che suo figlio sposasse una ragazza così fuori dagli schemi come la giovane dottoressa. Lei aveva cresciuto fanciulle dolci e caste, perfette ragazze da marito dell’alta società romana”.</p>



<p><strong>È da domandarsi dunque se la scelta di non crescere il figlio sia stata dettata dalle ambizioni lavorative della Montessori oppure dovuta a una suocera invadente e retrograda. Altri tempi?</strong> Giustamente, nella biografia emergono legittimi dubbi: “Che cosa stava succedendo a quella ragazza che appena pochi mesi prima aveva difeso i diritti delle donne al Congresso di Berlino? Davvero era d’accordo con sua madre e con la mancata suocera, oppure semplicemente lasciava fare? Si comportava da donna rivoluzionaria o da figlia sottomessa, costretta a rinunciare all’amore di un uomo e un figlio?”. Maria Montessori partorì il 10 marzo 1898. Al figlio il nome Mario, il suo. Maria al maschile.</p>



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<p><strong>Poco dopo, affidò il figlio segreto Mario alle cure di una famiglia laziale, per occuparsi soltanto dei suoi studi. A infanzia (del figlio) ormai conclusa, fatto a dir poco incredibile considerata l’opera della madre, la Montessori fece il suo ingresso nella vita del figlio</strong>, che aveva raggiunto ormai i 14 anni e, una volta scomparsa la famiglia adottiva, Maria Montessori ne assunse la tutela legale. Sempre all’interno del <em>Segreto dell’infanzia</em>, nel capitolo <em>Intermezzo biologico</em> racconta, con un linguaggio semplice e diretto, il mistero della vita. Un lavoro nascosto.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“È nell’insieme un lavoro nascosto: meraviglioso appunto perché si compie così da solo; è proprio il miracolo della creazione dal nulla. Quelle sapientissime cellule vive non sbagliano mai, e trovano in sé il potere di trasformarsi profondamente chi in cellula cartilaginea, chi in cellula nervosa, chi in cellula di rivestimento cutaneo e ciascun tessuto prende il suo posto preciso. Questa meraviglia della creazione, specie di segreto dell’universo, è rigorosamente nascosta: la natura l’avvolge di veli e di involucri impenetrabili. Ed essa sola può romperli: quando lancia fuori un essere maturo, che apparisce nel mondo come la <em>creatura che è nata</em>”.</strong></p></blockquote>



<p>Questo “lancio fuori” in orbita viene poi spiegato nelle pagine seguenti, proprio all’inizio del IV capitolo dedicato a <em>Il neonato</em>. La nascita è davvero una lotta senza quartiere per il bebè, uno “sconvolgente trapasso” e, come già rivelava Leopardi, occorre consolarlo di essere nato. “Lo sconvolgente trapasso della nascita, dovrebbe richiedere un trattamento scientifico del bambino neonato, perché in nessun’altra epoca della vita l’uomo incontra una simile occasione di lotta e di contrasto, e però di sofferenza. Ma non c’è provvidenza alcuna che faciliti questo tremendo transito; eppure nella storia della civilizzazione umana, ci dovrebbe essere una pagina anteriore a tutte le altre, dove si dovrebbe raccontare ciò che fa l’uomo civilizzato per aiutare l’essere che nasce: ma resta una pagina bianca. Molti penseranno al contrario che la civiltà si preoccupa molto oggi del bambino che nasce. <strong>Come? Quando nasce un bambino tutti si preoccupano della madre: si dice che la madre ha sofferto. Ma il bambino non ha pure sofferto? Si pensa di fare l’oscurità e il silenzio attorno alla madre perché è affaticata. </strong>Ma non lo è il bambino, che arriva da un luogo dove non lo raggiunse mai il minimo barlume di luce, né il più lieve rumore? Per lui, dunque, bisogna preparare l’oscurità e il silenzio. Era cresciuto in un luogo riparato da ogni urto, da ogni oscillazione di temperatura, nel liquido morbido e uniforme, creato apposta per il suo riposo, dove non lo raggiunse mai il minimo barlume di luce, né il più lieve rumore e cambia il suo ambiente liquido per venire all’aria così d’un tratto. In che modo l’adulto va incontro a lui, che vien dal nulla, e che si trova ora nel mondo con quegli occhi delicati che non hanno mai visto luce e con quelle orecchie inabissate nel silenzio? Come va incontro a quell’essere dalle membra tormentate che era rimasto, fino al momento della nascita, nel seno della madre senza contatto alcuno?”. Montessori prosegue paragonandolo a un girino che diventa rana e che passa improvvisamente da un ambiente liquido all’aria.</p>



<p>A mo’ di epigrafe al capitolo dedicato al neonato c’è una prosa poetica di Maria Montessori che merita la nostra attenzione. <strong>“Mi dissero di un uomo, vissuto nell’oscurità più profonda; i suoi occhi non avevano visto mai nessun più lieve chiarore, come in fondo ad un abisso. Mi dissero di un uomo vissuto nel silenzio: non un rumore, nemmeno impercettibile, era mai giunto al suo orecchio. Sentii parlare di un uomo che era vissuto realmente sempre immerso nell’acqua; un’acqua di strano tepore: e che d’un tratto spuntò fuori tra i ghiacci. </strong>E spiegò dei polmoni che mai avevano respirato (sarebbero lievi le fatiche di Tantalo a tale confronto!) ma visse. L’aria distese d’un tratto solo i suoi polmoni ripiegati fin dall’origine. E allora l’uomo gridò. E si udì sulla Terra una voce tremante che non si era mai udita, uscente da una gola che non aveva vibrato giammai. Egli era l’uomo che aveva riposato. Chi potrebbe immaginare che sia il riposo assoluto? Il riposo di chi non fa nemmeno la fatica di mangiare, perché altri mangia per lui; e sta nell’abbandono delle sue fibre, perché altri tessuti viventi fabbricano il calore necessario alla sua vita; e nemmeno i suoi tessuti intimi lavorano a difendersi dai veleni e dai bacilli, perché altri tessuti lavorano per lui. Suo solo lavoro fu quello del cuore, che batteva prima che egli fosse. Sì, mentre ancora egli non esisteva, batteva però il suo cuore, doppiamente di come pulsa ogni altro cuore. E seppi che quello è il cuore di un uomo. E ora… o lui che si avanza: e prende sopra di sé tutti i lavori: ferito dalla luce e dal suono, affaticato fin nelle più intime fibrille del suo essere: emettendo il gran grido: «perché mi hai abbandonato?».<strong> </strong>E questa è la prima volta che l’uomo riflette in sé il Cristo che muore, e il Cristo che ascende!”</p>
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		<title>Cancellato dalle graduatorie. L’insegnamento suddito della matrioska istituzionale</title>
		<link>https://www.pangea.news/scuola-insegnamento-francesco-zevio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Nov 2022 05:17:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Zevio]]></category>
		<category><![CDATA[istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[scuola pubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono stato cancellato dalle graduatorie di supplenza nella primavera del 2021. Alla segreteria del liceo che mi aveva convocato, tra le varie formalità da sbrigare, a un certo punto mi fu chiesto se avessi completato il percorso dei 24 crediti. Domanda a cui candidamente risposi di no. L’espressione piuttosto eloquente della segretaria, tra incredula e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Sono stato cancellato dalle graduatorie di supplenza nella primavera del 2021.</strong> Alla segreteria del liceo che mi aveva convocato, tra le varie formalità da sbrigare, a un certo punto mi fu chiesto se avessi completato il percorso dei 24 crediti. Domanda a cui candidamente risposi di no. L’espressione piuttosto eloquente della segretaria, tra incredula e sconvolta, mi portò ad aggiungere che, se non erravo, il possesso dei suddetti crediti era necessario solo a chi tentasse il concorso ordinario. Erravo, candido lettore. Erravo. In effetti, dall’apertura delle ultime liste e quindi da quell’anno scolastico, i crediti erano necessari anche a chi volesse semplicemente sostituire. Ah. Imbarazzo della segreteria, sbuffi di malcelato fastidio, chiamate il preside scusi aspetti si sieda qui. Dopo avermi spiegato perché non potesse evitare di cancellarmi dalle graduatorie, il preside – già professore di letteratura – nel vedermi un tantino amareggiato, tenne pure a spiegarmi che queste procedure e normative sono forse un po’ macchinose, che a ognuno è richiesto un certo sforzo per seguirle e starvi al passo, ma che tuttavia assicurano uguaglianza, parità di trattamento e soprattutto imparzialità.</p>



<p><strong>Ebbene, non posso essere d’accordo. Accetto il fatto d’essere depennato (quindi di non avere diritto a lavorare nelle scuole fino all’apertura delle prossime graduatorie) da un preside, ma non posso accettare questa affermazione di pretesa imparzialità da un uomo di lettere.</strong> Non posso accettarlo perché è chiaro che queste procedure, che questi requisiti avvantaggiano chi abbia uno spirito burocratico, chi organizzi i propri studi e la propria “carriera” accademica come una lista della spesa dettata da altri per i banchetti di altri e non, invece, come un percorso in cui, a partire dalla propria sensibilità, ci si avventuri nell’oceano della conoscenza e ci si educhi al piacere del sapere assumendo piena responsabilità delle proprie scelte, della bussola rappresentata dal proprio gusto e dalle proprie idee. Piuttosto che chi segua questo percorso, oggi ha maggiore possibilità di educare i “nostri” (come amano dire i vari demagoghi e arruffapopolo) ragazzi chi si tenga aggiornato su tutte le varie genuflessioncelle amministrative e salamelecchi burocratici e pseudo-formativi richiesti dal ministro di turno.</p>



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<p><strong>Il docente è formato da due persone: funzionario pubblico ed educatore. In quanto funzionario, egli è tenuto a rispondere del proprio comportamento alla matrioska istituzionale di cui fa parte</strong>, ma in quanto educatore lo è invece e prima di tutto a sé stesso, alla sua disciplina, ai ragazzi che si ritroveranno tra le sue mani senza averlo davvero scelto. Non possiamo permettere che l’educatore sia fagocitato dal funzionario.</p>



<p><strong>Ora si parla d’altre misure, altri crediti, altri costi. Se è vero che, per agire in seno ad una istituzione, è necessario un certo grado di sudditanza alle sue direttive, pure è vero che questo grado è prodotto storico, non divino.</strong> Chi proviene da studi storico-letterari non può non comprenderlo, non averne coscienza e non dedurne una responsabilità anche individuale, non solo istituzionale. <strong>Le nostre discipline servono prima di tutto a trasmettere il gusto del pensiero libero e della meraviglia – preludio alla libertà – non a sfornare psicologi aziendali e <em>human resource manager</em>. </strong>Ma per trasmettere questo gusto e questa meraviglia bisogna prima averne fatta esperienza diretta, quindi la forma della propria vita. L’etica è un’abitudine che si è cristallizzata, che si è fatta natura, <em>abito</em>. Chi tenta questa strada, oggi, è perlopiù destinato a non venire captato dai radar della scuola pubblica.</p>



<p><strong>Come avevo spiegato al preside in quel mattino di primavera, sono un appassionato lettore di Ivan Illich. </strong>Il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato. Questo credo. E credo che lo stesso debba valere per le istituzioni, quindi per la scuola.</p>



<p><em>Francesco Zevio,</em></p>



<p><em>Estate 2022 Parigi</em></p>
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		<item>
		<title>“Che ogni cittadino sia un soldato”. L’educazione secondo Lawrence (in memoria di Lorenzo Scandroglio)</title>
		<link>https://www.pangea.news/scandroglio-lawrence-educazione-guerra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jul 2022 04:15:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[David Herbert Lawrence]]></category>
		<category><![CDATA[De Piante]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Scandroglio]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra ascesi e ascensione. Così ha vissuto Lorenzo Scandroglio. Verificò la poesia, connaturata agli scalatori dello spirito, ad alta quota, in un travaso di vertigini. Dalle plaquette stampate con Lietocolle ai rifugi sul Veglia esiste una continuità fisiologica: si marcia secondo una grammatica, il corpo è verbo, il passo un distico. Essendo poeta, Scandroglio non [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Tra ascesi e ascensione. Così ha vissuto Lorenzo Scandroglio. Verificò la poesia, connaturata agli scalatori dello spirito, ad alta quota, in un travaso di vertigini. Dalle plaquette stampate con Lietocolle ai rifugi sul Veglia esiste una continuità fisiologica: si marcia secondo una grammatica, il corpo è verbo, il passo un distico. Essendo poeta, Scandroglio non aveva l’ossessione di pubblicare: ha pubblicato, in effetti, pochissimo, fascicoli dispersi, spesso introvabili. Un pudore – o meglio: la spudoratezza della gioia – lo frenava. La letteratura, per così dire, era il suo campo base, ben piantonata nel sangue: se ne è occupato sui giornali, declinata al regno montano, con costanza lombarda – su “il Giornale”, di cui in rete è reperibile un vasto repertorio di articoli; su “Alp” –, ha tradotto, ha amato, ha scritto, ha fondato un “Festival di letteratura di montagna, viaggio, avventura”, LetterAltura. La poesia lo ha scagliato sulle vette, o meglio, ha capito, Lorenzo, che la poesia è lassù, tra pastoie stellari: il resto è la tratta degli aggettivi, mero mercimonio, battage dell’ego.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="536" height="759" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/9791280362315_0_536_0_75.jpg" alt="" class="wp-image-91836" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/9791280362315_0_536_0_75.jpg 536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/9791280362315_0_536_0_75-212x300.jpg 212w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></figure>



<p>Oh, no, era troppo vivo, Lorenzo, per spacciare una qualche nozione di virilità morale: conosceva l’uomo e le sue trattative, ti voleva bene, in quell’ora, come se non esistesse altro, intorno, con l’ardore delle bestie sane, cauterizzate da passione e indifferenza. Il suo lamento sulla montagna, rapinata dal turismo indiscriminato, criminale, pacchiano, continuò per anni, è lotta antica. Ci sono luoghi che sbocciano al sussurro, alla discrezione del segreto, in cui bisogna entrare in punta di piedi; ci sono luoghi di cui dobbiamo ammirare la soglia, altrimenti, invadendoli, rischiamo di dissacrarli. Questo vale anche per gli uomini – Lorenzo era così svelato, così tutto, da essere impermeabile alle indagini, perfino quelle più affettuose. <strong>Era coraggioso – disciplina che non si impara – e immaginava l’amicizia come un cenacolo; di lui non si può dire se non nel sole. “Per natura aristocratico, si era ritirato in altura predisponendo per sé il capanno dove rifugiarsi quando la civiltà sarebbe crollata”,</strong> ha scritto di lui Angelo Crespi, amico e sodale.</p>



<p>Nello zaino custodiva una borraccia d’acqua e un libro, sempre, perché della stessa sete si tratta. È vero: amava Walt Whitman e Ernst Jünger, che citava con smodata agilità, leggeva Giuseppe Tucci, Bruce Chatwin, e mi ha svelato il Rainer Maria Rilke tradotto da Franco Rella, un giorno, all’Alpe Devero (imparare la poesia da Lorenzo era andare carponi, nell’erba, usare i bastoni, conoscere gli alberi, sporcarsi le mani). Sapeva dimenticare. <strong>L’affinità più proficua, una fratellanza, quasi, era però con David Herbert Lawrence. Ne replicò, per dire, perfino le sembianze: basso, occhi vaghi e scaltri, barba breve, rossiccia, corpo atletico, anima del tutto erotica. </strong>Lorenzo Scandroglio <em>diventò</em> D.H. Lawrence, incarnandone le trasgressioni, la critica alla modernità, diabolica, l’anelito all’uomo primo, pronto al rischio e mai prono al marchingegno di una vita burocratica, che destina l’avventatezza all’industria del ‘tempo libero’, una prigionia. Scandroglio ha tradotto molto Lawrence, spesso per sé, o disseminando i suoi lavori in diverse riviste: riteneva l’attività del “Lawrence politico e moralista culturale” non meno importante di quella del narratore (che io non riuscivo ad amare). In particolare, vent’anni fa, nel dicembre del 2002, in uno dei primi numeri de “il Domenicale”, Scandroglio traduce come <em>L’educazione del popolo</em> uno dei testi più provocatori del romanziere inglese. Letto oggi, poi, quel testo serba un’esuberanza antimoderna, profetica: si parla dell’educazione come “ufficio religioso”, dell’insegnante come “maestro di vita”, della scuola come lotta, perfezionamento interiore, incessante, singolare, marziale. L’articolo, all’epoca, era completato da un ritratto di Lawrence, realizzato da Marco Carnà, un grande artista.</p>



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<p>Il testo, a un anno dalla morte di Lorenzo Scandroglio, <a href="https://www.depianteditore.it/prodotto/david-herbert-lawrence-la-guerra-come-scuola/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>è recuperato da De Piante Editore con il titolo <em>La guerra come scuola</em>, e una postfazione di Angelo Crespi</strong> </a>(che de “il Domenicale” è stato direttore). Si riproduce anche il testo introduttivo di Scandroglio, che spiega in che misura</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Lawrence riesce a mettere a nudo le cause profonde di quel malessere che sarebbe debordato nelle nevrosi di massa, nella riduzione dell’eros a pornografia, nel cinismo mercantile, nell’omologazione politico-culturale, nella deresponsabilizzazione dell’individuo”.</strong></p></blockquote>



<p>Come norma, sorridendo, Scandroglio non scherzava. La lirica conserva altari e ghigliottine. I poeti sono necessari all’ascesi, ed è conforto leggerli sulla cima, sbandierandoli come una preghiera. Ma all’ascesi fa seguito la discesa: qui occorre l’incendio, il cuore vasto, parole che sappiano l’offerta e l’affronto.</p>



<p>Ciao, Lorenzo.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>La lotta</em></strong></p>



<p>Che cos’è la lotta? È qualcosa di fisico e originario. Niente a che vedere con quel terribile processo ideale della nostra ultima guerra. Non è l’orrenda e blasfema traduzione delle idee nei motori e degli uomini in carne da macello per cannoni. <strong>Basta con questo tipo di guerra! Mille volte basta a queste oscenità! Estirpate dall’umanità desideri di questo tipo! Ma lasciateci la guerra vera, la lotta vera.</strong> E che cos’è la lotta vera? È un puro conflitto di uomini fisici: tutto qua, non c’è niente di meglio. Cosa importa della morte, se l’uomo muore nella vampa di un appassionato conflitto? Egli andrà in cielo, come dicevano gli antichi: in qualche modo, in qualche luogo, la sua anima riposerà perché la morte per lui non è stata che un passionale compimento.</p>



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<p>Niente a che vedere con l’orribile e mostruosa perversione di una guerra in cui vi può capitare di saltare in aria maciullati mentre mangiate una sardina. Quando invece l’anima sceglie il proprio compimento gettandosi con fierezza fra le braccia della morte, nulla va perduto. Ma la nostra carne da macello per cannoni! Dobbiamo far di tutto per porvi fine.</p>



<p>La morte è gloriosa. Ma saltare in aria a causa di una macchina è puro orrore. Se la morte deve proprio essere violenta, che giunga almeno al culmine e al compimento di una grande passione, allora tutto andrà bene per l’anima di chi muore.</p>



<p>L’anima umana è davvero capace di onore, sempre che le sia data una reale possibilità di scelta. <strong>Ma quando la scelta verte soltanto su una guerra di strumenti esplosivi e gas velenosi da una parte, ed una pace universale che regge per lo più su una degradante competizione commerciale e industriale dall’altra, credetemi, l’anima umana alla lunga sceglierà la guerra</strong>, inevitabilmente; se fosse così ci sarebbe almeno la remota speranza che questa fetida umanità basata sulla competizione industriale venga distrutta completamente.</p>



<p>L’uomo deve potersi scegliere il conflitto. Ma poiché è un bilioso idealista patologico, gli deve essere tolta la possibilità di usare bombe, gas velenosi e Big Berthas. Bisogna assolutamente privarlo di quella possibilità. Trasformiamo piuttosto i nostri saldatori in spade, se proprio vogliamo. Ma buttiamo via definitivamente tutte le pistole, tutti gli esplosivi e i gas velenosi. Spareremo a tutti coloro che producono anche solo un granello di polvere da sparo utilizzando la loro stessa polvere. [&#8230;]</p>



<p>È l’unica soluzione. Fondere tutte le armi esistenti. Distruggere tutti gli esplosivi, salvo quelli che potrebbero servire per le cave e le miniere. Privarsi di tutte le armi da fuoco più grandi di una pistola a canna unica – la quale potrà essere tenuta ancora per un anno – che si trovano in Inghilterra. In capo a un anno tutte le armi da fuoco saranno sparite.</p>



<p>E il mondo rinascerebbe all’improvviso. Quindi fatelo. Non serviranno a nulla tutte le vostre chiacchiere, i vostri incontri, le vostre discussioni e i vostri accordi internazionali. La Società delle Nazioni è tutta una marmellata di mirtilli. Anzi una schifezza, e voi lo sapete. Gettate nel fuoco le vostre armi e bittate a mare gli esplosivi, e avrete fatto la vostra parte per la società delle Nazioni.</p>



<p>Ma non illudetevi di cancellare per sempre le guerre. Se proprio dovete, mandate i vostri soldati in Irlanda armati di spade e scudi, ma senza macchine da guerra. State certi che gli irlandesi usciranno allo scoperto altrettanto armati di spade e scudi, eccome se lo faranno. Al che scoppierà una di quelle rare, antiche battaglie furibonde che accendono il cuore. Ma nel nome della saggezza umana, non puntate mai più i cannoni, mai più.</p>



<p>Poi quando tutte le armi da fuoco saranno eliminate – il che potrebbe avvenire già prima di Natale – inserite nelle scuole un programma adeguato di addestramento marziale. <strong>Fate in modo che ogni ragazzo, ogni cittadino, sia un soldato, un combattente. </strong>Consentitegli di possedere una spada, una lancia e uno scudo, e fate in modo che sappia come usarli e che sia anche determinato a farlo.</p>



<p>D’altronde in cosa consiste la vita? Sicuramente non nell’essere un piccolo mostro ideale, un superman. Consiste semmai nel rimanere nei limiti del proprio involucro corporeo, nel vivere al loro interno, non nel pretendere di oltrepassare quei limiti. <strong>Quindi se dovete andare in guerra, andateci nel vostro involucro. Non trasformatevi in un osceno mostro ideale, non inventate macchine da guerra</strong> che faranno saltare in aria un nemico ideale che non avete mai guardato negli occhi, e che probabilmente non guarderete mai. È un’odiosa e rivolante follia.</p>



<p><strong>David Herbert Lawrence</strong></p>



<p><em><a href="https://www.depianteditore.it/prodotto/david-herbert-lawrence-la-guerra-come-scuola/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*Si riproduce per gentile concessione la porzione di un capitolo del libro di David Herbert Lawrence, “La guerra come scuola”, De Piante, 2022</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/scandroglio-lawrence-educazione-guerra/">“Che ogni cittadino sia un soldato”. L’educazione secondo Lawrence (in memoria di Lorenzo Scandroglio)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“La nobile causa della lotta”. D.H. Lawrence, un maestro</title>
		<link>https://www.pangea.news/lawrence-educazione-saggio-scandroglio/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2021 04:20:15 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[D. H. Lawrence]]></category>
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		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>David Herbert Lawrence nasce in Inghilterra l’11 settembre del 1885. Figlio di un minatore e di una maestra, trascorre infanzia e adolescenza in uno squallido villaggio minerario. Diventa maestro elementare, comincia a scrivere poesie, prose, saggi. A ventisei anni conosce Frieda, che per lui abbandona marito e figli. Preso nel folle vortice della vita che [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>David Herbert Lawrence nasce in Inghilterra l’11 settembre del 1885. Figlio di un minatore e di una maestra, trascorre infanzia e adolescenza in uno squallido villaggio minerario. Diventa maestro elementare, comincia a scrivere poesie, prose, saggi. A ventisei anni conosce Frieda, che per lui abbandona marito e figli. Preso nel folle vortice della vita che preme nei piedi e nelle mani, scrive e viaggia a ritmi vertiginosi. Si reca in Italia, torna in Inghilterra, è di nuovo in Italia, in Toscana, in Sicilia, in Sardegna. Non basta ancora: troppa civilizzazione, troppa storia, troppa cultura in Europa. Si getta verso l’America, in un lungo viaggio che tocca India, Australia, Polinesia, per approdare a San Francisco. Raggiunge Taos, nel Nuovo Messico, dove una facoltosa ammiratrice gli mette a disposizione un ranch. <strong>Attraversa il Messico che gli rivela un mondo simile a quello del momento della creazione, privo di sedimentazioni storiche, traboccante di mito. Gli viene diagnosticata la tubercolosi.</strong> Rientrato in Europa, coltiva l’amicizia con Aldous Huxley. Le sue condizioni di salute si aggravano. Il 2 marzo del 1930 si spegne nei pressi di Vence, sulla Costa Azzurra. Per volontà di Frieda, le sue ceneri sono conservate vicino al ranch di Taos, all’interno di un piccolo tempio, sormontato da una statuetta raffigurante una fenice.</p>
<p>Fin dall’inizio le tematiche di Lawrence sono quelle di un eros e di una natura da riconquistare alla loro originaria sacralità dopo essere stati ridotti a pura merce. Nel suo romanzo-capolavoro, <em>Il serpente piumato</em>, lo “sguardo senza centro” degli Indios è sintomatico di un tipo d’uomo che vive ancora “onorato dal cosmo”, permeabile alle sue forze originarie ed elementari, capace di vibrare all’unisono con esse; <strong>mentre l’uomo occidentale – dice in una poesia – è “prigioniero del proprio ego, chiuso nella sua limitata coscienza mentale”, ostaggio di una mente accentratrice che cementa e anestetizza gli organi periferici della sensibilità, rendendo impossibile ogni flusso di energie fra io e cosmo.</strong></p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-86642 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/07/dh-lawrence-npg-202x300.jpg" alt="" width="349" height="518" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/07/dh-lawrence-npg-202x300.jpg 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/07/dh-lawrence-npg-689x1024.jpg 689w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/07/dh-lawrence-npg-768x1142.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/07/dh-lawrence-npg-1033x1536.jpg 1033w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/07/dh-lawrence-npg.jpg 1200w" sizes="(max-width: 349px) 100vw, 349px" /></p>
<p>In tutti i suoi romanzi, da <em>Figli e amanti</em> a <em>L’amante di Lady Chatterley</em>, l’eros è visto come la chiave d’accesso a una realtà sovraindividuale. Coerentemente con questa concezione organica e vitalistica dello scrivere, Lawrence affianca all’attività di poeta e romanziere, quella del saggista: scrive <em>Psicanalisi e inconscio</em> e <em>Fantasia dell’inconscio</em>, saggi critici verso la psicanalisi freudiana a difesa della creatività; <em>Apocalisse</em>, in cui si invoca la distruzione dei falsi e inorganici legami con il denaro per stabilire “organiche, viventi connessioni” con il “cosmo, il sole, la terra, l’umanità, la nazione, la famiglia”. Considerazioni forti, politiche a loro modo. Eppure Harold Bloom, ne <em>Il canone occidentale</em>, ha scritto che “nessuno sarebbe disposto a sostituire il Lawrence politico, o l’alquanto più interessante moralista culturale Lawrence, con il romanziere di <em>L’arcobaleno</em> e <em>Donne innamorate</em>”, e non saremo certo noi a farlo. Ci permettiamo però di sostenere che il Lawrence politico e moralista culturale è non solo in continuità con il narratore Lawrence, ma anche meno trascurabile di quanto si possa ritenere. <strong>D’altronde il tentativo di isolarne la dimensione estetica da quella etico-politica non è altro che un ennesimo segno di tempi per i quali la parola poetica e, più in generale, l’arte, viene accettata fintanto che resta marginale rispetto ai grandi processi di trasformazione del mondo.</strong> Allora saggi dalla forte valenza politico-culturale come <em>L’educazione del popolo</em> entrano a far parte del rispettabile reliquiario di quello che fu, sì, un grande scrittore, ma pur sempre, soltanto, uno scrittore. Nella nostra prospettiva, invece, Lawrence non fu solo scrittore, non fu solo maestro di scuola, ma anche <em>Meister</em>, Maestro di vita capace di insegnare il viaggio, la disponibilità a mettersi in gioco, di farci comprendere che uomo, parole, cose, natura, sono eternamente partecipi di quell’inaccessibile, crudele e sublime vortice di nascite e morti che da sempre e per sempre muove l’universo.</p>
<p><strong><em>Lorenzo Scandroglio</em></strong></p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-86643 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/07/15-29553m_PR6023-A9-P46-F36-231x300.jpg" alt="" width="389" height="507" /></p>
<p>***</p>
<p><strong><em>Educazione come ufficio religioso</em></strong></p>
<p>L’intero compito di coloro che impartiranno l’educazione, non sarà affatto quello di valutare la particolare attitudine di un bambino per un dato lavoro, e neppure quello di valutare una specifica dote intellettuale; il loro compito consisterà semmai nel saper cogliere l’essenza profonda della vita, la vera natura del bambino – quella che fa di lui ciò che egli è – la forza e la saggezza della sua anima; elementi questi che faranno del bambino stesso un naturale maestro di vita. La capacità tecnica è sempre secondaria. La dote più grande è quella di un ingegno vivo, non intellettuale. L’ingegno intellettuale appartiene alle attività tecniche. L’intelligenza viva, invece, è prerogativa dei maestri di vita. E tutti i dirigenti di questo nuovo mondo non si limiteranno a possedere una perizia tecnica: essi infatti saranno insieme direttori e maestri di vita. In loro saranno perfettamente fuse la forza dell’anima e l’abilità tecnica. Ma la prima dote sarà sempre quella dell’anima, la qualità dell’essere, la forza di una vita condotta con saggezza.</p>
<p><strong>Professori come sacerdoti</strong></p>
<p>Vedremo pertanto che questo sistema è prima di tutto religioso e, solo in secondo luogo, pratico. I nostri giudici supremi e i professori saranno soprattutto dei sacerdoti. Stiamo calmi, non spaventiamoci nel sentire questa parola. La facoltà religiosa, se esercitata, è la più alta facoltà umana. Per facoltà religiosa intendiamo l’intima adorazione per la forza generatrice che possiede il mistero della vita: l’implicita consapevolezza che la vita è insondabile e imperscrutabile, che non può essere descritta, non avendo nessun fine se non quello di una forza generatrice in continua metamorfosi e trasformazione; che questa forza generatrice sgorga continuamente attraverso le profonde fontane dell’anima, a partire da una grande sorgente che il mondo ha conosciuto come Dio; che il compito dell’uomo è quello di diventare così spontaneo da riuscire a esprimere con immediatezza il gesto e lo stato d’animo che affiorano dalle profondità del proprio essere; ed infine, l’implicita consapevolezza che la mente, con tutti i suoi grandi poteri, non è nient’altro che uno strumento dell’anima insondabile. L’idea è strumentale al dispiegarsi dell’anima, è un mezzo non un fine. Sempre, semplicemente, un mezzo.</p>
<p><strong>Resistere ai dogmi</strong></p>
<p>Dovremmo avere il coraggio di resistere ai dogmi. Il dogma è la fissazione dell’impulso religioso in un termine intellettuale. E un termine intellettuale è una cosa limitata, rigida, meccanica. Dovremmo essere felici allora di ricevere la vita da una fonte mai compitamente definibile. Il nostro dio è il Senza Nome, il Velato, e qualsiasi tentativo di assegnare nomi, o strappare veli, è solo una presunzione mentale che non approda ad altro che al vuoto e all’arroganza. Pertanto, il nuovo sistema poggerà sulla vivente facoltà religiosa che possiedono gli uomini. Alcuni uomini sono consapevoli dell’energia debordante che sgorga dalle sorgenti generatrici dell’anima, ne sono consapevoli e trovano le parole o le espressioni nell’atto stesso del loro sgorgare; essi trovano il modo adeguato e consapevole di esprimersi. In altri uomini tale energia viene repressa, cosicché essi non riescono ad esprimersi, a meno che non trovino un mediatore, un sacerdote che faccia da intermediario o un interprete.</p>
<p>E questo è il modo naturale in cui le caste si dispongono le une rispetto alle altre. Coloro i quali possiedono anime forti e attive, ma anche voci non modulate e pensieri lenti e informi, costituiscono da sempre presso tutti i popoli il primo vasto livello. Lo spirito creativo è sempre gravido della potenza di parole inaudite e pensieri ancora ignoti. [&#8230;] Non si può pensare che le profonde vampate della terra affiorino ovunque, in miriadi e miriadi di getti. I grandi vulcani sono fenomeni isolati. Allo stesso modo le fiammate della vita si concentrano solo in alcuni individui. Perché sia così non lo sappiamo. E perché dovremmo saperlo? Dopo tutto noi siamo soltanto degli individui, e non l’eterno mistero della vita in sé.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-86644 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/07/IMG_20210704_174510-225x300.jpg" alt="" width="388" height="515" /></p>
<p><strong>La crescita di nuovi germogli</strong></p>
<p>Pertanto esisteranno sempre masse di uomini che, prese di per sé, sono incoerenti e prive di un volto che le esprima, ma che in alcuni grandi individui della stessa razza e della stessa epoca, vengono portate a perfetta espressione. Come le foglie di un albero si ammassano vicino al fiore, così la gran parte degli uomini, da sempre, è protesa verso i suoi capi. Non possiamo pretendere che tutte l foglie di un melo diventino fiori. Quindi perché dovremmo trasformare ogni essere umano in un’unità perfettamente espressa? Perché dovremmo pretendere di trasformare ogni minatore in uno Shelley o un Parnell? Tanto non ci riusciremmo. Da tutti i minatori può venir fuori al massimo un Parnell, e da tutti i Parnell non è escluso che venga fuori uno Shelley. È così che la vita affiora nelle cose: alzandosi come un vulcano verso la cima, e non attraverso tante piccole sommità.</p>
<p><strong>La lotta</strong></p>
<p>Avremo una nuova educazione, dove un occhio nero costituirà un segno d’onore, e dove gli uomini si spoglieranno completamente per la nobile causa della lotta. Che cos’è la lotta? È qualcosa di fisico e originario. Niente a che vedere con quel terribile processo ideale della nostra ultima guerra. Non è l’orrenda e blasfema traduzione delle idee nei motori e degli uomini in carne da macello per cannoni. Basta con questo tipo di guerra! Mille volte basta a queste oscenità! Estirpate dall’umanità desideri di questo tipo! Ma lasciateci la guerra vera, la lotta vera. E che cos’è la lotta vera? È un puro conflitto di uomini fisici: tutto qua, non c’è niente di meglio. Cosa importa della morte, se l’uomo muore nella vampa di un appassionato conflitto? Egli andrà in cielo, come dicevano gli antichi: in qualche modo, in qualche luogo, la sua anima riposerà perché la morte per lui non è stata che un passionale compimento.</p>
<p>Niente a che vedere con l’orribile e mostruosa perversione di una guerra in cui vi può capitare di saltare in aria maciullati mentre mangiate una sardina. Quando invece l’anima sceglie il proprio compimento gettandosi con fierezza fra le braccia della morte, nulla va perduto. Ma la nostra carne da macello per cannoni! Dobbiamo far di tutto per porvi fine.</p>
<p><strong><em>David Herbert Lawrence</em></strong></p>
<p><em><a href="https://www.pangea.news/lorenzo-scandroglio-alpinismo-poesia-morte/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">*Grande scalatore, avventuriero dell’anima, Lorenzo Scandroglio,</a> tra l’altro, è un eccellente conoscitore di David Herbert Lawrence. Si ricalca qui parte di un servizio pubblicato su “il Domenicale” del 7 dicembre 2002 come “L’educazione del popolo”. Il libro di Lawrence nella traduzione di Scandroglio è ora <a href="https://www.depianteditore.it/prodotto/david-herbert-lawrence-la-guerra-come-scuola/" target="_blank" rel="noopener">in catalogo De Piante con il titolo &#8220;La guerra come scuola&#8221;. </a></em></p>
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		<title>“Quando un bambino imparerà a parlare non dai suoi genitori, ma da un computer diligentemente programmato con una grammatica asettica e astratta…”. La cicoria e il caffè: perché non si può parlare di “didattica” a distanza</title>
		<link>https://www.pangea.news/didattica-distanza-ritrovato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2020 07:40:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[covid]]></category>
		<category><![CDATA[didattica a distanza]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore Ritrovato]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nessuno scambierebbe un caffè di cicoria per un vero caffè. Probabilmente il caffè di cicoria ha proprietà curative e digestive, forse culla il desiderio di bere un giorno un vero caffè tostato, ben miscelato di arabica, robusto; tuttavia, non è il caffè. Anche la didattica in presenza non può essere scambiata con eventuali surrogati come [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nessuno scambierebbe un caffè di cicoria per un vero caffè. Probabilmente il caffè di cicoria ha proprietà curative e digestive, forse culla il desiderio di bere un giorno un vero caffè tostato, ben miscelato di arabica, robusto; tuttavia, non è <em>il</em> caffè.</strong> Anche la didattica in presenza non può essere scambiata con eventuali surrogati come la così detta didattica a distanza, cui non si può negare qualche qualità, ma non si può concedere lo stesso status.</p>
<p>Come tutti sanno, la didattica rientra nel grande progetto formativo del sapere umano, in quanto riguarda la teoria e la pratica dell’insegnamento per cui ogni disciplina, sia essa umanistica o scientifica o tecnica, la quale pretende di avere qualcosa da dire, attende la verifica di un pubblico desideroso di apprendere. <strong>È sciocco contrapporre ricerca e didattica: se uno studio è ben fondato può essere insegnato e formare delle coscienze, preparare dei cittadini, insegnare dei mestieri; se è fuffa, no.</strong> Così come, se un ricercatore è bravo, sa insegnare; il contrario è molto difficile.</p>
<p>*</p>
<p>Ciò premesso, una lezione ha un valore formativo dal momento che viene allestita all’interno di una situazione enunciativa in cui prende vita, e vive, una “comunità educante”. Quando non è possibile che questa comunità si riunisca in presenza, è ovvio che bisogna escogitare qualche altro “mezzo” di comunicazione: si pensi alla televisione, che diede spazio al geniale corso di alfabetizzazione, <em>Non è mai troppo tardi</em>, che durò dal 1960 al 1968 (un format copiato poi in tutto il mondo), del maestro Alberto Manzi. <strong>Le misure restrittive, messe in atto per il contenimento del Covid, hanno spinto scuola e università verso la massiccia adozione dell’insegnamento in modalità telematica. Così come la trasmissione del maestro Manzi non sostituì la scuola elementare, semmai la supportò; così per questo esperimento telematico non vedo altro futuro che quello di un supporto provvisorio un’uscita di sicurezza per situazioni d’emergenza.</strong> Lo stesso vale per presentazioni, convegni, riunioni, ecc., che in questi giorni hanno trovato sbocco su internet. Non diversamente, amici, parenti e innamorati, quando non possono vedersi, si danno una telefonata o prendono un appuntamento su Messenger o su Skype o altrove, e qualora vogliano esibirsi in un carteggio old style, possono sempre inviarsi delle lettere. Gli affetti, quando sono veri, si costruiscono dal vivo. Se l’emergenza dovesse tornare, non è arduo prevedere che si tornerà alla modalità telematica, ben sapendo che una “chat” non può sostituire un abbraccio.</p>
<p>*</p>
<p><strong>La lezione è formativa quando mette in relazione due soggetti, in genere un docente e uno o più discenti, non per confermare una gerarchia indiscutibile, ma per costruire un “dialogo”, un convivio, un simposio</strong>, che con un metodo frontale, maieutico, laboratoriale, o qual si voglia, costruisca un sistema di relazioni dinamiche fra i partecipanti, valorizzando – ai fini di un sano reciproco arricchimento – tutti i sensi a loro disposizione, compresi gli sguardi e i gesti che variano da luogo a luogo, di là dalle “distanze” da mantenere: distanze che non vanno confuse con quelle previste dai recenti provvedimenti sanitari, ma sono in ragione dei paradigmi culturali dei soggetti, all’interno di uno spazio condiviso.</p>
<p>*</p>
<p>Nel corso della lezione in presenza si afferma, insomma, una dimensione “nascosta”, che può sembrare secondaria rispetto ai contenuti della lezione, ma è decisiva per l’apprendimento, in quanto consente di avere una percezione fisica della lezione e di acquisirla non solo nei suoi contenuti ma anche come “esperienza” all’interno di uno spazio familiare (così come a un bambino, per esempio, succede di apprendere meglio il linguaggio materno in un ambiente rassicurante). <strong>In tal modo, la lezione diventa un evento vissuto entro una dimensione comunitaria. Cosa che, invece, non avviene nella lezione online, in cui il discente esperisce una lezione che, se pur </strong><strong>non precluda l’apprendimento (che spesso si riduce a un mero “trasferimento” di nozioni), è </strong><strong>priva di contenuti esperienziali condivisibili, e in sostanza</strong><strong> non giunge al cuore del rapporto fra maestro e discepolo, che consiste nell’obiettivo “formativo”, ma bisognerebbe dire “trasformativo”.</strong> Così come non so quanto valga ribadire un “ti amo” dietro uno schermo, o almeno renderlo credibile, senza un bacio o un abbraccio che possa verificarne l’autenticità verbale. Ci si deve accontentare. Se non vi sono inconvenienti tecnici, il discente resterà educatamente seduto davanti allo schermo, nel quale il docente parlerà davanti a grigie <em>silhouettes</em> umanoidi, ognuna chiusa nel proprio guscio abitativo, sperando nel senso di responsabilità di chi lo ascolta, ma senza poterne avere simultaneo riscontro. Se la lezione in presenza ha un effetto “collante” fra i diversi partecipanti, i quali hanno la possibilità di nutrire un sentimento di “appartenenza”, una “coscienza” di classe, quella online sortisce un effetto di scollamento fra i suoi partecipanti, i quali avvertono un frustrante senso di disappartenenza. Se la lezione in presenza si offre come un luogo d’incontri e incroci di sguardi che traducono un metaforico agapico abbraccio fra docente e discenti, quella online si può volatilizzare pigiando un pulsante, dopo il quale cala all’improvviso un silenzio buio, frastornante.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Dunque, la lezione a distanza è ammissibile come surrogato del “desiderio” di conoscenza, nella misura in cui può ricordarci che l’insegnamento è “formativo” quando è realizzato in presenza. In un futuro si spera molto molto lontano, speriamo mai, potrebbe accadere che un bambino impari a parlare non dai suoi genitori,</strong> non dall’ambiente vivo che lo circonda, con tutte le più varie contraddittorie ma vivificanti inflessioni, ma da un computer diligentemente programmato con una grammatica asettica e astratta: se questo avverrà, è probabile che il bambino impari a parlare come un automa, senza avere alcuna coscienza che ogni parola ha una sua portata affettiva, si scalda dell’amore della lingua materna, e che la conoscenza è fondata sull’emozione di un contatto vivo e non mediato o filtrato dai pixel di uno schermo, o da un microfono che metallizza inflessione e registro vocale di un essere umano. Quando questo avverrà, non si avrà più a che fare con esseri umani, e tutto potrà accadere.</p>
<p><strong><em>Salvatore Ritrovato</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/didattica-distanza-ritrovato/">“Quando un bambino imparerà a parlare non dai suoi genitori, ma da un computer diligentemente programmato con una grammatica asettica e astratta…”. La cicoria e il caffè: perché non si può parlare di “didattica” a distanza</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/Magic-Transistor.png</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Ci siamo dimenticati dei bambini, non c’è posto per loro nei decreti di Stato. “Che cos’è l’infanzia? Un disturbo costante per l’adulto preoccupato e stancato da occupazioni sempre più assorbenti”: il monito della Montessori</title>
		<link>https://www.pangea.news/infanzia-montessori-terziroli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2020 08:40:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[infanzia]]></category>
		<category><![CDATA[Linda Terziroli]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Montessori]]></category>
		<category><![CDATA[virus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non c’è posto per l’infanzia, tra le leggi dello Stato. A dirlo, oltre ottant’anni fa, con il libro Il segreto dell’infanzia, un classico del pensiero pedagogico (Garzanti, 1950, la prima edizione è Bellinzona 1938), Maria Montessori (Chiaravalle, Ancona, 1870-Noordwijk, L’Aia 1952). Le sue parole tornano, in questi giorni terribili, con prepotenza, di scottante attualità quando [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/infanzia-montessori-terziroli/">Ci siamo dimenticati dei bambini, non c’è posto per loro nei decreti di Stato. “Che cos’è l’infanzia? Un disturbo costante per l’adulto preoccupato e stancato da occupazioni sempre più assorbenti”: il monito della Montessori</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Non c’è posto per l’infanzia, tra le leggi dello Stato. A dirlo, oltre ottant’anni fa, con il libro <a href="https://www.garzanti.it/libri/maria-montessori-il-segreto-dellinfanzia-9788811673873/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Il segreto dell’infanzia</em></a>, un classico del pensiero pedagogico</strong> (Garzanti, 1950, la prima edizione è Bellinzona 1938), <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/maria-montessori/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Maria Montessori</strong></a> (Chiaravalle, Ancona, 1870-Noordwijk, L’Aia 1952). Le sue parole tornano, in questi giorni terribili, con prepotenza, di scottante attualità quando ci si accorge, di colpo, che, anche se esistono, i bambini, è come se non ci fossero, per chi ci governa. Figli di un dio minore, o forse figli della serva, per usare un vecchio adagio.</p>
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<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-76460 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro1-53-211x300.jpg" alt="" width="345" height="491" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-53-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-53.jpg 539w" sizes="(max-width: 345px) 100vw, 345px" />Uno sguardo alla <em>Prefazione</em>, <em>L’infanzia, questione sociale</em>, e balzano agli occhi parole che sembrano scritte oggi, con gli asili chiusi, serrati, per ora, fino a data da destinarsi: “Che cos’è l’infanzia? Un disturbo costante per l’adulto preoccupato e stancato da occupazioni sempre più assorbenti. Non c’è posto per l’infanzia nelle più ristrette case della città moderna, dove si accumulano le famiglie.</strong> Non c’è posto per essa nelle vie, perché i veicoli si moltiplicano e i marciapiedi sono affollati di gente che ha fretta. Gli adulti non hanno tempo di occuparsene poiché i loro obblighi urgenti li opprimono”. Ecco il punto chiave: “Padre e madre sono entrambi costretti a lavorare e, quando il lavoro manca, la miseria opprime e stronca i bambini come gli adulti. <strong>Anche nelle migliori condizioni, il bambino resta confinato nella sua stanza, affidato ad estranei salariati, e non gli è permesso di entrare in quella parte della casa dove dimorano gli esseri a cui deve la vita”.</strong></p>
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<p>Con il tanto sbandierato <em>smart working</em>, odioso anglicismo di questa quarantena forzata, con il bimbo senza asilo costretto in casa, si è tornati al modello, citato peraltro dalla Montessori del “Ti ho tenuto sulle ginocchia”. Allora il fanciullo della celebre pedagogista era un individuo privo di diritti civili. <strong>Per un curioso fenomeno, <em>mutatis mutandis</em>, si fa per dire, ancora oggi i bambini sono stati costretti a casa senza regole, ma non sregolati, prigionieri, senza diritti.</strong> <strong>Alimentando in modo vertiginoso le disparità sociali (leggi: chi ha il giardino e chi no, chi sopravvive dentro un monolocale e chi nella villa con piscina e servitù).</strong> Ancora: “Nell’elaborare le sue leggi, l’uomo ha lasciato il proprio erede senza leggi, e quindi fuori delle leggi. Lo abbandona senza direzione all’istinto di tirannia che esiste in fondo ad ogni cuore d’adulto”. Persino della madre più amorevole. “Ecco quello che dobbiamo dire dell’infanzia che viene al mondo portando nuove energie, energie che dovrebbero essere invero il soffio rigeneratore, atto a dissipare i gas asfissianti accumulati di generazione in generazione durante una vita umana piena di errori”.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Maria Montessori salutava una nuova era rivoluzionaria di cure per l’infanzia, annunciava che “il bambino è una personalità che ha invaso il mondo sociale”. Eppure oggi il bambino è tornato invisibile, dal punto di vista sociale. Segregato e in punizione.</strong> È facile prendersela con chi non si sa difendere, come si suol dire. Fino ai primi di maggio scorso, interi scaffali nei supermercati erano offlimits (nessuna matita colorata, nessun pennarello, nessun gioco, armi pericolosamente infette). I bambini non disegnano e non colorano, meglio il bianco e nero. In un noto supermercato di giochi per bambini (il cui nome significa <em>giochi</em> in inglese) era vietato comprare giochi (al compleanno del fanciullo vince il binomio, l’ossimoro, libri&amp;cartoni), ma solo pannolini e alimenti per l’infanzia. <strong>Ma perché? Dura lex, sed lex, dicevano gli antichi. Ma a me è sembrata una nemesi, non una precauzione. Quindi “la cattiva maestra televisione” ritorna utile durante le conference call dei genitori.</strong></p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-76461 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro2-55-194x300.jpg" alt="" width="315" height="487" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-55-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-55-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-55.jpg 650w" sizes="(max-width: 315px) 100vw, 315px" />Passeggio, ieri pomeriggio, sul lungolago della mia città, molti bambini che gironzolano, le facce pallide, stralunate, alcuni indossano mascherine colorate al posto dei sorrisi (la mascherina è d’obbligo sopra i sei anni), lanciano, oziosamente, sassolini nel lago inquinato. <strong>Anch’io mi accorgo di avere qualche sassolino nella scarpa. E ci trovo delle radici: “la questione sociale dell’infanzia penetra con le sue radici nella vita interiore, giunge fino a noi, adulti, per scuotere la nostra coscienza e rinnovarci. Il bambino non è un estraneo che l’adulto possa considerare soltanto esteriormente, con criteri oggettivi.</strong> L’infanzia costituisce l’elemento più importante della vita dell’adulto: l’elemento costruttore”. Noi siamo quello che abbiamo vissuto, da piccoli. Ecco, dunque, la fonte di preoccupazione, ignorata dalla nostra politica: “Il bene o il male dell’uomo nell’età matura è strettamente legato alla vita infantile da cui ebbe origine. Sull’infanzia ricadranno tutti i nostri errori e su di essa si ripercuoteranno in modo indelebile”. Altroché “freccia scoccata”, la Montessori ci inchioda alle nostre responsabilità, come in croce: “Noi morremo, ma i nostri figli soffriranno le conseguenze del male che avrà deformato il loro spirito per sempre. Il ciclo è continuo, né può essere interrotto. <strong>Toccare il bambino vuol dire toccare il punto più sensibile di un tutto, che ha le radici nel più remoto passato e si dirige verso l’infinito del futuro.</strong> Toccare il bambino vuol dire toccare il punto più delicato e vitale, dove tutto si può decidere e rinnovare, dove tutto ridonda di vita, in cui si trovano chiusi i segreti dell’anima, perché ivi si elabora l’educazione dell’uomo”.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Che cosa stiamo facendo, oggi, per salvaguardare “il segreto dell’umanità”, in Italia, la patria della grande educatrice?</strong> Il nastro bianco e rosso del sequestro sullo scivolo resterà lì ancora per un po’, le altalene sono intrecciate fra loro, incatenate con un cane nell’aia, chissà fino a quando. Il bambino, che le guarda sconsolato, mi ricorda la solitudine amara del bambino zoppo della fiaba <em>Il pifferaio magico</em>. Dopo aver perso di vista gli amichetti dell’asilo, vedere i giochi in catene è una scena che il bambino osserva con profonda nostalgia, e anche con un vago, malcelato, senso di colpa. Eppure, continuiamo, ci ostiniamo a non vedere. “L’impressionante cecità dell’adulto, la sua insensibilità nei riguardi dei figli – frutti della sua stessa vita – hanno certamente radici profonde e si estendono attraverso le generazioni, e l’adulto che ama i bambini, ma che tuttavia li disprezza inconsciamente, provoca in essi una sofferenza segreta, specchio dei nostri errori, avvertimento per la nostra condotta”. <strong>C’è di fatto un conflitto, spiega la Montessori, fra l’adulto e il bambino. La questione sociale dell’infanzia dovrebbe aiutarci a costruirci una coscienza nuova</strong> e, conseguentemente, aiutarci a lenire il dolore di tutti questi bambini innocenti, condannati a soffrire, senza via di scampo, senza un gioco nuovo da comprare e con uno strano, insinuante, senso di colpa addosso.</p>
<p><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>
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		<title>Basta studenti rinchiusi! La scuola non deve trasformarsi in un lager e non può più lasciare i ragazzi soli dietro a un monitor. Modesta proposta per riaprire le superiori a settembre</title>
		<link>https://www.pangea.news/scuola-virus-marilena-rea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2020 07:23:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[Marilena Rea]]></category>
		<category><![CDATA[proposta]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[virus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Treni affollati, autobus stracolmi, classi pollaio: la possibilità che gli adolescenti possano tornare a scuola a settembre, in questa nuova emergenza sanitaria, è una chimera. Si sono succedute varie ipotesi sulla riapertura. Giardini e cortili dove sistemare i ragazzi per dimezzare le classi, ma quante scuole ne hanno uno così capiente? E con la stagione [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/scuola-virus-marilena-rea/">Basta studenti rinchiusi! La scuola non deve trasformarsi in un lager e non può più lasciare i ragazzi soli dietro a un monitor. Modesta proposta per riaprire le superiori a settembre</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Treni affollati, autobus stracolmi, classi pollaio: la possibilità che gli adolescenti possano tornare a scuola a settembre, in questa nuova emergenza sanitaria, è una chimera. Si sono succedute varie ipotesi sulla riapertura. Giardini e cortili dove sistemare i ragazzi per dimezzare le classi, ma quante scuole ne hanno uno così capiente? E con la stagione invernale alle porte? <strong>Allora metà studenti a casa e metà a scuola, ma il criterio per dividere i ragazzi mi è sfuggito e con le telecamere in classe, poi, non si scherza. Turni pomeridiani! Rimarrebbe il nodo cruciale dello spostamento e il reclutamento di nuovo personale docente qualificato, che non sia improvvisato.</strong> Allora niente, ingressi scaglionati in fila per uno, percorsi tracciati e, di conseguenza, anche se nessuno lo ha detto, sei ore seduti nei banchi senza possibilità di muoversi e di socializzare. <strong>Una scuola lager a tutti gli effetti. A oggi, tutto fa presupporre che le scuole a settembre continueranno con la didattica a distanza.</strong> Di quanto siano gravi le disparità che questa genera – tra computer che mancano o necessari a genitori in smart working o ad altri fratelli, senza tener conto dei limiti delle connessioni – si è già detto tanto, non serve ribadirlo. Non solo, dopo neanche tre mesi di DAD, tutti – ragazzi, docenti, presidi, genitori – vedono chiaramente gli effetti deleteri del <em>burnout</em>, dello stress e dell’alienazione da iperconnessione. Questi fattori rappresentano rischi reali in età adolescenziale, non meno allarmanti del contagio.</p>
<p>*</p>
<p><strong>E allora, come ripensare la riapertura a settembre? Ecco la mia proposta. Immaginiamo una scuola superiore che non abbia paura di sperimentare, che salvaguardi l’insegnamento disciplinare, il benessere socio-affettivo dei ragazzi e le cautele per la situazione sanitaria.</strong> Questa scuola può organizzare l’insegnamento delle discipline di indirizzo e di quelle fondamentali (italiano, matematica, lingua straniera) esclusivamente con la didattica online.</p>
<p>Gli insegnanti preparano un modulo di lezioni coerenti, che corrispondano, supponiamo, a tre settimane di lavoro;</p>
<p>&#8211; le registrano su piattaforma in modo che i ragazzi abbiano garantito l’accesso alla lezione a qualsiasi ora e possano ascoltarla senza sovrapporsi ad altri membri della famiglia;</p>
<p>&#8211; al completamento di tale modulo i ragazzi verranno esaminati, in base a contenuti, obiettivi e materiali indicati dall’insegnante all’inizio del percorso stesso.</p>
<p><strong>Ogni ragazzo potrà così lavorare in autonomia, in base ai propri tempi di apprendimento ma anche in base alle esigenze familiari, sapendo che ci sarà uno sportello didattico settimanale in videoconferenza con il docente, per confrontarsi e chiedere chiarimenti.</strong> La scuola non sarà più vincolata, quindi, all’orario in senso tradizionale, la cui inutilità è già stata mostrata da molte scuole europee. Tutte le altre discipline (scienze naturali, arte, fisica, elettronica, scienze motorie, ecc.) possono essere sviluppate secondo una modalità laboratoriale, nel modo che ora descriverò.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Si stabilisce innanzitutto la corrispondenza tra un giorno della settimana e un gruppo di discipline affini. Ad esempio: lunedì il Gruppo I (storia, geografia, diritto, economia), martedì il Gruppo II (scienze naturali, scienze motorie, fisica, discipline tecniche), mercoledì il Gruppo III (filosofia, religioni, sociologia), giovedì il Gruppo IV (arte, letteratura, lingue).</strong> Ogni docente, incluso quello di sostegno – in genere uno dei profili più specializzati del corpo insegnante – elabora un progetto creativo, sempre della durata di 3 settimane, da poter realizzare nel Gruppo pertinente, secondo il giorno prefissato. Lo stesso docente raccoglie le adesioni e apre la sua casa a piccoli gruppi di 5-10 studenti che vivono nel suo territorio, indipendentemente dalla classe frequentata (se il numero dei docenti o dei laboratori per ogni docente lo permette, la distinzione tra biennio e triennio sarebbe da conservare). Se non può mettere la propria abitazione a disposizione, può riunire i ragazzi negli spazi del territorio che già normalmente sono aperti ai laboratori esperienziali con le scolaresche. Per esempio: parchi, ville, percorsi in natura, strade medievali, abbazie, musei, osservatori astronomici, officine, laboratori artigiani, biblioteche, circoli culturali, teatri, cinema. Le tante realtà di scuole all’aperto, libertarie, diffuse, nonché il vivacissimo dibattito sollevato in questi mesi da reti di educatori, genitori e istituzioni (<em>Movimento di Cooperazione Educativa</em>, <em>Tutta un’altra scuola</em>, <em>Liberare Roma</em>, la neo-nata <em>Mentre la scuola è chiusa</em> di cui faccio parte) testimoniano tutto il potenziale della didattica su territorio. Basterà affinare o attivare le convenzioni per promuovere “le condizioni necessarie per permettere alla persona e alle aggregazioni sociali di agire liberamente nello svolgimento della loro attività” (art.118 della Costituzione), come di recente hanno ben sottolineato i membri del <em>Forum Disuguaglianze e Diversità</em>.</p>
<p>In extremis, ci sono sempre i locali della scuola, semivuoti a questo punto. Per valutare la didattica laboratoriale, si prenderanno in considerazione tanto i risultati concreti (creazione di un cortometraggio, di un prodotto tecnologico, ecc.), quanto le <em>soft skills</em>, le competenze sociali, la collaborazione, parametri già individuati, tra l’altro, per attribuire i voti di condotta; basterà allora adattare la griglia in uso nella scuola.</p>
<p><strong>Al temine del mese didattico, quindi, uno studente avrà svolto i programmi disciplinari imprescindibili, ma avrà sperimentato anche un modello pratico e creativo di apprendere altro, avrà incontrato docenti e compagni, esplorato il suo quartiere.</strong> Le attività dei laboratori potrebbero essere riconosciute ai fini dell’alternanza scuola-lavoro (PCTO): si recupererebbero così le ore perse in questo anno scolastico a causa della chiusura delle scuole a marzo e si risolverebbe, in parte, il problema dell’alternanza per il prossimo anno, quando sarà impossibile riversare centinaia di migliaia di studenti nelle strutture finora individuate per questa finalità.</p>
<p>*</p>
<p>Il criterio dei piccoli gruppi così pensati salvaguarda anche i ragazzi con disabilità, i grandi penalizzati della didattica a distanza, ma per loro non si può fare un discorso generale. Ogni caso è a se stante. <strong>Non è tutto: la scuola può arricchirsi della partecipazione attiva dei genitori. Rispettando lo stesso criterio del piccolo gruppo e della vicinanza territoriale, un genitore può tenere un laboratorio pratico, il venerdì, ad esempio, insegnando ciò di cui è esperto: giornalismo, programmi professionali al computer, fotografia, giardinaggio, idraulica, cucina, lingue straniere, musica.</strong> Questo si chiama <em>parental schooling</em>, educazione intergenerazionale, che ad oggi, nella scuola italiana, non ha ancora trovato spazio. Non escluderei neppure che studenti particolarmente dotati possano condurre, a loro volta, laboratori per i loro coetanei. Sarà necessario ripensare la mastodontica macchina burocratica che finora ha contraddistinto l’esperienza di alternanza (servono più ore per compilare scartoffie che non per svolgere l’alternanza in sé); un semplice modulo con i dati essenziali dell’attività svolta sarà più che sufficiente e i genitori si faranno finalmente protagonisti attivi di quel patto formativo firmato al momento dell’iscrizione. Senza dover subire la sfiancante maratona cui li sottopone la didattica a distanza.</p>
<p>*</p>
<p>Un’importante criticità da risolvere è la normativa che tutela i minori, nella privacy e nell’incolumità, fuori dalle mura scolastiche; ma in questi ultimi due mesi abbiamo visto tutti con che rapidità un decreto ministeriale possa spazzare via questioni annose e delicatissime come quella della bocciatura; serve solo la volontà. Si potrebbe riadattare, ad esempio, la normativa che regola le uscite didattiche o i viaggi di istruzione, in virtù del fatto che i ragazzi sono tutt’altro che ebeti incapaci di evitare i pericoli. Molti di loro già intraprendono lunghi spostamenti da soli per arrivare a scuola, per non parlare del fatto che a 16 anni siano considerati dallo Stato così responsabili da poter guidare le macchinine senza patente. <strong>Incentivare l’autonomia e la responsabilità, nella tutela imprescindibile dei diritti, è la strada da intraprendere: don Lorenzo Milani ce lo ricordiamo tutti. La scuola non deve più lasciare i ragazzi soli dietro un monitor, non deve più abdicare alla sua funzione di guida nella loro crescita sociale e affettiva.</strong> Invece, può rinunciare benissimo alla burocrazia e all’abitudinarietà di molte pratiche (orario, consigli di classe, valutazioni per singole materie). Soprattutto se da subito direziona le sue energie alla preparazione di un planning razionale dei corsi, valorizzando il talento dei docenti che il sistema attuale non permette di esprimere In estate può raccogliere le adesioni di ragazzi e genitori per i laboratori, e a settembre può avviare la prima fase di sperimentazione, mentre fa recuperare in sede gli studenti ammessi con le insufficienze.</p>
<p>Sono disponibile a illustrare e discutere il progetto accogliendo suggerimenti e a sviluppare proposte integrative.</p>
<p>Solo chi ha paura di cambiare finisce accartocciato su se stesso e marcisce. RI-VIRUSIONIAMOCI!</p>
<p><strong><em>Marilena Rea</em></strong></p>
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		<title>In questo tempo moribondo mi innamoro perdutamente di Rubem Alves…</title>
		<link>https://www.pangea.news/rubem-alves-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2020 10:13:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Gaviani]]></category>
		<category><![CDATA[religione]]></category>
		<category><![CDATA[Rubem Alves]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’aria del complotto fa starnutire le spie. Sta tornando il tempo libero, come un tornado, come una corrente d’aria che contagia anche questo tempo, si ammala, non quello meteorologico che diventa brutto e cattivo, no, quello relativo, cronos e kairos, di un male di vivere alla giornata, di una febbre da domenica pomeriggio, quando la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’aria del complotto fa starnutire le spie. Sta tornando il tempo libero, come un tornado, come una corrente d’aria che contagia anche questo tempo, si ammala, non quello meteorologico che diventa brutto e cattivo, no, quello relativo, <em>cronos</em> e <em>kairos</em>, di un male di vivere alla giornata, di una febbre da domenica pomeriggio, quando la malinconia assurge a tristezza, sgomento inspiegabile, vecchiaia dentro. Mentre allo stereo alterno Dalla alla Bossanova mi resta una domanda per la quale non ho risposta. <strong>Mi è stato chiesto se credo in Dio? Ho risposto con un verso non mio, di Chico Buarque: saudade è il contrario del parto.</strong> È preparare la camera per il figlio morto. Qual è la madre che più ama? Quella che prepara la camera per il figlio che non farà ritorno o quella che prepara la camera per il figlio che farà ritorno. Sono un costruttore di altari. Li costruisco sulla sponda di un abisso scuro e silenzioso. Li costruisco con poesia e musica. I fuochi che su di essi accendo mi scaldano le mani e m’illuminano il volto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-74265 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro1-19-209x300.jpg" alt="" width="338" height="485" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro1-19-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro1-19.jpg 347w" sizes="(max-width: 338px) 100vw, 338px" />In questo tempo moribondo m’innamoro perdutamente di Rubem Alves, un intellettuale brasiliano morto ottantenne da poco, fu psicanalista, filosofo, storico, poeta, pedagogista, cultore di cucina, pastore presbiteriano e, come teologo, è stato il primo a scrivere in modo approfondito sulla teologia della liberazione.</strong> Viene poi accusato di condotta sovversiva dalle autorità ecclesiastiche presbiteriane e perseguito dal regime militare. Per questo abbandona il Brasile e si rifugia negli Stati Uniti. Educatore, teologo, psicanalista, ma anche (o soprattutto) poeta, scrittore di racconti per bambini, amante della cucina. È un mago della parola e possiede uno stile inconfondibile. Ha scritto su temi che spaziano per gli universi della sociologia, della psicanalisi, della filosofia e della teologia. colui che ha coniato il termine &#8220;Teologia della liberazione&#8221;. Ma più di ogni cosa, Rubem è – come ha avuto modo di sottolineare Antonio Nanni – “Un suscitatore di sensazioni, di emozioni, di fantasie e riesce a risvegliare in chi lo ascolta un mondo di sogni e fiabe che si è addormentato con la fine dell’infanzia in ciascuno di noi”. <strong>È uno degli intellettuali più conosciuti e rispettati del Brasile. Autore di una vastissima opera (la sua bibliografia enumera più di 50 titoli), con forte connotazione autobiografica, Alves è uno dei più luminosi artefici della lingua portoghese, la cui plasticità ha toccato nei suoi testi forme cangianti ed espressioni di rara e sempre sorprendente singolarità.</strong> Negli anni ’90, giunto alla pensione, diventa proprietario di un “particolare” ristorante nella città di Campinas, dove potrà dare libero sfogo al suo amore per la cucina. Il direttore della Scuola da Ponte (Portogallo) ha detto di lui: “Rubem è un appassionato della vita, un compulsivo fruitore della vita. Ancora non ha scritto tutti i testi e tutti i libri che la sua mente contiene, ancora non ha sentito, amato, giocato e riso abbastanza, ancora non ha risposto a tutte le lettere e messaggi degli amici, ancora non ha raccontato alle sue nipotine tutte le storie che esse sarebbero capaci di indovinare, ancora non ha fatto esperienza di tutte le assenze e di tutte le nostalgie, ancora non ha spiato tutti i misteri del mondo e di se stesso… Al tema dell’educazione associa spesso la metafora del “sogno” e del “giardino”: «Le scuole si dedicano ad insegnare i saperi scientifici, dal momento che la loro ideologia scientifica proibisce di avere a che fare con i sogni (cosa romantica!). Mi spaventa l’incapacità delle scuole di creare sogni! Soprattutto oggi che i mezzi di comunicazione – specialmente la televisione – che conoscono bene la psicologia degli esseri umani, seducono le persone con i loro sogni piccoli, spesso grotteschi. Mi spaventa la capacità dei mezzi di comunicazione di creare sogni! Ma da sogni piccoli e grotteschi può solo sorgere un popolo di idee piccole e grottesche, che ignorano che l’essenziale nella vita di un paese è l’educazione». E altrove: «La mia passione per l’educazione ha dei paesaggi e i paesaggi che mi commuovono adesso non sono gli stessi che mi parevano tali quando ero giovane: esiste un mondo che avviene grazie allo svolgersi logico della storia, in tutta la sua crudezza e insensibilità, ma c’è un mondo ugualmente concreto che nasce da i sogni: <em>La Pietà</em> di Michelangelo,<em> Il bacio</em> di Rodin, le tele di Van Gogh e Monet, le musiche di Tom Jobim, i libri di Guimarães Rosa e di Saramago, le case, i giardini, i cibi: essi sono esistiti come sogni prima di esistere come fatti. <strong>Quando i sogni prendono forma concreta sorge la bellezza. Zarathustra diceva che era giunto il tempo per l’uomo di piantare le sementi della sua più alta speranza. È questa l’immagine che si forma attorno alla mia passione per l’educazione: </strong>sto seminando le sementi della mia più alta speranza, non cerco discepoli cui comunicare saperi, i saperi già vagano a disposizione di chi li voglia catturare. Io cerco discepoli per piantare in essi le mie speranze».</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-74266 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro2-25-208x300.jpg" alt="" width="338" height="488" />Come si vede, Rubem – con il suo stile peculiare e d’impatto – porta delle severe critiche al sistema educativo. Ma chi lo conosce da vicino, sa che le sue critiche sono la manifestazione di un desiderio profondo di offrire ai nostri alunni un’educazione più giusta, grazie alla quale il professore stesso possa realizzarsi nella sua vocazione di maestro. Pensieri sull’educazione «L’atto di educare si rivela nell’atto di fare l’amore. Chi impara dagli amanti diventa un migliore educatore. Gli alunni conosceranno, concepiranno e daranno alla luce». «Ogni esperienza di apprendimento inizia con un’esperienza affettiva». «Non esiste niente di più pernicioso per il pensiero che l’insegnamento delle risposte esatte. Le risposte ci permettono di camminare su terra sicura. Ma solo le domande ci permettono di entrare nel mare sconosciuto. Per questo esistono le scuole: non per insegnare le risposte, ma per insegnare le domande». «Educare è mostrare la vita a chi ancora non l’ha vista. L’educatore dice: Guarda! E così dicendo mostra. L’alunno guarda nella direzione indicata e vede ciò che non aveva mai visto ancora. Il suo mondo si espande e lui diventa più ricco interiormente, e diventando più ricco interiormente, può provare più gioia e dare più gioia, che sono le ragioni per le quali viviamo. Il miracolo dell’educazione avviene quando vediamo un mondo che non si era mai visto».</p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
<strong>I suoi libri, <a href="https://www.monasterodibose.it/edizioni-qiqajon/la-bellezza-del-crepuscolo" target="_blank" rel="noopener noreferrer">in Italia pochi e introvabili</a>, sono pietre preziose, miliari, monili di gemme brillanti, rubini di Rubem che riguardano soprattutto la religione, trattata in modo moderno, rivalutata nella gioia e nel corpo, nel gioco e nell’arte, dall’etica all’estetica, piena di guerrieri teneri (lotta meglio chi ha bei sogni) che combattono con le armi della speranza per liberare finalmente l’uomo che non avanza. </strong>Congratulazioni a Marco dal Corso, che lo ha portato in Italia facendoci così conoscere questo cristiano brasiliano che non è cattolico ma protestante, che si presenta al consiglio ecumenico della Chiesa a Ginevra raccontando storie per bambini (l’ostrica felice non produce perle e il gallo che cantava per far nascere il sole sono le due più belle); che invitato a tenere una conferenza per persone della terza età esordisce così: signore e signori, siete arrivati finalmente a quell’età meravigliosa in cui potete concedervi il lusso di essere totalmente inutili. Tutti iniziarono a mormorare, ma lui voleva soltanto intendere che fossero messi nello stesso baule dove c’erano i giochi, ben sapendo che qualunque paradiso diventa inferno quando un adulto vi entra. <strong>In un poema di Alberto Caeiro all’entrata dell’Eden non c’è san Pietro con il libro contabile di Dio, ma una bambina che apre un baule enorme, dove sono custoditi tutti i giochi inventati e da inventare, e chiede svelta: scegli, vuoi giocare? Entra solo chi sta al gioco e diventa felice.</strong> Ma molti si arrabbiano, portano valige di opere buone da presentare a un superiore, sono persone serie, sono andati a scuola per imparare il mestiere di vivere. Mi dispiace, ma qui non sarete promossi, resterete fuori, tornate quando sarete ridiventati bambini e avrete imparato a giocare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-74270 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro3-14-180x300.jpg" alt="" width="325" height="542" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro3-14-180x300.jpg 180w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro3-14.jpg 200w" sizes="(max-width: 325px) 100vw, 325px" />Più scoprite Alves e più gli interrogativi aumentano, ben sapendo che la vita è la risposta che cerca la domanda. Dà sempre una bella risposta chi pone una domanda ancor più bella. Cummings. Offro solo risposte a domande che nessuno ha posto. Rosa. Rubem usa metafore e storie, poesia e magia, ragni e ragnatele, per parlarvi d’insegnamento e di apprendimento, va sempre a togliere, a levare, come volesse farvi disimparare. Insegnare deve essere un atto di allegria, un dovere fatto di passione ad arte. Si è come dei pagliacci che salgono sul palco tutti i giorni con la stessa missione e con la stessa parte: divertire gli altri, distrarli dalle loro vite per inoculargli la loro vocazione. Rubem è un grande affabulatore, come tutti i sudamericani, infatti si allaccia spesso a Garcia Marquez e Guimarães Rosa, adatta il Vangelo ai giorni nostri, nutrendolo di nuovi significati. Ma come può un uomo che tra le sue fonti cita Marx e Nietsche portarci alla radice di Dio? Infatti fonda la <em>teopoesia</em>: Dio è un poeta. Se potessi fare una nuova traduzione del testo di Giovanni “e il verbo si fece carne” metterei “e un poema si fece carne”. Mi piacerebbe che la teologia fosse fatta di parole che rendono visibili i sogni e che, quando sono pronunciate, trasformassero la valle di ossa disseccate in una moltitudine di bambini. Fuori dalla bellezza non c’è salvezza. Rubem Alves, guerriero poeta profeta, amico di Mario Quintana, poeta bambino, venerato in patria, sconosciuto qui vicino, che ha come epitaffio sulla tomba “io non sono qui”, e che gli scrive così: tutti quelli che stanno ad ingombrare il mio cammino, essi passeranno, io passerò; amico di Cecilia Meireles, stessa identica sorte del precedente, che cita nuovamente: rimango a meditare se dopo molto navigare si approdi infine in qualche luogo, forse ancora più triste, ne’ barche, ne’ gabbiani, appena sovrumane compagnie, da lontano intravedo l’orizzonte, molto prossimo e senza possibilità, che pena che la vita sia solo questa. Lettore di Valery: che sarebbe di noi senza l’aiuto di quello che non esiste; di Pessoa: Dio vuole. L’uomo sogna. <strong>L’opera nasce. Se potessi vivere la mia vita nuovamente cercherei di commettere più errori, correrei maggiori rischi, viaggerei di più, contemplerei di più i tramonti, ma io sono dove sono perché tutti miei piani non hanno funzionato. Sembra una cosa triste quando invece c’è da piangere di gioia. A un certo punto parlando di poesia cita suor Juana Ines de la Cruz: Facciamo silenzio non perché non abbiamo niente da dire, ma perché non sappiamo come dire tutto quello che ci piacerebbe dire.</strong> Milton Nascimento dalla radio ha proprio ragione: La terra va in calore, essa ci desidera. Solo diventando dei giardinieri potremmo riappropriarci e gustarci il giardino dell’Eden. Tornando al nostro Alves, in un suo libro ci imbattiamo in un verso di Rilke: chi mai ci deformò, chi ci stravolse così, che sempre ripetiamo il gesto di prender congedo? Contagio? Resto aggrappato al vaccino di Rubem, salvezza in Alves, e alla grande fortuna e occasione di aver conosciuto in questo periodo sfiduciato e sfidato, di amore e psicosi, questo enorme uomo delle amazzoni che ci parla di Dio dal trespolo di un giullare e non ha paura di dichiarare che Descartes si sbagliava, l’essenza dell’uomo è il desiderio. La fantasia crea la Ragione. Lascia che la Bellezza, senza parole e neppure catechismo, evangelizzi il mondo. Dio è bellezza.</p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
Grazie Rubem per avermi ammalato con cura, con devozione e premura, pazienza che non dura. Questa guerra invisibile, fatta da nemici anemici, ci insegnerà l’incertezza, l’imprevedibilità, la serendipità, e il distacco ci farà mancare le persone care… Non siamo preparati alla guerra fisica, pensa un po’ a quella interiore. I politici e i medici danno l’impressione di brancolare nel buio come capi tribù e stregoni voodoo, di dire tutto e il contrario di tutto come chi deve imbonire un pubblico pagante e non dovuto, venendo a patti col diavolo, tentatore e divisore. <strong>Perché la verità (che non va confusa con la realtà) è essenzialmente poetica. “La verità dei poeti – ha scritto Marina Cvetaeva – è la più invincibile, la più inafferrabile, la più indimostrabile e insieme convincente</strong> (&#8230;) Una verità irresponsabile e priva di conseguenze, una verità che –  Dio ce ne scampi! – non bisogna neanche cercare di inseguire (&#8230;) La verità del poeta è un sentiero su cui le tracce vengono subito nascoste dall&#8217;erba (&#8230;) Non è una tra le innumerevoli verità, ma uno degli innumerevoli aspetti della verità (&#8230;) Gli aspetti ogni volta diversi e irripetibili della verità. Semplicemente &#8211; una puntura al cuore. Trafittura dell’eterno”.</p>
<p style="text-align: justify;">Di Rubem, in Italia, c’è troppo poco. Punto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Luca Gaviani</em></strong></p>
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		<title>“Studiando queste opere d’arte, capirete la guerra in Vietnam… Noi per il professor Grizzuti abbiamo donato il sangue”: una lettera di Vincenzo Gambardella su scuola &#038; educazione</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Nov 2019 09:23:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Caro Davide, ritorno su quanto ci siamo detti al telefono, sì, il tema dell’educazione in Italia, la crisi profonda del sapere che stiamo attraversando, fra commercializzazione di tutto e dosi massicce, invasive, di tecnologia digitale. Vorrei ritornare sugli effetti che queste cose producono sulla scuola, su noi, sul nostro Paese infinito e bellissimo. Mi viene [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Caro Davide, </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">ritorno su quanto ci siamo detti al telefono, sì, il tema dell’educazione in Italia, la crisi profonda del sapere che stiamo attraversando, fra commercializzazione di tutto e dosi massicce, invasive, di tecnologia digitale. Vorrei ritornare sugli effetti che queste cose producono sulla scuola, su noi, sul nostro Paese infinito e bellissimo.</p>
<p><figure id="attachment_71463" aria-describedby="caption-attachment-71463" style="width: 290px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-71463" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/11/gambarella-225x300.png" alt="" width="290" height="387" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/gambarella-225x300.png 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/gambarella-300x400.png 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/gambarella.png 357w" sizes="(max-width: 290px) 100vw, 290px" /><figcaption id="caption-attachment-71463" class="wp-caption-text">Vincenzo Gambardella è scrittore. Tra i suoi ultimi libri, &#8220;Mi chiamo Ivan Muthiac e vengo da Sarajevo&#8221; (2019) e &#8220;Come tutte le cose dell&#8217;universo&#8221; (2018). Insegna</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi viene in mente il professor Giuseppe Grizzuti, al Liceo artistico di Napoli. Ricordo la sua prima lezione, quando ci disse di prendere i libri di Storia dell’arte e sfogliarli, semplicemente. Era il libro di Argan, un classico oggi.</strong> Ricordo persino il rumore delle pagine, lo ricordo perché era un momento pieno di attesa. Era un fruscio che aveva qualcosa di vegetale, qualcosa che mi faceva pensare alla foresta. E pensando alla foresta, pensai alle foglie degli alberi, ai rami scossi dal vento, pensai alla pioggia, come se si preparasse un grande acquazzone, che si sarebbe scatenato di lì a poco. Invece, il professor Grizzuti, lui, pingue, bassino, curvo, mezzo pelato, nonostante la giovane età, ci guardava dalle sottili feritoie dei suoi occhi, schermate da lenti spesse, e dalla piega amara della sua bocca, dalle sue tenere labbra, fece uscire una frase incredibile: Ebbene – disse –, voi studiando queste opere potrete capire persino la guerra del Vietnam.</p>
<p style="text-align: justify;">Così mi resi conto della foresta. Non era solo per la carta che si genera dagli alberi, come avevo pensato (la mia povera ragione aveva collegato ingenuamente i libri agli alberi), no, <strong>c’era qualcosa di originario nelle parole del professore: il sapere precede tutto ed è la condizione fondamentale per ogni giudizio.</strong> Del resto io ero uno studente allora, ero alle prime armi e quindi come potevo capire?, tant’è vero che il professore non ci convinse perché non ci arrivavamo; io non ci arrivavo, e si diffuse uno scetticismo generale nella classe che solo il tempo ha ricondotto al suo vero e profondo significato.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo accadde nel 1972, mentre due anni dopo, il nostro giovane professore si presentava in aula madido di sudore, tremante, trascinando i piedi fino alla cattedra, ma che dico!, lui rifiutava la cattedra e preferiva mettersi al primo banco, di fronte a noi, per fare lezione, per provare a fare lezione, viste le sue condizioni. Poi la sua figura scompariva dietro la stretta e decrepita porta, sormontata da un sudicio panno che faceva da tenda.</p>
<p style="text-align: justify;">E un giorno venne a prenderlo l’ambulanza al Liceo artistico di Napoli, in via Santa Maria di Costantinopoli. <strong>Lo portarono via perché era alla fine. Il fatto che vedevamo era che Giuseppe Grizzuti, il professore Giuseppe Grizzuti, moriva come un attore sulla scena, alla maniera dei grandi attori, nel desiderio di morire sulla scena e per la scena, non per finta, non secondo i canoni della rappresentazione, ma per lacerare il sipario che divide il vero dal falso</strong>, per dire che è tutto vero quello che facciamo e abbiamo bisogno della verità, di riconoscere la verità o lo spirito della nostra vita nella verità; e per strappare il sipario che ci divide, per dire finalmente che cos’è il vero, per capire che da quello strappo o ferita o passaggio noi incominciamo a maturare, accediamo a una maturità donata, umana. Non siamo più gli stessi nel valutare ciò che si compie o si lascia compiere, ciò che si comprende o si lascia comprendere; e insisto: tutto ciò che si compie o si lascia compiere, tutto ciò che si comprende o si lascia comprendere. Perciò quel giorno del 1974 che portarono via il professore Giuseppe Grizzuti, alcuni di noi gli andarono dietro, lo seguirono. All’ospedale ci chiesero di donare il sangue e noi lo facemmo.</p>
<p><strong><em>Vincenzo Gambardella</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/scuola-vincenzo-gambardella/">“Studiando queste opere d’arte, capirete la guerra in Vietnam… Noi per il professor Grizzuti abbiamo donato il sangue”: una lettera di Vincenzo Gambardella su scuola &#038; educazione</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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