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“La nobile causa della lotta”. D.H. Lawrence, un maestro

David Herbert Lawrence nasce in Inghilterra l’11 settembre del 1885. Figlio di un minatore e di una maestra, trascorre infanzia e adolescenza in uno squallido villaggio minerario. Diventa maestro elementare, comincia a scrivere poesie, prose, saggi. A ventisei anni conosce Frieda, che per lui abbandona marito e figli. Preso nel folle vortice della vita che preme nei piedi e nelle mani, scrive e viaggia a ritmi vertiginosi. Si reca in Italia, torna in Inghilterra, è di nuovo in Italia, in Toscana, in Sicilia, in Sardegna. Non basta ancora: troppa civilizzazione, troppa storia, troppa cultura in Europa. Si getta verso l’America, in un lungo viaggio che tocca India, Australia, Polinesia, per approdare a San Francisco. Raggiunge Taos, nel Nuovo Messico, dove una facoltosa ammiratrice gli mette a disposizione un ranch. Attraversa il Messico che gli rivela un mondo simile a quello del momento della creazione, privo di sedimentazioni storiche, traboccante di mito. Gli viene diagnosticata la tubercolosi. Rientrato in Europa, coltiva l’amicizia con Aldous Huxley. Le sue condizioni di salute si aggravano. Il 2 marzo del 1930 si spegne nei pressi di Vence, sulla Costa Azzurra. Per volontà di Frieda, le sue ceneri sono conservate vicino al ranch di Taos, all’interno di un piccolo tempio, sormontato da una statuetta raffigurante una fenice.

Fin dall’inizio le tematiche di Lawrence sono quelle di un eros e di una natura da riconquistare alla loro originaria sacralità dopo essere stati ridotti a pura merce. Nel suo romanzo-capolavoro, Il serpente piumato, lo “sguardo senza centro” degli Indios è sintomatico di un tipo d’uomo che vive ancora “onorato dal cosmo”, permeabile alle sue forze originarie ed elementari, capace di vibrare all’unisono con esse; mentre l’uomo occidentale – dice in una poesia – è “prigioniero del proprio ego, chiuso nella sua limitata coscienza mentale”, ostaggio di una mente accentratrice che cementa e anestetizza gli organi periferici della sensibilità, rendendo impossibile ogni flusso di energie fra io e cosmo.

In tutti i suoi romanzi, da Figli e amanti a L’amante di Lady Chatterley, l’eros è visto come la chiave d’accesso a una realtà sovraindividuale. Coerentemente con questa concezione organica e vitalistica dello scrivere, Lawrence affianca all’attività di poeta e romanziere, quella del saggista: scrive Psicanalisi e inconscio e Fantasia dell’inconscio, saggi critici verso la psicanalisi freudiana a difesa della creatività; Apocalisse, in cui si invoca la distruzione dei falsi e inorganici legami con il denaro per stabilire “organiche, viventi connessioni” con il “cosmo, il sole, la terra, l’umanità, la nazione, la famiglia”. Considerazioni forti, politiche a loro modo. Eppure Harold Bloom, ne Il canone occidentale, ha scritto che “nessuno sarebbe disposto a sostituire il Lawrence politico, o l’alquanto più interessante moralista culturale Lawrence, con il romanziere di L’arcobaleno e Donne innamorate”, e non saremo certo noi a farlo. Ci permettiamo però di sostenere che il Lawrence politico e moralista culturale è non solo in continuità con il narratore Lawrence, ma anche meno trascurabile di quanto si possa ritenere. D’altronde il tentativo di isolarne la dimensione estetica da quella etico-politica non è altro che un ennesimo segno di tempi per i quali la parola poetica e, più in generale, l’arte, viene accettata fintanto che resta marginale rispetto ai grandi processi di trasformazione del mondo. Allora saggi dalla forte valenza politico-culturale come L’educazione del popolo entrano a far parte del rispettabile reliquiario di quello che fu, sì, un grande scrittore, ma pur sempre, soltanto, uno scrittore. Nella nostra prospettiva, invece, Lawrence non fu solo scrittore, non fu solo maestro di scuola, ma anche Meister, Maestro di vita capace di insegnare il viaggio, la disponibilità a mettersi in gioco, di farci comprendere che uomo, parole, cose, natura, sono eternamente partecipi di quell’inaccessibile, crudele e sublime vortice di nascite e morti che da sempre e per sempre muove l’universo.

Lorenzo Scandroglio

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Educazione come ufficio religioso

L’intero compito di coloro che impartiranno l’educazione, non sarà affatto quello di valutare la particolare attitudine di un bambino per un dato lavoro, e neppure quello di valutare una specifica dote intellettuale; il loro compito consisterà semmai nel saper cogliere l’essenza profonda della vita, la vera natura del bambino – quella che fa di lui ciò che egli è – la forza e la saggezza della sua anima; elementi questi che faranno del bambino stesso un naturale maestro di vita. La capacità tecnica è sempre secondaria. La dote più grande è quella di un ingegno vivo, non intellettuale. L’ingegno intellettuale appartiene alle attività tecniche. L’intelligenza viva, invece, è prerogativa dei maestri di vita. E tutti i dirigenti di questo nuovo mondo non si limiteranno a possedere una perizia tecnica: essi infatti saranno insieme direttori e maestri di vita. In loro saranno perfettamente fuse la forza dell’anima e l’abilità tecnica. Ma la prima dote sarà sempre quella dell’anima, la qualità dell’essere, la forza di una vita condotta con saggezza.

Professori come sacerdoti

Vedremo pertanto che questo sistema è prima di tutto religioso e, solo in secondo luogo, pratico. I nostri giudici supremi e i professori saranno soprattutto dei sacerdoti. Stiamo calmi, non spaventiamoci nel sentire questa parola. La facoltà religiosa, se esercitata, è la più alta facoltà umana. Per facoltà religiosa intendiamo l’intima adorazione per la forza generatrice che possiede il mistero della vita: l’implicita consapevolezza che la vita è insondabile e imperscrutabile, che non può essere descritta, non avendo nessun fine se non quello di una forza generatrice in continua metamorfosi e trasformazione; che questa forza generatrice sgorga continuamente attraverso le profonde fontane dell’anima, a partire da una grande sorgente che il mondo ha conosciuto come Dio; che il compito dell’uomo è quello di diventare così spontaneo da riuscire a esprimere con immediatezza il gesto e lo stato d’animo che affiorano dalle profondità del proprio essere; ed infine, l’implicita consapevolezza che la mente, con tutti i suoi grandi poteri, non è nient’altro che uno strumento dell’anima insondabile. L’idea è strumentale al dispiegarsi dell’anima, è un mezzo non un fine. Sempre, semplicemente, un mezzo.

Resistere ai dogmi

Dovremmo avere il coraggio di resistere ai dogmi. Il dogma è la fissazione dell’impulso religioso in un termine intellettuale. E un termine intellettuale è una cosa limitata, rigida, meccanica. Dovremmo essere felici allora di ricevere la vita da una fonte mai compitamente definibile. Il nostro dio è il Senza Nome, il Velato, e qualsiasi tentativo di assegnare nomi, o strappare veli, è solo una presunzione mentale che non approda ad altro che al vuoto e all’arroganza. Pertanto, il nuovo sistema poggerà sulla vivente facoltà religiosa che possiedono gli uomini. Alcuni uomini sono consapevoli dell’energia debordante che sgorga dalle sorgenti generatrici dell’anima, ne sono consapevoli e trovano le parole o le espressioni nell’atto stesso del loro sgorgare; essi trovano il modo adeguato e consapevole di esprimersi. In altri uomini tale energia viene repressa, cosicché essi non riescono ad esprimersi, a meno che non trovino un mediatore, un sacerdote che faccia da intermediario o un interprete.

E questo è il modo naturale in cui le caste si dispongono le une rispetto alle altre. Coloro i quali possiedono anime forti e attive, ma anche voci non modulate e pensieri lenti e informi, costituiscono da sempre presso tutti i popoli il primo vasto livello. Lo spirito creativo è sempre gravido della potenza di parole inaudite e pensieri ancora ignoti. […] Non si può pensare che le profonde vampate della terra affiorino ovunque, in miriadi e miriadi di getti. I grandi vulcani sono fenomeni isolati. Allo stesso modo le fiammate della vita si concentrano solo in alcuni individui. Perché sia così non lo sappiamo. E perché dovremmo saperlo? Dopo tutto noi siamo soltanto degli individui, e non l’eterno mistero della vita in sé.

La crescita di nuovi germogli

Pertanto esisteranno sempre masse di uomini che, prese di per sé, sono incoerenti e prive di un volto che le esprima, ma che in alcuni grandi individui della stessa razza e della stessa epoca, vengono portate a perfetta espressione. Come le foglie di un albero si ammassano vicino al fiore, così la gran parte degli uomini, da sempre, è protesa verso i suoi capi. Non possiamo pretendere che tutte l foglie di un melo diventino fiori. Quindi perché dovremmo trasformare ogni essere umano in un’unità perfettamente espressa? Perché dovremmo pretendere di trasformare ogni minatore in uno Shelley o un Parnell? Tanto non ci riusciremmo. Da tutti i minatori può venir fuori al massimo un Parnell, e da tutti i Parnell non è escluso che venga fuori uno Shelley. È così che la vita affiora nelle cose: alzandosi come un vulcano verso la cima, e non attraverso tante piccole sommità.

La lotta

Avremo una nuova educazione, dove un occhio nero costituirà un segno d’onore, e dove gli uomini si spoglieranno completamente per la nobile causa della lotta. Che cos’è la lotta? È qualcosa di fisico e originario. Niente a che vedere con quel terribile processo ideale della nostra ultima guerra. Non è l’orrenda e blasfema traduzione delle idee nei motori e degli uomini in carne da macello per cannoni. Basta con questo tipo di guerra! Mille volte basta a queste oscenità! Estirpate dall’umanità desideri di questo tipo! Ma lasciateci la guerra vera, la lotta vera. E che cos’è la lotta vera? È un puro conflitto di uomini fisici: tutto qua, non c’è niente di meglio. Cosa importa della morte, se l’uomo muore nella vampa di un appassionato conflitto? Egli andrà in cielo, come dicevano gli antichi: in qualche modo, in qualche luogo, la sua anima riposerà perché la morte per lui non è stata che un passionale compimento.

Niente a che vedere con l’orribile e mostruosa perversione di una guerra in cui vi può capitare di saltare in aria maciullati mentre mangiate una sardina. Quando invece l’anima sceglie il proprio compimento gettandosi con fierezza fra le braccia della morte, nulla va perduto. Ma la nostra carne da macello per cannoni! Dobbiamo far di tutto per porvi fine.

David Herbert Lawrence

*Grande scalatore, avventuriero dell’anima, Lorenzo Scandroglio, tra l’altro, è un eccellente conoscitore di David Herbert Lawrence. Si ricalca qui un servizio pubblicato su “il Domenicale” del 7 dicembre 2002 come “L’educazione del popolo”. L’avventatezza ‘fisica’ di Lawrence rende quel programma educativo urgente, oggi, per lo meno per lo scatto, l’affronto, l’assalto.

 

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