<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>donne Archivi - Pangea</title>
	<atom:link href="https://www.pangea.news/tag/donne/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.pangea.news/tag/donne/</link>
	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Wed, 27 May 2026 03:51:40 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.8</generator>
	<item>
		<title>Il leprotto delle Bahamas, ovvero: perché le donne (non) devono tenere la bocca chiusa</title>
		<link>https://www.pangea.news/donne-voce-antonio-coda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 03:47:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Idee]]></category>
		<category><![CDATA[Anne Carson]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Coda]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[genere]]></category>
		<category><![CDATA[Svenja Flasspöhler]]></category>
		<category><![CDATA[voce]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=107476</guid>

					<description><![CDATA[<p>“È disorientante e imbarazzante avere due bocche. Il suono che producono è una vera e propria cacofonia.” Leggendo&#160;Il genere del suono&#160;di Anne Carson, per Crocetti, ho ricordato la leggenda caraibica letta a mia figlia come favola della buonanotte, pescata a caso da&#160;Miti e leggende dei Caraibi, per la collana Grandi Tascabili Economici della Newton. Mia [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/donne-voce-antonio-coda/">Il leprotto delle Bahamas, ovvero: perché le donne (non) devono tenere la bocca chiusa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“È disorientante e imbarazzante avere due bocche. Il suono che producono è una vera e propria cacofonia.”</strong></p>
</blockquote>



<p>Leggendo&nbsp;<a href="https://www.crocettieditore.it/poesia/il-genere-del-suono-unesplorazione-del-suono-secondo-la-prospettiva-di-genere/"><strong><em>Il genere del suono</em>&nbsp;di Anne Carson, per Crocetti</strong>,</a> ho ricordato la leggenda caraibica letta a mia figlia come favola della buonanotte, pescata a caso da&nbsp;<strong><em>Miti e leggende dei Caraibi</em></strong>, per la collana Grandi Tascabili Economici della Newton.</p>



<p>Mia figlia è chiacchierina e gli piacciono i chiacchierini. Pochi giorni fa ha scritto il primo biglietto a un bambino della classe, il suo primo amore? Gli ha scritto: “Anche se sei chiacchierone sei bellissimo”, e nella risposta il bambino-suo-primo-amore ha scritto: “È bellissimo che siamo chiacchieroni.”</p>



<p>Il titolo della fiaba caraibica è stato&nbsp;<em>Perché le donne parlano tanto</em>&nbsp;e l’ho scelto sperando fosse divertente, anche se le righe corsive di presentazione mi hanno subito messo in guardia: “<em>Anche in questa storia è presente una misoginia di antica data che può farsi risalire, attraverso le culture dei&nbsp;</em>conquistadores<em>, a quella letteratura antifemminista che ha uno dei suoi capisaldi nel&nbsp;</em>Corbaccio<em>&nbsp;del Boccaccio. Anche qui il referente è la Bibbia</em>.”</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="107285" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Il volume della Newton è a cura di Claudio Corvino – Corvino per la letteratura antifemminista risale al Trecento per Boccaccio e all’ottavo secolo Avanti Cristo per i libri più datati della Bibbia. L’ottavo secolo è anche il limite temporale inferiore preso in considerazione dalla Carson che in Omero ritrova lo stesso giudizio, pregiudizio, sulle donne: sul loro voler parlare sempre, troppo e male:&nbsp;<em>Ulisse che si risveglia senza vestiti nell’isola dei Feaci nel libro VI dell’</em>Odissea<em>&nbsp;omerica, circondato da urla femminile. “Che chiasso di femmine mi si fa intorno</em>!”.</p>



<p>L’antifemminismo come radice giudaico-cristiana.</p>



<p>Nella leggenda caraibica, presente nella sezione&nbsp;<em>Vecchie storie delle Bahamas</em>&nbsp;ma che delle Bahamas non ha nulla, la storia è questa: Dio creò Adamo ed Eva ed Eva la creò muta. Adamo da principiò non se ne lamentò, poi cominciò a sentirsi troppo solo senza qualcuno con cui poter parlare, o meglio che rispondesse alle sue domande, e Dio per rimediare strappò la coda al primo leprotto a vista e con quello ci fece la lingua per Eva, ma:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“i peli della coda del leprotto le solleticavano il palato e così sputacchiava cercando di liberarsene, e più ci provava, più peli le si attaccavano al palato. Ed ecco perché la lingua delle donne non sta mai ferma.”&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Per quel che vale, da una veloce verifica con un motore di ricerca online non risulta la presenza di leprotti alle Bahamas, ma per un Dio non sarà mica un problema rimediare un leprotto anche se la fauna locale non lo prevede, e ancora meno sarà stato un problema per il curatore di miti&amp;leggende caraibiche di riportarne una che non si capisce cos’abbia di caraibico, o meglio si capisce benissimo che quando un popolo subisce una colonizzazione finisce per perdere anche il ricordo dei suoi miti e delle sue leggende, come osserva Naipaul in&nbsp;<strong><em>Fedeli ad oltranza</em></strong>, per Adelphi:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ma nella nostra isola la popolazione autoctona che conosceva i luoghi sacri fu annientata e, al suo posto, nella colonia-piantagione arrivò gente come noi, i cui luoghi sacri si trovavano in un altro continente.”</strong></p>
</blockquote>



<p>A mia figlia, che ha sei anni, a fine lettura ho chiesto di controllare: “La tua lingua allora è tutta pelosa come la coda di un leprotto?”, e lei: “No!” e giù a ridacchiare. Allo stesso modo avrei potuto chiederle se secondo lei la sua voce assomigliasse più a quella di una gallina, come nel caso di Nancy Astor secondo il collega alla Camera dei comuni sir Henry Channon, o se a quella di Getrude Stein, che secondo una delle sue biografie “Aveva una risata come una bistecca di manzo. Amava il manzo.” Ovvero, per chiederglielo con la Carson, se si sente pronta al fatto che “compito fondamentale della cultura patriarcale dall’antichità ai giorni nostri” è quello di&nbsp;<strong>“associare ideologicamente il suono femminile alla mostruosità, al disordine, alla morte”.&nbsp;</strong>Immagino avrebbe ridacchiato meno.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="536" height="829" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/9788883065255_0_0_536_0_75.jpg" alt="" class="wp-image-107477" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/9788883065255_0_0_536_0_75.jpg 536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/9788883065255_0_0_536_0_75-194x300.jpg 194w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></figure>



<p>Altro inciso: traduttore del testo della Carson per Crocetti è stato Patrizio Ceccagnoli – che è un po’ la versione italiana della voce della Carson. Siccome quanto scritto fin qui si presta fin troppo al risentimento di chi definisce woke chi non ha punto voglia di lasciar dormire il cane dell’egemonia culturale il cui sonno genera già fin troppi mostri mi lascio il pelo dell’uovo sulla lingua, ce l’avrò un po’ di leprotto pure io, e non sollevo la questione sul caso di un libro scritto da una donna a proposito del tentativo perenne dell’uomo di toglierle la parola che viene tradotto da un uomo, al più invito alla lettura dell’aggiornatissimo saggio&nbsp;<a href="https://www.edizioninottetempo.it/it/sensibili"><strong><em>Sensibili</em></strong>&nbsp;di Svenja Flasspöhler, per Nottetempo</a>, che riflette su come “ridefinire i limiti dell’accettabile” con lo scopo di “illuminare la sensibilità nella sua dialettica, in rapporto con la resilienza, in modo da trovare possibili vie d’uscita dalle crisi del nostro tempo”, e che sa destreggiarsi con intelligente equilibrio tra gli opposti estremismi in merito alle questioni di appropriazione-culturale:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Un dubbio analogo investe la possibilità per gli scrittori bianchi di immedesimarsi nella realtà e nella identità dei neri: si sospetta che chi decide di farlo voglia solo trarre profitto da una condizione di oppressione di cui è invece responsabile. Ma per quanto una tale sensibilizzazione possa essere giustificata dalla storia del colonialismo, questa rigidità riporta il gioco post-strutturalista alla fissità dello strutturalismo.”&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Il registro della Flasspöhler nel saggio è di aggiornata e civile e stimolante conversazione, insomma tutt’altro che il “gemito raggelante della Gorgone” o “la voce fatale delle Sirene” o l’atteggiamento della vecchia Iambe “che urla oscenità e si alza la gonna sopra la testa per esibire i suoi organi genitali”, come da copione normalmente assegnato dagli uomini alle donne, convinti di saper parlare, e di aver diritto a parlare, lorsignori, più delle donne perché a differenza delle donne saprebbero tacere.&nbsp;</p>



<p>Gli uomini che se lo raccontano da soli di saper parlare meglio delle donne mi domando se siano poi davvero convinti di deciderlo da sé quando è opportuno tacere e di cosa o se sappiano in cuor loro di star soltanto obbedendo alla consegna del silenzio a cui li sottopone il potere perché gli si conceda. Le donne, estromesse dal potere, vuoi vedere mai che parlano fintanto che ne sono escluse e che per emanciparsi, cioè per godere degli stessi privilegi degli uomini potenti, sono disposte a limitarsi e a obbedire alla stessa consegna, a uniformarsi sull’omertà su cui si fonda il potere e rispetto al quale la letteratura si pone come antipotere poiché non tace ma racconta, e racconta non quel che il potere consente ma esattamente quello che il potere mai vorrebbe che fosse raccontato?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="722" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/sensibili-svenja-flasspohler-722x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107478" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/sensibili-svenja-flasspohler-722x1024.jpg 722w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/sensibili-svenja-flasspohler-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/sensibili-svenja-flasspohler-600x852.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/sensibili-svenja-flasspohler.jpg 761w" sizes="(max-width: 722px) 100vw, 722px" /></figure>



<p>Il rimando è istantaneo all’incipit de&nbsp;<strong><em>Le consapevolezze ultime</em></strong>, di Aldo Busi, per me memorabile quanto quello de&nbsp;<strong><em>Seminario sulla gioventù</em></strong>, questo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Una delle ultime consapevolezze di cui ho fatto bottino, per magro che sia, è che da ragazzo ero affascinato dagli uomini che non parlano perché avevano tutti la pelle cerulea e luminescente e lo sguardo intenso di chi vuole far capire qualcosa senza dire cosa illudendoti, e secondo me illudendosi, che loro lo sapevano, cosa.”</strong></p>
</blockquote>



<p>Agli uomini che a forza di tacere per potersi sentire uomini hanno perso la parola e assieme alla parola la possibilità di conoscere qualcosa di sé stessi, cosa significhi essere uomini per esempio ma mica soltanto una banalità del genere sul genere, non resta che imparare dalle donne come recuperarla, prima che la perdano pure loro, le donne, pur di passare a loro volta dalla parte dei perdenti di successo, di chi per vedersi riconosciuto il diritto al potere della parola deve rinunciare alla parola, accontentandosi così di un potere cheppoi non sarà mai il loro ma di chi tiene presso di sé la parola per meglio dominare chi avrà introiettato la vergogna di aprire bocca.</p>



<p>Mia figlia continuerà a essere chiacchierina o riusciranno a rieducarla suo malgrado a tenere la bocca chiusa per la troppa vergogna si noti la coda pelosa di leprotto che ha per lingua? Da&nbsp;<strong><em>Il genere del suono</em></strong>&nbsp;della Carson:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Era un assioma della antica teoria medica greco-romana e delle coeve dispute di anatomia che la donna avesse due bocche. (…) Entrambe le bocche forniscono accesso a una cavità protetta da labbra che è meglio tenere chiuse.”</strong></p>
</blockquote>



<p>E il bambino-suo-primo-amore resisterà alla pressione sociale per cui se vuole diventare uomo dovrà imparerà a tacere altrimenti dovrà sentirsi messo in fila con “Le donne, i catamiti, gli eunuchi e gli androgini”, ovvero tra coloro i cui “suoni sono sgradevoli da sentire e mettono a disagio gli uomini”, quegli uomini-veri che pur di sentirsi in prossimità del feticcio della virilità autorizzata diventeranno taciturni, inautentici, silenziosi, muti come Iddio creò Eva quel dì lontano laggiù alle Bahamas?</p>



<p>O come tutti per potersi illudere di piacere dovranno dispiacersi e basta, a partire da sé stessi, per la goduria del potere che è principalmente quello di non far provare piacere agli altri incapace com’è di saperne provare lui?&nbsp;</p>



<p><strong>antonio coda&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p><em>*In copertina: Guercino, studio di volto, XVII secolo</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/donne-voce-antonio-coda/">Il leprotto delle Bahamas, ovvero: perché le donne (non) devono tenere la bocca chiusa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/studymouthsnosesmlm52139396236v0001-1024x726.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Preferendo il nulla: vita di Francesca Nobili Spada, una “madre-incendio”. Dialogo con Fuani Marino</title>
		<link>https://www.pangea.news/fuani-marino-francesca-nobili-spada/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 05:08:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizia Sabbatini]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Nobili Spada]]></category>
		<category><![CDATA[Fuani Marino]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[maternità]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=106693</guid>

					<description><![CDATA[<p>Nessuno riporta in vita Alcesti, in questa storia. In questa storia – ri-velata da Fuani Marino ne La resa (De Nigris Editore) –, Alcesti è una donna partenopea. È Francesca Nobili Spada.   La tragedia: Venerdì Santo del 1961, 31 marzo. Nella casa ai Camaldoli di Napoli – punto più elevato della città, che ne ospita il rinascimentale eremo – [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fuani-marino-francesca-nobili-spada/">Preferendo il nulla: vita di Francesca Nobili Spada, una “madre-incendio”. Dialogo con Fuani Marino</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nessuno riporta in vita Alcesti, in questa storia. In questa storia – ri-velata da <strong><a href="https://www.ibs.it/francesca-nobili-spada-resa-libro-fuani-marino/e/9791281105508?utm_source=google&amp;utm_medium=cpc&amp;utm_campaign=PMax_Shopping_Libri_Varia&amp;gad_source=1&amp;gad_campaignid=17424008135&amp;gbraid=0AAAAAD_hDDE_M1DCHRjP9Ri_epbMXG9U3&amp;gclid=EAIaIQobChMI0ITRt6aXkwMVdZCDBx2KPxPDEAQYASABEgIeWfD_BwE">Fuani Marino ne <em>La resa</em> (De Nigris Editore)</a> </strong>–, Alcesti è una donna partenopea. È Francesca Nobili Spada.  </p>



<p>La tragedia: Venerdì Santo del 1961, 31 marzo. Nella casa ai Camaldoli di Napoli – punto più elevato della città, che ne ospita il rinascimentale eremo – Francesca abdica alla vita.&nbsp;</p>



<p>Madre di quattro figli, è giornalista, ha quarantacinque anni.&nbsp;</p>



<p>La messinscena – euripideo-napoletana – la vede circondata di fiori, fasciata di bianco, infarcita di farmaci. Nell’ora dell’impoetico gesto, si affida alla poetica di Rainer Maria Rilke. Alla sua&nbsp;<em>Alcesti</em>.&nbsp;</p>



<p>Alcesti – moglie che s’offre di morire al posto del marito.&nbsp;</p>



<p>Alcesti – antieroina che soffre, velata in un arcano.&nbsp;</p>



<p>Alcesti – un<em>&nbsp;mistero napoletano</em>.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="424" height="566" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/9791281105508_0_0_424_0_75.jpg" alt="" class="wp-image-106694" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/9791281105508_0_0_424_0_75.jpg 424w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/9791281105508_0_0_424_0_75-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 424px) 100vw, 424px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong>Fuani, chi è Francesca Nobili Spada? Perché la tua scelta è ricaduta su di lei per questa “Meridiana”?</strong></p>



<p>Non appena la curatrice della collana Isabella Pedicini mi ha invitata a far rivivere una donna del sud, e nonostante avessi letto&nbsp;<em>Mistero napoletano</em>&nbsp;molti anni prima, la mia scelta è ricaduta istintivamente su di lei. Forse perché è una donna scomoda, come lo sono io e come lo è anche Napoli, e mi era rimasta dentro, in profondità, per via dei tanti punti di contatto fra di noi: anche Francesca Nobili Spada è stata una giornalista e per certi versi una madre mancata – dei suoi quattro figli di fatto non ne crescerà nessuno, né i primi due che non poté riconoscere per l’allora diritto di famiglia, né quelli nati dall’unione con Renzo Lapiccirella, ancora piccoli quando si toglierà la vita.</p>



<p><strong>Nella tua ricostruzione di questo&nbsp;<em>mistero napoletano</em>, quanto è rilevante la commistione fra la donna realmente esistita e il personaggio letterario del romanzo di Ermanno Rea?&nbsp;</strong></p>



<p>Sicuramente molto. Scrivendo autofiction sono sempre affascinata dallo scarto fra realtà e finzione, fra persona realmente esistita e personaggio. Lo stesso Rea ne era ossessionato al punto da renderla protagonista non solo di&nbsp;<em>Mistero napoletano&nbsp;</em>ma anche del successivo&nbsp;<em>La comunista</em>.&nbsp;</p>



<p><strong>Francesca Nobili Spada si inserisce in un canone di antieroine che va da Anna Karenina a Emma Bovary – scrivi –, fino a Sylvia Plath, Marina Cvetaeva – aggiungo. Quale lettura dai a quello che definisci il loro “incedere incerto”?</strong></p>



<p>Direi che non m’interessano né riesco ad appassionarmi ad autrici e personaggi lineari, che non cadono né si sabotano per via della loro stessa natura.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="106315" class="wp-block-banner-post"></div>



<p><strong>A questo canone, aggiungo ancora un nome – Fuani Marino. La radicale lucidità degli ultimi attimi di Francesca Nobili Spada rievoca quella che pervade le prime pagine del tuo autobiografico&nbsp;<em>Svegliami a mezzanotte</em>. Esiste una mistica prossimità tra Francesca e Fuani?</strong></p>



<p>Come ho detto è una donna che sento affine, una donna difficile, vittima di se stessa, che nella redazione dell’“Unità” qualcuno definiva “maculata”, nel senso di macchiata, per via delle sue scelte personali.</p>



<p><strong>La maternità travagliata – altro tema nodale per i personaggi femminili di cui sopra e di questa storia. Quanto conta nella scelta finale – “madre-incendio” si dice lei – di Francesca?&nbsp;</strong></p>



<p>Pur essendo stata in vita una combattente – amava definirsi “una cattiva madre pazzamente innamorata dei suoi figli” – alla fine Francesca Nobili Spada si arrende, ma lo fa in modo scenografico e per certi versi spettacolare, allestendo per se stessa una camera mortuaria, quasi fosse una vittima sacrificale del proprio tempo.&nbsp;</p>



<p><strong>Questo libro racchiude – mistero nel mistero – anche la trama di un libro introvabile,&nbsp;<em>Nell’acquario di Angiporto galleria</em>. Perché è considerato il romanzo-testamento di Francesca Nobili Spada?</strong></p>



<p>È un romanzo postumo, che Francesca scrisse in vita durante i suoi anni di attività all’interno della redazione e del partito. “Ci siete dentro tutti”, intimava ai suoi compagni e allo stesso Rea. Molti anni dopo sarà la figlia Viola Lapiccirella a darlo alle stampe scrivendone la prefazione.</p>



<p><strong>Infine, Fuani, cos’è per te,&nbsp;<em>la resa</em>?</strong></p>



<p>Smettere di cercare e combattere per il proprio posto nel mondo, preferendo lasciarlo e quindi, per certi versi, preferendogli il nulla.</p>



<p><strong>Fabrizia Sabbatini</strong></p>



<p>***</p>



<p>“Nessuno è a lui compenso. Io solamente.<br>Io lo sono. Perché nessuno è al fine&nbsp;<br>come me. Cosa resta a me di quello&nbsp;<br>ch’ero qui, cosa resta oltre il morire?<br>Lei non ti ha detto nel mandarti a noi&nbsp;<br>che quel giaciglio che di là ci aspetta&nbsp;<br>è d’oltretomba? Io già presi commiato,&nbsp;<br>io presi ogni commiato.<br>Nessun morente più di me, che vengo&nbsp;<br>perché tutto, sepolto sotto quello&nbsp;<br>che è il mio sposo, svanisca, si dissolva.<br>Prendimi dunque: prendimi per lui.”<a href="applewebdata://291FC55E-9F5A-46C8-AB34-A69BDBB5EA90#_ftn1"><sup>[1]</sup></a></p>



<p>Rainer Maria Rilke –<em>&nbsp;Alcesti&nbsp;</em></p>



<p><em>*“Meridiane – storie ritrovate delle donne del Sud” è una collana curata da Isabella Pedicini (De Nigris Editore) che rintraccia e riscopre le voci femminili del Meridione attraverso i racconti firmati da giovani autrici contemporanee. </em></p>



<p><em>In copertina: Nicola Samorì, Maddalena, 2010</em></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="applewebdata://291FC55E-9F5A-46C8-AB34-A69BDBB5EA90#_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>&nbsp;Traduzione di Giaime Pintor (Rainer Maria Rilke,&nbsp;<em>Poesie</em>, Einaudi).&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fuani-marino-francesca-nobili-spada/">Preferendo il nulla: vita di Francesca Nobili Spada, una “madre-incendio”. Dialogo con Fuani Marino</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/041-794x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Le malizie che ho in serbo per te non possono aspettare”. Le grandi donne della poesia persiana</title>
		<link>https://www.pangea.news/poesia-persiana-femminile-donne/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jun 2025 04:17:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Jahan Malek Khatun]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura femminile]]></category>
		<category><![CDATA[Mahsati]]></category>
		<category><![CDATA[Motrebeh]]></category>
		<category><![CDATA[poesia persiana]]></category>
		<category><![CDATA[Rabe&#039;eh]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=104026</guid>

					<description><![CDATA[<p>Sui rapporti tra la poesia occidentale e quella persiana bastano – in irragionevole sintesi – tre momenti miliari. Il primo è la composizione del&#160;Divan&#160;di Goethe, rifacimento-reinvenzione del canzoniere di Hafez, il leggendario poeta sufi. Oltre alle poesie – tra le più alte scritte da Goethe – merita il commento&#160;Per una migliore comprensione, che è poi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/poesia-persiana-femminile-donne/">“Le malizie che ho in serbo per te non possono aspettare”. Le grandi donne della poesia persiana</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Sui rapporti tra la poesia occidentale e quella persiana bastano – in irragionevole sintesi – tre momenti miliari. Il primo è la composizione del&nbsp;<em>Divan</em>&nbsp;di Goethe, rifacimento-reinvenzione del canzoniere di Hafez, il leggendario poeta sufi. Oltre alle poesie – tra le più alte scritte da Goethe – merita il commento&nbsp;<em>Per una migliore comprensione</em>, che è poi la folle ricerca della poesia “ingenua”, di una poesia, cioè, che danzando&nbsp;<em>ascende</em>. Quanto all’importanza della traduzione delle&nbsp;<em>Rubaiyat of Omar Khayyam</em>&nbsp;ad opera di Edward FitzGerald – modesto poeta in proprio – ha scritto un mirabile testo Jorge Luis Borges, raccolto in&nbsp;<em>Altre inquisizioni</em>. Come si sa – a proposito di persiane voluttà letterarie – Borges riteneva&nbsp;<em>Le mille e una notte&nbsp;</em>alla stregua di un testo sacro: nella mitica ‘Biblioteca di Babele’ edita da Franco Maria Ricci ne propose alcuni estratti, tratti dalla versione dell’orientalista francese Antoine Galland e da quella dell’esploratore britannico Richard Francis Burton (noto traduttore del&nbsp;<em>Kamasutra</em>, tra l’altro). Benché la Russia, per prossimità asiatica, sia un mondo a parte, vanno menzionate come emblema le “imitazioni” dal Corano di Aleksandr Puškin. Da lì in poi, dal pieno Ottocento, l’Oriente dei sogni, la Persia immaginata, l’Egitto metafisico, un esotismo da metropoli diventerà moda: da Delacroix a Jean-Léon Gérôme, da Lawrence Alma-Tadema ad Alberto Pasini, è tutto un infuriare di odalische e di Sfingi, di tigri, cammelli e muezzin, di arabie felici e di arabeschi. Su tutto, la nudità ostentata, la danza dei sette veli, il settimo cielo della poligamia – quel connubio salace tra eleganza e sangue. Shahrazād come il solo Eden plausibile.&nbsp;</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="97750" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Ma queste sono cose che, tutto sommato, si sanno. Si conosce meno, invece, l’influenza che nel vasto impero persiano, sotto egida islamica – che significa, oltre all’attuale Iran, l’Iraq e l’Azerbaigian, l’Afghanistan e l’Uzbekistan e larghe fette di Turchia –, hanno avuto le donne. In un libro pubblicato da Penguin nel 2021,&nbsp;<strong><a href="https://www.amazon.it/Mirror-My-Heart-Thousand-Persian/dp/0143135619" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>The Mirror of my Heart</em>, Dick Davies</a></strong>&nbsp;– già traduttore di Hafez, Firdusi e Attar – ha raccolto “Mille anni di poesia persiana femminile”. La pioniera di queste poetesse, Rabe’eh, è vissuta nell’attuale Afghanistan un millennio fa; l’ultima antologizzata, Fatemeh Ekhtesari, è nata a Kashmar, in Iran, nel 1986. Di quel ciclo – a suo modo entusiasmante – ci siamo soffermati sui primi secoli di poesia persiana femminile, traducendo, a mo’ di mero esempio, alcuni frammenti lirici.&nbsp;</p>



<p>Diversamente dagli uomini, le poetesse persiane osano temi lascivi, mettono in piena luce il corpo, le voglie della carne. Il cliché della mistica islamica – il rapporto d’amore con l’Amato, che ha sublimi riscontri, nella nostra tradizione, nel&nbsp;<em>Cantico dei cantici</em>&nbsp;– svela i propri umori, i sentori del corpo sfatto, che muore dell’amore, senza velature d’assoluto. Il sensuale domina sul sentimentale; il dettaglio – anche lubrico – emerge sul pendaglio teologico. Il vino è davvero vino, la coppa è la coppa, le labbra sono labbra, senza roseti né roveti ardenti a foraggiare di simboli la tracotante nudità. Chi scrive, genericamente, è donna d’alti natali, la cui ‘fortuna’ l’ha portata a essere dama o scriba presso le corti dei timuridi, dei mongoli o dei moghul. Spesso questa donna è andata in sposa a un alto funzionario: di matrimoni infelici sono costellati questi canzonieri che però – per la sottile arte del pudore, esteticamente eccelsa – non sfociano mai nella ‘confessione’; vi si accede attratti da uno spiraglio, da un sibilo, da una mera malignità confitta tra le fessure. Tuttavia, questa donna godeva della libertà di poter scrivere e studiare, sapeva primeggiare, per statura lirica, sui poeti dell’altro sesso – contemplava, tradiva, fuggiva da una vita vana, dalle censure della consuetudine.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="653" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/91U-51ar9YL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-104027" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/91U-51ar9YL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 653w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/91U-51ar9YL._AC_UF10001000_QL80_-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/91U-51ar9YL._AC_UF10001000_QL80_-600x919.jpg 600w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></figure>



<p>Le vite di queste donne divennero, con rapidità di falco, leggenda; dal presunto libertinaggio di alcune di loro cagliarono poemi. Per certi lati, la storia, miracolosa, di queste donne è paragonabile a quella delle cortigiane giapponesi di epoca Heian: Murasaki Shikibu, Sei Shonagon e le altre, che da un mondo di paraventi hanno tratto un’intera letteratura. A differenza di queste, le poetesse persiane non subiscono la reclusione – semmai, un esilio del comprendere, le perpetue trappole del frainteso – e il loro lignaggio si attua nei secoli, costituisce un’audace discendenza. Alla vacuità delle giapponesi – a quell’irredento senso di nostalgia che pervade i loro scritti, alla taciuta ferocia – le persiane sostituiscono la pienezza d’amore, il rimorso, semmai, l’imperio dell’ira. Non è un caso se alcune donne che hanno sconvolto i salotti francesi degli ultimi secoli provengano dal Caucaso: Mademoiselle Aïssé e Banine. In queste donne, allo stesso modo, il gusto per il pettegolezzo si fonde all’arte della caccia: restano donne di deserti, di pronunciate pianure, di palazzi sulla soglia del miraggio, della calura che stenua in sfinge ogni ombra, fiere del loro essere fiera. Non attendono l’Amato con l’ansia patologica del mistico: pretendono una notte d’amore, pretendono tutto – e poi, prima di dimenticarlo, lo sorprendono spiccandogli una ciocca di capelli. Sanno che ogni notte ha il suo dio che muore – un nuovo dio, in bocciolo, sorgerà, all’alba.&nbsp;</p>



<p>***</p>



<p><strong>Rabe’eh</strong></p>



<p>(X secolo)</p>



<p><em>Discendente di Arabi, il padre ebbe importanti uffici a Balkh, nell’attuale Afghanistan. Pioniera della poesia persiana, fu “donna superiore agli uomini in talento, di acuminata tempra, intraprendente nel gioco dell’amore”, come narra una cronaca dello storico Muhammad Aufi (XIII secolo). Di lei si fece presto leggenda; la più nota – che diede avvio a poemi e romanzi – narra del suo amore per uno schiavo, Bektash. La relazione fu scoperta dal fratello di Rabe’eh, che le tagliò i polsi lasciandola, agonizzante, su una chiatta. Lo schiavo si vendicò, uccidendo il fratello di Rabe’eh per poi uccidersi a sua volta. Piuttosto, i versi d’amore di questa donna singolare sono stati letti come l’impresa di una via mistica.&nbsp;&nbsp;</em></p>



<p>Ho bevuto con il mio amore stanotte per sapere<br>se fosse davvero lui il mio amore. Libera dal dolore<br>e dal terrore, mi sono seduta al suo fianco e gli ho chiesto:<br>“Mio dio, almeno stanotte annienta le chiavi del mattino”.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Il suo amore mi ha catturato ancora –&nbsp;<br>ho lottato ferocemente, invano.&nbsp;<br>(A dire il vero, mi ha insegnato<br>che non si può nuotare nell’infinito<br>oceano dell’amore. Per avere amore<br>devi accettare ciò che per istinto rifiuti.<br>L’obbrobrio sia per te magnificenza<br>inghiotti il veleno come fosse miele).<br>Ho scosso la testa per liberarmi<br>ma il cappio, infallibile, si stringe<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;sempre di più.&nbsp;</p>



<p>**</p>



<p><strong>Mahsati</strong></p>



<p>(1089 ca. – 1159)</p>



<p><em>Visse nell’attuale Azerbaigian, scriba di corte al servizio del sultano selgiuchide Ahmed Sanjar. Nelle sue quartine non sono alieni i temi lascivi, le intemperanze di una impenitente libertina. Le furono ascritte innumeri e tormentate storie d’amore; il suo nome d’arte, Mahsati, significa “Signora della luna”.</em></p>



<p>C’è un mondo per chi ama le pietre preziose:<br>i poeti scelgono un mondo diverso per impreziosire i loro scranni.<br>L’uccello che inghiotte il magico grano dell’amore vive su un altro piano:<br>il suo nido è al di là dei mondi, ignora la ricchezza, disprezza la fama.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Vieni, ho preparato un’alcova dove potremo giacere:<br>sopra tappeti preziosi si spalanca il nostro rifugio perfetto.&nbsp;<br>Ho preparato la carne e il vino, te li voglio servire:<br>il vino sono i miei occhi – mangerai il mio cuore straziato.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>L’amore addomestica il leone, lo costringe<br>alle sue tane – è un oceano di meraviglie rare.&nbsp;<br>A volte, le sue deliziose vie allietano la nostra anima<br>altre volte il vento sparge un cupo sentore di sangue.</p>



<p>*</p>



<p>Non sei molto intelligente, uomini come te non sono<br>usi ai consueti codici dell’amore – mio volubile<br>amico, sono felice che tu abbia passato la notte&nbsp;<br>con me: spero di non dimenticarti domattina presto…</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/CUR418-W-A2-only_2000x-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-104028" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/CUR418-W-A2-only_2000x-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/CUR418-W-A2-only_2000x-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/CUR418-W-A2-only_2000x-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/CUR418-W-A2-only_2000x-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/CUR418-W-A2-only_2000x-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/CUR418-W-A2-only_2000x-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/CUR418-W-A2-only_2000x.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>**</p>



<p><strong>Motrebeh</strong></p>



<p>(XII secolo)</p>



<p><em>Nulla si sa di questa donna se non che visse presso la corte di Nishapur. Il suo nome ne identifica la professione, significa: “donna sapiente nelle arti musicali”.&nbsp;</em></p>



<p>Gli ho detto: “Il mio cuore desidera un bacio”.<br>Disse: “Un bacio ti costerà l’anima”.&nbsp;<br>Il mio cuore mi ha stretto all’angolo<br>sussurrando: “L’offerta è ottima, accetta!”.&nbsp;</p>



<p>**</p>



<p><strong>Fatemeh Khorsani</strong></p>



<p>(morta nel 1246)</p>



<p><em>La frivolezza che promana dalle poesie di Fatemeh è in contrasto con la sua biografia, tragica. Catturata durante una razzia dei Mongoli in Corasmia, diventò intima della potente regina Töregene Khatun. Alla sua morte, fu accusata dalla corte mongola di tradimento e di stregoneria e uccisa dopo lenta tortura.&nbsp;</em></p>



<p>Le malizie che ho in serbo per te non possono<br>aspettare, priva di te ogni piacere mi è negato…<br>Tu sei fonte di vita eterna, ma, proprio<br>come il sacro fiume, resti invisibile ai miei occhi.&nbsp;</p>



<p>**</p>



<p><strong>Jahan Malek Khatun</strong></p>



<p>(XIV secolo)</p>



<p><em>È l’autrice di uno dei più poderosi ‘divan’ redatti da mano femminile: le oltre 1500 poesie del suo canzoniere costituiscono, in fondo, la lirica, sgargiante autobiografia di Jahan Malek Khatun, una testimonianza unica nel Medioevo persiano. Figlia di Masud Shah, reggente di Shiraz, ebbe educazione di principessa. Alla morte del padre, subì le scosse della successione: per alcuni anni fu esiliata, salvo rientrare a Shiraz, dove morì. La sua vita fu lacerata dalla morte della figlia, neonata, a cui dedicò un commosso ciclo di versi.&nbsp;</em></p>



<p>Mi chiedi come sto – come sto senza di te, amore?<br>All’alba gli occhi, nottambuli, arretrano nel sangue.&nbsp;</p>



<p>Mi hai abbandonato – mi hai insanguinato il cuore.&nbsp;<br>Mi hai lasciato cadere dagli occhi come lacrime.&nbsp;</p>



<p>Con noncuranza, le tue ciglia hanno ingabbiato il mio<br>cuore: sono prigioniera dei tuoi lunghi capelli.&nbsp;</p>



<p>Aveva statura e grazia: era bello come la prima lettera.<br>La sua assenza mi ha reso vedova del mio nome</p>



<p>una donna votata alla follia.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Sulla morte della figlia, neonata</em></p>



<p>Nessuna droga può placare il mio cuore<br>il marchio del dolore non si leverà mai.<br>Il mio cuore non si stancava della tua presenza<br>ora vive della tua continua assenza.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Ho giurato di non vederlo mai più:<br>come una Sufi, annienterò le tentazioni;<br>so che la mia natura può farlo:<br>per ora, rinuncerò alla rinuncia.</p>



<p>**</p>



<p><strong>Mehri</strong></p>



<p>(XV secolo)</p>



<p><em>Dama di corte a Samarcanda, fu confidente della regina timuride Goharshad. Visse in epoca florida, munifica per i poeti. La regina – che l’amava – obbligò Mehri a sposare il chirurgo di corte, un uomo molto più anziano di lei: di qui le poesie che ostentano infelicità coniugale, il corpo che sfiorisce, la fiacca sessualità.&nbsp;&nbsp;</em></p>



<p>Una giovane donna che va in sposa a un vecchio<br>avrà – finché non sarà vecchia – ogni felicità negata.<br>Meglio una freccia piantata nel fianco<br>dicono, che avere un vecchio al fianco.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Dormiamo insieme e non mi sazi<br>ti parlo e i tuoi silenzi mi sfiancano.<br>Ho sete: dici di essere la fonte della vita –&nbsp;<br>dov’è allora, per amor di Dio, l’acqua che mi neghi?</p>



<p>*</p>



<p>Mi chiese di baciarmi le labbra: già, ma<br>quali labbra, quelle di sopra o quelle di sotto?</p>



<p>*</p>



<p>Non farti ingannare dalle belle parole –&nbsp;<br>le belle parole sono quelle che la balia<br>elargisce al bambino quando non ha più latte.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Nessuna notte è più breve<br>di quelle trascorse con te:<br>appena prendi a svestirmi<br>il sole comincia a sorgere.&nbsp;</p>



<p>**</p>



<p><strong>Zaifi Samarqandi&nbsp;</strong></p>



<p>(XV secolo)</p>



<p><em>Nulla si sa di questa donna capace di esprimere in versi intrisi d’ira l’infelicità del suo amare. Nel nome è forse celata la provenienza della sua famiglia, Samarcanda.&nbsp;</em></p>



<p>Il mio amore è nulla per me – ormai è tardi…<br>vecchio flaccido sciocco sei in uno stato pietoso<br>e minacci di prendermi a botte?&nbsp;<br>Ma se non hai nemmeno la forza di reggerti in piedi!</p>



<p>*</p>



<p><strong>Ofaq Jalayer</strong></p>



<p>(XVI secolo)</p>



<p><em>Figlia dell’alta aristocrazia timuride, Ofaq Jalayer andò in sposa al governatore di Qom. Seguì il marito nei suoi continui spostamenti – di cui ricaviamo tracce nel pur scarno canzoniere –, terminando i suoi giorni presso la corte del Gran Mogol Babur, il fondatore della dinastia Moghul.&nbsp;</em></p>



<p>Te l’ho promesso: non berrò più vino&nbsp;<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;mio nobile cipresso –&nbsp;<br>Tuttavia tu non hai promesso, non rinuncerai<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;a darmi il vino dalla tua bocca.&nbsp;</p>



<p>*<br>Cos’è questo chiacchierare di esilio<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;come fosse un incantesimo?<br>La tua casa è dove sei felice<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;in qualunque luogo essa sia.</p>



<p>**</p>



<p><strong>Dusti</strong></p>



<p>(XVI secolo)</p>



<p><em>Nulla si sa di Dusti, donna che eccelle nel ferreo lamento, se non il nome del padre, Darvish Qayam Sabzevari.</em></p>



<p>La luna ha i capelli spettinati e io<br>mi sono innamorata dell’eresia di un infedele.</p>



<p>O amico, che straziante dolore l’amore –&nbsp;<br>una volta che ti ha catturato, non c’è scampo</p>



<p>non c’è senso né logica nell’amore<br>a entrambi devi rinunciare – Dusti&nbsp;</p>



<p>ha pianto lacrime come le nuvole a primavera<br>ora non piange più: ha pianto troppo.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/poesia-persiana-femminile-donne/">“Le malizie che ho in serbo per te non possono aspettare”. Le grandi donne della poesia persiana</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/Dancer_with_Castanets_-_Late_18th-Early_19th_Century_Persian_Painting_Museum_of_Georgia_-_Tbilisi_-_Georgia_18899050625-1024x768.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Sentivo il suo dramma: tutte le verità ch’ella avrebbe voluto dirmi, e mi aveva taciute”. Ada Negri &#038; Eleonora Duse</title>
		<link>https://www.pangea.news/eleonora-duse-ada-negri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Sep 2024 04:03:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Ada Negri]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Eleonora Duse]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Marilena Garis]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Peratoner]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=101047</guid>

					<description><![CDATA[<p>A distanza di diciassette anni dal primo e unico incontro con Eleonora Duse, avvenuto presso la sua abitazione milanese, la scrittrice Ada Negri fece visita al suo sepolcro presso il cimitero di Asolo. In una breve prosa, titolata Chiesa di Sant’Anna, parte della raccolta Erba sul sagrato, consegnò al verbo il significato di quel ritorno, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/eleonora-duse-ada-negri/">“Sentivo il suo dramma: tutte le verità ch’ella avrebbe voluto dirmi, e mi aveva taciute”. Ada Negri &#038; Eleonora Duse</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>A distanza di diciassette anni dal primo e unico incontro con Eleonora Duse, avvenuto presso la sua abitazione milanese, la scrittrice Ada Negri fece visita al suo sepolcro presso il cimitero di Asolo.</strong> In una breve prosa, titolata <em>Chiesa di Sant’Anna</em>, parte della raccolta <em>Erba sul sagrato</em>, consegnò al verbo il significato di quel ritorno, fissando un’immagine della celeberrima attrice che resta sospeso tra la vita e la morte. La lirica oscilla tra il freddo vuoto lasciato dalla compianta amica, in un luogo dove le pietre, i pini, i fiori secchi, la lastra del sepolcro e il silenzio tombale del campo santo parlano di una infinita assenza, e la vivida immagine di una Eleonora – vecchia, consumata dalla tisi ma ancora viva – si muove tra i viottoli della amata cittadina, come un’ombra, a cercare il banco della chiesa su cui inginocchiarsi, di fronte al ligneo crocifisso della chiesa di Sant’Anna, eterna custode del luogo in cui ora riposa. Facciata nuda e bassa, povera, d&#8217;un grigio scuro, sorvegliata da due cipressi. Qualche scalino e si sale al sagrato, intimo e solenne, nella sua umiltà. Qui, sulla destra, campeggia una lastra di pietra che riporta le parole di Ada Negri:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Quando, ad Asolo, Eleonora Duse si nascondeva in solitudine</strong><br><strong>veniva quasi ogni giorno a Sant&#8217;Anna a pregare.</strong><br><strong>Un banco presso l&#8217;altare, a sinistra.</strong><br><strong>Là ascoltava la messa, là pregò e pianse.”</strong></p>
</blockquote>



<p>Del commiato della Duse da questo mondo, la scrittrice disegna un’immagine malinconica, solitaria, ma completamente integrata con il luogo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Erba, dunque, e terra che i piedi di lei,</strong><br><strong>stanchi di tante strade ma ancor leggeri nel passo,</strong><br><strong>sfiorarono quand&#8217;ella veniva alla chiesetta a pregare:</strong><br><strong>solo sicuro rifugio che le fosse rimasto,</strong><br><strong>verso il termine d&#8217;una vita così misera nella gloria”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Le intense suggestioni di quell’incontro milanese rivivono già dai primi passi mossi dopo aver varcato il cancello del luogo sacro, quando i piedi si appoggiano a terra e, sprofondando un poco, fanno strepitare la ghiaia. Il fragore delle pietre, che sfregano l’una sull’altra, squarcia il muto linguaggio dei morti, ne ridesta il cieco istinto per i premonitori segni e, già da quel rumore, come un’animale acuto che indugia in un vigile sonno, la Duse pare come avvertita dell’arrivo dell’amica e le prepara un’accoglienza fatta di ricordi intensi, di pensieri chiari, di parole che sono (state) dette, ma si tacciono. Avvicinandosi al sepolcro, Ada ricorda che le loro anime “si toccavano, si esploravano, senza che nulla ne trasparisse”, e bisbiglia, tra sé: <strong>“entrambe forse avremmo parlato, ci saremmo confessate, se la mia giovane figlia non si fosse trovata con noi. Ma forse no. Forse si dice di più, tacendo”.</strong> Scossa da quel benevolo sotterfugio, sta ora irrigidita nelle gambe in un ossequioso <em>attenti</em>, perpendicolare alla lastra mortuaria. Lo sguardo, smarrito nel caleidoscopico labirinto del granito, cerca un’uscita e cade su una coppia di dalie appassite che coprono un poco il nome scandito dai caratteri bronzei, ossidati dall’acqua e dal vento. Un rimorso, dello stesso color ruggine di alcuni petali, le si muove nel petto.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="400" height="527" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/TIMEMagazine30Jul1923.jpg" alt="" class="wp-image-101048" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/TIMEMagazine30Jul1923.jpg 400w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/TIMEMagazine30Jul1923-228x300.jpg 228w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></figure>



<p>Ada Negri ricorda il grande mazzo di rose che la Duse le portò in dono il giorno della sua visita e si vergogna dell’imperdonabile dimenticanza, di non aver avuto lo stesso scrupolo di portarle dei fiori freschi.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Nella gioia, nell’ansia di venire, ho scordato di portar qualche fiore con me. Come ho potuto, dopo tanto desiderio e tanta attesa, accostarmi a questa tomba senza neppure un fiore? Come ho fatto a non pensarvi? […] Curvo la testa, faccio un segno della croce, chiedo in cuore perdono a colei che, qui sotto, non è più per me la Duse vivente, vecchia e stanca ma vivente, della chiesetta di Sant’Anna: è una grande e solidissima morta, senza fiori freschi sulla lapide”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Con quelle rose antiche, apertesi la sera del loro incontro in un tripudio di boccioli variopinti e profumati, Eleonora Duse le aveva recapitato un ultimo messaggio:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“In quel fantastico splendore, che nascondeva tante spine io non sentivo solo la presenza della Duse: sentivo il suo dramma: tutte le verità ch’ella avrebbe voluto dirmi, e mi aveva taciute”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Eterna ed immobile è l’immagine della Negri che distende il pensiero e si abbandona ad osservare l’incontro tra lo spirito della defunta che, evaso dal suo sepolcro, ne emerge leggermente e se ne affranca, per appoggiarvisi a rimirare la maestosa bellezza del paesaggio circostante:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Distolgo gli occhi. La cappella arborea è aperta verso il respiro della vallata: m’affaccio alla cornice verdebruna entro la quale, dall’ultima linea dell’orizzonte, si profila il tremendo massiccio del Grappa. La tomba di Eleonora gli si rivolge incontro, e fin che duri il mondo lo guarderà. È morta così sola! Non ha bisogno, in terra, d’altra compagnia”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Era stata lei stessa ad eleggere Asolo ad asilo della sua vecchiaia e a sua ultima dimora terrena. Incastonato tra il Grappa e il Montello, quel paesino di merletti e poesia la incantava con la sua bellezza e con la sua vicinanza alla tanto amata Venezia; la rallegrava infinitamente il calore dei buoni amici che vi trovava e qui volle essere seppellita.</p>



<p>A chi desideri ripercorrere i passi della scrittrice, nel mistico luogo del racconto, parrà di scorgere la forma nera della Duse che varca la soglia della sua dimora cinquecentesca e si dirige verso il sagrato di Sant’Anna, verso quel banco presso l’altare della chiesa, dove si raccoglie in ginocchio, col viso fra le mani. E se incombe il desiderio di ridare un volto a quella magnifica donna, non è difficile imbattersi in una sua celebre fotografia in bianco e nero, dov’è immortalata mentre fissa qualcosa in alto, alla sua destra, a cercare risposte – più che oggetti, cose, misure o architetture del mondo. Quello sguardo, intriso dell&#8217;incanto della recitazione, pregno della celebrazione dei sentimenti in cui visse immersa, come in un esercizio di esistenza, come in un palcoscenico di emozioni da restituire altrove, parla di infinito altruismo, dialoga ancora con l’osservatore, restituendogli ciò che lei era – davvero. <strong>Coraggiosa eroina del suo tempo, sfiancata dalle disavventure esistenziali procurate dal suo perenne volgersi al prossimo, fu donna di intensa originalità e la sua dipartita lasciò nella poetessa Ada Negri un inconsolabile sconcerto.</strong> In Gabriele D’Annunzio, sfuggente figliol prodigo di un amore sciupato, sacrificato alla fama, mondato dal tradimento, che in larga misura contribuì alla disfatta di lei, la notizia della sua fine mosse queste celebri parole: “È morta quella che non meritai”.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="98044 " class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Il potere occulto della fotografia consegna all’occhio il volto della Duse. Il cuore di chi lo osserva freme, insieme a lei, e sigilla il ricordo indimenticabile del mistero in cui talvolta si conciliano, inspiegabilmente, misure umane contrastanti, capaci di sospingere un uomo così pieno di sé – come il vate – sull’orlo del pentimento, nell’allegorico confessionale da lui stesso approntato con quelle parole.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="750" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/ada-negri-poesie1-1556633412-750x1024.jpg" alt="" class="wp-image-101051" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/ada-negri-poesie1-1556633412-750x1024.jpg 750w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/ada-negri-poesie1-1556633412-220x300.jpg 220w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/ada-negri-poesie1-1556633412-768x1049.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/ada-negri-poesie1-1556633412-600x819.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/ada-negri-poesie1-1556633412.jpg 791w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /><figcaption class="wp-element-caption">Ada Negri (1870-1945)</figcaption></figure>



<p><strong>Da quel volto straripano i tratti d’una tempestosa vita interiore: umili e fieri, severi e compassionevoli, granitici e fragili, fantasiosi e pragmatici.</strong> Esitanti simmetrie trovano a stento un temporaneo equilibrio, immortalato dallo scatto, per poi precipitare rovinosamente immediatamente dopo. Nel tormento dell&#8217;incertezza si consumano le vite di chi non è abbastanza accidioso da fluttuare sui fondali, né abbastanza libero da levarsi in cielo. Arrancano, appese in una violenta e spasmodica ascensione per guadagnare il crinale da cui tutto si può osservare. Se quel luogo Eleonora mai raggiunse in vita, da un secolo ormai, lo osserva nella cima del Grappa.</p>



<p><strong><em>Riccardo Peratoner e Marilena Garis</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/eleonora-duse-ada-negri/">“Sentivo il suo dramma: tutte le verità ch’ella avrebbe voluto dirmi, e mi aveva taciute”. Ada Negri &#038; Eleonora Duse</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/eleonora-duse3-1024x924.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Elogio della zitella. Quando la scrittrice di “Piccole donne” si inventò il “new journalism”</title>
		<link>https://www.pangea.news/louisa-may-alcott-donne-zitella-saggio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Nov 2023 05:19:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizia Sabbatini]]></category>
		<category><![CDATA[Femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Inediti]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Louisa May Alcott]]></category>
		<category><![CDATA[Piccole donne]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=97594</guid>

					<description><![CDATA[<p>Piccoli saggi, prima di Piccole donne. Infusa di trascendentalismo e colta da accessi di femminismo, Louisa May Alcott, un attimo prima della definitiva ‘bollinatura’ da parte della letteratura per ragazzi indagò nella forma, vagabondò nel genere. Satira garbata, schizzi autobiografici, reportage bellici. Pellegrinaggio totalmente privo di flaneurismo letterario. Soddisfare il pubblico o morire di fame [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/louisa-may-alcott-donne-zitella-saggio/">Elogio della zitella. Quando la scrittrice di “Piccole donne” si inventò il “new journalism”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Piccoli saggi, prima di <em>Piccole donne</em>. Infusa di trascendentalismo e colta da accessi di femminismo, <strong>Louisa May Alcott</strong>, un attimo prima della definitiva ‘bollinatura’ da parte della letteratura per ragazzi indagò nella forma, vagabondò nel genere. Satira garbata, schizzi autobiografici, reportage bellici. Pellegrinaggio totalmente privo di flaneurismo letterario. <strong>Soddisfare il pubblico o morire di fame – questa la sua filosofia. Si definiva “macchina da scrittura” e per mantenere a galla la sua ‘patetica famiglia’ scriveva otto ore al giorno, in aggiunta alle fatiche domestiche – pulire, cucinare, insegnare a scuola. </strong>Un effetto collaterale dell’avvelenamento da mercurio che la condusse alla morte fece sì che scrivesse spesso con un braccio dolorante e una gamba gonfia appoggiata su uno sgabello – ricorda Liz Rosenberg nell’introduzione di <a href="https://www.amazon.it/Strange-Life-Selected-Essays-Louisa/dp/1912559439" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>A strange life</em>, selezione di saggi della Alcott che Notting Hill Editions pubblica adesso, riuniti per la prima volta.</strong> </a></p>



<div type="product" ui="style-3" ids="96282 " class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Nei brevi testi non c’è spazio per sentimentalismi di sorta – in un’epoca che pure li incoraggiava – o esperimenti narrativi sconclusionati, ma solo dedizione per quel lettore che prima di fidarsi della materia scritta ha bisogno di intravedere la realtà oltre la finzione. Da qui il lavoro dietro le quinte di <strong><em>Hospital Sketches </em>(1863), basato sulla sua esperienza di infermiera durante la guerra di secessione americana </strong>– punto di vista del tutto inedito, che colse l’attenzione di un pubblico affamato di notizie sul conflitto civile – in cui, con animo pratico e femminile, non scrive di coraggio o strategia, vittoria o sconfitta, ma delle peculiarità della sopravvivenza. Una sorta di primordiale <em>new journalism</em>. Nondimeno, la cinica e acuta elaborazione di <em>Transcendental Wild Oats </em>(1873), resoconto della fallita comune utopica del padre – ‘Fruitlands’ – Amos Bronson Alcott, votato agli ideali filosofici del trascendentalismo, intenzionato ma incapace di provvedere al sostentamento familiare, preda com’era di deliri naturalistici insieme ai suoi seguaci. <strong>Henry David Thoreau, Ralph Waldo Emerson e Nathaniel Hawthorne furono maestri d’eccezione – di scrittura e scienza naturale – della giovane Alcott,</strong> che a otto anni compose la sua poesia d’esordio, “Al primo pettirosso”. Thoreau, in particolare, era solito accompagnare le quattro sorelle Alcott per lunghe passeggiate nella natura e gite in canoa, illustrando flora e fauna del New England. Il primo libro della carriera di Louise fu dunque <em>Flower Fables</em> – pubblicato nel dicembre del 1854 –, una raccolta di fiabe scritte per Ellen Emerson, la figlia di Ralph Waldo Emerson.</p>



<p>Irriverente e astuta, sempre ferma nel punto di intersezione fra tragedia e commedia, la Alcott, nei suoi saggi, se da un lato fa lieve leva sulle corde del cuore, dall’altro investe il linguaggio delle sue convinzioni di politica sociale – parità di diritti, voto alle donne. E prima di un rocambolesco reportage sulla propria esperienza di ragazza mandata a servizio in una tediosa famiglia – <em>How I went out to service</em> (1874) –, s’era dedicata, <strong>in<em> Happy Women</em> (1868), alla strenua difesa dei benefici di una vita da non sposata e all’inalienabile diritto delle donne a non cadere fra le infauste maglie del matrimonio.</strong> A rimanere single – si direbbe. Zitella, scrive lei. (<em>Fabrizia Sabbatini</em>)</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="627" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/71unVSkSVWL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-97595" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/71unVSkSVWL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 627w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/71unVSkSVWL._AC_UF10001000_QL80_-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/71unVSkSVWL._AC_UF10001000_QL80_-600x957.jpg 600w" sizes="(max-width: 627px) 100vw, 627px" /></figure>



<p>***</p>



<p><em>Happy Women</em> (1868)</p>



<p>Uno dei crucci del genere femminile è la paura di rimanere zitella. Per sfuggire a questa infausta condanna, le ragazze più giovani si lanciano a capofitto nel matrimonio con stupefacente imprudenza; mai si soffermano a ricordare che la perdita della libertà, della felicità e del rispetto per se stesse è scarsamente ripagata dall’arido tributo di essere appellata “signora” anziché “signorina”. &nbsp;&nbsp;</p>



<p>…Così L., figlia di un uomo ricco; bella, realizzata, sensibile e buona. Aveva sperimentato la vita mondana e scoperto che non la appagava. Nessun amante era abbastanza giusto da suscitare una risposta nel suo cuore, e a ventitré anni aveva iniziato a guardarsi intorno per cercare qualcosa che la occupasse e la interessasse. Fu attratta dallo studio della medicina, ne fu assorbita, partì da sola per Parigi e Londra, studiò in maniera assennata, conseguì il titolo e, dopo aver esercitato con successo per un certo periodo, fu nominata medico interno di un ospedale cittadino… <strong>Ora non ha tempo per la noia, l’infelicità o il vago desiderio di qualcosa che le riempia il cuore e la vita, che spinge così tante donne a rifugiarsi in attività e interessi frivoli o deleteri.</strong> Non parla mai della sua missione o dei suoi oneri, ma adempie splendidamente all’una e si assume tranquillamente gli altri…</p>



<p>Ad M… povera ma attraente, per merito di doni e grazie di natura, si presentò la grande occasione della vita di una ragazza: un ricco pretendente; giovane eccellente, ma inferiore a lei sotto tutti i punti di vista. Entrambi avvertivano il divario ma, sperando che l’amore li avrebbe resi uguali, lui seguitò a insistere nella causa.</p>



<p>“Se lo amassi”, disse lei, “avrei la strada spianata e non esiterei un minuto. Ma non è così, ci ho provato… La gente mi dice che sono sciocca a rifiutare una tale fortuna, che è mio dovere accettarla, che me la caverò benissimo senza amore, e ne parla come se si trattasse di un affare. È difficile dire ‘no’, ma… nel matrimonio voglio guardare in alto, non in basso. Non riesco a far apparire come scelta giusta accettare una simile offerta, e devo lasciar perdere, perché non ho il coraggio di vendere la mia libertà”.</p>



<p>…S. invece è povera, semplice, scarsamente dotata e ordinaria in ogni cosa, tranne una: uno spirito allegro e disponibile, che ama il prossimo più di se stesso e non si placa finché non ha dimostrato la sua sincerità. Poche persone, in questo stato, avrebbero vissuto quaranta duri e monotoni anni senza divenire aspri e spigolosi, o cinici e depressi, ma S. è dolce e solare come un bambino… Trovando il suo giro di impegni domestici troppo ristretto per la sua benevolenza, è diventata una di quelle missionarie a domicilio, i cui rapporti non vengono mai letti e gli stipendi mai pagati. Case povere, letti malati, anime peccatrici e cuori addolorati la attraggono irresistibilmente come il piacere attrae le altre donne, e lei esercita fedelmente il suo ministero per queste persone, sconosciute e non riconoscenti. &nbsp;</p>



<p><strong>“Non ho mai avuto un amante e mai potrò averlo, è chiaro. Sono così banale”, dice, con un sorriso patetico</strong> nella sua umiltà, nella sua inconsapevole malinconia. Si sbaglia, perché ci sono molti per cui quel viso semplice è bello, quella mano utile è cara. I suoi amanti non sono di genere romantico, ma donne anziane, bambini, uomini dissoluti e ragazze abbandonate…</p>



<p>A. è una donna che, nel corso di un’esperienza insolitamente varia, ha visto così tanto di ciò che un saggio ha definito “la tragedia della vita matrimoniale moderna”, che ha paura di provarla. Sapendo che per una persona dalla natura particolare come la sua, un simile esperimento sarebbe doppiamente pericoloso, <strong>ha obbedito all’istinto ed è diventata una zitella cronica. L’amore filiale e fraterno deve soddisfarla e, grata che tali legami siano possibili, vive e si accontenta di ciò.</strong> La letteratura è una sposa affettuosa e fedele, e la piccola famiglia che è sorta intorno a lei, anche se forse poco amabile e scarsamente interessante per gli altri, è una proficua fonte di soddisfazione per il suo cuore materno. Dopo una traversata un po’ burrascosa, è felice di ritrovarsi in un porto sicuro…</p>



<p>Sorelle mie, non abbiate paura delle parole “vecchia zitella”, perché è in vostro potere fare di questo termine un decoro, non un disonore. Non è detto che si debba diventare una zitella acida e dispettosa, con nient’altro da fare che preparare il tè, spettegolare di scandali e custodire un fazzoletto da taschino. No, il mondo è pieno di lavoro e ha bisogno di tutte le menti, i cuori e le mani che possiamo mettere a disposizione. Non è mai esistita un’opportunità tanto fertile per le donne di godere della propria libertà e di dimostrare che la meritano, usandola con saggezza. <strong>Se l’amore arriva come dovrebbe arrivare, accettatelo nel nome di Dio e siate degne della Sua migliore benedizione. Se non dovesse arrivare mai, in nome di Dio rifiutatene l’ombra, perché non potrà mai soddisfare un cuore affamato.</strong> Non vergognatevi di dire la verità, non lasciatevi scoraggiare dalla paura del ridicolo e della solitudine, né rattristatevi per la perdita… Siate sincere con voi stesse, coltivate qualsiasi talento possedete e, mettendolo fedelmente a disposizione per il bene degli altri, troverete sicuramente la vostra felicità e farete della vita non un fallimento, ma un gioioso successo.</p>



<p><strong><em>Louisa May Alcott</em></strong></p>



<p>*Il testo tradotto da Fabrizia Sabbatini è tratto da <a href="https://www.amazon.it/Strange-Life-Selected-Essays-Louisa/dp/1912559439" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>A strange life – Selected Essays of Louisa May Alcott </em>(Notting Hill Editions, 2023).</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/louisa-may-alcott-donne-zitella-saggio/">Elogio della zitella. Quando la scrittrice di “Piccole donne” si inventò il “new journalism”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/NPG-S_NPG_77_139Alcottprecon-000001-599x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Il dolore allontana, la malattia spaventa”. Sul potente romanzo di Ada d’Adamo</title>
		<link>https://www.pangea.news/ada-dadamo-come-daria-grittani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Feb 2023 05:27:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[aborto]]></category>
		<category><![CDATA[Ada d&#039;Adamo]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Grittani]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Elliot]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=94502</guid>

					<description><![CDATA[<p>Forse a causa delle reticenze che soprattutto negli ultimi tempi allignano in certe cordate letterarie, una folta schiera di scrittrici, critiche e giornaliste sta facendo in modo che ci si avvicini allo struggente romanzo d’esordio di Ada d’Adamo con la sensibilità, la poesia e la sospensione di giudizio di cui solo le donne sono capaci. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ada-dadamo-come-daria-grittani/">“Il dolore allontana, la malattia spaventa”. Sul potente romanzo di Ada d’Adamo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Forse a causa delle reticenze che soprattutto negli ultimi tempi allignano in certe cordate letterarie, una folta schiera di scrittrici, critiche e giornaliste sta facendo in modo che ci si avvicini <strong>allo struggente romanzo d’esordio di Ada d’Adamo</strong> con la sensibilità, la poesia e la sospensione di giudizio di cui solo le donne sono capaci. Lo si percepisce dai blurb, dai commenti e dalle critiche (tutte entusiaste, più che giustamente) che stanno uscendo, a pochi giorni dalla pubblicazione di<em>&nbsp;</em><a href="http://www.elliotedizioni.com/prodotto/ada-dadamo-come-daria/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em><strong>Come d’aria</strong>&nbsp;</em>(Elliot edizioni). </a>Invece un modo interessante per accedere senza pregiudizi ai pesantissimi temi che affronta il libro, potrebbe essere proprio il punto di vista di un uomo. Non necessariamente quello di chi scrive, ma quello di un uomo. Uscendo dall’equivoco che questo genere di narrazioni risultino sempre troppo distanti dagli uomini, che in quanto tali non dispongano dei mezzi umani per capirle fino in fondo, e che quando anche ne siano dotati non sappiano usarli. Insomma, nel nostro piccolo ci proveremo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="686" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/61AvlSqAEOL-686x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94503" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/61AvlSqAEOL-686x1024.jpg 686w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/61AvlSqAEOL-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/61AvlSqAEOL-600x896.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/61AvlSqAEOL.jpg 723w" sizes="(max-width: 686px) 100vw, 686px" /></figure>



<p><strong>Cominciando col dire che<em>&nbsp;Come d’aria</em>&nbsp;non è un romanzo&nbsp;ma una dichiarazione d’amore, nonostante tutto una dichiarazione d’amore per la vita. Nonostante tutto, già.</strong> Nonostante contenga l’evoluzione&nbsp;di una malattia terribile, l’oloprosencefalia di cui è affetta una bambina/ragazza (appunto Daria, nel romanzo i suoi anni scorrono veloci) il cui corpo risponde a pochissime sollecitazioni.&nbsp;Nonostante racconti&nbsp;del cancro di cui si ammala sua madre, la protagonista del romanzo&nbsp;(ovvero la stessa autrice). Nonostante affronti con coraggio la necessità dell’aborto, specie in una società così irresponsabile, cinica&nbsp;e immatura come la nostra. Nonostante si occupi del vuoto degli affetti che si crea intorno al dolore, quando una cosa&nbsp;sembra&nbsp;riguardare&nbsp;molti ma appartiene&nbsp;per davvero&nbsp;solo a pochissimi. Nonostante lo faccia grazie a una scrittura mai sbavata, mai compiaciuta,&nbsp;anzi&nbsp;puntualissima (forse l’unica soluzione a disposizione&nbsp;della d&#8217;Adamo),&nbsp;di matrice&nbsp;tecnica e quindi&nbsp;in brevissimi tratti&nbsp;anche&nbsp;scientifica,&nbsp;spoglia e crudele&nbsp;(da manuale&nbsp;letterario&nbsp;pagina 25, in cui confronta felicità e sconforto), ma piena di solitudine che diventa grazia,&nbsp;in alcuni momenti&nbsp;elegia. <strong>Nonostante tutte queste cose,&nbsp;<em>Come d’aria</em>&nbsp;è un grande inno alla vita, al mistero di vedercela scorrere intorno, accanto e dentro.</strong></p>



<p>Si può discutere&nbsp;sull’enfasi&nbsp;di alcune presentazioni, recensioni e consigli di lettura – come detto, tutti&nbsp;rigorosamente&nbsp;declinati al femminile&nbsp;e da voci femminili&nbsp;– ma non si può discutere sul coraggio analitico dell’autrice e su&nbsp;una scrittura che sembra donata dalla necessità di sopravvivere&nbsp;più che&nbsp;acquisita da un’esperienza diretta&nbsp;(come in realtà è).&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«La chiesa, la politica, la medicina smettano di guardare alle donne come a puttane che non vedono l’ora di uccidere i propri figli. L’aborto è una scelta dolorosa per chi la compie, ma è una scelta e va garantita. Anche se mi ha stravolto la vita, io adoro la mia meravigliosa figlia imperfetta. Ma se avessi potuto scegliere, quel giorno, avrei scelto l’aborto terapeutico».</strong></p></blockquote>



<p>E infatti Ada d’Adamo racconta di un aborto senza conseguenze, eseguito per conservare&nbsp;il proprio equilibrio affettivo. E di un altro che non ha mai pensato di eseguire, che quindi è diventato parto. Il parto da cui è nata Daria, la bambina, la malformazione della quale cambierà la&nbsp;stessa&nbsp;vita che avrebbe voluto proteggere.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="91502 " class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Forse sarà per questo che, con eccessiva fretta, questo bellissimo libro viene quasi tenuto al riparo dalla possibile analisi di&nbsp;lettori uomini, ma per le ragioni sopra espresse – e per il materiale esplosivo che maneggia con straordinaria incoscienza – di questo romanzo consiglierei la lettura&nbsp;soprattutto agli&nbsp;uomini. Come una mannaia, una ghigliottina&nbsp;sulle&nbsp;buone intenzioni che non avrebbero ragione di esistere&nbsp;al cospetto di queste drammatiche casualità (come le chiama l’autrice)&nbsp;e che invece continuano a stare in cima ai desideri di chi prova a cimentarsi con la faticosa impresa della famiglia.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«Volevo spezzare la divisione tra buone e cattive madri. Non volevo piegarmi all’ipocrisia, autoincludendomi senza alcun merito nel novero delle donne che avevano abbracciato la croce ed erano state citate come esempio di virtù».</strong></p></blockquote>



<p>L’autrice rappresenta con lucida intensità anche il dramma della solitudine del dolore, del vuoto che si fa intorno a chi deve affrontare l’umiliazione di uno Stato che ha totalmente dimenticato la diversabilità&nbsp;(campagne elettorali e ministeri vuoti a parte). Insegnanti di sostegno che cambiano ogni anno, scuola che comincia dopo quella dei compagni&nbsp;di classe, strumenti e marchingegni per superare le barriere fuori e dentro la casa, mille indifferenze intorno a una condizione che sembra cristallizzata&nbsp;per condanna&nbsp;e che invece scava dentro qualsiasi cosa.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«Scavano pure quelle poche persone che ti sono state vicine i primi tempi, ma poi la loro vita è andata avanti, i figli sono cresciuti e se li sono portati via verso le feste di compleanno e picnic, corsi di nuoto e campeggi estivi e pigiama party. (…) Sono via, lontano, anche quelli che dovrebbero stare più vicino. Via fratelli e sorelle. Via nonni, zii, cugini, nipoti. Il dolore allontana, la malattia spaventa. Le famiglie si sfasciano. Via, via, via. La solitudine fa talmente compagnia che a un certo punto non si ha più niente da dire».</strong></p></blockquote>



<p>Da tempo non leggevo un romanzo così istruttivo sull’impotenza e sulla prevaricazione del destino nei confronti di due donne, una bambina/ragazza e sua madre. Ma resto dell’idea che questo romanzo – di una potenza fuori dal comune, di una consapevolezza così rara da non sembrare appunto un romanzo&nbsp;ma un invito a partecipare, a spendersi per la vita&nbsp;– debba essere strumento di crescita soprattutto per gli uomini, soprattutto per chi crede di essere solo sfiorato da queste cose&nbsp;ma&nbsp;invece ne fa parte, ne è parte.<em>&nbsp;<strong>Come d’aria&nbsp;</strong></em><strong>è una storia così ingiusta che vien voglia di lamentarsi, di strapparlo il libro</strong> (verso pagina 90 o poco più, quando il cancro complica le cose in maniera per fortuna reversibile). Ma dentro il lamento degli umani, c’è la dignità degli dei. E Ada d’Adamo diventa un cantico, non un’autrice ma un’ode alla miserabile forza che la&nbsp;sopravvivenza&nbsp;riesce a tirar fuori dalle viscere di ciascuno di noi.&nbsp;&nbsp;Soprattutto dalle donne (è vero!), ma non solo. Perché questi gesti d’amore, questi testamenti letterari così rari, devono diventare materia d’esame per gli uomini che hanno voglia di imparare&nbsp;come si fa. E&nbsp;ve&nbsp;ne sono, tanti.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Davide Grittani</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ada-dadamo-come-daria-grittani/">“Il dolore allontana, la malattia spaventa”. Sul potente romanzo di Ada d’Adamo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/02/coperta-1024x830.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Non sono diversa dalle altre donne&#8230;”. Gertrude Bell, la regina dei deserti</title>
		<link>https://www.pangea.news/gertrude-bell-regina-deserti-hafez/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jul 2022 04:21:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Gertrude Bell]]></category>
		<category><![CDATA[Hafez]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas Edward Lawrence]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=91784</guid>

					<description><![CDATA[<p>Gertrude Bell amava viaggiare da sola, in regni inospitali, cruenti, camuffandosi con le vesti dei beduini. Così, era riuscita a entrare nelle grazie dei Drusi, a emergere per audacia tra gli emiri, a scoprire rovine di chiese dissacrate, templi disossati, mutili, su cui albeggiava la polvere, il millenario obolo all’oblio. Nata nella contea di Durham [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gertrude-bell-regina-deserti-hafez/">“Non sono diversa dalle altre donne&#8230;”. Gertrude Bell, la regina dei deserti</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Gertrude Bell amava viaggiare da sola, in regni inospitali, cruenti, camuffandosi con le vesti dei beduini. Così, era riuscita a entrare nelle grazie dei Drusi, a emergere per audacia tra gli emiri, a scoprire rovine di chiese dissacrate, templi disossati, mutili, su cui albeggiava la polvere, il millenario obolo all’oblio. Nata nella contea di Durham da famiglia benestante – il nonno era magnate del ferro e imprenditore nel carbone – <strong>Gertrude Bell fece del Medio Oriente la propria liturgia privata:</strong> Aleppo, Alessandretta, Gerusalemme, Antiochia furono il suo salotto; preferiva le città perdute, i viaggi senza speranza, le avventure meridiane. Amava i deserti pietrificati e il loro contrappunto, le montagne, perché comunque di <em>ascensione</em> si tratta: tra il 1899 e il 1904 conquistò la Meije, il Monte Bianco e diverse cime dell’Oberland, inaugurando nuovi sentieri; nell’agosto del 1902 restò sospesa, in corda, sul Finsteraarhorn, falciata da una tempesta di grandine, per un giorno e mezzo: rischiò la vita e ciò la costrinse a riprendere a scalare con maggior vigore.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="614" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/ger-4-1024x614.jpg" alt="" class="wp-image-91785" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/ger-4-1024x614.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/ger-4-300x180.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/ger-4-768x461.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/ger-4-1536x922.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/ger-4-600x360.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/ger-4.jpg 1800w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Non vide roveti ardenti, non descrisse trasfigurazioni, non aveva timore del digiuno, la paura, per lei, era un conforto, un eccitante. Stava a suo agio con le genti del deserto, irriconoscibile; quando i generali dell’impero britannico la convocavano per sapere qualcosa di quei mondi, pericolosi, fanatici, famelici, pura pupilla di un dio violento, lei si presentava ai party elegantissima. Nelle fotografie è spesso circondata da uomini in divisa: la sua bellezza è stranita, ostile. Di certo, destava timori. “Partita da Aleppo, sola, fece un viaggio lungo il medio Eufrate e per il paese malsicuro di Deleim, fino al castello di Ukhaidir, rudero imponente in mezzo al deserto; poi, per Kerbela e Babilonia si recò a Baghdād, proseguendo l’esplorazione dei monumenti architettonici nell&#8217;alta valle del Tigri, e nella regione curda di Tur Abelin” (Filippo De Filippi).</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="90793 " class="wp-block-banner-post"></div>



<p><strong>Conobbe T.E. Lawrence a Karkemiš, in Siria, nel 1910, mentre scavava per conto del British Museum; lei vagava da tre anni lungo l’Eufrate, impegnata a disseppellire lacerti di civiltà millenarie. </strong>Parlarono degli Ittiti, intuì, in Lawrence, l’ansia del mitomane, l’entusiasmo della falena, dell’eroe nottambulo. Ingabbiati dalle spire tentacolari dell’Impero britannico, che li arruolò, entrambi, nell’intelligence, durante la Prima guerra, agirono in Arabia, Palestina, Siria – Lawrence –, in Persia – la Bell. Indifferenti alle mire coloniali inglesi, fautori di un governo dei popoli, indipendenti, entrambi uscirono dal groviglio della guerra traditi, sconfitti, infelici. Lawrence divenne un’icona, e sparì; Gertrude lavorò con energia da ossessa, praticando la via di un inquietante martirio, col contrappunto di ambizioni contraddittorie. Entrambi venivano da Oxford – la Bell con un carnet di risultati ben più eccellenti di Lawrence –, entrambi amavano i classici, tradotti con sapienza extracanonica: Lawrence scoprì l’Odissea durante la missione (specchio di un esilio interiore) in Pakistan<strong>; il primo lavoro di Gertrude Bell è la traduzione dei <em>Poems from the Divan of Hafiz </em>(1897),</strong> il poeta più importante della letteratura persiana. Il lavoro, miliare – di cui forniamo in questa pagina alcuni esempi –, ha interessi stratificati: Gertrude Bell descrive la sapienza del sommo Hāfez rispecchiando la propria:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“È inutile interpretare la poesia di Hāfez come totalmente mistica o compiutamente logica. Egli ha scritto del mondo come lo vedeva. Nella sua esperienza privata, il piacere e la religione, l’eros e la preghiera sono i motivi principali di ogni azione umana; non ignorò né l’uno né l’altra. Dal nostro punto di vista, occidentale, la sua filosofia pare essere questa: di nulla siamo certi se non del desiderio. Ciascuno si metterà alla cerca del proprio oggetto del desiderio in modo diverso; ricerca infinita, impossibile; fatica non priva di compensi lungo la via, comunque. D’altronde, <em>Chi può sondare i segreti del velo?</em> Come molti saggi, avventati e coraggiosi, anche io credo, inseguendo il poeta, che bisogna <em>fidarsi sbadatamente della speranza più vasta</em>”.</strong></p></blockquote>



<p>Considerata alla stregua di un genio, figura priva di epigoni, ha scritto diversi libri – <em>The Desert and the Sown; Mountains of the Servants of God; Amurath to Amurath</em> – pubblicati, in Italia, da rari editori, senza troppo clamore (da Elliot e da Nuova Editrice Berti). <a href="https://www.penguin.co.uk/authors/121990/gertrude-bell" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Di recente, Penguin ha pubblicato un repertorio degli scritti di Gertrude Bell come <em>A Woman in Arabia. The Writings of the Queen of the Desert</em></strong>, </a>sulla scia del film di Werner Herzog, <em>Queen of the Desert</em> (2015), con Nicole Kidman: che sia il suo più brutto, qui, poco importa. Piuttosto, uno dei libri più estremi di Gian Ruggero Manzoni, <em>Ultramodum</em>, cresce sotto la tutela di Gertrude Bell. Di lei, Manzoni, esecutore di esoterismo, disse così:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“La Bell faceva parte di una famiglia altolocata, era, stupendamente, di un antifemminismo viscerale, nonché contraria al voto alle donne, infatti, da misogina, era convinta che nessuna femmina fosse all’altezza di un maschio… nessuna donna, ovviamente eccetto lei… inoltre eccelleva in tutto, salvo che in simpatia. Agli occhi di parenti e amici era un’intellettuale snob, molto selettiva, molto elitaria, dotata di un’autostima esagerata e di un’alterigia che scoraggiava i corteggiatori, e i pochi che resistevano a quel suo mirabile carattere venivano respinti, bollati come noiosi e superficiali.&nbsp;Cavalcava come un uomo, vestita con kefiah e soprabito, portava la pistola nella fondina ascellare e i berberi, una volta da lei raggiunti l’Africa e il Medio Oriente, la chiamavano, con deferenza, “El Khatun”, cioè “La Signora”. Il grande successo della Bell fu però la creazione, a tavolino, dell’Iraq. Quando la Prima Guerra Mondiale finì, prese penna, calamaio, squadra e riga, fu proprio Gertrude a tracciare i confini di uno Stato che prima non c’era, sostenendo gli interessi dell’Inghilterra. Divenuta direttrice del Museo Archeologico di Baghdad, una sera, tre giorni prima del suo cinquantottesimo compleanno, ingurgitata una forte dose di sonniferi tracannati con del brandy, si addormentò, per non svegliarsi più.&nbsp;I funerali si svolsero alla presenza di una folla immensa. Il rapporto compilato dalle autorità parlò di morte per cause naturali, ma le ultime lettere di Gertrude testimoniano la sconcertante depressione che l’aveva catturata. Era stata messa da parte dopo essere stata usata, e per una come lei non fu possibile accettarlo”.</strong></p></blockquote>



<p>Non si è sposata, non ha avuto figli, Gertrude Bell; non desertificò le proprie relazioni, epiche, come candele nella notte. Le lettere – pubblicate, in parte, insieme ai diari, <strong><a href="http://gertrudebell.ncl.ac.uk/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dal “Gertrude Bell Archive” della Newcastle University </a></strong>– testimoniano amori in dissolvenza, arditi, per lo più epistolari. Più di tutti, la Bell amò il colonnello Charles Doughty-Wylie, forse perché tutto li divideva. Quando gli scrisse questa lettera – in verità, lunghissima – aveva da poco attraversato, da sola, il deserto del Nefud, è il 24 marzo del 1914:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Cuore del mio cuore, le tue lettere, otto, dilagano nella mia anima, parola per parola. Una donna ha mai ricevuto parole simili dacché il mondo è stato creato? Mi bloccano le lacrime, l’amarezza cede allo stupore, alla gioia – desisto dall’annoiato desiderio umano per la verità autentica, preferisco l’autentico fischio dei fantasmi, il rischio dei sogni. Oggi mi sono chiesta se abbia ancora senso andare fino in fondo, fondere la propria anima in quella di un altro. Ti ho incontrato venendo dal deserto; nelle settimane in cui non potevo scriverti, il pensiero di te giaceva nelle segrete della mia mente, coperto dalle sabbie d’Arabia&#8230; Mi sono svegliata prima dell’alba, un’abitudine rinforzata dall’emozione di leggerti. Ho acceso la lampada, ti leggo. Le campane di una chiesa – credo che diventerò cristiana grazie a te, per praticare una via in cui passione e devozione abbiano la stessa entità. Eppure, sei tu la mia sponda, il mio paradiso. L’alba rosata tocca le palme del Tigri. Non sono diversa da ogni altra donna, non sono migliore né più saggia, non sono meno buona né meno saggia di altre. Ma sono la donna per te, come tu sei l’uomo per me&#8230; e quando il mio desiderio si muta in progetti meschini, crudi rancori, rabbie incrociate, soffialo via da te, salvami, confortami, annienta le lamentele meschine, come i mondi imperfetti vengono sbriciolati dal respiro di Dio”.</strong></p></blockquote>



<p>La tenerezza e l’abbandono sono oro per chi ha abbandonato tutto. Spoglia di tutto, Gertrude non riuscì più a ricucire il divario tra deserto e mondo, rigore e macchinazione, velo e menzogna. Morì il 12 luglio del 1926; il suo amato Charles era morto a Gallipoli, nell’aprile del 1915, dopo aver condotto un’offensiva presso Capo Helles: l’impresa riuscì, un cecchino gli fracassò il viso.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="668" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/a-woman-in-arabia-668x1024.jpg" alt="" class="wp-image-91786" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/a-woman-in-arabia-668x1024.jpg 668w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/a-woman-in-arabia-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/a-woman-in-arabia-600x919.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/a-woman-in-arabia.jpg 705w" sizes="(max-width: 668px) 100vw, 668px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong><em>Poems from the Divan of Hafiz by Gertrude Lowthian Bell</em></strong></p>



<p>Destati, Coppiere, sorgi! Porta<br>alle labbra sfrangiate dalla sete la tazza<br>che anelano: sembrava cosa facile amare<br>ma i piedi hanno incrociato vie selvagge.<br>Ho pregato il vento di spargere il mio cuore<br>tra la fragranza del suo volto, mentre dorme,<br>notte intinta di capelli, ma nessun profumo<br>permane e lacrima sangue il mio cuore contrito.</p>



<p>Ascolta l’Oste che smercia consigli:<br>“Con il vino, rosso vino, inebria la preghiera<br>e il suo tappeto”. Non esiste viaggiatore<br>più esperto: egli conosce la via e la locanda.<br>Dove troverò rifugio, mentre la notte tintinna<br>quieta, Cuore del mio cuore&#8230;<br>Le campane dei cammelli gridano:<br>“Aggioga il tuo fardello e vattene!”.</p>



<p>Le onde corrono alte, la notte è fosca di paura,<br>mulinelli vorticosi ruggiscono; la mia voce<br>da annegato quali navi, leggere come<br>orecchie, riuscirà a sedurre?<br>Ho cercato me stesso, un nesso; gli anni crudeli<br>mi hanno ricambiato con un nome<br>senza onori. Nessuna tonaca sa celare<br>la mia miseria; le chiacchiere raspano<br>nei meandri della mia vergogna.<br>Oh Hafiz, la lotta non ha mai fine,<br>ricorda ciò che tramandano i sapienti:<br>“Se, infine, ottieni ciò che hai desiderato,<br>fuggi dal mondo, già, abbandonalo!”.</p>



<p>*</p>



<p>Vento dell’Est, Pavoncella del giorno,<br>ti mando dalla mia Signora, lontana è la via<br>per Saba, dove ti impongo di andare;<br>la polvere non inaridisca le tue ali indomate,<br>ramato dal dolore, ti invio al nido,<br>Fedeltà.</p>



<p>Vicino, lontano: non c’è sosta<br>sulla via dell’Amore assente; vedo il tuo viso<br>sul carro i miei richiami li divora il vento:<br>ogni mattina, convogli di auguri, in piena festa<br>ti spedisco.</p>



<p>Straniero ai miei occhi, tu sei,<br>amico sempre presente nel cuore,<br>sussurro gonfio di preghiere, lodi intense,<br>ti spedisco.</p>



<p>Che le armate del Dolore non domino il mio cuore,<br>ti dono la vita perché consegua la pace<br>sono io il tuo riscatto! Da questo canto impara<br>che piange e brucia chi ti desidera<br>sonetti e verbi spaccati, canzoni, dolcezze impari<br>ti spedisco.</p>



<p>Dammi la coppa! Un voce si eleva dai carri<br>cupo lamento: “Sopporta ogni amarezza<br>sopra ogni male mando grazia celeste.<br>Dio il Creatore si specchia nel tuo viso<br>tu vedrai l’immagine di Dio nel vetro che<br>ti spedisco.</p>



<p>Hafiz, lode solitaria cantano:<br>affrettati, uomo di dolori!<br>Onori e un destriero ben bardato<br>ti spedisco”.</p>



<p>*</p>



<p>Il vero amore è sparito dai cuori;<br>cosa è accaduto agli amanti felici?<br>Quando si sono sciolti i legami?<br>Che fine hanno fatto gli amici?<br>Perché i piedi di Khizr indugiano?<br>Le acque della vita sono torbide,<br>la rosa purpurea è impallidita di terrore,<br>cosa è successo al vento di primavera?</p>



<p>Nessuno dice, ancora: “Mio era l’amore<br>leale e saggio, per dissipare i timori”.<br>Nessuno ricorda la legge divina dell’amore;<br>cosa è accaduto agli amanti felici?<br>In mezzo al campo, tra i piedi degli atleti<br>giunse la misericordia di Dio: ma nessuno<br>si è fatto avanti per ricominciare il gioco:<br>cosa è successo a quella massa di cavalieri?</p>



<p>Le rose sbocciano, nessun uccello ne gioisce<br>nessuna gola vibra nel racconto;<br>chi può mettere a tacere le cento voci?<br>Che fine ha fatto l’usignolo?<br>La musica del paradiso si è attutita, i pianeti<br>rotolano in silenzio, Zhora ha rotto il liuto.<br>Nessuno spreme il frutto dalla vite<br>la ciotola piena di spuma è sparita.</p>



<p>Una città in cui si incoronano gli amanti<br>un paese in cui l’amicizia si consolida sulla polvere:<br>chi ha devastato quell’epoca incantata?<br>Dov’è ora la metropoli degli amanti?<br>Anni sono passati da quando il rubino<br>è stato estratto dalla miniera della virilità:<br>fatica vana, divelta dalla pioggia, ma cosa<br>è accaduto alla luce del sole?</p>



<p>Hafiz, nessuno conosce i piani di Dio<br>il terribile, né quali compiti assegni<br>alla gioventù e alla vecchiaia, eppure<br>ti chiedi: cosa è successo alle ruote del Tempo?</p>



<p><em>*Le poesie di Hāfez nella versione di Gertrude Bell saranno pubblicate dalle edizioni Pangea / Magog</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gertrude-bell-regina-deserti-hafez/">“Non sono diversa dalle altre donne&#8230;”. Gertrude Bell, la regina dei deserti</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/GettyImages-613479590-ea915bed1ab24b8f9471e69add9d74b0-1024x783.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Baciami ancora! Inseguimi! Devi essere avventato!”. Le poesie di Louise Labé</title>
		<link>https://www.pangea.news/louise-labe-poesie-gallimard/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Oct 2021 04:25:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Gallimard]]></category>
		<category><![CDATA[Louise Labé]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Rilke]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=87870</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il fatto che possa non esistere, essere un gioco di specchi, un giogo di imposture, va da sé, non fa che esasperare il fascino che s’incendia intorno a Louise Labé, ovvero Louïze Labé Lionnoize o meglio “la Belle Cordière”. Tutto nella vita enigmatica, avara di ‘dati’, evangelicamente paludosa, della Labé ha, d’altronde, sentore di simbolo. La [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/louise-labe-poesie-gallimard/">“Baciami ancora! Inseguimi! Devi essere avventato!”. Le poesie di Louise Labé</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il fatto che possa non esistere, essere un gioco di specchi, un giogo di imposture, va da sé, non fa che esasperare il fascino che s’incendia intorno a <strong>Louise Labé, ovvero <em>Louïze Labé Lionnoize</em> o meglio “la Belle Cordière”.</strong> Tutto nella vita enigmatica, avara di ‘dati’, evangelicamente paludosa, della Labé ha, d’altronde, sentore di simbolo. La figlia del fabbricante di corde di Lione che va in sposa a un cordaio arricchito, ha tutto – avviando il falansterio delle metafore – per <em>avvincere</em>, per legarci, con sadica dedizione, dando alla poesia nitore di lussuria, ceffo selvaggio. D’altronde, Louise, donna marziana al proprio tempo, scrive d’amore e di follia, di ciò che lega e scioglie: i suoi sonetti, di bruciante bellezza, audaci, sono, infine, nodi, chi sa scovarne il nido d’acqua?</p>
<p>Nata, si dice, nel 1524, Louise Labé è un combinato esplosivo di contraddizioni, evidenti fin nel ritratto che apre l’elegante edizione delle sue poesie, stampate nel 1555 da Jean de Tournes: lo sguardo, inciso da Pierre Woeiriot, è sagace e aggressivo, severo e seducente, un puzzle. Era ricca, arricchita, arroccata nella sua villa, dove passavano i massimi poeti del tempo, del luogo: Maurice Scève, Clement Marot, Pontus de Tyard. Secondo alcuni cornificava con chiunque il marito, fautrice di una vita autenticata dal dionisiaco, dall’ebbrezza di gioia, secondo altri era una santa, la musa del suo tempo, dotata di un talento superiore. Giovanni Calvino – sarà vero, poi? – la bollava come <em>plebeia meretrix</em>, una puttana, insomma; nel 1573, Paradin, storico avvezzo ai pettegolezzi, scrisse che Louise “aveva un volto più angelico che umano, nulla al cospetto dello spirito, tuttavia, casto, virtuoso, lirico”.</p>
<p><strong>Leggenda vuole che da ragazza vestisse in abiti maschili, sapesse duellare, fosse un’amazzone formidabile: al contempo, così, Louise è un mito che abbatte i ‘generi’, icona saffica e femminista, pronta all’uso, la donna ambigua, libera, sessualmente ardita, che lega a sé un’epoca.</strong> Soprattutto, Louise s’installa come un diamante nel mezzo della poesia francese. I maliziosi ritengono che la sua avvenenza abbia il sopravvento sui versi; altri che i sonetti ne rispecchiano l’audacia. Fatto è che in questa storia in cui tutto è corpo – morì ancora bella, si dice, nel 1566; due anni prima una bordata di peste le aveva portato via amici e amanti; abitava con un banchiere di Firenze – il corpo, in realtà, non c’è. Chi è dunque Louise? Secondo alcuni storici – <a href="https://www.lemonde.fr/livres/article/2006/05/11/louise-labe-une-geniale-imposture-par-marc-fumaroli_770476_3260.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Mireille Huchon, autrice, nel 2006, di <em>Louise Labé. Une créature de papier</em>, sostenuta da Marc Fumaroli</strong> </a>– Louise Labé, semplicemente, non esiste, è l’esito di un gioco poetico ordito da un gruppo di poeti lionesi, guidati da Maurice Scève: sopraffina cura nell’ideare uno specchio, la donna inafferrabile, oggetto di tutte le più contraddittorie mire. Secondo altri, Louise reclama in sé due donne, realmente esistite, sovrapposte per fato: la poetessa – casta, colta, celata – e la cortigiana, “la Belle Cordière”; la prima canta, incanta, l’altra è oggetto del cantare altrui, spesso lascivo. Tutti questi elementi si congiungono e vengono sviscerati <a href="http://www.gallimard.fr/Catalogue/GALLIMARD/Bibliotheque-de-la-Pleiade/OEuvres-completes138" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>nell’edizione delle <em>Œuvres complètes</em> di Louise Labé appena edita da Gallimard nella ‘Pléiade’, a cura della Huchon.</strong></a></p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-87871 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/10/G01969-188x300.jpg" alt="" width="290" height="464" /></p>
<p>Rainer Maria Rilke, che preferiva la poesia femminile, umbratile, indifesa, scritta da donne che la leggenda consuma fino alla scomparsa, cura, nel 1917 un’edizione piuttosto libera <em>Die 24 Sonette der Luise Labé, Lyoneserin</em>. La sua ossessione per le poetesse <em>amanti</em> e per Louise in particolare, però, è ancestrale, appare, per bagliori, per dire, nei <em>Quaderni di Malte Laudris Brigge</em>: “Che altro è accaduto alla Portoghese, se non che all’interno ella divenne sorgente? E a te, Eloisa? <strong>che altro a voi, amanti le cui lamentazioni ci sono giunte: Gaspara Stampa, la contessa di Die e Clara d’Anduze, Louise Labé, Marceline Desbordes&#8230;?”.</strong> Già nel <em>Malte</em> Rilke abbozza una teologia del lamento, che s’irradia, poi, nelle <em>Elegie</em> (“Hai pensato abbastanza/ a Gaspara Stampa, che una qualche fanciulla/ perduto l’amato, senta all’esempio accresciuto/ di questa che amò: che io possa eguagliarla?”). Scrive, cioè, che la “lamentazione” di queste donne, poetesse, anime sole, libere, liberate dai vincoli dell’era, “è su di uno solo, ma la natura vi si intona all’unisono: è la lamentazione su un eterno. <strong>Si precipitano dietro al perduto, ma già dopo i primi passi lo superano, e <em>innanzi</em> a loro è solo Dio”.</strong> Amando il perduto – cioè: perdendo –, ci s’inabissa in Dio – ma nell’impeto, scompare tutto, si va per dissoluzione. La poesia di Louise, allora: una casa di corde.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-87872 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/10/Pierre_Woeiriot02-229x300.jpg" alt="" width="370" height="483" /></p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Dai Sonetti di Louise Labé</em></strong></p>
<p>XVIII</p>
<p>Baciami, baciami, baciami ancora!<br />
Devi essere avventato, impudente, audace!<br />
Corteggiami! Inseguimi! Baciami, così,<br />
e ti ricambierò in carboni ardenti.</p>
<p>Soffri? Vieni, decoriamo il dolore.<br />
Te ne darò ancora, come questi, e ancora<br />
e ci baceremo, ancora, mentre<br />
la gioia ci lacera.</p>
<p>So che il fuoco anima la tua creta informe,<br />
permettimi, allora, di esagerare in felicità:<br />
che la passione, violenta, sia regina, oggi.</p>
<p>Amo ciò che faccio<br />
ma la gioia suprema mi è preclusa<br />
se sono priva dei miei incontri selvaggi.</p>
<p>*</p>
<p>XXIV</p>
<p>Non condannatemi, donne, se mi commuovo<br />
se sento mille fiamme ardere,<br />
e mille scosse e mille spasimi,<br />
se non mi stanco di piangere l’amore.</p>
<p>Oh, no! Non insultatemi<br />
se sbaglio, la sentenza è questa.<br />
Non esagerate coi pettegolezzi:<br />
capitemi, quell’amore fu dolce.</p>
<p>Non è il dio del fuoco a indire<br />
battaglia. Non ridite di Adone<br />
che precipitò nel delirio d’amore</p>
<p>violento e splendido. Siate caute<br />
soffrite ciò che io ho sofferto: allora,<br />
gentili signore, non sarete tanto invidiose.</p>
<p><strong><em>Louise Labé</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/louise-labe-poesie-gallimard/">“Baciami ancora! Inseguimi! Devi essere avventato!”. Le poesie di Louise Labé</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/10/Artemisia_Gentileschi_-_Mary_Magdalene_in_Ecstasy-e1634975198364-1024x629.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Storia di Laura Bassi, “professora”: la prima donna al mondo a ottenere una cattedra universitaria</title>
		<link>https://www.pangea.news/laura-bassi-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2020 08:06:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Bassi]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Marta Cavazza]]></category>
		<category><![CDATA[Matilde Moro]]></category>
		<category><![CDATA[Università]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=79668</guid>

					<description><![CDATA[<p>Editrice Bibliografica ha pubblicato una raccolta di saggi che esplora la personalità e la carriera di Laura Bassi, letterata di spicco del Settecento, prima donna al mondo a ottenere il titolo di professoressa universitaria (secondo i documenti dell’epoca “professora”), e successivamente figura-mito per le donne in ambito accademico. La pubblicazione di Laura Bassi: Donne Genere [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/laura-bassi-ritratto/">Storia di Laura Bassi, “professora”: la prima donna al mondo a ottenere una cattedra universitaria</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Editrice Bibliografica ha pubblicato una raccolta di saggi che esplora la personalità e la carriera di <strong><a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/laura-bassi-verati_%28Dizionario-Biografico%29/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Laura Bassi</a>, letterata di spicco del Settecento, prima donna al mondo a ottenere il titolo di professoressa universitaria (secondo i documenti dell’epoca “professora”),</strong> e successivamente figura-mito per le donne in ambito accademico. La pubblicazione di <strong><em><a href="https://www.ibs.it/laura-bassi-donne-genere-scienza-libro-marta-cavazza/e/9788893571166" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Laura Bassi: Donne Genere e Scienza nell’Italia del Settecento</a></em></strong> fornisce l’occasione di tornare a parlare della parità di genere nelle Scienze, una questione complessa, essenziale per il nostro futuro, e troppo spesso sottovalutata.</p>



<p>Basti pensare che soltanto il 17% delle donne iscritte all’Università Italiana frequenta una facoltà scientifica. <strong>A partire dal 1903, quando Marie Curie è stata la prima donna a ottenere il premio Nobel per la Fisica, le vincitrici del Nobel nella stessa disciplina sono state 17 (gli uomini invece 572). A livello mondiale, le donne costituiscono appena il 28% dei ricercatori nelle STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica). </strong>Questi dati mettono in luce la persistenza di un ampio divario di genere nel campo delle materie scientifiche. Nonostante i parziali passi avanti in direzione di una maggiore inclusività, e sebbene <a href="https://eige.europa.eu/sites/default/files/documents/vantaggi_economici_delluguaglianza_di_genere_nellue._in_che_modo_luguaglianza_di_genere_nellistruzione_delle_discipline_stem_favorisce_la_crescita_economica.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">alcuni studi</a> dell’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere indichino che da un maggior apporto femminile in ambito STEM risulterebbe un progresso sia economico che sociale, le scienze sembrano rimanere ancora oggi una cosa prevalentemente <em>da maschi</em>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/libro-26.jpg" alt="" class="wp-image-79669" width="404" height="561" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro-26.jpg 354w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro-26-216x300.jpg 216w" sizes="(max-width: 404px) 100vw, 404px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Se, per dirla come Carlo Levi, “Il futuro ha un cuore antico” – e se il presente non fa eccezione in questo senso – per procedere diventa essenziale guardarsi indietro: guardare al cuore delle cose. È questo il contesto in cui si inserisce il libro <em>Laura Bassi: Donne, Genere e Scienza dell’Italia del Settecento</em>, appena pubblicato da <a href="https://www.editricebibliografica.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Editrice Bibliografica </a>per la collana “Storie della Scienza”. <strong>Si tratta di un volume che raccoglie una serie di scritti di Marta Cavazza riguardo la figura della scienziata, e più in generale il ruolo e la posizione delle donne in ambito scientifico nell’ambiente accademico dell’Italia del Settecento.</strong></p>



<p>Laura Bassi, la cui storia è stata recentemente riscoperta, anche grazie al prezioso contributo di Marta Cavazza, è stata la prima donna al mondo a ottenere una cattedra universitaria. Oltre a essere laureata in filosofia e lavorare come “professora” universitaria a partire dal 1732 a Bologna, nel 1745 entrò a far parte dell’Accademia Benedettina, e nel 1776 istituì i primi corsi di Fisica Sperimentale all’Istituto delle Scienze.</p>



<p>Gli scritti di Cavazza, docente di Storia della Scienza all’Università di Bologna ed esperta di storia delle istituzioni scientifiche italiane ed europee, fanno più che ripercorrere semplicemente la vita e i successi accademici di Laura Bassi: sono anche e soprattutto uno strumento per comprendere a fondo la storia della presenza delle donne nell’Università.</p>



<p><strong>In un mondo maschile e maschilista, quello delle scienze e dell’accademia settecentesche, le donne non sono ammesse: <em>“Una donna che conosce la fisica di Newton o la geometria analitica cartesiana non obbedirà più al marito e non potrà essere una buona moglie, trascurerà i doveri domestici e non sarà una brava padrona di casa, lascerà i figli in mani mercenarie e sarà perciò una cattiva madre”. &nbsp;</em>Eppure Laura, moglie e madre, è stata prova vivente del contrario.</strong> La sua figura di prima tra le donne nella scienza è divenuta quasi mitologica, nel senso classico del termine: Laura Bassi, Ipazia Settecentesca, ha costituito un modello a cui ispirarsi per tutte le scienziate a venire.</p>



<p>Tra le “strategie” adottate dalla Bassi per realizzare le proprie ambizioni in campo accademico, nonostante le difficoltà che l’essere donna necessariamente comportava, la Cavazza racconta la sua scelta di sposarsi. <strong>O meglio, la ponderata scelta dello sposo: Giuseppe Veratti, medico e professore di fisica, compagno non avverso alla carriera della moglie.</strong> Viene introdotto in questo modo, tra gli altri, il tema della cooperazione, della vicinanza che può crearsi tra donne e uomini nella costruzione di un ambiente più egualitario.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/Laura_Bassi_oval_portrait.jpg" alt="" class="wp-image-79670" width="478" height="691" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/Laura_Bassi_oval_portrait.jpg 400w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/Laura_Bassi_oval_portrait-208x300.jpg 208w" sizes="(max-width: 478px) 100vw, 478px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Sembra che, nonostante la consapevolezza dimostrata nelle sue scelte, la Bassi non si sia mai espressa con chiarezza sulla questione dell’emancipazione femminile nelle lettere e nell’accademia. Malgrado l’attribuzione di qualche commento a riguardo, pare che generalmente preferisse evitare il più possibile di considerare l’essere donna come una condizione di straordinarietà. Molto più delle sue parole, sono state in effetti la sua vita e la sua storia a fornire un’ispirazione e un esempio per le generazioni successive. Leggerne spinge a un desiderio di riscoperta di tutte le donne che come lei hanno vissuto scegliendo di non parlare apertamente, combattendo una rivoluzione silenziosa, e senza per questo costituire un precedente di minore rilievo.</p>



<p>Marta Cavazza ha voluto dare voce alla silenziosa lotta della Bassi. <strong>Ne emerge il ritratto vivido di una donna e della sua fierezza, insieme all’importanza del concetto di sorellanza: sta infatti “nell’‘amicizia’ tra le donne” secondo Cavazza, “la strada da percorrere per trasformare il mondo esclusivamente maschile delle università e delle accademie</strong> in una realtà di donne e di uomini cooperanti a un fine comune”.</p>



<p><strong><em>Matilde Moro</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/laura-bassi-ritratto/">Storia di Laura Bassi, “professora”: la prima donna al mondo a ottenere una cattedra universitaria</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/Laura-Bassi-1-715x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Ero una ragazza ignorante, una ragazza timida… ero troppo timida per dire ti amo”. Sconveniente, pigra, vagabonda Jean Rhys</title>
		<link>https://www.pangea.news/jean-rhys-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2020 06:25:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Jean Rhys]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=79033</guid>

					<description><![CDATA[<p>Viviamo in un’epoca che rivaluta e rimodella le istanze femministe, che tenta di dare assoluzioni a chi si autodenuncia a favore delle donne e si leggono i lamenti di chi vorrebbe una premiazione agli Oscar più eterogenea, più femminile e meno bianca. Quando tutto diventa una distinzione tra generi, riprendere o iniziare a leggere per [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/jean-rhys-ritratto/">“Ero una ragazza ignorante, una ragazza timida… ero troppo timida per dire ti amo”. Sconveniente, pigra, vagabonda Jean Rhys</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Viviamo in un’epoca che rivaluta e rimodella le istanze femministe, che tenta di dare assoluzioni a chi si autodenuncia a favore delle donne e si leggono i lamenti di chi vorrebbe una premiazione agli Oscar più eterogenea, più femminile e meno bianca. Quando tutto diventa una distinzione tra generi, riprendere o iniziare a leggere per la prima volta <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/jean-rhys_%28Enciclopedia-Italiana%29/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Jean Rhys</strong></a> è una boccata d’aria fresca. Nata e cresciuta fino all’età di diciassette anni nelle isole dei Caraibi, migra in Inghilterra per studiare e diventare attrice fino poi ad arrivare a Parigi. <strong>Il suo è uno pseudonimo, all’anagrafe è Ella Gwendolen Ress Williams, e il vero successo arriverà con <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845928031" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Il grande mare dei Sargassi</em>,</a> romanzo pubblicato nel 1966 che rivisita la storia di Jane Eye scritta da Charlotte Bront</strong><strong>ë</strong><strong>.</strong> Adelphi ha ripubblicato di recente <em>Buongiorno, mezzanotte</em>, romanzo di una giovane donna trapiantata nella capitale parigina.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-79035 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro1-27-193x300.jpg" alt="" width="336" height="522" />La misura in cui la scrittrice si inserisce nelle pagine del romanzo si nota grazie alla sua autobiografia incompiuta <em>Smile please</em> in cui racconta in un capitolo le sue vicende nella città europea da squattrinata. Come la protagonista Sasha, anche Jean Rhys si trova a calcolare i soldi per pagare la stanza in cui vive, per uscire ogni giorno e andare a pranzo in qualche ristorante vegetariano e incontrare uomini e donne che capiscano la sua estraneità verso Parigi, per poi lasciarsi ammansire da artisti conosciuti per caso che la rendono allegra e sbronza. <strong>Perché in fondo, che sia nel romanzo o nella vita, quella disperazione tutta femminile che la sommerge e la soffoca viene poi trasformata in un brio artificioso grazie ai bicchieri di cherry bevuti a Montparnasse.</strong> La protagonista si svela e si mostra ironica, di un’ironia acuta e sagace senza dimenticare le giornate passate ad annoiarsi, a provare cappelli piumati e originali che non indosserà mai. Jean Rhys riceverà dal primo amore un assegno che le permetterà di stare a Parigi, anche se la sua dignità all’inizio non glielo consentirà e si rifiuterà di accettare fino a quando la necessità vincerà sull’ideale.</p>
<p>*</p>
<p>“Quando il mio primo amore finì, scrissi questa poesia:</p>
<p>Non lo sapevo</p>
<p>Non lo sapevo</p>
<p>Non lo sapevo</p>
<p>Poi mi disposi ad entrare in uno stato di depressione acuta”. E in più il suo primo amante era ricco, a differenza sua, e così sarà sempre nella sua vita errante, nervosa, alla ricerca affannosa e instancabile di una pienezza che non c’è, che si modula forse grazie alla scrittura. Conclude matrimoni e la sua vita di ballerina e attrice e rinasce tante altre volte senza perdere mai quella voce che emerge chiara nei romanzi. <strong>“Ero una ragazza ignorante, una ragazza timida. E quando leggo romanzi che descrivono come si fa l’amore oggi, penso di essere stata anche passiva e monotona. Anche se quando mi toccava non riuscivo a controllare il battito assordante del cuore, ero troppo timida per dire “ti amo”.</strong> Sarebbe stato troppo, una cosa troppo importante. E non potevo pretendere tanto”.</p>
<p>Così si descrive nella biografia e così si riafferma nel romanzo dove le domande su di sé e su come sia diventata, sulla faccia gonfia per via dell’alcol, su come gli altri la vedano e come forse non la osservino davvero siano punti di contatto, siano la mappatura ideale per capirla.</p>
<p>*<br />
<img decoding="async" class=" wp-image-79036 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro2-40-191x300.jpg" alt="" width="333" height="523" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-40-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-40.jpg 600w" sizes="(max-width: 333px) 100vw, 333px" />La protagonista soffre la fine di un matrimonio, soffre la mancanza di un ordine ma poi sbanda, ancora e ancora, e forse non esiste neanche una soluzione. Il lato femminile e tragico di Jean Rhys è tanto vero da risultare in realtà corrosivo, non aiuta a spiegare perché lei come la protagonista bevano senza remore, non educa a una vita sentimentale sana e compiacente e duratura, non emula ideali femministi presi per veri e mai ribaltati. <strong>Jean Rhys parla di disperazione, di incalcolabile scollamento tra sé e il mondo, di vivere una vita pigra, vagabonda, disillusa e dissoluta e non nasconde le pieghe di ironia, le riflessioni su quello che incontra e che ritiene buffo o estraneo a sé, sulla distanza e sul lieve timore di lasciarsi coinvolgere da uno sconosciuto. </strong>Tenta di essere arrendevole ma è pure scaltra, misura le frasi da dire e maschera la sofferenza, la ferita che solo dopo molte pagine si scopre e nel mentre beve in compagnia, beve nella sua stanza d’albergo. Nella totale disillusione e nella tensione che la perseguita non c’è traccia di prevaricazione femminile ma la capacità di essere manchevole e poi caustica subito dopo, di ammettere dentro di sé e nelle sue protagoniste un prisma sfaccettato di sfumature che caratterizzano un essere umano pienamente tridimensionale. Accettare queste oscillazioni caratteriali, lasciare che una vinca sull’altra a seconda delle situazioni, a seconda del mondo che agisce con o contro di lei è un’esigenza prettamente umana e non solo un distinguo femminile per anime delicate. Partendo da una ribellione contro se stessa e da una ricerca di sé pellegrina che è marchiata nella sua storia, si costituisce una persona, si apre alla consapevolezza che i vezzi femminili di incipriarsi e truccarsi le appartengono tanto quanto quella domanda di certezza che sfugge sempre. Non elimina nulla, non censura niente e tenta di abbracciare ogni postura anche quando fa male, anche quando le forze sembrano abbandonarla. <strong>Non ha vergogna di essere fragile e allo stesso tempo vive sprezzante ai lati di un mondo che sembra sempre non appartenerle. È una lotta continua, una vertigine, una calamita di tristezze che si rimpastano con una scrittura ironica e divertita perché non cede mai troppo al lusso della malinconia, perché pur ammettendo uno strazio non si lascia definire da esso.</strong></p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-79037 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro3-12-195x300.jpg" alt="" width="342" height="526" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro3-12-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro3-12-667x1024.jpg 667w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro3-12-768x1179.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro3-12-1001x1536.jpg 1001w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro3-12-1334x2048.jpg 1334w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro3-12-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro3-12-1320x2026.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro3-12.jpg 1525w" sizes="(max-width: 342px) 100vw, 342px" />Le protagoniste di <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845932960" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Buongiorno, mezzanotte</em></strong></a> e di <em>Quartetto</em> si imbarcano in viaggi raffazzonati e inconcludenti, mostrano e nascondono lati, chiedono amore e poi lo tengono a freno, hanno una visione che si spezza a seconda di come la vita procede ma non per questo sono deboli, non per questo smettono di aspirare a una felicità stracolma, a una assoluzione piena che le liberi dal tormento. Come quando Sasha riannoda la sua vita ascoltando le storie di altri, analizza con puntiglio le situazioni mancate o lasciate cadere nel nulla: <strong>“Eccoci al punto, dunque. Non è che queste cose succedano o meno, o che uno ci sopravviva o no che rende la vita così strana; ma il fatto che vengano dimenticate. Persino quel momento che si è creduto fosse la propria eternità svanisce piano piano e viene dimenticato e cancellato.</strong> Ecco ciò che rende la vita buffa, il modo in cui si dimentica, e ogni giorno è un nuovo giorno, e c’è speranza per tutti, oplà. Sotto a chi tocca…”. È una questione di “incanto e disperazione”, come ha detto Wisława Szymborska in un’intervista seguita alla vittoria del Nobel, nel 1996.</p>
<p>*</p>
<p>Sembra che queste donne pendano da una parte, che si lascino trascinare da una corrente che non abbiano deciso eppure hanno la forza di analizzarsi, di aprirsi all’inconveniente e alle mancanze e non eliminano mai l’imperfezione. <strong>“E il suo bisogno disperato di gioia, di qualsiasi piacere fu come un’esplosione di follia nel suo cuore. Fu violenta come la sofferenza e lei strinse i denti. Fu come uno splendido animale in gabbia che si agita e lotta per uscire.</strong> Fu come un bambino non nato che salta, fa le capriole e tira calci nel suo ventre”: così la scrittrice descrive Marya, protagonista di <em>Quartetto</em> che a ventiquattro anni si rende conto di aver buttato via parti di vita, che l’inconsistenza della sua esistenza è ormai lampante e non può più nasconderla. Riuscire a tenere insieme ogni lembo e raccontarlo senza eroismo femminile è infine il vero affronto, l’autentico grido di chi ammette vittorie e sconfitte senza mai prendersi troppo sul serio e ne beve con risoluto piglio maschile.</p>
<p><strong><em>Anna Pellizzoni</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/jean-rhys-ritratto/">“Ero una ragazza ignorante, una ragazza timida… ero troppo timida per dire ti amo”. Sconveniente, pigra, vagabonda Jean Rhys</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/jean-rhys.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
	</channel>
</rss>
