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	<title>Wittgenstein Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Il libro dei libri. “Il ramo d’oro” di James Frazer, un inesauribile palazzo di storie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2020 04:47:00 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Uno dei libri fondamentali del secolo ha al centro l’Italia, Nemi, “il sacro bosco e il santuario di Diana Namorensis, la Diana del Bosco”, sui Colli Albani. Me lo ha ricordato Aurelio Picca, di recente, che in quei dintorni ha ambientato <a href="http://www.pangea.news/aurelio-picca-intervista/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">il suo ultimo romanzo.</a> La scena fondamentale su cui si apre quel libro è micidiale, possente, pare un romanzo, appunto. <strong>“In questo bosco sacro cresceva un albero intorno a cui, in ogni momento del giorno, e probabilmente anche a notte inoltrata, si poteva vedere aggirarsi una truce figura. Nella destra teneva una spada sguainata e si guardava continuamente d’attorno come se temesse a ogni istante di essere assalito da qualche nemico.</strong> Quest’uomo era un sacerdote e un omicida; e quegli da cui si guardava doveva prima o poi trucidarlo e ottenere il sacerdozio in sua vece. Era questa la regola del santuario. Un candidato al sacerdozio poteva prenderne l’ufficio uccidendo il sacerdote, e avendolo ucciso, restava in carica finché non fosse stato uccido a sua volta da uno più forte e astuto di lui”.</p>
<p>*</p>
<p><em><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-78386 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro1-55-200x300.jpg" alt="" width="350" height="526" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-55-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-55.jpg 400w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /><a href="https://www.bollatiboringhieri.it/libri/james-g-frazer-il-ramo-doro-9788833922898/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Il ramo d’oro </strong></a></em>va letto insieme al <em>Tramonto dell’Occidente. </em>Oswald Spengler dichiara la fine di un mondo, il nostro; James G. Frazer disseppellisce il selvaggio sotto un Tamigi di parrucche vittoriane, narra il rito di sangue all’origine della didattica parlamentare, la lotta che precede l’oratoria. Scozzese nato a Glasgow, il papà era chimico, nel 1854, svolse l’accademia al Trinity College, fu un avventuriero nella disciplina antropologica, <strong>cominciò a pubblicare il suo libro assoluto nel 1890, entro il 1915 terminò l’opera, in dodici volumi, nel 1922 ne realizzò una edizione abbreviata, per tutti.</strong> Sapeva scrivere, <em>il Frazer</em>, per questo il suo libro, di fatto, è uno straordinario repertorio di miti, una camera delle meraviglie, un viaggio irto di pericoli. Infine, una raccolta di fiabe cruente – nel 1924, in effetti, Lady Frazer, Elizabeth Grove, tradusse gli studi del marito in un libro per bambini, <em>The Leaves from the Golden Bough. </em></p>
<p>*</p>
<p>L’indole di Frazer – che cerca la continuità del rito in diversi contesti storici e mitici, con la scioltezza del romanziere – è chiara fin da subito. Il titolo del libro, <em>Il ramo d’oro</em>, si riferisce a un quadro di Turner del 1834 – “la scena del quadro, tutta soffusa da quella aurea luminescenza d’immaginazione con cui la divina mente del Turner impregnava e trasfigurava i più begli aspetti della natura, è la visione di un sogno” – che riproduce un brano del sesto libro dell’Eneide. Enea può scendere agli inferi impossessandosi di “un ramo, d’oro… sacro all’infera Giunone” che si trova “entro un albero ombroso”. Arte figurativa e poesia sono per Frazer elementi necessari come i reperti storici, i dati archeologici, la mitografia.</p>
<p>*</p>
<p><em>Il ramo d’oro </em>ha influenzato mezza letteratura inglese, da William B. Yeats a Joyce, da D.H. Lawrence a H.P. Lovecraft. James Frazer aveva uno sguardo ipnotico, severo: restò un insigne accademico. Era, cioè, un vittoriano – eventualmente un cittadino di Edoardo VII –, un uomo che credeva nel progresso, per lo meno degli intelletti, che non voleva scarcerare il Minotauro né togliere la museruola alla bestia che soggiace alle istituzioni europee, come avrebbe desiderato Joseph Conrad. <strong>Gli omaggi più sinceri li ha ricevuto da Thomas S. Eliot: fu <em>Il ramo d’oro </em>a suggerirgli la composizione della <em>Terra desolata.</em></strong> Il poeta rimarca il rapporto con lo studioso in una nota: “Ho un debito generale nei confronti di un’opera di antropologia che ha esercitato un profondo influsso sulla nostra generazione; mi riferisco a <em>The Golden Bough </em>di Frazer”.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-78387 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro2-64-203x300.jpg" alt="" width="377" height="557" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-64-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-64-1037x1536.jpg 1037w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-64-1383x2048.jpg 1383w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-64-1320x1955.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-64.jpg 1538w" sizes="(max-width: 377px) 100vw, 377px" />Dagli anni Trenta, Ludwig Wittgenstein comincia a scrivere alcune <em><a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845901836" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Note sul “Ramo d’oro” di Frazer</a> </em>di tersa ferocia. “Il modo in cui Frazer rappresenta le concezioni magiche e religiose degli uomini è insoddisfacente perché le fa apparire come <em>errori</em>… <strong>Frazer è molto più selvaggio della maggioranza dei suoi selvaggi, perché questi non potranno essere così distanti dalla comprensione di un fatto spirituale quanto lo è un inglese del ventesimo secolo. Le <em>sue</em> spiegazioni delle usanze primitive sono molto più rozze del senso di quelle usanze stesse”.</strong> Nella sostanza, Wittgenstein ha ragione: Frazer non intende mutare una cattedra in tenda né tatuarsi il serpente in spirale sulla schiena. Eppure, pecca di verve polemica. In un capitolo del <em>Ramo d’oro</em>, “Quel che dobbiamo ai selvaggi”, Frazer è chiaro: “Il disprezzo, il ridicolo, la ripugnanza e il biasimo sono troppo spesso il solo riconoscimento concesso al selvaggio e ai suoi costumi… ma in fin dei conti, le nostre somiglianze con i selvaggi sono ben più numerose delle differenze… Noi siamo come gli eredi di una fortuna tramandata da tanti secoli che si è persa la memoria di quelli che l’hanno costruita”. Un anno dopo la prima pubblicazione del <em>Ramo d’oro, </em>Paul Gauguin parte per Tahiti, inseguendo l’estro del ‘buon selvaggio’; l’anno prima Robert Louis Stevenson era sbarcato alle Samoa.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Frazer continua ad avere un potere ipnotico, cioè poetico. La rassegna dei miti e dei riti, che rastrella la meraviglia, è un’atletica dell’immaginazione. Qui, ad esempio, sul <em>potere magico sul vento</em>: “Gli stregoni della Terra del Fuoco gettano contro il vento delle conchiglie per farlo cadere. </strong>Gli indigeni dell’isola di Bibili, presso la Nuova Guinea, hanno fama di produrre il vento soffiando con la bocca… in Scozia le streghe solevano far alzare il vento, immergendo un cencio d’acqua nell’acqua e sbattendolo tre volte contro una pietra… In Groenlandia si crede che una donna incinta, per qualche tempo dopo il parto, abbia il potere di quietare le tempeste… L’arte di legare il vento in tre nodi, cosicché più nodi si sciolgano e più forte soffierà il vento, è stata attribuita agli stregoni della Lapponia e alle streghe dello Shetland, di Lewis e dell’isola di Man”. Un viaggio folle, avventato, nei venti, appunto, tra civiltà sorte in un sussurro, stabilite in un incantesimo.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-78388 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro3-17-190x300.jpg" alt="" width="349" height="551" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro3-17-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro3-17-648x1024.jpg 648w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro3-17-768x1213.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro3-17-972x1536.jpg 972w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro3-17-1297x2048.jpg 1297w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro3-17-1320x2085.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro3-17.jpg 1453w" sizes="(max-width: 349px) 100vw, 349px" />Ora che tutto è svelato, non più iniziati a nulla, le nostre iniziative restano superficiali: potremmo vivere un secolo, perfino due, con gloria scientifica, ma senza senso. </strong>L’albero ci è ignoto, dell’erba ignoriamo il sapore e il veleno, nessuno, a notte, vaga imitando le gesta del cormorano o l’enfasi del lupo – nessuno si lascia immergere in un fiume credendo così di riemergere rinnovato. Chi vede gli angeli, chi compara l’immobilità della lucertola al dito vendicativo di un dio, chi sa far scaturire la scala del Paradiso dal proprio ombelico, chi raccoglie una storia che unisca serpe e calura, mare e fervore?</p>
<p>*</p>
<p>Per carità, <em>Il ramo d’oro </em>avrà perso l’autorevolezza ‘scientifica’, gli studi antropologici ‘evolvono’, come il nostro sguardo sulle civiltà d’altrove. Eppure, questo libro resta un bacino potente di ispirazioni, ci colloca nell’arcano, a un passo dal sacro, dov’era comunione con le cose – crudele, è chiaro, perché il patto s’imputa in sangue – e non demandata sopraffazione. Penso, ad esempio, al capitolo sul “Tabù di parole”, necessario per chi pratica il verbo. “Il selvaggio non sa distingue chiaramente tra le parole e le cose e crede quindi comunemente che la relazione tra il nome e la persona o la cosa denominata non sia un’associazione puramente arbitraria e ideale, ma un legame reale e sostanziale che li unisce in tal modo che la magia può agire sull’uomo per mezzo del suo nome”. <strong>Da qui, la necessità di mascherare il proprio nome autentico, segreto, con altri, ulteriori: “Fra le tribù dell’Africa centrale ogni uomo, donna o bambino possiede, oltre un nome personale che è d’uso comune, un nome sacro e segreto, che gli è stato imposto dagli anziani poco dopo la nascita e che è conosciuto soltanto dai membri del gruppo completamente iniziati”.</strong> Allo stesso modo, dai Mongoli ai Tuareg, dagli Ainu giapponesi agli abitanti del Borneo e del Madagascar, è viva “una avversione nel ripetere i nomi dei morti”. Il nome del morto va custodito nell’amuleto del ricordo: ripeterlo significa riportarlo in vita. Ho amato la tradizione “di certe tribù australiane” per cui “il cambiamento del nome è permanente”. Il nome, cioè, traccia l’istante del mio destino: ogni evento di spicco – ogni incidente – è sancito dal cambio del nome. Come se il nome fosse un tatuaggio. D’altra parte, la tradizione di far indossare ai figli il nome dei nonni o di certi personaggi biblici significa, pur inconsciamente, tentare di orientare la sorte, fare di una vita una promessa, uno slancio.</p>
<p>*</p>
<p>Morì nel 1941, <em>il Frazer</em>, ormai del tutto cieco – poche ore dopo lo seguì la moglie, a dire, forse, di un legame definitivo. Sono sepolti insieme, i Frazer. Le lettere sulla lapide sono quasi invisibili, appena un sussurro, sulla pietra, neppure un nome. (d.b.)</p>
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		<item>
		<title>Considerazioni intorno alla parola “Femminicidio”. Da quando esiste, ogni uomo è un potenziale maniaco e tra maschi e femmine è in atto una guerra colossale, biblica. Tutta propaganda</title>
		<link>https://www.pangea.news/femminicidio-parole-di-propaganda-vincenzo-liguori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 May 2019 06:46:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non vi è dubbio, anche le parole invecchiano, il tempo le deteriora, le sfianca. Quella parola che un tempo avrebbe acceso fuochi, provocato esplosioni e avrebbe aizzato uomini in battaglia, ora a stento produrrebbe un rutto o un borborigmo. Qualcosa di simile, per esempio, è accaduto alla parola anima che una volta traduceva la greca [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Non vi è dubbio, anche le parole invecchiano, il tempo le deteriora, le sfianca.</strong> Quella parola che un tempo avrebbe acceso fuochi, provocato esplosioni e avrebbe aizzato uomini in battaglia, ora a stento produrrebbe un rutto o un borborigmo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qualcosa di simile, per esempio, è accaduto alla parola <em>anima</em> che una volta traduceva la greca <em>psyché</em>. Al suo risuonare nell’aria era tutto un fissare attonito di sguardi, un sordo sfrigolare di intimità, un metafisico farneticare.</strong> Ma poi la parola fu dispersa definitivamente in quel territorio ostile e inospitale che è l’inconscio e, tra le tante, divenne <em>psicoanalisi</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcune parole hanno più fortuna di altre, è vero. Si attaccano al palato e si lasciano accarezzare dalla lingua, poi, quando è il momento, schizzano oltre la barriera dei denti e scuotono le labbra. Il loro suono riempie l’aria circostante e un nonsoché di miracoloso si compie.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nei nostri tempi bui a tenere banco e a compiere miracoli è la parola <em>femminicidio</em>. Non vi è discussione che riguardi la donna e la sua condizione sociale in cui essa non faccia capolino almeno una volta.</strong> Cosicché, quando ciò accade, il dissenso si spegne, le cosiddette coscienze critiche improvvisamente tacciono, il miracolo si compie e un nuovo lessico si impone. Tutta la concione, insomma, non fa che riproporre ossessivamente quel dibattito a ciclo continuo che ruota intorno a un solo tema: la <em>violenza sulle donne</em>, chiamata anche <em>violenza di genere </em>o, peggio ancora,<em> femminicidio</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">È vero, nessuna levità attraversa i discorsi che riguardano le donne, né quelli al bar con gli amici né gli interminabili sproloqui nei nostrani salotti televisivi. Dei rotocalchi, poi, com’è risaputo, le specialità sono il pettegolezzo, l’illazione e le basse insinuazioni. <strong>La donna, insomma, genera parola, dibattito, narrazione. Tuttavia – sia detto senza provocazione o dispregio – la sonnolenza che accompagna certe discussioni che del <em>femminicidio</em> fanno il tema centrale è seconda soltanto a quella che sopraggiunge dopo il coito</strong> (sempre che a sua volta non sia preceduta da quella tristezza che già gli antichi avevano osservato anche negli animali: <em>post coitum omne animale triste est</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Non occorre ostentare cinismo per rifiutarsi di partecipare all’agape della stupidità ed evitare di abboccare all’amo dei pregiudizi. Anzi, <em>cum grano salis</em> chiunque riuscirebbe a capire che l’archetipa distinzione di genere maschio-femmina non si traduce affatto nella perversa idea che il primo viva con l’unico scopo di sopraffare la seconda. <strong>Tuttavia il messaggio che il termine <em>femminicidio</em> veicola e che fa di ogni maschio l’aguzzino di una donna inerme e impotente farebbe sorridere se non fosse allo stesso tempo preoccupante e pericoloso. È proprio questo il punto. Con il suo sovrabbondante uso il termine <em>femminicidio</em> ha instaurato il delitto di genere</strong>, cosicché un efferato crimine adesso ha la sua consacrazione in una voce da dizionario e ogni donna quello nel martirologio delle vittime. Ma poi, mi domando: cosa se ne fa la nostra lingua di una così rozza cacofonia, di un termine che, oltre a essere osceno, semina zizzania? (Aveva ragione lei, <em>Herr</em> Wittgenstein, i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È necessario ripeterlo? I fatti sono sotto gli occhi di tutti: gli oltraggi alle donne avvengono quasi sempre in quella avvelenata riserva di sentimenti malati e repressi che per lo più è la famiglia. In questo luogo astratto, concettuale e pre-metafisico che nessuno sa bene cosa sia</strong> (quando lo si chiede a qualcuno, infatti, si ricevono risposte che assomigliano a quello che sant’Agostino nelle <em>Confessioni</em> scriveva a proposito del tempo: <em>“Se nessuno me ne chiede, lo so bene; ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so”</em>), il risentimento e l’odio hanno sbocchi facili, occasioni a bizzeffe. Dopotutto è là, nella famiglia, che si costruiscono le guerre e, per svariati motivi, il più prepotente prevarica sull’altro. (Non erano famiglie anche quelle dei Borgia, di Agamennone e di Amleto?).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La questione è nota: spesso la gelosia acceca, una separazione deprime, l’alcol instupidisce, i figli frenano le ambizioni individuali, i debiti umiliano, e nelle liti familiari dalle parole esasperate si passa presto alle vie di fatto. Per molto meno Pozdnyšev ammazzò la moglie ne <em>La Sonata a Kreutzer</em> di Tolstoj. </strong>Il <em>femminicidio</em> si consuma in famiglia, sì, là dove il vecchio adagio voleva si lavassero i panni sporchi. In quella cupa trincea, l’esecrabile delitto aveva la riconoscibilità di un segno e la fosca dignità di un nome proprio, si chiamava <em>uxoricidio</em>. Ma è stato detto, certe parole non hanno fortuna. <strong>Eppure l’<em>uxoricidio</em> diceva già tutto di sé e non faceva distinzione di genere. Anzi, era uxoricida il marito che pugnalava la moglie, e lo era la moglie che avvelenava la minestra del marito.</strong> Anche nel male, insomma, vi era parità e uguaglianza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La questione è delicata, me ne rendo conto. Lo intuì persino Hegel quando argomentava sull’essenza umana di un assassino: “<em>Può ben esserci della gente che, quando udrà tali cose, dirà: costui vuole scusare quell’assassino”</em> (G. W. F. Hegel, <em>Chi pensa astrattamente?</em>). Perciò è bene che io chiarisca il punto. <strong>L’<em>uxoricida</em> – lungi da me intonargli un peana o giustificarne gli atti – non disprezza le donne se non nella misura in cui la sua, e soltanto la sua, le rappresenta tutte.</strong> (E con ciò aggiungo anche che se un tale vigliacco allunga le mani sulla sua donna non per questo tutti gli uomini sono violenti e fanno lo stesso). L’odio, la gelosia, il rancore che prova per lei è circoscritto alla sola universalità del suo corpo. Per tale motivo nessuno di questi rozzi criminali ripete o compie più volte lo stesso delitto. Vi è singolarità e non serialità nel loro scellerato atto. A memoria d’uomo non credo si ricordi un <em>uxoricida</em> a piede libero che abbia minacciato la serenità o l’integrità fisica di una donna che con lui non abbia avuto un’affinità parentale o una relazione di tipo sentimentale. <strong>Instaurando il <em>femminicidio</em>, invece, ogni donna è tenuta a sentirsi minacciata, tutte esposte alle angherie violente degli uomini. Per contro, ogni uomo è un potenziale maniaco, un violento prevaricatore, un aguzzino, un vessatore di professione. Una colossale guerra di tutti gli uomini contro tutte le donne, uno sterminio biblico, insomma.</strong> In un’altra epoca tutto questo avrebbe avuto il nome ignobile di <em>propaganda</em>. Ma quell’epoca triste è tramontata e la parola propaganda, anch’essa come altre, ha esaurito destino, resistenza e fortuna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Vincenzo Liguori</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Artemisia Gentileschi, “Giuditta che decapita Oloferne”, 1612-13</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
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		<title>Perché la New Age mi fa dormire? I New Agers scambiano il logos per logorrea e le loro incaute teorie funzionano bene come scioglilingua</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Mar 2019 10:17:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 1928 un brillante filosofo/logico di Vienna, Rudolf Carnap, pubblicò Der logische Aufbau der Welt, “La struttura logica del mondo”. Dieci anni prima, Ludwig Wittgenstein aveva ideato il suo profondamente criptico Tractatus Logico-Philosophicus, l’ultimo libro filosofico. Carnap e altri esponenti del circolo viennese rielaborarono il messaggio di Wittgenstein. Verso la conclusione dell’opera citata (183. Razionalismo?) [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1928 un brillante filosofo/logico di Vienna, Rudolf Carnap, pubblicò <em>Der logische Aufbau der Welt, “</em>La struttura logica del mondo”.</strong> Dieci anni prima, Ludwig Wittgenstein aveva ideato il suo profondamente criptico <em>Tractatus Logico-Philosophicus, </em>l’ultimo libro filosofico. Carnap e altri esponenti del circolo viennese rielaborarono il messaggio di Wittgenstein. Verso la conclusione dell’opera citata (183. Razionalismo?) inserì:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>RIFERIMENTI. Wittgenstein ha chiaramente formulato l’orgogliosa tesi dell’onnipotenza della scienza razionale, così come l’umile intuizione relativa alla sua importanza nella vita pratica: per una risposta che non può essere espressa, anche la domanda non può essere espressa. Il problema non si pone. Se si può fare una domanda, allora vi si può rispondere… (…) Wittgenstein riassume la portata del suo trattato nelle seguenti parole: “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Quel famoso aforisma, che conclude il trattato, avrebbe dovuto essere interpretato come una confessione di umiltà gnostica, non come un’orgogliosa tesi dell’onnipotenza di una scienza razionale. Basta prestare attenzione a tutte le implicazioni dell’opus. Giusto due aforismi prima di quello finale, infatti, Wittgenstein afferma: “C’è davvero dell’inneffabile. Esso mostra sé, è il mistico.” (6.522)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66161 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro-192x300.jpg" alt="" width="145" height="227" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro-768x1199.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro-656x1024.jpg 656w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro-1320x2061.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro.jpg 1543w" sizes="(max-width: 145px) 100vw, 145px" />Tutto ciò risale a un secolo fa: perché dovrebbe interessarci ancora? Perché le implicazioni del razionalismo, del positivismo, del determinismo, del riduzionismo, e del meccanicismo hanno invaso il globo come una peste.</strong> Non si deve biasimare Wittgenstein: ha trasceso la sua epoca, sebbene l’abbia epitomizzata usando e sviluppando i suoi strumenti, da poco riscoperti e perfezionati, quelli della logica. (Una evidente obiezione al suo <em>Tractatus</em> è l’uso dell’aforisma e un criterio di classificazione altamente soggettivo al posto di un testo strutturato più sistematicamente. Perché mai dovremmo sventrare la logica attraverso un assortimento di aforismi criptici?) I suoi meno dotati seguaci, attraverso il loro fraintendimento storico, partirono per la tangente (sbagliata.) E questo solo nel campo della logica. In tutti i rami della conoscenza, il determinismo è venuto e se n’è andato, o piuttosto, sarebbe dovuto andarsene, ma non lo ha fatto, è rimasto, e ha permeato il mondo, coadiuvato dall’amplificazione del suo più fedele alleato, il progresso economico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Segue un irrispettosamente succinto riassunto di alcuni dei colpi che avrebbero dovuto decretare la fine del determinismo, del meccanicismo, del riduzionismo, del darwinismo, etc. Coloro che hanno familiarità con tali sviluppi scientifici, non leggano questa sezione. </strong>Coloro che non ne hanno, possono usarla come un invito ad approfondire la lettura degli scienziati citati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La geometria euclidea è stata surclassata da quella non-euclidea, le cui principali figure furono: Nikolai Ivanovich Lobachevski (1973 -1856); János Bolyai (1802- 1860); e Bernhard Riemann (1826-1866).</strong> Se il riconoscimento di Lobachevski e Bolyai è postumo, l’accettazione della geometria non euclidea avvenne sotto l’influenza delle idee di Riemann, nel 1866, di Eugenio Beltrami nel 1868, e di Felix Klein nel 1871. Nel 1927 Werner Heisenberg (1901-1976) pubblicò il suo principio di indeterminazione. La sua radicale reinterpretazione dei concetti base largamente newtoniani della meccanica applicata alle particelle atomiche nel contesto della teoria quantistica avrebbe dovuto sferrare il colpo di grazia alla meccanica di Newton. (E lo fece, in effetti. Tuttavia, la nozione di tempo come mera durata è ancora cardinale, ad esempio, per il mondo finanziario, con ripercussioni di proporzioni globali).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il positivismo logico era stato ferito nel suo nucleo – la sua coercizione vero/falso e conseguente tacita aderenza al principio di bivalenza – dalla scoperta di Jan Łukasiewicz (1878-1956) della logica trivalente già nel 1917</strong>, nota bene: prima del trattato di Wittgenstein. Seguirono una logica a molti valori (e calcoli multivalore), aiutata dal fiorire della scuola di logica di Varsavia, della cui nascita Łukasiewicz è indirettamente responsabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto concerne la selezione naturale e la concezione del mondo darwiniana, accoppiata al moderno approccio biologico molecolare convenzionale, che insiste sul fatto che, quando si conoscerà la sequenza del DNA di qualsiasi organismo, allora tutto sarà manifesto, sta diventando evidente, come suggeriscono, fra gli altri Brian Goodwin e Gunther Stent, che la morfogenesi e lo sviluppo possono essere visti come un sistema dinamico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La teoria del caos sta appena uscendo allo scoperto</strong>, gradualmente guadagnando terreno fra biologi, matematici e filosofi.</p>
<p style="text-align: justify;">Riassumendo, tutti i suddetti sviluppi, in rami diversi ma sempre più interconnessi della conoscenza, puntano al fatto <strong>che il mondo, la vita, e la vera essenza dell’essere, l’ontologia, debbano essere reinterpretati e re-investigati con un approccio interamente nuovo</strong> (o interamente revivalista). Gli organismi non sono mere raccolte di parti, come geni, molecole e i vari componenti dei loro organi. E, soprattutto, sono vivi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La prodigiosa proliferazione di asfalto, blocchi di cemento, edifici e grattacieli in tutto il mondo; il processo in atto e senza precedenti di deforestazione e totale desertificazione; l’omogeneizzazione culturale che il mondo ha subito, nell’interesse di una sottocultura globale</strong>, taglia unica, con la quale soppiantare le precedenti culture multiple – tutto ciò sembra essere un inarrestabile processo di spaventosa grandezza distruttiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Più di centocinquanta anni fa Karl Marx aveva predetto, in vera e propria tradizione oracolare sebbene nelle sembianze di moderno scienziato della storia, che il mondo si sarebbe mosso, in uno spasmo dialettico, verso un proletariato internazionale globale. Il ventesimo secolo, secondo le sue predizioni, avrebbe dovuto annunciare e confermare la nascita di un proletariato mondiale senza classi, internazionale, transnazionale e sopra nazionale.</strong> Ma il comunismo ha fallito platealmente, nonostante gli sforzi tenaci e vigorosi che i vari regimi hanno esercitato per tenerlo in vita, a nonostante le decine e decine di milioni di vite umane sacrificate al suo altare. L’umanità è regredita verso l’adorazione degli dei e, ciò che è peggio, se c’è stata una sola e dominante tendenza nel ventesimo secolo, è stata il nazionalismo. Le previsioni di Marx si sono rivelate sbagliate e il suo determinismo storico&#8230; difettoso, per coltivare l’arte dell’eufemismo.</p>
<figure id="attachment_66162" aria-describedby="caption-attachment-66162" style="width: 215px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66162" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/gmdsphoto-215x300.jpg" alt="" width="215" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/gmdsphoto-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/gmdsphoto.jpg 300w" sizes="(max-width: 215px) 100vw, 215px" /><figcaption id="caption-attachment-66162" class="wp-caption-text">Guido Mina di Sospiro ha da poco pubblicato per Ponte alle Grazie &#8220;Sottovento e sopravvento&#8221;</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma centinaia di milioni di persone, dall’Unione Sovietica alla Cina, da Cuba al Vietnam, hanno preso parte, volenti o nolenti, in questo colossale esperimento: dimentica la tua proprietà (se ce l’hai) – la tua religione – i tuoi costumi – i tuoi istinti&#8230; Probabilmente come reazione, stiamo assistendo al riemergere di istinti tribali a lungo dimenticati</strong>, mentre permangono scenari da incubo dal lato oscuro dell’umanità: pulizia etnica, guerre di religione etc.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le società androcratiche, di libero mercato e consumistiche, capitanate e ispirate dagli Stati Uniti, sono riuscite a far sembrare il mondo tutto uguale, </strong>applicando concetti di ampia portata che sono apparentemente di casa ovunque, poiché fanno appello a una componente della psiche umana alla quale la maggior parte di noi non sembra in grado di rinunciare: l’avidità. Un osservatore extraterrestre, dopo una completa valutazione del mondo, potrebbe commentare che esso appare come una mistura freudiana e adleriana, un ribollire d’istinti base provocati da pulsioni sessuali e di potere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fra queste principali e, sebbene differenti, ugualmente distruttive forze, c’è una particolare classe di esseri umani: i simpatizzanti della New Age.</strong> Come si possono caratterizzare?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>New Age, da un punto di vista solidale</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oggigiorno le religioni abramiche si occupano di questioni molto poco ermetiche, mentre la massoneria è solo una di tante confraternite. In un certo senso, ciò è andato a vantaggio della tradizione ermetica, che adesso non si trova più sul limitare di altre istituzioni. <strong>Infatti, è diventata una chiesa per conto suo, e ha sviluppato la sua parte più essoterica nel movimento New Age.</strong> Uno sguardo retrospettivo alla storia conferma la diagnosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Al pari dell’ermetismo rinascimentale, che sperava di restaurare pace al mondo cristiano e la ragione all’umanità belligerante, <strong>il movimento New Age è ecumenico, non dogmatico e pacifista. Come gli alchimisti, che pensavano che tutta la materia fosse sulla via di diventare oro, i New Agers si dedicano alla trasformazione personale e alla realizzazione del potenziale latente in ciascuno.</strong> Le scienze occulte fioriscono, certamente nelle loro modalità meno profonde, in sistemi di divinazione (tarocchi, rune, I Ching), nell’astrologia, nella scienza delle piante (medicina delle erbe) e delle pietre (cristalli). Così come Paracelso attraversò l’Europa chiacchierando con boscaioli e vecchie sagge, i New Agers ricercano la saggezza dei popoli indigeni, a cui danno valore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come tutte le manifestazioni essoteriche, la New Age ha i suoi aspetti sfortunati. Ma al suo peggio è stupidotta piuttosto che malvagia</strong>, e al nostro osservatore extraterrestre sembrerebbe la più umanistica ed ecologica di tutte le religioni attuali. Inoltre, offre porte non sono sigillate dal dogma o dall’autorità religiosa attraverso le quali pochi auto-selezionati possono passare per ottenere una conoscenza più profonda.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>New Age, da un punto di vista ostile</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se la New Age riguarda principalmente il risveglio, perché mi fa dormire? Quelle copertine lucenti con disegni kitsch; <strong>quella musica da ascensore riciclata con titoli pomposi; e soprattutto quei profeti, o illuminati, o qualsiasi cosa siano, col loro catechismo nuovo fiammante</strong> – mi fanno dormire.</p>
<p style="text-align: justify;">In tutta buona fede partecipo a un seminario. Eccomi dinnanzi all’illuminato, che chiacchiera. La prima impressione che mi assale è un grande torpore. Ma non mi posso addormentare, sarebbe maleducato. <strong>Così ascolto. E cosa sento? Una stupenda quantità di ovvie assurdità. Pensandoci, non è semplice ammassare così tante stupidaggini in così poco tempo.</strong> È una cosa degna di nota di per sé, se non esattamente degna di lode.</p>
<p style="text-align: justify;">Imparo che ci reincarniamo 84.ooo.ooo volte; che ho dell’ectoplasma nero che fuoriesce dalla mia bocca; che alcuni di noi stanno per vedere le luci ultraviolette; che siamo osservati da extraterrestri con un terzo occhio (mi chiedo da quale occhio?) etc. etc. <strong>Sebbene la sospensione dell’incredulità sia una <em>conditio sine qua non,</em> c’è anche una curiosa infusione di pseudo-scienze, cosicché i termini sono presi in prestito liberamente dalla fisica, dalla chimica, dalla biologia, etc. Se non altro, funzionano egregiamente come scioglilingua.</strong> Abbondano le frasi fatte, immagino perché non c’è un correttore grammaticale che avvisi l’illuminato: “Frase fatta, usare con parsimonia”. Il <em>logos</em> è confuso con la <em>logorrea</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Prospera anche un sentimentalismo del tipo più infimo, e dispiace perché sembrerebbe esserci spazio per l’umorismo. Ad esempio, da un catalogo di libri New Age, ecco un titolo azzeccatissimo: <em>Dai la colpa alle tue vite precedenti.</em> Tale libro esiste davvero. Dovrebbe essere un best-seller fra i perdenti, e posso già immaginare il secondo volume: <em>Punta tutto sulla tua prossima vita!</em></p>
<p style="text-align: justify;">È tutto qui? Sono circondato da perdenti? Mentre sedevo in mezzo a loro, la canzone di Beck continuava a frullarmi in mente col suo maligno ritornello: “Sono un perdente, amore, allora perché non mi uccidi?” Tutti i New Agers hanno forse un tremendo bisogno di psicoanalisi?  Stanno tutti cercando una via di salvezza psichica ed emozionale? Se fosse questo il caso, allora, in forza della compassione, sono costretto a rispettare i loro erronei tentativi, e tacere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A ben pensarci, i New Agers, per quanto kitsch siano, sono fra i migliori rappresentanti della società occidentale. Perché, almeno, loro avvertono che qualcosa non va. Sfortunatamente, sembrano accorgersene solo quando qualcosa va terribilmente storto nella loro vita.</strong> Allora cercano un rimedio e, avendo rifiutato la religione cattolica, se sono cattolici, la zingara che legge i tarocchi o il palmo della mano, e lo psichiatra, confluiscono in questa nuova genia di ciarlatani, cioè persone che dispensano frasi fatte rimescolate in guisa di saggezza trascendentale. E allora, com’è che la fanno franca? La fanno franca perché coloro che partecipano ai loro seminari e leggono i loro libri sono per la maggior parte gente disperata pronta a credere a tutto e abbracciare qualunque idea.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci siamo passati tutti nella nostra vita, impotenti nelle grinfie della depressione. Quando niente va come dovrebbe andare, qualsiasi antidolorifico capace di alleviare la nostra sofferenza è il benvenuto. </strong>In un tale stato di profondo abbattimento, non solo si ottiene automaticamente la sospensione dell’incredulità, ma il futuro illuminato crederà più di ciò che si può realisticamente credere. E tuttavia l’Altro possiede il senso dell&#8217;umorismo e, se lo si avvicina in modo così disarmante, è probabile non si riuscirà mai a vendergli una polizza di assicurazione sulla vita. L’Altro ha anche bisogno di noi, ma non s’interessa di coloro i quali, avendo rinunciato a un atteggiamento critico, sono pronti a credere a qualsiasi cosa. L’Altro snobba tali persone.</p>
<p style="text-align: justify;">Coloro di voi che non hanno mai letto un libro tipicamente New Age ne devono comprare almeno uno e rendersi conto da soli di cosa intendo. Di solito la prefazione informa frettolosamente il lettore che l’Autore è stato magistralmente guidato da tale o talaltro (uno spirito, una reincarnazione, una voce divina) e che lui o lei <em>deve</em> comunicare un messaggio, anzi, <em>il</em> messaggio. Comincia poi una litania di regole. Sono elencate nel più canonico ordine causale, cioè, da A segue B; da B, C, e così via. <strong>Sembra che la Rivelazione, il Messaggio consista nella lista della spesa. Solo che, al posto delle carote, del pane e del prezzemolo, la lista è composta da frasi fatte prese in prestito da un potpourri mal digerito di religioni/pseudoscienze comparate</strong>, compilate da sfogliatori di libri di seconda classe.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte, coloro la cui vita è apparentemente in ordine, che abbondano in soddisfazioni familiari e professionali, che sono normali e in salute, raramente sentono il bisogno di avvicinarsi a ciò che, di fatto, è sepolto in profondità dentro ciascuno di noi<strong>. E poi ci sono le masse, coloro che guardano cinque ore di televisione al giorno, e sono bombardati da incessanti spot pubblicitari, una media di 21.000 all’anno negli Stati Uniti; coloro che hanno ormai l’encefalogramma piatto</strong> e, sebbene ancora funzionali a livello fisico e psichico, sono in effetti diventati dei manichini.</p>
<p style="text-align: justify;">Finché, un giorno, uno di tali manichini viene trovato, legato, imbavagliato e strangolato in uno stanzino o in uno scantinato. Alla fine, i parenti normali e sani, eccezionalmente risvegliati dal loro letargo che dura da una vita, vengono a sapere dalla polizia che il loro caro non è stato ucciso, bensì è morto di morte autoerotica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Guido Mina da Sospiro</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Guido Mina di Sospiro è l’autore, tra l’altro, di “L’albero” (Rizzoli, 2002), “La metafisica del ping-pong” (Ponte alle Grazie, 2016) e “Sottovento e sopravvento” (Ponte alle Grazie, 2017).</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>(L’articolo è tradotto dall’inglese da Patrizia Poli; originalmente pubblicato su “Reality Sandwich”)</em></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Alessandro Baricco fa il parroco e usa le parentesi quadre come Wittgenstein. Per capire il delirio del sesso contemporaneo passate a Vargas Llosa, è meglio</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jan 2019 08:08:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C’è stato un momento, vent’anni fa, in cui la produzione di informazioni su internet si è agganciata alla produzione di ormoni. Un’ora fatale era scoccata, e anche il sesso ormai pronto per venire inscatolato. A ognuno il suo e viva il parroco! Ma se lo chiami il parroco non tarda a venire e Alessandro Baricco ha [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/alessandro-baricco-fa-il-parroco-e-usa-le-paretesi-quadre-come-wittgenstein-per-capire-il-delirio-del-sesso-contemporaneo-passate-a-vargas-llosa-e-meglio/">Alessandro Baricco fa il parroco e usa le parentesi quadre come Wittgenstein. Per capire il delirio del sesso contemporaneo passate a Vargas Llosa, è meglio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’è stato un momento, vent’anni fa, in cui la produzione di informazioni su internet si è agganciata alla produzione di ormoni. Un’ora fatale era scoccata, e anche il sesso ormai pronto per venire inscatolato. A ognuno il suo e viva il parroco!<strong> Ma se lo chiami il parroco non tarda a venire e Alessandro Baricco ha riprodotto sulle mappe che guarniscono la sua ultima fatica da spirito del tempo che soffia un po’ dove vuole.</strong> Il capolavoro pronto mesi prima di Natale sugli scaffali s&#8217;intitola <em>The Game</em> (Einaudi, 2018). Una summa di teurgia bianca, sinistra, insomma la solita minestra di angeli della storia e contropelo alla Benjamin.</p>
<p style="text-align: justify;">Leggete (prima comprate) <em>The Game</em> dell’incantatore dei sonagli smanettoni del web e studiate le sue mappe a fondo libro per capire il resto: in quest’anno avevamo youporn, ma ora abbiamo quest’altro e poi lì, in quell’angolo della mappa troviamo whattsapp. E lì in fondo l’idromele di Steve Jobs.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64976 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/baricco-191x300.jpg" alt="baricco" width="119" height="187" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco.jpg 638w" sizes="(max-width: 119px) 100vw, 119px" />Esempio numero uno. Tinder. “Riesce a sdoganare per sempre un penoso desiderio che avevano quasi tutti: tornati a casa completamente scoglionati, poter scegliere in un catalogo un partner mai visto prima con cui uscire a cena [o eventualmente entrare in un letto]”. </strong>Notare la parentesi quadra degna di Wittgenstein e Frankenstein. E ancora “la genialità di Tinder fu quella di capire che stare lì a scegliere nel catalogo con le chiappe sul sofà e la TV accesa rappresentava per la stragrande maggioranza degli esseri umani una cosa più divertente che uscire cena  [piuttosto caro e comunque prima dovevi lavarti e è vestirti] o accoppiarsi veramente [non sto a sottolineare le innumerevoli scocciature”. Insomma l’ha provato? Ecchisenefrega. Definizione finale data dal sommo “Tinder, un solitario con le carte”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esempio numero due. “2006. Nasce Youporn. Va be’, questo sapete cos’è&#8221;. Evviva. Laconico come uno spartano a Torino.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Esempio numero tre per quadrare il cerchio del teologo hegeliano che inventa il suo lessico e se lo gira tra le mani come un pupo. “Alla fine la principale differenza tra l’idea di esperienza che aveva il ’900 e l’idea di post-esperienza che esce dall’insurrezione digitale non sta tanto in quella faccenda della profondità e della superficialità”. Perché “la post-esperienza è l’inizio di un gesto, è l’apertura di un’esplorazione, è un rito d’allontanamento, è la traiettoria di un andare”.</p>
<p style="text-align: justify;">E per concludere, una bella mappa del malandrino per chi voglia afferrare lo stile prolisso del nostro campione e scoliasta, manco fosse il dio Montaigne che si chiude nella torre con venti libri e scrive mille pagine. O Bolaño che nell’ascensore guarda l’infermiera e muore d’eros perché sente la malattia ai reni, ma rimane in piedi e lo scrive e tiene la conferenza come è lui – un gaucho insopportabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma pazienza non ce n’è. Dopo Montaigne e Bolaño una storia da sempliciotti come quella di <em>The game</em> è insoffribile. Corriamo ai ripari e compriamo coi soliti noti (Adelphi o Bompiani) i <em>Saggi</em> di Montaigne per toccare il nostro corpo come se fosse fatto d’anima.</strong> Meglio ancora, diamo l’obolo ad Adelphi o Sellerio, spacchiamoci gli occhi con le ultime parole di Bolaño (<em>Il gaucho insostenibile</em>) a proposito di sesso e malattia e leggiamo di questo cileno intrappolato in ascensore con un&#8217;infermiera mentre pensa che muore per insufficienza ai reni e si appende al sesso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oppure. Primo passo, riavvolgere il nastro. Prendere il primo libro erotico uscito negli anni in cui internet sbalordiva gli utenti e li trasformava in surfisti</strong> (ma va bene, direte non c’era youporn vent’anni fa – aspettate un momento).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64977 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/vargas-llosa-185x300.jpg" alt="vargas llosa" width="120" height="195" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/vargas-llosa-185x300.jpg 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/vargas-llosa.jpg 250w" sizes="(max-width: 120px) 100vw, 120px" />Londra 1996. Mario Vargas Llosa finisce i suoi <em>Quaderni di don Rigoberto</em>, storia di infiniti intrecci e fantasie tra il saggio sognatore erotico che presta il nome al romanzo, e la instancabile doña Lucrezia.</strong> Tra ex-motociclisti evirati, vecchi amanti romanticissimi e clienti che la prendono per una prostituta, vedete un po&#8217; le traversie di Lucrezia prima di tornare tra le braccia di Rigoberto. Per poi capire come tutto sia un sogno, un sogno divino&#8230; ma fermi qui. La trama non va violata. Leggete e vedrete se non vi sentirete più eccitati dopo Vargas Llosa anziché dopo le menate di Baricco che spiega il perché e il percome che viaggia sul web.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un assaggio di Vargas Llosa? Ecco servito: “La civiltà nasconde e assottiglia il sesso per meglio approfittarne, circondandolo di rituali e di codici che lo arricchiscono fino a limiti insospettabili per l’uomo e per la donna pre-erotici, copulatori, generatori di rampolli.</strong> Dopo aver percorso un lunghissimo cammino, di cui in qualche modo il lambiccamento del gioco erotico è stato spina dorsale, per inconsueta via – la società permissiva, la cultura della tolleranza – siamo tornati al punto di partenza ancestrale”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fategli lanciare la freccia: “fare l’amore è ridiventato una ginnastica corporale e semipubblica, esercitata a sproposito,</strong> al ritmo di stimoli prodotti non dall’inconscio e dall’anima ma dagli analisti di mercato, stimoli tanto stupidi come quella falsa vagina di vacca che fanno passare nelle stalle sotto il naso dei tori affinché eiaculino e si possa in questo modo immagazzinare il seme che verrà utilizzato nell&#8217;inseminazione artificiale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Complimenti all’ancora non nobelizzato Vargas Llosa del 1996. <strong>E auguri a chi pensava che il grande mandrillo peruviano, una volta messo sul podio svedese dopo un libraccio alla Conrad, si sarebbe fatto una doccia fredda e avesse parlato di angeli. Invece! Due anni fa se ne è venuto fuori con <em>Crocevia</em>, avventura di due donne peruviane nel passaggio al neoliberismo condotto dai loro mariti capitani d’industria.</strong> La storia è semplice ma scivolosa: espulso il dittatore giapponese, vent’anni fa il Perù viene portato al passo del capitalismo dagli uomini, e nel frattempo le donne si divertono a modo loro (tra di loro). Una bella rivoluzione, che mostra chi comanda (sempre, ovunque, per fortuna) e cioè le donne. E che è il sesso a tirare il capitalismo, e non viceversa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Baricco bisognerebbe dare in lettura una versione espurgata di Balzac. Mi spiego. Pensa che tutto sia libidinoso, che <em>the game</em> sia facile e ammirevole perché ognuno ha le sue castronerie sullo schermo dello smartphone</strong> (o telefono, chiamatelo come vi pare su <em>Pangea</em>). E si comporta come quei Vittoriani che non stampavano <em>La ragazza dagli occhi d’oro</em> di Balzac e lasciavano senza la terza e ultima parte l’avventura che cominciava con <em>Ferragus</em>. Si sa. O no? Dobbiamo rivederci <em>Eyes wide shut</em> del dio Kubrick se abbiamo dimenticato tutto da quando vent’anni fa il telefono ci ha fatto credere di essere più liberi (ma leggete <em>Crocevia</em> per capire quante spie ci siano a piede libero, mentre non smettiamo di smanettare).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Riguardiamo Kubrick e la sua preghiera finale “fare sesso” come soluzione, perché Baricco ha le traveggole e non dice nulla della trasformazione indotta nelle menti</strong>, fuori dalle mappe del suo libro Apple-whattsapp-youporn. E soprattutto senza scordare che nemmeno il sesso è poi la grande salvezza perché Kubrick ci mostra nel suo film</p>
<p style="text-align: justify;">a) personaggi compulsivi che nemmeno con lo shopping natalizio riescono ad ammansire i loro demoni nevrotici, manco fossero la signora Woolf da Harrods</p>
<p style="text-align: justify;">b) attraverso la sua storia permeata di sesso e scrupoli, Kubrick mostra il romanzo che l’ha ispirato – un libretto breve scritto in modo vaporoso da Schnitzler, amico di Freud nella Vienna che contava le sue paturnie (sessuali, mentali) sul lettino stregonesco, mentre Klimt dipingeva in oro le madame e Zweig faceva poesie sulle storie delle donne sedotte e abbandonate</p>
<p style="text-align: justify;">c) ci fa vedere infine cosa avrebbe fatto di una storia altrettanto tesa sessualmente come <em>Paura</em> di Zweig. Ne scrisse il copione negli anni ’50 ma quei pisciasotto puritani lo pagavano per non molestare i loro sogni hollywoodiani. Il copione è stato reso noto la scorsa primavera e ha vellicato, da queste parti, anche i cronachisti di <em>Repubblica</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In definitiva, meglio andare alle origini del fenomeno internet e vedere cosa era la letteratura e il sesso quando la rete militare fu resa disponibile al grande pubblico</strong> (poi ci sarà sempre chi vuole giocare al biliardino e si legge <em>The game</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">E se venisse la fregola di seguire Vargas Llosa nella sua produzione mostruosa, non resta che leggere altre cose come <em>La guerra della fine del mondo</em> (Conrad + civiltà e barbarie + amori e tempeste brasiliane) oppure <em>Pantaleon e le visitatrici</em> (fare poesia sui bordelli visti con gli occhi dell&#8217;infanzia, quando tutto è ancora potenzialmente uguale) e <em>La zia Julia e lo scribacchino</em> (dove Vargas Llosa scrive sprofondandosi racconto dentro racconto come da migliore tradizione di telenovele).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo per il sesso. E la teoria? Teoria Vargas Llosa non ne dà, è un modesto pensatore benché vigoroso scrittore.</strong> E poi rimane americano e non europeo: la teoria gli interessa meno della realtà inventata e ripridotta nella pagina che va scalata perché ha certi passaggi che sembrano della stessa struttura del vecchio marchese. E questo adesso che ha superato i settant&#8217;anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Come al solito, l’età conta poco. Come l’esperienza. <strong>Se manca il graffio e lo sputo indecoroso, rimaniamo alle devote mappe di cronistoria per bambini che vorrebbero indottrinarci.</strong> Non ci riescono. <em>In my opinion</em>,</p>
<p><strong><em>Andrea Bianchi</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/alessandro-baricco-fa-il-parroco-e-usa-le-paretesi-quadre-come-wittgenstein-per-capire-il-delirio-del-sesso-contemporaneo-passate-a-vargas-llosa-e-meglio/">Alessandro Baricco fa il parroco e usa le parentesi quadre come Wittgenstein. Per capire il delirio del sesso contemporaneo passate a Vargas Llosa, è meglio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Analisi filosofica (e spietata) del fenomeno Asia Argento. Care donne, il problema non è l’uomo ma l’umanità, e comunque, meglio Marilyn e Vivian Maier, autentiche sovversive…</title>
		<link>https://www.pangea.news/analisi-filosofica-e-spietata-del-fenomeno-asia-argento-care-donne-il-problema-non-e-luomo-ma-lumanita-e-comunque-meglio-marilyn-e-vivian-maier-autentiche-sovversive/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 17 Oct 2018 06:56:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non ho niente contro i border line, anzi. La storia, in gran parte, non la fanno i probi. E peraltro non esiste la normalità. Nessuno di noi è normale. E, a guardare lucidamente la fisiologia del mondo, la storia è anche e soprattutto l’umiliazione millenaria dei singoli a favore della comunità, che a sua volta [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/analisi-filosofica-e-spietata-del-fenomeno-asia-argento-care-donne-il-problema-non-e-luomo-ma-lumanita-e-comunque-meglio-marilyn-e-vivian-maier-autentiche-sovversive/">Analisi filosofica (e spietata) del fenomeno Asia Argento. Care donne, il problema non è l’uomo ma l’umanità, e comunque, meglio Marilyn e Vivian Maier, autentiche sovversive…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non ho niente contro i <em>border line</em>, anzi.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia, in gran parte, non la fanno i probi. E peraltro non esiste la normalità. Nessuno di noi è normale. E, a guardare lucidamente la fisiologia del mondo, la storia è anche e soprattutto l’umiliazione millenaria dei singoli a favore della comunità, che a sua volta edifica le cattedrali della ragione attraverso la sovranità delle singolarità di rango, anche e soprattutto equivoche, paradossali, che emergono dal travolgente pantano dell’avventura umana. <strong>La storia, nel bene e nel male, l’hanno sempre fatta i grandi squilibrati, le personalità d’eccezione. Il che getta un paradosso assoluto, immoralista, sulla genesi delle nostre istituzioni umane. Perfino il Diritto si fonda sulla violenza;</strong> e la stessa guerra, nella natura umana, non rappresenta solo un vuoto transitorio della nostra moralità, un errore, un’eccezione alla nostra innata nobiltà o alla nostra superiore facoltà civilizzatrice. Condottieri, imperatori, guerrieri, tiranni, poeti, filosofi, teologi, riformatori, artisti, mistici, popoli, seduttori o mascalzoni di ogni epoca. Tutti squilibrati d’eccezione. Popoli, nazioni e individui distinti da questa facoltà di unire patologia e, talvolta, produzione di teoria della cultura. Molti coltiveranno piccole oasi, alcuni raggiungeranno grandi distanze, altri, la maggioranza, subiranno estasi negative d’inesorabile ferocia, e li chiameranno i margini della storia, le vittime.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di una cosa sono certo. Inutile leggere con la lente morale la vita. La morale, e peggio ancora il moralismo, sono una formidabile lente di distorsione della realtà, il miglior modo per perderla e non comprendere l’originaria ambiguità dei fenomeni del mondo e della vita umana.</strong> E mi chiedo, allora, se esista il coraggio di abbandonare la truffa moralistica del <em>PC on steroids</em>, del politicamente corretto all’ennesima potenza, di una realtà che si rifa a un’idea degli esseri umani che non esiste? Ho sempre pensato che la pietà più sincera, e il più bel gesto estetico, paradossalmente, siano quelli di mostrare agli esseri umani che credere nell’Uomo, in una <em>fede</em> millenaria, a questa confortante e illusoria dimora, a questo territorio astratto in cui la fiducia nelle regole trascende le regole stesse, insomma, vuol dire credere in un’idea degli esseri umani non solo parziale, ma falsa, che non è mai esistita, non esiste e mai esisterà, se non nelle nostre fantasiose utopie. <strong>Di qui, in realtà, nasce anche il famoso “disagio della civiltà”; da questa non coincidenza tra quello che siamo e l’immagine ideale, falsa, nobile, che abbiamo creato di noi stessi; e quando ignoriamo che c’è solo quello che c’è, e quel che <em>dovrebbe essere</em> non c’è, non è mai esistito e mai esisterà. </strong>Qualcuno che la sapeva lunga sostiene che religione, ragione, filosofia, letteratura, arte, tutte, danno troppa importanza agli esseri umani. Se vuoi conoscere veramente la loro natura, basta parlare con loro, vivere in mezzo a loro. La misantropia è figlia della conoscenza in presa diretta, del realismo. Più si conoscono gli esseri umani, più si è misantropi, e il buon misantropo: “non fa distinzione di sesso… l’Uomo, nelle due versioni proposte dal Creatore, non gli piace.” Gli esseri umani sono indubbiamente un’apparizione straordinaria, ma non un successo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso a questo, mentre solco con i pensieri la linfa dei secoli, e leggo con interesse e stupore<a href="http://www.pangea.news/io-sono-il-mostro-che-non-volete-guardare-barbara-costa-racconta-asia-argento-anamnesi-di-una-donna-affascinante-che-a-4-anni-leggeva-melville-a-21-aveva-due-david-di-donatello-in/" target="_blank" rel="noopener"> il pezzo edificante su Asia Argento dell’avatar letterario Barbara Costa</a>.</strong> La sua volontà di fare un mito del nulla, evocando argomenti che, naturalmente, vanno ben oltre questa ragazza interrotta, fragile, sbadata o svagata, estemporanea, come solo poteva esserlo Marylin Monroe, una <em>misfit </em>dalla imbarazzante, stupefacente e conturbante fragilità e bellezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, quale abissale differenza tra le due donne.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Marylin, per cui provo una sconfinata e complice malinconia, la Costa non la nomina neanche nel suo articolo. E avrebbe dovuto, date le sorprendenti analogie, e soprattutto le notevoli differenze con Asia</strong>, giacché un reale termine di paragone, tra le due, è improponibile, se non per sottolineare le plateali contraddizioni che le distinguono. Una è la stella, un tragico e ambiguo mito immortale, l’altra, più o meno una meteora.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Impossibile, per me, provare per Asia la stessa empatia che provo per Marylin, per questa donna a torto inchiodata all’immagine delle diva “platinata e vacua, magari felice di esserlo”; per questa creatura assolutamente anti-conformista, profonda, molto umana, generosa, totalmente estranea al denaro, estremamente intelligente e dotata di una sensibilità morbosa</strong>, che ha sempre flirtato con la morte; per questa donna eternamente insicura di sé, timida, funestata dall’insonnia e ricca di una bellezza oltraggiosa, “quasi irreale, radiosa, di una vitalità sconfinata”, ma “predestinata dalla sua singolarità a un ruolo di vittima… la creatura sacrificata sull’altare all’invidia degli dèi è sempre la più giovane e la più bella… l’intera storia di Marylin assomiglia alla sequenza di un banchetto sacrificale: tutti si sono cibati, o volevano cibarsi, simbolicamente o letteralmente, del suo corpo…”. Una donna distrutta dalla sua infanzia infelice, da un mondo che non riconobbe la sua anima, dal letale e inutile mito della psicanalisi (plagiata a tal punto, che ancora oggi un’importante fondazione psicanalitica, in Europa, riceve milioni di dollari di royalties sulla sua immagine, che detiene), dal suo impotente e ambiguo analista, dagli uomini che la umiliarono, a partire da quel bastardo di Arthur Miller, che l’aveva sposata, e dall’attore shakespeariano Laurence Olivier, con il quale lavorò, che per lei provò solo disgusto. Unica eccezione, Joe di Maggio, l’uomo che l’amò profondamente, e che gli rimase sempre accanto, anche dopo il divorzio.</p>
<figure id="attachment_63483" aria-describedby="caption-attachment-63483" style="width: 240px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-63483" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/monroe-240x300.jpg" alt="monroe" width="240" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/monroe-240x300.jpg 240w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/monroe-768x960.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/monroe-819x1024.jpg 819w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/monroe-600x750.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/monroe-100x125.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/monroe.jpg 864w" sizes="(max-width: 240px) 100vw, 240px" /><figcaption id="caption-attachment-63483" class="wp-caption-text">&#8220;&#8230;adunava sentimenti contrastanti, in chi la guardava: di possederla, leccarla, mangiarla, egoisti, fino allo sfinimento e, allo stesso tempo, di abbracciarla, baciarla, accarezzarla, proteggerla&#8230;&#8221;</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nata povera, da padre incerto, e “assediata dai fantasmi della follia che pullulavano lungo la discendenza materna”, a nove anni viene abbandonata da una madre instabile tra orfanotrofi e case-famiglie;</strong> adolescente, sarà Norma Jean, la ragazza di provincia senza istruzione che, tuttavia, mostrerà da autodidatta un profondo interesse per la conoscenza, la letteratura, l’arte; agli esordi, da attrice sconosciuta (all’epoca, fu per fame, come ammise con “adorabile candore”, che posò nuda per un calendario, “suscitando il morso della bellezza e del desiderio di milioni di persone” – leggenda vuole che di lei, oggi, circolino film porno di quella primitiva epoca della sua biografia), seguirà i corsi serali di storia della letteratura dell’Università di California a Los Angeles. Ormai passata alla storia come “Marylin”, a New York frequenta i circoli letterari, è amica di Truman Capote, si interessa al meglio della poesia americana del Novecento, e la sua biblioteca ormai vanta oltre quattrocento libri, dato che ama leggere sia i classici sia i contemporanei di tutti i tempi. Ma da adulta sarà anche la donna segnata dal destino che l’aveva preceduta. <strong>Sarà la donna dalla stupefacente promiscuità, dalla disinvolta bisessualità. E arriverà a darla a tutti, registi, produttori e attori, per soddisfare il suo desiderio di brillare nel cinema, per riscattare la sua miseria e, raggiunto il successo, esclamerà con ironica malinconia: “finalmente non dovrò più fare pompini, per lavorare”.</strong> Le umiliazioni che questa creatura incantevole subì dagli uomini e dalla sorte avrebbero lasciato segni indelebili. Famosa, e nondimeno tarata dal disamore di sé e da una strisciante follia, da un bisogno struggente di essere amata, desiderata, si travestirà, per non farsi riconoscere, e vagherà per le metropoli, in cerca di un perfetto e insignificante sconosciuto a cui concedersi, per sodomia, in qualche vicolo oscuro, e umiliare la sua incredibile innocenza. Nel suo discorso funebre, Lee Strasberg ritrasse così la sua potente vulnerabilità: “Aveva qualcosa di luminoso, una combinazione di pensosità, radiosità, struggimento, che la distingueva e allo stesso tempo faceva desiderare a tutti di parteciparne, di condividere quell’ingenuità infantile che era insieme così timida e così vibrante”. <strong>Ricordo la “perturbante e malinconica carnalità” del <em>Black Session</em>, la straordinaria serie di fotografie scattate dal suo amico Milton Greene; penso alla bellezza sconvolgente, allo stesso tempo seducente e dolorosa da guardare, di quella foto che la ritrae all’uscita dal manicomio in cui si era auto reclusa…</strong> cappotto nero, bavero alzato nel tentativo vano di nascondersi dalla folla di giornalisti che l’attendeva, volto spettrale, capelli sfatti, biondissimi, mobilissimi, di una bellezza selvaggia, rapinosa, perduta, che adunava sentimenti contrastanti, in chi la guardava: di possederla, leccarla, mangiarla, egoisti, fino allo sfinimento e, allo stesso tempo, di abbracciarla, baciarla, accarezzarla, proteggerla; penso a quella foto, da lei voluta, negli ultimi giorni della sua vita, in cui, come per presagio, si fa ritrarre, dal suo eterno amico e fotografo, dietro il portico di casa, in piena notte fonda, appoggiata a un palo della luce, sotto un flebile lume, con un cappotto scuro da uomo, più grande di lei, completamente struccata, e un buco nero le lampeggiava negli occhi, ormai perduta, obnubilata e abbattuta dagli psico farmaci, eppure eternamente bella, anche alla vigilia della fine.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è più verità sul suo volto, che su quello ostentatamente anticonformista di Asia. Altra vita, altra fame. Passando dall’una all’altra, da vette alte di potente e involontaria tragicità, cadiamo rovinosamente a terra.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se è vero che il potere uccide l’innocenza, dobbiamo pur ammettere una buona volta che, superata l’infanzia, <em>tutto</em> è potere, forza di coercizione, seduzione e soggezione.</strong> Il potere del potere, e poi il potere del danaro, del sesso, della bellezza, delle parole, dell’intelligenza, della passione, della forza fisica. La ‘violenza’, ovunque voi vi volgiate, fa essenzialmente parte della vita. E ognuno di noi nasce con in dote una dose di opportunismo da spacciare; e se teniamo fede al movente di ogni nostro atto, all’amor proprio, vale solo la capacità di illudersi su stessi e di illudere gli altri sulle nostre illusioni, anche nell’incoscienza del falso! Voilà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se è vero che non c’è grandezza se non là dove un essere umano è solo contro tutti, nella disperazione o l’eresia, in Asia non vedo nessuna <em>grandezza</em> da esaltare.</strong> E se la sfacciataggine, il libertinismo e la durezza, in sé, per me non sono un problema, anzi; lo sono, però, quando sono più che altro una posa ostentata e sfoggiata da una giovane donna apparentemente più puerile e cinica che libera. Penso a uno scrittore, che da qualche parte nota: “Le imprese che si basano su di una tenacia interiore, devono essere mute e oscure, e per poco uno le dichiari, e se ne glori, tutto appare fatuo, senza senso, addirittura meschino”. <strong>Penso alla potenza del silenzio di Vivian Maier, una grande fotografa postuma, che in vita ha fatto la bambinaia e non ha mai pubblicato niente, né ha mai fatto l’‘artista’, e ha condotto una vita modesta e appartata.</strong> Una donna strana, che viveva nei sotto-soffitti o nelle camerette delle case dove lavorava come bambinaia, di volta in volta. Nessuno sospettava cosa custodisse nella sua camera, che non apriva mai a nessuno, e chiudeva con il lucchetto. Cartoni e cartoni di migliaia di negativi e foto. Tutto fu scoperto, per caso, dopo la sua morte, in un baule, come in passato accadde per Emily Dickinson, che in vita non pubblicò mai niente. Le sue foto sono state acquistate recentemente, per caso, da un ragazzo in un mercatino dell’usato a New York, dove le cose della Maier, dopo la sua morte, erano state buttate, come roba vecchia su cui guadagnare qualche dollaro! Furono trovati migliaia di negativi in un baule. Oggi è stata consacrata, postuma, come grande fotografa. <strong>Il gesto esistenziale della Maier, involontariamente, è infinitamente più eversivo e potente di quanto possa essere mai quello di Asia, che, al contrario, indugia nel banalissimo e assai diffuso narcisismo infantile, immaturo, del mondo di Twitter e Instagram, a colpi di selfie e autoritratti a getto continuo</strong> (altra cosa sono i ritratti artistici, anche di grandi fotografi, della Monroe) che alimentano l’esibizione del suo fragile ego – e lei, ovviamente, vi dirà che è solo per lavoro.</p>
<figure id="attachment_63484" aria-describedby="caption-attachment-63484" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-63484" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/maier-300x265.jpg" alt="maier" width="300" height="265" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/maier-300x265.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/maier-768x678.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/maier-600x530.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/maier.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-63484" class="wp-caption-text">&#8220;Penso alla potenza del silenzio di Vivian Maier, una grande fotografa postuma, che in vita ha fatto la bambinaia e non ha mai pubblicato niente, né ha mai fatto l’‘artista’, e ha condotto una vita modesta e appartata&#8221;</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Meno si è, e più si esibisce! Io stesso, non meno spregiudicato di Asia, ho sempre amato le ragazze un po’ rock, e le donne che vanno in moto, e anche quella femminilità sofisticata eppure carismatica, di temperamento</strong>, che, quando un uomo rompe davvero le palle, reagisce con un pugno in faccia, e a calci nel sedere; <strong>io, che ho lavorato nel mondo del cinema, e avuto il privilegio e l’onore, mio malgrado, di lavorare con attori internazionali, premi Oscar, di conoscere e fare provini con registi del calibro di Federico Fellini, Pasquale Squittieri, Tinto Brass etc.; io, che non ho il fisico degli intellettuali, dei filosofi, dei letterati e dei critici – che detesto e critico ferocemente da sempre – ma dell’esistenzialista dal fisico nervoso e atletico, dark, con gli anelli alle mani; io, che sono fotogenico, e assai adatto a prestarmi all’esibizione mediatica, e sono più narcisista di Asia</strong> – eppure, malgrado tutto, non mi sono mai fatto un selfie in vita mia, detesto farmi fotografare, e se proprio devo, che sia a tradimento, mai in posa; io, che non ho Instagram, né Facebook, né Twitter, né, addirittura, sono su Linkedin. Io, che sono iper-sessuale e iper-sensuale, ma non sono mai stato atavicamente attirato dalla pornografia sfoggiata, dal <em>culto </em>pop, contemporaneo dell’erotismo, e guardo alla sessualità, alla nostra parte più profonda – ammesso che qualcuno, oggi, sia ancora degno della propria profondità – come qualcosa che si fa e non si dice… non è una cosa da <em>dire </em>il mondo, ma da vivere. Il sesso è una potenza oscura e muta! Io, che sono sessualmente eversivo, ma sono tutto il contrario della posa rock-punk-dark sfoggiata da Asia, di questa travestita del male, al pari della scrittrice dark Isabella Santacroce, che, ahimè, per evocare il sacro e l’erotismo cita Georges Bataille – “io sono da sempre nella dimensione del sacro, così come era pensata da Bataille, ovvero quella degli estremi… il Bene produce frivola bardatura insensatamente aggiunta all’opera compiuta da Dio onnipotente… solo il male ha una distruttrice potenza, il Bene nulla distrugge, nulla crea” – un nevrotico affascinato dal male e dall’erotismo, come Nietzsche, un impotente e un casto, era affascinato dalla forza; un semplice elucubratore filosofico, pletorico del <em>negativo</em>, non all’altezza del suo squilibrio! Nessun miglior segno di falsità, per un’artista che si pretende profondo e libero, che citare prima di ogni altro Georges Bataille, parlando del male. Niente, qui, che sia autentico charme geologico, atavico, fascino della creatura, ma solo pornografia, ossia la sofisticata volgarità dell’umano. Fatevene una ragione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Certo, il lavoro di attrice, la timidezza, l’insicurezza, il paradossale bisogno di essere amati, nonostante tutto, la curiosità per l’arte e la letteratura, l’atavica ambizione, fanno parte anche di Asia.</strong> E anche lei, a un certo punto, per un periodo aureo, sarà dotata di un invadente bellezza. Il suo volto richiamerà tutta la linfa della bellezza irresistibile e ambigua di <em>Lolita</em>, a cui lei aggiungerà una certa congenita e attraente goffaggine, e qualcosa di torbido, del sottosuolo. <strong>Ogni uomo, qualunque uomo, guardando quel volto, allora, non avrebbe potuto non pensare, nudo e crudo, al desiderio di possedere quella creatura all’apice della sua impertinenza animale ed estetica, a succhiare ogni millimetro di lei, per rubare il sapore dei suoi baci e l’odore della sua pelle.</strong> A <em>usarla</em> per il proprio piacere. Penso a quelli che all’epoca del film di Abel Ferrara hanno avuto il privilegio di fotterla, di averla tra le braccia, e provo un po’ di invidia; oggi non la degnerei di uno sguardo. Ma, in fondo, a pensarci bene, lei non rappresenta un&#8217;eccezione. Di ragazze giovani, prorompenti di ambigua bellezza, sono piene le strade, oggi. Basta incrociare i loro volti, nei metrò, per strada, ai semafori, nelle biblioteche delle Università, nei bistrot. Ogni volta che ne vedo una, e la perdo, quando gira l’angolo, e mi oltrepassa, è un piccolo, struggente lutto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Siamo sinceri. I due Donatello, i lavori con Abel Ferrara e Gus Van Sant? Exploit, fuochi fatui di un potenziale che non è mai fiorito in tutta la sua potenza, estensione.</strong> A una faccia giusta, a occhi torbidi e corrosivi – questo hanno sfruttato, di lei, Ferrara e Van Sant, la sua gioventù e la sua naturale <em>vis </em>ambigua, da caratterista – non è mai corrisposta una attrice dalla potenza innegabile, matura… e penso, come termine di paragone, alla bellissima e potente Cate Blanchett. <strong>Come regista, non è mai stata una potenza. Come scrittrice è mediocre, e quando non sembra esserlo del tutto, ciò accade perché pesca a piene mani nelle atmosfere dei suoi idoli letterari o cinematografici</strong>, e qualcosa ti rimane sempre attaccato addosso – ha studiato e digerito, tutto si impara, anche il vocabolario dell’inquietudine e del male, del sottosuolo… ho letto casualmente una sua recente frase in inglese, su twitter, riportata dai giornali, che voleva essere letteraria, profonda e poetica, e non è nessuna delle due cose, ma solo prosa infantile, disarmonica. E altro potrei aggiungere. Marylin Monroe, al contrario… trent’anni di vita su questa terra, quindici anni come attrice, e trentatré film, lavorando con i più grandi attori e registi del mondo, in parti memorabili. In <em>Il</em> <em>Principe e la ballerina </em>si rivelò molto più brava del suo co-protagonista, il gigante Laurence Olivier; nei diari che lei scriveva, e nelle conversazioni private con il suo psicanalista, che furono registrate e trascritte, emerge una donna profonda, tutt’altro che superficiale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E io sono qui, a dirvi e scrivervi che cosa, care donne? Che non ho mai pensato che gli uomini, in generale, siano superiori alle donne, o che le donne, in generale, siano superiori e migliori degli uomini! E affermo anche che nei confronti delle donne nutro una posizione da scettico che potrebbe facilmente essere scambiata per misoginia. Ma non è paura né odio per la donna. </strong>Semplicemente non credo nella Donna come non credo nell’Uomo, in un’entità astratta, generalizzata, fosse anche il Femminino. Quando sento sostenere che la donna sia meglio dell’uomo, “che abbia più…” etc., capisco immediatamente di trovarmi di fronte a qualcuno che non ha <em>capito</em>. Credo, in fondo, sia più realistico parlare di cambio di piani limitati, ognuno con i suoi pregi e i suoi difetti. Si passa, oggi, dall’Uomo alla Donna per cambiare prospettiva, nell’illusione della diversità, quando in realtà è la stessa irrealtà vista da un’ottica, sì, alternativa ma non meno debole. Ci siamo stancati dell’Uomo e adesso ci volgiamo altrove, l’altra metà del cielo, per tirare il fiato, per rinnovare le nostre illusioni stanche; e, dopotutto, perché no, se non altro per <em>par conditio</em>, ma senza illusioni filosofiche per favore! Io stesso, ho sempre accordato, umanamente, una qualche provvidenza e un credito unicamente agli incontri al singolare, individuali. Donne o uomini, poco importa. Malgrado, in quanto uomo, io possa trovare infinitamente più affascinante la donna: è la mia inclinazione sessuale a impormelo, la mia parzialità, e perché sono attirato da chi, allo stesso tempo, mi seduce ed è radicalmente diverso. Dalla particolare umanità delle donne.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scrivo, qui, per affermare che non sono gli uomini a essere il male, care donne. È l’essere umano, in generale, a essere non di rado meschino</strong>, e pressoché tutti i moventi umani, anche quelli più nobili, sono in realtà fondati sugli istinti più impuri, più bassi: amor proprio, interesse, opportunismo, ambizione, desiderio, invidia, cattiveria, disonestà, gelosia, viltà, crudeltà. E se gli uomini sono affetti dalle tare più innominabili, anche le donne lo sono; solo la natura della tara cambia, non la gravità! Nella vita di tutti giorni si possono trovare infiniti esempi di bruttezza umana, tanto negli uomini quanto nelle donne. Alla faccia del Femminino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’episodio di cui è protagonista Asia Argento, in sé, è riprovevole, ma è vecchio come il mondo, e non è una prerogativa assoluta delle donne. Da che mondo e mondo, gli abusi e le alienazioni, sotto varia natura e gravità, sono sempre esistiti, contro le donne, gli uomini, i bambini. Contro tutti!</strong> Penso a quando vivevo a New York e, in certi locali notturni, ho assistito personalmente a episodi in cui delle lesbiche <em>butch</em>, quelle che fanno i maschi, attaccavano al muro, davanti a testimoni che non fiatavano, altre ragazze, completamente estranee e scioccate, e baciate senza consenso, frugate mani nei pantaloni. Episodi analoghi, aggressivi e predatori, mi sono stati riferirti anche da mie amiche e, a quanto dicono, non sono rari. Non risulta che queste frequenti pratiche ‘femminili’ siano mai state denunciate pubblicamente! <strong>Io stesso, da adolescente, ho subito vari tentativi di molestie, di attenzioni non gradite, sgradevoli, da parte di omosessuali, prontamente respinte. Esperienze analoghe, in seguito, da adulto, sono successe anche in ambito lavorativo. Sono situazioni molto frequenti. Mal comune, mezzo gaudio, care donne!</strong> Eppure non mi sono mai sentito o mai spacciato per una vittima, né ho mai gridato “al lupo!”, né sono mai andato dall’analista perché qualche sfigato gay ha tentato di molestarmi, quando non c’era assolutamente trippa per gatti, per loro; né, per questo, sono rimasto traumatizzato a vita, né ho maturato un odio atavico per gli omosessuali (Asia, dopo Weinstein, afferma di aver mutato radicalmente idea sugli uomini – in profondo disprezzo), a priori, a causa di questi incidenti, che poi sono lo specchio di un modo molto promiscuo, diffuso di fare, in quel mondo. E del mondo in generale, dove, a guardare bene, scorgiamo tutti: “l’orrore che scorre appena sotto le abitudini e le pratiche più correnti della vita e della società”, a vari livelli e sfumature. Né penso siano tutti dei “viscidi froci”, delle “checche di merda”, da prendere a calci nei denti, anche se il primo impulso è ovviamente quello. Queste osservazioni, ovviamente, non sono una giustificazione fatalista degli abusi. Ognuno di noi, prima o poi, molto più spesso nell’infanzia e nell’adolescenza, è stato vittima di qualche tipo di molestia o di un tentativo di molestia. Ma quando non si è più bambini, i veri indifesi, in certe situazioni c’è chi si difende, chi reagisce, e chi si paralizza o decide di venire a patti, per paura, per opportunismo, o per un misto di entrambi. A ventuno anni, l’età in cui Asia racconta di aver subìto l’abuso da parte di Weinstein, non si è più <em>bambini</em>. Alessandro Magno, intorno alla stessa età e nei dodici anni a seguire, conquistò l’intero Impero persiano, l’Asia!</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Fatevene una ragione, care donne. Il primo impulso che ha un uomo nei vostri confronti è predatorio.</strong> L’uomo, da sempre, valuta istintivamente se la donna che si trova via via di fronte è una creatura che amerebbe avere tra le braccia o meno, se vorrebbe avere un contatto fisico con lei. È inutile essere ipocriti. Sono i modi di conquista, eventualmente, a poter essere stigmatizzati, se proprio volete. Il caso Weinstein è un’estremizzazione, specialmente da parte di chi è molto ricco e molto potente, meschina, di un istinto assolutamente naturale nell’uomo, che, in sé, non è da biasimare in blocco. Solo il peggior femminismo, quello più perdente e deteriore, infatti, può scadere, con un tipico <em>brainfart</em> progressista, in un’omologia che vede in questa natura, in assoluto, il semplice maschilismo, una natura bieca, non-evoluta, con il risentimento a buon mercato di chi è stato discriminato e ha sofferto – e chi ha sofferto non è mai umile, ma ciecamente vendicativo. Anche il corteggiamento, in fondo, è un differimento, una sofisticazione rituale, retorica di un atto predatorio, in cui i due contendenti recitano una parte, che può o non può concludersi con l’assenso della donna a essere <em>presa</em>. E poi, in molti casi è lei a predare lui, soprattutto oggi, del tutto legittimamente. Il sesso, questa cosa che noi civilizzati facciamo, come diceva Baudelaire, con “organi escrementizi”, e che resiste alla pratica dissacrante, prosaica del bidè, è sempre un questione di mangiare ed essere mangiati, di vittima e carnefice! Il confine è molto sottile e fumoso, come in tutte le profonde faccende umane in cui vige, su tutti, l’amor proprio, il soddisfacimento del proprio piacere, dei propri bisogni e di tutta quella selva di moventi impuri che costituiscono il vero motore della natura umana. Possiamo attaccare addosso agli esseri umani tutta la cultura e la civiltà, il progresso che volete, ma l’<em>istinto</em> rappresenterà sempre il fondo oscuro dei nostri atti mascherati da civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, la lussuriosa e promiscua Asia si lamenta di essere stata mangiata dal potere cinico, baro e aggressivo di un maschio. È stata una molestia, uno stupro? Non lo so, non c’ero, e sarà la magistratura ad accertare la verità. <strong>Ma so, con assoluta certezza, che nello stesso momento in cui quell’uomo si presentò davanti a lei, nudo, coperto solo da un accappatoio, e le chiese insistente di farle una massaggio con la crema, in quello stesso istante lei avrebbe dovuto girarsi e uscire da quella stanza; e se non lo ha fatto, la colpa di quello che è successo dopo, è soprattutto sua.</strong> Lo ha detto anche Whoopi Goldberg ieri: “Se un uomo mi avesse invitato per un meeting in una stanza d’albergo avrei detto di no. Perché invece le attrici di ieri e oggi accettano queste condizioni?” Cosa ancora più clamorosa, poi, è il fatto che lei riveli, dopo essere stata “stuprata” una prima volta da Weinstein, di esserci ricascata una seconda volta, di essere stata “stuprata” una seconda volta da lui, quando, in Italia, accettò di farsi accompagnare dall’assistente di lui in camera, per discutere il lancio di un film che Asia aveva girato con lui, dopo il primo stupro!, <em>B. Monkey</em>; che dica di aver sempre rifiutato tutti i suoi regali, eppure si faccia fotografare, talvolta anche abbracciata, con il suo aguzzino, per anni, ai festival, e si giustifichi, anche qui, sostenendo di non essere riuscita a evitarlo. Questa sua atavica impotenza, e debolezza, come la chiama lei, è asfissiante, esasperante, irritante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso a lei quando, intervistando un artista per cui stravedeva e da cui era sedotta, ma con cui non aveva rapporti diretti, a un certo punto esclama verso di lui, diretta e davanti alla telecamera, qualcosa del tipo: “Dopo l’intervista andiamo in camera da te”, con plateale allusione sessuale. Fantastico! Bella tipa. Ma immaginatevi se lo avesse fatto un uomo.</strong> Sarebbe stato licenziato, messo alla gogna e tacciato di sessismo, definito un molestatore, un potenziale stupratore, un viscido maiale, un satiro incallito. Con il clima di oggi, sarebbe stato lapidato. Niente di tutto ciò, ovviamente, è successo ad Asia, alla femmina dal seducente spirito rock. Chissà, se fosse accaduto a un uomo, Asia forse sarebbe stata tre le prime ad accusarlo. E noi uomini non siamo rock, siamo solo dei coglioni! E povera Jacuzzi. Un tempo poteva anche essere altro, evocare l’idea del rilassamento e, in un incontro a due, un fantastico conduttore di emozioni: l’acqua. Oggi è vista soprattutto come lo scannatoio di un impenitente satiro, un misogino maschilista, un viscido porco, un molestatore, un potenziale stupratore! Sventra papere! Addio mia cara Jacuzzi, non potrò mai più nominarti di fronte a una donna con tanta ammirata disinvoltura, senza essere considerato un MAIALE.</p>
<p style="text-align: justify;">Penso al fatto che in tv, dal compiacente Gilletti, Asia vada a dire quello che non disse dalla Berlinguer a <em>Carta Bianca</em>, parlando dello stesso fatto, ossia che Farrow, nel famoso articolo contro Weinstein, a lei, nella trascrizione della loro telefonata, gli ha messo in bocca parole che non ha mai detto. E che malgrado i clamorosi fastidi che quelle parole, col senno di poi, le avrebbero ingiustamente creato, secondo lei, non mi risulta abbia querelato Farrow, e chiesto danni. Penso alla sua sfacciataggine, quando, si lascia andare a una delle sue improbabili affermazioni: “eh, guarda, infatti, in quella foto con Bennet, a letto, sono io la vera traumatizzata, guarda che faccia!”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso al momento in cui si infastidì, dopo la denuncia, perché molte donne, in Italia, la attaccavano e giudicavano, per le sue plateali e indifendibili contraddizioni, e la sua risposta implicita, tra le righe, improponibile:</strong> “Ragazze, ma io sto lottando per la nostra causa, per le donne, che cavolo vi frega delle mie eventuali incongruenze, se io ho più o meno aggiustato a mio vantaggio certe verità, se ometto e ne invento altre. L’unica cosa che conta è la lotta contro il maschilismo, contro un temibile predatore. Perché non lo capite, perché mi date addosso?”, con una disposizione generale contro i maschi <em>tutta </em>politica, che, al limite, poco ha a che fare con una piena obiettività e verità, quella che rivelerebbe che, in fondo, lei e Weinstein sono due facce perdenti della stessa medaglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo quel suo film, girato da giovanissima, come protagonista, con l’attore Marco Leonardi (uno dei protagonisti di <em>Nuovo Cinema Paradiso</em>), dove lei recitava una parte che si attagliava alla perfezione all’immagine che all’epoca, giovanissima, lei amava dare di sé. <strong>Quella scena in cui sbatte al muro, con prepotenza e aggressività, un Leonardi intimidito, sopraffatto, passivo, a subire il fascino intimidatorio di lei;</strong> e lei che lo blocca con un braccio, e con l’altro gli infila violentemente la mano nella patta dei pantaloni, immagino con suo sommo piacere, dato che nella scena <em>sottomette </em>un uomo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso ad Asia, quando da giovane, nelle sue interviste, sbeffeggiava quei ragazzi ingenui che si innamoravano di lei, che l’andavano a prendere all’aeroporto quando tornava dai suoi viaggi, e puntualizzare qualcosa del tipo: “poverini, non sapevano che avevo anche altri amanti!”</strong>. E penso a un’intervista di qualche decennio dopo, in cui lei, in lacrime, ammetteva sconsolata: “so che rimarrò sola, che non troverò più un compagno”, e mi fece tornare in mente quei ragazzi ingenui che lei tanto allegramente aveva disprezzato qualche anno prima, per il loro attaccamento e la loro voglia di averla come compagna. Naturalmente, secondo la sua logica tarata, furono loro i deboli perché “sentimentali”, mentre lei, oggi, avrebbe tutto il diritto di scadere nello stesso sentimentalismo, senza con ciò essere considerata una debole. Voilà. Solo loro, i maschietti, sono i deboli. Ricordo anche le sue recenti dichiarazioni sui suoi ultimi due compagni, Morgan e Michele Civetta, che ha accusato a mezzo stampa di non essere dei veri uomini, di essere degli irresponsabili (lei che, oggi, pretende di essere quello che spesso non è, un’adulta, e stra-parla della loro ‘responsabilità’; lei che, sparendo, non avrebbe nemmeno pagato l’onorario dell’avvocato, la Bernardini de Pace, che l’ha aiutata a riavere la custodia dei suoi figli), e allora sorge spontanea una constatazione: <strong>anche nel caso fosse vero, anche fossero degli scapestrati e dei rammolliti, si può allora obiettare che neanche lei è una vera donna, poiché li ha frequentati a lungo, se li è sposati e ci ha fatto dei figli.</strong> <strong>Una donna mediamente dotata di buon intuito capisce quasi subito la pasta di cui è fatto l’uomo che ha di fronte, specialmente se ha modo di frequentarlo per un certo tempo, prima di sposarlo e farci dei figli.</strong> Come si dice: “dimmi chi frequenti e ti dirò chi sei”. Hai voglia, inoltre, a giustificarsi, a dire che Weinstein era un orco, un armadio, ricco e potente, e lei solo una piccola ragazzina di ventuno anni, indifesa e sprovveduta. Ad Asia allora piaceva spacciarsi per un Lupo, per una femminista e una donna alpha, e quando ne ha incontrato uno vero, si è trasformata in un agnellino remissivo, salvo poi rifarsi sugli sprovveduti ragazzini coi brufoli con cui talvolta si accompagnava.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Penso a quanto sia curioso vedere una femminista dura e pura, dal pugno alzato, una misandrica, che in fondo risparmia solo gli uomini di turno che amerà per quel tanto che la sua volubile attenzione concederà loro, dire che Bourdain era un “uomo speciale”, anche e soprattutto perché: “si occupava di me e dei miei figli”;</strong> a quanto curioso sia vedere una donna, che ha certe convinzioni di libertà e di indipendenza, accettare di farsi regalare a fondo perduto 380 mila dollari, da parte di Bourdain, per problemi che riguardano solo lei (ma perché, al contrario, non si è rivolta alla sua famiglia?), che all’epoca non era né la moglie di Bourdain, né la madre di sua figlia, ma solo la sua compagna, <em>non esclusiva</em>, da qualche mese. Alla morte del compianto Bourdain si scopre che la sua eredità, in contanti, non ammonta a più di 1,2 milioni di dollari. Immaginatevi, dunque, un uomo, già divorziato, con una figlia piccola che adorava, che, anziché pensare a lei, facesse un regalo, a fondo perduto, alla Argento, di quasi quattrocento mila dollari, per risolvere problemi solo suoi. Fantascientifico. E a chi fosse tentato di rispondere che Bourdain temeva che la faccenda Bennet avrebbe danneggiato anche lui, io rispondo che è irrealistico. Bourdain se ne fotteva di tutto e di tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Penso, udite udite, incredibile a dirsi, dato la personalità trasgressiva della figlia, al padre di Asia, che per difenderla, in un’intervista afferma candido, e forse senile, che sua figlia è una ragazza “pura”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso alle tante menate che si dicono, da una parte e dell’altra, sulla storia di Asia con Jimmy Bennet; e io, più di trent’anni fa, ho avuto una storia di qualche mese con un’attrice inglese di ventisette anni, allora famosa, acclamata da tutto il cinema internazionale che contava, e considerata una delle donne più belle del mondo, progressista-comunista, che a metà degli anni Ottanta adorava Cuba e considerava il suo sistema economico una sorta di paradiso terrestre!</strong> Lavorammo insieme, sul set, per sette settimane, e tutti sapevano che stavamo insieme – dormivo con lei. Finite le riprese, andavamo nei grandi alberghi, a Roma, per conferenze stampa, e con il concierge mi faceva passare per suo nipote, e invece scopavano come conigli tutta la notte, con mio e suo sommo divertimento, al punto da lasciarsi andare, lei, a lusinghe imbarazzanti: “nessuno mi ha mai baciato come te, fotti come un adulto che ci sa fare”. E avevo quindici anni! Sono sempre stato precoce e a mio agio con il sesso, e in questa occasione non mi sono mai sentito una vittima, né considero lei una pedofila. Io stesso, da adulto, ho ricevuto un buon numero di pro-offerte sessuali da ragazzine quindicenni-sedicenni già sessualmente attive, eppure ho sempre messo dei paletti, mai accettato le loro avance. E dire che rimasi indifferente sarebbe una bugia, un’ipocrisia. <strong>Qualunque uomo che affermi candidamente di essere indifferente a certe creature, di non essere turbato, tentato e torturato fino allo spasimo da una tale offerta, mente spudoratamente o ha qualche difetto di alcova. La natura umana è complessa, mai morale! Cosa dovremmo dire di Pasolini?</strong> Che era un pedofilo, un frocio bastardo, che per di più approfittava della povertà e dell’ignoranza dei giovani sprovveduti che abbagliava con la lanterna del suo successo, della cultura, dei soldi e delle belle macchine? Cosa dovremmo dire del grande pittore Balthus, del suo rapporto ambiguo con le ragazzine, che rappresentavano le sue muse privilegiate nei quadri? Cosa dire di Charlie Chaplin, e delle sue passioni per le ragazzine? Cosa dire di Polanski, di Kevin Spacey, di Nabokov con <em>Lolita</em>. Tutti proscritti, da mettere al rogo? <strong>Non leggete più Nabokov. Non guardate più i film di Chaplin. Non leggete più Pasolini, non guardate i suoi film. Non ammirate le opere di Balthus.</strong> Cosa dire, poi, dei patologici e <em>dysfunctional</em> Orson Welles, Marlon Brando, Pablo Picasso, in ambito lavorativo, familiare e sentimentale? Cosa dire, inoltre, di questa frase emblematica dello stesso Welles: “In Italia sotto i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù”?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Penso alla regista francese Catherine Breillat, per cui Asia ha lavorato, che in un’intervista prende di mira il movimento femminista <em>MeToo</em>. Quella Breillat che ha definito, senza mezzi termini, Asia Argento: “una persona servile senza alcun timore nei confronti del sesso… L’ho conosciuta quando era molto giovane. Se c’è una persona che può difendersi, che non è timida nei confronti del sesso, è lei. Se c’è una persona a cui non credo, quella è Asia Argento. È una donna molto servile. Non le ho mai chiesto di baciarmi i piedi, ma lei è quel tipo di persona”. E allora penso a lei, <strong>che gioca tutta la vita a fare la <em>maudit </em>rock, l’ambigua e torbida all’ennesima potenza, la femminista con le palle, e poi, ahimè, fa la vittima perché dice di essere stata travolta dell’ambiguo e il torbido, dall’orco Weinstein, a cui non ha saputo reagire, e dal più compatto Bennett, a cui, ancora una volta, non ha saputo reagire – “mi sono arrettilata”, dice lei. Due personalità e due fisicità diametralmente opposte, e da nessuna di queste due è riuscita a difendersi, a dire un no secco, a voltare i tacchi e andarsene. </strong>Una che, oggi, dopo essersi spacciata per una femminista dura e pura, una donna alpha, una dura, una predatrice, un lupo, ci viene a dire che, no, non è così, e che tutto ciò nasconde solo fragilità, insicurezza, poco o inadeguato amore in famiglia, esperienze dure e ciniche in giovanissima età, insomma traumi. E detto da una che ha sempre osannato l’educazione siberiana, Dostoevskij, il sottosuolo. Prima si spaccia per una “stronza” col botto, libera di una libertà estrema, assoluta e poi, oggi, spiega tutto con una tara di fondo che l’ha sempre funestata, con il suo essere ingenua e maldestra; e, peggio ancora, riporta tutto ciò che lei, sfoggiata immoralista, ha subìto recentemente, al più scontato moralismo, e al politicamente corretto. A un racconto che emana il fetore insincero dell’auto-giustificazione assoluta. L’immoralista che viene a patti con la morale, con lo sguardo moralista, è più spregevole del dogmatico che fa aperta professione di morale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Barbara Costa dipinge </strong><strong>Asia come una faro di libertà e sovversione, io, al contrario, constato amaramente che, non avendo avuto il coraggio, vent’anni prima, di denunciare Weinstein, perché intimidita dal suo potere, nel momento in cui lei, oggi, invece decide di cavalcare l’onda delle giuste accuse contro di lui,</strong> lo fa contro un produttore ormai decaduto dall’essere il terzo produttore più importante al mondo, e una potenza assoluta di Hollywood, ad essere solo il n. 200 del ranking mondiale cinematografico. Penso, insomma, a una Asia ridotta ad accusare un Re ormai nudo, a usare, oggi, la logica vile di chi è debole con i forti, e forte con i deboli. Altre donne, all’epoca dello stra-potere di Weistein, non reagirono allo stesso modo di Asia. Si parla di libertà, in Asia, e io vedo in lei solo qualcosa di irreparabilmente rotto, da sempre, una tara di partenza non indifferente, che non manca di un certo fascino. Una tara ammessa dalla stessa interessata, a <em>Verissimo</em>, l’altro giorno, dove lei pare aver ridotto tutta la sua apparente voglia di libertà, i suoi comportamenti provocatori, a traumi infantili, al suo non essersi mai liberata della ‘bambina’ che è in lei – “è ora di liberarsene”, afferma accorata, inserendosi per direttissima nel quadro dei <em>casi umani</em>, in quel territorio dove i pregiudizi e limiti di un essere umano non muteranno mai più, come per paradossale incanto, in mito, in potente e contraddittoria arte. Stremata, infine, ha ridotto tutta la sua pretesa libertà a mero sigillo di una segreta debolezza, a malinconica diserzione, di fronte alla libertà che ha sempre professato… grandi qualità – il genio – si accompagnano sempre a grandi difetti, e tra il genio e il semplice caso umano, tra il sublime e ridicolo, c’è un confine sottile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso, infine, a quelle donne che votano, <em>a priori</em>, sempre per le donne, che stanno sempre da loro parte, per partito preso, poca importa se una delle persone che hanno accanto, un uomo, è meglio di una donna.</strong> Come affermato, con scarso acume, qualche tempo fa, da Eva Grimaldi, e pensato, sono sicuro, da legioni e legioni di altre donne. E io, povero stupido, che non voterei mai e poi mai a priori per uomo! Penso anche all’attrice Pivetti, che dichiara a mezzo stampa di essere stufa e delusa degli uomini, e si butta sulle donne. Buona fortuna! Penso anche alla cantante Paola Turci che, anche lei, sempre a mezzo stampa, afferma di essersi stufata degli uomini, e si butta sulle donne! Buona fortuna! Penso a Imma Battaglia, la fidanzata della Grimaldi, che si atteggia a maschiaccio duro, a <em>butch</em>, e poi la vedi all’<em>Isola dei famosi</em>, crollare e frignare letteralmente come una bambina perché ha fame, e vantarsi pubblicamente, poverina, tutta contenta e ansiosa per il fatto che la Grimaldi gli ha confessato che lei (la Battaglia), una donna, fotte meglio di Gabriel Garko, un uomo! Le lesbiche, ahimè, hanno quasi sempre questo genere di ansie antagoniste, e complessi, nei confronti dei maschi. Penso anche a Monica Guerritore, quando sostiene, con piglio spregevolissimo, che in generale sono solo gli uomini ad avere gravi problemi, che sono loro a dover farsi curare, che hanno bisogno di aiuto, e che solo le donne, quando hanno problemi, vanno avanti, evolvono, migliorano! Penso, inoltre, a quanto sia vergognoso sentire dire, come mi capitato di sentire in una puntata di <em>X Factor</em> dell’anno scorso, che LA civiltà di una cultura, IL valore di un paese, si vede da come si tratta una donna, come se <em>tutto</em> dipendesse e si riducesse a questo scioccante singolare, a loro! <strong>Con una difesa delle donne perdente, falsa, ipocrita, interessata, tendenziosa, intellettualmente disonesta e miope, folle, imperialista, razzista e sessista, esattamente come il mondo patriarcale che pretendono di combattere e abbattere.</strong> Care donne, non illudetevi troppo su voi stesse, <em>collettivamente</em>. Sarete anche diverse dagli uomini, ma siete anche voi esseri umani, umane troppo umane, fragili e forti allo stesso tempo, vulnerabili, e annegate anche voi nelle comuni tare che discendono da questa impura genealogia. L’articolo della Costa, che lei lo voglia o meno, e per quanto critichi il movimento <em>MeToo</em>, alimenta più che altro questo mondo, quello del più disastroso femminismo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Costa non vorrà far passare Asia come una novella Bukowski al femminile, o come una impavida Anna Karenina in mezzo a un legione di Vronskij cretini, una ragazza che non è mai stata una disagiata, un’autentica <em>outsider</em>?</strong> Prima, la protezione dell’agio borghese familiare, la luce riflessa del suo rango sociale e artistico, compreso il parterre di potenziali conoscenze, e poi il mantenimento coniugale, sfruttando a suo piacimento, da femminista dura e pura, una antica istituzione patriarcale, maschilista, a colpi di assegni di 2000-3000 euro al mese, e annesse costose spese scolastiche per i figli; <strong>e non può vantare nemmeno il supremo coraggio di un Wittgenstein, filosofo che disprezzo, ma uomo che ammiro, figlio di una potente e ricchissima dinastia di banchieri, lui, che poteva avere tutto, compreso la serenità economica per coltivare i suoi studi, e invece rinuncia a tutta la sua eredità, pagando sulla sua pelle il coraggio di questa sua negazione radicale. Asia non ha mai vissuto nemmeno la vita Bukowski,</strong> per esempio, un cazzuto che per tutta la vita ha sempre fatto lavori umilissimi, che iniziò a scrivere, alla grande, con tutto il potente fetore della vita vissuta, solo dopo i cinquant’anni, dopo aver accumulato un robusto e doloroso bagaglio di esperienze; e Asia non è neanche l’Henry Miller del mirabile libro su Rimbaud, <em>Il tempo degli assassini</em>, scritto all’epoca in cui era ancora una sorta di barbone, di bohèmien disadattato, che vagabondava con curiosità febbrile in giro per New York, per immergersi nel suo cuore di tenebra, come pochi all’epoca, imparando a conoscerla da dentro, in tutto il suo splendente fetore. In mezzo a tanta autentica vita, l’io drammaturgico di Asia, di questa <em>perdente</em> di qualche successo, e mai una un’autentica <em>perduta</em>, come lo era Marylin, non regge il paragone. La differenza di rango tra i due termini è abissale.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi, la Costa non vorrà farci credere che l’ecumenismo sessuale di Asia, la sua bocca buona – “per uomini che non sono granché, artisti brutti, falliti, scrittori con cani piscioni… e registi nanetti 36enni a letto amanti penosi… uomini col cazzo moscio irrecuperabile, bamboccioni, prepotenti perché vigliacchi” – siano il segno di grande arte esistenziale, di tragica e grottesca libertà? Quando è un cliché abusatissimo e meglio vissuto nei secoli dei secoli, con più verità – altra fame, altra vita – dalle donne da marciapiede, le creature meno dogmatiche che possano esistere, aperte a tutto e a tutti. <strong>Che io possa credere, anche solo per un attimo, che questa misandrica col pugno alzato possa mancare di affermare con disinvoltura: “a letto sono meglio le donne, sanno dove toccarti”, e che tu, Barbara, possa mancare di confermare, con solidarietà femminista: “e come darle torto”? Ahimè, come non riconoscere, in realtà, che gli spregevoli limiti da voi giustamente riconosciuti in tanti uomini, appartengono a tutti gli esseri umani, in generale, anche alle donne?!</strong> Chi può negare, infatti, che gli stessi ignobili limiti – e altri, che sono prerogativa esclusiva delle donne – o le stesse pietose contraddizioni, che voi elencate con tanta disinvoltura contro gli uomini, non si trovino nella stessa misura anche nelle donne? Io stesso lo riscontro tutti i giorni, platealmente, eppure, mio dio, non mi sognerei mai di usare questi evidenti limiti per massacrare una parte, a vantaggio dell’altra. E se ci limitassimo a registrare la generale e irrimediabile fragilità e vanità umana, e provassimo un po’ di ironica pietà? Riconosco, con grande serenità, che la donna, potenzialmente, è più radicata degli uomini nella vita, ha diverse zone erogene, e che la sua complessa libido le conferisca un <em>peso</em> tutto particolare, misterioso, eppure, riconosco anche, altrettanto serenamente, che la maggior parte degli esseri umani, in generale, vivono quasi sempre al di sotto del loro potenziale umano, sessuale, immaginale, intellettuale, e che la maggior parte di loro non sono fatti per essere liberi. <em>They are not built for freedom… they are beyond repair</em>. E poi, volendo usare lo stesso linguaggio moralista di Asia: oltre che stronzissimo, non è razzista, discriminatorio, dare del “nano” a un uomo – impotente forse perché anche nano?! Quintessenza dell’insulto: uomo, nano e impotente! Logica tanto implacabile, quanto esilarante. <strong>Barbara,</strong><strong> pensa a Leopardi, a questo illibato e virginale, uno che non ha mai trombato in vita sua, e forse era anche omosessuale, o forse bisessuale, sempre e comunque represso; a uno che era più o meno un nano, giacché era alto solo un metro e quarantuno – eppure, altro che Asia, che al cospetto di questo gigante, di questo amaro, impietoso e lucidissimo genio, appare essere la vera nana.</strong> Pensa anche al geniale pianista Petrucciani, cara Barbara, a questo ennesimo fragile nano, storpio, uomo decisamente brutto, eppure indubbiamente figo, <em>larger than life</em>, dotato di charme da vendere, al punto che si trombava solo belle donne ‘normali’, che cadevano ai suoi piedi e, a loro volta, testimoniavano del suo insaziabile appetito sessuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Impossibile ridurre tutto a una lettura femminista – in difesa della superiorità e supremazia del Femminino – e pornografica, a una pretesa non plus ultra lucidità, e quasi che i geni di questo secolo dovessero essere – perdonate la comica iperbole – Valentina Nappi e Rocco Siffredi. Voi donne meritate di meglio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Émile Ronin</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/analisi-filosofica-e-spietata-del-fenomeno-asia-argento-care-donne-il-problema-non-e-luomo-ma-lumanita-e-comunque-meglio-marilyn-e-vivian-maier-autentiche-sovversive/">Analisi filosofica (e spietata) del fenomeno Asia Argento. Care donne, il problema non è l’uomo ma l’umanità, e comunque, meglio Marilyn e Vivian Maier, autentiche sovversive…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Il femminicidio è una delle migliori armi di distrazione di massa”: Davide Scapaticci, in dialogo con Matteo Fais, spiega le ragioni di uno dei più diffusi inganni mediatici</title>
		<link>https://www.pangea.news/il-femminicidio-e-una-delle-migliori-armi-di-distrazione-di-massa-davide-scapaticci-in-dialogo-con-matteo-fais-spiega-le-ragioni-di-uno-dei-piu-diffusi-inganni-mediatici/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 14 Sep 2018 07:01:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La proposta era indecentemente intrigante: intervistare nuovamente il nemico numero uno delle femministe di ultima generazione, Davide Scapaticci. Parliamo dell’amministratore della pagina Facebook più bersagliata e osteggiata, Cara, sei femminista – neppure lui si ricorda quante volte i democratici abbiano cercato di mettergli il bavaglio. Ma non è tipo da prendersela. Anzi, sghignazza compiaciuto. In [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-femminicidio-e-una-delle-migliori-armi-di-distrazione-di-massa-davide-scapaticci-in-dialogo-con-matteo-fais-spiega-le-ragioni-di-uno-dei-piu-diffusi-inganni-mediatici/">“Il femminicidio è una delle migliori armi di distrazione di massa”: Davide Scapaticci, in dialogo con Matteo Fais, spiega le ragioni di uno dei più diffusi inganni mediatici</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La <strong>proposta </strong>era <strong>indecentemente intrigante: intervistare nuovamente il nemico numero uno delle femministe</strong> di ultima generazione, <strong>Davide Scapaticci</strong>. Parliamo dell’amministratore della pagina Facebook più bersagliata e osteggiata, <strong><em>Cara, sei femminista</em></strong> – neppure lui si ricorda quante volte i <em>democratici</em> abbiano cercato di mettergli il bavaglio. Ma non è tipo da prendersela. Anzi, sghignazza compiaciuto. In fondo, per dirla con Mao: “<strong>È bene se siamo attaccati dal nemico</strong>, <strong>poiché ciò dimostra che abbiamo tracciato una netta linea di demarcazione tra lui e noi.</strong> È ancora meglio se il nemico ci attacca con violenza e ci dipinge a fosche tinte e senza un’ombra di virtù, poiché ciò dimostra [&#8230;] che abbiamo anche riportato notevoli successi nel nostro lavoro”. <a href="http://www.pangea.news/davide-scapaticci-un-uomo-solo-contro-il-femminismo-fondamentalista-e-il-metoo-matteo-fais-lo-ha-intervistato/" target="_blank" rel="noopener">Avendo già trattato insieme del femminismo</a> e di ciò che rappresenta questa volta abbiamo deciso di <strong><em>aggredire</em> uno dei cardini del pensiero</strong> in questione: <strong>il femminicidio</strong>. Che cos’è? Esiste realmente? È un vuoto nome? Si tratta di una trovata propagandistica? Venite a scoprirlo insieme a noi, con il più terribile <em>eretico </em>e <em>abbattitore di muri</em> ideologici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il femminicidio: perché se ne parla tanto? Cos’è che spinge la gente a discuterne e i giornali a trattarne? Cosa c’è di vero e di non vero dietro quel che si racconta? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Comincerei a rispondere dalla domanda finale, cioè cosa ci sia di vero e di non vero. La questione è molto semplice. <strong>Di vero c’è il fatto che un certo numero di donne viene ucciso da mani maschili – ci sono uomini che commettono crimini e alcuni di questi vedono come vittime delle donne.</strong> La teoria del femminicidio in quanto tale, però, non sostiene unicamente che vi siano delle donne assassinate da uomini. Afferma, in più, che un gran numero di queste vengono massacrate per il solo fatto di essere donne. Ecco la discriminante sottesa al concetto e che le femministe sottolineano. Vi sarebbe, dunque, un senso di proprietà avvertito dall’uomo a causa di una mentalità che pone l’altro sesso in una posizione di subordinazione. Non nego ci siano dei casi in cui, effettivamente, uomini con tendenze violente, o patologicamente possessivi, possano arrivare a uccidere una donna, perché questa si è ribellata, o ha disatteso le loro pretese malate. Allo stesso tempo, però, contesto la catalogazione sotto tale visione di questo genere di fatti. Una certa vulgata vorrebbe farne una questione di numeri. Io preferisco sottoporre al vaglio critico il concetto stesso di femminicidio. Questo, a mio avviso, si caratterizza per un paradosso logico che lo rende di per sé insensato. Tale visione ritiene che sia possibile stabilire a priori l’elemento oggettivo e anche quello soggettivo del reato commesso. Per intenderci, nel caso di un omicidio del tipo analizzato, che un uomo abbia ucciso una donna è l’elemento oggettivo. L’elemento soggettivo consiste nello stabilire le ragioni del gesto compiuto. Ma per trovarle, ovvero, in termini giuridici, per rintracciare il movente, non si può agire aprioristicamente. Questo si stabilisce nelle aule dei tribunali e non a livello sociologico. Peraltro, non sempre è possibile individuarlo in modo netto: anche dopo il terzo grado di giudizio, quando si dice che il tal uomo ha ucciso la tal donna per motivi di possessività, di gelosia o di vendetta, si parla comunque di una verità giudiziaria – non oggettiva, assoluta. Va pertanto relativizzata, ricondotta all’ambito in cui è stata ricostituita. <strong>Il concetto di femminicidio risulta quindi logicamente scorretto, perché pretende di stabilire con certezza e arbitraria autorità il movente per cui a una donna sia stata tolta la vita.</strong> Nella quasi totalità dei casi, peraltro, quando se ne parla, lo si sbandiera mediaticamente prima che sia stato fatto un processo, cioè ancor prima che una specifica forma di verità, quella processuale, sia stata accertata. Siamo nell’ambito della supposizione che pretende di essere eretta a verità. In sintesi, non contesto che esistano uomini che uccidono le donne, ma che si voglia far passare il femminicidio come un fenomeno specifico emergenziale, quando in realtà non è così, per il semplice fatto che non è possibile determinarlo in termini logici. Per quel che riguarda l’ultimo aspetto, ovvero perché se ne parli tanto, io lo spiegherei dicendo che, all’interno di una società la cui comunicazione è un flusso costante e ininterrotto, va da sé che si abbia sempre bisogno di trovare un trend dominante, che gli apparati di informazione tendono a cavalcare per generare stress. In un contesto sociale in cui si afferma come primario l’interesse verso la donna e i suoi diritti, è chiaro che anche i media sfruttino questo diffuso sentimento nazionalpopolare per mettersi sulla lunghezza d’onda di coloro che usufruiscono poi dei mezzi di informazione. Non credo pertanto che si tratti di una volontà reale di far luce, o di indagare sociologicamente, ma piuttosto di lusingare una vaga retorica vittimistica di chi sostiene e persegue il convincimento della donna sempre oppressa e dell’uomo sempre carnefice.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Io avanzo sempre un dubbio rispetto alla necessità del termine femminicidio, partendo da un paragone con l’Olocausto. Nel caso degli ebrei è doveroso utilizzare un nome specifico per indicare quanto accaduto nella Germania nazista poiché, dietro il loro sterminio, vi era un’ideologia, una <em>visione del mondo</em>. Nella fattispecie dell’uccisione di una donna ci può essere alla base la possessività di un singolo o un qualsiasi altro motivo, ma non un pensiero sotteso e meno che mai un’ideologia. In ultimo: uno torna a casa, trova la moglie a letto con un altro e l’ammazza. Ma non è certo animato dall’intento di far fuori tutte le donne. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Facendo un viaggio a ritroso e un’analisi di altri momenti e contesti storico-culturali e sociali, troviamo esempi di cosa possa essere realmente una persecuzione mirata e ideologicamente fondata. Di certo non possiamo considerare l’uccisione di una donna da parte di un uomo come un qualcosa di basato su un’ideologia consolidata a livello concettuale e politico, come fu invece nel periodo del nazionalsocialismo, quando si manifestò la volontà e la convinzione generalizzata di dover estirpare quella che veniva considerata la radice di tutti i mali sociali, cioè il giudaismo. Le donne non sono mai state vittime di una persecuzione ideologica di tal fatta, nel corso dei tempi. Tuttavia, possiamo dire, facendo una ricostruzione sommaria, che vi sono stati dei periodi in cui effettivamente l’uomo godeva del diritto di vita e di morte nei confronti della propria moglie, come dei figli – questo è innegabile. Qui, però, non stiamo parlando di rivisitazioni storiche, ma di un fenomeno attuale. <strong>Personalmente, ritengo che parlare di persecuzione nei confronti delle donne, nell’Italia del 2018, sia un vezzo ideologico che non trova alcun riscontro nella realtà dei fatti. Con ciò non voglio certo negare che i casi di omicidio e di violenza non vadano severamente puniti.</strong> Ma sostenere che simili fenomeni vadano ascritti a una sorta di sottocultura maschilista e patriarcale, come la definiscono le femministe, mi pare attenga più che altro al modo in cui l’ideologia vorrebbe piegare la realtà delle cose. Certo, mi si potrebbe obiettare che anche la mia sia un’ideologia. Risponderei dicendo che esiste un qualcosa noto come buon senso comune: l’Italia non è un remoto villaggio, sotto l&#8217;egida di una cultura islamica, dove le femmine vengono trattate alla stregua di animali da bastonare. Chi monopolizza il dibattito politico l’ha trasformato in un qualcosa di ozioso. Allora io dico: torniamo alle cose concrete, ad avere uno sguardo onesto sulla realtà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma allora, tutte le donne che si sentono minacciate e credono a questa “distorsione ideologica” del femminicidio sono completamente sceme, o davvero la propaganda è tanto persuasiva? Perché prestano fede a una simile narrazione, perché non hanno questo buon senso di cui tu parli e che dovrebbe portarle a rendersi conto che non c’è alcun astio generalizzato, nessuna volontà di sopprimerle? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi verrebbe da dirti, citando Goebbels, visto che prima facevi riferimento al nazismo, che una bugia ripetuta mille volte diventa una verità. Ma non è questo il motivo che spiega l’attuale situazione. Il convincimento che il femminicidio esista, così come viene spiegato e veicolato dalle femministe, non è assolutamente trasversale fra la popolazione femminile europea. Piuttosto, noi assistiamo a quella che è la peggiore commistione fra ideologia femminista, libero mercato e apparato mediatico. Da una parte vi è una élite politica, intellettuale, culturale che promuove un sistema di pensiero per cui crea e porta avanti costantemente battaglie su questioni quali il femminicidio, i diritti delle donne, quelli individuali e della comunità LGBT; dall’altra, però, vi è per fortuna un’utenza popolare. <strong>La nuova forma di contrapposizione politica, che non riguarda più la destra e la sinistra, ma appunto le élite e il popolo, ha bisogno di generare e proporre una propria sovrastruttura culturale, di cui il pericolo femminicidio è un elemento. </strong>Ma il popolo, se è vero che viene costantemente bombardato da informazioni e slogan che vorrebbero fare attecchire questa visione delle cose, non è così stupido come si può credere. Il potere della propaganda è martellante certo, ma è assodata a mio avviso la capacità della gente di mantenere viva una propria cultura autonoma, una comune decenza, quell’insieme di valori che rimane a livello tradizionale e si tramanda al suo interno. Intellettuali progressisti e femministe ritengono che il popolo vada educato alla tutela delle minoranze, a schierarsi contro la violenza nei confronti delle donne. Tenta, insomma, di promuovere all’interno delle masse tutto un sistema di valori privi di qualsiasi buon senso e di un aggancio alla realtà dei fatti. Ritornando al discorso di prima, non ritengo assolutamente che la maggior parte si senta minacciata, o viva il rapporto con il maschile come qualcosa di pericoloso, né che creda alla vulgata sul femminicidio. La facciata mediatica vorrebbe spacciare l’idea di un’adesione diffusa, ma in realtà si tratta di conventicole di potere molto più deboli numericamente rispetto alla maggioranza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Io non noto tutti questi maschi aggressivi, di cui parlano le femministe. Anzi, mi pare che la maggior parte, di fronte anche a dei palesi privilegi delle donne, per esempio quelli introdotti dalla riforma del diritto di famiglia, <em>soccomba </em>miseramente senza opporre alcuna resistenza. A tal proposito ti volevo chiedere: esiste, secondo te, una violenza del femminile nei confronti del maschile? Insomma, è possibile che un uomo venga violentato? E, ancora, quali sono, se esistono, le forme di violenza che una donna può esercitare nei confronti di un maschio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo è assolutamente un punto decisivo. Bisogna porre in evidenza come, purtroppo, la violenza all’interno della società e di conseguenza nei rapporti tra esseri umani sia costitutiva, intrinseca alla nostra natura. Noi possiamo punirla. Possiamo trovare leggi che la sanzionino e promuovere una cultura che metta al bando e identifichi come negativa ogni azione efferata e di sopraffazione. Ma ci dobbiamo arrendere all’evidenza: ci toccherà costantemente averci a che fare. La violenza non ha genere. Può essere usata sia da un uomo che da una donna. Una simile ovvietà viene in qualche modo elusa e distorta dal tipo di divagazioni e di costruzioni retoriche tipiche di questo femminismo. Il fatto poi che una femmina, per sua struttura fisica, non possa violentare in senso stretto un uomo, a mezzo di una penetrazione invasiva e abusante, non significa che sia aliena alla possibilità di commettere una qualche forma di sopraffazione nei confronti dell’uomo, o di un infante anche – perché sono tanti i casi in cui, per esempio delle maestre d’asilo, commettono abusi o violenze nei confronti di bambini piccoli a loro affidati, ma stranamente su questi non costruiamo mai un’emergenza. Eppure, se dovessimo seguire la stessa falsariga ideologica, dovremmo dire che tale emergenza esiste e costruire un pensiero che insinui il sospetto verso tutte le maestre d’asilo. Ma un evento o un certo numero di eventi non fanno per forza una tendenza. E, anche qualora la creassero, non necessariamente dietro ci sarebbe chissà quale cultura che orchestra tutto. Semplicemente, brutture e aberrazioni fanno parte da sempre del nostro vivere quotidiano. <strong>Per tornare dunque al punto, la violenza femminile esiste e può essere attuata in tante modalità. Può essere fisica, perché non è solo la forza muscolare che determina la possibilità di violenza – si può anche, per esempio, usare un’arma – o psicologica. </strong>Mi sembrano cose di una tale banalità che, anche stare qui a ripeterle, può giusto restituirci il grado di distorsione e di lontananza dalle dinamiche reali che il sistema di pensiero analizzato ha raggiunto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le femministe obietterebbero al tuo discorso che, se anche può esistere una violenza femminile, questa però è nettamente inferiore, numericamente parlando, rispetto a quella maschile. Le cose stanno realmente in questi termini? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Chiariamo che io non mi contrappongo alle femministe aprioristicamente. Se mi trovassi d’accordo, come avviene per questioni specifiche quali la mutilazione genitale, le forme di sopraffazione in determinate società arcaiche o a noi geograficamente lontane, non avrei problemi ad ammetterlo. <strong>Ma, nell’ambito specifico del femminismo liberal occidentale, riscontro unicamente un calderone di retorica e fantasiose argomentazioni unite a rancorose rivendicazioni vittimistiche. In merito all’obiezione che opporrebbero, ovvero che in termini numerici gli uomini commettano più atti violenti delle donne, ci sarebbe da chiedersi: in base a cosa stabiliamo questo? In base a statistiche?</strong> Sicuramente ci saranno. Ma le dinamiche di vita non si riducono alle elucubrazioni intellettuali delle élite, né tantomeno ai meri e freddi calcoli di qualche istituto. Nella vita di un popolo, nelle interazioni tra esseri umani, c’è qualcosa che sfugge alla rilevazione matematica. Sono appunto quelle verità di vita, di cui parlavo prima, che vengono conservate all’interno di qualsiasi tradizione o memoria di una comunità. Dunque, non si può negare che un uomo, per come è strutturato e per quelle che sono le sue inclinazioni, può commettere una violenza più eclatante di una donna ed è più portato a vivere una sessualità predatoria, a sconfinare nell’abuso. Ma le forme di sopraffazione poste in essere dalle donne spesso vengono trascurate perché l’uomo non reclama in toni vittimistici – e ti dirò che ne sono ben contento. Perché, se una donna commette violenza, è perfettamente giusto che venga severamente punita tanto quanto un uomo ma, grazie a Dio, i maschi, o almeno la stragrande maggioranza, non ha questa propensione a costituirsi in conventicole di potere per poi accampare diritti o attenzione mediatica. È giusto così. È quando raggiungi un assurdo livello di distacco dalle dinamiche naturali della vita che cominci ad avanzare rivendicazioni simili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anni addietro rimasi colpito dalla storia di una qualche Miss del sud, una molto bella, che si accompagnava a un ragazzo, diciamo, non altrettanto gradevole. La massacrò di botte, facendola finire in ospedale e lei lo perdonò comunque. Perché, a fronte di tutte queste rivendicazioni femministe, poi ci sono donne che stanno con uomini simili, anzi li giustificano, li amano e comprendono questi loro comportamenti decisamente intollerabili? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo è un punto interessante, anche a prescindere dal caso da te citato. A mio avviso è necessaria una riflessione riguardante la differenza tra l’uomo e la donna nel loro vissuto erotico. Quest’ultima è fondamentalmente un essere totale su quel piano. Se l’uomo è tutto lì, cioè nel suo pene, la donna, non essendo circoscritta entro una zona, vive l’erotismo in maniera totale. Massimo Fini fece a tal proposito un’acuta osservazione, un esempio che può sembrare sciocco ma che ha un suo risvolto significativo. Quando la donna è particolarmente coinvolta sessualmente, dice al proprio partner “sono tutta bagnata”, non semplicemente “sono bagnata”. <strong>Questa posizione assoluta nei confronti dell’amante la pone spesso anche in una condizione, razionalmente inspiegabile, di subalternità. Il che non deve mai giustificare l’approfittarsi, o il farsi forti di questa sua caratteristica per attuare una prevaricazione</strong>, perché altrimenti si è solo figli di puttana – come quel ragazzo della storia che hai menzionato. Poi, io non so perché lei abbia perdonato. Da esterno non capisco come abbia potuto, invece di riempirlo di mazzate. Ma non ho la pretesa, che sarebbe estremamente autoritaria, come quella del femminismo più agguerrito, di dirle cosa fare. È una donna adulta che vive la sua sessualità, il suo innamoramento, il suo erotismo, come meglio crede e in maniera totale. Ciò l’ha portata a compiere un gesto incomprensibile a me e ai più, ma non sta a noi sindacare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Volgendo al termine, io direi di indirizzare anche questa volta un messaggio alle femministe.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il filosofo Wittgenstein diceva che su ciò di cui non si può parlare si deve tacere. Nel nostro caso potremmo trasformare il suo principio in: con quelle con cui, comunque, non si potrebbe dialogare è sempre meglio tacere.</p>
<p><em>Matteo Fais</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-femminicidio-e-una-delle-migliori-armi-di-distrazione-di-massa-davide-scapaticci-in-dialogo-con-matteo-fais-spiega-le-ragioni-di-uno-dei-piu-diffusi-inganni-mediatici/">“Il femminicidio è una delle migliori armi di distrazione di massa”: Davide Scapaticci, in dialogo con Matteo Fais, spiega le ragioni di uno dei più diffusi inganni mediatici</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“La letteratura è eccesso, è errore, è la vita contro il potere”: dialogo con Luca Doninelli</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jul 2018 05:24:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Poi, decisamente, questo scrittore che aveva vinto tutto – dal Campiello al Grinzane Cavour, dal Premio Napoli all’ingresso in cinquina nello Strega – che, narrativamente, aveva tutto, optò per azzerare tutto, scegliendo, con Le cose semplici, la via più difficile, il confronto con il tutto, dalla propria nullità, l’affronto, l’affondo, il rischio. Era il 2015, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-letteratura-e-eccesso-e-errore-e-la-vita-contro-il-potere-dialogo-con-luca-doninelli/">“La letteratura è eccesso, è errore, è la vita contro il potere”: dialogo con Luca Doninelli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Poi, decisamente, questo scrittore che aveva vinto tutto – dal Campiello al Grinzane Cavour, dal Premio Napoli all’ingresso in cinquina nello Strega – che, narrativamente, aveva tutto, <strong>optò per azzerare tutto, scegliendo, con <em>Le cose semplici</em>, la via più difficile, il confronto con il tutto, dalla propria nullità, l’affronto, l’affondo, il rischio.</strong> Era il 2015, il romanzo, ‘mostruoso’, lo stampò Bompiani: 800 e passa pagine in cui Luca Doninelli, tra i più riconosciuti scrittori dell’era presente (tra i suoi libri cito, a casaccio, <em>La revoca, Talk Show, La nuova era, La polvere di Allah</em>), recuperando la potenza del romanzo totale, ambientandolo in un mondo apocalittico, in un tempo futuro, tramite una struttura narrativa sghemba – con recupero e pubblicazione di taccuini – <strong>decideva “innanzitutto di mettere me stesso,<em>tutto</em> me stesso, in discussione: quello che pensavo, credevo ecc.”</strong>. In effetti, è questo il sunto della letteratura: uccidere se stessi, di certo, evitare di alimentare le proprie convinzioni. “La parola è una lama che penetra nel vivo di qualunque problema, obbligata dalla costruzione narrativa a caricarsi di una densità semantica ultimativa”, ne scrisse, così, Daniele Piccini. Quella è la parola buona. <em>Ultimativa. </em>Si va, in effetti, da Doninelli non tanto per chiacchierare di letteratura – la letteratura non è chiacchiera, si chiacchiera, semmai, di calcio – ma <strong>per avere ragguagli sulle ‘cose ultime’, che sono le prime, le solite, lo sole e le semplici, le solari, con l’immediatezza del pugno e della luce</strong>; il nostro rapporto con la vita, con i volti, la paura di precipitare negli altri, Dio, la morte, le epifanie e la corruzione, ecco. Guardare alle cose fino al punto magistrale dell’orrore. Ecco. Sfidare il fastidio, l’elettrico della letteratura che ustiona, scassa. Per questo si va a Doninelli.</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-61929 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/07/Le-cose-semplici-e1464803911426-214x300.jpg" alt="Doninelli" width="162" height="227" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Le-cose-semplici-e1464803911426-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Le-cose-semplici-e1464803911426.jpg 600w" sizes="(max-width: 162px) 100vw, 162px" />Intanto. Perché si scrive, per cosa, per chi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non so perché scrivo, ho cominciato troppo piccolo. <strong>Probabilmente scrivo perché non so fare altro.</strong> Così, in generale, si può dire scrivo per conoscere, per conoscermi e perché questo è un modo di incontrare gli altri. La scrittura è indubbiamente un grande strumento di conoscenza, a patto di usarla bene.</p>
<p style="text-align: justify;">“<strong>Scriviamo romanzi per sentirci piccoli”, scrivi. Scrivere come ammissione di piccolezza – ed esercizio di incauta grandezza. Cosa significa? Perché, ancora, il romanzo, archibugio vecchio di tre secoli, che cos’è, ora, il romanzo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho letto centinaia di libri di critica, teoria letteraria, narratologia, e perfino qualche manuale in cui si insegnava come si fa (o come non si fa) a scrivere un romanzo. <strong>A me sembra che il romanzo sia uno spazio miracoloso abbandonato dalla febbre tecnologica, come un grande prato incolto in mezzo a una città.</strong> Spesso ci si accorge di stare scrivendo un romanzo verso la metà, se non verso la fine. A differenza di tutto il resto, il romanzo non ha una tecnica, è come uno spazio socratico, una scoperta graduale della nostra ignoranza, quel non-sapere che ci affascina e ci rende affini con i margini ultimi dell&#8217;universo. Non saprei dire diversamente. Credere che un romanzo sia un affresco della realtà è limitato: <strong>il grande romanzo squarcia gli affreschi.</strong> Da Philip Roth a Céline, o a Joyce, ce ne corre&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da dove partire per leggerti? Io azzardo. “Le cose semplici”. Semplicemente, ti chiedo, qual è il tuo libro che ti ha chiesto più fatica, quello che ti infastidisce, che ti fa felice?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Le cose semplici”, senza dubbio. Chi lo apre (sono 800 pagine) deve volermi già un po’ di bene. È anche il libro che mi fa più felice, insieme con “La conoscenza di sé”, che considero la mia cosa migliore dal punto di vista della riuscita letteraria (che non è, però, il solo valore che conti). <strong>Quanto al fastidio, ti dirò: se mentre scrivo un libro mi accorgo che mi lascia tranquillo, chiudo e cerco di scrivere qualcos’altro.</strong> Non posso mentire a chi mi legge, fossero anche in tre.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-61930 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/07/Doninelli3-192x300.jpg" alt="Doninelli" width="152" height="238" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Doninelli3-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Doninelli3-768x1200.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Doninelli3-655x1024.jpg 655w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Doninelli3-600x938.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Doninelli3.jpg 1000w" sizes="(max-width: 152px) 100vw, 152px" />Se non ho letto male, hai incontrato Testori quarant’anni fa. Cosa è stato, per te, il suo magistero, che valore ha, per tutti, Testori, nella letteratura italiana recente? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il magistero di Testori è stato <strong>un magistero di libertà fino alla spregiudicatezza, talvolta fino alla spudoratezza. Fino alla disperazione.</strong> <strong>Un maestro di eccesso, un maestro di errore,</strong> perché l’arte e la letteratura questo sono: eccesso, errore. Io penso che un maestro sia un maestro solo se fa così. Non ci sono maestri di regolarità, per quello ci sono già gli algoritmi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma vorrei allargare il campo autobiografico. Quali sono i tuoi maestri ‘viventi’ (alludo agli incontri, ai dialoghi) e quelli ‘astratti’ (i libri che ti hanno formato o deformato)?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dice il Vangelo: “Uno solo è il Maestro”. Posto che si riferisce a Dio, direi che il mio maestro terreno è stato Giovanni Testori, e mi fermerei lì. <strong>Tra gli scrittori, c’è per me un nome che sovrasta gli altri: Tolstoj. </strong>Non è un amore giovanile, ci sono arrivato a poco a poco. Quanto ai libri che mi hanno formato/deformato (ogni formazione comporta una deformazione) sono veramente troppi, equamente divisi tra narrativa e filosofia. Il primo in ordine di tempo: <em>Le avventure di Pinocchio</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scrivi, vendi a sufficienza, presumo, per scrivere ancora, per editori tra i più importanti del Paese. Che rapporto ha lo scrittore con il ‘mercato’? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo scrittore non dovrebbe pensare troppo al mercato, ma solo a dire ciò che gli sta veramente a cuore. <strong>Il problema è che talvolta il mercato crede di essere lui a fare la letteratura</strong>, e considera gli scrittori come una massa di eterni adolescenti da gestire in qualche modo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In che stato vive la letteratura italiana contemporanea? Te lo domando in riferimento a una tua ‘bordata’ pubblica contro il Premio Strega, dove, in qualche modo, misuri la distanza tra certi romanzi e la realtà viscerale, vivente del mondo, che chiede uno scatto narrativo alto, avido. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vale quello che ho detto qui sopra. Ho solo paura che, tra editori, giornalisti, blogger e accademici, siano veramente in pochi coloro che hanno saputo sviluppare un vero gusto letterario. <strong>Chi ha gusto letterario è magnanimo e largo di vedute, e sempre pronto, come diceva Wittgenstein, “a imparare qualcosa di completamente nuovo”, ossia qualcosa che vada contro le sue stesse premesse estetiche, ideologiche</strong> o quant’altro. Il gusto, la costruzione di un vero gusto, preciso, adulto e vasto: questo mi pare manchi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-61931 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/07/doninelli-2-207x300.jpg" alt="Doninelli" width="155" height="225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/doninelli-2-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/doninelli-2-768x1111.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/doninelli-2-708x1024.jpg 708w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/doninelli-2-600x868.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/doninelli-2.jpg 1000w" sizes="(max-width: 155px) 100vw, 155px" />Scrittura e potere. Tu scrivi. “Uno scrittore non gioca le sue carte migliori nel rapporto con il potere, ma nella larghezza, nella magnanimità, nella pietas che muove il suo sguardo sul mondo”. Non è un modo, politicamente, per ‘lavarsene le mani’? E lo chiedo a uno che nel cuore delle questioni, anche da commentatore culturale, c’è, sempre. Che rapporto hai con la politica, con il potere, appunto, che è anche potere (e protervia) editoriale, culturale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io penso che la cosa più rivoluzionaria del mondo sia la serietà con cui facciamo quello che ci è chiesto di fare. <strong>Stare caparbiamente al proprio posto, dire quello che dobbiamo dire, non rinunciare a parlare di fiori e di occhi celesti anche al cospetto del boia.</strong> Ciascuno di noi lavora in condizioni diverse, non paragonabili. C’è chi vuole farsi pubblicità, c’è una sinistra allo sbando, con i piccoli figli d’allevamento ora impauriti, perché sta crollando (ma forse non è vero nemmeno questo: c’è solo la paura che succeda) il mondo che era stato costruito intorno a loro. Sappiamo benissimo come vanno queste cose. <strong>Io non ho mai ricevuto dal potere nemmeno un caffè al bar e cerco di dire quello che voglio: ne soffro qualche piccolo svantaggio ma i vantaggi sono maggiori.</strong> Il potere esiste e non si può ignorare: ma la grande letteratura è l’esatto contrario del potere, è la vita contro il potere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è la tua visione del mondo? Qual è il tuo rapporto con Dio? Quale la dinamica tra solitudine ed espressione pubblica, tra lo scrittore che, come il Beato Angelico, incide i suoi affreschi nella cella e poi, comunque, va a patti con il mondo, con le creature? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non ho nessuna visione del mondo. Cerco di squarciare le visioni del mondo, questo è ciò che fanno tutti gli scrittori. <strong>Il mio rapporto con Dio è semplice: ogni giorno Gli chiedo di rendere utile quello che faccio al Suo progetto, che non è detto coincida col mio.</strong> <strong>Vorrei morire dicendo: ecco, sono un servo inutile.</strong> Per conservare, come hai detto bene tu, questa cella nel mio cuore e nella mia vita, sono disposto a venire a patti con tutto (anche perché per raccontare le cose occorre stringere un rapporto con esse) e non ho paura di essere giudicato incoerente. Per capire un uomo bisogna capire bene a chi o a cosa quest’uomo risponde della propria esistenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Da UK ci avvisano che anche la filosofia è morta. Il problema è che siamo diventati una massa di imbecilli. Ora che tutto è morto, troviamo le parole per la nascita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jun 2018 04:41:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo ossessionati dalla morte – ed è questo a rendere questa epoca particolarmente eccitante. Predichiamo la morte, ne facciamo semina. Sono morte ‘le tradizioni’, è morta la democrazia, è morta la poesia, il romanzo, poi, è da un ventennio che sta morendo, l’Occidente è morituro da un secolo, e a leggere il TLS, che è [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/da-uk-ci-avvisano-che-anche-la-filosofia-e-morta-il-problema-e-che-siamo-diventati-una-massa-di-imbecilli-ora-che-tutto-e-morto-troviamo-le-parole-per-la-nascita/">Da UK ci avvisano che anche la filosofia è morta. Il problema è che siamo diventati una massa di imbecilli. Ora che tutto è morto, troviamo le parole per la nascita</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Siamo ossessionati dalla morte – ed è questo a rendere questa epoca particolarmente eccitante. Predichiamo la morte, ne facciamo semina. <strong>Sono morte ‘le tradizioni’, è morta la democrazia, è morta la poesia, il romanzo, poi, è da un ventennio che sta morendo, l’Occidente è morituro da un secolo,</strong> e a leggere il <em>TLS</em>, che è il magazine più fighetto di Londra, ora è morta la filosofia, <em><a href="https://www.the-tls.co.uk/articles/public/changing-subject-raymond-geuss-philosophy/" target="_blank" rel="noopener">Philosophy is Dead</a>. </em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’ossessione per la morte in un’epoca così piena di vita è il sintomo di una cocente frustrazione. <strong>Vorremmo essere graziati da un evento epocale, desideriamo qualcosa di definitivo, ammirare una lotta angelica, sanguinaria, tra personalità fenomenali.</strong> Invece. La bagarre nucleare ha il volto da fumetto di un tiranno in Corea del Nord e di un improbabile magnate a Washington D.C. Nessuno ha voglia di sporcarsi il culetto nello Yemen né di affiliarsi a qualche mercenario in Ucraina: eppure, ballando il tango con il carrello della spesa, sorridendo a una cena ‘da amici’, mentre i figli ci succhiano le ginocchia come biberon, sappiamo che la vita ha senso solo in prossimità della morte.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Sul tema, per gli interessati, lo storico Henri-Irénée Marrou ha scritto un pamphlet di caustica eleganza, <em>La fine del mondo non è per domani. </em>Da tempo – almeno, dai tempi di Agostino – <strong>l’uomo viene al mondo desiderandone la fine,  desiderando la fine del mondo, claustrofobico paradosso.</strong> Così, non riuscendo a fertilizzare settant’anni di pace – una primizia – servi del primo stipendio che ci viene concesso, rosolati in desideri assurdi, aneliamo, almeno, il sublime sussurro della ghigliottina.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Raymond Geuss, figlio della pace – classe 1946 – è prof emerito all’Università di Cambridge, compare di Richard Rorty, filosofo assai apprezzato. Beh, anche Raymond Geuss titilla l’organo intimo della morte, dichiarando che “la filosofia è morta: i segni vitali prodotti una quarantina di anni fa, l’eccitazione, la creatività, l’inventiva sono sostituite, ormai, da tediose recite e rievocazioni storiche”. Insomma: <strong>i filosofi sono scomparsi, semmai esistono falangi di accademici, di ‘storici della filosofia’. Ma che senso ha studiare la storia della filosofia se poi non si filosofa più? Continuare a mettere la cipria alle reliquie e ad addobbare i cadaveri non è un gesto grottesco?</strong> D’altronde, il libro in cui Geuss ci avvisa che la filosofia è morta s’intitola <a href="http://www.hup.harvard.edu/catalog.php?isbn=9780674545724" target="_blank" rel="noopener"><em>Changing the Subject </em></a>ed è, appunto, una storia dei filosofi <em>from Socrate to Adorno. </em></p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Per la filosofia accade un po’ ciò che capita nell’ambito della musica classica. I compositori non esistono – sono ridotti a pianisti da pubblicità – ci sono gli interpreti. Conta quanto sei bravo a fare Chopin, non se sai creare una sinfonia geniale. D’altronde, anche le colonne sonore, ormai, hanno lo status di composizioni sinfoniche degne di essere riprodotte in pubblico: Ennio Morricone – un genio del ‘genere’ – è suonato manco fosse Gustav Mahler o Richard Strauss. In effetti, Camilleri – quello di Montalbano – non vale Simenon che non vale Céline o Montherlant, è tutta una gara al ribasso, perciò si legge Raymond Geuss per rimpiangere un aforisma qualsiasi di Nietzsche, un pensiero appena sbozzato di Wittgenstein. <strong>Dove sta il problema? Che siamo diventati una massa di imbecilli. L’istruzione diffusa non ha prodotto sapienza, ma che dico, non ha disciplinato neanche all’ascolto.</strong> L’ossessione per il denaro ha prodotto la fobia per il geniale, l’abissale, il vertiginoso. Incapaci di soggiogare l’Everest, desideriamo essere invitati alla festa esclusiva di un qualche vip della politica all’ultimo piano di un palazzo milanese, che pena.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il desiderio di morte cela la volontà di rinascere; si muore, sempre, per risorgere. <strong>La filosofia nasce dalla morte della sapienza presocratica, la filosofia esiste come discorso amichevole intorno alla cosa ultima, la morte. Ora che siamo diventati morte</strong> – tutto ciò che l’uomo occidentale tocca evolve in morte – e che la filosofia – come il romanzo, come la poesia, come la democrazia, come ciò che il Novecento ha portato ad esaurimento – è morta, dobbiamo trovare parole per la nascita. Rialfabetizzare il mondo. Intanto, togli la piastrella di casa, solleva la pietra, scava una piccola buca nel giardino, sillaba una parola, sotterra. Vediamo cosa spunta. (d.b.)</p>
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		<title>“Se fossi una donna, la darei seduta stante ad Albert Camus”: i 10 libri più belli per Massimiliano Marrani e Giorgio Anelli. Fate il vostro gioco!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Mar 2018 09:39:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sapete cosa c’è di bello nello stilare il proprio decalogo personale? Mettere ordine. Buttare sul lenzuolo l’essenziale. Spaccare gli stinchi all’intelletto, per cui tutto è salvabile, ogni spigolo è degno di perdono. Invece no. La letteratura è l’arte della spietatezza, l’assioma della crudeltà, un assoluto crudele. Al posto di parlare di divine minchiate e di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Sapete cosa c’è di bello nello stilare il proprio decalogo personale? Mettere ordine. Buttare sul lenzuolo l’essenziale. Spaccare gli stinchi all’intelletto, per cui tutto è salvabile, ogni spigolo è degno di perdono. Invece no. La letteratura è l’arte della spietatezza, l’assioma della crudeltà, un assoluto crudele. Al posto di parlare di divine minchiate e di speculare sulla specifica importanza di X nella letteratura della città di Y, andiamo al cuore. Dissezioniamo l’amore, l’amatissimo. Eccolo. I 10 libri della letteratura moderna (da Foscolo in su). Oggi, ora, io metterei “Il tramonto dell’Occidente” di Oswald Spengler, il romanzo più possente del Novecento, e “I libri della giungla” di Rudyard Kipling, perché il verbo serve per accartocciare l’Amazzonia in una strizzata d’occhio. La follia declamatoria di Marrani (che svaria tra le cupezze di Bernhard a De Carlo) e il rigore di Anelli trovano un punto di ristoro nelle “Memorie del sottosuolo”, libro davvero mostruoso. Spedite il vostro personale decalogo qui: dav.brullo@gmail.com.</em></p>
<p>*</p>
<p><strong>Massimiliano Marrani</strong></p>
<p><strong><em>Prima del calcio di rigore</em>, Peter Handke:</strong> se Ludwig Wittgenstein avesse mai deciso di scrivere un romanzo in linea con le sue idee avrebbe scritto esattamente questo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Memorie dal sottosuolo</em>, Fëdor Dostoevskij:</strong> mi ha letteralmente rovinato l’adolescenza, Va vietato ai minori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Ieri</em>, Agota Kristof:</strong> sulla quarta scritta mi pare da Marco Lodoli, ricordo che c’era scritto, “un romanzo duro come un sasso”. Ne ho comprate sette copie e ora ho l’ottava. Tutte le altre, nell’arco di diversi anni, le ho regalate a qualcuno a cui tenevo degno di ricevere quella sassata in piena faccia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La macchia umana</em>, Philip Roth:</strong> un affresco immenso, un’odissea umana e allo stesso tempo totalmente individuale. Il capitolo finale, ma non solo sia chiaro, è apocalittico, assorbe Melville, Hemingway e Omero. Impossibile farne un riassunto. Non lo si può fischiettare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Mao II</em>, Don DeLillo:</strong> c’è tutto quello che mi interessa: arte contemporanea, mass media, sesso, matrimonio, scrittura, fotografia, film, terrorismo in, mah, 150 pagine? Contiene, tra l’altro, la critica più intelligente e acuta su Andy Warhol che abbia mai letto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Gelo</em>, Thomas Bernhard:</strong> il romanzo più cupo e nichilista che abbia incontrato. Parte da un assunto semplice: praticamente senza alcuna trama cretina, se ne fotteva lui, della trama, si concentra solo in ciò che accade nel cervello. Pochi segni per stabilire gli esterni, come nel teatro di Beckett direi. Simboli molto scarni ( eppure i paesaggi erano immensi, la nebbia, la valle, la locanda, l’incendio… kafkiani). La totale immersione nel cervello. Nella lingua dentro al cervello. A tratti, per lunghi tratti, poesia. Il degno erede per me di Kafka e Dostoevskij e di quella scrittura fiume a cui non so a chi far risalire perché direi scemenze.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il processo</em>, Franz Kafka:</strong> tutto è mistero, tutto è assurdo, tutto sta morendo ma con discrezione e umorismo, tutto accade ma da un’altra parte. Nulla&#8230; nulla e dico nulla, ogni volta che lo rileggo, mi dice esattamente in quale punto preciso delle frasi l’obliquo irrompa. Un perfetto meccanismo a orologeria ma senza tempo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Poesie</em>, Dylan Thomas (edizione Guanda):</strong> una sua sola immagine iniziale basta a un poeta X a costruirci una carriera (ok, esagero). Solo che poi lui invece continua, giù, come un’armata che crolla, senza scampo. Eliot sarà anche un titano, io ci ho provato signori, mi fa dormire tranne in alcuni passaggi della <em>Terra desolata</em>. So che Thomas lo detestava. Meno male, se no forse non avrei avuto il coraggio di dirlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Lo straniero</em>, Albert Camus:</strong> se fossi stata una donna, possibilmente bella, e fossi vissuta in quegli anni, e avessi letto questo romanzo, avrei cercato di conoscere Camus, e gliel’avrei data seduta stante. Gratis. Giuro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Due di due</em>, Andrea De Carlo:</strong> lo lessi e una volta finito piansi ogni cosa, allora lo ripresi a leggere daccapo, come con <em>Zanna Bianca</em>, il giorno stesso; quando lo finii piansi ancora. Piangere non è metro di niente, siamo d’accordo, ma io sentii dolore vero, eppure erano solo parole scritte, pura fiction. Allora? Come la mettiamo?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giorgio Anelli</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il gabbiano</em>, Anton Cechov:</strong> attuale e stimolante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Viaggio al termine della notte</em>, Louis Ferdinand Céline:</strong> lo voglio rileggere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Opera omnia</em>, Hermann Hesse:</strong> è stato il mio primo maestro</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Memorie dal sottosuolo</em>, Fëdor Dostoevskij:</strong> divino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Chiedi alla polvere</em>, John Fante:</strong> mi ricorda quanto son povero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Poesie</em>, Vladimir Majakovskij:</strong> un genio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Opera omnia</em>, T. S. Eliot:</strong> un altro genio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La ballata del carcere di Reading</em>, Oscar Wilde:</strong> l’umano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Poesie</em>, Raymond Carver:</strong> mi ricorda un amico che sta lottando come ha lottato Carver.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La leggenda del santo bevitore</em>, Joseph Roth:</strong> lo rileggerò all’infinito.</p>
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		<title>A 103 anni se ne va Nicanor Parra, l’Orfeo con la chitarra elettrica, poeta sudamericano maximo. Uno sputo in faccia all’editoria italiana, che ancora deve capire chi è</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jan 2018 15:35:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Mi scrivono dall’Argentina. Murió Nicanor Parra, 103 años, tal vez ya sepas. No. Non lo sapevo. Guardo in giro. Il Washington Post ne parla in questo modo. “Nicanor Parra, l’eminente poeta matematico cileno che ha rivoluzionato la lirica latinoamericana”. Negli Stati Uniti Nicanor Parra è ritenuto, insieme a Pablo Neruda, il massimo poeta sudamericano. Anzi. Di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Mi scrivono dall’Argentina. <em>Murió Nicanor Parra, 103 años, tal vez ya sepas</em>. No. Non lo sapevo. Guardo in giro. Il <em>Washington Post </em>ne parla in questo modo. <strong>“Nicanor Parra, l’eminente poeta matematico cileno che ha rivoluzionato la lirica latinoamericana”. Negli Stati Uniti Nicanor Parra è ritenuto, insieme a Pablo Neruda, il massimo poeta sudamericano.</strong> <strong>Anzi. Di più. Lo ritengono una specie di Orfeo con la chitarra elettrica.</strong> Tradotto tra gli anglofoni da Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti, William Carlos Williams, Thomas Merton, è stato detto da Harold Bloom, il duce della critica letteraria occidentale, “essenziale come Walt Whitman”. <strong>Di certo, Nicanor Parra è stato un genio. Ideatore dell’<em>antipoesia</em>, ha tolto l’aureola al poeta, l’ha fritta e se l’è pappata:</strong> nella sua idea poetica William Blake sta al fianco di Duchamp, la prefigurazione della pop art con il Popol Vuh e il Tao Te Ching. Più volte candidato al Nobel per la letteratura, Premio Cervantes nel 2011, <strong>amatissimo da Roberto Bola</strong><strong>ño (“Il mio poeta preferito è Nicanor Parra.</strong> Già lo dice Nicanor Parra che lui non parla di crepuscoli, né di dame stagliate sull’orizzonte, bensì di cibi e poi di bare, bare e bare”), ecco tre articoli in serie per capire qualcosa di Parra (<a href="http://www.leparoleelecose.it/?p=15193" target="_blank" rel="noopener">qui</a>, <a href="https://www.edizionisur.it/sotto-il-vulcano/05-09-2014/alcuni-volti-di-nicanor-parra/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>, <a href="https://www.theparisreview.org/blog/2012/03/26/our-twilight-lands/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>). La cosa interessante, semmai, è che la morte di Parra è una pernacchia in faccia all’editoria italiana. <strong>Tradotto nel 1974 da Einaudi con le sue <em>Antipoesie, </em>Parra, “il nostro Heidegger e il nostro Wittgenstein”</strong> (così il filosofo cileno Carlos Peña), “il più importante poeta vivente di lingua spagnola” (così la rivista <em>Sagarana</em>), è stato riscoperto da Medusa nel 2008, pubblicando <em>Le montagne russe: poesie scelte. </em>Ora è morto. A 103 anni. Come se da noi morisse un Ungaretti. Forse è ora di tradurlo come si deve. Con mezzo secolo di ritardo dal resto del mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Test</em></strong></p>
<p>Cos’è un antipoeta:<br />
Un commerciante di urne e bare?<br />
Un sacerdote che non crede in niente?<br />
Un generale insicuro?<br />
Un vagabondo che ride di tutto<br />
Anche della vecchiaia e della morte?<br />
Un interlocutore irascibile?<br />
Un ballerino sull&#8217;orlo dell&#8217;abisso?<br />
Un narcisista che ama tutti?<br />
Un burlone sanguinario<br />
Deliberatamente miserabile<br />
Un poeta che dorme su una sedia?<br />
Un alchimista dei tempi moderni?<br />
Un rivoluzionario tascabile?<br />
Un piccolo borghese?<br />
Un ciarlatano?<br />
Un dio?<br />
Un innocente?<br />
Un paesano di Santiago del Cile?<br />
Sottolinei la frase che considera corretta.</p>
<p>Cos’è l’antipoesia:<br />
Una tempesta in un bicchier d’acqua?<br />
Una macchia di neve su una roccia?<br />
Un vassoio pieno di escrementi umani<br />
come crede padre Salvatierra?<br />
Uno specchio che dice la verità?<br />
Uno schiaffo al Presidente<br />
della Società degli Scrittori?<br />
(che Dio l’abbia in gloria)<br />
Un avvertimento ai giovani poeti?<br />
Una bara a reazione?<br />
Una bara a forza centrifuga?<br />
Una bara a gas di paraffina?<br />
Una camera ardente senza defunto?</p>
<p>Barri con una croce<br />
La definizione che considera corretta.</p>
<p><em>trad. it. Manuela Vittorelli</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em> </em></strong><strong><em>Tre poesie</em></strong></p>
<p>1</p>
<p>Ormai non mi rimane niente da dire<br />
Tutto quello che dovevo dire<br />
E&#8217; stato detto non so quante volte</p>
<p>2</p>
<p>Ho domandato non so quante volte<br />
ma nessuno risponde alle mie domande<br />
E&#8217; assolutamente necessario<br />
Che l&#8217;abisso risponda subito<br />
Perchè ormai sta restando poco tempo</p>
<p>3</p>
<p>Solo una cosa è chiara:<br />
Che la carne si riempie di vermi</p>
<p><em>trad. it. Carmelo Pinto</em></p>
<p><em> </em><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em>La poesia con me ha chiuso</em></strong></p>
<p>Io non dico che metto fine a nulla<br />
Al riguardo non mi faccio illusioni<br />
Io vorrei fare ancora poesia<br />
Ma l&#8217;ispirazione si è esaurita.<br />
La poesia si è comportata bene<br />
Io invece orribilmente male.</p>
<p>Che ci guadagno nel dire<br />
Io mi sono comportato bene<br />
La poesia si è comportata male<br />
Quando sanno che la colpa è mia.<br />
E&#8217; giusto: sono proprio un imbecille!</p>
<p>La poesia si è comportata bene<br />
Io invece orribilmente male<br />
La poesia con me ha chiuso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>trad. it. Marco Ottaiano</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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