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	<title>sopravvivere Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Sono ossessionato dalle donne disinibite e autoritarie. E comunque, chi parla di libri è il sacerdote di una religione morente”: dialogo con Fabio Orrico</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2019 07:45:52 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fabio-orrico-libri-romanzi-scrittura-cinema/">“Sono ossessionato dalle donne disinibite e autoritarie. E comunque, chi parla di libri è il sacerdote di una religione morente”: dialogo con Fabio Orrico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Una leggenda racconta che Dio non annienta la letteratura per merito di un manipolo di giusti dei libri, che si adopera, infaticabile, per divulgare, recensire, ma soprattutto leggere e segnalare le opere che meritano di sopravvivere. Si tratta di oscuri insegnanti, magazzinieri, infermieri, banconisti di macelleria, cui raramente viene data voce nei grandi palcoscenici.<strong> Fabio Orrico è un giusto dei libri: un grande lettore. È promotore culturale, creatore di riviste on line, blogger e vlogger, recensore vigoroso di libri e film. Uomo appassionato, cultore della parola e delle immagini, affascinato dai segni e dalle icone, non smette di cercarne. </strong>Si sa per certo che Fabio è un famelico cultore di letteratura e cinema, ne appare come drogato. Non è raro assistere a questa scena: Fabio, alla luce di un faretto, legge le ultime pagine di un libro. Lo richiude. Ci pensa un po’ su, ma proprio poco. Qualche secondo. Se ne esce con un commento fulminante regalato al soffitto. Lo ripone su un ripiano. Ne piglia un altro, da una fila proprio accanto. Lo apre. Si abbandona nuovamente alla sua estasi mistica, senza soluzione di continuità, impossibile distrarlo. Un libro via l’altro. Di lui si dice che legga al posto di respirare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qualcuno dice che per saper scrivere bene è necessario leggere molto. Beh, in Fabio la condizione essenziale è rispettata.</strong> Poeta (<em>Strategia di contenimento</em>, <em>Della violenza</em>), si è cimentato con il thriller (<em>Giostra di Sangue </em>ed <em>Estate nera</em>, scritti a quattro mani con Germano Tarricone), con il romanzo erotico (<em>Il Bunker</em>). Sta per uscire per Italic Pequod il suo ultimo romanzo: <em>Giorni feriali </em>è un nuovo inizio. Un esordio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel tuo immaginario mi sembra di vedere immagini e scene di film, come se tu costruissi la tua prosa e la tua poesia attraverso quadri, come scene ancor più che come sequenze.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo anni di militanza cinefila penso di aver la testa piena di immagini di film e ti confesso che mi viene la voglia di guardare direttamente a scene che mi sono piaciute e scriverle, magari incastonandole dentro alla storia. Si potrebbe parlare di citazioni in maniera giusta, però trasferendosi da un medium a un altro cambiano natura. Se io cito una scena aumentandola diventa altra cosa, non un vezzo. Probabilmente tutto quello che ho scritto ha dentro di sé tante immagini cinematografiche che mi hanno colonizzato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qualcuno potrebbe dire che sei un uomo film.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì esatto come gli uomini libro di Fahrenheit 451. Però non mi prendo un film solo da testimoniare, me ne prendo tanti. È una cosa di tutti i cinefili, non soltanto mia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nonostante nel tuo immaginario ci siano storie e immagine raccontate, pensate e costruite da altri in tutto quello che scrivi c’è questo senso di autenticità, di onestà. Senza voler per forza usare parole abusate, sei spietato con i tuoi personaggi, che non nascondono difetti e limiti, ma tirano fuori le debolezze con spontaneità.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo me ci sono autori che hanno una distanza considerevole ed evidente dai personaggi e sembrano quasi incombere su di loro. <strong>Parlando di cinema il regista che più risponde a questo modo di concepire l’invenzione è Kubrick. Nei suoi film si sente sempre la sua intelligenza cupa che si affaccia sui personaggi, come se fossero osservati dall’esterno, giudicati. Un atteggiamento rispettabile, che però non sento mio. Non mi arriva. </strong>C’è una frase di De André che dice “quando si racconta il porcile è bene farlo sposando il punto di vista del maiale”. A me piace moltissimo questa frase e cerco di muovermi in quella direzione: l’essere spietati con i propri personaggi non significa non amarli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66243 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro-1-207x300.jpg" alt="" width="158" height="229" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-1-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-1.jpg 387w" sizes="(max-width: 158px) 100vw, 158px" />Hai un modo di osservare che passa attraverso le persone che incontri, le storie che raccontano, l’affetto che nutri per loro che diventa immedesimazione nelle vicende.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi dieci anni ho scritto cose anche molto autobiografiche e la cosa curiosa è che rileggendole dopo molto tempo non le riconoscevo, mi sembravano finte. Allo stesso tempo ho raccontato cose successe ad altri e paradossalmente quando le rileggevo mi sembravano vere. Questo è curioso, forse possiamo formulare un teorema, non valido in senso assoluto, ma valido per me. <strong>Mettermi in scena comporta fatalmente una quota piuttosto rilevante di parzialità. Alla fine sono sempre io quello che ha ragione. Per forza!</strong> Lo voglia o no <em>io</em> sono il protagonista della <em>mia</em> vita, ma se provo a modificare la prospettiva, le cose cambiano e si fanno più interessanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nelle nostre esperienze di lettura, di visione di film, di ascolto di testi di canzoni, c’è sempre un punto: qualcosa deve arrivare. Ami ripetere che in un libro cerchi qualcosa che ti tocchi, indipendentemente dal fatto che sia un libro essenziale, popolare, con una ricerca linguistica, con una scrittura difficile o piana.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ognuno di noi ha un nostro canone, è naturale. Si può preferire Hemingway a Foster Wallace o viceversa. <strong>Per quanto mi riguarda ho delle predilezioni, ma amo con la stessa intensità Paolo Volponi e Romano Bilenchi, che sono due scrittori opposti:</strong> Bilenchi funziona sulla forma breve, Volponi ha bisogno di almeno duecento pagine per dire quel che deve dire. Bilenchi ha una lingua semplice, Volponi carnosa ma l’emozione che io ho provato leggendoli è stata intensa con entrambi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bilenchi e Volponi hanno però molto in comune. Sono riferimenti importanti nella letteratura sul lavoro, anche se in momenti storici diversi. Il lavoro è tornato ad essere presente con insistenza nella letteratura del nuovo millennio. Esiste ormai una corrente che si è concentrata, in modo che a me inizia a sembrare fastidiosa, sul tema della precarietà vissuta da finti precari. Ragazzi con due lauree che vivono il lavoro come intermezzo o un fastidio necessario per raggiungere altri obiettivi. In Bilenchi e Volponi ma anche nelle tue opere, si parla del lavoro in maniera molto più vera: da dentro, da chi il lavoro lo conosce e lo vive, dalla mattina alla sera e ne percepisce le contraddizioni e l’importanza, nell’averlo e dunque anche nel perderlo. Il significato di quell’esperienza è completamente diverso da una ricerca un po’ finta e spocchiosa che ha piacere nel non trovare e nel piangersi addosso.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La letteratura non è molto democratica: anche un finto precario può tirar fuori un libro pazzesco. Certo è diverso trattare il lavoro da posizioni di privilegio e dalla morchia della fabbrica. Durante la presentazione di un suo libro Emanuele Tonon parlava di Paolo Volponi, peraltro indicato come uno dei suoi punti di riferimento, e diceva che un libro come <em>Memoriale</em> era comunque un libro scritto da un dirigente mentre lui aveva lavorato in fabbrica alla catena di montaggio e la sua esperienza comprendeva anche i calci in culo del capo reparto. Attenzione, non era critico nei confronti dei risultati: Volponi aveva raccontato il lavoro in fabbrica con grande verità ma sempre forzatamente dal punto di vista di un responsabile che vede la produzione da un ufficio separato da vetri insonorizzati e questa cosa la senti e non è detto che sia per forza qualcosa di negativo. L’analisi di Volponi, quindi di un intellettuale, poteva essere ancor più pregnante perché nasceva da fuori ed era meno viziata emotivamente. <strong>In ogni caso Tonon rivendicava questa peculiarità: lui la fabbrica l’ha raccontata dal punto più basso. Sono punti di vista la cui differenza si avverte. Tutto questo per dire che l’aureo motto di Tolstoj “parla del tuo cortile e parlerai del mondo” è sicuramente giusto</strong> ma non va a detrimento di chi non parla di ciò che conosce.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando si è affacciata al pubblico la generazione degli scrittori nati tra i settanta e gli ottanta è arrivata questa ondata di call center, precariato, lavoretti che a mio avviso non rispecchia per niente il nostro tempo. Un esercito di </strong><strong><em>radical chic </em></strong><strong>che intende il lavoro come una scocciatura strumentale per potere scrivere il grande romanzo, oppure per girare il grande film, per cogliere l’immagine fotografica perfetta, o per dipingere il capolavoro immortale. Ne viene fuori molto più il prolasso di una generazione illusa e presuntuosa, che una denuncia sociale.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se uno vuole intendere il lavoro come una scocciatura strumentale per poter scrivere il grande romanzo sono affari suoi, poi leggiamo il romanzo e vediamo se è effettivamente grande. <strong>Resta il fatto che il lavoro è un problema nevralgico del nostro tempo, specie per gente come me che non ha voglia di lavorare, ma nemmeno di morire di fame quindi lavora.</strong> Diciamo che se in passato è stato prezioso capire quanto il lavoro fosse determinante nelle nostre vite adesso è altrettanto importante raccontare quanto pesi l’assenza del lavoro o l’assenza del lavoro come lo abbiamo conosciuto fino all’altro ieri. Poi bisogna aggiungere che io scrivo di gente poco scolarizzata, senza grandi ambizioni o prospettive. Forse è per questo che, nelle mie storie, se uno lavora in un magazzino non percepisce questa situazione come un abuso o un’ingiustizia della sorte. Voglio comunque rivelarti una mia bassezza: tendo al vittimismo. Anche per questo, perché conosco la noia che il vittimismo provoca, l’insofferenza che il lamento scatena, i miei personaggi non lo possono essere, vittimisti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66244 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro2-2-187x300.jpg" alt="" width="150" height="241" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro2-2-187x300.jpg 187w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro2-2.jpg 349w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />I tuoi personaggi non lasciano che la vita accada, nella vita in fabbrica, nel tentativo di sbarcare il lunario, nelle relazioni umane, negli incontri e nell’erotismo, ma seppur nell’attesa, nella riflessione e nell’autoanalisi sono proattivi, a un certo punto di muovono, possono ribollire poi esplodono.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Parliamo di narrativa: nel primo libro che ho scritto con Germano Tarricone, <em>Giostra di sangue</em>, che rivendica orgogliosamente il suo essere un thriller al grado zero, una <em>pulp fiction</em> da edicola, avevamo una protagonista troppo passiva e le successive stesure sono servite a correggere questo suo difetto. Il lettore non perdona la passività dei personaggi, a meno che non sia un elemento essenziale dell’identità e dell’intreccio, un carattere fondamentale e riconoscibile. <strong>Un personaggio passivo è l’anticamera di un romanzo sbagliato e lo dico con tutto il fastidio che provo per gli accorgimenti e le regole della buona scrittura. Neanche i personaggi monologanti e arresi alla vita di Thomas Bernard sono passivi.</strong> Se pure si arrendono, il loro cedere le armi prevede comunque uno scontro frontale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’assenza di azione può essere uno strumento vigile per conoscere e capire il mondo, per accoglierlo, come nei poeti, penso a <em>Paterson</em>. Quando ho visto il film mi sono detto: sai che questo personaggio assomiglia tantissimo a Fabio Orrico?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo film di Jarmush che hai citato l’ho amato davvero molto. Se fossi un regista (che poi è il sogno proibito della mia vita) vorrei fare un film così, con lo stesso sguardo fenomenologico su ciò che accade, nitido e dettagliato. In più <em>Paterson</em> ha il pregio di riuscire a parlare di poesia senza cadere nel ridicolo. Cosa rara al cinema. Mi viene in mente <em>Il mistero dell’acqua</em> della Bigelow, dove il protagonista, interpretato da Sean Penn, è un poeta e a mio avviso dà un’idea molto falsa della poesia, come pura contemplazione, come tiramento di culo inessenziale. <strong>In una scena Sean Penn davanti al tramonto dice: <em>chiunque può tirare fuori qualcosa di bello da questo tramonto</em>, una stronzata, battuta sciocca, ingenua. Addirittura in quel film Sean Penn è descritto come una rockstar: viene riconosciuto per strada, il che è ridicolo.</strong> Le persone non riconoscono per strada Stephen King, figurati se riconoscono un poeta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La poesia in Italia è maltrattata. Non se ne conosce né la potenza né il ruolo. I poeti sono misconosciuti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Riesumare e resuscitare i poeti dimenticati sarà il lavoro di molti per molto tempo. La mia impressione è quella di un terreno dove, specie nei momenti di analisi, vige la soggettività più estrema alternata in modo schizofrenico a una pigra conferma dei canoni. La critica agisce ai margini e spesso non sa essere incisiva, rinunciando alla chiarezza e perdendosi in astruserie e, soprattutto, commettendo il grande errore di separare la poesia dal resto della letteratura. C’è differenza tra poesia e romanzo, ma parliamo comunque di due ragazze sedute allo stesso tavolo che si frequentano e si influenzano a vicenda, traendone beneficio. <strong>La mia impressione è che sia stato emesso un verdetto nei confronti della poesia, parte di un verdetto più generale nei confronti della letteratura, che la relega fuori dai giochi.</strong> Mi spiego con un esempio: in un racconto di Moravia di cui non ricordo il titolo c’è un personaggio spregevole e meschino e per farci capire quanto è ignorante, di lui Moravia dice che legge al massimo quatto o cinque libri all’anno, tutti gialli. Capisci bene che uno così nell’Italia del 2018 è un raffinato intellettuale! D’altra parte Moravia si sposa la Morante e va a cena con Pasolini: evidentemente è abituato a conversazioni altissime. Io che sono un uomo della strada mi rendo conto che la letteratura sembra essere morta anche come semplice evasione. Adesso l’oggetto libro è remoto alla maggior parte delle persone, qualcosa che non si sa bene come maneggiare. Non voglio essere spocchioso, ma credo sia indiscutibile. <strong>Questo relativizza le polemiche che leggiamo ovunque, sul web e sui giornali, anche se in misura molto minore rispetto a un tempo. È un dialogo tra morti. Siamo come i sacerdoti degli antichi dei quando si stava affermando il cristianesimo. Non ci rendiamo conto, non capiamo cosa porterà questa nuova religione.</strong> Chi parla di libri sembra non capire che è accaduto qualcosa che ha condotto il libro fuori dai giochi dell’umanità. La poesia vive al cubo questa situazione, forse perché non si possono trarre film o serie TV dai sonetti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non si annuncia nessun Dio all’orizzonte?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È un fatto economico. Una volta era un affare pubblicare una collana di gialli o di letteratura rosa, adesso semplicemente non lo è più. Chi cercava nei libri solo un’occasione per svagarsi, ora fa altro. Questo è centrale, perché toglie di mezzo il grasso della letteratura, quella riserva che permetteva l’emergere di qualche raro grande capolavoro. <strong>La letteratura non segna più la società, diventa astratta. Un editore vuole vendere, anche se poi misteriosamente non è che si sbatta più di tanto a promuovere i propri libri. </strong>Pubblica a grappolo poi qualcosa venderà da sé.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come mi diceva Alberto Gaffi in Italia esistono duecentomila lettori dal dopoguerra, e quelli sono rimasti. Non sono affatto diminuiti, sono sempre i soliti. Si è ingrossata invece la schiera degli scrittori.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questa cosa non mi indigna. Mi sento un lettore infaticabile. È anche vero che spesso intellettuali di vaglia ostentano un cinismo verso chi scrive che non è onorevole. Quando ho fondato la rivista on line “scrittinediti”, nei suoi primi anni di vita, ricevevo carrettate di materiale, che adesso non ricevo più perché la gente si fa il blog da solo, o si autopubblica. <strong>C’è una tendenza cristallizzata dal non mettersi più in gioco. Non rischiare nemmeno il verdetto di una redazione, il giudizio di terzi, di chi la letteratura la conosce perché ci lavora. È anche un fatto statistico, è ovvio che quest’oceano di materiale è costituito per lo più da cose mediocri.</strong> Scrivere deve essere un fatto consapevole, molto spesso non lo è, ma una volta che depuriamo il nostro giudizio da questa constatazione, il gesto di scrivere merita rispetto. Meno cinismo aiuta, anche a scegliere, anche a scovare frammenti lucenti nella porcilaia. Leggo molte recensioni poco argomentate. Le poco volte che si stronca lo si fa in modo offensivo. Si insulta l’autore. L’autore a sua volta si offende, inspiegabilmente, anche di fronte a perplessità legittime ed espresse in modo civile. La recensione che amo scrivere o amo leggere è fatta di argomentazioni. La stroncatura ha una sua onestà, certo, se fondata su fatti e analisi accurate. Un critico non è un oracolo che sputa parole d’oro, è uno che prima di tutto argomenta il suo gusto. Per questa ragione la recensione orienta la scelta: scelgo libri da leggere e film da vedere fidandomi della parola di un critico che mi piace. Bada bene: non tutti, ma quello con cui sento un’affinità, quando lo conosco abbastanza da capire che abbiamo giudizi comuni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66245 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro3-1-157x300.jpg" alt="" width="136" height="260" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro3-1-157x300.jpg 157w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro3-1-768x1468.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro3-1-536x1024.jpg 536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro3-1.jpg 1179w" sizes="(max-width: 136px) 100vw, 136px" />Il destino della letteratura c’entra con la morte ed è forse la ragione per cui la amo. La letteratura muore e parla della morte. Nei libri vediamo la morte al lavoro.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cocteau diceva: “il cinema è la morte al lavoro”, perché vedi il tempo che agisce sui personaggi, sui paesaggi, sulle città. Adesso accade in modo evidente con le serie TV. Un adolescente cresce durante le stagioni e si fa uomo o donna. Ma anche in certi film. Penso a <em>Sorelle mai</em> di Bellocchio, un film straordinario, o a <em>Boyhood</em> di Linklater, la cui lavorazione è spalmata nel corso di anni, documentando la crescita di un attore. La letteratura ha filtri diversi. Un libro è un universo controllato. Su altra scala rispetto ad altre arti, il cinema, ma anche il teatro e la musica. La possibilità di controllo, rifinitura e cesello che ha la letteratura non esiste altrove. Anche se si parte con tutte le possibilità di averlo, il controllo. Ne hai gli strumenti: collaboratori, troupe, tecnologia. Eppure il controllo totale non potrai mai averlo. <strong>D’altra parte, e adesso mi contraddico, Tondelli amava le pagine che arrivavano in libreria ancora acerbe, dove sentivi la pennellata grumosa, dove percepivi l’intervento della realtà fuori controllo.</strong> In effetti la letteratura non si lascia catalogare in schemi certi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Infatti sei un fanatico apostolo di autori anche molto diversi tra loro. Penso ad Antonio Moresco, che per te è un totem. Ma anche Emanuele Tonon. Ami gli scrittori che hanno una passione sensuale, carnale con la lingua: Amelia Rosselli, Dino Campana, Gianni Celati.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, ma tieni presente che amo Moresco ma anche Stephen King. Se metto l’accento sugli scrittori che citi è perché spesso vengono definiti difficili e questa cosa mi manda fuori di testa. <strong>Non mi piace questa categoria, questa storia del libro difficile. In realtà le cose difficili non esistono, piuttosto ci sono testi che ci parlano immediatamente, ci raggiungono e ci ammaliano e altri che non ci dicono niente e spesso per ragioni che fatichiamo a definire. Posso innamorarmi di </strong><strong><em>Sotto il vulcano </em></strong><strong>e annoiarmi con l’</strong><strong><em>Ulisse </em></strong><strong>o viceversa ma credo che questo riguardi la mia sensibilità e disponibilità di lettore.</strong> Poi nutro forse un po’ di insofferenza per la struttura in tre atti, per una forma di romanzo che non si concede mai digressioni, perché sostanzialmente trovo puerile titillare il lettore con il solito bric a brac di colpi di scena e caratterizzazioni insistite. Detto questo, i miei romanzi penso si basino su una struttura solida e insieme testimoniano con una certa evidenza il mio amore per la narrativa di genere. Come lettore di narrativa, banalmente, cerco un testo che mi conquisti e io sono incline a lasciarmi conquistare da scrittori diversissimi fra loro: Volponi ma anche Carver, Tanizaki ma anche David Goodis, Willa Cather ma anche Renato Olivieri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sembra che tu abbia un’ossessione per la guerra. Usi metafore guerresche, nei titoli delle tue opere. </strong><strong><em>Strategia di contenimento</em></strong><strong>, </strong><strong><em>Il bunker</em></strong><strong>, </strong><strong><em>Una guerra di nervi. </em></strong><strong>Metafore cruente per parlare di sentimenti, pudori, ritrosie, consapevolezze amare. Eppure gli esempi di guerra guerreggiata del nostro tempo non ci mancano. C’è un dislocamento quasi fastidioso tra le gole sgozzate nei deserti, i bombardamenti governativi o alleati e il tuo canto: cupo, grigio e accorato. Come se le nostre civiltà acquisissero significato nel confronto con la barbarie. Nei tuoi versi c’è sempre questo iato. La voce di un’umanità che assiste alla storia e fatica a rendersi conto che ne è soverchiata e annichilita.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, sono un uomo ossessivo e sono ossessionato dalla guerra. <strong>L’essere umano è naturalmente incline alla violenza e alla sopraffazione, siano esse espresse con forme attive o passive.</strong> Credo sia un po’ il sottofondo morale di tutto quello che ho scritto e, immagino, scriverò.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un tema forte nelle tue opere è il sesso. O meglio la perversione. L’incontro carnale, sempre intrinsecamente allacciato alla partecipazione emotiva, mai gratuito, trova la sua forza fuori da sé. Nella violenza, negli oggetti, nel travestimento. Penso al ruolo che hanno le armi da fuoco o da taglio, nell’amore. Il gusto per il feticismo. La curiosità e l’attrazione per il mercimonio dei corpi. È una smania a volte divertita più spesso struggente, un’indagine, l’atto di un desiderio inesauribile di esplorazione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vado matto per i travestimenti. Una cosa che mi diverte molto è andare alle fiere del fumetto e guardare sfilare i cosplayer. Ho una mia personale classifica delle varie Wonder Woman che ho visto nel corso degli anni ma per delicatezza resterà segreta. <strong>Le serate fetish dei club privée e le riunioni di cosplayer si assomigliano tantissimo, pratiche erotiche a parte (nelle prime più o meno esplicite, più o meno mediate, nelle seconde sarei tentato di dire surrettizie).</strong> La tua domanda mi sembra faccia balenare un immaginario torrido e cupo e magari in parte è così ma credo che ne <em>Il bunker </em>come nel romanzo che sta per uscire questo aspetto, molto presente, è raccontato sotto una luce positiva, nel senso che i protagonisti sanno cosa gli piace fare in camera da letto, lo fanno e si divertono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggendo le tue storie e le tue riflessioni sembra che il vero amore possa nascere solo con le puttane, in senso ampio. Come se con loro ci fosse una vicinanza, una similarità, che permette di essere pienamente se stessi. E sei convincente. Sgradevole e illuminante. Leggendoti ci riconosciamo tutti compromessi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ti confesso che non ho mai pensato un solo secondo in vita mia che il vero amore possa nascere con le puttane ma se questa è la lettura che emerge vorrà dire che dovrò essere più bravo in futuro. <strong>Sono ossessionato dalle donne disinibite e autoritarie, questo è vero. Ciò che mi attrae è il senso di completa libertà nell’intendere il piacere e il proprio corpo, come se fosse un segnale, rivelatore di una libertà più ampia del pensiero e dell’intelligenza.</strong> Riflettendo sulla tua domanda in modo più didascalico: essere se stessi in un rapporto mercenario non è una nota di merito. È la disinvoltura del cliente, il tipo più diffuso di italiano, arrogante e indisciplinato, incapace di stare un solo secondo in coda alla cassa del supermercato o alle poste senza scatenare un putiferio e di minacciare di adire alle vie legali con chiunque gli capiti a tiro. Se ci sentiamo noi stessi, liberi e in pace è perché mettiamo mano al portafoglio quindi possiamo pretendere pretendere pretendere, serenamente e senza nessun bisogno di mettersi in gioco. Allo stesso tempo la prostituzione, come la guerra, è una metafora facile e perfetta, anzi, è più che una metafora: io per esempio mi prostituisco e su questo non ho dubbi. Faccio un lavoro che mi piace ma se non avessi bisogno di soldi per mangiare, vestirmi e scaldare il mio appartamento sono quasi sicuro che farei altro. Anzi, ti dirò che quando rido con eccessivo trasporto alle battute del mio capo mi sembra di mimare certi manierismi da prostituta (“amore, tesoro, mi hai fatta venire, etc etc”).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quale disincanto dobbiamo aspettarci da </strong><strong><em>Giorni feriali</em></strong><strong>? Quale ferita stai per infliggerci? O stai per darci una speranza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non lo so, sinceramente. È un librino piuttosto agile, spero divertente e sicuramente digressivo. <strong>Parla di un ragazzo che perde il lavoro e si mette nei casini, un tipo molto ordinario con una manifesta difficoltà nel dominare i propri sentimenti. Diciamo che dentro ci ho messo tutte le cose che amo di più e che più temo.</strong> In ordine sparso: la campagna ravennate, donne disinibite e autoritarie, i due Michael (Mann e Cimino), l’abbandono, la solitudine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Simone Cerlini</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fabio-orrico-libri-romanzi-scrittura-cinema/">“Sono ossessionato dalle donne disinibite e autoritarie. E comunque, chi parla di libri è il sacerdote di una religione morente”: dialogo con Fabio Orrico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“L’Occidente ha perso l’anima, i servizi segreti russi ci dominano e, certo, in 87 anni di vita sono stato molte persone (e non tutte carine)”: intervista a John Le Carré</title>
		<link>https://www.pangea.news/le-carre-occidente-intervista-servizi-segreti-russia/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 19 Mar 2019 10:22:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Pensate se in Italia venisse raccolto in un libro un programma radiofonico. Immaginate per un istante questo intreccio fecondo di oralità e scrittura, una rivincita della letteratura originaria in forma di parola detta, sussurrata, spezzata dal respiro e dal sibilo. Il confronto onesto di due voci. In Inghilterra questo teatrino (l’origine è Shakespeare non Alighieri) [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/le-carre-occidente-intervista-servizi-segreti-russia/">“L’Occidente ha perso l’anima, i servizi segreti russi ci dominano e, certo, in 87 anni di vita sono stato molte persone (e non tutte carine)”: intervista a John Le Carré</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Pensate se in Italia venisse raccolto in un libro un programma radiofonico. Immaginate per un istante questo intreccio fecondo di oralità e scrittura, una rivincita della letteratura originaria in forma di parola detta, sussurrata, spezzata dal respiro e dal sibilo. Il confronto onesto di due voci. In Inghilterra questo teatrino (l’origine è Shakespeare non Alighieri) è ancora diffuso. Noi ci dobbiamo rifare a Youtube e le <em>Interviste impossibili</em> del Manga. Ma sono fenomeni sporadici. In Italia tutto si consuma al ninfeo di villa Giulia, dove si mangia malissimo, e a nessuno importa molto di che deve dire il vincitore &#8220;stregato&#8221;. Saggezza popolare, se ne infischiano del poeta laureato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In UK le cose non vanno così, c’è un tipo teatrale come Alan Bennett che ha composto dei monologhi, calandosi come autore in parti femminili, li hanno trasmessi nel 1987 alla BBC, stanno anche in un libro, <em>Signore e signori</em> </strong>e ne ho fiutato uno, dove parla l’attrice Travis. Trama identica sputata a quella del <em>Night manager</em>, che è un giallo notevole di le Carré, uscito in quel giro d’anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Domanda oziosa. John Le Carré sentiva la radio e poi prendeva lo spunto per la scena finale del suo romanzo? Yacht, moglie bonissima del malavitoso, spia infiltrata a bordo, tutto identico all’invenzione di Bennett. Risposta balorda: può essere. Risposta realistica: certo che sì. Un autore deve stare al mondo, vero?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Morale della favola, c’è un capello nella vostra minestra perché le lettere non si nutrono d’aria. Se solo fossimo un popolo più letterato, con tutte quelle barriere orrende tra <em>ruling class </em>e resto del mondo, come ve ne sono in UK, <strong>avremmo programmi radio per gente colta e&#8230; meglio di no, siamo italiani, bucolici e strapaesani, ma guardare ogni tanto al nord giova alla salute mentale. Ad esempio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho ritrovato un ritaglio di giornale, <em>Times</em>, equilibrato tra conservazione e progresso, del mese passato. L&#8217;autore ultrasessantenne sfoggia una serie di nomi di scrittori che mi chiedo: se avvenisse in Italia una cosa simile? E il soggetto del suo pezzo è la fuga di capitale umano <strong>e inglese </strong>che Brexit provocherà, lassù. Sentiamo da dove parte l’autore: dall&#8217;impero. Siamo sempre lì.</p>
<p style="text-align: justify;">“Nel 1739 Marshal Keith, scozzese al servizio russo, fu mandato presso il gran visir del sultano ottomano. Keith si meravigliò che l’emissario turco, bardato di turbante, lo accogliesse con parole veramente scozzesi: <em>Dinna be surprised. I’m o’ the same country wi&#8217; yoursell, mon!</em>”. Questo Keith visse al tempo delle lotte tra inglesi e giacobiti, storie di infiltrati che ritrovate nel <em>Master di Ballantrae</em>, piccolo capolavoro di Stevenson.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il punto è che mentre in Italia la storia è macchiata di sociologia e riflessioni religiose (introflesse), al nord costruiscono scenari, come fa anche Le Carré, dove la storia vera è quella segreta. </strong>(Il motto non è mio, ma del marxista Canfora). Per rimanere sul tema, se voi leggete la raccolta di novelle <em>Nuove mille e una notte </em>del suddetto Stevenson scoprirete un mondo realmente romanzesco, dove in una stessa storia <strong>leggete di azione e di&#8230; Risorgimento italiano, con patrioti esuli e nascosti.</strong> Provare per credere, in quelle notti arabe, <em>Il padiglione sulle dune</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Conclusione. Trovata in rete un’intervista al giallista le Carré, ve la propongo qui in italiano, non perché sia ostica in inglese ma per renderla più familiare. E mostrare che <strong>in fondo un romanziere sta ben collegato alla realtà</strong>. Posto che voglia farsi intendere. L’intervista è stata trasmessa in radio e il conduttore del programma, ben noto in UK, era Terry Gross. Il pretesto era il lancio dell&#8217;ultimo libro di le Carré, correva l’anno 2017. Buona lettura!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Andrea Bianchi</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>John le Carré, benvenuto al programma <em>Fresh air</em>. Partiamo dal tuo ultimo romanzo <em>Un’eredità di spie. </em>Leggeresti per noi la prima pagina?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Certo. <em>(Legge) </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>John, perché hai scritto di una spia, Peter Guillam, costretta ad affrontare la sua responsabilità per due morti, risalenti a decenni prima?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66227 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/le-carrè1-195x300.jpg" alt="" width="159" height="245" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/le-carrè1-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/le-carrè1-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/le-carrè1.jpg 364w" sizes="(max-width: 159px) 100vw, 159px" />LC: </strong>Penso perché, tornando indietro, avevamo una chiara filosofia che credevamo di star lì a proteggere. <strong>Ed era una nozione dell’Occidente: fatta di libertà individuale, di inclusività, di tolleranza. Tutto questo lo chiamavamo anti-comunismo.</strong> Tutto questo veniva colpito da un unico colpo di spazzola, perché c’erano molte persone decenti che vivevano in territori comunisti le quali non erano così orribili come si potrebbe immaginare. Ma ora, in questo tempo presente nel quale simili argomenti sono riconsiderati nel mio romanzo, sembra che non abbiamo alcuna direzione. <strong>Sembra che l’unica cosa che ci unisce sia la paura e l’inselvatichimento per quel che riserva il futuro. Non abbiamo alcuna ideologia coerente ad Occidente, e abbiamo avuto il vezzo di credere al grande esempio Americano. </strong>E credo che questo sia stato minato, nel profondo, in tempi recenti. Siamo soli. Due tra i personaggi più importanti nel mio romanzo, Peter Guillam (voce narrante) e George Smiley (maestro di Guillam), ecco sono entrambi mezzi-europei. Penso che la mia preoccupazione, incominciando il libro in questa atmosfera straordinaria (la nostra) sia stata qualcosa come fare un caso dell’Europa. E ora si tratta di una specie a rischio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Sembra che provi qualcosa di forte per Brexit, che tu lo ritenga un errore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Penso di sentire le cose più forti riguardo alla tempistica di Brexit, e questo è terribile. <strong>Nel momento stesso in cui l’Europa necessita di essere un singolo blocco coerente per proteggersi moralmente e politicamente (e nel caso, militarmente), l’abbiamo lasciata. </strong>E siamo inceppati nell’Atlantico. Come nota Smiley, sono cittadini di nessun luogo, al momento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Sai, mentre leggevi, I tuoi personaggi si riferiscono al fatto che si aspetta da loro che sopprimano i sentimenti umani per essere spie. E poi si pensa che Smiley – il tuo vero personaggio, arruolato come narratore – ha soppresso l’umanità dentro di sé. Ritieni di aver fatto come lui lavorando per l’<em>intelligence</em>?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC: </strong>Bene, certo, in ogni situazione <em>corporate</em> o istituzionale, le persone che vi sono impiegate devono reprimere i propri sentimenti in un modo o nell’altro. <strong>Durante la Guerra Fredda noi ne eravamo consapevoli, avevamo una direzione e una causa, una grande causa, pensavamo. E sembrava buon espediente che pochi soffrissero a beneficio di molti.</strong> Al momento, per come il presente è descritto nel romanzo, siamo misteriosamente senza un obiettivo, ancora lì a cercare una qualche identità, davvero, da quando è finita la Guerra Fredda. Non c’è stato alcun Piano Marshall, allora. Nessun gran visionario, nessun leader che ci dicesse come riformulare il mondo. Tutto alla deriva. E molti venditori di tappeti si gettavano sulla carcassa sovietica. Veramente, una grande sbornia dopo l’orgia del capitalismo. La deriva incomincia qui, senza alcun design per il mondo nuovo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Tornando alla domanda, sentivi di dovere sopprimere la tua “umanità’” per essere una buona spia?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Vero. All’interno di una causa più grande. Dove stavo, chiedevo alle persone di fare questo e quello, tentavo di persuaderle che lo stavano facendo per il bene maggiore. E lo stavo facendo per il bene maggiore. Ma poi – esci dalla linea di confine tra quante di queste cose sono fattibili e rimanere una società che meriti di essere protetta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Guardi indietro alla tua carriera? Rimpiangi qualcosa?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Sì. Nei miei giorni da studente, rimpiango di aver posato da cripto-comunista tentando di avvicinare i selezionatori sovietici. Quasi quasi ebbi successo. Fui preso e ebbi uno scambio con un Russo all’ambasciata sovietica a Londra. Non ne venne nulla. Forse non fui abbastanza intelligente o forse qualcuno mi compromise. Ma mentre posavo, dovetti firmare quasi fossi un comunista in incognito e questo voleva dire imbrogliare colleghi e compagni di studio. <strong>Guardando indietro, mi viene la nausea. Poi mi chiedo quanto debba essere terribile per le persone attaccare il bersaglio islamico, quanto truce (al paragone) e severo il risultato possibile che ne vien fuori.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G:</strong> Dunque ti faceva venire nausea imbrogliare gente che conoscevi, fingere di aver opinioni e credenze che non erano tue per tendere trappole?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC: </strong>E sì certo. <strong>Dico: se la vedi nel senso più ampio, tu lanci una bomba, ammazzi gente, non ne sai nulla. Li uccidi col coltello, certo che li uccidi – li conosci. L’incontro umano rende l’atto insopportabile.</strong> Oppure.  Sforza la coscienza. Il senso che uno ha della coscienza. Se te ne separi, allora è statistica. Diventa gesto militare. Ma faccia a faccia, la bugia bella in vista, l’amicizia, la falsa amicizia e simili – questo avvilisce. Diminuiscono il senso che si conserva di se stessi. E davvero, in qualche triste modo, ho fatto quel che probabilmente pensavo la cosa giusta. Credo che l’<em>intelligence</em> debba consegnarci qualcosa. Ma poi quando ci chiedono di sporcarci le mani, diventiamo schizzinosi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Bene, per riprendere ti chiederei di leggere un passaggio dal tuo ultimo libro che si trova a pagina 19 e riguarda l’interrogatorio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> <em>(Leggendo)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Hai fatto cose simili?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC: </strong>Sì. Molte nel mio primo periodo alla sicurezza e MI5.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>E&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Erano interrogatori benigni, davvero, spesso di <em>civil servant</em> i cui dipartimenti, i cui capi del personale erano a conoscenza della cosa e poteva proteggere i loro impiegati e via così. Non erano quel che diremmo interviste seriamente ostili, tranne che in pochi, rari casi. <strong>Ma tutto quel che ho imparato dagli interrogatori mi dice che tutte le robacce – <em>waterboarding</em>, tortura e altre cose che Trump incoraggia di nuovo – sono abbastanza inutili. Nella mia esperienza, le persone sotto grande minaccia producono una montagna di informazioni che poi si rivelano false. Metterebbero un cartellino sulla loro madre, se dovessero farlo.</strong> Ho scoperto che provare a capire le persone, farsele amiche, indicar loro che sei la loro unica speranza e simili – pazientare e indicare che davvero sei un essere umano aiuta abbastanza e poi quasi tutti se hanno qualcosa sulla coscienza, in un modo o nell’altro, desiderano confessarlo (se il meteo e le circostanze aiutano) – almeno questa era la mia privata convinzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Vorrei tornare un attimo indietro: hai incontrato due capi del KGB. Sei stato in Russia un paio di volte – prima in era sovietica e poi nel 1993, quando gli oligarchi e i criminali avevano preso tutto, o quasi. Nella Guerra Fredda di cui scrivi nulla, proprio nulla è quel che sembra. Tutti hanno un secondo motivo, se non un terzo. Mi domando. Come applichi quel che sai alla campagna di Trump e all’interferenza russa? Se le tue vecchie idee funzionano ancora… credi sia il caso? Se sì, come tenti di capire quel che sta montando la Russia?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66228 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/le-carré-2-191x300.jpg" alt="" width="154" height="242" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/le-carré-2-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/le-carré-2.jpg 357w" sizes="(max-width: 154px) 100vw, 154px" />LC: </strong>Prima di tutto guardiamo all’operazione influenza, se ti va, a come è stata esercitata, quel che sospettiamo i Russi stiano facendo non solo in USA, quel che hanno fatto in UK per il referendum e forse per l’elezione. <strong>Certo hanno interferito per Macron in Francia. Quindi che forze sono? Quel che davvero spaventa, penso, e disturba nel profondo è che viene da Ovest come da Est. Oligarchi a Ovest talmente a destra da stringersi in causa con quelli dall’altra parte del mondo. Avendo in comune un gran disprezzo per l’ordinaria condotta democratica.</strong> Vogliono diminuire la democrazia, la vedono come nemica. Hanno fatto del liberalismo un mondo sporco, uno dei più invitanti per la politica. Si sono concentrati sullo stesso bersaglio da diversi punti. Prima cosa. Quindi, che si chiamino Cambridge Analytica, che abbiano il nome spaventoso di *** e stiano nascosti in Ucraina, stanno facendo nel complesso lo stesso lavoro. Stanno minando il processo decente della democrazia e questo fa il suo effetto. Ha avuto i suoi effetti in Europa, in Ungheria e Polonia. E penso che abbia disturbato da qualche parte nel mio paese. Ci arriviamo dopo. Ora, per quanto riguarda altre aree del comportamento russo e l’associazione di Mr Trump – lì <em>follow the money</em>. È perfettamente possibile che Trump sia stato preso in una cosiddetta trappola di miele – gli han fatto trovare delle donne e si è mosso male in Russia. Non penso che se questo film fosse divulgato domani, Trump se la caverebbe. La gente direbbe che è cosa da maschiacci. Oppure direbbero che le varie parti del video non aggiungono molto; tutto un falso. E 35 esperti lo proverebbero – quindi non si va lontano. Per il denaro, si tratta del tema profondo e persistente negli affari commerciali di Trump. È andato avanti a lungo, molto a lungo. Si collega anche alla vasta estensione di proprietà posseduta in USA, e questo porta le cose più vicine a casa. Si collega alla sua bottega familiare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Pensi a seguire il flusso di denaro per il potere degli oligarchi…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC: </strong>Insomma…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>&#8230;in Russia?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Il potere degli <strong>oligarchi in Russia, quel che hanno prestato a Trump direttamente o indirettamente per le sue imprese, la protezione che gli hanno dato in luoghi distanti</strong> – ma nulla di ciò butterà giù Trump come le cose domestiche, le proprietà sparse in USA – come sono state comprate e da chi, se all’ingrosso, se c’è un prestanome o un corruttore, e il numero tremendo di Russi e gente dell’est con fedine sporche, tutti a frequentare la compagnia di Trump. Alla fine, mi sembra, molte cose sono rientrate. E qui sta il punto – spero che si arrivi a una situazione in cui qualcuno va da Trump e dice “la tua famiglia è profondamente coinvolta e non hai scelta – o ti allontani e sparisci, o ti smontiamo la baracca in modo che ti faccia molto male.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>C’è anche il dossier russo che dice che i russi hanno il <em>kompromat</em>, materiale compromettente, su Donald Trump. In questo caso, in parte è un video che lo mostra in certi atti sessuali. Sai niente? Mai adocchiato cose simili?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC: </strong>Bene, prima di tutto ricordiamoci che Putin, quando guidava il KGB da Dresda, era un maestro del <em>kompromat</em>. Quindi se voleva un diplomatico, un officiale dell’Ovest, un bersaglio di questo tipo, avrebbe stretto un assedio. Avrebbe lanciato una proposta tentatrice. Avrebbe montato il teatro, costruito il fondale. E nessuno avrebbe potuto negare niente. Una sua vecchia abilità. Risale a secoli fa, non solo in Russia, ma lì si sono specializzati anche in tempi zaristi. <strong>Zar in tonalità grigia esistono oggi e sono gli esperti. Amano tutto ciò. La complessità inerente a questa scacchiera.</strong> Ma non penso che funzionerebbero, perciò un <em>kompromat</em>, se ha avuto luogo, affonda nei modi di Trump di raccogliere soldi nei posti peggiori. Insieme a tutti gli sforzi compromettenti, nei quali i russi l’hanno sostenuto. Lo tengono dalla radice dei capelli…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Parliamo di tuo padre. Un farabutto, impostore, inventore di personalità, occasionalmente un fantasista, con le sue crisi e le sue performance, un incantatore deluso che spezzò molte vite. Senza relazioni con la verità, hai detto in un’intervista pochi mesi fa [al <em>NY Times</em>, a breve su questo giornale]. Quindi hai preso da lui certe abilità, raccontami.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Guarda. Incomincia, prima tutto, quando ogni bambino crede che i genitori che gli sono capitati siano tutto il mondo. Io fui lasciato solo a 5 anni. Mia madre se ne andò via e io vissi come un vitellino semilibero, senza marchio, spesso la cosa era divertente. A lungo questo fu il mio mondo. <strong>Poi incominciai a capire… che c’erano dei problemini, dovevo sopravvivere da solo. Tutto qui. Diventi attento. Passavo molto tempo, se lui era fuori casa, a frugare le sue tasche e tra le sue robe, cercando di capire dove se ne andava. Eravamo circondati da creditori arrabbiati. Per periodi abbastanza lunghi, lui era in fuga.</strong> Negli USA, ricercato dalle forze della legge, e mi riempiva la testa di roba senza senso e falsa che io credevo di dover verificare essendo un bambino con del tempo libero a disposizione. Quindi sì, in questo senso erano gli inizi a produrre uno spione. Ma è tutto perché un bimbo deve sopravvivere. E poi la sua grande passione che completò fu trasformarmi in un gentleman. Eravamo tutti <em>working class</em>. Tutti parlavamo in famiglia con accenti regionali decenti, andavamo a messa in modo regolarissimo e vivevamo come gente semplice nella costa inglese meridionale. E lui spezzò tutto questo. Quindi tra i 5 e i 16 anni andai a scuole provate, alle scuole preparatorie e durante le vacanze in villeggiatura, cose simili. Oltre a ciò, in quel periodo credo che imparai il linguaggio, la gestualità, il <em>mindset</em> dell’<em>upper-middle class</em>. In qualche modo, più o meno, mio padre pagò per questa specie di educazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Quindi ti sentivi in colpa ad avere mezzi che la tua famiglia in partenza non possedeva?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Noi, voglio dire io sentivo di rientrare in quella fetta di popolazione fraudolenta perché spesso dovevo rabbonire i creditori, dire che il denaro era depositato, eccome, fossero questi uomini di commercio o vicini di casa o amici stretti improvvisamente preoccupati che mio padre li avesse spennati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Tuo padre ti faceva fare queste cose?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Sì, suppongo tu possa dirlo. Io lo obbligavo, lo sai? Hai solo una persona da amare se hai solo un genitore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Quindi lui ti fece diventare suo compagno malvivente?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Quando ero adolescente sì, lo ha fatto. E poi mi rivoltai contro tutto. Così incominciò lo scisma e continuò nel seguito. Da 18 o 19 anni, scappai da lui provando ad allentare i legami e alla fine li tagliali. Questo successe per davvero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Puoi descriverci la forma che prese la tua rivolta contro di lui?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Gli chiedevo conto di certe verità, perché certe cose succedevano nelle nostre vite. Perché dobbiamo trasferirci all’improvviso? Perché abbiamo venduto la casa? Perché i balivi ce l’hanno espropriata? <strong>Perché eravamo spaventati? Perché avevamo nascosto la macchina sul retro della casa spegnendo le luci? Perché non dovevamo rispondere al telefono? E la ragione per la quale veniva ricercato dai sindacati criminali nei quali occasionalmente si era intrufolato.</strong> E loro gli si erano legati. Aveva più paura di loro che della polizia. Perciò a un certo punto… c’erano diversi elementi. Lo affrontai e gli gridai che volevo sapere la verità sulla sua vita. Si arrabbiò moltissimo. Litigi senza… risultato. Solo piccolo battaglie, ma la guerra continuava. Poi divenne impossibile quando – dopo <em>La spia che veniva dal freddo</em> – feci dei soldi e lui li volle.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G:</strong> Oh, davvero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Non abbiamo mai avuto soldi in famiglia. Fino ad allora, con tutto quel che era successo, ero stato come prima cosa uno impoverito, uno sposato, un insegnante e poi, finendo col Servizio, le cose cominciarono a girare. <strong>Eppure, ogni bolletta del gas, ogni conto della luce pesavano. E poi questo fiume di soldi da un best-seller… e lui voleva allacciarsi. Non mi disse “dammelo”. Si presentò solo con dei progetti e io fui un fesso – in primo luogo pagai le tasse perché mi disse che non era necessario</strong> – e in secondo luogo non investii nelle sue imprese, tutte folli. Alla fine fu un fiasco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Perciò ti sei protetto contro di lui quando hai avuto successo letterario e lui esigeva soldi? Sei riuscito nello scopo?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Sì, non gli ho dato nulla. In vari momenti gli feci delle offerte per metterlo sotto un tetto e pagarli la spesa. Ma era troppo orgoglioso e sopravviveva coi suoi sistemi. Quando morì aveva una casa a Jermyn Street, una a Tite Street, Chelsea, una in campagna, una terza moglie, ***. E non trovavamo un penny per tenere su tutto il circo… è stato uno dei misteri della vita. E per molti anni era stato in bancarotta mai liquidata. Eppure alla fine, con quella pseudo-ricchezza, aveva rimontato tutto. Sul letto di morte se ne andò che rimase nulla. Credenze vuote.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Hai ereditato i suoi debiti?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Non in via legale, no… davvero. In via morale, suppongo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Ancora una breve pausa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>So che a un certo punto della tua vita, non so se prima o dopo che tuo padre morisse, hai ingaggiato detective per capire chi lui fosse realmente. Cos’hanno fatto, effettivamente? Tuo padre era ancora vivo?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66229 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/le-carré-libri-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/le-carré-libri-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/le-carré-libri-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/le-carré-libri.jpg 576w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" />LC:</strong> No, no, no. Questo è stato prima che scrivessi <em>Una spia perfetta</em>. Ne presi due di detective perché non mi fidavo della mia memoria. C’erano questi due ex poliziotti, uno davvero grasso e uno secco secco. Presero la pista. Fecero telefonate dicendomi che avevano roba enorme per le mani. Li pagai ad abbondanza, ma quel che portarono valeva pochissimo. <strong>E comunque dopo questi fatti successe qualcosa di molto strano. Per ragioni che non sono centrali nella nostra discussione, feci domanda per la Stasi, l’<em>intelligence</em> della Germania orientale.</strong> Chiesi il mio file perché dovevano conservarlo da quando ero di stanza in Germania e servivo per quattro anni a Bahrain e poi ad Amburgo. Vennero col mio file, era completamente anodino. Qualunque cosa doveva esserci, non c’era, Solo ritagli di giornale, nient’altro. Poi portarono il file di mio padre, ed era di gran lunga più interessante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Ah!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Aveva visitato l’est legalmente, gli avevano dato un pass, aveva parlato a molti industriali là dentro, commercianti di qualsiasi risma, e poi tornò a Londra avendoli convinti di essere spaventosamente ricco. Il secondo capitolo del file riporta che un agente Stasi, o quantomeno un collaboratore, fece un viaggio da Vienna per trovare mio padre a Jermyn Street – perciò siamo verso la fine della sua vita – e nel corso della visita, prese una nota precisa di come si presentava l’edificio, fece uno schizzo del suo ufficio e diede una descrizione delle cose indispensabili nell’ufficio di mio padre. Il quale morì poco dopo la visita e non ho idea né mai l’avrò di quale fosse la sua intenzione. Ma il file descriveva mio padre come enormemente ricco: un trafficante d’armi con legami nell’<em>intelligence</em> britannica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Urca. Ed era vero?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Enormemente ricco non lo era, <strong>trafficante d’armi lo fu. Lo sapevamo, io lo sapevo, l’avevo scoperto recentemente che aveva commerciato in modo illegale in Indonesia, nel subcontinente indiano, sempre senza successo. </strong>Era stato in quell’industria, lo tirai fuori di prigione a Jakarta, era stato imprigionato per aver gonfiato profitti d’affari. In valuta illegale. Ma ora sembra che sia stato imprigionato per commerci d’armi illegali. Poca roba eh? Questa <em>intelligence </em>proviene da varie fonti ma il file Stasi mi ha decisamente messo KO, all’epoca.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G:</strong> Pensi sia possibile che cooperasse con Berlino Est durante la Guerra Fredda?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Penso che se avesse visto un certo vantaggio – finanziario, commerciale – si sarebbe comportato come uno che offra servizi. Se l’abbia fatto o no, se avesse qualcosa da offrire, non ho idea.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G:</strong> Dico, è pazzesco che tu abbia lavorato nell’<em>intelligence</em> e tuo padre allo stesso tempo sia stato una specie di criminale, commerciante d’armi, forse, al dettaglio ma nondimeno che abbia cooperato con Berlino Est. Tu sei stato di stanza in Germania nel dopoguerra, accidenti, è come se lui avesse tentato con intenzione di disfare tutto quel che tu cercavi di fare. O no?!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Bene, entrambe le cose sono possibili. Noi, penso, la nostra relazione, divenne, verso la fine della sua vita, una cosa ostile. Aveva tentato di farmi causa per non averlo menzionato in un documentario BBC. Immagina il resto… non gli avevo dato i giusti crediti per avermi cacciato in quelle scuole private, una croce dolorosa che odiai.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>E il motivo? Non lo avevi citato?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> L’implicazione, diceva, lo dico ora, lui non è stato la figura più importante nella mia vita… è… gonfio d’orgoglio se posso usare questa virtù di paragone. Non ci sono altre scuse. Offesi il suo narcisismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G:</strong> Insomma… Tuo padre non aveva alcuna bussola morale. Tu la tua dove l’hai trovata?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Bene, però lo suggerisci tu ora che io ne abbia una…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Ah!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Ha preso del tempo. <strong>Suppongo di essere stato molte persone nei miei 85 anni, non tutte carine, poi. Ma penso di esser migliorato, in realtà. Questo è tutto.</strong> Intendo. Fai zigzag dappertutto, non solo per… non voglio biasimare tutto dell’infanzia. Ma l’effetto del successo immediate da questo primo… questo mio scoppio con <em>La spia che venne dal freddo</em>… tutto quel che è seguito, la mia partenza, necessaria, dal mondo segreto, lo scorrere improvviso di soldi, la tensione che ne venne sul matrimonio, destinato probabilmente a finire in ogni caso… la sua fine accelerata coi suoi effetti su di noi – ci volle del tempo per rimettersi in carreggiata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G:</strong> Guardi mai indietro alla tua vita e pensi “è stata straordinaria e interessante”?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> A volte. Temo di essere uno scocciatore per questo. Ma solo in retrospettiva sembra meravigliosa e varia, e lo credo ora, con quest’ultimo romanzo, ora ne devo parlare. Un viaggio casuale, a tratti sgradevole.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Mi piace il tuo modo di dire “in retrospettiva”. E forse all’epoca, vivendo cose abbastanza varie, non sembravano nemmeno interessanti? Dimmi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> No. Intendo. Ho fatto cose interessanti. Ma il fatto strano è che in qualche modo ho avuto una relazione con URSS nella quale varcavo il confine. <strong>L’evento indimenticabile fu con Yevgeny Primakov, ex capo del KGB, ex primo ministro della nuova Russia, recentemente se ne è andato, il quale insistette per incontrarmi quando venne a Londra per vedere il Ministro degli Esteri e trascorse la sera parlandomi di libri.</strong> I miei libri. Quando gli chiedevano con chi si identificava (la domanda non era prevista), lui rispose George Smiley.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Che follia. E tu? Che dicesti?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Domanda difficile. Ma c’erano elementi di KGB, e ce ne sono ancora, suppongo, presso FSB, ma ora un po’ meno perché all’epoca trovavi elementi I quali erano decenti, dei veri amanti del genere umano. Traevano a sé i perseguitati e li proteggevano, ne facevano un culto, se ne facevano un vanto poi se si trattava di pensatori. Questa era la parte decorosa di KGB. Ma era un’istituzione talmente grande e potente, c’erano così tante stanze, gente differente. So che ci sono scuole di addestramento dove davano i miei romanzi come letture essenziali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Oh, il KGB?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Il KGB, sì.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>G: </strong>Dio, non erano le tue intenzioni!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LC:</strong> Per niente. Ma stabilivano una sorta di equivalenza. Sa, alla fine, vale per dottori, scienziati, spioni, gente che usa le stesse tecniche, le sviluppa, la stessa attitudine verso il genere umano e mettono l’espediente e il risultato al di sopra del metodo, sono una confraternita, o una sorellanza, se me lo passi. Il momento che entro in contatto con… qualche generale in pensione del Mossad, trovo che ci capiamo molto velocemente. È un’attitudine condivisa che crea dei liberi muratori. Terrificante, può anche sconcertare ma – siccome fanno retropensieri su di me, in particolare, e questo è fuori luogo. <strong>Hanno, penso, più attitudine brutale verso gli altri umani. Più di quanta ne abbia mai avuta io. Nondimeno, siamo colleghi.</strong> In qualche modo terrificante.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/le-carre-occidente-intervista-servizi-segreti-russia/">“L’Occidente ha perso l’anima, i servizi segreti russi ci dominano e, certo, in 87 anni di vita sono stato molte persone (e non tutte carine)”: intervista a John Le Carré</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Oggi Giovanni Nadiani compirebbe 65 anni. Tanti auguri al Jimi Hendrix della poesia romagnola. Due lettere per l’aldilà e una silloge di haiku</title>
		<link>https://www.pangea.news/oggi-giovanni-nadiani-compirebbe-65-anni-tanti-auguri-al-jimi-hendrix-della-poesia-romagnola-due-lettere-per-laldila-e-una-silloge-di-haiku/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 11 Mar 2019 10:24:33 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/oggi-giovanni-nadiani-compirebbe-65-anni-tanti-auguri-al-jimi-hendrix-della-poesia-romagnola-due-lettere-per-laldila-e-una-silloge-di-haiku/">Oggi Giovanni Nadiani compirebbe 65 anni. Tanti auguri al Jimi Hendrix della poesia romagnola. Due lettere per l’aldilà e una silloge di haiku</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>[In “Beyond the Romagna Sky”, raccolta del 2000, probabilmente, è riassunto, in vigore simbolico, il genio di Giovanni Nadiani: haiku scritti in dialetto di Romagna, con titolo in inglese, in ritmo blues. Dal Giappone dei monaci appesi all’erba di un verso alla profondità Usa, tra Woodstock e l’autostop in cieli di violenta utopia; al centro, al cuore della questione, la Romagna ruvida, livida di danze, speziata. <strong>Giovanni Nadiani da Cotignola, che oggi compirebbe 65 anni, “un manovale di parole”, diceva lui, che se ne è andato nel 2016 dopo tante vite, di poeta e traduttore, fondatore di riviste e insegnante, cantautore di speranze, è una specie di Jimi Hendrix della lirica romagnola.</strong> “È possibile una poesia dalla nominazione feriale e bassa, di pensiero presente e critico che, affermando la continuità della memoria contro il propagandato oblio della storia, si confronti con le stridenti contraddizioni dell’oggi? <strong>Una poesia che, dando vita a una polifonia di lingue e suoni, suggerisca utopisticamente la possibilità di una convivenza nella diversità di una koinonia, di una fratellanza in un’alterità che ci sottrae la nostra proprietà soggettiva per un dato (donato) oggettivo più grande?”,</strong> si domandava. Noi sventoliamo la sua opera in faccia all’indifferenza, con un piccolo omaggio, nella forma di due lettere scritte da compagni di avventure culturali di Nadiani. <strong>La prima è una lettera dello scrittore spagnolo David Castillo</strong>, poeta, romanziere – CartaCanta ha pubblicato il suo “Barcellona non esiste” – di cui Nadiani ha tradotto una antologia poetica, “Un presente abbandonato”, nel 2006. <strong>L’altro è un ricordo epistolare di Mercedes Ariza, traduttrice dallo spagnolo,</strong> che di Nadiani ha tradotto, in Spagna, la raccolta “Invel/Ningún sitio”, 2010]</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> ***</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“La morte non vince mai: sul mio amico alchimista per cui il cancro era l’ultimo dei problemi”</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli ultimi mesi (o anni) di corrispondenza con Giovanni Nadiani <em>Zvan </em>non sono stati per nulla facili. Spesso mi svegliavo e pensavo a lui, alla sua resistenza solitaria con la notte nel letto della sua casa di Reda che dava su un cortile</strong> in cui c’era una specie di installazione-scultura formata da libri all’intemperie pieni di piccoli insetti. Lo sognavo e mi svegliavo. Subito dopo andavo al mio computer e lo cercavo, a volte con insistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni tanto mi rispondeva:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Questi giorni va tutto di merda. Da tre settimane ormai sono in una clinica, una clinica molto bella dove cercano di aggiustarmi i valori del sangue che mi portano all’assoluta mancanza di forze: astenia totale… Ogni tanto, come ieri, ho la forza di alzarmi dal letto… Oggi va un po’ meglio: ho cercato di camminare all’interno del giardino come riuscivo a fare anche nel parco della clinica mentre chiacchieravo con gli amici. Spero di riacquistare l’energia necessaria per imparare il modo di spezzare le metastasi che bloccano le vie biliari, che per il momento sono il principale problema per cui sono qui. Durante il mio soggiorno nella clinica ho già fatto tre radioterapie molto tossiche che mi hanno prosciugato le energie. Se miglioro un po’ potrò uscire da qui e impiegherò il mio cervello con la minima lucidità. Abbraccione.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66089 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-2-300x300.jpg" alt="" width="172" height="173" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-2-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-2-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-2-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-2.jpg 480w" sizes="(max-width: 172px) 100vw, 172px" />Durante le nostre conversazioni pomeridiane al telefono mi ripeteva che non voleva dare troppe spiegazioni in università e men che meno voleva accettare il congedo per malattia che gli proponevano i medici. Quasi nessuno sapeva che il tumore lo stava divorando.</strong> In un ennesimo esercizio di coraggio, che tanto lo univa alla Spagna, <em>Zvan</em> si concentrava sulla sua famiglia e sulla bicicletta. Durante uno dei miei viaggi in Italia, Guido Leotta, suo amico e socio di <em>Tratti,</em> mi avvisò che era ormai alla fine – Guido sarebbe morto di un infarto prima di <em>Zvan</em>. Quando arrivai a Reda, il mio amico mi spiegò che la sua terapia era fare su e giù per le montagne attorno. Anche in un altro suo messaggio alludeva ai trattamenti a base di chemioterapia e bicicletta:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sfortunatamente gli effetti collaterali adesso sono più forti rispetto al periodo della terapia (neuropatie alle mani e ai piedi e problemi all’intestino). Devo avere pazienza. Oggi cercherò di andarmene qualche giorno in montagna (Sud-Tirolo), prenderò il treno. In un primo momento volevo andare da solo ma visto che i ragazzi non possono ritornare qui, me ne andrò con Inge. Vediamo cosa succede nel viaggio</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I farmaci e il cortisone non erano gli unici argomenti di conversazione. C’erano i dischi e i libri, la situazione economica della nostra <em>bohème</em> e i problemi del lavoro. Nonostante fosse in una situazione così fottuta, per il mio amico il cancro era il minore dei mali. </strong>Le sue preoccupazioni erano tre: 1/ la morte di Guido Leotta che sancì la scomparsa della casa editrice Mobydick e la cooperativa <em>Tratti</em>, oltre a quella del gruppo di jazz in cui lavoravano insieme. 2/ i tanti debiti e la mancanza di serietà di un editore con cui aveva avviato grandi progetti editoriali. 3/ il comportamento della sua università nei confronti di una delle sue collaboratrici.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste tre preoccupazioni e la salute dei membri della sua famiglia formavano un cocktail micidiale nel suo già deteriorato morale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non ci furono solo brutti colpi. Qualche giorno riusciva persino a mandarmi messaggi di ottimismo, addirittura col suo peculiare senso dell’umorismo, imprescindibile per leggere il migliore Nadiani. La sua opera era un insieme di asseverazioni sulla comunità, la suggestione e i limiti tra realtà e irrealtà.</strong> Durante una delle mie visite a Forlì, Zvan era euforico perchè Bob Dylan si esibiva a Bologna. Non siamo riusciti ad organizzarci per andarci ma di notte, mentre io già dormivo, Zvan mi chiamò. Era nel bar sotto il mio albergo e mi portava alcuni libri nuovi tra cui, <em>Anmarcurd</em>, un omaggio a Fellini, con una citazione iniziale in yiddish del tutto rivelatrice: “Mai sopravvivere alla propria lingua”. Era il 2015 e la sua malattia era progredita. <strong>In alcuni momenti fu sul bordo dell’abisso, in altri credette di essere guarito. Abbiamo bevuto qualcosa e mi spiegò un sogno che aveva fatto e di cui era stato stregato perché era da molto che non scriveva poesie. Aveva sognato alcune poesie scritte in un taccuino.</strong> Al risveglio trovò il taccuino del 2011 con quindici poesie dimenticate che parlavano della sua morte. Quella premonizione e il resto lo lasciarono assorto. L’interpretazione della poesia e della sua creatività andavano oltre la vita. Per questo motivo ho pensato che fosse utile scrivere queste parole sul mio amico alchimista. Se ci dedichiamo all’arte è perché, probabilmente, c’è una ragione nascosta di resistenza di fronte all’oblio, di fronte alla morte eterna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>David Castillo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Forlì, 11 marzo 2019</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><img decoding="async" class=" wp-image-66090 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-179x300.jpg" alt="" width="115" height="193" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani-179x300.jpg 179w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-nadiani.jpg 200w" sizes="(max-width: 115px) 100vw, 115px" />Ciao Giovanni,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>auguri. Oggi è il tuo compleanno. 65 anni. Giorni fa ti ho sognato: mi parlavi, mi chiedevi, mi ascoltavi. Bello parlare con i morti: loro ti ascoltano, non hanno fretta, non fuggono, ti ascoltano e lo fanno pazientemente. A giugno ho visto David a Barcellona: gli amici del <a href="https://www.ateneubcn.org/" target="_blank" rel="noopener">Ateneu Barcelonès</a> </em><em>sono rimasti stregati dalla magia dei tuoi versi. Ci sei mancato un sacco. Nessuno è stato capace di leggere il tuo dialetto, nessuno. Con <a href="https://www.amazon.it/Ning%C3%BAn-sitio-Invel-Giovanni-Nadiani/dp/8492528923" target="_blank" rel="noopener">Invel/Ningún sitio </a>tra le mani, pensavo a te quando mi avevi proposto di tradurre le poesie in spagnolo. Una pazzia. Una assurdità. Ma non per te. Ci hai sempre creduto e ci siamo riusciti.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Oggi, per festeggiare il tuo compleanno, ho deciso di riprendere i tuoi haiku in romagnolo. Fantastici. Cristallini. Lame che trafiggono il nostro presente-assente.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ti abbraccio forte,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mercedes </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>*</em></strong></p>
<p><strong>Selezione nostalgico-emozionale di haiku in dialetto romagnolo da<em> Beyond the Romagna Sky (Mobydick, 2000)</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(1)</p>
<p>la sera l’arlùs<br />
‘t la coda d’un jet</p>
<p>un pipistrël intavanȇ<br />
e’ chèsca ‘t l’udòr di’ marugh</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La sera riluce</em><br />
<em>nella coda di un jet. </em></p>
<p><em>Un pipistrello ebbro</em><br />
<em>cade nel profumo di acacia.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(2)</p>
<p>al luz di semëfar<br />
al s’è mórti töti</p>
<p>int i self service<br />
e’ sbalèna i bancomat</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Le luci dei semafori</em><br />
<em>si sono spente tutte.</em></p>
<p><em>Nei self service</em><br />
<em>lampeggiano i bancomat.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(3)</p>
<p>la rèzna dal banchin<br />
la s’mâgna i nom inamuré</p>
<p>a l’ôra di viél<br />
e’ cerla i celuler</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La ruggine delle panchine</em><br />
<em>divora i nomi innamorati.</em></p>
<p><em>All’ombra dei viali</em><br />
<em>cinguettano i cellulari.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>(4)</p>
<p>agli urtigh al s’insteca<br />
‘t al carvaj dla stablidura</p>
<p>dal lètar al s’è smarìdi<br />
‘t la memoria d’un desch</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Le ortiche s’infilano</em><br />
<em>nelle crepe dell’intonaco.</em></p>
<p><em>Lettere si sono smarrite</em><br />
<em>nella memoria di un disco.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(5)</p>
<p>i piset d’arzent tra i livar<br />
i s’mâgna dal parôl ad chêrta</p>
<p>al parôl senza udór ‘t e’ computer<br />
int un balen u s’li mâgna la luz.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>I pesciolini argentati tra i libri</em><br />
<em>divorano parole di carta.</em></p>
<p><em>Le parole inodori nel computer</em><br />
<em>le divora in un lampo la corrente.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(6)</p>
<p>i zughetul fet d’ lego<br />
i ten lighê insen e’ mond …</p>
<p>a e’ mond u j è dal lengv<br />
ch’al va int i brisul…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>I giocattoli di Lego</em><br />
<em>tengono legato il mondo…</em></p>
<p><em>Al mondo esistono delle lingue</em><br />
<em>che vanno in frantumi…</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/oggi-giovanni-nadiani-compirebbe-65-anni-tanti-auguri-al-jimi-hendrix-della-poesia-romagnola-due-lettere-per-laldila-e-una-silloge-di-haiku/">Oggi Giovanni Nadiani compirebbe 65 anni. Tanti auguri al Jimi Hendrix della poesia romagnola. Due lettere per l’aldilà e una silloge di haiku</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Volevo essere Amleto, ho fatto visita a Emily Dickinson”: le confessioni ultime di Jorge Luis Borges</title>
		<link>https://www.pangea.news/borges-confessioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Mar 2019 05:36:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 1980 Franco Maria Ricci, editore esteta, per cui Jorge Luis Borges dirige la fatidica collana ‘La Biblioteca di Babele’, fa un regalo al geniale scrittore. “In onore di J.L. Borges nel suo 80° compleanno” pubblica, come numero 19 della fatidica collana, dopo London e Papini, dopo Léon Bloy e William Beckford e P’u Sung-ling [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1980 Franco Maria Ricci, editore esteta, per cui Jorge Luis Borges dirige la fatidica collana ‘La Biblioteca di Babele’, fa un regalo al geniale scrittore.</strong> “In onore di J.L. Borges nel suo 80° compleanno” pubblica, come numero 19 della fatidica collana, dopo London e Papini, dopo Léon Bloy e William Beckford e P’u Sung-ling e Hawthorne, quattro “racconti inediti” di Borges. Il volume è di magnetica bellezza: in copertina, una rosa rosa – che si riferisce al racconto <em>La rosa di Paracelso </em>– si spalanca in una selva da cui si staglia, in ruggito allucinato, una tigre – che rimanda al racconto <em>Tigri azzurre. </em><strong>“Dominano in queste pagine due colori, l’Azzurro e il Rosa, colori delle nascite e della letteratura, colori mentali caduti dal cielo e riassaporati nel fondo della cecità”, specifica l’editore. </strong>Borges nasce nel 1899, il 24 agosto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In calce al volume, Franco Maria Ricci pubblica una intervista a Borges a cura di María Esther Vázquez – che con JLB ha curato una <em>Introducción a la literatura inglesa</em> e la mirabile <em>Literaturas germánicas medievales</em>. L’ultima domanda dell’intervista è questa, “Lei crede in un’altra vita?”. <strong>Risposta laconica di JLB: “No. Credo che non ne esista altra, e non mi piacerebbe che esistesse. Io voglio morire completamente. Non mi piace neppure che mi ricordino dopo morto.</strong> Spero di morire, di dimenticarmi e di essere dimenticato”. In questa volontà di nulla, ovviamente, si vede una certa voluttà.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65967 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/Cover-Diffido-209x300.jpg" alt="" width="154" height="221" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Cover-Diffido-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Cover-Diffido-768x1104.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Cover-Diffido-712x1024.jpg 712w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Cover-Diffido.jpg 1165w" sizes="(max-width: 154px) 100vw, 154px" />In quello stesso 1980 un’altra donna reclama Borges all’intervista. Si chiama Liliana Heker, ha 37 anni, ha continuato a scrivere, a esercitare l’arte del pensare a Buenos Aires, nonostante il regime dei militari – e litigando, per questo, pubblicamente, con l’amico Julio Cort</strong><strong>ázar. </strong>Fondatrice e codirettrice – insieme ad Abelardo Castillo e a Sylvia Iparraguirre – della rivista <em>El Ornitorrinco</em>, voce culturale autonoma e autorevole in quell’era di tenebra, ha già pubblicato alcune raccolte di racconti – il ‘genere’ in cui è maestra – di pregio: <em>Los que vieron la zarza </em>(1966), <em>Acuario </em>(1972), <em>Un resplandar que se apag</em><em>ó en el mundo </em>(1977). Borges è Borges e basta. L’intervista di Liliana Heker inizia dove termina l’intervista di María Esther Vázquez: la scrittrice costringe Borges a indagare la morte. “La parola ‘morte’? Mi suggerisce… una grande speranza. La speranza di smettere di essere”, attacca Borges. Poi specifica cosa intenda quando parla di voler essere dimenticato. <strong>“Vorrei che venisse dimenticata la mia biografia, e il mio nome, e che venisse ricordato qualche mio racconto o qualche mio verso. Io vorrei sopravvivere nelle mie opere, ma non, diciamo, come soggetto di un lemma in un’enciclopedia…</strong> Sono convinto che uno, quando scrive, ha la speranza che l’opera sopravviva. Ma, se può sopravvivere nell’anonimato, meglio; se può far parte del linguaggio o della tradizione, meglio ancora”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il motivo per cui, nel 1980, Liliana Heker sente la necessità di discutere la morte, dunque di riscattare la vita, ha fondamenta storiche. <strong>“Non c’erano morti, malgrado tutti sapessimo, o sentissimo, che la morte ci circondava da tutte le parti. Era dunque necessario strapparla a quegli specialisti della morte, recuperarla come una questione esistenziale, filosofica e biologica che ci riguardava; ripensare al senso che ha morire per ragioni ideologiche, riparlare della trascendenza e dell’angoscia, del sogno di immortalità e di una morte degna. Almeno su un terreno in cui quegli assassini non avrebbero mai potuto sottrarci, sul terreno intellettuale; dovevamo restituirci la vita e la morte.</strong> Questo è un libro che va letto con uno spirito dialettico e con la mente molto aperta. Dubito che il lettore possa scoprire tra le sue parole un indizio di ciò che avvisterà nell’<em>aldilà</em> ma è probabile che trovi qualche elemento per riflettere sul suo <em>essere aldiqua</em>. Si tratta precisamente di questo”. La Heker intervista antropologi, psicoanalisti, scrittori, artisti. Mentre l’Argentina muore, la scrittrice sembra voler tutelare dal belato dell’oblio il concetto di morte. Per questo ha bisogno di parlare con Borges, l’uomo che ha disintegrato il valore dello spazio-tempo, che ha sul palmo i millenni, le saghe islandesi, i coltelli argentini, il sorriso di Stevenson, gli haiku giapponesi, i viaggi mistici di Dante e quelli inferi di Poe. Il suo <em>Diálogos sobre la vida y la muerte</em>, coltivato per anni, sarà pubblico nel 2003; il dialogo con Borges, finora inedito in Italia, è ora pubblico per Castelvecchi, nella traduzione di Mercedes Ariza, come <em>Diffido dell’immortalità. </em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Quando ero giovane ero incline alla tristezza, a teatralizzare me stesso; volevo essere Amleto o Raskol’nikov”. Borges vuole essere un personaggio letterario, non un eroe storico.</strong> Il personaggio che si interroga sull’essere e sul non essere – fino a confondere i piani dell’essenza con quelli del nulla; lo studente dostoevskijano roso dalla colpa, che vuole farsi raccogliere e amare, senza condizioni. In ogni caso, la vita è espiazione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tra i tanti temi che Borges tocca, stimolato da Liliana Heker – una donna che si accende negli abissi – c’è anche quello del suicidio.<strong> “Che cosa strana che i cattolici condannino il suicidio quando lo stesso Gesù Cristo fu un suicida. Una religione al cui vertice vi è un suicida – e tale suicida, per di più, è Dio – che condanna il suicidio. </strong>Perché si capisce che il sacrificio di Gesù fu volontario, vale a dire, che fu un suicidio. È molto strano, i cattolici condannano il suicidio e io non riesco a spiegarmi perché”. <strong>Dio è morto, dice Nietzsche; Dio si è suicidato, dice Borges. La prospettiva è opposta: per Borges non è l’uomo ad avere ucciso Dio, ma è Dio che si è ucciso, sacrificandosi, perché l’uomo non debba più sopportarlo. Il suicida si uccide sempre perché qualcuno si salvi, al suo posto.</strong> Il tema del suicidio ha una assonanza mistica con uno dei racconti inediti pubblicati nel 1980 da Franco Maria Ricci. In <em>25 agosto 1983</em>, Borges inscena la sua morte, profetizzata da un altro se stesso. Egli parla con il suo avatar, “proprio qui, tanti anni fa, in una delle stanze del piano di sotto, iniziammo la minuta della storia di questo suicidio… in quell’abbozzo, io avevo preso un biglietto di andata per Adrogué, e nell’Hotel Las Delicias ero salito alla camera numero 19, la più appartata. Lì mi ero suicidato”. Non è inutile ricordare che il 19 è il numero del volume della collana ‘La Biblioteca di Babele’ in cui è pubblicato questo racconto.<strong> “Posso morire in qualunque momento, posso perdermi in ciò che non so e continuo a sognare il doppio”, scrive Borges. “Beh, ciò che vorrei io sarebbe morire in modo repentino. </strong>Perché ho assistito a lunghe agonie: l’agonia di mia madre, l’agonia di mio padre, anche l’agonia di mia nonna, tutti stavano anelando la morte”, dice Borges a Liliana Heker.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Borges è affascinato dall’oblio, dal fatto che l’opera possa essere disinnescata – basta togliere una parola e le altre, come l’acqua in un lavandino, quando si toglie il tappo, si perderanno nel fausto gorgoglio – dall’inconciliabile distanza tra scrittura e lettura, tra scrittore e scritto. Per questo adora la Dickinson. <strong>“Emily Dickinson disse: «Non credo che la pubblicità faccia parte del destino di uno scrittore». E non volle pubblicare nulla. Quando morì, nei suoi cassetti trovarono centinaia o migliaia di versi, e li pubblicarono. Ma lei non aveva voluto pubblicarli. Al tempo stesso non li distrusse neppure. Ma non disse nulla”. Forse una sontuosa invidia coglie Borges: </strong>egli sa che la scrittura autentica riposa nel nascosto, si priva di sguardi. “Ho visitato la sua casa, nel New England, un paese come altri paesi, un po’ sperduti. Lei vi trascorse tutta la vita. Credo che stesse per sposarsi e non lo fece. E anche le sue lettere sono molto belle. Le poesie non so se possano sopravvivere nella traduzione, perché lei curava molto la forma”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“La vita… io credo che, per quanto sfortunato uno sia – e tutti a volte lo siamo –, si debba essere grati per il fatto di vivere. Chesterton ha detto: «A un uomo deve bastare pensare che è un uomo, che è in piedi, che è sotto le stelle». Se questa è già una felicità così grande: il fatto di esistere; ora, esistere per sempre?</strong> Credo che sarebbe una grande sventura”. Occorre continuamente raspare la morte per dare luce alla vita; Borges, vivendo, ha disseppellito tradizioni e volti, idiomi e icone, facendo coincidere la cronologia umana alla propria immaginazione privata – la letteratura è una fune di diamante che lega le caviglie dei morti al collo dei vivi. (d.b.)</p>


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		<title>“A occhi chiusi, come guerrieri sonnambuli”: ecco perché bisogna leggere assolutamente Roberto Bolaño (è uno che ti salva)</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Feb 2019 08:13:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Y el frio/ soplo del olvido sabe sobre un arenal de hastio./ Bajo las palmeras del oasis el agua buena  Questo pezzo è un gesto di ringraziamento a un autore cileno, Roberto Bolaño, per aver capito che la letteratura sfida la morte col coraggio. La citazione inziale da Machado ricalca la baudeleriana oasi di orrore nel [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/a-occhi-chiusi-come-guerrieri-sonnambuli-ecco-perche-bisogna-leggere-assolutamente-roberto-bolano-e-uno-che-ti-salva/">“A occhi chiusi, come guerrieri sonnambuli”: ecco perché bisogna leggere assolutamente Roberto Bolaño (è uno che ti salva)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Y el frio/ soplo del olvido sabe sobre un arenal de hastio./ Bajo las palmeras del oasis el agua buena </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo pezzo è un gesto di ringraziamento a un autore cileno, Roberto Bolaño</strong>, per aver capito che la letteratura sfida la morte col coraggio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La citazione inziale da Machado</strong> ricalca la baudeleriana oasi di orrore nel deserto di noia che sta come segnale all’inizio del volume finale <em>2666</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Possiamo partire.</strong> Cinture allacciate, o pronti al lancio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Questo articolo non è un gesto di addio al mondo colto, quanto invece un’entrata in tutta velocità nella galassia vera della realtà. Ma come – diranno i lettori più smaliziati – hai bisogno della letteratura per arrivare alla realtà? Rispondo con un diplomatico ‘in parte’.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché Bolaño è l’autore della vita. Uomo <em>on the road</em>, che dice chiaro chiaro cos’è l’amore</strong>, cosa il viaggiare e via di questo passo. Certamente Bolaño è più colto di Bukowski, e per questo mi ci sono ritrovato facilmente. Mi è servito anche il capofila della letteratura ispano-americana, Borges, per non trovarmi del tutto spaesato davanti ai suoi romanzi brevi e meno brevi. Ma questo è solo l&#8217;inizio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bolaño</strong><strong> mi ha salvato.</strong> Mi ha dato la speranza e la fiducia che tutti noi abbiamo una possibilità, e che solo la dovevamo esprimere, solo dovevamo essere noi stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65755 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/bolano2-190x300.jpg" alt="" width="140" height="221" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/bolano2-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/bolano2.jpg 316w" sizes="(max-width: 140px) 100vw, 140px" />Un mio zio (che è una persona diversa dallo zio d’America invocato all’inizio) aveva in un ripiano alto, forse vagamente proibito della sua libreria, due tomi col titolo stranissimo: <em>2666</em>. </strong>Cominciai il primo. Mi concessi il secondo. Ho capito nel frattempo che Bolaño poteva essere una lettura che mi avrebbe inghiottito. Perciò ho proceduto con attenzione, un piedi metti e l’altro leva, provando a piccoli assaggi: <em>Monsieur Pain</em>, <em>Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce</em> (ma che strano titolo).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho anche trovato in una biblioteca altri due libri di Bolaño che ho mangiato come fossero dolcetti: <em>Putas asesinas </em>(possiamo lasciarlo senza tradurre) e <em>Il Terzo Reich</em></strong><em> </em>(che piacerebbe a chi si annoia al mare, e forse a chi ama i giochi da tavolo come War Hammer, ma l’elenco potrebbe allungarsi e non ne conosco altri).</p>
<p style="text-align: justify;">Questi libri, scritti nell’arco tra anni Ottanta e primi del 2000, saranno oggetto di tesi quando per me l’università sarà un vago ricordo. Li utilizzeranno gli iscritti a lingue straniere, quelli nei dipartimenti di astrofisica, forse quelli che studiano fisica. Forse, se siamo fortunati e le cose migliorano in quel dipartimento, gli studenti di storia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra il primo blocco di letture e il secondo una zeppa di altri suoi lavoretti: <em>Un romanzetto canaglia </em>e <em>Il gaucho insopportabile</em>. E allora è scattato qualcosa:</strong> il rifiuto del successo vita natural durante da parte di Bolaño mi ha richiamato alla memoria un vecchio altarino: Stendhal.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bolaño</strong><strong> nacque nel 1953 in Cile, emigrò in Messico e tornò in patria in tempo per finire nei guai nell’anno tragico del 1973.</strong> Queste vicende si leggono in filigrana in un racconto, <em>Amuleto</em>, che sviluppa un blocco del romanzo-fiume <em>I detective selvaggi</em>. Un romanzo breve, o racconto, o filone, <em>Amuleto</em>, uscito nel 1998. Quando incominciavo il ciclo scolare: e leggere, a conclusione del libro, che per Bolaño una sfilata, o una crociata, o una parata, di bambini poteva essere la libertà e il destino del mondo, mi ha definitivamente convinto. Era l’autore giusto al momento giusto. Non era solo il filosofo da caffè, il lettore con indosso il poncho che dibatte di tutto (come può sembrare dagli articoli per fan raccolti in un volume apposito, dal titolo tanto umile quanto prolifico: <em>Tra parentesi</em>).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bolaño</strong><strong> è di più. Bolaño è il futuro. Bolaño è il suo passato:</strong> ma senza cedere alla nostalgia autobiografica, nemmeno nei racconti che più glielo consentirebbero come quelli di <em>Chiamate telefoniche</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Forse è più saggio, certo più utile, adottare un linguaggio che non sia tecnico. Ma questi titoli che ho snocciolato finora sono come mattoni, ognuno va al posto giusto. E se qualcuno vorrà orientarsi, deve mettere il tassello nel posto che più gli piace: ma tenendo conto della perfetta circolarità dell’opera di Bolaño. La quale inizia con un raccontino folgorante, <em>Anversa</em>, scritto nel 1981, quando il genio sconosciuto faceva il guardiano notturno di un campeggio in Costa Brava. <strong>Teneva anche un diario intitolato <em>Università sconosciuta </em>che appunto è sconosciuto in lingua italiana.</strong> Traduco alcuni blocchi per voi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65756 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/bolano1-190x300.jpg" alt="" width="142" height="224" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/bolano1-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/bolano1-768x1215.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/bolano1-647x1024.jpg 647w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/bolano1-1320x2089.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/bolano1.jpg 1618w" sizes="(max-width: 142px) 100vw, 142px" />“Parlano ma le loro parole non si registrano – È assurdo vedere una principessa incantata in ogni ragazza che cammina. La ragazzina caruccia pelle e ossa, le fischiano dietro. Stavamo in alto sul parapetto e il cielo era davvero blu. Pochi pescatori visibili in distanza e fumo da una ciminiera che saliva sopra gli alberi. Bosco verde per bruciarvi le streghe, diceva il vecchio, le sue labbra quasi fisse. Il punto è – ci sono tutti i generi di ragazze belle in questo momento a letto con tecnocrati ed <em>executive</em>. <strong>A cinque metri da me comparve una ninfa. Misi via la sigaretta e chiusi gli occhi. Primo piano con ragazza messicana che legge. È bionda, naso lungo e labbra strette.</strong> Guarda in alto, sopra la telecamera, sorride: strade umide dopo la pioggia di agosto, settembre, in una Città del Messico che non esiste più. Cammina giù per una via residenziale in giacca bianca e scarponi. Col dito indice preme il bottone dell’ascensore. Arriva l’ascensore, apre la porta, sceglie il piano e si guarda nello specchio. Solo per un istante. Un uomo sulla trentina seduto su una poltrona rossa la guarda entrare. Ha i capelli scuri, le sorride. Parlano ma le loro parole non si incidono nella colonna sonora. In ogni caso, devono dirsi qualcosa com’è andata la tua giornata, sono stanca, c’è un panino con l’avocado in frigo, grazie, e una birra. <strong>Fuori piove. La stanza è riscaldata, arredamento messicano. I due si stendono sul letto. Piccole luci bianche. Avvinghiati e immobili, sembrano bambini esausti. (In realtà non hanno motivo per esserlo). La telecamera si allontana.</strong> Dammi tutta l&#8217;informazione del mondo. Striscia blu. Una gobba? Lui è un bastardo ma sa mantenersi dolce. Lui è un bastardo ma la sua mano sul suo fianco è romantica. La sua faccia è sommersa tra il cuscino e il collo dell&#8217;amante. La telecamera si avvicina: facce che in qualche modo, senza volerlo, ti mandano a stendere. L&#8217;autore guarda a lungo le maschere di gesso, poi si copre la faccia. Fondale nero. È assurdo pensare che tutte le belle ragazze vengono da lì. Immagini vuote si susseguono: il parapetto e i boschi, la cabina con il focolare, l&#8217;amante vestita di rosso, la ragazza che si volta e ti sorride. (In tutto questo non c’è nulla di diabolico).</p>
<p style="text-align: justify;">Quando ero un ragazzo – Non riesco a fissarmi sulle frequenze della realtà, sono così elevate</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scrittore – Penso che fosse inglese, e confessava al gobbo come fosse difficile scrivere, per lui. <strong>Tutto quello che posso ottenere, diceva, sono frasi sciolte, forse perché la realtà mi sembra un insieme di immagini sconnesse. La desolazione deve essere qualcosa di simile, una gobba.</strong> “Va bene, portatelo via”&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Tre anni – <strong>Non posso scrivere di fantascienza perché la mia innocenza se n’è andata&#8230; parole che nessuno pronuncia e che a nessuno è richiesto dire&#8230;</strong> mani sul processo di frammentazione geometrica scrivono ‘è rubato’ come fosse ‘amore amicizia giardini bagnati’&#8230; a volte sembra tutto interno&#8230; rughe da seguire su qualsiasi frequenza data dal computer (tutte solitudine assoluta)</p>
<p style="text-align: justify;">‘Potrebbe essere l’inferno per me’. Il caleidoscopio si muove con la serenità e il torpore dei giorni. Per lei, alla fine, non c’era inferno. Semplicemente ha cambiato direzione e non vive più qui. Semplici soluzioni guidano le nostre azioni. <strong>L’educazione sentimentale ha un solo motto: <em>Non soffrire. </em>Quello che si allontana può essere il deserto, una roccia che sembra un uomo, pensatore tettonico. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per avvicinarti allo sconosciuto devi smettere di essere l’uomo invisibile. Lei dice che, a parte tutte le azioni, l’unico mistero viene dalla confessione. Ma l’uomo invisibile si sta avvicinando? – Fammi uscire di qui, questo voglio dire! mostrami cose chiare e semplici, paura, morte, quando lei cena con la famiglia. Come un eroe”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanto al romanzetto <em>Anversa</em>, è opera che, non starò qui a fare il critico, contiene molti, quasi tutti i temi, i luoghi, i soggetti, ripresi e modellati e scolpiti e scambiati tra loro, nel prosieguo della creazione letteraria di Bolaño: tra questi, il destino e la morte dei giovani poeti (che altrimenti rischiano di trasformarsi in giornalisti da due tacche).</strong> Senti una richiesta, un soccorso che è ricorso armonico all’amore tra uomo e donna (il resto, quello tra persone dello stesso sesso o genere, è dipanato altrove, ne <em>I dispiaceri del vero poliziotto</em>. Amore con tutta la tragicità fisiologica, con tutte le evenienze del caso – Bolaño è devoto al Caso, non crederebbe all’ottimismo dei motivatori, la sua ironia è la dimensione della sua intelligenza più che della sua timidezza e del suo pessimismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Come temi non sono pochi. Chi ha bisogno di passaggi netti e logici guardi altri scrittori. Ma li guardi e li legga: <strong>Bolaño</strong><strong> ha letto tanto, ha rubato libri da ragazzo perché era figlio di un camionista e andava poco a scuola in Messico. Si è fatto la sua cultura.</strong> Si è innamorato dei surrealisti, forse meno dei dadaisti europei: amava la poesia, è nato poeta e la sua forza lirica è rimasta come un basso continuo, anzi come l&#8217;impalcatura delle sue pagine poderose.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ma torniamo a Stendhal, per finire questa parte oggettiva e accedere a impressioni più personali e artistiche, traendo spunti concreti dalle pagine di Bolaño.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Stendhal visse ignorato o quasi dalla società letteraria a lui contemporanea. E questo non deve indurre a costruirsi un blog nella speranza di facilitare la sentenza ai posteri.</strong> Si scrive e si lavora per il futuro. Ma pochissimi sono nati per farlo. Quando Bolaño se ne è accorto aveva già letto tanto. Quando gli diagnosticarono una malattia al fegato era il 1992 e non era ancora padre ma lo sarebbe diventato nel giro di pochi anni. Ecco come cambiarono le sue poesie da prima a dopo la paternità.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><strong>Orda</strong></p>
<p>Poeti dalla Spagna e dall’America Latina, quelli della letteratura più<br />
Infame, salgono come ratti dai miei sogni profondi<br />
E si mettono a fare versi in un coro di voci minime:<br />
Non ti preoccupare Roberto, dicono, faremo in modo<br />
Che scomparirai, né le tue ossa immacolate<br />
Né i tuoi scritti che mandi fuori e copi abilmente<br />
Emergeranno dal naufragio. Neanche i tuoi occhi, neanche le palle<br />
Sì salveranno da questa prova generale di naufragio. E vidi<br />
Le loro piccole facce soddisfatte, solenni <em>attaché</em> culturali e poveri<br />
Caporedattori, poeti in lingua spagnola, che vanno sotto il nome di<br />
Orda, bestia, ratti pestilenziali, abili<br />
Nella dura arte di sopravvivere in scambio di escrementi,<br />
A manovrare il terrore pubblico, Neruda<br />
E Octavio Paz da ipermercato, freddi porci, cupola<br />
O crepa sul Gran Palazzo del Potere.<br />
Orda che detiene il titolo per il sogno dell’adolescente e per la scrittura.<br />
Dio! Sotto questo sole grassottello che ci ammazza<br />
E ci diminuisce.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Un finale felice. Finalmente il poeta come bambino e il bambino come poeta </strong></p>
<p>In certi giorni vedo nella tua faccia<br />
La faccia di mio padre, il quale, dicono<br />
Assomigliava a suo padre<br />
Lo sguardo di Leon Bolaño appare nei<br />
Tuoi occhi socchiusa<br />
Soprattutto quando usciamo a passeggio<br />
E la gente si gode i tuoi gesti amichevoli<br />
Altri momenti penso che non sia vero:<br />
Quell’aria da guerriero, i capelli biondo cenere,<br />
L’inclinazione alla festa e al caos sono<br />
Le braci sfavillanti della mia nostalgia<br />
Eppure tu gli somigli: soprattutto in<br />
Questi giorni di gennaio<br />
Quando usciamo a passeggio mano nella mano<br />
In una luce fragile e persistente.</p>
<p>Leggi i vecchi poeti, figlio mio<br />
E non te ne pentirai<br />
Tra tele di ragno e legno marcio<br />
Di navi spiaggiate in Purgatorio<br />
Ecco dove stanno cantando!<br />
Ridicolo ed eroico!<br />
Vecchi poeti<br />
Che bruciano le loro offerte<br />
Nomadi all’addiaccio che fanno offerte<br />
Al Nulla<br />
(Ma non vivono nel Nulla,<br />
Vivono nei Sogni)<br />
Leggi i vecchi poeti<br />
Prenditi cura dei loro libri<br />
È solo un suggerimento<br />
Che ti dà tuo padre</p>
<p>Libri che ho comprato<br />
Tra strane piogge<br />
E calori<br />
Nel 1992<br />
Li ho letti<br />
O non li leggerò mai<br />
Libri da leggere per mio figlio<br />
La biblioteca per Lautaro<br />
Dovrà resistere<br />
Ad altre piogge<br />
Altri calori infernali<br />
Perciò l’editto è questo:<br />
Resistete, miei cari libri<br />
Attraversate i giorni come cavalieri medievali<br />
E prendetevi cura di mio figlio<br />
Negli anni a venire.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65757 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/bolano3-195x300.jpg" alt="" width="132" height="203" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/bolano3-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/bolano3.jpg 325w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/bolano3-85x130.jpg 85w" sizes="(max-width: 132px) 100vw, 132px" />Quando stava per lasciare il suo soggiorno volontario sulla terra diede un’intervista all’edizione messicana di <em>Playboy</em></strong><em> </em>in cui espresse senza commuoversi ma facendo piangere il suo amore per i figli. Il suo vissuto fu volontario perché nel segno del fatalismo, di questa grande arma del tremendo sud-America che l’ha allevato e l’ha consegnato all’Europa quando aveva 24 anni, in un destino tanto leggero quanto tremendo e incerto. Il fatalismo è, detto a colpi d’ascia, il culto del caso. Come fai a credere nella volontà, come un uomo dell’Ottocento (l’esempio di Pirandello è calzante e non solo per il suo presunto pessimismo), quando ti accorgi che più nessi causali cerchi di trovare, e meno ti orienti, meno trovi finalità? Quando cerchi uno scopo attraverso una serie ragionata di cause, e anche qui fai acqua? Per questo, invito a partire dal suo capolavoro, intitolato (ma non ambientato nel) <em>2666</em> per cogliere lo stile senza scampi, mai ipotattico.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bolaño</strong><strong> è riuscito a superare, in questo, Stendhal. Perché a me più vicino cronologicamente, e forse perché un paio di anni fa avevo stretto amicizia con un cileno:</strong> ma i tempi non sono quelli che ci costruiamo noi? quelli che ereditiamo ma che soprattutto vogliamo cambiare per conquistarceli?)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dice Bolaño in <em>2666</em> <em>che “</em><em>la fama postuma era una battuta da vaudeville che sentivano solo quelli seduti in prima fila”</em><em>.</em> Aggiunge, con rapidità e malizia, che “<em>è tutto un libro bruciato – la musica, la decima dimensione, la quarta dimensione, le culle, la produzione di proiettili e fucili, i romanzi sul Lontano Ovest: tutto libri bruciati”</em><em>.</em></strong> Perché<em> “</em><em>quell’adolescente </em><em>che </em>parlava così<em> </em><em>era una mente a orologeria: una mente rozza e potente, irrazionale e illogica, capace di esplodere nel momento meno indicato. Il che </em><em>– </em>soggiunge Bolaño<em> – </em><em>non era vero”.</em><em> </em>Perché di ogni cosa si può dire che sia finita o finirà o è già finita in un libro (e fin qui siamo a Borges), ma soprattutto che questo ciclo va avanti, non soggiace al nulla del Buddha, al nulla di Borges, al nulla di Schopenhauer.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo, forse anche per questo, ma senza alcun paradosso (questo lo vedono solo gli intelligenti e complessati della critica, basta un cenno), Bolaño ha creato un seguito. Io almeno voglio crederlo. Perché chi confida, stando sul lettino di morte pur essendo vivo e vegeto, nell’ultima intervista, parole come queste, è l’esempio più puro, più modesto e più importante di visione su quello che tocca in sorte a tutti: <strong>“<em>Io non ho mai avuto paura della morte e inoltre non credo nel pantheon. Guarda, quando finisce è finita e non resta niente, perciò io sto con Borges quando disse: «Dopo la morte, verrà l’oblio»,</em></strong><em> e molte teste di cazzo gli dicevano: Ma no, Maestro, dopo la sua morte resteranno i suoi libri. Lui li ascoltava e doveva pensare: guarda che branco di imbecilli!”</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle interviste dei primi del Duemila ha buttato lì, con elegante modestia: “<em>Stendhal </em>ha<em> influito moltissimo su me anche se non si nota, perché continuo a essere molto scarso e Stendhal è molto bravo”</em><em>. </em>Questo si percepisce poco, è vero, perché Stendhal è tutto sostantivi, zero aggettivi, molto scorrevole (è francese in questo), così come il suo cultore Sciascia è elegante (si dice ‘rondista’) e affinato, intelligente senza essere cerebrale. <strong>Ma dove Stendhal è romanticismo puro, Sciascia è secchezza, è trasparenza, essenzialità. Proprio il contrario del fiume Bolaño e della sua visione della storia come una spirale, un percorso che sale, migliora, rischia di ripetersi ma non sta mai fermo pur dando l&#8217;impressione di ricalcare sentieri già battuti.</strong> E con questo, con la ricezione dei tedeschi (Goethe e la spirale, le immagini efficaci, espressionistiche alla Jünger) – Bolaño ha sfondato.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre alle sciocche effusioni che avete letto sin qui ci sono anche, dal titolo bellissimo, <em>Stella distante</em> e soprattutto il suo capolavoro di inventiva e costruzione concettuale, <em>La letteratura nazi in America</em>. Oltre al politicissimo, ma non per questo da contestualizzare e circoscrivere e limitare ai margini dell&#8217;Europa, <em>Notturno cileno</em>, un capo d’accusa coi controfiocchi a quel che è stato e sempre può avvenire in ogni regime politico. <strong>E poi <em>La pista di ghiaccio</em>, all’epoca uscito di contrabbando, ora stampato a caro prezzo come una maglietta Armani da casa Calasso. </strong>Peccato, il Cileno non avrebbe gradito.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In sintesi. Sellerio ha scritto benissimo che “<em>con la letteratura questo scrittore </em><em>ha</em><em> cercato di ripetere un’esperienza del mondo</em></strong><em>, di fermare i vissuti propri e quindi, appunto perché irripetibili e mai del tutto decifrabili, aperti alla libertà di ammaliarsene e riviverli”</em><em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Amuleto. </em>Si legge di un <em>italiano – si chiamava Paolo. E con questo credo già di aver detto tutto. Era nato in un paesello vicino Torino, era alto almeno un metro e ottanta&#8230; ed Elena come qualunque altra donna poteva perdersi senza problemi fra le sue braccia</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Intervista sulla soglia del Duemila: “io non credo per niente alla letteratura come libro di bordo, la letteratura come diario di vita</strong></em><em>, come cronaca personale, io credo nella letteratura come letteratura, come&#8230; un meccanismo, una macchina autosufficiente; almeno con una grande autosufficienza.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Timidezza di Roberto. Perché egli ammise, ai primi del Duemila, di aver scritto <em>Anversa </em><em><strong>“quasi come un omaggio – mai vendicarsi perché non c’è niente di meno nobile di una vendetta contro una donna</strong></em><em> – a una ragazza bellissima che girava per il campeggio dove lavoravo come guardiano tuttofare. </em><em>E continua: </em><em>questa ragazza andava a letto con tutti meno che con me, e io non sono mai riuscito a capirne bene il motivo. Suppongo che il suo assoluto rifiuto per la mia gentilezza sia sempre stato un mistero per me</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Per lui come uomo, certo. Come scrittore, no sicuramente: perché queste diversità che non si attraggono le descriverà prodigiosamente in un racconto contenuto in <em>Putas asesinas</em> che vorrei aveste la gentilezza e la pazienza di leggere in questo brevissimo estratto: <em>“Dominique così diversa da Claude, l&#8217;esistenzialista, la beatnik, la rockettara e la ragazza perbenino, l’abbandonata, l’esiliata&#8230; e Belano è di nuovo punto dalla curiosità e si rende conto che Dominique è un uomo e non una donna&#8230; Claude, dignitosa e ridicola al tempo stesso, che contempla dalla sua torre di vedetta di poetessa nubile il ciclone adolescente che è Dominique, autore, precisamente, di</em><em> La souffrance est inutile, </em><em>un libro che forse Dominique aveva scritto per lei, un libro che è un ponte in fiamme e che Dominique non attraverserà ma che invece Claude, ignara del ponte, ignara di tutto, attraverserà, e si brucerà viva nel tentativo, pensa Belano, <strong>come si bruciano vivi tutti i poeti, perfino quelli pessimi, su quei ponti di fuoco così interessanti, così appassionanti quando si hanno diciotto, ventun anni , ma poi così noiosi, con un inizio e una fine prevedibili in anticipo&#8230;</strong> Ponti che i poeti di ventitré anni sono in grado di attraversare a occhi chiusi, come guerrieri sonnambuli”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">La ragazza che non fila Roberto gli fa però capire cos&#8217;è la perfezione: un&#8217;ombra, aggiungerei con Machado, <em>la blanca ombra del primero amor</em>, quella senza contenuto &#8211; come l&#8217;innocenza, che per Amleto è l&#8217;immaturità, “<em>il respiro giovanile, un&#8217;immagine della ragazza da distruggere, anche se non si può distruggere quello che non si possiede &#8211; un impulso che sospinge la poesia verso qualcosa che i detective chiamano perfezione”</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Poe ritorna: e vorrei restituire voce ad Angelo Morino, traduttore Sellerio, perché fa capire bene come le cose sembrino solo ripetersi nella vita: “<em>nei sogni da bambino, c’è una linea prima retta, poi ondulata e infine spezzata. Nell’insieme della vita, la linea segue un andamento circolare, ineluttabilmente chiuso”</em><em>. </em>Una spirale che non è una spirale, appunto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65758 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/bolano4-190x300.jpg" alt="" width="130" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/bolano4-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/bolano4.jpg 600w" sizes="(max-width: 130px) 100vw, 130px" />Leggete Bolaño perché vi farà capire il futuro, soprattutto il vostro privato.</strong> A me ha fatto capire, scrivendo trent’anni fa i <em>Consigli</em>, cosa fa un direttore del personale, in questa società che tramite IQ risale a Wechsler poi a Pearson e Galton e quindi siamo immersi nel darwinismo fino al collo, Orwell e Huxley erano troppo allegri al confronto. Leggiamo Bolaño: il direttore del personale con la sua<em> </em>“<em>impresa parapoliziesca per la selezione del personale… Tutta a base di computer, impiegati apolitici, linea giapponese”</em><em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggete Bolaño perché sarete orgogliosi di quello che imparerete per i fatti vostri.</strong> Con le sue parole ad un intervistatore: “<em>dire autodidatta è un errore concettuale, io ho letto molto, ci sono stati autori che </em><em>mi</em><em> hanno insegnato quello che so”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggete Bolaño perché vi farà amare i classici anche più di Calvino (che aveva il vizio dell’intellettuale e il cuore di legno del torinese di adozione).</strong> Come quando in <em>2666 </em>si profonde in questo virtuosismo: “<em>il farmacista gli rispose che gli piacevano libri tipo </em><em>La metamorfosi</em><em>, </em><em>Bartleby</em><em>, </em><em>Un cuore semplice</em><em>, </em><em>Canto di Natale</em><em> … Sceglieva </em><em>La metamorfosi</em><em> invece del </em><em>Processo</em><em>, sceglieva </em><em>Bartleby </em><em>invece di </em><em>Moby Dick</em><em>, sceglieva </em><em>Un cuore semplice </em><em>invece di </em><em>Bouvard et Pécuchet, </em><em>sceglieva </em><em>Canto di Natale</em><em> invece del </em><em>Circolo Pickwick</em><em>. Che triste paradosso&#8230; Neppure i farmacisti colti osano più cimentarsi con le grandi opere, imperfette e torrenziali, in grado di aprire vie nell&#8217;ignoto. Scelgono gli esercizi perfetti dei grandi maestri. In altre parole, vogliono vedere i grandi maestri tirare di scherma in allenamento, ma non vogliono saperne dei combattimenti veri e propri, quando i grandi maestri lottano contro quello che ci spaventa tutti, quello che atterrisce e sgomenta e ci sono sangue e ferite mortali e fetore”</em><em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggete Bolaño perché anche se non è un politico prestato alle lettere vi farà capire come andranno le cose sul piano della cosiddetta ‘Realpolitik’. </strong>Come quando, nel <em>Terzo Reich</em>, già individuava come fossero plagiati gli studenti catalani, come fossero ingozzati di patriottismo fasullo e bugiardo. E abbiamo visto come sono andate le cose, è storia recente. Perciò ecco le parole di fuoco dello scrittore, in realtà molto malinconiche ed ironiche, sull&#8217;autonomia catalana: “<em>Si celebra l’11 settembre, </em>ha<em> detto. E cosa c’è da celebrare? La giornata della Catalogna, </em>ha<em> detto&#8230; Quando chiedo di che genere di libri vende alla sua bancarella, quel ragazzo magro, sui quindici anni e non di più, </em>mi<em> risponde ‘libri patriottici’. Cosa intendeva dire?&#8230; Sono libri catalani!, </em>ha <em>spiegato il ragazzo magro. Ne ho comprato uno e </em><em>mi</em><em> sono allontanato. Gli ho dato un’occhiata nella piazza della chiesa – solo un paio di vecchiette bisbigliavano su una panchina – e poi l’ho buttato nel primo cestino della spazzatura.”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggete Bolaño perché vi farà capire che si può essere soddisfatti a inizio giornata come se le fatiche fossero già finite.</strong> Come quel personaggio del <em>Monsieur Pain</em> per il quale “<em>la vita è fatta così, conclude&#8230; Alle undici di mattina il signor Pere aveva qualcosa di crepuscolare. Ecco un uomo soddisfatto”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggete Bolaño se credete di essere tolleranti verso le culture omo ma forse non lo siete, e se pensate che un amore ci mostri nella nostra nudità, mentre in realtà non lo farà mai a meno che non crediate nella timidezza.</strong> Come nei <em>Detective</em>, dove si traccia una linea della letteratura italiana sotto il segno della devianza sessuale, e cade male anche il tristanzuolo Pavese: “<em>Pasolini rivernicia il frociume italiano, su Pavese non metto bocca, era una checca triste, un esemplare unico nella sua specie”</em><em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Una estatua que a veces sueña con volver a encontrar/ el amor en una hora inesperada y terrible/ Un lector de poesía/ Un extranjero en Europa/ Un hombre que pierde el pelo y los dientes/ pero no el valor/ Como si el valor valiera algo</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Una statua che a volte sogna di tornare a incontrare/ l’amore in un momento inaspettato e terribile/ Un lettore di poesia/ Uno straniero in Europa/ Un uomo che perde i capelli e i denti/ ma non il coraggio/ Come se il coraggio valesse qualcosa</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nel mio fatalismo credo che i nomi portino e conservino un destino.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>And ne forhtedon na</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Andrea Bianchi</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p>Non avevamo fede, e se l’avevamo<br />
Era in così tante cose<br />
Alla fine distrutte dalla realtà<br />
(La Rivoluzione, per esempio, la prateria<br />
Di bandiere rosse, campi di pastura fertile)<br />
Così che le nostre radici erano come le nuvole di Baudelaire.<br />
E ora le foto di mio figlio<br />
Sono loro a danzare nella luce accecante. Luce di sogno e meraviglia, luce<br />
Di detective all&#8217;inseguimento, di pugili il cui coraggio<br />
Illumina le nostre solitudini. Luce che dice:<br />
Non ho paura della solitudine, però<br />
Sono una cantante nella caverna, sono io<br />
Che spingo padri e figli verso la bellezza.<br />
E in questo credo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/a-occhi-chiusi-come-guerrieri-sonnambuli-ecco-perche-bisogna-leggere-assolutamente-roberto-bolano-e-uno-che-ti-salva/">“A occhi chiusi, come guerrieri sonnambuli”: ecco perché bisogna leggere assolutamente Roberto Bolaño (è uno che ti salva)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>“Ho scritto questo romanzo perché ero stanco di mentire a me stesso”: dialogo con Emanuele Altissimo (e David Foster Wallace sul comodino)</title>
		<link>https://www.pangea.news/ho-scritto-questo-romanzo-perche-ero-stanco-di-mentire-a-me-stesso-dialogo-con-emanuele-altissimo-con-david-foster-wallace-sul-comodino/</link>
		
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		<pubDate>Thu, 14 Feb 2019 08:00:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Emanuele Altissimo, classe ’87, si è laureato all’Università di Torino con una tesi su David Foster Wallace. Poi dice di aver letto a memoria Dostoevskij, e al termine del suo romanzo d’esordio Luce rubata al giorno (Bompiani, 2019), ha scritto una pagina di ringraziamenti intensa da Memorie dal sottosuolo. Leggerla mi ha fatto tornare indietro [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ho-scritto-questo-romanzo-perche-ero-stanco-di-mentire-a-me-stesso-dialogo-con-emanuele-altissimo-con-david-foster-wallace-sul-comodino/">“Ho scritto questo romanzo perché ero stanco di mentire a me stesso”: dialogo con Emanuele Altissimo (e David Foster Wallace sul comodino)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Emanuele Altissimo, classe ’87, si è laureato all’Università di Torino con una tesi su David Foster Wallace. Poi dice di aver letto a memoria Dostoevskij</strong>, e al termine del suo romanzo d’esordio <em>Luce rubata al giorno</em> (Bompiani, 2019), ha scritto una pagina di ringraziamenti intensa da <em>Memorie dal sottosuolo</em>. Leggerla mi ha fatto tornare indietro di qualche mese ma questa è un’altra storia, ambientata lontano. Saltando un passaggio logico posso dire che è parte della ragione per cui vedendolo tra le novità della Feltrinelli non ho esitato a portarlo in cassa. <strong>Ma torniamo al romanzo: <em>Luce rubata al giorno</em> è scritto con cura cristallina e un’intensa partecipazione emotiva.</strong> Mi ha ricordato il lato più introspettivo di Ammaniti e a tal proposito glielo auguro, a Emanuele, un futuro <em>Ti prendo e ti porto via</em>, oppure un <em>Come Dio comanda</em>. Dato il suo esordio sarebbe possibile. La trama di <em>Luce rubata al giorno</em> non avanza, saltella, rivelandosi capitolo dopo capitolo una costruzione solida e centrata, simile a un grattacielo capace di resistere all’urto di un aeroplano – e soltanto chi ha letto il romanzo può comprendere a pieno il perché di questo esempio. Mentre chi non lo ha ancora fatto avrebbe buone ragioni per scoprirlo. O di cominciare partendo da questo dialogo con l’autore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65610 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/libro-altissimo-214x300.jpg" alt="" width="150" height="210" />Ho come l’impressione che <em>Luce rubata al giorno</em> inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi <em>La presa del cielo</em>, come il romanzo nel romanzo. È un’intuizione sbagliata? Che legame senti fra il titolo attuale e la storia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non lo è. Il titolo di lavorazione era appunto <em>Giganti</em>, una variante de <em>La presa del cielo</em>. Sono titoli che contengono un’accezione titanica, l’idea della scalata, la sfida agli dei. Che in sostanza definivano un rapporto di forza. Ma io cercavo il perdono, la speranza che alla fine di un grosso conflitto familiare ci fosse qualcosa da salvare e proteggere. Una luce rubata al giorno, insomma.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono gli autori italiani contemporanei a cui ti senti più vicino come ideali narrativi? E quelli stranieri?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non sono un grande lettore di narrativa italiana, i miei modelli (i Santi, come li chiamo io) parlano tutti inglese. Flannery O’Connor, Amy Hempel, Richard Brautigan, Bret Easton Ellis, David Foster Wallace, Thomas Pynchon e Richard Ford sono i primi nomi che mi vengono in mente appena penso alle folgorazioni letterarie. Dostoevskij e Ammaniti li hai già citati, aggiungo lo Stern de <em>Il sergente nella neve</em>, romanzo che se la gioca ad armi pari con <em>Addio alle armi</em> e, per stare sui contemporanei, <em>Il grande animale</em> di Gabriele Di Fronzo: è un romanzo che tratta il linguaggio con una sapienza e una delicatezza senza pari. Ed è un pugno in faccia al lettore, quello che cerco nella buona narrativa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Luce rubata al giorno</em></strong><strong> lascia intendere alcuni elementi autobiografici. Cosa si prova a scrivere un romanzo in prima persona, quando il narratore è un tredicenne?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In realtà la storia è narrata da un Olmo più grande, che torna ragazzino per raccontare l’estate che gli ha cambiato la vita – questo, il filtro che mi sono concesso. Non è stato facile, ho scritto e riscritto, ho scavato a lungo dentro un’esperienza dolorosa per portarla alla luce, per trasfigurarla. E quindi per liberarmene.</p>
<p><figure id="attachment_65611" aria-describedby="caption-attachment-65611" style="width: 205px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-65611" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/AXQKLRFK-300x300.jpg" alt="" width="205" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/AXQKLRFK-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/AXQKLRFK-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/AXQKLRFK-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/AXQKLRFK.jpg 512w" sizes="(max-width: 205px) 100vw, 205px" /><figcaption id="caption-attachment-65611" class="wp-caption-text">Lui è Emanuele Altissimo</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È stato detto che la tua è una storia di formazione incentrata sul come sopravvivere al dolore: ti senti d’accordo con questa definizione? O c’è qualcosa che vorresti aggiungere?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come sopravvivere, come coabitarci, come impedire che ci trasformi in qualcosa che non siamo. Il dolore è come un fantasma: è sempre con te, ma si mostra quando meno te lo aspetti. Il punto è accettare queste epifanie, non lasciarsi sorprendere. C’è una frase di David Foster Wallace che mi ripeto sempre: <em>La verit</em><em>à </em><em>ti render</em><em>à </em><em>libero, ma solo dopo che avr</em><em>à </em><em>finito con te</em>. Ho scritto questo romanzo perché ero stanco di mentire a me stesso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono state le difficolt</strong><strong>à </strong><strong>che hai riscontrato nella stesura di <em>Luce rubata al giorno</em>? Stai gi</strong><strong>à </strong><strong>pensando al prossimo romanzo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La prima è che ho dovuto riscriverlo per intero – la versione iniziale contava quasi quattrocento pagine. Mi ero nascosto, avevo cercato di proteggermi come potevo. La riscrittura mi ha insegnato a essere onesto con me stesso, a guardare dove fa più male, senza più scuse. A quel punto il romanzo ha trovato una direzione precisa, ho sentito il click di cui parlava Wallace e spero di portare nella prossima storia queste lezioni, questa esperienza che alla fine somiglia a una cicatrice: sta lì a ricordare dove ho sbagliato, cosa posso fare per evitare di ferirmi ancora – ma sono anche testone, vado pazzo per le ricadute.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Nicolò Locatelli</em></strong></p>
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		<title>“Salvini mi sta simpatico, per questo i lettori mi insultano e non mi leggono: ma i miei libri che colpa ne hanno? Forse dovrei chiamarmi Marxino Consiglio detto ‘Che’…”. Francesco Consiglio riflette sulle tribolazioni degli scrittori non allineati a sinistra</title>
		<link>https://www.pangea.news/salvini-mi-sta-simpatico-per-questo-i-lettori-mi-insultano-e-non-mi-leggono-ma-i-miei-libri-che-colpa-ne-hanno-forse-dovrei-chiamarmi-marxino-consiglio-detto-che/</link>
		
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		<pubDate>Thu, 07 Feb 2019 10:19:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Parafrasando un passo dello Zibaldone: “Che cosa è la vita di uno scrittore di destra? Il viaggio di uno sventurato che con il gravissimo carico dell’altrui pregiudizio in sul dosso, scrive senza mai riposarsi dì e notte per arrivare alla pubblicazione e quivi inevitabilmente cadere nell’oblio”. Non sorridete. Sono affranto più di Giacomo Leopardi nel [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Parafrasando un passo dello <em>Zibaldone</em>: “Che cosa è la vita di uno scrittore di destra?</strong> Il viaggio di uno sventurato che con il gravissimo carico dell’altrui pregiudizio in sul dosso, scrive senza mai riposarsi dì e notte per arrivare alla pubblicazione e quivi inevitabilmente cadere nell’oblio”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non sorridete. Sono affranto più di Giacomo Leopardi nel giorno in cui un severo medico napoletano gli ordinò di rinunciare agli amati e crepitanti pasticcini.</strong> E la colpa di cotanta tristezza è di un certo Federico, che ha commentato su Facebook un mio post sugli scrittori che votano a destra: “Tutto è politica e l’arte dello scrivere non si esime, anzi, serve a rafforzarla. Per me uno che vota Salvini non deve essere letto. C’è tanta roba da leggere e così poco tempo, che chi vota Salvini lo scanso volentieri”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Federico (chissà perché, mi viene voglia di chiamarlo il lettore Fico) ha scoperto la mia simpatia per il ministro dell’Interno e ha deciso, senza leggere una riga, che sono uno scrittore da evitare.</strong> Nulla importa che non scrivo di respingimenti o abolizione della legge Fornero. Il Fico Federico vuole aprire i porti alle navi che trasportano i migranti e chiudere le porte delle librerie ai miei romanzi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dice infatti: “Quello che sei comparirà nei tuoi scritti, e per me conta chi è che scrive.</strong> Sennò tanto vale leggersi il <em>Mein Kampf</em>, io lo evito volentieri”. Mi paragona a Hitler senza avermi letto, da vero paragnosta con il pugno chiuso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65472 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/Ciano_Ammazza-la-Star-Cop-page-001-213x300.jpg" alt="" width="140" height="197" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Ciano_Ammazza-la-Star-Cop-page-001-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Ciano_Ammazza-la-Star-Cop-page-001-768x1081.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Ciano_Ammazza-la-Star-Cop-page-001-727x1024.jpg 727w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Ciano_Ammazza-la-Star-Cop-page-001.jpg 904w" sizes="(max-width: 140px) 100vw, 140px" />Le parole di Federico, cieche, urticanti, tipiche di un’intelligenza falciata dal piombo dell’ideologia, mi hanno fatto intristire e riflettere sul mio futuro di scrittore. Ho capito che per evitare la <em>damnatio memoriae</em> in vita di cui è vittima chi non si allinea al sinistrismo culturale, dovrei pubblicare i miei romanzi in forma anonima</strong>, come certi autori del passato che cercavano di evitare condanne e persecuzioni da parte delle autorità politiche o religiose. Oppure inventarmi un <em>nom de plume</em>. Quante copie venderei se mi chiamassi Marxino Consiglio? E se aggiungessi al mio nome il nomignolo ‘Che’? Ripetete insieme a me: “Presto in libreria il nuovo romanzo di Cecco Consiglio detto <em>il Che</em>”. Vi suona bello? Immagino le pile dei miei libri nelle Feltrinelli. Una goduria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tuttavia, nonostante i miei sforzi di ottimismo, non riesco a darmi pace. Possibile che una simpatia politica del tutto personale ed estranea alle mie trame diventi un marchio infamante agli occhi di un lettore?</strong> Ho scritto un romanzo che parla di un serial killer di provincia e non l’ho mai descritto con in mano una matita e sul tavolo una scheda elettorale. Dove ho sbagliato? Gli occhi tracciano il mio nome nella mente di un lettore, ed ecco la mia fine, l’indifferenza, il rogo! Mi piacerebbe che Federico leggesse Paul Valery: “In tutte le arti, e in modo particolare nella scrittura, noto che l’intenzione di provocare un qualche piacere cede impercettibilmente a quella di imporre una certa idea dell’autore. Se una legge dello Stato obbligasse all’anonimato, e se nulla potesse più apparire sotto un nome, la letteratura risulterebbe totalmente modificata, ammesso che riuscisse a sopravvivere”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La gente ama comprare a scatola chiusa. Un libro di Saviano è un best seller prima di arrivare in libreria perché lo scrittore napoletano è garanzia di un certo tipo di pensiero rivolto a un certo tipo di lettore</strong>, quello che si professa antiamericano ma poi, anche se non possiede un attico a New York, quando è in vacanza preferisce mangiare al McDonald’s, perché sa che, in qualunque parte del mondo egli si trovi, il sapore di un cheesburger sarà sempre uguale. Hamburger, cetriolo, cipolle, senape, ketchup, formaggio e Saviano non deludono mai. Tutto come previsto. È il trionfo della spensieratezza negligente. Una volta era il cazzo a non volere pensieri, oggi è il lettore di sinistra che legge solo scrittori di sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Francesco Consiglio</em></strong></p>
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		<title>Venticinque anni da “Under The Pink” di Tori Amos: della Dickinson del pianoforte ci resta solo la nostalgia</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Feb 2019 07:51:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ho spesso l’impressione di essere nato nel momento sbagliato – ciò, naturalmente, al di là dell’inconveniente di essere nati. Sono stato destinato a non vivere in presa diretta niente di quel che maggiormente ho amato. Ho solo racimolato eredità degli anni precedenti. È stato così con i Nirvana, per esempio: stavo cominciando ad ascoltarli che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ho spesso l’impressione di <strong>essere nato nel momento sbagliato</strong> – ciò, naturalmente, al di là dell’inconveniente di essere nati. Sono stato destinato a non vivere in presa diretta niente di quel che maggiormente ho amato. Ho solo <strong>racimolato eredità degli anni precedenti</strong>. È stato così con i Nirvana, per esempio: stavo cominciando ad ascoltarli che loro erano appena morti, senza che le case discografiche volessero comunque decidersi a seppellirli – certi cadaveri si spremono finché possono produrre. Con <strong>Tori Amos</strong> non è andata diversamente. Quando l’ho scoperta, durante l’università, mi si è aperto un mondo, un mondo che volgeva al suo tramonto.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso non ricordo con precisione, ma credo sia stato proprio <strong><em>Under The Pink</em></strong>, il secondo album, a essermi stato prestato da un amico più grande – si trattava sicuramente di un “cd masterizzato”, come li chiamavamo noi – che mi disse semplicemente “Questo fa al caso tuo, ascoltalo”. Quant’era bello, a quei tempi: <strong>qualcuno, spinto da un’empatia oramai impossibile, ti metteva al cospetto di un disco, o un libro, sapendo che per te sarebbe risultato imprescindibile</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso che quella persona non la vedo più e non so neppure se sia morta, mi piacerebbe ringraziarlo – proprio come all’amico che a suo tempo mi consigliò “Leggi Houellebecq, sono certo che ti piacerà”. Forse aveva ragione quel vecchio rompicoglioni di Aristotele, quando diceva che siamo <strong>animali sociali: il mondo non lo si coglie mai da soli, ci viene sempre <em>presentato</em></strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo bene l’impatto di quella <strong>voce affilata e dolcissima, il pianoforte che la segue in un miracoloso intreccio</strong>. Ho ascoltato tante imitatrici, ma in effetti gli epigoni sono sempre epigoni e la grandezza spicca. <strong>Tori Amos è un unicum, come Emily Dickinson in poesia</strong>. Inspiegabile e indispensabile. Strozza il fiato con tanta grazia, tramuta il dolore in gioia cantandolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Mestamente, quel periodo mi è sfuggito per un soffio. Non c’ero. Ne ho giusto raccolto i frutti ex post. <strong>La mia generazione ha vissuto e vive di un lascito del passato. Siamo quelli dei remake, dei cofanetti celebrativi.</strong> Dobbiamo sempre ringraziare i padri e le madri, come Tori Amos.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo, quando l’ho incrociata, la cantante americana aveva una brillante carriera alle spalle che volgeva miseramente al termine – <strong>ascoltai <em>Scarlet’s Walk </em>consapevole che la sua fine artistica era prossima</strong>, per quanto si intravedessero ancora sprazzi di genialità.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi <strong>mi resta la ricorrenza per i venticinque anni di <em>Under The Pink</em>, il piacere della nostalgia</strong>, il sentore che difficilmente qualcos’altro mi stupirà come allora. E, a conti fatti, forse solo i Florence and the Machine, nell’ultimo decennio, hanno lasciato in me un solco altrettanto profondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho anche provato ad ascoltare <strong>gli ultimi album</strong> della pianista, come <em>Abnormally Attracted to Sin</em> o <em>Native Invader</em>. Certo <strong>il professionismo non manca ma, oltre il saper comporre e dare forma musicale a delle note sparse, c’è ben poco</strong>. Manca l’anima, la voglia inquieta di farcela. <strong>Il successo corrisponde solitamente alla morte dell’arte</strong>. Nella scrittura, quando un autore vi giunge, spesso il suo stile ha toccato lo zenit, per poi ridursi di lì a poco a mero mestiere. <strong>Il dolore, che è sempre la forza propulsiva della creazione, ha trovato approdo e giustificazione nel trionfo commerciale.</strong> Il mondo ha capito e riconosciuto lo sforzo, dunque <strong>non resta che l’ebetitudine della gloria e, nel peggiore dei casi, il sopravvivere a sé stessi nella forma del farsi il verso</strong>. Un artista o muore sconfitto, per poi essere riscoperto, o arriva alla tomba essendo passato all’altro mondo qualche decennio prima del decesso. Come cantava la Amos in quella fantastica prima traccia, <em>Crucify</em>, dal suo album d’esordio, <em>Little Earthquakes</em>: <strong>“<em>I got to have my suffering so that I can have my cross</em>” (Debbo soffrire, così da poter avere la mia Croce)</strong>. Passata la sofferenza, è rimasta solo la Croce, la santificazione. Ma dopo l’ascensione non si può più salire, resta solo la caduta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
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		<title>“Se lei è un americano, deve permettere a tutte le idee di circolare liberamente”: quando bruciarono “Mattatoio n.5” di Kurt Vonnegut nella caldaia di una scuola del North Dakota</title>
		<link>https://www.pangea.news/se-lei-e-un-americano-deve-permettere-a-tutte-le-idee-di-circolare-liberamente-quando-bruciarono-mattatoio-n-5-di-kurt-vonnegut-nella-caldaia-di-una-scuola-del-no/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 30 Jan 2019 08:15:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dico che una persona soltanto sull’intero pianeta ha beneﬁciato del raid, che deve essere costato decine di milioni di dollari. Il raid non ha accorciato la guerra di mezzo secondo, non ha indebolito un apparato difensivo o offensivo tedesco da nessuna parte, non ha liberato una singola persona da un campo di sterminio. Solo una [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/se-lei-e-un-americano-deve-permettere-a-tutte-le-idee-di-circolare-liberamente-quando-bruciarono-mattatoio-n-5-di-kurt-vonnegut-nella-caldaia-di-una-scuola-del-no/">“Se lei è un americano, deve permettere a tutte le idee di circolare liberamente”: quando bruciarono “Mattatoio n.5” di Kurt Vonnegut nella caldaia di una scuola del North Dakota</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dico che una persona soltanto sull’intero pianeta ha beneﬁciato del raid, che deve essere costato decine di milioni di dollari. Il raid non ha accorciato la guerra di mezzo secondo, non ha indebolito un apparato difensivo o offensivo tedesco da nessuna parte, non ha liberato una singola persona da un campo di sterminio. Solo una persona ha avuto un beneﬁcio – non due o cinque o dieci. Solo una. Io. Ho preso tre dollari per ogni persona uccisa. Immagina questo. </em>(Kurt Vonnegut su una nuova edizione di <em>Mattatoio n.5</em>, The Paris Review, 1977)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65330 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/libro1-2-203x300.jpg" alt="" width="134" height="198" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro1-2-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro1-2.jpg 220w" sizes="(max-width: 134px) 100vw, 134px" />Alla sua uscita nel 1969, in piena contestazione e guerra del Vietnam, il romanzo dello scrittore <em>liberal</em> americano Kurt Vonnegut <em>Mattatoio n.5</em> fece subito scalpore; sia per i temi affrontati sia per lo stile del romanzo, con la sua trama decisamente non lineare</strong>, dove il protagonista passa indifferentemente dalle Ardenne nel 1944 all’America degli anni 1950-60, sino al pianeta alieno Trafalmadore. Temi e stile sono in questo libro indissolubilmente legati. <strong>Vonnegut fu soldato di fanteria dell’<em>US Army</em> nella seconda guerra mondiale, e testimone prima della disfatta americana nelle fasi ini</strong><strong>ziali dell’offensiva tedesca delle Ardenne, e poi del bombardamento alleato su Dresda del 13-14 febbraio 1945, dove la “Firenze dell’Elba”, obiettivo senza alcuna importanza militare, fu interamente arsa con la sua popolazione.</strong> Per Vonnegut queste terribili immagini non potevano essere trasposte che con un romanzo “corto, confuso e contorto”, perché “non c’è niente di intelligente da dire su un massacro”. Questa posizione antimilitarista e irriverente di Vonnegut gli attirò subito gli strali dei conservatori americani, e <em>Mattatoio n.5</em> fu bandito e ritirato da diverse biblioteche (ancora nel 2011 a Republic, nel Missouri) e perﬁno dato alle ﬁamme nella scuola di Drake, nel North Dakota, nel novembre 1973: lo scritto che segue, intitolato “Il primo emendamento” e tratto dalla raccolta di racconti e saggi di Kurt Vonnegut <em>Palm Sunday </em>(1981), è la risposta dell’autore a quest’ultimo avvenimento. (<em>Andrea Lombardi)</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Potrebbe darsi che la cosa più straordinaria dei membri della mia generazione letteraria, in retrospettiva, sia che ci è stato permesso di dire assolutamente qualunque cosa senza paura di castigo.</em></strong><em> I nostri eredi potranno trovare incredibile, come molti stranieri fanno già ora, che una nazione volesse adottare come legge qualcosa che suona più come un sogno, che dice quanto segue: “Il Congresso non promulgherà leggi che favoriscano qualsiasi religione, o che ne proibiscano la libera professione, o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi paciﬁcamente in assemblea, e di fare petizioni al governo per riparazione di torti”. Come poteva una nazione con una tale legge crescere i suoi bambini in un’atmosfera di decoro? Non poteva – non può. Così la legge sarà sicuramente presto abrogata per amore dei bambini. <strong>E già adesso i miei libri, assieme ai libri di Bernard Malamud e James Dickey e Joseph Heller e molti altri patrioti di prima classe, sono regolarmente gettati via dalle biblioteche delle scuole da membri dei consigli scolastici</strong>, che dichiarano usualmente di non aver in realtà letto i libri, ma che sanno da fonti sicure che quei libri sono dannosi per i bambini. </em></p>
<p style="text-align: justify;">***<em><br />
</em><strong><em>Il mio romanzo Mattatoio n.5 fu bruciato davvero in una caldaia dal bidello di una scuola a Drake, North Dakota, su disposizione della commissione scolastica del posto, e il consiglio di istituto fece delle dichiarazioni pubbliche sulla immoralità del libro.</em></strong><em> Anche per gli standard della Regina Vittoria, l’unica frase ingiuriosa dell’intero romanzo è questa: “Via dalla strada, stupido bastardo!”. Questo viene detto da un artigliere controcarro americano a un assistente cappellano disarmato durante la battaglia delle Ardenne in Europa nel dicembre 1944, la più grande singola sconﬁtta delle armi americane (Stati Confederati esclusi) nella storia. L’assistente cappellano aveva attirato il fuoco nemico. Così il 16 novembre 1973, scrissi come segue a Charles McCarthy di Drake, North Dakota:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Caro Sig. McCarthy:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Le sto scrivendo data la sua qualiﬁca di presidente del consiglio della Drake School. <strong>Sono fra quegli scrittori americani i cui libri sono stati distrutti nella ormai famigerata caldaia della sua scuola. Alcuni membri della sua comunità hanno suggerito che la mia opera sia malvagia. Questo è per me straordinariamente offensivo. Le notizie da Drake mostrano secondo me che i libri e gli scrittori sono molto irreali per voi.</strong> Vi sto scrivendo questa lettera per farvi sapere quanto io sia reale. Voglio farle sapere, inoltre, che il mio editore e io non abbiamo fatto assolutamente nulla per sfruttare le disgustose notizie provenienti da Drake. Non ci stiamo dando vicendevolmente pacche sulle spalle, esultando per tutti i libri che venderemo a causa delle notizie. Abbiamo riﬁutato di andare in televisione, non abbiamo scritto alcuna vibrante lettera ai giornali, non abbiamo concesso prolisse interviste.<strong> Siamo rabbiosi e disgustati e rattristati. E nessuna copia di questa lettera è stata inviata a qualcun altro. Lei tiene la sola copia nelle sue mani. È una lettera strettamente privata da me alla gente di Drake, che ha fatto così tanto per danneggiare la mia reputazione agli occhi dei propri ﬁgli e quindi agli occhi del mondo.</strong> Ha il coraggio e il comune pudore di mostrare questa lettera alla gente, o sarà, anch’essa, consegnata alle ﬁamme della sua caldaia? <img decoding="async" class=" wp-image-65331 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/libro2-3-197x300.jpg" alt="" width="118" height="180" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro2-3-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro2-3-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro2-3.jpg 312w" sizes="(max-width: 118px) 100vw, 118px" />Apprendo da quello che leggo sui giornali e sento alla televisione che lei immagina me, e anche qualche altro scrittore, come fossimo una sorta di ﬁgure simili a topi che godono nel far soldi avvelenando le menti dei giovani. Io sono in realtà una persona robusta e forte, cinquantunenne, che fece un sacco di lavoro nei campi da ragazzino, che è bravo con gli attrezzi da lavoro. Ho cresciuto sei ﬁgli, tre miei e tre adottati. Tutti sono cresciuti bene. Due di essi sono agricoltori. Io sono un veterano di fanteria combattente, e sono insignito della Purple Heart [distintivo concesso per ferite in azione]. <strong>Ho guadagnato ogni cosa che possiedo con duro lavoro. Non sono mai stato arrestato o querelato per alcunché. Si ha così tanta ﬁducia in me con i giovani e dai giovani che ho prestato servizio nelle università dell’Iowa, Harvard, e del City College di New York. Ogni anno ricevo almeno una dozzina di inviti ad essere l’oratore che tiene il discorso di inizio anno in college e licei. I miei libri sono probabilmente i più diffusi nelle scuole rispetto a quelli di qualunque altro romanziere americano vivente. </strong>Se lei provasse a leggere i miei libri, a comportarsi come fanno le persone istruite, lei imparerebbe che i miei libri non sono pruriginosi, e non argomentano a favore di alcun tipo di sregolatezza. Essi chiedono che la gente sia più gentile e più responsabile di come spesso è. È vero che alcuni dei personaggi parlano volgarmente. Ciò è perché la gente parla volgarmente nella vita reale. Specialmente i soldati e i lavoratori manuali parlano volgarmente, e anche i nostri ﬁgli più protetti lo sanno. E sappiamo tutti, anche, che quelle parole non fanno davvero molto male ai bambini. Non ci fecero male quando eravamo giovani. Furono cattive azioni e menzogne a ferirci. Dopo che ho detto tutto questo, in realtà sono sicuro che lei sarà ancora pronto a rispondere “Sì, sì – ma resta pur sempre nostro diritto e nostra responsabilità decidere quali libri i nostri ﬁgli leggeranno nella nostra comunità”. È sicuramente così. <strong>Ma è anche vero che se lei esercita questo diritto adempiendo questa responsabilità in maniera ignorante, insensibile, non-americana, allora la gente è autorizzata a chiamarvi cattivi cittadini e stupidi.</strong> Anche i vostri stessi ﬁgli sono autorizzati a chiamarvi così. Leggo sul giornale che la vostra comunità è sorpresa dallo scalpore di tutta la nazione per quello che avete fatto. Bene, avete scoperto che Drake è parte della civiltà americana e che i vostri compatrioti americani non possono tollerare che vi siate comportati in una maniera così incivile. Forse imparerete da ciò che i libri sono sacri per gli uomini liberi per ragioni molto valide, e che sono state combattute guerre contro nazioni che odiavano i libri e li bruciavano. <strong>Se lei è un americano, deve permettere a tutte le idee di circolare liberamente nella vostra comunità, non le vostre soltanto.</strong> Se lei e il suo consiglio siete ora determinati a mostrare che veramente avete saggezza e maturità quando esercitate i vostri poteri sull’educazione dei vostri giovani, allora dovrete riconoscere che è una lezione miserevole quella che avete insegnato a dei giovani in una società libera quando condannate e poi bruciate libri – libri che non avete neanche letto. Dovete anche decidervi a mettere a contatto i vostri ﬁgli a ogni sorta di opinioni e informazioni, in modo che siano meglio attrezzati a prendere delle decisioni e a sopravvivere. Nuovamente: voi mi avete insultato, e io sono un bravo cittadino, e sono molto reale.</em></p>
<p><strong>Kurt Vonnegut</strong></p>
<p><em>*Traduzione di Andrea Lombardi e Raffaello Bisso</em></p>
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		<title>Iosif Brodskij scrive all’agnostico Milan Kundera: “L’arte nessuno la possiede e tu non hai capito nulla di Dostoevskij”</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jan 2019 11:48:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Mi girano le palle perché ci sono ragazzi che tengono prigioniere le loro ragazze regalando sotto Natale diari da riempire. In realtà così la donna si svuota, l’uomo non ne ha bisogno (usa altre strade) e la tiene sotto catena e sott’occhio. Viva la democrazia tra i generi, ancora. Viva i diari da sommergere di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Mi girano le palle perché ci sono ragazzi che tengono prigioniere le loro ragazze regalando sotto Natale diari da riempire.</strong> In realtà così la donna si svuota, l’uomo non ne ha bisogno (usa altre strade) e la tiene sotto catena e sott’occhio.</p>
<p style="text-align: justify;">Viva la democrazia tra i generi, ancora. Viva i diari da sommergere di fesserie giorno dopo giorno. Ma perché non leggiamo i diari altrui? Dico, un po&#8217; per pigrizia e un po’ per vojeurismo? Potremmo sentirci anche migliori che ne so, leggendo che per Stendhal il massimo era farsi una milf: “13 ottobre 1808. Stile della Storia. – La gravità, la gravità… Il mio stile avrà una fisionomia tutta particolare, si burlerà un po’ di tutti, sarà <em>esatto</em>, e soprattutto non farà addormentare. <strong>Perché è necessaria la gravità? – Per trasformare gli storici in predicatori e fustigatori dei vizi. Vuol forse istruire, la storia? –</strong> <em>Kings</em>. Loro se ne fottono. Mettine in ridicolo gli strumenti, e diventerà loro difficile o impossibile ciò che hai tentato invano di render loro odioso. E io dovrei astenermi dal <em>rubare una bella donna</em> al marito perché lo stimato autore di nome Tacito, un tipo serio, bolla tale crimine? Che bella ragione!”.</p>
<p style="text-align: justify;">Così ci avviciniamo al Novecento che coi diari ci dice sicuramente di più, la sessualità di uno dell&#8217;Ottocento è bella e sepolta. Ma la scocciatura non finisce qui. Va avanti. <strong>Perché nemmeno nella mia civile Inghilterra l’editoria è sana. Vendono libri quasi solo le soubrette della cucina.</strong> Gente come Nadija Hussain &#8211; e voi a dire ‘ecchiminchia è?’. Intanto. Autrice per l&#8217;infanzia. Cioè come dare da mangiare feccia alle speranze del futuro. Una che se la tira perché oggi vanno di moda i cuochi, anche e soprattutto se scrivono.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi. L’alternativa ci sarebbe. <strong>Ci sono anche premi Nobel della letteratura che hanno scritto per bambini. Uno tra tutti: Brodskij. </strong>Uno che scriveva poesie per i bambini americani per spiegare la scoperta dell’America, del Nuovo Mondo. “In he beginning there were just waves/ hammering at the obstacles./ The stars were starring to constant raves/ but had no Oscars”. “All’inizio c’erano solo onde/ a battere il martello sugli ostacoli./ Le stelle brillavano come feste interminabili/ ma non prendevano l’Oscar”.</p>
<p style="text-align: justify;">Per dire. Se poi diamo ai bambini i libri dei cuochi, tanto peggio. Mancherà il brivido e la rottura. Solo Brodskij cantava ai bambini cose come “When you are a continent, you don’t mince/ words and don’t crave attention”. “Quando sei un continente, non risparmi mica/ parole e non cerchi l’attenzione degli altri”.</p>
<p style="text-align: justify;">Caspita. Altro che le menate della diarista-cuoca-autriceperinfanzia. Ecco perché il poema per bambino <em>Discovery</em> di Brodskij non se lo fila nessuno e lo trovi in nota al fondo delle edizioni inglesi delle sue poesie. Meglio infischiarsene. Invece no, io prendo la birra e scrivo al telefono, sullo smartphone la traduzione di Brodskij che in Italia viene schivato. Perché <strong>di lui il lettore italiano ancora non conosce questa tirata di orecchie che fece a Milan Kundera, </strong>lo scrittore figo della borghesia avvilita nel buco della storia che prima votava Lega e dopo vent’anni  legge Houllebecq. Sempre in ritardo. Ma bene! E allora, ritardo per ritardo, vediamo che diceva Brodskij sul <em>New York Times</em> nel febbraio del 1985.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gioverà tenere a mente che il testo Adelphi non lo fila perché Kundera è un suo cocco.</strong> Puliti puliti&#8230; Su Pangea facciamo palle di neve e facciamo finta che sia fango.</p>
<p style="text-align: justify;">Dimenticavo. Da noi gli intelligentoni di <em>Repubblica</em>, dietro le spalle di Sofri, ebbero un refolo di questa buriana su Dostoevskij, era il 2008. <a href="https://www.nytimes.com/1985/02/17/books/why-milan-kundera-is-wrong-about-dostoyevsky.html" target="_blank" rel="noopener">Meglio rileggere l’originale.</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Andrea Bianchi</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p><em><strong>Perché Milan Kundera riguardo a Dostoevskij sbaglia </strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Il saggio recente di Milan Kundera pubblicato su <em>The Book Review</em> (“An Introduction to a Variation”, Jan. 6) conteneva diversi punti che richiedono replica. Qualsiasi disputa sul gusto porta alla stasi. Tuttavia, le preferenze mostrate da Kundera non si basano sull&#8217;estetica quanto sul senso della storia. <strong>E sulla storia poggiamo sul solido. Terreno fermo, addirittura. Solido abbastanza da reggere contro malevoli agenti che influenzano il fato di un artista. Sufficientemente solido, forse, per immaginare che determina una postura etica come quella di Kundera. E però si scivola sui propri piedi se le estetiche che scegliamo ci rendono responsabili. </strong>Così, uno subordina l’arte alla struttura del suo credo, al sistema filosofico, agli interessi di gruppo. Alla fine, all’ideologia. L’arte però è più antica e più inevitabile di queste altre cose.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Può portare ad abbellire cattedrali, mettere le tesi in rima, dare al tiranno un anatema idoneo, magari un mausoleo.  Però l’arte nessuno la possiede. Né i suoi patroni né gli artisti. Ha dinamiche sue proprie, sue logiche, suoi pedigree. Un suo futuro.</strong>  Uno ha la sua estetica che germoglia da tutte queste cose, non dai patroni. E le sue estetiche e il suo senso della storia fanno l’arte – nessuna scorciatoia.</p>
<p style="text-align: justify;">Una delle cose peggiori che possa capitali artisti è di percepirsi come padroni dei loro mezzi, dei loro strumenti. Ma questo è frutto di sensibilità da economia di mercato. Un’attitudine molto vicina a quella del patrono che paga il suo impiegato. Ed entrambe le cose postulano e rendono noto un linguaggio specifico (punto di vista dell’artista) o uno scopo, una volontà (da parte del patrono). Queste uscite si basano sull’esperienza di altri. <strong>Un artista smonta le concezioni dei suoi rivali. Un patrono rappresenta la commissione, denuncia uno stile o decreta il Realismo e magari degenera e imprigiona (o esilia) l’artista. In questi casi l’arte ci perde.</strong> E allo stesso modo la specie umana, che ne esce con una nozione ridotta di se stessa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma se un patrono o uno Stato lo si può scusare perché non ne sa nulla, un artista (uno scrittore) invece deve render conto. Perché lui non ha le necessità storiche di uno Stato. Lui non può nascondersi dietro gli eventi.</strong> Ci sono centinaia di migliaia di persone spaesate, espatriati, boat people, senzatetto che stanno peggio dello scrittore in esilio. Non fosse che per una contraddizione in termini, lo scrittore potrebbe invocare la necessità dell’estetica. Ma questa non è un fenomeno lineare. Non ha potere retroattivo, non lo si può ammettere.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora senza usare superlativi, già l’economia di mercato vi indulge. Anche i topi pensano all’eternità. Anche uno scrittore stagionato sente che un soldato lo ferma in macchina, un affronto personale da parte della Storia. <strong>Così Kundera nei confronti della Cecoslovacchia nel 1968. Possiamo compatirlo, ma quando poi lui prende a generalizzare sul soldato e la sua cultura, proprio no! Paura e disgusto sono comprensibili, ma i soldati non sono emblemi di cultura e nemmeno di letteratura – imbracciano fucili, mica libri.</strong></p>
<p><figure id="attachment_65118" aria-describedby="caption-attachment-65118" style="width: 265px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65118" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/NYT-265x300.png" alt="" width="265" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/NYT-265x300.png 265w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/NYT.png 360w" sizes="(max-width: 265px) 100vw, 265px" /><figcaption id="caption-attachment-65118" class="wp-caption-text">Il testo di Iosif Brodskij su Milan Kundera è pubblico sul &#8216;New York Times&#8217; il 17 febbraio 1985</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">In uno scrittore che padroneggia la sua arte, incontri simili risvegliano senso di insicurezza e di qui il linguaggio della necessità storica, nulla di artistico. <strong>In altre parole, Kundera cerca qualcuno a cui dare la colpa. Confida nel suo autocontrollo, trova colpevoli quelli che non può influenzare, hanno un idioma ostile. Un idioma che lo minaccia, con la sua autostima. </strong>Ora è sfortunato, sa a chi dare la colpa. Tutte queste cose le ha perpetrate Kundera puntando il dito contro Dostoevskij.</p>
<p style="text-align: justify;">Era il 1968. Sovietici in Cecoslovacchia. Un direttore di teatro chiede a Kundera di metter in scena <em>L’Idiota</em>. I libri di Kundera erano proibiti, non poteva campare. Eppure. Scrive Kundera, “lo rilessi, crepavo di fame ma nulla. Non ci riuscivo.  Era un mondo di gesti gonfiati, profondità sporche, sentimenti aggressivi. Mi faceva provare nostalgia per Diderot”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Insomma Kundera non è il primo. Nabokov metteva Dostoevskij al livello dello sporcaccione parigino Eugene Sue (insostenibile, davvero).</strong> Erano le vedute di Nabokov, su Joyce, Faulkner e altri – senza storia, e rimarranno per sempre sulla sua coscienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Continua Kundera. “Perché? Era un trauma da ceco verso i Russi sovietici? No. Amavo ancora Cechov. Dubbi sull’arte? No, troppo improvvisa come cosa, senza oggettività. Era il clima di Dostoevskij. Tutto era un sentimento. Promosso a valore e virtù”.</p>
<p style="text-align: justify;">Di qui l’invettiva. Perché il sentimento per Kundera ci porta di sotto. <strong>Lui vuole i Lumi. Non un reame con criteri di verità e spiegazioni di comportamenti – tutto basato sui sentimenti come in Dostoevskij.</strong>  Il quale giustifica tutti gli orrori, l’uomo, il suo petto e il suo sudore, con fervore lirico. Atrocità in nome del sacro amore, per Kundera.</p>
<p style="text-align: justify;">Bene. Non è vero. Tutto al contrario. Nulla di ciò in quel reame, nulla in nome dell’amore ma della necessità storica. La quale arriva in Russia dall’Europa. L’idea del nobile selvaggio (Diderot), la natura umana malmenata dalle istituzioni, lo stato ideale, giustizia sociale e simili – nulla di simile è venuto dalle sponde del Volga</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Va bene. Inefficienze degli illuministi da salotto e parassiti hanno portato allo stato di polizia</strong>. Non dimentichiamo però che<em> Il Capitale</em> è stato tradotto dal tedesco in russo, mica il contrario. Non è un merito dell’occidente, lo spettro del comunismo. Ma la Russia, <em>I demoni</em> di Dostoevskij e la guerra civile e il terrore hanno fatto resistenza. E non è finita ancora.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo spettro ha messo in difficoltà Kundera tra 1945 e 1968. Tutto frutto del razionale Occidente e del radicalismo emotivo orientale. Se vedi un carro armato russo in strada è merito di Diderot. Presumo. Kundera confonde la geografia con Dostoevskij e la presenza del russo lo rende insicuro. Sì è così. È un professionista Kundera. Una distorsione sentimentale sul povero Dostoevskij – sentimenti che diventano valore e verità.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa l’offerta di Kundera. Questa la sua gerarchia riguardo i sentimenti. Una reazione a pensieri espressi in Europa. I romanzi di Dostoevskij sono ricordi di episodi europei, il principe Myshkin torna da lì, anche le visioni di Ivan Karamazov.  Questa la fonetica del giovane cospiratore Verkhovensky.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo vuole Dostoevskij. Assioma – unità spirituale. Battaglia tra fede e utilitarismo, oscillare tra abisso del bene e del male. Qui c’è sporco per Kundera. Un’esagerazione, sostiene. </strong>Ma Dostoevskij non è miope come vuole Kundera. Più complesso. Meno gestibile. Kundera sente poco o nulla di ciò.<strong> Dostoevskij sorge contro gli agnostici stile Kundera. </strong>È prodotto da loro, da questi riduzionisti. E va come una furia.</p>
<p style="text-align: justify;">Vero. Da est sono venuti i carri armati contro Kundera. Ma questi non vede che l’Occidente non ha ancora espresso una figura spessa come Dostoevskij. E perciò la colpa è della Russia. Che geografia. Per Kundera sentimenti o ragione. Per Dostoevskij la propensione umana al malvagio. I cechi mi capiranno. 1938, 1968. Che può dire Diderot? I cechi lo avrebbero fulminato. Ma prima di incensare la Ragione. Lei, lei cosa ha scoperto? La Ragione da sola può giusto articolare le conoscenze che già possiede. La storia è più vecchia di così. Ma continua – e Dostoevskij la fa andare avanti, all&#8217;interno dell&#8217;avanzata letteraria.</p>
<p style="text-align: justify;">Kundera manca di immaginativa? Di pensieri astratti? Purtroppo no. Triste che lui e altri dell’est siano vittime della geopolitica. Dividono est e ovest. Ma per un ceco non c’è nord e sud (Polonia? Germania? Ungheria?). Certo ci perdiamo la parte tragica, ma non siamo deficienti. Non vogliamo baggianate ragione-sentimento e Diderot-Dostoevskij. Non vogliamo scegliere. C’è del pericolo in ciò. Chi sceglie si sentirà un eroe. Ma che limitazione. Quando è solo un ‘o&#8230; Oppure’.</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso queste decisioni ci cambiano la vita o almeno così pensiamo dopo. Retropensieri. Fatti sotto la pressione delle circostanze, le scelte limitate e iniziali ci trasformano in primitivi a caccia di archetipi. Nulla di sbagliato. Ma riduciamo il potenziale così. E allora ci spingiamo a vedere tutte le conseguenze della prima scelta. Rifiutiamo una nozione umana più comprensiva, generosa. E non andiamo lontano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Kundera su Dostoevskij è quindi semplicemente ridondante. Se la sua idea valesse qualcosa ci troveremmo del sale. Invece non va a fondo. Che dobbiamo rispondergli?</strong> Se la letteratura ha un merito sociale questo è il parametro ottimale che ci mostra, il maximum spirituale. E qui l’uomo metafisico di Dostoevskij vale di più del razionalista ferito, di Kundera, per quanto questi sia moderno e comune.</p>
<p><figure id="attachment_65119" aria-describedby="caption-attachment-65119" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65119" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/Kundera-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/Kundera-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/Kundera-768x511.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/Kundera.jpg 902w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-65119" class="wp-caption-text">Milan Kundera, nato nel 1929, emigra in Francia dalla Cecoslovacchia nel 1975. Tra l&#8217;altro, è autore de &#8220;L&#8217;insostenibile leggerezza dell&#8217;essere&#8221;</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Non è colpa di Kundera. Dovrebbe solo esserne consapevole come ceco <em>vis- a-vis</em> con Dostoevskij. Kundera è ristretto, parla per metafore sessuali. Non ci deve parlare di carri armati. Deve prevederli. In questo secolo, soprattutto. E poi. <strong>L’agnosticismo targato Lutero e Kundera non ci fa capire cosa sia il giudizio finale. Questi signori sono più severi di dio. Sentono di saperla più lunga di lui su se stessi.</strong> E da veri razionali si danno ai piaceri colpevoli, non hanno la grazia, smettono di farsi del male.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine. Kundera vive sul continente. Non sa osservarsi da altre angolature. Si guardano da prospettive europee per meglio apprezzarsi. L’Europa è bella stratificata e l’uomo qui è quello che Dostoevskij conosceva, stesso ambiente capitalista. E quest’uomo si espande e si percepisce come irrilevante. L’uomo europeo è così sedentario ma così nomade. Odia il confine. <strong>Sul continente tutto è definito da confini. Nazioni comunità classi tradizioni gerarchia. Da perderci la testa. Stato burocratico, nessuna contingenza. Mai un’alternativa (tranne quella est-ovest).</strong> Magari il nostro europeo diventa scrittore. Deve spezzare i confini allora. Sarà avanguardia. Ma gli altri sono in un cul-de-sac stilistico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chiaro. Kundera vuole essere più Europeo degli Europei che lo hanno accolto da così tanto tempo. Ora può vedere bene dentro il suo passato! Meglio che un esiliato qualunque. E può fare il maestrino dell’Europa</strong> e di chi non si accoda all’Europa e ai suoi ‘valori’. Gli siamo grati del punto di vista. Limitato. Asimmetrico. È una vittima dell&#8217;est. Gli piace il suo carnefice occidentale.  Attenzione! Diventerà anche lui carnefice europeo.</p>
<p style="text-align: justify;">In sintesi. La civiltà tradisce, abbassa, erode ogni standard. La civiltà espelle, butta fuori liquami, degenera, si rigenera. Le parti che marciscono pagano per l&#8217;evoluzione. <strong>E poi. La purezza della vittima è cosa innaturale, una cosa artificiale. Non vale le nostre libertà. Non facciamo occhi dolci alle vittime. </strong>Appartengono a un passato snervato nel freezer dal tiranno.  Lasciate che i pesci mandino puzza. I pesci del congelatore puzzano quando sono cucinati. Kundera, un tragico della democrazia occidentale. Non  vede che la cultura muore solo se non c&#8217;è chi la padroneggia. La moralità è soppressa dai libertini come lui.</p>
<p style="text-align: justify;">L’occidente si basa sul sacrificio. Sull’uomo che muore per i suoi sbagli. L’occidente sa battere i suoi avversari, anche quando sono interni. <strong>L’ultima guerra è stata una guerra civile. Spargere sangue non dà gioia. Non ci rende simili a Cristo. </strong>E finché si muore per un ideale, e questi ideali vivono, anche la civiltà si mantiene in salute.</p>
<p style="text-align: justify;">È troppo presto per dire addio alla civiltà occidentale. Almeno non ora, non per Jan Palach, lo studente che dandosi fuoco si è immolato nel 1969 contro i russi invasori.  La notte in cui è piombata la Cecoslovacchia da allora è la stessa oscurità di quando Jan Masaryk è stato defenestrato dal Servizio sovietico nel 1948. <strong>La civiltà occidentale ha aiutato Kundera a sopravvivere in queste circostanze. In questa oscurità lui si è messo a ridere con Diderot e il canonico Sterne. Risate di un letterato che legge letterati</strong> – quella risata che è privilegio di uomini liberi, come le tristezze di Dostoevskij.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Iosif Brodskij </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/iosif-brodskij-scrive-allagnostico-milan-kundera-larte-nessuno-la-possiede-e-tu-non-hai-capito-nulla-di-dostoevskij/">Iosif Brodskij scrive all’agnostico Milan Kundera: “L’arte nessuno la possiede e tu non hai capito nulla di Dostoevskij”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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