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	<title>SI Fest Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Fotografare Fabrizio voleva dire viverlo, respirarlo”. Al SI Fest, il festival di fotografia più longevo d’Italia, il più bello è De André. Parola di Alessandro Carli, pardon, Carlo Alessandri</title>
		<link>https://www.pangea.news/si-fest-2019-con-de-andre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Sep 2019 10:05:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Carli]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio De André]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
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		<category><![CDATA[SI Fest]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Per me io sono colei che mi si crede!”. Risponde così la Signora Ponza alla fine del terzo atto di “Così è (se vi pare)” di Luigi Pirandello a chi cerca di darle una dimensione. * “Io per me sono colui che mi si crede”. Scrivo così, non prima di aver ringraziato Alessandro Albert e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/si-fest-2019-con-de-andre/">“Fotografare Fabrizio voleva dire viverlo, respirarlo”. Al SI Fest, il festival di fotografia più longevo d’Italia, il più bello è De André. Parola di Alessandro Carli, pardon, Carlo Alessandri</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Per me io sono colei che mi si crede!”. Risponde così la Signora Ponza alla fine del terzo atto di “Così è (se vi pare)” di Luigi Pirandello a chi cerca di darle una dimensione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<figure id="attachment_70094" aria-describedby="caption-attachment-70094" style="width: 377px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-70094" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/Lady-Tarin-300x200.jpg" alt="" width="377" height="251" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/Lady-Tarin-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/Lady-Tarin.jpg 765w" sizes="(max-width: 377px) 100vw, 377px" /><figcaption id="caption-attachment-70094" class="wp-caption-text">In mostra al Si Fest: Lady Tarin, &#8220;Guiltless&#8221;</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Io per me sono colui che mi si crede”. Scrivo così, non prima di aver ringraziato Alessandro Albert e Paolo Verzone, già vincitori del World Press Photo 2001 e 2009 che nel 2016, in occasione di un censimento fotografico sul guado del fiume Rubicone, mi hanno scelto come modello.</strong> Oggi, a distanza di tre anni, quel progetto è finito in piazza a Savignano, appeso sui fili come si fa con i panni che devono essere asciugati. L’amico Johnny, sabato 14 settembre, mi avverte con un WhatsApp che sono in piazza. Mi manda una foto e mi scrive “Il gemello”. Non ho gemelli, grazie al cielo (sarebbe un dramma per l’umanità), e a memoria non sono nemmeno del segno dei gemelli. <strong>Guardo la foto che mi ha inviato: “Carlo Alessandri”. Albert e Verzone mi hanno donato un Avatar, un nuovo personaggio, un alter ego con cui giocare e firmare i pezzi, ergo il mio viaggio al <a href="https://www.sifest.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“Si Fest” 2019</a> sarà firmato da due persone distinte e distanti: Alessandro Carli e Carlo Alessandri. </strong>Hanno qualcosa in comune, Alessandro e Carlo: la stessa t-shirt, lo stesso orologio. Sono solo cambiati gli occhiali, ma solo per questioni di miopia, e i capelli, che oggi sono più corti. Per il resto, il tempo è stato abbastanza gentile con me…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Lessi Croce, l’<em>Estetica</em>, dove dice che tutti gli italiani fino a diciotto anni possono diventare poeti, dopo i diciotto chi continua a scrivere poesie o è un poeta vero o è un cretino. Io, poeta vero non lo ero. Cretino nemmeno. Ho scelto la via di mezzo: cantante”. FdA.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il fiore ha molti petali, tutti più o meno colorati. Alcuni però non lo sono, e non per colpa della siccità: scegliere gli opposti assoluti – il bianco e il nero – è una questione di poetica, di sensibilità. Qualche volta di furbizia: incoccare la freccia è un obiettivo preciso. <strong>Oggi che tutto è cromaticamente saturo, puntare sull’a-colore (che poi il b/n è, a tutti gli effetti, una variazione dell’arcobaleno) significa far finta di amare il passato. Significa carnevalarsi dell’attualità e giocare con la nostalgia. </strong>Un esercizio di stile, un nido sicuro in cui abitare l’abitabile, quello che accade, e forse qualcos’altro .</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Savignano sul Rubicone (FC) sono i giorni della vendemmia artistica: il SI Fest, il festival di fotografia più longevo d’Italia (è alla sua 28eesima edizione) che quest’anno è stato ri-curato dallo straordinario Denis Curti (lo avevano già chiamato nel ruolo di direttore artistico dal 2001 al 2006),</strong> offre agli sguardi dei visitatori e degli appassionati una panoramica di scatti immobili, una finestra da cui affacciarsi sulla prudenza e sulla bellezza. Una vertigine sul limen del titolo della rassegna, “Seduzioni. Fascinazione e mistero”, tre rette che conducono verso un altrove di corpi, visi, sorrisi, tette, culi, oggetti, estraniazioni. Di profumi, di poetiche opposte e stridenti, di certezze, di orgoglio, di sublimazione del sé, qui innalzato sulla soglia del paradiso. Chi fa le foto ci crede, e si crede un Dio sceso sulla terra. Insomma, l’oggi più nudo, più sociale, più autenticato. E forse più patinato, sopraesposto, annegato in una produzione tragica e abbondante di immagini che circonda e scandisce il tempo dell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“A Fabrizio non piaceva farsi fotografare. Amava però lasciarsi guardare e se, nelle fotografie, riusciva a riconoscersi,</strong> a trovare qualche traccia di sé per lui inedita o inattesa, allora poteva nascere un rapporto di fiducia e di amicizia. O, piuttosto, un libero e spontaneo interfacciarsi”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<figure id="attachment_70095" aria-describedby="caption-attachment-70095" style="width: 255px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-70095" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/CARLI-225x300.jpg" alt="" width="255" height="340" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/CARLI-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/CARLI-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/CARLI-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/CARLI.jpg 1200w" sizes="(max-width: 255px) 100vw, 255px" /><figcaption id="caption-attachment-70095" class="wp-caption-text">Nel progetto fotografico di Alessandro Albert e Paolo Verzone, Alessandro Carli (con la lingua) è diventato &#8220;Carlo Alessandri&#8221;</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fabrizio è ovviamente Fabrizio De André, il maestro dei maestri, poeta assoluto. Ma maestro è anche l’ottimo Guido Harari che negli anni ha “fermato” Faber più e più volte ancora.</strong> Le foto, alcune foto, sono racchiuse in <em>Sguardi randagi</em>, visibili al “<strong>Monte di Pietà”, (via del Monte di Pietà, 1) anche nei prossimi due fine settimana, quello del 21 e 22 settembre e quello dopo, 28 e 29.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Fotografare Fabrizio voleva dire viverlo, respirarlo, accettare il confronto con il suo carattere, la sua immaginazione, la sua cultura. Godere, con umiltà e gratitudine, del ticchettio della sua intelligenza, assecondando i suoi tempi, le manie, le esigenze, procedendo per piccoli spostamenti creativi, da un’idea all’altra, o proprio senza nessuna idea.</strong> Come scrive James Hillman, si guarda l’altro per vederlo dentro. Potevano bastare una giacca buttata sulla sedia, una bottiglia di whisky e una chitarra, o un attimo di estraniamento, di salvifica solitudine agguantata in mezzo all’incedere della vita. Esserci, consapevoli della propria fortuna, questo contava con Fabrizio, per parlare o, più umilmente, ascoltarlo parlare. O non parlare affatto. Definendomi ‘aforistico’, aveva colto la mia predisposizione all’ascolto piuttosto che alla prevaricazione con inutili parole. Non mi riusciva di vederlo come una persona qualunque: Fabrizio era fuori dall’ordinario in tutto. Quando gli raccontavi qualcosa di te, non stava semplicemente ad ascoltare, ma partecipava, e il suo modo di pensare e porgere i pensieri era una scintilla poetica, una sintesi evocativa come la sua voce.<br />
<strong>Capitava che la macchina fotografica non fosse il miglior viatico al ‘vivere Fabrizio’. Ci sono stati attimi di pudore e di sospensione, quando la fotografia ha preferito cedere il passo al semplice senso delle cose, senza rimpianti. </strong>Ma, riguardando oggi queste fotografie, riesco a sentire di nuovo la voce e le parole di Fabrizio, spezzando così il silenzio dell’assenza. ‘Preferisco leggere che vedere’ diceva, ma il bello delle immagini qui è che spesso raccontano anche l’invisibile, il fuori scena, le emozioni e l’unicità dei momenti trascorsi insieme. In questo senso ‘Sguardi randagi’ vuole condividere frammenti di una vita straordinariamente complessa e, al contempo, incredibilmente semplice. Viviamo di memoria, di sguardi all’indietro, ancor di più man mano che il futuro si assottiglia. La memoria stessa ci si impone come un’intenzione dell’anima, secondo quanto scrive ancora Hillman: ‘Senza storie non c’è trama, non c’è comprensione, non c’è arte, non c’è carattere; soltanto abitudini, avvenimenti che scorrono davanti agli occhi di un osservatore ozioso, una vita che nessuno legge, una vita perduta nel viverla’. Un materiale così volatile è frutto di assoluta estemporaneità. Sono solo giochi di luci e ombre, per incontrare ancora una volta Fabrizio, in passaggi di tempo e di pensiero”. Guido Harari.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Anche Fabrizio De André era un fotografo. Un fotografo di rime e di parole. Anche lui amava fotografare le persone, soprattutto quelle che non avevano voce. Del resto le fotografie sono mute…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-70096 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/20190915_101305-e1568661291210-300x92.jpg" alt="" width="414" height="127" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/20190915_101305-e1568661291210-300x92.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/20190915_101305-e1568661291210-768x234.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/20190915_101305-e1568661291210-1024x312.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/20190915_101305-e1568661291210-1320x403.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/20190915_101305-e1568661291210.jpg 1600w" sizes="(max-width: 414px) 100vw, 414px" />I suoi scatti migliori risalgono agli anni Settanta. <em>Non al denaro, non all’amore né al cielo</em> è un album, o meglio, un reportage fatto a Spoon River. </strong>Prendi uno a uno i ritratti che ha fatto assieme alla Fernanda Pivano: sono perfettamente a fuoco.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è <em>Un matto</em>, quindi Frank Drummer, un personaggio ritenuto pazzo e che fu internato in un manicomio perché non riusciva a comunicare i suoi pensieri attraverso il linguaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è Selah Lively, un uomo da sempre deriso e vittima di malelingue a causa della sua bassa statura. <em>Un giudice</em> perfido che ha “<em>il cuore troppo vicino al buco del culo”</em>. Quello che, studiando giurisprudenza nelle <em>“notti insonni vegliate al lume del rancore”</em>, diventa giudice e si vendica della sua infelicità attraverso il potere di giudicare e condannare (<em>“Giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male”),</em> incutendo timore a coloro che prima lo irridevano.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è <em>Un blasfemo</em>, uno che ha accusato pubblicamente Dio di aver mentito all’uomo <em>“per paura che ormai non avesse padroni”</em> e che per questo è stato perseguitato e imprigionato dal potere costituito: <em>“Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte / mi cercarono l’anima a forza di botte”. </em>Ora che è morto, il blasfemo non ce l’ha più con Dio, ma con chi sfrutta la religione per esercitare il potere: <em>“E se furon due guardie a fermarmi la vita / è proprio qui sulla terra la mela proibita / e non Dio, ma qualcuno che per noi l’ha inventato / ci costringe a sognare in un giardino incantato”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">C’è <em>Un malato di cuore</em>, quel Francis Turner che muore in quanto il suo cuore non regge la troppa emozione che prova non appena conosce le labbra di una donna. Debole sin dall’infanzia, è costretto a sfiorare la vita senza poterla mai vivere, provando solitudine e invidia verso i suoi coetanei (<em>“come diavolo fanno a riprendere fiato [&#8230;] e mai poter bere alla coppa d’un fiato, ma a piccoli sorsi interrotti”).</em></p>
<p style="text-align: justify;">C’è <em>Un chimico</em>, Trainor, il farmacista di Spoon River che non riesce a comprendere l’amore e le unioni tra uomini e donne come invece capisce e controlla le unioni tra gli elementi chimici, motivo per cui non si è mai innamorato o sposato. Ironicamente morì <em>“in un esperimento sbagliato / proprio come gli idioti che muoion d’amore”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">C’è <em>Il suonatore Jones</em> che alla fine muore poverissimo ma in pace (<em>“Finì con i campi alle ortiche, finì con un flauto spezzato / e un ridere rauco e ricordi, tanti / e nemmeno un rimpianto”).</em></p>
<p style="text-align: justify;">E c’è, ma in un altro rullino<em> (“La buona novella”), </em>la fotografia più bella in assoluto, un’ecografia di bellezza che scende verticalmente negli occhi. Ne<em> Il ritorno di Giuseppe </em>Fabrizio De André firma il suo scatto più cristallino: <em>“E lo stupore nei tuoi occhi / salì dalle tue mani / che vuote intorno alle sue spalle / si colmarono ai fianchi / della forma precisa / d’una vita recente / di quel segreto che si svela / quando lievita il ventre”.</em><br />
La poesia, la fotografia, il ritratto che tutti i padri dovrebbero dedicare alla propria compagna che sta portando dentro di sé la magia più grande, quella di una nuova vita.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le immagini di Guido Harari sono bellissime. Randagie come certi cani che vivono nelle strade, ai margini dell’urbanità, sempre alla ricerca di una carezza, un’attenzione o di un pasto. Come quella che ritrae Faber che dorme sdraiato per terra vicino a un termosifone, distrutto dall’alcol o dalla stanchezza.</strong> “Durante le prove in vista dei concerti cominciava un piccolo gioco di sparizioni e avvistamenti, come quando, vagando per i camerini del palasport di Bologna, me lo ritrovai sdraiato contro un termosifone, che dormiva. Nacque così una delle immagini a cui tutt’e due siamo rimasti più legati, e che lui volle commentare parafrasando il testo de <em>Il pescatore</em>: ‘Col culo esposto a un radiatore s’era assopito il cantautore’. Chi l’aveva mai visto così vulnerabile? Fabrizio, buttato per terra in un angolo al pari dei personaggi di certe sue canzoni. Quando gli mostrai la foto, mi ringraziò e quella fiducia divenne la cifra del nostro rapporto” ha raccontato Guido Harari.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A Savignano si aggira Isa Perazzini, la mamma di Marco Pesaresi: una <em>tamerice per energia e forza, attenta ad ogni particolare. <strong>Ha il compito di divulgare l’arte di suo figlio, grandissimo fotografo che Rimini ha colpevolmente dimenticato per anni.</strong> Da un po’ di tempo la Provincia si è svegliata – lo ha fatto comunque prima quella di Forlì-Cesena – e sta iniziando a capire la sua importanza.  </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>SI Fest</em><em> è anche tanto altro. </em>Marco Craig e il suo lavoro-scoperta della fascinazione verso le icone sportive, la sensualità eroticheggiante degli scatti di Lady Tarin (<em>Guiltless</em>), le burle(sque) di Cesare Cicardini (<em>The New Burlesque</em>). L’ottimo Silvio Canini e i suoi <em>Alieni maledetti</em>, un gioco curioso di ombre marittime, passo successivo al geniale progetto delle “Figurine Canini” di qualche anno fa. Rosangela Betti e la sua valigia vintage degli anni Ottanta che contiene il libro <em>Ana / Lisboa</em>: è incazzata nera, nei prossimi giorni ci vediamo. Ha qualcosa da dirmi…</p>
<p style="text-align: justify;">E i tanti appassionati che camminano lungo la via principale del borgo. “Il dado è tratto” anche quest’anno, lanciato sul tavolo <em>obscuro</em> della camera. C’è poi il portfolio in piazza, una “Corrida” <em>sui generis</em>: i fotografi – dilettanti, amatoriali ma anche già robusti – portano i propri lavori che vengono esaminati da una giuria di esperti. Qualche opera interessante, molte invece lo sono meno. Non volano ciabatte né si ode il famigerato <em>buire</em> ma alcune critiche potrebbero spezzare anche i cavalletti più robusti. Del resto la fotografia è muta. Non parla. Semmai fa parlare di sé.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Carli e Carlo Alessandri </em></strong></p>
<p><em>*In copertina: una fotografia di Guido Harari dal progetto, &#8220;Fabricio De André. Sguardi randagi&#8221;</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/si-fest-2019-con-de-andre/">“Fotografare Fabrizio voleva dire viverlo, respirarlo”. Al SI Fest, il festival di fotografia più longevo d’Italia, il più bello è De André. Parola di Alessandro Carli, pardon, Carlo Alessandri</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/Guido-Harari-2.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
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		<title>“9288 chilometri attraverso taiga, steppa, fiumi, montagne. Ho attraversato la distanza che separa Oriente e Occidente”. Marco Pesaresi compie 55 anni. Ci imbarchiamo con lui sulla Transiberiana, “un’avventura smisurata”</title>
		<link>https://www.pangea.news/marco-pesaresi-compleanno-transiberiana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Sep 2019 08:03:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[fotografo]]></category>
		<category><![CDATA[Isa Perazzini]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Pesaresi]]></category>
		<category><![CDATA[Rimini]]></category>
		<category><![CDATA[SI Fest]]></category>
		<category><![CDATA[Transiberiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mi domando: perché? Come una freccia che spacca a mezzo la faccia di chi vedo – cioè l’anima, intrisa di olio e desiderio. Siamo creature infiammabili, mi dico, per questo siamo ancora qui. La domanda per esteso è questa: perché le fotografie di Marco Pesaresi continuano ad affascinare, continuano a lavorare nel lato oscuro della [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marco-pesaresi-compleanno-transiberiana/">“9288 chilometri attraverso taiga, steppa, fiumi, montagne. Ho attraversato la distanza che separa Oriente e Occidente”. Marco Pesaresi compie 55 anni. Ci imbarchiamo con lui sulla Transiberiana, “un’avventura smisurata”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Mi domando: <em>perché? </em>Come una freccia che spacca a mezzo la faccia di chi vedo – cioè l’anima, intrisa di olio e desiderio. Siamo creature infiammabili, mi dico, per questo siamo ancora qui. </strong>La domanda per esteso è questa: perché le fotografie di Marco Pesaresi continuano ad affascinare, continuano a lavorare nel lato oscuro della nostra mente, in tutto ciò che vorremmo, ma che per vergogna, per eccesso di avidità, per paura, per disattenzione non abbiamo? E poi, in fondo, che statura di senso dare all’<em>avere</em>?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Marco Pesaresi è nato nel 1964, in settembre, il 17. Quest’anno la cifra è rotonda. 55 anni. I cabbalisti direbbero che il 5 è un numero compiuto: sono 5 le dita di una mano.</strong> Il numero 5 ci permette di afferrare – o di lasciare. La terza mano di Pesaresi era la macchina fotografica. Con la macchina fotografica conquisti qualche cosa, indelebilmente, lasciando tutto il resto – e di te perdi un grammo d’anima, una sgrammaticatura delle ossa, un bramito di ruggine, perché ciò che hai celebrato in una immagine, mostrandola al mondo, ora chiede una ingiustificata responsabilità da parte tua. Marco Pesaresi si fa carico di tutti gli uomini che ha fotografato – lui li fotografa, loro, guardandolo, lo svelano.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In concomitanza con il compleanno di Pesaresi <a href="https://www.sifest.it/it/si-fest/mostre.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">si svolge il SI Fest</a>, la grande manifestazione fotografica a Savignano sul Rubicone, nei cui archivi riposa l’opera fotografica di quel genio perennemente ragazzo. Inoltre, <strong>alla Galleria dell’Immagine di Rimini – nel chiostro della Biblioteca Gambalunga – una mostra, <a href="http://www.museicomunalirimini.it/mostre_eventi/agenda/pagina1135.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“Il tempo di un viaggio”</a></strong> (in atto fino al 13 ottobre), in cui si registra la fatidica, fantomatica, fatale avventura russa sulla Transiberiana.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-70077 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro-11-300x263.jpg" alt="" width="335" height="294" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro-11-300x263.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro-11-768x674.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro-11.jpg 912w" sizes="(max-width: 335px) 100vw, 335px" />Come sempre, Marco fotografa gli uomini – i gesti quotidiani, dorati di destino, che implorano la povertà di uno sguardo. Il paesaggio scorre, dal fronte dei finestrini, al di là del treno, come la firma sgorbiata di un angelo. Sono immagini della fine Novanta: Pesaresi impalca una falange di visi sconosciuti davanti a te. <strong>Che fine hanno fatto, dove li ha precipitati la vita, in quale abisso siberiano, dentro quale gloria artica? Forse il giapponese con l’elicottero tatuato sul petto è morto, la ragazza che ostenta le tette, forse, è madre, lavora ben vestita nella capitale. E quei bambini nel prato, che ti fissano con la severità di un Kubrick, dove sono, ora? </strong>Quella vecchia in pena, che si aggrappa al corrimano del vagone, mentre al suo fianco, dal finestrino, è vulcanico il mondo, quel viso rugoso di sofferenza, riassume il dolore di ogni uomo, a fuoco basso, nel proprio cuore che arde.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tra i libri di Marco in preparazione al viaggio, ovviamente Tolstoj, <em>Guerra e pace</em>, poi <em>I demoni </em>di Dostoevskij, infine Bakunin. <strong>Piuttosto, le sue fotografie sembrano rispondere alla domanda con cui Nikolaj Gogol’ chiude <em>Le anime morte</em>: “Ma non corri forse anche tu, Russia, come un’ardita, irraggiungibile trojka?</strong>&#8230; Che cosa significa questa corsa che incute timore? E quale forza sconosciuta è racchiusa in questi cavalli sconosciuti al mondo?”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>C’è qualcosa di Bruce Chatwin nei ripetuti vagabondaggi di Pesaresi – c’è l’ansia di perdersi, l’ambizione di azzerarsi.</strong> E poi risorgere, con polmoni più ampi, un sorriso che proviene dai primordi dell’amare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Perché amiamo ancora costantemente Marco Pesaresi, senza grumi di nostalgia? <strong>Perché ci offre, a mani aperte (il numero 5!), la vita, l’allucinata luce della vita.</strong> Ce la offre con dedizione impareggiabile, la vita – fino a perderla. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">**</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Isa Perazzini, Mamma Isa, la mamma di Marco, tira fuori dal cilindro un reperto eccezionale. Sulla rivista “Marie Claire” c’è un servizio fotografico di Pesaresi. “Da Mosca a Vladivostok: un’avventura smisurata”. Datato luglio 2001. </em></strong><em>Marco morirà qualche mese dopo, dopo questo fiato luminoso. Le fotografie sono accerchiate dagli appunti di viaggio di Marco, di cui qui riporto alcuni brandelli: penetriamo nei suoi occhi, nel modo fermo e dolce di amare l’ignoto, lo sconosciuto. Sull’albo delle firme poggiato su un tavolo, all’ingresso della mostra, un autografo di Isa. “Ciao amore, questa sera ricomincia il tuo bellissimo viaggio sulla Transiberiana… La tua mamma”. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Mosca, stazione Jaroslavskij. </em>È un treno normale, blu e rosso amaranto: il ‘Rossija’ sembra un banale convoglio di linea, non la mitica Transiberiana</strong> che mi porterà fino a Vladivostok. Nel mio scompartimento ci sono tre russi biondi con gli occhi verdi, una madre con due figli. Mi sorridono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Comincia così un viaggio immenso, come il territorio da percorrere: 9288 chilometri attraverso taiga, steppa, fiumi, montagne. Oltre 149 ore, quasi una settimana sulle rotaie.</strong> È la ferrovia più lunga del mondo. Appena ci si lascia Mosca alle spalle si entra in uno spazio verde e piatto: larici, abeti e betulle. Nemmeno i fiumi riescono a interrompere il paesaggio surreale, dilatato dal treno che gli va incontro. Passa il primo giorno e fuori la scena non cambia: verde uniforme, interrotto da villaggi, case di legno, carri tirati dai buoi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">È un camping ambulante. La mattina ci si saluta in pigiama, dormito bene?, si fa colazione, poi si legge, si chiacchiera, soprattutto si pensa guardando fuori dal finestrino. Sento che mi sto allontanando dal terzo millennio per entrare in un tempo diverso. <strong>Guardo i contadini là fuori. Saranno gli stessi di cui scriveva Tolstoj?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo 1770 chilometri finisce l’Europa.</strong> Abbiamo passato la catena degli Urali e lasciato Ekaterinburg. C’è un obelisco che segna questo passaggio: qui entriamo in Asia, in Siberia. Significa “terra che dorme”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fuori ancora taiga e steppa. Mi dimentico chi sono e perché sono qui.</strong> È notte, io e un americano passiamo alla vodka. Sarebbe vietato ubriacarsi, ma qui è Russia, lo fanno in molti. Arriviamo a Irkutsk, è uno squarcio di bellezza. La chiamano la “Parigi russa”: palazzi eleganti, un incrocio di volti e religioni.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Davanti agli occhi ho il mare del Giappone. Spaesato, lontano, ho voglia di casa.</strong> Sono arrivato qui via terra come i viaggiatori del passato, ho attraversato tutta la distanza che separa Oriente e Occidente. E all’improvviso capisco: e se questo fosse il treno più bello del mondo?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Pesaresi</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: una fotografia di Marco Pesaresi dal progetto fotografico legato alla Transiberiana, ora in mostra, alla Galleria dell&#8217;Immagine di Rimini come &#8220;Il tempo di un viaggio&#8221;</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marco-pesaresi-compleanno-transiberiana/">“9288 chilometri attraverso taiga, steppa, fiumi, montagne. Ho attraversato la distanza che separa Oriente e Occidente”. Marco Pesaresi compie 55 anni. Ci imbarchiamo con lui sulla Transiberiana, “un’avventura smisurata”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/©Marco-Pesares1279-12-1024x683-1024x683.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
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		<title>Marco è lì, non ti dimentica, e custodisce la gloria del tuo dolore. Ecco perché la morte di Pesaresi è anche la nostra. Sulla fotografia come preghiera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Dec 2018 10:24:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La morte è una, nessuna morte è paragonabile a un’altra, alcune morti, però, sono anche la nostra, ci pertengono e ci appartengono. Alcune morti sono emblematiche. Ciò non significa che in quella morte altrui muoia una parte di noi – no, al contrario, quelle morti ci aiutano a precisare parti ignote di noi, quelle morti [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marco-pesaresi-fotografia/">Marco è lì, non ti dimentica, e custodisce la gloria del tuo dolore. Ecco perché la morte di Pesaresi è anche la nostra. Sulla fotografia come preghiera</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La morte è una, nessuna morte è paragonabile a un’altra, alcune morti, però, sono anche la nostra, ci pertengono e ci appartengono.</strong> Alcune morti sono emblematiche. Ciò non significa che in quella morte altrui muoia una parte di noi – no, al contrario, quelle morti ci aiutano a precisare parti ignote di noi, quelle morti sono l’emblema della nostra rinascita.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando <a href="https://www.sifest.it/it/marco-pesaresi/il-fotografo.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Marco Pesaresi</a>, tra i grandi fotografi italiani dei Novanta, il più ispirato, il più dolente, il più feroce, affonda, nel porto di Rimini, è il 22 dicembre del 2001</strong> <strong>– e non c’è anniversario che sigilli un dolore perché ogni giorno è stimmate, cuore di tenebra e spillo di luce –</strong> ci siamo noi, con lui, perché chi ha contemplato il dolore dell’uomo, dandogli forma pura, redenta, alla fine quel dolore lo vuole espiare. E si espia donando il proprio respiro – morendo. Pure io, che non l’ho conosciuto se non attraverso le sue opere e i ricordi della madre, Isa Perazzini, per cui l’amore ha preso il miracolo della dedizione, che alla morte ha risposto con una vita decuplicata, tante volte mi sono inabissato nel porto di Rimini, con Marco, e ogni tanto ho tentato di tirarlo su, a galla – perché c’è ancora così tanta vita da onorare, così tanto soffrire da riscattare – e ogni tanto ho desiderato morire, insieme a lui.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64700 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/libro-pesaresi-300x263.jpg" alt="marco pesaresi" width="245" height="215" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/libro-pesaresi-300x263.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/libro-pesaresi-768x674.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/libro-pesaresi.jpg 912w" sizes="(max-width: 245px) 100vw, 245px" />La morte di Marco Pesaresi è emblematica perché lui ha fatto quello che noi dobbiamo imparare a fare. Ha contemplato l’uomo e ha amato il suo dolore. E al posto di risolvere l’uomo e il suo dolore – con l’obolo ai sofferenti, la meccanica delle elemosina – ha compiuto l’opera di carità più alta: ne ha fatto arte.</strong> Qualche anno fa, per tramite del SI Fest, cioè della mamma di Marco – il Comune di Savignano sul Rubicone detiene e conserva tutti i materiali nel cosiddetto ‘fondo Pesaresi’, una miniera di scatti che bisognerà catalogare e valorizzare – l’editore Postcart di Roma ha pubblicato, sotto il titolo <em>Il tempo di un viaggio</em>, per la cura di Davide Monteleone, alcune fotografie che raccontano il viaggio di Marco sulla mitica Transiberiana. Il viaggio è stato compiuto nel 1999, tratta Mosca-Vladivostok – e ogni volta, per Marco, che aveva mappato il mondo da Tokyo a New York, da Calcutta a Città del Messico, un viaggio è quello definitivo, totale, ultimo. Fare una fotografia, d’altronde, è un rischio: rischi di perdere gli occhi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le fotografie transiberiane hanno colori bellissime, come le gonne blu di Vermeer – nella biblioteca di Marco, che possiedo in minima parte, ci sono libri di Tolstoj, Dostoevskij, Bakunin, che preparano a sorbire l’anima del luogo, dell’uomo.</strong> Certo, queste fotografie sono testimonianze ‘storiche’, diciamo così, straordinarie – ma a me non importa il tempo, il senso della Storia, la ‘storicità’; m’importa l’uomo. Marco è grande quando rileva i minimi istanti del tormento, del sollievo, della nostalgia – la ragazza che vende i lampadari, la mamma che pettina il figlio, l’uomo con l’aquila tatuata sul petto, un capo indiano in Siberia, il ragazzo con l’anguria nella mano, manco fosse un Graal – Marco non fotografa, Marco scandaglia l’anima e la setaccia, Marco conosce.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">C’è anche una sposa, in queste fotografie, su un lago – vuole buttarsi? – e un uomo che dorme nel vagone, di fianco a due tazze di porcellana, mentre dal finestrino vediamo scorrere un ruggito verde, la foresta; e poi ci sono dei militari che ridono <strong>e in quella fotografia – la scala geometrica, razionalismo di piloni e ringhiere, un editto urbano che dalla strada superiore porta alla stazione, e sotto di essa vecchie russe con i fazzoletti in testa e un bazar di borse sfatte – capisco l’Unione Sovietica molto di più che dozzine di saggi. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Marco si arrabbiava perché camminavo velocemente, durante le mostre: ‘le fotografie vanno lette, devi guardarle a lungo, devi capirle’, mi diceva. Anni dopo la sua morte ho scoperto che lo invitavano a Parigi e a Londra perché sapeva come impostare la luce per fare un certo tipo di fotografie. <strong>‘Vado tutti i giorni a vedere la Gioconda. Mi siedo davanti a lei: è lei che ogni giorno mi guarda, con una luce diversa negli occhi’, mi diceva”, </strong>mi dice la mamma di Marco, Isa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel libro sono pubblicati anche i taccuini che Pesaresi ha scritto durante il viaggio transiberiano. “Terra che dorme – Siberia”; “Devo fotografare con intelligenza <em>non posso andare ovunque. </em>Concentrare le forze, non disperdere”; “Sento il dovere e la virtù di scrivere”; “Il viaggio è un qualcosa di nuovo, di emozionante, di straordinario. Sono un po’ impaurito per la difficoltà di comunicazione. Mi muovo prevalentemente a piedi… Non posso, non devo mollare”. Marco scrive le sue impressioni, in grafia brutale, disordinata, per preparare l’atto fotografico, che ha la lucidità di un gesto da prima ora del mondo. Attende l’imprevedibile, in adorazione degli strati sotterranei dell’umanità (“Lina la prostituta ha baciato 100 $. L’ho baciata tutta e non ne ho abbastanza”). <strong>D’altronde, Pesaresi ha fotografato gli abissi della notte riminese; si è inabissato nelle metropolitane di tutto il mondo</strong>, per il progetto <em>Underground</em>, vent’anni fa, che ha affascinato Francis Ford Coppola. Ha fotografato la festa e la vita, la baldoria e la disperazione – dispensando pietà.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Questa bellezza così candida da dissanguare il giorno: <strong>le fotografie &#8216;transiberiane&#8217; di Pesaresi sono il sottotesto delle grandi poesie di Boris Pasternak e di Anna Achmatova, di Vladimir Majakovskij, di Iosif Brodskij.</strong> Le anima la stessa, abbacinante, <em>realtà</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Pesaresi – basta guardare, di sfuggita, il repertorio nel sito della Contrasto, per cui ha lavorato – ha fotografato i parchi acquatici, i megastore, le metropolitane. I luoghi affollati – dove la gente si dimentica di se stessa. <strong>Nel luogo dove uno è dimentico di sé – preso dalla tortura del tempo – Marco è lì, ti fotografa, non ti dimentica. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Vorremmo che qualcuno ci guardasse quando siamo negli inferi, vorremmo che qualcuno custodisca tutta la gamma della nostra gloria – che sostenga questa carne in corruzione, la collusione dell’era. <strong>Eccolo, Marco, il fotografo che ha avuto il coraggio di sondare l’enigma dell’uomo, che si è posto le domande irragionevoli, che non si è dato pace, che ha radunato il mondo sulla cruna del mignolo.</strong> Come un monaco, ha setacciato i continenti per sanare le creature – come se la fotografia fosse una sutura – come se la fotografia fosse una preghiera. Per questo la sua morte è la nostra morte – la nostra rinascita. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Cosa ci è piaciuto del SI Fest, la fiera dei fotografi più bravi: Francesco Capponi, Richard Renaldi e Filippo Venturi, con i suoi sogni coreani</title>
		<link>https://www.pangea.news/cosa-ci-e-piaciuto-del-si-fest-la-fiera-dei-fotografi-piu-bravi-francesco-capponi-richard-renaldi-e-filippo-venturi-con-i-suoi-sogni-coreani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Sep 2018 09:27:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In punta di piedi, senza per questo dover imitare né Carla Fracci né tantomeno Roberto Bolle. In punta di piedi quindi significa essenzialmente un outfit poco riconoscibile, quasi umile, per non dare nell’occhio. Carta e penna, che fa sempre antico, e soprattutto collo libero da fastidiose cinghie che sorreggono macchine fotografiche pensanti come menhir. Se [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>In punta di piedi, senza per questo dover imitare né Carla Fracci né tantomeno Roberto Bolle. In punta di piedi quindi significa essenzialmente un outfit poco riconoscibile, quasi umile, per non dare nell’occhio.</strong> Carta e penna, che fa sempre antico, e soprattutto collo libero da fastidiose cinghie che sorreggono macchine fotografiche pensanti come menhir. Se poi lo strumento per “creare” arte ha le dimensioni di un ditale da sarta e il cavalletto è stato creato incrociando tre spille da balia, probabilmente pensi che la creatività e la matericità della fotografia esista ancora, e ha ancora molto da raccontare.</p>
<figure id="attachment_62975" aria-describedby="caption-attachment-62975" style="width: 225px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-62975" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/Francesco-Capponi-300x225.jpg" alt="Francesco Capponi" width="225" height="168" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Francesco-Capponi-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Francesco-Capponi-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Francesco-Capponi-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Francesco-Capponi-600x450.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Francesco-Capponi.jpg 1600w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /><figcaption id="caption-attachment-62975" class="wp-caption-text">Lui è Francesco Capponi&#8230;</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lui si chiama Francesco Capponi, faccia alla Vinicio Capossela, e “disegna con la luce”: ha portato un suo lavoro al portfolio in piazza, bellissimo e arcaico.</strong> Ha forato il ditale nella parte più stretta mentre il culo, quindi il buco dove si infila il dito, lo ha fatto diventare il “fondale”. Ha inserito la carta fotografica, un francobollo rotondo, e ha scattato. Quello che è uscito è un inno tecnico alla non-modernità e allo stesso tempo un manifesto alla poetica più avanzata: quella delle emozioni, della scarsa definizione delle immagini, della fotografia che scansa la perfezione per lasciare spazio al messaggio che vuole raccontare. <strong>Soggetti sfocati, in sospeso più tra un passato-presente (il risultato visivo è d’antan ma le immagini le ha fatte oggi al massimo ieri) che tra un presente-passato.</strong> Si proietta quindi nel futuro attraverso una tecnica antica, elementare e veritiera: le foto, ci spiega senza dirlo, vanno fatte con gli occhi e con il cuore. E non con lenti e macchine fotografiche da milioni di pixel.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le presentazioni dei fotografi e delle opere che hanno portato al <a href="https://www.sifest.it/" target="_blank" rel="noopener">“SI Fest” di Savignano</a> (e ancora visitabili nei weekend del 22-23 e del 29-30 settembre) racchiudono una enorme verità.</strong> Un “trattato di comunicazione contemporanea”: sono slegate alla realtà, ovvero dalle immagini in esposizione. Eppure sono utili per “entrare” nel cuore del progetto. Sono cartine tornasole fondamentali per farsi un’idea della distanza tra il pensiero e la sua attuazione concreta: parole poetiche, intenzioni sulla carta che non sempre si compiono, poi, nella fotografia prodotta.</p>
<p style="text-align: justify;">“Chi siamo oggi” è interrogativo che si è posto la manifestazione romagnola, e la risposta è molteplice. Siamo fruitori di immagini non palpabili, innanzitutto, imprigionati nei pollici di uno smartphone. Oggi siamo figli di ieri. Siamo nati ieri, e oggi viviamo proprio perché proveniamo da un passato.</p>
<figure id="attachment_62976" aria-describedby="caption-attachment-62976" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-62976" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/Richard-Renaldi-300x198.jpg" alt="Richard Renaldi" width="300" height="198" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Richard-Renaldi-300x198.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Richard-Renaldi-768x508.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Richard-Renaldi-600x397.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Richard-Renaldi.jpg 945w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-62976" class="wp-caption-text">&#8230;e lui è Richard Renaldi. Il SI Fest è visitabile fino al 30 settembre a Savignano sul Rubicone</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Lo hanno capito alla perfezione Richard Renaldi e Filippo Venturi (<em>in copertina</em>), il primo di stanza alla Galleria della Vecchia Pescheria, il secondo al Consorzio di Bonifica. <strong>Richard, con “I want your love”, arrivato ai 50 anni decide di rendere pubblica la sua vita: racconti per immagini, dai 10 al mezzo secolo, come una sorta di autoanalisi preziosa perché “visibile” e stampata. </strong>Le foto ingiallite di famiglia, il corpo che cambia, inizia cioè ad assumere le sembianze di un uomo. Pettorali definiti, come il suo viso. Poi i primi travestimenti, i baci omosessuali, gli scatti del suo pisello in autobus, l’attimo che segue l’<em>happy end </em>– lui, nudo, sul letto di casa, con la pancia imbrattata – e la dolcezza della luce del mattino, che lo ferma con un pappagallo sul braccio. Ma senza volgarità: è questa la chiave che ha dato l’artista di Chicago, erotismo, un lontano omaggio a Robert Mapplethorpe e ad Alberto Alix Garcia, ma con toni più smorzati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il “Korean dream” di Filippo Venturi è qualcosa più di un reportage: lì, in Korea, la censura è in prima linea, e controlla quello che fai. Filippo ha scattato, dando un taglio “pop”</strong> – lo si capisce dai colori saturi, quasi da cartone animato – a una gioventù che vive cercando l’imitazione, filtrata, dei canoni estetici e sociali degli altri Paesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Meriterebbe ben altra visibilità Marco Pesaresi, autentico cane da caccia</strong> dal pedigree cristallino <a href="http://www.pangea.news/tanti-auguri-marco-pesaresi-compie-54-anni-20-anni-fa-il-suo-lavoro-piu-grande-underground-amato-da-francis-ford-coppola-e-da-tiziano-terzani-le-sue-fotografie-sono-sciabolate/" target="_blank" rel="noopener">che il 17 settembre avrebbe compiuto 54 anni.</a> Firma di Contrasto, fotografo implacabile con uno sguardo micidiale, a cui Rimini, la sua città natale, non ha ancora dato uno spazio per una permanente. Il suo “Underground” (ma non solo) è un viaggio lacerante nel suburbano, raccontato senza (apparenti) parole e quindi capace di essere universale.</p>
<p><em>Alessandro Carli</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cosa-ci-e-piaciuto-del-si-fest-la-fiera-dei-fotografi-piu-bravi-francesco-capponi-richard-renaldi-e-filippo-venturi-con-i-suoi-sogni-coreani/">Cosa ci è piaciuto del SI Fest, la fiera dei fotografi più bravi: Francesco Capponi, Richard Renaldi e Filippo Venturi, con i suoi sogni coreani</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Filippo-Venturi.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
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		<title>Tanti auguri Marco! Pesaresi compie gli anni: le sue fotografie sono sciabolate</title>
		<link>https://www.pangea.news/marco-pesaresi-compleanno-underground/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Sep 2018 10:36:39 +0000</pubDate>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=62959</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il compleanno, però, è un altro. Marco Pesaresi compirebbe 54 anni, oggi, 17 settembre. Ne continuo a scrivere, come se ne andasse della mia vita. Marco Pesaresi è stato uno dei grandi fotografi italiani dei Novanta: in Contrasto dal 1990, con la macchina fotografica Marco non ‘cattura’ l’immagine, l’istante, ne è catturato. * Questo sorprende [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marco-pesaresi-compleanno-underground/">Tanti auguri Marco! Pesaresi compie gli anni: le sue fotografie sono sciabolate</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il compleanno, però, è un altro. <strong>Marco Pesaresi compirebbe 54 anni, oggi, 17 settembre.</strong> <a href="http://www.romagnanoi.it/news/cultura-eventi/1221133/A-Marco-Pesaresi--Tanti-auguri.html" target="_blank" rel="noopener">Ne continuo a scrivere</a>, come se ne andasse della mia vita. Marco Pesaresi è stato uno dei grandi fotografi italiani dei Novanta: in Contrasto dal 1990, con la macchina fotografica Marco non ‘cattura’ l’immagine, l’istante, ne è catturato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo sorprende di Marco Pesaresi: non ‘ruba’ un viso e un attimo, sottraendolo alla corsa, ma è derubato da una pietà adamantina, assoluta.</strong> Pesaresi fa spazio a ciò che fotografa: s’intride di quei volti, di quelle vite. Accumula esistenze. Fino al punto di esplosione. <a href="http://www.pangea.news/sapeva-blandire-quel-bastardo-caronte-muore-16-anni-marco-pesaresi-piu-grande-fotografo-dei-maledetti-novanta/" target="_blank" rel="noopener">22 dicembre 2001,</a> Rimini, la scelta di morire, con spregiudicato pudore.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il compleanno è un altro, dicevo. <strong>Nel 1998 Contrasto pubblica il lavoro più alto e tortuoso di Pesaresi, <em>Underground.</em></strong> Un percorso davvero epocale nelle metropolitane di tutto il mondo, da Milano a New York, da Tokyo a Parigi, Mosca, Calcutta. Pesaresi riconosce l’emblema della modernità: dopo essersi librato in volo, ora l’uomo si muove sottoterra, dove un tempo si agitavano i mostri, l’Erebo, l’inferno. Questi pitoni d’acciaio, orrendi, che trivellano ciò che deve restare nell’alcova delle cose oscure. <strong>Con la macchina fotografica, Marco porta la fiamma nell’oscurità, porta la luce agli inferi. La metropolitana, infatti, stimola una claustrofobica malinconia, a colpi d’ago inietta una fatale depressione</strong> (velocità, valzer di vite inopportune, esegesi dell’ansia).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro dedicato alle <em>Underground </em>di tutto il mondo è un successo clamoroso. Contrasto fa le cose in grande: <strong>introduzione di Francis Ford Coppola (“Mi servo della metropolitana di New York da poco tempo e mi diverto: è una meravigliosa opportunità per osservare la gente”), testi singoli di grandi scrittori o giornalisti internazionali (Dominique LaPierre, Manuel Vàzquez Montalbàn, Tiziano Terzani…). </strong>Marco Pesaresi, nelle <em>Note di viaggio</em>, racconta la traiettoria del lavoro. “Ho cominciato a fotografare nella metropolitana quando vivevo a Londra nel 1991”. Il progetto fotografico, custodito con dedizione e amore, dura cinque anni. Infine, “tornai in Italia spossato e felice. Arrivai a Rimini verso mezzanotte, pioveva leggermente con gocce d’acqua larghe e discontinue… Il paesaggio era quasi surreale, forse triste con qualcosa di magico e luminoso, di non visto, di non capito”. <strong>Marco va proprio lì, nel <em>non visto</em>, nel <em>non capito. </em>Nella terra del <em>non</em>, delle negazioni, del nulla che scintilla.</strong> Per questo s’immerge nella metropolitana, l’innaturale assoluto.</p>
<p>*</p>
<figure id="attachment_62960" aria-describedby="caption-attachment-62960" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-62960" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/pesaresi-rimini-e1537178215290-300x201.jpg" alt="Pesaresi" width="300" height="201" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/pesaresi-rimini-e1537178215290-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/pesaresi-rimini-e1537178215290-600x402.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/pesaresi-rimini-e1537178215290.jpg 636w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-62960" class="wp-caption-text">&#8220;Rimini città del sole e della notte, della luce e delle tenebre&#8221;: una fotografia di Marco Pesaresi tratta dal lavoro &#8220;Rimini&#8221;, edito da Contrasto nel 2008</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dieci anni fa, nel 2008, ancora Contrasto, pubblica il secondo, magnetico lavoro di Pesaresi, <em>Rimini. </em>Pesaresi è morto da sette anni, ma questo è un lavoro che va letto a dittico, al fianco di <em>Underground.</em></strong> Lì le metropolitane di molte città, qui l’anamnesi, nei suoi aspetti inattesi e oscuri, di una città. Le feste di paese, il mare d’inverno, i luoghi della notte, della sessualità appariscente, della perversione prepotente. Sempre, Pesaresi va negli spazi estremi, del <em>non</em>, va nei luoghi negati dagli altri, negli ignoti. Quelle fotografie, che ora sono celeberrime, adornate da un testo di Federico Fellini, raffigurano la Rimini delle contraddizioni e delle follie, la Rimini narrata da Pier Vittorio Tondelli e scambiata da Umberto Eco per Los Angeles, la Rimini felliniana e fallocentrica, spietata nella compassione. Se le metropolitane di Pesaresi sono l’anatomia del nostro cuore, così la sua Rimini raffigura i nostri desideri siderali, la nostra ambizione a mordere tutto, a perderci in niente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ogni fotografia è una sciabolata. Eccolo, Pesaresi. Ogni fotografia, una stimmate.</strong> Farsi carico di esistenze esiziali, esasperazione nella luce. Nella biblioteca di Pesaresi i libri di Dino Campana, di Byron, di Hermann Hesse, di Dostoevskij e di Tolstoj, di Bakunin e di Buzzati scalpitano di fianco ai saggi dei paesi che Marco ha visitato. La sua casa rigurgita di taccuini: ogni fotografia è preparata da diverse annotazioni. Come se le parole predisponessero allo scatto, fatale come un proiettile.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora fotografie e lavori di Pesaresi sono custoditi <a href="https://www.sifest.it/it/marco-pesaresi/il-fotografo.html" target="_blank" rel="noopener">a Savignano sul Rubicone</a>, dove si svolge il SI Fest e si assegna il Premio ‘Pesaresi’ (quest’anno andato a Chiara Fossati).</strong> “L’archivio di Marco Pesaresi è stato depositato dalla madre Isa Perazzini a Savignano sul Rubicone, nei locali di Palazzo Vendemini, con lo scopo di conservarlo, catalogarlo e valorizzarlo nel tempo. L’archivio conta oltre 55.000 documenti fra negativi, provini a contatto, stampe, diapositive, fotografie”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo la vasta collezione di piante grasse della mamma di Marco Pesaresi, Isa Perazzini, donna speciale. Piacevano a Marco, mi diceva. Le piante hanno spine enormi, fiori delicati, che abbagliano. <strong>Pesaresi ha inghiottito l’ultima spina della vita. Si è inorgoglito di spine.</strong> Penso che Marco abiti lì, in fondo, nel giardino delle piante spinose, a cui non serve altro che una idea d’acqua, ancora a risolvere le spine in punture di gioia, il pianto in primizia. (d.b.)</p>
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		<title>Siamo quello che la macchina fotografica immortala: da Bresson a Brunelli, gli 11 fotografi di cui non potete fare a meno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Sep 2018 09:57:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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		<category><![CDATA[Alessandro Carli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Martedì 28 agosto, caffè in pausa pranzo. San Marino, bar alla porta “alta” della Paese. Vedo la Giulia, 18 anni, lavora in un hotel. La invito al tavolo: parliamo come sempre. Ha un nuovo moroso, o meglio, è tornata con il suo ex. Mi fa vedere alcuni selfie che il ragazzo si è fatto e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Martedì 28 agosto, caffè in pausa pranzo. San Marino, bar alla porta “alta” della Paese. <strong>Vedo la Giulia, 18 anni, lavora in un hotel. La invito al tavolo: parliamo come sempre. Ha un nuovo moroso, o meglio, è tornata con il suo ex.</strong> Mi fa vedere alcuni selfie che il ragazzo si è fatto e che le ha inviato. Non tutti però, alcuni, mi dice, “non me li può mostrare perché sono intimi”. Li osserva e si lecca i baffi, anche se non li ha. Me ne mostra alcuni, quelli meno scabrosi. Palestrato, tatuato. E soprattutto edonista. Categoria POV, per dirla alla maniera più moderna.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Un po’ alla Robert Mapplethorpe” le dico, ma senza malizia: potrebbe essere ampiamente mia figlia, la Giulia, 25 anni di differenza. <strong>Rimarco quel “un po’ alla”, per dare sfoggio del mio fisico non da culturista ma da culturale. “Map chi?” ribatte subito. </strong> Si apre una voragine generazionale: il mio mondo a pellicola, fatto di mostre e letture, abbarbicato e inturrito nei miei 43 anni, e il suo, immediato e di rapido consumo, figlio dell’età che si porta addosso. Con tutta l’energia e i sogni moderni dell’età sua contemporanea.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra pochi giorni, a metà settembre, si apre il <a href="https://www.sifest.it/" target="_blank" rel="noopener">“Si Fest”</a> di Savignano sul Rubicone, tradizionale appuntamento con la fotografia.</strong> <strong>Ci andrò, ovviamente, ma senza grandi slanci: le immagini di oggi non mi piacciono. </strong>“Fermare” il quotidiano che è anche “terzo paesaggio” è un esercizio di stile deciso a tavolino dalle agenzie: “Oggi devo promuovere questo artista lì da voi, poi tu me ne dai uno dei tuoi, lo espongo da me, magari lo pompo con i media locali, e facciamo patta”. Sono i fili invisibili delle relazioni lavorative inurbanizzate. Interessi e conoscenze al primo posto, a discapito della qualità poetica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Te sei vecchio: ti piacciono i classici. La fotografia è cambiata, oggi non è più quella di Cartier Bresson o di Capa. Oggi la fotografia si chiama…” e giù una lista di nomi a me quasi tutti ignoti. Lei è ben incesellata nella manifestazione romagnola. A tal punto che davanti alle immagini di “Genesi” di Salgado ha storto il naso dicendo: “Per noi nate e cresciute a ‘SI Fest’, Salgado è un fotografo se non minore perlomeno vecchio e superato”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Più che “SI Fest”, direi piuttosto “NO Fest”.</strong> Spesso. Olivo Barbieri per esempio, o Andrea Modica, artista americana di origini italiane presente nei più importanti spazi museali, dal The Museum of Modern Art al Metropolitan Museum of Art al Whitney Museum of American Art. Sono passati a Savignano assieme ad altri. Il primo lo conosco di nome, la seconda no: ho visto i suoi scatti al “Si Fest” due anni fa. Ok, quindi? Ricordo invece con sommo piacere Mike Brodie, classe 1985 che dopo un bellissimo lavoro intitolato “A period of juvenile prosperity” ha già abbandonato la carriera. Ha conseguito il diploma presso il Nashville Auto Diesel College, attualmente lavora come meccanico a Oakland e ha interrotto definitivamente la sua attività di fotografo. Ha detto quello che doveva dire, e in maniera egregia. Poi ha mollato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Non puoi vivere il presente se non conosci i classici”. Qualcuno me l’ha detta, oppure l’ho letta da qualche parte. <strong>Nulla di personale contro i nuovi, ma prima di parlare di fotografia devi aver visto o sfogliato o letto questi “Dieci piccoli maestri” non indiani, più 1: le partite si giocano in 11 contro 11, a calcio.</strong> Accetto anche una “googlata”, almeno ti sei fatto un’idea. Meglio ancora l’acquisto in qualche bancherella di alcuni libri. Le foto sono materiche e hanno un odore.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Henri Cartier Bresson</strong> (1908-2004), “l’occhio del secolo”. Scoprite i motivi osservando le sue immagini scattate con la Leica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sebastiao Salgado</strong> (1944). Lo ha rilanciato Wim Wenders con “Il sale della terra”. Le foto che aprono il film e che raccontano la miniera del Brasile non richiedono spiegazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Robert Capa</strong> (1913-1954). Racconta lo sbarco degli Alleati in Normandia con 11 foto, “Le magnifiche Undici”. Da ammirare senza respirare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>David LaChapelle</strong> (1963). “Heaven to Hell”, viaggio VIP dissacrante, sensuale e cazzone. Saturo di colori e di suppellettili, contemporaneo, pop, trasformista, quasi carnascialesco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Robert Mapplethorpe</strong> (1946-1989). Nessuno come lui ha fotografato il nudo. Per alcuni è al limite della pornografia (nerchie nere lunghe come pitoni), per me è un Maestro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Helmut Newton</strong> (1920-2004). Ho imparato ad apprezzarlo al Museo che Berlino gli ha dedicato. Glam, ironico, circondato da femmine amazzoni e bellissime, l’occhio sul mondo fashion.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Robert Doisneau</strong> (1912-1994). Suo il “Bacio davanti all’hotel De Ville”. L’occhio più limpido, assieme a quello di HCB, su Parigi, forse quello più “superficialmente profondo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Man Ray</strong> (1890-1976). Tutto quello che oggi si fa con Photoshop lui lo faceva nella sua mente. Maestro surrealista, guardatevi le sue rayografie e la schiena di donna con il violino d’Ingres.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tina Modotti</strong> (1896 -1942). Bella, bellissima. Brava, bravissima. Amante del fotografo Edward Weston, raccontò il Messico con la lucidità primordiale e arcaica del b/n.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Elliott Erwitt</strong> (1928). È il fotografo che mi fa più ridere: le sue immagini dei cani sono micidiali in quanto ironiche ma allo stesso tempo “imbrattanti”, non te le togli più di dosso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giacomo Brunelli</strong> (1977). L’ho conosciuto al “SI Fest”: le sue immagini raccolte in “The animals” e fatte con una vecchia Miranda da due soldi congelano il sangue.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Di ognuno, solo poche righe. Le fotografie non vanno spiegate, mai. Contengono, se rientrano nell’alveo delle opere d’arte, quel linguaggio unico e universale, quello cioè che non richiede la parola. Una comunicazione per immagini e non per fonemi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sta tutta l’attenzione che la Giulia mette nel guardare e difendere dagli occhi delle altre femmine il corpo del suo ragazzo. <strong>Oggi ci si presenta con l’aspetto, e poco importa che i giovanissimi si bombino di Viagra per soddisfare una coetanea: la vecchia “sindrome da spogliatoio” oggi è emigrata sui siti a luci rosse, ed è sulle piattaforme, e non nella vita reale, che si misura la virilità.</strong> Un “canto alla durata” che non ha lo spessore delle parole scritte di Peter Handke (che non è un fotografo).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Le <em>teen</em> non le guardo. Non ancora: per me le affinità culturali vanno di pari passo con un bel culo. Poi quando diventerò un rimbambito “invecchiato rigorosamente senza maturità”, (ma pur sempre dandy), probabilmente correrò dietro alle “<em>còtole dee tose</em>”. <strong>Mi seducono le caviglie, le mani, il profumo, la pelle levigata, il tono della voce e le parole. Quando non riuscirò ad afferrare più queste ultime, mi lascerò andare agli istinti.</strong> Oppure andrò a vedere le mostre dei fotografi che mi piacciono, per fantasticare ancora una volta sui culi, tette, labbra socchiuse e colli modiglianeschi. Sempre meno faticoso che aprire un libro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sexting. Come a dire che ti mando foto intime e tu me ne mandi di tue.</strong> Poi quando il maschietto si trova davvero la patata tra le mani fa flop e non la sa maneggiare, come se fosse bollente. Segarsi è meno impegnativo perché non devi soddisfare le voglie del/lla partner ma solo le tue. Però in questo modo ti perdi il contatto della pelle, i sorrisi, i respiri, le carezze. La veridicità dell’intimità. Più facile quindi con Internet dove si sceglie “il soggetto” a cui dedicare le proprie attenzioni: colore dei capelli, misure, età, numero, predisposizione e specializzazioni. Più facile certo ma non più bello…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Difficile meravigliarsi quando i quotidiani danno ampio spazio alla cronaca a luci rosse: di solito lui chiede a lei qualche foto intima, che poi diffonde tra gli amici che a loro volta le inviano ad altri amici. La fanciulla, una volta finita al centro del “pissi pissi” dei corridoi, dalla vergogna lascia la scuola. Vengono intervistati i Presidi, i compagni di classe, gli psicologi, il cane del vicino, la tartaruga e il gatto che, offeso dalle poche attenzioni e dal fatto di essere stato interpellato dopo gli altri, smette di miagolare. I giornalisti ci ricamano per una settimana e poi “Ciaone”, finito lo scoop-scandalo si aspetta quello successivo. Purché sia piccante, meglio se poi viene coinvolto qualche professore.</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Lolita”</em> <em>di</em> Vladimir Vladimirovič Nabokov, che non era un fotografo.</p>
<p style="text-align: justify;">Succedeva anche con le Polaroid, che hanno avuto successo perché scattavi e vedevi (si sviluppavano da sole) senza dover passare dal fotografo. Solo che le immagini non venivano diffuse in ogni angolo terracqueo ma al massimo tra amici e conoscenti. E le foto erano “pezzi unici”: alla peggio, rimanevano incollate tra di loro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Semmai il problema è più profondo: siamo quello che la macchina fotografica immortala.</strong> Non siamo (più) strette di mano ma pixel. Siamo selfie, a tutte le età. Dalla ragazzina che inizia ad arrotondarsi alla donna matura che “fa le facce” davanti allo smartphone in ogni situazione, dal matrimonio al funerale, passando per il bagno o la camera da letto. Bocche a culo di gallina o imbronciate. Qualche volta si potrebbe anche sorridere…</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Io sono colei che mi si vuole, io non sono colei che mi si crede. Tra Pirandello e gli autoscatti passa la A1. Passa, soprattutto, il tempo. <strong>Saper sedurre è un’arte che oggi è solamente fotografica, quindi visiva, e non percettiva. </strong>Rispondere alle richieste di immagini personali è una biscia con due teste, non solo soddisfa gli appetiti di chi le riceve ma anche quelli edonistici di chi le invia. Faccio fatica a credere all’ingenuità di chi si scatta “e poi non sapeva”. Basta leggere un quotidiano o, se questo sforzo richiede uno sforzo immane, andare in Rete e informarsi. Informarsi, appunto. Se non invii una foto delle tue tette o della tua passerina come prova d’amore (de càz) lui non ti lascia. E si ti lascia, non era innamorato di te. Eri solo una preda da far vedere agli amici, uno scalpo, un trofeo. “Vedi cosa riesco a farle fare? È ai miei comandi”. Impara a rispettarla e a corteggiarla, stronzo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">È capitato anche a me, lo ammetto. Non di inviare ma di ricevere. Via mail e successivamente via telefonino. E di contraccambiare. Le ho fatto avere le mie lastre, il palmo della mia mano, il collo, il naso, gli occhiali. Si è incazzata. L’ho invitata a scoprirmi dal vivo, mi ha dato del finocchio. Evidentemente non conosce gli effetti benefici dell’omonima tisana, che aiuta a digerire anche i rospi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sarebbe bello che le persone potessero farsi i selfie ai pensieri.</strong> Non alla cultura. Ai pensieri e alle idee, alle passioni e alla… cultura. No, alla cultura no. Alle passioni e a quello che pensano, che sognano. Ma forse il rischio sarebbe quello che per vedere “qualcosa” servirebbe un microscopio. Meglio allora continuare così. Forse.</p>
<p><em>Alessandro Carli</em></p>
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		<title>Sapeva come blandire quel bastardo di Caronte. Muore 16 anni fa Marco Pesaresi, il più grande fotografo dei maledetti Novanta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Dec 2017 14:56:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’obolo di Caronte, qualunque lingua parlasse il bastardo, lui sapeva come pagarlo. Dopo aver sondato, con la macchina fotografica, gli inferi di tutto il pianeta, metaforici e fisici – mi riferisco al progetto Underground, dedicato alle metropolitane delle capitali del mondo, firmato vent’anni fa, che tanto piaceva a Francis Ford Coppola – Marco Pesaresi è [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’obolo di Caronte, qualunque lingua parlasse il bastardo, lui sapeva come pagarlo. Dopo aver sondato, con la macchina fotografica, gli inferi di tutto il pianeta, metaforici e fisici – mi riferisco al progetto <em>Underground</em>, dedicato alle metropolitane delle capitali del mondo, firmato vent’anni fa, che tanto piaceva a Francis Ford Coppola – Marco Pesaresi è entrato dentro il proprio inferno privato. Nella metropolitana del cuore e delle viscere, con binari fragili come palpebre, tesi al precipizio. <strong>Il volo fu eclatante e natalizio. 22 dicembre 2001, censì il Tempo, l’altro grande bastardo, cane bastonato. Rimini, porto. Rimini. La natia. La tanto amata. La mai fotografata prima con così tanto delirio d’ardore.</strong> Marco volò, nessun angelo lo tirò fuori dalla macchina, ma una gru, dalla carcassa sbrindellata di salsedine. Tra gli oggetti recuperati dalla vita ultima del più folgorante fotografo italiano dei Novanta, un portafogli. Dentro. Monete e banconote. Di ogni foggia. Di ogni paese. Banconote russe, indonesiane, messicane, americane… Qualunque lingua parlasse il bastardo, Caronte, Marco avrà saputo come compensarlo, penso. Portami di là, poche storie, poche palle. <strong>E dall’al di là, il più fragoroso fotografo dei Novanta, il fotografo della morte e della gloria, degli ultimi, dei pervertiti dalla sorte, ora ci fotografa tutti, magro, allampanato, con quel sorriso salubre.</strong></p>
<figure id="attachment_58815" aria-describedby="caption-attachment-58815" style="width: 171px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-58815" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/12/Marco-Pesaresi-2-2-221x300.jpg" alt="Marco Pesaresi" width="171" height="232" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Marco-Pesaresi-2-2-221x300.jpg 221w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Marco-Pesaresi-2-2.jpg 589w" sizes="(max-width: 171px) 100vw, 171px" /><figcaption id="caption-attachment-58815" class="wp-caption-text">Bello, giovane e un po&#8217; dannato: Marco Pesaresi</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Arruolato dall’agenzia Contrasto alla foce del 1990, Marco Pesaresi – vita lampeggiante come quella dei predestinati, se ne va a 37 anni, appena pieno di premi, già star della new wave della fotografia italiana – è un genio senza fondo, dotato di sguardo predatorio e compassionevole, greve di agonie esistenziali e di tenerezze ultime. Andate nel sito della Contrasto e scrivete, nel motore interno di ricerca ‘marco pesaresi’: bravi, ora dormite sonni tranquilli, ghermiti dalla meraviglia. Ora. Non basta piangere sui morti. I morti, se sono geniali, vanno fatti risorgere. <strong>Isa Perazzini, la straordinaria mamma di Marco, con le sue memorabili rughe cuneiformi, mamma che conosce l’avaria del dolore, sa quante lotte acerrime abbiamo fatto.</strong> Per far inchiodare una fotografia – una misera, bellissima fotografia – di Pesaresi sulla soglia del Museo civico di Rimini; per far installare un monumento funebre – in verità, bruttino – sulla lapide di Marco, al cimitero monumentale di Rimini; per costruire, presso Savignano Immagini, l’archivio che raccoglie tutti i materiali fotografici di Pesaresi. Mamma Isa, attuale presidente dell’Associazione Savignano Immagini, che promuove, insieme al Comune di Savignano sul Rubicone, il SI Fest, storica manifestazione dedicata a fotografia e visione, ha lottato come una leonessa. <strong>Ora, 16 anni dopo, attendiamo ancora. Che l’opera fotografica di Pesaresi sia visibile a tutti, in un ragionato museo digitale – come accade nei migliori archivi digitali di mondi culturalmente più seri del nostro </strong>– per non dire in uno spazio fisico; che intorno a Pesaresi si crei un nucleo di lavoro permanente in grado di studiare e catalogare l’immensità dell’archivio. Che, insomma, l’opera di Pesaresi non resti lo sparuto spunto per qualche sporadica mostra. Di Marco, fotografo, grande scrittore ‘di viaggio’ – i suoi taccuini sono una lettura emozionante, da leggere sinotticamente alle immagini – c’è ancora molto da narrare, quasi tutto. Quando muore, Pesaresi ha con sé, sotto la blusa, una copia appena acquistata della <em>Poesia degli ultimi americani</em>, la raccolta dei ‘beat’, da Kerouac a Ginsberg a Norman Mailer, nell’ennesima ristampa, allestita da Fernanda Pivano. Amava le vite disfatte dei poeti, Pesaresi. Ha vissuto con la compassione forsennata dei poeti, Pesaresi.</p>
<p><em>Davide Brullo</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sapeva-blandire-quel-bastardo-caronte-muore-16-anni-marco-pesaresi-piu-grande-fotografo-dei-maledetti-novanta/">Sapeva come blandire quel bastardo di Caronte. Muore 16 anni fa Marco Pesaresi, il più grande fotografo dei maledetti Novanta</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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