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	<title>salvezza Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Mon, 01 Apr 2019 06:50:19 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“La mia visione dell’avvenire è così precisa che, se avessi dei figli, li strangolerei all’istante”: discorsi intorno al libro più inquietante (e salutare) di Cioran</title>
		<link>https://www.pangea.news/cioran-antinatalismo-buddhismo-dejanira-bada/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Apr 2019 06:50:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[antinatalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Dejanira Bada]]></category>
		<category><![CDATA[Emil Cioran]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Se un tempo, davanti a un morto, mi chiedevo:  «A che gli è servito nascere?»,  ora mi pongo lo stesso interrogativo davanti a ogni vivo”.  * A me l’antinatalista Emil Cioran non mette ansia, non mi fa deprimere, non lo trovo cinico, anzi, mi fa sentire meno sola, mi fa sorridere, e spesso chiarisce il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cioran-antinatalismo-buddhismo-dejanira-bada/">“La mia visione dell’avvenire è così precisa che, se avessi dei figli, li strangolerei all’istante”: discorsi intorno al libro più inquietante (e salutare) di Cioran</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Se un tempo, davanti a un morto, mi chiedevo:</em><br />
<em> «A che gli è servito nascere?»,</em><br />
<em> ora mi pongo lo stesso interrogativo davanti a ogni vivo”.</em></p>
<p><em> *</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A me l’antinatalista Emil Cioran non mette ansia, non mi fa deprimere, non lo trovo cinico</strong>, anzi, mi fa sentire meno sola, mi fa sorridere, e spesso chiarisce il mio posto nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’inconveniente di essere nati </em>è una sua raccolta di aforismi geniali,</strong> di quelli che ti fanno dire: ok, è già stato detto tutto e lui lo ha fatto nel migliore dei modi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;antinatalista considera la nascita non richiesta un’ingiustizia. Se non fossimo mai nati, tutto sarebbe stato perfetto. E <strong>ci sono molti punti in comune con il buddhismo, che ambisce all’estinzione, che è un sistema ateo, che come ultimo scopo ha quello di interrompere il ciclo delle reincarnazioni proprio per non rinascere mai più,</strong> per tornare alla nostra vera essenza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Perché alla fine la vita è un’illusione, il nostro io è un’illusione, e allora, se si nasce, per fortuna ci si può suicidare, un’ottima via di fuga, una salvezza, una scelta che rende sopportabile lo stare al mondo – anche se secondo Cioran non vale la pena uccidersi perché <em>ci si uccide sempre troppo tardi</em>.  La vita non è rose e fiori, e anche il buddhismo la considera piena di sofferenze. <strong>Per vivere in maniera più serena bisogna imparare il non-attaccamento, come scrive anche Cioran: “<em>Se l’attaccamento è un male, bisogna cercarne la causa nello scandalo della nascita, perché nascere significa attaccarsi.</em></strong><em> Il distacco dovrebbe quindi cercare di far scomparire le tracce di quello scandalo, il più grave e intollerabile di tutti”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66447 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/cioran-libro-190x300.jpg" alt="" width="148" height="234" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/cioran-libro-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/cioran-libro.jpg 600w" sizes="(max-width: 148px) 100vw, 148px" />I buddhisti hanno addirittura creato <em>Il libro tibetano dei morti</em>, una vera e propria guida da imparare a memoria e che sarà utile una volta trapassati. Eh sì, perché le anime, prima di estinguersi, attendono nel <em>bardo</em> – una specie di purgatorio, per capirci – ed è lì che devono seguire determinate regole, luci, colori ecc. per non rinascere, per non finire in un altro maledetto utero materno. Se si sbaglia, niente nirvana, bisogna sopportare un&#8217;altra vita, sperando di rinascere al livello più elevato, quello degli uomini e non certo degli animali.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre da <em>L’inconveniente di essere nati</em>: “<em>La verità rimane nascosta per colui che è abitato dal desiderio e dall’odio. (Buddha)&#8230; Cioè per ogni vivente”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Essere antinatalisti non vuol dire odiare i bambini</strong>, non vuol dire essere d’accordo con lo smettere di fare figli anche per risolvere il problema della sovrappopolazione. Anche se&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Alberi massacrati. Sorgono case. Facce, facce dappertutto. L’uomo si estende. L’uomo è il cancro della terra”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“L’uomo ha detto ciò che doveva dire. Ora dovrebbe riposarsi. Si rifiuta – e benché sia entrato nella sua fase di sopravvissuto, si dimena come se fosse alle soglie di una carriera mirabolante”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Essere antinatalisti vuol dire essere arrabbiati</strong> per essere venuti al mondo senza poter scegliere, dato che tanto si deve morire.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Perché temere il nulla che ci aspetta quando non differisce da quello che precede: questa argomentazione degli antichi contro la paura della morte è inaccettabile in quanto consolazione. <strong>Prima, si aveva la fortuna di non esistere; ora esistiamo e proprio questa particella di esistenza, quindi di sventura, teme di scomparire.</strong> Particella non è la parola esatta, giacché ognuno si ritiene superiore o, almeno uguale all&#8217;universo”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Se ci pensiamo, chi l’ha detto che non si stava meglio prima? Chi l’ha detto che non sia meglio la morte? Anche nello <em>Zhuangzi</em>, uno dei più importanti testi filosofici cinesi, nel “Discorso sull’uniformità delle creature”, c’è un passaggio che dice: <strong>“</strong><strong><em>Come posso sapere se l’amore per la vita non sia una illusione? </em></strong><em>Come posso sapere se l’avversione per la morte non sia il sentimento di un bimbo smarrito, che non sappia tornare a casa?”. </em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">E ancora: “<em>Come posso sapere se il defunto non si è pentito di aver prima bramato la vita?”.</em> “<em>La vita è un germogliare, la morte è un tornare a casa. L’inizio e la fine tornano entrambi -all’elemento che è privo di princìpi eppure nessuno sa in che modo il processo si estinguerà”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">C’è un’altra citazione che mi piacerebbe sottoporvi, anche se meno colta, ed è tratta da una delle serie TV più belle di tutti i tempi, la prima stagione di <em>True Detective</em>. Chi l’ha vista saprà che il protagonista Rustin Chole (Matthew McConaughey) è un vero nichilista che addirittura crede nella teoria dell&#8217;eterno ritorno. Anche lui è un antinatalista, e anche lui a un certo punto parla della morte in questi termini liberatori: “<em>È di questo che sto parlando, è questo che intendo quando parlo del tempo e della morte e della futilità. Ci sono considerazioni più ampie all’opera, principalmente l’idea di quello che ci è dovuto in quanto società per le nostre reciproche illusioni. <strong>Durante le nostre quattordici ore filate a guardare corpi morti, questo è quello a cui pensi. Lo avete mai fatto? Li guardi negli occhi, anche in una foto, non ha importanza se siano vivi o morti, puoi comunque leggerli, e sai cosa capisci? Che loro l’hanno accolta. Non subito ma, proprio lì all’ultimo istante, un sollievo inequivocabile.</strong> Certo erano spaventati e poi hanno visto per la prima volta quanto fosse facile lasciarsi andare. L’hanno visto in quell’ultimo nanosecondo. Hanno visto quello che erano, che noi, ognuno di noi, in tutto questo grande dramma, non è mai stato altro che un cumulo di presunzione e ottusa volontà e allora puoi lasciarti andare, alla fine non devi aggrapparti così forte per capire che tutta la tua vita, tutto il tuo amore, il tuo odio, la tua memoria, il tuo dolore, erano la stessa cosa, erano semplicemente un sogno, un sogno che si è svolto in una stanza sprangata, e grazie al quale hai pensato di essere una persona. E come in molti sogni, c’è un mostro che ti attende alla fine”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ma <em>L’inconveniente di essere nati</em> non parla solo del senso del nostro essere nel mondo, ma anche di filosofia, di scrittura, di storia. È un saggio nel saggio, è uno di quei libri che si legge e rilegge, in cui si sottolineano strenuamente delle parti. Un libro che si riaprirà negli anni a venire, un libro di cui fare tesoro. <strong>È un libro sulla meditazione, sulla consapevolezza, sulla pericolosità del proprio passato, un libro sul concetto di tempo, sulla saggezza, sulla depressione, sulla noia, sulla malattia, sulla perdita, sulla solitudine, sull’amicizia, sull’insonnia, sul senso di eterno e di finitudine</strong>, sul concetto di bene e male, su Dio e le religioni.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“È chiaro come il sole che Dio era una soluzione e che non ne troveremo mai una altrettanto soddisfacente”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È una specie di I Ching cui chiedere risposte quando si hanno tendenze suicide</strong>, con il risultato che si potrebbe pure cambiare idea e finire a scoppiare a ridere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“Il grande torto della natura è di non aver saputo limitarsi a un solo regno.</em></strong><em> In confronto al vegetale, tutto appare inopportuno, fuori luogo. Il sole avrebbe dovuto imbronciarsi all&#8217;avvento del primo insetto e sloggiare all&#8217;irruzione dello scimpanzé”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“L’uomo accetta la morte, ma non l’ora della propria morte.</em></strong><em> Morire in qualunque momento, tranne quando bisogna morire”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“Il diritto di sopprimere tutti quelli che ci infastidiscono</em></strong><em> dovrebbe figurare al primo posto della costituzione della Città ideale”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“<strong>La sola cosa che si dovrebbe insegnare ai giovani è che non c’è niente, diciamo quasi niente, da aspettarsi dalla vita.</strong> Sogniamo una Carta delle Delusioni che elenchi tutti i disinganni riservati a ognuno, da affliggere nelle scuole”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“Se è vero che con la morte si ridiventa quello che si era prima di essere, non sarebbe stato meglio limitarsi alla pura possibilità, e non uscirne?</em></strong><em> A che serve questa deviazione, quando si poteva rimanere per sempre in una pienezza irrealizzata?”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“La mia visione dell’avvenire è così precisa</em></strong><em> che, se avessi dei figli, li strangolerei all’istante”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">E avanti così.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Perché la vita è un gioco, perché è tutta una grande presa in giro, e visto che ormai siamo saliti sulla giostra, giriamo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, a volte, tutte queste persone che vedono nella morte una liberazione, il vero senso del tutto, mi fanno pensare a una cosa: <strong>forse sono proprio loro i più grandi amanti della vita, quelli che temono la morte più di chiunque altro, quelli che non se ne fanno una ragione perché la vita, in fondo, sa essere bella e piacevole</strong>, perché <em>morire è immorale</em>; quelli che venderebbero la propria madre per ottenere l’elisir dell’immortalità, proprio come scrive Cioran: “<em>Nessuno più di me ha amato questo mondo, e tuttavia, me l’avessero offerto su un vassoio, anche da bambino avrei esclamato: «Troppo tardi, troppo tardi!»”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nessuno sa chi avrà ragione. Se di là non c’è niente, forse tanto valeva non nascere, ma anche se di là c’è soltanto vuoto ed estinzione</strong>, forse la vita può essere comunque vista come un dono, sempre meglio del nulla, come scriveva anche Oriana Fallaci nel suo <em>Lettera a un bambino mai nato</em>. Forse è soltanto questione di fede, di punti di vista. Forse non lo sapremo mai.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Se si potesse dormire ventiquattr’ore su ventiquattr’ore, si raggiungerebbe presto l’inerzia primordiale, la beatitudine di quell’ininterrotto torpore anteriore alla Genesi – sogno di ogni coscienza esasperata di se stessa”. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Dejanira Bada</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>“Molti vivono al margine del loro destino”: le lettere (inedite) di Cristina Campo ad Alejandra Pizarnik</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Mar 2019 05:25:51 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando comprendo l’entità del materiale, stampo tutto, prendo la penna, leggo, sottolineo, dall’entusiasmo le falangi diventano fasi lunari, poi api. Un libro a cui convertirsi. Non sono uno Sherlock Holmes dei libri perduti, premetto. <strong>Facendo qualche ricerca superficiale intorno alla vita e all’opera di Alejandra Pizarnik, il ‘Rimbaud argentino’ – didascalia brutale ma efficace</strong> – nata a Buenos Aires nell’esilio, da ebrei russi immigrati, suicida nel 1972, intima di Julio Cortázar, incrocio un fatto di cronaca culturale, una poesia, un nome. La cronaca culturale c’informa, <a href="http://www.pangea.news/scusa-il-tono-ma-non-sai-la-voglia-che-ho-di-abbassarti-le-mutandine-nuovi-documenti-illuminano-la-vita-di-alejandra-pizarnik-e-julio-cortazar-va-in-estro/" target="_blank" rel="noopener">ne ho già scritto,</a> che parecchi documenti della Pizarnik, sulla cui vita aleggia il pudore e in parte il disdoro, sono stati donati dalla sorella alla Biblioteca National argentina; <strong>la poesia, nota, accoglie questo poker di versi molto belli, “C’è, nell’attesa,/ un mormorio di lillà che si rompe./ E c’è, quando arriva il giorno,/ una divisione del sole in piccoli soli neri”. Il nome è Cristina Campo, a cui quella poesia, <em>Anelli di cenere</em>, è dedicata.</strong> M’informo meglio. Nei primissimi anni Sessanta – nel 1962, probabilmente – la Campo e la Pizarnik si conoscono, a Parigi. La prima studia, guarda, incontra; la seconda traduce, fatica, cerca di farsi largo nel fango del mondo letterario. Nel 1962 Cristina Campo, bellezza di algida eleganza, intoccata, ha 39 anni; Alejandra ne ha 26. Sembra un incontro tra la santa e l’ossessa, due caratteri, opposti, della stessa divinità ambigua. Le due, in qualche modo ignoto, si riconoscono – e si scrivono. Come si sa, attraverso le lettere – l’opera somma della Campo, fautrice di un epistolario tra gli assoluti e rapaci della storia letteraria – Cristina sonda, denuda, immerge alla sapienza. <strong>L’epistolario, di una trentina di lettere – non ci sono pervenute quelle della Pizarnik – in francese, è stato scoperto, una decina di anni fa, da Stefanie Golisch,</strong> autrice di studi su Uwe Johnson e Ingeborg Bachmann, traduttrice verso il tedesco, tra gli altri, di Antonia Pozzi, Charles Wright e delle poesie di Cristina Campo. Leggendo i diari della Pizarnik, nell’edizione tedesca, la Golisch viene a conoscenza dei legami tra la poetessa argentina e la Campo. <strong>Il passo successivo è snidare le carte della Pizarnik, <a href="https://rbsc.princeton.edu/collections/alejandra-pizarnik-papers" target="_blank" rel="noopener">custodite alla Princeton University</a>, da cui sbucano una trentina di lettere, alcune di formidabile bellezza. Il rapporto epistolare è censito dal gennaio del 1963 al 7 aprile 1970, concentrato per lo più, con tenace assiduità, fino al 29 gennaio del 1966. </strong>A testimonianza dell’importanza di questo legame vi sono anche una manciata di lettere di Elémire Zolla alla Pizarnik, tra il 1963 e il 1965. Il momento più alto del rapporto tra due personalità così dispari, tanto spaiate e inarrivabili, spiate dall’ispirazione costante e dal delirio della forma – <strong>“Davvero, che libro si è dissolto in tutte quelle lettere che ho spedito o non spedito a C.C.”, annota la Pizarnik nel suo diario</strong> – coincide con la morte dei genitori della Campo (tra il dicembre del 1964 e il giugno del 1965), a cui Cristina dedica la poesia più celebre, <em>La tigre assenza</em> – in esergo: <em>pro patre et matre – </em>inviata, in un biglietto dell’estate 1965 all’amica argentina, con altro dedicatario, <em>A Alejandra Pizarnik. </em>Dal carteggio, ancora inedito, prova di un rapporto d’elezione ustionante (“Non si può mettere uno contro l’altro l’angelo nero della notte e l’angelo bianco del giorno senza che ci sia una disfatta di entrambe le parti”, scrive Cristina nell’ottobre del 1963; <strong>“…il poeta, cioè l’aristocratico, ha la sua patria, la sua religione la sua famiglia: ce l’ha, in ogni caso: la religione della parola, la patria della lingua, la famiglia dei morti meravigliosi e severi. È sorvegliato ovunque, controllato da un seguito implacabile, da un cerimoniale più duro e più puro di quello degli imperatori di Bisanzio”</strong>, così nel gennaio del 1965), e che raggela nella meraviglia il lettore, pubblico un residuo. Non prima di aver reclamato al dialogo la Golisch, autrice di una scoperta così importante. (d.b.)</p>
<figure id="attachment_66109" aria-describedby="caption-attachment-66109" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-66109" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/alejandra-pizarnik-argentina-2-300x194.jpg" alt="" width="300" height="194" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/alejandra-pizarnik-argentina-2-300x194.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/alejandra-pizarnik-argentina-2-768x498.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/alejandra-pizarnik-argentina-2-1024x664.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/alejandra-pizarnik-argentina-2.jpg 1228w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-66109" class="wp-caption-text">Lei è Alejandra Pizarnik (1936-1972)</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le chiedo, intanto, sommariamente, di dettagliare alcune cose. Quando e come ha scoperto il prezioso epistolario? La Campo e la Pizarnik si conoscono a Parigi nei primi anni Sessanta: in quali circostanze? Quanti anni dura l’epistolario?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fu proprio tramite l’edizione tedesca (2007) dei diari della Pizarnik, apparsi per la prima volta in spagnolo nel 2003, che scoprii che le due scrittrici si conoscevano. Come traduttrice della Campo, questo fatto suscitò subito la mia curiosità. Dopo una breve ricerca in rete trovai la segnalazione di uno scambio di lettere tra loro due. Mi feci spedire il carteggio dalla Princeton University <strong>e immediatamente intuii i tratti di una relazione molto intensa, ma altrettanto complessa e tormentata che per un determinato periodo doveva aver occupato uno spazio assai importante nella vita di entrambe le poetesse. </strong>Infatti, nei diari di Alejandra, i quali più che avvenimenti reali contengono riflessioni sul proprio stato d’animo, si trovano abbastanza spesso commenti riguardanti la sua relazione con Cristina. È naturale, però, che questi non possano compensare minimamente l’imperdonabile perdita delle lettere. Non so – e credo che non si possa sapere – in quali circostanze precise le due autrici si conobbero, probabilmente tramite comuni conoscenti in occasione di un viaggio di Cristina Campo a Parigi. L’epistolario è durato dal 1963 al 1970.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nelle lettere, la Campo si prodiga in consigli, in suggerimenti relativi a relazioni che la Pizarnik avrebbe dovuto coltivare. È materna, e colta. Dalle frasi dei diari, che lei ha riportato, però, pare che la Pizarnik non amasse l’aristocratica freddezza della Campo, è così? Soprattutto, cosa pensava della poesia della Pizarnik la Campo (dedicataria di una poesia dell’argentina, per altro)?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo ricostruire ciò che Alejandra <em>pensava </em>della sua relazione con Cristina, ma non sapere con quale tono lei si rivolgesse effettivamente all’amica. E questo fa una grande differenza. Io intuisco – anche dal tono delle riposte della Campo che rimane sempre molto pacato – che Alejandra non si era lasciata andare come lo fa nei diari, dove si sfoga e rimprovera alla Campo, appunto, di essere fredda, non umana, una specie di cervello su due gambe. <strong>Bisogna considerare, credo, che si trattava di un vero e proprio innamoramento reciproco, destinato quindi a seguire tutte le tappe: dall’entusiasmo iniziale, l’illusione di aver davvero trovato l’anima gemella, fino all’inevitabile delusione nello scoprire la diversità dell’altro</strong>, la separatezza definitiva, la solitudine ultima. Sicuramente la Campo stimava la poesia della Pizarnik, ma credo che la spaventassero anche.  Comprende i tormenti dell’altra, ma non li tollera, così come non li può tollerare in se stessa. E assume un atteggiamento quasi materna, è vero, lo stesso atteggiamento, direi, che assume anche davanti a se stessa e che deve combattere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella sua esegesi, lei afferma che la Pizarnik raffigura il caos della vita e la Campo la ricerca dell’armonia, una è la rottura con i tradizionalisti l’altra una geniale interprete della tradizione. Sembrano gemelle opposte. Cosa le accomuna, allora?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sicuramente l’intensità del vivere. <strong>L’altissimo grado di sensibilità e la ricerca di un assoluto. E non solo ogni tanto o solo nella scrittura, ma in ogni singolo istante della vita.</strong> E quindi l’enorme fatica di vivere. La stanchezza. La disperazione. Diceva la scrittrice Ivonne Bordelois, una amica di Alejandra Pizarnik, sul suo rapporto con Cristina Campo, che si davano a vicenda ciò che nessun’altro riusciva dare loro. In Cristina e Alejandra si incontrano due antipodi sui generis che nella massima diversità dell’interlocutrice riconoscono una parte fondamentale del proprio essere. <strong>Cristina in Alejandra, la sua fisicità repressa, Alejandra in Cristina la sua</strong> <strong>spiritualità sommersa</strong>. Sembrerebbe uno di quegli incontri necessari che si fanno nella vita, bellissimi, dolorosissimi, ma senza i quali è impossibile diventare ciò che si è – per dirlo con un motto antico. Cristina Campo e Alejandra Pizarnik si sfiorano soltanto, poi, come delle comete smarrite, tornano nella propria orbita, per andare laddove <em>devono</em> andare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66110 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/campo-libro-195x300.jpg" alt="" width="149" height="230" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/campo-libro-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/campo-libro-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/campo-libro.jpg 240w" sizes="(max-width: 149px) 100vw, 149px" />In che contesto, nella vita di entrambe, si colloca questo scambio di lettere? A suo avviso si può parlare, nell’opera dell’una e dell’altra, di una reciproca influenza, per quanto parziale? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei insistere su questo concetto: quando Cristina e Alejandra si conoscono, si conoscono già. <strong>Per quanto apparentemente diverse se non opposte, c’è qualche cosa che le accomuna e cioè l’ossessione del proprio io. Delle sue ferite e delle sue potenzialità. La convinzione che tutta la bellezza della vita si gioca dentro ogni singolo essere umano.</strong> Cristina Campo, la raffinata scrittrice e studiosa, molto discreta con la sua vita volutamente appartata, la sua naturale eleganza di altri tempi, che disprezzava i cosiddetti circoli letterari, dicendo di se stessa  <em>di aver scritto poco e di aver voluto scrivere ancora meno </em>e Alejandra Pizarnik, l’eterna ragazza dai tratti geniali, psichicamente labile che si compiaceva nel ruolo di uno sfrenato Rimbaud al femminile e che voleva <em>fare del suo corpo il corpo della poesia.</em> Sostiene George Bataille che quando due persone s’innamorano, sono le loro ferite che s’innamorano. Il compimento dell’amore sarebbe dunque il momento del massimo dolore: quando le due ferite si posano una sopra l’altra. <strong>Probabilmente ciò che Alejandra e Cristina avvertono istintivamente una nell’altra è la radicalità con cui la vita si misura in loro secondo i gradi d’intensità.</strong> Sotto la soglia della massima intensificazione di ogni attimo, nulla vale. Ciò che conta non sono tanto i mezzi della ricerca – abbandono incondizionato ai piaceri del mondo o elevazione spirituale – quanto il bisogno di bruciare vivi. Cristina Campo sublimerà la sua natura seguendo l’ideale della perfezione – a tutti i livelli –, per Alejandra significa: resistere giorno per giorno nella spietata battaglia tra l’io e il mondo. Perché soltanto a chi non diserta e non si risparmia, a chi si espone coraggiosamente alle sfide mortali che la vita gli lancia, sarà concesso di formulare – per dirlo con un’espressione di Ingeborg Bachmann – <em>wahre Sätze</em>, frasi vere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ultima. Della Campo è stata setacciata parte cospicua dell’epistolario. Oltre alle celebri “Lettere a Mita”, all’epistolario sontuoso con Alessandro Spina, sono state pubblicate le lettere a Remo Fasani, a Gianfranco Draghi, a Leone Traverso. Sembra strano che il rapporto con la massima poetessa argentina del secondo Novecento non abbia ancora avuto una eco editoriale: come lo spiega?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il libro è pronto per chi lo voglia leggere! Non è stato ancora pubblicato perché la portavoce degli eredi di Cristina Campo mi ha vietato – per motivi a me inspiegabili – la pubblicazione.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Domenica, [fine] 1965  </em></p>
<p style="text-align: justify;">Mia cara Alejandra,</p>
<p style="text-align: justify;">la morte che svela il proprio volto – e la scoperta della propria appartenenza: credo che siano due avvenimenti della stessa natura che si manifestano volentieri assieme. <strong>Il male non è nell’innocenza che ignora questo fatto, ma nella letteratura volgare che il mondo pone come uno schermo tra l’innocenza e la sua lacerazione definitiva, inevitabile e giusta.</strong> E così succede che molti vivano tutta la loro vita al margine del loro destino. Questa gente parla della morte, dell’appartenenza e di tutti gli altri misteri come di <u>esperienze</u>: parola satanica che impedisce ogni iniziazione&#8230; Li sfugga. Stia lontana da loro. <strong>La sua innocenza non chiede altro che trasformarsi in coscienza. Lei sa meglio di me che l’infanzia non si ritrova che in fondo al cerchio: è perduta ogni volta che ci si volta verso di essa, come Euridice.</strong> Essa non vuole altro che ritornare, da se stessa, incontro a noi. Mi perdoni se sentenzio e predico – e abbastanza caoticamente per giunta. So che Lei sa leggere altrettanto velocemente quanto io sappia scrivere. Credo d’altronde di avere già risposto, senza saperlo, alla Sua lettera angosciata. Le parlavo, nella mia ultima, della Sua tradizione: ed è proprio questo che si è manifestato al Suo spirito sotto la maschera della paura. La Sua appartenenza, come la morte stessa, non può che ridiventare tradizione, se Lei vuole che sia salvata in tutta la sua ricchezza. Non ci resta veramente che questo catecumenismo in extremis: sola distinzione assoluta di fronte alla normalità dell’orrore. <strong>Non riesco a dirLe di più. Non si può che toccare con estrema prudenza questi luoghi di salvezza, questi arbusti ardenti. Non vada, la supplico, dallo psicoanalista. Oltre che del tutto inutile, è una cosa veramente indecente, e che ostruisce tutti gli ingressi al destino col pretesto di aprirne alla libido. </strong>(Parlo con una certa ingratitudine, in quanto l’unico psicologo che abbia conosciuto fosse un bravo uomo; e sa quale fu la sua prima domanda? “A che punto è lei con la sua tradizione?” Allora non compresi questa parola centrale; compresi tuttavia che fosse un uomo raro). Le sue “assenze”, per quel che mi sembra, sono una sorta di “fuga verticale”, davanti alla volgarità. E Borges può benissimo essere volgare; le sue debolezze lo sono (dipendenza dalla madre che coltiva la sua cecità, flirts senza speranza, orrore superstizioso, veramente “da niño” per la contemplazione ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">L’abbraccio, mia cara Alejandra.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto al saggio, è evidente che mi piacerebbe darLe qualcosa di più recente. Ma tutti i miei nuovi saggi sono incompiuti. Quanto tempo mi darebbe, tuttavia, se la rivista si facesse? In ogni caso, grazie per il Suo gesto di benvenuto che mi commuove.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sua Cristina</em></p>
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		<title>“Cerco di andare oltre la soglia in cui l’arte moderna finisce”: discorso intorno a Joseph Beuys, l’artista tedesco più controverso del secolo</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Mar 2019 05:31:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Da certi critici d’arte considerato ancora un bluff, un racconta storie, un ciarlatano, un individuo ambiguo, un nostalgico nazista convertitosi all’ecologismo, come il suo allievo prediletto, il famosissimo e quotatissimo pittore e scultore Anselm Kiefer, quindi boicottati entrambi, e per anni, proprio per quest’ultimo motivo, Joseph Beuys (Krefeld 1921 – Düsseldorf 1986) è probabilmente l’artista [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Da certi critici d’arte considerato ancora un bluff, un racconta storie, un ciarlatano, un individuo ambiguo, un nostalgico nazista convertitosi all’ecologismo, come il suo allievo prediletto, il famosissimo e quotatissimo pittore e scultore Anselm Kiefer, quindi boicottati entrambi, e per anni, proprio per quest’ultimo motivo, Joseph Beuys (Krefeld 1921 – Düsseldorf 1986) </strong><strong>è probabilmente l’</strong><strong>artista tedesco più importante e più controverso della fine del XX secolo, </strong>soprattutto perché il suo personaggio è strettamente intrecciato con il passato della Germania e dell’intera Europa.</p>
<figure id="attachment_66149" aria-describedby="caption-attachment-66149" style="width: 372px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-66149" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/Beuys1-300x200.jpg" alt="" width="372" height="248" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys1-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys1-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys1-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys1-1320x880.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys1.jpg 1600w" sizes="(max-width: 372px) 100vw, 372px" /><figcaption id="caption-attachment-66149" class="wp-caption-text">Joseph Beuys (1921-1986)</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Nel corso della sua intensa e azionistica vita, in cui arte e appunto esistenza sono divenuti un tutt’uno, come poi egli giustamente teorizzava, è passato dalla scultura all’installazione, dall’aderire al Movimento Fluxus alla performance, dal motto “La Rivoluzione siamo noi!” alla sentenza “Chi non conosce la morte non sa che cosa sia il pensiero!&#8221;, <strong>transitando dallo studio della antroposofia al seguire gli insegnamenti del filosofo Friedrich Schlegel, poi di Nietzsche e di  Helena Blavatsky, per finire alla sola parola, alla sola enunciazione teorica, tenendo conferenze, nella sua ultima fase creativa ed esistenziale, che sono durate anche 12 ore, esploran</strong><strong>do la concezione espansiva dell’</strong><strong>arte anche nei regni della scienza, della politica e della spiritualità, operando in un modo completamente interdisciplinare </strong>e abbracciando conclusioni antropologiche e politiche di notevole valore ribellistico e anticonformista (seguendo una linea indubbiamente jüngeriana e oltremodo “aristocratica” nel porsi), in particolare ponendosi, come Pound, contro il capital-liberismo materialista e “usuraio” targato USA, e, ovviamente, contro il pensiero massificante e appiattente marxista, ambedue vincitori della Seconda Guerra Mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La prima volta che ho incontrato l</strong><strong>’</strong><strong>opera di Joseph Beuys è stato alla fine degli anni ’70 presso la galleria di Lucio Amelio, a Napoli, rimanendone oltremodo colpito.</strong> <strong>Fino a quel momento ero stato scettico nei confronti dell&#8217;arte “Concettuale</strong><strong>” e </strong><strong>“Povera”, sebbene cugino di Piero Manzoni. </strong>Ciò non significava che, culturalmente, o, meglio, intellettualmente non avessi ammirato Marcel Duchamp, ma quale pensatore e filosofo, non tanto come artista visivo e plastico. Del resto Duchamp aveva reso arte ciò che, secondo me, “sarebbe potuta anche essere arte, se non fosse stato altro” (e la sfumatura non è da poco), semplicemente attraverso il potere della sua mente, della sconcertante dialettica che possedeva e della forte personalità, e il risultato, a suo tempo, fu indubbiamente interessante, infatti la sua tesi centrale era che “l’arte è tutto ciò che un artista dice che quella sia arte”: un orinatoio, un portabottiglie, anche un’azione, infatti la proposizione di Duchamp era che l’arte non doveva essere giudicata dalla qualità artigianale espressa nel realizzarla, ma dai requisiti dell’idea che trasmetteva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Seppure in parte “figlio” anch’egli del pensiero del teorico francese, Joseph Beuys, favolista e realista, uomo che intendeva l’esistenza quale mescolanza di verità e verosimile, ma sempre il tutto rivolto a un fine alto, elevato</strong>, quindi ideologo romantico e attivista, ammiratore del norvegese Premio Nobel per la Letteratura Knut Hamsun e del nostro sommo artista Alberto Burri, da buon tedesco recuperò, in questo processo di “liberalizzazione della rappresentazione mentale”, linea germogliata agli inizi del ’900, ogni sorta di credenza simbolica, mistica, spesso esoterica, mitologica, insistendo, soprattutto, sull&#8217;idea, per molti anacronistica, che l&#8217;arte fosse una ricerca magica, persino occulta. <strong>Di seguito, in piena visione simile a quella del pittore russo ottocentesco Alexandr Andreevic Ivanov, </strong><strong>Beuys elevò l’</strong><strong>artista al ruolo di “evangelista” laico, di “re taumaturgo”, di sciamano</strong>, il cui compito era quello di guarire i mali che albergavano in se stesso e i mali del mondo … un mondo livellato, omologato, decadente, alienato dal consumo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<figure id="attachment_66150" aria-describedby="caption-attachment-66150" style="width: 225px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66150" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/052-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/052-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/052-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/052-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/052-1320x1760.jpg 1320w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /><figcaption id="caption-attachment-66150" class="wp-caption-text">Joseph Beuys, &#8220;Lightning with Stag in its Glare&#8221;, 1958-85</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Disse, e ancora dice di lui </strong><strong>l’</strong><strong>artista britannica Cornelia Parker, dopo averlo ascoltato a Edimburgo, nel 1980: “Sembrava quasi un personaggio immaginario. Ero attratta dal suo lavoro perché risultava misterioso. Era un uomo con un enorme carisma. Una delle sue doti era quella di allenarci al vivere e alla creatività.</strong> In lui pareva che dimorasse un conflitto irrisolto tra l’impulso modernista di demolire totalmente le definizioni dispotiche e accademiche del voler spiegare il moto espressivo e il bisogno di recuperare certi aspetti tipici del fascino dell’autorità auratica che egli attribuiva all’artista, pur sempre portatore di un messaggio messianico di salvezza”. Anche da ciò il comprendere il misticismo che sempre mosse Beuys e il credere nella possibilità di poter generare calore tramite elementi naturali, del resto, quasi da neo <em>wandervogel</em>, il rapporto col sociale antiborghese e il persistente interesse per l’ecologia furono elementi fondamentali del suo percorso, tanto che negli anni ’80 del secolo scorso egli diede vita a opere aventi temi ambientali o basate sul riciclo, un esempio fra tutte fu “7000 Querce”, un lavoro realizzato in occasione della mostra “Documenta 7” tenutasi presso la città tedesca di Kassel. <strong>Beuys, dopo aver accumulato davanti al Museo Federiciano 7000 pietre di basalto invitò il pubblico a versare una somma di denaro al fine di “adottare, ognuno, una pietra” così da permettere, con il ricavato, di piantare 7000 querce… ciò che poi avvenne.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma dove maggiormente ritroviamo, in Beuys, questa fascinazione per l’aspetto “messianico” dell’artista e dell’arte? Il “messia” della tradizione cristiana, che nella Germania medioevale prese sembianze nel cavaliere e poeta Wolfram von Eschenbach, il quale, nel 1210, scrisse un poema titolato “Parzival (Parsifal)”, come ben sappiamo riscatta l’umanità assumendo la sua sofferenza su se stesso, quindi diventa sia vittima che salvatore, sia dolente che guaritore, ed è stato proprio questo doppio ruolo (non amato, come ho già detto, da certi critici occidentali formatisi dopo il Secondo Conflitto Mondiale) che ha interessato Beuys, cioè, sebbene da sconfitti, il tentare di guarire la cultura europea ancora attingendo alle mitiche fonti, di energia primordiale, arcaica, palingenetica, che hanno reso grande, nei millenni, il nostro continente. <strong>Infatti, seppure dilaniato dal dubbio e dalle tante domande scaturite dalla distruzione di certi modelli in cui, da giovane, aveva creduto, ripresa forza, Joseph Beuys ha inondato i suoi ascoltatori di risposte, e ciò ponendosi contro la nuova autorità, con un’autorità antica, seppure reinterpretata tramite linguaggi contemporanei, e, in questo, la sua grandezza, ma anche il non essere capito da molti, o l’essere considerato, come ho enunciato in apertura, “politicamente, socialmente e intellettualmente ambiguo”,</strong> quando solo per chi non atto a intendere certe componenti, fondanti il nostro essere (…quelle componenti creanti la nostra identità), la coerenza ideale dell’artista tedesco risultava stridente, pesante, sgradevole, non tollerabile, riducendo, il tutto, a un suo esprimersi vago, a volte confuso, sfuggente, equivoco, e anche intellettualmente disonesto, quando Beuys, a mio parere, e a parere di tanti altri, ha vissuto ed agito sempre in piena limpidezza, con diamantina purezza, mai interessandosi di avere successo e, soprattutto, denaro (la sua vita e la vita della sua famiglia furono all’insegna della totale spartanità).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei detrattori dell’artista tedesco fu lo storico dell’arte, a sua volta tedesco, ma naturalizzato USA, Benjamin H. D. Buchloh, ordinario di Arte Moderna presso l’Università di Harvard, il quale, <strong>nel suo famoso saggio del 1980 “Beuys: The Twilight of the Idol (Beuys: Il Crepuscolo dell’Idolo)”, accusò il suo ex connazionale di aver deliberatamente offuscato i fatti storici, inerenti il Nazismo, mitologizzando i concetti di sofferenza e guarigione, evitando così la questione delle responsabilità che gravavano sul popolo tedesco.</strong> Buchloh indicò la natura delle auto interpretazioni simboliche di Beuys come prova di una posizione reazionaria nel quadro degli sviluppi creativi degli anni ’60 in modo che l’artista, secondo lui, ripristinò il tradizionale modello monodimensionale dell’autorevole attribuzione di significato attraverso la dichiarazione dell’intenzione dell’artista, e nulla più, quasi che Beuys, tramite il suo creare, ma, soprattutto, per mezzo del suo porsi e del suo dire, non volesse che riscattare da ogni colpa ciò che la Germania aveva fatto dal 1914 al 1945.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quel che risulta, a parte una qualche battuta di rimando e alcune brevi tentativi di spiegazione al suddetto Buchloh, a Joseph Beuys non importò più di tanto l’attacco del professore harvardiano e, con la determinazione di sempre, continuò a farsi fotografare con asce in mano e il suo famoso cappello in testa, nonché a dare forma alle sue installazioni usando aste di rame,  grasso organico, unghie e corna di animali selvatici, lepri cacciate, rami rinsecchiti, coperte di feltro, dando sempre più spazio ai suoi eventi cerimoniali, ai suoi “altari”, e sempre più vigore e fierezza alla sua essenza “germanico tribale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Detto ciò, non posso che terminare, questa mia breve riflessione su uno dei giganti dell’arte del XX secolo, citando una sua frase emblematica: <strong>“Cerco di andare oltre la soglia in cui l’arte moderna finisce e l’arte antropologica deve iniziare”… e questo valga per noi tutti, sempre,</strong> cioè il mai rinnegare le proprie radici in favore di una falsa idea di progresso<em>. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Gian Ruggero Manzoni</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Beuys nazista: allineiamo i fatti. Quando l’artista si arruolò volontario nella Luftwaffe e fu salvato da una tribù nomade di Tartari </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Uno degli aspetti più controversi della vita di Beuys rimane senza dubbio la sua partecipazione alla seconda guerra mondiale in seno alla <em>Wehrmacht</em>, e la sua successiva narrazione delle vicende belliche che lo videro protagonista. Joseph Beuys, nato il 12 maggio 1921 a Krefeld in Renania settentrionale-Vestfalia, frequentò dal 1927 al 1932 la scuola popolare cattolica e il ginnasio statale di Kleve, mostrando talento per violoncello e pianoforte, e un vivo interesse per la mitologia e le scienze naturali. <strong>Come la maggior parte della gioventù tedesca, entrò nella <em>Hitlerjugend</em>, partecipando con il suo nucleo al Raduno di Norimberga del 1936. Dopo lo scoppio della guerra e la mobilitazione delle varie classi di leva, nell’estate del 1940 il giovane Beuys si diede volontario nella <em>Luftwaffe</em> assieme ad altri suoi compagni di studi e fu quindi inviato a Posen, l’attuale Poznań in Polonia, per esservi addestrato quale marconista d’aereo e mitragliere. In questo periodo si interessò all’antroposofia, leggendo avidamente le opere di Rudolf Steiner (1861-1925) e di altri autori, e maturando definitivamente la sua aspirazione di diventare artista. </strong>Nel 1942 fu inviato nel Kuban e in Crimea, e assegnato a diverse unità di bombardieri in azione sul fronte meridionale della Russia tra Perekop, Kerch e Odessa e contro la munita piazzaforte di Sebastopoli.</p>
<figure id="attachment_66151" aria-describedby="caption-attachment-66151" style="width: 210px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66151" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/Beuys-a-Manfredonia-in-Puglia-in-divisa-della-Luftwaffe001-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys-a-Manfredonia-in-Puglia-in-divisa-della-Luftwaffe001-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys-a-Manfredonia-in-Puglia-in-divisa-della-Luftwaffe001-768x1097.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys-a-Manfredonia-in-Puglia-in-divisa-della-Luftwaffe001-717x1024.jpg 717w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys-a-Manfredonia-in-Puglia-in-divisa-della-Luftwaffe001-1320x1886.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Beuys-a-Manfredonia-in-Puglia-in-divisa-della-Luftwaffe001.jpg 2047w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /><figcaption id="caption-attachment-66151" class="wp-caption-text">Joseph Beuys a Manfredonia, Puglia, in divisa Lutwaffe (fotografia tratta dal libro di Caroline Tisdall, &#8220;Joseph Beuys&#8221;, New York, 1979)</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Promosso <em>Unteroffizier</em> (sottufficiale), nell’estate 1943 fu poi destinato a uno stormo di bombardieri in picchiata <em>Junkers Ju 87</em> <em>Stuka</em> operativo nella zona dell’Adriatico, in Croazia prima e a Foggia poi, quale mitragliere di coda e marconista, partecipando a dei test su nuove armi e equipaggiamenti: in questo periodo Beuys iniziò a realizzare disegni e schizzi che già mostravano la sua “mano” caratteristica. Il suo stormo sarà quindi inviato in Crimea, appoggiando le unità di terra tedesche, ora impegnate in duri combattimenti difensivi contro le offensive dell’Armata Rossa.  <strong>Il 16 marzo 1944, lo <em>Stuka</em> di Beuys, al ritorno dalla seconda missione del giorno contro il nemico e ai comandi del giovane pilota Hans Laurinck, si schianta al suolo nei pressi di un villaggio russo a causa di una tempesta di neve. Beuys narrò nel dopoguerra di essere stato salvato da una “tribù nomade di pastori Tatari, che mi salvarono dal congelamento avvolgendomi in panni di feltro e cospargendomi di grasso animale, accudendomi per 12 giorni e infine trasportandomi sino alle linee tedesche”.</strong> Se il feltro e il grasso furono in effetti due dei materiali-feticcio di Beuys, che li impiegò in diverse opere e installazioni, è molto probabile invece che la circostanza del suo salvataggio da parte dei Tatari fosse un prodotto dell’immaginazione dell’artista: infatti, se i Tatari furono una delle etnie realmente perseguitate da Stalin e dai sovietici, e numerosi di essi combatterono quali ausiliari nelle forze militari e di sicurezza tedesche, d’altra parte Beuys risulta ospedalizzato in un ospedale militare per gravi ferite alla testa risultanti dallo schianto del suo aereo già il 17 marzo 1944, e rimanendovi sino al 7 aprile successivo. Per le sue azioni, Beuys fu decorato della Croce di Ferro di 2<sup>a </sup>Classe, del Distintivo da Ferito in Nero (assegnato per una ferita) e del Distintivo da Pilota/Osservatore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alla fine della sua degenza, nell’agosto del 1944 Beuys fu trasferito in occidente per essere incorporato, come altro personale di volo e di terra ormai in eccesso a una <em>Luftwaffe</em> sempre più indebolita, in una raccogliticcia Divisione paracadutista (la <em>7. Fallschirmjäger-Division</em>) di nuova formazione, e dopo un breve addestramento ai combattimenti terrestri, dal settembre-ottobre 1944 inviato in azione contro gli Alleati, in Olanda a Venlo e Overbeck e nei combattimenti in difesa della Germania</strong>, nella battaglia della foresta del Reichswald e nei dintorni di Kleve stessa, a Wesel e infine a Oldenburg. In quest’ultima fase della guerra, l’adesso <em>Oberjäger</em> nel <em>Fallschirmjäger-Regiment 19</em> Joseph Beuys fu insignito della Croce di Ferro di 1<sup>a</sup> Classe, del Distintivo per Combattimenti Terrestri della <em>Luftwaffe</em>, e del Distintivo da Ferito in Argento e poi in Oro, concessogli per le sue cinque ferite riportate. <strong>Dopo mesi di combattimenti difensivi e di ripiegamento contro le superiori forze Alleate, la Divisione e Beuys si arresero agli inglesi il 4 maggio 1945 a Cuxhaven, alla foce dell’Elba. Rilasciato il 5 agosto 1945, tornò a casa dai suoi genitori a Rindern</strong>, dove si erano trasferiti nel 1930, gravemente debilitato nel corpo, iniziando da lì a poco la sua straordinaria carriera artistica, terminata prematuramente il 23 gennaio 1986 con la sua morte per insufficienza cardiaca. Secondo le sue volontà, le ceneri di Beuys furono liberate nel Mare del Nord.</p>
<p><em><strong>Andrea Lombardi</strong></em></p>
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		<title>Perché la New Age mi fa dormire? I New Agers scambiano il logos per logorrea e le loro incaute teorie funzionano bene come scioglilingua</title>
		<link>https://www.pangea.news/perche-la-new-age-mi-fa-dormire-i-new-agers-scambiano-il-logos-per-logorrea-e-le-loro-incaute-teorie-funzionano-bene-come-scioglilingua/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 15 Mar 2019 10:17:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 1928 un brillante filosofo/logico di Vienna, Rudolf Carnap, pubblicò Der logische Aufbau der Welt, “La struttura logica del mondo”. Dieci anni prima, Ludwig Wittgenstein aveva ideato il suo profondamente criptico Tractatus Logico-Philosophicus, l’ultimo libro filosofico. Carnap e altri esponenti del circolo viennese rielaborarono il messaggio di Wittgenstein. Verso la conclusione dell’opera citata (183. Razionalismo?) [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1928 un brillante filosofo/logico di Vienna, Rudolf Carnap, pubblicò <em>Der logische Aufbau der Welt, “</em>La struttura logica del mondo”.</strong> Dieci anni prima, Ludwig Wittgenstein aveva ideato il suo profondamente criptico <em>Tractatus Logico-Philosophicus, </em>l’ultimo libro filosofico. Carnap e altri esponenti del circolo viennese rielaborarono il messaggio di Wittgenstein. Verso la conclusione dell’opera citata (183. Razionalismo?) inserì:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>RIFERIMENTI. Wittgenstein ha chiaramente formulato l’orgogliosa tesi dell’onnipotenza della scienza razionale, così come l’umile intuizione relativa alla sua importanza nella vita pratica: per una risposta che non può essere espressa, anche la domanda non può essere espressa. Il problema non si pone. Se si può fare una domanda, allora vi si può rispondere… (…) Wittgenstein riassume la portata del suo trattato nelle seguenti parole: “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Quel famoso aforisma, che conclude il trattato, avrebbe dovuto essere interpretato come una confessione di umiltà gnostica, non come un’orgogliosa tesi dell’onnipotenza di una scienza razionale. Basta prestare attenzione a tutte le implicazioni dell’opus. Giusto due aforismi prima di quello finale, infatti, Wittgenstein afferma: “C’è davvero dell’inneffabile. Esso mostra sé, è il mistico.” (6.522)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66161 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro-192x300.jpg" alt="" width="145" height="227" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro-768x1199.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro-656x1024.jpg 656w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro-1320x2061.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro.jpg 1543w" sizes="(max-width: 145px) 100vw, 145px" />Tutto ciò risale a un secolo fa: perché dovrebbe interessarci ancora? Perché le implicazioni del razionalismo, del positivismo, del determinismo, del riduzionismo, e del meccanicismo hanno invaso il globo come una peste.</strong> Non si deve biasimare Wittgenstein: ha trasceso la sua epoca, sebbene l’abbia epitomizzata usando e sviluppando i suoi strumenti, da poco riscoperti e perfezionati, quelli della logica. (Una evidente obiezione al suo <em>Tractatus</em> è l’uso dell’aforisma e un criterio di classificazione altamente soggettivo al posto di un testo strutturato più sistematicamente. Perché mai dovremmo sventrare la logica attraverso un assortimento di aforismi criptici?) I suoi meno dotati seguaci, attraverso il loro fraintendimento storico, partirono per la tangente (sbagliata.) E questo solo nel campo della logica. In tutti i rami della conoscenza, il determinismo è venuto e se n’è andato, o piuttosto, sarebbe dovuto andarsene, ma non lo ha fatto, è rimasto, e ha permeato il mondo, coadiuvato dall’amplificazione del suo più fedele alleato, il progresso economico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Segue un irrispettosamente succinto riassunto di alcuni dei colpi che avrebbero dovuto decretare la fine del determinismo, del meccanicismo, del riduzionismo, del darwinismo, etc. Coloro che hanno familiarità con tali sviluppi scientifici, non leggano questa sezione. </strong>Coloro che non ne hanno, possono usarla come un invito ad approfondire la lettura degli scienziati citati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La geometria euclidea è stata surclassata da quella non-euclidea, le cui principali figure furono: Nikolai Ivanovich Lobachevski (1973 -1856); János Bolyai (1802- 1860); e Bernhard Riemann (1826-1866).</strong> Se il riconoscimento di Lobachevski e Bolyai è postumo, l’accettazione della geometria non euclidea avvenne sotto l’influenza delle idee di Riemann, nel 1866, di Eugenio Beltrami nel 1868, e di Felix Klein nel 1871. Nel 1927 Werner Heisenberg (1901-1976) pubblicò il suo principio di indeterminazione. La sua radicale reinterpretazione dei concetti base largamente newtoniani della meccanica applicata alle particelle atomiche nel contesto della teoria quantistica avrebbe dovuto sferrare il colpo di grazia alla meccanica di Newton. (E lo fece, in effetti. Tuttavia, la nozione di tempo come mera durata è ancora cardinale, ad esempio, per il mondo finanziario, con ripercussioni di proporzioni globali).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il positivismo logico era stato ferito nel suo nucleo – la sua coercizione vero/falso e conseguente tacita aderenza al principio di bivalenza – dalla scoperta di Jan Łukasiewicz (1878-1956) della logica trivalente già nel 1917</strong>, nota bene: prima del trattato di Wittgenstein. Seguirono una logica a molti valori (e calcoli multivalore), aiutata dal fiorire della scuola di logica di Varsavia, della cui nascita Łukasiewicz è indirettamente responsabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto concerne la selezione naturale e la concezione del mondo darwiniana, accoppiata al moderno approccio biologico molecolare convenzionale, che insiste sul fatto che, quando si conoscerà la sequenza del DNA di qualsiasi organismo, allora tutto sarà manifesto, sta diventando evidente, come suggeriscono, fra gli altri Brian Goodwin e Gunther Stent, che la morfogenesi e lo sviluppo possono essere visti come un sistema dinamico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La teoria del caos sta appena uscendo allo scoperto</strong>, gradualmente guadagnando terreno fra biologi, matematici e filosofi.</p>
<p style="text-align: justify;">Riassumendo, tutti i suddetti sviluppi, in rami diversi ma sempre più interconnessi della conoscenza, puntano al fatto <strong>che il mondo, la vita, e la vera essenza dell’essere, l’ontologia, debbano essere reinterpretati e re-investigati con un approccio interamente nuovo</strong> (o interamente revivalista). Gli organismi non sono mere raccolte di parti, come geni, molecole e i vari componenti dei loro organi. E, soprattutto, sono vivi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La prodigiosa proliferazione di asfalto, blocchi di cemento, edifici e grattacieli in tutto il mondo; il processo in atto e senza precedenti di deforestazione e totale desertificazione; l’omogeneizzazione culturale che il mondo ha subito, nell’interesse di una sottocultura globale</strong>, taglia unica, con la quale soppiantare le precedenti culture multiple – tutto ciò sembra essere un inarrestabile processo di spaventosa grandezza distruttiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Più di centocinquanta anni fa Karl Marx aveva predetto, in vera e propria tradizione oracolare sebbene nelle sembianze di moderno scienziato della storia, che il mondo si sarebbe mosso, in uno spasmo dialettico, verso un proletariato internazionale globale. Il ventesimo secolo, secondo le sue predizioni, avrebbe dovuto annunciare e confermare la nascita di un proletariato mondiale senza classi, internazionale, transnazionale e sopra nazionale.</strong> Ma il comunismo ha fallito platealmente, nonostante gli sforzi tenaci e vigorosi che i vari regimi hanno esercitato per tenerlo in vita, a nonostante le decine e decine di milioni di vite umane sacrificate al suo altare. L’umanità è regredita verso l’adorazione degli dei e, ciò che è peggio, se c’è stata una sola e dominante tendenza nel ventesimo secolo, è stata il nazionalismo. Le previsioni di Marx si sono rivelate sbagliate e il suo determinismo storico&#8230; difettoso, per coltivare l’arte dell’eufemismo.</p>
<figure id="attachment_66162" aria-describedby="caption-attachment-66162" style="width: 215px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66162" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/gmdsphoto-215x300.jpg" alt="" width="215" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/gmdsphoto-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/gmdsphoto.jpg 300w" sizes="(max-width: 215px) 100vw, 215px" /><figcaption id="caption-attachment-66162" class="wp-caption-text">Guido Mina di Sospiro ha da poco pubblicato per Ponte alle Grazie &#8220;Sottovento e sopravvento&#8221;</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma centinaia di milioni di persone, dall’Unione Sovietica alla Cina, da Cuba al Vietnam, hanno preso parte, volenti o nolenti, in questo colossale esperimento: dimentica la tua proprietà (se ce l’hai) – la tua religione – i tuoi costumi – i tuoi istinti&#8230; Probabilmente come reazione, stiamo assistendo al riemergere di istinti tribali a lungo dimenticati</strong>, mentre permangono scenari da incubo dal lato oscuro dell’umanità: pulizia etnica, guerre di religione etc.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le società androcratiche, di libero mercato e consumistiche, capitanate e ispirate dagli Stati Uniti, sono riuscite a far sembrare il mondo tutto uguale, </strong>applicando concetti di ampia portata che sono apparentemente di casa ovunque, poiché fanno appello a una componente della psiche umana alla quale la maggior parte di noi non sembra in grado di rinunciare: l’avidità. Un osservatore extraterrestre, dopo una completa valutazione del mondo, potrebbe commentare che esso appare come una mistura freudiana e adleriana, un ribollire d’istinti base provocati da pulsioni sessuali e di potere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fra queste principali e, sebbene differenti, ugualmente distruttive forze, c’è una particolare classe di esseri umani: i simpatizzanti della New Age.</strong> Come si possono caratterizzare?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>New Age, da un punto di vista solidale</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oggigiorno le religioni abramiche si occupano di questioni molto poco ermetiche, mentre la massoneria è solo una di tante confraternite. In un certo senso, ciò è andato a vantaggio della tradizione ermetica, che adesso non si trova più sul limitare di altre istituzioni. <strong>Infatti, è diventata una chiesa per conto suo, e ha sviluppato la sua parte più essoterica nel movimento New Age.</strong> Uno sguardo retrospettivo alla storia conferma la diagnosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Al pari dell’ermetismo rinascimentale, che sperava di restaurare pace al mondo cristiano e la ragione all’umanità belligerante, <strong>il movimento New Age è ecumenico, non dogmatico e pacifista. Come gli alchimisti, che pensavano che tutta la materia fosse sulla via di diventare oro, i New Agers si dedicano alla trasformazione personale e alla realizzazione del potenziale latente in ciascuno.</strong> Le scienze occulte fioriscono, certamente nelle loro modalità meno profonde, in sistemi di divinazione (tarocchi, rune, I Ching), nell’astrologia, nella scienza delle piante (medicina delle erbe) e delle pietre (cristalli). Così come Paracelso attraversò l’Europa chiacchierando con boscaioli e vecchie sagge, i New Agers ricercano la saggezza dei popoli indigeni, a cui danno valore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come tutte le manifestazioni essoteriche, la New Age ha i suoi aspetti sfortunati. Ma al suo peggio è stupidotta piuttosto che malvagia</strong>, e al nostro osservatore extraterrestre sembrerebbe la più umanistica ed ecologica di tutte le religioni attuali. Inoltre, offre porte non sono sigillate dal dogma o dall’autorità religiosa attraverso le quali pochi auto-selezionati possono passare per ottenere una conoscenza più profonda.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>New Age, da un punto di vista ostile</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se la New Age riguarda principalmente il risveglio, perché mi fa dormire? Quelle copertine lucenti con disegni kitsch; <strong>quella musica da ascensore riciclata con titoli pomposi; e soprattutto quei profeti, o illuminati, o qualsiasi cosa siano, col loro catechismo nuovo fiammante</strong> – mi fanno dormire.</p>
<p style="text-align: justify;">In tutta buona fede partecipo a un seminario. Eccomi dinnanzi all’illuminato, che chiacchiera. La prima impressione che mi assale è un grande torpore. Ma non mi posso addormentare, sarebbe maleducato. <strong>Così ascolto. E cosa sento? Una stupenda quantità di ovvie assurdità. Pensandoci, non è semplice ammassare così tante stupidaggini in così poco tempo.</strong> È una cosa degna di nota di per sé, se non esattamente degna di lode.</p>
<p style="text-align: justify;">Imparo che ci reincarniamo 84.ooo.ooo volte; che ho dell’ectoplasma nero che fuoriesce dalla mia bocca; che alcuni di noi stanno per vedere le luci ultraviolette; che siamo osservati da extraterrestri con un terzo occhio (mi chiedo da quale occhio?) etc. etc. <strong>Sebbene la sospensione dell’incredulità sia una <em>conditio sine qua non,</em> c’è anche una curiosa infusione di pseudo-scienze, cosicché i termini sono presi in prestito liberamente dalla fisica, dalla chimica, dalla biologia, etc. Se non altro, funzionano egregiamente come scioglilingua.</strong> Abbondano le frasi fatte, immagino perché non c’è un correttore grammaticale che avvisi l’illuminato: “Frase fatta, usare con parsimonia”. Il <em>logos</em> è confuso con la <em>logorrea</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Prospera anche un sentimentalismo del tipo più infimo, e dispiace perché sembrerebbe esserci spazio per l’umorismo. Ad esempio, da un catalogo di libri New Age, ecco un titolo azzeccatissimo: <em>Dai la colpa alle tue vite precedenti.</em> Tale libro esiste davvero. Dovrebbe essere un best-seller fra i perdenti, e posso già immaginare il secondo volume: <em>Punta tutto sulla tua prossima vita!</em></p>
<p style="text-align: justify;">È tutto qui? Sono circondato da perdenti? Mentre sedevo in mezzo a loro, la canzone di Beck continuava a frullarmi in mente col suo maligno ritornello: “Sono un perdente, amore, allora perché non mi uccidi?” Tutti i New Agers hanno forse un tremendo bisogno di psicoanalisi?  Stanno tutti cercando una via di salvezza psichica ed emozionale? Se fosse questo il caso, allora, in forza della compassione, sono costretto a rispettare i loro erronei tentativi, e tacere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A ben pensarci, i New Agers, per quanto kitsch siano, sono fra i migliori rappresentanti della società occidentale. Perché, almeno, loro avvertono che qualcosa non va. Sfortunatamente, sembrano accorgersene solo quando qualcosa va terribilmente storto nella loro vita.</strong> Allora cercano un rimedio e, avendo rifiutato la religione cattolica, se sono cattolici, la zingara che legge i tarocchi o il palmo della mano, e lo psichiatra, confluiscono in questa nuova genia di ciarlatani, cioè persone che dispensano frasi fatte rimescolate in guisa di saggezza trascendentale. E allora, com’è che la fanno franca? La fanno franca perché coloro che partecipano ai loro seminari e leggono i loro libri sono per la maggior parte gente disperata pronta a credere a tutto e abbracciare qualunque idea.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci siamo passati tutti nella nostra vita, impotenti nelle grinfie della depressione. Quando niente va come dovrebbe andare, qualsiasi antidolorifico capace di alleviare la nostra sofferenza è il benvenuto. </strong>In un tale stato di profondo abbattimento, non solo si ottiene automaticamente la sospensione dell’incredulità, ma il futuro illuminato crederà più di ciò che si può realisticamente credere. E tuttavia l’Altro possiede il senso dell&#8217;umorismo e, se lo si avvicina in modo così disarmante, è probabile non si riuscirà mai a vendergli una polizza di assicurazione sulla vita. L’Altro ha anche bisogno di noi, ma non s’interessa di coloro i quali, avendo rinunciato a un atteggiamento critico, sono pronti a credere a qualsiasi cosa. L’Altro snobba tali persone.</p>
<p style="text-align: justify;">Coloro di voi che non hanno mai letto un libro tipicamente New Age ne devono comprare almeno uno e rendersi conto da soli di cosa intendo. Di solito la prefazione informa frettolosamente il lettore che l’Autore è stato magistralmente guidato da tale o talaltro (uno spirito, una reincarnazione, una voce divina) e che lui o lei <em>deve</em> comunicare un messaggio, anzi, <em>il</em> messaggio. Comincia poi una litania di regole. Sono elencate nel più canonico ordine causale, cioè, da A segue B; da B, C, e così via. <strong>Sembra che la Rivelazione, il Messaggio consista nella lista della spesa. Solo che, al posto delle carote, del pane e del prezzemolo, la lista è composta da frasi fatte prese in prestito da un potpourri mal digerito di religioni/pseudoscienze comparate</strong>, compilate da sfogliatori di libri di seconda classe.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte, coloro la cui vita è apparentemente in ordine, che abbondano in soddisfazioni familiari e professionali, che sono normali e in salute, raramente sentono il bisogno di avvicinarsi a ciò che, di fatto, è sepolto in profondità dentro ciascuno di noi<strong>. E poi ci sono le masse, coloro che guardano cinque ore di televisione al giorno, e sono bombardati da incessanti spot pubblicitari, una media di 21.000 all’anno negli Stati Uniti; coloro che hanno ormai l’encefalogramma piatto</strong> e, sebbene ancora funzionali a livello fisico e psichico, sono in effetti diventati dei manichini.</p>
<p style="text-align: justify;">Finché, un giorno, uno di tali manichini viene trovato, legato, imbavagliato e strangolato in uno stanzino o in uno scantinato. Alla fine, i parenti normali e sani, eccezionalmente risvegliati dal loro letargo che dura da una vita, vengono a sapere dalla polizia che il loro caro non è stato ucciso, bensì è morto di morte autoerotica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Guido Mina da Sospiro</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Guido Mina di Sospiro è l’autore, tra l’altro, di “L’albero” (Rizzoli, 2002), “La metafisica del ping-pong” (Ponte alle Grazie, 2016) e “Sottovento e sopravvento” (Ponte alle Grazie, 2017).</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>(L’articolo è tradotto dall’inglese da Patrizia Poli; originalmente pubblicato su “Reality Sandwich”)</em></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>“Sono stata fedele a una militanza funesta”: fino a strapparsi le ossa verbali, con Veronica Tomassini</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Mar 2019 05:31:24 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I più, penso, resteranno lì, non vedranno altro oltre l’insolente insolazione della ‘denuncia’, al sole del ‘neorelismo’ di facciata, che sfacciati. Insomma, la scrittrice dei drogati, della periferia di Siracusa, che è poi anima di catrame, l’isolamento dell’uomo, catabasi, catarsi, etc. etc. Sarebbe come considerare <em>Il processo </em>di Kafka un <em>legal thriller </em>e <em>Moby Dick </em>un baldo romanzo d’avventure a bordo di baleniera e l’<em>Ulisse </em>di Joyce una guida turistica della città di Dublino, che idiozia. <strong>Con <em>Mazzarrona </em>(Miraggi Edizioni, 2019) Veronica Tomassini – già autrice di libri importanti, cito solo <em>Sangue di cane </em>e <em>L’altro addio </em>– va al di là del gergo linguistico di <em>Altri libertini</em>, è in esilio dalla ‘denuncia’ – propria dei burocrati della provvidenza, dei puri di cuore – redige l’implacabile epica dei rimpianti, dei persi senza pianto, dei tossici, degli indifesi, degli indegni, degli indimenticabili dannati senza aura, senza beneficio di pietà</strong> (senti qua: “I fiori degli aranci restituivano la leggerezza della stagione. Oggi mi sembra un fatto straordinario assistervi senza dover pagare un prezzo, sentirmi indegna. La primavera è per tutti. Anche per noi in quel tempo. Il nostro inverno perenne disconosceva la primavera”). Ci sono tante frasi da sottolineare e una bellezza così candida –<strong> del candore che si ottiene soltanto dopo il massacro </strong>– in questo romanzo, lo prendi ed è come se un pezzo d’ombra e un pezzo di sole fossero conficcati sotto i mignoli, a spalpebrare il senso del tatto. Ma non è questo. <strong>Veronica Tomassini scrive facendo scempio di sé, come i pittori d’icone che murano la propria vita nel carcere del Volto – per Veronica, ogni volta, scrivere è sudario, pazienza, perdizione</strong> – si scuoia per dare grammatica di fiamme al nostro caos. Ne parlo, è certo, con un giudizio sghembo, di Veronica, perché ho il privilegio di dialogare con lei, fino a sfinirci, fino all’ultimo lembo emblematico di fiato. <em>Veronica</em> significa colei che ‘porta la vittoria’, ma il nome, storpiato, ha a che fare con la vera immagine (icona) di Cristo. Il volto è vittoria; lei porta il tuo volto con una grazia indecente. Attraversi Veronica per trovare te stesso – e l’esperienza non è indolore. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66064 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/Mazzarrona-206x300.jpg" alt="" width="160" height="233" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Mazzarrona-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Mazzarrona-768x1120.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Mazzarrona-702x1024.jpg 702w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Mazzarrona.jpg 1000w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" />Cosa bisogna avere per scrivere, per te: compassione o ferocia? Amore per sé o desideri per gli altri? Necessità di perdersi, definitivamente, o di risorgere, luminosamente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La compassione è lo sguardo che finisce dove gli altri lo tolgono; la luce che si fa strada dove per tutti ripara l’ombra. L’ombra e non le tenebre.<strong> Il mio sguardo è compassionevole anche quando è feroce, serve alla scrittura, il dolore laconico, l’ho imparato dai nostri maestri russi, è la grande lezione russa, il dolore non si ribadisce, lo devi mortificare, ignorare, così lo esalterai nel suo potere di salvezza.</strong> È il riso con il suono del singhiozzo, persino, capace di seppellire il lettore nello sgomento e nella tristezza. Il dolore nella pozzanghera mirgorodiana di Gogol’. E alla fine l’uomo risorge, sì. E tuttavia non per questa ragione io sia nobilitata, migliore, dedicata all’altro, no, si può essere creature mostruose, fuori quello sguardo, fuori la scrittura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu sei la santa dei sottosuoli, la regina virginea degli inferi della periferia: con un linguaggio visionario, da apocalisse gnostica, garantisci una consistenza narrativa a quella “loggia di sbandati” che è l’umanità di Mazzarrona. Mi pare, però, che la tua lucidità non preluda a una facile ricerca di ‘riscatto’. Dimmi. Dimmi perché quei luoghi sono la tua materia narrativa.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Racconto solo la mia vita. <em>Tranche de vie</em>. Non so fare altro. Sono finita nei luoghi sbagliati, tra gli imperdonabili, fino ad amarli. Io stessa lo sono, imperdonabile. Sono fuori dal mondo colpevolmente, una brutta copia della Bess di Von Trier de <em>Le onde del destino</em>. <strong>Ho letto <em>Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino</em> a nove anni. Mi ha cambiato la vita, forse me l’ha rovinata. Da allora quello sguardo di cui ti dicevo “deragliava”, illuminava i segreti e la laidezza della vita, mi sembrava di averla già conosciuta così marcia e finita a pochi anni. </strong>Ero preparatissima, a pochi anni conoscevo già l’abbecedario del tossico. Gropiusstadt, Haus der Mitt, il Sound, David Bowie, il trip, l’acido che devi calare con un succo di ciliegia, Sense of doubt. Era il mio paesaggio a nove anni. Allora ho capito che c’era una verità, dovevo trovarla, non l’ho ancora trovata. Devo capire ancora, non so cosa, quel tossico forse con l’ago infilato nel collo, Riboldi Gino chino sul cesso di un bagno pubblico (<em>In exitu</em>, Testori) o l’altro che muore steso su una panchina. Così è andata. E da adolescente e poi da adulta sono stata fedele a una militanza funesta, una vita in pezzi forse. E invece no, perché poi tutto mi è stato restituito, gloriosamente, tutto è diventato scrittura. Sono diventate parole, quelle parole che a Mazzarrona non si usavano, erano ridicole, troppo lunghe.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ami dal culmine dell’abbandono, forse perfino in una compiaciuta estremità ed eresia. Il narcisismo dei perduti. </strong><strong>È così? Contestami.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, amo dal culmine dell’abbandono. <strong>L’amore è il grande assente. Il narcisismo dei perduti: mi piace. Mi sta bene. </strong>Ma devo essere perdonata e voglio solo perdonare in fondo, così sopravvivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>C’è più denuncia sociale, rivolta civica o atto sacro, liturgia dell’amare e dell’accettare nel tuo romanzo, nelle tue intenzioni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, non c’è una denuncia sociale, <strong>mi annoia solo l’idea di un romanzo da denuncia sociale. Qualcosa da tessera di partito, inefficace, inutile come una posa.</strong> Soltanto racconto (non mi importa delle intenzioni, agiscono per i fatti loro, non le riconosco), poi io stessa divento simbolo di qualcosa magari. Quella che scrive di periferie o di ubriaconi, vagabondi, disadattati. Senza pietismo, però, per carità. Lo faccio e basta. Il resto mi annoia. La noia è un problema. Ho vissuto così.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Era solo la morte degli altri, che avanzava implacabile e lenta, ad avermi contagiato”: che cosa significa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Eroinomani, creature esangui. Erano la negazione della vita, una provocazione, un parto cieco. Frequentare eroinomani, sentir parlare solo di ‘roba’, di overdose, spade, rota, Aids, mi aveva fatto ammalare. Frequentare l’ignoranza che per me equivale a una volgarità morale, una volgarità tout court. Mi aveva fatto ammalare.<strong> Dimagrivo, avevo smesso di mangiare, non del tutto però. Non vedevo altro, solo questo orizzonte, pesto, greve. </strong>Solo la morte. Non c’era leggerezza. Era un castigo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da dove arriva questo tuo linguaggio che brucia i cliché di certa narrativa contemporanea, che affila il coltello con cui ti punisci? Che cosa leggi, intendo? Che cosa ti piace leggere, dell’oggi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi leggo <strong>solo testi sacri o classici dello spirito.</strong> Ho amato molto i russi, il neorealismo, alcuni autori americani, ma se vai a vedere scopri che sono poi russi o giù di lì, tipo Saul Bellow (origini lituane).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora cosa ti attendi? Lo Strega, un nuovo libro, uno che ti porti via da tutto bruciando i ponti, niente, tutto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Uno che mi porti via da tutto, bruciando i ponti.</p>
<p>*<em>In copertina, Veronica Tomassini è interpretata da Francesca Marzia Esposito</em></p>
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		<title>Il più grande poeta inglese di sempre? Petrarca&#8230; (lo dicono in UK). Da Shakespeare a Mandel&#8217;stam, abbiamo insegnato al mondo occidentale a dire l&#8217;amare. Dobbiamo esserne fieri</title>
		<link>https://www.pangea.news/il-piu-grande-poeta-inglese-di-sempre-petrarca-lo-dicono-in-uk/</link>
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		<pubDate>Mon, 25 Feb 2019 05:32:56 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La leggenda pia non smette di commuovermi. Così la narra Gario Zappi: “Ottanta anni fa, nel lager di transito di Vtoraja Rečka, presso Vladivostok, moriva d’inedia Osip Mandel’štam.</strong> Testimoni oculari hanno raccontato che, semiassiderato, rosicchiando zollette di zucchero, se ne stava accovacciato vicino ad un immondezzaio e recitava brani della <em>Divina Commedia</em> e del <em>Canzoniere</em> di Petrarca”. Più specifica la versione narrata da Ryszard Przybylski, critico polacco: <strong>“Si sparse la notizia di un poeta che consolava i detenuti cantando le sue traduzioni di Petrarca, vicino al fuoco”.</strong> Se il rapporto tra Dante e Mandel’stam è testimoniato dai suoi bellissimi testi ‘danteschi’, quello con Petrarca emerge dal gorgo dei Gulag. Nel luogo dell’orrore, dove l’uomo è disumano, il poeta recita poesie d’amore. Morirà, sappiamo, il poeta – ma è invincibile chi getta parole d’amore tra le fauci dell’oscurità.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di Dante, intendo, sappiamo il fascino, inevitabile, esercitato in questo e in altri continenti. Sono testimoniate le letture di Gogol’ e di Goethe, di Ezra Pound e di Thomas S. Eliot, come di Jorge Luis Borges e di Samuel Beckett. </strong>Dante, in fondo, è la grande ‘fonte’ della letteratura moderna, per lo più per gli aspetti ‘infernali’ e per la verve ‘politica’ e polemica. Il Novecento è una “selva oscura”, una notte senza termine, un viaggio nella zona selvaggia e terminale della notte. Insieme a Dante, si è lavorato dentro Ulisse – l’apolide sapiente, l’epos di un esilio, la tensione paradisiaca al ritorno – e dentro Don Chisciotte – la follia come unica ragione possibile per comprendere il mondo irragionevole. Petrarca, al contrario, il poeta dei singulti d’amore e dei sibili del desiderio, è cestinato tra gli irritanti, nonostante le fiammate polemiche (“L’avara Babilonia à colmo il sacco/ d’ira di Dio, e di vitii empii et rei…”), più formali che altro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mi è parsa sempre una stupidata. <strong>Petrarca è l’icona, si sa, del letterato moderno: uno che scrive lettere ai morti ma tratta coi vivi, che scopre manoscritti perduti, che è intriso d’inquietudine, che non trova un posto dove stare in pace e anela la pace, che usa la letteratura per scavarsi, che brandisce l’amore come errore, come ossessione</strong> – è bello giocare coi sensi e coi simboli pensando che la Laura di Petrarca, adorata nel candore, sposa al Marchese Ugo di Sale, sia l’ava trecentesca del Marchese de Sade, che intendeva l’amare come eccitazione degli eccessi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Se Dante è granitico, frugale nel vivere, austero nel dettare, Petrarca è un fiume, s’adatta, sperimenta, svia. Scrive – modellando forme e toni – come vive: <strong>accetta l’alloro poetico ma reclama la sua libertà politica nella lettera indirizzata ai posteri: “I più grandi monarchi dell’età mia m’ebbero in grazia, e fecero a gara per trarmi a loro, né so perché.</strong> Questo so, che alcuni di loro parevan piuttosto essere favoriti della mia, che non favorirmi della loro dimestichezza: sì che dall’alto loro grado io molti vantaggi, ma nessun fastidio giammai ebbi ritratto. Tanto peraltro in me fu forte l’amore della mia libertà, che da chiunque di loro avesse nome di avversarla mi tenni studiosamente lontano”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65558 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/libro-petrarca-192x300.jpg" alt="" width="130" height="203" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro-petrarca-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro-petrarca-768x1202.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro-petrarca-654x1024.jpg 654w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro-petrarca.jpg 818w" sizes="(max-width: 130px) 100vw, 130px" />Nel mondo inglese un libro uscito un po’ di tempo fa, <em>Petrarch: Everywhere a Wanderer </em>(Reaktion, 2017), firmato da Christopher Celenza, riporta in auge Petrarca e fa parlare di sé. La settimana scorsa la <em>London Review of Books</em> ha pubblicato una articolessa di Charles Nicholl, <a href="https://www.lrb.co.uk/v41/n03/charles-nicholl/on-the-sixth-day" target="_blank" rel="noopener"><em>On the Sixth Day</em></a>, rifilando l’importanza del poeta nostro: <strong>“Dei tre grandi – compresi Boccaccio e Dante, <em>ndr</em> – Petrarca è il più prolifico, il più eclettico, l’indefinibile – e, ai giorni nostri, il meno letto”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il merito di Nicholl, pur nello spazio stretto di un articolo lungo, è quello di dettagliare i legami tra Petrarca e Chaucer, e poi tra Petrarca e la lirica inglese. <strong>“La moda di Petrarca cominciò a prendere piede in forma concreta e cospicua dal 1530, sotto Enrico VIII,</strong> con i nuovi poeti di corte Henry Howard, Earl of Surrey, Thomas Wyatt”. Il ‘petrarchismo’, come si sa, fonda l’idea di amore in Albione, ha un successo assoluto: “una stretta lista di testi elisabettiani <em>alla Petrarca </em>dovrebbe includere l’<em>Hekatompathia </em>di Watson (1582), <em>Astrophil and Stella </em>di Philip Sidney (scritta nel tardo 1580 e pubblicata postuma, nel 1591), le “Visioni da Petrarca” nel <em>Complaints </em>di Spenser (1591), <em>Delia </em>di Samuel Daniel (1592), <em>Idea’s Mirror </em>di Michael Drayton (1594), <em>Laura </em>di Robert Tofte (1597)”.<strong> In forma satirica, si parlava “dell’onesto Petrarca adornato di prato inglese”. Petrarca, per altro, appare, come un bagliore, nel <em>Romeo e Giulietta </em>di Shakespeare</strong> (in una battuta di Mercutio a Romeo: <em>Now is he for the numbers that Petrarch flowed in: Laura to his lady was but a kitchen wench</em>). Soprattutto, Petrarca ‘informa’ l’opera poetica di Shakespeare. Non lo diciamo noi, ma gli stalloni d’Albione: “Quanto Shakespeare abbia contribuito al successo del sonetto dal 1590 in poi non è chiaro… i suoi sonetti sono sostanzialmente dei calchi da quelli di Petrarca”. Secondo Jill Levenson, che ha eseguito una esegesi di <em>Romeo e Giulietta</em>, “qui Shakespeare immagina una città in cui tutti mettono in scena l’idioma di Petrarca… i versi sovrabbondano di riferimenti a Petrarca”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il cerchio di chiude. Nel 1946 Giuseppe Ungaretti pubblica <em>40 sonetti di Shakespeare</em>, che giustifica così nel 1964, all’Unesco: <strong>“Sono uno degli ultimi superstiti d’una generazione di poeti europei che tradussero, ciascuno nella propria lingua, i <em>Sonetti </em>di Shakespeare come per afferrarsi a una tavola di salvezza nel naufragio della volontà illusoria di sfida al tempo che dal Petrarca fino a noi vecchi, si considerò per tanti secoli, mira della poesia”. </strong>Parlando del <em>Sentimento del Tempo</em>, Ungaretti ricorda che lì converge la lezione dei “due poeti che erano i miei favoriti: ancora Leopardi e Petrarca”. Grazie a Ungaretti, in qualche modo, Shakespeare torna nel linguaggio da cui è sorta la sua ispirazione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Abbiamo insegnato al mondo occidentale a dire l’amare</strong> e l’indipendenza dell’amore da ogni mira politica, e ora cosa andiamo dicendo? (d.b.)</p>
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		<title>Morire è diventato imbarazzante. Ecco perché la morte è un tabù e i medici sono i nuovi dèi (ma l’obbligo della felicità ci rende infelici)</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Feb 2019 10:26:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Cos’è diventata la morte oggi? Perché è vietato parlarne? Che rapporto avevamo e abbiamo con lei? Ci ha pensato Philippe Ariès a rispondere, e l’ha fatto con Storia della morte in Occidente, disamina sulla dipartita dal Medioevo a oggi.  Non abbiamo mai avuto un bellissimo rapporto con la morte, neanche nei secoli bui, ma mai [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Cos’è diventata la morte oggi? Perché è vietato parlarne? Che rapporto avevamo e abbiamo con lei?</strong> Ci ha pensato Philippe Ariès a rispondere, e l’ha fatto con <em>Storia della morte in Occidente</em>, disamina sulla dipartita dal Medioevo a oggi.  Non abbiamo mai avuto un bellissimo rapporto con la morte, neanche nei secoli bui, ma mai come oggi ci è così lontana e nemica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Siamo arrivati ad amare la vita in maniera morbosa, e spesso non si accetta la morte non per paura, ma perché a un certo punto si tirano le somme, ci si guarda indietro, e si comincia a fare i conti con i propri fallimenti,</strong> con gli obiettivi non raggiunti, con i rimpianti, e si scopre che ormai è troppo tardi. Secondo Ariès, nella società industriale è diventato intollerabile non essersi realizzati, non aver dato abbastanza spazio ai sogni che si avevano quando si era giovani, e questo a volte può addirittura condurre all&#8217;alcolismo o al suicidio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“Le immagini della decomposizione, della malattia, traducono con convinzione un nuovo accostamento</em></strong><em> fra le minacce della decomposizione e la fragilità delle nostre ambizioni e dei nostri affetti”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo attaccamento deriva anche da un diffuso senso d’immortalità dovuto all’allungamento della prospettiva di vita.</strong> Il momento della morte sembra talmente lontano e procrastinabile da non pensarci.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La morte è sempre stata presente in passato, era rappresentata, faceva parte della vita di tutti i giorni; <strong>il morente trascorreva gli ultimi momenti a casa, tra i suoi cari, a volte agonizzante, e partecipavano anche i bambini, cosa oggi impensabile.</strong> È stato il sociologo inglese Geoffrey Gorer ad aver <em>mostrato come la morte sia diventata tabù, e come, nel XX secolo, abbia sostituito il sesso quale principale divieto</em>. Ne parla nel libro <em>The Pornography of Death</em>, dove addirittura paragona il <em>lutto solitario e pieno di vergogna alla masturbazione</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ariès sostiene che tutto ciò abbia avuto inizio negli Stati Uniti agli albori del XX secolo. È qui, infatti, che la vita ha cominciato a dover sembrare sempre e comunque felice.</strong> È qui che la noia e la tristezza hanno cominciato a essere ospiti non graditi, ed è qui che la felicità è divenuta la nuova religione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In questo saggio si parla anche della storia dei cimiteri, come e perché sono diventati quello che sono oggi, come sono cambiate le usanze in merito ai cadaveri. Per esempio, <strong>solo nel XVIII secolo nacque un vero e proprio culto dei morti – e con esso i cimiteri</strong> – <em>manifestazione religiosa comune ai miscredenti e ai credenti di tutte le confessioni</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“[&#8230;] nel Medioevo i morti furono affidati, anima e corpo, ai santi e alla Chiesa; poi che i progressi della coscienza religiosa hanno meglio distinti, o addirittura contrapposto, il corpo e l’anima dei defunti:</em></strong><em> l’anima immortale era oggetto di una sollecitudine di cui testimoniano le fondazioni pie dei testamenti, mentre il corpo era abbandonato alle anonime fosse comuni”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65812 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/storia-morte-libro-197x300.jpg" alt="" width="134" height="204" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/storia-morte-libro-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/storia-morte-libro-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/storia-morte-libro.jpg 500w" sizes="(max-width: 134px) 100vw, 134px" />Ariès esamina tutti i cambiamenti avvenuti nel corso dei secoli, compresi quelli che riguardano la perdita di dignità del morente</strong>, che nel tempo ha perso ogni diritto e si è ritrovato non più a comando della propria morte, non potendo più organizzarla, ma in balìa di dottori e parenti, spesso privato anche della possibilità di essere a conoscenza del proprio imminente decesso. Per la prima volta si muore davvero soli, e quando tutti si sono ormai voltati dall’altra parte.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò è anche causa – non certo colpa – del progresso. <strong>Oggi, grazie alle cure mediche sempre più all’avanguardia, è difficile capire quando si morirà, c’è sempre speranza e possibilità di salvezza. </strong>Ariès considera soltanto il cancro la nuova e vera faccia della morte, quel male ancora chiamato ‘incurabile’, la vera sfida della medicina moderna. È il cancro, oggi, a far più paura della rappresentazione di uno scheletro o di una mummia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E qui entriamo in una sezione molto interessante del saggio, legata alla figura dei medici e degli infermieri, che sembrano aver preso il posto dei preti. Sono loro i moderni ma glaciali traghettatori di anime.</strong> Sono loro che spesso decidono di tenere all’oscuro il paziente non rivelandogli la sua condizione. Sono loro che ritardano il momento di avvertire la famiglia. Non si comunica più niente per paura di far perdere il controllo emotivo sia al malato sia alla famiglia. Negli ospedali non sono ben accette scene drammatiche, è sempre meglio far finta di niente, per il bene di tutti, per evitare grida, pianti, lacrime ed esaltazioni. Morire è diventato imbarazzante.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“Una volta la morte era un volto familiare, e i moralisti dovevano renderlo orribile per fare paura. </em></strong><em>Oggi basta soltanto nominarla per suscitare una tensione emotiva incompatibile con la regolarità della vita quotidiana”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">E il malato, se dovesse capire che la sua ora è giunta, non può comunque accettarla, non può arrendersi, <strong>non può chiudere gli occhi e lasciarsi andare voltandosi verso il muro, no, deve continuare a fingere, a lottare anche se non vuole, altrimenti rischia di sembrare folle agli occhi degli infermieri, colpevole di rinunciare alla vita</strong>, vergogna inaccettabile. (L’episodio è reale ed è avvenuto in un ospedale californiano).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E non sarà un caso, aggiungo io, che dagli anni ’90 i nuovi miti siano diventati proprio i protagonisti di serie televisive come <em>ER, Grey’s Anatomy, Dottor House</em>.</strong> I medici sono diventati i nuovi dèi, icone, angeli a cui consegnarsi totalmente, possibilmente belli e sexy, per invogliarci ancora di più ad affidare loro anima e corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, in <em>Storia della morte in Occidente</em> appare chiaro che oggi l’importante è morire con dignità, facendo meno rumore possibile, che si sia consapevoli della propria dipartita oppure no. <strong>Ma ovviamente tutta questa negazione della morte conduce a un altro problema, al rifiuto del lutto, che è stato per secoli il <em>dolore per eccellenza</em>, che andava anche ostentato, e che oggi va nascosto. Bando alle condoglianze, alle lacrime, alla sofferenza, alla commozione.</strong> Ci si deve riprendere il più presto possibile, e se si vuole piangere, lo si deve fare in solitudine. Bisogna mostrarsi duri, forti, e non parlare con nessuno della propria perdita. La persona in lutto è considerata alla stregua di un malato contagioso che va emarginato. <strong>E in questo contesto, anche il cadavere deve essere truccato, ben lavato e ben vestito. Deve sembrare un non morto, una persona semplicemente assopita. </strong>Non esiste più l&#8217;esibizione della bruttezza del cadavere. In America si è arrivati addirittura all’imbalsamazione e alle <em>funeral homes</em>, mentre in Inghilterra alla più definitiva cremazione, considerata<em> come il sistema più radicale per sbarazzarsi dei morti</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Per concludere, la morte è diventata il grande assente, scomparsa com’è dalle nostre case e trasferitasi soltanto negli ospedali. <strong>La morte invidiata sembra essere quella che permette di dire “non si è accorto di nulla”, cosa che si augura anche a se stessi. E nel frattempo la malattia è diventata una lunga e interminabile agonia proprio perché si fa di tutto per ritardare il fatidico momento. </strong>La progressiva perdita della fede ha portato l’uomo a divenire nullità di fronte alla morte, mentre prima, credendo nell’aldilà, si considerava importante mantenere dignità e valore fino alla fine e oltre. Ma Ariès ci pone di fronte a una riflessione finale ben più triste e preoccupante: <strong>e se fosse proprio la negazione della morte a rendere l’uomo moderno sempre più nevrotico? E se fosse proprio il nascondimento del lutto a farci ammalare?</strong> La mancanza di sostegno in uno dei momenti più importanti e difficili della nostra vita può scatenare psicosi e isterie che si potrebbero protrarre per chissà quanto tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Allora si arriva a chiedersi, con Gorer, <strong>se gran parte della patologia sociale di oggi non abbia le sue radici nell’evacuazione della morte fuori della vita quotidiana</strong>, nella proibizione del lutto e del diritto di piangere i propri morti”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che la <em>crisi della morte</em> sia strettamente in relazione con la <em>crisi dell’individualità</em></strong> che attanaglia questo XXI secolo?</p>
<p><strong><em>Dejanira Bada</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Damien Hirst, &#8220;For the Love of God&#8221;, 2007</em></p>
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		<title>Shackleton ha dimostrato che un uomo è più grande del Polo Sud, ma l’impresa per recuperare l’Endurance è fallita il giorno del suo compleanno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Feb 2019 06:30:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il mare con le acque più limpide al mondo è il più letale – anche questa è una conseguenza della purezza. * James Weddell era nato a Ostenda, viaggiò nelle Indie Occidentali, prestò servizio per la Royal Navy. A bordo della ‘Jane’ disse di essersi sporto più a Sud di qualsiasi navigatore. Era il 1823. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il mare con le acque più limpide al mondo è il più letale</strong> – anche questa è una conseguenza della purezza.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">James Weddell era nato a Ostenda, viaggiò nelle Indie Occidentali, prestò servizio per la Royal Navy. A bordo della ‘Jane’ disse di essersi sporto più a Sud di qualsiasi navigatore. <strong>Era il 1823. Vide le montagne di ghiaccio migrare intorno ad Antartide. Quel lotto d’acqua, gigantesco – la larghezza massima è di 2mila chilometri – purissimo, letale, prese il suo nome, Mare di Weddell.</strong> Come lui si chiamano anche le foche autoctone, le foche di Weddell, che l’esploratore e i suoi uccidevano con sommo gusto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65641 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/Ernest-Shackletons-Endurance-Expedition-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Ernest-Shackletons-Endurance-Expedition-224x300.jpg 224w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Ernest-Shackletons-Endurance-Expedition-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Ernest-Shackletons-Endurance-Expedition.jpg 615w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" />Il nome della nave incarna il carattere del suo capitano. Paziente, tollerante, resistente “al di là di ogni sopportazione”. <em>Endurance.</em></strong> Varata il 17 dicembre del 1912 in Norvegia, forgiata per resistere al morso dei ghiacci, <em>Endurance</em>, nelle fotografie, è lì, come una morgana, un castello in aria, una sfortunata sfinge, intorno ai bolidi di ghiaccio. Un’ombra in mezzo al regno bianco, il bisbiglio umano nella pupilla di Dio. L’<em>Endurance </em>parte da Plymouth il 9 agosto 1914, tappa a Buenos Aires, sosta in Georgia del Sud: s’incaglia quasi subito nel pack, siamo nel fatidico Mare di Weddell, è il 19 gennaio del 1915. Dove muore l’esperienza scientifica, avventata, comincia quella umana. I caratteri della nave – pazienza, tolleranza, resistenza – vengono incarnati dal suo capitano, l’indimenticabile esploratore Ernest H. Shackleton, nato nel piccolo borgo di Kilkea, Irlanda, secondo di dieci fratelli, il padre lo voleva medico acculturato, lui s’imbarcò in nave a sedici anni, come mozzo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il 27 ottobre del 1915 Shackleton abbandona la nave, che si inabissa il 15 novembre. Soltanto il 30 agosto del 1916, tuttavia, dopo una epica resistenza nell’oceanico Sud, i naufragi trovano salvezza, tutti. <strong>Se l’equipaggio dell’<em>Endurance</em> non è divorato dal Grande Bianco, divinità famelica e implacabile, è merito della tenacia di Shackleton</strong>, come si sa, che dall’isola Elephant, dove ha condotto i suoi (il 14 aprile 1916), su una scialuppa, sbarca in Georgia del Sud (10 maggio 1916), organizza una strategia per recuperare i compagni. Per tre volte il capitano tenta di raggiungere l’isola dove i 22 naufraghi sono allo stremo – l’ultima è quella buona. Il cuore di Shackleton, il coraggio, l’impresa morale, valgono più dei risultati di Amundsen. L’irlandese che voleva attraversare a piedi Antartide, ha dimostrato che un uomo vale più del Polo Sud.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Soltanto in UK le date convergono dando sinuosa sostanza al destino. Il 15 febbraio Ernest Shackleton avrebbe compiuto 145 anni. Evidentemente, una malia grava sull’<em>Endurance</em>, la nave prodigiosa che preferì andare a nozze con il ghiaccio.</strong> Intorno al giorno natale di Shackleton, infatti, giunge la ferale notizia: la <a href="https://weddellseaexpedition.org/the-expedition/" target="_blank" rel="noopener">“Weddell Sea Expedition”</a>, partita agli inizi dell’anno con l’intento generico di “documentare la ricca vita marina dell’ecosistema del Mare di Weddell”, <strong>ma con quello preciso “di localizzare, investigare e recuperare il relitto della nave <em>Endurance</em> di Ernest Schackleton, intrappolata e schiacciata nei ghiacci”, <a href="https://www.theguardian.com/world/2019/feb/14/search-for-shackletons-endurance-called-off-after-loss-of-submarine" target="_blank" rel="noopener">è fallita.</a></strong> Il ghiaccio ha stritolato il “veicolo subacqueo” con cui gli scienziati stavano esplorando le antartiche profondità, alla ricerca dell’<em>Endurance</em>. “Come Shackelton, che ha descritto il cimitero dell’Endurance come ‘la porzione più terribile di mare del mondo’, anche noi abbiamo visto le nostre intenzioni disintegrate dal rapido movimento del ghiaccio”, ha detto Mensun Bound, direttore della spedizione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Un secolo dopo, il ghiaccio è inaccessibile, conserva il suo mistero. <strong>Le navi di oggi, superdotate, non fanno meglio di quelle di ieri, vascelli d’incredibile fragilità. Questo dà sostanza ulteriore all’impresa pazzesca “dell’audace capitano Shackleton”,</strong> che grazie a Francesco Battiato e all’algido genio di Manlio Sgalambro è diventato eroico anche nella canzone italiana (l’album è <em>Gommalacca</em>, la traccia, l’ultima, s’intitola <em>Shackleton</em>, era il 1998 e i versi iniziali sono memorabili: “Una catastrofe psicocosmica/ mi sbatte contro le mura del tempo./ Sentinella, che vedi?”).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Dicono che ritenteranno, quelli della “Weddell Sea Expedition” – <strong>diciamo che il loro diario di bordo, <a href="https://weddellseaexpedition.org/expedition-blog/" target="_blank" rel="noopener">lo leggete qui</a>, non equivale al piglio ruvido di <em>Sud</em>, il libro di Shackleton</strong> che racconta la sua impresa e che scrisse per finanziarsi l’ennesimo viaggio in Antartide.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sbattere la lingua contro l’iceberg del prefisso. <em>Anti-. </em>Antartide. Il contrasto è implicito nel nome, la sfida al Grande Bianco è contronatura. <strong>Antartide come Babele. Ma è ciò che ti sconfigge a sfidarti, è ciò che ti acceca a sedurti.</strong> Sul mare più limpido del mondo grava la maledizione. (d.b.)</p>
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		<title>“Bisogna arrivare a parlare di cultura come si parla della fi*a”: contro la nostra esasperante pretesa di purezza. Un paria dell’Intelletto sculaccia Céline, Beckett, Pessoa e gli attuali paladini dell’arte</title>
		<link>https://www.pangea.news/bisogna-arrivare-a-parlare-di-cultura-come-si-parla-della-fia-contro-la-nostra-esasperante-pretesa-di-purezza-un-paria-dellintelletto-sculaccia-celine-beckett-pessoa-e/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Feb 2019 07:48:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“L’arte non può mai eguagliare la ricchezza della natura… la natura insomma è la sola potente, e l’arte non solo non l’aiuta, ma spesso la nega”. Leopardi Se la guerra, nella natura umana, non rappresenta solo un vuoto transitorio della nostra moralità, un errore, un’eccezione alla nostra innata nobiltà o alla nostra superiore facoltà civilizzatrice; [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/bisogna-arrivare-a-parlare-di-cultura-come-si-parla-della-fia-contro-la-nostra-esasperante-pretesa-di-purezza-un-paria-dellintelletto-sculaccia-celine-beckett-pessoa-e/">“Bisogna arrivare a parlare di cultura come si parla della fi*a”: contro la nostra esasperante pretesa di purezza. Un paria dell’Intelletto sculaccia Céline, Beckett, Pessoa e gli attuali paladini dell’arte</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“L’arte non può mai eguagliare la ricchezza della natura… la natura insomma è la sola potente, e l’arte non solo non l’aiuta, ma spesso la nega”. <em>Leopardi </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se</strong><strong> la guerra, nella natura umana, non rappresenta solo un vuoto transitorio della nostra moralità, un errore, un’eccezione alla nostra innata nobiltà o alla nostra superiore facoltà civilizzatrice;</strong> se la natura riduce in polvere, senza il minimo riguardo, le creazioni della saggezza; se anche nei paesaggi più idilliaci, tra gli alberi e sotto le foglie, gli insetti si divorano l’un l’altro, e la violenza è intimamente legata alla vita, come afferma l’artista Francis Bacon e, prima di lui, Goethe nel suo <em>Werther</em>, e Schopenhauer – <em>p</em><em>ensare</em>, dopo il peccato originale, equivale innanzitutto a “rinunciare a se stessi, al proprio essere vivo”, come afferma Šestov; a vegetare alle dipendenze della sola riflessione, con un rivolgimento dell’istinto dall’esterno all’interno, una forma di contrasto della vitalità reale, impura, per sublimarla a un livello superiore, astratto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Postulata la mediocrità delle creature, e del creato, ci siamo spinti in direzione di tutto ciò che è increato,</strong> eterno, immortale, che non muore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sono più di duemila anni che, qui da noi, ci insegnano che nascere è una colpa, che esistere è una colpa e, soprattutto, che il <em>desiderio </em>di esistere è un peccato.</strong> Sono più di duemila anni di gnosi che detesta la carne, le passioni, l’empiria, la materia, la natura, il mondano e quale unica cura predica astensione, ascesi e amore liberatore per la vita intellettiva. L’emozione reale spodestata. L’indiretto e il derivato al posto di ciò che è diretto e immediato. L’eccitazione irrimediabilmente filtrata dalle parole, dall’impostura verbale. La proscrizione di tutto ciò che è esteriore, basso, inferiore, poco nobile. Il venir meno del <em>tono </em>degli esseri e delle cose. Il suicidio dell’organico, dell’impressionismo all’aria aperta, per rinchiudersi nel colombario dei concetti o dello spirito. Respirare aria di serra. Il potente disprezzo per il prestigio ambiguo della carne – perfino Leopardi, il virginale recanatese, mutuò il suo sensismo dall’algido sensismo gnoseologico di Condillac.</p>
<p style="text-align: justify;">Poco importa predicare, a parole, la linfa dei chiaro scuri. L’eloquenza intellettuale, l’incedere dei dotti, la luce del giorno, inesorabile, prende il posto della creazione, di una potenza oscura e muta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È il dramma dello <em>spirito</em>, del suo apparire e farsi strada in noi, il suo avventurarsi a costruire un altro mondo, etereo, diafano, immateriale, per bilanciare ciò che si è perduto, non si è mai avuto o non si potrà mai avere o non si ama in questo mondo. Una vile fuga.</strong> Un’evasione nel sogno per imbarcarsi nell’irreale. L’innaturale tentativo di superare le proprie condizioni biologiche. La “fuga dall’immanente” nelle liriche della Cvetaeva, trasfigurata in sprezzante e orgogliosa avventura, che vanta tra le proprie fila una sterminata legione di adepti, avendo essa trascinato dietro il suo carro fior di prìncipi del pensiero e di creatori, ridotti a schiavi felici di servire un tale padrone.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti indubbi capolavori sono nati dalle penne di questi schiavi. Nessuno lo può negare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Se, paradossalmente, un grande storico delle idee anti-positivista, liberale come Isaiah Berlin rimase affascinato dagli argomenti trattati nei suoi mirabili saggi <em>Le radici del Romanticismo</em> e <em>Il Mago del Nord</em>, in realtà egli fu tutt’altro che un alleato delle rivendicazioni del sottosuolo. <strong>Conservatore e prudente, adottò sempre profonde strategie di difesa nei confronti dell’irrazionale.  Dostoevskij e gli abitanti del sottosuolo vennero citati solo in un paio di sfuggenti occasioni, da questo affascinante poli-erudito e iper-intellettuale, che capiva troppe cose con la testa e non con il cuore.</strong> Letteralmente allergico allo scrittore russo, che a suo dire lo metteva a disagio, ne detestava l’estremismo. Era un incubo che lo seduceva ma da cui non vedeva l’ora di risvegliarsi, quando lo leggeva. Ammetteva che fosse uno scrittore profondo, più profondo di Tolstoj, ma gli preferì comunque quest’ultimo!</p>
<p style="text-align: justify;">Parlò allo stesso modo della sfinge <em>Stirner.</em> In un’unica occasione e con decisa diffidenza, sminuendo la portata filosofica dell’<em>Unico</em>, che a suo dire rappresentava lo sterile frutto di un: “Romantico che si è spinto troppo oltre”. <strong>Unica timida, inutile attenuante, e giudizio tanto lapidario quanto superficiale: “era un malato e un folle”, per concludere con un quanto mai rivelatore: “Kant ha giustamente vinto…</strong> Il risultato del Romanticismo è dunque il liberalismo, la tolleranza, la decenza e la consapevolezza delle imperfezioni della vita; in una certa misura, un accrescimento dell’auto-comprensione della ragione. Ciò era lontanissimo dalle intenzioni dei romantici. Ma al tempo stesso (ma entro questi limiti la dottrina romantica è vera) essi sono le persone che hanno insistito con maggior forza sull’imprevedibilità di tutte le forze umane. Sono dunque saltati in aria sulla bomba che avevano fabbricato. Mirando a una cosa, hanno prodotto, fortunatamente per noi tutti, quasi l’esatto contrario”.</p>
<p style="text-align: justify;">Semplice accrescimento dell’auto-comprensione della ragione, dialettica negativa, è tutto ciò che può offrire il ragionevole Berlin. Differenza abissale, con il ben più profondo e paradossale liberalismo di Leopardi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso al grande solitario e imperscrutabile Samuel Beckett. A colui che, sedotto dal silenzio, nelle sue opere ripudiava il verbo ma provava <em>gioia</em> nello scrivere e, al pari di Valéry e Proust, trovava il suo unico sostegno nelle parole, i “simboli della fragilità trasmutati in fondamenta indistruttibili”;</strong> e nel deserto, da cui fu terribilmente tentato, il mitico riparo dalla tirannia del volto umano, al punto che lo si poteva immaginare in un chiostro, chiuso in un convento: “in una cella completamente nuda, non contaminata dal minimo arredo, neppure dal crocifisso… si ricordi lo sguardo lontano, enigmatico, inumano che ha in certe fotografie”. L’inclinazione gnostica, la vocazione ascetica, ascendente del pensiero e della creatività la faranno sempre da padrone. Al punto che lui stesso arriva ad affermare nel suo <em>Proust</em>: “la saggezza di tutti i saggi… consiste non già nella soddisfazione, bensì nell’ablazione del desiderio”, in nome della quale trasfigura: “la falsa realtà dell’esperienza”.</p>
<p style="text-align: justify;">Una inclinazione imposta dalla sua formazione. Dall’ingombrante influenza, apertamente dichiarata, di Schopenhauer, poiché nello scrittore irlandese ritroviamo un’eco di Leopardi, ma filtrata dal <em>dubbio</em> di Schopenhauer, il filosofo che si piegò, con il fondo paradossalmente kantiano del suo pessimismo, allo spirito del tempo, e a una passionale quanto sublime etica di auto-rinuncia che conciliava il cristianesimo con il buddismo; al suo amore, mutuato dal filosofo di Königsberg, per la parola “disinteressato” e la famosa “serenità spirituale” tanto esaltata dai filosofi. La pallida <em>aequanimitas</em>!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dalla scelta, altrettanto determinante, di scrivere solo in francese, una lingua cartesiana, come lui stesso dichiarò, per le sue qualità ascetiche, di logicità, rigore e chiarezza</strong> che, sebbene non riducibili alla secchezza che caratterizzava la scheletrica prosa dei moralisti, gli avrebbero consentito di attingere uno stile poetico più purificato, astratto, nitido.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’assoluto pallore ascetico del riso dianoetico, da lui chiamato letteralmente all’appello. Il <em>risus purus</em>. Perché? Le fottute “virtù dianoetiche” sottomettono gli elementi passionali. Sono proprie dell’Intelletto. E, soprattutto, sono una risorsa per liberarsi dal fardello tragico dell’io. Polverizzano l’io dissacrandolo! <strong>Con una saggezza, sostengo io, che guarda in acquario l’assurdo, con arcano terrore, appena dissimulato da un vano ghigno di scherno, cazzo.</strong> Lo stesso Schopenhauer vedeva nella nobile e potente <em>tragedia</em>, che definiva una “maestra di rassegnazione”, qualcosa di ostile alla vita!</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso anche a Louis Ferdinand Céline, a quella leggenda che vuole la sua corrosiva lucidità, le sue impietose diagnosi, visceralmente collegate al reale.</strong> A Lou che, al pari di Proust, fu il geniale becchino di un mondo marcio.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure con quale occulto fervore coltivò una disposizione ascendente del pensiero, una naturale inclinazione ascetica, un paradossale puritanesimo. <strong>A tratti, una sfoggiata igiene giansenista. “Sono un voyeur, non un esibizionista… guardo, non consumo”, ci dice, quando sostiene di essere allo stesso tempo un positivista <em>sui generis</em> e un mistico. </strong>Di amare la dissezioni anatomiche, attraverso cui ricercare la famosa “linea astratta” (“ne parla anche Valéry, ma con volgarità”, afferma da qualche parte) e che le disgrazie, i difetti fisici, nonché le funzioni bassamente digestive lo allontanavano dal corpo umano, dalla persona vivente!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso a Céline che, travestito da bohémien, rotto a ogni esperienza, medico dei poveri e ogni genere di piaga, amava la bellezza delle donne, al punto da dire: “sono finito a letto con quasi tutte le donne <em>carine</em> che conosco”,</strong> facendo intuire, paradossalmente, tra le righe, in quell’innocente aggettivo, il profumo della perfezione, l’ascesi <em>in nuce</em> che compensa il micidiale fetore della rugosa realtà. Amava infatti la bellezza delle ballerine, di cui ammirava soprattutto la <em>grazia</em> e la <em>perfezione</em> fisica, o le gambe invariabilmente toniche delle donne comuni che erano costrette a marciare per le strade sotto l’Occupazione. Assomigliando così, lui, per assurdo, al Plotino che incatenato al <em>noûs</em> cantava l’idea dell’armonia come vera sorgente della bellezza, evocando la fottuta staticità e  simmetria dell’estetismo classico della forma, e questo benché esistesse un altro genere di bellezza, irriducibile all’armonia, che l’altro Plotino, il <em>misologo</em>, tra i primi avrebbe rivelato, partecipando così a una bellezza più grande, a un’estetica della vita, del movimento, non simmetrica: “Un uomo brutto, se vivo, sarà sempre più bello della statua più bella”, canta l’antico pensatore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso a quel Céline che amava gli animali, ma solo al punto da circondarsi di creature rigorosamente domestiche, i suoi amati cani e gatti, poiché non mancava di sentenziare “la natura è schifosa”. </strong>Non a caso: “In tutte queste città non si riesce a vedere un solo animale vero. Il cane e il gatto sono troppo umanizzati per poter essere annoverati fra i rivali e le vittime dell’uomo. Entrambi fanno la figura dei traditori. In realtà lo sono. I ‘collaborazionisti’ della zoologia”. <em>Cioran</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso a Céline, che immaginava una rivoluzione anti-materialista, condotta da una stirpe di esseri umani che avrebbe saputo <em>astenersi.</em></strong> Che prefigurava e augurava la stirpe della futura umanità nel dominio di una razza di asceti. Si mangia e si scopa troppo!, ci dice Lou.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È qui che, a saper guardare, vengono alla luce anche la reale natura e i limiti del suo <em>argot </em>letterario. Il suo voltolarsi nelle più sterili contraddizioni. Pur scorgendo l’origine più autentica di ogni atto o espressione nell’impressione e nell’emozione, e non nel verbo, e nella morte la sola ispiratrice, e amando il lirico al punto da scrivere: “il sangue degli altri non piace alle Muse”,</strong> Lou cade nel paradosso di voler riprodurre, sulla scia dei Villon, Morand e soprattutto Rabelais, l’emozione e l’eloquenza naturale sul foglio di carta, con l’ausilio di una tecnica raffinatissima, iper-studiata. Apoteosi dell’innaturalezza. Stile sincopato. Abuso di neologismi, punti esclamativi e punti di sospensione… “Céline ha compromesso per sempre i punti di sospensione”, notò Cioran. Una fottuta tecnica adottata a freddo. Come accade a ogni tiritera modernista, poco importa se nel suo caso la <em>trouvaille</em> sia di segno opposto, reazionario, per: “vivificare l’antico”! Se Cioran arrivò al punto di affermare: “Come si può essere pazzi o poeti nella lingua di Cartesio?”, nella cultura dei Malherbe e dei Voltaire, la riposta non è l’<em>argot scritto </em>di Céline, via Rabelais, la stridente illusione astratta, da metallica ingegneria <em>in vitro</em>, di replicare l’anima epocale di una voce sporca, da strada.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggetelo. </strong><strong>E non dimenticherete mai del tutto il suo espediente stilistico (salvo nell’esordio del <em>Viaggio al termine della notte</em>, che lui stesso considera ancora troppo ‘letterario’, “la frase fila ancora troppo liscia”).</strong> Il tentativo di superare l’impasse di una lingua iper-civilizzata e convenzionale, gettato in faccia come un qualsiasi gesto d’avanguardia letteraria. Come innovazione. <em>Argot </em>a getto continuo. Una tecnica che non sta in piedi, se riprodotta in serie.  Estremismo stilistico. Dove la splendida immediatezza viscerale del parlato, la sua potenza ed esplosiva vitalità diventa un penoso leone in gabbia, cazzo. Lo sfoggio dell’umano troppo umano attraverso la linea astratta della gabbia linguistica. Un semplice surrogato scritto del vigore.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stridore della sua tecnica organizzata, sistematica, esteriore, porta a galla un paradosso.  Accade come per quelle donne che, in preda alla parola scritta sulla carta, ossia a un cazzo finto, di gomma, per soddisfare la loro vitalità, alla fine, frustrate, finiscono sempre per rimpiangere la carne, l’organico. <strong>L’epilogo è scontato. Il vero Céline, allora, è l’oratore, il divagatore in presenza, al punto che potremmo affermare: “la sua parola, più favolosa ancora della sua scrittura”? Se stento ad avvertire una continuità, una presa diretta tra l’oratore e la tecnica dello scrittore, </strong>sono costretto a nuotare perennemente attraverso le scorie del suo <em>argot</em>, a ignorarlo, per godere della dissacrante potenza lirica di questo moderno <em>Qohèlet.</em> A nuotare oltre il suo assoluto letterario, il suo progetto di riportare la semplice convenzionalità della metafora letteraria al reale.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo <em>Viaggio al termine della notte</em>, troppo spesso capiterà di leggere Céline e provare quasi lo stesso fastidio con cui si potrebbe leggere lo sperimentalismo di <em>Horcynus Orca.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Analogia iperbolica?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non ci si adatta mai del tutto alla musica della scrittura di Céline, al punto di rientrare naturalmente nella geniale provocazione del suo universo linguistico.</strong> Si può adorare Lou, e nondimeno riconoscere i suoi plateali limiti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso anche al potente Antonin Artaud, uno dei pazzi più belli del mondo, che a un certo punto evocherà accorato Renè Guènon,</strong> l’alfiere dell’Intellettualità pura, il maniaco dell’Intelligenza, e disprezzerà la sessualità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso a Fernando Pessoa, un solitario metafisico amico della gnosi, che ricorda la vanità qohelètica e quella leopardiana, </strong>e allo splendido <em>Il libro dell’inquietudine</em>, lucida percezione e trascrizione della precarietà di un’anima elevata al rango di una visione, e una tirata ininterrotta contro tutto ciò che è carnale, uno sfoggiato disprezzo per i sensi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso a Franz Kafka, allo scrittore in assoluto più ferito dal mistero e dall’assurdità. Un tragico potente, ambiguità di una volontà disarmata, ascetica:</strong> “il suo sogno di potenza, il solo che lui, nemico di ogni potere, abbia mai desiderato realizzare”, il Kafka animale, sì, ma soprattutto scarafaggio, coleottero, talpa, tenero, puro, accorato e straziante. L’antagonismo del più <em>mite</em> tra gli uomini. Quello che <em>più conta</em>, per le anime belle, critici, scrittori, poeti coscienziosi e probi consumatori di saggistica. Il pantheon dei colti, gli amorosi eunuchi che vegetano nel nauseante brodo della probità critica, moralistica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso a Gómez Dávila, l’alfiere di un monachesimo laico. Membro ideale della Repubblica delle Lettere. </strong>Formidabile autore di un solo ipertrofico e monumentale libro, la raccolta degli <em>Escolios</em>, a cui gli altri rari volumi pubblicati fanno da contorno. A questo antimoderno intento a foderare la sua casa di libri, per acquattarsi in mezzo a loro e vivere in una casa-biblioteca. Al punto che, in lui, autentico maniaco dei libri, pensatore privo di immagini, non avvertiamo mai il tono e l’invadenza ambigua del reale, bensì l’assenza del contatto con la strada e, per lo più, il ritiro a una vita appartata – se si eccettua l’amministrazione degli interessi della fiorente azienda di famiglia, l’occasionale frequentazione dell’esclusivo e borghese Jockey Club di Bogotà, e selezionati artisti e intellettuali dell’epoca – dedita soprattutto alla scrittura e alla lettura. <strong>A un’ascetica e mistica <em>biblioterapia</em>. Il centro di tutto. Qualcosa di troppo euristico o monacale. Dove manca il tono della scrittura nell’esistenza, poiché lui, al pari di Blanchot e una legione di pari, fu più affascinato dall’esistenza nella scrittura.</strong> Da quella biblioteca che finì per essere la sua vita, e il suo mondo. Al punto che, quando si ammalò, il suo letto venne portato nella parte più personale della sua biblioteca, autentica Torre di Babele. Quella dove scriveva, leggeva e riceveva gli amici. È lì che morì, in mezzo a pile di libri. È in questo universo libresco che la “metafisica sensuale” del cattolico Dávila si mosse, un immenso chiostro laico fatto di volumi, dove la sessualità è ‘venerata’ solo in quanto potenza passionale da sublimare a mero propulsore ardente della trascendenza, della vita intellettiva!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso a Manlio Sgalambro. A colui che, vittima del suo machiavellismo della conoscenza, fatto di analisi cartesiana e rigoroso intellettualismo, visse le proprie passioni come semplici stati intelligibili, in uno stato di avversione permanente tipicamente gnostico, </strong>che gli faceva affermare, sovrano: “il riprodursi della società mondana è cosa maligna, come lo è il riprodursi della natura”, e questo perché guardava alla società come va guardata la natura: “dal quale ormai ci percepiamo svincolati”. Allo stesso modo, malediceva la malaugurata esistenza di qualunque cosa non fosse la <em>mente</em>, che ai suoi occhi rappresentava l’unica vera salvezza. Esistere<em> realmente</em>, in sé, per lui era solo odioso, e un peso!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso a Julius Evola, a questo auto-recluso nella prospettiva anti-biologistica del neo-idealismo, che si innalza al di sopra del mondo sensibile con una dottrina dell’assoluta astrazione e dell’assoluta libertà,</strong> ardente contrassegno di un autentico valore spirituale che permetterebbe a l’Io assoluto di negare la realtà esterna, di superare il “principio di natura”! Penso al suo <em>guénonizzare</em> Nietzsche, per collocarlo in un quadro di riferimento che trascendesse l’idea naturalistica della vita. La vita come immanenza. Per proiettarsi oltre ciò che lui stesso considerava l’aspetto “deteriore e inconsistente” di Nietzsche. Il suo limite più evidente. Quello di evocare la trascendenza collegandola intimamente all’immanenza, al naturalismo, alla vita, intrecciando continuamente vita e trascendenza, e non a un principio ‘superiore’ ad essa! Penso ai suoi commentatori, i noiosissimi evoliani, che ritengono la critica di Evola uno dei suoi maggiori meriti: quello di aver liberato Nietzsche dal suo soggettivismo, e da <em>ogni forma </em>di naturalismo! E penso all’epilogo di quel giovane e autorevole evoliano, che dichiara apertamente, guardandomi negli occhi, con sincero e convinto candore, la funesta conseguenza del suo amore astratto, per giunta libresco: “Io ho rinunciato a <em>procreare</em> biologicamente, perché i miei figli sono e saranno sempre i libri”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso a La Rochelle, apparentemente così sensibile al tema del corpo</strong>, in <em>Note per comprendere il secolo</em>, dove infine scrive un breve paragrafo rivelatore, che fa da pendant a tutto il suo saggio: “Di fatto, qui non si crede né al corpo né all’anima. Non al corpo, giacché è semplicemente il supporto materiale dell’anima; non a quell’anima che avesse bisogno del corpo per specificare la sua esistenza”. Lui pensa all’Essere!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso al geniale Giorgio Manganelli, il <em>Manga</em>, questo orso spaurito, acquattato in mezzo ai libri, che riconoscerà sconfortato la sua impotenza, e la necessità di creare cultura che eguagliasse una voragine viscerale:</strong> “Bisogna arrivare a parlare di cultura come si parla della figa: diciamolo chiaro, se la cultura, se il pensare, non è vitale, se non impegna proprio le viscere (e non metaforicamente, perché il pensare è cosa totale come il morire, è un ‘fatto’, un vero e tangibile oggetto), se non ha anche addosso qualcosa di sporco, di fastidioso, di disgustoso, come è di tutto ciò che appartiene ai visceri, se non è tutto questo, non è che vizio, o malattia, o addobbo: cose di cui è bene o anche necessario ed onesto liberarsi (spogliarsi). …I libri non esistono: ma esiste il nostro fare carne di loro. E sono anni che mi affatico a cercare il come, e tra i miei libri me ne sto goffo e prepotente come un orso, e sostanzialmente impotente. Sono afflitto da una vera, continua, maligna impotenza, che riconosco affatto estranea al mio carattere, ma che c’è, come un porro sul naso, o un odore fastidioso di vivande di terz’ordine. È la mia volgarità, una sorta di fisiologicità intellettuale: una cosa vergognosa”.</p>
<p style="text-align: justify;">Se è vero che ogni vero scrittore: “è un distruttore che accresce l’esistenza, che l’arricchisce scalzandola”, lo è sempre paradossalmente, con un’esperienza scavata nel corpo che si fa pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La concezione proustiana che vede nell’arte qualcosa di superiore alla vita, all’esperienza della vita bruta del mondo umano – ch’egli considera peggiore dell’animale! – è accettabile solo quando con ciò intendiamo che l’uomo, ormai proiettato oltre la bruta materia, la biologia dell’animalità pura, il caso evolutivo,</strong> per non annegare nel piatto materialismo del senso comune della vita quotidiana (o nell’immanentismo assoluto del materialismo razionalista, scientista, che non risparmia il mistero di niente e di nessuno!), in quello che Gogol’ definiva il “dèmone meschino” della banalità umana, dispone come suprema risorsa dell’Arte. Allora, sì, per non perdersi in una sordida e grigia oscurità, l’arte sarà più <em>vera</em> di questa vita quotidiana, come sostiene Proust. Ma fermarsi qui, e affermare che in assoluto l’arte, intesa come superiore facoltà spirituale, sia superiore alla vita, a quella dimensione che sfugge al nostro controllo, alla nostra civiltà; e che essa consisterebbe nel rendere interiore, e dunque accettabile!, la smisurata estraneità del mondo esteriore – vuol dire fermarsi alla constatazione di un esteta che non eccede le forme, l’umano, e commettere lo stesso errore di tutti coloro che fuggono dalla “vera vita”, voltando le spalle al reale, alla dimensione extra letteraria ed extra artistica delle creazioni, alla loro oscura origine, che non è solo un <em>penchant </em>letterario, o ‘mentale’, sublime, ma qualcosa di non umano, viscerale, materiale, oscuro. È una vecchia illusione e viltà idealista, gnostica, che i poeti e gli scrittori, anche Proust!, hanno condiviso per molto tempo con i filosofi e le religioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Divago, certo, come argonauta di una solitudine volontaria, un apostata delle funzioni pubbliche e un increscioso paria dell’Intelletto!</strong> Ma ho almeno il buon gusto di non appellarmi a un quanto mai impossibile mito del “buon selvaggio”, né a un realismo ingenuo. Forse è solo un invito a destarsi, anche solo in parte, da un funesto e letale torpore sovrannaturale, che è solo una fottuta finzione euristica!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutto il mondo culturale, l’arte, la poesia, la letteratura, critici, scrittori, letterati, artisti, teologi, storici, insomma tutti, sono costantemente educati a questa rimozione gnostica, a questa vile e innaturale ‘elevazione’.</strong> Forse è un’iperbole, ma, a parte le personalità di eccezione, le fertili contraddizioni, le metafore proibite viventi che affollano le antologie o le strade non battute della cultura, una stretta minoranza, e qualche outsider contemporaneo, questo mondo mi annoia profondamente. <strong>C’è qualcosa di disgustoso nel fetore che emana questa esasperante pretesa di purezza: “Le parti dov’è più odore sono quelle dove si raccoglie più anima.</strong> L’occhio, che è senza odore, è specchio, non anima. Aggiungere profumi al corpo è aggiungere anima o fingere di averne, se manca, una. Gli odori troppo forti ci sono diventati sgradevoli, perché l’eccesso d’anima è intollerabile a misura che l’animalità naturale è repressa e frenata dalla civiltà.” <em>Ceronetti</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Luca Orlandini</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/bisogna-arrivare-a-parlare-di-cultura-come-si-parla-della-fia-contro-la-nostra-esasperante-pretesa-di-purezza-un-paria-dellintelletto-sculaccia-celine-beckett-pessoa-e/">“Bisogna arrivare a parlare di cultura come si parla della fi*a”: contro la nostra esasperante pretesa di purezza. Un paria dell’Intelletto sculaccia Céline, Beckett, Pessoa e gli attuali paladini dell’arte</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Lasciami marcire nello splendore”: aiuto… Henry Miller fa ancora paura ai paladini del pudore!</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Feb 2019 05:32:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Bizzarrie del nuovo millennio: l’opera di Henry Miller è ancora di pimpante necessità. Lo dimostra il fatto che se fino a ieri l’autore di Tropico del Cancro – titolo bellissimo – era ritenuto ‘liberatorio’, oggi è decisamente dissacrante, fa ancora paura. * (Per poi specificare che non c’è nulla di liberatorio nel sesso e nella [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lasciami-marcire-nello-splendore-aiuto-henry-miller-fa-ancora-paura-ai-paladini-del-pudore/">“Lasciami marcire nello splendore”: aiuto… Henry Miller fa ancora paura ai paladini del pudore!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Bizzarrie del nuovo millennio: l’opera di Henry Miller è ancora di pimpante necessità.</strong> Lo dimostra il fatto che se fino a ieri l’autore di <em>Tropico del Cancro </em>– titolo bellissimo – era ritenuto ‘liberatorio’, oggi è decisamente dissacrante, fa ancora paura.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">(Per poi specificare che non c’è nulla di liberatorio nel sesso e nella narrazione di una avida sessualità: <strong>il sesso, dissipato, c’incardina alla carne, alla tortura del tramonto, alla dissennata disseminazione del seme, all’alcova come carcere, al corpo come stortura, al piacere come dovere.</strong> Ed è proprio per dire la claustrofobica escrescenza della carne che Miller tematizza il sesso – come altri, in modo diverso, intorno a lui, da un lato all’altro del mondo, da James Joyce a Jun’ichiro Tanizaki).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65452 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/libro-miller-195x300.png" alt="" width="127" height="195" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro-miller-195x300.png 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro-miller-85x130.png 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro-miller.png 312w" sizes="(max-width: 127px) 100vw, 127px" />Per allenamento, sfoglio <em>Tropico del Capricorno. </em>Traduzione nobile (Luciano Bianciardi). Anni d’oro. Prima edizione parigina, 80 anni fa; prima edizione americana nel 1961 – per 22 anni i democratici puritani l’accusarono di atti osceni in luogo letterario; prima edizione italiana nel 1967, Feltrinelli. Incipit scintillante. <strong>“Una volta mollata l’anima, tutto segue con assoluta certezza, anche nel pieno del caos. Dal principio non fu mai altro che caos:</strong> un fluido che mi avviluppava, e io vi respiravo per branchie. Nei substrati, dove la luna brillava ferma e opaca, era liscio e fecondo; sopra era frastuono e discordanza. In tutte le cose io vedevo subito l’opposto, la contraddizione, e fra il reale e l’irreale, l’ironia, il paradosso. Ero io il mio peggior nemico”.</p>
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<p style="text-align: justify;">Il gesto esteticamente rivoluzionario di Miller – cugino di Wilde, parente di Céline, che adorava, bisnipote di Faust – che dissenna il romanzo con l’acume autobiografico, la porcata espressa con filosofia cinica (“Lei volle voltarmi il culo. Così me ne restai lì col cazzo duro contro il culo di lei e glielo detti per via telepatica. E per Cristo, lei deve aver ricevuto il messaggio, addormentata com’era, perché non fu fatica entrare dalla porta di dietro e poi non occorreva guardarla in faccia, che era un bel sollievo”), <strong>la bestemmia sinfonica (“Non avevo bisogno di Dio, più di quanto Egli avesse bisogno di me, e se un Dio ci fosse, dicevo spesso fra me, andrei a trovarlo calmo calmo e Gli sputerei in faccia”) è diventato cliché per un po’, poi vintage</strong>, e ora, ancora, insopportabile.</p>
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<p style="text-align: justify;">L’era dell’edonismo indotto, dei piaceri anali-digitali è tornata puritana? Già. Il pretesto è un libro del poeta scozzese John Burnside, <a href="https://press.princeton.edu/titles/11246.html" target="_blank" rel="noopener"><em>On Henry Miller, Or, How to Be an Anarchist</em></a>, pubblicato dalla Princeton University Press. In sostanza, Burnside difende Miller dagli antichi attacchi femministi (<em>Sexual Politics </em>di Kate Millett è del 1970), <strong>dimostrando che il caro vecchio Henry non è “un pornografo cacciatore di femmine”, ma l’antidoto al delirio odierno, la ricetta per vivere felici. “Miller ha scritto che ‘non c’è salvezza nell’adattarsi a un mondo che è folle’,</strong> e in questo libro si dimostra come Miller insegni a diventare meno adattabili al mondo, a resistere alla condanna a vita del condizionamento sociale, intellettuale, emotivo, materiale”. Mille come ecologia della mente. Siamo, insomma, ancora e sempre in cerca di qualcuno che ci liberi – e mai nessuno che legga i romanzi per ciò che sono, ipotesi sul cranio dell’impossibile.</p>
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<p style="text-align: justify;">Il libro di Burnside, che tenta di redimere Miller come panacea per il male occidentale, manda in furia intellettiva Elaine Blair che in un’articolessa pubblicata sulla <em>The New York Review of Books</em>, dal titolo esemplare <a href="https://www.nybooks.com/articles/2019/02/21/henry-miller-mens-lib/" target="_blank" rel="noopener">(“Men’s Lib”)</a> ci spiega perché il caro vecchio Henry sia – oggi più di ieri – sgradito agli zar della purezza dei costumi. “Povero John Burnside. Non è davvero il miglior momento, questo, per pubblicare una appassionata difesa di Henry Miller, i cui libri sui Tropici, scritti nei Trenta, furono banditi per decenni negli Usa con l’accusa di oscenità e furono incriminati dal critico femminista Kate Millet come l’esempio lampante degli atteggiamenti sciovinisti nei riguardi delle donne… Difficile parlare di romanzo se si parla di Miller quando parti dei suoi libri (“Spaccherò ogni ruga della tua fica”) paiono uno di quei tweet che qualche giocatore assatanato ha inviato a Brianna Wu, sviluppatrice di videogiochi accusata di aver criticato la natura sessista della sua industria (esempio: ‘Ho un Ka-bar, vengo a casa tua e te lo ficco nella tua brutta fica femminista’). <strong>Cinquant’anni dopo che gli ultimi processi per oscenità hanno aperto la strada a contenuti sessualmente espliciti nell’arte, la scrittura di Miller viola ancora gli standard della comunità come si dice, ma per una ragione diversa dal loro essere espliciti. Alla nostra accettazione del linguaggio sessuale è subentrato un linguaggio pubblico fatto di intimidazione violenta e misogina… </strong>Le nostre oscenità contemporanee sono il linguaggio sessista, razzista, omofobo dell’odio, un linguaggio che ci ricorda la nostra capacità – il nostro desiderio, si direbbe – di brutalizzare intere categorie di persone”.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Il linguaggio nasce per comunicare – la prima comunicazione è la recinzione del proprio privato</strong> (‘questo è mio’), non certo una ammissione di generosità (‘questo è mio: prendilo’). Dunque, la comunicazione c’è per offendere – chi infrange il privato: ‘no, questo non è tuo, è mio’. Poi c’è chi con il linguaggio elude la comunicazione banale e scrive una poesia.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Ottant’anni fa Henry Miller conclude <em>Tropico del Capricorno</em> con una ammissione. “La morte è dietro di me e anche la vita. Adesso voglio vivere fra le malattie della vita. Voglio vivere la vita spirituale del pigmeo, la vita segreta del piccolo uomo nella boscaglia selvaggia. Dentro e fuori si son scambiati di posto. L’equilibrio non è più la meta, la bilancia dev’essere distrutta…</strong> Lasciami marcire nello splendore mentre il sole ti scoppia nell’utero”. Dire che Miller – come conclude la Blair – “non si è occupato abbastanza delle donne” è una cretinata, perché Miller ha l’indecenza del poeta, ha la malizia di chi titilla il caos. Non è un filosofo, non è un petulante opinionista – lo scrittore può permettersi ogni cosa, nell’unico spazio non conforme, anormale che l’uomo ha scavato come riparo ai vizi e agli angeli. Per salvare la propria natura dalla barbarie sociale.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>L’artista “deve rovesciare i valori costituiti, deve fare del caos che lo circonda il suo ordine, deve seminare fermento e discordia, così che, per uno slancio emotivo, i morti possano essere restituiti alla vita”. Questo era il compito di Miller, specie di Isaia-iena, di profeta a contrario.</strong> Per me gli artisti non hanno doveri precostituiti – l’apologia del caos equivale all’elogio dell’ordine – ma ossessioni da verificare, storie in cui affondare. Però, lo scrittore dà la vita ai morti; i censori dell’era presente invece vivono per dare la morte, per mortificare la scrittura. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lasciami-marcire-nello-splendore-aiuto-henry-miller-fa-ancora-paura-ai-paladini-del-pudore/">“Lasciami marcire nello splendore”: aiuto… Henry Miller fa ancora paura ai paladini del pudore!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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