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	<title>Petrarca Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Fuggirono i dì miei – come di cervo obliqua corsa”. Osip Mandel’štam traduce Petrarca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 04:19:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Giacinto]]></category>
		<category><![CDATA[Osip Mandel’štam]]></category>
		<category><![CDATA[Petrarca]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Superbe aquile volano nei cieli dell’Armenia, tracciando audaci traiettorie tra l’ocra e l’azzurro. La scrittura armena – quegli svolazzi a prima vista così simili – sembra nascere dalle mani di ardenti anacoreti.&#160;Una dolce fierezza disegna i lineamenti degli abitanti; residui di bellezza scitica si annidano negli occhi delle donne.&#160;Il ritmo dei giorni permette insperate evasioni [&#8230;]</p>
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<p>Superbe aquile volano nei cieli dell’Armenia, tracciando audaci traiettorie tra l’ocra e l’azzurro. La scrittura armena – quegli svolazzi a prima vista così simili – sembra nascere dalle mani di ardenti anacoreti.&nbsp;<strong>Una dolce fierezza disegna i lineamenti degli abitanti; residui di bellezza scitica si annidano negli occhi delle donne.</strong>&nbsp;Il ritmo dei giorni permette insperate evasioni nella felicità.&nbsp;</p>



<p>A questo e a tanto altro avrà forse pensato&nbsp;<strong>Osip Mandel’štam, che in Armenia trascorre sei mesi indimenticabili nel 1930.</strong>&nbsp;La breve ma intensa permanenza in questo piccolo angolo di Caucaso, lo sappiamo, è decisiva: il poeta, di ritorno a Mosca, interrompe un digiuno poetico durato ormai quasi cinque anni. Vedono la luce i primi versi dei&nbsp;<em>Quaderni di Mosca</em>, la cui gestazione tiene impegnato il poeta fino al 1934. La maggior parte delle poesie di questa raccolta esemplare – una delle vette della letteratura novecentesca – sarà pubblicata post mortem. In questa seconda fase della sua vita creativa, il dettato poetico di Mandel’štam si apre a un fervido sperimentalismo: la vena classica che attraversava le opere precedenti si assottiglia, dando spazio a un’inquieta e pulsante mescolanza di temi, forme e registri. Fanno parte dei&nbsp;<em>Quaderni</em>, tra quelle presenti, le poesie ispirate al soggiorno in Armenia, le oscure e meravigliose&nbsp;<em>Ottave</em>&nbsp;e la traduzione di quattro sonetti dal&nbsp;<em>Canzoniere</em>&nbsp;di Petrarca.&nbsp;</p>



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<p>Noto è l’amore di Mandel’štam per la letteratura italiana.&nbsp;<strong>A Dante è dedicato uno dei suoi libri più importanti – quasi un manifesto di poetica.</strong>&nbsp;Le sue poesie sono ricche di riferimenti ai grandi poeti della tradizione letteraria italiana: oltre a Dante e Petrarca, figurano anche Ariosto e Tasso. Verso il sommo poeta fiorentino lo spingono il vasto respiro creativo, l’eco di una solida tradizione culturale, e forse un’identificazione personale con la sua storia di esule. Ma soprattutto, diremmo, lo avvicina a Dante l’ammirazione per la sua lingua “anfibia”, pietrosa, che del mondo minerale conserva ad un tempo l’asprezza e la misteriosa geometria compositiva.</p>



<p><strong>Perché il poeta russo decide di tradurre dal&nbsp;<em>Canzoniere</em>&nbsp;di Petrarca?</strong>&nbsp;Mi muovo, e chiedo venia per questo, in un ambito di ipotesi e congetture balenate durante la lettura come una scia di piccoli meteoriti nell’orizzonte notturno. In un luogo e in un tempo dove il libero fiorire di una personalità creativa è osteggiato in maniera sistematica e brutale, che senso ha tradurre i versi di uno dei fondatori della lirica moderna, che fa del proprio “Io” la fonte del suo dettato poetico? Rispondo, proprio per questo.&nbsp;<strong>Accostarsi a un poeta vissuto più di settecento anni prima, perlopiù un poeta ripiegato nella sua interiorità, è un gesto ancor più potente in un’epoca sanguinosa di “poeticidi”.</strong>&nbsp;Legami invisibili vengono svelati, corrispondenze interiori si accendono tra due poeti così distanti nel tempo e nello spazio: l’uno che scruta l’orizzonte stellato dell’altro. Ingenuo idealismo, forse, o la testimonianza vibrante che i versi trionfano sulla storia, che alla fine lo sguardo delle volpi poetiche incendia le fortezze e le torri del potere. Tradurre Petrarca, per Mandel&#8217;štam, significa anche agire all’interno di un cantiere dove la lingua è incessantemente sottoposta ad un processo di trasformazione: le immagini sfumate e morbide del poeta toscano incorporano, nella traduzione in russo, l’asprezza e il pathos privato del dettato poetico e della biografia di Mandel’štam. Non siamo di fronte a un mero traghettamento da una lingua all’altra, ma di una vera e propria riscrittura rispetto a un testo poetico di partenza.&nbsp;<strong>Ecco che l’aria “calda et serena” di sospiri diventa “valle di giuramenti piena e di sussurri roventi” e i “dolci sentieri” si trasformano in “terra crepata su ardui pendii”.&nbsp;</strong>Piuttosto che la levigata superficie delle foglie, si canta la granitica struttura e la millenaria stratificazione delle rocce (non a caso si intitola&nbsp;<em>Pietra&nbsp;</em>la prima raccolta di versi del 1913).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="597" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/978880624876HIG-597x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106917" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/978880624876HIG-597x1024.jpg 597w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/978880624876HIG-175x300.jpg 175w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/978880624876HIG-600x1029.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/978880624876HIG.jpg 630w" sizes="(max-width: 597px) 100vw, 597px" /></figure>



<p>Le traduzioni di Mandel’štam orientano i versi nella direzione del dettato poetico più aspro e inquieto del Dante delle&nbsp;<em>Rime</em>: l’esito è l’evocazione di una natura che, restando aliena ai piagnistei di una solitudine compiaciuta, diventa vera e propria “alcova” poetica dove la poesia, per usare una stupenda immagine di Mandel’štam, ha trascorso la notte lasciando il letto con le lenzuola sgualcite. Il bestiario creato dai versi del poeta russo compartecipa a questa atmosfera poetica: non c’è spazio per gli uccelli di bosco, ma per “fiere dai sensi acuti e pesci muti”, e i falchi depositano le aeree spoglie sulla terra dopo la muta stagionale. Anche quando la natura smorza il suo impeto e pare che il mondo torni docile e sereno – “nell’animo delle fiere quiete di cigno scende” –, nel petto del poeta s’accendono la ben nota angoscia e gli annosi patimenti – “lacci e reti”. Un senso di attesa frustrata e di acuta nostalgia si dispiegano nell’anima, e su tutto un velo di&nbsp;<em>vanitas vanitatum</em>:&nbsp;<strong>come la corsa obliqua di un cervo fuggono i giorni, e “l’incanto del mondo non dura più di un battito di ciglia”.</strong></p>



<p>Non è casuale la scelta dei quattro sonetti petrarcheschi. In ciascuno di essi c’è infatti una sorta di amara distillata saggezza che, simile a un fiume carsico, pare congiungersi con l’attualità del poeta. Forse, solo attraversando il paesaggio che si apre attorno a noi nasce talvolta il sospetto di una muta complicità. Bandita dai versi è ogni traccia umana, se non quella impressa a fuoco dall’ardente punzone dell’io (e quanto è affascinante in russo la prima persona singolare del pronome – я – sembra chiudere come in un cerchio perfetto la sonorità agrodolce della lingua e attrarre verso di sé le carezze e gli strali della nostra vicenda privata). La stessa Laura, prima vagheggiata, poi evocata dal regno delle ombre, è segno di un errare infinito del cuore che s’inoltra ora gagliardo e ora sconfitto nella notte grama… L’alba di un nuovo giorno forse rivelerà il poeta alla ricerca di “convergenze ben note, dolci plessi”.</p>



<p>Eppure non tutto sembra votato allo scacco. Il tempo che ci fa entrare nella storia – talvolta dalla parte del suo mortifero rovescio – può avere in serbo degli antidoti contro la velenosa serpe del potere. Osip Mandel’štam scompare in un bianco bagliore nel 1938, ma nei versi:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“mille volte al dì, con mia stessa meraviglia,<br>devo in verità morire, per risorger poi<br>altrettanto straordinariamente”.</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p><em>Or che ’l ciel e la terra e ’l vento tace</em></p>



<p>Or che la terra dorme e si spegne la calura,<br>e nell’animo delle fiere quiete di cigno scende,<br>va la notte in giro col filato ardente<br>e lo zefiro culla la possanza dell’acqua marina, –</p>



<p>io sento, ardo, bramo e piango – ma lei, lei sempre,<br>in una irrefrenabile vicinanza, non mi ode –<br>tutta la notte veglia, e felicità lontana<br>dall’intera sua figura spira.</p>



<p>Una sola la sorgente, contraddittoria l’acqua –<br>mezza dura, mezza dolce, – può mai<br>la stessa amata aver due facce…</p>



<p>Mille volte al dí, con mia stessa meraviglia,<br>devo in verità morire, per risorger poi<br>altrettanto straordinariamente.</p>



<p><em>Dicembre 1933 – gennaio 1934</em></p>



<p>Traduzione di Pina Napolitano e Raissa Raskina, da <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/poesia-e-teatro/poesia/quaderni-di-mosca-osip-mandelstam-9788806248765/">O. Mandel’štam, <em>Quaderni di Mosca</em>, Einaudi, 2021</a>.</p>



<p><strong>Lorenzo Giacinto</strong></p>
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		<title>Dante, l’insuperabile. Ecco perché la poesia italiana è una parrocchia periferica zeppa di epigoni</title>
		<link>https://www.pangea.news/dante-insuperabile-andrea-temporelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Oct 2025 04:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Temporelli]]></category>
		<category><![CDATA[Dante]]></category>
		<category><![CDATA[Divina Commedia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ci sono millanta poeti oggi che millantano la loro poesia: troppi, per permettersi il lusso di continuare a brucare la terra polverosa e non alzare il capo al Sommo Poeta, pronto a falcidiarci. Dante, l’insuperabile.&nbsp;<strong>Chi non accetta di scoprire la gola, chi nicchia e cerca di sgamarla, come lo studente che fa lo struzzo e abbassa gli occhi per non essere interrogato, non è poeta e non ama la poesia.&nbsp;</strong>Chi non accetta la morte non sarà mai immortale.</p>



<p>Che poi il giochino viene facile: Dante è laggiù in fondo, nel mito, nel passato, in un mondo che non c’è più, pigolano i poetini. Oggi siam tanti e gli spazi di festa son pochi, stai fresco se dobbiamo confrontarci con i classici (ma stiamo pure all’altroieri: Montale Luzi Zanzotto Sanguineti Caproni e compagnia briscola). E qui scatta la mannaia di ogni avanguardia, neoavanguardia, postavanguardia, non-avanguardia-ma-ricerca et similia: fare tabula rasa. E potrebbe persino essere la volta buona, crollati tutti i punti di riferimento, per cui si salvi chi può. Chi attraversa la selva oscura della contemporaneità con cognizione di causa? Accidenti, mi sono tirata la zappa sui piedi: di poetini che danno la mano, e forse non solo quella, al loro presunto Virgilio d’oggidì ce ne sono fin troppi.&nbsp;<strong>Ma mica si prestano ad attraversare l’inferno: cercano subito l’ascensore per i piani alti, per gli open space con vista sui laghetti artificiali.</strong>&nbsp;Epperò gli editori pubblicano ciò che vendono, della poesia non si occupano davvero più,&nbsp;<strong>così gli specchi diventano specchietti per allodole, giusto per ricordarci del settore, dell’angolino in basso in fondo alle librerie, quello spazietto da riempire tra i classici latini e il teatro.</strong>&nbsp;Del resto si diventa editori per fare affari, e le scadenze sempre più immediate impediscono di imbastire piani non si dica nemmeno stalinianamente quinquennali, ma berlusconianamente trimestrali (cento giorni, via). Figurarsi se i manager della carta stampata pensano al capitale simbolico da accumulare nel corso dei decenni, al prestigio, alla rendita quando un autore finirà nei manuali scolastici. I quali, poi, o restano cautamente fermi alla compagnia briscola di cui sopra o tentano sortite con logiche sempre più vaghe, confondendo le idee ai già confusi.</p>



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<p>Che dite? Il compito di riconoscere i valori in campo spetterebbe ai critici? No, per carità, smettetela di credere a babbo Natale. I critici non esistono più. Oppure esistono in queste sottocategorie inutili e perniciose:&nbsp;</p>



<p><strong>a) i critici militanti, i partigiani di una particolare idea di poesia,</strong>&nbsp;che poi resta vaga perché va bene sia la prosa sia il sonetto, sia il testo iper-retorico sia quello tendente al grado zero dello stile, sia l’approccio pop sia l’impegno civile, qualsiasi cosa insomma purché si faccia parte di quella nuvola di scrittori-insetti che continuano a ronzare intorno al capo del capo. L’importante è che la poesia non sia sincera esposizione delle proprie entraglie. E ci mancherebbe;</p>



<p>b) critici del post. No, non è questione di post-poesia, non ancora. E nemmeno di post sui social, anzi. E non parlo nemmeno dei post-critici (in merito leggetevi la&nbsp;<em>Postcritica&nbsp;</em>di Mariano Croce: vi farà bene).&nbsp;<strong>I critici del post sono quelli che vivono della morte stessa della critica, ma continuano ad abitarne le spoglie.</strong>&nbsp;Sono i critici postumi, quelli che fanno salotto attorno al ring dove i poeti se la danno di santa ragione, pronti a intervenire solo dopo, per premiare i vincitori. Sono quelli che ripetono ciò che si sa già (tipo: Montale è il maggior poeta del Novecento – verità che tra l’altro sarebbe ora di ridiscutere, ma questo un’altra volta), che non si occupano dei contemporanei perché non è in caso di compromettersi e di rendersi responsabili, maieuticamente, di ciò che di buono potrebbe anche venir fuori. Prima si faccia il canone (con quali criteri: l’amichettismo e i giochi di potere? Io se ci sono non guardo non vedo non sento non parlo, gesticola il suddetto), poi il critico del post arriverà a incoronare il poeta e qualunque poesia proponga (tali critici non hanno gusti difficili, anzi, non hanno gusti punto);&nbsp;</p>



<p><strong>c) i critici accademici che, se animati dalle migliori intenzioni contro “la cultura in scatola” (leggetevi adesso lo splendido&nbsp;<em>Universitaly&nbsp;</em>di Federico Bertoni), restano comunque schiacciati dalla pila di libri che si accumula sulle loro scrivanie</strong>&nbsp;e alla fine vanno un po’ a caso, pescando una volta a destra e una volta a sinistra, una volta in alto e una volta in basso; se invece ferocemente addestrati alle logiche del loro mondo, evitano la menoma contaminazione col presente e preferiscono dedicarsi alla raccolta delle lettere dell’ultimo riesumato futurista di turno, tanto loro sono accademici quindi patentati e schifiltosi di qualsiasi immersione nella Palus Putredinis oggidiana, in cui, francamente, non saprebbero affatto destreggiarsi: forse meglio così, giacché farebbero soltanto danni maggiori;&nbsp;</p>



<p>d) i critici para accademici, che sono indubbiamente accademici e quindi guai a presentarli con il titolo sbagliato,&nbsp;<strong>ma sono anche scrittori e intellettuali ruspanti, scattanti di fronte a ogni possibile comparsata in tivvù, scattosi nei social</strong>&nbsp;dove danno vita ai loro avatar, con cui non vanno confusi (studiosi del dadaismo che si travestono e ballano il dadaumpa su TikTok), scazzati nei loro stessi corsi di scrittura creativa, giacché di tesine scritte con l’IA ne han già piene le balle o le ovaie, figurarsi di romanzi purtroppo scritti senza l’IA;&nbsp;</p>



<p><strong>e) i critici massimalisti, che possono sentenziare su chiunque, da Dante compreso in giù, e affrontare qualsiasi argomento con la stessa reboante loquacità di Cacciari,</strong>&nbsp;tanto i testi li guardano sempre con il binocolo, mica impiccano lì le loro teorie, mica arrotano i versi come coltelli: qualunque autore è una brodaglia insulsa, se solo non si adegua completamente al loro imperscrutabile gusto.</p>



<p>Trovatemene uno che sappia ridimensionare qualche poeta maggiore di oggi, non dietro l’anonimato di una giuria di premio condivisa con altri, ma con saggi acuti, con analisi testuali, necessari altresì per addestrare lettori competenti.</p>



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<p>Tabula rasa, allora, dicevamo, poiché editori e critici non fanno filtro. “E se ci pensassero i poeti stessi?” – filtra l’ultima bava di ottimismo da qualche irriducibile novecentista caduto nel secolo sbagliato. Prendere atto: quei pochi poeti che possono permetterselo, appunto perché arrivano fin qui con il prestigio dovuto alle ultime onde del millennio scorso, di essere padri o madri letterariamente non ci pensano nemmeno (e forse anche biologicamente arrancano: intervenga il sociologo a indagare).&nbsp;<strong>Loro esercitano con compiacimento il potere di scegliere, e scelgono con contezza di promuovere i mediocri, per meglio evidenziare la loro statura letteraria e il loro potere editoriale.</strong>&nbsp;Fosse per loro, applicherebbero la damnatio memoriae sistematicamente su chiunque rivendicasse diritto di eredità (mica soldi, neh, si parla sempre di poesia) per più antico lignaggio o per altra, irregolare, intrusione nella casata. Niente bastardi, insomma. (Vallo a spiegare ai tali che la damnatio memoriae, appena lasceranno la poltrona, toccherà a loro).</p>



<p>Ah, il malseme di Dante. Sommo poeta, pensaci tu.</p>



<p>*</p>



<p>Ma che significherebbe, oggi, tornare a volgere lo sguardo a Dante? Puro atto di masochismo, verrebbe da sentenziare, poiché Dante è insuperabile per ovvie ragioni:&nbsp;<strong>egli è la massima espressione di un mondo che non c’è più, capace di portare a sintesi un’intera cultura.</strong>&nbsp;Dopo di lui, con impressionante rapidità (già Petrarca è moderno) la sintesi si disgrega e passo dopo passo lirica, economia, politica, scienza, medicina, filosofia e via elencando vanno specificandosi&nbsp;<em>iuxta propria principia</em>, lungo una serie di rivoluzioni che hanno portato dritti all’irreversibile agonia del tedio contemporaneo. Copernico, Darwin e Freud sono i picconatori dell’antropologia occidentale, a cui aggiungere volendo gli altri filosofi del sospetto per apparecchiarci alle catastrofi novecentesche. Come non bastasse, appena riemersi dalle apocalissi storiche e ideologiche, ecco l’avvento del digitale e l’intelligenza artificiale adesso a consegnarci a una condizione che taluni già definiscono postumana.</p>



<p>Come guardare ancora a Dante, su quali fronti la sua grandezza ci interpella? Tre questioni su tutte porrei come cartelli sulla strada di chi vorrebbe, da poeta, tentare almeno di uscire dal labirinto della buona, patinata, mediocre letteratura che inebetisce, e imbruttisce, l’epoca: l’ampiezza di registro espressivo, il poema e l’esilio.&nbsp;</p>



<p>Qui, soffermiamoci sulla prima.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Varrà la pena ricordare ai versificatori meno avvezzi alla letteratura italiana che Dante Alighieri non è il modello vincente della nostra tradizione.</strong>&nbsp;Ben presto abbiamo tradito sì gran padre (anche se in tal caso il crimine non è solo il parricidio letterario di generazioni successive, considerato il trattamento riservatogli dai fratelli concittadini: del resto i luoghi comuni dell’intellettuale che non sarà mai profeta in patria e del poeta destinato solo a gloria postuma in qualche parte hanno radice).&nbsp;<strong>Ha vinto, semmai, Petrarca. Come spiegano quelli bravi, Petrarca ha azzerato Dante (già frastornato dall’improvviso revival del latino) e, con il beneplacito di quel curiale grammatico del Bembo, la lirica italiana ha trovato nell’autore del&nbsp;<em>Rerum vulgarium fragmenta</em>&nbsp;(volgarmente, il&nbsp;<em>Canzoniere</em>) la matrice del proprio vocabolario.</strong>&nbsp;La ragione è elementare: costruire un dizionario della lingua italiana sul repertorio vastissimo della&nbsp;<em>Divina commedia&nbsp;</em>(capace di aprirsi e abbracciare tutti e tre gli stili: l’umile, il medio e il sublime) era impraticabile. La soluzione ottimale, invece, era già pronta all’uso: la lingua vaga, elegante, sufficientemente generica e allusiva, ma soprattutto circoscritta, del&nbsp;<em>Canzoniere</em>. Perfetta per imbalsamare l’italiano (scritto) per secoli, fino almeno a Leopardi, a sua volta capace del prodigio, giunti ormai al secolo decimonono, di rispolverarlo e farlo suonare persino sorgivo. Roba da necrofili prestidigitatori. Che poi, certo, in quello stesso secolo Dante torni prepotentemente in auge in virtù degli umori romantici e risorgimentali è vero, ma abbiamo dovuto re-inoculare la lingua sperimentale di Dante recuperandola dalla finestra, via Eliot (senza dimenticare, tuttavia, l’edizione critica delle&nbsp;<em>Rime&nbsp;</em>dovuta al giovane e talentuoso Contini: ma qui si è nutrita ancora primariamente la vena lirica, attraverso lo stilnovismo mutante assorbito da Montale. Del resto la&nbsp;<em>Commedia&nbsp;</em>in quei decenni veniva tagliuzzata da Croce intento a separare l’oro della poesia dall’ottone della struttura, manco fosse lui il miglior fabbro del parlar materno).&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="738" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/paradise-illustrations-dante-alighieris-divine-comedy-v0-pire3f07ihhb1-738x1024.jpg" alt="" class="wp-image-105277" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/paradise-illustrations-dante-alighieris-divine-comedy-v0-pire3f07ihhb1-738x1024.jpg 738w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/paradise-illustrations-dante-alighieris-divine-comedy-v0-pire3f07ihhb1-216x300.jpg 216w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/paradise-illustrations-dante-alighieris-divine-comedy-v0-pire3f07ihhb1-768x1066.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/paradise-illustrations-dante-alighieris-divine-comedy-v0-pire3f07ihhb1-600x833.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/paradise-illustrations-dante-alighieris-divine-comedy-v0-pire3f07ihhb1.jpg 778w" sizes="(max-width: 738px) 100vw, 738px" /><figcaption class="wp-element-caption">Dante paradisiaco secondo Moebius</figcaption></figure>



<p>Fatto sta che i conti con Dante si sono riaperti in fondo soltanto di recente. Ma a giudicare dalla medietà patinata (aurea mediocritas?) e dal lirismo di cui è ancora impregnato quanto meno il sottofondo comune del diffuso poetare nel Belpaese, rinomata terra popolata di poeti a ogni latitudine, l’apertura alare del Sommo all’interno della lingua materna ci relega al ruolo di pulcini in ombra.&nbsp;</p>



<p><strong>Oh, certo, di sperimentatori e di avanguardie si fa ricco il Novecento, ma l’impressione è che vengano alla fine sempre spinti ai margini del canone, mentre risultano vincenti ancora gli autori riconoscibili e brandizzabili, dallo stile complessivamente monocorde, costante dall’inizio alla fine, che procede al più per piccoli, equilibrati adattamenti.&nbsp;</strong>Facile, troppo facile motivare questa tendenza, qualora fosse verificata (o storicamente, anche per pigrizia, avallata): l’identità di un poeta si costruisce attorno all’autenticità di una voce e per mezzo dell’abbandono di ogni orpello retorico, di ogni posa, di ogni “canto” oggi insostenibile. Siamo nell’epoca del tono basso, dell’assenza di pubblico, del poeta che si rivolge a un tu (in cui spesso si rispecchia sé stesso). Siamo nell’epoca del relativismo, del pensiero debole, del male di vivere. E siamo perciò rassegnati ai mugugni, pronti semmai a puntellare le nostre rovine. Di costruire altre cattedrali non se ne parla nemmeno. Diverrebbero in breve tempo chiese sconsacrate da riempire di libri insulsi, non più in grado di consolare la carne triste dell’umanità inebetita sui display.&nbsp;</p>



<p><strong>Siamo nell’infinita fine occidentale. Se mai passasse di qui un nuovo poeta visionario, lo spediremmo subito all’esilio, spernacchiandolo a dovere.&nbsp;</strong>Dante, più che insuperabile, è irraggiungibile. Lo si innalza, per imbalsamarne il busto e rimuoverlo nella sua aura di perfezione. Italia, terra non solo di poeti, ma anche di santi, ricordi che cosa scriveva Joseph Roth nella&nbsp;<em>Cripta dei cappuccini</em>?</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La Chiesa romana [&#8230;] in questo marcio mondo è l’unica ormai in grado di dare, di conservare una forma. Anzi, si può dire, di dispensare una forma. In quanto racchiude nella dogmatica, come in un palazzo di ghiaccio, l’elemento tradizionale delle cosiddette ‘antiche usanze’, procura e concede ai suoi figli tutt’intorno, fuori di questo palazzo di ghiaccio che ha un ampio e spazioso vestibolo, la libertà di coltivare l’indolenza, di perdonare l’illecito, e anzi di commetterlo. Mentre statuisce i peccati, già li perdona. Non ammette assolutamente uomini perfetti: questo è il suo contenuto eminentemente umano. I suoi figli perfetti essa li santifica. Con questo ammette implicitamente l’imperfezione umana. Anzi, ammette l’inclinazione al peccato nella misura in cui non considera più come umani quegli esseri che al peccato non sono soggetti: questi diventano beati o santi. Con ciò la Chiesa romana dà testimonianza della sua fondamentale propensione al perdono, alla remissione. [&#8230;]”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Ridotta a parrocchia periferica zeppa di epigoni, la poesia italiana innalza Dante e concede plenaria indulgenza a sé stessa. Così, tra nani svetta chi ha la sigla editoriale più spessa, e per ciò stesso si potrà legittimamente autoinserire nelle antologie, mentre rigira per l’ennesima volta la frittata dei propri versicoli strascicati.</p>



<p>Ahi, serva Italia.</p>



<p><strong><em>Andrea Temporelli</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: William Blake, The Circle of Corrupt Officials: The Devils Tormenting Ciampolo, 1825 ca.</em></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>
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		<item>
		<title>Sia lode a Madama Filologia, ovvero: sul manoscritto di Petrarca e il leggendario incontro tra Pasolini &#038; Pound</title>
		<link>https://www.pangea.news/pasolini-pound-filologia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 May 2025 04:02:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni di Storia e Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[filologia]]></category>
		<category><![CDATA[Livia Di Vona]]></category>
		<category><![CDATA[Petrarca]]></category>
		<category><![CDATA[Scheiwiller]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scriveva Nietzsche nel 1881, che la filologia – arte di oreficeria verbale – ci consente di sottrarci alla fretta, alla “precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol ‘sbrigare’ immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo”. La lentezza del procedere filologico diventa così un modo di aprire fenditure nella superficie per prendersi tutto il tempo, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Scriveva Nietzsche nel 1881, che la filologia – arte di oreficeria verbale – ci consente di sottrarci alla fretta, alla “precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol ‘sbrigare’ immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo”. La lentezza del procedere filologico diventa così un modo di aprire fenditure nella superficie per prendersi tutto il tempo, raccogliere tutto il silenzio necessario, per andare dentro le cose “con dita e occhi delicati”. Il volume&nbsp;<a href="https://www.storiaeletteratura.it/catalogo/aneddoti-letterari/21094" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Aneddoti letterari da Petrarca a Scheiwiller&nbsp;</em>(Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2024</strong>)</a>, a cura di Antonio Ciaralli e Carlo Pulsoni, rispettivamente docenti di Paleografia latina e Filologia romanza all’Università di Perugia, restituisce lo sguardo paziente degli studiosi.&nbsp;</p>



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<p>Nella presentazione del volume, gli autori non mancano di sottolineare come il richiamo nel titolo a Benedetto Croce, non possa far dimenticare la ben nota avversione nei confronti della filologia, “incompatibile col proprio sistema”; segno, per quanto ci riguarda, della serietà con cui sono disposti a considerare perfino i limiti del procedere filologico, reo, secondo alcuni, di raffreddare la potenza di un’opera letteraria, pur di ricostruirne le vicende che l’hanno generata. Ma andare in profondità vuol dire entrare senza remore dentro l’epoca, ricostruendo la storia della letteratura e della filologia in modo tale da far irrompere questo passato, che soltanto, appunto, in superficie pare archeologizzato, quindi morto, nelle espressioni di storia della letteratura e/o della filologia, come fuoco vivo dentro il presente, sempre impegnato con dannata fretta a liquidare sé stesso per inseguire un domani che si fa contenitore vuoto.&nbsp;</p>



<p>I cinque capitoli che compongono il libro consentono salti temporali che vanno dal Petrarca – con il riconoscimento della parziale autografia del manoscritto Vaticano latino 3195, testimone dei&nbsp;<em>Rerum vulgarium fragmenta</em>&nbsp;del poeta, vero e proprio punto di svolta nella storia della filologia petrarchesca –&nbsp;<strong>a Vanni Scheiwiller, al mondo dell’editore milanese, al ruolo cruciale svolto nella “riconciliazione ideologica” tra Pasolini e Ezra Pound.</strong>&nbsp;Il capitolo si apre infatti con la fatidica data del 26 ottobre 1967 – specificando pure che si trattava di un giovedì, sicché, al lettore, pare quasi di essere trasportato personalmente indietro, dentro un incontro così carico di significati, non fosse altro che soltanto la Poesia è in grado di superare gli steccati di vedute ideologiche e politiche così diverse. Ma le coordinate di questo straordinario incontro sono anche geografiche: Venezia, Calle Querini Dorsoduro 252, luogo di riconciliazione.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="800" height="551" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Cortesia-_Pasolini-Pound-scatti-da-unintervista-3.jpg" alt="" class="wp-image-103543" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Cortesia-_Pasolini-Pound-scatti-da-unintervista-3.jpg 800w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Cortesia-_Pasolini-Pound-scatti-da-unintervista-3-300x207.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Cortesia-_Pasolini-Pound-scatti-da-unintervista-3-768x529.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/Cortesia-_Pasolini-Pound-scatti-da-unintervista-3-600x413.jpg 600w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption class="wp-element-caption">26 ottobre 1967, giovedì</figcaption></figure>



<p>Senza tacere della relazione tra lo stesso Scheiwiller, Pasolini e il poeta Biagio Marin, di cui il secondo fu sincero e vivace promotore e amico. In mezzo, ci sono Leopardi, Montale, Ungaretti e Mario Praz. Lo spirito che anima questi scritti e che illumina il senso profondo dello studio filologico è evidenziato nella stessa introduzione, in cui Ciaralli e Pulsoni scrivono, a proposito del ritrovamento del manoscritto su Petrarca, scoperto per la prima volta nel 1886 da Arthur Pakscher e Pierre de Nolhac, che la storia di un manoscritto finisce con il riflettere lo spirito inquieto di un’epoca. Non a caso, proprio il ritrovamento di questo manoscritto ebbe dei veri e propri risvolti politici, in tempi in cui certamente filologia e storia concorrevano a ricostruire, determinandola, l’identità nazionale degli Stati in Europa, in modo tale che la supremazia negli studi storici e filologici garantisse in qualche modo (blindandola, aggiunge chi scrive) quella sul piano politico. Perciò, guardando dentro l’epoca e i suoi fermenti, possiamo osservare come&nbsp;<strong>le pretese imperialistiche degli stati europei esondassero i piani meramente politici e militari coinvolgendo, appunto, anche la filologia.</strong>&nbsp;Il capitolo su Ungaretti – in particolare sulle varianti di&nbsp;<em>Gridasti: soffoco</em>&nbsp;– nella premessa sottolinea la “difficoltà oggettiva” nel ricostruire origine ed evoluzione del testo. Come giustamente rilevato da Marco Grimaldi, ciò è favorito anche dall’epoca digitale in cui viviamo che, se da un lato consente una maggiore facilità nell’offerta documentale al pubblico, dall’altro pare indurre surrettiziamente gli studiosi a rinunciare alla ricostruzione (<em>resa stratigrafica</em>) del cammino di un’opera nel tempo<em>.&nbsp;</em>Il volume, dunque, esprime fin troppo bene la cura da “sacerdoti della memoria”<em>&nbsp;</em>che gli studiosi come Ciaralli e Pulsoni profondono in queste discipline, che risalendo dentro la polvere del tempo sedimentata sulle opere, le restituisce al loro ambiente, vive.&nbsp;</p>



<p><strong>Livia Di Vona</strong></p>
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		<item>
		<title>Nuovo Vocabolario del Virus: “Patria”. Sacrificare se stessi per il futuro di figli sconosciuti. Anche se abbiamo massacrato tutti i padri siamo tutti padri della patria. E Petrarca è il nostro antidoto</title>
		<link>https://www.pangea.news/nuovo-vocabolario-virus-patria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jun 2020 10:24:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Assarabas]]></category>
		<category><![CDATA[Garibaldi]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Patria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Patria: Patria è la terra dei padri, che scoperta, Vaterland – noi italiani, di fatto, i padri li abbiamo decapitati, evirati – come Crono taglia le palle a Urano – per questo il nostro istinto patrio è nullo. Sull’Altare della Patria, la patria è stata dissanguata, sacrificata alla divinizzazione dello Stato. Non ci piace l’autorità: [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Patria: </strong>Patria è la <em>terra dei padri</em>, che scoperta, <em>Vaterland</em> – noi italiani, di fatto, i padri li abbiamo decapitati, evirati – come Crono taglia le palle a Urano – per questo il nostro istinto patrio è nullo. Sull’Altare della Patria, la patria è stata dissanguata, sacrificata alla divinizzazione dello Stato. Non ci piace l’autorità: se non balugina un poco di grandezza è perché non sappiamo riconoscerla. <strong>Il virus, secondo i pubblicitari di regime, avrebbe dovuto consolidare l’istinto patrio: alle partite della Nazionale – collante patriottico primario – si è sostituito lo svolazzare delle Frecce Tricolori.</strong> Che il Tricolore sia legato all’epica napoleonica e che la prima Repubblica Italiana sia nata nel 1802 con Napoleone Bonaparte presidente, sotto tacco di Francia, è un dettaglio che occorre ricordare. Divisi su tutto, c’è chi il 2 giugno, al posto di inneggiare alla Repubblica, rimpiange la monarchia sabauda.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-76685 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/Gustave-Le-Gray-Giuseppe-Garibaldi-Palermo-1860-169x300.jpg" alt="" width="391" height="694" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/Gustave-Le-Gray-Giuseppe-Garibaldi-Palermo-1860-169x300.jpg 169w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/Gustave-Le-Gray-Giuseppe-Garibaldi-Palermo-1860-578x1024.jpg 578w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/Gustave-Le-Gray-Giuseppe-Garibaldi-Palermo-1860-768x1361.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/Gustave-Le-Gray-Giuseppe-Garibaldi-Palermo-1860-867x1536.jpg 867w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/Gustave-Le-Gray-Giuseppe-Garibaldi-Palermo-1860.jpg 1000w" sizes="(max-width: 391px) 100vw, 391px" />Ciascuno, in Italia, fa patria a sé, la sala di casa è il Parlamento, il bagno il Gabinetto, l’erba del vicino, verde di rabbia, il campo del nemico, da eliminare. Non per forza è inesatta questa ostinata individualità, se conciliata con il culto dei morti – l’elmo del passato – e l’obbedienza verso i grandi. <strong>Patria, ancora, è sempre un discorso sul Padre – chi ti è padre?, da quale paternità ti elevi? Qui, piuttosto, si usa dire <em>uomo delle istituzioni </em>come una minaccia</strong>, come un’appartenenza a un ordine sacro – giustificato di per sé – senza pensare che l’istituzione può essere una costrizione, mera norma che si convalida divorando.</p>
<p>*</p>
<p>Siamo un paese di condottieri. Di traditori, insomma – la patria si instaura nel tradimento, dacché non esiste <em>una</em> patria (per farne una devi sopprimerne molte) come non esiste una lingua e il patriottismo è un’area semantica del sentimento – per natura, transitorio, capriccioso. <strong>Il figlio non può capire le intenzioni del padre, deve disfarle, a volte, dissuaderle: il padre deve essere superato, massacrato.</strong> L’Italia è stata fatta – diciamo così, per vezzo agiografico – da Giuseppe Garibaldi, un avventuriero, nato nella Nizza francese, massone, rivoluzionario, che ha combattuto nel Rio Grande, nelle guerre italiane d’indipendenza, in quelle francesi. Dove c’era da menare, menava, partigiano di una idea più che campione di una nazione. La legione d’artisti “Assarabas” usa la celebre fotografia garibaldina di Gustave Le Gray, griffata “Maison Assarabas Paris”, per festeggiare la Repubblica. <strong>L’indole è chiara: non si tratta di dare omaggio a Garibaldi, ma di stimolare l’eroismo sopito nel petto degli italiani. Disprezziamo gli eroi, i santi, gli “uomini soli al comando”, ma infine è sempre un individuo a saltare la trincea del rancore, dell’ovvio</strong>, delle piccole cose di pessimo gusto, e a lanciare la carica. Rischiando la morte.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Ma questo è un paese che con pervicacia ammazza i grandi e gli eroi, in favore del ‘bene pubblico’, esiliando il talento a un orpello, berciando di ‘meritocrazia’ dopo aver stilato enciclopediche tabelle e termometri che misurino il merito</strong> – commisurato, va da sé, all’utile. Un paese che ha bisogno di <em>testimonial</em> e non di testimonianze, di slogan e non di simboli.</p>
<p>*</p>
<p>Ogni balbettio sull’Italia è “indarno”, d’altronde, inutile, invano, lo sapeva anche Petrarca. <a href="https://it.wikisource.org/wiki/Canzoniere_(Rerum_vulgarium_fragmenta)/Italia_mia,_bench%C3%A9_%27l_parlar_sia_indarno" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Nel canto 128</a> del <em>Canzoniere</em>, è assemblata la bellezza del nostro paese (“Ben provide Natura al nostro stato”) e l’autoritaria debolezza dei suoi governanti, la cupidigia dei potenti (“Vostre voglie divise/ guastan del mondo la piú bella parte”), la violenza, lo sperpero dei migliori (“Or dentro ad una gabbia/ fiere selvagge et mansüete gregge/ s’annidan sí che sempre il miglior geme”). È come se gli italiani avessero una congenita incapacità ad accudire l’Italia, più vasta delle proprie peculiari passioni. La memoria della morte dovrebbe convertire la ferocia dei potenti in atti di bene, in slancio alla sapienza (“Al passar questa valle/ piacciavi porre giú l’odio et lo sdegno,/ vènti contrari a la vita serena;/ et quel che ’n altrui pena/ tempo si spende, in qualche acto piú degno/ o di mano o d’ingegno,/ in qualche bella lode,/ in qualche honesto studio si converta”), <strong>ma l’urlo di Petrarca (“I’ vo gridando: Pace, pace, pace”, che pare la chiusa della <em>Terra desolata</em> di Thomas Eliot) è sgozzato. Uomo che ha varcato la peste nera, smorzando il male in lirica,</strong> Petrarca potrebbe farci da antidoto, ma cosa lo dico a fare.</p>
<p>*</p>
<p>D’altronde, il discorso sulla patria ha a che fare con la morte. Per cosa sei disposto a morire? Per quale vita sei pronto alla morte? <strong>Patria significa sacrificare se stessi per il futuro dei figli, sconosciuti</strong> – in questo senso, siamo tutti <em>padri della patria</em>.  (d.b.)</p>
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		<item>
		<title>L’ambientalismo secondo Régis Debray: benvenuti all’Internazionale dell’Angoscia. È stato Petrarca a inaugurare l’era faustiana e a prevedere l’allunaggio</title>
		<link>https://www.pangea.news/debray-ambientalismo-faust-libro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Feb 2020 11:14:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Ambientalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Gallimard]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Petrarca]]></category>
		<category><![CDATA[Régis Debray]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Francia esiste ancora la categoria dell’intellettuale – un tizio che declina i ‘temi’ con ansia non tanto televisiva (come accade da questo lato delle Alpi), ma da ghigliottinatore. Piaccia o meno, l’intellettuale francofono è piacione e giacobino. Régis Debray, ventenne, era al fianco del ‘Che’ – fu il suo Giuda? – ora, plurisettantenne, ci [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/debray-ambientalismo-faust-libro/">L’ambientalismo secondo Régis Debray: benvenuti all’Internazionale dell’Angoscia. È stato Petrarca a inaugurare l’era faustiana e a prevedere l’allunaggio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>In Francia esiste ancora la categoria dell’intellettuale – un tizio che declina i ‘temi’ con ansia non tanto televisiva (come accade da questo lato delle Alpi), ma da ghigliottinatore. Piaccia o meno, l’intellettuale francofono è piacione e giacobino. <strong><a href="http://www.gallimard.fr/Contributeurs/Regis-Debray" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Régis Debray</a>, ventenne, era al fianco del ‘Che’ – fu il suo Giuda? – ora, plurisettantenne, ci spiega come va il mondo. Formidabile pamphlettista</strong>, per Gallimard, lo scorso anno, ha firmato “L’Europe fant</em><em>ôme” e “Du génie fran</em><em>çais”, mentre Mimesis traduceva “Fenomenologia del terrore”.<strong> Ora, con infallibile prestanza mediatica, Debray pubblica <a href="http://www.gallimard.fr/Catalogue/GALLIMARD/Tracts/Grand-format/Le-Siecle-Vert" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“Le Siècle Vert. Un changement de civilisation”</a>. Questa la ‘quarta’: “Uno spettro ossessiona l’Occidente: la fine del sistema Terra. </strong>Tutti i poteri del mondo antico cercano di scongiurare o contenere la preoccupazione crescente. Ovunque, la gioventù scolarizzata si solleva e da Berlino a Roma, da New York a Parigi, da Madrid a Manchester, un solo grido: Basta discorsi, agiamo! Il futuro accusa il passato e convoca Prometeo al timone perché domani non sapremo più cos’è un pupazzo di neve, una fonte d’acqua potabile, una spiaggia. Abbiamo conosciuto l’Internazionale della speranza, stiamo scoprendo l’Internazionale dell’angoscia. Questo è un momento cruciale tra due epoche della nostra cultura. Il secolo sta cambiando sotto i nostri occhi, con urgenza. Noi, sopravvissuti del XX secolo, dobbiamo ricordare da quale matrice siamo usciti, quale storia ci ha fatto evolvere: un millennio di acculturazione”. Traduciamo qui parte del primo capitolo del libro. </em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-73371 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/libro-2-1-173x300.jpg" alt="" width="215" height="373" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-2-1-173x300.jpg 173w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-2-1.jpg 434w" sizes="(max-width: 215px) 100vw, 215px" />La colpa di Faust</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Da quale infinito Medioevo siamo sorti? Dalla modernità. O dall’era faustiana – come l’ha battezzata Oswald Spengler questo grande poeta frainteso della storia universale. Faust è il medico e mago, nato alla fine del XV secolo, che fa un patto con il Diavolo, impersonato da Mefistofele, fa prodezze con il suo atanor, i suoi alambicchi, scopre la giovinezza eterna, seduce l’innocente Margherita, ma finisce strangolato dal suo mentore satanico. Ascensione, supremazia, dannazione: meglio del mito pagano di Prometeo, quello di Faust designa il destino dei pescatori di uomini che vollero diventare divinità facendosi “padroni e possessori della natura”. Vendere l’anima all’alchimia e ai suoi incanti non fu un buon affare… Goethe ne fece un dramma, Berlioz un’opera, Valery un saggio teatrale, Thomas Mann un romanzo, e a noi, che arriviamo come la polizia sulla scena di un crimine, il nostro pianeta, appare come un appello di luci dal fondo della notte. <strong>Quando ha preso forma questa era inebriante, che sostituisce l’antichità greco-romana, a volte definita apollinea? Poco prima del Quattrocento, un giorno del 1336, quando Petrarca, il poeta, andò a conquistare l’ignoto scalando il Mont Ventoux – piuttosto che contemplarlo da lontano, saggiandolo nel sogno, come facevano i Greci con l’Olimpo.</strong> Passando, cioè, da una contemplazione estetica e distante al desiderio di possedere fisicamente uno spazio. Quando si è conclusa questa era? Nel 1969, il giorno in cui Neil Armstrong mise piede sulla Luna. “Un grande passo per l’umanità…”, già, ma verso dove? <strong>L’avventura iniziata a Vaucluse trova culmine in Florida, a Cape Canaveral. Stessa sfida, diversa scala. Tra il punto di partenza e quello di arrivo, gli scienziati hanno progettato la bomba atomica.</strong> Un grosso sasso nella scarpa e nella coscienza dell’uomo predestinato ad ascendere. Di qui il nostro imbarazzo. E un sospetto celato: questo patto di fedeltà con le cose non risulta, piuttosto, sulla soglia del Rinascimento, un passo di lato? Quello che l’amante di Laura, Petrarca, dice essere un “commosso desiderio di vedere un luogo rinomato per la sua altezza”, non ancora la luna ma una montagna “decisamente ripida e quasi inaccessibile”, inaugura una pericolosa escalation che ora cerchiamo in forme imberbi di arginare. Diventando faustiano, il mammifero a due zampe ha abbandonato l’eterno per entrare nella storia, ma è lasciando la storia che si scopre un mero elemento della zoologia. Una specie animale sospesa, che si domanda se meriti un futuro, e quale… Non rimpiangiamo nulla del passato, non ci attendiamo nulla dal futuro che non sappiamo già. “Non ci si bagna due volte nello stesso fiume”, dice Eraclito. Immagine commovente di una eternità immobile. Il nostro fiume ci altera mentre scorre. <strong>Noi siamo occidentali, curiosi, insoddisfatti, irretiti dal sangue. All’impalpabile delle Mille e una notte Don Giovanni preferisce mille notti, polpose,</strong> e Faust conquista una regione da colonizzare, da mettere a reddito…</p>
<p><strong><em>Régis Debray</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: una immagine da <a href="https://www.piccoloteatro.org/it/2019-2020/scene-da-faust" target="_blank" rel="noopener noreferrer">&#8220;Scene da Faust&#8221;</a>, spettacolo di Federico Tiezzi, tratto da Goethe</em></p>
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		<title>“Hanno gli occhi nelle stelle e l’anima nel mare”. Viaggio verso Nord (se non sappiamo pensare in modo poetico, ci rubano lo spirito)</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Mar 2019 06:04:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Primi del Novecento. Un pittore di Zurigo, figlio di uno scultore d’opere d’arte funeraria, cresciuto artisticamente a Monaco di Baviera, si aggira, in pieno inverno, nel parco di Nymphenburg. Ha le manopole alle mani. Dipinge ciò che nessuno vuole dipingere; dipinge quando nessuno si sogna di dipingere. “Ha fatto del quadro invernale, del simbolo della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Primi del Novecento. Un pittore di Zurigo, figlio di uno scultore d’opere d’arte funeraria, cresciuto artisticamente a Monaco di Baviera, si aggira, in pieno inverno, nel parco di Nymphenburg. Ha le manopole alle mani. <strong>Dipinge ciò che nessuno vuole dipingere; dipinge quando nessuno si sogna di dipingere. “Ha fatto del quadro invernale, del simbolo della nostra esistenza che con la luce del sole e l’atmosfera glaciale diventa una parabola della vita che sfiorisce, una specialità della sua arte”,</strong> scrive di lui Georg Biermann, nel 1909. Questo pittore è Fritz Osswald. Il gelo dona una particolare fermezza al suo braccio. Osswald è un pittore ossessionato dal bianco – dipinge ossessivamente montagne innevate. Ricostruisce l’estremo Nord in un parco di Monaco di Baviera, vuole carpire il segreto del bianco. Infine, la neve gli prosciuga la vita. Nel 1914 Fritz Osswald appare tra gli artisti di Darmstadt, la colonia utopica costituita da Ernst Ludwig di Assia, con l’intento – tipico dell’epoca – di fondere istinto artistico a impeto etico. Nel 1909, comunque, Osswald è un divo della pittura: Wilhelm Michel (autore di importanti studi su Rainer Maria Rilke e su Friedrich Hölderlin) recensisce “il grande successo dei suoi paesaggi innevati” (<em>Deutsche Kunst und Dekoration</em>). Finirà, nel coacervo delle avanguardie, in fuga, misconosciuto – muore nel 1966, ai paesaggi montani, madidi di neve, aveva sostituito quadri borghesi, con fiori dai colori accesi, carnivori.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66015 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/aua-178x300.jpg" alt="" width="110" height="185" />Il Nord, prima di tutto, è una invenzione della mente. Eric Ravilious (1903-1942) “tennista piacente, trascorse il decennio dipingendo paesaggi disabitati, molto inglesi, con allusioni a presente e infiltrazioni spettrali”. La Seconda guerra lo porta verso avamposti islandesi – lì resta folgorato. Il Nord diventa l’ambiente ideale della sua opera – è suggestionato dai ghiacci, dal clangore dell’oceano artico. <strong>“Era una gran cosa entrare nel Circolo Artico con la luce del sole che splendeva di notte e le sterne artiche in volo attorno alla nave… è strano non vedere la terra, le donne o l’oscurità tanto a lungo. </strong><strong>È come un’esistenza ultraterrena”,</strong> scrive in una lettera. Nel settembre del 1942 l’areo su cui viaggia scompare al largo d’Islanda – il bianco affascina, seduce e uccide.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Nord è una necessità dello spirito, è una idea. <em>The Idea of North </em>è un disco di Glenn Gould del 1967: “Sono stato affascinato a lungo da quell’incredibile arazzo di tundra e di taiga che costituisce l’Artico del mio paese, il Canada… il Nord è rimasto per me un posto dove sognare, dove costruire miti, che ti invita a evitare altro”.</strong> Il Nord è il deserto bianco, la quarantena dall’umanità, il luogo dove trovare Dio o dove fuggire uccidendo tutti gli dèi. Artico e Antartico sono la Bibbia bianca, due poli della stessa ricerca: in calce al busto di Robert Falcon Scott, presso lo Scott Polar Research Institute di Cambridge, è scritto, <em>Quaesivit Arcana Poli Videt Dei. </em>“Cercava i segreti del polo per vedere le cose nascoste di Dio”. In realtà, Scott non credeva in Dio. “Scott l’agnostico ha percorso il deserto, è stata anacoreta dei ghiacci, ma non ha mai incontrato la divinità che domina quei territori”, scrive Filippo Tuena, esegeta dell’avventura antartica di Scott. La sfida al bianco, in sé, di per sé, è sacra.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“C’era quel soffio di irrealtà che così bene si addice a un paesaggio artico”, scrive Knud Rasmussen, impavido esploratore nato nella Groenlandia danese</strong> che dai primi del Novecento, con impeto pionieristico, esplorò le regioni artiche per raccogliere ciò che restava dei miti eschimesi. <em>Irrealtà </em>si gemella a <em>ultraterreno</em>: l’Artico, il bianco, il polo, l’etica del Nord, ti porta altrove, nell’oltre, nell’irreale.<strong> Il bianco è indicibile, il bianco ubriaca, è il colore della santità – ma anche della follia. </strong>In uno dei suoi viaggi, Rasmussen incontra Aua, che custodisce la sapienza degli sciamani. “Ogni vero sciamano dev’essere in grado di percepire una luce nel proprio corpo, nella testa o nel cervello, qualcosa di simile a un fuoco luminoso che gli dà la facoltà di vedere cose nascoste, di vedere a occhi chiusi nell’oscurità o nel futuro o nei segreti degli altri. Sentivo di possedere questa meravigliosa capacità”, dice Aua all’esploratore. Agli occhi dello sciamano, il mondo è uno sciame di spiriti in lotta: egli deve placarli e ingraziarsi il loro favore. In uno dei brani più poetici, si racconta di come lo sciamano sappia avvicinarsi alla divinità marina, a cui chiede di facilitare la pesca o di benedire una gravidanza: “I capelli le scendono sul viso e sugli occhi, sono spettinati e arruffati. Lo sciamano deve subito afferrarla per una spalla, girarle il volto verso la lampada, poi deve carezzarle i capelli, lisciarli premurosamente”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sciamano conosce le parole che seducono gli spiriti, è poeta, sa lo stigma magico dei verbi. <strong>Petrarca racconta il Nord nel <em>Canzoniere </em>(“Una parte del mondo è che si giace/ mai sempre in ghiaccio et in gelate nevi/ tutta lontana dal camin del sole”), è affascinato dal mito della “famosa e incognita Thule, agli estremi confini dell’Iperboreo mondo”</strong> (come scrive in una delle <em>Familiari</em>, ad Andrea Dandalo). Nella ‘Familiare’ scritta a Tommaso di Messina, nel 1337, Petrarca si finge “Sul luogo ove fosse l’isola di Thule”. Nella lettera il poeta riassume, dall’antichità in poi, i tentativi di localizzare l’isola dove “d’inverno non nasce mai il sole e per ghiaccio indurito è il mare”. “Chiedi il resto a chi è più dotto di me”, sentenzia Petrarca: “io cui negato è ficcare più addentro lo sguardo e discoprire siffatti arcani, sarò contento se riesca a conoscer me stesso”. <strong>L’ultima Thule, in realtà, cioè l’estremo Nord, è lo spazio d’innocenza dove l’uomo, nudo, denudato dal gelo, conosce se stesso. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Gli Iperborei, gli uomini dell’estremo Nord, sono conosciuti dai greci. “Si gloriano delle loro lunghe chiome fluttuanti”, scrive Tzetze, “hanno gli occhi nelle stelle e l’anima nel mare”, scrive lo Pseudo-Longino. Ciò che attrae i greci è la facoltà sciamanica di queste popolazioni, come ha spiegato Giorgio Colli: <strong>“di essi non interessano soltanto le parole e la mediata espressione poetica, ma anche e soprattutto l’azione magica e le eccezionali doti concesse dal dio. </strong><strong>È l’invasamento che li rende capaci di tanto… un uscire fuori di sé, l’anima abbandona il corpo e rimasta libera va all’esterno”.</strong> Parola che si abbarbica al silenzio, addestramento perfezionato tra i ghiacci. L’anima a Nord sguazza, corre.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il poeta si sintonizza con il Nord. <strong>Melville vedeva in Moby Dick una specie di iceberg ambulante, l’avatar di un dio bastardo, bestiale. Il bianco, scrive, non favoleggia purezza, figlia terrori. “L’universo paralizzato ci sta davanti come un lebbroso; e come il caparbio viaggiatore che in Lapponia si rifiuta di metter lenti colorate e coloranti sugli occhi, così il misero miscredente s’acceca fissando il monumentale sudario bianco che avvolge tutta la prospettiva intorno a lui.</strong> E di tutte queste cose la balena albina era il simbolo. Ti meravigli dunque dell’ardore della caccia?”. Al Nord si trova la propria anima, la si preda.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66016 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/220px-White_goddess-204x300.jpg" alt="" width="122" height="179" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/220px-White_goddess-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/220px-White_goddess.jpg 220w" sizes="(max-width: 122px) 100vw, 122px" />Ai miti islandesi, si sa, Jorge Luis Borges dedicò racconti e poesie. Quella forgiata per <em>Snorri Sturluson</em>, il compilatore medioevale dell’<em>Edda</em>, ha un incipit formidabile: “Tu che lasciasti una mitologia/ Di ghiaccio e fuoco al ricordo dei figli,/ Tu che fermasti in parole la gloria/ Della tua stirpe di acciaio e ardimento”. Al suo <em>Viaggio in Islanda </em>W.H. Auden dedica una complessa poesia del 1936. <strong>“Questa è un’isola, pertanto/ Irreale”, scrive il poeta usando lo stesso epiteto usato da Rasmussen. “E per tutti Nord vuol dire: Rinuncia!&#8230;</strong> E ovunque gli uccelli impazzano impettiti/ Vessato dal vessillo chi ama le isole/ Infine può vedere/ Fioca, la sua esigua speranza; e accostarsi al barbaglio/ Dei ghiacciai, alle immature sterili montagne intense/ Nel giorno anomalo di questo mondo”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il viaggio al Nord, insomma, ci porta alla verità dell’anima, alla sua natura profonda. <strong>La natura dell’anima si esprime in poesia.</strong> Ne era certo Robert Graves, che nella <em>Dea Bianca</em> certifica come in altre epoche le civiltà – ad esempio, quella celtica – educassero i propri re, gli eroi e i sacerdoti alla dizione poetica. Conoscere la parola è ascendere. Il grado più elevato del sapere era la conoscenza della parola che riuscisse ad armonizzare l’uomo al cosmo, dacché <strong>“Un tempo la poesia serviva per ricordare all’uomo che doveva mantenersi in armonia con la famiglia delle creature viventi tra le quali era nato, mediante l’obbedienza ai desideri della padrona di casa; oggi ci ricorda che l’uomo ha ignorato l’avvertimento e ha messo sottosopra la casa con i cuoi capricciosi esperimenti filosofici, scientifici e industriali, attirando la rovina su se stesso e sulla sua famiglia”.</strong> In particolare, scrive Graves, “dall’incapacità di pensare in modo poetico – ossia di risolvere il discorso nelle sue immagini e nei suoi ritmi originali, per poi ricombinarli a più livelli di pensiero simultaneamente, ottenendo una molteplicità di significati – deriva l’incapacità di pensare con chiarezza in prosa. In prosa si pensa a un solo livello alla volta, e le combinazioni di parole non devono contenere più di un significato; tuttavia, per ottenere incisività, occorre che le immagini residenti nelle parole siano saldamente collegate”. Senza poesia non sappiamo comunicare tra gli uomini – non riconosciamo la tana degli dèi – non sappiamo rivolgersi a Dio – non possiamo immaginare cosa accada dopo la morte. <strong>Il bianco del Nord, allora, è un pallore turistico, non ha più il carisma di una sfida, il valore di una ustione di silenzio a cui sigillare il nostro addestramento, non è più l’alcova del mito, del canto, ma è un mortorio.</strong> O una zona come un’altra su cui esercitare atti di speculazione industriale. (d.b.)</p>
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		<title>Aiuto! I morti stanno morendo per sempre – e con loro anche noi. Ecco perché durante le feste, felice come una Pasqua, vago per i cimiteri: perché la letteratura nasce come risposta alla morte…</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Dec 2018 05:57:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nasce la letteratura come risposta alla morte. Perché si muore?, latra Gilgamesh; Perché la vita se c’è la morte?, urla Giobbe. I momenti cruciali degli ‘omerici’ riguardano la morte: la discesa verso l’Ade, verso i morti – che impongono giudizio e non ammettono consolatoria consolazione – la festa che glorifica il morto in battaglia. Il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/aiuto-i-morti-stanno-morendo-per-sempre-e-con-loro-anche-noi-ecco-perche-durante-le-feste-felice-come-una-pasqua-vago-per-i-cimiteri-perche-la-letteratura-nasce-come-risposta-alla-morte/">Aiuto! I morti stanno morendo per sempre – e con loro anche noi. Ecco perché durante le feste, felice come una Pasqua, vago per i cimiteri: perché la letteratura nasce come risposta alla morte…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Nasce la letteratura come risposta alla morte. Perché si muore?, latra Gilgamesh; Perché la vita se c’è la morte?, urla Giobbe.</strong> I momenti cruciali degli ‘omerici’ riguardano la morte: la discesa verso l’Ade, verso i morti – che impongono giudizio e non ammettono consolatoria consolazione – la festa che glorifica il morto in battaglia. Il morto è spogliato, delle sue spoglie si rivestono i vivi – corazza, elmo, amuleto, bracciale, parastinchi, orecchini – per questo il morto non muore mai. Bruciare il morto, perciò, non è incenerirlo: è dimostrare la forza di luce della morte, il morto visibile per miglia, immediatamente risorto, immortale. Il morto fiammeggia, lungo l’arco intero della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bruciare il morto, in pubblico, rispetto alla cremazione: l’edificio anonimo, il dolore inqualificato, l’urna con le ceneri, semplicemente brutta, neppure ambigua, che qualcuno rovescerà nel mare, al vento, in qualche pittoresco luogo privo di culto, finché, finalmente, il morto muore per sempre.</strong> Resta, certo, come un brillio nel nostro ricordo privato – fotografia rituale sul cassettone, messa in onore di, messa in ordine dei ricordi parentali, caute verbosità di cordoglio – non è più riscossa civica, ma dismissione della speranza, sperando nel giudizio universale, demandando all’Altro – o al nulla – la funzione funebre.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64759 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/sebald-182x300.jpg" alt="sebald" width="120" height="198" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/sebald-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/sebald.jpg 600w" sizes="(max-width: 120px) 100vw, 120px" />Nessuno parla dei morti – non si fa – la letteratura, che nasce per dire l’ultima, la sola parola ai morti, non si occupa più della morte</strong>, infangata nella vita – che non è vita ma il preludio della morte, definitiva – nel dibatto, nel ‘sociale’.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per carità: amo atrocemente la vita – amo come un disperso e un disperato – perché dialogo ogni giorno con i morti, scrivo per loro</strong>, in fondo, si vive rispondendo alla promessa pattuita con i morti – per prolungare l’unico gesto di una generazione, della catena umana. Come puoi amare un vivo se non hai custodia dei morti, se non ci si ama come sopravvissuti?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora che i morti sono morti davvero, li abbiamo davvero uccisi, non restano che i viventi, vuoti e assassini, e questa vita mortificata.</strong> Più o meno questo mi dice Silvio Castiglioni, nell’ultimo caffè dell’anno. Parliamo spesso di morti, io e Silvio: d’altronde, lui è un attore, conosce l’arte di riportare in vita le parole pronunciate dai morti, è una specie di sciamano del verbo. Cita, a memoria, un piccolo libro di W. G. Sebald, <em>Le Alpi nel mare</em>. Gli dico, minaccioso: mandamelo!</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Oggi sono ancora attorno a noi, i morti, ma talvolta mi viene da pensare che forse spariranno presto… Perdono importanza a vista d’occhio.</strong> Non si può più parlare di ricordo imperituro e di culto degli avi. Tutto al contrario, i morti debbono essere tolti di mezzo il più in fretta possibile e nella maniera più radicale”. Così scrive Sebald.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho visto turbe di morti accucciati nei golfi di nebbia, mentre guidavo oltre Faenza, nei ricami romagnoli, verso la Toscana. A volte hanno figura di airone, altri volto di serpe:</strong> se non li accudisci, con devota delicatezza, i morti cercano di riprendersi la vita, ti massacrano, cannibali. Oppure – appaiono come un ronzio nella testa, impongono fughe catatoniche, sfasciano l’ecosistema familiare, ti conducono alla perdita, perché è pur meglio la perdizione a questa sedizione dei desideri.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I morti stanno morendo per sempre – ma se muoiono i morti, attenti, moriamo anche noi, e non ci sarà stipendio buono e giusto a risarcire questa morte. Le parole di Sebald mi precipitano nel libro fondamentale di Jean Baudrillard, <em>Lo scambio simbolico e la morte.</em></strong> Me lo ha regalato, molti anni fa, <a href="http://www.pangea.news/e-morto-girlamo-melis-il-mio-maestro-il-grande-creativo-che-ha-vissuto-poeticamente-contro-i-burocrati-del-perbenismo-esplodeva-il-suo-assenso-alla-vita-urlando-celine-e-heidegger-ha-inventato-gi/" target="_blank" rel="noopener">l’incontenibile Girolamo Melis</a>. “Al giorno d’oggi <em>non è normale essere morti</em>, e questo è un fatto nuovo. Essere morto è un’anomalia impensabile, rispetto alla quale tutte le altre sono inoffensive. <strong>La morte è una delinquenza, una devianza incurabile… Il culto dei morti va diminuendo. Si parla sempre meno dei morti, si abbrevia, si fa silenzio – discredito della morte. </strong>Finita la morte solenne e circostanziata in famiglia: si muore all’ospedale – extraterritorialità della morte. La morte è oscena e imbarazzante – e altrettanto lo diventa il lutto, il buon gusto è quello di nascondere ciò che può offuscare il benessere degli altri… Noi non abbiamo più esperienza della morte degli altri. La maggior parte non ha mai più l’occasione di vedere morire qualcuno. È qualcosa di impensabile in tutt’altro tipo di società”. Questo scrive Baudrillard. Era il 1976. Il libro è stato tradotto in Italia quarant’anni fa. Ormai, i morti sono morti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64760 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/baudrillard-194x300.jpg" alt="baudrillard" width="127" height="196" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/baudrillard-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/baudrillard-768x1189.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/baudrillard-662x1024.jpg 662w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/baudrillard-1320x2043.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/baudrillard.jpg 1400w" sizes="(max-width: 127px) 100vw, 127px" />Il deragliamento della morte e della parola ‘morte’. Non scrivere mai la parola ‘morte’ è una regola generica – agghiacciante – per chi titola gli articoli dei giornali.</strong> Il morto è colui che ‘ci ha lasciato’, d’altronde sono sempre i migliori quelli che ‘se ne vanno’ – e dove vanno a finire? – alla morte comunque c’è rimedio, la sofferenza passa. Minchionerie. La morte è tale perché irrimediabile, per fortuna, perché ti pone di fronte a quesiti assolutamente inderogabili, e il dolore non può, non deve passare, altrimenti il morto muore davvero e noi con lui.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Già. Gesù dice “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti” (<em>Mt </em>8, 21), ma fa tornare in vita chi era creduto morto (Lazzaro).</strong> Fa rivivere i morti come presenza viva nella vita reale – ci distoglie dalla muta e remissiva adorazione formale della morte.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Durante le feste visito i cimiteri, quelli in cui non ho cari o parenti su cui sbriciolare qualche preghiera. Che gesto di grazia quello delle anziane che mettono fiori sulla tomba degli sconosciuti, che gratuità invincibile</strong> prendersi cura dell’ignoto, di chi non può concretamente ‘ricambiare il favore’. Quando crediamo di accudire i morti, sono loro che ci abbracciano.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>D&#8217;altronde, senza la presenza costante dei morti, i soli che muoiono siamo noi, i morituri</strong>, i vivi che credono di vivere, anche se non siamo che l&#8217;acume della memoria partorita da uno che non c&#8217;è più, chissà quando, chissà perché.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo inconcepibile tabù della morte nell’energia creativa degli scrittori, eppure Dante vaga per i regni per vedere il viso di Beatrice, la defunta;</strong> eppure il canto di Petrarca s’innalza quando Laura muore, e Shakespeare muore per dare vita ai suoi morti e Hermann Broch, per dire la vita dell’Occidente, racconta la morte di Virgilio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quante volte siamo morti a una vita per intraprenderne un’altra? Chi ha talento, muore ogni giorno, rapinando la vita.</strong> Anche per questo occorre dare virtù di vita ai morti: accarezzarli, durante la notte, ripercorrere i contorni delle mani, senza verifica di memoria – sempre fallimentare – solo perché non abbiamo altra foga che l’amare. Saranno loro a dirci, limpidi. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/aiuto-i-morti-stanno-morendo-per-sempre-e-con-loro-anche-noi-ecco-perche-durante-le-feste-felice-come-una-pasqua-vago-per-i-cimiteri-perche-la-letteratura-nasce-come-risposta-alla-morte/">Aiuto! I morti stanno morendo per sempre – e con loro anche noi. Ecco perché durante le feste, felice come una Pasqua, vago per i cimiteri: perché la letteratura nasce come risposta alla morte…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Simon Armitage: “Non basta essere una brava persona e fare il giurato ai premi per diventare Poeta Laureato”</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Dec 2018 05:29:14 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Dati di fatto. In UK la massima onorificenza assegnata a un letterato è la carica di ‘Poet Laureate’. In Italia, i premi che vanno per la maggiore – Strega, Campiello – vanno ai romanzieri, anche se l’Italia è – è noto – terra di modesti romanzieri </strong>– tolto Manzoni e tolto Verga – e di grandi poeti. Avete ragione, certo. In UK vanno di moda, da sempre, le parrucche, i club, le medaglie e gli allori. E pure i poeti. Eppure, appunto, un fatto è un fatto: in UK il poeta è tenuto in giusto pregio, la poesia si legge, i poeti – autorevolmente, bislaccamente, causticamente, grottescamente – sono nel centro dell’agone e dell’agorà, hanno un ‘ruolo’ – che poi può essere sputtanato.<strong> In Italia, dove la poesia moderna è nata – con Petrarca – e dove è nato il concetto di ‘poeta laureato’ – lo fu Petrarca – il poeta conta soltanto nei circoli festivi dei poeti di provincia, e l’alloro lo usa per insaporire la zuppa coi ceci, non gli è concesso altro. </strong>I poeti, in Italia, sono fuori dalle scuole, fuori dai giornali che contano, fuori dalle università e dalle case editrici, fuori dai premi che premiano grosso, fuori dai canoni e fuori legge. Che figo, dirà il culturista della controcultura. Per nulla, rispondo. <strong>I poeti, in Italia, sono talmente fuori che fanno girare le palle, sonoramente, da quanto son diventati patetici: per un verso – arpeggiano manco fossimo in bucolico Ottocento – o per l’altro – fanno finta di averlo duro, ma la virilità linguistica non si raggiunge per difetto di aggettivi bensì per eccesso di genio</strong> – per non dire l’altro ancora – le masse di poeti ‘normodotati’ che canticchiano la vita ‘normale’ con pose cantautorali.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esempio di retroguardia culturale. I ‘poeti laureati’ inglesi. Si presume siano la quintessenza della poesia inglese. In Italia, a parte due poeti e mezzo (William Wordsworth, Ted Hughes e Alfred Tennyson, quest’ultimo noto ai sopraffini), chi li conosce, chi li traduce, chi li pubblica?</strong> Per dire solo del Novecento: mai letti Robert Bridges, John Masefield, Cecil Day-Lewis – il padre di Daniel, l’attore – John Betjeman? Appunto. Gli ultimi due ‘poeti laureati’, poi, sono editorialmente disintegrati, mi riferisco a Andrew Motion (incarico risolto dal 1999 al 2009) e a Carol Ann Duffy (tradotta dai piccoli, speciali, almeno, Crocetti e Le Lettere), che indosserà la corona poetica fino al maggio del 2019. La cosa non è grave dal punto di vista meramente lirico ma ‘sociale’: questi poeti, infatti, intervengono a pieno titolo – e spesso a gamba tesa – nella vita ‘politica’ occidentale, scrivendo, agendo, movimentando. E noi? Stiamo a guardare, ignari e ignoranti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64668 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/armitage-2-192x300.jpg" alt="armitage " width="123" height="192" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/armitage-2-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/armitage-2-768x1197.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/armitage-2-657x1024.jpg 657w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/armitage-2-1320x2058.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/armitage-2.jpg 1642w" sizes="(max-width: 123px) 100vw, 123px" />Il prossimo ‘poeta laureato’ dovrebbe essere <a href="https://www.simonarmitage.com/biography/" target="_blank" rel="noopener">Simon Armitage</a>. Giovane il giusto – classe 1963 – ha ottenuto i premi giusti</strong> – nel 1999 è stato nominato ‘Millennium Poet’, l’anno scorso ha vinto il Pen America Award, qualche giorno fa gli hanno affibbiato il ‘Queen’s Gold Medal for Poetry’, andato, tra gli altri, a W.H. Auden, Philip Larkin, Robert Graves, Derek Walcott, di fatto il gradino preliminare alla ‘laurea’ – e dal 2015 siede sulla prelibatissima cattedra di poesia all’Università di Oxford. <strong>Simon Armitage è un grande poeta perché come i grandi poeti alterna una lingua scanzonata, gergale, bruta, a una nitidezza classica, sta tra melma e stelle e quando Mondadori, nel 2001, pubblicò una raccolta delle sue <em>Poesie</em>, per noi poetini con la cerbottana fu una festa, una fiera.</strong> Va detto che da allora, editorialmente, in direzione contraria al crescente successo pubblico – e alla crescita lirica – di Armitage, in Italia, s’è visto poco. Guanda, sia benedetta, ha pubblicato nel 2015 <em>In cerca di vite già perse </em>e nel 2011 il lavoro di Armitage dentro l’epos medioevale (<em>Sir Gawain e il cavaliere verde</em>; ma Armitage ha lavorato pure scavando l’<em>Odissea </em>e il mito di Artù). Per un autore che ha pubblicato una ventina di raccolte poetiche (le ultime: <em>The Unaccompanied </em>per Faber, l’anno scorso; <em>Flit</em>, quest’anno, esito di una residenza allo Yorkshire Sculpture Park) e un’altra ventina di libri, compresi un paio di romanzi, quasi nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mi è caro, Simon Armitage, è chiaro. Mi è caro anche per una questione di affetti, per così dire. Su <em>Il Riformista </em>– il quotidiano fondato da Antonio Polito un’era giornalistica fa – <strong>Flavio Santi, scrivendo l’articolo più ispirato e corretto riguardo all’opera di Simone Cattaneo (ancora vivo), capì tutto, “Cattaneo è il nostro Armitage</strong> (per dimostrare questa tesi una volta ho fatto uno scherzo tremendo a un critico: gli ho passato un gruzzolo di poesie di Cattaneo spacciandole per primizie di Armitage. Non vi dico l’entusiasmo dell’illustre studioso per quegli “inediti”…)”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi, sì, volevo chiudere l’articolo proponendo un analogo del ‘Poet Laureate’ anche per l’Italia – insomma, riproponiamo ciò che fu nostro, che ci appartiene – ma poi… Questo non è un Paese perduto, è un Paese di perdenti, che pensano che il poeta sia perso, che la poesia sia inutile quando è la sola cosa che ci resta da fare, la poesia. </strong>Oltre al ‘poeta laureato’ ci vuole – come in UK – il sistema editoriale che pubblica la poesia, i lettori di poesia, i poeti nelle accademie – per davvero – a schiantare l’accademismo, i poeti nei tiggì, i poeti invitati in Parlamento per far capire al resto dell’assemblea che cosa è l’uomo, cosa è la vita, cosa l’economia. Quindi, sì, io sono contento se Armitage diventa ‘Poet Laureate’ per una piccola cosa, insignificante, forse, ma decisiva per me. <strong>Se Armitage diventa ‘laureato’ lo sarà, con lui, anche il mio amico Simone.</strong> Nel frattempo, ho tradotto per voi il proclama di Armitage pubblicato un mese fa. Titolo: cos’è il ‘Poet Laureate’ secondo me. Direi, un buon discorso di insediamento. D’altronde, un poeta che afferma, con solare potenza, che i poeti del futuro saranno migliori di questi, di oggi, se adeguatamente promossi, è un vero poeta, non è uno che dorme sugli allori del proprio ego. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il linguaggio è la nostra invenzione più grande. </strong>Come strumento per comprendere noi stessi e il mondo, niente gli è pari. La poesia è il linguaggio più profondo, la poesia è la nostra conquista più grande.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo, la ‘laurea’ è il più alto onore e onere per la poesia e il ‘laureato’ dovrebbe essere il guardiano di questi ideali. L’alloro dovrebbe essere assegnato a un poeta riconoscibile e autorevole, un poeta ammirato dai poeti e dal pubblico, <strong>un poeta allo stesso tempo esperto ed entusiasta</strong>, un poeta che è un eccellente interprete nell’arte di cui sarà campione e ambasciatore. Nessun altro lo sarà.</p>
<p style="text-align: justify;">Dovrebbe essere un poeta predisposto all’ascolto più che alla chiacchiera, alla lettura più che alla scrittura, che pensi al lavoro degli altri poeti più di quanto essi facciano tra loro, che conosca e che si interessi profondamente dei poeti del passato, perché ce ne sono molti e molti sono migliori di noi<strong>. Se ti metti in testa la corona di alloro e non hai letto tutto <em>Beowulf </em>o l’<em>Iliade </em>o non sai chi ha scritto <em>Lycidas </em>o non sei in grado di recitare una poesia di Saffo o di Emily Dickinson, o non conosci neanche una poesia di Derek Walcott, beh, non sei degno di quel ruolo.</strong> Sarai imbarazzato alla prima intervista. La maggior parte della migliore poesia mai scritta è disponibile per tutti per questo non leggerla – anche soltanto per criticarla – è imperdonabile.</p>
<p style="text-align: justify;">La ‘laurea’ pretende esperienza e dignità. <strong>Non dobbiamo nominare il sindaco del Paese dei Balocchi o la mascotte delle nostre aspirazioni quotidiane. O qualcuno che ha pubblicato quattro libri, ha il seggio in cinque commissioni, è giudice in sei premi ed è una brava persona</strong>, o qualcuno che è un amministratore nel negozio dei valori contemporanei, e in secondo (o in terzo) luogo un poeta.</p>
<p style="text-align: justify;">Se vuoi concorrere, devi essere in grado di valicare la tastiera e di scendere dalla torre d’avorio, lasciare i tomi polverosi, la soffitta illuminata dal sole, l’aula degli anziani, e prepararti ad andare nelle scuole, nelle prigioni, nelle comunità, negli ospizi. Probabilmente devi avere almeno trent’anni. Dovrai felicemente andare nei teatri, nei festival e nei locali notturni a vedere e ad ascoltare la poesia che viene declamata e rappresentata. E dovresti avere in mente un progetto a lungo termine, come il Poetry Archive di Andrew Motion o il premio per le nuove opere di Carol Ann Duffy. <strong>E dovresti pensare a come incoraggiare e promuovere i poeti del futuro </strong>– perché ci saranno, saranno più di noi, saranno migliori di noi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Simon Armitage</em></strong></p>
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		<title>Basta con i poeti rinchiusi nella torre d’avorio, esiliati dalla Storia! I poeti sono i Guerrieri della Bellezza: dialogo con i protagonisti di “Poetry and Discovery” (meglio dei gilet gialli)</title>
		<link>https://www.pangea.news/basta-con-i-poeti-rinchiusi-nella-torre-davorio-esiliati-dalla-storia-i-poeti-sono-i-guerrieri-della-bellezza-dialogo-con-i-protagonisti-di-poetry-and-discovery-meglio-d/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Dec 2018 11:44:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il tema è capitale. Che rapporto c’è, oggi, tra il poeta e la Storia, tra il poeta e il proprio tempo? Di solito, oggi, il poeta è servo dell’era, non serve a nulla, è martirizzato dall’indifferenza, non si ribella, accetta, sperando, tra qualche lustro, in una pubblicazione – quasi sempre inascoltata – per l’editore di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il tema è capitale. <strong>Che rapporto c’è, oggi, tra il poeta e la Storia, tra il poeta e il proprio tempo? Di solito, oggi, il poeta è servo dell’era, non serve a nulla, è martirizzato dall’indifferenza, non si ribella, accetta, sperando, tra qualche lustro, in una pubblicazione – quasi sempre inascoltata – per l’editore di punta.</strong> In direzione contraria, invece, agisce la falange di lirici radunati da <a href="http://www.pangea.news/brutto-nome-delleroico-delleretico-dellerotico-dialogo-tomaso-kemeny-poeta-fu-folgorato-breton-prese-la-collina-leopa/" target="_blank" rel="noopener">Tomaso Kemeny</a>, ungherese di nascita, milanese d’adozione, da 80 anni – tanti ne compie, quest’anno – Lancillotto del bello.<strong> “Oggi, come sempre, ci vuole del coraggio per tentare di vivere all’altezza dei propri sogni. Forse il coraggio non è che l’arte di avere paura senza farlo vedere”, scrive il poeta nel brano d’esordio di uno dei libri più curiosi e vivi di questa mortifera e mortificante stagione letteraria, <a href="https://effigiedizioni.wordpress.com/2018/09/26/affari-poetici/" target="_blank" rel="noopener"><em>Affari poetici. I doni della poesia</em></a>, edito da Effigie.</strong> Il libro, infatti, non è semplicemente un libro ma un ‘atto’, cioè il repertorio di poesie lette nel dicembre di due anni fa, con gesto provocatorio, provocante e dunque poetico, “sulla scalinata della Borsa di Milano”. Oltre ai testi-testimonianza di Kemeny ci sono quelli di Giuseppe Conte e di Roberto Floreani, di Roberto Barbolini, di Gabriella Galzio, di Cinzia Demi, di <a href="http://www.pangea.news/voglio-un-movimento-sapienziale-politico-capace-di-formare-governatori-illuminati-dialogo-con-angelo-tonelli-su-poesia-e-salvezza/" target="_blank" rel="noopener">Angelo Tonelli,</a> di Rosita Copioli e di Quirino Principe, tra i tanti. Non è un gesto velleitario, tutt’altro, è più profondo e proficuo degli incendi dei ‘gilet gialli’, è una rivolta del bello contro l’osceno.<strong> “Oggi nel contesto di una civiltà sull’orlo indecoroso del tramonto, la poesia come tale risuona come rivoluzionaria nel riuscire a risvegliare le energie del pensiero, l’immaginazione e l’entusiasmo esistenziale”, </strong>scrive ancora Kemeny. Al suo fianco, come teorica e poeta dell’avventura “Poetry and Discovery”, che s’innalza intorno a due norme capitali (“La nostra civiltà ha smarrito la dritta via innalzando il denaro a valore assoluto” e “La poesia valida diventa azione per la riconquista dei valori”), <strong>Paola Pennecchi</strong>, cocuratrice di questi <em>Affari poetici. </em>Mi è parsa cosa buona&amp;giusta interpellarla. (d.b.)</p>
<p><figure id="attachment_64551" aria-describedby="caption-attachment-64551" style="width: 250px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-64551" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/Foto-Paola-Pennecchi-3-300x222.jpg" alt="Paola Pennacchi" width="250" height="185" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Foto-Paola-Pennecchi-3-300x222.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Foto-Paola-Pennecchi-3-768x568.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Foto-Paola-Pennecchi-3-1024x758.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Foto-Paola-Pennecchi-3-1320x977.jpg 1320w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /><figcaption id="caption-attachment-64551" class="wp-caption-text">Lei è Paola Pennecchi</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La poesia come ‘azione’, come forza ‘politica’ che scardina le consuetudini civili. Mi pare che l’iniziativa “Poetry and Discovery” vada in contromano rispetto alla recente tradizione lirica italiana, per lo più ‘da camera’, con poeti disinteressati – vantandosene – del mondo, reclusi nella torre di cristallo: è così? Insomma: come nate, con quale intento, perché quel nome?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Poetry and Discovery</em> nasce dal mitomodernismo apparso sulle scene nel 1980. È la seconda generazione di poeti che desidera che la poesia viva ovunque. Ci siamo voluti dare un nome che rivelasse un orizzonte <strong>semantico di dinamismo, di scoperta dell’altro da sé, inteso sia come luogo sia come persona. Noi non temiamo contaminazioni, non ci isoliamo in torri d’avorio. </strong>Crediamo nella forza del desiderio della poesia attraverso cui è possibile risvegliare quella virtuale sete di bellezza che ci caratterizza come esseri umani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’azione poetica contro la Borsa di Milano, la Bellezza contro il Dio Denaro: non le pare un gesto velleitario? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Con la crisi finanziaria del 2008, non solo è crollato un sistema finanziario, ma si è anche smascherato il fallimento del rapporto tra etica ed economia.<strong> La nostra prima azione del dicembre 2016 non era rivolta contro la Borsa. Abbiamo utilizzato la scalinata di Piazza Affari come teatro simbolico</strong> per diffondere, attraverso la pratica del dono poetico, un modello di comportamento che contrappone <em>l’Homo Economicus</em> a l’<em>Homme Donneur </em>(l’Uomo Donatore). Le nostre azioni mirano a risvegliare le coscienze, stimolando al cambiamento coloro che perseguono la via del consumismo e dell’effimero combattendo l’impero del Brutto al grido di “Fight for Beauty”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come si può fare ‘massa’, farsi ‘comunità’ se la poesia è il segno che registra una individualità assoluta, sonora, insondata?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo che oggi vi sia la necessità di una militanza poetica condivisa che si riassume nel verbo “esporsi”. <strong>Esporsi implica la responsabilità delle proprie parole, un concimare, a volte, laddove l’aridità è massima: le semine hanno esiti inaspettati. </strong>Occorre abbandonarsi al sogno restando vigili nel mondo, ascoltare la voce degli antenati, dei maestri, riportando l’etica al centro pulsante del nostro essere. I poeti che partecipano alle nostre azioni, unendo le loro voci creano una vibrazione, una potenza espressiva che nasce dalla coralità. Questo senso di “appartenenza” è molto importante e rende ogni evento un momento di riflessione ma anche di entusiasmo per tutti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64552 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/Aff-PoeticiCover-stampa-185x300.jpg" alt="Affari poetici" width="117" height="189" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Aff-PoeticiCover-stampa-185x300.jpg 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Aff-PoeticiCover-stampa-768x1245.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Aff-PoeticiCover-stampa-631x1024.jpg 631w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Aff-PoeticiCover-stampa-1320x2141.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Aff-PoeticiCover-stampa.jpg 1327w" sizes="(max-width: 117px) 100vw, 117px" />Quali sono i ‘maestri’ che guidano la vostra azione e quali sono le tappe successive del vostro ‘fare’?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’Italia è una meravigliosa costellazione poetica, basti pensare a Dante, Petrarca, Tasso,</p>
<p style="text-align: justify;">Montale<strong>; i nostri maestri sono Ugo Foscolo, Gabriele D’Annunzio, Tommaso Marinetti, Dino Campana, Amelia Rosselli, Adriano Spatola, Antonio Porta.</strong> Future possibili azioni prevedono la presenza di <em>Poetry and Discovery </em>nelle scuole, nelle università, scardinando quella realtà che, salvo rare eccezioni, <strong>esclude la presenza di poeti viventi nelle aule.</strong> Azioni poetiche sempre nuove alla costante ricerca di bellezza anche laddove è più nascosta (piazze, stazioni ferroviarie e metropolitane, centri commerciali), i cosiddetti “non luoghi”. Negli ultimi due anni abbiamo realizzato azioni poetiche a Roma, Lerici, Milano, Como e Paestum.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Reclamo spesso una cosa semplice (più facile da osservare nei paesi anglofoni): il poeta che scriva, in versi, l’editoriale sulle prime pagine dei quotidiani nazionali, che dica la sua, poetando, nel Tiggì della sera. Come mai abbiamo allontanato il poeta dalla Storia, abbiamo bandito la poesia dagli scaffali che contano delle librerie del Paese?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Condivido il suo sogno di un’irruzione poetica nei nostri mass media. Personalmente apprezzo la scrittura di Maurizio Maggiani sulla prima pagina del <em>Secolo XIX</em> di Genova ogni domenica. Quanto alla responsabilità dell’impoverimento della presenza della poesia, <strong>forse è il poeta che si è auto esiliato dalla Storia, rifiutando una realtà indubbiamente problematica, che invece necessiterebbe oggi più che mai di voci autorevoli che riportino l’etica, il senso di condivisione, la spiritualità, la ricerca della bellezza</strong> come antidoto all’infelicità dilagante.</p>
<p style="text-align: justify;">*<em>In copertina “William Burroughs hanging Alan Ansen”, Tangeri, 1961</em></p>
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		<title>La vera colpa della Isoardi? Aver citato Gio Evan per urlare bye bye a Salvini al posto di Eugenio Montale. Più che un mazzo di fiori, regalatele una biblioteca – ben fornita</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Nov 2018 11:14:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di primo acchito, gli dico, beh, ca**o, grande trovata promozionale! Esagero: è la più grande trovata promozionale della storia dell’editoria! Insomma, la conduttrice più in auge del momento che molla il politico più virile del momento citando, via Instagram, un tuo autore. Beh, ca**o, questo è marketing, questione di marketing, cioè di feeling, è uguale. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di primo acchito, gli dico, beh, ca**o, grande trovata promozionale! Esagero<strong>: è la più grande trovata promozionale della storia dell’editoria! Insomma, la conduttrice più in auge del momento che molla il politico più virile del momento citando, via Instagram, un tuo autore.</strong> Beh, ca**o, questo è marketing, questione di marketing, cioè di feeling, è uguale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Massimo Roccaforte mi gira la rassegna stampa riguardo alla love story sfinita tra Elisa Isoardi e Matteo Salvini. Penso subito a due cose:</p>
<p style="text-align: justify;">1. Ma la stampa non ha altro di cui occuparsi? No<strong>. La connessione tra sesso&amp;potere, tra soubrette&amp;capopopolo è il sale della vita,</strong> lo spettacolo della politica;</p>
<p style="text-align: justify;">2. Ma cosa gl’importa a un editore – Roccaforte – del due di picche rifilato via social dalla Isoardi a Salvini?</p>
<p style="text-align: justify;">Risposta. Roccaforte cura il giardino editoriale di Goodfellas edizioni. Che ha stampato l’ultimo libro di Gio Evan, <em>Teorema di un salto. </em><strong>Come sanno anche i muri, la Isoardi ha ricalcato un aforisma di Gio Evan, “Non è quello che ci siamo dati a mancarmi, ma quello che avremmo dovuto darci ancora”, per lasciare Salvini.</strong> Paradosso vuole che l’ultimo libro di Gio Evan stampato da Fabbri s’intitoli <em>Ormai tra noi è tutto infinito</em>, mentre, così pare, tra la Isoardi e Salvini è tutto finito.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora. La cosa più triste non è spiattellare sui social fatti privati di uomini pubblici: è sempre stato così. Tacito, Michele Psello, Ammiano Marcellino, i grandi storici, sono dei guardoni, guardano nel buco della serratura di tresche sessuali, più ce n’è meglio è.</strong> L’uomo di potere, in fondo, è tale se c’è uno scandalo sessuale, il potere è per sua natura ‘virile’, sei forte se insemini, se conquisti, se seduci (questa non è misoginia ma antropologia). La cosa più triste non è neanche la fotografia spalmata dalla Isoardi su Instagram – un tortellino che si rovescia su un cappelletto. No. La cosa triste, semmai, sono i commenti, di vario tipo, dell’umanità varia che segue la Isoardi via social. Degna giustificazione di questo penoso e perpetuo e desiderato parapiglia elettorale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’uomo politico ‘forte’ deve far parlare di sé – se non basta più lo Spread,</strong> val bene, per la bisogna, una Isoardi qualsiasi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto il resto, francamente – la donna del capo, la donna che si emancipa dal capo, il potere che figlia la lussuria, Freud in ogni panino al prosciutto – è noia, opinione. La cosa che conta è che sei davvero un ‘bravo ragazzo’, sei il ‘Bob’ De Niro – o almeno il Ray Liotta – dell’editoria italiana, dico a Roccaforte. Insieme a lui ho pubblicato un libro sui grandi poeti russi del Novecento – Pasternak, Majakovskij, Cvetaeva, quella roba lì. <strong>Perché non ci è venuto in mente di architettare, chessò, Madama Renzi che lascia il tracagnotto di Firenze beccato a far baci-baci con la Boschi citando Mandel’stam, “Ogni volta in cui amiamo/ nuovamente ci finiamo”?</strong> Oppure non c’è presa di convincere la Virgulti ad allontanare ‘Gigi’ Di Maio intonando Aleksandr Blok, “Io non so compatirti,/ e porto cautamente la mia croce…”?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La cosa imbarazzante, in effetti, non è che la Isoardi abbia lasciato Salvini – ognuno s’accoppia come gli va – ma che la bella ragazza citi un pessimo poeta</strong> (la parola <em>poeta</em> mi si sbriciola tra le mani) come Gio Evan per scaricare il Ministro. Da quando Salvini fa coppia con il poeta Davide Rondoni pensavo che gli avesse dato l’incarico di produrre, per lo meno, un canzoniere ‘per Elisa’. Così non è, evidentemente. Lo scioglilingua infantile di Gio Evan, per altro, è poco esplicito: se ciò che manca alla bella è “quello che avremmo dovuto darci ancora”, i due sono in tempo a riempire di abbracci la mancanza. Una fanciulla raffinata come ‘Eli’ – così la chiamano gli illustri ignoti sui social – avrebbe dovuto citare Rainer Maria Rilke, Eugenio Montale, Petrarca, ecco cosa manca a me, ma chi l’avrebbe capita, troppo poderosa e ambigua la parola poetica contiene il mondo e tutto l’uomo, non si ferma alla ciotola dei nostri buoni sentimenti sfoggiati per masturbare la stampa patria. Ecco, più che un mazzo di fiori, alla Isoardi, regaliamo una biblioteca. Ben rifornita. (d.b.)</p>
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