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	<title>Penguin Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Sun, 16 Jul 2023 04:38:21 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Il ping-pong è una disciplina sufi, negli Usa domina Mao e io resto un chierico vagante”. Dialogo con Guido Mina di Sospiro</title>
		<link>https://www.pangea.news/metafisica-ping-pong-guido-mina-di-sospiro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Jul 2023 04:38:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Mina di Sospiro]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[metafisica]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/metafisica-ping-pong-guido-mina-di-sospiro/">“Il ping-pong è una disciplina sufi, negli Usa domina Mao e io resto un chierico vagante”. Dialogo con Guido Mina di Sospiro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Qualche anno fa – era il 2017 –, su ispirazione di un amico intransigente, ho letto <em>Sottovento e sopravvento</em>. Hard boiled aristotelico, diciamo così, un libro che fondeva Hemingway a Voltaire. La quarta l’aveva firmata Maurizio Ferraris, prof di filosofia a Torino; il libro recava il nome di <strong><a href="https://guido-mina-di-sospiro.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Guido Mina di Sospiro</a></strong>, che suonava, nel mio polmone a tamburo, come Bartolomeo Colleoni o Giovanni delle Bande Nere – un capitano di ventura del romanzo. L’impressione fu gratificata dalla breve indagine. Nelle fotografie reperibili in rete, Guido Mina di Sospiro indossa un borsalino, gli occhiali scuri, la barba che funge da museruola mistica; spesso è in quinta amazzonica, teso tra panorami struggenti. Qualcosa tra lo sciamano e il nobile sciamannato. La biografia dell’autore ispira, d’altronde, all’avventura: nato l’8 febbraio del 1960 a Buenos Aires “da antica famiglia italiana aristocratica”, cresciuto a Milano “in una casa in cui si parlavano diverse lingue”, ha studiato a Los Angeles, occupandosi di cinema, ha avuto a che fare con Gillon Aitken, mitico agente, tra gli altri, di Salman Rushdie e di V.S. Naipaul. Scriveva – e scrive – in inglese, è tradotto in dodici lingue, a volte si traduce in italiano. La pagina Wikipedia che riferisce di lui è nella lingua di Shakespeare; in Italia è stato pubblicato da Rizzoli – <em>Il fiume, L’albero</em> – e da Ponte alle Grazie e non mi sorprende che i suoi libri non entrino nel pollaio del dibattito culturale nostrano: Guido Mina di Sospiro è fuori asse, porta in sé un altro mondo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="654" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/3d339366b6cce0b34888d81b50eff047-tapestry-654x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96316" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/3d339366b6cce0b34888d81b50eff047-tapestry-654x1024.jpg 654w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/3d339366b6cce0b34888d81b50eff047-tapestry-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/3d339366b6cce0b34888d81b50eff047-tapestry-600x939.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/3d339366b6cce0b34888d81b50eff047-tapestry.jpg 690w" sizes="(max-width: 654px) 100vw, 654px" /></figure>



<p>Eppure, il suo pedigree, nel resto del mondo, è spiazzante. Del suo libro più noto, <em>The metaphisycs of ping-pong</em>, edito nel 2013 da Penguin – poi tradotto come <em>La metafisica del ping-pong</em> da Ponte alle Grazie nel 2016 <strong><a href="https://www.ultraedizioni.it/prodotto/la-metafisica-del-ping-pong-il-tennistavolo-come-viaggio-alla-scoperta-di-se/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">e riproposto, oggi, rivisto e tradotto dall’autore, da Ultra</a></strong> – hanno scritto pressoché tutti. Brillante, sagace, il libro è una sorta di iniziazione alla sapienza tramite il tennistavolo: così, i campioni cinesi di quello sport che pretende riflessi non-euclidei e una mente protesa all’inconsueto si mescolano a Ludwig Wittgenstein, il <em>puer aeternus</em> dialoga con l’<em>homo ludens</em>, il Tao con la teoria del caos. Pare che una pallina da ping-pong racchiuda un intero mondo.</p>



<p>Dopo molto tempo, ho dunque ripreso il dialogo con Guido Mina di Sospiro, in vesti da derviscio. &nbsp;</p>



<p><strong><em>La metafisica del ping-pong</em></strong><strong> mi ricorda <em>Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta</em>. Come è nato, in quali circostanze, perché, e perché ri-pubblicarlo oggi, dieci anni dopo?</strong></p>



<p>Per scrupolo ho letto <em>Lo zen e</em> <em>l’arte della manutenzione della motocicletta</em>. Dopo un paio di capitoli mi sono munito di rasoio e schiuma da barba perché quest’ultima cresceva in modo allarmante via via che giravo le pagine. E comunque il testo è imperniato su lunghe discussioni di filosofia canonica che in Italia si studia al liceo, quella teoretica e discorsiva che, incidentalmente ma non troppo, nel mio libro rigetto. Nello scorso secolo Aldous Huxley ingoiò quattro decimi di un grammo di mescalina dissolti in un bicchier d’acqua pieno per metà, inducendo così le visioni di cui scrisse in <em>The Doors of Perception</em>, il famoso libro che, secondo quell’eclettico geniaccio di Roland Fisher, contiene “99% di Aldous Huxley e solo mezzo grammo di mescalina”. Fisher intende dire che le visioni che ebbe Huxley erano profondamente ispirate dal suo bagaglio culturale. La mia ‘mescalina’ è stata&#8230; il ping-pong, ma di livello agonistico, che non conoscevo, e giocato da cinesi. Vi ho trovato così tanti punti di contatto con molti capisaldi della <em>philosophia perennis</em>, che mi è sembrato un veicolo perfetto per illustrarla agli ignari e ai neofiti, prendendoli per mano e conducendoli lungo il mio percorso iniziatico nel mondo del tennistavolo agonistico, che mi ha portato fino in Cina. Da lì l’idea di scriverne, poi divenuta una proposta editoriale, poi il manoscritto intero, infine un libro venduto dal mio agente, il leggendario Gillon Aitken che purtroppo ci ha lasciati, alla Random House. Lo si ripubblica oggi a sette anni dalla prima edizione italiana perché i diritti sono scaduti e c’è ancora molto interesse da parte dei lettori. In più, questa edizione l’ho tradotta io stesso, e vi sono sia aggiornamenti, con note a piè di pagina, sia approfondimenti, con appendici in fondo al testo.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="717" height="1011" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/61HNrJZkU4L.jpg" alt="" class="wp-image-96317" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/61HNrJZkU4L.jpg 717w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/61HNrJZkU4L-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/61HNrJZkU4L-600x846.jpg 600w" sizes="(max-width: 717px) 100vw, 717px" /></figure>



<p><strong>Spiegami, in breve, cosa c’entra il ping pong con la sapienza sufi e la teoria del caos.&nbsp;</strong></p>



<p><em>Sapientia</em>, come la chiamavano gli esoteristi, naturalmente in latino. Per dirla con i sufi, e parafrasando Idries Shah, “non si tratta di essere costretti a rompere le uova prima di poter fare una frittata; ma di uova che si rompono da sole per poter aspirare alla essenza della frittata”. Dire di più sarebbe svilire l’essenza di una delle correnti mistiche che mi sono più care al mondo. In quanto alla teoria del caos, applicata a un torneo di tennistavolo a squadre con molti partecipanti, dovrebbe essere facile predeterminare la squadra vincente som­mando il <em>rating </em>di ogni membro della squadra – ma non funziona così. Ecco perché i tor­nei sono caotici: è molto difficile prevedere il vincitore. E, naturalmente, è per questo che la teoria del caos non è emersa prima della seconda metà del XX secolo: c’erano troppe variabili da calcolare senza computer. Con la chiosa di una frase sublime nonché liberatoria, che mi ha detto un giocatore cinese, professore di matematica alla Università di George Washington: “I numeri non sono in grado di rappresentare pienamente la realtà perché sono troppo accurati; è per loro impossibile emulare l’aleatorietà che deriva dalla libertà, che è il principio fondamentale della natura”. Per chi, come me, odia sia il determinismo sia il finitismo, è stata in effetti una liberazione.</p>



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<p><strong>In sostanza: il ping pong come gli scacchi per Nabokov, il gioco del go per Kawabata, il pugilato per Norman Mailer, la tauromachia per Hemingway, la ludica strategia per Guy Debord. In cosa si differenzia la pratica del ping-pong rispetto alle altre, nobilissime?</strong></p>



<p>In quanto agli scacchi, ne sono appassionato anch’io, e il discorso sarebbe lungo, anche perché ormai i giocatori di alto livello hanno memorizzato le principali aperture e difese, e si gioca in realtà per poche mosse del centro partita, e poi o è patta o uno dei due abbandona. Non esattamente il colmo dell’adrenalina. Il tennistavolo differisce da qualunque sport e disciplina per due motivi fondamentali: lo spin, soprattutto, e il tempo di reazione. Il giocatore avanzato è in grado di imprimere fino a centocinquanta rotazioni al secondo alla pallina, caratteristica unica del tennistavolo. Con tali rotazioni la pallina non vola in maniera euclidea, ma squisitamente non-euclidea. E su tale pallina ci possono essere <em>due</em> spin al contempo, anche in contrasto fra di loro. Quando ad altissimo livello un giocatore, mettiamo il numero 1 al mondo, sbaglia un colpo, non è perché non ci sia arrivato, ma perché non ha letto bene lo spin. In quanto al tempo di reazione, il tennistavolo è lo sport che richiede i massimi riflessi, disciplina cerebrale e scat­tante, qualcosa di simile a un puzzle a quattro dimensioni da risol­vere senza avere il tempo di pensare.</p>



<p><strong>Cosa c’entra “l’iniziazione” nella pratica del tennistavolo?</strong></p>



<p>Mircea Eliade direbbe che nel mio caso gli “sciamani” che mi hanno iniziato sono stati i giocatori cinesi, i quali facevano cose che mi sembrava andassero al di là della fisica. Naturalmente all’inizio neanche capivo cosa stessero facendo, né che spin stessero imprimendo alla pallina, dato che la maggior parte di loro giocava con l’impugnatura a penna, per me l’ennesimo mistero. Mi battevano 11 a 0. Delle volte giocavano con la mano sinistra, ma comunque me le davano sonoramente. Poi, piano piano, con tanto <em>blood, sweat and tears</em>, ho cominciato a fare qualche punto, cambiato club, trovato giocatori più avanzati. Dopo circa tre anni di assiduo allenamento e sorprendente fatica (da appassionato botanico: è meno stancante scavare una fossa che giocare per tre ore a tennistavolo a livello agonistico), sconfiggevo tutti i giocatori cinesi in cui mi imbattevo. Mi guardavano come un <em>rara avis</em>, una stramberia occidentale che osava batterli nella disciplina che considerano un loro diritto di nascita.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="638" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/515e03yxA-L._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-96318" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/515e03yxA-L._AC_UF10001000_QL80_.jpg 638w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/515e03yxA-L._AC_UF10001000_QL80_-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/515e03yxA-L._AC_UF10001000_QL80_-600x940.jpg 600w" sizes="(max-width: 638px) 100vw, 638px" /></figure>



<p><strong>Fammi capire la tua vita. Nasci a Buenos Aires, sei italiano, vivi negli Stati Uniti, scrivi in inglese. Perché non scrivi in italiano? Ti senti trascurato o negletto dal mondo culturale italiota? O meglio: come si percepisce, dall’altra parte dell’oceano, la letteratura italiana recente?</strong></p>



<p>Nasco a Buenos Aires, sì, ma ci vivo solo tre mesi, e ci ritorno cinquantanove anni più tardi, invitato dall’Ateneo, la libreria più bella del mondo, a firmare copie dell’edizione spagnola proprio de <em>La metafisica del ping-pong</em>; cresco a Milano, quella degli anni di piombo e allora ancora della nebbia, città per cui non nutro una grande simpatia; frequento l’università a Los Angeles, e mi laureo; poi vado a Miami, poi in Virginia, infine nel Maryland, vicino a Washington, D.C. Questione lingua: la mia prima tata, o niñera, era una spagnola, fino ai miei tre anni. Dunque sospetto che il castigliano sia la mia lingua madre; le è subentrata una valdese, di cui conservo carissima memoria, che mi parlava in francese – che sia il francese la mia lingua madre? Intanto, intorno a me, e poi alle elementari, l’italiano, ma sempre con l’inglese in sottofondo. A casa dei miei si parlavano cinque lingue, e c’erano spesso ospiti internazionali. D’altra parte, da secoli gli aristocratici parlano “le lingue”, che sono poi le quattro citate più il tedesco. Una volta in America ho deciso di scrivere in inglese; ma oggi, anche perché incoraggiato dalla mia nuova agente letteraria, traduco i miei testi dall’originale inglese all’italiano, anzi, più propriamente li riscrivo.</p>



<p>Trascurato o negletto? Mah&#8230; mi ritengo un <em>clericus vagans</em>, l’erudito dell’alto medioevo che viaggiava di università in università in Europa e, qualunque fosse la sua nazionalità, leggeva, scriveva e insegnava nella lingua franca di allora, il latino; quella di oggi è, ovviamente, l’inglese. Sono poi molto pubblicato in lingua spagnola, altra lingua mondiale che parlo correntemente e amo molto. E poi in tante altre lingue, fra cui alcune alle nostre orecchie pittoresche, quali, per esempio, il coreano e il tailandese. Ci sarei arrivato partendo da originali italiani?</p>



<p><strong>Se non sbaglio, cominci occupandoti&nbsp;di cinema. Come accade l’approdo alla scrittura creativa? Raccontami.&nbsp;</strong></p>



<p>Ho sempre scritto, sin da quando, da ragazzo, a notte fonda ascoltavo Keith Jarrett in cuffia e leggevo Rilke, i mistici persiani, i lirici greci, Novalis… Anche per il mio primo film scrissi il copione, i dialoghi, le nota di presentazione per la prima alla cineteca italiana, fortemente voluta dal suo direttore. Poi, da Los Angeles, sono stato giornalista musicale e cinematografico per periodici italiani e tedeschi. Nel mentre cominciavo a scrivere narrativa.</p>



<p><strong>Mi viene anche da chiederti: qual è il clima culturale, come si dice, oggi negli Usa?&nbsp;</strong></p>



<p>Terribile: o <em>woke</em> o, peggio ancora, <em>cancel culture</em>, vale a dire la rivoluzione culturale di quell’esemplare sterminatore di massa che è stato Mao. Se si continua così, l’impero degli USA non può che implodere.</p>



<p><strong>Quali sono stati i tuoi maestri (reali o fittizi che siano)?</strong></p>



<p>Christopher Sinclair-Stevenson, che oggi giace allettato in una casa di cura dopo aver perso la moglie lo scorso inverno, che è stato grande editore e poi agente letterario a Londra per sessant’anni. Figurati che appena laureato a Cambridge gli fu affidato <em>Gli Italiani</em> di Luigi Barzini, per curarne la versione inglese <em>The Italians</em>. Lo potò e riarrangiò molto drasticamente, e il libro divenne un best-seller in Inghilterra. Christopher aveva ventiquattro anni. Dopo di che ha pubblicato i più grandi scrittori degli ultimi decenni. Agli inizi degli anni Novanta mi è stato presentato da una ragazza che aveva lavorato per lui come <em>editor</em>, e da lì è incominciato il più classico dei rapporti fra maestro e discepolo. Per vari anni ciò che mi ha dato la fede di continuare a scrivere, libro dopo libro, sono stati i suoi fax, che arrivavano puntuali più o meno ogni due settimane in risposta a mie lunghe lettere. Allora nessun altro sapeva di me e dei miei scritti. A un certo punto su mia richiesta e insistenza ha molto generosamente fatto l’<em>editing</em> di un mio romanzo – e penso d’avere definitivamente imparato a scrivere (in inglese) allora.</p>



<p>Non posso non citare anche Joscelyn Godwin, il grande studioso inglese e con me co-autore di due romanzi: <em>The Forbidden Book</em> e <em>Forbidden Fruits</em>. Molto simile come <em>forma mentis</em> a Christopher, ma per me più come un fratello maggiore. Poi ci sono tante altre influenze, ovviamente, ma Christopher e Joscelyn sono stati maestri veri.</p>



<p><strong>E ora, cosa stai scrivendo?</strong></p>



<p>L’ultimo romanzo moderno, la prima neo-romanza di cavalleria: <em>Una volta nella vita. Un romanzo tristaniano</em>.</p>
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		<title>“Attraverso stretti sentieri di montagna noti solo ai cacciatori di farfalle e ai poeti vagabondi”: intervista a Vladimir Nabokov</title>
		<link>https://www.pangea.news/nabokov-lintervista-ritrovata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Nov 2019 05:24:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Ada]]></category>
		<category><![CDATA[Bernard Pivot]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Penguin]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Vladimir Nabokov]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’occasione avrebbe ingolosito qualsiasi scrittore. Non lui. * In Francia era uscito Ada o ardore, uno dei romanzi più complessi di Vladimir Nabokov, edito cinquant’anni fa, nel 1969. Il mitico Bernard Pivot invitò l’autore nella sua trasmissione culturale, “Apostrophes”, che sarebbe diventata, come si dice, ‘di culto’. Si trovò a domare una alchemica belva, uno [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’occasione avrebbe ingolosito qualsiasi scrittore. Non lui.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In Francia era uscito <em>Ada o ardore, </em>uno dei romanzi più complessi di Vladimir Nabokov, edito cinquant’anni fa, nel 1969.</strong> Il mitico Bernard Pivot invitò l’autore nella sua trasmissione culturale, “Apostrophes”, che sarebbe diventata, come si dice, ‘di culto’. Si trovò a domare una alchemica belva, uno scrittore cristallizzato nella sua devota impenetrabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Così, nel 1987, Bernard Pivot ricorda Nabokov. “Era anti-televisione. Sono andato a trovarlo a Montraux, nell’albergo dove abitava. Eravamo in una grande sala, con un pianoforte. Poi passammo in un’altra, con un altro pianoforte. Ma arrivò l’accordatore e dunque ci spostammo in un’altra sala ancora, dove c’era un altro pianoforte: era una scena assai nabokoviana. Passai il tempo a compiacere lui e la moglie. <strong>Per vincere la sua timidezza, in diretta televisiva, mi chiese di poter bere del whisky. Non voleva, però, dare una cattiva impressione al pubblico francese, perciò versammo una bottiglia di whisky in una teiera. Ogni quarto d’ora gli chiedevo: ‘Ancora un po’ di tè, monsieur Nabokov?’.</strong> Era un genio ironico, era astuto, impudente, di clamorosa intelligenza. Nella mia memoria, Nabokov è una icona. Verso quella puntata del programma provo un sentimento quasi religioso”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-71277 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/11/libro1-6-205x300.jpg" alt="" width="250" height="366" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro1-6-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro1-6.jpg 479w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" />La puntata televisiva andò in onda il 30 maggio 1975. Nabokov avrebbe dovuto rispondere ad alcune domande del presentatore e di alcuni critici, come era prassi. Si rifiutò.</strong> Secondo le sue consuetudini, Nabokov si fece inviare con un certo anticipo le domande, di modo da predisporre le risposte in forma scritta. Le leggeva, debitamente nascoste sotto una pila di libri. Ciò avrebbe corrotto la spontaneità del programma, ma a Nabokov di risultare ‘spontaneo’ agli occhi altrui non importava: per lui l’autenticità è riposta nella finzione. <strong>Ora quella intervista è raccolta nel volume, appena pubblicato per Penguin, <em><a href="https://www.penguin.co.uk/books/275/275411/think--write--speak/9780141397207.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Think. Write. Speak</a>,</em></strong> che assembla, appunto, “Uncollected Essays, Reviews, Interviews” di Nabokov, per la cura del suo biografo, Brian Boyd. Qui si traducono alcuni brandelli di quella fatale intervista. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">**</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sono le 21.47 e 47 secondi. Cosa fa Vladimir Nabokov, di solito, a quest’ora?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A quest’ora sono sotto le coperte, con tre cuscini dietro la testa, il berretto da notte, nella modesta camera da letto che mi serve anche da studio. Ho una luce sul comodino, il faro che illumina le mie insonnie, brucia ancora, tra poco la spegnerò. Ho in bocca una caramella a forma di losanga, tra le mani un settimanale di New York o di Londra. Lo metto da parte. Spengo la luce. Riaccendo la lampada per mettere un fazzoletto nella tasca del mio pigiama, e proprio ora comincia l’aspro dibattito interiore: prendere o non prendere il sonnifero? La soluzione positiva è una delizia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Immagino che da ragazzo avrà avuto una vita piena di passioni, di ardori che hanno alterato le sue notti…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Beh, certo, a 25 o 30 anni era tutto energia, capriccio, ispirazione: potevo scrivere fino alle 4 del mattino. Raramente mi alzavo prima di mezzogiorno, scrivevo per tutta la giornata, steso sul divano. <strong>La penna e la posizione orizzontale hanno lasciato il posto alla matita e a una austera verticalità. Quel tempo è terminato. Eppure, come rimpiango il risveglio degli uccelli, la canzone sonora dei merli</strong>, che pareva applaudire le ultime frasi di un capitolo che avevo appena terminato di comporre.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Riesce a immaginare una vita diversa da quella dello scrittore?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma certo: una vita in cui non sono romanziere, ma il tronfio affittuario di una torre d’avorio di Babele. Sarei altrettanto felice in un altro modo – che, per altro, ho praticato – cioè nelle vesti di un oscuro entomologo che passa l’estate a caccia di farfalle, in regioni magnifiche, e l’inverno classificando le sue scoperte nel laboratorio di un museo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si sente più russo, americano, o, dal momento che vive in Svizzera, svizzero?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le narro alcuni dettagli della mia vita cosmopolita. Sono nato a San Pietroburgo, in una vecchia famiglia russa. La nonna paterna era di origine tedesca, ma non ho mai imparato così bene quella lingua da poterla dominare senza dizionario. Ho trascorso le prime diciotto estati della mia vita in campagna, nella nostra tenuta, non lontana da Pietroburgo. In autunno andavamo a Sud, a Nizza, a Pau, a Biarritz. In inverno, sempre a Pietroburgo, che ora si dice Leningrado: la nostra bella casa in granito rosa esiste ancora, almeno all’esterno: anche l’architettura del passato è una sorta di tirannia. La nostra tenuta, nelle foreste, a settentrione, è in luoghi che ricordano l’America nord-occidentale: boschi di pioppi luminosi e di pini oscuri, molte betulle, splendide paludi con una moltitudine di fiori e di farfalle, a volte artiche. <strong>Questa fase totalmente felice della mia vita durò fino al colpo di stato bolscevico: la tenuta fu nazionalizzata. Nell’aprile del 1919 tre famiglie Nabokov, quella di mio padre e quelle dei suoi due fratelli, furono <a href="http://www.pangea.news/vladimir-nabokov-profugo-un-secolo-fa-lascia-russia/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">costrette a lasciare la Russia</a>, attraverso Sebastopoli, un’antica fortezza sfortunata.</strong> L’esercito rosso proveniente da nord stava invadendo la Crimea, dove mio padre era stato ministro della giustizia nella breve fase del governo liberale, prima del terrore bolscevico. Lo stesso anno, nell’ottobre del ’19, ho iniziato i miei studi a Cambridge.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è la sua lingua prediletta: il russo, l’inglese o il francese?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La lingua dei miei antenati è ancora quella in cui mi sento perfettamente a mio agio, ma non mi pentirò mai della mia metamorfosi americana. Il francese – o meglio, il mio francese – non cede facilmente ai colpi di scena della mia immaginazione; la sua sintassi mi impedisce certe libertà che prendo e pretendo dalle altre due lingue. <strong>Inutile ribadire che adoro il russo, ma l’inglese è più efficace come strumento di lavoro, è superiore per la ricchezza di sfumature, nella prosa frenetica, nella precisione poetica… d’altronde, a tre anni parlavo inglese meglio del russo</strong>, l’ho letto e l’ho scritto prima del russo. C’è stato un periodo, nella mia Russia personale, che leggevo una prodigiosa folla di autori inglesi – Wells e Kipling, soprattutto – pur parlando inglese di rado, tanto più che a scuola non c’erano lezioni di inglese (ma avevamo ore di francese). Ho imparato il francese a sei anni, dalla mia governante, Mademoiselle Cécile Miauton, che restò nella nostra famiglia fino al 1915. Iniziai con <em>I miserabili</em>, ma i veri tesori mi attendevano nella biblioteca di mio padre: a 12 anni conoscevo tutti i beati poeti di Francia. Questo è il regesto delle mie tre lingue.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’esilio non è forse, per quanto desolante, uno stimolo per l’artista, una condizione che arricchisce la sensibilità?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Può darsi, ma non tutti preferiscono diventare bastardi o fantasmi. Si può passare da Mentone a Sanremo con molta calma, attraverso stretti sentieri di montagna, noti soltanto ai cacciatori di farfalle o ai poeti vagabondi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché vive in Svizzera, perché in un albergo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La Svizzera è affascinante, la vita in un albergo semplifica un mucchio di cose. Mi manca molto l’America e spero di tornarci per un altro soggiorno di vent’anni. Una vita tranquilla in una città universitaria americana non presenterebbe alcuna differenza sostanziale dalla vita a Montreux, dove, inoltre, le strade sono più rumorose di quelle americane, in provincia. D’altronde, poiché non sono abbastanza ricco – di una ricchezza di cui nessuno gode – per rivivere la mia infanzia, non vale la pena vivere ovunque. Voglio dire, è impossibile percepire il gusto del cioccolato svizzero del 1910: dovrei costruire una fabbrica. Mia moglie e io abbiamo pensato di abitare in una villa in Francia o in Italia, ma lo spettro degli scioperi postali ci è apparso in tutto il suo orrore. <strong>Le persone dalla professione stabile, ostriche quiete avvinghiate allo scoglio natio, non si rendono conto di come la posta regolare e affidabile, come è quella Svizzera, sia necessaria per la vita di uno scrittore,</strong> anche se di prassi si tratta quasi sempre di vaghe lettere commerciali e di due o tre richieste di autografi. Poi c’è la vista del lago – questo lago che vale tutto l’argento liquido a cui somiglia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pensa che le storie inventate da un romanziere siano più interessanti della vita vera?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cerco di essere chiaro: la vera storia di una vita veramente eccitante scritta dalla penna prudente di un uomo privo di talento risulta assai insipida accanto a una meravigliosa invenzione come l’<em>Ulisse </em>di Joyce.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nabokov è Lolita. Non è infastidito dal successo clamoroso di Lolita, tale che la gente ha l’impressione che sia lei il padre di questa figlia unica, piuttosto perversa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lolita non è perversa. È una povera bambina resa dissoluta, i cui sensi non si eccitano sotto le carezze di quel folle di Humbert Humbert: soltanto una volta lei si chiede, “per quanto tempo avremmo vissuto in luoghi soffocanti a fare cose sporche?”. Per rispondere alla sua domanda: no, il successo non mi infastidisce, non sono come Conan Doyle, che per snobismo o semplice stupidità preferiva essere ricordato come l’autore di <em>The Great Boer War</em>, ritenendolo superiore a Sherlock Holmes. Piuttosto, è interessante soffermarsi su come, così affermano i giornalisti, il degrado della ‘ninfetta’ Lolita, che ho inventato nel 1955, sia evoluto nella mente del grande pubblico. Non solo la perversità di questa povera bambina è stata esagerata in forme grottesche, ma anche la sua età e il suo aspetto fisico: tutto è stato trasformato dalle illustrazioni delle edizioni straniere. Ragazze di diciotto anni o giù di lì, modelle a buon mercato, semplici criminali con le gambe lunghe sono stati battezzati ‘ninfetta’ o ‘Lolita’ nelle cronache dei giornali italiani, francesi, tedeschi; senza parlare delle copertine delle traduzioni turche o arabe che raggiungono l’apice dell’inettitudine quando mostrano una giovane donna dalle forme opulente, la criniera bionda e un seno pazzesco, immaginato solo da chi non ha letto il libro. In realtà, Lolita è una bimba di dodici anni, mentre Humbert Humbert è un uomo maturo, ed è l’abisso tra la sua età e quella della bambina che scava la vertigine, il vuoto, la seduzione del pericolo mortale. <strong>In secondo luogo, è solo l’immaginazione di quel triste satiro a rendere magica una scolaretta americana, normale, perfino banale, come lo è per altro Humbert. Al di là dello sguardo maniaco di Humbert, non esiste alcuna ‘ninfetta’. Lolita la ‘ninfetta’ esiste solo nell’ossessione distruttiva di Humbert.</strong> In questo caso, l’aspetto essenziale di un libro unico è stato tradito da una fama fittizia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ada è imparentata a Lolita?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ada e Lolita non sono imparentate in alcun modo. Nel mondo della mia immaginazione – poiché l’America di Lolita è, in definitiva, tanto immaginaria quanto il luogo in cui vive Ada – queste due ragazze appartengono a classi e livelli intellettuali diversi. Ho parlato del primo dei due, più morbido, più fragile, più bello (quello di Ada non è certo carino). Ho parlato dell’abisso di anni che separano Humbert da Lolita. D’altronde, il lettore non troverà nulla di morboso o di raro in un ragazzo di 14 anni che si innamora della ragazza con cui gioca. Certamente, questi due adolescenti si spingono oltre, e il fatto che siano fratello e sorella creerà dei problemi che il buon moralista non fatica a comprendere. Ciò che non è prevedibile, invece, è che Ada e il suo amato, dopo diversi disastri, si riuniscano, rasserenati, nello splendore di una vecchiaia ideale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ciò che colpisce particolarmente, in “Ada”, è la preoccupazione per i dettagli, il fascino per le farfalle…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ad eccezione di alcune farfalle svizzere, in <em>Ada</em> ho inventato alcune specie. Penso che sia la prima volta, in un romanzo, che uno scrittore abbia inventato farfalle scientificamente plausibili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È favorevole alla protezione della natura?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La protezione di alcuni animali rari è cosa eccellente; assurda quando l’ignoranza si associa alla pedanteria. È perfettamente giusto riferire a un venditore che la specie di farfalla che ha nel negozio è a rischio di estinzione, perché i mercanti raccolgono i bruchi di questa bellissima creatura su una conifera comune. Ma è assurdo quando un guardiacaccia proibisce a un vecchio naturalista di muoversi con la sua vecchia rete in un’area riservata dove vola una certa farfalla, il cui unico alimento – una pianta che per il guardiacaccia non significa nulla – è un cespuglio dai fiori gialli che cresce spesso intorno alle vigne. Ovunque ci sia questo cespuglio, si trova quel tipo di farfalla: per questo, è il cespuglio che deve essere protetto. Neppure un milione di collezionisti potrebbero portare all’estinzione questa farfalla azzurra se solo i vignaioli smettessero di estirpare, per qualche misteriosa ragione, quel cespuglio lungo i vigneti del Rodano. <strong>Gli agricoltori, con i loro pesticidi infernali, i cretini che bruciano pneumatici e materassi in zone di nessuno: questi sono i veri colpevoli, non certo lo scienziato </strong>senza il quale il guardiacaccia non saprebbe distinguere una farfalla da un pipistrello o da un angelo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ama il calcio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, ho sempre amato lo sport. Facevo il portiere, nella squadra della scuola, in Russia, poi all’università, in Inghilterra, e in una squadra di russi ‘bianchi’ a Berlino, negli anni Trenta. Una volta abbiamo giocato contro una squadra di operai tedeschi piuttosto sinistri, infastiditi dal mio maglione del Trinity College.<strong> Il mio ultimo ricordo risale al 1936. Dopo uno scontro, nel fango, mi sono svegliato sul lettino di un ospedale. Avevo preso la palla. L’avevo presa bene. </strong>La tenevo ancora sul petto mentre mani impazienti cercavano di strapparmela.</p>
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		<title>“Voglio una letteratura che combatta per i tre diritti inalienabili: libertà, fuga, tradimento”. Stig Dagerman, uno scrittore nel bosco dei paradossi (e di quando Graham Greene gli fregò la moglie)</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Oct 2019 10:17:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Evening Standard]]></category>
		<category><![CDATA[Graham Greene]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con incerta malizia l’editore Penguin utilizza una frase di Graham Greene per promuovere in UK l’opera di Stig Dagerman. La frase è questa: “Dagerman scriveva con meravigliosa oggettività: al posto di frasi emotive, sceglieva dei fatti, come mattoni, per costruire un’emozione”. La frase è stampata sulla copertina della versione Penguin (titolo: A Moth to a Flame) [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dagerman-anita-bjork-greene/">“Voglio una letteratura che combatta per i tre diritti inalienabili: libertà, fuga, tradimento”. Stig Dagerman, uno scrittore nel bosco dei paradossi (e di quando Graham Greene gli fregò la moglie)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Con incerta malizia l’editore Penguin utilizza una frase di Graham Greene per promuovere in UK l’opera di Stig Dagerman. La frase è questa: “Dagerman scriveva con meravigliosa oggettività:</strong> al posto di frasi emotive, sceglieva dei fatti, come mattoni, per costruire un’emozione”. La frase è stampata sulla copertina della versione Penguin (titolo: <a href="https://www.penguin.co.uk/authors/139361/stig-dagerman.html?tab=penguin-biography" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>A Moth to a Flame</em></a>) di <em>Bambino bruciato</em>, il capolavoro – a detta dei critici – di Dagerman, edito in origine nel 1948; in Italia,<a href="https://iperborea.com/autore/9256/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> grazie a Iperborea,</a> lo leggiamo dal 1994. La malizia è presto detta. Negli ultimi anni della sua vita – smette di pubblicare nel 1949, si suicida cinque anni dopo – <strong>Stig Dagerman si separa dalla moglie e sta con Anita Bj</strong><strong>örk. Grande attrice – nel 1951 è la protagonista di <em>Miss Julie</em>, di Alf Sj</strong><strong>öberg, che ha ottenuto il Grand Prix a Cannes –, tra l’altro, avrebbe dovuto recitare per Hitchcock</strong> in <em>Io confesso</em>: la parte andò ad Anne Baxter. Già moglie dell’attore svedese Olof Bergström, dopo la morte di Dagerman ebbe una storia con Graham Greene. <a href="https://www.standard.co.uk/lifestyle/books/a-moth-to-a-flame-by-stig-dagerman-review-a4234831.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">L’“Evening Standard”, parlando del libro</a> pubblicato da Penguin, suppone che il dato cronologico <em>dopo</em> sia inesatto. <img decoding="async" class="size-medium wp-image-70976 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/9780241400739_1-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/9780241400739_1-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/9780241400739_1-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/9780241400739_1.jpg 416w" sizes="(max-width: 195px) 100vw, 195px" /><strong>“Nel 1954, Graham Greene chiese a un prete di commemorare il nome di un giovane scrittore svedese, Stig Dagerman, che si era suicidato a 31 anni. ‘Sua moglie è una mia amica’, disse Greene. La cosa che si era dimenticato di dire è che aveva avuto una relazione extraconiugale con la moglie di Dagerman, </strong>la bella attrice svedese Anita Björk. Dagerman era stato a lungo separato da Anita e infine, nel novembre del 1954, si era ucciso, con il gas, nel garage”. Nel lavoro di Greene del 1959, <em>L’amante compiacente</em>, è evocato questo <em>ménage</em>: “i critici svedesi lo considerarono un insulto deliberato alla memoria di Dagerman, e forse è per questo che Greene non vinse mai il Nobel per la letteratura”. Fu grazie a Greene, in ogni caso – potenza del senso di colpa –, che Dagerman “fu pubblicato nel Regno Unito dalla fine degli anni Cinquanta”. Eppure, nonostante le note biografiche divulgate da Penguin (“i critici comparano i suoi scritti a quelli di Kaka, Camus, Faulkner”), una resistenza atavica impedisce la giusta lettura di Dagerman. Il recensore dell’“ES” non va oltre l’asserzione, <strong>“è un poeta del comune, la sua influenza si sente oggi nella narrativa poliziesca scandinava (Mankell, Jo Nesbo): va letto questo romanzo lunatico e infestato di morte”. </strong>Anche <a href="https://www.theguardian.com/books/2019/oct/23/moth-to-flame-stig-dagerman-review" target="_blank" rel="noopener noreferrer">il recensore del “Guardian”</a> non si eleva oltre lo sbadiglio: “è il libro di un giovane scrittore, ma i difetti che ne derivano – caos di sentimenti, eccesso di dettagli, cinismo che rasenta il nichilismo – lavorano a suo favore. Non sapremo mai come la scrittura di Dagerman si sarebbe sviluppata: egli abbandona il romanzo nel 1949, a 26 anni, per poi uccidersi, cinque anni dopo”. Insomma, restano tiepidi, i censori d’Albione, cullati nel tepore di una scrittura comunque&amp;sempre dickensiana, vivida, rotonda, socialmente utile, ironica. Dagerman, lo sappiamo, piuttosto, è un talento altissimo, che fa sbiancare per la vertigine. Qui ricalco alcuni passi da <em>La politica dell’impossibile </em>(stampa sempre Iperborea), corrosiva raccolta di articoli. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel bosco dei paradossi. </strong>“Solo quando lo scrittore arriva a stabilirsi davvero nel bosco dei paradossi trova la forza sufficiente per rispondere alle accuse che gli vengono mosse. Fin dall’inizio, però, deve avere ben chiaro che una di queste critiche ha ben più fondamento di qualsiasi altra, ed è quella che riguarda la sua mancata presa di posizione nella lotta sociale. Deve capire che non basta fare riferimento al mondo della letteratura, perché ci sono porte che mettono in comunicazione quel mondo con tutti gli altri. <strong>E non serve nemmeno proclamare a pieni polmoni la propria libertà, perché nessuno è tanto ‘libero’ da potersi esimere dal prendere posizione nella lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori, una lotta che, nonostante tutti i possibili giri di parole, resterà un fatto incontestabile finché esisterà questo sistema sociale.</strong> Parlare di libertà a tale proposito significa in realtà parlare di pigrizia, di viltà o di indifferenza”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-70975 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/libro-17-149x300.jpg" alt="" width="167" height="336" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro-17-149x300.jpg 149w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro-17-510x1024.jpg 510w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro-17.jpg 716w" sizes="(max-width: 167px) 100vw, 167px" />Mi farò amici i serpenti. </strong>“Se in questa situazione mi si accusa dicendo: ‘La tua poesia non è capita dal popolo, dalle masse, dagli operai, non è abbastanza sociale’, io ho il diritto di rispondere che un tale ragionamento si basa su una concezione sbagliata, quella secondo cui per essere sociale la poesia deve essere ‘capita’ da tutti. <strong>Per ‘capire’ si intende purtroppo poterla comprendere senza alcuno sforzo del pensiero, più o meno come si comprende un annuncio o una insegna al neon. Per certi presunti rappresentanti del ‘popolo’, la poesia deve essere l’annuncio pubblicitario del mondo nuovo</strong>, ma se il testo è abbastanza gustoso può anche parlare dei piaceri dell’estate o della pesca ai gamberi ed essere ugualmente letteratura per il ‘popolo’. Per loro la poesia ha smesso di costituire un messaggio da essere umano a essere umano. L’hanno declassata a gioco di società. Non hanno mai capito che nasce invece da una necessità… Certo, lo scrittore non può negare a chi si ostina a non prendere sul serio la letteratura il diritto di attaccarlo per la sua oscurità e per qualsiasi altra cosa per cui lo si possa attaccare, ma deve essere consapevole che è contro costoro che la letteratura va difesa e a costoro ha ragione di dire: <strong>‘Se la letteratura è un gioco di società, me ne andrò nel crepuscolo con i piedi sporchi di terra a farmi amici i serpenti e il piccolo ratto grigio delle sabbie.</strong> Ma se la poesia è una necessità vitale per qualcuno, non dimenticare a casa i sandali, guardati dai mucchi di pietre! Adesso i serpenti mi insidiano il calcagno, adesso mi disgusta il ratto delle sabbie’”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fuga, libertà, tradimento: i tre diritti inalienabili. </strong>“Le cose più importanti per la letteratura del XX secolo sono state la psicoanalisi, con la sua apertura di una prospettiva più profonda sull’essere umano, e l’<em>Ulisse</em> di Joyce, con la sua inesauribile esposizione delle inesauribili possibilità della creazione letteraria. <strong>In che cosa spero? In una letteratura che, senza alcun riguardo, combatta per i tre diritti inalienabili dell’essere umano imprigionato nelle organizzazioni politiche e di massa: la libertà, la fuga e il tradimento.</strong> E intendo la libertà di non scegliere tra annientamento e sterminio, la fuga dal futuro campo di battaglia in cui si sta preparando il disastro, il tradimento di ogni sistema che criminalizzi la coscienza, la paura e l’amore per il prossimo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Stig Dagerman</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Stig Dagerman e Anita Björk nel 1952</em></p>
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		<title>Tutti si avventano sul corpo di Pasternak: esce un romanzo che ricama intorno a “Zivago” (pagato profumatamente) e la pronipote di Boris mostra le unghie querelando l’autore. Meglio tornare alle poesie…</title>
		<link>https://www.pangea.news/pasternak-libri-lara-prescott/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Oct 2019 10:01:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Pasternak]]></category>
		<category><![CDATA[Boris Pasternak]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Boris Pasternak continua a infiammare – d’altronde, gli ingredienti sono speciali: un genio di buona famiglia, un poeta straordinario che ha conosciuto i grandi (Lev Tolstoj, Aleksandr Skrjabin, Rainer Maria Rilke), che è stato molto amato (da Marina Cvetaeva, da Anna Achmatova), che molto ha amato (il matrimonio con Evgenija, poi quello con Zinaida, infine [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Boris Pasternak continua a infiammare – d’altronde, gli ingredienti sono speciali: un genio di buona famiglia, un poeta straordinario che ha conosciuto i grandi (Lev Tolstoj, Aleksandr Skrjabin, Rainer Maria Rilke), che è stato molto amato</strong> (da Marina Cvetaeva, da Anna Achmatova), che molto ha amato (il matrimonio con Evgenija, poi quello con Zinaida, infine Olga). Il poeta che resiste alle storture del regime sovietico e quel romanzo, <em>Il dottor Zivago</em>, che in modo romanzesco viene pubblicato, in anteprima mondiale, da Feltrinelli, che permette a Pasternak il Nobel per la letteratura clamorosamente rifiutato, che evolve in kolossal cinematografico (bruttino). Intorno, la Cia e il Kgb che sfruttano – o torchiano – il poeta, nel contesto della Guerra Fredda.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-70478 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/libro1-1-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro1-1-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro1-1-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro1-1.jpg 296w" sizes="(max-width: 197px) 100vw, 197px" />A questa scenografia da sceneggiato aggiungo due dati, che non smettono di colpirmi. <strong>Primo: Pasternak, poeta ritirato, contemplativo, affine ai moti del cosmo più che ai tremori della Storia, diventa un ‘caso internazionale’. </strong>In effetti, disperava di veder pubblicato lo ‘Zivago’: “Tenuto conto dello spirito che anima l’opera e degli sviluppi della mia situazione qui in Russia,<strong> pubblicare il romanzo è fuori discussione”, scrive alle sorelle, nel 1948. </strong>Il secondo dato si lega a questa lettera, inviata a Oxford. Pasternak, di fatto, è solo, in Russia, dal 1921. Il padre, il pittore Leonid, così importante per la sua evoluzione artistica, coglie l’occasione di un ricovero a Berlino, per una operazione agli occhi. Non tornerà più in Russia. Porta con sé moglie e figlie: <strong>Josephine, più giovane di dieci anni di Boris, che sarà filosofa e poetessa, e Lydia, più giovane di 12 anni, che sarà chimica e devota traduttrice delle poesie del fratello</strong> (le prime poesie “scelte e tradotte” sono edite a Londra nel 1960 e nel 1963). Entrambe dotate di particolare sensibilità, moriranno a Oxford: Lydia trent’anni fa, nel 1989, Josephine quattro anni dopo. In Russia, insieme a Boris, resta il fratello Aleksandr (più giovane di tre anni), che farà carriera come architetto. Pasternak vive in Russia, nei momenti più duri, con la famiglia all’estero, in esilio, tra gli ostili ai bolscevichi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Detto il contesto, i fatti attuali. <a href="http://www.laraprescott.com/home" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Lara Prescott,</a> educata in scrittura in Texas, specializzata a Washington D.C. in “scienze politiche”, ha fatto il botto con il primo romanzo. Il libro, <a href="https://www.penguinrandomhouse.com/books/603995/the-secrets-we-kept-by-lara-prescott/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>The Secrets We Kept</em></a>,</strong> in giro da un mese, romanza ciò che si sa: la missione della Cia “per portare fuori dalla Russia <em>Il dottor Zivago</em>, dove nessuno osa pubblicarlo”. La Prescott s’inventa la figura di Sally Forrester, “spia glamour e sofisticata, che ha affinato il proprio magnetismo per sottrarre segreti a uomini potenti”. Lo 007 in posa sexy già mi annoia, così come la dida prodotta dall’editore: <strong>“il romanzo combina una leggendaria storia d’amore – quella tra Boris Pasternak e la sua amante e musa, Olga Ivinskaya – con la narrazione di donne abituate a vivere una esistenza tra rischi e intrighi.</strong> Dalla tenuta in campagna di Pasternak alla brutalità dei Gulag, da Washington a Parigi e Milano, il romanzo coglie un momento fondamentale della storia della letteratura mondiale”. Olè. Il romanzo sarà tradotto in 29 lingue, ne faranno un film.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-70479 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/libro2-2-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro2-2-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro2-2.jpg 397w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" />L’erede tira fuori le zanne. <strong>Anna Pasternak è la pronipote di Boris Pasternak, nipote di Josephine Pasternak. Nel 2016 pubblica un libro, che ha avuto una certa risonanza: <em><a href="https://www.npr.org/2017/01/25/510816406/in-lara-the-true-story-of-pasternaks-muse-and-mistress?t=1570000185468" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Lara. The Untold Love Story</a> and the Inspiration for Doctor Zhivago.</em></strong> Sostanzialmente, si ricama intorno alla storia d’amore tra Boris e Olga, dove c’è molto poco di <em>untold</em>, nel senso che quasi tutto è già stato detto e molto è stato scritto pure dal grande – e vituperato – Boris. Esempio. In una lettera del 7 maggio 1958 a Renate Schweitzer, Pasternak scrive a proposito di Olga:<strong> “L’hanno messa in carcere per colpa mia, perché secondo la polizia segreta era lei la persona che più mi era cara; ha subìto interrogatori estenuanti, è stata minacciata, e hanno cercato di ottenere da lei dichiarazioni sufficienti a intentare un processo contro di me. Al suo eroismo e alla sua fermezza io devo la vita, ed è stato solo per merito suo se in quegli anni non mi hanno mai toccato”. </strong>Bene. Anna Pasternak, che specula come può sui ricordi dei cari, notevoli avi, intenta una causa contro Lara Prescott e il suo editore, il colosso Penguin Random House. Ha accusato la Prescott di plagio. L’editore ricorda che la sua autrice, invece, si è informata leggendo diversi libri, dalle memorie di Olga Ivinskaya (pubblicate a Parigi poi tradotte a Londra, nel 1978, come <em>A Captive of Time: My Years with Pasternak</em>) a <em>The Zhivago Affair </em>di Peter Finn e Petra Couvée (2015). Da difendere, più che l’onore di famiglia, c’è il conto in banca: pare che alla Prescott abbiano dato 2 milioni di dollari per il libro su Pasternak…</p>
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<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-70480 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/libro3-2-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro3-2-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro3-2-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro3-2.jpg 294w" sizes="(max-width: 196px) 100vw, 196px" />Recentemente, dalle righe del “New York Times”, parlando del tomo di Anna Pasternak, Sophie Pinkhan ha messo una pietra sul genere spionistico intorno a “Zivago”: “Gli amanti di Pasternak e gli incurabili romantici farebbero meglio a rileggere <em>Il dottor Zivago </em>e a scavare tra le tante memorie e le fonti che stanno alla base di questo e di altri inutili, nuovi libri”. Io aggiungo ciò che nessuno si è ancora premurato di dire. <strong>Riguardo alle “avventure editoriali del capolavoro di Pasternak”, connesse alla sua fatale storia d’amore, ha detto tutto ciò che bisogna sapere, con sfarfallio di documenti, Paolo Mancosu in un libro vasto (490 pagine) e bellissimo, <em>Zivago nella tempesta</em>, edito da Feltrinelli – e chi altri – nel 2015. </strong>Vi è raccolta anche quella lettera di Giangiacomo Feltrinelli, datata 5 settembre 1958: “Grazie per <em>Il dottor Zivago</em>, per tutto quello che ci ha insegnato. In un’epoca in cui i valori umani vengono accantonati, gli esseri umani vengono ridotti a robot e la maggior parte delle persone pensa soltanto a fuggire da se stessa e a risolvere i problemi del proprio ego affrettandosi e uccidendo quanto resta della sua sensibilità umana, Zivago ha impartito una lezione indimenticabile. <strong>Ora so che ogni volta che non saprò come andare avanti potrò tornare a Zivago e imparare da lui la più grande lezione di vita.</strong> Zivago sarà sempre accanto a me quando queste cose mi sembreranno perse per sempre, per aiutarmi a ritrovare i valori semplici e profondi della vita”. È questo – è tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Luca Doninelli ha detto che sono i versi più belli dell’ultimo ghirigoro di secoli. Ha ragione. Un brandello da <em>Le onde. </em><strong>“Imparentati a tutto ciò che esiste, convincendosi/ e frequentando il futuro nella vita di ogni giorno/ non si può non incorrere, infine, come in un’eresia/ in un’incredibile semplicità”.</strong> Eccolo, Pasternak – il resto, è chiacchiera, è mondo, immondo. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/pasternak-libri-lara-prescott/">Tutti si avventano sul corpo di Pasternak: esce un romanzo che ricama intorno a “Zivago” (pagato profumatamente) e la pronipote di Boris mostra le unghie querelando l’autore. Meglio tornare alle poesie…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Fuga dalle grida del mondo”: esce l’ultimo libro di Patti Smith, “Year of the Monkey”. Lo abbiamo letto. Il miracolo esplode nei luoghi inattesi</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Sep 2019 10:01:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Insomma: Patti Smith è la storia della musica degli ultimi decenni. L’anno prossimo si festeggeranno i 45 anni dal primo, leggendario, disco, “Horses”. Aveva 28 anni, all’epoca. Ora va per i 73. Dei suoi libri approdati in Italia ricordiamo, per Einaudi, “Il sogno di Rimbaud” (1997), le poesie stampate da Frassinelli come “Presagi d’innocenza” (2006), [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/patti-smith-recensione-year-of-the-monkey/">“Fuga dalle grida del mondo”: esce l’ultimo libro di Patti Smith, “Year of the Monkey”. Lo abbiamo letto. Il miracolo esplode nei luoghi inattesi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Insomma: Patti Smith è la storia della musica degli ultimi decenni. L’anno prossimo si festeggeranno i 45 anni dal primo, leggendario, disco, “Horses”. Aveva 28 anni, all’epoca. Ora va per i 73. Dei suoi libri approdati in Italia ricordiamo, per Einaudi, “Il sogno di Rimbaud” (1997), le poesie stampate da Frassinelli come “Presagi d’innocenza” (2006), le stampe recenti di “Devotion” (Bompiani, 2018) e di “M Train” (Bompiani, 2016). Il libro più noto, però, è “Just Kids” (stampa Feltrinelli), con cui Patti ottiene il National Book Award. Tra una settimana esce in tutto il mondo anglofono l’ultimo libro di Patti Smith, <a href="https://www.penguinrandomhouse.com/books/612671/year-of-the-monkey-by-patti-smith/9780525657682/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>“Year of the Monkey”</strong></a>, per il gruppo Penguin Random House. Sbarcherà in Italia. Per non farci trovare impreparati, ecco ampi stralci dalla recensione di Fiona Sturges scritta per il “Guardian”.</em></p>
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<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-70147 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro1-10-207x300.jpg" alt="" width="207" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1-10-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1-10.jpg 484w" sizes="(max-width: 207px) 100vw, 207px" />All’inizio del 2016 Sandy Pearlman, produttore, manager, critico rock, amico di Patti Smith, è stato ricoverato in ospedale in seguito a una emorragia cerebrale. Patti lo incontra la prima volta nel 1971, durante uno spettacolo in cui leggeva alcune poesie, </strong>grazie al chitarrista Lenny Kaye. Pearlman si avvicina alla Smith, le propone di far parte di una rock band. Nel suo ultimo libro di memorie ci ricorda la sua risposta: “Mi sono messa a ridere, gli ho detto che avevo già un ottimo lavoro in libreria”. Come sappiamo, seguirà il consiglio del produttore, fino a registrare il primo album, “Horses”. La loro amicizia è durata quasi 50 anni, finisce al capezzale del letto d’ospedale, con Pearlman in coma. “Io e Kaye siamo stati sempre con lui, gli abbiamo promesso di mantenerlo sveglio, di cogliere ogni segnale di vita”. Il segnale non è arrivato, Pearlman morì sei mesi dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il resoconto del 2016 mostra l’ordalia di un anno difficile. La perdita degli amici, l’ascesa spaventosa del populismo, la catastrofe ambientale, la battaglia durante le elezioni americane. Il disagio dei 70 anni imminenti. <strong>Così, dopo qualche concerto, la Smith si lancia in un “vagabondaggio passivo, una tregua dal clamore, dalle grida del mondo”. Vaga tra Arizona, California, Virginia, Kentucky.</strong> Fa visita alla sua ex compagna, va da Sam Shepard, il drammaturgo, alla fine della sua vita. Shepard sta completando l’ultimo libro, <em>The One Inside</em>, ma scrivere è sempre più difficile e chiede a Patti di farle da amanuense. Poi la vediamo a Lisbona, visita la casa del poeta Fernando Pessoa, poi nel bungalow di Rockaway Beach, spazza la polvere, è seduta in veranda, guarda fiori e insetti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tipico della Smith: simboli e portenti si nascondono in luoghi inattesi, nei piccoli oggetti quotidiani, improvvisamente carichi di senso. </strong>Li fotografa con la sua Polaroid, si crogiola nei ricordi: il cartello di un motel, un abito indossato da Joseph Beuys, un libro di poesie di Allen Ginsberg. Immagina il suo vecchio amico Ginsberg nella tempesta politica attuale. “Sarebbe precipitato nel cuore della questione, usando la sua abilità retorica, incoraggiando tutti a essere vigili, a mobilitarsi, a votare e se necessario, dragando una risata, a essere pacificamente disobbedienti”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class="size-medium wp-image-70148 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro2-14-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro2-14-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro2-14.jpg 250w" sizes="(max-width: 189px) 100vw, 189px" />Year of the Monkey </em>è una disordinata riflessione sulla mortalità. Patti legge, parla con gli estranei, passeggia nel cuore della notte, beve litri di caffè.</strong> Elenca ciò che ha nella valigia: “Sei magliette, sei paia di mutande, sei paia di calzini, due quaderni, rimedi per la tosse a base di erbe, la macchina fotografica, un libro”. Non le serve altro. Alcune scene apparentemente normali, si deformano: la narrazione si muove costantemente tra memoria e fantasticheria, senza che si intuiscano i limiti tra una e l’altra.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Questo libro è magico e banale allo stesso tempo, è diverso dal pluripremiato <em>Just Kids </em>del 2010. Ci sono più affinità con <em>M Train. </em>Qui, ancora, <strong>Patti appare come una figura solitaria incline all’oblio, che si addormenta nel cappotto, che parla con oggetti muti. I fantasmi di chi ha perso – la madre, il marito, il fratello – le sono accanto.</strong> Patti Smith vive nel passato, ma il racconto dei suoi vagabondaggi ci dice chi è oggi. “La nostra rabbia silenziosa ci impone le ali, la possibilità di negoziare viaggi nel passato”. Ma è chiara la consapevolezza che non si può vincere il tempo con l’immaginazione. “Il problema, con i sogni, è che alla fine ti svegli”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Fiona Sturges</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/patti-smith-recensione-year-of-the-monkey/">“Fuga dalle grida del mondo”: esce l’ultimo libro di Patti Smith, “Year of the Monkey”. Lo abbiamo letto. Il miracolo esplode nei luoghi inattesi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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