24 Ottobre 2019

“Voglio una letteratura che combatta per i tre diritti inalienabili: libertà, fuga, tradimento”. Stig Dagerman, uno scrittore nel bosco dei paradossi (e di quando Graham Greene gli fregò la moglie)

Con incerta malizia l’editore Penguin utilizza una frase di Graham Greene per promuovere in UK l’opera di Stig Dagerman. La frase è questa: “Dagerman scriveva con meravigliosa oggettività: al posto di frasi emotive, sceglieva dei fatti, come mattoni, per costruire un’emozione”. La frase è stampata sulla copertina della versione Penguin (titolo: A Moth to a Flame) di Bambino bruciato, il capolavoro – a detta dei critici – di Dagerman, edito in origine nel 1948; in Italia, grazie a Iperborea, lo leggiamo dal 1994. La malizia è presto detta. Negli ultimi anni della sua vita – smette di pubblicare nel 1949, si suicida cinque anni dopo – Stig Dagerman si separa dalla moglie e sta con Anita Björk. Grande attrice – nel 1951 è la protagonista di Miss Julie, di Alf Sjöberg, che ha ottenuto il Grand Prix a Cannes –, tra l’altro, avrebbe dovuto recitare per Hitchcock in Io confesso: la parte andò ad Anne Baxter. Già moglie dell’attore svedese Olof Bergström, dopo la morte di Dagerman ebbe una storia con Graham Greene. L’“Evening Standard”, parlando del libro pubblicato da Penguin, suppone che il dato cronologico dopo sia inesatto. “Nel 1954, Graham Greene chiese a un prete di commemorare il nome di un giovane scrittore svedese, Stig Dagerman, che si era suicidato a 31 anni. ‘Sua moglie è una mia amica’, disse Greene. La cosa che si era dimenticato di dire è che aveva avuto una relazione extraconiugale con la moglie di Dagerman, la bella attrice svedese Anita Björk. Dagerman era stato a lungo separato da Anita e infine, nel novembre del 1954, si era ucciso, con il gas, nel garage”. Nel lavoro di Greene del 1959, L’amante compiacente, è evocato questo ménage: “i critici svedesi lo considerarono un insulto deliberato alla memoria di Dagerman, e forse è per questo che Greene non vinse mai il Nobel per la letteratura”. Fu grazie a Greene, in ogni caso – potenza del senso di colpa –, che Dagerman “fu pubblicato nel Regno Unito dalla fine degli anni Cinquanta”. Eppure, nonostante le note biografiche divulgate da Penguin (“i critici comparano i suoi scritti a quelli di Kaka, Camus, Faulkner”), una resistenza atavica impedisce la giusta lettura di Dagerman. Il recensore dell’“ES” non va oltre l’asserzione, “è un poeta del comune, la sua influenza si sente oggi nella narrativa poliziesca scandinava (Mankell, Jo Nesbo): va letto questo romanzo lunatico e infestato di morte”. Anche il recensore del “Guardian” non si eleva oltre lo sbadiglio: “è il libro di un giovane scrittore, ma i difetti che ne derivano – caos di sentimenti, eccesso di dettagli, cinismo che rasenta il nichilismo – lavorano a suo favore. Non sapremo mai come la scrittura di Dagerman si sarebbe sviluppata: egli abbandona il romanzo nel 1949, a 26 anni, per poi uccidersi, cinque anni dopo”. Insomma, restano tiepidi, i censori d’Albione, cullati nel tepore di una scrittura comunque&sempre dickensiana, vivida, rotonda, socialmente utile, ironica. Dagerman, lo sappiamo, piuttosto, è un talento altissimo, che fa sbiancare per la vertigine. Qui ricalco alcuni passi da La politica dell’impossibile (stampa sempre Iperborea), corrosiva raccolta di articoli. (d.b.)

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Nel bosco dei paradossi. “Solo quando lo scrittore arriva a stabilirsi davvero nel bosco dei paradossi trova la forza sufficiente per rispondere alle accuse che gli vengono mosse. Fin dall’inizio, però, deve avere ben chiaro che una di queste critiche ha ben più fondamento di qualsiasi altra, ed è quella che riguarda la sua mancata presa di posizione nella lotta sociale. Deve capire che non basta fare riferimento al mondo della letteratura, perché ci sono porte che mettono in comunicazione quel mondo con tutti gli altri. E non serve nemmeno proclamare a pieni polmoni la propria libertà, perché nessuno è tanto ‘libero’ da potersi esimere dal prendere posizione nella lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori, una lotta che, nonostante tutti i possibili giri di parole, resterà un fatto incontestabile finché esisterà questo sistema sociale. Parlare di libertà a tale proposito significa in realtà parlare di pigrizia, di viltà o di indifferenza”.

Mi farò amici i serpenti. “Se in questa situazione mi si accusa dicendo: ‘La tua poesia non è capita dal popolo, dalle masse, dagli operai, non è abbastanza sociale’, io ho il diritto di rispondere che un tale ragionamento si basa su una concezione sbagliata, quella secondo cui per essere sociale la poesia deve essere ‘capita’ da tutti. Per ‘capire’ si intende purtroppo poterla comprendere senza alcuno sforzo del pensiero, più o meno come si comprende un annuncio o una insegna al neon. Per certi presunti rappresentanti del ‘popolo’, la poesia deve essere l’annuncio pubblicitario del mondo nuovo, ma se il testo è abbastanza gustoso può anche parlare dei piaceri dell’estate o della pesca ai gamberi ed essere ugualmente letteratura per il ‘popolo’. Per loro la poesia ha smesso di costituire un messaggio da essere umano a essere umano. L’hanno declassata a gioco di società. Non hanno mai capito che nasce invece da una necessità… Certo, lo scrittore non può negare a chi si ostina a non prendere sul serio la letteratura il diritto di attaccarlo per la sua oscurità e per qualsiasi altra cosa per cui lo si possa attaccare, ma deve essere consapevole che è contro costoro che la letteratura va difesa e a costoro ha ragione di dire: ‘Se la letteratura è un gioco di società, me ne andrò nel crepuscolo con i piedi sporchi di terra a farmi amici i serpenti e il piccolo ratto grigio delle sabbie. Ma se la poesia è una necessità vitale per qualcuno, non dimenticare a casa i sandali, guardati dai mucchi di pietre! Adesso i serpenti mi insidiano il calcagno, adesso mi disgusta il ratto delle sabbie’”.

Fuga, libertà, tradimento: i tre diritti inalienabili. “Le cose più importanti per la letteratura del XX secolo sono state la psicoanalisi, con la sua apertura di una prospettiva più profonda sull’essere umano, e l’Ulisse di Joyce, con la sua inesauribile esposizione delle inesauribili possibilità della creazione letteraria. In che cosa spero? In una letteratura che, senza alcun riguardo, combatta per i tre diritti inalienabili dell’essere umano imprigionato nelle organizzazioni politiche e di massa: la libertà, la fuga e il tradimento. E intendo la libertà di non scegliere tra annientamento e sterminio, la fuga dal futuro campo di battaglia in cui si sta preparando il disastro, il tradimento di ogni sistema che criminalizzi la coscienza, la paura e l’amore per il prossimo”.

Stig Dagerman

*In copertina: Stig Dagerman e Anita Björk nel 1952

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