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	<title>padre Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Tue, 16 Apr 2024 04:19:58 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Ti cerco dietro il buio degli occhi”. Il mistero del padre: una lettera a Silvio Perrella</title>
		<link>https://www.pangea.news/silvio-perrella-poesie-gambardella/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Apr 2024 04:19:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[padre]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Perrella]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Gambardella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Caro Silvio Perrella, che bel dono!, grazie, e che sorpresa: tu che scrivi poesie! Leggerò, anzi, sto già leggendo Metronomi sotto i tavoli (ilfilodipartenope editore, 2023), preso dalla curiosità. Quello che ho letto mi pare immenso mare, mare dell’esperienza, che sconfina nella vita, perciò di natura asimmetrica (“la danza dispari delle onde”, dice un tuo [&#8230;]</p>
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<p>Caro Silvio Perrella,</p>



<p>che bel dono!, grazie, e che sorpresa: tu che scrivi poesie! Leggerò, anzi, sto già leggendo <strong><a href="https://www.ilfilodipartenope.it/metronomi-sotto-i-tavoli/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Metronomi sotto i tavoli</em> (ilfilodipartenope editore, 2023),</a></strong> preso dalla curiosità. Quello che ho letto mi pare immenso mare, mare dell’esperienza, che sconfina nella vita, perciò di natura asimmetrica (“la danza dispari delle onde”, dice un tuo verso a pag. 27), ma che si fissa in noi, dalla musica all’ascolto alla verità multipla che dobbiamo intendere bene, che occorre decifrare, insieme alla compagnia che si compie e ai ricordi che premono. Tutto vive in un soffio, possibile? Chi sono io?, cos’è un poeta?, che cosa accade?, che cosa fa accadere una poesia? Niente si esclude nel mare e nella visione del tempo, che è metafora di sabbia (“l’enorme clessidra della spiaggia”, dice un altro tuo verso, sempre a pag. 27), a cui apparteniamo, a cui guardiamo, vigili, disarmati.</p>



<p>“… senza cercare nessun perdono / mare selvaggiamente immoto…” (pag. 15). Il perdono è inteso come cosa vana, ma bisogna starci dentro, per quanto esiguo è lo spazio che gli concediamo, spazio stretto inizialmente, che si allarga a poco a poco, fino a diventare mondo, noi e gli altri, e noi in considerazione degli altri, gli altri in considerazione libera di noi (permettimi!), <strong>in quel poco di Cristo che c’è ancora, a giudicare da quello che abbiamo intorno, quel poco di cristiano che ci abita. Ma non importa, vale l’amicizia, il dono, come sempre è il dono che vale, e tu l’hai avuto con questo libro, per spalancarti ulteriormente.</strong> Il fatto è questo: sono belle le tue poesie!, che è tanto. Mi chiedo perché, che cos’hanno. La natura, io penso, sono fatte di natura, anche qui ritorna il senso del ricevuto, di mondo ricevuto in un verso, dono di senso, in possibilità di rifletterlo, di viverlo e contemplarlo, di riceverne valore rivelato, valore umano, cuore dell’uomo che spera (“…perché la corsa cercava il cuore”, scrivi a pag. 21).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="704" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG_20240314_161254-1-1024x704.jpg" alt="" class="wp-image-99291" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG_20240314_161254-1-1024x704.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG_20240314_161254-1-300x206.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG_20240314_161254-1-768x528.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG_20240314_161254-1-1536x1056.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG_20240314_161254-1-600x412.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/IMG_20240314_161254-1.jpg 1571w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Voglio dirti che è la speranza che m’interessa, perché è visione di bellezza, ritmo scandito in una musica che si muove, pare venire in avanti, per cercare, per andare incontro a ricordi, movimento, canto. Così puoi nominare data e luoghi che ami, in una specie di diario, perché si contiene tutto lì, è il tema che hai avuto in sorte e che sembra quasi precederti, nonostante sia passato, per dire quel venire avanti delle cose, che ti ho detto. Tema dolce, di realtà e di luce mediterranea. Si può dire che le cose si riflettono da sole, per loro necessità. Comunque vince il destino, e qui si compie, si nota, ritorna. Si afferma una parola che corre come su delle linee prospettiche, che all’improvviso si rivelano nel paesaggio poetico, senza fine, e pare di vedere dei volatili su quelle proiezioni immaginarie diventate prima cavi elettrici, poi altro, ai modi di un ricordo malinconico della Ortese (scrittrice a noi cara), quando in un suo libro contempla gli alberi, e si stupisce nel vedere alcuni rami occupati da uccelli, mentre altri non ospitano nessuno. Penso che è la nostra vita in quella sua immagine, e mi sembra che ti riguardi, a livello di riflessione. Credo che tu la condivida, non a caso la geometria del dettato a un certo punto scompare dai tuoi versi, lasciando lo spazio al sentimento, all’umano in transito, che non sublima, bensì descrive, nel dire dà luce alle cose nascoste, scomparse.</p>



<p>“…mio padre partiva la valigia / nel cofano posteriore portava / con sé il suo mistero restava” (pag. 37). <strong>Il padre che parte è l’immagine più forte del libro. Non c’è interruzione con lui, la forma dei versi lo testimonia. Cos’è un padre se non mistero? Cos’è se non presenza anche quando non c’è?</strong> <strong>È questo che lo rende eterno; più è lontano più rimane, più scompare e più s’incarna in noi.</strong> Assomigliamo a lui, o non gli assomigliamo per niente, non importa, perché il rapporto è nella distanza, solo lì lo afferriamo. È detto bene nel verso a pag. 43: “Ti cerco dietro il buio degli occhi”. E ciò che è fermo ha valenza di moto futuro, di azione, in quanto vivo: “…i ritmi sono in attesa le bacchette / ferme nella tasca della giacca / nel silenzio un tambureggiare di dita” (pag. 47). A questo punto i conti non tornano, sono calzini spaiati, come le onde marine che abbiamo già visto all’inizio. È il dramma.</p>



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<p>La musica è un’avventura, l’avventura della conoscenza. C’è una frenesia in questo libro, che precede il tempo, prima che il tempo entri in scena. Ma i segni si vedono, sono dappertutto: “Mood mio modo di salvarsi” (pag. 13), “…le note lasciale libere / e spera” (pag. 13). La speranza ritorna di continuo nel libro, è un vero evento: “Mood sei mio / ti tengo in pugno / sei vela e non veli / ma sei barbaglio e movimento / sei mio e sei di tutti / e spera e spera e spera” (pag. 17).</p>



<p>Il mistero del padre è nel suo amore, nell’amore che è distanza, corpo e sentimento della distanza, intangibili come la musica, ecco perché la musica resta, ed ecco l’esperienza, il suo valore, desiderio di corrispondenza con quanto aspiriamo ad essere, a diventare. Come la borsa del padre che scompare dentro il portabagagli (chiusa essa stessa e chiusa dentro qualcosa), così il metronomo sta sotto il tavolo, e da lì riverbera, il suo ritmo di vita riverbera per conciliarci all’amore che non afferriamo, non afferreremo mai, solo Dio può, nella Sua natura infinita, caritatevole. Qui la nota continua a essere drammatica, tuttavia la poesia, l’atto creativo, il più antico dell’arte della parola, si compie, in quanto significato totale dell’uomo.</p>



<p>Un ultimo rilievo: “…l’autobus apre le porte nessuno scende” (pag. 41). Chi si aspetta se non l’amato genitore che ritorna? E ancora: “…mio padre chiuso nello stanzino / a battere sui tasti della macchina / da scrivere immerso nel fumo” (pag. 55). Ormai il padre assomiglia al figlio scrittore. Ce l’hanno fatta! Le due figure si assimilano una con l’altra, nella fedeltà.</p>



<p><strong><em>Vincenzo Gambardella</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Mary Cassatt, Alexander J. Cassatt e suo figlio, 1884</em></p>
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		<title>“Quando viene meno un cuore, la casa si fa più buia, caravaggesche le vene”. In ricordo di mio padre</title>
		<link>https://www.pangea.news/giorgio-anelli-padre-morte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Feb 2021 07:34:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Campo]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[padre]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutto inizia e finisce ‒ meglio sarebbe dire: parte ‒ da un cuore. Quello di mio padre si schianta, all’improvviso esplode, ventitre anni fa, il 10 febbraio 1998. Da quel momento io non sarò mai più lo stesso. Persino in me deflagra qualcosa. Il fuoco, dentro, avvampa, e non ha ancora smesso d’incendiare. Ho perso [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Tutto inizia e finisce ‒ meglio sarebbe dire: parte ‒ da un cuore. <strong>Quello di mio padre si schianta, all’improvviso esplode, ventitre anni fa, il 10 febbraio 1998. Da quel momento io non sarò mai più lo stesso. </strong>Persino in me deflagra qualcosa. Il fuoco, dentro, avvampa, e non ha ancora smesso d’incendiare.</p>



<p>Ho perso un cuore vero, che batteva per me, per la sua famiglia. Nel tempo, l’ho ritrovato; soprattutto la sera, quando tento di pregare. Guardo la sua fotografia sul comodino, gli parlo. Come pure gli parlo quando vado al cimitero, e c’intendiamo al volo. L’ho già scritto una volta, lo ripeto: come Cristina Campo, anch’io, non prego, ma parlo con i morti. Già loro mi fanno compagnia nelle sere infinite che fortunatamente si ripetono a spezzare il ritmo impassibile e monotono della vita. Questi morti che fanno capolino dai libri scritti da loro, quasi a illuminare nella notte un cimitero.</p>



<p>È la sera dei ricordi. Come ogni sera, si riempie di anniversari importanti e meno importanti. Per questo la letteratura è fatta dai morti. Noi li celebriamo, li ricordiamo, li omaggiamo. E loro ci fanno compagnia. Ma questa sera, prima ancora della letteratura, viene mio padre. Anzi, è grazie alla libertà di pensiero di mio padre che io ora sono immerso fino al collo nella letteratura.</p>



<p>In vita mi chiese se avessi avuto intenzione di continuare la sua attività lavorativa. Risposi di no, e per lui non ci fu nulla di male. Rispettò la mia scelta. Mi lasciava sbagliare, mio padre. Mi faceva provare la vita, mentre lei provava me. Forse aveva fiducia nelle mie capacità. Non c&#8217;è stato dato il tempo di dimostrarlo, insieme. Forse di nascosto temeva per la mia timidezza, per un’improvvisa fragilità. A chi importava, del resto, se non proprio a lui?</p>



<p><strong>Quando viene meno un cuore, la casa si fa più buia. Caravaggeschi chiari scuri inondano le mie vene, sembra che qualcuno abiti in me. È la vita che si tramanda, che si perpetua. Tuttavia, io sarò l’ultimo. </strong>Non ho figli, non ho una famiglia mia. Il mio lascito saranno le parole che getto nel giardino, e che calpesto ‒ maldestramente, sonnambulo ‒ mentre nella notte cerco a tentoni il letto. La mia eredità al mondo, all’unico lettore, sarà la chiave che aprirà la porta dietro la quale si cela il mio giardino. Si tratta di un prato dall’erba alta, irta come baffi, gonfio di trabocchetti. Pieno di fiori e api che fanno l’amore, dove la ricerca della bellezza mi ha tentato maggiormente. Ma in esso si trova persino un pozzo, nel quale la luna vanesia si specchia, certe notti.</p>



<p><strong>Nel mio giardino, qualche volta, il mio cuore batte più forte. È sempre alla ricerca di qualcuno, ma non lo trova. Si perde piuttosto tra i dedali e il sotterraneo sottosuolo. Là, dove i miei personaggi prendono forma.</strong> Laggiù, in quell’altro mondo, tutto probabilmente è un attimino più chiaro. Sebbene ossessioni, paure, manie, prendano il sopravvento sulla maschera. Sempre laggiù la mia biblioteca prende vita. Non è mai ferma. I libri inclinati come un domino ne danno conferma.</p>



<p><strong>Sarà inutile che mi veniate a cercare. Se avverto qualche presenza estranea, mi nascondo subito tra le parole. Sarà difficile, questa volta, leggere tra le righe. L’unica cosa che potrebbe tradirmi sarà il battito del mio cuore.</strong> Se il curioso, o la curiosa, che si addentreranno nel giardino, lo percepirà, avrà davvero il coraggio di venirmi a stanare?</p>



<p>Gli scrittori sono dei malfattori. Ricordatevelo. Figuriamoci i poeti. Quelli veri, s’intende. Mio padre è l’unico che sa tutto di me; se fosse in vita potrebbe confermare quel che ho appena affermato. Mi chiedo se si sarebbe mai immaginato che un giorno sarei diventato uno dei poeti dello stivale italiano. Ricordo che mi accompagnò al villaggio Piaggio, a Pontedera, a ritirare un premio di poesia. Ero poco più che un ragazzo. Quella volta ci siamo guardati in faccia e, prima di scoppiare a ridere, siamo fuggiti via da quella noia! Abbiamo pernottato al Campo dei miracoli. Me ne sono tornato la sera da solo dopo una birra, passando davanti alla torre che pendeva. E lui come sempre mi aspettava. Quella sì che fu poesia: che coppia eravamo ‒ due cuori, insieme.</p>



<p><strong><em>Giorgio Anelli</em></strong></p>
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		<item>
		<title>Viva la vita! Dopo trent’anni ho trovato il certificato di morte di mio padre: perché? Nel giorno di Pentecoste, scavando nel passato, il mare è sconvolto da legioni di meduse morte (ma è buon senso non interpretare i segni…)</title>
		<link>https://www.pangea.news/pentescoste-e-morte-del-padre-una-riflessione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jun 2019 09:54:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Abbazia Scolca]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Brullo]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
		<category><![CDATA[padre]]></category>
		<category><![CDATA[Pentecoste]]></category>
		<category><![CDATA[Veronica Tomassini]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Era in un libro di Flannery O’Connor, non so perché. Sulla busta c’è scritto “documenti Pinuccio”. Pinuccio è il modo gergale, dolce, con cui i miei nonni, di radici meridionali, chiamavano il figlio, Giuseppe. Giuseppe sembra un nome grave, ma è onirico: in ebraico ruota sul verbo “crescere”, ed è legato al penultimo dei figli [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Era in un libro di Flannery O’Connor, non so perché. Sulla busta c’è scritto “documenti Pinuccio”. <em>Pinuccio</em> è il modo gergale, dolce, con cui i miei nonni, di radici meridionali, chiamavano il figlio, Giuseppe. <strong>Giuseppe sembra un nome grave, ma è onirico: in ebraico ruota sul verbo “crescere”, ed è legato al penultimo dei figli di Giacobbe, che ha il dono di rivelare il senso dei sogni. Giuseppe il Sognatore, appunto.</strong> Come se fosse lui a sognare i sogni sognati dagli altri, ad abitarli. Di questo Giuseppe, invece, siamo noi, sono io, a dover ricamare il sogno.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_67912" aria-describedby="caption-attachment-67912" style="width: 225px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-67912" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/06/documento-padre-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/documento-padre-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/documento-padre-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/documento-padre-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/documento-padre-1320x1760.jpg 1320w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /><figcaption id="caption-attachment-67912" class="wp-caption-text">Il ritrovamento di un documento perduto, la riflessione su paternità, vita, morte, la distanza tra atto pubblico e pietà privata</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">I miei nonni sono morti, a loro non posso chiedere più niente di mio padre – e poi, è sempre stato meglio non chiedere, per non rimarcare un dolore. Mio padre è morto trent’anni fa. I documenti nella busta sono due. L’aria è calda, ieri, come una maglia di ferro, precipita in una certa claustrofobia. Il cielo è di un azzurro cruento, di chi ha il potere di condannare, di sfogare le ombre in una pozza di niente. <strong>Il primo documento è il certificato di morte di mio padre. Mio padre è morto a Bordighera, in Liguria. Bordighera è vicina al confine con la Francia, un luogo pieno di storie: </strong>fu dipinta da Claude Monet, vide passeggiare sul lungomare Evita Peron, assistette, nel 1941, all’incontro tra Benito Mussolini e Francisco Franco. A mio padre non piaceva il mare, era uno da montagna: in effetti, è morto a Bordighera ma è stato sepolto 400 chilometri più sopra, tra le montagne che accerchiano il Lago Maggiore. Mio padre muore il 4 dicembre 1989, l’atto è registrato il 18 dicembre, dall’Ufficiale dello Stato civile Emilio Rossi. Un nome comune, a cui forse dovrei risalire per capire qualcosa di mio padre. Come se fosse una specie di emissario dei celesti: Emilio, dimmi, dove hai inviato mio padre? Chissà che vita ha vissuto Emilio Rossi, che vita vive: quel gesto minimo, quotidiano – sottolineato da timbro e firma – ha una influenza così terribile per tanti, ignoti. Infine, una vita è ridotta in cifra: la morte è registrata in un atto pubblico, con un numero, N. 253 Parte II Serie B anno 1989.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il certificato certifica che mio padre è morto davvero: non è asceso al cielo, non è scomparso, non è qualcuno che tornerà. Quando sei bambino, credi che la morte sia un accidente, qualcosa a cui puoi porre rimedio.</strong> Il certificato attesta che il padre muore come tutti, per i canoni statali ordinare è più importante che compatire, sistemare è necessario più che guardare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sul documento ci sono timbri e simboli. Dovrei congiungerli insieme alle date e conoscere una certa dote profetica in grado di decimare i destini. </strong>A Ortigia, qualche settimana fa, ho visto un uomo adornato con taled, bastone, kippah, camminava di sbieco, barbuto, sembrava mio padre e prefigurare il mio futuro, sembrava conoscere il luogo dove ha fatto tana Dio. Veronica Tomassini mi dice di conoscerlo e mi racconta una storia incredibile – e questo è un ulteriore schianto, come se tutto ciò che è muto urlasse.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Quest’anno ho fatto gli anni che aveva mio padre quando si è ucciso, quaranta. Ieri ho trovato il suo certificato di morte. Qualcosa vorrà dire: la morte del padre richiama il figlio alla vita, a una responsabilità, a mettere la benda di un compimento. Di pomeriggio, vado al mare. Il mare è pieno di meduse. Ovunque. Scie viola tramortiscono l’Adriatico. La spiaggia è piena ma nessuno si arrischia. Io vado. <strong>A bracciate, si tirano su le meduse, una mi si arrischia in faccia. Sono quasi tutte morte. Sfere trasparenti, dure, come le lacrime tumefatte di un angelo del perdono. Alcuni, con un secchiello e una rete, raccolgono le meduse. Le impilano, sulla riva, in una piramide agghiacciante. Ridono. In acqua la medusa ha una sua eleganza – fuori, sembra un occhio sbulbato. Una piramide di occhi tolti dalle orbite di demoni, balene, angeli, che adesso si aggirano ciechi</strong>, senza più memoria del bene e di cosa debba essere salvato e cosa incenerito.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Di sera vado a Messa all’Abbazia di Scolca, sulle colline di Rimini. L’abbazia era degli Olivetani, nel 1547 ospita il Vasari, che lì corregge le sue <em>Vite</em> e soprattutto dipinge una pala, <em>L’Adorazione dei Magi</em>, di enigmatico splendore. <strong>La Madonna, infatti, è seria, accerchiata da umani, tutti vogliono il Bambino, che gioca con la barba di uno, ne fanno pasto con gli occhi. Il Bambino è bianco, una maceria di luce, come il viso della madre, e lei se lo tiene al fianco, lo ripara: sa che tra gli adoranti e gli assassini la differenza è nell’inclinazione di un verbo.</strong> Il canto del coro mi tramortisce, l’abate è vestito come vuole la liturgia, è Pentecoste, lo Spirito ci mangia, fa massacro di lingue. L’abate ostenta una benedizione con il bastone, il canto non compie un esodo dal corpo, lo trasfigura, e penso che San Paolo sia il più grande scrittore di sempre – lo dirò meglio, un giorno. Ne capisco la tensione e l’amore per il simbolo: l’abate ha potere sulla vita e sulla morte, dice che la morte si vince, cosa c’è di più potente e terribile?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I segni vanno visti – dobbiamo accorgerci di tutto, come se avessimo una lince nel cervello – vanno accolti, ma non possiamo disporli in senso.</strong> Ogni interpretazione mi assolve, meglio narrare, illudersi di giacere in una storia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro documento è un foglio minuscolo, sta nel palmo di una mano, miniato dalla scrittura di mio padre, assira. Sono redatte le ore della Comunità monastica di Chiaravalle, dalla “levata” alle 4 e 10 al “riposo”, alle 21. C’è anche un numero di telefono, chissà a chi corrisponde. Morte reale e morte figurata, tempio e tomba, conversione e perversione, risurrezione e suicidio, tradimento e fedeltà, orazione e implorazione. I documenti dicono qualcosa di contraddittorio, di essenziale: più tardi mi dico che il punto non è cercare Dio, ma lasciarsi predare da Lui; <strong>è Dio che è alla cerca, alla caccia. Come diceva il mio caro frate Antonio, un maestro sconosciuto, è quando lasci tutto per Dio che frequenti il dubbio che non esista, è quando penetri nel monastero che inizia la lotta, il lungo latrato dell’attesa e dell’assenza. </strong>O crei, con la preghiera, un sentiero alla Sua marcia, che forse non percorrerà mai, oppure muori. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
<p style="text-align: justify;">*<em>In copertina: Tanzio da Varallo, “Davide con la testa di Golia”, 1623 ca.</em></p>
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		<title>In onore dei bambini eroi che hanno salvato i loro compagni dall’autobus dirottato e dato alle fiamme, una silloge di poesie di Roberto Bolaño per il figlio Lautaro</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Mar 2019 10:33:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nelle mie notti quiete sogno un mondo dove i bambini sono più intelligenti delle bambine (impossibile) e ci si stringe attorno alla poltrona per sentire un racconto letto ad alta voce. Il mondo che vedo negli anni che saranno non avrà bisogno di molte storie e allora la mia notte si fa meno tranquilla, non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Nelle mie notti quiete sogno un mondo dove i bambini sono più intelligenti delle bambine (impossibile) e ci si stringe attorno alla poltrona per sentire un racconto letto ad alta voce.</strong> Il mondo che vedo negli anni che saranno non avrà bisogno di molte storie e allora la mia notte si fa meno tranquilla, non posso più sognare romanzi per l’infanzia fitto di pirati e marinai della Corona. Eppure. Eppure c’è molta speranza. <strong>I bambini e le bambine sono già cresciuti, quando bloccano le stragi che vorrebbero portarli al macello,</strong> <strong>come una crociata degli infanti, dove il boia scorta tutti il massacro.</strong> I bambini si sono salvati anche questa volta, la crociata è fallita, il pullman è bruciato solo e vuoto sulla strada.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La mia notte inquieta non rivela più storie per l’infanzia perché già provvede lei col coraggio a trarre una vicenda dalla miseria<strong>. Tra gli autori che hanno scritto della crociata alla quale sottoponiamo i bambini ci sono Marcel Schwob (che amava Stevenson) e Roberto Bolaño (seguace di Stevenson).</strong> Schwob scrisse il libro culto del sud America: <em>La crociata degli infanti</em>. Stampa SE in Italia. Bolaño ha scritto <em>Amuleto</em>. E poi quattro poesie inedite in italiano, radunate in chiusura del suo quaderno <em>Università sconosciuta</em>. Sono dedicate al figlio Lautaro, eccole.</p>
<p><strong><em>Andrea Bianchi</em></strong></p>
<p>***</p>
<p><em>Lautaro, la nostra vicinanza</em></p>
<p>Giorno verrà quando non faremo<br />
tante cose insieme come capita oggi<br />
dormendo nelle braccia l’uno dell’altro<br />
rubandoci a vicenda le lenzuola senza imbarazzarci nemmeno per poco<br />
giocando coi piedi su e giù nell’ingresso<br />
della nostra casa in via Aurora<br />
questa piccola via incerta<br />
che senza dubbio porta all’infinità</p>
<p>*</p>
<p><em>Lautaro, i nostri incubi </em></p>
<p>A volte ti svegli urlando e lanci degli ugh<br />
a tua madre oppure a me con voce forte e chiara<br />
un timbro che solo un bambino su due possiede<br />
a volte i miei sogni sono pieni di urla nella città fantasma<br />
e facce perdute mi pongono domande<br />
alle quali non saprò mai come rispondere<br />
tu ti svegli e ti precipiti fuori dalla tua stanza<br />
e i tuoi passi semplici riecheggiano<br />
nella lunga notte dell’inverno europeo<br />
torno indietro sulla scena del crimine<br />
luoghi duri e luminosi<br />
a tal punto che quando mi sveglio sembra una bugia dover<br />
essere ancora vivo</p>
<p>*</p>
<p><em>Lautaro, le nostre ombre</em></p>
<p>Certi giorni imiti tutto e posso vederti<br />
ripetere i miei gesti<br />
le mie parole<br />
(tu, che non riesci a dire più di mamma e<br />
papà, sì e no)<br />
in uno strano gergo<br />
la lingua dei piccoli esseri<br />
dall’altro lato della cortina<br />
e a volte mi dimentico<br />
quale sia la mia ombra e quale sia<br />
la tua ombra<br />
chi contempla il ritratto degli Arnolfini<br />
chi accende la televisione</p>
<p>*</p>
<p><em>Lautaro, le sembianze di Leon</em></p>
<p>A giorni vedo sul tuo viso<br />
il viso di mio padre che, dicono,<br />
assomigliava a suo padre<br />
lo sguardo di Leon Bolaño appare nei tuoi<br />
occhi semichiusi<br />
soprattutto quando usciamo a camminare<br />
e la gente ti saluta con fare amichevole<br />
altre volte penso che non sia vero: quel mascellino<br />
da combattente, capelli biondo cenere,<br />
la tua predisposizione alla celebrazione e al caos sono solo le scintille<br />
luccicanti della mia nostalgia<br />
eppure tu ricordi lui: soprattutto<br />
in questi giorni di gennaio<br />
quando usciamo a camminare mano per mano<br />
nel mezzo di una luce fragile e persistente</p>
<p><strong><em>Roberto Bolaño </em></strong></p>
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		<title>“Ti ho amata con l’indifferenza che si cede a ciò che uccide”: il feuilleton della crudeltà di Brullo &#038; Tomassini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Jan 2019 07:23:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. Sul blog della Tomassini potete [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ti-ho-amata-con-lindifferenza-che-si-cede-a-cio-che-uccide-il-feuilleton-della-crudelta-di-brullo-tomassini/">“Ti ho amata con l’indifferenza che si cede a ciò che uccide”: il feuilleton della crudeltà di Brullo &#038; Tomassini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera; qui la risposta di Nathan. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. </em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Iasi, 14 marzo 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo è piccolo, giallo e con selvatica certezza sa che la poiana non fuggirà dalle sue mani – poi depone il rapace tra le gambe, il collo leggermente premuto dalle ginocchia, da cui sboccia il becco, come l’elsa di un’arma. <strong>La scena è strana: è come se l’uomo stesse imbottigliando la bestia, come se potesse distillarla in innumerevoli altre. La poiana non può muoversi e con una finezza femminile l’uomo, che ignora la codardia e il cinismo, estrae l’ago infilato nella giacca, il filo è sottile, di ferro.</strong> L’ago buca l’aria, appare e scompare come una lettera di fuoco, mentre l’uomo sigilla le palpebre della poiana, per sempre. Il rapace non si ribella – “tu pensi che così sia innocente?”, mi dice il tizio, mentre la bestia sbanda, sulle zampe ignare, nella stalla, con la stessa intraprendenza di un cucciolo d’uomo, fissata da altre poiane, nella vasta gabbia cilindrica, in mezzo all’aula. “Devono vedere cosa le accadrà, perché gli uomini sono stati creati da una menzogna, ma il resto del creato ha valore di verità”, dice, accennando agli uccelli, resi bellissimi dalla resa. <strong>Poi corre, afferra la poiana, esce dalla stalla e la pianura è sterminata tanto da accecarti, come una lastra di luce, e lancia la bestia nello stomaco dell’aria. La poiana vola, sterza, si alza – “scoprirà se ha un’anima, se è il frammento di una frase sgrammaticata”, dice.</strong> L’uomo ha i denti davanti spaccati, gli occhi blu, dice di essere stato un domenicano, poi ha capito che non puoi estrarre la trachea a Dio per farne un flauto o una cerbottana. “Ho cucito gli occhi dei cavalli”, mi dice, fiero. “Spaziano per la pianura con ritrovata eleganza – la cecità li esilia in una ferocia da dèi sconfitti – sembrano tigri, la carne li allieta”. Non ho accettato ospitalità in quell’allevamento dell’orrore – ma ho capito, Vera, che noi siamo così, poiane cieche, cavalli spaventati come tigri, uomini a cui hanno sigillato gli occhi, e che scoprono ere dentro di sé, una pianura che è linguaggio.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Di pomeriggio</em></p>
<p style="text-align: justify;">Preferisco i luoghi di confine perché si sono uccisi a torme, perfezionando una idea deforme di intimità, di fede. A Iasi si sentono ancora le urla degli impalati di cinque secoli fa, dei santoni che piegavano l’anatema biblico in macchina da guerra. <strong>Lungo il canale del Bahlui, dove il muschio sembra la Prima lettera di San Paolo ai Corinzi, l’inutilità della lingua degli angeli, ho imbiancato le distanze. Proprio perché sei l’ultima ti ho scelta – ma il tuo linguaggio eroso nel ricatto</strong>, quella patetica paternale sui perduti che obbliga chi ti ascolta a censire un miracolo, meraviglia il mio esilio. Smettila di fare la supplice – lascia che sia io il tuo supplizio.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche anno fa sono stato ospite di Henry de Montherlant, lo scrittore, a Parigi. Ha acquistato una carta celeste fabbricata in Mongolia, tessuta sulla pelle di un cavallo. <strong>Ne era affascinato perché i Mongoli raffigurano il cosmo come un labirinto concentrico, scintillante di stelle, al centro del quale, al posto del Minotauro, è assisa una tigre bianca, che chiamano <em>Khan</em>, il re. Dopo la morte, il compito dell’anima non è quello di eludere il labirinto né di conoscerne l’aritmia matematica, ma esaurirlo, affrontando la tigre bianca. </strong>L’anima che saprà dormire dentro il petto della tigre, dopo averlo squarciato, potrà patteggiare una pena favorevole per i propri parenti ancora in vita e plasmare per loro sogni arditi nella benevolenza. Di Montherlant ricordo la retorica, un censimento di rose e di coltelli, i capelli spettinati, la vestaglia, femminile, su cui era stampato uno sciacallo che vomitava sciami di stelle dalle narici, il corpo solido, ligneo. <strong>In sala, nudi, si aggiravano due ragazzini. “Non creda alla lussuria come a un elisir”, mi disse, “è un veleno – questa ventata di vigore mi uccide, un corpo nudo ha il nitore del fallimento”.</strong> Aveva 47 anni, chiudeva gli occhi, parlando.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Iasi, 15 marzo 1950 </em></p>
<p style="text-align: justify;">In un certo dialetto rumeno ‘Iasi’ significa ‘crisi’ – <strong>sai che ti ho amata con l’indifferenza che si concede a ciò che può ucciderci</strong> – quando fanno l’amore, gli uomini sono un mostro a quattro gambe, due teste e una bocca dai denti moltiplicati, un ideogramma che soltanto il tradito è in grado di capire.</p>
<p style="text-align: justify;">“Affila la tua crudeltà, devi esserne all’altezza” – e io le ho risposto, “non è il bene a essere crudele?”. Volto l’accusa a te: <strong>sai essere abbastanza crudele, sai abolirti nel bene? Dicono che nell’orda dei topi che gli rosicchiava le caviglie San Francesco scoprisse una esegesi evangelica.</strong> Ho passato il giorno in albergo a scrivere alle altre – per ora sono sei, un numero rotondo, solare. Alcuni uccelli sbattono contro le finestre della camera, si rialzano, volano, sbattono ancora, inferiori come mosche – forse si sta alterando la forza di gravità e tra poco le mie giunture lunari si squaglieranno. Una donna, poche ore fa, ha sfollato il piacere – dai suoi capelli ho cercato di trarre il futuro di questa città, di tramutare in fioritura la sua malattia. Sei donne, capisci? Se ne è andata con l’ambiguità di una poiana. <strong>A una ho scritto, “ho la disperazione dei privilegiati – che sono amati, ma cercano amore, ossessivamente, dove non c’è – per garantirsi un’aurea sintonia con il precipizio”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho avuto notizie di tuo padre – penso di incontrarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">La perversa pigrizia di questo luogo, cementificato in uno spazio astorico, escluso, mi dissangua, dissuade da ogni atto – potrei morire nel sonno. <strong>Il cielo, di notte, mi sembra così conosciuto da sembrarmi troppo poco – altre volte le costellazioni si scombinano, come un corpo sfracellato e pieno di dadi, e tutto è troppo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ti ucciderai inghiottendo queste lettere – lo sai, vero?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan  </em></p>
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		<title>“Le diverse morti di mio padre”: un racconto di Luca Doninelli</title>
		<link>https://www.pangea.news/le-diverse-morti-di-mio-padre-un-racconto-di-luca-doninelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Jan 2019 07:27:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il ricordo delle continue morti di mio padre sta distruggendo a poco a poco il mio sistema nervoso. La prima volta fu so­lenne, con grande strazio di tutti. Accadde durante le vacanze al mare. Come pesava la luce della lampadina, quella sera, sul Tirreno! L’ultimissima luce del giorno faceva bianche le nubi più alte e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/le-diverse-morti-di-mio-padre-un-racconto-di-luca-doninelli/">“Le diverse morti di mio padre”: un racconto di Luca Doninelli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il ricordo delle continue morti di mio padre sta distruggendo a poco a poco il mio sistema nervoso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La prima volta fu so­lenne, con grande strazio di tutti. Accadde durante le vacanze al mare.</strong> Come pesava la luce della lampadina, quella sera, sul Tirreno! L’ultimissima luce del giorno faceva bianche le nubi più alte e le scie degli aero­plani, ma i fichi d’India erano neri, lì, davanti all’in­gresso, appena dopo il ghiaino.</p>
<p style="text-align: justify;">In casa c’era una luce gialla e cattiva. Papà stava male, ma­lissimo. <em>È come se questa luce elet­trica </em>disse<em> mi ca­desse come olio nella bocca e nel naso, impedendomi di respirare</em>. E il suo respiro si fece, in effetti, sempre più faticato, finché, sotto gli occhi di tutti noi (anche i nostri sgu­ardi, forse, lo soffocarono), morì. Qualcuno di noi uscì allora in bi­cicletta, lasciando lacrime e fazzoletti, ac­cettando che l’aria, ora fresca, gli a­sciugasse le sue, mentre la pelle gli rabbrividiva sotto la maglietta. La discesa lo in­ghiottiva, buia come un labbro socchiuso. Sopra il baffo, gli aerei continuavano a lasciare tracce bian­che, in quel cele­ste che indugiava.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tornarono in due, lui e il prete, che pianse anch’egli a lungo, perché era molto amico di mio padre. Dico “era”, perché dopo quella sua prima morte, mio padre ha lasciato tutte le ami­cizie.</strong> Ma il funerale fu in ogni caso uno spettacolo, con il corteo che si sbriciolava lungo il cammina­mento di marmo bianco e rosso che seguitando la costa saliva fino alla chiesetta erta a picco tra i due golfi. Era una giornata tersa; l’aspro, splendido mese di giugno lasciava lì le sue orme inconfondibili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giorni lontani. Il dolore si alzava puro, aveva lo stesso colore di quel cielo e non sembrava conoscere ostacoli. Ora è ben diverso. Le continue morti di mio padre divennero causa, per tutta la famiglia, di pro­fondo disagio e, per dirla tutta, di molte seccature, che hanno finito col manomettere i rapporti fra noi. </strong>Sicuramente, la colpa è della distrazione di mio pa­dre, che non riuscì mai, nonostante gli spergiuri e l’im­pegno, ad attenersi alle mille regole indispen­sabili affinché la morte non si ripeta. Avrebbe do­vuto starsene immobile, invece voleva agire, agire, accidenti a lui, e così pressoché ogni azione lo condu­ceva alla morte.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La prima volta fu qu­ando, appena tornati dalle vacanze, mentre ancora le valigie erano da disfare, lui volle coricarsi per il son­nellino pome­ridiano.</strong> Quando andai da lui con il caffè, vidi la sua faccia orribilmente gonfia, la bocca se­miaperta, e mia madre che camminava su e giù per la stanza, furi­bonda.</p>
<p style="text-align: justify;">Cos’era successo? Mio padre era morto di nuovo, molto stupidamente, cercando di sollevare una valigia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un’altra volta morì – ce lo spiegò lui stesso, con un filo di voce – perché, col caldo che fa­ceva, non aveva resistito alla tentazione di andare al frigorifero e servirsi un bicchiere di latte freddo.</strong> Quella volta, quando accadde, mi tro­vavo fuori casa, credo ad amoreggiare con una ragazza che non amavo (strano: più mio padre moriva, e più sentivo il bisogno di perdermi in amori di poco conto).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Rientrato, vidi mia madre che parlava con una vicina. È inammis­sibile, ripeteva, alla sua età, con due lau­ree: basta che giri il capo, e subito lui mi muore come un bam­bino, peggio di un bambino. </strong><em>Sono uscita cinque mi­nuti, dico cinque minuti, e quando torno, non lo trovo già morto?</em> Mio nonno, padre di mio pa­dre, dava ragione a mia madre, ma insieme com­mise­rava il povero figlio con sospiri e tentennamenti del capo. Poi la porta di cucina, dove ci trovavamo, si aprì, e la più lesta a volgersi fu proprio mia madre, che era quasi trasalita, come se avesse paura di essere ascoltata. E l’aveva, infatti, perché si sentiva in colpa, in fondo stava sparlando del marito.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma chi entrava in quel momento? Proprio mio padre, il volto tumefatto, il passo strascicato, le lacrime affioranti agli occhi. La vicina, che si trovava presso la porta, si affrettò a cedergli la sua sedia. <em>Diglielo tu</em>, disse mia madre, ri­sentita, con gli occhi carichi di pena, <em>diglielo tu cos’è successo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ero venuto qui solo per bere un po’ d’acqua, </em>piagnu­colò mio padre per giustificarsi. <em>L’acqua o il latte?</em> intervenne mia madre, dura. <em>Il latte, sì, va be’, il latte</em> disse lui, quasi senza fiato. <em>Volevo servirmene un piccolo bicchiere</em>, sì, disse “servirmene”, questa parola mi colpì molto, mio padre si concedeva queste piccole irregolarità. Come quando, definitivamente scomparso, mi capitò in sogno, e alla mia domanda su dove fosse ora, come si trovasse, se avesse biso­gno di qualcosa, rispose con una sola parola: <em>inargu­sibile</em>, ossia che “non si poteva arguire”.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non voglio parlare, qui, delle altre sue morti, sette in tutto, alle quali ci abituammo tutti ben pre­sto, anche se ogni volta, dietro l’ira, dietro il dispetto per il nuovo misero particolare trascurato (erano sempre, come si vede, i particolari trascurati a con­durre alla morte), c’era il solito dolore, il solito pe­nare.</strong> Mentre mio padre, come detto, tralasciava tutte le vecchie amicizie, fino a non riconoscere più i suoi amici, anche quando venivano a trovarlo, il resto della famiglia riallacciò alcuni vecchi rapporti, soprattutto con i parenti di mia madre, che vivevano dispersi in Toscana. A parte un paio di zii che abita­vano a Firenze, non conoscevo nessuno di loro. Alcuni avevano dei poderi nella campagna, e di due di essi &#8211; uno in Mugello, vicino Borgo san Lorenzo, e uno a Monte Spèrtoli – fummo anche ospiti per qual­che settimana. Vidi allora per la prima volta i con­tadini, li vidi dietro i buoi, su per le viottole, col ra­strello in spalla, li vidi erpicare e potare, li vidi mangiare pane e salame e bere vino. Vidi il sole le­varsi, africano, sopra rotonde, rosse colline, e pro­vavo un forte, ingiusto moto di vergogna di fronte ai toni crudi delle conversazioni, al tramonto, sulle porte, i volti tutti neri per l’ombra calata definitiva­mente, le mani grosse. Le sedie venivano poste in circolo, aria fresca fuggiva da dietro le tende delle case. Si avvertiva meglio che a casa il gran <em>penare</em> di quella gente, la fatica che costava loro la vita. Quando, però, c’era da ridere, si rideva, anche senza garbo, e le battute salaci non si risparmiavano. Se scoppiava una polemica tra un marito e una moglie, non si avevano riguardi a toccare, come se nulla fosse, gli argomenti più scabrosi, a nominare le parti anatomiche meno propense ad essere esibite, fos­s’anche soltanto nel linguaggio. Ma loro non se ne cu­ravano, e alla fine tutta questa crudezza fece bene anche a noi. Mio padre era ormai allo stremo, e ascoltava i loro discorsi senza dire mai niente, sem­pre con lo stesso sorriso di ebete benevolenza incol­lato alle labbra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Caro papà! Io ti amo ancora, sai? Più e, credo, meglio di prima. Sei scomparso d’un tratto, d’un tratto hai smesso di morire, e ti sei ritirato compostamente, senza più accampare nemmeno la pretesa di un ri­cordo. Perché è così che va il mondo: la dimenticanza ferisce fin dentro il vivo del dolore.</strong> <strong>Fu, comunque, dopo di allora che nacque in me l’amore per la lette­ratura, e mi scoprii scrittore.</strong> Fu leggendo l’<em>Amleto</em> e riconoscendo in quel birbone di padre un baldo an­tenato del mio, anch’egli abituato a morire e morire più volte. E fu leggendo gli <em>Ossi di seppia</em>, nel primo distico di una vecchia poesia, che dice <em>Meriggiare pallido e assorto/ presso un rovente muro d’orto</em>, allorché mi avvidi della presenza che l’astuto poeta cer­cava di nascondere. Solo il volto dei defunti, infatti, è <em>pallido e assorto</em>, soprattutto a mezzogiorno, quando nulla di ciò che vive sopporta di essere così. Senza contare la rima, che richiama naturalmente il mal celato <em>morto</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Da allora diventai, mio malgrado, scrittore, e tutto il mondo assunse in me, senza la minima necessità, la forma di un grande romanzo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In origine “Le diverse morti di mio padre” è stato pubblicato su “Nuovi Argomenti”, Gennaio-Marzo 1994, n.49, pp.21-23</em></p>
<p>**<em>In copertina: Hans Holbein il Giovane, &#8220;Il corpo di Cristo morto nella tomba&#8221;, 1521, Kunstmuseum, Basilea, particolare</em></p>
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		<title>I buoni propositi per il 2019 ce li detta Dostoevskij: ponetevi le domande irragionevoli, le domande senza senso, con la stessa imperiale impetuosità dei Karamazov</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Dec 2018 06:44:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La letteratura si agglutina nel fango, è aggiogata al fango. Secondo alcuni, la storia della letteratura occidentale prende una svolta quando Fëdor Dostoevskij descrive il cadavere dello starec Zosima, in odore di santità, che puzza, che scandalo; secondo altri è quando Dostoevskij ribadisce quella catatonica verità, “perché siamo tutti colpevoli per tutti gli altri”, che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La letteratura si agglutina nel fango, è aggiogata al fango.</strong> Secondo alcuni, la storia della letteratura occidentale prende una svolta quando Fëdor Dostoevskij descrive il cadavere dello <em>starec</em> Zosima, in odore di santità, che puzza, che scandalo; secondo altri è quando Dostoevskij ribadisce quella catatonica verità, “perché siamo tutti colpevoli per tutti gli altri”, che si sancisce l’impeto morale di una letteratura nuova, ulteriore, altra. Per tutti, ad ogni modo, <em>I fratelli Karamazov </em>sono l’opera con cui bisogna confrontarsi, sono l’opera da vivere prima che da leggere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Libro nono, capitolo otto.</strong> In quel luogo dei ‘Karamazov’ accade qualcosa che non smette di uncinarmi – è qualcosa di semplice – di dichiarato – di disperatamente ultimo. Ognuno s’arrampica ai ‘Karamazov’ come può – io parto da lì, dal sogno di Dmitrij Karamazov, durante il processo in cui deve rispondere all’accusa di essere l’omicida del padre. In forma preliminare, di danza: mi sembra emblematico che Dostoevskij, lo scrittore ‘realista’, penetri nella pasta onirica, s’ingolfi nel sogno per dire le cose definitive – leggete, almeno, <em>Il sogno di un uomo ridicolo. </em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La quinta.</strong> Il sogno avviene in una “steppa”, in una scenografia canonicamente russa, “era l’inizio di novembre, e la neve cadeva in grossi fiocchi umidi”. Fa freddo e Dmitrij è su un carro. Il freddo è la condizione esistenziale permanente. Il carro va veloce e passa di fianco a un “villaggio per metà bruciato”. Ai confini del villaggio, “delle contadine… un’intera schiera, tutte magre, emaciate, con i visi scuri”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una natività dostoevskijana. </strong>Nella corsa affannosa lungo la steppa, attraversando il villaggio bruciato, Dmitrij è frenato da “una donna ossuta e alta, che dimostrava quarant’anni, ma poteva averne venti, con il viso magro, che teneva fra le braccia un bimbo in lacrime: evidentemente il suo seno non aveva più latte e il bambino piangeva, piangeva, mulinava le braccia nude, con i pugni illividiti dal freddo”. Questa donna è lo zenit del sogno, colei che morde il cuore di Dmitrij, che lo mangia. La mamma con il bambino è una immagine cristica – ricordiamo come Vasilij Grossman ha descritto la <em>Madonna sistina </em>di Raffaello – è una immagine devota, qui ribaltata, però. Gli uomini pregano davanti alla Mamma con il Bambino – qui la mamma non ha la forza di implorare aiuto e il suo bambino piange. Il bambino di questa donna non morirà per redimere le colpe dell’uomo, morirà e basta, come il più solo e incolpevole degli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La creatura. </strong>Uno dei momenti letterari e significativi più alti dei ‘Karamazov’ accade quando Dmitrij chiede al conducente che guida il carro “perché piangono?”. Il conducente risponde, “la creatura, la creatura piange”. Dmitrij, cioè Mitja, nel diminutivo, è sorpreso da questo modo di dire, <em>creatura</em>. “Restò colpito dal fatto che egli l’avesse chiamato a modo suo, alla contadina: ‘creatura’ e non bambino. <strong>E gli piacque che il contadino avesse detto ‘creatura’: era come se in quella parola si racchiudesse una compassione più intensa”.</strong> Il dettaglio narrativo – dire ‘creatura’ al posto di ‘bambino’, mimando il gergo dei contadini – amplifica quello significativo: <em>creatura</em> ci fa percepire che in quell’istante, a soffrire, non è una donna singola con il suo singolare bambino; è l’intera umanità, la ‘creatura’, a soffrire.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il ritmo. </strong>Già ora, chi legge, percepisce il ritmo narrativo imposto da Dostoevskij: la scrittura corre come il calesse su cui è accucciato, nel sogno, Mitja. Le frasi si decompongono, come le ruote che fendono le strade ricoperte di neve, la scrittura è svelta, vibra, precipita, alla ricerca del senso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La risposta ‘normale’. </strong>Mitja, Dmitrij, è ossessionato e continua a chiedere al conducente “perché piangono?, perché piange?, perché è così?”. Il conducente dà a Mitja una risposta ovvia, razionale, “è povera gente, la casa è bruciata, non hanno di che mangiare”. Insomma, sono poveri come tanti poveri, sono gli sfortunati, quelli ce vediamo ovunque, nel sottobosco cittadino – anche noi, in fondo, abbiamo la nostra quote ingiusta di sfortuna – a noi non resta che correre oltre, andare, chi si cura degli altri è perduto, è idiota. Ma Mitja, nonostante il carro corra a precipizio, non va oltre, si blocca, capisce che quel dolore particolare è il dolore assoluto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sfidare l’impossibile è un carisma narrativo. </strong> L’ultima parte del sogno si perde nel grumo di domande deliranti di Mitja, drogate – “perché quella gente è povera? Perché è povera la creatura? Perché la steppa è desolata? Perché non si abbracciano, non cantano di gioia, perché la miseria li abbrutisce? Perché non danno da mangiare a quel bambino?”. Mitja non si dà pace: quel singolo episodio di dolore – quella maternità annerita dalla fame, dalla miseria – è stato uno shock, gli ha fatto scoprire che il mondo soffre. <strong>“E avvertiva che stava crescendo nel suo cuore un senso di pietà che non aveva mai provato prima, che aveva voglia di piangere, che voleva fare qualcosa per tutti, affinché quel bambino non piangesse più, e non piangesse più quella madre dal viso nero e dal seno secco, affinché da ora non esistessero più lacrime per nessuno, e voleva fare tutto questo all’istante, ora, immediatamente, al di là di tutti gli ostacoli, con tutta l’impetuosità dei Karamazov”.</strong> Eccola, la fiamma narrativa! “L’impetuosità dei Karamazov” si fa evidente, fiammante, in due modi: l’impetuosa passione verso la vita – che ha come estremo la dissipazione, la stessa dissipazione nell’amore per le prostitute e per il gioco d’azzardo di Mitja – e l’impetuosa compassione verso le creature – che sfocia in questo amore ingenuo, irrimediabile, fino alle lacrime. Senza quella cerniera finale, che lega l’orazione possente alla storia del romanzo, innervata sulla genia dei Karamazov, Dostoevskij sarebbe un mirabile predicatore, ma non un geniale romanziere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le domande illogiche sono le uniche logicamente sane. </strong>Il sogno termina così, sull’impetuosità dei Karamazov, sul proposito, impossibile, lo sappiamo – ma si vive per sentire il sapore dell’impossibile –, di sanare il male dal mondo, dall’uomo. <strong>Poco prima, riguardo al rosario di <em>perché? </em>detonati da Mitja, l’uomo che non arretra di fronte al dolore, che non si dà pace finché l’uomo soffre, Dostoevskij scrive una frase che è come un amuleto: “ed egli sentiva che sebbene le sue domande fossero irragionevoli e prive di senso, tuttavia desiderava proprio porre quelle domande e porle proprio in quel modo”.</strong> Nell’epoca in cui tutti pensano di poter rispondere a ogni richiesta, nell’epoca della domanda-risposta meccanizzata – digito un tasto e la macchina risponde –, le uniche domande degne di nota, pregne di valore, sono quelle irragionevoli, quelle prive di senso, perciò sensibili alla natura inquieta dell’uomo. La domanda che porta in sé la risposta è foriera di morte, non si pone in rapporto con l’eterno, non risuona nei millenni: è per essersi posto domande ancora irrisolte che l’essere umano è tale. L’uomo esiste perché raggiunge l’irragionevole, perché si assopisce nell’impossibile: il problema non è estirpare il male, ma porsi con incessante tensione la domanda intorno al male. (d.b.)</p>
<p>*<em>In copertina, Vladimir I. Dal&#8217; secondo Vasilij G. Perov, 1872</em></p>
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		<title>Il mito di Tolkien è merito del figlio Christopher. Storia della suprema dedizione (e della fine di un’era)</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Dec 2018 03:28:02 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il principio, alla fine. Il 2 marzo 1916 J.R.R. Tolkien, sul fronte della Somme, Francia, scrive alla futura moglie – l’avrebbe sposata due settimane dopo – Edith Mary Bratt: <strong>“In questo triste pomeriggio piovigginoso, ho letto vecchi appunti di lezioni militari – ed ero già stufo dopo un’ora e mezza. Ho apportato dei ritocchi alla lingua delle fate che ho inventato, per migliorarla. </strong>Spesso mi viene voglia di lavorarci ma me lo proibisco perché, anche se mi piace tanto, mi sembra un’occupazione così pazza!”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Durante la Grande Guerra, Tolkien perfeziona la sua “lingua delle fate” – ovvero: degli elfi. <strong>Si vince l’orrore con un surplus di fantasia, si spaventa la paura inventando mondi fantastici. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Un secolo fa, nel 1917, Tolkien abbozza <em>The Fall of Gondolin</em>, pubblicato quest’anno per la cura di Christopher Tolkien – in Italia stampa Bompiani – la scia primordiale della Terra di Mezzo. “La prima stesura della ‘Caduta di Gondolin’ fu iniziata durante la Grande Guerra, l’ultima, incompleta, è del 1951… Nel 1975 Christopher Tolkien abbandonò la borsa al New College di Oxford per occuparsi dell’eredità dell’opera leggendaria del padre. La prospettiva sembrava scoraggiante. Il cinquantenne medievalista si trovò davanti a 70 scatole di lavori inediti. Migliaia di pagine annotate, di frammenti narrativi, di poesie, alcune lavori erano scarabocchiati a matita, la prima storia era redatta su un quaderno delle scuole superiori… <strong>Nel 1977 Christopher si è preso la responsabilità di ricostruire <em>Il Silmarillion</em>. Poi si è occupato del resto. <em>The Fall of Gondolin </em>è il venticinquesimo libro postumo che Christopher Tolkien ha tratto dagli archivi di suo padre. Ora, dopo più di quarant’anni di lavoro, all’età di 94 anni, Christopher Tolkien ha posato la penna da editor, ha compiuto un silenzioso, capitale lavoro per precisare la visione del padre.</strong> L’ultimo atto pubblico di un gentiluomo e di uno studioso, l’ultimo membro degli Inklings. È la fine di un’era”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Fa bene a usare un tono epico, Hannah Long, dalle colonne di <em>The Weekly Standard</em>, per raccontare la storia di Cristopher Tolkien, <em><a href="https://www.weeklystandard.com/hannah-long/christopher-tolkien-and-the-legacy-of-his-father-j-r-r-tolkien-the-steward-of-middle-earth" target="_blank" rel="noopener">The Steward of Middle-earth</a>. </em>C’è dell’epica, infatti, nella costruzione di un mondo fantastico complesso dal salotto di una casa inglese, <strong>evocare storie intorno al fuoco, ricordando le oscurità della guerra, incuneando una goccia di luce in quell’orrore che è l’umanità.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-64357 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/tolkien-gondolin-214x300.jpg" alt="tolkien gondolin" width="131" height="184" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolkien-gondolin-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolkien-gondolin-768x1075.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolkien-gondolin-731x1024.jpg 731w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolkien-gondolin-600x840.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolkien-gondolin.jpg 1000w" sizes="(max-width: 131px) 100vw, 131px" />Mi sorprendono due cose. La prima riguarda la paternità. <strong>Christopher vive per realizzare l’eredità del padre. C’è un gesto sacro in questo – e anche una obbedienza innaturale. Tolkien, infatti, è uno scrittore sostanzialmente postumo: </strong>in vita pubblica le opere decisive – <em>Lo Hobbit </em>e <em>Il Signore degli Anelli – </em>ma tutto il resto – libri compiuti, presunti, desunti che perfezionano, precisano e amplificano il mondo della Terra di Mezzo e la nostra conoscenza di Tolkien – viene dopo la morte del creatore. Insomma: J.R.R. Tolkien, in fondo, è opera di Christopher Tolkien. <strong>Il figlio ha creato il padre, J.R.R. è il dio e Christopher il suo profeta: è mai esistita fedeltà più profonda, proficua, agghiacciante?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Christopher è il terzo figlio di J.R.R., il più giovane, nasce nel 1924, “ma <strong>già a cinque anni comincia a ‘editare’ le storie del padre, mentre le ascolta, prima di andare a dormire. Quelle storie, costituiranno l’ossatura dello <em>Hobbit</em>”</strong> (Long). Come si sa, è Christopher a disegnare le mappe della Terra di Mezzo, “a 21 anni era il più giovane tra gli Inklings – e l’unico sopravvissuto… quando si incontravano all’Eagle and Child Pub di Oxford o nello studio di Lewis al Magdalen College, Christopher veniva reclutato per leggere le storie di suo padre. Il gruppo riteneva che la sua voce fosse più chiara, la sua recitazione fosse un talento rispetto ai sommessi borbottii del padre” (Long).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Questa dedizione allucinata, come se il figlio fosse l’elfo del padre – <strong>è grazie a quella devozione, anche, che Tolkien è diventato il grande forgiatore del nostro immaginario – chi non ha sognato una vita da Aragorn? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro aspetto che mi affascina è la guerra. <strong>La Terra di Mezzo nasce nel bel mezzo del conflitto mondiale. La scrittura del <em>Signore degli Anelli </em>attraversa la Seconda guerra. In quegli anni oscuri, J.R.R. scrive spesso al figlio Christopher, arruolato dal 1943 nella Royal Air Force.</strong> Il padre chiede consigli al figlio riguardo alla sua opera. Ovviamente, però, c’è di più: il mondo ‘parallelo’ non è una fuga da questo mondo, ma un modo lampeggiante per rivelarne l’assurdità e la gloria.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Da una lettera del 23-25 settembre 1944 al figlio Christopher (in J.R.R. Tolkien, <em>La realtà in trasparenza. Lettere 1914-1973, </em>Rusconi, 1990): “Gli inglesi si gloriano, o si gloriavano, di essere ‘sportivi’ (che voleva anche dire ‘riconoscere i meriti dell’avversario’)… ma è irritante vedere la stampa che si abbassa come faceva Goebbels, strillando che ogni comandante tedesco che resiste in una situazione disperata (quando è necessario strategicamente) è un ubriacone e stupido fanatico. Non riesco a vedere differenze fra il nostro stile popolare e i decantati ‘idioti militari’. <strong>Sapevamo che Hitler, oltre ad altri difetti, era un piccolo furfante volgare e ignorante; ma sembra che ce ne siano molti altri che non parlano tedesco e che, nelle stesse circostanze, mostrerebbero di avere molte delle altre caratteristiche di Hitler.</strong> C’era un solenne articolo nel giornale locale che teorizzava in tutta serietà lo sterminio sistematico dell’intera nazione tedesca come unico giusto modo di comportarsi dopo una vittoria in guerra: perché sono serpenti a sonagli e non conoscono la differenza tra bene e male! <strong>I tedeschi hanno lo stesso diritto di definire polacchi ed ebrei veri da schiacciare, creature subumane, quanto noi di definire così i tedeschi: e cioè nessun diritto, qualunque cosa abbiano fatto”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Qui c’è l’insegnamento profondo di Tolkien, penso, spesso visto come un autore ‘manicheo’ – bene di qui, male di là. Posto che il male non è giustificabile, non possiamo giudicare chi fa il male perché anche noi siamo imparentati con il malvagio. <strong>Di tutti gli uomini è quella mancanza che si chiama colpa; in tutti gli uomini arde – glaciale o perentoria – la fiamma del bene; i veri uomini, al di là del bene e del male, amano. </strong>(d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>“Mi hanno rubato Kafka”: la storia del processo ai manoscritti perduti di Joseph K.</title>
		<link>https://www.pangea.news/mi-hanno-rubato-kafka-la-storia-del-processo-ai-manoscritti-perduti-di-joseph-k/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Dec 2018 05:22:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Si chiamava come la prima donna, Eva, e dal 2016 andava in giro con due sacchi di plastica pieni di documenti, rasandosi il cranio, continuamente. Le avevano sottratto la cosa più cara, diceva, maledicendo il caldo di Tel Aviv e il cinismo di Israele, lei, ebrea figlia di immigrati cechi. Le avevano rubato, diceva, Franz [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Si chiamava come la prima donna, Eva, e dal 2016 andava in giro con due sacchi di plastica pieni di documenti, rasandosi il cranio, continuamente.</strong> Le avevano sottratto la cosa più cara, diceva, maledicendo il caldo di Tel Aviv e il cinismo di Israele, lei, ebrea figlia di immigrati cechi. Le avevano rubato, diceva, Franz Kafka. Questa è una storia di reiterati tradimenti, una storia d’amore, d’amicizia, di spionaggio. <strong>Riguarda lo scrittore più grande del Novecento, che come un virus invade le vite, aliena gli uomini;</strong> l’ha raccontata Benjamin Balint in un libro terribilmente avvincente, <a href="http://www.thedeborahharrisagency.com/book-page/223/kafkas-last-trial" target="_blank" rel="noopener"><em>Kafka’s Last Trial </em></a>(W.W. Norton &amp; Company 2018, pagg. 288, $26.95). Tutto inizia nel 1924. Franz Kafka muore e impone all’amico intimo, Max Brod, suo esecutore testamentario, di bruciare i propri documenti privati, le lettere, i diari, i racconti incompiuti. Brod, come si sa, non adempie le volontà dell’amico, al contrario, “pubblica <em>tutto</em>, senza discernimento”, come scrive Milan Kundera ne <em>I testamenti traditi. <img decoding="async" class=" wp-image-64242 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/kafka-libro-200x300.jpg" alt="kafka" width="127" height="191" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/kafka-libro-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/kafka-libro.jpg 333w" sizes="(max-width: 127px) 100vw, 127px" /></em>Questo è il primo di innumerevoli tradimenti, in una fiera di traditori. <strong>Nel 1939 Brod fugge dall’Europa nazista, sbarca a Tel Aviv. Lì, un anno dopo, incontra Ilse Hoffe, che convince a farsi chiamare all’ebraica, Esther. Esther diventa la sua segretaria, il suo factotum, probabilmente la sua amante. </strong>Esther Hoffe ha marito, Otto, e due figlie, Eva e Ruth, è radiosa e capace, e nei manoscritti di Kafka, che ribatte a macchina, ritrova il passato perduto. Alla morte di Brod, cinquant’anni fa, è Esther a incamerare i preziosi manoscritti, contravvenendo ai desideri del proprio mentore, che avrebbe voluto destinarli alla National Library of Israel. <strong>Esther custodisce ossessivamente i documenti, riuscendo, tuttavia, a vendere nel 1974 alcune lettere di Kafka a un compratore tedesco e soprattutto, nel 1988, il manoscritto del <em>Processo</em>, passato all’asta e acquistato, per una cifra milionaria, dall’archivio letterario tedesco di Marbach. Esther muore nel 2007, a 101 anni, lasciando i documenti di Kafka in eredità alle figlie:</strong> è in questo istante che la National Library of Israel e l’archivio tedesco accampano pretese sul lascito. <strong>Nel 2016 il tribunale israeliano cede i manoscritti, spariti tra un caveau a Tel Aviv e uno a Zurigo, alla National Library. Si tratta di documenti, va da sé, importantissimi per lo storico della letteratura:</strong> un inventario ancora incompleto censisce migliaia di lettera – tra cui quelle di Dora Diamant, l’ultima amante di Kafka – i manoscritti di molti racconti di Kafka e un nugolo di disegni. <strong>Dal 2016 Eva Hoffe, tramutatasi in una specie di Joseph K., ha preso a radersi i capelli, “come se dovesse espiare un debito contratto con i morti”, mi dice Balint. </strong>La sorella, Ruth, era morta nel 2012. “Si vede soltanto il vuoto… insopportabile la convivenza con chicchessia… infinito rigirarsi ad occhi chiusi, offerto a un qualunque sguardo sincero”, scrive Kafka, esattamente un secolo prima, nel 1916, nei diari che avrebbero dovuto andare al rogo. Quattro mesi fa, il 4 agosto, Eva Hoffe è morta, a 84 anni. Quasi che Kafka fosse una malattia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella storia dei manoscritti di Kafka torna reiteratamente la parola ‘tradimento’: Max Brod tradisce le intenzioni di Kafka, che voleva bruciare i suoi testi privati; Esther Hoffe tradisce le volontà di Max Brod, che voleva consegnare i documenti kafkiani alla Biblioteca nazionale d’Israele; Esther Hoffe, probabilmente, tradisce il marito per diventare l’amante di Brod. Chi è che ha tradito di più in questa vicenda? D’altronde, è grazie a questa serie di tradimenti che riusciamo a penetrare nella verità del lavoro di Kafka…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Probabilmente ha ragione nell’identificare nel tradimento il tema che attraversa l’intera storia. <strong>Brod giustifica il tradimento dalle ultime volontà di Kafka appellandosi a una doppia fedeltà, più alta: verso la letteratura e verso gli autentici desideri di Kafka. </strong>Aggiungo che tradendo i desideri di Kafka, Brod ha salvato doppiamente la sua eredità: dalla distruzione fisica e dall’oscurità postuma. La fama di Kafka – “l’amara ricompensa di chi fu in anticipo sui tempi”, secondo Hannah Arendt – è merito di Brod. Senza Giuda, è stato detto, non ci sarebbe crocefissione; senza Brod non ci sarebbe Kafka. Milan Kundera insiste sul fatto che Brod abbia tradito l’amico pubblicando le opere incompiute e i diari di Kafka, la lettera al padre, mai consegnata, e le sue lettere d’amore. Con questa indiscrezione, scrive Kundera, Brod ha creato “il modello per la disobbedienza nei riguardi degli amici morti; un precedente giudiziario per aggirare le ultime volontà dell’autore”. Ma se Brod avesse obbedito all’ultimo desiderio dell’autore, consegnando alle fiamme i suoi manoscritti, la maggior parte degli scritti di Kafka sarebbe andata perduta. <strong>Il nostro Kafka è un dono della disobbedienza di Brod. Continuando su questo tema: l’avvocato della National Library of Israel, Meir Heller, sostiene che Brod abbia lasciato i documenti di Kafka a Esther Hoffe come esecutore e non come beneficiario. </strong>I manoscritti non sono mai stati una sua proprietà, e lei non avrebbe potuto passarli alle figlie, Eva e Ruth. Esther Hoffe ha tradito la volontà di Brod, dice Heller, proprio come Brod ha tradito quella di Kafka.</p>
<p><figure id="attachment_64243" aria-describedby="caption-attachment-64243" style="width: 149px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-64243" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/1018316866-209x300.jpg" alt="kafka" width="149" height="214" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/1018316866-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/1018316866-768x1102.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/1018316866-714x1024.jpg 714w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/1018316866-600x861.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/1018316866.jpg 1104w" sizes="(max-width: 149px) 100vw, 149px" /><figcaption id="caption-attachment-64243" class="wp-caption-text">Max Brod con Esther Hoffe</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che tipo di donna era Esther Hoffe?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Esther (Ilse) Hoffe è stata prima di tutto una donna segnata dall’esperienza dell’esilio. Nata nel 1906 a Opava (Troppau, in tedesco), la capitale della Slesia ceca, all’inizio del 1940 lei, il marito e le figlie fuggono in Germania e poi in Francia. In Francia il marito, Otto, fu detenuto in un campo di internamento fuori Parigi. Eva e Ruth trovarono rifugio a Villard-de-Lans, una città vicina a Grenoble. <strong>Per diversi mesi, Esther fece la spola tra un luogo e l’altro, disperata, per proteggere le figlie e tentare di liberare il marito. Infine, con l’aiuto di parenti negli Stati Uniti, ruscì a ottenere i documenti necessari al viaggio verso la Palestina.</strong> Eva mi ha detto che la madre, radiosa in pubblico, spargeva sorrisi intorno a sé: “Se dovesse entrare in questo bar, tutti si girerebbero verso di lei”, diceva. Sopportò in privato il dolore degli sfollati. Eva ricorda che la madre prendeva a pugni i muri del loro appartamento a Tel Aviv, come se potessero assorbire il suo dolore. Quando lei e Otto incontrarono Max Brod, i tre rifugiati riconobbero, uno nell’altro, ciò che nel nuovo ambiente non trovavano. “I miei genitori e Max non erano israeliani”, ricordava Eva. “Non capivano la cultura israeliana. Il loro modo di pensare era internazionalista”. <strong>Fu su suggerimento di Brod che Ilse Hoffe prese il nome ebraico Esther, e fu su sua richiesta che Esther accettò di aiutarlo a trascrivere e ad organizzare i documenti che aveva salvato dalla città natale nella sua valigia. Brod era certo che lei potesse capire che quei manoscritti erano una corda in grado di intrecciare il presente al passato, alla vita precedente.</strong> Ogni mattina, Esther Hoffe si recava nel suo appartamento in HaYarden Street, a due isolati dalla spiaggia. Arrivava con una brioche nel sacchetto e scaldava il samovar prima di andare via, nel pomeriggio. Visto che cominciava ad avere difficoltà a sentire, Brod si affidava a Esther perché gli ripetesse le cose che non riusciva a capire al telefono. <strong>Nel suo libro di memorie, Brod chiama Esther “il mio socio creativo, il mio critico più severo, il mio compagno e alleato”, verso il quale si sentiva “infinitamente in debito”.</strong> Secondo Shin Shalom, un suo amico, Brod diceva che Esther era esplosa nella sua vita “come un angelo salvatore”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi dica qualcosa sulle figlie di Esther, Eva e Ruth: che tipo di carattere hanno, come hanno affrontato la corte israeliana?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non ho mai incontrato Ruth, ma forse posso darle una idea di Eva. Nell’umidità opprimente di un pomeriggio di mezza estate, a Tel Aviv, io e Eva camminavamo lungo Dubnow Street. Lei indossava una maglietta vivace, con una immagine di Marilyn Monroe, e una gonna larga, drappeggiata. Aveva con sé tre sacchetti di plastica, con fotografie e documenti che voleva mostrarmi, compreso il suo certificato di nascita e il passaporto ceco. “Benché sia israeliana ed ebrea”, mi disse, “non posso dire di amare questo posto”. Ho accennato all’intervista che Brod ha concesso al giornale israeliano <em>Maariv</em>, nell’ottobre del 1960. Aveva detto al giornalista: “Se Kafka avesse voluto raggiungere la landa di Israele, avrebbe creato opere geniali in ebraico!”. Aggiunsi che nel suo ultimo romanzo, <em>Forest Dark</em>, la scrittrice ebrea-americana Nicole Krauss ha immaginato una contro-vita di Kafka, una specie di “e se…”. Il narratore del romanzo della Krauss, scopre che Kafka è arrivato in Palestina tra le due guerre mondiali, e che vive oscuramente, protetto dal nome ebraico Amschel. Benché non avesse mai incontrato Kafka, Eva reagì con incredulità. <strong>“Kafka non sarebbe durato un giorno, qui”, mi disse. Dopo la sconfitta contro la Corte suprema, una forma di masochismo o di autolesionismo sublimato l’aveva conquistata. Aveva indotto il parrucchiere a raderla a zero. Era una specie di lutto? Era una debito contratto con i morti? Era una sorta di martirio?</strong> Parlando di se stessa come se fosse semplicemente la somma delle sue disgrazie legali, ha paragonato i rinvii e i ritardi del suo caso a quelli incontrati da Joseph K. nel <em>Processo. </em>In entrambi i casi, diceva, un sistema arbitrario si è insinuato in spazi pubblici e privati. “Bene”, dice il pittore a Joseph K., “ogni cosa appartiene al tribunale”. “Fin dall’inizio del processo, mi sentivo come un animale portato al macello”, mi ha detto.</p>
<p><figure id="attachment_64244" aria-describedby="caption-attachment-64244" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64244" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/benjamin-balint-300x188.jpg" alt="kafka" width="300" height="188" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/benjamin-balint-300x188.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/benjamin-balint-600x375.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/benjamin-balint.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64244" class="wp-caption-text">Benjamin Balint ha raccontato il processo &#8216;kafkiano&#8217; intentato ai possessori dei manoscritti di Kafka</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che idea si è fatto di Max Brod? Era davvero un amico di Kafka? Che cosa lo spinge a pubblicare i documenti più intimi di Kafka, le lettere, i diari, i testi incompiuti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel giustificare il suo tradimento, Brod diceva che Kafka aveva sottoposto la sua scrittura a una pressione smisurata, che soggiogava la sua arte a criteri incredibilmente alti – “i più alti standard religiosi” e “un’autocritica smodata”, aggiungeva Brod. Considerava gli appunti di Kafka – note, non testamenti giuridicamente vincolanti – come i prodotti di una “depressione temporanea”. Scrive: “La mia decisione di pubblicare il suo lavoro postumo è resa più facile dal ricordo di tutte le lotte spasmodiche che hanno preceduto ogni singola pubblicazione di Kafka che gli ho estorto con la forza e spesso pregandolo. Tuttavia, dopo si è riconciliato con queste pubblicazioni ed è rimasto relativamente soddisfatto”. Brod capì che la riluttanza di Kafka a pubblicare i suoi lavori non derivava dall’intenzione di mantenerli segreti ma dalla convinzione della loro incompletezza, dal vuoto incommensurabile tra ciò che era e ciò che avrebbe potuto essere. In effetti, <strong>la prima cosa che Brod pubblicò degli scritti di Kafka dopo la sua morte furono le due note che vietavano la pubblicazione delle sue opere. In ciò, Brod voleva dimostrare la sua autentica fedeltà a Kafka: pubblicava il suo lavoro ma nello stesso tempo le indicazioni di Kafka di non farlo.</strong> Nel 1921, quando Kafka denunciò per la prima volta l’intenzione di bruciare ogni cosa, Brod gli rispose dicendo: “Se pensi seriamente che io sia capace di fare una cosa del genere, lascia che ti dica qui e ora che non eseguirò i tuoi desideri”. Dopo la morte di Kafka, Brod ha affermato: “Franz avrebbe dovuto nominare un altro esecutore se fosse stato assolutamente e definitivamente certo di volere che qualcuno eseguisse le sue istruzioni”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che documenti inediti di Kafka possiamo scoprire alla National Library of Israel? Ci sono testi che possono migliorare la nostra conoscenza dello scrittore?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per una risposta compiuta dobbiamo attendere, ma l’inventario incompleto del materiale nei caveau di Tel Aviv e di Zurigo, che procede per 170 pagine, <strong>elenca circa ventimila lettera – tra cui le settanta lettere di Dora Diamant, l’ultima amante di Kafka, a Brod – i diari inediti di Brod, due dozzine di disegni sconosciuti di Kafka</strong> e i manoscritti originali dei racconti di Kafka (tra cui, <em>Preparativi di nozze in campagna</em>).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa la ha indotta a scrivere una storia come questa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sedevo, alle udienze del tribunale, affascinato dal modo in cui ognuna delle parti, impegnata in una lotta giudiziaria, e perfino i giudici, fluttuassero tra due registri retorici: il legale e il simbolico. Ho capito che i procedimenti giudiziari promettevano di gettare luce su questioni importanti per Israele, la Germania e la relazione ancora fragile tra di loro. Sia Marbach che la National Library hanno portato in aula timori riguardanti i rispettivi passati nazionali; <strong>entrambi cercavano di usare Kafka come un trofeo per onorare il proprio passato, come se lo scrittore fosse lo strumento di un prestigio nazionale. </strong>Già allora sapevo di voler scrivere la storia di uno scrittore sconosciuto, colmo di genio, il cui ultimo desiderio era stato tradito dal suo amico più intimo; una fuga straziante dagli invasori nazisti mentre i cancelli d’Europa si chiudevano; una storia d’amore tra esuli bloccati a Tel Aviv; e due paesi la cui ossessione a superare i dolori del passato ha avuto spazio in un dramma giudiziario. Soprattutto, mi sono reso conto che il processo apriva un’altra domanda, piuttosto forte: di chi è Kafka?</p>
<p><em>Davide Brullo</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Gentile Signor Pound, i Cantos pisani sono veramente straordinari”: quando Marshall McLuhan andò a trovare ‘Ez’ nel manicomio criminale – e divenne suo fan</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Nov 2018 09:58:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il Posto delle fragole (1957) di Ingmar Bergman è un film struggente, che può insegnare molto ai nostri cuori stremati dalla fretta. Il protagonista, il vecchio professore Isak Borg (interpretato da Victor Sjöström), ha vissuto una vita inautentica, tutta orientata al successo professionale e invece algida nelle relazioni personali. La sua «corazza» viene perforata in [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gentile-signor-pound-i-cantos-pisani-sono-veramente-straordinari-quando-marshall-mcluhan-ando-a-trovare-ez-nel-manicomio-criminale-e-divenne-suo-fan/">“Gentile Signor Pound, i Cantos pisani sono veramente straordinari”: quando Marshall McLuhan andò a trovare ‘Ez’ nel manicomio criminale – e divenne suo fan</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il <em>Posto delle fragole</em> (1957) di Ingmar Bergman è un film struggente, che può insegnare molto ai nostri cuori stremati dalla fretta. Il protagonista, il vecchio professore Isak Borg (interpretato da Victor Sjöström), ha vissuto una vita inautentica, tutta orientata al successo professionale e invece algida nelle relazioni personali. <strong>La sua «corazza» viene perforata in un viaggio in auto verso Lund, quando torna a visitare il giardino d’infanzia. Rivede così il «posto delle fragole», venendo travolto dalla nostalgia e da emozioni così forti che sembrano colorare i peraltro splendidi bianchi e neri di Bergman.</strong> Inizia così un percorso di esplorazione del proprio paesaggio interiore…</p>
<p style="text-align: justify;">In qualche modo, forse anche per lo scenario «nordico», rispetto al mio domicilio abituale, <strong>il mio Giardino delle fragole è il castello di Brunnenburg. Il suo grande portone in legno.</strong> Le sue torri. La terrazza che si affaccia su valli meravigliose e verdeggianti.</p>
<p><figure id="attachment_64148" aria-describedby="caption-attachment-64148" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64148" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/Mary-Daniele-Ferroni-300x181.jpg" alt="Mary Daniele Ferroni" width="300" height="181" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Mary-Daniele-Ferroni-300x181.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Mary-Daniele-Ferroni-768x464.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Mary-Daniele-Ferroni-1024x619.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Mary-Daniele-Ferroni-600x363.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64148" class="wp-caption-text">Mary de Rachewiltz, la figlia di Ezra Pound, fotografata da Daniele Ferroni</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Qui tornò, proprio sessant’anni fa, Ezra Pound dopo l’interminabile prigionia nel manicomio criminale di Washington<strong>. Qui iniziò a cercare di dare compimento al Paradiso dei suoi <em>Cantos</em>. Qui vive Mary de Rachewiltz (1925), avvolta dalle carte e dai libri del padre, che iniziò a tradurre durante la Seconda guerra mondiale quando era una ginnasiale di 14 anni.</strong> Mary è il riferimento obbligato per i poundiani di tutto il mondo. Ed è anche per questo che a Merano, distante dal castello solo una manciata di chilometri di ordinatissimi meleti, è sorto il Centro di ricerca «Ezra Pound» che «realizza progetti editoriali con lo scopo di valorizzare il lascito del poeta e di arricchire il corpus di edizioni critiche e di traduzioni già esistenti… organizza letture, colloqui, workshop e convegni tematici, fungendo in tal modo da punto di riferimento per la collaborazione internazionale tra i ricercatori poundiani e da centro di formazione per giovani studiosi».</p>
<p style="text-align: justify;">Il direttore del Centro è Ralf Lüfter (Accademia di Merano) e il comitato scientifico annovera alcuni dei <em>top player</em> dell’universo poundiano: Massimo Bacigalupo, autore dell’imprescindibile <em>L’ultimo Pound</em> (Edizioni di Storia e Letteratura, 1981), nonché curatore dei <em>Canti postumi</em> di Pound (Mondadori, 2002), Siegfried de Rachewiltz, figlio di Mary e ideatore del museo agricolo di Brunnenburg, Richard Sieburth (<em>A Walking Tour in Southern France: Ezra Pound Among the Troubadours</em>, New Directions, 1992), infine, David Moody, autore della monumentale biografia in tre volumi di Pound pubblicata dalla Oxford University Press (peccato non si sia fatto vivo ancora nessun editore italiano, l’ultimo volume, <em>The Tragic Years – 1939-1972</em>, è uscito nel 2015).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Centro di ricerca Ezra Pound è a Villa San Marco, presso l’Accademia di studi italo-tedeschi. Un incantevole chalet nel verde, che forse non sarebbe dispiaciuto al professor Borg di Bergman.</strong> Non lontano, corre la «passeggiata estate» sul fiume Passirio (nei giardini la brutta statua alla Principessa Sissi), e la chiesa del Santo Spirito (fondata nel 1271, al suo interno ci sono splendide statue lignee).</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scorso novembre è stato memorabile per gli appassionati di Pound. Doppio appuntamento in simultanea, a Merano e a Venezia. Il 16 novembre al teatro Goldoni della città lagunare, così spesso richiamata dai <em>Cantos</em>, è andato in scena «Ezra in Gabbia», spettacolo scritto e diretto da Leonardo Petrillo con Mariano Regillo protagonista. Il 79enne attore napoletano, raggiunto dal <em>Corriere della sera</em>, ha svelato la sua ispirazione: <strong>«Sono profondamente attratto dalla grandiosità della lirica di Pound ed è questo che intendo evocare. Il personaggio che interpreto in modo epico, non didascalico, è un uomo che torna in pubblico per farsi giudicare dalla platea per i presunti “reati” commessi in vita: in palcoscenico si celebra il processo che Ezra non ebbe mai e ora lo pretende. </strong>Espone i momenti più duri e più bui della sua esistenza e vuole essere finalmente giudicato: colpevole o innocente. Essere liberato oppure no da quella gabbia&#8230; per trovare pace». Lo spettacolo ha registrato il <em>sold out</em> e grande successo di critica. Confidiamo in un ampio tour nazionale, mentre possiamo concordare con Regillo che Pound sia stato imprigionato per lungo tempo senza nessuna condanna… […]</p>
<p style="text-align: justify;">Il convegno di Merano si è aperto con la relazione di Carlo Pulsoni, ordinario di filologia romanza presso Università degli Studi di Perugia, che <strong>ha ricordato l’impegno di Vanni Scheiwiller perché gli scrittori italiani firmassero una petizione per liberare Pound. In proposito, ecco un significativo stralcio della lettera (sinora inedita) del 21 gennaio 1956 del giovane editore milanese a Ungaretti che aveva scritto (con qualche inesattezza) su <em>Epoca</em> a proposito di Pound: «Caro signor Ungaretti, un mio compagno d’Università mi ha passato il numero di <em>Epoca</em> con i quattro interventi su Ezra Pound. Sono tanto contento delle sue buone parole: solidarietà umana e buon cuore – niente schifosa letteratura – o peggio. </strong>(Mi fa piacere, perché ho conosciuto lei di persona, proprio e solo per parlarle di Ezra Pound, ricorda? Un caso simpatico). Siccome ci sono tanti imbecilli e in malafede, le scrivo per segnalarle una piccola inesattezza. Dove scrive “quelle pagine letterarie alla Radio di Roma, le ho qui, nel volumetto dove sono uscite quest’anno raccolte ecc.”. <em>Lavoro ed usura </em>non sono le trasmissioni radiofoniche, ma il succo, per così dire, di quelle di argomento politico-economico. Erano in inglese – in un inglese, pare, incomprensibile agli stessi compatrioti. Comunque, tutti i suoi discorsi da Radio Roma sono microfilmati e a disposizione di tutti alla Biblioteca del Congresso di Washington (una scelta, poco felice nonostante le buone intenzioni, è stata pubblicata a Siena nel 1948: <em>If this be treason</em>…). […] Valeri e Solmi stanno pensando da anni a un <em>appello di scrittori italiani </em>per la liberazione di Ezra Pound. Spero di arrivare in porto per Pasqua. (Io faccio solo il <em>postino</em>). <strong>Lei sa meglio di me come è difficile mettere d’accordo quelle teste dure dei “letterati” (specie i “critici” e i poeti di secondo piano…)».</strong> […]</p>
<p style="text-align: justify;">La sessione pomeridiana del convegno è stata aperta da Manlio Della Marca (Università di Monaco) che ha studiato i carteggi di Pound con Eva Hesse (traduttrice dei <em>Cantos</em> in Germania) e il massmediologo Marshall McLuhan, che andò a trovare (con il critico Hugh Kenner) il poeta prigioniero. Ricorda Della Marca: <strong>«</strong><strong>Il pomeriggio del 4 giugno 1948, nel manicomio criminale St. Elizabeths di Washnigton D.C. avviene probabilmente uno degli incontri più intriganti nella storia della cultura occidentale del Novecento: lo studioso canadese Marshall McLuhan, che nel giro di pochi anni avrebbe raggiunto la celebrità planetaria conquistandosi l’appellativo di «oracolo» dei nuovi media, incontra Ezra Pound, universalmente riconosciuto come uno dei maggiori e controversi poeti del canone letterario americano.</strong> Dall’incontro nasce un affascinante scambio epistolare che si protrae fino al 1957. Le lettere, solo in parte pubblicate in italiano, e materiali d’archivio inediti, mostrano in modo inequivocabile l’influenza che lo stile e le idee di Pound ebbero sulla concezione del primo libro di McLuhan, <em>La sposa meccanica</em> (1951), il cui titolo originario, come risulta da una prima versione del manoscritto conservata ai Canada Archives di Ottawa, doveva essere <em>Guide to Chaos</em>, un esplicito omaggio al poundiano <em>Guide to Kulchur</em> del 1938. Come si evince da una lettera inviata da McLuhan a Pound il 30 giugno 1948, l’intuizione geniale del massmediologo canadese è quella di utilizzare il “metodo ideogrammatico” di Pound per catturare la complessità e le contraddizioni della cultura di massa: «Caro Pound […] sto lavorando a un libro […] sulla pubblicità, i fumetti, i sondaggi d’opinione, la stampa, la radio, i film ecc. Icone popolari intese come ideogrammi con complesse implicazioni…».</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco invece l’opinione espressa sulla poesia di Pound un paio di settimane prima: <strong>«Gentile signor Pound… i <em>Canti pisani</em> sono veramente straordinari, e rivelano una gamma di esperienze che sarebbe presuntuoso elogiare.</strong> Non si sente forse affine (nell’àmbito della poesia inglese) a Ben Jonson? Lo stesso modo plastico-scultoreo? La difficoltà principale che presenta la sua poesia – i <em>Cantos</em> – per quanto riguarda i lettori contemporanei è certamente lo stile intensamente maschile. Questa è un’età di psicologismo e di adorazione del grembo. La sua chiara risonanza e i suoi contorni ben delineati sono intollerabili ai lettori crepuscolari che si adagiano sulle implicazioni di genere. I suoi <em>Cantos</em> a mio avviso, costituiscono il primo e l’unico uso serio delle grandi possibilità tecniche del cinematografo. Ho ragione di ritenerli come il montaggio di <em>personae</em> e di immagini scolpite? Flashback che conferiscono percezioni simultanee?». (Altre lettere a Pound si trovano nel bel libro: Marshall McLuhan, <em>Corrispondenza 1931-1979</em>, Sugarco 1990). […]</p>
<p style="text-align: justify;">Leggere i <em>Cantos</em>, ossia la Divina Commedia del Novecento, ecco il miglior modo per riconoscere in Pound il grande Ulisse del nostro tempo. E intanto per i poundiani, si avvicina un nuovo importante appuntamento: l’<em>Ezra</em> <em>Pound International Conference</em> che si terrà all’Università di Salamanca dal 25 al 29 giugno 2019…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Rivali</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>*Alessandro Rivali sarà a Rimini, una delle città ‘poundiane’, sabato 24 novembre, ore 17,30, al Museo della Città, a parlare del suo libro “Ho cercato di scrivere Paradiso” (Mondadori, 2018). Il reportage in questa pagina, parte di un articolo che sarà pubblicato su “Studi Cattolici”, si pubblica per gentile concessione</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gentile-signor-pound-i-cantos-pisani-sono-veramente-straordinari-quando-marshall-mcluhan-ando-a-trovare-ez-nel-manicomio-criminale-e-divenne-suo-fan/">“Gentile Signor Pound, i Cantos pisani sono veramente straordinari”: quando Marshall McLuhan andò a trovare ‘Ez’ nel manicomio criminale – e divenne suo fan</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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