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“Quando viene meno un cuore, la casa si fa più buia, caravaggesche le vene”. In ricordo di mio padre

Tutto inizia e finisce ‒ meglio sarebbe dire: parte ‒ da un cuore. Quello di mio padre si schianta, all’improvviso esplode, ventitre anni fa, il 10 febbraio 1998. Da quel momento io non sarò mai più lo stesso. Persino in me deflagra qualcosa. Il fuoco, dentro, avvampa, e non ha ancora smesso d’incendiare.

Ho perso un cuore vero, che batteva per me, per la sua famiglia. Nel tempo, l’ho ritrovato; soprattutto la sera, quando tento di pregare. Guardo la sua fotografia sul comodino, gli parlo. Come pure gli parlo quando vado al cimitero, e c’intendiamo al volo. L’ho già scritto una volta, lo ripeto: come Cristina Campo, anch’io, non prego, ma parlo con i morti. Già loro mi fanno compagnia nelle sere infinite che fortunatamente si ripetono a spezzare il ritmo impassibile e monotono della vita. Questi morti che fanno capolino dai libri scritti da loro, quasi a illuminare nella notte un cimitero.

È la sera dei ricordi. Come ogni sera, si riempie di anniversari importanti e meno importanti. Per questo la letteratura è fatta dai morti. Noi li celebriamo, li ricordiamo, li omaggiamo. E loro ci fanno compagnia. Ma questa sera, prima ancora della letteratura, viene mio padre. Anzi, è grazie alla libertà di pensiero di mio padre che io ora sono immerso fino al collo nella letteratura.

In vita mi chiese se avessi avuto intenzione di continuare la sua attività lavorativa. Risposi di no, e per lui non ci fu nulla di male. Rispettò la mia scelta. Mi lasciava sbagliare, mio padre. Mi faceva provare la vita, mentre lei provava me. Forse aveva fiducia nelle mie capacità. Non c’è stato dato il tempo di dimostrarlo, insieme. Forse di nascosto temeva per la mia timidezza, per un’improvvisa fragilità. A chi importava, del resto, se non proprio a lui?

Quando viene meno un cuore, la casa si fa più buia. Caravaggeschi chiari scuri inondano le mie vene, sembra che qualcuno abiti in me. È la vita che si tramanda, che si perpetua. Tuttavia, io sarò l’ultimo. Non ho figli, non ho una famiglia mia. Il mio lascito saranno le parole che getto nel giardino, e che calpesto ‒ maldestramente, sonnambulo ‒ mentre nella notte cerco a tentoni il letto. La mia eredità al mondo, all’unico lettore, sarà la chiave che aprirà la porta dietro la quale si cela il mio giardino. Si tratta di un prato dall’erba alta, irta come baffi, gonfio di trabocchetti. Pieno di fiori e api che fanno l’amore, dove la ricerca della bellezza mi ha tentato maggiormente. Ma in esso si trova persino un pozzo, nel quale la luna vanesia si specchia, certe notti.

Nel mio giardino, qualche volta, il mio cuore batte più forte. È sempre alla ricerca di qualcuno, ma non lo trova. Si perde piuttosto tra i dedali e il sotterraneo sottosuolo. Là, dove i miei personaggi prendono forma. Laggiù, in quell’altro mondo, tutto probabilmente è un attimino più chiaro. Sebbene ossessioni, paure, manie, prendano il sopravvento sulla maschera. Sempre laggiù la mia biblioteca prende vita. Non è mai ferma. I libri inclinati come un domino ne danno conferma.

Sarà inutile che mi veniate a cercare. Se avverto qualche presenza estranea, mi nascondo subito tra le parole. Sarà difficile, questa volta, leggere tra le righe. L’unica cosa che potrebbe tradirmi sarà il battito del mio cuore. Se il curioso, o la curiosa, che si addentreranno nel giardino, lo percepirà, avrà davvero il coraggio di venirmi a stanare?

Gli scrittori sono dei malfattori. Ricordatevelo. Figuriamoci i poeti. Quelli veri, s’intende. Mio padre è l’unico che sa tutto di me; se fosse in vita potrebbe confermare quel che ho appena affermato. Mi chiedo se si sarebbe mai immaginato che un giorno sarei diventato uno dei poeti dello stivale italiano. Ricordo che mi accompagnò al villaggio Piaggio, a Pontedera, a ritirare un premio di poesia. Ero poco più che un ragazzo. Quella volta ci siamo guardati in faccia e, prima di scoppiare a ridere, siamo fuggiti via da quella noia! Abbiamo pernottato al Campo dei miracoli. Me ne sono tornato la sera da solo dopo una birra, passando davanti alla torre che pendeva. E lui come sempre mi aspettava. Quella sì che fu poesia: che coppia eravamo ‒ due cuori, insieme.

Giorgio Anelli

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