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	<title>Europa Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Tue, 21 Jul 2026 04:01:02 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Cambiamento climatico, ovvero: una storia millenaria di armi, acciaio e malattie</title>
		<link>https://www.pangea.news/cambiamento-climatico-jared-diamond/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 04:01:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stili di vita]]></category>
		<category><![CDATA[Armi acciaio e malattie]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[Dejanira Bada]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Jared Diamond]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non starò qui a farvi la lezioncina sul cambiamento climatico. Però non possiamo nemmeno credere seriamente che non stia accadendo qualcosa o che non sia cambiato nulla rispetto al passato. E non penso nemmeno che abbia ragione la signora dell’est incontrata in cartoleria l’altro giorno che mentre era in fila diceva: “Prima hanno provato a [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cambiamento-climatico-jared-diamond/">Cambiamento climatico, ovvero: una storia millenaria di armi, acciaio e malattie</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Non starò qui a farvi la lezioncina sul cambiamento climatico. Però non possiamo nemmeno credere seriamente che non stia accadendo qualcosa o che non sia cambiato nulla rispetto al passato. E non penso nemmeno che abbia ragione la signora dell’est incontrata in cartoleria l’altro giorno che mentre era in fila diceva: “Prima hanno provato a ucciderci con i vaccini, ora ci mandano le ondate di calore. È tutto calcolato”.&nbsp;</p>



<p>Vorrei che le mie parole stimolassero una riflessione sul futuro che ci aspetta, in particolare qui in Europa. Per farlo, ho scelto di parlare di un libro molto interessante: <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/storia/storia-antica/armi-acciaio-e-malattie-jared-diamond-9788806219222/"><strong><em>Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni</em></strong> <strong>di Jared Diamond</strong>,</a> insegnante di Geografia all’Università della California. Avviso i complottisti che questo è uno dei libri preferiti di Bill Gates, che in quarta di copertina scrive: “L’affascinante libro di Diamond è il primo saggio che affronta di petto il problema centrale della nostra storia: perché gli europei e gli asiatici hanno dominato quasi tutto il pianeta, e non gli africani, gli americani nativi o altri popoli ancora?”.</p>



<p>Perché siamo diventati quello che siamo? Perché ci siamo sviluppati ed evoluti e molti dei progressi scientifici e tecnologi sono avvenuti proprio in certe zone del nostro pianeta e non in altre?</p>



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<p>È solo frutto del caso se siamo nati dove siamo nati, ma secondo Diamond, il benessere e lo sviluppo economico di certi popoli è dipeso in gran parte proprio dalle condizioni geografiche, ambientali e climatiche. Se nasci in un certo luogo, trovi una determinata morfologia del territorio, determinate correnti d’aria, determinati animali più utili di altri e una determinata vegetazione.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Sugli altipiani della nuova Guinea si sono coltivate piante locali per oltre 9000 anni, ma non vi erano animali che si prestassero all’allevamento (sterminati nel paleolitico), e la cacciagione locale è piccola e poco nutriente. La mancanza di proteine ha stimolato il cannibalismo, durato fino a oggi. La savana africana era ricca di meravigliosi mammiferi, ma nessuno di loro è mai stato addomesticato, semplicemente perché non si lasciano addomesticare. Già 27.000 anni fa si trovano figurine di terracotta e tessuti in Cecoslovacchia, ma finché i gruppi umani non sono divenuti sedentari e non hanno posseduto animali da trasporto, non hanno saputo che farsene di pentole e telai, troppo pesanti da portare con sé negli spostamenti; la ceramica compare in Giappone solo 13.000 anni più tardi, utilizzata da una popolazione stanziale. Inventata nella steppa asiatica, la ruota raggiunge l’Atlantico come il Pacifico. Inventata in Messico, viene usata solo come giocattolo, e non raggiunge mai l’unico animale americano usato per il trasporto, il lama, allevato nelle Ande centrali. Chi non ha mai avuto bisogno dell’agricoltura non l’ha mai sviluppata; gli indiani della California, ad esempio, che abitavano una delle zone più fertili del mondo, avevano troppa abbondanza di pesce e di piante selvatiche per avere bisogno di produrre il proprio cibo&#8221;.</strong></p>
</blockquote>



<p>È molto probabile che gli europei abbiano ricevuto parecchie malattie infettive come il vaiolo, il morbillo, il tifo, l&#8217;influenza, la tubercolosi, la peste bubbonica, il colera e via dicendo proprio dagli animali domestici con cui hanno convissuto, ma nel corso dei millenni si è sviluppata una sorta di immunità. Che cosa accadde, però, quando francesi, inglesi, portoghesi e spagnoli sbarcarono in America? I germi che portarono con sé fecero letteralmente una strage, sterminando fra i 50 e il 100% delle popolazioni locali. Non ebbero neanche bisogno di ucciderli più di tanto. Furono propri i batteri europei a sterminare gli aborigeni, le popolazioni delle isole del Pacifico, dall’Australia al Sudafrica, oltre, ovviamente, alle spade e ai cannoni. Certe popolazioni hanno avuto da sempre un immenso vantaggio grazie alla flora, alla fauna e al clima. Le civiltà mediorientali furono le prime a sviluppare un&#8217;organizzazione sociale, secondo dinamiche che si ritrovano in ogni parte del mondo in cui sia sorta l’agricoltura.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Settori della popolazione si liberano della necessità di lavorare per vivere (che è universale per ogni individuo fra i cacciatori/raccoglitori), e sorgono gruppi di specialisti, re, burocrati, sacerdoti e guerrieri. Nasce la «cleptocrazia»: un’élite si appropria di parte della ricchezza prodotta dalla società e vive con maggiore agiatezza, variamente giustificando questa appropriazione. Quando gli europei, nel Rinascimento, sviluppano la navigazione oceanica e si dirigono verso ogni angolo del pianeta, le migliaia di anni di vantaggio accumulate si sono tradotte in una formidabile superiorità nelle dimensioni delle popolazioni, nella produzione di cibo su vasta scala, nell&#8217;organizzazione sociale, nelle tecnologie, nei mezzi di comunicazione”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Queste citazioni sono tratte da un bellissimo articolo di Luca e Francesco Cavalli-Sforza uscito au “Repubblica” nel lontano 1997, usato come introduzione per il libro&nbsp;<em>Armi, acciaio e malattie;</em>&nbsp;ed è questa frase in particolare quella che mi interessa maggiormente e che si trova già nella quarta pagina del testo:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“<strong>Gli imperi mediorientali dell’antichità e la civiltà greca escono di scena, vittime di una sorta di inconsapevole suicidio collettivo, a seguito del degrado ambientale indotto da irrigazione e deforestazione”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>E proseguendo nella lettura, arrivano le parole di Diamond:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Gli alberi sono stati abbattuti per far posto alle colture o per ottenere il legno da usare per le costruzioni, come combustibile o per altri usi ancora. A causa delle scarse precipitazioni e quindi della bassa fertilità naturale, la ricrescita della vegetazione non riusciva a tenere il passo con le distruzioni, specialmente in presenza di un grande numero di capre. Venuta meno la copertura vegetale, l&#8217;erosione si accentuò, le valli pluviali si coprirono di sedimenti, mentre l’irrigazione causò un accumulo di sali nel terreno”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Certe popolazioni compirono un suicidio ecologico.</p>



<p>All’Europa dei secoli scorsi, questo fu risparmiato non per previdenza, ma perché l&#8217;ambiente era più resistente, e le maggiori precipitazioni permisero una rapida ricrescita della vegetazione. Ma oggi siamo ancora certi di poter vivere di questa rendita? “Le condizioni cambiano, e la supremazia nel passato non garantisce quella nel futuro”.&nbsp;</p>



<p>Ci ricordiamo dove si è sviluppata la civiltà? Ci ricordiamo cosa fu la Mesopotamia, cosa furono in grado di donare all&#8217;umanità il Tigri e l’Eufrate, per non parlare del Nilo? Ebbene, che cosa rimane di quei territori e di quelle civiltà? Che cosa vediamo, oggi, se ci guardiamo intorno? Sabbia, nient&#8217;altro che sabbia, per centinaia e centinaia di chilometri. E fu proprio quando i popoli iniziarono a vedere avanzare il deserto, che cominciarono a credere in maniera fanatica in Dio.</p>



<p>I coloni europei emigrarono sempre verso terre dal clima temperato, come il Nordamerica, l’Australia, il Sudafrica o sui freschi altopiani del Kenya, dove ad agosto, in inverno, serve quasi il piumino. Quando i coloni andavano nelle zone tropicali, morivano come mosche a causa della malaria e non solo. Le differenze tra i popoli sono marcate, e quello che consentì a una zona come l’Europa di evolversi, furono l&#8217;allungamento dell&#8217;aspettativa di vita grazie alla medicina moderna, che permise agli inventori di accumulare conoscenze e d’intraprendere programmi di lunga scadenza. Ma è dipeso molto anche dalla scarsità di schiavi, che incoraggiò l&#8217;innovazione; dall&#8217;esistenza di leggi a protezione dei brevetti e delle proprietà intellettuali occidentali; dal fattore individualismo, che ancora oggi permette agli inventori di godere dei benefici del proprio lavoro, a differenza di popolazioni che vedono sparire i propri guadagni per dover mantenere famiglie numerose; dalla diffusione del metodo scientifico, caratteristica esclusiva del mondo moderno; dalla tolleranza di idee diverse che aiuta il cambiamento, a differenza dell&#8217;ortodossia, della tradizione e delle religioni che spesso impediscono il progresso. Basti pensare che le nazioni islamiche di oggi sono molto indietro a livello di innovazione tecnologica a causa del loro essere conservatrici, quando invece, nel Medioevo, le società di quelle zone avevano tassi di alfabetizzazione più alti di quelli europei, inventarono o perfezionarono il mulino a vento, la trigonometria, la vela triangolare; fecero progressi nel campo della metallurgia, nelle tecniche d’irrigazione e dell&#8217;ingegneria chimica meccanica; importarono la carta e la polvere da sparo dalla Cina.&nbsp;</p>



<p>E non dimentichiamoci le condizioni geografiche: l’Eurasia, compreso il Nordafrica, è la più vasta estensione terrestre del pianeta, e vanta il più alto numero di popoli. Non a caso sorsero qui i due centri principali in cui nacque l&#8217;agricoltura: la Mezzaluna Fertile (che era coperta di foreste) e la Cina. Fu proprio questo assetto a permettere a idee e a invenzioni di circolare più rapidamente tra terre che si trovavano alla stessa latitudine e con un clima simile. Tra il 9000 e il 4000 a.C. il Sahara era molto più umido, c’erano laghi e tantissimi animali. Oggi sembra impossibile pensare che fu proprio lì che s’iniziarono ad allevare buoi e poi pecore e capre, a produrre ceramica, a coltivare.&nbsp;</p>



<p>Sappiamo che i primi Stati nacquero in Mesopotamia attorno al 3700 a.C.; al 3000 a.C. in Mesoamerica; 2000 anni fa sulle Ande, in Cina e nel sud asiatico e 1000 anni fa nell&#8217;Africa occidentale. Fu proprio in Mesopotamia che nacque la scrittura. Non si diventa stati per scelta, ma principalmente per via di conquiste e di oppressioni esterne. La maggior parte dell&#8217;umanità se ne sarebbe restata volentieri all&#8217;interno delle proprie tribù. Furono le guerre e le minacce a formare le società complesse. Fu sempre la guerra ad accompagnare l&#8217;uomo nel corso di tutta la sua storia.</p>



<p>E quindi inizia a diventare facile immaginare perché per esempio in Australia non ci fu lo sviluppo di società complesse: perché gli aborigeni rimasero cacciatori-raccoglitori, non diventarono mai agricoltori, ma soprattutto perché:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’aridità, la sterilità e l&#8217;incertezza climatica limitarono il numero degli abitanti a poche centinaia di migliaia, in contrasto con le decine di milioni presenti ad esempio in Cina. Una popolazione così scarsa significava anche meno inventori potenziali, e meno società innovative”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Eppure, quando arrivarono gli europei, furono in grado di colonizzare l&#8217;Australia – relegando gli aborigeni nelle riserve – perché quando sbarcarono con le loro scoperte già effettuate e il loro avanzamento sotto ogni punto di vista, scoprirono che in realtà l’agricoltura europea in certe zone più fertili poteva essere ospitata. La propria, non qualcosa di nuovo. Poi ci pensarono – come sempre – armi, acciaio e malattie a spazzare via la popolazione indigena. Gli europei riuscirono a trasferirsi in Australia portando le proprie colture, il proprio bestiame, le proprie conoscenze metallurgiche, il proprio alfabeto: “Gli aborigeni crearono davvero una società in Australia, ma per ovvie ragioni questa non divenne una democrazia industriale avanzata. Tali ragioni derivano in modo diretto dalle caratteristiche dell&#8217;ambiente in cui vivevano”.</p>



<p>E così avvenne in America, in Africa, soprattutto nel Sud, dove arrivarono i bianchi, che si mangiarono tutto. Oggi sopravvivono tribù come gli Himba e i Boscimani (san), cacciatori-raccoglitori, che per la maggior parte sono relegati in piccole aree, senza avere più nemmeno la possibilità di cacciare. Ebbi modo d’incontrare alcuni Boscimani in Namibia, al confine con il Botswana, durante i miei viaggi in Africa. Mi raccontarono delle loro imprese del passato a caccia di leoni, delle lunghe attese, della ricerca delle orme, delle notti trascorse sotto le stelle, racconti che ormai risuonano come leggende. Oggi, vengono “nutriti” dallo Stato, si vestono con i loro gonnellini e si mettono a danzare per far contenti i turisti, ma poi, dietro alla capanna, si rimettono pantaloncini e maglietta. E quando ti ritrovi a dormire in un campeggio da quelle parti, ti capita pure di sentir dire dalla proprietaria, ovviamente bianca: “Non buttare quel pezzo di focaccia dura, lo darò ai lavoratori”.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="609" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/61AxTyTgWfL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-108004" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/61AxTyTgWfL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 609w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/61AxTyTgWfL._AC_UF10001000_QL80_-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/61AxTyTgWfL._AC_UF10001000_QL80_-600x985.jpg 600w" sizes="(max-width: 609px) 100vw, 609px" /></figure>



<p>Quando invece chiesi al capo di un villaggio Himba in Namibia cosa lo rendesse felice, lui, senza esitare, mi rispose: “La pioggia, e tutto quello che ne deriva, perché con la pioggia il bestiame sta bene, e così la famiglia. Vedere tutti felici mi fa felice”. Una popolazione, quella degli Himba, che non può lavare per la scarsità d’acqua. Le donne, per sopperire al problema, per non puzzare troppo e proteggersi dal sole, si mettono sulla pelle due volte al giorno un impasto di burro e terra rossa. Poi prendono carbonella ed erbe, fanno un po’ di fumo, e ci passano sopra i capelli e la vagina, per profumarsi. Qual è stata la sfortuna di questi uomini e di queste donne? Essere meno intelligenti? No di certo. È stata nascere in territori aridi, difficili, dove era e resta impossibile coltivare:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“In tutti i popoli esistono persone geniali; è solo che certi ambienti forniscono più materiale con cui partire e condizioni più favorevoli per continuare&#8221;.</strong></p>
</blockquote>



<p>E se ora toccasse a noi? E se ora fosse l’uomo europeo a venire colonizzato? Un giorno, non tanto lontano, potremmo essere noi quelli scacciati e decimati perché incapaci di vivere in certe condizioni climatiche estreme. C’è chi lo sa fare meglio di noi. Se continuiamo di questo passo, le “nostre terre” bruceranno al sole, tutto cambierà e il deserto arriverà anche alle nostre porte, ma noi non avremo più nemmeno un Dio in cui credere, perché, nel frattempo, abbiamo ucciso anche quello.&nbsp;</p>



<p>Anche noi stiamo rischiando di compiere un suicidio ecologico, mentre stiamo qui a parlare se usare l’aria condizionata sia di destra o di sinistra, quando in Medio Oriente ho visto usare i condizionatori pure nei bar all’aperto, nei giardini. Perché chi saprà sopravvivere non penserà certo alle stupidaggini di certe élite. Terrà conto del fatto che l’aria condizionata, a certe temperature, è una questione di vita o di morte, soprattutto per bambini e anziani.&nbsp;</p>



<p>Città come Londra, Parigi o Milano non potranno mantenere i propri standard di produzione e di performance, dovranno imparare a fare la “siesta”, come i tanto criticati popoli del Sud. Perché non possiamo non tenere conto del fatto che nemmeno le prestazioni cognitive cui eravamo abituati sono sostenibili con queste temperature. Quando il caldo è eccessivo, si tende a rallentare, è fisiologico, diminuiscono la memoria, l’attenzione, la concentrazione, le capacità decisionali, e questo perché – come cita un articolo uscito recentemente sul “Corriere della Sera” di Cristina Ravanelli – gran parte delle nostre energie vengono riservate alla dispersione del calore e a mantenere una temperatura corporea stabile. “Non diventiamo meno intelligenti, ma certamente meno brillanti”, come ha detto Maria Salsone, responsabile dell’Unità Operativa di Neurologia e della Stroke Unit dell’Irccs Policlinico San Donato e professoressa all’Università Vita-Salute San Raffaele: “Il caldo intenso e prolungato modifica il metabolismo cerebrale. Lo stress termico attiva le cosiddette proteine da shock termico (HSP), che proteggono i neuroni dalle alte temperature ma che richiedono un notevole consumo di energia”. Se il cervello entra in modalità “risparmio energetico”, non possiamo pensare di avere le stesse funzioni cognitive che abbiamo di solito. E quindi addio creatività e addio ingegno. Il cervello lavora in maniera ottimale a temperature tra i 20 e i 25 gradi; dai 25-27 gradi inizia ad avere problemi; sopra i 30 gradi inizia il calo dell’attenzione vero e proprio, la velocità di elaborazione diminuisce e così la vigilanza. A 32-35 gradi, soprattutto se l’umidità è alta e la ventilazione è scarsa, la fatica mentale raggiunge livelli altissimi, rallentano i tempi di reazione e aumentano le difficoltà decisionali. E se il caldo prosegue anche di notte, la situazione peggiora ulteriormente, perché il sonno si fa frammentato, scarso, insufficiente, e tutto questo influenzerà ancora di più le nostre capacità cognitive durante il giorno.&nbsp;</p>



<p>Per non parlare degli articoli che stanno uscendo in questi giorni riguardo all’aumento dei ricoveri per disturbi psichiatrici causati proprio dal caldo estremo, che aumenta il rischio di irritabilità, scompensi, crisi d’ansia e accentua tutte le patologie di cui siamo già affetti.&nbsp;</p>



<p>Ricordiamoci anche, come scrive Diamond, che un paese che si trova in una zona tropicale è un paese svantaggiato. Il punto è che l’Europa non è lontana dal diventarlo. Ma perché svantaggiato? Ai tropici ci si ammala molto di più, ci sono gravi malattie infettive, e questo comporta pause dal lavoro molto più lunghe, giorni di malattia che si accumulano. L’aspettativa di vita è molto più breve. Per esempio, in Olanda è di 78 anni, in Zambia di 41; la produttività agricola è molto più bassa, i terreni sono molto meno fertili e ci sono molti più organismi patogeni capaci di infettare piante e animali. Sono stati proprio il benessere, l’agricoltura e la possibilità di mettere da parte il cibo in eccesso a permettere l’aumento demografico, lo sviluppo economico, il mantenimento di figure specializzate non produttive sul piano alimentare come i sovrani, i banchieri, gli scrittori, gli insegnanti.&nbsp;</p>



<p>Il mese di giugno 2026 è stato il mese più caldo mai registrato in Europa, con tre gradi sopra la media (Copernicus Climate Change Service C3S). Abbiamo a che fare con un sistema climatico che ormai accumula energia termica in maniera costante. Abbiamo assistito a scene mai viste prima in città come Parigi, Londra, Milano, Madrid.&nbsp;</p>



<p>Ma tanto, è già in arrivo un altro autunno. Finirà tutto nel dimenticatoio. Fino alla prossima estate, quando sarà troppo tardi. Nel frattempo, avremo fornito l’agricoltura e le tecnologie ai popoli che stanno arrivando dal Sud. Loro sapranno sfruttare tutto al meglio. Si adatteranno. Sapranno cosa fare, perché avranno un enorme vantaggio: si saranno già temprati per secoli sotto il sole dei deserti. Mentre noi, con le poche forze che ci rimarranno, staremo ancora provando a combattere il cambiamento climatico con gli amatissimi “tappi solidali” che non si staccano più dalle bottiglie di plastica.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Forse, in fondo, ce lo meritiamo.</p>



<p><strong><a href="https://www.dejanirabada.com/i-libri-di-dejanira-bada-scrittrice/">Dejanira Bada</a></strong></p>



<p><em>*In copertina: una illustrazione di N.C. Wyeth (1882-1945)</em></p>
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		<item>
		<title>Rivoluzione totale! Arthur Koestler, il maestro per uscire dalla trappola di una vita impossibile</title>
		<link>https://www.pangea.news/arthur-koestler-yogi-commissario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Feb 2026 04:38:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Idee]]></category>
		<category><![CDATA[Arthur Koestler]]></category>
		<category><![CDATA[Civiltà]]></category>
		<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
		<category><![CDATA[Dejanira Bada]]></category>
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		<category><![CDATA[Lo Yogi e il Commissario]]></category>
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		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I Commissari hanno vinto e gli Yogi hanno perso? È la riflessione che ci pone Arthur Koestler nella sua raccolta di articoli “Lo Yogi e il Commissario”, un libro che tutti dovrebbero conoscere ma che purtroppo è quasi introvabile.  Koestler fu una sorta di versione maschile di Cassandra. Uno che vide tutto, subì tutto e capì molto, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/arthur-koestler-yogi-commissario/">Rivoluzione totale! Arthur Koestler, il maestro per uscire dalla trappola di una vita impossibile</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>I Commissari hanno vinto e gli Yogi hanno perso? È la riflessione che ci pone <strong>Arthur Koestler nella sua raccolta di articoli “Lo Yogi e il Commissario”,</strong> un libro che tutti dovrebbero conoscere ma che purtroppo è quasi introvabile. </p>



<p>Koestler fu una sorta di versione maschile di Cassandra. Uno che vide tutto, subì tutto e capì molto, se non tutto. È il destino di chi sa guardare e ascoltare, e che, non a caso, a volte sceglie di farla finita prima degli altri. Koesler si è suicidato nel 1983. Era malato. Non avrebbe potuto sopportare di non camminare, non scrivere, non scopare, non bere più. Sua moglie Cynthia si uccise qualche ora dopo. La ritrovarono lì, al suo fianco.&nbsp;</p>



<p><strong>Koestler fu un uomo amato e odiato dalle donne, odiato a destra e a sinistra. Anticomunista tanto quanto antifascista.</strong>&nbsp;Perché lui, i totalitarismi, li visse entrambi sulla sua pelle. Già, la politica, la nuova vera religione intollerante. È lei che ha sostituito la fede. Doveva essere una buona idea, qualcosa che liberasse dall’ottusità della devozione, ma è andato tutto storto. I ricchi hanno vinto e sono diventati i nuovi dei e, proprio come i santi, per la maggior parte si ritirano in mezzo alla natura, nel silenzio, lontano da tutti, magari pure coltivando l’orto. Basti pensare alle star di Hollywood, che fanno film solo per raccogliere un altro po’ di soldi, per poi sparire in campagna e proteggere la propria privacy.&nbsp;</p>



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<p><strong>Il benessere avrebbe dovuto portare a questo: non vivere più in condizioni precarie e farsi bastare meno cose. Un tetto, il riscaldamento, la luce, il bagno in casa,</strong>&nbsp;tutto ciò che fino agli inizi del Novecento era un lusso. E invece ci hanno illuso di aver bisogno di oggetti, vestiti, macchine, telefonini, borse, occhiali, cose che costano migliaia di euro e che pure gli amati attori di Hollywood usano solo nelle occasioni speciali, mentre nella vita quotidiana indossano jeans e maglietta.</p>



<p>Il vero lusso, oggi, è avere tempo, dedicarsi a qualcosa che si ama, svegliarsi la mattina e avere tempo per meditare anziché correre a fare un lavoro che permetterà di sopravvivere.&nbsp;</p>



<p>L’altro giorno ho chiamato un’agenzia immobiliare per chiedere informazioni riguardo a una casa in montagna. L’agente mi ha detto: “Ma cosa sta succedendo a Milano? Tutti vogliono venire a vivere in campagna o in montagna, intorno ai laghi. Una volta eravamo noi quelli che invidiavano chi viveva a Milano, oggi siete voi che invidiate noi. State tutti scappando, ho appuntamenti tutti i giorni”.</p>



<p>Cosa sta accadendo? Una sorta d’illuminazione collettiva?&nbsp;</p>



<p>Koestler ha immaginato il mondo come in preda a una diatriba tra gli Yogi e i Commissari:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il Commissario crede al mutamento dall’Esterno. Egli crede che tutti i malanni dell’umanità – costipazione e complesso edipico compresi – possono essere e saranno guariti dalla Rivoluzione, cioè da una radicale riorganizzazione del sistema di produzione e di distribuzione dei beni; crede che questo fine giustifichi l&#8217;uso di tutti i mezzi: violenza, inganno, tradimento inclusi; crede che l’argomentazione logica sia un’infallibile bussola e l’universo una sorta di enorme orologio, nel quale miriadi di elettroni, una volta messi in movimento, si aggirino per sempre nelle loro prevedibili orbite: e chiunque sia convinto del contrario è qualcuno che cerca di sfuggire alla realtà”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Lo Yoghi, invece:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“<strong>Non ha nessuna difficoltà a chiamare orologio l’universo, ma pensa che potrebbe venir chiamato, con altrettanta verosimiglianza, scatola musicale o vivaio di pesci. Crede che il fine non possa essere prevedibile e che contino soltanto i mezzi, respinge in qualsiasi circostanza l’idea di violenza, crede che l’argomentazione logica perda gradualmente il suo valore di bussola, a mano a mano che la mente si accosta al polo magnetico della Verità o dell’Assoluto, la sola cosa che conta. Egli crede che niente possa essere migliorato da un&#8217;organizzazione esterna, ma solo da uno sforzo individuale interiore, e che chiunque la pensi diversamente sia qualcuno che voglia sfuggire alla realtà”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Pensa anche che l&#8217;individuo sia unito all&#8217;universo da un invisibile cordone ombelicale, e che le sue forze creative, la bontà, la verità e l&#8217;utilità siano alimentate tramite questo cordone: l&#8217;unico suo compito, durante la vita terrena, è quello di evitare qualsiasi azione, impressione o pensiero che possano causare la rottura del cordone. Di contro, per il Commissario questo organo è totalmente superfluo.</p>



<p>Ci sono due visioni del mondo, chi pensa che il mutamento possa avvenire dall&#8217;interno, e chi dall&#8217;esterno.</p>



<p>Anche quando ci si occupa di politica ci si dimentica dell&#8217;importanza della relazione Uomo-Universo. Koestler ritiene che questa nostra civiltà non stia morendo, ma che stia solo dormendo. Bisogna solo giungere alla conclusione che il vero avversario non è l&#8217;intellettuale, ma il ricco.</p>



<p>Koestler parlava già di decadenza del Terzo Stato:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Noi facciamo la guerra, andiamo in chiesa, onoriamo il re, seguiamo diete assassine, ci conformiamo ai tabù sessuali, trasformiamo i nostri figli in nevrotici e i nostri matrimoni in tormenti, opprimiamo e ci facciamo opprimere – mentre nei testi di psicologia, nei romanzi e nei musei è condensata una conoscenza oggettiva di un modo di vivere che potremmo forse mettere in pratica tra decine o centinaia di anni. Nella vita di ogni giorno ci comportiamo come creature datate, come caricature anacronistiche di noi stessi. La distanza fra la biblioteca e la stanza da letto è astronomica. Tuttavia, l’insieme della conoscenza teoretica e del libero pensiero è lì, e aspetta soltanto di essere raccolto – come i giacobini raccolsero gli Enciclopedisti”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Mancano gli agenti di collegamento tra il modo in cui viviamo e il modo in cui potremmo vivere, ma chi è comodamente installato nella gerarchia sociale, non sente nessuna spinta verso la libertà di pensiero. D&#8217;altronde, perché dovrebbe averla:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non ha nessuna ragione di distruggere i valori che ha accettato, e nessun desiderio di costruirne di nuovi. La sete di conoscenza è appannaggio principale delle situazioni in cui l’ignoto è fonte di preoccupazione. Chi è felice, raramente è curioso. D’altra parte, la grande maggioranza degli oppressi, dei perdenti, manca di opportunità o di obiettività – o di entrambe – necessarie a esercitare il libero pensiero”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Koestler ci spiega che c&#8217;è una sostanziale differenza tra la classe media e l&#8217;intellighenzia, perché la sensibilità e la voglia di conoscere, di cercare e di brancolare nell’ignoto, sono attitudini che presuppongono una certa dose di frustrazione: una specie di moderata infelicità, un armonico squilibrio. C’è un abisso tra lo strato superiore che accetta i valori tradizionali e non prova frustrazione e lo strato inferiore che ne prova fin troppa, al punto da essere paralizzato o di scaricarla in crisi convulsive:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Per chi è soddisfatto, pensare è un lusso; per chi è frustrato, una necessità. Fintanto che esisterà l&#8217;abisso fra riflessione e tradizione, tra intuizioni teoriche e pratica concreta, il pensiero sarà necessariamente orientato dai due poli della distruzione e dell&#8217;Utopia”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Come scrive Koestler, nei prossimi anni non si tratterà più di scegliere tra capitalismo e rivoluzione, ma di salvare qualche valore democratico e umanitario, o di perderli tutti; per evitare che questo avvenga, bisogna aggrapparsi più che mai al libero pensiero. Proprio quello che diceva anche Max Stirner ne&nbsp;<em>L’unico e la sua proprietà</em>, dove il nemico mortale dello Stato era considerato proprio il volere dell’individuo, la valorizzazione di sé stessi. Cosa rimane se nulla è di nostra proprietà? Non rimane nient&#8217;altro che ciò che è in mio potere:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“I miei pensieri, che non hanno bisogno di sanzione, bene placito o grazia alcuna, costituiscono la mia vera proprietà, una proprietà di cui posso far commercio. In quanto miei, infatti, e se sono mie creature io posso scambiarli con altri pensieri: io li do via in cambio di altri, che diventano così la nuova proprietà che io mi sono acquistato”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Koestler parlava già di un’Europa unificata, affratellata e socialista, ma era già ben consapevole di come chi la pensasse in questo modo cominciasse a sembrare un po’ stupido. Sapeva già che la fine della guerra avrebbe portato a una vittoria dei conservatori che non avrebbe risolto nessun problema delle minoranze, né trovato un rimedio alla malattia insita nel sistema capitalistico. La fine della Seconda guerra mondiale portò un enorme sollievo temporaneo, assicurò un minimo di libertà, e la salvezza di milioni di persone, sicurezza e dignità:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Spero, credo, che questo sia un anacronistico rattoppo, se sarà fatto a regola d&#8217;arte, lascerà respirare l’Europa almeno per una ventina d&#8217;anni, dandole la possibilità di evitare il prossimo, fatale salto nel vuoto. In altre parole, cominciamo a renderci conto che questa guerra non è il cataclisma finale, né il combattimento ultimo fra le forze delle tenebre e quelle della luce, ma forse soltanto il principio di una nuova serie di compulsioni che si svilupperanno su un periodo di storia più lungo di quanto non avessimo pensato in origine, fino alla nascita di un mondo nuovo. Il nostro compito sarà quello di usare questo periodo di respiro nel miglior modo possibile. E, incidentalmente, di ringraziare ogni mattina che ci svegliamo senza una sentinella della Gestapo sotto la finestra”.</strong></p>
</blockquote>



<p>La verità è che ci stiamo abituando a vivere in una sorta di Apocalisse perenne. Koestler ha detto che la disfatta, a dosi massicce, è una droga pericolosa che crea dipendenza. E noi stiamo vivendo in un periodo di caos con conseguente crollo dei valori tradizionali di una civiltà in attesa della fine dell&#8217;interregno. Nascerà un nuovo fermento globale, non un nuovo partito, forse una setta, “un irresistibile stato d’animo mondiale”. E tutto ciò segnerà la fine di questa epoca storica.&nbsp;</p>



<p>Koestler scriveva che forse potrebbero esserci ancora uno o due guerre mondiali, ma non una dozzina, e che il mondo nuovo non sarà quello di Huxley:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Hitler ha il merito storico di averci immunizzati contro le utopie totalitarie, come una dose di vaccino anti-colerico rende immuni dal colera. Non voglio dire che non ci saranno tentativi simili in altre parti del mondo durante gli anni di interregno, ma saranno episodi isolati, sintomi dell’agonia dell’era che muore”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Questo nuovo mondo porterà anche a ristabilire un equilibrio tra valori razionali e valori spirituali. Ma prima, questo interregno “sarà un&#8217;epoca di angoscia e di stridore di denti”, dove i pessimisti si dovranno dedicare all&#8217;azione. Questo nuovo movimento non nascerà da una certa classe operaia o dai liberi professionisti, ma “arriverà certamente dalle file dei poveri, di coloro che più hanno sofferto nell’attesa. Il loro scopo principale sarà quello di creare delle oasi nel deserto dell’interregno”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="647" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/57-647x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106343" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/57-647x1024.jpg 647w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/57-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/57-600x950.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/57.jpg 682w" sizes="(max-width: 647px) 100vw, 647px" /></figure>



<p>D’altronde, di cosa si parla in giro? Di cosa parla il Quarto Stato? Non parla di Gaza e della Palestina, non parla nemmeno delle ciclabili. Di cosa si parla in giro? Di cosa parlano i quarantenni e i trentenni di oggi? Gli amici operai che ho rivisto quest’estate nelle Marche, non i fighetti milanesi, ma il cuore della (ormai ex) sinistra dell’Italia centrale, non i populisti. No, non parlano di fascismo, parlano del fatto che noi, la pensione, non la vedremo mai.&nbsp;<strong>Parlano del fatto che se ci ammaliamo e non possiamo andare a lavorare, non mangiamo. Parlano del fatto che gli stipendi sono ridicoli, che i figli hanno professori che non fanno più un tubo perché hanno (di nuovo) stipendi ridicoli e perché a ogni nota o richiamo si ritrovano gli avvocati pronti a fargli il culo. Parlano del fatto che la direttiva “case green” dell&#8217;Europa metterà in ginocchio tutti, ma proprio tutti.</strong>&nbsp;Parlano del fatto che di noi, gente senza figli anche per scelta, non si occuperà nessuno, che saremo soli, senza soldi, senza casa e senza pensione e magari pure con un&#8217;aspettativa di vita di cento anni (speriamo di no!). Parlano del fatto che magari la erediterai pure la casa della nonna o del papino, ma poi, come mangi? Parlano del fatto che i borghi sono vuoti, che non esce più nessuno, che i ragazzi stanno chiusi in casa a giocare ai videogiochi o a stare sui social. Parlano del fatto che per le donne è sempre più difficile trovare un uomo, perché non c’è più in giro nessuno, perché son tutti divorziati o scoppiati, perché si cerca solo il sesso, perché stanno tutti sulle App, e chi c’ha voglia di usare le App, a quarant’anni, dai. Parlano del fatto che se fai un figlio (uno, per carità!) ti chiudi in casa e basta, perché tanto non c’hai soldi, perché ti passa la voglia di fare tutto, perché sei stanco. Parlano del fatto che quasi quasi se muori è pure meglio, basta che sia fulminante, sia mai che poi c’è da pagare il mutuo per chissà quanto altro tempo. Parlano del fatto che se sei single e ti devi pagare l’affitto da solo, è meglio che muori, come sopra.</p>



<p>Sarà necessario trovare un punto di equilibrio tra la passionalità e la spiritualità, perché anche la politica non diventi più cieca della fede. Koestler ci racconta che in passato i movimenti rivoluzionari avevano sempre avuto una base religiosa o quantomeno legami con essa. Fu durante la Rivoluzione francese che cambiò tutto; fu lei a porre un attacco frontale non solo contro il clero ma contro Dio, ma gli ideali e i principi possono colmare il vuoto solo per un breve periodo.&nbsp;</p>



<p>Il socialismo di Marx nacque proprio sulle basi di questa illusione: che la totale razionalità potesse sostituire l&#8217;oppio dei popoli, la religione:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Così, mentre nella sfera materiale gli effetti cumulativi dei tentativi della sinistra portarono a un lento e costante miglioramento delle condizioni sociali, gli effetti cumulativi nella sfera psicologica furono frustrazione di deduzione crescenti. Nulla rimpiazzava la fede totale perduta, il credere in una realtà superiore, in un sistema fisso di valori etici. Il progresso è un mito superficiale, perché le sue radici non sono nel passato, ma nel futuro. La sinistra perdeva sempre di più le proprie radici emotive. La linfa vitale si inaridiva. [&#8230;] Siamo stati amputati della fede nella sopravvivenza individuale, nell’immortalità di un Io che amiamo e odiamo più profondamente di ogni altra cosa, e la ferita di questa amputazione non si è mai cicatrizzata. Essere ucciso sulle barricate o morire martire della scienza ci dà un certo compenso; ma l’uomo travolto dal tram o il bambino annegato? L’uomo medioevale aveva una risposta a questa domanda. Quello che appare come un accidente fa parte di un disegno superiore. Il destino non è cieco; tempeste, eruzioni, alluvioni e pestilenze, tutto obbedisce a un piano misterioso; lassù ci si occupa di voi. Cannibali, eschimesi, e cristiani: tutti hanno una risposta a questa domanda tra le domande che, seppur repressa, derisa, nascosta con imbarazzo, rimane ancora, in fin dei conti, la regola ultima e decisiva delle nostre azioni”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Quello che sembra rispondere la sinistra riguardo a un uomo investito da un tram? “In un sistema dei trasporti perfettamente socialista, non ci saranno incidenti”.</p>



<p>Ed ecco la politica diventare settaria, chiudersi in piccoli circoli, dove l&#8217;importante è mantenere ben salda la propria opinione, anche se sbagliata. Una resa incondizionata delle facoltà critiche, sintomo della perdita totale del ragionamento. L’importante è non avere dubbi, perché creano nevrosi:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“<strong>In queste circostanze, quasi tutte le discussioni pubbliche o private con i drogati del mito sono votate al fallimento”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Il dibattito è rimosso, l&#8217;obiettività sotterrata, gli argomenti accettati solo se si adattano al sistema. Perché l&#8217;esperienza della libertà richiede troppo sforzo e attenzione, una presa e un uso di coscienza. Come scriveva anche Max Stirner ne&nbsp;<em>L’unico</em>:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“<strong>Un partito, di qualunque natura esso sia, non può non pretendere una professione di fede. Il principio del partito, infatti, deve essere creduto da parte dei suoi membri, che non devono porlo in dubbio o metterlo in questione: esso deve valere per loro come cosa certa e indubitabile. Questo significa che bisogna darsi a un partito anima e corpo, se no non si è veramente uomini di partito, ma invece più o meno egoisti”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Non ci si auspica un ritorno a un Cristianesimo cieco come quello delle Crociate, che infatti cristianesimo non era, ma di tornare a comprendere che solo il mistero è la Spiegazione di tutte le cose, una Spiegazione, come ricordano i mistici, che non può essere formulata e capita in questo nostro piano umano. Illudersi che possa farlo la politica è il danno più grande che si possa fare all’umanità. Dio non è un Dio matematico ma al massimo è un Dio mistico.&nbsp;</p>



<p>Prima di Cristo, gli schiavi non erano solo schiavi, i poveri solo poveri e le puttane solo puttane? Non è stato Cristo, se ci pensiamo, ad aver inventato l’amore? Dopo di lui, tutti hanno potuto essere uguali, per la prima volta, e avere gli stessi diritti e lo stesso valore, qualcosa d’inconcepibile e inaccettabile.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="500" height="755" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/9788882700379_0_500_0_75.jpg" alt="" class="wp-image-106344" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/9788882700379_0_500_0_75.jpg 500w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/9788882700379_0_500_0_75-199x300.jpg 199w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure>



<p>C’è un libro che ho amato molto di Steven Pinker,&nbsp;<em>Il declino della violenza</em>, un saggio che passa in rassegna i secoli della nostra storia, il racconto di come era lecito uccidere, torturare violentare, fare qualunque cosa andasse contro il diritto e la dignità umana. Pinker dà il merito di questo alla scienza, alla scolarizzazione, alla cultura, all’agglomerato urbano che divenne il fulcro della civiltà, ma si dimentica il messaggio di Cristo. Tutti tendiamo a confondere la chiesa con il cristianesimo, i cattolici con i cristiani. I danni fatti dai cattolici nessuno li ha perdonati e probabilmente non li perdonerà mai. A causa di questo, però, si è perso e dimenticato il messaggio dei Vangeli: l’amore. Qualcosa che prima non esisteva.</p>



<p>Cristo insegnava ad amare anche il proprio nemico. Questo messaggio d’amore non può essere sostituito da nessun dogma politico, nemmeno i dogmi religiosi, che nulla c’entrano con il cristianesimo.&nbsp;<strong>La politica propone un amore all’acqua di rose, non un amore travolgente, di quelli che ti porta a lasciare tutto in nome di quell’amore. Nemmeno il buddhismo si avvicina al concetto di amore, perché la vita non è considerata gioia ma sofferenza, qualcosa di cui liberarsi</strong>, non di cui godere nel rispetto di tutti. A un certo punto il buddhismo Mahāyāna si presentò come una sorta di Vangelo, a differenza del buddhismo Theravāda, che rimase più “biblico”, nel senso di rigoroso ed “egoistico”. Ma, al posto dell’amore, il Mahāyāna inserì la compassione, qualcosa di diverso e di lontano dall’empatia, e, soprattutto, distante anni luce dal concetto di amore.</p>



<p>La Spiegazione, come la chiama Koestler, oggi ha perso il suo carattere rassicurante, si cerca solo di trasformare lo sconosciuto in conosciuto e l&#8217;estraneo in familiare, eppure, la stessa fisica non è di questo mondo, non può essere spiegata e capita totalmente con le forme che conosciamo della fisica classica, perché essa “esiste a un livello differente di organizzazione, i cui rapporti e le cui relazioni non possono ridursi, né essere previsti sul piano del macrocosmo”.&nbsp;</p>



<p>Quindi, arrivare a una Spiegazione completa del mondo non è possibile col metodo della misurazione quantitativa, così come non funzionano le spiegazioni teologiche del passato:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“In altre parole, la libertà del tutto è il destino della parte; il solo modo per comprendere il destino è quello di comprendere che si è parte di un tutto. È precisamente ciò che dice il mistico. Questo non significa che il misticismo abbia vinto sulla scienza, ma soltanto riconoscere i limiti della scienza all&#8217;interno dei suoi propri termini di riferimento”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Ridurre tutto soltanto a un&#8217;ossessione verso i valori etici, rischia di farci crollare nel nichilismo. La soluzione è applicare i valori della contemplazione passiva all&#8217;azione pratica. Una sintesi tra il santo e il rivoluzionario. Una contemplazione che liberi dagli ostacoli dei condizionamenti, che non si riduca in quietismo ma nemmeno in entusiasmo fanatico.&nbsp;</p>



<p>Koestler riconobbe i limiti della scienza, che dovrà lasciare spazio all’altra via di conoscenza. Il metodo quantitativo ha già raggiunto lo stato di saturazione, l&#8217;unica via ancora percorribile è quella dell&#8217;approccio verticale:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Raggiungere l’una senza perdere l’altra è forse il compito più difficile e necessario che la nostra specie abbia mai affrontato. Ma le pie esortazioni non bastano. Per ritrovare la metà perduta della nostra personalità, la totalità e la santità dell&#8217;uomo, bisogna apprendere l&#8217;arte e la scienza della meditazione; ma per apprenderla bisogna che ci sia chi l&#8217;insegni”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Queste le parole profetiche di Koestler, che sembra aver previsto l&#8217;arrivo e la diffusione virale della pratica della meditazione in Occidente in questi tempi moderni:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ma non si può lasciare questo compito alla ciarlataneria dello Yogi da giornali, e neppure a filosofi illuminati che dispensano un minimo di informazioni sulla tecnica del respiro, con un massimo di enfasi oscurantista. [&#8230;] La contemplazione sopravvive soltanto in Oriente e all’Oriente dobbiamo rivolgerci per impararla; ma abbiamo bisogno di interpreti qualificati e soprattutto di una reinterpretazione che usi il linguaggio e i simboli del pensiero occidentale. Le sole traduzioni sono inutili. Salvo per chi possa dedicarvi tutta la propria vita, e per gli snob. I Veda mi annoiano a morte e il Tao per me non ha alcun senso”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Addirittura, Koestler si augura che si possa cominciare a insegnare la meditazione nelle scuole, cosa che sta realmente avvenendo grazie alla mindfulness:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non per produrre degli eccentrici, ma per restituire all’uomo la sua integrità. E abbiamo tutte le ragioni di desiderarlo seriamente. La crisi della Spiegazione ha trovato la sua più violenta espressione nella crisi dell&#8217;etica nella sua proiezione politica”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>La salvezza della civiltà europea per via (forse) di un&#8217;altra guerra totale, dipende proprio da questa sintesi tra il santo e il rivoluzionario:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non c’è bisogno di un grande acume per rendersene conto, e soltanto l’inerzia della nostra immaginazione ci impedisce di crederci – così come in tempo di pace non crediamo che possa mai scoppiare una guerra, e durante la guerra non crediamo che ci sarà di nuovo la pace. Dietro la voce di Cassandra della ragione, c’è in noi un’altra voce soddisfatta e sorridente, che ci sussurra all’orecchio la dolce bugia che non moriremo mai, e che domani sarà come ieri. È tempo di imparare a non credere più a questa voce”.</strong></p>
</blockquote>



<p><strong><em>Dejanira Bada</em></strong></p>
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		<title>Letteratura da manuale. Per capire i dazi bisogna leggere Maupassant (mica Fubini…)</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jul 2025 04:22:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Coda]]></category>
		<category><![CDATA[dazi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quanto mi piacciono i libri dai quali esco sapendone qualcosa in più rispetto a quando ci ero entrato!&#160;Volevo fosse il caso dello spillato di Federico Fubini, omaggiato dal “Corriere della Sera” del trenta giugno. Titolo:&#160;Dazi. Sottotitolo:&#160;Il secolo della guerra economica.&#160;In copertina: guantone a stelle strisce contro guantone a stelle europee, perché l’immaginario italo-americano resta affezionato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quanto mi piacciono i libri dai quali esco sapendone qualcosa in più rispetto a quando ci ero entrato!&nbsp;<strong>Volevo fosse il caso dello spillato di Federico Fubini, omaggiato dal “Corriere della Sera” del trenta giugno. Titolo:&nbsp;<em>Dazi</em>. Sottotitolo:&nbsp;<em>Il secolo della guerra economica</em>.</strong>&nbsp;In copertina: guantone a stelle strisce contro guantone a stelle europee, perché l’immaginario italo-americano resta affezionato allo Stallone di Balboa, e nel sottopancia un istogramma in dissolvenza, come fossero grattacieli lynchiani.&nbsp;</p>



<p>In effetti i guantoni, il sinistro sulla destra che cozza col destro sulla sinistra, potrebbero essere dello stesso pugile, per cui il dubbio: è una guerra autolesionista, e schizoide, se non proprio l’ennesimo show per un pubblico pagante pago di vedere gli altri darsi apparenti botte da orbi, in pieno stile wrestler, restando cieco di fronte all’evidenza che a finire pestato più di tutti resterà lui, pubblico spettatore, e non certo i proprietari dell’arena, i fornitori, i preparatori atletici, i lottatori in scena, gli sponsor dell’evento, le emittenze varie e eventuali?</p>



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<p>L’estenuante guerra vinta dai ricchi che continuano a dichiararne, terrorizzati come sono dall’idea di esserlo meno. Guerre combattute dai poveri, magari lo fossero solo di spirito, contro i poveri di volta in volta convinti di averlo finalmente trovato il ricco che renderà ricco anche loro, alla faccia di chi povero lo resterà anche stavolta perché avrà puntato sul ricco sbagliato, neanche l’errore madornale non fosse continuare a stare nello stesso gioco della guerra su cui si fonda la straricchezza di quei ricchi che sanno arruolare i poveri con la sola promessa di ricchezza, guadagnandoci pure, arricchendosi assecondando la propria&nbsp;<em>natura</em>, del resto i poveri non stanno tanto a sottilizzare tra una povertà e una ancora peggiore. Almeno per un po’ si saranno illusi di qualcosa, un altro niente di fatto è pur sempre meglio del solito niente di prima.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>Metti il dazio, togli il dazio, questo dazio qua spostalo là e quello là mettilo qua, la politica doganale trumpiana è esilarante, è il gioco degli “assetti del potere” che sta creando “ostacoli al commercio internazionale” facendo barcollare nella sola Europa “trenta milioni di posti di lavoro”,</strong>&nbsp;ciò non toglie non serva un Dario Fo per metterla in opera buffa: sembra proprio di stare nella favola dell’imperatore che brontola nell’attesa di quel bimbo che lo punterà a dito per dirgli quant’è nudo, stufo – l’imperatore – di dover continuare a andare in giro chiappe all’arie rischiando di buscarsi polmoniti, alla sua età!, attorniato da comprimari il cui massimo sforzo critico è civettare un&nbsp;<em>Presidente, ma quanto le dona la calzamaglia color carne!</em></p>



<p>Che lo scenario economico e quindi geopolitico mondiale sia favoloso lo scrive Fubini stesso, ricordando come degli “organismi internazionali dalle regole condivise quali il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale o l’Organizzazione mondiale del commercio” ormai resta “quasi solo il guscio: vuoto come la corazza del Cavaliere inesistente del romanzo di Italo Calvino.” L’avverarsi delle ambizioni della sinistra più antagonista, per opera del suo antagonista più spavaldo e beffardo.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/686048504eec2.r_d.450-274-21015-1024x768.jpeg" alt="" class="wp-image-104183" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/686048504eec2.r_d.450-274-21015-1024x768.jpeg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/686048504eec2.r_d.450-274-21015-300x225.jpeg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/686048504eec2.r_d.450-274-21015-768x576.jpeg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/686048504eec2.r_d.450-274-21015-600x450.jpeg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/686048504eec2.r_d.450-274-21015.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Di macroeconomia e dunque del nocciolo della politica cosa mai ne posso capire io lettore di letteratura, in particolar modo di quegli scrittori che tante volte provocano tali buchi a bilancio cheppoi va da sé gli editori debbano stampare chef, tiktoker, ex-presidenti del Consiglio e giallisti tinti di nero per non doversi riciclare del tutto in copisterie di catena? Non ho le carte, non faccio deal, sono profano al punto da trovare brillante una sintesi associativa che immagino del tutto usurata per indicare gli effetti dell’economia finanziaria su quella reale, “da Wall Street a Main Street”, e da mandare giù come pillola prescritta dello specialista la descrizione di stablecoin: le chiamiamole valute “digitali private sostenute da depositi, per lo più in dollari, di valore equivalente”.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Sono il corrispettivo italiano di quegli americani, stimati il 38% del totale, “che non possiedono azioni quotate alla Borsa di New York e che non hanno altro che debiti”, convinti – erroneamente – “di avere poco a che fare con l’andamento di Wall Street e molto da perdere dalla globalizzazione”, dico erroneamente perché se il 38% di americani azioni non ne ha, il restante 62% sì, e se si rovinano economicamente due americani su tre, il terzo non si arricchirà certo a loro spese, anzi: loro le spese le ridurranno, potendosele comunque permettere, e sarà proprio il terzo, ulteriormente colpito dalle contrazioni del mercato, a rimetterci il poco che aveva e vedere ancora più lontana la possibilità di acquistarla una Ferrari, ora che l’azienda “ha alzato i suoi listini del 10% prima ancora che entrassero effettivamente i vigori i dazi al 25% sulle auto in arrivo negli Stati Uniti.” Per dire:<strong>&nbsp;le conseguenze della guerra dei dazi non potranno mai essere le stesse per chi dovrà rinviare all’anno prossimo l’acquisto di una Ferrari e per chi già da ora deve pagare “spesso anche il 28% sulle loro carte di credito: interessi da mafia dei colletti bianchi, che in Europa verrebbero puniti per il reato di usura”.</strong></p>



<p>Da lettore non specialista ho l’ambizione anti-economica che Vollmann rielabori in centinaia e centinaia di pagine psichedeliche il materiale che Fubini precipita nel capitolo che in&nbsp;<em>Dazi</em>&nbsp;ne conta soltanto tredici:&nbsp;<em>La storia nelle vite di tre uomini: Clinton, Stiglitz e Vance.</em>&nbsp;Per essere più sintetici di Fubini: Stiglitz, nato in una steel town 82 anni fa, aveva capito per tempo “che la globalizzazione beneficia i detentori di capitale e i lavoratori con diplomi di college o con master in università prestigiose, nei Paesi avanzati; ma svantaggia chi non ha né qualifica né capitali” e aveva fatto in modo che il messaggio arrivasse a Clinton quando era lui il Presidente. Clitton il 20 aprile del 1999 dalla libreria della Casa Bianca disse: “Questo è il momento di agire per impedire che le crisi finanziarie raggiungano livelli catastrofici in futuro.”&nbsp;&nbsp;Dopodiché non si agì affatto, e qui entra in scena Vance, nato in una steel town circa quaranta anni dopo Stiglitz, solo che Vance non diventa un economista anche premio Nobel e saggista prolifico tanto acquistato quanto ignorato come Stiglitz: Vance a 32 anni pubblica&nbsp;<em>Elegia americana</em>&nbsp;prima di diventare vicepresidente degli States a 40, rappresentando in pieno la narrazione dell’elettorato di Trump: uno che non ci crede più ai rimedi macroeconomici di uno Stiglitz, uno che rivuole la fabbrica in casa anche se da casa sua sta espellendo i migranti indispensabili per coprire la forza lavoro richiesta. Vance vuole riscatto ovvero vendetta subito, Promuovendo l’America Grande Ancora, il cui acronimo un italiano forse rende meglio l’idea. E se sostituissimo Promuovendo con Costruendo?&nbsp;</p>



<p><strong>Riflessione: lo scrittore di autofiction Vance ha e ha avuto un effetto sul mondo cosiddetto reale molto più sensibile dello stimato e inascoltato saggista Stiglitz.</strong>&nbsp;Dipende dai lettori che raggiungi, da come li raggiungi, da cosa gli racconti, se quello che racconti a quegli stessi lettori piaccia doverlo sentirselo dire, dopo essersi dovuti prendere persino l’impegno di leggerlo, per ascoltarlo.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>E cosa dovrebbe gridare il bambino europeo al petulante imperatore nordamericano che lascia indizi peggio di Pollicino, sbottando ogni tanto un vagamente depistante&nbsp;<em>meglio un jockstrap in filo spinato che un fottuto kimono di seta cinese</em>? Scrive Fubini: chiamare col suo nome la coercizione economica fra Stati che è l’ultima moda del commercio internazionale, poiché&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“In sostanza Trump e Bessent [il Segretario del Tesoro] potrebbero stare cercando di mettere l’Europa davanti a una brutale alternativa: comprare debito americano man mano che viene emesso – e comprarlo malgrado rendimenti contenuti – oppure rischiare di perdere l’accesso al mercato dei consumatori americani e a quel che resta dell’ombrello di sicurezza del Pentagono.”&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Che gli unici valori realmente difesi dalle civiltà egemoni odierne o meno, quelli per i quali sono disposte ad architettare aggressioni verso tutto e tutti dalle soft alle ultrahard, siano quelli che ci stanno in una borsa, specialmente se la Borsa è la loro, per capirlo mica bisognava aspettare il ventunesimo secolo e leggere Fubini! Bastava l’Ottocento e leggere Balzac. O&nbsp;<em>Bel Ami</em>&nbsp;di Maupassant, che secondo me è la più bella biografia mai scritta sui normalissimi uomini di potere, e dei secoli precedenti al 1885, anno in cui fu pubblicato, e di quelli a venire. Per le mire dell’America made-in-Trump verso la per nulla virginale Europa può valere il trattamento che George Duroy riservò alla ammansita, cavalcata e pussata via signora Walter: lei&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“D’un tratto, smise di lottare e, vinta, rassegnata, si lasciò spogliare.”</strong></p>
</blockquote>



<p><strong>antonio coda</strong></p>
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		<title>Il suicidio di un’epoca. Elogio di Zweig, l’ultimo cantore di un’Europa scomparsa</title>
		<link>https://www.pangea.news/stefan-zweig-silvano-calzini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 May 2025 04:21:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Il mondo di ieri]]></category>
		<category><![CDATA[La novella degli scacchi]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura mitteleuropea]]></category>
		<category><![CDATA[Silvano Calzini]]></category>
		<category><![CDATA[Stefan Zweig]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Sono nato in un grande possente impero, nella monarchia degli Absburgo, ma non si vada a cercarla sulla carta geografica essa è sparita senza traccia. Sono cresciuto a Vienna, metropoli supernazionale bimillenaria, e l’ho dovuta lasciare come un delinquente prima che essa venisse degradata a città provinciale tedesca. Io ora non appartengo ad alcun luogo, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>«Sono nato in un grande possente impero, nella monarchia degli Absburgo, ma non si vada a cercarla sulla carta geografica essa è sparita senza traccia. Sono cresciuto a Vienna, metropoli supernazionale bimillenaria, e l’ho dovuta lasciare come un delinquente prima che essa venisse degradata a città provinciale tedesca. Io ora non appartengo ad alcun luogo, sono dovunque uno straniero e tutt’al più un ospite; anche la vera patria che il mio cuore si era eletta, l’Europa, è perduta per me da quando per la seconda volta, con furia suicida, si dilania in una guerra fraterna.»</strong></p>



<p>In queste parole tratte dall’introduzione alla sua autobiografia,&nbsp;<strong><em>Il mondo di ieri</em></strong>, c’è il ritratto completo della vita e del dramma di&nbsp;<strong>Stefan Zweig (1881-1942)</strong>. Nato in una famiglia della grande borghesia ebraica di Vienna, cosmopolita per spirito e formazione, trascorse buona parte della sua vita viaggiando tra Vienna, Berlino, Zurigo, Parigi, Londra, e poi la Russia, l’Italia, l’America, sempre in contatto con i maggiori intellettuali dell’epoca. Autore soprattutto di racconti e biografie, fu uno scrittore popolarissimo tra le due guerre, ma resta un “minore” rispetto ai tanti giganti suoi contemporanei, da Thomas Mann a Robert Musil, solo per citare due scrittori della sua stessa epoca.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="694" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/71-u7tDO1rL-694x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103481" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/71-u7tDO1rL-694x1024.jpg 694w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/71-u7tDO1rL-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/71-u7tDO1rL-600x885.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/71-u7tDO1rL.jpg 732w" sizes="(max-width: 694px) 100vw, 694px" /></figure>



<p><strong>Con il passare degli anni la sua fama è sempre più rimasta legata all’immagine dell’ultimo cantore di un’epoca e di un’Europa ormai scomparse,</strong>&nbsp;un mondo dove ai suoi occhi regnavano l’amore per l’intelligenza e la cultura, il gusto per la poesia e la musica, un mondo nel quale:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«ognuno sapeva quanto possedeva e quanto gli era dovuto, quel che era permesso e quel che era proibito in cui tutto aveva una sua norma, un peso e una misura precisi».</strong></p>
</blockquote>



<p>L’Europa di Zweig era quella dove non esistevano frontiere e passaporti, accomunata da una spiritualità comune, che credeva nella funzione storica della cultura, strumento di comunicazione e di dialogo tra i popoli e tra le società.&nbsp;<strong>L’avvento della modernità, così arrogante e volgare, il culto dell’efficientismo e l’esplosione dei nazionalismi che porteranno l’Europa a “suicidarsi” con le due guerre mondiali, furono qualcosa di sconvolgente e incomprensibile per Zweig, del tutto incapace di accettare la nuova realtà.</strong>&nbsp;Per restare fedele al suo personaggio, Zweig diede alla sua autobiografia,&nbsp;<em>Il mondo di ieri</em>, scritta quando era già in esilio, il sottotitolo “Ricordi di un europeo”.&nbsp;</p>



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<p>La sua era senza dubbio una visione aristocratica, di chi era cresciuto e si era formato nel privilegio, e la critica ha spesso colto nella sua nostalgia un sapore dolciastro, un che di troppo caramelloso. Facile immaginare che un tipo del genere poteva dare sui nervi a uno scrittore come Carlo Emilio Gadda, che infatti dopo avere letto&nbsp;<em>Il mondo di ieri</em>&nbsp;diede uno dei suoi giudizi al vetriolo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Un trufolone europeo che va in cerca di tutti, è amico e ospite di tutti, è stato a balia con tutti (…) Tutto ciò non gli impedisce di ‘nutrire degli ideali’. Il più alto, il più generoso, e ad un tempo il più facile, è la comunione delle anime universe nella civiltà della supernazione. Auspicio supremo la scomparsa dei passaporti».</strong></p>
</blockquote>



<p>Con il passare degli anni però, aldilà dell’alone nostalgico, resta un punto fermo incontestabile che Zweig aveva colto a pieno: il grande ciclo storico dell’Europa si è chiuso per sempre. Tutto quello che è successo dal 1945 a oggi lo testimonia senza ombra di dubbio.&nbsp;</p>



<p>Per capire meglio quella che era la sua visione del mondo, vecchio e nuovo, il consiglio migliore resta quello di leggere&nbsp;<strong><em>La novella degli scacchi</em></strong>, forse il racconto più famoso e sicuramente, almeno a mio parere,&nbsp;<strong>il più bello di Stefan Zweig</strong>, scritto negli ultimi mesi di vita. Il tema è quello di una sfida tra due personaggi che rappresentano due opposte umanità: uno, il dottor B, sensibile e tormentato, è arrivato agli scacchi attraverso un percorso drammatico, l’altro, Mirko Czentović, un gelido professionista, arido, rozzo e del tutto ignorante, “specializzato” solo nel gioco degli scacchi.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Il contrasto spirituale dell’habitus dei due avversari divenne, nel corso della partita, sempre più plastico, più concreto. Czentović, il praticone, rimase per tutto il tempo immobile come un masso, gli occhi strenuamente fissi sulla scacchiera… Il dottor B. invece si muoveva del tutto disteso e disinvolto. Come il vero dilettante nel senso migliore del termine, che nel gioco vede solo il gioco che procura “diletto”».</strong></p>
</blockquote>



<p>Una sfida che alla fine vede inesorabilmente soccombere il “mondo di ieri”, rappresentato dall’anima aristocratica e sensibile del dottor B., di fronte al “mondo nuovo”, sotto le sembianze della forza brutale e ottusa di Czentović.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="560" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/9788867238385.1000-560x1024.webp" alt="" class="wp-image-103482" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/9788867238385.1000-560x1024.webp 560w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/9788867238385.1000-164x300.webp 164w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/9788867238385.1000.webp 591w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></figure>



<p><strong>Questo racconto va considerato come il testamento spirituale di Zweig, che lo scrisse negli ultimi mesi del 1941 a Petropolis,</strong>&nbsp;la cittadina vicino a Rio de Janeiro dove era andato a vivere, lontano, il più lontano possibile, dalla sua Europa che non riconosceva più. Ormai era un uomo stanco, deluso, che vedeva finire in cenere tutto ciò in cui aveva sempre creduto.&nbsp;</p>



<p>Allo stesso modo dei vecchi elefanti che quando sentono avvicinarsi la fine abbandonano il branco, anche Zweig, preso atto della sua sconfitta definitiva, se ne andò in fondo al buco del culo del mondo dove il 23 febbraio del 1942 si suicidò insieme alla seconda moglie.</p>



<p><strong>Silvano Calzini</strong></p>



<p><em>*In copertina: Samuel Reshevsky (1911-1992), scacchista di genio e bambino prodigio, il 6 aprile del 1922, sfida alcuni maestri a Washington DC</em></p>
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		<title>Torgny Lindgren, l’UE e il mistero dello snus</title>
		<link>https://www.pangea.news/torgny-lindgren-fosse-europa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Apr 2025 04:20:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Coda]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[Jon Fosse]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura scandinava]]></category>
		<category><![CDATA[Miele]]></category>
		<category><![CDATA[Torgny Lindgren]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Comunque, per fare qualche altro nome: Virginia Woolf, Peter Handke e Torgny Lindgren. Così risponde Jon Fosse alla domanda di Eskil Skjeldal, “Quali scrittori sono stati importanti per te?”, in&#160;Il mistero della fede, testo-intervista del 2015 tradotto da Margherita Podestà Heir e pubblicato da Baldini+Castoldi nel 2024. La Woolf non bisogna averla letto per sapere [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Comunque, per fare qualche altro nome: Virginia Woolf, Peter Handke e Torgny Lindgren</em>. Così risponde Jon Fosse alla domanda di Eskil Skjeldal, “<em>Quali scrittori sono stati importanti per te</em>?”, in&nbsp;<strong>Il mistero della fede</strong>, testo-intervista del 2015 tradotto da Margherita Podestà Heir e pubblicato da Baldini+Castoldi nel 2024.</p>



<p>La Woolf non bisogna averla letto per sapere chi sia stata, se si è di quelli che leggono o che si spacciano per tali, e Handke è lo scrittore che leggo compulsivamente nell’ultimo paio d’anni,&nbsp;<strong>ma: Torgny Lindgren?</strong> Sprovveduto io o non è tra i soliti noti sul versante italiano – come del resto non lo era Fosse stesso, prima che il Nobel desse l’impulso all’editoria che pubblica i premiati eccellenti.</p>



<p>Per Wikipedia, la prima fonte a tiro, Lindgren è uno scrittore svedese morto nel 2017 che ha ottenuto la consacrazione “con la pubblicazione de&nbsp;<em>Il sentiero del serpente sulla roccia</em>”.</p>



<p>Leggi Wikipedia e di Lindgren ne sai quanto prima, un quasi nulla, tranne che è stato uno scrittore importante per Jon Fosse, al pari della Woolf e di Handke.</p>



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<p>Bisogna leggerlo, bisogna leggere uno scrittore che nella considerazione di Jon Fosse è importante quanto Virginia Woolf e Peter Handke, fosse solo per non essere d’accordo, per restare nell’incomprensione, nel mistero della letteratura che, come per tutti i misteri, per taluni è baggianata e per altri uno stare sull’orlo di un abisso.&nbsp;</p>



<p>Se per Fosse “scrivere è una specie di lode, anche nella poesia più buia, una lode del linguaggio”, come scrive Torgny Lindgren, cosa scrive?</p>



<p>In&nbsp;<strong>Perdonami madre</strong>&nbsp;di Jacques Chessex per Armando Dadò editore mi aveva ha colpito il paratesto iniziale in cui si esplicita “<em>l’intendimento</em>” della collana in cui è stato pubblicato,&nbsp;<em>I cristalli – Helvetia Nobilis</em>: “<em>L’intendimento è che questi testi contribuiscano a una riflessione sull’identità elvetica e sul lungo cammino che ha portato al formarsi dello Stato attuale.</em>” Secondo l’editore la Svizzera è la sua letteratura. Così come l’Italia è la sua letteratura – finché ne ha avuta e ne vorrà avere una. La letteratura dà un’identità a chi ne cerca una, eventualmente per potersene poi disfare, ma qualcosa di cui potersi disfare deve essere data, prima. Datemi un punto di appoggio e il mondo potrò o sollevarlo o sprofondarlo ma niente punto d’appoggio niente mondo.</p>



<p>E l’Europa? L’Europa, per dirne una, non è e non può essere il suo riarmo, non può consolidarsi nel segno del terrore di essere smantellata, distrutta, per quanto legittimo possa essere il suo terrore di esserlo. Un’identità fondata sul terrore è terribile di suo, è meglio perderla prima ancora di essersela data. E l’Europa per fondarsi sul terrore non ha mica dovuto attendere la Russia di Putin. La Fortezza Europa aka Bastiani si fonda sull’ansia securitaria fin da subito, sulla sua paura di sparire, sullo spavento si noti la sua insignificanza sopraggiunta.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="707" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/61Xb9rbhzJL-707x1024.jpg" alt="" class="wp-image-102966" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/61Xb9rbhzJL-707x1024.jpg 707w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/61Xb9rbhzJL-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/61Xb9rbhzJL-600x869.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/61Xb9rbhzJL.jpg 746w" sizes="(max-width: 707px) 100vw, 707px" /></figure>



<p>L’identità europea moderna e contemporanea però potrebbe fondarsi tanto sulla Woolf quanto su Handke. E in che misura Torgny Lindgren contribuisce, può contribuire, all’identità europea, dunque anche alla mia che neppure sapevo del suo contribuito, poiché sempre a detta di Fosse: “Tutti traggono beneficio dalla matematica più avanzata, anche se non la comprendono, e tutti traggono beneficio della migliore letteratura, anche se in apparenza non ne ricavano nulla”?</p>



<p>Cosa si ricava da Torgny Lindgren?</p>



<p>“Questa è una strada stretta e dritta attraverso un paesaggio sconnesso”, così scrive in&nbsp;<strong>Miele</strong>, del 1995, pubblicato da Giano nel 2002, nella traduzione di Carmen Giorgetti Cima.&nbsp;</p>



<p>È un passaggio narrativo nei paraggi dell’incipit, in auto ci sono le prime due entità della trinità che domina il romanzo. In auto ci sono “la donna sola di quarantacinque anni, una forestiera che veniva dal sud del paese e che aveva scritto dei libri sull’amore e sulla morte e sui santi”, scrittrice di pochissimi lettori, e l’uomo incaricato di ospitarla, che “portava una giacca di pelle nera sopra la camicia scozzese” e che “Puzzava di putrefazione.”</p>



<p>La donna resterà innominata mentre l’uomo “Le confidò il suo nome, Hadar” e in quella scelta del verbo, nella sua resa italiana, in quel ‘confidò’ si sente tutta una tradizione letteraria sul potere magico del nome proprio, sul suo potere segreto.&nbsp;<strong>Miele</strong>&nbsp;rintocca di riflessioni sul mistero dell’essere al mondo.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="673" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/71dlD0yAbDL-673x1024.jpg" alt="" class="wp-image-102967" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/71dlD0yAbDL-673x1024.jpg 673w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/71dlD0yAbDL-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/71dlD0yAbDL-600x913.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/71dlD0yAbDL.jpg 710w" sizes="(max-width: 673px) 100vw, 673px" /></figure>



<p>Niente è ancora accaduto eppure tutto è già accaduto.&nbsp;<strong>Miele</strong>&nbsp;è un romanzo con le sue vicende, come tutti, ma è pure tutt’altro, un libro di sentenze, un libro sul mistero del tempo, “Quando moriamo, è come se di colpo fossimo sempre stati morti”, sul mistero delle cose come la neve che è “una spuma di luce trasformata in materia”, sul mistero del corpo umano che consiste “di un’unione armoniosa di mobile e rigido, di fluido e solido, muco e smalto(…).”</p>



<p>&nbsp;Si può andare avanti, dire che&nbsp;<strong>Miele</strong>&nbsp;è “l’avventura del momentaneo prolungamento della vita”, la storia dei due fratelli Hadar e Olaf che sopravvivono grazie all’odio reciproco, come l’umanità di solito ecco, ma preferisco fermarmi prima poiché l’ho sentito da subito, dall’inizio, cosa si ricava leggendo Torgny Lindgren, al primo scambio tra la forestiera del sud e l’uomo in putrefazione del nord:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>&nbsp;“Tutti i paesaggi e le strade che vi serpeggiano hanno le loro peculiarità e caratteristiche (…) Hanno le loro imperfezioni e loro difetti.”</strong></p>



<p><strong>“Questa è una strada stretta e dritta attraverso un paesaggio sconnesso.”</strong></p>
</blockquote>



<p>Questa strada è la nostra vicenda umana stretta e dritta che attraversa la Storia mondiale sconnessa. Questo è il mistero della letteratura che rende amaro persino il miele, dolce persino la putrefazione.&nbsp;</p>



<p>Quanto più sarebbero temibili gli europei se i miliardi invece che in armi li spendessero in politica culturale, in letteratura, cinema, arte e via andare. Certo a nulla servirebbe per renderci indistruttibili ma nessuno più lo è o può più esserlo nell’epoca sorta e mai più tramontabile della Bomba:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’età atomica non è mai finita. Abbiamo forse smesso di pensarla, presi dalla fantasia di pace eterna del momento unipolare americano. Eppure l’epoca apertasi nel 1945 non solo non è finita, ma è anzi «definitiva» nel senso del tutto particolare che le attribuiva Günther Anders: al suo interno la storia umana può giungere a termine”.</strong></p>
<cite><strong>da&nbsp;<em>Se la bomba non ci protegge più della bomba</em>, di Agnese Rossi, in “Limes” 1,2025.&nbsp;</strong></cite></blockquote>



<p>Non potremo mai più essere indistruttibili, imbattibili, d’altronde non lo siamo mai stati, ma potremmo diventare invitti perché non più orwellianamente manipolabili a piacere. Quando ci si è dati un’identità non resta poi molto altro che possano portarti via, se non la vita – ma la vita alla lunga che non è poi chissà quanto lunga bisogna renderla in ogni caso. L’identità almeno sarà servita a darti un senso, la sua invenzione, tra il nulla di prima e il nulla di dopo, perché poi&nbsp;<em>Quando moriamo, è come se di colpo fossimo sempre stati morti</em>. E prima di nascere, idem.</p>



<p>Per essere europei bisogna essere anti UE? Con Fosse&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’intero progetto dell’UE è antieuropeo, l’essenza dell’Europa è la diversità, in tutti i sensi, mentre l’UE rappresenta, se non proprio l’uniformità, sicuramente l’omologazione (…). È scandaloso. L’omologazione, che sia dettata dal potere del denaro, da decisioni politiche o dalla burocrazia, mi ripugna profondamente. Io sono un grande sostenitore dell’Europa ed è proprio per questo che sono contro l’UE.”&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Per dovere di verità va precisato che Fosse trovava scandaloso il divieto di vendita dello snus, tabacco svedese, nel 2015 il ReArm Europe plan era di là da venire. Il divieto di vendita dello snus è scandaloso, sia, ma pure il ReArme Europe plan per com’è stato escogitato non scherza.</p>



<p>Quanto è illusorio immaginarsi, grazie alla letteratura, come persone circondate dal mistero impenetrabile di un’identità che ciascuno potrebbe reinventarsi ma soltanto secondo il proprio piacere mai imposto, mai imponibile? …Il dilemma dell’identità, per di più, non è che non abbia creato più problemi di quanti ne abbia risolti, ammesso ne abbia mai risolto qualcuno, ma per l’identità vale come per la Bomba.</p>



<p>Per dirlo con altre parole di Agnese Rossi – che le pronuncia a proposito della teoria della deterrenza nucleare – giocare con la teoria dell’identità “continuerà a servire finché esisteranno le armi atomiche. Cioè ancora per molto tempo, visto che è impossibile disinventarle.” Disinventare il feticcio dell’identità è impossibile ma inventarsene di altre e di nuove sì, è possibile. È il compito e il mistero della letteratura.</p>



<p>Perché non possiamo continuare a vivere così ma continueremo a vivere così lo stesso.</p>



<p><strong>antonio coda</strong></p>



<p><em>*In copertina: Eva Bonnier, Geor Pauli. Studio, 1884 ca.</em></p>
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		<title>“In grazia della lingua il poeta governa occultamente il mondo”. Sul genio di Hugo von Hofmannsthal</title>
		<link>https://www.pangea.news/hugo-von-hofmannsthal-poesia-canone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Jun 2024 03:49:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[canone]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Hugo von Hofmannsthal]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura tedesca]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per celebrare l’anniversario di questa nascita, bisogna partire dalla fine, dalla morte. Il 13 luglio del 1929 il figlio di Hugo von Hofmannsthal, Franz, si ammazza. Si spara un colpo in testa nel palazzotto di Rodaun, la dimora di famiglia, in campagna, appena fuori Vienna, dove il padre aveva ospitato, tra gli altri, Rainer Maria [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Per celebrare l’anniversario di questa nascita, bisogna partire dalla fine, dalla morte. <strong>Il 13 luglio del 1929 il figlio di Hugo von Hofmannsthal, Franz, si ammazza. Si spara un colpo in testa nel palazzotto di Rodaun, la dimora di famiglia, in campagna, appena fuori Vienna, dove il padre aveva ospitato, tra gli altri, Rainer Maria Rilke – incoraggiandone il talento</strong> –, il conte Keyersling, Franz Werfel, Thomas Mann. Il titolo nobiliare era stato conferito al bisnonno di Hugo von Hofmannsthal, Isaak Löb Hofmann, ebreo di Praga che aveva fondato in Austria un piccolo impero di fabbriche per la lavorazione della seta. Lo stemma recava inciso il baco sopra una foglia di gelso e le tavole della Legge. Nel sangue del poeta scorreva anche sangue italiano: il nonno, August, convertitosi al cristianesimo, aveva sposato a Milano Petronilla da Rho, nobile lombarda. Al poeta, da ragazzo, piaceva vagabondare nei dintorni di Varese in bicicletta.</p>



<p>Con la consueta, cristallina levità, Hugo von Hofmannsthal scrive della morte del figlio all’amico Carl Jacob Burckhardt. Gli occhi del poeta erano posseduti da una profondità <em>terrificante</em>.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Avevamo fatto colazione insieme – in pace e armonia. C’è qualcosa di infinitamente triste e di infinitamente nobile nel modo in cui il ragazzo ha lasciato la vita. Non aveva mai saputo comunicare se stesso agli altri. Anche la sua dipartita è stata silenziosa”.</strong></p>
</blockquote>



<p>È sconcertante la nitida freddezza, la cura formale, con cui il poeta narra la morte del figlio. Il giorno dopo, il 15 luglio, Hugo von Hofmannsthal prende la porta di casa: deve presiedere al funerale del figlio. Fa per afferrare il cappello, lo coglie un malore. “Il cappello gli sfuggiva. Egli fece un gemito, vacillò, cadde, morì. Un ictus al cervello!”. Tre giorni dopo, il 18 luglio, scortato da migliaia di persone, Hugo von Hofmannsthal è sepolto nel cimitero di Kalksburg, di fianco al figlio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="729" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/Karl_Bauer_Hugo_von_Hofmannsthal-729x1024.jpg" alt="" class="wp-image-99863" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/Karl_Bauer_Hugo_von_Hofmannsthal-729x1024.jpg 729w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/Karl_Bauer_Hugo_von_Hofmannsthal-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/Karl_Bauer_Hugo_von_Hofmannsthal-600x843.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/Karl_Bauer_Hugo_von_Hofmannsthal.jpg 769w" sizes="(max-width: 729px) 100vw, 729px" /><figcaption class="wp-element-caption">Hugo von Hofmannsthal (1874-1929) secondo Karl Bauer, 1916</figcaption></figure>



<p>L’episodio diventò leggenda: “una tragedia nel grande stile dell’antichità”, chiosa Klaus Mann nel romanzo autobiografico <em>La svolta</em>. Secondo lo scrittore, Hofmannsthal era stato visitato da un sogno profetico non molto prima della morte del figlio. Nel sogno, il poeta tenta, come tutte le mattine, di indossare il cappello – ma non ne è in grado. “Non che fosse appeso più alto del solito o che l’uomo fosse rimpicciolito; semplicemente il copricapo non si lasciava prendere. L’uomo, colto da un’ansia mortale saltava, balzava, tendeva le braccia; il cappello gli sfuggiva… Hugo von Hofmannsthal fu ucciso dal suo sogno e dal suo dolore”. <strong>Qualche riga prima, Klaus Mann scrive una frase lapidaria, pari a un cecchino. “Non è facile essere il figlio d’un genio”. Verità dal truce presagio.</strong> Il figlio di Thomas Mann, lo scrittore di <em>Mephisto</em>, si ammazza, a Cannes, nel maggio del 1949. Vent’anni dopo il suicidio del figlio di Hofmannsthal.</p>



<p>Prendiamo l’episodio di lato. Secondo Harold Bloom, la morte del “canone occidentale” accadrà quando non capiremo più i libri di Thomas Mann, quando sarà impossibile, per deficit linguistico e d’intelletto, confrontarsi con romanzi-mondo come <em>La montagna incantata</em> e <em>Doctor Faustus</em>. Secondo me, la fine della tradizione letteraria occidentale è cominciata quando abbiamo smesso di leggere Hugo von Hofmannsthal.</p>



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<p><strong>Nato centocinquant’anni fa, il primo febbraio del 1874, a Vienna, Hofmannsthal ha inaugurato la nuova era della letteratura europea.</strong> Precocissimo, firmava le prime prove liriche “Loris”: parvero, ai più, straordinarie. Hugo von Hofmannsthal era il ragazzo d’oro che con suprema leggerezza veniva a mozzare il capo al secolo, era l’icona del fatale <em>puer</em> evocato da Virgilio. Al giovane liceale si avvicinò il patriarca Stefan George, Stefan Zweig “parlerà di un miracolo irripetibile” (Giovanna Bemporad), Karl Kraus mise in armistizio il cinismo, omaggiando il poeta.</p>



<p>Nella <em>Lettera di Lord Chandos</em> (pubblicata nel 1902), Hofmannsthal prefigura la fine del rapporto tra le parole e le cose, la fine della possibilità, per l’uomo, di dare un nome alle creature del mondo, la fine del linguaggio fino ad allora noto:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“la lingua in cui mi sarebbe forse dato non solo di scrivere, ma anche di pensare, non è la lingua latina né l’inglese né l’italiana o la spagnola, ma una lingua di cui non una parola mi è nota, una lingua in cui mi parlano le cose mute”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Il monito imposto da Hofmannsthal – la rinuncia all’impostura letteraria o la fondazione di una lingua nuova – sarà raccolto da James Joyce, Samuel Beckett, Hermann Broch e Louis-Ferdinand Céline, autori che hanno portato la letteratura sulla soglia del nulla.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="600" height="934" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/i__id260_mw1000__1x.jpg" alt="" class="wp-image-99869" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/i__id260_mw1000__1x.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/i__id260_mw1000__1x-193x300.jpg 193w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>



<p>Amava D’Annunzio – “la più grande forza poetica dei nostri tempi” – riservando critiche ai suoi romanzi; per Eleonora Duse scrisse la sua tragedia più bella, <em>Elettra</em>. La figlia di Agamennone, virginea e virile, sorretta dallo stigma della vendetta, “tremenda”, che “giace in cenci” (cito dalla bella traduzione della Bemporad edita da Garzanti), è indimenticabile. <strong>Votata al culto dei morti – memorabile la scena che narra l’amplesso con lo spettro del padre: “mi costrinse a sapere ciò che avviene/ tra uomo e donna” –, Elettra, implacabile menade, conosce il nulla, la vita violenta, l’andare delle bestie; osa “fissare il buio”.</strong> L’atto unico andò in scena il 30 ottobre del 1903, a Berlino, nel teatro di Max Reinhardt, dove, poco prima, era stata presentata la <em>Salomé</em> di Oscar Wilde. Fu un successo clamoroso – e l’inizio della collaborazione del poeta con Richard Strauss.</p>



<p>In Italia, Hofmannsthal ha avuto un capace discepolo in Alessandro Spina: che il più raffinato scrittore in italiano del secondo dopoguerra sia un siriano nato a Bengasi, la cui opera è oggi introvabile, è lo sdegnoso segno dello stato attuale della nostra letteratura. <strong>“Dei grandi del Novecento, Hugo von Hofmannsthal è quello in Italia più trascurato, forse perché estraneo al gusto della chiacchiera”, congetturava Spina in un articolo, diversi anni fa.</strong> In effetti, Hofmannsthal è edito, da noi, con rigorosa distrazione: il ‘Meridiano’ Mondadori che lo riguarda, curato da Giorgio Zampa, è lì dal 1972.</p>



<p><strong>Cristina Campo recava un culto privato all’opera di Hofmannsthal, poi trapiantato nell’epopea editoriale Adelphi.</strong> La <em>Ballata della vita apparente</em> (“Che giova il tutto a noi…/ se siamo grandi ed in eterno soli/ e non poniamo segno al nostro andare?”) ha riverberi di cui sono impregnati le <em>Elegie duinesi</em> di Rilke, i <em>Quattro quartetti</em> di Eliot, i poemi di Saint-John Perse.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="664" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/gedichte-taschenbuch-hugo-von-hofmannsthal-664x1024.jpg" alt="" class="wp-image-99865" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/gedichte-taschenbuch-hugo-von-hofmannsthal-664x1024.jpg 664w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/gedichte-taschenbuch-hugo-von-hofmannsthal-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/gedichte-taschenbuch-hugo-von-hofmannsthal-600x926.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/gedichte-taschenbuch-hugo-von-hofmannsthal.jpg 700w" sizes="(max-width: 664px) 100vw, 664px" /></figure>



<p>Di Hofmannsthal, forse, fa paura la figura eremitica, ieratica, eletta. In una conferenza del 1927, <em>La letteratura come spazio spirituale della nazione</em> (riproposta da Aragno nel 2019), Hofmannsthal parlava dell’“Antichità” come fondamento dell’“intelletto europeo”. Platone e Agostino, Aristotele e Tommaso d’Aquino</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“rappresentano il mito della nostra ragion d’essere europea, la creazione del nostro mondo spirituale, il trionfo del cosmo sul caos, che racchiude eroe e vittima, ordine e trasformazione, misura e iniziazione”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Credeva che il poeta, che “nessuno nota”, “battuto dall’ultima delle sguattere e additato ai cani”, è colui che “in grazia della lingua occultamente governa un mondo i cui singoli membri possono rinnegarlo… e tuttavia è lui che domina e regge la loro fantasia”.</p>



<p>Bollarono il dire di Hofmannsthal con l’etichetta “Rivoluzione conservatrice”, le sue altezze come le fole di un mistico infoiato. Piuttosto, la sua opera incarna il senso della <em>regalità</em>, parola negletta in questo tempo avvitato nel vile; e Hofmannsthal resta una presenza statuaria, a cui è bene consegnare le chiavi del proprio cuore.</p>



<p><em>*In copertina: Max Klinger, Secondo futuro, 1898</em></p>
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		<title>Avventura, amore, riscatto. Storia dell’immigrazione illegale in Europa. Dialogo con Gabriele Del Grande</title>
		<link>https://www.pangea.news/gabriele-del-grande-intervista-secolo-mobile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Nov 2023 05:16:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Coda]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Del Grande]]></category>
		<category><![CDATA[Il secolo mobile]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“I giovani non sono felici in patria. Cercano l’avventura”. Così scrive J.M. Coetzee in Il polacco, suo ultimo romanzo. Gabriele Del Grande in Il secolo mobile – Storia dell’immigrazione illegale in Europa (Mondadori, 2023), restituisce a ciascuno il legittimo diritto a voler vivere l’avventura della libera circolazione. Il secolo mobile è il pezzo di autobiografia [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gabriele-del-grande-intervista-secolo-mobile/">Avventura, amore, riscatto. Storia dell’immigrazione illegale in Europa. Dialogo con Gabriele Del Grande</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>“I giovani non sono felici in patria. Cercano l’avventura”. Così scrive J.M. Coetzee in <strong><em>Il polacco</em></strong>, suo ultimo romanzo. <strong><a href="https://www.mondadori.it/libri/il-secolo-mobile-gabriele-del-grande/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Gabriele Del Grande in <em>Il secolo mobile – Storia dell’immigrazione illegale in Europa</em> (Mondadori, 2023),</a></strong> restituisce a ciascuno il legittimo diritto a voler vivere l’avventura della libera circolazione. <strong><em>Il secolo mobile</em></strong> è il pezzo di autobiografia dell’umanità che mancava, riempie un vuoto di racconto troppe volte distorto con retoriche a favore di questa o quella parte che non è mai la parte della realtà per come è. Scrivere riavvicina le parole alle cose, dà un’opportunità alla psiche collettiva di sincronizzarsi con il proprio tempo storico. Raggiungo Gabriele Del Grande mentre è in treno, tra una presentazione e l’altra del libro, in movimento. (a.c)</p>



<p><strong>Un libro di così ampia portata è mosso da una esigenza particolare?</strong></p>



<p>Mi occupo di immigrazione da quando, diciassette anni fa, misi online il blog Fortress Europe dove tenevo la conta dei morti alle frontiere europee. Da allora ho dedicato al tema un decennio di viaggi nel Mediterraneo e tre anni di studio matto sulle carte. Cosa mi spinge? Innanzitutto la passione per l’intreccio della grande storia con le storie dei singoli. In particolare con quelle storie di riscatto e affermazione di sé in cui evidentemente si rispecchia il ragazzo che sono stato, cresciuto troppo in fretta dopo la caduta del padre. Quindi la sfida, mai vinta, di sovvertire le narrazioni egemoni collezionando punti di vista capaci di metterci in crisi.</p>



<p><strong>Nelle prime pagine del libro proponi una visione, o una previsione, del mondo nel 2050: un archivio dei tre milioni e mezzo di migranti che saranno entrati in Europa che potrà essere consultato dai loro discendenti, contenente le immagini in cui sarà possibile riconoscere “l’atavico senso di colpa dei sopravvissuti”.</strong></p>



<p>Quando scrivo di “senso di colpa dei sopravvissuti” mi riferisco all’inconsolabile dolore di un genitore che in mare ha perso il figlio o viceversa. Altro discorso meriterebbe il nostro di senso di colpa: quello degli indifferenti, col quale ci ritroveremo a che fare fra trent’anni quando a Lampedusa sorgerà un museo dell’immigrazione e le nuove generazioni dell’Europa multietnica che accorreranno in visita sull’isola ci chiederanno conto dei 50 mila morti finiti in fondo al cimitero Mediterraneo dal 1991. La mia non è una visione utopica, ma una previsione verosimile basata su quanto è già accaduto. Prendete gli Stati Uniti. Tra il 1892 e il 1954 il centro per l’immigrazione di Ellis Island, a New York, accolse 12 milioni di proletari europei sbarcati dai transatlantici. Erano i viaggiatori poveri della terza classe destinati ai controlli medici. Italiani, russi, ebrei, ungheresi, greci, turchi e armeni. Oggi il 40% della popolazione statunitense conta almeno un antenato tra di loro. Un giorno non lontano accadrà lo stesso anche in Europa. Soltanto allora, forse, saremo in grado di dire «mai più».</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/Gab-still-7a-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-97800" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/Gab-still-7a-1024x576.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/Gab-still-7a-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/Gab-still-7a-768x432.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/Gab-still-7a-1536x864.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/Gab-still-7a-600x338.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/Gab-still-7a.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Gabriele Del Grande ha pubblicato con Mondadori, nel 2018, <em>Dawla. La storia dello Stato islamico raccontata dai suoi disertori</em></figcaption></figure>



<p><strong>Come nasce “Il secolo mobile”?</strong></p>



<p>All’inizio doveva essere un agile pamphlet sulla libera circolazione. Man mano che lo scrivevo però mi sono accorto che per argomentare le mie tesi sul futuro avevo prima bisogno di riportare il discorso sulla mobilità umana in una prospettiva storica. Così ho iniziato a documentarmi su tutto quello che era accaduto prima degli sbarchi. Inseguendo una prospettiva europea anziché italiana. E tentando una serie di incursioni sull’altra sponda del Mediterraneo per tenere insieme le due prospettive: quella dell’im-migrazione e quella delle e-migrazioni. Il risultato è un racconto che parte dal 1914 – l’anno dell’arrivo sul Fronte occidentale di un milione di soldati neri, arabi e indiani dei due eserciti coloniali di Parigi e Londra – e si snoda fino alle odierne crisi delle ONG a Lampedusa, per poi fare un salto nella futurologia demografica ed economica e concludersi con la mia modesta proposta per azzerare gli sbarchi attraverso la liberalizzazione dei visti.</p>



<p><strong>“Il secolo mobile” è il racconto su scala mondiale di cento e più anni di spostamenti migratori, ed è allo stesso tempo il racconto delle strategie legislative nazionali e internazionali volte a impedirli sulla base di cosiddette esigenze securitarie.</strong></p>



<p>Più correttamente direi che è la storia dell’immigrazione non bianca in Europa e della sua progressiva illegalizzazione. Ovvero di come siamo passati dal regime di libera circolazione con le ex-colonie nei decenni del boom economico – quando l’industria europea in piena espansione aveva un’insaziabile fame di braccia da lavoro che la Guerra fredda impediva di fare arrivare dall’Est – fino ai divieti di viaggio di Schengen che dal 1991 incoraggiano l’immigrazione dall’Europa orientale e dall’America Latina a discapito di Africa e Asia ai cui ceti popolari non resta che comprare al mercato nero i biglietti di viaggio per le traversate senza visto. Dopodiché <em>Il secolo</em> <em>mobile</em> non è soltanto una rilettura critica della storia della mobilità tra Africa, Asia ed Europa ma è anche e soprattutto il tentativo di intessere una narrazione alternativa sul presente. Una narrazione che anziché posizionarsi tra le due opposte tifoserie dei porti chiusi versus porti aperti si avventura nella demigrantizzazione del discorso sulla mobilità umana.</p>



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<p><strong>I protagonisti dell’ultimo parte della storia sono due: gli Harraga, coloro che bruciano le frontiere, nipoti dei soldati degli Anni Venti e figli degli operai dei decenni successivi, e la parte “più frustrata e impoverita della società europea” alla quale “non è rimasta altra consolazione che l’essere bianchi”. È possibile un loro punto d’incontro che superi le reciproche diffidenze?</strong></p>



<p>L’incontro in realtà è già avvenuto. E da anni. In Europa vivono da generazioni oltre trenta milioni di immigrati non europei e di loro discendenti. Condividiamo le stesse città, le stesse scuole, gli stessi servizi. Ma abbiamo ancora paura di mescolarci. Come se un secolo dopo l’inizio di questa storia l’immigrazione afro-asiatica fosse ancora un fatto reversibile e la bianchezza un asset da difendere. Purtroppo però una parte consistente dell’elettorato europeo, specialmente tra le generazioni più anziane, non ha mai elaborato i fantasmi della società razzializzata di epoca coloniale. I giovani invece sono quelli che mi preoccupano di meno. Specialmente quelli cresciuti nei quartieri mondo delle grandi aree urbane e abituati sin dalla nascita a frequentare la diversità fino a non vederla più.</p>



<p><strong>Giugno 1997, al largo di Otranto la nave albanese Kater albanese viene ribaltata dalla corvetta Sibilla: “Per quella strage di innocenti non sarebbe mai stata fatta giustizia”. Il collegamento immediato è con il naufragio/strage di Cutro, nel febbraio 2023.&nbsp; “Il secolo mobile” è anche un racconto di ingiustizie continuamente rimosse dalla memoria collettiva.</strong></p>



<p>La conta dei naufraghi lungo le rotte del contrabbando nel Mediterraneo supera abbondantemente le 50 mila vittime. Lo abbiamo già detto. Quei morti non avranno giustizia fin quando nelle nostre menti continueremo a considerare legittimi i divieti di viaggio dalle <em>colored areas</em> del mondo. Uso volutamente questo termine. Perché l’apartheid in frontiera è di fatto l’ultima forma di segregazione razziale legalizzata. È come se a livello politico, caduto il muro di Berlino nel 1989 e riaperto il corridoio europeo della mobilità Est-Ovest dopo quarant’anni di guerra fredda e cortina di ferro, fosse in corso un tentativo di riportare la linea del confine lungo la linea del colore. Dal 1991, data dell’estensione del regime dei visti Schengen a tutti i paesi afroasiatici e data d’inizio degli sbarchi, risalire le fosse comuni del cimitero Mediterraneo è proibito per legge. Salvo eccezioni. Ne esistono tre. Una demografica che ammette i bambini di chi già è in Europa. Una utilitarista per i lavoratori di cui l’economia abbia bisogno, purché mantenuti nella precarietà e rimpatriati a fine contratto. E infine una umanitaria per i perseguitati perfetti ai quali l’Occidente democratico non disdegna mai di concedere asilo. Purché lo richiedano a nuoto. E poco importa che a migliaia muoiano in mare e che molti di più ogni anno ricevano insieme al diniego un foglio di via ovvero l’avvio verso una vita di miseria, devianza, carcere e criminalità.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="681" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/copertina-681x1024.jpg" alt="" class="wp-image-97801" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/copertina-681x1024.jpg 681w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/copertina-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/copertina-600x903.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/copertina.jpg 718w" sizes="(max-width: 681px) 100vw, 681px" /></figure>



<p><strong>Anni Novanta, nasce il SIS, il Sistema d’informazione Schengen, nel libro è definito il “Grande Fratello dei poveri”.&nbsp; Per fine 2023 è prevista l’entrata in vigore dell’EES, l’Entry/Exit System. L’ultima frontiera da varcare sarà quello della tecnologia?</strong></p>



<p>La sorveglianza delle frontiere alimenta un ricchissimo mercato che da anni coinvolge i colossi dell’informatica, dell’intelligenza artificiale, della robotica e delle tecnologie satellitari. Nel libro faccio nomi e cifre. Nonostante i miliardi investiti tuttavia la frontiera rimane sostanzialmente aperta. Dal 1991 in questo senso non è cambiato molto. La domanda inevasa di mobilità dal Sud globale, ovvero quel milione di richieste di visti bocciate ogni anno dalle ambasciate europee nel mondo, finisce per rivolgersi al mercato nero dei traghettamenti senza visto. Chi vuole partire parte, semplicemente sfrutta i canali illegali anziché quelli previsti per legge.</p>



<p><strong>Il libro la fa finita con gli alibi ufficiali, intercetta le opposte retoriche conservatrici e progressiste e le smonta. Lo sbarco non rappresenta che il 9% degli arrivi illegali. La ricchezza media che aumenta nei paesi di provenienza implica maggiore possibilità di migrazione da parte dei loro cittadini, di potersi pagare il viaggio, all’opposto del motto aiutiamoli-a-casa-loro. Come europei, come italiani, siamo pronti alla verità di un mondo che nei fatti è già cambiato?</strong></p>



<p>In un ipotetico scenario a sbarchi zero, da qui al 2050 si trasferiranno comunque in Europa 15 milioni di persone dall’Africa. La maggior parte delle quali arriverà in aereo con un visto per ricongiungimento familiare. Senza parlare del fatto che il boom economico dei giganti asiatici – Cina e India su tutti ma anche tutto il Sud-Est – e in prospettiva del Sub-Sahara farà esplodere la classe media del Sud globale nei decenni a venire spingendo sempre più persone a investire nella propria mobilità internazionale, esattamente come fanno oggi i figli dei paesi ad alto reddito. Questa è la realtà. Possiamo decidere di non guardarla e continuare a vivere di nostalgia per i gloriosi tempi andati. Oppure disancorare le nostre narrazioni dai porti sicuri del passato. Le nostre leggi su visti, immigrazione e asilo risalgono agli anni Settanta, la preistoria della mobilità globale, quando la principale preoccupazione della politica era il contenimento delle nascenti minoranze non bianche. Così come le nostre paure di mescolarci con le minoranze non bianche risalgono alle narrazioni coloniali e razziste sul suprematismo. Nel frattempo la realtà è andata avanti. Già oggi il 10% della società europea è figlia dell’immigrazione non bianca. In futuro lo sarà ancora di più fino a quando smetteremo di avere paura di mescolarci perché ci accorgeremo che sarà già accaduto. Soltanto allora il consenso sulla libertà di movimento aumenterà. Perché metà degli europei vivranno la frontiera non più come una protezione bensì come un’inutile barriera burocratica che li separa dai pezzi di famiglia al di là del confine.</p>



<p><strong>Ida Siekmann, infermiera, 59 anni; Gunther Liftin, sarto, 24 anni. È il 1961. Sono le “prime due vittime dell’immigrazione clandestina di Europa”, morte nel tentativo di oltrepassare il Muro di Berlino. Quale credi sia l’ultimo muro o confine che dovrà cadere perché smettano di esserci vittime del divieto di movimento?</strong></p>



<p>I muri più difficili da abbattere sono quelli del nostro immaginario. Le frontiere geografiche, per quanto sia diventato pericoloso e costoso attraversarle, di fatto sono già aperte. La sola funzione dei dispositivi di controllo al confine è simbolica. Sbarchi, respingimenti e rimpatri ci raccontano chi sono gli altri. E di conseguenza chi siamo noi. E quella distinzione razziale, religiosa e classista tra il noi e il loro ci accompagna in ogni dove. Dai cancelli delle scuole ai locali della movida. Scritta sulla pelle scura dei corpi migranti. Sulla linea del velo. O più banalmente sugli abiti vecchi della miseria. Decostruire la narrazione della frontiera nella propria testa è la cosa più difficile e al tempo stesso più liberatoria che ciascuno di noi possa fare. Per iniziare basta porsi in ascolto, procurare un incontro, allargare le proprie compagnie, viaggiare, anche solo in un libro o in un disco, fare l’amore. Barriere e rotoli di filo spinato cadranno di conseguenza.</p>



<p><em>*L’intervista è realizzata da antonio coda</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gabriele-del-grande-intervista-secolo-mobile/">Avventura, amore, riscatto. Storia dell’immigrazione illegale in Europa. Dialogo con Gabriele Del Grande</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>La solidarietà non serve a niente: lottate per la vostra vita</title>
		<link>https://www.pangea.news/zehra-dogan-solidarieta-iran/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Dec 2022 05:21:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[curdi]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Matilde Moro]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[solidarietà]]></category>
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<p><strong>Martedì 20 dicembre. Buona giornata mondiale della Solidarietà. Cenni storici: istituita nel 2005 con la Risoluzione&nbsp;60/209, identifica la&nbsp;solidarietà&nbsp;come uno dei&nbsp;valori fondamentali e universali&nbsp;che dovrebbero essere alla base delle relazioni tra i popoli.</strong> La necessità per tutte le nazioni di collaborare ed essere solidali le une con le altre, di lavorare insieme per obiettivi comuni al fine di costruire un futuro più sicuro e prospero per tutti. In pratica: un conveniente spazio di qualche ora per lavarsi la coscienza. E allora eccoci pronti ad ammassarci, a sentirci vicini, peggio: a esprimere vicinanza. Anche tu non sei da meno, nell’intimo lo sai. Non mentire, non mentirti. Tanto ti vedo che vuoi condividere il post delle Nazioni Unite su Instagram, quello tutto colorato. Metterlo nelle storie per fare colpo sul figo in eskimo che all’università si professa comunista. Trattieniti, ti prego, un po’ di dignità.</p>



<p><strong>Zehra Doğan ha 33 anni, occhi seri e una linea verticale tatuata sul mento. Quando arrivo se ne sta in calzini accovacciata, davanti al palazzo del comune della mia città. Lo sguardo è fisso in direzione del cemento sotto di lei.</strong> Sopra la sua testa il palazzo del comune e quello dell’Università si fissano tronfi. Tra il suo sguardo e il cemento un foglio di giornale e tre barattoli di vernice: nero, rosso, blu. Dipinge. Si muove come un ragno, tesse la sua tela. Racconta spostandosi sui piedi, le ginocchia piegate. Mentre braccia e mente sono impegnati nel dipinto, gambe e piedi sono lanciati in una danza inconsapevole. Dipinge prima con un pennello – uno solo, non uno per colore – per molti minuti. Poi continua con le dita. Allora lo sguardo si trasforma, diventa bambina. Qualche settimana dopo, leggendo <em>Avremo anche noi dei bei giorni</em>, la raccolta delle sue lettere dal carcere, mi racconto una storia sul perché di quel cambiamento: in prigione non aveva pennelli, ne colori. Forse in qualche strano modo è più naturale così. Per tenere in vita la sua arte (o forse facendo arte per sopravvivere) usava mani e spezie, sangue, il guano dei piccioni. Quando ha finito la sua danza-tessitura-racconto, una donna tricolore la fissa dalla grande pagina di giornale aperta distesa a terra. È un riflesso? La donna sul lastricato ha due trecce che unite in basso si scoprono una. Sopra la sua testa una scritta: Jin Jiyan Azadî. L’hashtag davanti alle parole è una macchia lasciata della modernità che ci circonda. Sopra la testa di Zehra invece resta il cielo di questa insignificante città.</p>



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<p><strong>Zehra Doğan è un’artista, giornalista e autrice curda di Diyarbakır, in Turchia. O così recita la sua pagina Wikipedia. Zehra è cruda. Nel 2017 è stata condannata a quasi tre anni di carcere a causa della sua attività giornalistica e artistica.</strong> “Mi hanno dato due anni e dieci mesi solo per aver dipinto la bandiera turca su degli edifici distrutti. Ma sono loro (il governo turco) la causa di tutto questo. Io l’ho solo dipinto”, ha twittato dopo la sentenza. È stata nella prigione di Diyarbakır e poi in quella a più alta sicurezza di Tarso.</p>



<p>In una delle sue prime lettere scrive:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Il carcere è un edificio soffocante. Sembra essere stato costruito tenendo conto della psicologia umana. È fatto di corridoi stretti, con tetti bassi, come se fosse concepito per opprimere. I corridoi sono quanto più possibile tetri, lunghi, angusti. Per questa ragione non si ha nemmeno voglia di andare in infermeria. Solo un corridoio è tinteggiato. Una gran parte del soffitto è dipinta di rosso sangue, rappresentando la bandiera turca. Ed è percorrendo questo corridoio interminabile, buio, afoso, il cui soffitto è ornato dalla bandiera che raggiungiamo l’infermeria. Di verde non vediamo altro che l’infermeria. […] Qui gli anni passano nella nostalgia di un solo fiore. È difficile descrivere la nostalgia che si può sentire per un fiore”.</strong></p></blockquote>



<p>Il carcere è privazione della libertà, è insensatezza, un luogo “dove il tempo si congela”. Per lei sembra diventare anche un luogo di incontri e di dolorosa, lacerante formazione. Per provare a spiegare tutto questo, il lunedì di novembre in cui la vedo a Padova, racconta: “in carcere ho conosciuto una donna di trent’anni, che ne aveva 18 quando è entrata, quando l’ho conosciuta aveva ancora 18 anni”. Tutto attorno facce un po’ inebetite, contrite e certo molto solidali.</p>



<p><strong>I miei presenti concittadini – la decina o poco più che si è radunata per ascoltare Zerha – sono, va da sé, estremamente informati su ciò che sta accadendo in Iran: ne fanno un punto di onore, una questione di identità.</strong> Tutti già sanno cosa significa Jin Jiyan Azadî: quando l’artista lo scrive per terra si guardano compiaciuti – magari un po’ segretamente speranzosi di cogliere qualche sguardo interrogativo. Ma no, sono tutti preparatissimi. Il capannello si sposta in una sala del palazzo. Si parla delle proteste iniziate nel paese dopo la morte di Mahsa Amini, ma anche della “questione curda” e dell’attentato che il giorno prima ha colpito Istambul, di come il governo turco sia riuscito, in meno di ventiquattro ore e in apparente mancanza di qualsiasi prova, a incolpare il Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="704" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/71vdZbfEn6L-704x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93983" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/71vdZbfEn6L-704x1024.jpg 704w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/71vdZbfEn6L-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/71vdZbfEn6L-600x873.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/71vdZbfEn6L.jpg 742w" sizes="(max-width: 704px) 100vw, 704px" /></figure>



<p>Da quel pomeriggio le proteste non si sono ancora fermate, continuano da più di tre mesi. Ad oggi sono migliaia i manifestanti arrestati, undici i condannati a morte. Due già giustiziati. Lo scorso lunedì la BBC riportava la scoperta di segni di tortura sul cadavere di un giovane tassista morto in custodia alla polizia. È morta anche Aida Rostami, dottoressa trentaseienne che nelle ultime settimane aveva curato i feriti delle manifestazioni a Teheran. Secondo la polizia si sarebbe trattato di un incidente strale, i medici che hanno effettuato l’autopsia sembrano aver rilevato i segni tipici delle torture. Arrestato anche l’avvocato delle giornaliste Nilufar Hamedi e Elaheh Mohammadi, a loro volta in prigione accusate di propaganda contro il sistema per la pubblicazione di reportage sull’assassinio di Amini.</p>



<p><strong>Da quando sono iniziate le proteste in Iran, le iniziative di solidarietà con le donne iraniane in Europa e in tutto il pulitissimo occidente non si sprecano. Anche quella a cui partecipo a Padova in un certo senso lo è. </strong>Anche se dovrebbe essere prima di tutto un momento di ascolto. Quando la parola solidarietà viene usata nell’introduzione a Zehra, sono già pronta all’ennesimo evento cittadino che mi spingerà a un’inevitabile sonnolenza. Lei però reagisce in modo spiazzante: “io non sono qua per essere solidale con le donne iraniane”, dice, “perché questa è una cosa che riguarda me in prima persona”. Ancora una volta, il suo sguardo è diretto e non fa sconti. “E poi la questione non riguarda solo le donne iraniane, ma anche i beluci, turche, curde”. La voce è decisa, sera, il tono forte e calamo. Scandisce con cura ogni parola guardando chi la sta a sentire in faccia, pur consapevole che il traduttore sia l’unico nella stanza a capire il curdo. Gli dà il tempo di tradurre. Continua:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Non possiamo nemmeno basare tutto quello che succede in Iran sulla questione del velo e rischiare di creare islamofobia in Europa: non si tratta di questo. Dobbiamo invece chiederci: dopo la rivoluzione che sta avvenendo in Iran, i popoli saranno liberi? Dobbiamo discutere insieme di come questi popoli (turchi, iraniani, beluci, curdi…) possono convivere pacificamente. La libertà dei popoli è più importante della questione del velo”.</strong></p></blockquote>



<p>Com’è difficile, per noi, immaginare un mondo plurale come quello che descrive lei. Manca l’esercizio del pensiero.</p>



<p>In carcere, Zehra legge testi filosofici, politici, studia psicologia, storia, teorie femministe. Si fa domande, discute con le compagne di prigionia. Ne scrive nelle lettere e ancora ci pensa. Con lo scorrere delle pagine, le sue considerazioni si fanno più dure. Scrive alla sua amica: “Naz, questo mondo di maschi puzza di ascelle. Vocifera con la sua bocca putrida, vomita sulle nostre guerre, il suo sfruttamento e la vita asfissiante che ci impone la chiama “libertà”. E ogni volta è a causa delle donne che comincia perché la guerra che l’uomo conduce contro di noi non è una guerra di sessi ma una guerra ideologica”. Ogni parola è potenza, è potere.</p>



<p><strong>Nell’aula quel giorno le viene chiesto di Jin Jiyan Azadî. Donna Vita Libertà. Tra le parole non c’è alcuna virgola: è un triangolo. “<em>Donna</em> e<em> Vita</em>” spiega, “hanno la stessa radice”. </strong>Continua: “per me è molto importante spiegare cosa significano queste parole. Prima [di usarlo] bisogna capire bene che cosa significa questo slogan, capirne la filosofia per non farlo diventare preda di una cultura populista”. Comprendere le parole prima di usarle, non riempirsene la bocca in un’abbuffata di valori che facciamo nostri senza sapere di cosa parliamo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Questo grido è sempre stato usato dalle donne curde, e oggi possiamo dire in tutto il Medio Oriente. La cosa più importante è la libertà delle donne. Il Kurdistan è diviso in quattro parti e da cento anni c’è una lotta per questo stato. Negli anni ’70 i curdi hanno creato un movimento rivoluzionario curdo per lottare. Negli anni ’90, le donne che erano unite dentro al movimento rivoluzionario curdo hanno capito che se le donne non sono libere la società non può essere libera – e quindi hanno creato il movimento delle donne curde”.</strong></p></blockquote>



<p>Da qui: donna vita libertà. Una filosofia “basata sui diritti umani, ecologia e democrazia”. Dice che il fatto che lo slogan sia diventato così popolare in tutto il Medio Oriente e addirittura nel mondo deve essere una vittoria per il popolo curdo. “Come è importante pronunciare uno slogan con una sola voce,” ha scritto di recente in un articolo tradotto in italiano, “è altrettanto importante conoscere la filosofia dello slogan e chi sono i suoi creatori.” Le donne curde combattono da anni nei territori in cui si divide il loro popolo: Iran, Iraq, Turchia e Siria. Combattono per il riconoscimento della loro identità ma anche per la libertà delle donne nel Medio Oriente intero. Non c’è libertà dei popoli senza libertà delle donne.</p>



<p><strong>Zehra ci insegna qualcosa anche sul nostro presunto femminismo liberale. Insegna qualcosa a tutti quelli che credono che la soluzione sia marciare su terre lontane, rovesciare regimi, esportare democrazia.</strong> A tutti quelli che lottano contro i poteri che schiacciano “gli altri”. Che<em> compatiscono</em>. Che sono solidali, che guardano alle disgrazie altrui senza dare nemmeno una rapida occhiata nello specchio. Dice della solidarietà non ce ne facciamo molto: “come donna, io chiedo alle donne occidentali, e a tutti gli europei, di essere veramente femministi. Non serve a niente fare i femministi liberali. Per essere veramente femministi, dovete andare contro il <em>vostro</em> stato, andare a chiedere il conto, pretendere spiegazioni”.</p>



<p>“Sono stata in carcere, oggi sono fuori, in Europa, ma non posso dire che qui mi sento libera. In primis perché sono una rifugiata, un’immigrata. Secondo perché quando ero piccola i carrarmati che giravano il mio quartiere – e a cui buttavo qualche pietra pensando fosse un gioco – erano carrarmati tedeschi, anche se i militari che c’erano dentro erano turchi. Gli elicotteri che giravano sopra le nostre teste erano italiani. Oggi, i droni che girano sulle teste curde e mediorientali sono prodotti occidentali”. Poi una domanda, che è più uno schiaffo in faccia:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Come può allora chiunque dire di sentirsi libero in Europa, dove viene prodotto tutto questo per essere poi esportato in zone di guerra?”.</strong></p></blockquote>



<p>Mi massaggio la guancia, mentre lei termina, con la stessa decisione e sobrietà con cui ha cominciato:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Chiedete ai vostri governi: perché avete fatto accordi con l’Iran? Perché mandate armi in Medio Oriente? Perché i gruppi jihadisti hanno le nostre armi? Perché i carrarmati che girano ogni giorno in Medio Oriente sono prodotti nei nostri paesi? Non serve a niente essere liberali se non si va a chiedere il conto al proprio Stato. Quello che succede oggi in Medio Oriente, domani può succedere qua. Noi non chiediamo solidarietà: chiediamo che lottiate anche voi. Lottate per la <em>vostra</em> libertà. Non basta essere solidali: lottiamo insieme per la nostra libertà”.</strong></p></blockquote>



<p>Agli altri le proprie battaglie. Se davvero si vuole aiutare, meglio combattere le proprie. Solo così si può sperare di raggiungere la vera autodeterminazione dei popoli. Confrontare il mostro nello specchio. Ma è certo più facile esprimere solidarietà e odio per un nemico lontano, restando al sicuro dietro lo scudo dell’impotenza, piuttosto che affrontare i propri demoni. E così nel 2005 un’idea geniale: istituiamo la giornata mondiale della solidarietà.</p>
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		<title>Per capire l’Iran ricordatevi l’Operazione Ajax. Ovvero: contro l’ipocrisia occidentale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Dec 2022 04:06:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Enzo Fontana]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Mossadeq]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Operazione Ajax]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Al principio degli anni ’50 del secolo scorso, c’era nel Regno di Persia – il cui nome, secondo Erodoto, deriva dal mitico Perseo – un primo ministro di nome Mossadeq. Intendeva riformare in senso democratico il suo paese. Era molto amato dal suo popolo quanto esecrato dalle anime nere del petrolio e dall’oligarchia finanziaria della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Al principio degli anni ’50 del secolo scorso, c’era nel Regno di Persia – il cui nome, secondo Erodoto, deriva dal mitico Perseo – un primo ministro di nome Mossadeq. Intendeva riformare in senso democratico il suo paese. Era molto amato dal suo popolo quanto esecrato dalle anime nere del petrolio e dall’oligarchia finanziaria della City e di Wall Street. Questo coraggioso statista si era permesso di nazionalizzare le risorse petrolifere del paese sottraendole al lucroso controllo della Anglo-Iranian Oil Company, al fine che tanta ricchezza ritornasse al popolo. Apriti inferno! <strong>In codice, Operazione Ajax: blocco delle esportazioni, colpi di propaganda (fallita) al fine di screditare il povero Mossadeq. Infine, colpo di stato con la regia dell’M16 britannico e della CIA, e cambio di scena:</strong> arresti a vita per il povero Mossadeq e assassinio del suo ministro degli esteri, Hossein Fatemi. Mossadeq e il suo governo avevano osato sfidare quelli che si ritenevano (e si credono sempre) i padroni di tutto ciò che vive e respira sulla terra, i padroni assoluti di tutte le risorse, di conseguenza i veri padroni dell’oro nero. E su quale base? Quale diritto internazionale? Fondamentalmente sulla base della “legge dell’artiglio e della zanna”, tanto per citare il veterodarwinista Kipling, il cantore del British Empire, nel suo <em>Libro della Giungla</em>. Insomma il solito copione.</p>



<p><strong>Lo scià di Persia, che durante la crisi tra Mossadeq e le grandi potenze neocoloniali se l’era vigliaccamente filata al modo dell’ultimo re d’Italia (non fuggendo da Roma, bensì trovandovi rifugio!), ritornò nel suo regno sognando forse di essere la reincarnazione di Ciro il Grande.</strong> Glielo fecero credere. Recitò persino in una specie di colossal in stile hollywoodiano in cui venivano celebrati i 2500 anni dalla fondazione dell’Impero Persiano. Ma ahimè! La farsa non piacque al popolo iraniano (e meno che mai al clero sciita), il quale ha un suo senso dell’onore e forte l’anelito al martirio: si leggano le pagine di Elias Canetti in <em>Masse e potere</em>, dove viene descritto un popolo di flagellanti, quando nel mondo sciita si commemora il giorno del martirio del “Comandante dei credenti”, l’Imam Alì.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="432" height="648" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/Mohammad_Mosaddeq_Ahmadabad_ca_1965.jpg" alt="" class="wp-image-93923" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/Mohammad_Mosaddeq_Ahmadabad_ca_1965.jpg 432w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/Mohammad_Mosaddeq_Ahmadabad_ca_1965-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 432px) 100vw, 432px" /><figcaption>Mohammad Mossadeq (1882-1967) al confino</figcaption></figure>



<p><strong>E venne il giorno in cui la farsa si trasformò in tragedia, con ondate di protesta in un mare di sangue, e lo scià fu costretto a fuggire per la seconda e ultima volta. Khomeini invece rientrò a Teheran dal suo esilio parigino accolto da folle in estasi o in delirio.</strong> Così è nata la Repubblica Islamica dell’Iran. E a questo punto, per quanto gli oligarchi occidentali tentassero di tutto per abbattere il regime, non ci fu verso, nemmeno quando contro l’Iran aizzarono Saddam Hussein (era ancora nelle grazie dell’Occidente) in una guerra che fece centinaia di migliaia di morti, e tanti iraniani e curdi furono gasati.</p>



<p><strong>La fine di Mossadeq e del suo Ministro degli esteri, e del loro coraggioso tentativo di fare del paese una democrazia, tentativo stroncato sul nascere soprattutto dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra, penso che avrebbe dovuto essere la doverosa premessa agli editoriali e ai servizi che sono apparsi in questi giorni sui giornali e nei telegiornali del “mondo libero”.</strong> Qualcuno se ne sarà ricordato? Eppure ciò che accade oggi in Iran è anche un effetto storico collaterale di quel colpo di stato.</p>



<p>Detto questo, è con emozione e profonda ammirazione che guardo alla rivolta dei giovani e meno giovani che sfidano il regime. <strong>Le ragazze, le donne, le trovo ancor più coraggiose e ammirevoli, poiché sono doppiamente oppresse, come sempre e ovunque.</strong> Magari si sollevassero i giovani di tutto il mondo, mentre la risposta sembra ancora tiepida. La “polizia morale” del regime ricorda i “piagnoni” nella Firenze del Savonarola. I piagnoni, alla fine, smisero di imperversare e il Savonarola finì al rogo e lapidato forse dalla stessa folla che prima si accendeva al fuoco della sua predicazione. <strong>Invece, trovo la solidarietà delle cancellerie occidentali ipocrita, falsa e bugiarda. Parlano di “diritti umani” violati in Iran, ma l’accusa può essere facilmente ribaltata ricordando, ad esempio, il genocidio della popolazione sciita in corso da anni nella Yemen da parte della coalizione saudita a guida americana.</strong> Anche l’Italia è complice di questo genocidio, dal momento che invia armi ai sauditi, in violazione della Costituzione che vieta di armare i belligeranti, senza che il presidente Mattarella spenda almeno una parola di biasimo contro questo turpe commercio fatto aggirando la legge. Che dire? “Meglio la Monarchia universale!” forse direbbe Dante.</p>



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<p>Delle armi ai sauditi hanno parlato i portuali di Genova, rifiutandosi di caricarle sulle navi e ricevendo per questo semplice gesto umano la solidarietà dell’Arcivescovo della città. Ricordo tutto ciò solo per ribadire quanto poco interessi la vita e la sofferenza della gente a chi detiene il vero potere sull’umanità. Fuori dal loro interesse e profitto, non c’è legge morale e la maggior parte dell’umanità sarebbe composta da “untermenschen”, sub-umani. I nazisti, almeno, lo dicevano chiaramente. Dei valori sbandierati dell’Europa poi, non parliamone. Anzi facciamo almeno un accenno a questi valori, tipo quelli sequestrati dalla polizia giudiziaria (maledetta “polizia morale”!) nella casa e nelle valige della vicepresidente del parlamento europeo (il minuscolo è il minimo) e di altri membri della stessa istituzione. A fronte di 6.500 morti tra i lavoratori migranti durante la costruzione degli stadi per il Mondiale (fonte, <em>The Guardian</em>), bisognava accreditare presso il parlamento e l’opinione pubblica europea l’idea che il Quatar fosse un paese che fa progressi, o comunque intende farli, nel campo dei diritti umani fondamentali, a cominciare dal diritto alla vita.</p>



<p>Immaginiamo quindi quanto possa importare a certi uomini e donne delle istituzioni occidentali la vita e la sofferenza dei giovani iraniani, se non in senso strumentale.</p>
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		<title>“Non più malati ma contagiati, un destino venereo…”. L’Europa ospedalizzata. Una lettera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Nov 2022 05:14:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Blu Temperini]]></category>
		<category><![CDATA[Cioran]]></category>
		<category><![CDATA[contagio]]></category>
		<category><![CDATA[De Maistre]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[lettera]]></category>
		<category><![CDATA[polemica]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Caro, Leggo Cioran, leggo i suoi Esercizi di ammirazione. Il primo di questi è dedicato a Joseph de Maistre, grande disequilibratore della Rivoluzione francese, savoiardo che si impuntò, non volle far procedere la storia, o meglio quello stuolo di fannulloni che vogliono agire; si impuntò a “resistere”, per quanto si possa mantenere in bilico un [&#8230;]</p>
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<p>Caro,</p>



<p>Leggo Cioran, leggo i suoi <em>Esercizi di ammirazione</em>. Il primo di questi è dedicato a Joseph de Maistre, grande disequilibratore della Rivoluzione francese, savoiardo che si impuntò, non volle far procedere la storia, o meglio quello stuolo di fannulloni che vogliono agire; si impuntò a “resistere”, per quanto si possa mantenere in bilico un pensiero rinfacciato. E siamo di nuovo catapultati nel qui, noi, senza approssimazioni. Tu conosci certamente, così come Maistre, <strong>quel gusto del macabro che è di tutti i progressisti o rivoluzionari, un fiuto irresistibile di cadavere pulsante che attende un derisorio sparo, una fine ironica, desiderosa.</strong> Se il sovrano è un sanguinario lo è anche l’utopia, col suo utile e il suo buono. Sanguinaria perché non solo avverte la fine ma biasima chi la scongiura, poi si accanisce sul fantoccio per prima e non uccide mai.</p>



<p>Due partite dunque che non osano: una (quella reazionaria) che si anima di paradosso, di grottesco, l’altra (quella rivoluzionaria) che osa solo nel momento in cui osare non è più compromettersi ma trionfare. Così la politica, la storia: dal discorso al dato, cronologia di senso, gioco che ha trovato alterco, dai mercanti alle risorse, aroma industriale di un tumore, sano languore che avevi nel cuore.</p>



<p><strong>Oggi voglio tornare indietro. Noi c’eravamo e non c’eravamo. Ho assistito e continuerò ad assistere senza nessuna regola.</strong> Mi pare che se ne possa cavare qualcosa di improprio, di ripercorribile a caso e senza freni. Forse ti diverto. Non che mi venga in mente di tirarne fuori un funesto predicatore. So che le tue intenzioni ci sono e assai buone. Io ti lascio come sempre la mia disponibilità alla paura dell’umano, al suo impotente sogno d’essere indisturbato, appena la morte volge un solitario ululato.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="716" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/VVVPREFMKAI6ZCUOTRXJ7R5A3Y-1024x716.jpg" alt="" class="wp-image-93439" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/VVVPREFMKAI6ZCUOTRXJ7R5A3Y-1024x716.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/VVVPREFMKAI6ZCUOTRXJ7R5A3Y-300x210.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/VVVPREFMKAI6ZCUOTRXJ7R5A3Y-768x537.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/VVVPREFMKAI6ZCUOTRXJ7R5A3Y-1536x1074.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/VVVPREFMKAI6ZCUOTRXJ7R5A3Y-600x420.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/VVVPREFMKAI6ZCUOTRXJ7R5A3Y.jpg 1544w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>In ombra al via vai di certezze e studi, tarocchi e abati, tu mi capisci… poi tutto è passato. Ora c’è dell’altro e sempre altro, non il Diverso. Non c’è da appellarsi al Dio che ormai si è defilato, neppure al diritto che inscena il calvario, ma un male impunito doveva essersi svegliato dal letargo di un bene inventato: la peste. Questa parola così desueta, parola d’occasione, mai volta ad altra intenzione, se non: contagio – prossimo – in – azione. La chiamarono epidemia.&nbsp;</p>



<p><strong>Non più malati ma contagiati, un destino venereo: dare ad ognuno la presenza come di un caso, una disciplina fortuita.</strong> Non più cittadini ma esseri nella decisione casuale, piena di gente, che rimette ad ognuno i sintomi della propria paura, della propria indecisione. Decisamente simmetrici però, tutti percentuali di un incontro sbagliato, di una trasmissione.</p>



<p>Quello che mi preme, e mi premeva anzitempo, se dovesse tutto ciò destare aria di testimonianza, è la salute. La salute ignora se stessa, ha abiti scambiati, perché nella molteplice fatalità di una malattia si annida una sola salute, che è un caso dissipato, una lontana curiosità della vita che si approssima; <strong>rovista il caos digestivo dell’istituzione come intromettendo nel fallimento l’abbaglio di una chiamata, ma nessuno risponde</strong>, di un altro uomo si sono perse le tracce.&nbsp;Medici e infermieri ne ricostruiscono asetticamente il labirinto intubato, ma resta uno spessore, una verità che rigurgita pene. La malattia costipa il corpo e cuce tra i suoi leganti minimi sforzi: tutto diviene interiora fuoriuscita dal tempo, attimo sopraggiunto ad infinito attimo. Ma il tempo della morte? La sacra celebrazione delle inferriate? Come saranno addolciti i violacei nidi di asfissia?&nbsp;La luce rubata all’uscio mortale sempre merita trascrizione e occhi attenti, che abbiano cura di scacciare le ombre.&nbsp;Forse quando il diritto alla morte scompare nel suo predecessore (il diritto alla salute) non v’è giustizia alcuna, solo arretratezza di menti diffuse in fumo.&nbsp;Ma la bestiale necessità di essere fuorviati in pace si consegna al patto. Anche a costo di perdere le vertebre si annuncia la verità del diritto, che si regge da sola.&nbsp;</p>



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<p><strong>Il diritto alla morte è oramai contemplato solo dal concetto di eutanasia: il bene inflitto come auto disciplina, scarica furente sull’animo solo.</strong>&nbsp;– Non è una pratica diffusa, un’umanità universale, la scoperta di un principio vitale, la dignità dei pazienti. Forse non lo sai ma è una facoltà, scegli tu. Quindi, per ricapitolare, non si è certo scoperto dove inizia il morire ma dove si prolunga il diritto, oltre la morte, oltre il patimento. –</p>



<p><strong>Ma il cadavere lo si riconosce ancora come aggregato di atomi costretti in una morsa? No, ormai è sola carne scarica di dolori, libera programmazione della cenere.&nbsp;</strong>Chi può ancora temerlo e sentire fatalmente elettrizzare il tocco?&nbsp;Forse i preti, ancorati alla loro vacillante fede di estinti? Oppure i medici, acquietati nel solco eroico del proprio mestiere? Altrimenti gli psicologi, inetti e ciechi visitatori dell’umano inerme? Nessuno di questi può, contro i vetri paludosi di un occhio varcato dalla falce.</p>



<p>Un funerale formale, giostrato tra vecchi antiquari e croci infestate di smog non è un degno appiglio per un’anima appena spirata, anzi più che un rito di avvicinamento sembra una notte di distruzione, il netto confine finalmente issato.&nbsp;Dove sono i morti e quali cataclismi si forsennano tra di loro? La quantità di membra sbattute dalla prova è insolente e il soffio richiede un traguardo. Chi potrà restituire alla morte la precisione di una linea, la sua discendenza stimata d’erede dell’intimità? Forse qualcuno si aggira… ma no.</p>



<p><strong>Tutto è ospedalizzato, l’ospedale ha ingurgitato tutto l’urbano, si parla, si dice ospedale, si piange ospedale, si spera ospedale. Tutto l’igienico è egemonico, tutto il soffribile solito.</strong> Si distribuiscono noiose sfide, stracci da masticare sotto al dente. Poi ad un tratto il morire recide e si trovano nuove branchie, nuove orecchie per la nuova pressione. Non la Morte ma il rifiuto chiude il discorso, l’ospedalizzazione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="827" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/ANT011-827x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93440" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/ANT011-827x1024.jpg 827w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/ANT011-242x300.jpg 242w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/ANT011-768x951.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/ANT011-600x743.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/ANT011.jpg 872w" sizes="(max-width: 827px) 100vw, 827px" /></figure>



<p>Dobbiamo però assolutamente ricordare colui che puntualmente si presentò, a render tutto questo una farsa: il prenotato, un essere accolto ma pizzicato qua e là da uno scrupolo: esser soddisfatto del turno, del suo orario da cartellino.</p>



<p><strong>La precedenza, la prenotazione, la prevenzione, il premio. Ovunque si può prenotare la propria presenza, essere anticipati dal codice e dal numero. L’imprevisto non può più neppure essere dannato anzi definitivamente censurato.</strong> <strong>Non si arriva più primi ma prevenuti. </strong>Senza sforzo si possono vedere uomini e donne che non hanno ancora scritto, prima di trovarsi dinanzi all’elettronico foglio, il proprio nome, che hanno scordato o non hanno voluto prestarsi alla lista. Sono tutti là nella fila, puniti, rallentati; si guardano intorno e si grattano, hanno prurito. Prima degli anziani, dei fragili, delle donne incinte e dei disabili, c’è lui, il prenotato. Si lancia, si impunta, si sorprende che ci sia tanta gente ancora così lenta, così burocraticamente assente. Non vuole certo che ti avvicini di un passo all’entrata, già il pensare d’essere superato lo irrita, lo indispettisce a tal punto che con fare modesto ti scaglia addosso la sua attesa, ti avverte che non per cattiveria ma per giusta condotta si deve seguire la coda. Ha sempre l’immotivata ansia d’essere in ritardo, di non essere primo, o addirittura di non essersi curato abbastanza d’essere il primo; pensa e ripensa cosa ha specificato allo sportello, chi ha salutato prima di entrare dal cancello, se ha scritto giusto il dato numero otto; se ha davvero l’aria da prenotato, se la dose di gentilezza e gratitudine è trasparita. Insomma non si può sbagliare, questo è un debutto.</p>



<p>Sarà come dicono ma nonostante piagnucolassero qua e là il godimento era e resta molto. Dammi retta, la testa è pesante sopra al coltello, la malattia tutta da scoprire e le cure un palato greve, non lineare. Tornato a complicarsi il dito rotto con la tosse, tornati i gesti civili, le istituzioni, i piccoli strumenti, controllo: mascherine, tamponi, pistole, nucleari, chi se ne importa! L’oggetto e la causa: un chiodo e si può riapparire, una pena e tornare coesi.&nbsp;</p>



<p>Ecco, mi sono fatta venire in mente dell’altro – ti avevo avvertito d’altro ma non il diverso – tanto per equivocare ancora Maistre, che in questa storia c’entra poco o niente, vedici quello che ci vuoi vedere. Forse per farcelo entrare dovrei allungare ma ne riparleremo.&nbsp;Mi sorge infatti il posticcio delle odierne manifestazioni, col volto combattuto tra il cellulare e il cartello. – Uno schermo senza un altro non è oramai più possibile issarlo.&nbsp;– Manifestazioni videosorvegliate, vigilate, teletrasportate.</p>



<p><strong>Sappiamo che in questa mediateca del consenso, piazza di virtualità, è impossibile tentare un corpo a corpo con il reale. Chi scende per strada lo fa per apparire, per essere conosciuto dalla conoscenza. </strong>Lo sforzo non è quello di essere retribuito, farsi udire nel mantra di una o l’altra ripetizione, ma incarnarsi. Il sapore delle nuove sommosse è confessionale, redenzione e rito della massa che cerca un nemico di carne mentre torna carne. Il non poter essere davvero afferrati per la camicia da questo tutto sapere e tutto trasformare, esserne piuttosto soggiogati, rivalutati prima ancora che se ne possa presagire lo scopo. E se noi non ne fossimo lo scopo? Chi parla? C’è qualcuno? Dall’altra parte sembrano rispondere i dipendenti, le controfigure. Piuttosto dove sono i dirigenti, i direttori, i capi? Il complotto è mancanza di un interlocutore, l’aria satura senza statura. E dove la storia attraversabile?&nbsp;Lo stato, il sindacato, il partito, l’Europa?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="762" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/7a9bc3c736137a3978_Bidloo_Ontleding_1690_88-762x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93441" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/7a9bc3c736137a3978_Bidloo_Ontleding_1690_88-762x1024.jpg 762w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/7a9bc3c736137a3978_Bidloo_Ontleding_1690_88-223x300.jpg 223w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/7a9bc3c736137a3978_Bidloo_Ontleding_1690_88-768x1032.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/7a9bc3c736137a3978_Bidloo_Ontleding_1690_88-600x806.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/7a9bc3c736137a3978_Bidloo_Ontleding_1690_88.jpg 804w" sizes="(max-width: 762px) 100vw, 762px" /></figure>



<p><strong>L’Europa che cercava un paradiso nel decorso della malattia e se ne stava iperattiva tra virus cognitivi; una grande miopia di gesti e conflitti, un tormentare a caso i segni di salute</strong>, una smorfia di successo a reperire cause, effetti; la sua riluttanza è diventata di fabbrica, stampata; nessuna traccia del proibito, tutto simulato nello sdoppiamento, puro ordinamento di similitudini rimescolate insieme a farne un affare, una copertina. Ma un semplice antagonismo non è più palese, non fa più da modello la morte.&nbsp;</p>



<p>Il campanello è suonato dai molti esiliati, scontenti, marginalizzati, nella lotta all’intelligenza, al nuovo sapere. <strong>Questi non saranno forse dei reazionari, (mantenendosi almeno in questo fedeli alle categorie sopracitate) sono gli scarti che restano di quella elaborazione, frammenti che si biforcarono e tornano a neutralizzarli.&nbsp;Complotto? Che sia questa la nuova scala di valori, la nuova parabola di onestà o disprezzo?</strong> Più in alto si sta e più si è compresi, malcelati, più in basso si resiste e più si è fraintesi. Sono scale di giudizio, rotelle, ritmi e torture da ordinare nel gioco, altrimenti non può esserci salvezza, con tutti i suoi incurabili.</p>



<p>Lo so, qua spetterebbe un posto d’onore alle parole. Lo pretendi da me. Ma non voglio neppure metterci uno spazio, andare a capo, tanto con quelle ci si acquieta, chi ci disturba? Si aggiunge o si castra la coda. <strong>Fascismo o Discriminazione? – Discrimine? Niente. – Parole anziane, forse più bambinesche, buone per una filastrocca, da redigere col caffè caldo. Forse redente? Ridicole.</strong> La schiena non la possono di certo alzare ma c’è sempre qualcuno che si diverte a farle risalire su e giù per il giornale.&nbsp;Ce ne sono anche di nuove, inglesissime o altrimenti italiane, quelle che si scoprono con la traduzione, alcune non sono male. Molti oggi dicono che le parole fanno male, sono importanti, sono “pietre”, scorgono la vendetta anche su un corpo puro. Nelle caverne butterei l’idioma!</p>



<p><strong>Altro non è se non un grande ospedale che mangia un piccolo ospedale, un intero quartiere.</strong>&nbsp;Non è mai la solita storia occidentale ma intanto è qualcosa ed ognuno si rincuora: si può ancora morire in Occidente e pure il male è peggiore, peggiore che altrove.</p>



<p><strong>Ti saluto adesso, anche se dicono di una guerra, di una furia di giornalisti senza diplomazia,</strong> giornalisti fuori da stanzone vuote che rimandano ad un giornale e ad una notte d’orrore. È un reportage?&nbsp;</p>



<p>Ti abbraccio, aspetto tue.</p>



<p>Blu Temperini</p>
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