<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Dino Campana Archivi - Pangea</title>
	<atom:link href="https://www.pangea.news/tag/dino-campana/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.pangea.news/tag/dino-campana/</link>
	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Tue, 14 Apr 2026 04:27:46 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.8</generator>
	<item>
		<title>La vita è fame e lotta. Ovvero: sullo straordinario Dino Campana</title>
		<link>https://www.pangea.news/dino-campana-canti-orfici-anelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 04:27:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Canti orfici]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Campana]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=107043</guid>

					<description><![CDATA[<p>Non ho nessuna voglia di preparare e tenere serate e corsi di letteratura. Vorrei rilassarmi la sera, dopo il lavoro, e leggere quello che vorrei io, e continuare a scrivere la mia opera. Ma non è possibile. Se non arrotondo, la situazione è grama. Del resto, nemmeno Raymond Carver fu felice della sua vita: braccato [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dino-campana-canti-orfici-anelli/">La vita è fame e lotta. Ovvero: sullo straordinario Dino Campana</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non ho nessuna voglia di preparare e tenere serate e corsi di letteratura. Vorrei rilassarmi la sera, dopo il lavoro, e leggere quello che vorrei io, e continuare a scrivere la mia opera. Ma non è possibile. Se non arrotondo, la situazione è grama. Del resto, nemmeno Raymond Carver fu felice della sua vita: braccato com’era dall’alcol e dai creditori, cambiava camere in affitto da un giorno all’altro. Per sbarcare il lunario, o suppergiù, scriveva cose che in realtà non lo interessavano affatto, ma in qualche modo le sceneggiature portavano soldi.</p>



<p>Così, anch’io, amareggiato dalla vita ‒ e tu non sai quanto, caro lettore, non sai quanto… ‒ tento di reagire, seppur con difficoltà.&nbsp;</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="94114" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>La bellezza la si va a cercare. La si cerca come i libri. La si stana. E lei, a volte, ti stupisce.</p>



<p>Così, oggi, piuttosto che stare in casa attanagliato dalla mestizia, vado al lago. E mi ritrovo.&nbsp;</p>



<p>Per qualche ora, per qualche istante, godo.&nbsp;</p>



<p>Provo sollievo nella natura (provo un sentimento panico, da sempre), trovo l’essenza della vita nel panismo: flâneur e maledetto.</p>



<p>Ma l’incanto è accaduto alla libreria Spalavera di Verbania. Anni fa fu Marco (che ora dirige la libreria Alpe Colle) a mostrarmi proprio in Via Ruga il “Giornale per i bambini”, che conteneva tutte le puntate di&nbsp;<em>Pinocchio</em>, pubblicate dal 1881 al 1883. Fantastico!</p>



<p>Oggi, invece, è stata la volta di Filippo, che alla mia domanda: hai Dino Campana?, risponde incredibilmente: Sì. E mi tira fuori un cofanetto, dal quale estrae una delle copie originali dei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>, stampata per la prima volta nel 1914 a Marradi presso la Tipografia F. Ravagli.</p>



<p>Lo stupore e la felicità sono stati tanti. Si tratta, tra l’altro, di una copia in ottimo stato, dalla quale non sono state strappate le prime pagine. Mi diceva infatti Filippo, che Campana probabilmente si era pentito di quella dedica in calce al libro (<em>Die Tragödie des letzten Germanen in Italien</em>), per questo l’aveva strappata da alcune copie.</p>



<p>Inutile dire, ovviamente, che il costo di quei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>&nbsp;è da capogiro.</p>



<p>Ma l’impossibile oggi è accaduto. Nuovamente!</p>



<p>Così come la storia si ripete.&nbsp;</p>



<p>Lo fu per John Fante, per Jack London. Lo fu per tutti i grandi scrittori.&nbsp;</p>



<p>La vita è fame e lotta. E ora tocca a me affrontarla, la vera vita da poeta.&nbsp;</p>



<p>Lo fu persino, giustappunto, per il caro Dino Campana, che con le sue scosse infiammò e infiamma ancora il cuore del mondo.</p>



<p>(<em>Giorgio Anelli</em>)</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="736" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/782f2b8d8e-736x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-107044" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/782f2b8d8e-736x1024.jpeg 736w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/782f2b8d8e-216x300.jpeg 216w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/782f2b8d8e-768x1068.jpeg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/782f2b8d8e-600x835.jpeg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/782f2b8d8e.jpeg 800w" sizes="(max-width: 736px) 100vw, 736px" /></figure>



<p>**</p>



<p>DUALISMO</p>



<p><em>(Lettera aperta a Manuelita Etchegarray)</em></p>



<p>Voi adorabile creola dagli occhi neri e scintillanti come metallo in fusione, voi figlia generosa della prateria nutrita di aria vergine voi tornate ad apparirmi col ricordo lontano: anima dell’oasi dove la mia vita ritrovò un istante il contatto colle forze del cosmo. Io vi rivedo Manuelita, il piccolo viso armato dell’ala battagliera del vostro cappello, la piuma di struzzo avvolta e ondulante eroicamente, i vostri piccoli passi pieni di slancio contenuto sopra il terreno delle promesse eroiche! Tutta mi siete presente esile e nervosa. La cipria sparsa come neve sul vostro viso consunto da un fuoco interno, le vostre vesti di rosa che proclamavano la vostra verginità come un’aurora piena di promesse! E ancora il magnetismo di quando voi chinaste il capo, voi fiore meraviglioso di una razza eroica, mi attira non ostante il tempo ancora verso di voi! Eppure Manuelita sappiatelo se lo potete:&nbsp;<em>io non pensavo, non pensavo a voi: io mai non ho pensato a voi</em>. Di notte nella piazza deserta, quando nuvole vaghe correvano verso strane costellazioni, alla triste luce elettrica io sentivo la mia infinita solitudine. La prateria si alzava come un mare argentato agli sfondi, e rigetti di quel mare, miseri, uomini feroci, uomini ignoti chiusi nel loro cupo volere, storie sanguinose subito dimenticate che rivivevano improvvisamente nella notte, tessevano attorno a me la storia della città giovine e feroce, conquistatrice implacabile, ardente di un’acre febbre di denaro e di gioie immediate. Io vi perdevo allora Manuelita, perdonate, tra la turba delle signorine elastiche dal viso molle inconsciamente feroce, violentemente eccitante tra le due bande di capelli lisci nell’immobilità delle dee della razza. Il silenzio era scandito dal trotto monotono di una pattuglia: e allora il mio anelito infrenabile andava lontano da voi, verso le calme oasi della sensibilità della vecchia Europa e mi si stringeva con violenza il cuore. Entravo, ricordo, allora nella biblioteca: io che non potevo Manuelita io che non sapevo pensare a voi. Le lampade elettrice oscillavano lentamente. Su da le pagine risuscitava un mondo defunto, sorgevano immagini antiche che oscillavano lentamente coll’ombra del paralume e sovra il mio capo gravava un cielo misterioso, gravido di forme vaghe, rotto a tratti da gemiti di melodramma: larve che si scioglievano mute per rinascere a vita inestinguibile nel silenzio pieno delle profondità meravigliose del destino. Dei ricordi perduti, delle immagini si componevano già morte mentre era più profondo il silenzio. Rivedo ancora Parigi, Place d’Italie, le baracche, i carrozzoni, i magri cavalieri dell’irreale, dal viso essicato, dagli occhi perforanti di nostalgie feroci, tutta la grande piazza ardente di un concerto infernale stridente e irritante. Le bambine dei Bohemiens, i capelli sciolti, gli occhi arditi e profondi congelati in un languore ambiguo amaro attorno dello stagno liscio e deserto. E in fine Lei, dimentica, lontana, l’amore, il suo viso di zingara nell’onda dei suoni e delle luci che si colora di un incanto irreale: e noi in silenzio attorno allo stagno pieno di chiarori rossastri: e noi ancora stanchi del sogno vagabondare a caso per quartieri ignoti fino a stenderci stanchi sul letto di una taverna lontana tra il soffio caldo del vizio noi là nell’incertezza e nel rimpianto colorando la nostra voluttà di riflessi irreali!</p>



<p><strong><em>Dino Campana</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dino-campana-canti-orfici-anelli/">La vita è fame e lotta. Ovvero: sullo straordinario Dino Campana</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/720087a71bf40c4bc50c432c3b0cd91e.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“&#8230;ne la luce catastrofica”. Attorno al Meridiano Campana di Gianni Turchetta</title>
		<link>https://www.pangea.news/dino-campana-cristiana-panella/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Apr 2025 04:18:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiana Panella]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Campana]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Turchetta]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Meridiano]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=103314</guid>

					<description><![CDATA[<p>Firenze, settembre 2018. il bibliotecario della Marucelliana posa il volume su un leggio e si allontana con discrezione.cancellature, singole parole, riscritture formicolano sopra le righe. guardo. guardo e basta, se tocco, tutto scompare. sono rimasta a lungo su quei primi versi. simili al suo Libro ma diversi. diversi. il titolo scritto a caratteri più minuti [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dino-campana-cristiana-panella/">“&#8230;ne la luce catastrofica”. Attorno al Meridiano Campana di Gianni Turchetta</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Firenze, settembre 2018. il bibliotecario della Marucelliana posa il volume su un leggio e si allontana con discrezione.</strong>cancellature, singole parole, riscritture formicolano sopra le righe. guardo. guardo e basta, se tocco, tutto scompare. sono rimasta a lungo su quei primi versi. simili al suo Libro ma diversi. diversi. il titolo scritto a caratteri più minuti del testo: “Cinematografia sentimentale”, “La notte mistica dell’amore e del dolore”. poi, per tutto, fu semplicemente&nbsp;<em>La Notte</em>. non era il Libro. l’uomo non era, esattamente, lo stesso.&nbsp;<strong>contemplando quel supporto pulito pensai a quante volte Dino fosse entrato in una biblioteca, da anonimo. anonima la sua lungimiranza nel consultare testi che ancora nessuno in Italia aveva notato. anonimo perché già oltre.</strong>&nbsp;il volume sul leggio si intitolava&nbsp;<em>Il più lungo giorno</em>. l’amico Dino Castrovilli quella mattina mi aveva detto: “ho una sorpresa per te”. così è stato, che gliene sia sempre grata. incontrare quella rilegatura così gracile dopo avere sognato un libro immenso. guardo e penso che tutta la vita di Dino Campana è stata il più lungo giorno “ne la luce catastrofica”: ogni giorno l’attesa vitale, urgente. ne la luce catastrofica. queste quattro parole mi rotolano davanti tra le righe, tra tante altre, impigliate ad altre, ognuna definitiva, visione autonoma. continuo a guardare. accanto a “stanza” Dino scrive “piena di sogni”. sopra “scheletrico”, “vulcanizzato”. così apparivano le coste antracite dei suoi Appennini. in alcuni casi, frasi accavallate: “e nella vita stellare dello specchio un ricordo d’antica sera d’amore di viola”, segni in schegge. mentre scrivo ho vicino a me la versione anastatica de&nbsp;<em>Il più lungo giorno</em>&nbsp;di Vallecchi, la ‘realtà’ di quello che resta. ripenso a quei giorni come a un sogno fugato.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="103022" class="wp-block-banner-post"></div>



<p><strong>devo iniziare. <a href="https://www.oscarmondadori.it/libri/lopera-in-versi-e-in-prosa-dino-campana/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">mi viene ‘ordine’. la parola che sale per prima percorrendo questo magnificente lavoro di Gianni Turchetta, atto d’amore. fare ordine, innanzi tutto.</a></strong>&nbsp;riconoscere la volontà di Dino Campana di affermare un talento che sapeva, rivendicava, e ribadiva con uno studio continuo rimasto nella maggior parte della critica sotto traccia, offuscato dalle diagnosi di nevrastenia, dalle&nbsp;<em>boutades</em>&nbsp;dei momenti di corto circuito, dai pregiudizi di chi vide in tutte quelle cancellature e riscritture un segno di confusione invece di un intento lucido di rileggere le varie versioni di uno stesso testo e scegliere quella che sembrasse migliore, come farebbe ogni scrittore. lineare nel proporsi al mondo da poeta, tessitore di sogni, di connessioni inesplorate, creatività pulita. nettarlo dallo stereotipo del matto talentuoso ma caotico, capace di fulgori ma arronzone, scarpone indesiderato dei piccoli Olimpi letterari. restituirgli un disegno personale, anche se offeso dal travaglio, e forse per questo più assetato. l’ordine di Gianni Turchetta si manifesta già nella sezione introduttiva,&nbsp;<em>L’eterno ritorno dell’immagine e la resistenza della poesia</em>&nbsp;(Turchetta 2024,&nbsp;XI-CVIII)<a href="applewebdata://AC4A07EA-9EE1-4183-AC34-7A64DFB77B1B#_edn1"><sup>[i]</sup></a>, che in esergo riporta come una dichiarazione di intenti una frase di Michel Foucault: “dove c’è l’opera non c’è follia” (da&nbsp;<em>Storia della follia nell’età classica</em>).&nbsp;</p>



<p>questo saggio di apertura è un attento lavoro filologico che mostra con implacabile affetto verso l’essere umano che Turchetta segue da 40 anni, attraverso alcuni elementi cardinali, l’intento costruttivo del Poeta rispetto alla sua esperienza di studio della letteratura e della filosofia, in particolare tedesca, inglese e belgo-francese, e questo attraverso una reiterata frequentazione delle biblioteche, suggerendo spostamenti mirati che contestano l’immagine di un dromopatico che si sarebbe trovato per caso, nel suo moto perpetuo, anche in una biblioteca. le sedute di studio sono volute, nella coscienza piena che il suo destino di poeta e letterato fosse stato deviato dalla volontà della famiglia di farne un farmacista. già la scelta del titolo,&nbsp;<em>Canti Orfici</em>&nbsp;è un manifesto identitario, una “posture visionnaire” (Claudel in Turchetta 2024,&nbsp;XXXIX)&nbsp;che vuole discostarsi dal mito orfico dell’Antichità o dell’Occultismo. l’Orfismo di Dino Campana rivendica il concetto stesso di arte in quanto “mito della magia dell’artista, del suo disperato immergersi nei ciechi abissi del cuore e dell’universo, e della sua speranza e del suo bisogno di farne ritorno per raccontare a tutti il suo viaggio” (Segal, Ibidem). Orfeo incarna la poesia che può vincere la morte, una connotazione che Dino attribuisce a Faust, “alter ego del poeta” (XL). l’omaggio alla poesia si sviluppa attorno a una tensione costruttiva, a un meccano circolare in cui si alternano i temi della ripetizione e del ritorno, scrive Turchetta, che nei testi del&nbsp;<em>Quaderno</em>, precedenti i&nbsp;<em>Canti Orfici</em>, si reiterano attorno a un femmineo che non concerne soltanto la figura della donna ma diventa uno sguardo sensibile che permea anche il paesaggio: la notte, la montagna, l’acqua, le navi, la città (XCII). tutto è animato da un fremito cosmico: “Odore amaro d’alloro ventava sordo dall’alto/Attorno al bianco chiostro sepolcrale:/ Ma bella come te, battello bruciato tra l’alto/ Soffio glorioso del ricordo, gridai o città,/ (<em>Quaderno</em>, “Oscar Wilde a S. Miniato”, 158). e ancora: “Nave che soffri e vegli/ Coll’occhio disumano/ E al destino lontano/ Sempre sopra del vano/ Ondeggiare tu pensi/ E m’arde e m’arde il cuore/ Nella notte serena/ (testo 38, senza titolo).&nbsp;<strong>la nave come creatura senziente, quasi che quell’“occhio disumano” fosse quello di un pesce e che l’ondeggiamento, più che il beccheggio della prua, un respiro di branchie.</strong>&nbsp;rispetto alla figura della donna, è evidente, scrive Turchetta, una continua oscillazione tra incontro e perdita, un sentimento d’amore che si tempra e trova le sue note più alte nell’assenza dell’amata. una volontà di strutturazione, scrive l’autore, si evince anche dal riequilibrio del rapporto tra versi e prose, che nei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>&nbsp;sono rispettivamente 15 e 14, contro il rapporto di 14 a 4 ne&nbsp;<em>Il più lungo giorno</em>. e allo stesso tempo questa tensione alla costruzione di un&nbsp;<em>opus</em>&nbsp;unitario procede per lacerti, correzioni, rimandi, ritorni. Turchetta espone quasi chirurgicamente il cantiere della costruzione poetica campaniana: dopo l’Introduzione e la Cronologia, propone una vivida “Nota all’edizione” in cui esplicita la struttura del volume, organizzato in quattro parti principali (“macro-sezioni”): la prima dedicata ai&nbsp;<em>Canti Orfici</em>, le due successive ai testi a stampa e manoscritti che hanno preceduto e seguito il Libro e la quarta alle Lettere. qui l’autore esplicita il suo intento di far affiorare l’ordine dell’immenso lavoro di scrittura e riscrittura di Dino Campana, una “tensione verso la verità” (CXCIII) irraggiungibile per definizione ma continuamente reiterata, elemento principe della dignità del lavoro campaniano, sia di quello concepito come privato, come nel caso del&nbsp;<em>Taccuinetto faentino</em>, del&nbsp;<em>Fascicolo marradese inedito</em>&nbsp;e del&nbsp;<em>Taccuino Mattacotta</em>, che di quello destinato a un pubblico, come&nbsp;<em>Il più lungo giorno</em>&nbsp;e le<em>&nbsp;Carte Bandini</em>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="631" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/978880471660HIG-631x1024.webp" alt="" class="wp-image-103315" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/978880471660HIG-631x1024.webp 631w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/978880471660HIG-185x300.webp 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/978880471660HIG-600x973.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/978880471660HIG.webp 666w" sizes="(max-width: 631px) 100vw, 631px" /></figure>



<p>porre come primo documento i&nbsp;<em>Canti Orfici</em>, il cui commento è “intenzionalmente ampio” (CXCVII) è una scelta assertiva, a dire che dopo infiniti giri attorno al sole, rovinose cadute, perdite e smarrimenti questo è ciò che doveva rimanere. un’alternativa sarebbe stata ordinare il materiale secondo un ordine cronologico ma mettendo i&nbsp;<em>Canti Orfici</em>&nbsp;in prima posizione si vuole ribadire un pieno diritto di presenza, umana e poetica.&nbsp;<strong>scemati i giudizi, i conflitti, l’incomunicabilità, lo sperdimento, resta l’opera, l’unico Libro, anima salva. là dove tutto era sembrato perso, mancato, l’opera è salvezza, senso di una vita.</strong>&nbsp;nelle note all’unico Libro (853-1139), eroiche, si sente la meticolosità di un affetto profondo e sedimentato, un dialogo intimo da cui affiora chiara l’intenzione di riscattare un uomo ma soprattutto un immenso magmatico poeta. solo per citare qualche esempio, apprendiamo che l’edizione dei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>&nbsp;proposta è quella che Dino Campana considerava, parlando dell’edizione Vallecchi del ’28, l’<em>editio princeps</em>, corretta “sul testo di Marradi e delle riviste che stamparono i miei versi per la prima volta” (853). le dimensioni del volume 19,5&#215;12,5 sono indicative perché si riscontrano almeno due diverse partite di carta. informazioni dettagliate riguardano il corpo dei caratteri (10 per la poesia, 12 per la prosa), il numero di esemplari giunti a noi (Roberto Maini ne avrebbe recensiti 111 cui se ne sono aggiunti nove), forniti o privi di dedica, la menzione della qualità e del formato della carta, le differenze riscontrate, dovute a correzioni effettuate sui piombi, segnano passo dopo passo la qualità dell’analisi filologica dell’autore. egli menziona anche “l’unico, prezioso reperto del processo di stampa della&nbsp;<em>princeps</em>” (855): le “bozze” appartenute a Paolo Toschi, che incontrò per la prima volta Dino Campana “una sera d’estate, a Marradi, in una stanza bassa e soffocante di una piccola trattoria, negl’anni sereni in cui s’andava addensando il turbine della guerra: e mi sembrò d’ascoltare una novella di Edgardo Poe”. in un’altra occasione, nell’estate del ’14, il Poeta gli disse: “Voglio che lo legga anche Lei, il mio volume: non posso regalargliene una copia, ma Le darò le bozze [&#8230;] E oggi – scrisse Toschi – sfoglio quelle bozze segnate di correzioni a lapis copiativo e a penna, grosse come se fossero scritte con un fiammifero” (Ibidem). malgrado la stima sincera che Toschi nutrì per la poesia di Dino Campana (“Fra molte cose illogiche o non completamente realizzate, ma sempre lampeggianti di sprazzi di poesia, trovo alcune pagine limpide, espressive di tale evidenza e poeticità quale è raro trovare anche fra i più bravi scrittori d’oggi”), si può immaginare che molte delle espressioni colorite che usò per descrivere l’uomo andarono a innaffiare il mito del matto, riportando con dovizia di particolari alcune imprese occorse per strada o nelle trattorie. “Tale vita avventurosa e fantastica io l’ho sentita raccontare da lui stesso una sera d’estate” (Toschi 1926). A questo potremmo aggiungere la materialità dei verbali di “Pubblica Sicurezza” e delle reiterate diagnosi e descrizioni sintomatiche, tra cui la “Modula informativa per l’ammissione dei mentecatti nel manicomio di Firenze, 9 aprile 1909”, firmate negli anni da dottori e specialisti ai fini dei diversi ricoveri psichiatrici. a volte sono i Carabinieri stessi a farsi medici: “segni di pazzia furiosa [&#8230;] essendo il Campana riconosciuto per matto furioso dal Dottor condotto del luogo (“legione Territoriale dei Carabinieri Reali di Firenze, 8 aprile 1909) (CXXXIX). già tre anni prima la Questura di Firenze l’aveva definito “squilibrato di mente” (CXXV), avviando la catena del profilo criminogeno ed entrando in sinergia con le diagnosi patogene degli specialisti che sarebbero seguite e che avrebbero condotto Dino al manicomio di Imola il 5 settembre 1906 a seguito dell’“ordinanza” che attestava la sua “alienazione mentale” (CXXXI). “il soggiorno nel manicomio di Imola era avvenuto – scrive lo psichiatra Carlo Pariani – ‘non perché fosse malato di mente ma perché lo volevano matto per forza’” (Pariani 2002, 21). appare oggi surreale che la diagnosi che ha sentenziato l’entrata di Dino in manicomio è di “demenza precoce?” con il punto interrogativo (Idem) e che tra le patologie, che diventano voci di crimine, risulti anche l’uso di caffè “del quale è avidissimo e ne fa un abuso eccezionalissimo” (Ibidem). il peccato di avidità fa la colpa, la frequenza, la malattia. ugualmente vago è il certificato stilato dal Dott. Cuylitis presso quella che era all’epoca la Maison de santé Saint- Bernard di Tournay (attuale Tournai, in Belgio), il quale certifica, tra la fine del 1909 e l’inizio del 1910, di aver personalmente “visto, esplorato e interrogato Campana Decio (<em>sic</em>) “colpito da una malattia che si caratterizza con i sintomi seguenti: “tendenza alla pigrizia (?)”, “al caffè”, “alcolismo” (CXLI)<a href="applewebdata://AC4A07EA-9EE1-4183-AC34-7A64DFB77B1B#_edn2"><sup>[ii]</sup></a>. a Tournai, dopo aver passato due mesi nella prigione di Saint Gilles, a Bruxelles, Dino avrebbe incontrato Il Russo,&nbsp;<em>alter ego</em>, scrive Turchetta, dell’“io poetico”, opposto e complementare a Regolo; il primo vittima del sistema repressivo pubblico, il secondo,&nbsp;<em>alter ego</em>&nbsp;vincente. eppure Il Russo incarna il sentimento di persecuzione della poesia, quindi del “boy” innocente e, come in un gioco di specchi, di Dino Campana stesso (1077). ne è prova anche l’errore, forse non così casuale, nella traduzione dell’epigrafe da Whitman che chiude i&nbsp;<em>Canti Orfici</em>, dove Dino ha tradotto: “Erano tutti stracciati e coperti del sangue del fanciullo” quando l’originale in inglese recita: “I tre erano tutti stracciati e coperti del sangue del fanciullo”, come a sottolineare la persecuzione di cui si sentiva vittima, soprattutto da parte di Papini e Soffici. un’ interpretazione complementare vede i versi di Dino Campana ispirati anche dalle&nbsp;<em>Georgiche&nbsp;</em>di Virgilio nel passo in cui si narra dell’uccisione di Orfeo da parte delle donne dei Ciconi,&nbsp;<em>Georgiche</em>&nbsp;che avrebbero avuto un ruolo importante nella diffusione dei mito di Orfeo. allo stesso tempo, la diffidenza del Poeta verso la forza pubblica andrà di pari passo con la necessità di trovare ancor più che un equilibrio un ordine, manifesto d’altronde nell’intenzione di frequentare la Scuola Ufficiali e poi di entrare in Polizia.</p>



<p>le Note ai&nbsp;<em>Canti Orfici</em>&nbsp;sono un lavoro di alta oreficeria, con infiniti spunti di riflessione e approfondimento. soltanto per citare un esempio,&nbsp;<em>La Notte</em>, Turchetta sottolinea come essa designi un percorso iniziatico dove si sentono gli influssi degli&nbsp;<em>Inni alla Notte</em>&nbsp;di Novalis nella misura in cui il buio notturno rappresenta il tempo della rivelazione e della verità “che la luce del giorno nasconde”: “E la notte fu il grembo possente/delle rivelazioni – là tornarono gli dei” (869). a questo elemento si intreccia “l’assoluta centralità del tema dell’amore” (Ibidem) incarnato dall’incontro con la donna. amore, scrive Gianni Turchetta, che dal singolo individuo passa a una verità cosmica, in un contesto di sacralità laica.&nbsp;<em>speculum</em>&nbsp;ne è per l’autore&nbsp;<em>La Verna</em>, seconda lunga prosa dei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>. là dove ne&nbsp;<em>La Notte</em>&nbsp;si intravede l’ombra del V canto dell’Inferno dantesco, la Lussuria,&nbsp;<em>La Verna</em>&nbsp;fa da contraltare, con i suoi riferimenti a San Francesco e gli scenari all’aperto che implicano “ascesa” e “purezza”, “pellegrinaggio da espiazione” (Ibidem). a giusto titolo Turchetta esplicita il carattere altamente cinematografico de&nbsp;<em>La Notte</em>&nbsp;al fine di rompere l’andamento cronologico e intesserlo di scorci, flashback e paesaggi onirici. tutto per restituire, fondamentalmente, la dimensione di un viaggio introspettivo che solo in questo modo avrebbe potuto accogliere l’immensità dell’esperienza d’amore che attraverso la grazia della poesia si fa stato d’amore universale. in questo senso, aggiungo, torniamo, anche se in una declinazione laica, all’esplicitazione dell’intento di luce e amore del viaggio dichiarato nel&nbsp;<em>Paradiso</em>: “poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte/ sembianze femmi perch’io spandessi/ l’acqua di fuor del mio interno fronte. ‘La Grazia che mi dà ch’io mi confessi’/ comincia’ io ‘da l’alto primopilo,/ faccia li miei concetti bene espressi’”<a href="applewebdata://AC4A07EA-9EE1-4183-AC34-7A64DFB77B1B#_edn3"><sup>[iii]</sup></a>.</p>



<p>*</p>



<p>la seconda parte del volume,&nbsp;<em>Prima dei “Canti Orfici”</em>, raccoglie diverse sezioni<a href="applewebdata://AC4A07EA-9EE1-4183-AC34-7A64DFB77B1B#_edn4"><sup>[iv]</sup></a>. la prima, “Testi pubblicati da Campana”, conta tre scritti poi rielaborati nel Libro: “Montagna – La Chimera”, “LE CAFARD (Nostalgia del viaggio)” e “DUALISMO – Ricordi di un vagabondo. Lettera aperta a Manuelita Tchegarray”. segue il&nbsp;<em>Quaderno</em>, ritrovato dal fratello di Dino, Manlio, consegnato a Enrico Falqui, che nel 1942 ne curò la pubblicazione di cinque pagine per l’editore Vallecchi nel volume&nbsp;<em>Inediti</em>&nbsp;di Dino Campana<em>.</em>questa sezione raccoglie la totalità dei testi del&nbsp;<em>Quaderno</em>, 42, di cui 15 senza titolo. Silvano Salvadori aveva già scritto, nel suo saggio sul&nbsp;<em>Quaderno</em>, di un afflato universale del quotidiano. segue una breve sezione di tre “Testi contenuti nelle lettere”, poesie, scrive Turchetta, che Dino Campana copia in una lettera destinata ai periodici “La Lettura” e “Corriere della Domenica” (Lettera 4, febbraio 1912), prima di arrivare al&nbsp;<em>Taccuinetto faentino</em>, acquistato in una cartoleria di Faenza, “del tipo di quelli sui quali i clienti si fanno segnare dal bottegaio i debiti della spesa giornaliera”, scrive Domenico De Robertis nella Nota al Testo dell’edizione Vallecchi. un “quadernuccio” che “non ha un principio e neppure una fine – nel senso che, essendo scritto nei due versi, comincia senza terminare e l’uno s’intreccia e si confonde con l’altro”, scriverà Falqui nell’introduzione all’edizione Vallecchi del 1960. quest’ultimo si preoccupa dell’immagine da “scartafaccio” dell’opera, composta da testi scritti in momenti diversi, forse già dal 1912 (1227), che si dipanano in verticale e in orizzontale, a penna e a lapis, come aveva già sottolineato De Robertis. e malgrado questo, Falqui sottolinea l’intento preparatorio di Dino, in vista dei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>, in cui farà confluire nove testi del&nbsp;<em>Taccuinetto</em>, che attraverso quest’ultimo ci fa capire “quanto lungo e minuzioso e accanito e cosciente sia stato il lavoro di Campana, [&#8230;] quasi che chieda e cerchi e aspetti e aneli di trovare e godere presso di noi il perfezionamento ideale”. dopo il&nbsp;<em>Taccuinetto&nbsp;</em>Turchetta pone le&nbsp;<em>Carte Ravagli</em>&nbsp;con il “Fascicolo marradese”, donato da Manlio Campana a Federico Ravagli, da questi pubblicato tra il 1950 e il 1951 su&nbsp;<em>Portici</em>, e le&nbsp;<em>Carte Bejor</em>, che Turchetta restituisce attraverso non il volumetto di Bejor ma dal volume del ‘42 di Ravagli. segue&nbsp;<em>Il più lungo giorno</em>. Turchetta sottolinea come il manoscritto dimostri che, anche a riscontro degli innumerevoli rimaneggiamenti, riscritture e sovrapposizioni dei testi campaniani in nome di una poesia del movimento, i&nbsp;<em>Canti Orfici</em>&nbsp;non furono una copia del primo manoscritto; al contrario, l’autore attesta l’esistenza di un “antigrafo comune a PLG e a CO, da cui sarebbero stati copiati entrambi” (1261). contrariamente alla credenza che il supporto cartaceo del manoscritto fosse di poco conto, Turchetta ricorda che Dino Campana si avvalse di un “antico volumetto rimasto bianco, trovato chissà dove, la cui composizione si può far risalire alla prima metà del secolo XVIII” (De Robertis, Ibidem). le note dell’autore alla sezione de&nbsp;<em>Il più lungo giorno</em>&nbsp;(1259-1293) sono di estremo interesse: egli afferma che, per la presenza di inesattezze e irregolarità, il manoscritto è probabilmente la riscrittura di un testo antigrafo; dubita dell’affermazione, ormai radicata, che&nbsp;<em>Il più lungo giorno</em>&nbsp;costituisca due terzi dei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>, come affermato da De Robertis, e mostra dettagliatamente come questo manoscritto che anticipa il Libro sia fondamentalmente provvisorio nelle sue parti, tale da non poter costituire un’opera compatta sovrapponibile per i suoi due terzi all’Opera. secondo l’autore, benché il manoscritto non fosse allo stadio di appunti personali, Dino Campana non avrebbe mai consegnato a una tipografia il testo de&nbsp;<em>Il più lungo giorno</em>&nbsp;nella forma in cui lo aveva redatto. e se Papini e Soffici avessero accettato il manoscritto egli vi avrebbe certamente apportato cambiamenti. quindi, anche per l’evidente sviluppo dei testi campaniani pubblicati come “Autografi lacerbiani”, consegnati probabilmente insieme a&nbsp;<em>Il più lungo giorno</em>&nbsp;e per la presenza di pagine vuote, quest’ultimo non può essere considerato ‘il Libro’ di Campana (1263-65). le&nbsp;<em>Carte Papini</em>&nbsp;contano due fascicoli con quattro testi nuovi rispetto a&nbsp;<em>Il più lungo giorno</em>&nbsp;che confluiranno nei&nbsp;<em>Canti</em>: “Il Russo (storia vera)”, “(Crepuscolo mediterraneo”), “Dualismo (Lettera aperta a Manuelita Etchegarray)” e “Pampa”. probabilmente i testi consegnati a Papini erano più numerosi, visto che Campana aveva consegnato altri testi per&nbsp;<em>Lacerba</em>&nbsp;insieme a&nbsp;<em>Il più lungo giorno</em>&nbsp;(1294).&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="566" height="800" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/33653_3.jpg" alt="" class="wp-image-103316" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/33653_3.jpg 566w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/33653_3-212x300.jpg 212w" sizes="(max-width: 566px) 100vw, 566px" /></figure>



<p>in ogni modo emerge l’evidenza di una stesura di gran parte dei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>&nbsp;precedente la consegna de&nbsp;<em>Il più lungo giorno</em>, che nel suo insieme appare ponderata, lontana dall’ipotesi diffusa di una ricostruzione frettolosa a memoria. le&nbsp;<em>Carte Bandini</em>&nbsp;testimoniano una cura per la comprensibilità della redazione, evidente nelle numerose rifiniture delle lettere, come se i testi fossero destinati a ipotetici lettori. è interessante notare, scrive Turchetta, che la sequenza dei&nbsp;<em>Notturni</em>&nbsp;combacia quasi interamente con la versione dei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>&nbsp;mentre altri testi presentano delle varianti, attestando un percorso che va dagli “avantesti” de&nbsp;<em>Il più lungo giorno</em>&nbsp;alle diverse versioni dei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>, “elaborando i testi nelle direzioni di addensamento semantico e di esasperazione iterativa che meglio caratterizzano il suo stile” (1303). seguono&nbsp;<em>Altri inediti</em>, di influenza nietzschiana e baudelairiana, in parte consegnati a Enrico Falqui dai parenti di Dino Campana. la parte&nbsp;<em>Dopo i “Canti Orfici”</em>&nbsp;riprende “Versi e prose sparsi”, testi pubblicati tra il novembre 1914 e il maggio 2016, tra cui tre prose estratte dai&nbsp;<em>Canti Orfici</em>. gli altri testi verranno pubblicati nel 1928 da Attilio Vallecchi nella sezione “Inediti” del volume&nbsp;<em>Liriche</em>. essi testimoniano la nuova direzione della scrittura campaniana, sempre più orientata su un’integrazione tra poesia e pittura, e indicano la volontà di Dino di arrivare a una seconda edizione del Libro, forse rivolgendosi a un altro editore. alla luce di questo progetto di riedizione in vista di un’ulteriore piallatura dei testi potrebbero essere lette anche le reiterate pressioni, nel 1916, su Papini e Soffici affinché restituissero il manoscritto de&nbsp;<em>Il più lungo giorno</em>. ne è prova una lettera in cui Emilio Cecchi nel maggio 1916 suggerisce a Dino Campana lo Studio Editoriale Lombardo per far “rivivere il libro in un’edizione bella, corretta, etc con unite&nbsp;<em>Olimpia</em>,&nbsp;<em>Toscanità</em>&nbsp;e le altre cose nuove” (1323). è evidente che questa fase&nbsp;<em>in nuce</em>&nbsp;della creazione campaniana procedeva intrecciata al difficile percorso personale del Poeta, evidente dal tenore delle Lettere:&nbsp;<strong>“Scrivere non posso, i miei nervi non lo tollerano più, per ora”, confida all’amico Mario Novaro nell’aprile del 1916</strong>&nbsp;(CLXVIII; 601). in questa fase di “sofferta monotonia” la mattina del 3 agosto 1916 Dino incontra per la prima volta, a Barco nel Mugello, Sibilla Aleramo. a lei sono destinati alcuni dei&nbsp;<em>Versi sparsi</em>, testi scritti a mano negli spazi liberi di alcune copie del Libro donate o vendute agli amici, tra cui appunto Aleramo, Bejor, Cecchi e Ravagli. lungi dall’essere il risultato di una mania correttiva, questi testi, scrive Turchetta, testimoniano di una coerenza stilistica che Dino Campana voleva imprimere alla sua opera in vista di una riedizione. ne è prova il fatto che quando Cecchi propone di far confluire nella futura edizione una selezione dei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>&nbsp;più “le ultime cose”, egli risponde che sarebbe “la cosa più dolorosa che si potesse fare” (1323) a testimonianza del fatto che considerava le sfumature apportate attraverso la limatura o l’aggiunta di testi nuovi come parte integrante di un unico disegno poetico del Libro. tra i&nbsp;<em>Versi sparsi</em>&nbsp;spicca “Arabesco-Olimpia”, che Turchetta considera, “un arabesco sonoro”, per le fitte corrispondenze fonetiche e la presenza di “colorismo”, “un testo capitale non solo di questa fase, ma di tutta la produzione campaniana” (1326)<a href="applewebdata://AC4A07EA-9EE1-4183-AC34-7A64DFB77B1B#_edn5"><sup>[v]</sup></a>:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Oro, farfalla, dorata polverosa perché sono spuntati i fiori del cardo? In un tramonto di torricelle rosse perchè pensavo ad Olimpia che aveva i denti di perla la prima volta che la vidi nella prima gioventù? Dei fiori bianchi e rossi sul muro sono fioriti. Perchè si rivela un viso, c’è come un peso sconosciuto sull’acqua corrente la cicala che canta.</strong></p>
</blockquote>



<p>il&nbsp;<em>Taccuino Mattacotta</em>, che segue i&nbsp;<em>Versi sparsi</em>, è un “quaderno di lavoro”, che consiste nel “fare e rifare&nbsp;&nbsp;un numero relativamente limitato di componimenti” in italiano, inglese e francese, avendo Dino riscritto, soprattutto a matita copiativa e a penna a inchiostro nero, sulle stesse pagine da due a quattro volte, databile tra gli ultimi mesi del 1914 e l’estate del 1916 (1341-1343). il&nbsp;<em>Taccuino&nbsp;</em>fu donato a Sibilla Aleramo che in seguito l’avrebbe donato a Franco Mattacotta durante la loro relazione.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>I announce the justification</strong><br><strong>of candour and the</strong><br><strong>justification of pride</strong><br><strong>(se devo annunciar qualche</strong><br><strong>cosa)</strong></p>
</blockquote>



<p>nella sezione&nbsp;<em>Altri manoscritti</em>, sono riunite le “Carte Aleramo-Gallo-Mattacotta”, il “Manoscritto Orlandi”, le “Carte Gallo”, le “Carte Novaro-Falqui” e “Poesie per Sibilla Aleramo”. nel primo fascicolo appare il luminoso frammento&nbsp;<em>L’infanzia nasce</em>, che Turchetta attribuisce, benché non sia autografo, a una sorta di testamento spirituale:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>L’infanzia nasce da un ritorno di se stessi giacchè in uno strano eco s’immobilizza e s’allontana dai giorni: anzi nasce proprio da una cosa “specchiata” con le ridenti spighe gialle e con i campanili: conoscenza eterna (di poco tempo) e sempre a sapersi da un tempo infinito come a stare sempre sulla riva del giorno.</strong></p>
</blockquote>



<p>nelle “Carte Gallo” affiora&nbsp;<em>Giulietta e Romeo</em>, un testo spedito a Sibilla Aleramo a metà dicembre del 1916, forse uno dei “biglietti cinici” di cui Sibilla dice a Leonetta Pieraccini, moglie di Emilio Cecchi. a Niccolò Gallo, scrive Turchetta, si deve la prima edizione, nel 1958, del carteggio tra Sibilla Aleramo e Dino Campana. qui torna il tema reiterato dell’innocenza: “e infine della/lotta delle passioni/il trionfo dell’innocenza/, quasi a sottolineare il baratro tra il cuore intatto del Poeta e le intemperie che lo colpiscono. Turchetta propone una grafia emotiva, evidente nel “disordine convulso della scrittura” (1369), in cui coabitano aggressività e pentimento. segue “Poesie per Sibilla Aleramo”, testi iconici della poesia campaniana dove la rabbia sfuma nel passo che incede del ricordo, nella dolce ripetizione che fissa l’eterno:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Più pura nell’azzurro è la luce d’argento</strong><br><strong>Più bella la tua figura.</strong><br><strong>Più bella la luce d’argento nell’ombra degli archi</strong><br><strong>Più bella della bionda Cerere la tua figura</strong></p>
</blockquote>



<p>nella sezione seguente,&nbsp;<em>Altri testi</em>, sono raccolte due delle quattro prove d’esame per docente in Lingue straniere che Dino affrontò, senza successo, nell’aprile del 1911 presso l’Istituto di Studi Superiori di Firenze. si tratta del tema di italiano, “A zonzo per Firenze” e della redazione in francese, “Le repentir”, da cui traspaiono, malgrado siano state redatte in un frangente particolare e con un tempo limitato a disposizione,&nbsp;<em>tòpoi</em>&nbsp;familiari all’opera campaniana, tra cui l’attenzione al paesaggio. le quattro “Traduzioni” che seguono, da Verlaine, Ward Howe, Goethe e Heine, sono solo una parte del lavoro effettuato da Dino Campana su testi stranieri.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Cercavo idealmente una patria non avendone</em></p>



<p>l’ultima parte del Meridiano è dedicata alle 290&nbsp;<em>Lettere 1903-1931</em>, di cui la maggior parte scritte tra il 1915 e il 1917. come nota Gianni Turchetta si attesta una grande differenza tra il numero di lettere che precede i&nbsp;<em>Canti Orfici</em>&nbsp;e quello che segue il Libro. la Lettera 7 indirizzata a Giuseppe Prezzolini (6 gennaio 1914) riporta una versione de “La Chimera” molto vicina a quella dei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>. lo stesso è per una versione dei “Notturni” che appare nella Lettera 13, destinata a Luigi Bandini. il lavoro di ricerca sulle Lettere non è esaustivo. Turchetta ci dice, ad esempio, che ne mancano molte inviate all’amico Mario Novaro (“siamo un po’ fratelli, non è vero?”, Lettera 93, aprile 1916) e a Sbarbaro. una recente pubblicazione a cura di Costanza Geldes da Filicaia e Marcello Verdenelli rivela che Alessandro Pavolini avrebbe continuato a scrivere a Dino Campana anche dopo l’internamento a Castel Pulci, stemperando, seppure con cautela, l’immagine di una solitudine totale del Poeta durante i 14 anni in manicomio. le Lettere sono forse il contributo d’affetto per Dino Campana più evidente dell’alacre lavoro di Gianni Turchetta, che rispetto alle edizioni precedenti elimina la separazione tra la corrispondenza con Sibilla Aleramo e le altre. qui lo studioso si fa da parte, e mentre egli tace la vita di Dino si dipana, affiora il bisogno di essere riconosciuto, di percepirsi, scrive Turchetta, attraverso lo sguardo degli altri. tra le epistole più toccanti ci sono certamente quelle scambiate con Sibilla. l’abisso di una passione limpida mista a rovina, “il cupo bagliore del miracolo”, scrive la scrittrice al suo Dino “fatto per il sole”, coagulando forse un’intuizione<a href="applewebdata://AC4A07EA-9EE1-4183-AC34-7A64DFB77B1B#_edn6"><sup>[vi]</sup></a>. la reiterazione implacabile tra speranza e delusione, ira e dolcezza. due cuori bambini che la vita ha portato lontani l’uno dall’altro. il continuo tentativo di farsi capire votato all’incomprensione, la solitudine infera per un disamore subίto che Dino sentiva destinale, ferita di abbandono che a sua volta diventa lama acuminata che giudica e abbandona.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Pensa che per vivere l’assurdità del nostro amore hai bisogno di tutta la tua grazia [&#8230;]. Tu ora mi conosci e potremmo abitare lontani se non mi abbandoni col pensiero<a href="applewebdata://AC4A07EA-9EE1-4183-AC34-7A64DFB77B1B#_edn7"><sup><strong>[vii]</strong></sup></a>.</strong></p>
</blockquote>



<p>eppure forse il dolore più cupo, l’affanno più lancinante di questa continua ricerca di presenza al mondo affiora dalle lettere mandate ad amici e intellettuali, tra cui spiccano Boine, che sente per Dino una sincera empatia: “Ma lei dice che lo troveremo questo Iddio introvabile come una fiera che si appiatti?” (Lettera 60, 15 novembre 1915), Novaro, Cecchi, Cardarelli, Carrà. “Un po’ di coltura di pensiero veramente e vivamente moderno la posseggo anch’io”, scrive il Poeta alla Direzione della rivista “La difesa dell’arte” nell’estate del 1910 (Lettera 3). con Papini, con cui aveva ingaggiato una tenzone a senso unico mesi prima, si firma nel dicembre 1913 “Suo uomo dei boschi” (Lettera 6), chiedendogli di portare la sua “piena solidarietà” agli “altri indimenticabili compagni”, compagni che certamente non avevano pensieri per lui. Dino vuole riconoscersi altro dalla sfilata di “filibustieri”, “bluffisti”, “nemici”, “chacals”, “mangiapane” dei circoli letterari soprattutto fiorentini ma allo stesso tempo chiede a Mario Novaro: “Se à notizia di qualche recensione per me la prego dirmelo” (Lettera 83, 25 febbraio 1916). alcuni furono sinceramente toccati dall’aderenza piena alla vita di Dino. Francesco Chiesa scrive: “Le sue parole mi commuovono e mi affliggono” (Lettera 61, 19 novembre 1915); Emilio Cecchi gli dice che le ore passate insieme erano state “una ripresa di energia e fiducia” e si firma “aff.mo” (Lettera 84, 27 febbraio 2016). nella risposta di Dino affiora tutta la sua prostrazione per il sentimento di incomprensione che avvertiva sia dai compaesani di Marradi, dai quali si sentiva perseguitato “con un’infamia e una ferocia tutte lazzaronescamente italiane e clericali” che dalle presenze immanenti di Papini e Soffici, “ladri spie venduti e vigliacchi soprattutto” (Lettera 85, 1-2 marzo 1916). è quasi una lettera ultima in cui Dino si raccomanda affinché Cecchi non dimentichi le ultime parole dei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>, i versi di Whitman:&nbsp;<em>They were all torn and covered with the boy’s blood</em>, “che sono le uniche importanti del libro”. se è possibile che la solitudine di Dino Campana sia stata oltremodo accentuata dalla critica, sicuramente questa lettera a Cecchi è una di quelle in cui, forse anche a seguito delle sue condizioni fisiche e psichiche, si avverte il senso di isolamento e di incomunicabilità: “Mi lascio vivere in un disgusto e una noia mortale” (Lettera 88 a Cecchi, 28 marzo 1916). Cecchi appare come un interlocutore amico, amico che cercherà di riconfortare il Poeta esprimendogli da una parte stima e comprensione, pur avendo attraversato egli stesso “giorni buj terribili&#8230; ore e ore di violenza e prigionia”, e consigliandogli dall’altra di non dare troppa importanza al comportamento di Papini, di non “soffrire di certe cose che francamente non valgono la pena per il fatto che non possono più toccarla” (Lettera 86, 13 marzo 1916). è chiaro invece che l’indifferenza di Papini rispetto all ‘assassinio’ di aver perso la copia de&nbsp;<em>Il più lungo giorno</em>&nbsp;rimase per Dino una spina nel cuore. anche Boine registra la sua sofferenza e a sua volta lo mette a parte delle proprie difficoltà economiche e di salute: “Caro Campana, Le sue lettere sono sempre così dolorose! Non so mica che cosa risponderle&#8230;Non pigli mai per inimicizia il mio silenzio: le voglio bene, Campana, e ho grandissima stima di lei e delle sue cose [.]. Ma sono un amico inutile. Suo Boine” (Lettera 99, 22 aprile 1916). da Margherita Carnecchia Lewis, che lo chiama “Infelice Fratellino” (Lettera 124, 30 giugno 1916) a Emma Cima, molti rispondono al suo disagio esistenziale, a loro volta provati da vicissitudini personali, quasi che la sofferenza di Dino rappresentasse una condizione umana condivisa, trascinata silenziosamente nei giorni. un diluvio per tutti.</p>



<p>poi arrivò Sibilla.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/118928_2-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-103317" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/118928_2-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/118928_2-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/118928_2-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/118928_2-1536x1024.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/118928_2-600x400.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/118928_2.jpg 1620w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>*</p>



<p><em>T’ho avuto tutto nel primo sguardo, così interamente.</em></p>



<p>già nella Lettera 128 del 24 luglio 1916 si sente l’urgenza di raccontarsi.&nbsp;<strong>Sibilla Aleramo va contro il galateo di ruolo dell’avvicinamento amoroso. si muove per prima verso Dino, senza conoscerlo.</strong>&nbsp;cammina nell’essenziale suo, fin dall’inizio in un’intimità spalancata, sovversiva perché anti-strategica, aderente solo a quell’evento di piena che quattro anni prima le aveva fatto scrivere in Corsica la sua prima poesia:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>e penserò allora a queste notti in paese straniero</strong><br><strong>a queste luci vivide nel vento</strong><br><strong>che volteggia dolce su le rupi,</strong><br><strong>a questa mia anima</strong><br><strong>che ancora una volta si risolleva,</strong><br><strong>si risolleva avida,</strong><br><strong>penserò a questo ch’è ancora nelle mie vene</strong><br><strong>palpito di giovinezza,</strong><br><strong>ardore forte</strong><br><strong>volontà più grande d’ogni mio grande pianto,</strong><br><strong>e stupirò allora,</strong><br><strong>o notte di stelle, di vento, di anelito solitario</strong><a href="applewebdata://AC4A07EA-9EE1-4183-AC34-7A64DFB77B1B#_edn8"><sup><strong><sup><strong>[viii]</strong></sup></strong></sup></a></p>
</blockquote>



<p>“Ho avuto la vostra cartolina, poche ore prima di partire, ieri. Adesso siamo più vicini&#8230; Forse m’avete conosciuta in essenza, in un lampo, se v’ha toccato qualche mio piccolo accento – e tutto il resto vi confonderà”. Lei già vicina. si racconta tutta insieme, rotolando cose disparate, come se quel primo riconoscimento fosse già maturo, pregno, già oltre. come se le parole dicessero di un plurale. il giorno dopo dedica a Dino una poesia. e un giorno è un lunghissimo tempo per chi ha capito. “Smarrivamo gli occhi negli stessi cieli,/ meravigliati e violenti con stesso ritmo andavamo,/ liberi singhiozzando, senza mai vederci,/ né mai saperci, con notturni occhi&#8230;&nbsp;Cuor selvaggio,/ musico cuore” (Lettera 129, 25 luglio 1916). Dino le risponde in francese: “Je vois que nous pourrons être des amis si vous le voulez…Voilà donc une âme comme il en manque…comme il en manque…je me suis dit. – Votre première lettre était vraiment trop belle pour moi et je me suis mis à douter, mais maintenant j’ai compris.&nbsp;Pardonnez-moi” (Lettera 133, 27 luglio 1916). segue un invito a “condividere” la sua ammirazione per la linea “severa” e “musicale<a>”</a>&nbsp;degli Appennini, ad andare insieme a Marradi e per le montagne circostanti.&nbsp;<a>“</a>Aimeriez-vous de vivre un peu sous la tente?&#8230; Ce qui m’a le plus touchez a été&nbsp;<em>[sic]</em>&nbsp;le souvenir de votre enfance. Comme je vous aime quand vous écrivez cela&nbsp;! Je vous baise les deux mains.&nbsp;Votre Cloche”. Sibilla accetta l’ironico invito in tenda parlando come si parla alla vigilia di una vita insieme: “Mi racconterete a voce quali altri tic bisogna perdonarvi, oltre a quelli che bisogna ignorare” (Lettera 134, 28 luglio 1916). “Si vous venez ici je n’oublierais pas, jamais, votre grace” (Lettera 135, Campana a Aleramo, 30 luglio 1916). dopo scivolarono. nell’amore. nel buio. l’ultima lettera per Lei è dal manicomio di San Salvi, a Firenze, anticamera del destino: “Cara, Se credi che abbia sofferto abbastanza, sono pronto a darti quello che mi resta della mia vita. Vieni a vedermi, ti prego tuo, Dino” (Lettera 282, 17 gennaio 1918). Sibilla non rispose. tace, il dolore.</p>



<p><strong>dopo l’ingresso al manicomio di Castel Pulci, le rare lettere, indirizzate allo psichiatra Carlo Pariani, all’amico Bino Binazzi e al fratello Manlio, indicano una volontà di distrazione dal mondo</strong>, cioè uno sguardo ormai orfano d’innocenza sul mondo, in cui tuttavia soggiace uno spirito vigile: “La suggestione regna largamente in Italia e fa ottimi affari. Io sono un solitario e non mi piace ammetterla” (Lettera 284 a Carlo Pariani, 30 aprile 1927). e allo stesso tempo, Pariani riporta che qualche giorno prima gli avrebbe detto: “C’è il mezzo di ringiovanire, di rivivere; c’è la suggestione. La suggestione può influire sul carattere, può arrestare lo sviluppo del tempo, può lasciare uno nello stato in cui è anche sempre. Può continuargli la vita anche per cento anni, la suggestione (Pariani 2002, 26-27). a leggere oggi la testimonianza di Pariani si resta in silenzio. lo psichiatra costruisce sistematicamente, commento dopo commento, il profilo psicotico di Dino Campana con deduzioni proprie: “Del secondo colloquio si riportano le idee vane [&#8230;], si trascriveranno le stoltezze principali e così dell’ultimo, tutto insensato, per manifestare intera la personalità patologica” (25-26), e con scambi di questo tenore: “Sarà come lei dice, ma gli avvenimenti che narra, signor Dino, non sono credibili. Lei passa qui il tempo senza costrutto. Si troverà vecchio col dispiacere di averlo sciupato” (25). non sapremo mai fino a che punto Dino giocasse con Pariani allo ‘spostato’ per proteggersi da tutto questo. sappiamo quasi niente. di quanto il pensiero di Sibilla lo accompagnò in tutti quegli anni, “nel velo attraverso il quale tutte le cose eterne vibrano e sorridono” (Aleramo in Turchetta 2020, 395). gli ultimi giorni non sono chiari ma Gianni Turchetta esprime chiaramente l’ipotesi, condivisa da altri, tra cui lo scrittore e psichiatra Mario Tobino, che non sia stata l’infezione all’inguine in un tentativo di fuga a uccidere Dino ma che si sia trattato di un tentativo di autolesionismo immediatamente insabbiato dalla Direzione di Castel Pulci.&nbsp;</p>



<p>resta il Poeta, come indica la lapide&nbsp;&nbsp;nella chiesa di Badia a Settimo, nascosta, sotto il pavimento della navata sinistra: “Dino Campana, poeta, 1885-1932”.</p>



<p>in quei giorni di settembre, qualcuno aveva portato sulla tomba dei fiori gialli.</p>



<p>i viali deserti di San Salvi imbevuti di notte fresca rimandavano ombre buone, sussurri rappacificati. non c’è più nessuno, tutto è rimasto fedele.</p>



<p><strong><em>Cristiana Panella</em></strong></p>



<p>*</p>



<p><strong>Riferimenti bibliografici</strong></p>



<p>Alighieri, D.&nbsp;<em>La Divina Commedia</em>. A cura di A. Vallone e L. Scorrano. Napoli: Editrice Ferraro, 1987.</p>



<p>Campana, D.&nbsp;<em>Il più lungo giorno</em>.&nbsp;<em>Riproduzione anastatica del manoscritto ritrovato dei Canti Orfici</em>. Archivi, Arte e cultura dell’età moderna in collaborazione con Vallecchi editore: Roma e Firenze, 1973. Copia numerata.&nbsp;</p>



<p>Pariani, C.&nbsp;<em>Vita non romanzata di Dino Campana</em>. A cura di C. Ortesta. SE: Milano, 2002. Titolo originale:&nbsp;<em>Vite non romanzate di Dino Campana scrittore e di Evaristo Boncinelli scultore</em>, 1938.</p>



<p>Sitzia, S. “Per ua nuova edizione del “Quaderno” di Campana. Testimoni e varianti di tradizione.&nbsp;<em>Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiano Otto-Novecentesca (OBLIO)</em>, I (2-3), 2011. Testo disponibile su&nbsp;<a href="https://www.campadino.it/">https://www.campadino.it</a></p>



<p>Toschi, P. “Il Rimbaud della Romagna”,&nbsp;<em>Il Resto del Carlino</em>, Bologna, 27 novembre 1926. Testo disponibile su&nbsp;<a href="https://www.campadino.it/">https://www.campadino.it</a></p>



<p>Turchetta, G.&nbsp;<em>Vita oscura e luminosa di Dino Campana, poeta</em>. Giunti/Bompiani: Firenze e Milano, 2020.</p>



<p>Turchetta, G.&nbsp;<em>Dino Campana. L’opera in versi e in prosa</em>. I Meridiani. Milano: Mondadori, 2024.</p>



<p>Vèroli, L.&nbsp;<em>pudore selvaggio. L’estate in Corsica di Sibilla Aleramo</em>. Associazione Melusine e La Vita Felice: Milano, 2020.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="applewebdata://AC4A07EA-9EE1-4183-AC34-7A64DFB77B1B#_ednref1"><sup>[i]</sup></a>&nbsp;Tranne laddove indicato, tutti i riferimenti&nbsp;<em>in corpore</em>&nbsp;al testo sono da Turchetta 2024.</p>



<p><a href="applewebdata://AC4A07EA-9EE1-4183-AC34-7A64DFB77B1B#_ednref2"><sup>[ii]</sup></a>&nbsp;La traduzione dal francese è dell’autrice.</p>



<p><a href="applewebdata://AC4A07EA-9EE1-4183-AC34-7A64DFB77B1B#_ednref3"><sup>[iii]</sup></a>&nbsp;<em>Paradiso</em>, XXIV, 55-60.</p>



<p><a href="applewebdata://AC4A07EA-9EE1-4183-AC34-7A64DFB77B1B#_ednref4"><sup>[iv]</sup></a>&nbsp;Per una nota critica sulle prime pubblicazioni dei testi del&nbsp;<em>Quaderno</em>, Sitzia 2011.</p>



<p><a href="applewebdata://AC4A07EA-9EE1-4183-AC34-7A64DFB77B1B#_ednref5"><sup>[v]</sup></a>&nbsp;Magistrale l’analisi dell’autore su “Arabesco-Olimpia” (Turchetta 2024, 1326-1329).</p>



<p><a href="applewebdata://AC4A07EA-9EE1-4183-AC34-7A64DFB77B1B#_ednref6"><sup>[vi]</sup></a>&nbsp;Lettera 139 di Sibilla Aleramo a Dino Campana, 6-7 agosto 1916.</p>



<p><a href="applewebdata://AC4A07EA-9EE1-4183-AC34-7A64DFB77B1B#_ednref7"><sup>[vii]</sup></a>&nbsp;Lettera 208 di Dino Campana a Sibilla Aleramo, 4 gennaio 1917.</p>



<p><a href="applewebdata://AC4A07EA-9EE1-4183-AC34-7A64DFB77B1B#_ednref8"><sup>[viii]</sup></a>&nbsp;Aleramo in Vèroli 2020, 91.</p>



<p><em>*In copertina&nbsp;: Max Kllinger, Una vita, 1885 ca.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dino-campana-cristiana-panella/">“&#8230;ne la luce catastrofica”. Attorno al Meridiano Campana di Gianni Turchetta</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/04/klinger-e1745817514989-1024x641.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Dino Campana, il poeta totale. Dialogo con Gianni Turchetta</title>
		<link>https://www.pangea.news/dino-campana-gianni-turchetta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Mar 2025 05:13:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Campana]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Turchetta]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Mondadori]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=102723</guid>

					<description><![CDATA[<p>Tutto, in Dino Campana, è leggenda, vince la legge dell’ebbrezza, vige una specie di angusta agiografia, l’artigliata del mito. In sostanza, è tutto, per lo più, reso al frantoio del frainteso. Così, il&#160;personaggio&#160;Campana ha finito per sostituire, malauguratamente, il poeta; l’Orfeo di Marradi ha preso il posto dei&#160;Canti Orfici, il “libro” assoluto del secolo. Campana [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dino-campana-gianni-turchetta/">Dino Campana, il poeta totale. Dialogo con Gianni Turchetta</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Tutto, in Dino Campana, è leggenda, vince la legge dell’ebbrezza, vige una specie di angusta agiografia, l’artigliata del mito. In sostanza, è tutto, per lo più, reso al frantoio del frainteso. Così, il&nbsp;<em>personaggio</em>&nbsp;Campana ha finito per sostituire, malauguratamente, il poeta; l’Orfeo di Marradi ha preso il posto dei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>, il “libro” assoluto del secolo. Campana è stato, di volta in volta, eroe da romanzo – nel libro di Sebastiano Vassalli,&nbsp;<em>La notte della cometa</em>, ad esempio – e icona di brutti film –&nbsp;<em>Un viaggio chiamato amore</em>&nbsp;(2002), con Michele Placido alla regia –, amante selvaggio (l’infoiato di Sibilla Aleramo) e matto, l’uomo elettrico di Castel Pulci. Il tutto tenendo a premurosa distanza un’opera unica: prenderla sul serio – e non come un repertorio di folgoranti ‘mattane’ – avrebbe significato riformulare i canoni della poesia italiana del Novecento. Se Dino Campana è “uno dei pochi davvero grandi del nostro Novecento” (così Edoardo Sanguineti in&nbsp;<em>Poesia italiana del Novecento</em>, Einaudi, 1969), l’iniziatore del canone ‘inverso’ della nostra lirica (rispetto alle linee consolidate, aperte da Ungaretti-Montale-Saba), oscuro bombarolo del linguaggio, lettore barbarico che rifugge dagli infingimenti letterari non in virtù di una presunta ingenuità ma di una geniale presunzione dello sguardo ‘all’infinito’, oltre il metronomo dell’ombelico, del cuore, dell’anima in ghiaccio, i nostri giudizi letterari vanno scardinati.&nbsp;</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="101840" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Dino Campana – “il solo esempio radicale, nella poesia novecentesca, di un’arte tutta alienata dinanzi alle istituzioni letterarie”, Sanguineti – è il punto di scaturigine, il Mosè e il profeta, di una genia di ribelli al linguaggio che tiene insieme, in ordine sparso – per dire –, Onofri, Boine e Rebora, Lorenzo Calogero e Dario Villa, Ivano Fermini e Alessandro Ceni. Non&nbsp;<em>avanguardisti</em>, bensì lirici inadempienti ai modi del mondo, immondi alle mode, spesso nutriti di letture aliene – additare a ‘provinciale’ uno come Dino Campana, lettore di Whitman e Nietzsche, di Baudelaire, di Edgar Allan Poe e di John Ruskin, fu avventatezza da provinciali.&nbsp;In questo senso, la critica letteraria ha da lavorare con la cazzuola e il martello. </p>



<p>Ma tutto è frainteso quando si parla di Dino Campana. Il gadget del ‘poeta pazzo’, l’etichetta da “Rimbaud italiano” (Sanguineti) per non dire da “Rimbaud della Romagna” (così Paolo Toschi nel 1926), il poeta “passato come una cometa” (Cecchi) hanno arricchito le chiacchiere minando l’assunzione critica. Un significativo istrionismo del caso ha fatto sì che una delle fotografie più divulgate di Dino Campana non gli appartenga: raffigura un compagno di classe, Filippo Tramonti, poi cancelliere di tribunale. L’ultimo appello del Centro studi di Marradi “per rimuovere la foto dal web” è stato diffuso dal “Corriere Fiorentino” il gennaio scorso.&nbsp;Dino Campana pare sempre sfuggire a chi vuole circoscriverlo in aggettivi, immagini, giudizi. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="631" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/978880471660HIG-631x1024.webp" alt="" class="wp-image-102724" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/978880471660HIG-631x1024.webp 631w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/978880471660HIG-185x300.webp 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/978880471660HIG-600x973.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/978880471660HIG.webp 666w" sizes="(max-width: 631px) 100vw, 631px" /></figure>



<p>Così, fino a ieri Campana era additato a poeta per lo più ottocentesco, dannunziano (la tesi, in sintesi, di Pier Vincenzo Mengaldo, che chiude le paginette dedicate a Dino nei <em>Poeti italiani del Novecento</em> con una battutaccia: &#8220;Probabilmente si può dire di lui quello che Debussy disse &#8211; a torto &#8211; di Wagner: che era un tramonto che poté sembrare un&#8217;alba&#8221;). Ci è voluto lo studio trentennale di&nbsp;<a href="https://www.oscarmondadori.it/libri/lopera-in-versi-e-in-prosa-dino-campana/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Gianni Turchetta per avere un degno ‘Meridiano’ Mondadori a raccogliere&nbsp;<em>L’opera in versi e in prosa</em>&nbsp;</strong>di Dino Campana</a>, strumento decisivo (son quasi duemila pagine) per leggerlo come si deve, così com’è. Molti poeti con l’alloro si sono nutriti dell’orfico canto di Campana (Eugenio Montale – “In lui nulla fu mediocre”, scrisse in un saggio del 1942 – e Mario Luzi tra gli altri). Giovanni Boine ne riconobbe il timbro immediato, inaudito (leggendo Campana, scrisse nel 1915 su “La Riviera Ligure”, “entri in un’atmosfera d’ansia, sei a balzi via trascinato di là dai confini del tuo consueto andare, chissà dove, chissà dove per disperazioni d’irrealtà”); Bino Binazzi, nel 1922, sul “Resto del Carlino”, trasse dal precipizio di Campana un monito:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Povero Campana! Chissà chi, fra tutti, sia il pazzo? Egli è in fondo un tradito dalla vita e dagli uomini. Troppo vasta fu la sua visione e troppo anguste le strettoie, ove la meschinità altrui lo costrinse. La sua fatica fu ultra-umana; e la sua angoscia non ha limiti”.&nbsp;&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Quell’anno, in altri luoghi, con altri esiti, uscivano&nbsp;<em>La terra desolata</em>&nbsp;di Eliot e l’<em>Ulisse</em>&nbsp;di Joyce. Libri destinati, come si dice, ‘a fare la storia’. Campana, inesausto al proprio tempo, inesauribile, deve ancora compiere la propria storia. Nasce oggi.&nbsp;</p>



<p><strong>Lei apre il ‘Meridiano’ dedicato a Campana con una asserzione che pare provocatoria: “ancora aspettiamo una sua serena assimilazione al canone della poesia italiana del Novecento”. A cosa si deve l’ispida solitudine critica attorno a Campana? Ricordo che Edoardo Sanguineti, tuttavia, nella folgorante&nbsp;Poesia italiana del Novecento, aveva issato Campana nel cuore del canone. Non è forse lui, al di là della nota trimurti – Saba-Ungaretti-Montale – l’eroe di un canone ‘alternativo’ della nostra lirica, il cui ‘effetto’ è più pervasivo di quanto non appaia?&nbsp;</strong></p>



<p>Non credo che la mia affermazione sia provocatoria. Mi pare abbastanza evidente che Campana non è stato assimilato in modo sereno e organico alle interpretazioni più consuete della nostra storia letteraria e conseguentemente non ha ancora trovato una serena collocazione nei manuali del triennio delle superiori. Certamente questo è avvenuto per svariate ragioni. La prima è sicuramente una ragione di tipo culturale: Campana ha una formazione decisamente atipica rispetto a quella più consueta dei nostri letterati, una formazione Internazionale, fondata su vastissime letture dei testi originali, complessivamente non ben decifrata dalla maggior parte degli intellettuali italiani. Certo ha poi influito in negativo l’interpretazione, solo apparentemente ovvia, della sua biografia in chiave di maledettismo, un’interpretazione che ha confuso il territorio, ostacolando una rigorosa lettura formale dei suoi testi e schiacciando Campana sulla sovrapposizione tra poesia e follia: stereotipa, e di fatto profondamente fuorviante. Infine, da questo punto di vista mi pare che la critica abbia fatto troppa fatica a cogliere nei procedimenti della sua poesia, e soprattutto nella proliferazione capillare dei procedimenti di ripetizione, non una dissoluzione dei significati (come ipotizzato più per ragioni biografiche che per un’attenta lettura dei testi), ma, tutt’al contrario, una tecnica a suo modo rigorosa di costruire significati molto complessi e sfumati, ad alta densità, dove la dimensione verbale si fonde organicamente con la costruzione sonora, diciamo pure con la musicalità. &nbsp;</p>



<p><strong>“Canti Orfici”: un titolo al contempo leopardiano e profetico (penso ai&nbsp;<em>Sonetti orfici</em>&nbsp;di Rilke). Le chiedo dunque: come dobbiamo intendere l’<em>orfismo</em>&nbsp;di Campana?; in che senso Campana è&nbsp;<em>leopardiano</em>?</strong></p>



<p>Direi che dobbiamo anzitutto intendere l’orfismo di Campana come aspirazione a&nbsp;un sapere assoluto, di natura intuitiva e irrazionale, una specie di misticismo laico, che ha al centro la poesia come strumento di una conoscenza superiore. In questo senso, l’orfismo campaniano si riallaccia al recupero della tradizione magica ed esoterica avviato col Romanticismo e proseguito con il Simbolismo: Novalis, Nerval, lo stesso Rimbaud. Su questa linea l’Orfismo si incontra con la sperimentazione avanguardistica. Per altri versi, è vero,&nbsp;Campana è profondamente leopardiano: ma il suo leopardismo ha ben poco della dimensione “orfica”. La dimensione di verità assoluta e irrazionale, portante nella poesia campaniana, mette radici nel Romanticismo, ma è molto lontana dal peculiare Romanticismo di Leopardi, intriso profondamente di razionalità illuministica. Se può servire una formula: Campana è un nietzschiano coerente, e come tale non è illuminista. Per molti altri aspetti, tuttavia, la poesia di Campana è tutta intrisa di Leopardi, che funziona, insieme a Dante, come il principale raccordo con la tradizione poetica italiana. Per Campana, Leopardi è inoltre anche un esemplare modello di moralità, una moralità che fa tutt’uno con la vocazione rigorosa alla poesia. D’altra parte, proprio la dedizione alla poesia permette di mettere in scena l’indefinito, la lontananza, se vuole anche l’infinito e la grandiosità del cosmo. In questo penso che Campana debba molto a Leopardi. Campana ha inoltre assimilato in profondità e ripreso con rigore e originalità proprio la musica leopardiana, intesa anche in senso strettamente tecnico, come metrica: l’analisi dei testi evidenzia una presenza costante, profondissima, del modello della canzone libera leopardiana, cioè di una libera alternanza di endecasillabi e settenari, con una presenza assai variabile della rima. In questo senso va dato un peso davvero molto considerevole alla presenza leopardiana, che compare un po’ dovunque nella poesia campaniana.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="736" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/782f2b8d8e-736x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-102725" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/782f2b8d8e-736x1024.jpeg 736w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/782f2b8d8e-216x300.jpeg 216w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/782f2b8d8e-768x1068.jpeg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/782f2b8d8e-600x835.jpeg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/782f2b8d8e.jpeg 800w" sizes="(max-width: 736px) 100vw, 736px" /></figure>



<p><strong>Gioco con le W doppie. Ergo: in Campana agisce, per ammissione, la forza di Walt Whitman – ma anche quella di Wagner. Come questi due ‘titani’ entrano nell’immaginario di Campana?&nbsp;</strong></p>



<p>Comincio da Wagner, che certo ha contato molto come suggestione musicale, e anche con la poetica del&nbsp;<em>Gesamtkunstwerk</em>&nbsp;(Opera d’arte totale), in linea con una prospettiva di rimescolamento di parole, musica e immagini. Inoltre Campana condivide con Wagner e Nietzsche l’idea della necessità di un incontro fra la&nbsp;<em>Kultur</em>&nbsp;tedesca e la&nbsp;<em>Civilisation</em>&nbsp;francese, e più in generale fra la dimensione della mediterraneità, del Meridione, e quella della germanicità o del Nord, con cui deve convivere. Sappiamo però che Campana legge molto presto (in tedesco) gli scritti tardi di Nietzsche, dove Wagner viene attaccato duramente: certamente li apprezza, ed è probabile che ne derivi qualche tratto di critica al wagnerismo e alle sue mitologie: si legga per esempio una lettera all’amico Aldo Orlandi, dove parla di “paradisi asfittici wagneriani”. Il discorso su Whitman è ancora più complesso, perché il grande Bardo americano è per Campana un modello capitale, come dichiarato più volte, e come testimoniato in modo inequivocabile dalla scelta di usare versi di Whitman per l’epigrafe finale dei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>. Ricordiamo anche che&nbsp;<em>Leaves of Grass&nbsp;</em>è l’unico libro che Campana porta con sé in Argentina.<em>&nbsp;</em>Per il Meridiano ho ristudiato a fondo la presenza di Whitman nella memoria poetica campaniana, una presenza molto più capillare di quanto non si sia finora notato, come si può vedere nelle note. Whitman comunica a Campana la profonda esaltazione di fronte alla inesauribile varietà e bellezza del mondo. Anche quel tanto di profetico che troviamo nei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>&nbsp;ha molto di whitmaniano, così come l’aspirazione a un rinnovamento complessivo dell’Uomo: come si legge alla fine di&nbsp;<em>Pampa</em>, in un contesto non a caso americano: “l’uomo libero tendeva le braccia al cielo infinito non deturpato dall’ombra di Nessun Dio”. Ancora, c’è molto di whitmananiano nella costante messa in scena di un io che cammina per il mondo e si sforza di renderne la dinamica molteplicità, che lo entusiasma: a suo modo, anche Campana scrive un&nbsp;<em>Song of Myself</em>. C’è infine una profonda sintonia&nbsp;con Whitman anche nell’atteggiamento di chi attribuisce grandissima importanza alla poesia, specialmente alla propria, come diretta espressione della sua vita stessa, della sua creaturale corporeità; nella sua poesia, come ci dice parecchie volte, Campana lascia letteralmente il sangue, “the boy’s blood”, che sono non a caso le ultime parole del Libro della vita.&nbsp;</p>



<p><strong>A tratti, Campana pare il Gauguin della poesia italiana. Il poeta che ritorna al bosco, tenta il ‘selvaggio’ per innovare le forme liriche? È così?</strong></p>



<p>L’ostentazione della primitività, che fa tutt’uno con la possibilità di cogliere l’origine, quindi, di nuovo, una dimensione di verità assoluta, è certo una mitologia fondamentale della cultura del tempo, una mitologia che ha avuto un peso molto notevole fino ai nostri giorni. D’altro canto, se lasciamo da parte il folklore e le ostentazioni biografiche (come il fatto che Campana stesso si definisce e a volte si firma, “uomo dei boschi”), si tratta largamente di un mito, che rischia di essere a sua volta fuorviante. La poesia di Campana è incredibilmente intrisa di cultura letteraria, ma anche pittorica e filosofica: l’evidenza di un fittissimo tessuto di citazioni non può essere in nessun modo sottovalutata. In questo senso, Campana è tutto tranne che “selvaggio”. D’altro canto, è vero che Campana rimette in gioco alla radice la materia culturale iniettandovi la forza di un’esperienza vissuta travolgente e certo molto particolare, che fa saltare le convenzioni nel profondo. L’effetto di rivitalizzazione del linguaggio poetico è innegabile. Ma è frutto di una miscela molto originale di raffinata cultura e esperienza vitale, che piega la cultura in forme nuove e inattese: non certo di una regressione pre-culturale.&nbsp;</p>



<p><strong>…ma: è davvero andato in America Latina Campana?</strong></p>



<p>Certo che ci è andato! Sono davvero molto cervellotici e un po’ capziosi i dubbi avanzati sulla verità del viaggio in Argentina, nientedimeno che da Giuseppe Ungaretti. Ma i documenti a nostra disposizione, pur non offrendoci una certezza assoluta, ci portano comunque molto vicini alla certezza. Abbiamo infatti un Registro dei Passaporti da cui risulta che il padre di Campana, Giovanni, ritira un passaporto per Buenos Aires intestato a suo figlio Dino nel settembre del 1907 (allora i passaporti si rilasciavano per destinazioni specifiche). Ci sono poi le testimonianze di suo zio Torquato e del fratello Manlio, che lo hanno accompagnato a Genova fino alla nave e lo hanno visto partire. Gli eredi possiedono poi delle carte che certificano l’indirizzo della famiglia italiana di Buenos Aires, amica dei Campana, da cui Dino si è recato (raccomandato e con una lettera di accompagnamento che chiedeva di farlo lavorare in farmacia per le sue competenze universitarie in Chimica), salvo poi sparire dopo appena un paio di giorni. Un notevole dato indiretto sta inoltre nel fatto che dovunque andasse Campana lasciava evidenti tracce burocratiche del suo passare, documentate dalle carte a nostra disposizione: fermi di polizia, arresti, fogli di via. Ebbene, dal settembre 1907 (si noti bene, cioè da pochi giorni dopo il rilascio del passaporto) fino al marzo 1909 non c’è più nessuna traccia di Campana né in Italia né nel resto d’Europa: una circostanza a dir poco sorprendente. Siamo dunque pressoché sicuri che in quel periodo Campana non fosse in Europa. Infine, non abbiamo neanche cominciato a prendere in considerazione l’evidente fondatezza delle rappresentazioni campaniane del viaggio e poi della vita in Argentina: in particolare, quelle relative al viaggio (soprattutto in&nbsp;<em>Viaggio a Montevideo</em>, ma anche in altri testi, come la più antica poesia del&nbsp;<em>Quaderno</em>&nbsp;intitolata&nbsp;<em>Buenos Aires</em>) e al suo lavoro come sterratore per la costruzione della ferrovia nella Pampa, di cui ci parla nel brano omonimo, già citato. Ci vuole più fantasia a immaginare Campana che si procura una bibliografia sull’argomento (e dove poi? In Europa difficilmente l’avrebbe trovata in biblioteca, sono libri argentini…) che ad ammettere, come pare inevitabile, che sta parlando di un’esperienza vissuta direttamente, che ha lasciato in lui ricordi intensi e profondi, come del resto mostrano i testi. L’unica ragione per dubitare del viaggio argentino è il pregiudizio su quanto racconta un uomo che è morto in manicomio. Ma quello che racconta Campana è quasi sempre vero.&nbsp;</p>



<p><strong>Nel lungo peregrinare sulle tracce di Campana, nel perpetuo indagare, che cosa l’ha sorpresa di più? Qual è l’episodio nella vita di Campana che ha avuto per lei il senso di una rivelazione?</strong></p>



<p>Studio professionalmente Campana dal 1982. In tutti questi anni sono molte le scoperte fatte, ma faccio fatica a dare a qualche episodio una specie di primato, appunto come di una “rivelazione”. Molte cose certamente emergono dalle lettere, dove il poeta si mette a nudo e alle volte ci rivela aspetti illuminanti, in modo più o meno volontario. Trovo per esempio rivelatore quanto scrive in una lettera a Prezzolini del gennaio 1914: “io ho bisogno di essere stampato: per provarmi che esisto, per scrivere ancora ho bisogno di essere stampato.” Qualche anno prima, nel 1910, in una lettera alla rivista «La difesa dell’arte», aveva scritto: “Io sono un uomo ancora inedito”. Siamo al limite del lapsus: evidentemente erano inediti i suoi testi, non lui stesso come “uomo”… Campana sente di essere poeta vero, ma sa anche, lucidamente, che per essere “poeta” fino in fondo è necessario essere riconosciuto come tale dalla comunità letteraria, dai cosiddetti “detentori del gusto”. Vive però questa condizione con drammatica radicalità, come se dalla pubblicazione dipendesse la sua stessa esistenza: “per provarmi che esisto”. Sono parole che mostrano l’intensità e profondità sconvolgenti con cui Campana vive la poesia, facendola tutt’uno con se stesso. Se non capiamo bene questo punto faremo fatica a cogliere in maniera adeguata quanto siano per lui psicologicamente terribili le vicende riguardanti i suoi testi, a cominciare dallo smarrimento del manoscritto di&nbsp;<em>Il più lungo giorno</em>, quanto possano andare a incidere direttamente e dolorosamente sulla sua vita affettiva. Voglio però aggiungere un altro episodio della vita di Campana che molto raramente è stato letto nella maniera corretta, cioè come un elemento sdrammatizzante: la pubblicazione stessa dei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>, grazie a una sottoscrizione di amici a Marradi. Anzitutto, non sono pochi i grandi libri del Novecento pubblicati a pagamento e in modo avventuroso; in questo senso, il mitico libro di Campana non è affatto un’eccezione. Non è questo il punto: dobbiamo invece piuttosto prendere atto che non ci sono stranezze dovute alla pazzia dell’autore e alla sua condizione precaria, nei primi decenni del secolo era normale che le cose andassero così. Anche&nbsp;<em>Gli indifferenti</em>&nbsp;di Moravia, tanto per fare un esempio davvero molto lontano, è stato pubblicato a pagamento… Sarebbe il caso semmai di rendersi conto che non è affatto così scontato che in un paese come Marradi ci siano poco meno di cinquanta persone che tirano fuori dei soldi per far pubblicare un libro di poesia! Possiamo escludere drasticamente che avessero tutti capito l’importanza del Libro di Campana. Però forse, nonostante tutto, egli aveva fra i suoi concittadini più amici di quanto non ci dicano la vulgata e lui stesso, parlando sempre, in modo stereotipo, della persecuzione e della solitudine del genio incompreso. Ci vorrebbe un po’ più di equilibrio e di attenzione ai dettagli, cioè alla realtà concreta, per leggere le vicende, evitando di trasformarla in storielle consolatorie…&nbsp;</p>



<p><strong>Vengo a uno dei momenti capitali: Soffici perde il manoscritto del&nbsp;<em>Più lungo giorno</em>. Eppure, pochi anni prima, aveva scritto una tonante biografia su Rimbaud. Come si coniuga una quasi pregiudiziale affinità con i ‘maledetti’ alla spavalda cecità nei confronti del “Rimbaud italiano”?</strong></p>



<p>Temo che non ci sia molto da capire: Soffici era un uomo intelligente, colto, aperto alla cultura internazionale, che conosceva come pochi, specie per le sue frequentazioni parigine; ma era anche snob, presuntuoso, tutto centrato su se stesso, certo del tutto distaccato dai problemi altrui e men che meno a quelli di uno sconosciuto che gli portava un libro. Chissà quanti altri gliene capitavano… Di Campana e del&nbsp;<em>Più lungo giorno</em>&nbsp;non gli importava granché, insomma: questo basta sicuramente a spiegare la sua mostruosa, comunque stupefacente distrazione. Sono certo che perse il manoscritto non per qualche complicazione psicologica (come l’invidia per un poeta di fatto più bravo di lui), ma semplicemente per indifferenza, orribile superficialità, disinteresse. Non so fino a che punto ci fosse affinità fra di loro, a parte, certo, la comune partecipazione a un contesto artistico e culturale: in questo Soffici rappresentava, per Campana e per molti altri, un punto di riferimento, specie per la tempestività e la competenza con cui scrisse di avanguardie, di Futurismo e Cubismo, come pittore oltre che come studioso. Ma penso proprio che Soffici… non si sia mai accorto di affinità fra lui e il povero Campana. Solo quando i&nbsp;<em>Canti Orfici</em>&nbsp;sono usciti ha recitato la parte di chi era ammirato dalla loro poesia (forse un po’ lo era davvero) e ha poi messo in piedi il colorito ritrattino di Campana che leggiamo nei suoi ricordi: ma non ci vuole particolare sensibilità o finezza interpretativa per cogliere nelle parole di Soffici un atteggiamento sprezzante, con tratti di malcelato cinismo, l’atteggiamento, è evidente, di un ricco aristocratico verso un poveretto venuto dalla provincia, che gli pareva un poco tollerabile cafone e evidentemente gli faceva un po’ schifo. Questa è la questione centrale. Aggiungiamo poi che Campana, anche se nei suoi testi ci sono non poche citazioni testuali da Rimbaud, non lo amava affatto, come ha scritto più volte: i suoi poeti francesi di riferimento erano Baudelaire e Verlaine, assolutamente non Rimbaud. Campana, inoltre, ha poco a che fare con la poetica del Maledettismo, cui non ha mai aderito. È vero che ha vagabondato tanto, ma, al di là di questa somiglianza biografica, sul piano letterario il paragone con Rimbaud è davvero molto vago. Con ogni probabilità Campana lo avrebbe rifiutato con sdegno.&nbsp;</p>



<p><strong>In tanti subodorano il genio di Campana – penso a Boine, poeta che sarebbe giusto, per eccessivo talento, far riemergere dall’oblio – ma chi davvero crede nei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>, imbracciandolo come un libro decisivo?</strong></p>



<p>Inizialmente forse solo il suo amico Luigi Bandini, detto Gigino, intellettuale marradese di notevole spessore, autore di testi filosofici. Gigino fu il promotore della sottoscrizione per la pubblicazione del Libro di Campana. Campana aveva profonda fiducia in lui, tanto da spedirgli la versione quasi definitiva delle sette poesie dei&nbsp;<em>Notturni&nbsp;</em>dei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>, che possediamo appunto nei fogli manoscritti detti Carte Bandini. Certamente credette subito e pienamente nel valore della poesia di Campana anche Federico Ravagli, che a Bologna gli fece pubblicare i primi testi. Dopo l’uscita del Libro, certo quelli che credettero in lui furono un po’ più numerosi, a cominciare da Mario Novaro, che gli pubblicò vari testi su «La Riviera Ligure». Ma avevano grande considerazione di Campana altri liguri, come Boine e Sbarbaro, e altri poeti e artisti, fra i quali Cardarelli e Carlo Carrà. C’erano poi alcuni giovani che già cominciavano a costruire il mito di Campana: Bino Binazzi, Francesco Meriano, Lorenzo Montano, Renato Fondi. Sono, certo, figure di spessore minore, ma già ne avevano una considerazione che sfiorava la venerazione e certo ebbero un ruolo importante nell’avviarne la fama. Dobbiamo comunque sottolineare come fu Attilio Vallecchi, con l’edizione del 1928 (<em>Canti Orfici ed altre Liriche. Opera completa</em>, con prefazione di Bino Binazzi), a tramandare di fatto la poesia di Campana alla generazione degli Ermetici, che ne fece un riferimento imprescindibile: Bargellini, Fallacara, Luzi.&nbsp;</p>



<p><strong>Il mito del ‘poeta pazzo’: ha giovato o ‘maledetto’ la ricezione critica di Campana?</strong></p>



<p>Gli ha enormemente nuociuto, non c’è dubbio, e non è ancora finita. Molti critici, a cominciare da Papini, semplicemente non lo hanno preso in considerazione perché lo hanno identificato con il suo squilibrio e soprattutto con la tragica vicenda dell’internamento definitivo. Altri hanno continuato a scrivere interventi magari anche di livello, ma visibilmente sempre influenzati da resistenti pregiudizi sulla mancanza di controllo, sulla perdita di significato, sulla scarsa consapevolezza, sulla cultura “vecchia”. L’elenco sarebbe lungo. Ma è chiaro che sono ancora ricadute della troppo resistente mitologia del poeta pazzo, pericolosa anche quando viene virata al positivo, con l’immagine, pure fuorviante, del mistico trascinato all’assoluto dal demone della poesia, che farebbe tutt’uno con la follia. Sono davvero convinzioni pervicaci, che ignorano in gran parte l’evidenza dei dati filologici e testuali, dai quali si può vedere bene come Campana scrivesse seguendo una cosciente progettualità. Aggiungo inoltre che quando stava male non riusciva a scrivere: quindi, non Poesia e Follia, ma Poesia o Follia. Quando la Follia si affermava, la Poesia non esisteva più. Anche questo Campana lo ha segnalato varie volte, con una lucidità e un equilibrio che sarebbe bello ritrovare anche nei suoi critici…&nbsp;</p>



<p><strong>Chi rimane vicino a Campana durante i lunghi, lunghissimi anni dell’internamento a Castel Pulci? Campana si occupa dei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>, chiede mai notizie delle sue poesie?</strong></p>



<p>Non sono moltissime le persone che andavano a trovarlo. Anzitutto, sua madre, che pure era stata l’oggetto primo delle sue pulsioni aggressive. Suo padre invece non ebbe mai il coraggio di andarlo a visitare in manicomio. Comunque,&nbsp;Dino non gradiva molto le visite e certo le scoraggiava. Fra le poche persone che lo andarono a trovare nei lunghi anni di Castel Pulci ci sono il fratello Manlio, lo zio Torquato, il cugino Raffaello “Lello”, Leonetta Cecchi Pieraccini, l’amico pittore Primo Conti, il critico Fernando Agnoletti. Molto recentemente abbiamo poi scoperto, attraverso la pubblicazione del carteggio fra Conti e Corrado Pavolini (pubblicato nel 2023, per le cure di Marcello Verdenelli e Costanza Geddes da Filicaia), che c’era anche chi, come Pavolini, gli scriveva in manicomio, chiedendogli pareri su vicende culturali: non sappiamo però se Campana abbia mai risposto. Per molti anni Campana pare avere un atteggiamento di rifiuto nei confronti della sua poesia, come sappiamo già dalla fine degli anni Trenta dai resoconti dello psichiatra Carlo Pariani, che lo guida in una specie di commento a tutta l’edizione Vallecchi del 1928. Sono dichiarazioni comunque utilissime, anche se Pariani ha lo sguardo un po’ angusto di un medico positivista. Infine, nelle due lettere inviate nel 1930 a Bino Binazzi e al fratello Manlio, in un periodo in cui sta meglio, tanto da far addirittura ipotizzare un suo ritorno alla vita libera.&nbsp;</p>



<p><strong>Ultima. Qual è la poesia di Campana che continua a emozionarla, che vale innumeri riletture?</strong></p>



<p>Sarà banale, ma io continuo a emozionarmi leggendo&nbsp;<em>La Chimera</em>, con la sua straordinaria progressione finale. Vorrei però ricordare anche un piccolo gioiello al di fuori dei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>,<em>Donna genovese</em>, che ci fa ben capire come per Campana le donne fossero anche tramite per la felicità, non solo per la sofferenza. Lo mostra anche uno dei più incredibili passi di tutto Campana, il finale del paragrafo 19, e penultimo, di&nbsp;<em>La Notte</em>, la cosiddetta “sinfonia in viola”. Davanti a passi del genere mi domando come sia possibile non riconoscere che siamo davanti a un grande, grandissimo poeta.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dino-campana-gianni-turchetta/">Dino Campana, il poeta totale. Dialogo con Gianni Turchetta</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/720087a71bf40c4bc50c432c3b0cd91e-e1741606511140.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Nelle terre di Campana, o degli uomini-falena nella poesia italiana</title>
		<link>https://www.pangea.news/uomini-falena-poesia-italiana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Feb 2025 04:39:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[airone]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Porta]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Campana]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni boine]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[uomo falena]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=102420</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il giorno del mio compleanno ho sognato una falena.&#160; Enorme, appesa al soffitto di una camera da letto su cui dormiva – se non ricordo male – mio figlio. La falena era grande come un uomo. Sul dorso della falena spiccava una figura: qualcosa di simile al teschio che, ai nostri occhi, conferisce all’Acherontia atropos [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/uomini-falena-poesia-italiana/">Nelle terre di Campana, o degli uomini-falena nella poesia italiana</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il giorno del mio compleanno ho sognato una falena.&nbsp;</p>



<p>Enorme, appesa al soffitto di una camera da letto su cui dormiva – se non ricordo male – mio figlio. La falena era grande come un uomo. Sul dorso della falena spiccava una figura: qualcosa di simile al teschio che, ai nostri occhi, conferisce all’Acherontia atropos quel sentore di morte. Guido Gozzano, poeta entomologo – nella fugacità delle vanesse riconosceva il brillio della poesia, il vano andare dell’uomo – la diceva “simbolo della Notte e della Morte,/ messaggera del Buio e del Mistero”.&nbsp;</p>



<p>Il giorno del mio compleanno ho sognato che afferravo una scopa per uccidere quella falena, grande come un uomo. Ma la scopa non è una vanga e nel corpo della falena, chissà perché, ero certo brulicassero viscere umane – polmoni, intestino, un cuore.&nbsp;</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="102378" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Qualche ora più tardi ho rivisto la stessa falena su un albero. Era di legno, estro di un artista. La falena aveva figura di donna, a metà tra la sirena e la fata. Alle sue spalle, la chiesa di Santa Reparata, edificio scabro, lì dal XIII secolo, in parte ricostruito. Di fianco, un rifugio del Cai. Tutto chiuso. Teloni di plastica rendono crisalide le panche, i tavoli. Il rumore dei rami, in alto, imita, con cembali, quello dell’acqua, in basso. Scendo verso il fiume – sono esattamente al confine tra Toscana e Romagna. Bituminoso fiume, grigio, di pietre anguiformi. Il sentiero si sdebita in in fango: anche qui tutto, per l’immaginazione, è una miccia – sorgiva di centauri, oggi – apparirà l’uomo falena?</p>



<p><em>The Man-Moth</em>&nbsp;è il titolo di una delle più felici poesie di Elizabeth Bishop, inizia così:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Quassù<br>a turare le crepe è un chiardiluna pesto.<br>L’intera ombra dell’Uomo non è più grande del cappello.<br>Sta ai suoi piedi come il cerchio alla base di una bambola,<br>facendo di lui uno spillo invertito, la punta calamitata dalla luna.<br>Non la vede, la luna; ne osserva solo le vaste proprietà,<br>avvertendo la strana luce sulle mani, né calda né fredda,<br>di una temperatura impossibile da registrare col termometro”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nel sogno, l’immenso insetto stava immobile, a succhiare lo stame del tetto, forse; tutti gli altri, attorno – non l’ho detto: c’erano donne, ragazzi, che ammiravano con orrore quella falena umana – assetati della mia paura. Qualcuno deve fare qualcosa – la paura arma l’assassino. La falena mi guardava dalla schiena.&nbsp;</p>



<p>In ogni caso: non ero lì per Gozzano né per Elizabeth Bishop. Sul fiume, al confine tra Romagna e Toscana, ho letto Dino Campana. Apro i&nbsp;<em>Canti Orfici</em>&nbsp;alla rinfusa,&nbsp;<em>Ritorno. Salgo (nello spazio, fuori del tempo)</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’acqua, il vento<br>La sanità delle prime cose –&nbsp;<br>Il lavoro umano sull’elemento<br>Liquido – la natura che conduce<br>Strati di rocce su strati – il vento<br>Che scherza nella valle – ed ombra del vento<br>La nuvola – il lontano ammonimento<br>Del fiume nella valle –&nbsp;<br>E la rovina del contrafforte – la frana<br>La vittoria dell’elemento – il vento&nbsp;<br>Che scherza nella valle.&nbsp;<br>Su la lunghissima valle che sale in scale<br>La casetta di sasso sul faticoso verde:<br>La bianca immagine dell’elemento”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Leggo come si sbriciola il pane – non ci sono uccelli, l’ora li ha fatti sparire, al tuorlo del migrare. Solo il fiume. Il grigio. Boschi a tracolla. Lo spirito di Campana che dilata il rio a oceano, quel didentro di aiuole in Montevideo.&nbsp;</p>



<p>Vengo da Marradi. Per la festa, volevo nutrirmi di sangue orfico. Ma bisogna riconoscere chi a questo mondo è falena e chi è falco.&nbsp;</p>



<p>Nel bar della piazza: le carte all’angolo, volti angolari, di gente atta alla neve, pronta al fucile. “Son capitato in mezzo a bona gente”, scrive Dino&nbsp;<em>Presso Marradi</em>. Tutto in lui ha qualcosa di ferino e di santo: “Lontano è caduta la neve… La padrona zitta mi rifà il letto aiutata dalla fanticella. Monotona dolcezza della vita patriarcale”.&nbsp;</p>



<p>Una targa ricorda la “Tipografia F. Ravagli” che nel 1914 stampa i&nbsp;<em>Canti Orfici</em>, grazie all’aiuto di quarantaquattro marradesi. Mio figlio trova un viottolo che scende verso il Lamone; il fiume lambisce e attraversa Marradi. Lo fiancheggiamo, sul greto: guardiamo il paese dal basso, come gatti, come anfibi. Le finestre sembrano stracci – gente fa la coda dal fruttivendolo e dal pasticciere – è sabato. Mai visitare i luoghi dei poeti: l’ebbrezza si riduce a serpe in scatola, a burocratica gestione della leggenda.&nbsp;</p>



<p>Tento di andare verso l’Eremo di Gamogna – un’inquietudine da uomo falena mi rode; occhi contratti sull’avambraccio, occhi a penzolare dai capezzoli.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="911" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/main-image-911x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-102421" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/main-image-911x1024.jpeg 911w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/main-image-267x300.jpeg 267w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/main-image-768x863.jpeg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/main-image-600x674.jpeg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/main-image.jpeg 961w" sizes="(max-width: 911px) 100vw, 911px" /></figure>



<p>Dunque: ciclici castagni in cilicio, marrone in bocca, nell’iride; cavalli a sprazzi; un maneggio. L’eremo è stato fondato da Pier Damiani più di un millennio fa – ma la falena affabula le foglie, non ha notorietà con il sole. Il sentiero indica un’ora di marcia – marciti rami ne segnano i capillari, un’intensità azzurra oltre quel maniero di colli. Desisto.&nbsp;</p>



<p>Giovanni Boine è tra i primissimi a carpire il genio di Campana; ne scrive nel 1915 su “La Riviera Ligure”, con i suoi toni, tra la carezza e l’affronto:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“È qui infatti una poesia allucinata non sai di che fatta, che se ti ci chiudi entri in un’atmosfera d’ansia, sei a balzi via trascinato di là dai confini del tuo consueto andare, chissà dove, chissà dove per disperazioni d’irrealtà. Non so che febbre si divori le immagini e le accavalli; che cosa si dica, precisamente non vedi; i fantasmi lampeggiano e fuggono, il luogo ove sei si tramuta: sei nella Pampa, sei tra le Stelle, un diretto in corsa ti porta, la turbolenza dei venti ti strappa. Ma insomma una strapotenza bizzarra di lirica, via ti solleva fuori di te in dimenticanza del mondo per morbosità fosforescenti”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Boine issa Campana a poeta-amuleto, a poeta crocefisso. Nell’epoca – di allora, d’oggi – in cui la poesia è moda, mostrina, mostriciattolo da sofà, aspirazione a mettersi in mostra, ecco, finalmente il poeta-mostro, il poeta che dà in zanne, che scotenna i culti ripotandoli dal maggiordomo, da quel frignare da maggiorenti del singulto, alla grandiosa immemore specie:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“C’è in giro per l’arte contemporanea (compresa l’italiana, parlo dell’italiana) un fermento d’esaltazione come un’ansia di novità e d’anarchia, un tumore di angoscia che cerca sfocio. Ma c’è anche, ed assai più la preoccupazione di metterlo in mostra e di affermare la propria modernità spregiudicata colla retorica dell’espressione. La ansiosa modernità di parecchia gente comincia dal di fuori e resta soprattutto al di fuori come la dignità ed il valore dei molti restan nel vestito e nei titoli. C’è infine gente che finge la libertà essendone dall’intimo schiava sprovvista; e poiché s’è persuasa dell’ovvia verità più sopra enunciata che la poesia è dei pazzi più pazzi, si finge dunque per pazza e lo fa con scioltezza.</strong></p>



<p><strong>Ma questo Campana, per lo stesso impaccio del suo parlare, questo che di elementare ed ingenuo che la coltura ha lasciato in lui e nel suo stile (non l&#8217;ha cancellato), è, se dio vuole un pazzo sul serio. Epperciò Te deum”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Adorai Boine, lui e gli uomini-falena della poesia italiana, poeti esatti al crollo, d’ecchimosi verbali, poeti del livido e del livore e nient’altra ambizione che l’abbandono. Poeti che didascalia non doma, a cui il sistema culturale non rende il culto, il cui dovere è smaniare.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“I ripugnevoli tempi che lo sgretolo-frana degli abbandoni, m’ha giù inerte varato per l’immobile belletta del nero disgusto…”</strong></p>
</blockquote>



<p>E poi:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Quasi in dolcezza, dentro si levano i radi gemiti come il notturno canto del chiù”.</strong></p>
</blockquote>



<p>E poi:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Sebbene accada ch’io via non mi curi del disfatto mistero e mago ostinato, vi finga un noncalente reale”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Gli uomini-falena della poesia italiana: atterriscono un po’ tutti, con quel linguaggio al primevo polline, spavaldo nell’avventarsi – ma il loro essere mitologie d’ombra, immagini a mannaia, li rende agli argini, all’erbario di applausi a scena aperta, mangiafuoco del parlar materno. Non sono bestie da diorama scolastico, non li puoi ‘spendere’ per tumulare il caos nelle sorti umane e progressive; sono mostri, sono perdenti. Fuori tempo, troppo a ridosso di un dire d’infanzia, dove si cavalcava la pantera, fatale falena, e il sole era ancora in feto.&nbsp;</p>



<p>Si dirà allora di un airone cinerino, sul ciglio, elegiaco per eleganza – eravamo oltre Modigliana, le rocche, i gibbosi vigneti. Di Campana, ormai, un dromedario di versi. L’airone che all’imbeccata è il più pronto a volgersi in Buddha delle alture.&nbsp;</p>



<p>Antonio Porta ha scritto inni in forma d’airone, di alare bellezza:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>quando il mio essere si fa opaco lo distendo<br>ai tuoi piedi, airone<br>io disteso come prateria<br>invasa dalle acque dei semi<br>opposto ai buchi luminosi dello stellato<br>come in attesa di essere ancora luce<br>all’alba quando il conflitto si placa e si racchiude<br>in un uovo minuscolo<br>dove già pulsa il cuore di un usignolo<br>dove batte il minuscolo mio cuore neonato<br>come milioni di altri muscoli nascosti<br>potenti macchine da guerra che avanzano<br>che scuotono la cintura della terra<br>e misurano ogni altro respiro</strong></p>
</blockquote>



<p>Re delle risaie, moltiplicato in quegli specchi d’acqua, l’airone, da bambino, nei pressi impressionanti di Novara, mi pareva il simbolo di qualcosa di eterno, di immobile. Il destriero dei morti, purosangue degli angeli.&nbsp;</p>



<p>Più tardi, piuttosto, ho visto un falco che calava da un ulivo, gli artigli tesi, come se conoscesse la stazione eretta, come fosse uso al secchio, alla rete, al frantoio. Calava, bellissimo in esattezza, su un ratto, presumo. Eravamo già romagnoli, nelle terre contese al Malatesta, su colli di cui conosco il vocalizzo.&nbsp;</p>



<p>Questa terra che fa sbocciare alberi e rapaci – questa terra esulta. Ne è a vettovaglia la luna, disattenta alla più amara portata.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/uomini-falena-poesia-italiana/">Nelle terre di Campana, o degli uomini-falena nella poesia italiana</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/SIL-39088000731141_0041-748x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Io poeta notturno vegliai le stelle”. Ancora su Dino Campana</title>
		<link>https://www.pangea.news/dino-campana-giorgio-anelli-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Aug 2024 04:04:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Campana]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[Rimbaud]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=100634</guid>

					<description><![CDATA[<p>Si pensa ‒ a volte, in letteratura, ma non solo ‒ che le somiglianze tra autori di stesse epoche o di epoche passate, possano rinvigorire l’animo di chi queste rassomiglianze e paragoni li racconta o li ascolta. Non è detto, non è scontato; nemmeno probabile, quanto improbabile che ciò avvenga. Ma se si parla di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dino-campana-giorgio-anelli-3/">“Io poeta notturno vegliai le stelle”. Ancora su Dino Campana</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Si pensa ‒ a volte, in letteratura, ma non solo ‒ che le somiglianze tra autori di stesse epoche o di epoche passate, possano rinvigorire l’animo di chi queste rassomiglianze e paragoni li racconta o li ascolta. Non è detto, non è scontato; nemmeno probabile, quanto improbabile che ciò avvenga.</p>



<p>Ma se si parla di poeti, la tensione, la curiosità, la vivida fiamma del godimento del verbo sale, aumenta a dismisura. E allora il paragone da azzardato si fa verosimile, diventa non forzato, semmai quasi d’obbligo e piacevole a dirsi come a farsi. Si fa leggenda (a volte), soprattutto.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="100258 " class="wp-block-banner-post"></div>



<p><strong>Mi riferisco, per esempio, alla somiglianza che certuni hanno attribuito e trovato tra Rimbaud e Dino Campana. Dino, il Rimbaud italiano!</strong> E in effetti, l’uomo dalle suole di vento ‒ soprannome questo che Paul Verlaine diede ad Arthur dopo la conclusione della loro tormentata storia di amore, amicizia e solidarietà artistica ‒ tanto pare ricordare Campana. Perché Campana di fatto fu anche lui un grande e instancabile camminatore e viaggiatore. Fu il poeta soprattutto che si rifugiava nei boschi per leggere, scrivere e urlare i propri versi, incamminandosi persino lungo il crinale dell’Appennino tosco-romagnolo per raggiungere il santuario francescano della Verna.</p>



<p>E poi c’è anche chi, ai giorni nostri, tenta l’azzardo paragonandomi proprio a Dino Campana. Per la sua esuberanza, per i mille lavori svolti, per l’epifania e il sentimento panico che la natura ci ha sempre provocato, rendendoci felici, liberi, unici e folli.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="736" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/782f2b8d8e-736x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100635" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/782f2b8d8e-736x1024.jpg 736w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/782f2b8d8e-216x300.jpg 216w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/782f2b8d8e-768x1068.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/782f2b8d8e-600x835.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/782f2b8d8e.jpg 800w" sizes="(max-width: 736px) 100vw, 736px" /></figure>



<p>Ma è appunto di questo che vorrei dire, senza soffermarmi sulla malattia del grande poeta dei <em>Canti Orfici</em>, prima da lui chiamati con quel meraviglioso titolo che fu <em>Il più lungo giorno</em>.</p>



<p>Ecco, mi preme sottolineare il nostro essere, quella poesia che sgorga dalle forre come irrompe nel sangue, e batte forte sul tamburo del cuore come sulle rocce millenarie di misteriose e affascinanti nature. È il tutt’uno con gli elementi!</p>



<p>Seppur lusinganti, non mi interessano le somiglianze.</p>



<p>Trovandomi in questi giorni ad alta quota ‒ in quello che qualcuno ha definito il mio Harar ‒, dormendo accanto all’erba danzante per via del vento, godendo dell’esuberanza di cascate, torrenti e boschi, <strong>mi ritrovo ‒ quindi <em>sono </em>‒ tutt’uno con me stesso. Questo conta, e nient’altro.</strong></p>



<p>Essere se stessi per essere liberi. Essere poeti da sempre!</p>



<p>E proprio per questo la poesia dà il tono al respiro, apre gli occhi a ciò che la bellezza richiama. La Poesia, in ultima istanza, è quel che davvero vale la pena di vivere. (<em>Giorgio Anelli</em>)</p>



<p><em><strong>La chimera</strong></em></p>



<p>&nbsp;&nbsp; Non so se tra roccie il tuo pallido<br>Viso m’apparve, o sorriso<br>Di lontananze ignote<br>Fosti, la china eburnea<br>Fronte fulgente e giovine<br>Suora de la Gioconda:<br>O delle primavere<br>Spente, per i tuoi mitici pallori<br>O Regina o Regina adolescente:<br>Ma per il tuo ignoto poema<br>Di voluttà e di dolore<br>Musica fanciulla esangue,<br>Segnato di linea di sangue<br>Nel cerchio delle labbra sinuose,<br>Regina de la melodia:<br>Ma per il vergine capo<br>Reclino, io poeta notturno<br>Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,<br>Io per il tuo dolce mistero<br>Io per il tuo divenir taciturno.<br>Non so se la fiamma pallida<br>Fu dei capelli il vivente<br>Segno del suo pallore,<br>Non so se fu un dolce vapore,<br>Dolce sul mio dolore,<br>Sorriso di un volto notturno:<br>Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti<br>E l’immobilità dei firmamenti<br>E i gonfii rivi che vanno piangenti<br>E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti<br>E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti<br>E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.</p>



<p><strong>Dino Campana</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dino-campana-giorgio-anelli-3/">“Io poeta notturno vegliai le stelle”. Ancora su Dino Campana</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/a0a3c508502b45e68da5b2490013b25f-e1723795994546-1024x691.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Sotto le stelle impassibili”. Dino Campana, poeta totale</title>
		<link>https://www.pangea.news/dino-campana-saggio-luca-caddeo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jan 2024 05:24:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Canti orfici]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Campana]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Caddeo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=98268</guid>

					<description><![CDATA[<p>Me ne andavo con i pugni nelle tasche sfondate,e anche il mio cappotto diventava ideale;andavo sotto il cielo, Musa! ed ero un tuo fedele.Quanti splendidi amori ho sognato allora!&#160; Arthur Rimbaud “Essi erano tutti stracciati e coperti con il sangue del fanciullo”. Così – ma in inglese – si chiudono i Canti orfici di Dino [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dino-campana-saggio-luca-caddeo/">“Sotto le stelle impassibili”. Dino Campana, poeta totale</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Me ne andavo con i pugni nelle tasche sfondate,<br>e anche il mio cappotto diventava ideale;<br>andavo sotto il cielo, Musa! ed ero un tuo fedele.<br>Quanti splendidi amori ho sognato allora!&nbsp;</p>
<cite>Arthur Rimbaud</cite></blockquote>



<p>“Essi erano tutti stracciati e coperti con il sangue del fanciullo”. Così – ma in inglese – si chiudono i <em>Canti orfici</em> di Dino Campana, il poeta notturno, elettrico. Che il fanciullo sia Dino è abbastanza evidente. Ma chi sono “essi”, chi sono gli squartatori citati nel colophon che riprende una poesia di Walt Whitman? Secondo Sebastiano Vassalli sono i genitori, i compaesani di Dino, gli psichiatri che lo ebbero in cura e gli scrittori fiorentini del tempo. Essi avrebbero dunque le mani – e talvolta le penne – coperte di sangue, sarebbero colpevoli dello sparagmòs: Dino Campana, il <em>mat</em>, fatto a pezzi.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Il “mat”</em></strong></p>



<p>Dino nasce a Marradi nel 1885 dal sobrio maestro elementare Giovanni e dalla religiosissima sgranatrice di rosari Fanny Luti. Il piccolo è intelligente e i suoi rapporti con la famiglia appaiono buoni – almeno sino alla nascita del fratello Manlio, il preferito di casa. Dino ha vari zii e uno di questi, Mario, morirà in manicomio. Dopo le scuole elementari il giovane si iscrive al ginnasio salesiano di Faenza e, nel 1901, frequenta da pendolare il Liceo Torricelli manifestando i primi disturbi nervosi ma anche uno spirito che non si piega di fronte all’autorità. Ai sopraggiunti, terribili contrasti con la famiglia seguono le derisioni dei compagni di scuola perché Dino appare diverso: legge sempre e compone poesie, marina le lezioni e si isola, fugge e sfugge. Nonostante qualche inziale fallimento scolastico, alla fine lo stralunato adolescente si diploma e, spinto dalla famiglia, accede all’Accademia militare di Modena. In attesa dei risultati frequenta Chimica a Bologna. La carriera militare non decolla e il giovane lascia anche l’Università emiliana per studiare chimica farmaceutica a Firenze. Ma a Dino la chimica non piace e ritorna a Bologna e poi, tra una fuga e l’altra, di nuovo a Marradi.</p>



<p><strong>Nel 1906 il padre cerca di internarlo in manicomio ma impietosito ci ripensa. Tuttavia oramai Dino è per tutti il <em>mat</em>, lo scemo del villaggio. Sentendosi perseguitato preferisce vagare per i monti con libri e quaderni;</strong> spesso è ospite dei contadini, eccede nel bere, ha problemi con i carabinieri e ancora vagola da un comune all’altro. Anche se Ungaretti nega che il viaggio sia realmente avvenuto, nel 1907 il poeta sarebbe partito per l’Argentina da dove sarebbe rientrato qualche anno dopo riprendendo senza successo gli studi e iniziando a spedire le sue irregolari poesie agli scrittori allora più in voga.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="736" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/782f2b8d8e-736x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98269" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/782f2b8d8e-736x1024.jpg 736w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/782f2b8d8e-216x300.jpg 216w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/782f2b8d8e-768x1068.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/782f2b8d8e-600x835.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/782f2b8d8e.jpg 800w" sizes="(max-width: 736px) 100vw, 736px" /></figure>



<p><strong>Nel 1913 il viandante consegna a Papini e a Soffici il manoscritto con le sue liriche intitolato <em>Il più lungo giorno</em>. Secondo alcune fonti Dino avrebbe sollecitato una risposta che però non sarebbe arrivata.</strong> Il manoscritto sarebbe stato poi ritrovato a casa di Soffici solo nel 1971. Come si evince da una lettera a Giuseppe Prezzolini, il giovane poeta ha comunque bisogno di essere stampato per provare a se stesso che esiste. Pertanto, seppur amareggiato, non si perde d’animo e riscrive – lui dice “a memoria” – le poesie e le prose del suddetto fascicolo aggiungendone delle altre. Nel 1914, grazie a una raccolta fondi, escono i<em> Canti orfici</em> presso una tipografia di Marradi. Si tratta di un prosimetro che presenta un sottotitolo dal sapore provocatorio e vagamente nietzscheano: <em>La tragedia degli ultimi Germani in Italia</em>; a seguire l’epigrafe: <em>A Guglielmo II Imperatore dei germani</em>. Secondo Ardengo Soffici Dino era tarchiato, portava “capelli e barba di un biondo acceso” e aveva</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“la faccia piena e di color roseo, illuminata da un paio d’occhi celesti, che esprimevano a un tempo sincerità e timidezza come quelli di certi bambini o di gente campagnola, cui quella di città mette in soggezione”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Il poeta dal “destino fuggitivo” è anche un poliglotta ed emigra in questi anni in Svizzera, poi a Torino, a Pisa, forse in Russia svolgendo lavori saltuari e girovagando, ricorda Federico Ravagli, con un “cappello rotondo, di feltro e il giacchettone dalle tasche ampie, piene di fogli di carta, di libretti”. Nel 1915 è ricoverato all’ospedale di Marradi, ufficialmente a causa della nefrite. Invero il biografo Vassalli sostiene che la malattia sarebbe stata la sifilide, vale a dire il morbo dei poeti, di quelli maledetti, che frequentano bordelli e “troie dagli occhi ferrigni”.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="97367 " class="wp-block-banner-post"></div>



<p><strong>Tra il 1916 e il 1917, mentre infuria la guerra, Dino corrisponde e convive per qualche settimana con la poetessa Sibilla Aleramo. Nonostante da ambo le parti la passione sia travolgente, Dino sta male</strong>, il disagio psichico si aggrava, l’amore non basta, non è semplice il passaggio dalla chimera alla donna, la distinzione tra il reale e l’immaginario si assottiglia, il desiderio straziante non conosce confini, l’ira e la violenza prendono talvolta il sopravvento – sfioriscono così, quasi nel sangue, le rose. Nel 1918 Dino è internato nel manicomio di Castel Pulci dove avrebbe subito, come Antonin Artaud, l’inumana pratica dell’elettroshock. Da qui non uscirà più sino al 1932, anno della sua morte che, stando ad alcuni resoconti non condivisi da tutti i biografi, sarebbe avvenuta a causa della setticemia. Il poeta infatti avrebbe cercato di fuggire dal manicomio e se si sarebbe ferito col filo spinato che avrebbe causato l’infezione ferale.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>&nbsp;Dino e i suoi canti</em></strong></p>



<p>Come per il contemporaneo Emanuel Carnevali la biografia di Dino Campana può risultare indicativa: Dino è “matto” non solo perché ha una terribile malattia che coinvolge il sistema nervoso, ma anche perché legge sempre, perché erra senza meta, perché non onora in modo convenzionale la famiglia, perché non è bravo in chimica, perché non ha un lavoro fisso, perché gli piace perdersi nel bosco, perché va a donne, perché s-formandosi non si conforma.</p>



<p><strong>Dino è matto perché è Dino. D’altronde è così che, da che mondo è mondo, si etichettano i ribelli e spesso, appunto, i poeti.</strong> Ma se Dino fosse veramente matto – come sembra sostenere Umberto Saba e come invece negano Edoardo Sanguinetti e Carlo Bo – dovremmo concludere che le liriche orfiche siano soltanto irrazionali, stupidi epifenomeni della malattia, dell’oscurità che annebbia, obnubila la ragione? No, i poeti, financo quelli folli, sanno cosa sia la poesia che, pure nell’ebbro invasamento di un ipotetico dio, sempre è arte, incanalato nero sangue, tempesta in perle resa, Dioniso in Apollo. E questo vale pure per Dino – quasi forse massimamente per lui. I suoi canti sono infatti ricchi di riferimenti culturali e artistici, pieni di lavoro, di attenzione, desiderio trattenuto, sublimato, distillato. Il poeta utilizza con spontanea maestria ed estrema originalità le principali figure retoriche della tradizione poetica italiana e francese, le parole non riverberano a caso, le liriche non sono mai comuni, sono nate postume, in un certo senso pure oggi appaiono così, pure oggi ci dicono tutto – il tutto che non si può dire, che per fortuna non si capisce, che ci abbraccia coinvolge stravolge.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="765" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/35222-765x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98270" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/35222-765x1024.jpg 765w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/35222-224x300.jpg 224w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/35222-768x1028.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/35222-600x803.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/35222.jpg 807w" sizes="(max-width: 765px) 100vw, 765px" /></figure>



<p><strong>Dino il folle, sì, ma anche il cesellatore occultamente paziente, il portatore di una fiamma inestinguibile, il suggestionatore, il mistico, il pittore rinascimentale, il nume dell’immagine, della visione senza concetto, il <em>sibillatore</em>, il musico, l’amante – e, certo, sì, assolutamente, persino l’erotico, l’eroico furioso.</strong> E se leggendo i <em>Canti</em> ci si perde nella notte non è perché la mania non ami il logos, ma perché Orfeo, figlio dell’indistinto, scende nel Tartaro con la lira devastandosi d’amore. E anche Dino lo fa, si devasta nel canto d’amore, lo trae fuori l’amore dalla esclusione e dai rifiuti, dalle gioie ingenue, dalle oscure vie, dal vento che sussurra l’uguale e dalla melodia dei torrenti, dalle presenze inconsce, dalle crepuscolari parusie, dalla donna, da tutti i generi di donna. La donna, entità archetipa che trova vita, sorride mollemente nell’“aridità meridiana”, “ebete e sola nella luce catastrofica”. La donna, bestialmente femmina, da amare al di là del bene e del male, “matrona dal profilo di montone”, promessa di lascivia e lussuria, corpo ambrato, agile, sapore orientale, bizantino, perdizione mediterranea. Sterile voluttà dal corpo crudo, selvaggio, Circe dalle luci orgiastiche, strega, dannazione. E tenerezza incantevole che col sorriso ama. Leggerezza sulle ginocchia, promessa madre grazia. Sfinge, mistica rosa, sorella della Gioconda e poesia, enigma “sul panorama scheletrico del mondo”, “cariatide dei cieli di ventura” e chimera irraggiungibile che sempre tiene in mano e occhi e cuori.</p>



<p>La nostalgia, la sospensione, l’erotismo evocativo, l’utilizzo dell’imperfetto e l’uso ritmato delle ripetizioni, le numerose inversioni sintattiche, il simbolismo espressionista addormentano gli astratti istanti della scienza trasportandoci nella “dolcezza trionfale del ricordo” in cui il presente è valanga, reversibilità immaginifica. Il ricordo nell’immagine vivida è reale – colore suono carne – come la vita. La ricerca del tempo perduto suscita alla stregua di un sogno “profondità mistiche e sensuali” in grado di sciogliere “i grumi più acri del dolore”. Il poeta esperisce una dimensione diversa, pure quando non scrive: la realtà non collima con quella degli altri giacché vivere nelle radici non è come vivere nei rami. In una sorta di realismo magico che tracima impercettibilmente nel surrealismo il veggente rende partecipe la divina natura dello stravolgimento incantatorio. Così il tramonto avvolge col suo oro il “luogo commosso dai ricordi” e sembra che in questa scarlatta chiarità lo consacri. Dopo il sole la sera è arrischiante, è “languida amica del criminale, galeotta delle nostre anime oscure” e ospita la sacerdotessa dai piaceri infecondi. La sera è “fatua”, “veste di velluto” e nelle stanze che odorano di putritudine lascia nel cuore un sigillo, una “piaga rossa languente”. La prosa poetica procede come un flusso di coscienza e la frequente assenza di punteggiatura contribuisce a partorire un ambiente onirico in cui il dettaglio è parusia del mistero e dove, come relitti in un quadro di De Chirico o di Mirotaj, galleggiano – metafisica immobilità – scorci di statue, nomi, artisti e cantori del passato. Lo scrittore apre a un’“irrealtà spettrale” conducendoci, grazie alla polisemia allusiva dei lemmi, nel sostrato: sotto l’apparire attraverso l’apparire.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/13739-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98271" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/13739-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/13739-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/13739-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/13739-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/13739-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/13739-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/13739.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Talvolta Campana insegue faustianamente lo spirito che lo innalza sino al bianco delle cime montuose definite non a caso cattedrali. L’ascesa è platonicamente rappresentata mediante l’immagine di giovani aurighi che salgono verso i cieli eterei. Ma tale noumenico e trascendente piano è sempre fiume che va via taciturno, divenire a un tratto scosso dal boato fulminante della vita. L’anima è imprigionata nel corpo, ma la bellezza fa brillare nella materia l’invisibile idea e tutto appare allegoria di qualcosa che pur non essendoci c’è. La poesia apre l’iniziato della parola alla chiaroscurale verità e i vapori delle sacre erbe arse inaugurano camposanti di tra-sparente eternità:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Io vidi dalle solitudini mistiche staccarsi una tortora e volare distesa verso le valli immensamente aperte. Il paesaggio cristiano segnato di croci inclinate dal vento ne fu vivificato misteriosamente”.</strong></p>
</blockquote>



<p>La natura con le sue creature battezza il paesaggio cristiano. D’altra parte lo spleen cittadino mette in scena, senza idolatrarle, suggestioni futuristiche in un continuo alternarsi di ambienti naturali e orizzonti ferrei – tram vapori treni fragore fracasso catrame carbone acciaio velocità. Si muove dunque sotto il verbo urbano la dialettica tra natura e tecnica, essere e divenire.</p>



<p><strong>Campana è il poeta dell’origine che lascia e che non lascia. E l’origine è financo l’Italia – Firenze, Bologna, Genova, Faenza, e sì, soprattutto, Marradi.</strong> L’origine dove il poeta ricompare è altresì una lingua che risuona, dialettale senza essere provinciale, traboccante di innesti estranei, di espressioni onomatopeiche. Una lingua cangiante, plastica, che sa essere veloce o lenta, adattata alle sensazioni, agli umori, ai sapori, ai luoghi, una lingua ideale, primitiva, naturale – la natura che si ausculta, che si prega, che si è. E la preghiera della poesia non è solo anabasi, verde senso di armonia, verticale inno di cedri, ma è anche – Baudelaire e Carducci sullo sfondo – catabasi infernale con la quale di Satana si invoca la pietà. Gnosticismo e vitalismo bruniano, nietzschianesimo poetico e, paradossalmente, retorica quasi francescana: nascita dell’uomo nuovo “riconciliato colla natura ineffabilmente dolce e terribile” che fluisce nella profondità della terra:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Sotto le stelle impassibili, sulla terra infinitamente deserta e misteriosa, dalla sua tenda l’uomo libero tendeva le braccia al cielo infinito non deturpato dall’ombra di Nessun Dio”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Annunciando che l’orizzonte è di nuovo libero e che si può salpare per infiniti mari inesplorati, il poeta celebra <em>La</em> <em>Gaia scienza</em> e, come Nietzsche, non cede in nessun modo alla esaltazione della ragione astratta, alla quale, anzi, scrive di non aver mai sacrificato nulla. Se l’avesse fatto non avrebbe potuto abbandonarsi senza remore all’irreparabile, al dis-astro. Perciò, se Dino non esilia la ragione che incanala nella forma la dirompente lava della subitanea ispirazione, parimenti non le sacrifica la vita – da dove, d’altronde, sempre cantano, nella numinosa contraddittorietà della grazia, tutte le Muse. La poesia ci affida integralmente, senza illusioni, all’ineluttabile e il parere di Dino sull’amico Regolo, per molti versi il suo doppio, lo testimonia:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Camminavo camminavo nell’amorfismo della gente. Ogni tanto rivedevo il suo sguardo strabico fisso sul fenomeno, sulla parte immota che sembrava attrarlo irresistibilmente: vedevo la mano irritata che toccava la parte immota. Ogni fenomeno è per sé sereno”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Il poeta, sottile e straordinario fenomenologo, lascia che le cose siano e – come in Heidegger che interpreta il folle Hölderlin – le custodisce vivendole nel loro sereno, aurorale mostrarsi, dis-velarsi. Non c’è spazio per il domani, l’ideale è ora: la speranza ha a che fare col futuro, il poeta con l’immoto. Il poeta, il fanciullo, commuove adesso l’aria. Percepisce la “gioia barocca” che in un “dolce rumore d’ali sbattute” riempie senza fine il transeunte. E del viandante l’ombra prende il volo. Alta è allora la poesia – e ancora la chiamiamo la chiamiamo Chimera!</p>



<p><strong><em>Luca Caddeo</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dino-campana-saggio-luca-caddeo/">“Sotto le stelle impassibili”. Dino Campana, poeta totale</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/90-dino-campana-con-autografo-660x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Non potevo vivere in nessun posto”. Dino Campana, il poeta errante</title>
		<link>https://www.pangea.news/dino-campana-poeta-errante/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2023 05:20:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Appennino]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Campana]]></category>
		<category><![CDATA[Emiliano Cribari]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[montagna]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=97873</guid>

					<description><![CDATA[<p>In quasi tutte le biografie campaniane si legge che all’età di quindici anni Dino s’ammala. Di un male oscuro e misterioso. Di una vertigine, di un formicolio dell’anima. Di un equilibrio divelto dai prodromi del caos. Fatto sta che intorno ai quindici anni Dino cambia (a Pariani, il medico che lo avrà in cura a [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dino-campana-poeta-errante/">“Non potevo vivere in nessun posto”. Dino Campana, il poeta errante</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>In quasi tutte le biografie campaniane si legge che all’età di quindici anni Dino <em>s</em><em>’</em><em>ammala</em>. Di un male oscuro e misterioso. <strong>Di una vertigine, di un formicolio dell</strong><strong>’</strong><strong>anima. Di un equilibrio divelto dai prodromi del caos. Fatto sta che intorno ai quindici anni Dino cambia</strong> (a Pariani, il medico che lo avrà in cura a Castelpulci, lui stesso dirà: «Dalla età di quindici anni, mi prese una forte nevrastenia, non potevo vivere in nessun posto»): si manifestano i primi disturbi nervosi. Se innescati o no da qualcosa di specifico non si sa. Si può supporre. Ne ho lette (e sentite dire) parecchie. Può darsi che non sia accaduto nulla (nulla di apparente, dico) e che Dino abbia fatto affiorare inconsciamente in superficie anni di tensioni e di carenze affettive.</p>



<p>Quand’io mi ruppi – oltre un secolo dopo – cominciai a camminare. Fino a quel momento non l’avevo mai fatto. Poi, tra i venti e i trent’anni, iniziai a dare agio all’inquietudine camminando. Prima sfiancando chilometri, spesso su strade asfaltate, eternamente attratto dal poco, dall’assente, da qualsiasi mondo periferico e sgualcito. Camminavo e coglievo fotografie. In seguito, sempre solo, fui inseguito dai sentieri. <em>Scelsi </em>i sentieri. «Andai nei boschi», come scrive Thoreau. E nei boschi – guarda caso – trovai proprio Campana.&nbsp;</p>



<p><strong>La prima volta ero sopra Castagno, all</strong><strong>’</strong><strong>altezza del Passo del Muraglione. Lì, tra il Valico Tre Faggi e la Capanna Citerna, svetta un teatro di rocce che rivela l</strong><strong>’</strong><strong>infinito. Fino al mare.</strong> Quella mattina, era inverno – se chiudo gli occhi trovo un sole abbacinante – mi sedetti su una rupe e cominciai a leggere:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«</strong><strong>La Falterona è ancora avvolta di nebbie. Vedo solo canali rocciosi che le venano i fianchi e si perdono nel cielo di nebbie che le onde alterne del sole non riescono a diradare».</strong></p>
</blockquote>



<p>Siamo all’inizio del taccuino che Dino riempì durante il suo pellegrinaggio al santuario francescano della Verna. «Ma davvero Campana andò alla Verna?» mi chiesi. «Quindi forse passò anche da qui». Tutto iniziò così.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="747" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/campana-copertina-piatto-scaled-1-747x1024.jpg" alt="" class="wp-image-97874" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/campana-copertina-piatto-scaled-1-747x1024.jpg 747w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/campana-copertina-piatto-scaled-1-219x300.jpg 219w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/campana-copertina-piatto-scaled-1-768x1053.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/campana-copertina-piatto-scaled-1-600x822.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/campana-copertina-piatto-scaled-1.jpg 788w" sizes="(max-width: 747px) 100vw, 747px" /></figure>



<p><strong>Tempo mezz</strong><strong>’</strong><strong>ora sbranai fino all</strong><strong>’</strong><strong>osso il suo diario, travolto da scosse devastanti di poesia. Due vagabondi: io il leggente, lui il viandante.</strong> Una goduria infinita. M’apparve Campana: in tutta la sua barbara, materica, poesia figurativa. Sudata, infangata, infreddolita. Quel giorno capii una cosa essenziale: che Campana deve essere letto camminando, che non è semplice adattare Campana a un luogo chiuso. Serve tanta, troppa, fantasia. Per quella che è la mia esperienza, per essere compreso (ma dev’essere veramente compreso?) Campana deve essere prima sentito. E per sentirlo &#8211; a me è accaduto &#8211; Campana deve essere letto <em>andando</em>, all’aria aperta, rischiando a ogni parola d’inciampare. Sui crinali di questo Appennino o tra i carruggi di Genova, a Firenze, o fra i binari della stazione di Bologna.</p>



<p><strong>C’è – mi domando – nel mondo, un altro poeta che ha camminato quanto e come Campana? Rimbaud? Forse. Non me ne vengono in mente tanti.</strong> Allora un nuovo possibile ritratto di Campana potrebbe iniziare così: Campana iniziò a camminare nel milleottocentoeccetera. Il filtro cammino applicato alla poetica campaniana.&nbsp;</p>



<p>Da bambino capitava che Dino andasse per boschi con il padre, anche in compagnia del fratello Manlio. È proprio il fratello a raccontare quello che forse è il primo episodio agreste della vita di Dino:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«</strong><strong>Eravamo andati a fare una passeggiata insieme col babbo nostro, e ad un tratto lo vedemmo sparire. Io tornai indietro, feci la strada di corsa per poterlo raggiungere e lo trovai che si era messo sulle spalle un carico di legna da ardere per alleviare un povero ragazzo che l</strong><strong>’</strong><strong>aveva raccolta e che lui aveva trovato stanco, spossato. Con un modo abbastanza brusco gli aveva tolto il fascello dalle spalle e se lo era messo lui, e lo stava trasportando verso la casa di questo ragazzo!». </strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Io riconduco sempre a quell’età – a quei suoi fatidici quindici anni – il momento in cui Dino iniziò a transumare. Dove andava, Dino, le mattine in cui svicolava dall’edificio scolastico? Un anno ne saltò addirittura ventuno in due mesi! <strong>Sono in tanti a parlare di lui come di un ragazzo appartato e solitario, schivo e ombroso, con un libro sotto braccio in fuga verso la campagna.</strong> Lui stesso riferisce di letture divorate in mezzo ai monti per sfuggire alle angherie di cui si sentiva orribilmente vittima.</p>



<p>I primi monti campaniani sono quelli di Campigno, ma anche quelli di Cignato, Gamberaldi, Orticaia. Dino lassù stava bene. Rifiatava. Sfuggito all’assalto nemico, si sentiva finalmente accettato. Cercare è la forza invisibile di chi cammina. E Dino, in montagna, cercava più che altro comprensione. Inseguendo una carezza che in fondo – ostinato e forse anche predestinato – trovò sempre nel vento.</p>



<p>La geografia campaniana è un groviglio inestricabile di passi inesausti. Quando nel maggio del 1940 le spoglie di Campana vennero riesumate per essere deposte nella cappella di San Bernardo, Carlo Bo, osservando i grossi femori del poeta, esclamò: «Ha camminato tanto».</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="97367 " class="wp-block-banner-post"></div>



<p><strong>Biondo-rossiccio, occhi azzurri, barba lunga e capelli strampalati. Chi ricorda Campana parla di un vento, di un uomo che arriva e che sparisce come il vento: sempre senza annunciarsi.</strong> Sempre senza un solo centesimo in tasca. Una delle pochissime volte che gli venne pagata adeguatamente la pubblicazione di una poesia offrì da bere a tutti gli astanti (come non andare col pensiero ad Alda Merini) finché i soldi furono finiti. Un generoso, Dino. Un puro. Un poeta.</p>



<p>Cosa fosse la montagna per Campana ce lo hanno suggerito – talvolta magistralmente – molti autori. Da Gianni Turchetta a Stefano Drei fino a Giovanni Cenacchi, poeta, autore di un libro – <em>I monti orfici di Dino Campana </em>– vestito di una rara delicatezza letteraria. Tanto è già stato detto.</p>



<p><strong>Io penso che la montagna (ma anche la campagna) sia stata per Campana essenzialmente un rifugio, un ricovero – sicuro ma provvisorio – per l</strong><strong>’</strong><strong>anima martoriata dalle offese ricevute tanto quanto dalle proprie ossessioni.</strong> Il luogo dove andare a rimettere in sesto la parte spezzata della vita, soprattutto quando i pezzi dispersi fra le macerie appartenevano alla poesia. Non a caso è in montagna – fra le rupi di Campigno, oltre che nella soffitta della casa in Via Pescetti 1 a Marradi – che Dino si ritira per riscrivere il suo libro (non a memoria come si è scritto troppo spesso in tono epico, ma facendo in gran parte leva su fogli conservati chissà dove e chissà come), dopo lo smarrimento del manoscritto originario per opera di Ardengo Soffici.</p>



<p><strong>Io penso che Dino in montagna sia stato felice. Che la luce di cui parla Sibilla in una sua lettera pura e struggente sia sì la luce dell</strong><strong>’</strong><strong>amore ma anche la luce del cammino, la luce dell</strong><strong>’</strong><strong>Appennino. </strong>Dino camminava per conclamata impossibilità di stare, siamo d’accordo. Ma camminava anche perché la sua poesia – a differenza di tanta altra poesia – è una poesia atletica, polmonare, che ha occhi grandi così. Occhi spalancati che chiedono musica e parole. <strong></strong></p>



<p><strong>La poesia di Campana è poesia tattile, escursionistica, che abbisogna d</strong><strong>’</strong><strong>esperire. È pittura, è scultura di parole.</strong> Campana in manicomio non scrive perché non cammina, perché non sale, perché non s’immota, perché non si siede sotto un faggio o un castagno a respirare. Perché non urla alle bestie di sparire. Perché non ride come un matto a quell’alba di crinale che solo chi cammina, orficamente, sa.</p>



<p><strong><em>Emiliano Cribari</em></strong></p>



<p><em><a href="https://www.ibs.it/sull-appennino-di-dino-campana-libro-emiliano-cribari/e/9788832007619?lgw_code=1122-B9788832007619&amp;gad_source=1&amp;gclid=CjwKCAiAvJarBhA1EiwAGgZl0FuTsxsJ0UufSz4ZVhTfyr7_3k7Dm0GjBHcNskIER8u3MsNIrNKqERoCwu8QAvD_BwE" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*Emiliano Cribari è l’autore di “Sull’Appennino di Dino Campana”, emuse 2023</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dino-campana-poeta-errante/">“Non potevo vivere in nessun posto”. Dino Campana, il poeta errante</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/90-dino-campana-con-autografo-660x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“L’innocenza è svuotarsi ogni giorno”. Scrivere per Dino Campana, infermo d’assoluto</title>
		<link>https://www.pangea.news/cristiana-panella-poesie-dino-campana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Sep 2023 04:16:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Anterem]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiana Panella]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Campana]]></category>
		<category><![CDATA[Isabella Bignozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=96959</guid>

					<description><![CDATA[<p>Cristiana Panella scrive per Dino Campana. Poeta dell’estasi nello strazio, della perenne trasfigurazione: di Campana il peregrinare, il mesto approdo sono già per intero nella tenerissima serietà dei suoi occhi giovani, “nostalgia mortale delle acque ferme” che giura l’esattezza in amore dei “cani fedeli”. Non il Dino dei dannunziani suoi languori, dei sublimi arcaismi; non [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cristiana-panella-poesie-dino-campana/">“L’innocenza è svuotarsi ogni giorno”. Scrivere per Dino Campana, infermo d’assoluto</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Cristiana Panella scrive per Dino Campana. Poeta dell’estasi nello strazio, della perenne trasfigurazione: di Campana il peregrinare, il mesto approdo sono già per intero nella tenerissima serietà dei suoi occhi giovani, “nostalgia mortale delle acque ferme” che giura l’esattezza in amore dei “cani fedeli”.</p>



<p><strong>Non il Dino dei dannunziani suoi languori, dei sublimi arcaismi; non l’esteta che cadenza anafore fino a remote e supreme latitudini, inarcando analogie all’aperto infinito; non il danzatore metrico, l’equilibrista che allittera, fa assonanza e rimando, fascinazione. Piuttosto l’Orfeo sventurato, infermo d’assoluto.</strong> <em>Poeta in fuga</em> (Montale), dilaniato d’infanzia cagliata, di giovinezza malfatta; poi costretto <em>nella stanza</em> dove la stessa <em>piaga rossa languente</em> che affligge <em>il cuore della sera</em> stilla e duole: rendendo moire le Chimere, e avviliti delirî gli arabeschi sintattici che, col loro fluire, avevano illuso le sue precoci limpidezze: quando gli azzurri e gli aurei bagliori s’irradiavano gli uni negli altri, e i <em>naufraghi cuori</em> battevano all’unisono con <em>l’ale celeste sul mare.</em></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="843" height="843" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/356845723_735741841888235_8833275029451415848_n.jpg" alt="" class="wp-image-96960" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/356845723_735741841888235_8833275029451415848_n.jpg 843w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/356845723_735741841888235_8833275029451415848_n-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/356845723_735741841888235_8833275029451415848_n-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/356845723_735741841888235_8833275029451415848_n-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/356845723_735741841888235_8833275029451415848_n-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/356845723_735741841888235_8833275029451415848_n-100x100.jpg 100w" sizes="(max-width: 843px) 100vw, 843px" /></figure>



<p>Panella è poeta di vasta perizia etnografica e cortesia sensitiva; oltre alla sacra lealtà del linguaggio conosce il rito, il cammino scalzo, le <em>bianche città</em> dormienti <em>ai piedi dei vulcani</em>, il <em>soffio torbido dell’equatore</em>. Forte di ogni sua essenza, la poetessa diviene qui canovaccio, e chiama Campana in eco, dandogli voce con una prosa di avvenenza demoniaca: idioma alieno, che gravita tra foschi bagliori e lucentezze tese al sublime.</p>



<p>Ridare lemma agli scomparsi, alle docilità ferite nella contenzione, strette ai lacci di un’ordinarietà che addita e isola, medicalizza ogni disagio. Recuperarne l’innocenza creaturale intera: se pur mai data al singolo, setacciarne i barlumi: pagliuzze raccolte da occhi d’orafo, e sollevate all’ostensione come luminescenze insonni.</p>



<p>Una vita estinta che ancora grida. Spoglia rannicchiata, disseccata tanto da frangersi in pugno; nei panni il fremito di un acre singhiozzare: questa è la presenza che, per Cristiana Panella, daccapo scuote il cielo, e reitera inesausta la sua elegia, a straziare ogni anfratto di pace.</p>



<p><strong><em>Dalle segrete, canto</em> (Anterem 2023, nota di Mara Cini): caduto il corpo oltre la soglia d’ombra, del poeta Campana rifluisce a ritroso la trenodia:</strong> dalle stanze serrate dell’inaccolto, del patito.</p>



<p>È tesa e mirata la richiesta al nuovo cantore, la domanda di connivenza è rivolta a occhi precisi: in quest’epoca sorda, estinta, Panella sa accogliere il ritorno, il ricordo, farsi parola che schiude come corolla, attorno a quella del suo Dino.</p>



<p>Ripararne la mortalità accaduta – rapida e rovinosa – nell’impercepito, nell’attutirsi, e far sì che dalla terra s’inerpichi a ulteriore cuore: a dire nervo, cronaca, turbato sangue. Che, linfa riaccesa, torni poi alla terra come bevanda di canto nuovo: per chi sa l’ascolto, il tacito contemplare. Fare splendore, perché ogni fiato risponda all’inconcluso lamento, e, se vigile ancora all’offesa, vibri alla perpetrata iniquità, al trascorso tremore.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="94114 " class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Dall’immane grembo dei sepolcri una falange di fati inesauditi s’alza e incede: lo spasimo di Dino s’incunea e fende, germina nel punto sensibile dell’anima affine. Nel generale sconcerto degli acquietati, il vano patire di un uomo trova riparo in cui accordarsi al gemito eterno. È questo, per la poetessa, il troppo che fa bruciare gli occhi di similitudine, che spalanca le ali come strapiombi.</p>



<p>I dolorosi pentagrammi della fratellanza che invadono di certuni la vita hanno il passo di un’imminenza che fa vertigine: toni dai temperamenti equabili nella sola fraternità. Così, rapinosa e fulminea, s’abbatte il canto nell’informe e incompreso dei giorni, a fare, del silenzio dei pesci, un grido di basiliche bianche fino alla trasparenza.</p>



<p>Non cola mai nel sonno il dolore di alcuno, ma rifà agonia e travaglio lungo le vertebre di chi accoglie. Poeta, <em>poiesis</em>, ripensare e dar forma. Negli inverni volgari, nel deserto dell’artificio, <em>Dalle segrete, canto</em> è opera esile e mirabile, scrittura rappresa come “il sangue che rimane dopo la cura” sulle braccia trafitte dagli aghi.</p>



<p>Questo perpetrare, far risuonare voce, che rinnega l’opacità del pianto allo schianto dei secoli. Non si estingue il lutto sulle pareti – se pur scalene –, sulle diversità del sentire, ma rinasce sbieco e claudicante: controcanto potente in minore, nelle gremite partiture della sofferenza. Spine dorsali sonore di moltitudini di creature; polifonie desolate, richiami attraverso le stagioni: ognuna col suo bemolle che torce e abbatte lo sguardo.</p>



<p><strong>Ma un solo infinito cuore calpesta questa terra, un solo patire concamerato nell’interminata cattedrale degli sconforti: una cartografia di plessi e gangli comunicanti, intrisi di cordoglio e di stupore, rabbiosi di speranza.</strong> Ed è di nuovo quel miracolo che proscioglie la selva dal suo incantesimo, sortilegio degli intrichi scuri, e sale alla canopia d’oro dell’ostenso, del riconosciuto e condiviso: una vita umana ha sofferto, ha fatto crimine e portento, ha inciso sull’acqua la propria storia. Ogni vita è Dio che traccia un segno per conoscersi, e di sé stesso fa esempio.</p>



<p>Privato un uomo delle scarpe, degli indumenti per scendere nel giorno, confutata ogni memoria della sua personalità. Umiliata la percezione e stremato il pensiero con le “bacchette magiche” della corrente elettrica, ogni pulsione negata come “vizio capitale” da soffocare fino alla piena “estinzione dell’uomo”<em>,</em> la schiera dei non allineati fa dei cortili “piazze d’armi”, delle piane antistanti i cronicari il “campo di battaglia” di un amore ostinato: gramigna della speranza che sfalda il selciato, abbevera il selvatico che inverdisce i muri, trasfigura le sbarre nel fasto dei girasoli.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="473" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/panella-473x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96964" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/panella-473x1024.jpg 473w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/panella-139x300.jpg 139w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/panella.jpg 499w" sizes="(max-width: 473px) 100vw, 473px" /><figcaption class="wp-element-caption">Cristiana Panella</figcaption></figure>



<p>Medicare a ritroso certe vite è un’eterodossia, un rosario di sassi che spezza le ciglia. Ma sono pieni di frutti i palmi aperti di chi si fa mattino, dando dimora all’inconsolata pena.</p>



<p>Panella disegna a mani nude per Dino le rimpiante radici che riscrivano l’amore assoluto: quello che si scava nel fuoritempo, e grida che ogni perduto è eterno. (<em>Isabella Bignozzi</em>)</p>



<p>*</p>



<p><em>Dalle segrete, canto (Anterem 2023):</em></p>



<p><em>Ho infilato la sua giacca come occhiali rotti. mi penetra la</em><br><em>schiena, il suo corpo di vetri. si abbandona, al giaciglio che</em><br><em>l’ha estratto dal cumulo di sudore che fete le richieste d’amore</em><br><em>scambiate per fiere rabbiose, il tempo di una passeggiata. mi</em><br><em>inerpico sul suo Golgotha, nei piedi la fedeltà dei sentimenti</em><br><em>mai pronunciati a nessuno. i suoi orli cuciti addosso, fino a</em><br><em>che la schiena non si slabbra, anche la mia, sotto la frusta</em><br><em>dei Supplicanti al vuoto.</em></p>



<p>*</p>



<p>E tu, Mai creduto.<br>hai provato ad arrancare a quattro zampe come i loro<br>fortunati servitori. ti riprendevano per la collottola e<br>annientavano la tua volontà d’amore. neanche il tempo di<br>spiegarlo,<br>che era per la nostalgia mortale delle acque ferme<br>che le tue dalie da giovani avevano le gote accecanti dei<br>daidala offerti agli dèi</p>



<p>che di essi eri frammento</p>



<p>scintilla precipitata dalle mani-caverna di Efesto.</p>



<p>*</p>



<p>mentre le bacchette magiche sferrano l’assalto finale al<br>mio libero arbitrio in una girandola di stelle di pirite<br>guardo dalla finestra il movimento delle fiamme del sole.<br>la pioggia di lebbra di Hiroshima si posa lieve sugli steli<br>d’erba, e noi saremo quei lembi di pelle scoperchiata che<br>cammina tra i resti che non avevamo ancora indossato.<br>Ho detto <em>loro</em>: Hiroshima sorgerà, dietro l’Amiata.</p>



<p>*</p>



<p>hanno convocato mio padre per sbirciare al riparo di occhi<br>sigillati la sua disperazione storpiare la firma a fondo<br>pagina, ed eleggere mia madre Declamante-della-parola-<br>ebete-delle-sorgenti-snaturate.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Perché <em>le</em><br><em>piace</em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; pa-sse-ggia-re-da-sola.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; cercano<br>di carpire l’ermeneutica della mia M. non la pronunciano<br>mai,&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;la <em>parola</em> M.<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Madre.<br>Malattia.<br>Manlio.<br>Muro.</p>



<p>Quattro. Sono quattro.<br>Mai,<br>per continuare a vegliare dispari. Mia e Mai sono i genitori<br>del vuoto. costeggio raso il Muro, Mentre Mia Madre<br>cammina in Mezzo alla via con Manlio in braccio, unico<br>figlio. Entra nel muro, Dino. Entro nel muro. Fatti ragno.<br>Mi faccio ragno. Per farla passeggiare. Per farla respirare.<br>dalla fessura le mando baci che non vede cadere.<br>Caedere. Cedere. Re-cidere. Re-ci-si. Ricadono.<br>ci cammina sopra e con il sangue dei petali intesse il<br>tappeto rosso per i primi passi del suo unico figlio M. Io,<br>unico dolore accreditato. penitente nei Muri.</p>



<p>soffio su nove candeline senza Mia Madre. è a passeggio<br>con un neonato a cui canta canzoncine d’amore. mi volta<br>le spalle, per insegnarmi che i figli appartengono<br>all’ultimo volto che li vedrà, non al primo. la sincope della<br>fiamma dura l’esitazione di ciò che non sarà stato. gli occhi<br>attingono spalancati per non spaventare l’ultima occasione<br>di conoscere la verità. se è lei chi mi gridava di uscire,<br>già così ostile.<br>nei nove mesi prima ho impastato questa torta di<br>compleanno mai esistita.<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; La Mia Malattia è un Muro Mai Mondato.</p>



<p>*</p>



<p>col <em>tempo</em>, le parole mi avrebbero ucciso, fuoco sacro<br>evirato a torcia umana per le <em>wunderkammern</em> dei<br>cronicari. le dispersi in ogni taccuino che ho lasciato<br>squadernato ad un crocicchio, le pagine chiamate dal vento<br>e porta via le parole che non vedrò più. la frase spazzata è<br>il sussurro del primo vagito e l’ultima la frattura originaria<br>della sensazione, a fogli sparsi,<br>ché la verità trova pace solo nelle sue ceneri,<br>dopo disperata erranza.<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; il mistero è condannato a non posarsi mai.</p>



<p>un passero si ciberà dei brandelli volati dalla pampa<br>incendiata sulle teste di coloro che non vedono la fiamma.<br>non sanno che sulle loro crape nidificano le ceneri delle<br>mimose selvatiche. nelle mie scarpe lo sciaquettio delle<br>carni aperte.</p>



<p>[&#8230;]</p>



<p>mendicante delle porte chiuse. la mia giacca inopportuna<br>butta addosso ai cani in frac le rughe del tempo svenduto<br>a disconoscere.</p>



<p>[&#8230;]</p>



<p>hanno sciolto nel formol la polverina dell’oblio che<br>sgomma i numeri dispari, che nessuno ricordi i desideri<br>della mano che impresse il voto arcaico alle pareti di Lascaux.<br>Fare massa informe, durante le azioni <em>costruttive</em> con cui<br>offriamo la testa al temperamatite. i suoi trucioli non<br>hanno lo splendore della cenere.<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; mi sono divelto i denti, e non è mai bastato.</p>



<p>*</p>



<p>[…] dalle pareti del cranio i<br>pipistrelli occhieggiano, mutazioni del buio di farfalle<br>disorientate. li aspetto accucciato, a celebrare la paura,<br>unica vestale di verità.</p>



<p>[&#8230;]</p>



<p>durante lo spettacolo fisso le mie gambe elettriche, in moto<br>continuo per non affogare nella piscina color ossa di<br>nostalgie sconosciute.<br>Vorrei dire <em>loro</em><br>Accogliete nella pace<br>Accogliete nella pace, dico loro.</p>



<p>*</p>



<p class="has-text-align-right">nei cortili<br>piazze d’armi<br>campi di battaglia</p>



<p>urlo la parola che sconcia,<br>a liberare l’umanità dagli auguri legati a testa in giù nei<br>sacchi neri allineati<br>nei cortili dei cimiteri per neuritici a lunga degenza</p>



<p>quelli che hanno peccato per disperdimento,<br>quelli che hanno peccato per rinuncia,<br>quelli che sono stati regalati</p>



<p>steli della parola mancata<br>sotto al cemento invocavano, le voci<br>impaurite dal giallo margherita all’aria sui muri di cinta</p>



<p>nel cortile, <em>noir de foule</em>,<br>i sacchi sfilano nudi battendo le piante per congedarsi dagli<br>augùri recisi,<br>batte e vola,<br>batte e vola,<br>ali di grandine affolate contro il cielo di vetro</p>



<p>cosa resta, <em>in questo giorno</em>,<br>delle impronte disattese sul cemento?</p>



<p>antiche pelli indosso ai nevrotici nuovi,<br>giacche di ferro senza braccia,<br>foulard senza collo,<br>                            questi sono, i volti freschi dei reclusi</p>



<p>oggi il cortile ospita i figli ignavi degli aneliti resistenti<br>il cemento è rotto dalla gramigna della speranza accecata<br>ogni crepa, un percorso di guerra<br>ogni <em>non ti scordar di me</em>, una bandiera issata</p>



<p>gli eserciti sciamano in camicia bianca, sulla piana<br>vanno a cercare a mani nude il tepore del petto nemico</p>



<p>ogni pelle esposta merita onore<br>ogni soldato offre la sua pelle all’opposto in pegno d’amore</p>



<p>le loro promesse abbeverano i fiori dei muri,<br>affinché da girasoli svettino, dietro le grate</p>



<p>nei cortili, odore di lenzuola traspirate,<br><em>linceuls</em> di vecchi inquilini abbracciati all’ultimo sonno<br>gli strascichi unti delle attese si sfiorano per le scale<br>dalla balaustra implorano di non farli cadere</p>



<p>ogni condominio è un cronicario<br>ogni cronicario specchia un padre e una madre.</p>



<p>l’innocenza è svuotarsi ogni giorno<br>lasciare il computo alle termiti.</p>



<p>*</p>



<p>Il libro di Cristiana Panella: <em>Dalle segrete, canto</em> è risultato vincitore alla 37^ edizione (2023) del Premio Lorenzo Montano per la prosa inedita, ed è ora edito da Anterem Edizioni (collana piccola biblioteca Anterem), accompagnato da una nota di Mara Cini.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cristiana-panella-poesie-dino-campana/">“L’innocenza è svuotarsi ogni giorno”. Scrivere per Dino Campana, infermo d’assoluto</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/W1siZiIsIjQ3MTkxOSJdLFsicCIsImNvbnZlcnQiLCItcXVhbGl0eSA5MCAtcmVzaXplIDIwMDB4MTQ0MFx1MDAzZSJdXQ-1024x821.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Voi adorabile creola dagli occhi neri…”: Dino Campana &#038; una denuncia</title>
		<link>https://www.pangea.news/dino-campana-giorgio-anelli-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Apr 2023 04:20:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Canti orfici]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Campana]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[malattia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=95125</guid>

					<description><![CDATA[<p>Cosa mi spinge ‒ oggi come ora, nell’istante ‒ a imbastire un discorso a favore, non solo di uno dei più grandi poeti italiani del Novecento (almeno secondo il mio giudizio), ma bensì a sostegno di tutte quegli esseri umani (uomini e donne) che hanno dovuto patire o patiscono psicosi, nevrosi, oppure, se pur detto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dino-campana-giorgio-anelli-2/">“Voi adorabile creola dagli occhi neri…”: Dino Campana &amp; una denuncia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Cosa mi spinge ‒ oggi come ora, nell’istante ‒ a imbastire un discorso a favore, non solo di uno dei più grandi poeti italiani del Novecento (almeno secondo il mio giudizio), ma bensì a sostegno di tutte quegli esseri umani (uomini e donne) che hanno dovuto patire o patiscono psicosi, nevrosi, oppure, se pur detto volgarmente e senza scienza, sbalzi d’umore.</p>



<p>Di sicuro, mi spinge il fatto d’essermi addentrato, finora e per anni, per lavoro e per destino, nell’ambito del <em>sociale</em>, quel cantuccio troppo spesso mal esposto o mal disposto ai diritti e alle cure umane, oltre che chimiche, che ogni fratello (e non <em>utente</em>, si badi!) avrebbe appunto bisogno di ricevere.</p>



<p><strong>Il poeta in questione è il poeta di Marradi, ma attendiamo ancora un poco, prima che lo omaggi. Poiché occorre denunciare come troppo spesso</strong> ‒ in prima persona e / o per sentito dire ‒ i disservizi a favore (ma purtroppo a discapito) del malato psichico siano oramai all’ordine del giorno. E, avendo il dente avvelenato, farò di tutta l’erba un fascio. Il problema, dopo tutto, è uno solo: costruire bene una sedia con la stessa attenzione che si dedicava alla costruzione di una cattedrale, come svolgere altrettanto bene il proprio lavoro, è ormai antica gloria e lustro del passato. <strong>Vige più che mai, nella nostra epoca vile e codarda, il far passare il tempo, seduti su una sedia unicamente da occupare con il solo dovere di occuparla.</strong> L’importante è che arrivi lo stipendio, il lato umano della questione è e sarà un sovrappiù che stanca già prima di doverlo tenere in considerazione.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="94114 " class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Quante volte vengono tutt’oggi date risposte approssimative a domande di aiuto concrete. Medici e psichiatri fanno finta di aiutare e risolvere problemi impellenti. Non si può dire a un malato che sta male, che il suo sbalzo d’umore è dovuto al cambio di stagione, e chiuderla subito lì la partita. Qui si tratta di un insulto all’intelligenza del malato. E gli esempi potrebbero moltiplicarsi a dismisura, per la banalizzazione di una professione che forse sarebbe meglio ripensare, soprattutto in ambito pubblico. Chi, oggi, non può permettersi una visita psichiatrica privata, molto spesso è lasciato a se stesso, ai suoi problemi, che forse, innescheranno la miccia definitiva.</p>



<p>Oggi come allora le cose non cambiano. Che me ne faccio di un’esclamazione del tipo: Ah, che bello, lei scrive poesie, io suono il violino!</p>



<p><strong>A descrivere un servizio sociale che fa acqua da tutte le parti, mi è venuto in ricordo e in soccorso il povero grande Dino Campana.</strong> Ma come anche, del resto, Emanuel Carnevali o Antonin Artaud, e quant’altri. Cosa avrebbero potuto donarci questi grandi poeti di un tempo, se solo avessero ricevuto la cura e l’attenzione che semplicemente spettava loro? Se si fossero sentiti abbracciati per davvero da un’umanità condivisa, che avrebbe fatto la differenza, rispetto alla finzione che hanno dovuto incontrare e quindi combattere, oltre le loro forze?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="699" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/copertina-699x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95126" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/copertina-699x1024.jpg 699w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/copertina-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/copertina-600x879.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/copertina.jpg 737w" sizes="(max-width: 699px) 100vw, 699px" /></figure>



<p>Carnevali è morto strozzato da un pezzo di pane, dimenticato dal mondo, passando da un ospedale psichiatrico all’altro. Campana, come Van Gogh, se n’è andato pure lui. Eppure, quanto avrebbero potuto donarci ancora della loro tremenda e potente bellezza:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Voi adorabile creola dagli occhi neri e scintillanti come metallo</strong><br><strong>in fusione, voi figlia generosa della prateria nutrita di aria vergine</strong><br><strong>voi tornate ad apparirmi col ricordo lontano: anima dell’oasi dove</strong><br><strong>la mia vita ritrovò un istante il contatto con le forze del cosmo.</strong><br><strong>Io vi rivedo Manuelita, il piccolo viso armato dell’ala battagliera</strong><br><strong>del vostro cappello, la piuma di struzzo avvolta e ondulante</strong><br><strong>eroicamente, i vostri piccoli passi pieni di slancio contenuto sopra</strong><br><strong>il terreno delle promesse eroiche! Tutta mi siete presente esile e</strong><br><strong>nervosa…</strong></p>



<p></p>
<cite><strong>Dino Campana</strong></cite></blockquote>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dino-campana-giorgio-anelli-2/">“Voi adorabile creola dagli occhi neri…”: Dino Campana &amp; una denuncia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/girl-with-flowers.jpgLarge.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Essere l’altra faccia di Dino Campana. Perché lo Stato dice che li aiuta, i poverini. Lo Stato mente. Fa retorica e demagogia”</title>
		<link>https://www.pangea.news/dino-campana-giorgio-anelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Jan 2021 12:36:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Campana]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=82166</guid>

					<description><![CDATA[<p>Essere l’altra faccia di Dino Campana. Per un secondo soltanto pensarlo davvero. Quella salvata dalla chimica e dalla scienza. Quella che sì, ha dovuto subire ugualmente lo sfregio dell’internamento, ma che poi nella lotta è riuscita a cavarsela. Essere tutt’al più se stessi. Non vantarsi del genio altrui. Intimidire, piuttosto, davanti a una tale grandezza. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dino-campana-giorgio-anelli/">“Essere l’altra faccia di Dino Campana. Perché lo Stato dice che li aiuta, i poverini. Lo Stato mente. Fa retorica e demagogia”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Essere l’altra faccia di Dino Campana. Per un secondo soltanto pensarlo davvero. Quella salvata dalla chimica e dalla scienza. Quella che sì, ha dovuto subire ugualmente lo sfregio dell’internamento, ma che poi nella lotta è riuscita a cavarsela. Essere tutt’al più se stessi. Non vantarsi del genio altrui. Intimidire, piuttosto, davanti a una tale grandezza.</p>



<p>Di Dino occorre aver rispetto. Quello che in vita non ha avuto quasi mai. Quello che occorrerebbe dare a chiunque, in ogni ambito dell’esistenza. Ma che invece decade non appena si trova una scusa per sparlare immediatamente alle spalle. Qui non c’entra il moralismo. Qui si parla di grandezza assoluta. La follia è un corollario. Corona di spine. Rosario.</p>



<p>Essere l’altra faccia di Dino. Quella a cui è andata bene, forse per un soffio. Saperlo, può indurre in tentazione. Saperlo invece è monito. Un aver ancora più cura di se stessi. Sentire e accusare una responsabilità non di poco conto. Però ugualmente cercata e voluta. Significa, in buona sostanza, affidarsi totalmente al Destino.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="741" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/01/88809d849e733cc52b16bd893db460a2-741x1024.jpg" alt="" class="wp-image-82167" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/88809d849e733cc52b16bd893db460a2-741x1024.jpg 741w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/88809d849e733cc52b16bd893db460a2-217x300.jpg 217w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/88809d849e733cc52b16bd893db460a2-768x1061.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/88809d849e733cc52b16bd893db460a2-1111x1536.jpg 1111w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/88809d849e733cc52b16bd893db460a2-1482x2048.jpg 1482w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/88809d849e733cc52b16bd893db460a2-scaled.jpg 1852w" sizes="(max-width: 741px) 100vw, 741px" /></figure>



<p>Ci fu un poeta, nemmeno tanti anni fa, che non nomino per pudore, il quale scrisse una poesia sull’argomento. Si domandava, se non ricordo male, chi sarebbero potuti diventare i Dino Campana dell’epoca se fossero vissuti ai nostri tempi, con l’aiuto della chimica e della scienza. Mi dette subito da pensare, quella poesia. Mi riguardava. Ed eccomi oggi quasi a rispondergli, con questo articolo, da questo foglio, povero pulpito.</p>



<p><strong>Non pensare caro poeta che io stia giocando coi grandi nomi, né tanto meno con le parole. Io ci son passato per quella via, e forse la transito ancora. Non è un gioco, ciò che scrivo. Vorrei quantomeno dare l’esempio. Esser da sprone a molti altri. Vedi, non mi vanto. </strong>Se parlo, parlo di me stesso. Se butto addosso al lettore tutto di me, non è per sfregio, pregio o orgoglio. Al contrario, con umiltà, vorrei dare speranza a quanti attraversano l’inferno. Poiché d’inferni ce n’è tanti. Pure troppi. Dacché qualcuno ce la fa, riemerge. Qualcun altro, no. Qualcun altro, muore.</p>



<p>Mi farebbe piacere invitarlo quel caro aedo, nei luoghi che ho visitato e che frequento ancora. E che non pensi a una burla. Vorrei ci fosse meno celia e maggior coscienza. Perché quelli come me, e come Dino, son costretti, in certi ambienti, a farsi la guerra tra di loro. Una guerra tra poveri, che non ha alcun senso. Lo Stato dice che li aiuta, i poverini. Lo Stato mente. Fa retorica e demagogia.</p>



<p><strong>Essere l’altra faccia di Dino Campana ‒ ora, quindi ‒ è quasi un impegno. Perché ho sperimentato che per alcuni, persino in letteratura, esiste ancora un bene comune che viene prima di qualsiasi altra cosa e di qualunque ego.</strong> C’è qualcuno che vuole sul serio salvaguardare il bene dell’altro, oltre che il proprio. E non ha paura di giocare a testa alta e di essere, soprattutto, l&#8217;altra faccia della letteratura. Quella sommersa, quella osteggiata, ma, come tutti sanno e non dicono, quella più vera.</p>



<p>Se ci guardiamo intorno siamo in diversi, tutti diversi, pronti a duellare in un Paese dove al contrario vige l’insulto quale massimo potere, o il silenzio quale forma intimidatoria di controllo. L’insulto e l’ignoranza, però, non sono nulla. Soprattutto non fanno male. Potranno creare un effetto a sorpresa, certo. Semmai, spiazzante. Ma giocare sul serio, affrontarsi <em>vis à vis</em>, persino in letteratura, l&#8217;abbiamo dimenticato cosa significa?</p>



<p>Cos’è che spaventa? Che Davide vince contro Golia. Che Dino è immortale, mentre Papini e Soffici sono nient’altro che un corollario; uno scherzo di cattivo gusto, che gli si è rivoltato contro.</p>



<p>Essere noi stessi è la cosa più vera e difficile da fare. Il doveroso sacrificio d’affrontare. Essere voluti bene per questo, è la lotta da perpetuare.</p>



<p><strong><em>Giorgio Anelli</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dino-campana-giorgio-anelli/">“Essere l’altra faccia di Dino Campana. Perché lo Stato dice che li aiuta, i poverini. Lo Stato mente. Fa retorica e demagogia”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/10_Dino-Campana-classica-e1610262921612.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
	</channel>
</rss>
