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	<title>Derek Walcott Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>L’Odissea è il canto del mare e della trasgressione, non una seduta psicanalitica</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Aug 2026 03:52:44 +0000</pubDate>
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<p>Le sale di proiezione di tutto il mondo — IMAX, 70mm o quali esse siano — affogano nelle opinioni strabordanti degli spettatori di&nbsp;<em>The Odyssey</em>, l’ultima assai discussa fatica di Christopher Nolan in cui il regista inglese scarnifica il mito per rifondare un’epica dell’Ulisse uomo-contemporaneo.&nbsp;<strong>Operazione riuscita o meno, Nolan costringe il grande pubblico a interrogarsi su quanto siano saldi i legami dell’Occidente — qualunque cosa significhi — con il poema omerico, cioè con l’origine di tutto.</strong>&nbsp;Mi pare infatti che il nodo culturale che emerge chiaramente dal dibattito su&nbsp;<em>The Odyssey</em>&nbsp;sia l’urgenza di riformulare un mito fondativo per l’Occidente. </p>



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<p>Un epos che decomprima le istanze etiche (soprattutto europee) che hanno subito un sistematico aggiogamento da parte delle ondate nichiliste e populiste degli ultimi decenni. Negli ultimi anni le parole ricorse più frequentemente sulle nostre bocche hanno sempre avuto come fulcro l’identità – un’identità spesso ottenuta per negazione più che per costruzione o riappropriazione. Un’identità violenta che sventolava il crocifisso in opposizione alla mezzaluna, o l’arcobaleno con le sue più bizzarre sfaccettature per definirsi tramite l’identità sessuale. Ma il ‘nostro’ mito è un mito di ricerca di conoscenza, di sapienza negata. Nel capitolo 28 del libro di Giobbe, il profeta ricerca la sapienza e interroga l’abisso.</p>



<p><strong>Ma la sapienza da dove si trae?</strong><strong><br>E il luogo dell&#8217;intelligenza dov’è?<br>L’uomo non ne conosce la via,<br>essa non si trova sulla terra dei viventi.<br>L’abisso dice: «Non è in me!»<br>e il mare dice: «Neppure presso di me!».</strong></p>



<p><strong>(…)</strong><strong></strong></p>



<p><strong>Ma da dove viene la sapienza?</strong><strong><br>E il luogo dell&#8217;intelligenza dov’è?<br>È nascosta agli occhi di ogni vivente<br>ed è ignota agli uccelli del cielo.<br>L’abisso e la morte dicono:<br>«Con gli orecchi ne udimmo la fama».<br>Dio solo ne conosce la via,<br>lui solo sa dove si trovi,<br>perché volge lo sguardo<br>fino alle estremità della terra,<br>vede quanto è sotto la volta del cielo.<br>Quando diede al vento un peso<br>e ordinò le acque entro una misura,<br>quando impose una legge alla pioggia<br>e una via al lampo dei tuoni;<br>allora la vide e la misurò,<br>la comprese e la scrutò appieno<br>e disse all’uomo:<br>«Ecco, temere Dio, questo è sapienza<br>e schivare il male, questo è intelligenza».</strong></p>



<p>In&nbsp;<em>L’ultimo viaggio di Ulisse</em>&nbsp;(contenuto nei&nbsp;<em>Nove saggi danteschi</em>)&nbsp;<strong>Borges accosta l’Ulisse di Dante al capitano Ahab di&nbsp;</strong><strong><em>Moby Dick</em></strong><strong>.</strong>&nbsp;Entrambi costruiscono la propria rovina a forza di veglie e di ardimento, entrambi muovono verso un limite che un dio – o una balena, che è lo stesso – ha fissato all’ambizione umana, ed entrambi, alla fine, pronunciano parole quasi identiche nel momento in cui il mare si richiude su di loro. Il tema, scrive Borges, è lo stesso. La conclusione, identica.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108168" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Ulisse, nel ventiseiesimo dell’Inferno, arde in un’unica fiamma bicorne insieme a Diomede, colpevole non tanto di aver ingannato Troia ma di aver anteposto la sete di conoscenza a Penelope, al vecchio Laerte, persino alla pietà per il figlio.</strong>&nbsp;«Né dolcezza di figlio, né la pieta/ del vecchio padre, né ‘l debito amore/ lo qual dovea Penelopè far lieta», dice Ulisse a Virgilio, prima di narrare come, superate le colonne d’Ercole, abbia spinto i compagni verso il mare senza uomini, «acciò che l’uom più oltre non si metta». Il viaggio si chiude con un turbine, tre giri della nave, il quarto che l’affonda: «infin che ’l mar fu sovra noi richiuso». Non un naufragio come tanti, osservava Hugo Friedrich in una formula che Borges cita con approvazione: non il destino ordinario di un uomo di mare, ma la parola di Dio.&nbsp;</p>



<p>Ecco il punto che a Borges preme, e che i commentatori – dall’Anonimo Fiorentino a Casini, passando per chi liquidava il viaggio come sacrilegio – avevano sistematicamente eluso: quell’aggettivo, «folle», che Ulisse stesso applica alla propria impresa, torna nel Paradiso a definire il «varco folle» che un dio ha vietato, e torna – identico, non casuale – nella bocca di Virgilio quando teme che la discesa di Dante nella selva oscura sia essa stessa cosa folle. Dante, sostiene Borges, ebbe forse timore di essere – lui poeta teologo che osava anticipare le sentenze del Giudizio, dannare i papi simoniaci e salvare l’averroista Sigieri – un secondo Ulisse.&nbsp;<strong>Se l’Ulisse infernale è un uomo che si perde per un atto della volontà travestito da fatalità allora la sua vera parentela è proprio con il tremendo capitano Ahab.&nbsp;</strong>Dal catalogo delle navi dell’<em>Iliade</em>&nbsp;a quello delle balene in&nbsp;<em>Moby Dick</em>, dai mostri sulla impervia rotta di Itaca al grande leviatano abissale che perseguita il Pequod: entrambe le storie, scrive Borges, «sono il processo di un occulto e intricato suicidio».</p>



<p>Che cosa resta di questo Ulisse-Ahab in questo kolossal costato duecentocinquanta milioni di dollari e girato, per una manciata di copie, nell’anacronistico e nobile formato IMAX a settanta millimetri (le copie delle prime due cantiche dantesche circolavano quasi clandestinamente col Sommo in esilio, mentre&nbsp;<em>Moby Dick</em>&nbsp;fu investito da un fallimento commerciale e critico devastante)? L’ambizione visiva trabocca in ogni fotogramma e restituisce un’epica grandiosa seppur ritmicamente discostante: la presa di Troia, lo stretto fra Scilla e Cariddi, la tempesta che trasforma il mare in una parete d’acqua sopra le teste degli Achei sono sequenze possenti, il ciclope mostruoso che non concede il linguaggio. Molti elementi preziosi e talvolta sconvolgenti, come la tetra νέκυια e l’evocazione di Tiresia e gli altri morti che a tratti ricorda, per grandezza, il primo Canto di Pound.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="633" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/817tSTITfzL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-108169" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/817tSTITfzL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 633w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/817tSTITfzL._AC_UF10001000_QL80_-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/817tSTITfzL._AC_UF10001000_QL80_-600x948.jpg 600w" sizes="(max-width: 633px) 100vw, 633px" /></figure>



<p>Ma il rigore geometrico di Nolan si trova strutturalmente a disagio davanti alla dimensione numinosa del mito. Gli dèi, nel film, si riducono a proiezioni psicologiche o a fenomeni atmosferici estremi. <strong>Il sacro, che nell’epica omerica è la trama stessa del reale, diventa arredo, citazione, colore locale su un impianto che resta ostinatamente razionalista.</strong> E l’Ulisse che ne risulta – un Matt Damon reduce di guerra, corroso dal senso di colpa per il massacro di Troia, il cui viaggio di ritorno si converte in una lunga e novecentesca auto-psicanalisi itinerante – <strong>è un uomo che soffre, non un uomo che trasgredisce. L’Ulisse di Dante e l’Ahab di Melville non sono vittime di un trauma da elaborare, sono l’esito abortito di una <em>Wille zur Macht</em> tragicamente consapevole.</strong> Il loro naufragio esige un giudizio metafisico, non una medicalizzazione. La tracotanza non è il rischio narcisistico freudiano, bensì l’eterna e intricata lotta con la Provvidenza. «Ogni verità – scrive Melville – è un abisso». </p>



<p>Ancora più vicino al nostro secolo, ci sarebbe poi l’<em>Omeros&nbsp;</em>di Derek Walcott, con l’Achille pescatore di Santa Lucia e il vecchio Filottete dalla ferita che non guarisce. Walcott non racconta una ύβρις da punire ma un ritorno da abitare: il mare non è il varco oltre le colonne d’Ercole, bensì l’oceano della memoria, quello che ha portato gli schiavi attraverso il Middle Passage e che restituisce, generazione dopo generazione, non conquistatori ma superstiti.&nbsp;<strong>Se Dante e Melville raccontano l’uomo che sceglie il naufragio, Walcott racconta l’uomo che eredita il mare senza averlo scelto, e proprio per questo la sua Odissea caraibica è il canto del mare, non una seduta psichiatrica.</strong><strong>&nbsp;</strong><strong></strong></p>



<p>Il Novecento traghettato nel XXI secolo ha partorito un dio-mare ridotto a metafora dell’inconscio, una ύβρις spiegata invece che patita. È la traduzione in immagine del terrore dell’essere inghiottiti dal mare. Un Ulisse che non rischia mai davvero la dannazione perché non tenta neppure di accedere a una sapienza che non sia la sola coscienza-di-sé.</p>



<p><strong>Giulio Solzi Gaboardi</strong><strong></strong></p>
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		<title>“Dobbiamo essere anonimi, dobbiamo amare i giorni in cui eravamo perduti”: una conversazione con Derek Walcott</title>
		<link>https://www.pangea.news/walcott-intervista-bianchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jan 2020 08:02:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Bianchi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Traduco lunghi stralci di un’intervista a Derek Walcott. È del 1975, lui aveva 45 anni, è tratta da Conversations with Walcott (1996). DW aveva varcato la soglia adulta e guardava indietro alla giovinezza, aprendo un confronto con altri scrittori etnici del genere di Naipaul. Ancora non ho capito qual è la differenza tra un indiano [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Traduco lunghi stralci di un’intervista a <a href="http://www.pangea.news/derek-walcott-ritratto/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Derek Walcott</a>. È del 1975, lui aveva 45 anni, è tratta da </em><a href="https://www.amazon.com/Conversations-Derek-Walcott-Literary/dp/0878058559" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Conversations with Walcott</a> <em>(1996). DW aveva varcato la soglia adulta e guardava indietro alla giovinezza, aprendo un confronto con altri scrittori etnici del genere di Naipaul. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ancora non ho capito qual è la differenza tra un indiano del continente e uno delle colonie come Naipaul: non riusciva a spiegarmelo neanche la ragazza di Londra, Bethnal Green, al bancone della biblioteca sabato mattina. Mi mise in mano </em>An area of darkness <em>di Naipaul ma siccome avevo appena riempito la testa coi versi di Walcott la sua spiegazione mi sfuggiva. Lo confesso, lasciai quel libro di Naipaul al centinaio di pagine. Walcott invece era un portento caraibico e si faceva capire dietro la patina esotica.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Io sono uno di quelli che crede, col guardiano del portone, che di un autore conti solo la giovinezza (quando conta). Perciò quel che Walcott disse in seguito sulla politica di Obama mi importa poco e le sue parole malvagie su Larkin (“ha inventato una Musa e il suo nome è Mediocrità”) mi interessano ancora meno, o non lo do a vedere questa volta. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Un autore resiste se ha un nucleo generativo nella sua giovinezza e quello di Walcott è coriaceo. Eccolo a voi servito. (Andrea Bianchi)</em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-72622 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/Image-front-cover_rb_modalcover-195x300.jpg" alt="" width="239" height="368" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/Image-front-cover_rb_modalcover-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/Image-front-cover_rb_modalcover-666x1024.jpg 666w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/Image-front-cover_rb_modalcover-768x1181.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/Image-front-cover_rb_modalcover-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/Image-front-cover_rb_modalcover.jpg 900w" sizes="(max-width: 239px) 100vw, 239px" />Riesci a separare la tua attività con tagli netti, quando scrivi, quando fai il regista e quando osservi il teatro in modo disinteressato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Penso di aver sviluppato una certa severità di giudizio riguardo ai tagli che devo apportare ai miei lavori. Penso in questi termini – recidere quel che mi appare superfluo, “telefonato” e via così. Quando osservo i miei attori devo rimanere però bene attento perché altrimenti loro, conoscendomi, si rilassano e perdono vigore e chiarezza mentre recitano. È sbagliato dividere nettamente i ruoli e affidare tutto alla fine a un “superuomo”, sia questi uno scrittore preso a prestito o un produttore, e poi chiamarlo direttore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non temi che i critici biografici leggano troppo di te, dell’uomo, nella tua poesia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Suppongo che sia una questione di conclusioni a cui si arriva e mai di una progressione psicologica verso un presunto ritratto dell’autore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se si dipende troppo dalla biografia non si detrae dalle qualità universali della poesia come nel tuo <em>Un’altra vita</em>?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Be’, quello è un libro dove è difficile lasciar fuori dettagli personali, è un’esperienza particolare ma è pure la biografia di un’intelligenza, intelligenza delle Indie d’Occidente per dirla in gergo latino. Quindi è cronaca biografica ma non fisica. Vi sono altre intelligenze in quel mio libro di poesie.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Immaginaria, letteraria, reale come le intelligenze di Dedalus?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sai che una volta a diciannove anni scrissi <em>Epitaffio per un giovane</em>. Ci sono le influenze che dicevi, visibili, citate deliberatamente, Joyce, <em>Waste land</em> e Pound proprio in termini di apprendimento. È il testo a fondamento di <em>Un’altra vita</em>. Ora capisco che non ho portato la mia vita di allora all’altezza di quello che scrivevo, semmai ho essenzializzato sempre più la mia esperienza di allora, l’ho concentrata in certi punti. Un amico che ora è professore mi ha fatto notare molti errori di cronologia e luogo e nomi per quella mia prima opera. Si può andare avanti all’infinito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come si inseriscono i critici stranieri nella tua immagine del Caribe?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vedi, la società è più complessa di come la vedono loro, pensa a Naipaul, ad esempio, che fa al caso giusto perché semplifica la società. Io la vedo così. Mantiene certe percezioni e trae le sue conclusioni, mostra qualche indicazione. Devi capire che nel suo caso c’è l’umiliazione che hanno subito i coloni indiani nelle nostre isole. Lui sta su una piattaforma inferiore sul piano sociologico mentre ci parla. Storicamente, i nostri neri hanno trattato con disprezzo e sufficienza gli Indiani perché questi “non lavoravano e andavano a zonzo”. Senza bisogno di chiamare in causa il razzismo, un critico preso a caso può dire agevolmente che uno scrittore che usa il terrore al modo di Naipaul tragga conclusioni corrette, che il suo cinismo sia giustificato. Però rimane uno scrittore che soffia nella realtà, nella promessa della società, come fosse un palloncino. Naipaul insieme ai vari Lanning condivide le stesse esperienze di arrostirsi al sole, decadere, andare in povertà, le semplificazioni rimangono corrette ma è ancora più difficile capire poi le origini della nostra letteratura nelle Indie d’Occidente. È più facile capire le origini della letteratura americana con il solito “se Melville e se Hawthorne”… perché almeno loro avevano una medesima esperienza razziale. Stavano su un solido terreno, non erano su isole spezzate.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Avete miti che vi diano coesione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quel che creiamo lo otteniamo dall’assenza, dal caos, dalla necessità che qualcosa vada creato. Così viene formato qualcosa dalla conoscenza che non abbiamo nulla.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma in questo vuoto l’artista non rischia di perdere la prospettiva, di esser forzato a creare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se creassi una poesia che fosse intenzionalmente brutta i critici le presterebbero lo stesso attenzione perché mancano altre poesie a fare massa. Quando un critico dice che parlo di cose irreali come se fossero vere prende sempre un granchio: non è che l’esperienza non sia vera, è che si arriva a questa abitudine di portare una maschera sempre appesa dietro la faccia, si acquista una reputazione mentre si esegue un certo ruolo. Penso che Robert Frost abbia fatto così per lungo tempo. Anche Robert Lowell fa lo stesso, a volte. Quando arrivi a quarant’anni e hai una mezza reputazione e vedi che potrebbe fermarsi tutto qui, esegesi critica e morte e tutto il resto, è difficile che arrivi a fare una poesia che sia vera per te in persona. Può nascere tutto un apparato critico da un solo pezzo di cattiva scrittura. Penso che uno scrittore debba cercare perpetuamente l’anonimità. Deve cercare di scordarsi il suo nome ed essere anonimo per un’altra volta ancora. Come ha detto una volta Dylan Thomas, dobbiamo spasimare per quei giorni nei quali eravamo perduti, sconosciuti e perduti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hai imparato a piacerti. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Uno scrittore si intrappola facilmente nella sua immagine, guarda che è successo a Hemingway, penso che la cosa l’abbia distrutto perché insisteva a tener su la facciata, era un caro ragazzo e non era facile spezzarlo, non aveva mai paura. Però quando leggi Hemingway in profondità sai che è tutta una storia di codardia. Sta tutto dentro di noi – terrore e codardia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Forse si dà troppo credito a rompere con la tradizione, giusto per sperimentare.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma i poeti da giovani non dovrebbero avere una personalità! Dovrebbero essere apprendisti in tutto, se vogliono diventare maestri. Non ha senso finirla col pentametro tanto per vedere che succede dopo. Se non conosci quello che hai spezzato, non sai quel che combini. C’è un detto bizzarro di Robert Graves: la radice di una poesia, quella da cui spunta il resto, è sempre una riga e mezza – e dopo quella parte che è la seconda parte del pentametro e ancora un’altra riga. Poi Graves ci monta sopra una teoria folle ma per me è semplice. Wallace Stevens, mi ha raccontato il figlio, componeva poesie come se cantasse mentre andava a passeggio. Io vado alla ricerca di un tema ordinato, né sconnesso né rotto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi la vedi come Eliot?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per quel che conta il mio punto di vista, credo che tutta la versificazione inglese sia uno sforzo agonizzante per tornare al pentametro. Potrà anche essere un viaggio tortuoso ma in fondo è soltanto nostalgico e sofferente per la casa del linguaggio. Conta questo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sei tu che dicevi che in punto di morte un poeta ha tre o quattro poesie di cui non si vergogna…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">… ma io non sono mica in letto di morte… E poi lo direbbero meglio gli altri per le mie poesie. Poi vedi, finché riesci a sentire la tua propria voce, non riesci mai ad apprezzarla a fondo. I poeti si godono meglio le poesie altrui delle proprie.</p>
<p style="text-align: justify;">*traduzione di Andrea Bianchi. Il testo in origine uscì su <em>World Literature written in English</em>, vol. 16 n. 2, 1977 (intervistatore Robert Hamner)</p>
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		<title>“Stringo negli artigli la ghianda del tuo cuore”. In onore di Derek Walcott</title>
		<link>https://www.pangea.news/derek-walcott-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jan 2020 05:34:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Pubblicato in origine nel 1990, in Italia accadde nel 2003, per Adelphi, per merito di Andrea Molesini. Per me, cresciuto alla periferia di ogni canone, fu uno shock. Epica moderna, Omero nei Caraibi, terzine dantesche fragranti come scodinzolare di palme, poesia salmastra, abilissima, nenia narrativa che imita lo sciabordio oceanico, paziente, letale. Omeros è una [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/derek-walcott-ritratto/">“Stringo negli artigli la ghianda del tuo cuore”. In onore di Derek Walcott</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Pubblicato in origine nel 1990, in Italia accadde nel 2003, <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845918278" target="_blank" rel="noopener noreferrer">per Adelphi,</a> per merito di Andrea Molesini. Per me, cresciuto alla periferia di ogni canone, fu uno shock. Epica moderna, Omero nei Caraibi, terzine dantesche fragranti come scodinzolare di palme, poesia salmastra</strong>, abilissima, nenia narrativa che imita lo sciabordio oceanico, paziente, letale. <em>Omeros </em>è una delle opere poetiche più ambiziose degli ultimi decenni antipoetici, avrebbe potuto scriverla soltanto uno smaliziato poeta di Santa Lucia, Caraibi, crocevia di geologico sangue – un poco <em>english</em>, un poco <em>dutch</em>, un poco africano. Si chiamava <a href="https://www.poetryfoundation.org/poets/derek-walcott" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Derek Walcott</strong></a>, questo omerico inciso nel bronzo, questo Whitman brunito dal talento inesorabile: nel 1992 gli diedero il Nobel per la letteratura, pigliò a cazzotti Saint-John Perse – riconoscendo un magistero indimenticabile, tuttavia, alle “poesie fragranti e privilegiate” di Perse – disse cose importanti – <strong>“La poesia, che è il sudore della perfezione ma che deve sembrare fresca come gocce di pioggia sulla fronte di una statua, combina il naturale e il marmoreo</strong>; coniuga simultaneamente entrambi i tempi: il passato e il presente, dove il passato è la scultura e il presente le gocce di rugiada o di pioggia sulla fronte” – compie gli anni il 23 gennaio, sia lode a lui, e non lo pubblicano più, mannaggia a noi, inattuali alla grandezza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-72385 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/libro1-1-191x300.jpg" alt="" width="223" height="350" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro1-1-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro1-1.jpg 600w" sizes="(max-width: 223px) 100vw, 223px" />Per me fu una rivelazione quell’epica raffinata e primordiale, sfinge di sabbia nel palmeto all’altro capo del mondo, incrocio strano tra il supremo di Elizabeth Bishop, la cultura di Robert Graves – entrambi, per altro, adorarono il genio di Walcott – e i canti schietti dei pescatori. Lavoravo al “Domenicale”, sorseggiai le prime terzine, in redazione, sognando paurosi esotismi:</p>
<p style="text-align: justify;">“Così al sorgere del sole, abbiamo tagliato quelle canoe”.<br />
Filottete sorride per i turisti, che cercano di rubargli<br />
l’anima con le loro canon. “Il vento portò la notizia</p>
<p style="text-align: justify;">ai <em>laurier-cannelles, </em>le loro foglie tremavano<br />
quando la scure del sole colpì i cedri<br />
che vedevano le lame riflesse nei nostri occhi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vento scosse le felci. Suonavano come il mare che nutre<br />
noi pescatori per tutta la vita, e le felci annuirono: “Sì,<br />
gli alberi devono morire”…</p>
<p style="text-align: justify;">Abbozzai un articolo. Inacidito di retorica. Iniziava così: “<em>Verrà un giorno un uomo più scuro dell’ebano e più lucido del diamante a cantare queste terre e questi dolori</em>, mi disse quella donna ingobbita da troppi stracci che profetizzava al porto raschiando con un pettine le scaglie dei pesci che le gettavano i pescatori e che nemmeno i gatti venivano a stracciare, rivoltando le viscere infami e confrontandole con le nuvole che s’ammucchiavano come esseri preistorici o altri pesci che combattono per il cibo anche loro. Dio bruno, dio scolpito nel marmo, io ti vidi e tu venisti a noi come un rovo ardente perché udibili sono le tue parole ma invisibile ciò che sta dietro ad esse, quella gemma che ce le marchiò sulla pelle”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Due anni prima, 2001, avevo comprato <em>Prima luce </em>– titolo originale: “The Bounty”, 1997 – che forse è la canoa migliore per penetrare nell’amazzonia verbale di Walcott. La copia è lacerata di sottolineature. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Caute creature escono dalla terra, narici mordicchiano l’aria,<br />
abbondano scoiattoli che si ripetono come domande,<br />
i vermi non smettono d’indagare finché le foglie non dicono chi sono,<br />
ma qui c’è solo un’uniformità senza stagioni,<br />
e niente storia, che è noia ininterrotta dalla guerra.<br />
Civiltà è impazienza, frenesia di termiti<br />
intorno ai formicai di Babele, da cui si levano messaggi<br />
e antenne; ma qui il granchio eremita si rannicchia<br />
quando incrocia un’ombra e pietrifica persino la propria.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Apri Walcott ed è un precipizio di luci, lo sfoggio della meraviglia. Le <em>Egloghe italiane </em>dedicate a Iosif Brodskij – per anni, Walcott, Brodskij e Seamus Heaney costituirono un trio di poeti eccezionali che scrivevano nel mondo inglese con sguardo eremita, apolide, poliedrico e polemico – commuovono. <strong>“Sono un’aquila che ti riconduce verso la Russia,/ stringo negli artigli la ghianda del tuo cuore</strong>/ che ti consegna, oltre il Mar Nero di Ovidio, alle radici/ di un faggio; vengo innalzato dal dolore e dalla lode, e tu/ sei un granello che ingigantisce nell’euforia, un punto che ascende”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><img decoding="async" class="wp-image-72386 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/omeros2-225x300.jpg" alt="" width="269" height="359" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/omeros2-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/omeros2-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/omeros2-1152x1536.jpg 1152w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/omeros2-1536x2048.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/omeros2-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/omeros2-1320x1760.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/omeros2-scaled.jpg 1920w" sizes="(max-width: 269px) 100vw, 269px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Una tale felicità ‘tropicale’ nel dire di Walcott che funge da galvanizzante, da turbo all’ispirazione – perché la poesia non è un appartamento milanese arso nel grigiore, ma oceano e cielo, bestia che morde e umano che s’ingegna. <strong>La copia di <em>Omeros</em> è segnata ovunque. Leggevo Walcott e sorgeva un’immagine, un viso, una pozza di chiarore.</strong> Oggi rileggo – tutto è scritto a matita, dunque tra qualche tempo sparirà – con un misto di imbarazzo e tenerezza: “forse è più fedele il volatile che torna a salarsi le piume sul mare prima di bucarlo e ricucire lo strappo risalendo – delle mie mani che sembrano granchi – gli dissi – la luce entra nella testa e la allarga prefigurando il suo volto da vecchio – da morto”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sono comprato l’edizione di <em>Omeros</em> della Faber.  “In a language as brown and leisurely as the river,/ they muttered about a future Achille already know/ but wich he could not reveal even to hi breath-giver// or in the council of lders”. Tutto è antico e al contempo nuovo, sorgivo, è marmo e foglia. Nel luglio del 2003 Walcott cascò a Rimini. Mi pareva incredibile. All’epoca lavoravo a Milano. Non m’importa la firma, mi attengo all’opera – non m’importa neanche di quel libro griffato da Borges, m’importa Borges. Eppure, chiesi di farmi firmare quella copia di <em>Omeros – </em>c’è pasta sciamanica nella poesia di Walcott.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il levriero di Tiepolo </em>uscì per Adelphi nel 2005. Però io ho la versione, fuori commercio, stampata l’anno prima dal Consorzio Venezia Nuova, con gli acquerelli di Walcott. “Mentre squame di pesce al mercato gli soppesavano l’anima,/ bilanciando i due mondi. In quale sarebbe rimasto?”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Era marzo, poco prima di primavera, sera quasi calda, cadde la telefonata. Era il 2017. <a href="http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/walcott-poeta-dei-caraibi-pi-inglese-degli-inglesi-1376418.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">È morto Derek Walcott. Ne scrissi</a> e mi sembrò un onore, un privilegio dato ai cavalieri.</strong> Walcott aveva infiammato la mia giovinezza, ne avevo scritto, continuamente. Ricordai la sua gita in Italia. “Derek Walcott, questo titano di granito dagli occhi blu, era a suo agio tra le spoglie mute dell’Impero romano. Elegante, severo, dall’intelligenza vivacissima, pareva più europeo – più ‘romano’ – di tutti quelli che erano capitati ad ascoltarlo. Un uomo venuto dall’aldilà dell’Occidente sapeva dare i nomi alle pietre morte e convogliare la Storia in un poema”. In un secondo ‘coccodrillo’, censisco una cosa che mi irrita assai, ancora. <strong>“Accendo la tivù. Chissà cosa dice Mamma Rai di Derek Walcott, il più grande poeta in lingua inglese del millennio</strong>, autore di un testo pazzesco e muscolare come <em>Omeros</em> (ottomila versi suddivisi in abbacinanti terzine dantesche), pubblicato in lungo e in largo dall’editore più figo d’Italia, Adelphi, per altro Premio Nobel per la letteratura nel 1992. Niente. Non dice niente. Discettano di voucher aboliti (pensate solo ai soldi e allo stomaco, gente, così non date problemi a chi vi governa con il frustino…), dell’incontro rugginoso tra Donald Trump e Angela Merkel, della Juventus che ai quarti ha incocciato il Barcellona. Insomma, quisquiglie. Detto senza nobiltà, cazzate. Continuiamo a occuparci del particolare senza fare i conti con gli assoluti”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultimo libro di Walcott pubblicato in Italia è del 2015, <em>Egrette bianche. </em>Un lustro fa. Potrebbero ridurre <em>Omeros</em> in ‘economica’ – costa 38 euro. C’è moltissimo altro da tradurre e pubblicare. Poesie. Testi teatrali – molti: Walcott ha avuto vasta attività da drammaturgo –, i saggi (<em>What the Twilight Says</em>), la raccolta di <em>Conversations</em>. Un tempo, dico, non si poteva fare a meno di citare Walcott – ora mi pare nelle retrovie, tra i titani pericolosi, quelli che frantumano il nostro narcisismo per eccesso. Troppo vasta la sua ricerca poetica, troppo raffinata la sua lingua, concreta e orfica. Ma senza il poeta, come riconosci il bene? (d.b.)</p>
<p>*</p>
<p>Dopo la peste, le mura incrostate di mosche, l’amnesia del fumo,<br />
impara, vagabondo, a non andare altrove come le pietre<br />
ché il tuo naso e i tuoi occhi sono ora la mano di tua figlia;<br />
va’ dove la scansione dei frangenti si fa più facile<br />
da sopportare dove non c’è padre da uccidere,<br />
o cittadini da convincere, e non forzare più la memoria<br />
per capire se i morti eleggono il proprio governo<br />
sotto la giurisdizione dei mandorli di mare;<br />
certe disposizioni di legge li sigillano in un silenzio<br />
che nessuno osa rompere, e un solo sostantivo li fece trasparenti<br />
là dove vivono, oltre la coniugazione dei tempi<br />
nella loro città bianca. Senza pena ci rinnegano,<br />
e rinnegano ogni altra cosa che qui scalzi la nostra fatica.<br />
Siedi sul tuo plinto nell’ultima luce di Colonus,<br />
lascia che i tuoi alluci nodosi mettano radici nella loro terra.<br />
Lenta una farfalla si posa sul ginocchio di un tiranno;<br />
siediti tra gli scogli mangiati dal mare e lascia<br />
che il vento della notte spezzi le terrazze del mare.<br />
Questa è la luce giusta, questo peltro lustro sull’acqua,<br />
non la carneficina di nubi, non lo scontato stupore<br />
della verità infiammata e delle piogge oracolari,<br />
ma queste secche gentili quanto la voce di tua figlia, mentre<br />
gli dèi stingono come tuoni tra le montagne crepitanti.</p>
<p><strong><em>Derek Walcott</em></strong></p>
<p><em>*da “Prima luce”, Adelphi 2001, traduzione italiana di Andrea Molesini</em></p>
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		<title>Simon Armitage: “Non basta essere una brava persona e fare il giurato ai premi per diventare Poeta Laureato”</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Dec 2018 05:29:14 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Dati di fatto. In UK la massima onorificenza assegnata a un letterato è la carica di ‘Poet Laureate’. In Italia, i premi che vanno per la maggiore – Strega, Campiello – vanno ai romanzieri, anche se l’Italia è – è noto – terra di modesti romanzieri </strong>– tolto Manzoni e tolto Verga – e di grandi poeti. Avete ragione, certo. In UK vanno di moda, da sempre, le parrucche, i club, le medaglie e gli allori. E pure i poeti. Eppure, appunto, un fatto è un fatto: in UK il poeta è tenuto in giusto pregio, la poesia si legge, i poeti – autorevolmente, bislaccamente, causticamente, grottescamente – sono nel centro dell’agone e dell’agorà, hanno un ‘ruolo’ – che poi può essere sputtanato.<strong> In Italia, dove la poesia moderna è nata – con Petrarca – e dove è nato il concetto di ‘poeta laureato’ – lo fu Petrarca – il poeta conta soltanto nei circoli festivi dei poeti di provincia, e l’alloro lo usa per insaporire la zuppa coi ceci, non gli è concesso altro. </strong>I poeti, in Italia, sono fuori dalle scuole, fuori dai giornali che contano, fuori dalle università e dalle case editrici, fuori dai premi che premiano grosso, fuori dai canoni e fuori legge. Che figo, dirà il culturista della controcultura. Per nulla, rispondo. <strong>I poeti, in Italia, sono talmente fuori che fanno girare le palle, sonoramente, da quanto son diventati patetici: per un verso – arpeggiano manco fossimo in bucolico Ottocento – o per l’altro – fanno finta di averlo duro, ma la virilità linguistica non si raggiunge per difetto di aggettivi bensì per eccesso di genio</strong> – per non dire l’altro ancora – le masse di poeti ‘normodotati’ che canticchiano la vita ‘normale’ con pose cantautorali.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esempio di retroguardia culturale. I ‘poeti laureati’ inglesi. Si presume siano la quintessenza della poesia inglese. In Italia, a parte due poeti e mezzo (William Wordsworth, Ted Hughes e Alfred Tennyson, quest’ultimo noto ai sopraffini), chi li conosce, chi li traduce, chi li pubblica?</strong> Per dire solo del Novecento: mai letti Robert Bridges, John Masefield, Cecil Day-Lewis – il padre di Daniel, l’attore – John Betjeman? Appunto. Gli ultimi due ‘poeti laureati’, poi, sono editorialmente disintegrati, mi riferisco a Andrew Motion (incarico risolto dal 1999 al 2009) e a Carol Ann Duffy (tradotta dai piccoli, speciali, almeno, Crocetti e Le Lettere), che indosserà la corona poetica fino al maggio del 2019. La cosa non è grave dal punto di vista meramente lirico ma ‘sociale’: questi poeti, infatti, intervengono a pieno titolo – e spesso a gamba tesa – nella vita ‘politica’ occidentale, scrivendo, agendo, movimentando. E noi? Stiamo a guardare, ignari e ignoranti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64668 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/armitage-2-192x300.jpg" alt="armitage " width="123" height="192" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/armitage-2-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/armitage-2-768x1197.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/armitage-2-657x1024.jpg 657w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/armitage-2-1320x2058.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/armitage-2.jpg 1642w" sizes="(max-width: 123px) 100vw, 123px" />Il prossimo ‘poeta laureato’ dovrebbe essere <a href="https://www.simonarmitage.com/biography/" target="_blank" rel="noopener">Simon Armitage</a>. Giovane il giusto – classe 1963 – ha ottenuto i premi giusti</strong> – nel 1999 è stato nominato ‘Millennium Poet’, l’anno scorso ha vinto il Pen America Award, qualche giorno fa gli hanno affibbiato il ‘Queen’s Gold Medal for Poetry’, andato, tra gli altri, a W.H. Auden, Philip Larkin, Robert Graves, Derek Walcott, di fatto il gradino preliminare alla ‘laurea’ – e dal 2015 siede sulla prelibatissima cattedra di poesia all’Università di Oxford. <strong>Simon Armitage è un grande poeta perché come i grandi poeti alterna una lingua scanzonata, gergale, bruta, a una nitidezza classica, sta tra melma e stelle e quando Mondadori, nel 2001, pubblicò una raccolta delle sue <em>Poesie</em>, per noi poetini con la cerbottana fu una festa, una fiera.</strong> Va detto che da allora, editorialmente, in direzione contraria al crescente successo pubblico – e alla crescita lirica – di Armitage, in Italia, s’è visto poco. Guanda, sia benedetta, ha pubblicato nel 2015 <em>In cerca di vite già perse </em>e nel 2011 il lavoro di Armitage dentro l’epos medioevale (<em>Sir Gawain e il cavaliere verde</em>; ma Armitage ha lavorato pure scavando l’<em>Odissea </em>e il mito di Artù). Per un autore che ha pubblicato una ventina di raccolte poetiche (le ultime: <em>The Unaccompanied </em>per Faber, l’anno scorso; <em>Flit</em>, quest’anno, esito di una residenza allo Yorkshire Sculpture Park) e un’altra ventina di libri, compresi un paio di romanzi, quasi nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mi è caro, Simon Armitage, è chiaro. Mi è caro anche per una questione di affetti, per così dire. Su <em>Il Riformista </em>– il quotidiano fondato da Antonio Polito un’era giornalistica fa – <strong>Flavio Santi, scrivendo l’articolo più ispirato e corretto riguardo all’opera di Simone Cattaneo (ancora vivo), capì tutto, “Cattaneo è il nostro Armitage</strong> (per dimostrare questa tesi una volta ho fatto uno scherzo tremendo a un critico: gli ho passato un gruzzolo di poesie di Cattaneo spacciandole per primizie di Armitage. Non vi dico l’entusiasmo dell’illustre studioso per quegli “inediti”…)”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi, sì, volevo chiudere l’articolo proponendo un analogo del ‘Poet Laureate’ anche per l’Italia – insomma, riproponiamo ciò che fu nostro, che ci appartiene – ma poi… Questo non è un Paese perduto, è un Paese di perdenti, che pensano che il poeta sia perso, che la poesia sia inutile quando è la sola cosa che ci resta da fare, la poesia. </strong>Oltre al ‘poeta laureato’ ci vuole – come in UK – il sistema editoriale che pubblica la poesia, i lettori di poesia, i poeti nelle accademie – per davvero – a schiantare l’accademismo, i poeti nei tiggì, i poeti invitati in Parlamento per far capire al resto dell’assemblea che cosa è l’uomo, cosa è la vita, cosa l’economia. Quindi, sì, io sono contento se Armitage diventa ‘Poet Laureate’ per una piccola cosa, insignificante, forse, ma decisiva per me. <strong>Se Armitage diventa ‘laureato’ lo sarà, con lui, anche il mio amico Simone.</strong> Nel frattempo, ho tradotto per voi il proclama di Armitage pubblicato un mese fa. Titolo: cos’è il ‘Poet Laureate’ secondo me. Direi, un buon discorso di insediamento. D’altronde, un poeta che afferma, con solare potenza, che i poeti del futuro saranno migliori di questi, di oggi, se adeguatamente promossi, è un vero poeta, non è uno che dorme sugli allori del proprio ego. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il linguaggio è la nostra invenzione più grande. </strong>Come strumento per comprendere noi stessi e il mondo, niente gli è pari. La poesia è il linguaggio più profondo, la poesia è la nostra conquista più grande.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo, la ‘laurea’ è il più alto onore e onere per la poesia e il ‘laureato’ dovrebbe essere il guardiano di questi ideali. L’alloro dovrebbe essere assegnato a un poeta riconoscibile e autorevole, un poeta ammirato dai poeti e dal pubblico, <strong>un poeta allo stesso tempo esperto ed entusiasta</strong>, un poeta che è un eccellente interprete nell’arte di cui sarà campione e ambasciatore. Nessun altro lo sarà.</p>
<p style="text-align: justify;">Dovrebbe essere un poeta predisposto all’ascolto più che alla chiacchiera, alla lettura più che alla scrittura, che pensi al lavoro degli altri poeti più di quanto essi facciano tra loro, che conosca e che si interessi profondamente dei poeti del passato, perché ce ne sono molti e molti sono migliori di noi<strong>. Se ti metti in testa la corona di alloro e non hai letto tutto <em>Beowulf </em>o l’<em>Iliade </em>o non sai chi ha scritto <em>Lycidas </em>o non sei in grado di recitare una poesia di Saffo o di Emily Dickinson, o non conosci neanche una poesia di Derek Walcott, beh, non sei degno di quel ruolo.</strong> Sarai imbarazzato alla prima intervista. La maggior parte della migliore poesia mai scritta è disponibile per tutti per questo non leggerla – anche soltanto per criticarla – è imperdonabile.</p>
<p style="text-align: justify;">La ‘laurea’ pretende esperienza e dignità. <strong>Non dobbiamo nominare il sindaco del Paese dei Balocchi o la mascotte delle nostre aspirazioni quotidiane. O qualcuno che ha pubblicato quattro libri, ha il seggio in cinque commissioni, è giudice in sei premi ed è una brava persona</strong>, o qualcuno che è un amministratore nel negozio dei valori contemporanei, e in secondo (o in terzo) luogo un poeta.</p>
<p style="text-align: justify;">Se vuoi concorrere, devi essere in grado di valicare la tastiera e di scendere dalla torre d’avorio, lasciare i tomi polverosi, la soffitta illuminata dal sole, l’aula degli anziani, e prepararti ad andare nelle scuole, nelle prigioni, nelle comunità, negli ospizi. Probabilmente devi avere almeno trent’anni. Dovrai felicemente andare nei teatri, nei festival e nei locali notturni a vedere e ad ascoltare la poesia che viene declamata e rappresentata. E dovresti avere in mente un progetto a lungo termine, come il Poetry Archive di Andrew Motion o il premio per le nuove opere di Carol Ann Duffy. <strong>E dovresti pensare a come incoraggiare e promuovere i poeti del futuro </strong>– perché ci saranno, saranno più di noi, saranno migliori di noi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Simon Armitage</em></strong></p>
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		<title>“Essere vecchi è avere stanze illuminate dentro la testa”: le lettere devote di Philip Larkin (traducetelo!) a mammà… ovvero: i poeti e le ossessioni filiali</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Oct 2018 09:02:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Stando a una semplificazione piuttosto brutale: Dylan Thomas è l’apocalittico, il visionario, il Rimbaud redivivo in Galles, mentre Philip Larkin è the Master of the Ordinary, come diceva Derek Walcott, il maestro dell’ordinario, l’esegeta del quotidiano. Furono loro due – Thomas e Larkin – i poeti più influenti del secondo dopoguerra. Se nel mondo anglofono [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Stando a una semplificazione piuttosto brutale: Dylan Thomas è l’apocalittico, il visionario, il Rimbaud redivivo in Galles, <strong>mentre Philip Larkin è <em>the Master of the Ordinary</em>, come diceva Derek Walcott, il maestro dell’ordinario, l’esegeta del quotidiano. </strong>Furono loro due – Thomas e Larkin – i poeti più influenti del secondo dopoguerra. Se nel mondo anglofono è più forte l’impatto di Larkin – Seamus Heaney ne è un discepolo – nel resto d’Europa è lo scintillio inafferrabile del verbo di Dylan Thomas ad avere attecchito. In sintesi: mi domando perché Philip Larkin sia un poeta tanto citato quanto pochissimo tradotto in Italia. Ennesimo sintomo di un Paese che vive nel terzo mondo culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ma andiamo oltre. Se ci sono i letterati castrati dal papà, ci sono quelli devoti a mammà. Larkin è uno di questi. In <a href="https://www.faber.co.uk/9780571335596-philip-larkin-letters-home.html" target="_blank" rel="noopener"><em>Letters Home 1936-1977 </em></a>(Faber &amp; Faber, 2018), James Booth conta <strong>“circa 4mila tra cartoline e lettere di Larkin alla madre, </strong>di cui ne sono state scelte 607”. Il momento più intenso di attività espitolare è dal 1950, quando Larkin trova lavoro presso la biblioteca della Queen’s University of Belfast, e il 1972, la madre morirà nel 1977. <strong>“Per i primi 22 anni di questo periodo, il poeta scrisse alla madre, Eva Emily Day, una lettera ogni domenica e di solito un’altra in mezzo alla settimana”.</strong> Anche negli ultimi anni, quando la madre annega in una lenta demenza senile, il figlio poeta non gli fa mancare biglietti o cartoline. Di fatto,<a href="https://spectator.us/philip-larkin-letters/" target="_blank" rel="noopener"> scrive Andrew Motion</a>, già poeta laureato inglese e biografo di Larkin, sullo <em>Spectator</em>, “in qualche modo la madre di Larkin ha assunto le fattezze della sua musa”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-63695 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/larkin-libro-195x300.jpg" alt="larkin libro" width="127" height="195" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/larkin-libro-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/larkin-libro.jpg 325w" sizes="(max-width: 127px) 100vw, 127px" />L’esito del lavoro, ascoltando ancora Motion, è una creatura dal doppio volto. Da una parte, si tratta dell’“ultima, significativa raccolta di documenti sulla vita di Larkin che aveva necessità di essere studiata e pubblicata”. Dall’altra, “la gran parte delle lettere è banale, perché parla degli elementi minimi della vita quotidiana di Eva”. Ma… non è questo il sale della poesia di Larkin? Accendere l’umile quotidiano con una fiammata verbale, sgasare dall’ovvio con uno sguardo intriso di chiodi e di miele. <strong>Ovvio, quando Larkin parla dei suoi problemi intestinali – “sono un po’ congestionato perché ho mangiato una scatola di salmone e una scatola di asparagi per cena…” – poco c’importa: un poeta va al bagno come noi comuni mortali.</strong> Piuttosto, al di là delle stoccate politiche di Larkin – “Mr Enoch Powell dice che dobbiamo tenere lontani gli immigrati: peccato che non sia il capo dei conservatori” – affascinano alcuni sketch da ritrattista (E. M Forster è “un piccolo adolescente” anche in tarda età; Dylan Thomas è addobbato come un Dioniso metropolitano, “aveva due maglie da marinaio, un misero cappotto sportivo giallo e pantaloni chiazzati di grigio”).</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente, Larkin non confonde la mamma con faccende letterarie – ma c’è una lettera particolarmente ispirata, è il 13 settembre del 1964, il poeta ha 42 anni. <strong>“Ancora una volta sono seduto nella mia camera da letto, nel pieno del sole, e mi affido al compito settimanale, ‘scrivere da casa’. Penso di farlo ormai da 24 anni, </strong>avanti e indietro, e sono felice di poterlo fare, spero soltanto che le mie effusioni siano di qualche interesse per te il lunedì mattina, quando le leggi”. Il dovere filiale sembra gemello all’arte della scrittura – come se ogni gesto di scrittura, architettato sotto il sole, sia una lettera alla madre. Una parola pari a un gesto d’affetto, il ricamo carnale di due creature.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Per la madre, Larkin usa la didascalia, “cara vecchia creatura<strong>”. Piuttosto, il poeta è affascinato dall’inclinarsi della madre verso la vecchiaia. Bisogna comparare, allora, queste lettere ad alcune poesie tratte da <em>High Windows</em>, la raccolta più alta, del 1974.</strong> Ad esempio, <em>Vecchi scemi </em>– cito, sempre, la traduzione di Enrico Testa in <em>Finestre alte</em>, Einaudi 2002. “Morendo, si va in frantumi: i pezzetti che erano te/ incominciano, in gran fretta, a salutarsi l’un l’altro per sempre,/ inavvertiti da tutti…/ Ma forse essere vecchi è avere stanze illuminate/ dentro la testa, e in esse delle persone, che recitano./ Persone che conosci, ma di cui ti sfugge il nome;/ ognuno appare in lontananza come un vuoto profondo che si colma:/ si volta sulla soglia di casa, sistema una lampada, sorride da una scala…”.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In effetti, il viso di Larkin è tra <em>psycho</em> e un peluche</strong>, quello sguardo penetrante, capace di marmorizzare un fatto nell&#8217;anatema di un paio di aggettivi, di stanare l&#8217;amore in un vespaio di versi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il poeta è un lottatore contro il tempo, contro la memoria che si sfrangia<strong>. I poeti osservano i vecchi con accuratezza per acculturarsi riguardo alla morte, per simularne le mosse e scansarsi dal suo ancheggiare.</strong> Così Larkin scrive alla madre perché in lei vede l’icona della morte, il segno del precipizio – per questo precipita parole affettuose dentro il suo corpo madido di dolore. Il poeta studia la madre – accoglie il suo disastro – il disagio dei ricordi derelitti. Raccoglie fratture di zattera – questo fa il poeta. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’esplosione</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno dell’esplosione<br />
le ombre puntavano verso la bocca del pozzo:<br />
il cumulo delle scorie dormiva nel sole.</p>
<p>Giù per il viottolo scendevano uomini con gli stivali<br />
tossendo fumo di pipa e discorsi affilati di bestemmie,<br />
scrollandosi di dosso la frescura del silenzio.</p>
<p>Uno si mise a rincorrere dei conigli; gli sfuggirono;<br />
ritornò con un nido di uova d’allodola;<br />
le mostrò agli altri e le depose con cura nell’erba.</p>
<p>Così padri e fratelli, soprannomi e risate<br />
attraversarono, con barbe e fustagno,<br />
gli alti cancelli sempre aperti.</p>
<p style="text-align: justify;">A mezzogiorno arrivò una scossa; le mucche<br />
smisero per un attimo di masticare; il sole,<br />
come avvolto nella foschia, si affievolì.</p>
<p><em>I morti ci precedono, </em><br />
<em>siedono consolati nella casa del Signore,</em><br />
<em>e faccia a faccia li rivedremo tutti – </em></p>
<p>chiare come le iscrizioni nelle cappelle<br />
furono dette queste parole, e per un secondo<br />
le mogli videro gli uomini dell’esplosione</p>
<p>più grandi di quanto non riuscissero in vita –<br />
d’oro come sopra una moneta, o come<br />
in cammino dal sole verso di loro,</p>
<p>uno mostrava le uova ancora intere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Philip Larkin</em></strong></p>
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		<title>“Chiuso nella gabbia, accecato dal sole e dai riflettori, continuò a cantare la bellezza”: dialogo con Alessandro Rivali su Ezra Pound</title>
		<link>https://www.pangea.news/chiuso-nella-gabbia-accecato-dal-sole-e-dai-riflettori-continuo-a-cantare-la-bellezza-dialogo-con-alessandro-rivali-su-ezra-pound/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Oct 2018 04:31:04 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Qual è il perimetro della caduta? Intorno a Ezra Pound, il poeta ulcerato dalla Storia, indomabile, che sbarca in Italia nel 1958, sessant’anni fa, dopo dodici anni nel sanatorio criminale di St. Elizabeths, dedito al silenzio e all’immensità dei <em>Cantos</em>, fiorisce la tautologia. <strong>Eppure, la verità va ribadita anche ai muri: Pound è stato il poeta determinante della lirica occidentale del Novecento</strong>, ha inaugurato avanguardie, ha insegnato il verbo a Thomas S. Eliot, ha galvanizzato la redenta giovinezza di William B. Yeats, ha spronato Ernest Hemingway. <strong><em>I Cantos </em>sono, gita tra asperità e gioie, l’opera ineluttabile del Novecento, il totem:</strong> Pound, se vale l’analogia, è stato il Picasso della letteratura – ma più radicale, più radiosamente colto. Quanto a ciò che accadde – il fascismo, le lettere, inascoltate, a Mussolini, i radiodiscorsi, la cattura dei partigiani, la prigionia infame a Pisa, l’accusa di tradimento – lascio dire ad Alfredo Rizzardi, che nella nota ai “Pisani” Garzanti (quarta netta: “il poema più vertiginoso del nostro secolo”) scrive: <strong>“il poeta, già sessantenne, fu sottoposto ad una atroce tortura fisica e morale:</strong> prima chiuso in una gabbia costruita appositamente per lui, senza alcun riparo nel caldo della violenta estate pisana; quindi confinato in una tenda, senza altro oggetto che un tavolino di legno costruitogli da un soldato negro con una cassa da imballaggio, senza libri né altro tranne i ricordi. Da quella dolorosa esperienza doveva venire alla luce la poesia dei <em>Canti Pisani. </em>Dopo il suo trasferimento in patria nell’ottobre del ’45, per sfuggire al processo che, dato le accuse, non gli avrebbe potuto evitare una pesante condanna, fu dichiarato insano di mente e, malgrado le proteste del poeta che si dichiarava sano e innocente, fu rinchiuso nel manicomio criminale di Saint Elizabeths, alla periferia di Washington. <strong>Con lo stesso animo forte e sereno con cui aveva sopportato la fase acuta della sua tragedia, Pound trascorrerà ben tredici anni in quell’inferno quotidiano; noi che potemmo visitarlo allora, ne ricordiamo l’atteggiamento superiore, il coraggio, la forza d’animo”.</strong> Da qui, in qualche modo, dalla fine della clausura (su cui resta un emblema il libro di Piero Sanavio, <em>La gabbia di Ezra Pound</em>, 1986-2005), dal ritorno in Italia, si apre il libro di Alessandro Rivali, poeta ‘poundiano’ – <em>La caduta di Bisanzio </em>è una raccolta importante – sensibile alla vita dei grandi – ha curato la biografia di <em>Giampiero Neri, un maestro in ombra</em>, Jaca Book, 2013; ha introdotto le <em>Lettere a mia madre dalla Cina </em>di Saint-John Perse, Medusa, 2016 – che s’intitola <a href="https://www.librimondadori.it/libri/ho-cercato-di-scrivere-paradiso-alessandro-rivali/" target="_blank" rel="noopener"><em>Ho cercato di scrivere Paradiso </em></a>(Mondadori 2018, pp.262, euro 19,00), <strong>che è una lunga conversazione con Mary de Rachewiltz, durata pressoché dieci anni e diverse visite al castello di Brunnenburg, dimora di Pound, luogo ambito e amato da tutti gli studiosi del poeta,</strong> dove sono carte, memorie, cimeli. Il libro, che Rivali costella di documenti spesso determinanti – ad esempio, la rassegna stampa italiana intorno al ritorno di Pound – non cela le asprezze <strong>(“Quando crollò il Fascismo, Pound non volle voltare le spalle a Mussolini, non volle cambiare opinione mentre tutti gli italiani, che lo avevano seguito per vent’anni, in quel momento gli sputavano addosso. Era una questione di etica”, dice Mary)</strong>, non celebra semplicemente il poeta titanico, di cui la figlia è esegeta (ha tradotto <em>I Cantos </em>nei ‘Meridiani’ Mondadori; “I <em>Cantos </em>saranno come la <em>Commedia</em> e l’<em>Odissea</em>, studiati, ritradotti e interpretati ‘finché ci sarà letteratura’”, scrive lei), ma è una catabasi nei labirinti – e nel fragore silente – di un grande uomo. <img decoding="async" class=" wp-image-63352 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/libro-pound-195x300.jpg" alt="libro pound" width="173" height="265" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/libro-pound-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/libro-pound-768x1179.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/libro-pound-667x1024.jpg 667w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/libro-pound-600x921.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/libro-pound.jpg 1000w" sizes="(max-width: 173px) 100vw, 173px" />Per altro, è un inno all’amore filiale: commuove l’immagine della figlia edotta dal padre a comprendere le sue poesie (in appendice balzano alcune lettere inedite di Pound alla piccola Mary scritte tra il 1936 e il ’37), e che dai gesti del padre trae assoluti etici <strong>(“Era furibondo contro il mondo moderno, che muove guerra alla contemplazione, in cui non c’è più tempo… è spaventoso vedere come siamo diventati frettolosi e superficiali”).</strong> Recinta nella generosità, in una principesca reticenza <a href="http://www.ilgiornale.it/news/lascia-che-parli-pound-misterioso-finale-dei-suoi-cantos-e-i-1432038.html" target="_blank" rel="noopener">che mi è nota</a>, Mary si rivela, specchiando il poeta inarrivabile, che torna in Italia e trova terra desolata, il tempio dei ricordi fratturati, la trama stravolta <strong>(“Pound si rese conto che non esisteva più il mondo di prima; non c’erano più gli amici di un tempo che avevano un tempra come la sua: Hemingway si era sparato, William Carlos Williams era morto, così come Eliot; Hilda Doolittle sarebbe morta da lì a poco. Erano tutti morti. Non aveva più amici”).</strong> L’unico conforto, ora, per il poeta, il riscatto postumo, sarebbe, a seguito di questo volume, che ha il pregio della leggibilità e della franchezza, pianificare una serie di pubblicazioni poundiane. <strong>“Mi chiedo perché non vengano ripubblicate le lettere curate da Feltrinelli per Aldo Tagliaferri… mi piacerebbe molto, inoltre, veder pubblicate le lettere ai genitori. Ci sarebbero da tradurre le lettere con Cummings, Williams, Zukovskij, Ford Madox Ford”, si chiede la figlia, Mary. Io allargo la richiesta:</strong> il massimo editore italiano – Mondadori – come fanno altri degni editori – chessò, Gallimard – dovrebbe costruire una collana dedita al poeta, riproducendo le opere di Ezra Pound, sintetizzando in un progetto la miriade di pubblicazioni di ‘Ez’, dalle chicche Scheiwiller (<em>L’antologia classica cinese, </em>gli <em>Analecta </em>di Confucio, il <em>Gaudier-Brzeska</em>, il libello su <em>La Martinelli</em>, a puro esempio) ai testi canonici, difficili, <em>A Lume Spento, </em>l’<em>Omaggio a Sesto Properzio</em>, il <em>Cavalcanti</em>, i testi del teatro giapponese No, tutti allineati, corretti, ritradotti – magari – commentati<strong>. Dopo aver fatto parlare la figlia – finalmente – ora bisogna far parlare l’opera di Pound. </strong>Nell’attesa, restiamo ancorati ai singoli sguardi del poeta che scandì l’aritmia dei millenni, e ci posiamo sulla giuntura dei <em>Cantos</em>, “ciò che sai amare rimane, il resto è scoria”. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intanto. Non è facile intrattenere un dialogo con Mary sul padre, ne ho memoria. È tanto gentile quanto severa, è reclusa in una specie di reticenza, giustificabile, penso. Come sei riuscita a ‘vincerla’?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mary era inizialmente <em>quite contrary</em>, così firmava le sue lettere, perché è una donna molto umile e quindi non voleva essere messa al centro dell’attenzione, voleva che risaltasse solo Pound, anzi, l’<em>opera</em> di suo padre, così spesso ignorata o travisata. <strong>Ha ragione, i <em>Cantos</em> restano, almeno in Italia, un pianeta misterioso e lontano. Per iniziare questo lungo dialogo con Mary, forse, mi ha aiutato proprio la poesia</strong>, l’alba della nostra amicizia è sorta quando le mandai alcune poesie raccolte nel quadernetto nero Ares dei <em>Quattro poeti</em> (c’erano anche Ielmini, Veronesi, Donadoni): era incuriosita dal fatto che un giovane poeta italiano fosse sulle tracce di Pound. Così nove anni fa bussai alla porta del castello di Brunnenburg, in Tirolo, riferimento obbligato per gli studiosi poundiani, dove si conserva la biblioteca paterna e dove Pound scrisse i toccanti frammenti degli ultimi <em>Cantos</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Veniamo a Pound. Accusato di ‘tradimento’ verso la patria, è stato tradito a sua volta. Quali amici gli sono restati sinceramente al fianco durante la reclusione al St Elizabeths?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Potrei ricordare alcuni big, come Thomas S. Eliot, Robert Frost, Elizabeth Bishop, che dedicò a Pound la bella poesia “Visita all’ospedale St. Elizabeths”, e lo stesso Hemingway, che il giorno del suo 57° compleanno scrisse a Pound in manicomio mandandogli del denaro (quanto gli restava del Nobel): <strong>“Durante la guerra ho dovuto anche stare all’ascolto-radio, e qualche volta quando ero di turno ti ho sentito. Non mi piacevi affatto e alcune volte mi piacevi ancor meno. Ma ho scritto ad Allen Tate che se ti avessero impiccato io sarei salito sul patibolo e mi sarei fatto impiccare a mia volta&#8230;”. </strong>Mary mi ha raccontato che quando Hemingway morì, Pound era ricoverato in clinica a Merano, nessuno gli aveva dato la notizia della morte dell’amico, eppure lui ne era a conoscenza perché l’aveva visto in sogno&#8230; Fu un colpo molto duro. Sul versante italiano, posso ricordare l’impegno del giovanissimo editore Vanni Scheiwiller che si spese in tutti i modi per riabilitare Pound, anche tra i poeti italiani. Il loro carteggio tra Milano e il manicomio criminale di Washington è straordinario. Soprattutto per l’allestimento di <em>Section: Rock-Drill</em>, Canti 85-95, che uscirono nel 1955 in anteprima mondiale, ancora prima delle edizioni “ufficiali” Faber e New Directions.</p>
<p><figure id="attachment_63354" aria-describedby="caption-attachment-63354" style="width: 194px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-63354" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/Rivali-225x300.jpg" alt="" width="194" height="258" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Rivali-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Rivali.jpg 300w" sizes="(max-width: 194px) 100vw, 194px" /><figcaption id="caption-attachment-63354" class="wp-caption-text">Alessandro Rivali, poeta, è autore di &#8220;Ho cercato di scrivere Paradiso&#8221; edito da Mondadori</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>60 anni fa il ritorno dagli Usa all’Italia: Pound è ormai il residuo di un altro mondo. Lentamente, medita la scelta del silenzio. Come lo accoglie l’Italia del dopoguerra?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La notizia del ritorno di Pound accese le terze pagine dei giornali. Molti inviati raccontarono il suo arrivo. I sentimenti erano i più diversi, c’era curiosità per molti, diffidenza per alcuni. <strong>Forse il sentimento più diffuso fu quello di Indro Montanelli che dalle pagine del <em>Corriere della sera</em> scrisse: “Ezra Pound sta per tornarsene a casa con una bella patente di matto che lo libera dall’accusa di tradimento, per la quale l’hanno tenuto dodici anni in gabbia. Gli Americani non escono bene da questo affare&#8230; Io spero che Pound torni.</strong> E per due ragioni. Prima di tutto perché è un vecchio amico e un vecchio uomo che, dopo tutto quello che ha passato, ha il diritto di finire i suoi giorni nella terra che, sia pure per equivoco, ha eletto come patria. E poi perché le sue opinioni politiche non le temo&#8230; Delle opinioni politiche di un poeta possono avere paura solo gli sciocchi&#8230;”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi gli resta vicino dopo il 1958?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il focus del mio libro riguarda proprio la solitudine di Pound al rientro in Italia nell’estate del 1958. In manicomio si era dato un rigoroso ordine di lavoro (portò avanti i <em>Cantos</em>, tradusse Confucio e le <em>Trachinie</em>, ebbe una corrispondenza fluviale), ma pensava, una volta libero, di poter stare tranquillo per lavorare, di scrivere il Paradiso del suo poema infinito. La realtà fu molto più amara. <strong>Quando uscì dalla prigionia, il “mondo di ieri” era stato spazzato via, la maggior parte degli amici era morta&#8230; c’erano anche tante difficoltà materiali (non poteva disporre dei beni perché era stato privato della personalità giuridica, pativa il freddo del Tirolo&#8230;).</strong> E poi bussò forte il demone della depressione&#8230;</p>
<p><strong>I Cantos sono, più che altro, una profezia rivolta al futuro: non è così? Che ‘attualità’ letteraria e ‘politica’ rivestono?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I <em>Cantos</em> sono forse il più folle volo del Novecento. Con inserti difficilissimi alternati a versi di uno splendore adamantino, come quelli del Canto CXIII, che adoro: “Il mare oltre i tetti, ma sempre mare e promontorio./ E in ogni donna, pur fra l’acredine c’è una tenerezza,/ Una luce azzurra sotto le stelle”.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la profezia letteraria, vedo Pound nel grande solco dantesco. <strong>I <em>Cantos</em> sono un monito perché il poeta faccia i conti con la Storia, sfuggendo alla tentazione di raccontare solo la propria storia, il proprio ventaglio dei sentimenti (anche se nei <em>Cantos</em> è fittissima la trama dei ricordi personali).</strong> Ricordo un’intervista di Derek Walcott che parlava del nostro tempo come un tempo di tentativi di poesia più che di poesia vera e propria&#8230; È un’affermazione un po’ caustica, ma anche un bel banco di prova. Pound fu estremamente poliedrico. Da giovane era un lirico pieno di tenerezza, poi sperimentò la poesia sognante ed esatta di <em>Cathay</em>, come gli spigoli della sestina <em>Altaforte</em>&#8230; Poi comprese che era stato un lungo estenuante allenamento per osare il poema. <strong>Per l’attualità politica: i corrosivi versi di Pound contro l’usura e la speculazione finanziaria andrebbero insegnati nelle scuole&#8230;</strong> Mary mi ha spiegato che Pound fu profetico anche nell’anticipare quegli atteggiamenti che possono aiutarci nel nostro mondo troppo caotico: l’importanza del silenzio, di sapersi raccogliere di fronte alla bellezza della natura….</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come giudica la figlia la prossimità di Pound al fascismo, una ferita che ha ulcerato la comprensione del grande poeta, a cosa è dovuta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È stata una barriera che ha impedito lo studio della sua poesia. Per fortuna ci sono stati autori “insospettabili” come Ginsberg e Pasolini che hanno in qualche modo cercato di forare la barriera… Quando mi sono trovato per la prima volta di fronte al grande portone in legno del castello, volevo conoscere il poeta e l’uomo oltre i soliti cliché. Mi interessano gli autori che cercano di trovare la luce anche nel buio accecante. Carver diceva: “mi interessa quello che la gente riesce a fare per risollevarsi quando è finita a terra”. <strong>Quando ho iniziato a scrivere, pensavo a Pound chiuso nella gabbia del campo di detenzione di Pisa nel 1945. Era cotto dal sole di giorno, è accecato dai riflettori, la notte. Eppure, continuava a scrivere, a cantare la bellezza.</strong> E così nacquero i <em>Pisan Cantos</em>. “La carità più profonda/ si trova fra chi ha infranto/ le regole” [Canto 74], “Come è lieve il vento sotto Taishan/ sa di mare/ ci toglie all’inferno, alla fossa/ alla polvere e alla luce accecante” [Canto 74, p. 885], “Ciò che sai amare rimane/ il resto è scoria/ Ciò che tu sai amare non sarà strappato da te/ Ciò che sai amare è il tuo vero retaggio […] Ciò che tu sai amare non ti sarà strappato/ la formica è centauro nel suo mondo di draghi./ Deponi la tua vanità, non è l’uomo/ che ha fatto il coraggio, o l’ordine o la grazia,/ Deponi la tua vanità, dico, deponila!” [Canto 81].</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nelle tue chiacchierate vengono a galla poeti meno noti – Robinson Jeffers, ad esempio – e fonti poco esplicate dei Cantos, questa miniera di dati che va dal Rinascimento di Gemisto Pletone a Confucio, dalla Grecia antica al teatro No giapponese. Qual è stata la cosa che ti ha rivelato Mary a proposito di suo padre che più ti ha sorpreso, che ti ha fatto sobbalzare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono stati due momenti indimenticabili. Il primo quando Mary scostò per la prima volta la tenda che ricopre la biblioteca paterna ed estrasse l’<em>Elettra</em> di Sofocle annotata alla follia. Tra i detrattori di Pound, c’era chi diceva che lui non leggeva i libri fino in fondo&#8230; Il secondo momento quando vidi su un quaderno di scuola, quelli con le città italiani che fino a qualche anno fa si potevano trovare nelle cartolerie di campagna, <strong>i primi abbozzi degli ultimi <em>Cantos</em> e su una pagina i versi, scritti con la biro rossa che ho scelto come titolo del libro:</strong> “Ho cercato di scrivere paradiso…/ lascia che gli dei perdonino quel che/ ho costruito&#8230;”.</p>
<p><strong>C’è qualcosa, in questi lunghi dialoghi, che hai preferito tacere, omettere, custodire nel pudore?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho cercato di mettere a frutto ogni istante con Mary, anche i tempi di trasferimento da una stanza all’altra del castello o quando ci arrampicavano sulla strettissima scala a chiocciola che porta sulla terrazza&#8230; <strong>E tuttavia mi sembra di essermi solo affacciato a questo universo. C’è ancora moltissimo da fare. E per l’Italia ci sono tanti carteggi poundiani da pubblicare… </strong>Mi piacerebbe un giorno fare un’edizione dei <em>Drafts &amp; Fragments </em>tutta annotata da Mary… e poi ci sono le centinaia di lettere del padre…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Donne fatali attraversano la vita di Pound, da Olga Rudge all’enigmatica Sheri Martinelli. Cosa sappiamo de ‘la Martinelli’?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Che era una giovane musa che fece perdere la testa a molti artisti e visse una vita troppo scorticata tra alcol e droghe. <strong>Alcuni suoi dipinti si possono vedere nel castello. Pound le dedicò i sulla bellezza del Canto XC:</strong> “Sibilla,/ dal mucchio di rottami/ m’elevasti/ dall’ottuso limite al di là del dolore,/ m’elevasti/ dall’Erebo profondo/ dal turbine sotto terra/ m’elevasti/ dall’aere morto e dalla polvere/ m’elevasti/ al grande volo/ m’elevasti, Iside Kuanon / dal corno lunare / m’elevasti/ la vipera nella polvere si muove,/ l’azzurra serpe/ scivola dalla conca di roccia…”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggere Pound significa attraversare i punti dolenti della Storia, una Storia, quella del Novecento, priva di Paradiso. Il poeta che cerca di poetare sul corpo della Storia: una impresa impossibile. Come dovevano concludersi i Cantos secondo le intenzioni di Ezra?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È molto dibattuta la questione sulla fine dei <em>Cantos</em>, lo stesso Pound era incerto. A un certo punto diceva che si dovesse ricorrere ai <em>Ching</em> per una risposta&#8230; La conclusione che ha scelto Mary per il Meridiano Mondadori mi sembra molto buona. “Uomini siate non distruttori”.</p>
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		<title>Sia lode a Marchionne, per carità, ha salvato una grande azienda… Ma è il poeta, che muore senza onori e clamori, a salvarvi la vita</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jul 2018 12:44:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sono sempre i migliori quelli che se ne vanno, sia lode ora a Sergio Marchionne, il manager con il pullover. Dicono fosse geniale – anche se non lo è stato, onoriamo il morto con una preghiera-petroglifo. * Mi sorprende il cinismo. Appena le condizioni di Marchionne appaiono ‘irreversibili’, si trova il suo sostituto. Le ragioni [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Sono sempre i migliori quelli che se ne vanno, sia lode ora a Sergio Marchionne, il manager con il pullover.</strong> Dicono fosse geniale – anche se non lo è stato, onoriamo il morto con una preghiera-petroglifo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi sorprende il cinismo. Appena le condizioni di Marchionne appaiono ‘irreversibili’, si trova il suo sostituto.</strong> Le ragioni aziendali sono più importanti di quelle affettive: non c’è spazio al silenzio, alla memoria, perché Marchionne, infine, era uno stipendiato, mica un uomo libero. Terminato il rapido can-can degli omaggi – sulla traccia <em>sono sempre i migliori quelli che se ne vanno </em>– si proceda, la Borsa con il suo viso di iena avanza, azzanna.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Penso a come vestiva, a come parlava, a dove abitava <strong>e non mi pare sia stata una vita felice,</strong> una vita intensa quella di Marchionne. L’intensità non è qualificata dal successo né dalla fama né dalla televisione, è ovvio.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’anno scorso, a metà marzo, è morto Derek Walcott, Premio Nobel per la letteratura, tra i grandi poeti in lingua inglese del millennio. Yves Bonnefoy, invece, è morto il primo luglio del 2016:</strong> Bonnefoy è uno dei grandi poeti in lingua francese di sempre. Di entrambi mi è stato concesso l’onore di scrivere il ‘coccodrillo’. Di Walcott – in ragione del Nobel – ricordo una nota a margine sul tiggì di mezzogiorno; di Bonnefoy si è disinteressata l’informazione televisiva pubblica, quella che fa share.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Inutile avanzare la geremiade, leonina sorella della frustrazione. <strong>Istituzioni, gran khan e lacchè piangono il grande manager di una grande azienda; se muore il poeta, se ne fregano tutti.</strong> Anzi, il poeta sta pure antipatico, è un perdigiorno.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Perché, allora, spreco anch’io una preghiera-cero sul corpo beatificato dalla morte di Marchionne? Beh, <strong>perché Marchionne, tra un paio di lustri, sarà un illustre sconosciuto, noto agli storici del sistema industriale</strong>; Walcott e Bonnefoy, invece, sono una certezza, continuano a fare la storia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Marchionne ha salvato una grande azienda, come dicono, e ha dato lavoro a tantissimi.</strong> Il poeta salva la vita a tutti, grandi e piccoli.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il problema, però, non sono Walcott e Bonnefoy, poeti riconosciuti… ma… quando muore un poeta sconosciuto?</strong> Penso a una figura simile a Franz Kafka. Kafka ha influenzato clamorosamente la nostra vita, eppure nessun capo di Stato era presente al suo funerale, era presente qualche amico e neanche tutti i parenti – alcuni ne detestavano le garbate bizze.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il poeta sconosciuto che muore, senza un viso al suo capezzale se non qualche spaurito cuore puro,</strong> le sue poesie che vengono scoperte dopo la morte, e amate, con forza più forte della morte, quando lui non c’è più. Questo è l’emblema del santo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Piuttosto, è interessante il contrasto: Marchionne è fatto santo perché è un ottimo professionista; se lo scrittore è ottimo, lo insultano, perché lo scrittore, se è ottimo, crea scompiglio e disgusto, dà fastidio.</strong> Di solito, preferiamo lo stipendio fisso a uno che ostinatamente ci ricorda chi siamo, cosa dovremmo essere, cosa non saremo mai.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo i funerali di Pier Paolo Pasolini – guardate YouTube, l’Erodoto dei nostri tempi – ricordo Carlo Bo che sul corpo di Ungaretti dice, ‘noi siamo una generazione che avrebbe dato la vita per il proprio poeta’. Quarant’anni fa la poesia era – nel bene o nel male, in sberleffo o menzogna – una priorità. <strong>Un sano timore verso la parola poetica concesse a Eugenio Montale e a Mario Luzi l’ingresso in Senato, a vita.</strong> Ora che hanno annientato il potere della parola poetica, un amministratore delegato è ritenuto pari a un filosofo, pari a Platone.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Già morto alla vita, il poeta salva la vita a chi lo legge</strong> – cosa serve il denaro se non sappiamo i nomi con cui domare l’aldilà?</p>
<p>*</p>
<p><strong>Proprio questo è l’enigma:</strong> muore nell’irriconoscenza il solo a cui dovremmo essere riconoscenti. (d.b.)</p>
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		<title>“Io e Thomas S. Eliot siamo l’esatto opposto”. Indagine dentro il genio di Wallace Stevens: il più grande poeta del Novecento? Ne parliamo con uno studioso from Usa</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Apr 2018 08:07:12 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/wallace-stevens-poesia-intervista/">“Io e Thomas S. Eliot siamo l’esatto opposto”. Indagine dentro il genio di Wallace Stevens: il più grande poeta del Novecento? Ne parliamo con uno studioso from Usa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Bisogna rovesciare le sedie e ribaltare i canoni. Intendo dire. <strong>Rispetto a Thomas S. Eliot e a Ezra Pound, Wallace Stevens ha un paio di difetti congeniti. Primo. Non si è trasferito in Europa. Secondo. Si è fatto gli affari suoi.</strong> Ergo: non si è gettato nelle fauci della Storia, scassandole, vivendo una vita poeticamente vertiginosa (Pound). E non s’è occupato, con geometrica astuzia, di editoria (Eliot). <strong>Wallace Stevens, questo incrocio tra Alfred Hitchcock e un giaguaro, decorato del pudore di una Emily Dickinson con la cravatta, </strong>ha fatto l’avvocato per una grande compagnia di assicurazioni, ha mostrato una schietta diffidenza verso il mondo dei letterati, desiderava semplicemente scrivere poesie immortali. C’è riuscito. Leggere <em>Mattino domenicale </em>nella traduzione di Renato Poggioli – e leggere le micidiali <em>Postille</em> in cui Poggioli allinea le domande-e-risposte tra lui e Stevens – è ancora sconvolgente, poesia che ti obbliga a spogliarti di tutto, a denudarti, a impetrare pietà. <strong>“C’è vicenda di morte in paradiso?/ Cade il frutto maturo? O sempre i rami/ Pendono grevi nel sereno cielo/ Che non muta, ma è simile alla terra,/ Con fiumi come i nostri, sempre in cerca/ D’introvabili mari e di marine/ Intangibili al gesto dell’angoscia?”.</strong> Dopo aver letto questo non c’è altro da fare. Mollare la presa della vita, sedersi sotto il glicine, istoriare il tronco di versi suggeriti da una nuvola. Già. Leggere le poesie di Stevens è una esperienza esistenziale. Ascoltatemi, ancora. Stevens ha scritto la più bella poesia su Ulisse. Si chiama <em>The Sail of Ulysses</em>. Ecco un brandello. “Vi è un’umana solitudine,/ Parte di spazio e isolamento,/ In cui la conoscenza non può essere negata,/ In cui nulla della conoscenza fallisce,/ Il compagno luminoso, la mano,/ Il braccio fortificante, la profonda/ Risposta, la voce che completamente replica,/ Ciò che più di ogni altra cosa è/ Il diritto in noi e intorno a noi,/ Congiunto, il vigore trionfante, sentito,/ La direzione interiore da cui dipendiamo,/ Ciò che ci conserva il poco che siamo,/ L’aiuto della grandezza che sarà e la forza”. Testo “letto alla cerimonia di laurea dell’Università di Columbia, 31 maggio 1954”, ci avvisa Massimo Bacigalupo, sia benedetto, traduttore massimo di Stevens (ha curato il ‘Meridiano’ Mondadori che ne raccoglie <em>Tutte le poesie</em>). <strong>Ora. Per capire Stevens – che dovrebbe essere letto, come i poeti assoluti, per accrescere la nostra vitalità, mica per fare i poeti – ho bussato alla porta della ‘<a href="http://wallacestevens.com/" target="_blank" rel="noopener">The Wallace Stevens Society</a>’,</strong> l’istituzione presieduta da Lisa Goldfarb che da oltre quarant’anni si occupa di studiare l’opera di Stevens. Organo principale della società è il <em>The Wallace Stevens Journal</em>, che si pubblica dal 1977 e che è una manna per gli studiosi. I numeri fino al 2010 si possono scaricare in pdf: così potete capire, ad esempio, che rapporto c’è tra l’opera di Stevens e quella di Sylvia Plath (<em>Stevens in the Marriage of Sylvia Plath and Ted Hughes</em>, firma Diane Middlebrook, Vol. 30, Spring 2006), che cosa lega il sommo Wallace a Simone Weil (<em>The Moment of a Bird’s Cry: A Note on Wallace Stevens and Simone Weil</em>, firma Jacek Gutorow, Vol. 32, Fall 2008), e potete godervi (Vol. 34, Spring 2010) un numero speciale dedicato a <em>Wallace Stevens and Henry James. </em>Per queste cose io vado in brodo. <strong>Così, concordo con la ‘Wallace Stevens Society’ una intervista con Florian Gargaillo</strong>, che della ‘società’ è Digital Communications Manager, ma che è soprattutto un giovane e già eminente studioso di poesia contemporanea (ha firmato saggi su Delmore Schwartz e Derek Walcott, su W. H. Auden e Robert Lowell e Seamus Heaney e ovviamente su Wallace Stevens).</p>
<p><figure id="attachment_60245" aria-describedby="caption-attachment-60245" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-60245" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/04/wallace-stevens-5-300x200.jpg" alt="wallace-stevens-5" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/wallace-stevens-5-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/wallace-stevens-5.jpg 580w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-60245" class="wp-caption-text">In Italia &#8216;Tutte le poesie&#8217; di Wallace Stevens si leggono nel &#8216;Meridiano&#8217; Mondadori curato da Massimo Bacigalupo nel 2015</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Wallace Stevens è un poeta eccezionale, tra i giganti che hanno cambiato la poesia del ventunesimo secolo. Quali sono le principali caratteristiche della sua poesia? Che valore ha oggi il suo lavoro nella società americana? Insomma, l’opera di Stevens spesso è stato messa spesso in secondo piano rispetto a quella di Thomas S. Eliot e di Ezra Pound. Mi pare, comunque, che decenni dopo il suo lavoro lirico sia emerso con una forza indiscutibile.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La poesia di Wallace Stevens è caratterizzata da un vocabolario ricco, una sintassi complessa e una vasta gamma di toni, a tratti retorica e divertente (i primi poemi in particolare, contengono diverse analogie con versi ‘nonsense’). I suoi temi principali sono l’immaginazione e la relazione della mente con la realtà. <strong>Wallace Stevens stesso ha dimostrato scarso attaccamento nei confronti di Eliot e di Pound. In una lettera, ha scritto: “Io e Eliot siamo l’esatto opposto”;</strong> “Mi sono proposto di leggere senza troppa attenzione persone acculturate come Eliot e Pound, in modo da non assorbire niente da loro, neanche inconsciamente”. Mentre la centralità di Pound e di Eliot può avere messo in ombra il suo lavoro in una certa maniera , Stevens è stato a lungo riconosciuto come uno dei principali poeti americani, ottenendo lodi fin dal suo secondo libro, <em>Ideas of Order</em> (1936).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali studi sono in atto riguardo al lavoro di Stevens? Che cosa ci resta da scoprire su di lui?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Recentemente, gli studiosi hanno cominciato a scavare più a fondo nelle relazioni tra Stevens e gli altri poeti della sua generazione. In particolare con Robert Frost, W. B. Yeats e T. S Eliot. Questo ha significato non solo scoprire come Stevens abbia influenzato i suoi contemporanei (e da chi è stato influenzato), ma anche riconsiderare, in senso più ampio, la sua posizione nel canone della poesia del XX secolo. Parte del lavoro riguarda inoltre i legami di Stevens con altre nazioni. <strong>L’anno scorso, per esempio, Juliette Utard, Bart Eeckhout e Lisa Goldfarb hanno curato una raccolta di saggi su Stevens e la Francia. </strong>Questo argomento attirerà senza dubbio maggiore attenzione, poiché l’interesse per il lavoro di Stevens continua a crescere al di là degli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che uomo emerge dalle lettere e dai materiali privati di Stevens?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le lettere di Stevens sono degne di nota per la loro intensità verso familiari e amici, e per il loro sottile umorismo. Al tempo stesso, <strong>Stevens era profondamente preoccupato dal proteggere la propria vita privata e raramente utilizzava le lettere come sfogo per confessioni personali.</strong> Anche le lettere agli amici intimi, come Barbara Church, mostrano un notevole pudore e una certa formalità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che rapporto ha avuto Stevens con i poeti del suo tempo? Era in rapporto amichevole con loro, oppure preferiva la solitudine?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Stevens incontrò i grandi poeti modernisti mentre lavorava come avvocato a New York. Tra questi: Marianne Moore (che ammirava enormemente), William Carlos Williams, E. E. Cummings. Scriveva spesso a Harriet Monroe, editore della prestigiosa rivista <em>Poetry</em>, a Chicago; più tardi si mise in contatto con i poeti del Sud, Allen Tate e John Crowe Ransom. <strong>Stevens però, non si considerò mai parte di combriccole o di gruppi letterari.</strong> Conservò amicizie a livello individuale e mantenne una certa distanza dal mondo della poesia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Stevens è stato tradotto egregiamente in Italia da Renato Poggioli e da Massimo Bacigalupo. Stevens leggeva la letteratura italiana, era interessato alla poesia italiana?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non sembra che Stevens abbia mostrato un particolare interesse per la letteratura o la poesia italiana. Era però, particolarmente appassionato di arti visive e parlava entusiasticamente di mostre di pittura italiane in molte delle sue lettere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando è stata creata la ‘Wallace Stevens Society’ e qual è il suo ruolo specifico?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1969, un bibliotecario dell’università di Chicago, William T. Ford, creò la <em>Wallace Stevens Newsletter</em>. Sfortunatamente, il giornale funzionò solo per due anni; ma nel 1975, Robert H. Deutsch (un professore di inglese della California State University a Northridge) chiamò Ford chiedendogli se fosse ancora interessato nel riproporre la pubblicazione. <strong>La loro conversazione portò alla fondazione della ‘Wallace Stevens Society’ e di <em>The Wallace Stevens Journal</em> nel 1977.</strong> Cito dal sito web: ‘L’obbiettivo espresso dalla Wallace Stevens Society è disseminare, a scopo formativo e senza profitto, conoscenza intorno alla poesia e alla vita di Wallace Stevens. Il principale mezzo per farlo è il <em>The Wallace Stevens Journal</em>. Altri mezzi includono programmi di promozione durante le conferenze annuali, collaborazioni con altre società letterarie e mantenere i membri informati sugli eventi imminenti’.</p>
<p style="text-align: justify;">(<em>trad. it. di Matilde Casagrande, servizio di Davide Brullo</em>)</p>
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		<title>Ho pubblicato 3.300 poeti, senza mai ricevere un centesimo da questo Paese impoetico: dialogo con Crocetti, l’uomo che ha messo il poeta in prima pagina</title>
		<link>https://www.pangea.news/pubblicato-3-300-poeti-senza-mai-ricevere-un-centesimo-paese-impoetico-dialogo-crocetti-luomo-messo-poeta-pagina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jan 2018 13:44:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Due momenti sono esemplari. 1972, Samo, Grecia. Nicola Crocetti (nella fotografia di Fabrizio Annibali), milanese nato a Patrasso, ha 32 anni ed è al cospetto di Ghiannis Ritsos, tra i massimi poeti del secolo scorso e di sempre, ai domiciliari perché avversario del regime ‘dei colonnelli’. Crocetti volta dall’Italia per incontrare l’icona della poesia che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Due momenti sono esemplari. 1972, Samo, Grecia. Nicola Crocetti <em>(nella fotografia di Fabrizio</em> <em>Annibali</em>)<em>,</em> milanese nato a Patrasso, ha 32 anni ed è al cospetto di Ghiannis Ritsos, tra i massimi poeti del secolo scorso e di sempre, ai domiciliari perché avversario del regime ‘dei colonnelli’. <strong>Crocetti volta dall’Italia per incontrare l’icona della poesia che combatte e non soccombe, per conoscere il poeta assoluto.</strong> Nove anni dopo, nel 1981, quando Crocetti fonda <a href="http://www.crocettieditore.com/" target="_blank" rel="noopener">‘la Crocetti’</a>, il libro inaugurale sarà <em>Erotica</em>, raccolta di poesie d’amore che Ritsos dona all’amico. Il secondo momento, è intimo e epico insieme. <strong>Crocetti e il poeta, Ritsos, che ha l’odore dell’eroe, viaggiano lungo l’Italia, da Catania a Milano, da Taormina a Venezia e Firenze. Ne nasce un libro di <em>Poesie italiane</em>, una specie di folgorante diario lirico, dal titolo <em>Trasfusione </em>e pubblicato da Einaudi</strong> con una nota partecipe di Vittorio Sereni, “si può dire che scrive vivendo e camminando, che il suo respiro è la scrittura”, scrive l’italiano del greco, con toni di gioia e un tozzo d’invidia. Crocetti, in quel viaggio, compiuto nel 1976, è il cronista del genio, la sua traduzione dal greco il regesto del gesto lirico in sé.</p>
<p><figure id="attachment_59060" aria-describedby="caption-attachment-59060" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-59060" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/01/Crocetti-Ritsos-300x169.jpg" alt="Crocetti Ritsos" width="300" height="169" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/Crocetti-Ritsos-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/Crocetti-Ritsos.jpg 560w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-59060" class="wp-caption-text">Nicola Crocetti insieme a Ghiannis Ritsos</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Crocetti avverte, nella quotidiana pratica della poesia di Ritsos, in grado di scrivere diverse poesie al giorno, dallo sguardo selvaggiamente lirico, l’avvenimento stesso della poesia. Si consolida lì l’amicizia tra l’editore dei poeti e uno tra i poeti più grandi – Sereni lo avvicina all’intensità di un Thomas S. Eliot. <strong>Uomo votato, gettato nella poesia, senza civetterie – anzi, è risaputa la sua ritrosia – Crocetti compie il gesto rivoluzionario, ne abbiamo già scritto, 30 anni fa, dando alla poesia italiana uno spazio ‘pubblico’ e di pregio, la rivista <a href="http://www.poesia.it/index.htm" target="_blank" rel="noopener"><em>Poesia</em></a>.</strong> Non una rivista ‘d’accademia’, ma per tutti, creata come un tabloid, con quell’idea geniale, dal 1991, di dedicare la copertina intera al volto del poeta (il primo fu Giorgio Caproni), come a dire ‘il poeta in prima pagina’, qualcosa di assurdo per i canoni dell’informazione – il poeta non è un vip, non è una star, non è uno ‘di cui si parla’ – di eccezionale. Per sua natura, la rivista non è l’editore, spietato nelle scelte degli autori da pubblicare; è uno spazio più accogliente, un ring dove tutti possono farsi le ossa liriche. In effetti, Crocetti, attraverso <em>Poesia</em>, ha dato spazio, tra Premi Nobel e poeti occasionali, tra poeti sempiterni e poeti per un attimo, a 3.300 autori, e ne è fiero. <strong>Con tutta la gente che scrive, potremo fondare un partito politico, riscrivere poeticamente la Costituzione – in endecasillabi – e prendere il Parlamento: al posto di legiferare, leggiamo versi.</strong> Ovviamente, non di sola poesia vive l’uomo: per mandare avanti editrice e magazine Crocetti ha speso denari ed energie. In questo Paese dei balocchi i danarosi pensano di comprarsi l’eternità con una squadra di calcio o finanziando un quotidiano, dimenticando che solo la parola poetica ti permette di battere al fotofinish la morte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intanto. Qual è stato l’istante, l’incanto, l’avvenimento che 30 anni fa ti ha convinto di fare ciò che hai fatto: la più autorevole (e diffusa) rivista di poesia d’Europa?</strong></p>
<p>“L’idea era nella mia mente da molti anni, ma non avevo i soldi. Nel 1987 amico poeta che ci credeva mi offrì una piccola somma, e l’anno dopo partii con 20.000 copie. Tre anni dopo avevo raggiunto la tiratura di 50.000 copie”.</p>
<p><strong>Nell’editoriale che festeggia il numero 100 di Poesia, siamo nel 1996, scrivi: “Poesia tocca i cento, ma è come fosse all’inizio. Il suo cantiere è colmo di pensieri, di progetti, di scommesse”. Ora, 30 anni dopo, è come il primo? Cosa è cambiato da quella furia poetica? C’è ancora? Ti auguri altri 30 di questi anni?</strong></p>
<p><figure id="attachment_59061" aria-describedby="caption-attachment-59061" style="width: 180px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-full wp-image-59061" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/01/Poesia-primo-numero.jpg" alt="Poesia primo numero" width="180" height="225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/Poesia-primo-numero.jpg 180w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/Poesia-primo-numero-100x125.jpg 100w" sizes="(max-width: 180px) 100vw, 180px" /><figcaption id="caption-attachment-59061" class="wp-caption-text">Gennaio 1988: il primo numero di Poesia</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“</strong>La ‘furia poetica’ c’è ancora, perché il mondo trabocca di poesia. Ma questo riguarda soprattutto quelli che la ‘praticano’, cioè che la scrivono (e sono milioni nel mondo), e quelli che la amano con passione (e sono molti meno). Tra questi non ci sono i politici né gli uomini ricchi e potenti, gli unici che potrebbero fare qualcosa per diffonderla, ma se ne disinteressano, quando non la deridono. <strong>Mi auguro che <em>Poesia</em> duri altri trent’anni e più, ma senza di me. Primo perché io ho un’età, secondo perché sono esausto.</strong> Fare questa rivista per trent’anni, senza mezzi economici, solo con i proventi delle vendite e degli abbonamenti, <strong>è stata la fatica più grande della mia vita, e per me non è uno sforzo replicabile. Ho bussato a tutte le porte chiedendo un po’ di soldi, ma è stata una questua umiliante e infruttuosa.</strong> I miei amici americani mi dicono: se tu fossi qui, ti coprirebbero d’oro. E credo che lo intendano letteralmente. L’equivalente americano di <em>Poesia</em>, <em>Poetry</em> di Chicago, nel 2002 ricevette una donazione di 100 milioni di dollari. <em>Poesia</em> non ha mai avuto un ghello dalle cosiddette istituzioni (per la verità, da cinque o sei anni prendiamo i rimborsi per la carta: spiccioli), e qualche donazione insufficiente da due o tre persone. <strong>Evidentemente non sono un buon imprenditore, visto che ci sono molti piccoli editori che hanno ricevuto centinaia di migliaia di euro.</strong> Ma, come dice Kavafis, ‘più avanti – in una società perfetta – apparirà di certo qualcun altro – che mi somigli e agisca da uomo libero’”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi sono gli autori che sei più felice di aver scoperto e pubblicato su Poesia? Chi è il poeta – al di là dell’immenso Ritsos, a cui ti lega un rapporto di affetti e di lettere assoluto – che ti ha insegnato, stupito, conquistato di più?</strong></p>
<p><figure id="attachment_59062" aria-describedby="caption-attachment-59062" style="width: 180px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-full wp-image-59062" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/01/Poesia_01_18.jpg" alt="Poesia 30 anni" width="180" height="225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/Poesia_01_18.jpg 180w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/Poesia_01_18-100x125.jpg 100w" sizes="(max-width: 180px) 100vw, 180px" /><figcaption id="caption-attachment-59062" class="wp-caption-text">Gennaio 2018: 30 anni di Poesia, numero 333</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">“Hai detto bene, l’immenso Ritsos. Uno dei maggiori poeti del Novecento, che ha avuto la ‘sfortuna’ di scrivere in greco, una lingua parlata da una decina di milioni di persone nel mondo. Dico ‘sfortuna’ per modo di dire, perché il greco è una lingua magica, meravigliosa. <strong>È parlata ininterrottamente da 2500 anni, è l’erede diretta e diletta di Omero, di Saffo, dei maggiori poeti e filosofi della civiltà occidentale, e fa parte del Dna di tutti i popoli civili del mondo.</strong> Essendo il greco la mia lingua madre, i poeti greci contemporanei sono quelli con cui ho avuto un rapporto di affetti e di lettere assoluto. Ma non voglio far torto agli altri 3.300 poeti che ho pubblicato su <em>Poesia</em>. <strong>Tra quelli che più mi hanno insegnato, stupito, conquistato, ci sono Derek Walcott, Seamus Heaney, Yves Bonnefoy</strong> e molti altri. Tra gli italiani Alda Merini, persona eccentrica, ma poeta fino al midollo, e Pierluigi Cappello, uno dei pochi giovani che ha avuto il successo che meritava”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Inutile nascondere che i piccoli editori di poesia, meravigliosamente tenaci, come te, hanno attraversato e attraversano un momento difficile. Cosa bisognerebbe fare per non rischiare, ogni anno, la chiusura, la fine? Come si fa a sopravvivere?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Non attraversano ‘momenti’, ma ore, giorni, mesi, anni, vite intere difficili. <strong>Almeno in questo sventurato Paese, dove della poesia, come si diceva, non interessa nulla a nessun politico o potente. Perché i più sono miseramente incolti. E anche miopi.</strong> Perché pensa cos’hanno ottenuto i mecenati del Rinascimento con pochi spiccioli: si sono guadagnati l’immortalità. Cosa bisognerebbe fare? Il Nobel Iosif Brodskji diceva che bisognerebbe far trovare nei comodini di tutti gli alberghi, assieme alla Bibbia, un libro di poesia. A qualcuno concilierebbe il sonno, ma per molti sarebbe una scoperta folgorante”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dal tuo punto di vista privilegiato, generoso e severo insieme, ti chiedo in che stato è, oggi, la poesia italiana. Esistono grandi opere? Sono annientate dall’assenza della critica e dall’autoreferenzialità del pubblico? Dove si cerca, oggi, la buona poesia, in che canali circola? Nel sottobosco dei libri autoprodotti, nella clandestinità dei micro editori, nelle riviste?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“La buona poesia esiste, e si trova. Si trova nelle raccolte pubblicate da una miriade di piccoli editori, che la cercano come Diogene il Cinico, di giorno con una lanterna, cercava l’uomo, e che la pubblicano con passione e sacrifici. Si trova nelle molte riviste a circolazione limitata. E si trova, anche se mescolata a tonnellate di spazzatura, in quello sconfinato oceano che è il web.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Viviamo in un’epoca confusa e difficile, più di altre del passato. Ma che più di ogni altra del passato offre occasioni e opportunità.</strong> Occorre frugare, scegliere, farsi guidare dai consigli dei pochi critici affidabili e dei pochissimi maestri rimasti. E prima di scrivere, leggere molto”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>30 anni di “Poesia”, un miracolo di carta, olè. Ma la poesia, oggi, è un disastro estetico ed ecologico. E a morire sono i poeti veri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jan 2018 14:42:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Una vita nel segno dell’utopia Le cose belle esistono. Il loro unico problema, oltre a quello di essere in numero esiguo, è di risultare celate, per volontà o per cause di forza maggiore. La rivista Poesia, di Nicola Crocetti (nella fotografia di Fabrizio Annibali), rientra a pieno titolo nel novero. Purtroppo però, come si diceva, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Una vita nel segno dell’utopia</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le cose belle esistono</strong>. Il loro <strong>unico problema</strong>, oltre a quello di essere in numero esiguo, è di risultare <strong>celate</strong>, per volontà o per cause di forza maggiore. La rivista <strong><em>Poesia</em></strong>, di <strong>Nicola Crocetti </strong>(<em>nella fotografia di Fabrizio Annibali</em>), rientra <strong>a pieno titolo nel novero</strong>. Purtroppo però, come si diceva, vive nascosta, <strong>con tutte le difficoltà di un foglio clandestino</strong>. Se non nelle grandi città, <strong>la si trova a stento</strong>. Ha la sua nicchia riparata e oscura giusto in qualche edicola. Solitamente, è anche dispersa in mezzo ad altri periodici specializzati per cultori delle materie più stravaganti. <strong>Bisogna scovarla, snidarla, sopportare il sorriso malcelato</strong> – soprattutto se non si è dei vecchietti – <strong>rivolto dall’edicolante</strong>, quando ne si domanda una copia. I più, tra loro, si limitano comunque a un secco “Non so di cosa parli, Signore”. Come se non bastasse, quando proprio vi è abbondanza, si tratta di un massimo di due esemplari. Malgrado ciò, o forse proprio per via di questa riservata presenza, <strong><em>Poesia</em></strong> è riuscita ad <strong>arrivare</strong> al suo <strong>terzo decennio di vita</strong>. Deve sembrare un’eternità a Crocetti e a tutta la pazza ciurma e in effetti lo è. <strong>Una vita nel segno di un’utopia</strong> per cui si può giusto venir presi per disadattati dalle masse, nonché dalle istituzioni e dalla politica. <strong>La poesia</strong>, come ricorda anche il Direttore della rivista, con altero e aristocratico distacco, <strong>è sempre “<em>argomento di riso e di trastullo</em>”</strong> (se non avete colto il riferimento, probabilmente, lo è anche per voi). Eppure, eppure… la macchina è riuscita a muoversi con spinte e olio di gomito per giungere fino a qui. Forte di un <strong>comitato di redazione</strong> che è una <strong>sorta di olimpo della poesia nazionale</strong> (da Silvio Ramat a Milo De Angelis, passando per Silvio Raffo e Aldo Nove), ha portato all’attenzione di chi ha voluto avere <em>orecchie per una nuova musica</em> tutto <strong>il meglio della produzione lirica nazionale e degli altri paesi</strong>. Davvero un’operazione mastodontica, ma soprattutto encomiabile. Ci sono poeti che non si sarebbero mai né visti né sentiti se non fosse per questa pubblicazione. Non è indegnamente, quindi, né tantomeno per boria, che il suo autore può riconoscersi il merito di <strong>dominare incontrastato in Europa</strong> ed essere tra le prime posizioni nel mondo. La <strong>speranza</strong> è una sola, ovviamente: <strong>che l’avventura possa continuare</strong>. Purtroppo, non è scontato. Se <strong>in principio</strong> <em>Poesia</em> poteva essere <strong>l’unica fonte di approvvigionamento per gli appassionati</strong> (le foto dei poeti, allora, le trovavate solo tra le sue pagine), <strong>adesso c’è internet</strong>, i giornali online (ci prendiamo la nostra quota di responsabilità), i blog, e via peggiorando. Naturalmente, al netto delle differenti e maggiori possibilità di diffusione, resta uno <strong>scarto di competenza e professionalità</strong> incolmabile, oltre che schiacciante. Ma la fiducia resiste, per quanto ombreggiata dal timore. <strong>Perdere <em>Poesia</em></strong> e tutto ciò che vi ruota intorno, come la casa editrice specializzata, la <em>Crocetti Editore</em>, sarebbe <strong>un danno irreparabile</strong>… Per il momento, però, festeggiamo e <strong>ci complimentiamo con loro per il traguardo</strong>; oltre che per il bellissimo numero di Gennaio, in cui è raccolta una vasta ed esauriente selezione con il meglio delle liriche presentate da quel lontano 1988. <strong>Chiunque si renda conto di cosa è in ballo</strong> dietro un caposaldo della cultura italiana come <em>Poesia</em>, <strong>non potrà che correre a comprarlo</strong>.</p>
<p><em>Matteo Fais</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Tutto bello. Ma 30 anni dopo spopola, senza gusto né buon gusto, l’egolatria lirica</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vogliamo i fatti, fattuali, fattivi, papali e taumaturgici. Eccoli. <em>Poesia </em>è il totem della poesia italiana. Nome semplice ma viziosamente canonico (<em>Poesia </em>è la rivista fondata da Filippo Tommaso Marinetti a Milano, nel 1905, con una truppa che contava, tra gli altri, Sem Benelli, Paolo Buzzi, Luciano Folgore, Corrago Govoni, Aldo Palazzeschi, solo che è durata, in quei decenni in cui le riviste nascevano, esplodevano e scoppiavano come pop corn, quattro anni…), diffusione pazzesca (nel periodo aureo, 30mila copie…), comitato redazionale con nomi vertiginosi (dai Premi Nobel per la letteratura Derek Walcott, Tomas Tranströmer e Seamus Heaney, ai titanici Yves Bonnefoy, Charles Wright, Tony Harrison, Adam Zagajewski…). <strong>Poi, secondo fatto papale, c’è lui, Nicola Crocetti. L’editore dei poeti – tolto Scheiwiller e il <em>samizdat</em> dei piccoli, tenaci editori ‘clandestini’. Libri elegantissimi, le cui collane si chiamano come i nomi dei vasi greci</strong> (‘Lèkythos’, ‘Aryballos’, ‘Kylix’…), una araldica che riguarda la biografia di Crocetti – nato a Patrasso, traduttore dei più grandi tra i greci moderni. In sostanza, Crocetti ci ha dato alcuni tra i libri più belli, immortali, del secolo, tra Ghiannis Ritsos, Bonnefoy, Jaime Saenz, Yehuda Amichai, Cees Nooteboom. <strong>Fossimo in un Paese decente, Crocetti sarebbe Ministro della Poesia per l’Italia, quanto meno non farebbe fatica a trovare finanziamenti e finanziatori.</strong> Pudico, silenzioso, severo, di Crocetti ricordo una cosa indimenticabile che mi serve per dire un’altra cosa. Eravamo, un tot di anni fa, a Bastia Umbra. Facciamo il viaggio insieme verso Cesena. Deve prendere il treno per Milano. Guido io. Lesino sui dettagli. Crocetti è accogliente e ruvido allo stesso tempo. Mi faccio raccontare del suo rapporto con Ritsos, perché per me – per ogni lettore degno di lettura – <em>Quarta dimensione </em>è uno dei libri epocali del Novecento. Poi parliamo di poesia italiana. Crocetti è durissimo, drastico. Mi piace perché gli fa schifo quasi tutto. A lui, che ha dato esordio pressoché a tutti i poeti italiani di oggi. <strong>La sua ferocia contro i poeti piacioni, aureolati di chiacchiere, in carriera, della domenica e dei buoni sentimenti – in cui, ovviamente, nessuno dei quattro lettori di questo articolo si riconoscerà, ma ci siamo dentro tutti, io, tu, noi, tutti – è un marchio di lode indelebile. </strong>Per questo, mi domando. Ora, 30 anni di <em>Poesia</em> dopo, 30 anni di versi pubblicati al vento dell’epoca, cosa resta? Lo schianto del tempo presente. Le lamentazioni in forma lirica di poeti furbetti via blog e il magistero pacchiano di poeti volponi, più vecchiotti. <strong>A cosa sono serviti questi 30 anni? A educare al ‘gusto’, o perlomeno al buon gusto lirico (cioè, il buon gusto di lasciare i propri quattro versi ad ammuffire nel cassetto del comodino)? A educare a una lettura informata e diseducata, avventata e avventuriera?</strong> A cambiare un sistema editoriale asservito al mercato, al soldo dei vampiri? Macché. <strong>Gli egotismi lirici – algoritmi dell’ego che provocano conati di schifo – prolificano, chi ha i soldi si compra il libro di versi laccato dal prefatore doc, e tanto alla poesia chi ci crede, frega un cazzo a nessuno.</strong> La rete produce tonnellate di merda lirica che hanno inquinato l’etere, come una petroliera che si spacca in quattro in mezzo all’oceano. A morire non sono mai i responsabili del disastro, ma le magnifiche sule, i memorabili cormorani, le capriole dei delfini e i balzi delle balene, impediti dal liquame gommoso. <strong>A morire, nel puzzo lirico attuale, sono i poeti, che fanno circolare i loro capolavori nei sottoscala, in fotocopia o in pdf, senza soldi e senza potere, come sempre.</strong> Questa è la poesia, a 30 anni di <em>Poesia</em>.</p>
<p><em>Davide Brullo</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/30-anni-poesia-un-miracolo-carta-ole-la-poesia-oggi-un-disastro-estetico-ed-ecologico-morire-poeti-veri/">30 anni di “Poesia”, un miracolo di carta, olè. Ma la poesia, oggi, è un disastro estetico ed ecologico. E a morire sono i poeti veri</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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