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	<title>contagio Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Non più malati ma contagiati, un destino venereo…”. L’Europa ospedalizzata. Una lettera</title>
		<link>https://www.pangea.news/lettera-blu-temperini-europa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Nov 2022 05:14:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Blu Temperini]]></category>
		<category><![CDATA[Cioran]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Caro, Leggo Cioran, leggo i suoi Esercizi di ammirazione. Il primo di questi è dedicato a Joseph de Maistre, grande disequilibratore della Rivoluzione francese, savoiardo che si impuntò, non volle far procedere la storia, o meglio quello stuolo di fannulloni che vogliono agire; si impuntò a “resistere”, per quanto si possa mantenere in bilico un [&#8230;]</p>
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<p>Caro,</p>



<p>Leggo Cioran, leggo i suoi <em>Esercizi di ammirazione</em>. Il primo di questi è dedicato a Joseph de Maistre, grande disequilibratore della Rivoluzione francese, savoiardo che si impuntò, non volle far procedere la storia, o meglio quello stuolo di fannulloni che vogliono agire; si impuntò a “resistere”, per quanto si possa mantenere in bilico un pensiero rinfacciato. E siamo di nuovo catapultati nel qui, noi, senza approssimazioni. Tu conosci certamente, così come Maistre, <strong>quel gusto del macabro che è di tutti i progressisti o rivoluzionari, un fiuto irresistibile di cadavere pulsante che attende un derisorio sparo, una fine ironica, desiderosa.</strong> Se il sovrano è un sanguinario lo è anche l’utopia, col suo utile e il suo buono. Sanguinaria perché non solo avverte la fine ma biasima chi la scongiura, poi si accanisce sul fantoccio per prima e non uccide mai.</p>



<p>Due partite dunque che non osano: una (quella reazionaria) che si anima di paradosso, di grottesco, l’altra (quella rivoluzionaria) che osa solo nel momento in cui osare non è più compromettersi ma trionfare. Così la politica, la storia: dal discorso al dato, cronologia di senso, gioco che ha trovato alterco, dai mercanti alle risorse, aroma industriale di un tumore, sano languore che avevi nel cuore.</p>



<p><strong>Oggi voglio tornare indietro. Noi c’eravamo e non c’eravamo. Ho assistito e continuerò ad assistere senza nessuna regola.</strong> Mi pare che se ne possa cavare qualcosa di improprio, di ripercorribile a caso e senza freni. Forse ti diverto. Non che mi venga in mente di tirarne fuori un funesto predicatore. So che le tue intenzioni ci sono e assai buone. Io ti lascio come sempre la mia disponibilità alla paura dell’umano, al suo impotente sogno d’essere indisturbato, appena la morte volge un solitario ululato.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="716" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/VVVPREFMKAI6ZCUOTRXJ7R5A3Y-1024x716.jpg" alt="" class="wp-image-93439" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/VVVPREFMKAI6ZCUOTRXJ7R5A3Y-1024x716.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/VVVPREFMKAI6ZCUOTRXJ7R5A3Y-300x210.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/VVVPREFMKAI6ZCUOTRXJ7R5A3Y-768x537.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/VVVPREFMKAI6ZCUOTRXJ7R5A3Y-1536x1074.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/VVVPREFMKAI6ZCUOTRXJ7R5A3Y-600x420.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/VVVPREFMKAI6ZCUOTRXJ7R5A3Y.jpg 1544w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>In ombra al via vai di certezze e studi, tarocchi e abati, tu mi capisci… poi tutto è passato. Ora c’è dell’altro e sempre altro, non il Diverso. Non c’è da appellarsi al Dio che ormai si è defilato, neppure al diritto che inscena il calvario, ma un male impunito doveva essersi svegliato dal letargo di un bene inventato: la peste. Questa parola così desueta, parola d’occasione, mai volta ad altra intenzione, se non: contagio – prossimo – in – azione. La chiamarono epidemia.&nbsp;</p>



<p><strong>Non più malati ma contagiati, un destino venereo: dare ad ognuno la presenza come di un caso, una disciplina fortuita.</strong> Non più cittadini ma esseri nella decisione casuale, piena di gente, che rimette ad ognuno i sintomi della propria paura, della propria indecisione. Decisamente simmetrici però, tutti percentuali di un incontro sbagliato, di una trasmissione.</p>



<p>Quello che mi preme, e mi premeva anzitempo, se dovesse tutto ciò destare aria di testimonianza, è la salute. La salute ignora se stessa, ha abiti scambiati, perché nella molteplice fatalità di una malattia si annida una sola salute, che è un caso dissipato, una lontana curiosità della vita che si approssima; <strong>rovista il caos digestivo dell’istituzione come intromettendo nel fallimento l’abbaglio di una chiamata, ma nessuno risponde</strong>, di un altro uomo si sono perse le tracce.&nbsp;Medici e infermieri ne ricostruiscono asetticamente il labirinto intubato, ma resta uno spessore, una verità che rigurgita pene. La malattia costipa il corpo e cuce tra i suoi leganti minimi sforzi: tutto diviene interiora fuoriuscita dal tempo, attimo sopraggiunto ad infinito attimo. Ma il tempo della morte? La sacra celebrazione delle inferriate? Come saranno addolciti i violacei nidi di asfissia?&nbsp;La luce rubata all’uscio mortale sempre merita trascrizione e occhi attenti, che abbiano cura di scacciare le ombre.&nbsp;Forse quando il diritto alla morte scompare nel suo predecessore (il diritto alla salute) non v’è giustizia alcuna, solo arretratezza di menti diffuse in fumo.&nbsp;Ma la bestiale necessità di essere fuorviati in pace si consegna al patto. Anche a costo di perdere le vertebre si annuncia la verità del diritto, che si regge da sola.&nbsp;</p>



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<p><strong>Il diritto alla morte è oramai contemplato solo dal concetto di eutanasia: il bene inflitto come auto disciplina, scarica furente sull’animo solo.</strong>&nbsp;– Non è una pratica diffusa, un’umanità universale, la scoperta di un principio vitale, la dignità dei pazienti. Forse non lo sai ma è una facoltà, scegli tu. Quindi, per ricapitolare, non si è certo scoperto dove inizia il morire ma dove si prolunga il diritto, oltre la morte, oltre il patimento. –</p>



<p><strong>Ma il cadavere lo si riconosce ancora come aggregato di atomi costretti in una morsa? No, ormai è sola carne scarica di dolori, libera programmazione della cenere.&nbsp;</strong>Chi può ancora temerlo e sentire fatalmente elettrizzare il tocco?&nbsp;Forse i preti, ancorati alla loro vacillante fede di estinti? Oppure i medici, acquietati nel solco eroico del proprio mestiere? Altrimenti gli psicologi, inetti e ciechi visitatori dell’umano inerme? Nessuno di questi può, contro i vetri paludosi di un occhio varcato dalla falce.</p>



<p>Un funerale formale, giostrato tra vecchi antiquari e croci infestate di smog non è un degno appiglio per un’anima appena spirata, anzi più che un rito di avvicinamento sembra una notte di distruzione, il netto confine finalmente issato.&nbsp;Dove sono i morti e quali cataclismi si forsennano tra di loro? La quantità di membra sbattute dalla prova è insolente e il soffio richiede un traguardo. Chi potrà restituire alla morte la precisione di una linea, la sua discendenza stimata d’erede dell’intimità? Forse qualcuno si aggira… ma no.</p>



<p><strong>Tutto è ospedalizzato, l’ospedale ha ingurgitato tutto l’urbano, si parla, si dice ospedale, si piange ospedale, si spera ospedale. Tutto l’igienico è egemonico, tutto il soffribile solito.</strong> Si distribuiscono noiose sfide, stracci da masticare sotto al dente. Poi ad un tratto il morire recide e si trovano nuove branchie, nuove orecchie per la nuova pressione. Non la Morte ma il rifiuto chiude il discorso, l’ospedalizzazione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="827" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/ANT011-827x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93440" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/ANT011-827x1024.jpg 827w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/ANT011-242x300.jpg 242w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/ANT011-768x951.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/ANT011-600x743.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/ANT011.jpg 872w" sizes="(max-width: 827px) 100vw, 827px" /></figure>



<p>Dobbiamo però assolutamente ricordare colui che puntualmente si presentò, a render tutto questo una farsa: il prenotato, un essere accolto ma pizzicato qua e là da uno scrupolo: esser soddisfatto del turno, del suo orario da cartellino.</p>



<p><strong>La precedenza, la prenotazione, la prevenzione, il premio. Ovunque si può prenotare la propria presenza, essere anticipati dal codice e dal numero. L’imprevisto non può più neppure essere dannato anzi definitivamente censurato.</strong> <strong>Non si arriva più primi ma prevenuti. </strong>Senza sforzo si possono vedere uomini e donne che non hanno ancora scritto, prima di trovarsi dinanzi all’elettronico foglio, il proprio nome, che hanno scordato o non hanno voluto prestarsi alla lista. Sono tutti là nella fila, puniti, rallentati; si guardano intorno e si grattano, hanno prurito. Prima degli anziani, dei fragili, delle donne incinte e dei disabili, c’è lui, il prenotato. Si lancia, si impunta, si sorprende che ci sia tanta gente ancora così lenta, così burocraticamente assente. Non vuole certo che ti avvicini di un passo all’entrata, già il pensare d’essere superato lo irrita, lo indispettisce a tal punto che con fare modesto ti scaglia addosso la sua attesa, ti avverte che non per cattiveria ma per giusta condotta si deve seguire la coda. Ha sempre l’immotivata ansia d’essere in ritardo, di non essere primo, o addirittura di non essersi curato abbastanza d’essere il primo; pensa e ripensa cosa ha specificato allo sportello, chi ha salutato prima di entrare dal cancello, se ha scritto giusto il dato numero otto; se ha davvero l’aria da prenotato, se la dose di gentilezza e gratitudine è trasparita. Insomma non si può sbagliare, questo è un debutto.</p>



<p>Sarà come dicono ma nonostante piagnucolassero qua e là il godimento era e resta molto. Dammi retta, la testa è pesante sopra al coltello, la malattia tutta da scoprire e le cure un palato greve, non lineare. Tornato a complicarsi il dito rotto con la tosse, tornati i gesti civili, le istituzioni, i piccoli strumenti, controllo: mascherine, tamponi, pistole, nucleari, chi se ne importa! L’oggetto e la causa: un chiodo e si può riapparire, una pena e tornare coesi.&nbsp;</p>



<p>Ecco, mi sono fatta venire in mente dell’altro – ti avevo avvertito d’altro ma non il diverso – tanto per equivocare ancora Maistre, che in questa storia c’entra poco o niente, vedici quello che ci vuoi vedere. Forse per farcelo entrare dovrei allungare ma ne riparleremo.&nbsp;Mi sorge infatti il posticcio delle odierne manifestazioni, col volto combattuto tra il cellulare e il cartello. – Uno schermo senza un altro non è oramai più possibile issarlo.&nbsp;– Manifestazioni videosorvegliate, vigilate, teletrasportate.</p>



<p><strong>Sappiamo che in questa mediateca del consenso, piazza di virtualità, è impossibile tentare un corpo a corpo con il reale. Chi scende per strada lo fa per apparire, per essere conosciuto dalla conoscenza. </strong>Lo sforzo non è quello di essere retribuito, farsi udire nel mantra di una o l’altra ripetizione, ma incarnarsi. Il sapore delle nuove sommosse è confessionale, redenzione e rito della massa che cerca un nemico di carne mentre torna carne. Il non poter essere davvero afferrati per la camicia da questo tutto sapere e tutto trasformare, esserne piuttosto soggiogati, rivalutati prima ancora che se ne possa presagire lo scopo. E se noi non ne fossimo lo scopo? Chi parla? C’è qualcuno? Dall’altra parte sembrano rispondere i dipendenti, le controfigure. Piuttosto dove sono i dirigenti, i direttori, i capi? Il complotto è mancanza di un interlocutore, l’aria satura senza statura. E dove la storia attraversabile?&nbsp;Lo stato, il sindacato, il partito, l’Europa?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="762" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/7a9bc3c736137a3978_Bidloo_Ontleding_1690_88-762x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93441" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/7a9bc3c736137a3978_Bidloo_Ontleding_1690_88-762x1024.jpg 762w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/7a9bc3c736137a3978_Bidloo_Ontleding_1690_88-223x300.jpg 223w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/7a9bc3c736137a3978_Bidloo_Ontleding_1690_88-768x1032.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/7a9bc3c736137a3978_Bidloo_Ontleding_1690_88-600x806.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/7a9bc3c736137a3978_Bidloo_Ontleding_1690_88.jpg 804w" sizes="(max-width: 762px) 100vw, 762px" /></figure>



<p><strong>L’Europa che cercava un paradiso nel decorso della malattia e se ne stava iperattiva tra virus cognitivi; una grande miopia di gesti e conflitti, un tormentare a caso i segni di salute</strong>, una smorfia di successo a reperire cause, effetti; la sua riluttanza è diventata di fabbrica, stampata; nessuna traccia del proibito, tutto simulato nello sdoppiamento, puro ordinamento di similitudini rimescolate insieme a farne un affare, una copertina. Ma un semplice antagonismo non è più palese, non fa più da modello la morte.&nbsp;</p>



<p>Il campanello è suonato dai molti esiliati, scontenti, marginalizzati, nella lotta all’intelligenza, al nuovo sapere. <strong>Questi non saranno forse dei reazionari, (mantenendosi almeno in questo fedeli alle categorie sopracitate) sono gli scarti che restano di quella elaborazione, frammenti che si biforcarono e tornano a neutralizzarli.&nbsp;Complotto? Che sia questa la nuova scala di valori, la nuova parabola di onestà o disprezzo?</strong> Più in alto si sta e più si è compresi, malcelati, più in basso si resiste e più si è fraintesi. Sono scale di giudizio, rotelle, ritmi e torture da ordinare nel gioco, altrimenti non può esserci salvezza, con tutti i suoi incurabili.</p>



<p>Lo so, qua spetterebbe un posto d’onore alle parole. Lo pretendi da me. Ma non voglio neppure metterci uno spazio, andare a capo, tanto con quelle ci si acquieta, chi ci disturba? Si aggiunge o si castra la coda. <strong>Fascismo o Discriminazione? – Discrimine? Niente. – Parole anziane, forse più bambinesche, buone per una filastrocca, da redigere col caffè caldo. Forse redente? Ridicole.</strong> La schiena non la possono di certo alzare ma c’è sempre qualcuno che si diverte a farle risalire su e giù per il giornale.&nbsp;Ce ne sono anche di nuove, inglesissime o altrimenti italiane, quelle che si scoprono con la traduzione, alcune non sono male. Molti oggi dicono che le parole fanno male, sono importanti, sono “pietre”, scorgono la vendetta anche su un corpo puro. Nelle caverne butterei l’idioma!</p>



<p><strong>Altro non è se non un grande ospedale che mangia un piccolo ospedale, un intero quartiere.</strong>&nbsp;Non è mai la solita storia occidentale ma intanto è qualcosa ed ognuno si rincuora: si può ancora morire in Occidente e pure il male è peggiore, peggiore che altrove.</p>



<p><strong>Ti saluto adesso, anche se dicono di una guerra, di una furia di giornalisti senza diplomazia,</strong> giornalisti fuori da stanzone vuote che rimandano ad un giornale e ad una notte d’orrore. È un reportage?&nbsp;</p>



<p>Ti abbraccio, aspetto tue.</p>



<p>Blu Temperini</p>
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		<title>Vincere la morte. Il Covid impone la nuova sfida. Sacrificare tutto per allungare la vita. Sempre di più</title>
		<link>https://www.pangea.news/covid-dejanira-bada/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Nov 2020 09:06:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[contagio]]></category>
		<category><![CDATA[covid]]></category>
		<category><![CDATA[Dejanira Bada]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
		<category><![CDATA[Olivier Rey]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando ho letto l’articolo de “Il Foglio” intitolato “Quando non si può più donare la vita, non resta che conservarla a ogni costo”, ho avuto un’illuminazione. Il filoso Olivier Rey ha pubblicato il libro L’idolatria della ‘vita’ in cui critica l’immaginario che sottende la modernità nella tradizione francese che fu di Jacques Ellul. «In passato, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/covid-dejanira-bada/">Vincere la morte. Il Covid impone la nuova sfida. Sacrificare tutto per allungare la vita. Sempre di più</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quando ho letto l’articolo de “Il Foglio” intitolato <strong><a href="https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2020/11/11/news/-quando-non-si-puo-piu-donare-la-vita-non-resta-che-conservarla-a-ogni-costo-parla-il-filosofo-francese-olivier-rey-1414233/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Quando non si può più donare la vita, non resta che conservarla a ogni costo”</a></strong>, ho avuto un’illuminazione.</p>



<p>Il filoso Olivier Rey ha pubblicato il libro <strong><a href="https://www.ibs.it/idolatria-della-vita-ebook-olivier-rey/e/9788860325822" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>L’idolatria della ‘vita’</em> </a></strong>in cui critica l’immaginario che sottende la modernità nella tradizione francese che fu di Jacques Ellul. «In passato, un’epidemia come quella che noi subiamo dall’inizio del 2020 certamente avrebbe mietuto vittime, ma non avrebbe affatto colpito la vita delle società, che invece oggi è sconvolta. <strong>Perché? Perché i mezzi potentissimi di cui disponiamo per rimandare la morte rendono intollerabile l’idea di vedere morire anche solo una piccola parte della popolazione, senza fare nulla.</strong> È consuetudine dire dei sistemi ospedalieri che hanno l’obbligo non dei risultati (si sa che chiunque un giorno deve morire), ma di avere i mezzi. Detto in altri termini, i nostri mezzi ci obbligano. In fondo, ciò che ha reso imperative le misure di confinamento è stata, in primo luogo, la preoccupazione di evitare la congestione dei servizi ospedalieri: <strong>è in funzione dei servizi di rianimazione che la vita si è paralizzata. Su una tale situazione non esprimo un giudizio morale, ma sottolineo un fatto.</strong> I nostri mezzi, giganteschi in confronto a quelli di cui si è potuto disporre in passato, ci permettono di lottare efficacemente contro ogni sorta di male che lasciavano i nostri predecessori senza soccorso».</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="322" height="456" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/libro-8.jpg" alt="" class="wp-image-81154" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro-8.jpg 322w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro-8-212x300.jpg 212w" sizes="(max-width: 322px) 100vw, 322px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong>Alla fine la verità su questa pandemia potrebbe essere solo una: in passato nessuna epidemia si è gestita e si sarebbe mai gestita in questo modo ma oggi, periodo in cui la morte è diventata il tabù per antonomasia</strong>, e sapendo di avere i mezzi necessari per ritardare in ogni modo possibile la morte, si è condannato il mondo intero a una crisi economica epocale per far vedere a Dio, a noi stessi, al nulla o quel che è, quanto siamo bravi a ritardare la morte, a gestirla, e un giorno, a superarla.</p>



<p>*</p>



<p>L’altra sera, mentre guardavo in diretta la trasmissione <em>Dimartedì</em>, già mi si era accesa una lampadina. Il politologo Edward N. Luttwak durante il suo intervento ha detto proprio che in passato alcuni morivano e la società andava avanti e poi l’epidemia passava. E l’ospite Concita De Gregorio ha cercato di far passare Luttwak per uno “sterminatore nazista”, quando invece Luttwak ha detto solo una scomoda verità, e cioè come funzionava in passato. Ma l’altra ospite, la giornalista Myrta Merlino, ha affermato un’altra cosa che ci aiuta a trovare il bandolo della matassa del mio ragionamento, e cioè che se nel 2020 siamo capaci di allungare la vita delle persone – indubbiamente una grande conquista – dobbiamo continuare a farlo. <strong>È questo l’unico vero obiettivo, allungarla sempre di più, anche solo di qualche anno. Oggi morire a ottant’anni è inconcepibile, inaccettabile. Se si può evitare anche soltanto una morte si deve fare di tutto. </strong>Fa niente se l’età media di un uomo è di 82 anni e il Covid principalmente uccide chi ne ha più di 83 e con più patologie. Non ha nessuna importanza. L’unica cosa che conta è puntare all’immortalità, far vivere tutti almeno fino a 100 anni.</p>



<p>*</p>



<p>In questi giorni ho ascoltato le bellissime conferenze gratuite organizzate dalla Fondazione Prada: “Human Brains. Culture and consciousness”. Durante questi incontri c’erano vari ospiti, tra cui neuroscienziati, filosofi, antropologi, biologi, <strong>e si parlava tranquillamente del fatto che presto verranno inseriti dei chip nei nostri cervelli, che le macchine faranno parte di noi (Elon Musk ci sta già lavorando), che si proverà a ‘copiare’ esattamente il nostro cervello per trasferirlo su un altro corpo.</strong> Cercheremo di replicarci, di sostituire i nostri organi con impianti 3D, e cancelleremo le malattie intervenendo a livello genetico, evitando che nascano bambini con certe patologie, superando anche la questione etica. Tutto questo è già realtà, e verrà imposto se non lo si accetterà, perché l’uomo vuole sconfiggere la morte, e con il COVID-19 è iniziata questa nuova era, che piaccia o non piaccia.</p>



<p>*</p>



<p>Molte attività culturali, ristorative, ludiche, falliranno, portando sul lastrico milioni di persone ma sono danni collaterali, ‘non sono essenziali’, non hanno nessuna importanza, perché tutto è sacrificabile in funzione della salvezza di un solo individuo, in nome di quello che per alcuni si può considerare accanimento terapeutico. L’economia in qualche modo si risolleverà, le persone che perderanno il lavoro si dovranno reinventare, questa è la dura realtà da accettare che ho sentito dire a più di un politico. E nessuno farà nulla per evitarlo.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Io sono per la scienza, lo sono sempre stata. Sono per i vaccini, sono per il progresso che ci porterà su Marte. Sono affascinata dalla neuroscienza</strong>, insegno <em>mindfulness</em>, una meditazione laica che ha un approccio scientifico, mi commuovo quando leggo dell’avanzamento della medicina, quando scopro che grazie a un pacemaker nel cervello si riuscirà presto a sconfiggere anche il Parkinson e l’epilessia. Eppure in questo periodo sono passata anch’io per negazionista/complottista, solo per aver detto che questa pesante influenza uccide purtroppo soprattutto chi ha più patologie e chi è in età avanzata, tesi confermata ormai da tutti. Non ho mai negato il Covid, ho solo posto l’attenzione anche sulla gestione della pandemia a livello governativo, e ho sempre considerato il lockdown una scelta sbagliata. Tutto ciò mi ha fatto sorridere e anche soffrire, perché non riuscivo a capire come potesse essere accaduto: proprio io, che ho sempre difeso la scienza, mi sono ritrovata a essere minacciata di morte da certe infermiere (si è arrivati anche a questo.) E sono stati definiti ‘negazionisti’ migliaia di persone che hanno pure una certa cultura, che sono persone intelligenti, che sono a favore della scienza da sempre, come Vittorio Sgarbi, Massimo Cacciari e tantissimi altri.</p>



<p>Eppure dovevamo capirlo. È da tempo che siamo entrati nell’epoca del salutismo, dove entro il 2030 non si fumerà più all’aperto in tutta Milano e in molte altre città del mondo, dove il benessere viene prima di tutto, dove una rockstar che fuma e beve e si droga non è più un mito ma una persona da stigmatizzare, dove sempre più persone sono diventate e diventeranno vegetariane, dove ci sarà una rivolta ‘Green’ che sarà potente come lo è quella della lotta alla morte.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Ma ora tutto mi è chiaro: se si accetta, apprezza e ringrazia la scienza che oggi ci permette di arrivare tranquillamente a 80 anni, bisogna capire e accettare che in questo caso è necessario fermare un Paese</strong>, anzi, il mondo intero, per salvare anche soltanto un novantacinquenne. Fare di tutto, a qualunque costo, per entrare in una nuova Era, quella dell’uomo che non solo vuole ritardare la morte, ma la vuole sconfiggere, vuole averne il controllo assoluto. L’uomo che si sostituisce a Dio, alle leggi della Natura, definitivamente.</p>



<p>La vera battaglia è affermare la vittoria della scienza che non può permettersi contraccolpi, arrivare a un punto in cui si potrà dire “la scienza non ha fallito”.</p>



<p>È vero, siamo in guerra, ma la guerra non è contro il virus, è la guerra della scienza contro la Natura. Non avevo capito niente. </p>



<p><strong><em>Dejanira Bada</em></strong></p>
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		<title>“Una marea buia di esseri umani scorreva per le strade della città”. 1832: il colera a Parigi. Il racconto di Heinrich Heine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Nov 2020 10:43:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[colera]]></category>
		<category><![CDATA[contagio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ebreo diventato luterano, allievo di Hegel, Heirich Heine è tra i più raffinati poeti tedeschi dell’Ottocento. Dopo il fatidico viaggio in Italia, si trasferì in Francia: frequentò Richard Wagner e Balzac, aveva una verve polemica, fu afflitto da una paralisi progressiva, che lo condusse a morte, nel 1856, a Parigi; è sepolto a Montmartre. Nella [&#8230;]</p>
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<p><em>Ebreo diventato luterano, allievo di Hegel, <strong><a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/heinrich-heine_%28Enciclopedia-Italiana%29/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Heirich Heine</a></strong> è tra i più raffinati poeti tedeschi dell’Ottocento. Dopo il fatidico viaggio in Italia, si trasferì in Francia: frequentò Richard Wagner e Balzac, aveva una verve polemica, fu afflitto da una paralisi progressiva, che lo condusse a morte, nel 1856, a Parigi; è sepolto a Montmartre. Nella primavera del 1832, con particolare acume narrativo, raccontò il colera che seminò il terrore a Parigi. I malati intasavano gli ospedali della città, ridotta a macello: infine si contarono oltre 19mila parigini morti. Il lungo viaggio del colera, in particolare, era cominciato nel 1817, in India, lungo il Gange: da lì arrivò, in virtù degli scambi commerciali in atto, nel Regno Unito, quindi in Europa.</em></p>



<p><em>**</em></p>



<p><strong>L</strong><strong>’arrivo del colera venne annunciato ufficialmente il 29 marzo, e poiché si trattava del giorno di mezza quaresima e il sole splendeva nel cielo terso</strong>, i parigini andavano e venivano febbrilmente sui <em>boulevard</em> con ancor più gaiezza. C’era persino chi portava la maschera, di un bluastro livido o dall’aspetto cagionevole, per caricaturare e ironizzare la paura del colera e il morbo stesso.</p>



<p><strong>Quella sera le sale da ballo erano più affollate del solito: le risa sguaiate sopraffacevano la musica; ci si affannava per ballare il cancan, un ballo tutt’altro che pudico; tutti bramavano ogni tipo di bevanda fredda o con ghiaccio quando, all’improvviso, il più ilare degli arlecchini sentì che le gambe gli si erano intirizzite e si tolse la maschera e, per la meraviglia di tutti, svelò la faccia ormai violacea.</strong> Non appena ci si accorse che non vi era alcun trucco, le risate si spensero e molte carrozze iniziarono a trasportare donne e uomini dal ballo all’<em>Hôtel-Dieu</em>, l’ospedale centrale dove, ancora travestiti, morirono. L’onta di terrore fu tale, che le persone iniziarono a credere che il colera fosse contagioso e poiché dall’ospedale si levavano mefistofeliche urla di paura, si dice che molti vennero sepolti così velocemente che non furono svestiti nemmeno delle stravaganti <em>mise</em> che portavano, così ora riposano festosamente in pace.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/71mn3cZa9hL.jpg" alt="" class="wp-image-81022" width="544" height="824" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/71mn3cZa9hL.jpg 660w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/71mn3cZa9hL-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/71mn3cZa9hL-85x130.jpg 85w" sizes="(max-width: 544px) 100vw, 544px" /></figure>



<p><strong>Ma una diceria iniziò a circolare: alcuni di quelli tumulati più lestamente non erano morti di malattia, ma bensì avvelenati. Si diceva che certe persone avessero trovato il modo di avvelenare ogni genere di vivanda, sia al mercato delle verdure, sia nei forni, nelle macellerie o nelle cantine</strong>. Più straordinarie erano queste storie e più la gente ci credeva, e anche i più scettici avranno dovuto ricredersi quando persino il capo della polizia pubblicò un’ordinanza a questo proposito. La polizia – che in ogni paese sembra meno incline a prevenire il crimine piuttosto che a mostrare la sua conoscenza di esso – riguardo alle storie di avvelenamento, vere o false che fossero, si adoperò per distogliere ogni sospetto dal governo. Basti pensare che con il loro infelice proclama, nel quale affermavano inequivocabilmente di essere sulle tracce degli avvelenatori, confermarono ufficialmente le dicerie e perciò gettarono l’intera città di Parigi nel più totale terrore della morte.</p>



<p><strong>“Mai visto nulla di simile!” dicevano i più anziani, che persino durante la <em>Révolution</em> non avevano provato tanta paura. “Francesi! Che vergona!” gridavano gli uomini, con le mani sulla fronte. Le donne, con i pargoli agonizzanti al petto, piangevano amaramente e si disperavano poiché quelle creature innocenti gli morivano fra le braccia.</strong> I poveri non osavano mangiare né bere e si torcevano le mani nell’indigenza e nell’afflizione più tragiche. Sembrava fosse giunta la fine del mondo. Le folle si assembravano soprattutto negli angoli delle strade, dove c’erano le enoteche, e di solito era lì che si perquisivano i sospettati, e guai a loro se in tasca gli si trovava qualche oggetto ambiguo. L’orda di gente, allora, si avventava come fanno gli animali o i pazzi sulle proprie vittime. Molti si salvarono per prontezza di spirito, altri grazie all’intervento degli uomini della <em>Garde Municipale</em>, che in quei giorni pattugliavano in ogni dove. Alcuni vennero feriti o storpiati, mentre sei uomini vennero assassinati sul posto senza alcuna pietà. Niente è più orribile di una folla inferocita e bramosa di sangue mentre strangola la sua preda indifesa. <strong>Una marea buia di esseri umani scorreva per le strade della città; qui e là, le maniche di camicia dei braccianti guizzavano come creste d’onda di un mare in tempesta, e tutti ululavano e ruggivano; spietati, barbari, diabolici.</strong> Su <em>rue de Vaugirard,</em> luogo in cui due uomini furono giustiziati poiché sporchi di una strana polvere bianca, ho visto uno sciagurato che ancora rantolava e una vecchia che si toglieva gli zoccoli dai piedi per colpirlo a morte sulla testa. Era nudo e ferito e livido, così che il sangue gli scorreva addosso. Non gli avevano strappato solo i vestiti, ma anche i capelli e gli avevano tagliato labbra e naso; una volta morto, un uomo ancor più vile gli legò i piedi con un cappio e lo trascinò per le strade mentre gridava: “<em>Voilà le cholera morbus!”.</em></p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/libro2-5.jpg" alt="" class="wp-image-81023" width="494" height="825"/></figure>



<p><strong>All’indomani sul giornale, si diceva che gli sciagurati uccisi con tanta crudeltà erano tutti innocenti e la polvere in loro possesso non era che canfora o cloro o qualche altro rimedio contro il colera. Quanto ai presunti avvelenati, erano invece morti naturalmente, sopraffatti dal bacillo.</strong> La gente – qui come in qualunque altro luogo – prona all’ira e incline alla crudeltà, divenne immediatamente quieta e si dispiaceva con toccante tristezza delle proprie azioni sconsiderate una volta sentita la voce della ragione. Con la loro opera i giornali riuscirono a calmare e ad ammansire la popolazione, e forse potrebbe essere etichettato come un trionfo della stampa, così celere nel rimediare al malfatto della polizia. &nbsp;&nbsp;</p>



<p><em><strong>Heinrich Heine</strong></em></p>



<p><em><strong>*</strong>La traduzione è di Giacomo Zamagni</em>; <em>in copertina: Luca Giordano, &#8220;Apollo e Marsia&#8221;, 1660</em></p>
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		<title>Siamo animali muti che cercano un corpo, un contatto… Il romanzo di Katherine Anne Porter contro il distanziamento sociale (ovvero: una grande scrittrice da rileggere)</title>
		<link>https://www.pangea.news/katherine-anne-porter-pandemia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2020 12:28:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[contagio]]></category>
		<category><![CDATA[Katherine Anne Porter]]></category>
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		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli anni Sessanta furono quelli della consacrazione. Era donna, matura, tosta. Texana, cattolica, tentò la via del cinema, trovò quella della scrittura; passò dal Greenwich Village al Messico. Fu la prima a esaltare il talento di Diego Rivera, era amata da Hart Crane, impalmò – per dirvi del carattere – quattro uomini. Il primo lo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gli anni Sessanta furono quelli della consacrazione. Era donna, matura, tosta. Texana, cattolica, tentò la via del cinema, trovò quella della scrittura</strong>; passò dal Greenwich Village al Messico. Fu la prima a esaltare il talento di Diego Rivera, era amata da Hart Crane, impalmò – per dirvi del <em>carattere</em> – quattro uomini. Il primo lo aveva sposato a 16 anni; divorziò da tutti, l’ultimo – di vent’anni più giovane, l’aveva conosciuto a casa del suo amico Allen Tate – lo fece fuori nel 1942.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-76521 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/PaleHorsePaleRider-206x300.jpg" alt="" width="289" height="421" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/PaleHorsePaleRider-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/PaleHorsePaleRider.jpg 261w" sizes="(max-width: 289px) 100vw, 289px" />Nel 1965, con <em>The Collected Stories</em>, Katherine Anne Porter ottiene il Pulitzer e il National Book Award. La consacrazione, appunto, è sottolineata da tre candidature al Nobel per la letteratura per tre anni consecutivi, dal 1964 al 1966. </strong>Gli soffiarono l’ambito alloro Sartre (1964), Michail Solochov (1965), il duo Agnon/Nelly Sachs (1966). Da un suo romanzo, ancora nel 1965, Stanley Kramer trae il film, <em>La nave dei folli</em>, con Vivien Leigh e Simone Signoret: due Oscar (tra cui uno alla fotografia di Ernest Laszlo) su otto nomination. <a href="https://www.loa.org/writers/248-katherine-anne-porter" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Katherine Anne Porter</strong> </a>è nata nel 1890, è vissuta a lungo, si è involata verso i pascoli celesti da Silver Spring, nel Maryland, era il settembre del 1980. Due date tonde passate in cavalleria: in Italia la Porter è poco nota, Bompiani nel 2018 ha pubblicato <a href="https://www.bompiani.it/catalogo/lo-specchio-incrinato-9788845293641" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Lo specchio incrinato</em></a>.</p>
<p>*</p>
<p>Ora. Uno dei racconti più importanti di Katherine, raccolto nelle <em>Collected Stories, </em>s’intitola <em>Pale Horse, Pale Rider. </em>Edito in origine nel 1939, tradotto da Einaudi nel 1946 – per mano di Lidia Storoni Mazzolani – e recuperato da La Tartaruga nel 2009, è tornato in auge negli Usa perché narra la pandemia. <strong>I fatti, fittizi, traggono spunto dall’esplosione influenzale del 1918: la Porter lavorava a Denver per il “Rocky Mountain News”, piglia la ‘spagnola’, è ricoverata in ospedale, rischia la morte.</strong> “La storia, pubblica vent’anni dopo la malattia, mostra con devastante sottigliezza l’orrore di tornare a una vita priva di rapporti umani, priva di comunità”, scrive sulla “Los Angeles Review of Books” Melanie Benson Taylor, in un pezzo dal titolo esplicito: <em><a href="https://lareviewofbooks.org/article/katherine-anne-porters-pandemic/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Katherine Anne Porter’s Pandemic</a>. </em>Secondo Robert Penn Warren (uno degno di fede), “<em>Pale Horse, Pale Rider </em>è uno dei libri più importanti, è uno dei vertici nell’ambito della narrazione breve”.</p>
<p>*</p>
<p>Katherine Anne Porter si rivede in Miranda Gay, giornalista, pragmatica, appassionata, che ha una fugace storia d’amore con un soldato. Lui si ammala di ‘spagnola’ e muore. “Non c’è distanza sociale nel romanzo: la coppia si tiene sfacciatamente per le mani, vanno a ballare. Le persone muoiono, funerali accadono ovunque ma ‘la malattia sembra un divertimento’”. <strong>Nel corpo gli amanti “trovano una nuova lingua”; il dramma, piuttosto, è vivere in un tempo in cui tutti parlano e scrivono incessantemente senza riuscire a dire nulla. “Siamo animali senza parole che si lasciano distruggere, perché? Qualcuno crede davvero alle cose che ci diciamo?”.</strong></p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-76522 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro2-61-192x300.jpg" alt="" width="297" height="464" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-61-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-61.jpg 419w" sizes="(max-width: 297px) 100vw, 297px" />Il problema, nel racconto, non è la distanza sociale, specie di “cavaliere pallido”, ma il fallimento delle relazioni umane. “Ogni passo che facevano l’uno verso l’altro finiva irrimediabilmente per separarli”. Mentre il soldato, Adam, muore, Miranda è precipitata tra le braccia di un altro amante. Non è il virus a contagiare, non è la guerra; è l’uomo, la febbrile voglia di fuga, d’incardinarsi in un corpo altrui.</p>
<p>*</p>
<p><strong>“Alcuni prevedono che la quarantena produrrà tante gravidanze e altrettanti divorzi. ‘Le persone possono dormire nello stesso letto e essere socialmente distanti’,</strong> ha ricordato il reverendo Tony Lee, pastore di una chiesa del Maryland. Poi c’è chi vive da solo: l’industria dell’intrattenimento per adulti è stata una delle poche a godere di una crescita esponenziale (come la vendita di armi da fuoco e di munizioni)” (Melanie Benson Taylor).</p>
<p>*</p>
<p>La Miranda di Katherine Anne Porter intende la sua vita da sopravvissuta come un “imbroglio intollerabile”. Così termina il libro. <strong>“Niente guerra, niente pestilenza, solo il silenzio stordito che segue un bombardamento; case silenziose, ombre immemori, strade vaghe, vuote, la fredda luce morta del domani. Ora che ci sarebbe tempo per tutto”.</strong> Che meraviglia. “Siamo, come i personaggi della Porter, animali senza parole che lottano per una compagnia, per il contatto nel pieno dell’apocalisse quotidiana”, è la morale della giornalista. Cani vagabondi che parlano senza dire, vogliono un morso, un abbraccio. Direi, più che altro, che Katherine Anne Porter, la sua scrittura carnale e limpida, dev’essere riportata sull’altare degli scrittori da leggere, nei piani quinquennali degli editori nostri.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/katherine-anne-porter-pandemia/">Siamo animali muti che cercano un corpo, un contatto… Il romanzo di Katherine Anne Porter contro il distanziamento sociale (ovvero: una grande scrittrice da rileggere)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Chi sopravvivrà all’epidemia, riuscirà a sopravvivere alla fine dei rapporti civili? Avrà qualcosa in cui credere?”. Le quattro verità sulla peste, tra il Trionfo della Morte e Ingmar Bergman</title>
		<link>https://www.pangea.news/epidemia-editoriale-salvatore-ritrovato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2020 07:29:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Bergman]]></category>
		<category><![CDATA[Camus]]></category>
		<category><![CDATA[contagio]]></category>
		<category><![CDATA[epidemia]]></category>
		<category><![CDATA[Manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore Ritrovato]]></category>
		<category><![CDATA[virus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Siamo ignoti a noi medesimi, noi uomini della conoscenza, noi stessi a noi stessi: è questo un fatto che ha le sue buone ragioni. Non abbiamo mai cercato noi stessi – come potrebbe mai accadere, un bel giorno, di trovarsi?» (Nietzsche, Genealogia della morale) * Questi giorni difficili hanno fatto emergere molte e diverse Italie, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>«Siamo ignoti a noi medesimi, noi uomini della conoscenza, noi stessi a noi stessi: è questo un fatto che ha le sue buone ragioni. Non abbiamo mai cercato noi stessi – come potrebbe mai accadere, un bel giorno, di trovarsi?» (Nietzsche, <em>Genealogia della morale</em>)</p>
<p>*</p>
<p><strong>Questi giorni difficili hanno fatto emergere molte e diverse Italie, a volte in contraddizione fra loro, in più o meno esacerbato conflitto da anni</strong>, perché c’è un’Italia della Resistenza, pronta a prendersi le proprie responsabilità e a sollevarsi contro la deriva antidemocratica, e un’Italia qualunquista, che crede nella retorica della società dello spettacolo, e sollecita e invoca un cripto-dispotismo magari adattato alla propria stolida sicurezza individualistica. Giorni difficili, tristi, che lasceranno degli strascichi, alimentati tanto da disinformazione astrusa quanto da informazione manipolata, e probabilmente, in alcuni casi, deterioreranno i rapporti fra gli italiani, e degli italiani con se stessi, se essi non si disporranno a leggere con senso critico le diverse “verità” (comprese le “non-verità”) che sono state dette (e talvolta non-dette).</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-76490 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/poster-3-213x300.jpg" alt="" width="352" height="496" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/poster-3-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/poster-3-726x1024.jpg 726w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/poster-3-768x1083.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/poster-3-1089x1536.jpg 1089w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/poster-3-1320x1862.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/poster-3.jpg 1418w" sizes="(max-width: 352px) 100vw, 352px" />Come in ogni epidemia, da che mondo è mondo, esistono più livelli di verità. Mi pare di individuarne almeno quattro: il primo è politico; il secondo è scientifico; il terzo è umano; il quarto è metafisico, o – nella sua versione laica – metaforico. <strong>Sul primo non è il caso che si spendano, per ora, molte parole: ci penseranno gli studiosi a rimettere ordine. Per centinaia di anni si credette che la peste fosse diffusa dagli “untori”. Una categoria di esseri umani, presi il più delle volte dalla strada, reietti inermi, sciocchi e pitocchi, sprovveduti, malcapitati, capri espiatori di una catastrofe (termine con cui s’intende non milioni di contagiati, ma milioni di morti) che li trascendeva.</strong> Che la peste fosse diffusa dagli untori non era una verità scientifica, ovviamente, ma politica: serviva a coprire le gravi colpe di un Potere inefficiente e ottuso, incapace di gestire il bene pubblico, di provvedere all’emergenza, di assumersi responsabilità. I media, che allora consistevano in grida o in qualche timida gazzetta, servivano a diffondere la voce del padrone. Tra i medici non mancavano coloro che nutrivano dubbi sullo stragismo degli untori, chi sa se manovrati da qualche principe straniero, o dal diavolo in persona; ma alla fine, se non volevano rischiare la gogna popolare, o cedevano o si mettevano da parte. <strong>Sono cose che racconta, con dovizia di particolari, Manzoni, nel romanzo che tutti conosciamo e nella <em>Storia della colonna infame</em>, e prima di lui aveva già intuito Pietro Verri, nelle <em>Osservazioni sulla tortura</em>.</strong> Solo nel 1894 il dottor Alexandre Yersen scoprì che a portare e a diffondere la peste era un maledetto batterio coccobacillo, contro il quale si sono provati tanti vaccini, ma nessuno finora si è rivelato sicuro al 100%. Morale: per arrivare a una verità scientifica ci possono volere centinaia e centinaia di anni; per una verità politica non si può attendere molte ore.</p>
<p>*</p>
<p>La verità umana è la più dolorosa, e consiste tanto nel male orrendo che piaga gli appestati (si tratti di vaiolo, febbre tifoidea o peste in senso proprio), quanto nell’esperienza che traumatizza chi sopravvive, per cui niente è più uguale a prima (c’è ancora qualcuno che non ci crede?). La verità umana sono i morti: migliaia, milioni. I pianti non bastano, inutili i soccorsi, insufficienti i lazzeretti, i carri funebri, ancor meno i becchini che portano vittime e contagiati al cimitero e li seppelliscono in fosse comuni, scavando dove capita. <strong>E in queste fosse vi finiscono tutti, dal pezzente al ricco: anche chi per censo crede di meritare una tomba più comoda sotto il pavimento del duomo o in un sarcofago con bassorilievi e tanto di epitaffio, può finire in una poltiglia di cadaveri. E se non bastano le fosse comuni, si accendono i roghi. Davanti alla morte siamo tutti uguali: donde <em>Il trionfo della morte</em>, e, a scandirne la macabra ineluttabilità, <em>La danza della morte</em>, grandi serie tematiche dell’arte figurativa intorno alle quali i nostri antenati, non molte generazioni fa, cercavano di rendersi conto dell’insensatezza di quello che stavano vivendo.</strong> Se la morte non fa distinzione, l’unica cosa certa è – per chi se lo può permettere – scappare in campagna, evadere dal consorzio umano, cercare un posto isolato, e là aspettare che tutto finisca. Come i dieci giovani di buona famiglia che nel <em>Decameron </em>di Boccaccio, abbandonati dai loro parenti (chi morto, chi fuggito) si ritirano in una ricca tenuta aristocratica che li culla come fuori dal mondo: la loro, però, non è paura, ma un atto di fede nella vita che tornerà a scaldare il cuore e i sentimenti degli uomini, resuscitando la <em>pietas</em> verso i vinti, gli sconfitti, che intanto la peste cancella e avvilisce; la fede di quei giovani tornerà a ricordarci che, nonostante tutto, la morte non ci può annichilire, non riesce a smontare la nostra speranza nell’umanità. Perciò, per passare la quarantena, non resta che “raccontare” novelle su novelle, che ci dicono che esiste ancora, di là, fuori da quel luogo privilegiato, il mondo.</p>
<p>La verità umana è la più complessa, ha bisogno di anni per essere digerita, ma è quella che sopravvivrà più a lungo. Tra gli effetti collaterali di una grande epidemia, come quelli di ogni catastrofe, non è solo la crisi economica, ma anche <strong>lo sbriciolarsi dei rapporti di convivenza civile fra gli esseri umani, soprattutto quando vige la sopraffazione e il sopruso, e superstizioni e pregiudizi prevalgono non solo sulla verità che è un affare molto intricato, ma anche sul senso critico che ci impedisce di credere nella “verità” del primo che sentiamo. Chi sopravvivrà all’epidemia, riuscirà a sopravvivere alla fine dei rapporti civili? avrà qualcosa in cui credere?</strong> quanto tempo gli ci vorrà per tornare a credere nel prossimo, nel vicino di casa? Morale: la verità umana non finisce mai.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-76491 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro-21-199x300.jpg" alt="" width="370" height="558" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-21-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-21.jpg 425w" sizes="(max-width: 370px) 100vw, 370px" />E siamo all’ultimo livello di verità: perché tanta morte? come è possibile? che senso ha la vita? che cosa ha scatenato questa ira divina? o altrimenti, dov’è Dio? <strong>È un senso di colpa, misto ad angoscia e paura (che non sono la stessa cosa), quello che cerca ora un’uscita di sicurezza nel pensiero che dietro tanto male vi sia un mistero più grande, un disegno imperscrutabile di cui sfugge, per ora, la trama. Non è un sentimento antico o medievale, ma di sempre: come può tale angosciosa fragilità di fronte a una catastrofe catturare anche l’uomo che crede nel progresso?</strong> Dopotutto, la modernità ha dimostrato che scienza e tecnologia sono in grado di migliorare le condizioni di vita di tanti uomini, fatte di sofferenze e miserie millenarie; eppure, un dubbio viene quando scienza e tecnologia sono impiegate per lo sterminio di massa, come possono dimostrare – ove non bastassero le guerre mondiali e tante altri conflitti non meno cruenti né meno lunghi – le due bombe atomiche, che speriamo restino le ultime. <strong>Lo sa Ingmar Bergman, che nel 1956 realizza il<em> Settimo sigillo</em>, film che ancora oggi lascia, nella sua lucida e sobria asciuttezza, sbalorditi.</strong> Il Cavaliere, al secolo Antonius Block, crociato precocemente invecchiato dalla dura esperienza in Terrasanta, non cessa di domandarsi che senso ha tutto questo. Sa che non sarà facile avere una risposta, intanto gioca la sua partita a scacchi con la Morte, consapevole che, per quanto voglia illudersi del contrario, un giorno dovrà perdere. Scopo, però, della sua partita disperata è di distrarre la Morte da una giovane famiglia cui essa, nel paese devastato dalla peste, abbandonato da Dio che si è nascosto chi sa dove e chi sa da quando, vuole portare via con sé. Al Cavaliere resta appena il tempo di un’azione buona per riscattare la sua vita buttata in assassinii e prepotenze. Antonius Block non viene dal Medioevo, ma non è neanche un uomo del Novecento: è il prototipo dell’Uomo che, in ogni angolo della terra, in ogni momento, solleva i quesiti fondamentali sull’esistenza.</p>
<p><strong>Questo film di Bergman arriva nove anni dopo la <em>Peste </em>di Albert Camus (1947), il quale a sua volta richiama, ora esplicitamente ora allusivamente, tanta letteratura sulla peste, non per ricapitolare quanto già detto, bensì per proiettare l’evento luttuoso, per cui gli uomini hanno tanto pianto e scritto, su un orizzonte esistenziale molto più ampio:</strong> la peste come metafora della forza incontrollabile del male assurdo, sulla quale è inutile ogni speculazione metafisica o retorica politica. Non resta che rimboccarsi le maniche: è quello che fa il bravo medico Rieux con la sua squadra di assistenti, infermieri, volontari, semplici impiegati, che organizzano, assistono, curano, sperimentano, fronteggiano il male senza paura e senza superbia; insomma non perdono tempo, perché ogni giorno è prezioso, certo, e perché vi sono dei frangenti in cui bisogna mettere da parte se stessi e riporre al centro delle nostre preoccupazioni l’Uomo detto altrimenti <em>Homo sapiens</em>, il quale ci ha messo 150.000 anni per esplorare e conoscere il mondo, e farlo suo, e probabilmente ci metterà molto meno tempo per mandarlo in rovina. <em>Homo sapiens </em>ha imparato a destreggiarsi fra i pericoli quotidiani della fame e della sete, delle bestie feroci, delle questioni sociali, e quelli straordinari delle calamità naturali, delle alluvioni, dei terremoti, delle guerre e delle epidemie; <strong>e alla fine pare che non abbia ancora capito che il pericolo maggiore è dentro di sé, nella sua incapacità di amare il mondo di cui è abitante usufruttuario, non proprietario, questo giardino con le sue risorse limitate e non garantite</strong>, e con i suoi difetti, niente di più niente di meno, o prendere o lasciare, un pianeta per il quale non abbiamo a disposizione alcuna alternativa. E per quest’ultimo livello, mi pare superfluo proporre una morale.</p>
<p><strong><em>Salvatore Ritrovato</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: parte della &#8220;Danza macabra&#8221; di Bernt Notke nella Chiesa di San Nicola a Tallinn</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/epidemia-editoriale-salvatore-ritrovato/">“Chi sopravvivrà all’epidemia, riuscirà a sopravvivere alla fine dei rapporti civili? Avrà qualcosa in cui credere?”. Le quattro verità sulla peste, tra il Trionfo della Morte e Ingmar Bergman</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Il virus ha mostrato la nostra piccolezza. Non ci resta che affidarci alla Montagna, simbolo potente di ascensione. E alla parola del poeta</title>
		<link>https://www.pangea.news/montagna-virus-francesco-solitario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 May 2020 11:14:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[contagio]]></category>
		<category><![CDATA[Donatella Bisutti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Solitario]]></category>
		<category><![CDATA[montagna]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come si può non condividere tutto ciò che scrive Donatella Bisutti nel suo recente Editoriale su Pangea? La forma letteraria che ha scelto, quasi di aforisma, è efficacissima; le permette la massima libertà di espressione in ogni nota, senza legami di concatenazioni logiche tra le note stesse, che pure però mantiene. Sono come tante stilettate, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/montagna-virus-francesco-solitario/">Il virus ha mostrato la nostra piccolezza. Non ci resta che affidarci alla Montagna, simbolo potente di ascensione. E alla parola del poeta</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Come si può non condividere tutto ciò che scrive Donatella Bisutti nel suo recente<a href="http://www.pangea.news/donatella-bisutti-editoriale-virus/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> Editoriale su <em>Pangea</em>?</a> La forma letteraria che ha scelto, quasi di aforisma, è efficacissima; le permette la massima libertà di espressione in ogni nota, senza legami di concatenazioni logiche tra le note stesse, che pure però mantiene. Sono come tante stilettate, forti e incisive, che si incidono facilmente e immediatamente nel cuore e nella mente di chi legge. Il lettore, poi, può scegliere dove soffermarsi seguendo, più o meno, le impressioni che gli ha suscitato.</p>
<p>Pur trattandosi di un argomento delicato e difficile, a tratti anche drammatico, la sensibilità poetica della Bisutti lo smussa, lo dilava, lo rende accettabile, grazie anche alla sua prosa limpida, lucida, e al tempo stesso piena di calore umano. Fa pensare e meditare, riflettere su sé stessi e il mondo esterno, con notazioni acute, ora sottilmente psicologiche, ora di carattere sociologico, ora antropologico, fino a sfiorare il religioso e il sacro. <strong>Le sue parole: «Ridateci una di quelle tante epidemie del passato con le donne vestite a lutto e le processioni dietro gli stendardi, la gente inginocchiata davanti alle statue dei Santi nella luce di una speranza!» sono il grido di un’umanità ferita che non vuole arrendersi alla forza distruttiva della natura e del male</strong>, che reclama, anzi, la dignità della sua umanità.</p>
<p>Donatella Bisutti mostra sapientemente ed efficacemente, però, una umanità divenuta fragile, insicura, debole, che non è più neppure capace di reggere alla “prova del silenzio”, che anzi lo teme, e così lo riempie di sonorità vuote per stordirsi, e per dimenticare quel silenzio che la mette impietosamente di fronte a sé stessa, <strong>come di fronte ad uno specchio, scoperto improvvisamente vuoto, che non riflette affatto la sua immagine, mostrando così il nulla che sfiora la sua vita, i suoi gesti, le sue parole vane, la sua estrema povertà esistenziale.</strong> La città, le sue mille luci, il suo brulicare vorticoso di macchine e genti che si muovono vertiginosamente notte e giorno, senza mai fermarsi a qualsiasi ora del giorno o della notte.</p>
<p>Quella città con la sua grandezza, il suo spessore, la sua forza, la sua vita passionale e violenta è impietosamente vinta, piegata, fermata dalla potenza della Natura che spudoratamente si mostra al minimo della sua energia: <strong>non un tornado o un uragano, non un terremoto o una tempesta, no, ma un essere insolente e arrogante, talmente minuscolo da essere sfacciatamente, spavaldamente, impudentemente “invisibile”, come un virus.</strong> Quasi a dire all’uomo: Hai conquistato mare e cielo, terra e luna, costruito dighe e grattacieli, ti sei sentito padrone di tutto, anche di quello che non era tuo, e adesso sei fermo, immobile, impaurito, terrorizzato, prigioniero di te stesso, nella tua stessa casa, e di quello che hai costruito. Ed è bastato un “nulla” a vedersi per costringerti a perdere tutto quello che avevi conquistato!</p>
<p>Ma Donatella Bisutti è un poeta, e i poeti hanno uno strumento ancora più sottile e invisibile di un virus, hanno la Parola, discendente dal Verbo, quel Verbo, assolutamente solo all’inizio, che si fece carne e diede origine alla Creazione. E la poesia, da <em>poieo</em> (fare), è voglia di fare, di creare, di costruire. Il poeta non può, per sua stessa struttura antropologica, arrendersi, e anzi per sua stessa conformazione esistenziale è portato alla vita e alla creazione.</p>
<p>Così Bisutti, da poeta, suggerisce la via e annuncia profeticamente: «[…] le montagne! come una promessa di innocenza, di salvezza, una presenza di Dio? E quella è la risposta che inconsapevolmente attendevamo: le montagne!»</p>
<p><strong>La strada che indica è chiara, cristallina: la montagna è altezza, verticalità, ascensione, forma potente. Il simbolismo più profondo della montagna, quello che le conferisce un carattere schiettamente e chiaramente sacrale, è la verticalità.</strong> Tutte le grandi tradizioni religiose lo adottano a emblema di spiritualità e sacralità: così il monte <em>Meru</em> degli indù, l’<em>Haraberezaiti</em> degli iraniani, il <em>Tabor</em> degli israeliti, l’<em>Himinghjor</em> dei germanici, ma anche la montagna-tempio come il <em>Borobudur</em>, le <em>ziggurat</em> mesopotamiche o i <em>teocallis</em> precolombiani che si innalzano e si edificano a immagine del simbolo-montagna, così come la stessa mitologia mussulmana immagina il <em>Caf</em>, una montagna immensa che ha per fondamenta la pietra detta <em>Sekhrat</em>, un grandioso smeraldo. Anche nella tradizione occidentale il simbolo del monte sacrale è chiaramente evidente nella leggenda del <em>Graal</em> dove si mostra in tutta la sua evidenza salvifica, ed è <em>Montsalvat</em>, il monte della salvezza o della salute.</p>
<p>Ecco ciò che ci rivela il poeta Donatella Bisutti, ecco la via di salvezza e salute che ci indica: la montagna come promessa e speranza di salvezza! E ce le indica, quelle montagne, sapientemente: «in tutta la loro magnificenza, con le<em> cime</em> ancora spruzzate di neve». E ancora una volta coglie nel segno: le “cime”! <strong>Così Mircea Eliade si pronuncia sulla <em>cima </em>della montagna sacra: «[&#8230;] la <em>cima</em> della montagna cosmica non solo è il punto più alto della terra, è l’ombelico della terra, il punto donde Dio cominciò la creazione».</strong> Il senso mistico e sacrale della cima deriva chiaramente dal fatto di essere il punto d’unione tra cielo e terra.</p>
<p>Qui Donatella Bisutti ci indica, profeticamente, il nostro “Montsalvat”, il luogo della salvezza e della salute, ma anche il luogo della speranza e della ripresa: «le montagne! Come una promessa di innocenza, di salvezza, una presenza di Dio?».</p>
<p>Sì, «E quella è la risposta che inconsapevolmente attendevamo: le montagne!» afferma il poeta, lì in cima, tra cielo e terra, il miracolo di una sacra <em>teofania</em>, la <em>presenza</em> di Dio, <strong>o meglio ancora di una <em>epifania</em> del sacro (<em>epifainomai</em>, apparire), “il mostrarsi in filigrana dell’essenza”, come la definisce Joseph Campbell.</strong></p>
<p>Ma Donatella Bisutti infine aggiunge, e ci mette in guardia: «L’importante sarà ricordarsene quando, prima o poi, tutto questo sarà finito e la giostra, dapprima lentamente poi sempre più accelerando, riprenderà a girare».</p>
<p>Sì, l’importante sarà ricordarsene di quelle presenze, invisibili ma reali. <strong>Quella presenza minuscola, sfacciata, spavalda, impudentemente “invisibile”, e che fa Male e porta Morte.</strong> E quell’altra, ugualmente “presenza” invisibile, ma sulla “cima” di una montagna, che fa Bene e porta Vita, “promessa di innocenza e di salvezza”.</p>
<p><strong><em>Francesco Solitario</em></strong></p>
<p><em>Docente di Estetica – Università di Siena </em></p>
<p><em>*In copertina: una delle &#8220;Trentasei vedute del Monte Fuji&#8221; di Hokusai</em></p>
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		<title>Altro che retorica della solidarietà: il virus ha spalancato abissi di vuoto e di separazione. Almeno, esistono le montagne, promessa di innocenza… L’editoriale di Donatella Bisutti</title>
		<link>https://www.pangea.news/donatella-bisutti-editoriale-virus/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2020 11:16:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[contagio]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Donatella Bisutti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Molti sono gli aspetti oscuri e le contraddizioni che circondano questo virus di cui finora sembra che nessuno abbia capito esattamente l’origine e gli effetti, tante sono le diverse versioni e affermazioni di eminenti virologi di tutto il mondo. Si è parlato di complotti e di profezie, si è ingigantita o minimizzata la sua pericolosità. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Molti sono gli aspetti oscuri e le contraddizioni che circondano questo virus di cui finora sembra che nessuno abbia capito esattamente l’origine e gli effetti, tante sono le diverse versioni e affermazioni di eminenti virologi di tutto il mondo. <strong>Si è parlato di complotti e di profezie, si è ingigantita o minimizzata la sua pericolosità. In certi momenti si è addirittura ipotizzato che esistessero virus diversi.</strong> Anche sulla sua durata sono state espresse valutazioni assai differenti. C’è chi dice che sparirà in breve da solo. È l’ipotesi che preferisco. Se sarà cosi, sarà come se gli alieni fossero discesi sulla terra e poi ripartiti a bordo del loro UFO rimanendo a noi sconosciuti.</p>
<p>*</p>
<p>Il virus passerà comunque prima o poi, ma purtroppo non passeranno le sue conseguenze, che stiamo appena cominciando a intravvedere e che temo saranno ancora peggiori. <strong>Al di là di una facile retorica ispirata al patriottismo e alla solidarietà, si sono aperti abissi nell’inconscio collettivo. La paura è penetrata, virus ancora più letale, negli animi.</strong> Non c’è cosa più pericolosa della paura, che svuota il cervello, paralizza le reazioni, rende le persone schiave e succubi, pronte a tutto sopportare e subire. Pensiamo alla mafia. Su cosa si regge da sempre la mafia se non sulla paura?</p>
<p>*</p>
<p><strong>Morire di virus o morire di fame? Per molte persone purtroppo nei prossimi mesi sarà impossibile scegliere.</strong> Già si intravvede una crisi economica che potrebbe riportarci ai tempi del dopoguerra, ed evocare lo spettro, almeno per l’Italia, ma forse anche per l’Europa, della Grande Depressione del 1929, più o meno un secolo fa.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Il virus ci sta abituando alle regole imposte e indiscutibili.</strong> Siamo tutti diventati inermi come bambini di altri tempi, minacciati di castigo.</p>
<p>*</p>
<p>Il virus ha cancellato le più elementari e antiche pratiche di pietà, quell’onorare i morti per cui Antigone sacrificò la vita.</p>
<p>*</p>
<p>È stato perfino negato il conforto di una preghiera collettiva.</p>
<p><strong>Ridateci una di quelle tante epidemie del passato con le donne vestite a lutto e le processioni dietro gli stendardi, la gente inginocchiata davanti alle statue dei Santi nella luce di una speranza!</strong> Il Papa è stato costretto a una processione solitaria.</p>
<p>*</p>
<p>Il virus ha spezzato i legami e gli affetti famigliari, ha negato qualsiasi conforto di una presenza amorosa. <strong>Ha scavato abissi di vuoto e di separazione, ogni rapporto è diventato virtuale e quindi immaginario.</strong></p>
<p><strong>Il virus ci ha disumanizzato.</strong> Quanto tempo ci occorrerà per ridiventare umani? E poi, lo ridiventeremo?</p>
<p>*</p>
<p><strong>La prova generale del Silenzio, che qualcuno magari auspicava all’inizio, non c’è stata. L’improvviso silenzio delle nostre città, rigato tuttavia, come dallo stridore di un gesso su una lavagna, dalle sirene delle autoambulanze, non ha portato pace ai nostri cuori né alle nostre notti, assediate da sogni convulsi.</strong> Cosi come le persone sedute qua e là sui balconi di condomini, sempre vuoti negli anni fino ad allora, a riscaldarsi al tepore del sole, lontane e ignote una all&#8217;altra, impossibilitate e anche incapaci di farsi segno e gridarsi da lontano un saluto, abbozzare una conversazione, queste persone sedute su improvvisate sedie e poltroncine, con il viso proteso ai raggi, sembravano malate, e infatti erano malate nell’animo.</p>
<p>*</p>
<p>Il silenzio che secondo alcuni avrebbe dovuto portare alla meditazione, alla scoperta e alla frequentazione di quel luogo per lo più nascosto e ignorato che si chiama “se stessi”, si è rivelato un clamoroso fallimento, risolvendosi in un frenetico conversare al telefono per ore surriscaldando le linee, che cadevano in continuazione, oppure in un invio altrettanto frenetico di messaggini corredati da video musicali e parlati di ogni tipo e di mail, che facevano collassare le connessioni internet. <strong>Nessuno ha retto il Silenzio, e ha desiderato approfondirlo per cercare di capire che cosa potesse voler dire.</strong></p>
<p>*</p>
<p>Il ritorno alla natura è stato nei primi giorni di quarantena un <em>must</em>. Tutti si scambiavano tenere foto di uccellini, agnellini, caprioli e anatroccoli, che si riappropriavano degli spazi sottratti loro dall&#8217;Uomo. <strong>Finché con il passare dei giorni si è cominciato a trovare inquietante lo spettacolo di città vuote, con il loro inutile e desolato aspetto avveniristico e tecnologico, invase da improbabili animali selvaggi</strong> – iguane rinoceronti scimmie e coccodrilli: uno spettacolo insieme grottesco e terrificante che ci ha ricordato che la Natura è feroce e sempre in agguato per annientare l’uomo.</p>
<p>*</p>
<p>Niente di buono dunque da questo virus?  Qualcosa di buono c’è, almeno secondo la mia percezione: <strong>forse ci siamo accorti, dovendone fare a meno, di quante cose inutili è infarcita la nostra vita</strong>, e di come, nella nostra attività frenetica di tutti i giorni non vediamo più le cose che ci circondano. Ed ecco che invece ritroviamo la meraviglia e l’attenzione per come sboccia una gemma nel vaso del nostro balcone, per il volo di un’ape  cittadina (ma dove sarà il suo alveare?), per il cielo notturno dove, sì, ci sono ancora le stelle! chi le aveva più viste, da tanto, tanto tempo?, per un profilo lontano di montagne che appare in lontananza, guardando da una finestra dell&#8217;ultimo piano, oltre i grattacieli, e ci viene un tuffo al cuore, ci si inumidiscono gli occhi: <strong>le montagne! come una promessa di innocenza, di salvezza, una presenza di Dio? E quella è la risposta che inconsapevolmente attendevamo: le montagne!</strong> Ci sono, non sono un miraggio, non ci ingannano: noi siamo chiusi casa, costretti a misurare avanti e indietro avari passi sull’impiantito fra il salotto e la cucina, ma loro sono là, in tutta la loro magnificenza, con le cime ancora spruzzate di neve!</p>
<p>L’importante sarà ricordarsene quando, prima o poi, tutto questo sarà finito e la giostra, dapprima lentamente poi sempre più accelerando, riprenderà a girare.</p>
<p><strong><em>Donatella Bisutti</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/donatella-bisutti-editoriale-virus/">Altro che retorica della solidarietà: il virus ha spalancato abissi di vuoto e di separazione. Almeno, esistono le montagne, promessa di innocenza… L’editoriale di Donatella Bisutti</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<item>
		<title>Stanley, il babbo di Boris Johnson, ha previsto la pandemia in un romanzo del 1982. Non proprio un capolavoro… (L’amore si fa sempre su un letto a baldacchino in ottone comprato a Parigi)</title>
		<link>https://www.pangea.news/stanley-johnson-romanzo-virus/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2020 09:07:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Boris Johnson]]></category>
		<category><![CDATA[contagio]]></category>
		<category><![CDATA[Guardian]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Stanley Johnson]]></category>
		<category><![CDATA[virus]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=75715</guid>

					<description><![CDATA[<p>Una certa somiglianza c’è. Nei capelli, suppongo. E nella fazione politica. Anche Stanley fa parte del Conservative Party – per altro, esercitò al Parlamento Europeo, parecchi anni fa, ala destra. Stanley Johnson quest’anno compie 80 anni – 18 agosto – ha collezionato due mogli e sei figli; il bisnonno, Ali Kemal, fu Ministro degli Interni [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/stanley-johnson-romanzo-virus/">Stanley, il babbo di Boris Johnson, ha previsto la pandemia in un romanzo del 1982. Non proprio un capolavoro… (L’amore si fa sempre su un letto a baldacchino in ottone comprato a Parigi)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Una certa somiglianza c’è. Nei capelli, suppongo. E nella fazione politica. Anche Stanley fa parte del Conservative Party – per altro, esercitò al Parlamento Europeo</strong>, parecchi anni fa, ala destra. Stanley Johnson quest’anno compie 80 anni – 18 agosto – ha collezionato due mogli e sei figli; il bisnonno, Ali Kemal, fu Ministro degli Interni dell’Impero Ottomano sotto Damat Ferid Pasha: ebbe il merito di denunciare il massacro degli Armeni. La faccio breve. I figli di Stanley sono quasi tutti celebri: Rachel è una giornalista di fama, Jo è deputato in Parlamento (fugace apparizione come Ministro dell’Istruzione), <strong>Boris è lui, Boris Johnson. Finita la parentesi. Ora. Stanley Johnson non passa nelle didascalie come <em>pilitician</em> bensì come <em>writer</em>.</strong> In effetti, è uno scrittore. La sua carriera comincia nel 1967, con <em>Gold Drain</em>; un romanzo del 1987, <em>The Commissioner</em>, è stato tradotto in film da George Sluizer, con un passaggio alla “Berlinale”. L’ultimo romanzo, tre anni fa, s’intitola <em>Kompromat</em>, è un <em>satirical thriller</em>, sulla Brexit. Ma non è questo il bello. <strong>In una intervista di qualche tempo fa – 21 marzo, <a href="https://www.telegraph.co.uk/health-fitness/body/stanley-johnson-found-novel-cure-pandemic-40-years-ago/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">su “The Telegraph”</a> – Stanley Johnson pigliava di petto la pandemia: “Ho predetto tutto in un romanzo, 40 anni fa. Pregate per un lieto fine”.</strong> <a href="https://www.theguardian.com/culture/2020/may/01/stanley-johnson-pushes-for-new-release-of-his-40-year-old-virus-novel" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Oggi il “Guardian”</a> ci avvisa che Stanley e i suoi agenti “premono per una nuova ristampa del romanzo”. (Domanda incapsulata nell’articolo: ma se così tanti, tra scrittori e cineasti, hanno previsto la pandemia perché ci siamo trovati con le mutande in mano, tanto impreparati?). Certo, se è l’autore a doverci ricordare quanto fu profetico il suo romanzo, ciò vuol dire che il romanzo non è stato, francamente, indimenticabile. In ogni caso. Il romanzo è pubblico quando Zoff e Paolo Rossi sollevano la coppa del mondo, in Spagna. 1982; titolo: <a href="https://www.curtisbrown.co.uk/client/stanley-johnson/work/the-virus" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>The Marburg Virus</em></strong></a><em>. </em>Trama: “Come si ferma un assassino invisibile? Quando una giovane donna muore a New York in circostanze misteriose, dopo un viaggio a Bruxelles, l’epidemiologo Lowell Kaplan identifica la causa nel virus di Marburg. Determinato a rintracciare l’origine del virus, Kaplan districa intrighi che lo portano dai laboratori tedeschi alla giungla dell’Africa centrale. Con il rischio di scoprire segreti tenuti debitamente sotto copertura”. Insomma, una forma evoluta – virale – di 007. <strong>Il romanzo ha avuto un passaggio negli Usa, come <em>The Virus</em>, cinque anni fa (in profezia pandemica?). Non pare abbia fatto sfracelli. Traduciamo alcuni estratti dal romanzo. Va tarato a quarant’anni fa. Non pare un capolavoro. </strong>I complottisti diranno che il virus è arrivato in UK per consentire al capo del primo ministro di ristampare il suo incerto libello. I comuni lettori si limiteranno a suggerire al biondochiomato Boris: se vale la norma che tale padre tale figlio, ficca il fatidico romanzo inedito &amp; inaudito negli abissi del primo cassetto che passa.</p>
<p>***</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-75716 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro-2-199x300.jpg" alt="" width="304" height="458" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-2-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-2.jpg 315w" sizes="(max-width: 304px) 100vw, 304px" />Il dottor Lowell Kaplan, capo del dipartimento di epidemiologia del National Center for Desease Control di Atlanta, Georgia, era al telefono con il Giappone. Pareva preoccupato. </strong>Spinse indietro la ciocca di folti capelli grigi che gli era caduta sulla fronte, si chinò in avanti, parlando, l’energia repressa elettrizzava ogni lato del suo corpo. “Va bene”, gridò al telefono, “è diverso dal ceppo brasiliano, ma ha un potenziale pandemico? Questa è la questione”.</p>
<p>*</p>
<p>Lei lo supplicò. “Non ora, Lowell. Non andartene. Ho bisogno di te stanotte”.</p>
<p>Fecero l’amore su un letto a baldacchino in ottone che Stephanie aveva comprato in un negozio di antiquariato a Les Halles, quando era stata a Parigi per la prima volta. Kaplan restò, quella notte.</p>
<p><strong>Fecero la colazione a letto. Poi, spinto da parte il vassoio, fecero ancora l’amore. L’urgenza della sera prima era svanita. Come se una diga fosse scoppiata sul fiume.</strong> Dopo la turbolenza temporanea, l’acqua continuava a scorrere, ancora.</p>
<p>*</p>
<p><strong>La reazione del Presidente, informato della crisi, fu immediata. “Perché, in nome di Dio, non abbiamo un vaccino?</strong> Voi”, parlava a un gruppo di funzionari sanitari, federali e statali, lì per contrastare l’emergenza, “avete un vaccino contro la poliomelite, contro l’influenza e la pertosse, perfino contro un raffreddore comune. Allora, perché non avete un vaccino per il Marburg, se è la malattia più mortale che l’uomo conosca?”.</p>
<p><strong><em>Stanley Johnson</em></strong></p>
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		<item>
		<title>Nuovo Vocabolario del Virus: “Immunità”. Vogliamo essere tutti immuni, cioè immortali, forse vampiri (e di certo, non pagare le tasse). Stato-antidoto; discriminazione dei vecchi; Borges &#038; Dostoevskij</title>
		<link>https://www.pangea.news/nuovo-vocabolario-del-virus-immunita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2020 10:37:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Borges]]></category>
		<category><![CDATA[contagio]]></category>
		<category><![CDATA[Dostoevskij]]></category>
		<category><![CDATA[immunità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Immunità”: Vocabolario voltagabbana del virus. Si è speculato di immunità parlamentare come di un sinistro privilegio, nei tempi in cui le vacche parevano grasse: ora vorremmo tutti, semplicemente, essere immuni dal contagio. Immune, un tempo, valeva per impunito: oggi continuiamo a intendere il contagio come una punizione – non è più un dio a scalciare, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Immunità”: </strong>Vocabolario voltagabbana del virus. Si è speculato di <em>immunità parlamentare </em>come di un sinistro privilegio, nei tempi in cui le vacche parevano grasse: ora vorremmo tutti, semplicemente, essere immuni dal contagio. <strong><em>Immune</em>, un tempo, valeva per <em>impunito</em>: oggi continuiamo a intendere il contagio come una punizione – non è più un dio a scalciare, ma la divina natura – da cui vorremmo essere sanati, salvi. Restiamo, invece, colpiti e dementi, deboli e frantumati:</strong> nessuno è immune da colpe e oltre ai dati del contagio potrebbero leggere San Paolo, <em>Lettera ai Romani, </em>“La fama della vostra obbedienza è giunta a tutti… siate saggi nel bene e immuni dal male. Il Dio della pace schiaccerà Satana sotto i vostri piedi” (16, 19-20). In effetti, che ragione ho di proteggere la mia vita se questa non è data, devotamente, ad altro (la salvezza di un altro, la dedizione all’altro)?</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75651 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/aleph1-182x300.jpg" alt="" width="255" height="420" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/aleph1-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/aleph1.jpg 364w" sizes="(max-width: 255px) 100vw, 255px" />Immunità si fonde con invulnerabilità. La parola <em>immune</em> è una sfera di miele nel palato perché si lega a quell’altra, indicibile. <em>Immortale</em>. <strong>Essere immuni a ogni contagio è il primo passo verso l’immortalità – immunità alla cronologia. Che tenerezza: l’uomo è pur sempre quell’animale che si sente fuori posto e fuori luogo, diverso dal resto del creato, che ha paura di soffrire. </strong>Eppure – bisogna cantilenare ancora Eschilo? – si conosce soffrendo e l’immortalità è dei vampiri. Immuni &amp; immortali – Jorge Luis Borges strappa le ciglia di una simile idiozia. <strong>“La morte (o la sua illusione) rende preziosi e patetici gli uomini. Questi commuovono per la loro condizione di fantasmi; ogni atto che compiono può esser l’ultimo; non c’è volto che non sia sul punto di cancellarsi come il volto di un sogno.</strong> Tutto, fra i mortali, ha il valore dell’irrecuperabile e del casuale. Tra gli Immortali, invece, ogni atto (e ogni pensiero) è l’eco di altri che nel passato lo precedettero”, racconta il legionario romano de <em>L’immortale </em>– il racconto che apre <em>L’Aleph – </em>che, nato sotto Domiziano, riuscì a morire, disperato dalla sua immunità alla morte, negli anni Venti del secolo scorso.</p>
<p>*</p>
<p>Vorremmo essere immuni dalla vecchiaia, ignorando che la giovinezza è la verifica della ferocia (Alessandro Magno, Giovanna d’Arco…), una spada che non ammette immunità al massacro. Così, i vecchi vengono vigorosamente messi ai margini, in luoghi ‘protetti’ per proteggerci dal loro contagio. Recentemente un vasto gruppo di “scrittori, artisti, intellettuali, rappresentanti della cultura e… operanti nel contesto sociale” – tra gli altri: Eugenio Borgna, Massimo Cacciari, Carlo Ginzburg, Enzo Bianchi, Milo De Angelis, Sandro Lombardi – ha inviato al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio dei Ministri un appello <strong>“contro la discriminazione degli over 70”, stigmatizzando l’eventuale “segregazione <em>sine die</em> in base al dato anagrafico”. Il punto centrale è questo: “Chiuderci in casa vorrebbe dire, perciò, minacciare e non proteggere la nostra salute. Posta in condizioni che rappresenterebbero un delitto sociale da parte dello Stato. Il vero contagio, il più pericoloso virus diventerebbe questo, inoculato ogni giorno nei nostri cervelli e soprattutto in quelli dei giovani indotti a considerare gli anziani una sottocategoria, una merce avariata”</strong> (il testo completo <a href="https://www.avvenire.it/attualita/pagine/appello-anziani" target="_blank" rel="noopener noreferrer">lo leggete qui</a>).</p>
<p>*</p>
<p><strong><a href="https://www.etimo.it/?term=immune" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Immunità</em> </a>vuol dire essere sollevati dagli obblighi</strong>, essere alieni dai <em>munera</em>, militari (obbligo della difesa della città) o economici (le tasse). Significa, però, alienarsi dalla munificenza della vita, dalla sua magnificenza.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75652 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/aleph2-e1588324818778-222x300.jpg" alt="" width="267" height="361" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/aleph2-e1588324818778-222x300.jpg 222w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/aleph2-e1588324818778.jpg 558w" sizes="(max-width: 267px) 100vw, 267px" />L’uomo è contagio, la natura è contagiosa: <strong>tutto ci tocca, tutto tocca. Siamo esposti a tutto – a tutto dobbiamo esporci. </strong></p>
<p>*</p>
<p>Più che immunità, una consacrazione. <strong>Non alienare il contagio, essere pura lebbra</strong>, deposta ai piedi dell’alto; essere scempio, scemenza, semenza. <a href="https://www.bibbiaedu.it/CEI2008/at/Nm/6/?sel=6,2" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Numeri, capitolo 6.</a></p>
<p>*</p>
<p><strong>Questo è il vecchio &amp; caro Dostoevskij: “Sulla nostra terra noi possiamo amare veramente soltanto con sofferenza e attraverso la sofferenza!</strong> Noi non siamo capaci di amare in altro modo e non conosciamo altro amore. Io voglio la sofferenza per amare. Io voglio, io ardo dal desidero di baciare in quest’istante medesimo quell’unica terra che ho lasciato e non voglio, non accetto la vita su nessun’altra!”.</p>
<p>*</p>
<p>Dietro al desiderio di essere immortali – eccesso d’immaginazione – c’è quello, più sibillino, di restare malati. Tutti i cittadini sono malati – cioè: sono il male – e lo Stato è il farmaco, il custode della cura. Da soli non ce la possiamo fare, siamo inabili, inabilitati: lo Stato è l’antidoto al male. Immunità, allora, si sfata in controllo: <strong>che distanza c’è tra il bene di Stato – di tutti, diciamo, anche se è sempre di alcuni – e il proprio bene? Che abisso tra bene e benestare, tra bene e benessere? In fondo, ci piace che esista una app per farci immuni: non pagare le tasse, non avere obblighi, non agire.</strong> Tutti i giorni mi domando chi agiti il mare: sulla spiaggia i cingoli recano una verbosità geroglifica; le nuvole s’intrecciano come draghi; il colore dell’acqua, ogni volta, è diverso. Come se fosse una bestia, l’acqua, non disattenta alle proprie ambizioni. (d.b.)</p>
<p><em>*In copertina: Isabelle Adjani, Klaus Kinski, Werner Herzog sul set di &#8220;Nosferatu&#8221;, 1979</em></p>
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		<item>
		<title>Il sacro contagio. La mascherina dovrebbe proteggerci dal “castigo”, i bollettini medici, sciorinati con periodicità liturgica, sono diventati il nuovo vangelo, il Presidente del Consiglio è più audace di Lutero</title>
		<link>https://www.pangea.news/sacro-contagio-vincenzo-liguori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2020 09:47:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[contagio]]></category>
		<category><![CDATA[Rudolf Otto]]></category>
		<category><![CDATA[sacro]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Liguori]]></category>
		<category><![CDATA[virus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Tutto quel che è insolito, singolare, nuovo, perfetto o mostruoso […] è venerato o temuto, in virtù del sentimento bivalente provocato costantemente dal sacro». Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni. Il contagio virale che sta braccando l’umanità ha svelato soprattutto una modernità d’accatto incapace di far fronte alle emergenze e di opporsi al dilagare [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sacro-contagio-vincenzo-liguori/">Il sacro contagio. La mascherina dovrebbe proteggerci dal “castigo”, i bollettini medici, sciorinati con periodicità liturgica, sono diventati il nuovo vangelo, il Presidente del Consiglio è più audace di Lutero</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>«Tutto quel che è insolito, singolare, nuovo, perfetto o mostruoso […] è venerato o temuto, in virtù del sentimento bivalente provocato costantemente dal sacro»</em>. Mircea Eliade<em>, Trattato di storia delle religioni.</em></p>
<p><strong>Il contagio virale che sta braccando l’umanità ha svelato soprattutto una modernità d’accatto incapace di far fronte alle emergenze e di opporsi al dilagare del morbo. Un’affilata scure è caduta sull’uomo lasciandone ben poco o quasi nulla di riconoscibile.</strong> Ne ha fatto, diciamolo pure, un esserino docile, impaurito, misericordioso e incline alle buone maniere. Ma almeno, per quello che qui ci riguarda, il virus ha messo le cose a posto e ha ristabilito antichi equilibri.</p>
<p>*</p>
<p>Un’epocale ierofania si è palesata alla dimensione catastrofica di questo tempo. Essa ha portato con sé una congerie di segni dimenticati o accatastati in un inconscio finora irraggiungibile. <strong>Nell’Occidente della tecnica, mietitrice di misteri e di saggezza, il sacro si è ripresentato al mondo sulla sedia gestatoria di un’inattesa e colossale epidemia virale. </strong>Le sue vetuste categorie, disperse e ignorate come il greco e il latino delle Scritture, finalmente si sono riappropriate di ciò che l’usura del tempo aveva tolto loro senza alcun rispetto. E così, oggi esse ostentano quell’evidenza con cui in passato si imposero alla sensibilità dei santi o dei Padri della Chiesa: affascinando e terrorizzando, ammutolendo e seducendo con superbia.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Il mutismo panico, per esempio, quello che colpisce chi confronta la sua minuscola esistenza all’attuale pandemia, un tempo fu l’<em>àrreton</em>, nome con cui la mistica intese dire quello che non si può dire, l’ineffabile, quello al cui cospetto si rimaneva in sbalordito silenzio.</strong> La grandezza dell’evento virale che minaccia il mondo intero, poi, si misura con la categoria della <em>majestas</em> da cui scaturisce quel <em>sentimento creaturale</em> – ce lo insegnò Rudolf Otto – di umile e obbediente sottomissione, lo stesso che i patriarchi biblici manifestarono agli appelli o ai rimbrotti della divinità. All’<em>ira dei</em>, ancora, si paragona la potenza arbitraria e demoniaca che il virus ha scatenato contro l’uomo in ogni angolo dell’orbe. La sua <em>orghé</em>, energia violenta e repentina, è simile a quella di un dio arcigno e distruttore che agisce incondizionatamente, lontano da qualsiasi influenza morale, <em>ex opere operato</em>, per dirlo con la lingua che gli appartiene. In altre parole, ciò che il contagio virale ha prodotto (a prescindere dai lutti e dalle mistificazioni) non ha nulla di diverso dal volto allucinato di uno stregone, dall’ineffabilità di un sacramento, dal segno incontestabile della grazia divina.</p>
<p>*</p>
<p>Nella <em>Prima Lettera ai Corinzi</em> Paolo di Tarso prescrive alle donne di coprirsi il capo in segno di sottomissione (<em>1 Cor 11, 5-10</em>); all’incirca un secolo dopo Tertulliano torna sullo stesso argomento e gli fa eco (<em>De virginibus velandis</em>). <strong>Alla divinità, insomma, bisogna mostrare dipendenza, subordinazione, questo, a modo loro, volevano che sapessimo. Oggi, in una frastornante omogeneità, la soggezione alla sacra idea del contagio e della malattia è esibita portando sul volto l’umiliante mascherina che dovrebbe proteggerci dal “castigo” che il virus minaccia senza tregua.</strong> Tuttavia la lingua che la cortina di tessuto sanitario storpia e confonde riecheggia di idiomi babelici, funesto presagio di altri castighi e afflizioni.</p>
<p>*</p>
<p><strong>I bollettini medici, le statistiche, i pronostici, le circolari ministeriali e i decreti legge che si susseguono con periodicità liturgica sono diventati il nuovo evangelo, la <em>Didaché</em> con la quale impariamo a essere ubbidienti e a temere il sacro virus. Là dove il sacro prende forma, insomma, una comunità diventa altamente morale.</strong> Ossequio incondizionato alle leggi, osservanza dei divieti, irrinunciabile rispetto dei tabù e ricorso alla morigeratezza dei costumi completano il campionario. Per contro, a officiare la santa messa, il Pontefice è malinconicamente solo. <strong>Sbalordito e incredulo, egli fa gesti vani a una piazza deserta e silenziosa mentre il Presidente del Consiglio – uno ierofante – dall’ambone del suo studio e in collegamento video con il Paese, gli sottrae più fedeli di quanti, in una sola volta, Lutero ne portò via a Leone X con le novantacinque tesi di Wittenberg.</strong> Privato del plebiscito dei fedeli, il Papa fa rimpiangere persino quello altero e borioso del preconcilio, della messa in latino e delle spalle rivolte all’assemblea. I decreti ministeriali chiudono le chiese e convertono gli interni domestici a sacre cripte. È l’abitazione ora lo spazio consacrato e isolato dal profano che staziona all’esterno. Soltanto all’interno delle proprie case si rafforza la comunione con la sacralità. L’ecumenismo religioso, dunque, è stato soppiantato da una sorta di sacro panteismo virale: tutte le cose di natura, ogni uomo, ogni oggetto recano in sé il sacro virus dal quale potrebbe scaturire il flagello della morte.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Con il sopraggiungere caotico dell’epidemia virale, il sacro è ritornato al suo posto nella vita degli uomini, là dove sarebbe dovuto rimanere <em>pro aeternitate</em>. Il suo sconcertante disordine ha sottratto alle tiepide manifestazioni della religione positiva ciò che questa aveva tradotto in ragione o in credula razionalità.</strong> In sostanza esso si è ripreso un po’ di quello che la civiltà della tecnica gli aveva alienato con illusioni proditorie e fallaci, le stesse che ancora oggi distribuisce con messinscene e promesse che non riesce a mantenere. Ma dopotutto, anche una mente debole e devastata dal morbo intuirebbe che, a sipario chiuso, la commedia non avrà applausi.</p>
<p><strong><em>Vincenzo Liguori</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Nicola Samorì, &#8220;The Limits of Control&#8221;, 2012</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sacro-contagio-vincenzo-liguori/">Il sacro contagio. La mascherina dovrebbe proteggerci dal “castigo”, i bollettini medici, sciorinati con periodicità liturgica, sono diventati il nuovo vangelo, il Presidente del Consiglio è più audace di Lutero</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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