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	<title>Charles Dickens Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Thu, 09 Jun 2022 04:47:14 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Mere ombre sull’acqua”: il tour in Italia di Charles Dickens (e l’omaggio alla shakespeariana Giulietta)</title>
		<link>https://www.pangea.news/dickens-viaggio-italia-tonussi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Nov 2020 08:59:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quando Dickens viene in Italia resta folgorato da Venezia, amore che riverserà – nostalgico, straziato, avvolto di luce lagunare – in Little Dorrit. Ma scendendo dal Sempione – i viaggiatori nordici entravano così nel nostro paese – lo scrittore trascorre prima qualche giorno a Verona. Una visita descritta con senso dell’umorismo che anticipa – o [&#8230;]</p>
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<p><strong>Quando <a href="http://www.pangea.news/charles-dickens-profilo-critico-tonussi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Dickens </a>viene in Italia resta folgorato da Venezia, amore che riverserà – nostalgico, straziato, avvolto di luce lagunare – in <em>Little Dorrit</em>.</strong> Ma scendendo dal Sempione – i viaggiatori nordici entravano così nel nostro paese – lo scrittore trascorre prima qualche giorno a Verona. Una visita descritta con senso dell’umorismo che anticipa – o avalla – alcune scelte cittadine: aiuti della fantasia alla realtà, o vera e propria costruzione (ossia odierni <em>fake</em>)?</p>



<p>*</p>



<p><strong>Nell’implacabile nebbia d’autunno, una carrozza arriva a Verona il 15 novembre 1844. A bordo lo scrittore forse più amato e acclamato d’Inghilterra, autore di <em>Sketches by Boz</em>, <em>Picwick Papers</em> e <em>Oliver Twist</em>, non viaggia solo: </strong>«Ecco una lista della Carovana» – annota nel taccuino – «1. L’inimitabile Boz. 2. L’altra metà dello stesso. 3. La sorella di costei. 4. Quattro rampolli, dai due anni e mezzo ai sette e mezzo (affettuosamente chiamati «i Porcelli»). 5. Tre cameriere». Inoltre una guida francese denominata «Magnifico Corriere» e il cane Timber Doodle.</p>



<p><strong>Dal viaggio in Italia nascono le <em>Travelling letters written on the road</em>, apparse nel «Daily News» prima di diventare libro di viaggi dal titolo programmatico: <em><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Pictures_from_Italy" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Pictures from Italy</a></em>, <em>Scene</em> o <em>Quadri italiani</em>.</strong> Un <em>mix</em> d’inclinazione settecentesca e peregrinazioni picaresche, esuberanza narrativa e umorismo: «vengo in Italia. Armi e bagagli, bambini e servi, vengo in Italia per dodici mesi. Partiremo, se Dio vorrà…».</p>



<p>Sconcertato il lettore nel <em>Reader’s Passport</em> (quasi una prefazione), Dickens lo depista con vignette che richiamano le celebri incisioni del <em>Gran Tour</em> di Samuel Palmer e dà alle stampe un volume a episodi, libera scia di “riflessi”, colori e atmosfere, eco di luoghi visti e persone incontrate, discontinuo e privo d’intenti didattici ma fitto di osservazioni casuali e impressioni dell’istante: «una serie di vaghe immagini – mere ombre sull’acqua – (…) da cui è attratta l’immaginazione».</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/libro1-4-557x1024.jpg" alt="" class="wp-image-80903" width="547" height="1005" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro1-4-557x1024.jpg 557w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro1-4-163x300.jpg 163w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro1-4-768x1413.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro1-4-835x1536.jpg 835w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro1-4-scaled.jpg 1392w" sizes="(max-width: 547px) 100vw, 547px" /></figure>



<p><strong>Per trovarsi più a casa in Italia, a Londra ha preso lezioni d’italiano da un esule patriota mazziniano in incognito. E scrive pagine di getto, «nella pienezza del momento»,</strong> «Se vi aleggia un’aria d’indolenza e fantasticheria, il lettore le supporrà scritte in un giorno di sole…», instaura da subito una <em>liason</em> emotiva con i lettori: “Se saranno così gentili da dar credito (…) all’Autore, visiteranno i luoghi ricordati con l’immaginazione». Chiede loro, in sostanza, di fare come farà lui alla tomba di Giulietta.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Prima di Verona Dickens ha soggiornato a lungo a Genova – vicino alla villa abitata da Byron –, vede Parma, Bologna, Modena e Ferrara. Dopo Venezia, il «sogno italiano»,</strong> «meraviglia del mondo», ha indugiato «incerto se andare a Verona», temendo «di essere deluso da Romeo e Giulietta». Ma – precisa – «appena vidi la vecchia Piazza del mercato, il mio timore svanì…». E continua allora il vagabondaggio nella <em>Dickensland</em>, l’Italia che per Chesterton esisteva forse solo nella fantasia dickensiana, capace di trasformare ogni esperienza in atti narrativi per sguardo attento e appassionata ironia di moderno Trivia, esperto nell’«arte di camminare per le vie cittadine».</p>



<p>Così Piazza Erbe gli appare una specie di quinta teatrale, «un luogo favoloso, singolare e pittoresco, dalla varietà straordinaria (…) di palazzi fantastici», spazio quasi fiabesco, «scenario di una delle storie d’amore più belle»: oltre il filtro letterario, lo scintillio della lingua &#8211; rivelatrice è l’aggettivazione &#8211; deforma d’abitudine e consapevolmente la “realtà”.</p>



<p><strong>L’entusiasmo scema alla «casa dei Capuleti, ora degenerata in un’assai misera locanda». La nota sul degrado e l’incuria è quasi un <em>cliché</em> – «Per i viaggiatori inglesi è un fatto assolutamente normale, quasi ovvio, dir male delle locande italiane»</strong> – ma echeggia anche l’angoscia per il caos sociale incombente e i fantasmi degli <em>hungry forties</em>, in un’Inghilterra già stravolta nel paesaggio e nell’anima. La fantasia cambia dunque una possibile tesi sociale (la povertà, il rumore, il sudiciume in terra) in “paesaggio umano” che, da realistico, esplode in iperbole satirica con le oche assurte a protagoniste accanto ai figuranti umani, e il cane di casa a creatura quasi mitologica: «Vetturini rumorosi e carretti da mercato infangati si stavano litigando l’occupazione del cortile, in cui s’affondava fino alle caviglie nella sporcizia con un branco di oche sudice e inzaccherate; e un cane dal muso feroce, che ansimava maligno all’ingresso, avrebbe certo azzannato Romeo a una gamba, l’istante in cui avesse scavalcato il muro … ».&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/libro2-3-661x1024.jpg" alt="" class="wp-image-80904" width="558" height="864" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro2-3-661x1024.jpg 661w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro2-3-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro2-3.jpg 756w" sizes="(max-width: 558px) 100vw, 558px" /></figure>



<p>La <em>lamentatio</em> sulle barbare condizioni d’abbandono in cui versa la casa – «niente faceva pensare alla splendida storia» perché «oche, carretti, vetturini e cane erano d’intralcio» alla poesia dei giovani amanti – è in parte compensata dalla scoperta dell’«antico stemma» del casato – «si vede ancora il cappello, intagliato in pietra, sopra il cancello del cortile» – e dall’aspetto del luogo, «diffidente e geloso, proprio come ci si aspetta»: <strong>«Perciò, come il vero palazzo dei Capuleti mi soddisfò molto e presentai i miei riconoscenti omaggi a un’indifferente signora di mezza età, la Padrona dell’Albergo, che oziava sulla soglia sorvegliando le oche e somigliava ai Capuleti se non altro nell’aria “di Famiglia”</strong><strong>».</strong></p>



<p>Il <em>twist</em> pungente stritola l’ostentata<em> grandeur</em> della sorvegliante nel comico e il “palazzo” in contenitore per quello a cui tiene davvero: la galleria di caratteri. Il modo di accostarsi a paesaggio e lingua italiani è già, in sé, ‘letteratura’: situazioni e incontri sembrano poco più che pretesti per affidare al taccuino «vaghe immagini» scoloranti nell’acqua. Dickens visita il luogo “come il vero palazzo dei Capuleti”, ma la storia è probabilmente diversa. Anche lui contribuisce alla leggenda e da quando – siamo a inizio ’900 – il Comune di Verona l’acquista per farne entrare pubblico a pagamento, non c’è turista, viaggiatore o ospite di passaggio a Verona da ogni angolo del mondo che non voglia vedere la “casa di Giulietta”. La maggior parte del tutto ignara del <em>fake</em>.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Esperienza letteraria fin dalla citazione da Shakespeare è anche il «passaggio naturale» alla tomba della giovane, «la gentile (…), la più orgogliosa Giulietta che abbia mai insegnato alle torce a rifulgere».</strong> Raggiunto un giardino fuorimano, «un tempo credo proprietà di un antico convento», dove l’accoglie al «cancello sgangherato una donna dallo sguardo vivace che faceva il bucato», Dickens scende gradini tra piante, fiori, «resti di vecchie mura e tumuli coperti d’edera». Là gli mostrano «un bacino o abbeveratoio che, asciugandosi le braccia nel grembiule, la donna chiama ‘La tomba di Giulietta la sfortunata’». Secondo l’uso Byron ne grattò via varie schegge da regalare. Della tomba – ancora una volta originale o contraffatta che sia –, Dickens mette a fuoco la popolana che guida turisti e curiosi: «Con la migliore disposizione d’animo al mondo le credei (…) e, con il credito, le diedi la mancia abituale». Dopo l’inciso elegiaco – «Fu una gioia e non una delusione veder dimenticato il luogo dove Giulietta riposa» –, chiude con il tipico gusto del sensazionale: «meglio per lei dormire fuori dal cammino dei turisti e per visitatori avere solo quelli che vengono alle tombe con la pioggia di primavera, l’aria dolce e il sole».&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>In Piazza Bra il massiccio profilo dell’Arena l’«entusiasma»: «Chiudete gli occhi e cercate d’immaginarlo» – scrive all’amica Lady Blessington – «al confronto l’elmo nel Castello di Otranto era un neonato». L’anfiteatro gli sembra ben conservato, le vestigia di Roma non del tutto scomparse: «Su alcuni archi si leggono ancora gli antichi numeri romani». Piccoli faccendieri gremiscono cunicoli e passaggi sotterranei, tra incavi nelle mura.</p>



<p><strong>Dickens si arrampica in cima. Oltre il muschio del parapetto ammira lo «splendido panorama delimitato in lontananza dalle Alpi», mentre l’arena in basso somiglia all’«interno di un prodigioso cappello di paglia intrecciata dalla tesa larghissima (…), le trecce formate dalle fila di posti».</strong> Una compagnia equestre ha appena terminato lo spettacolo, impronte degli zoccoli dei cavalli sono ancora fresche: «Non resistei ad immaginare…» riaffiora la parola magica, ma immaginare cosa? «Gruppi di sparuti spettatori seduti sugli antichi scalini in pietra», «un galante Cavaliere (…), un buffo Pulcinella».</p>



<p>Il resto della giornata lo scrittore vaga «da un capo all’altro della città». In un teatro si rappresenta <em>Romeo e Giulietta</em>, «dramma sempre popolare a Verona». Lo <em>humour</em> gli prende infine la mano quando s’imbatte in «una collezione di reperti greci, romani ed etruschi custodita da un vegliardo che avrebbe potuto essere un reperto etrusco lui stesso», e in una galleria con quadri talmente brutti che è «quasi una gioia vederli sgretolare in polvere».</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="323" height="512" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/libro3.jpg" alt="" class="wp-image-80905" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro3.jpg 323w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro3-189x300.jpg 189w" sizes="(max-width: 323px) 100vw, 323px" /></figure>



<p>La vena narrativa continua a modificare, accrescere o ridurre i particolari della <em>fair Verona</em> secondo l’estro, anche nell’accumulo: «bei palazzi antichi e l’amena campagna in lontananza», «porte romane che ancora scavalcano le vie e gettano sul sole di oggi l’ombra di quindici secoli», chiese «adorne di marmi», «campanili maestosi», «vecchi vicoli traversi dove echeggiavano le grida dei Montecchi e Capuleti», «cipressi che ondeggiano» accanto al «fiume impetuoso». Ovunque «è l’amabile Verona, e nei miei ricordi lo sarà sempre». <strong>Il cerchio si chiude in pura letteratura: «Nella mia stanza in albergo quella notte lessi <em>Romeo e Giulietta</em>». All’alba del giorno dopo Dickens parte per Mantova.</strong></p>



<p>Ripete tra sé i versi shakespeariani – «Non vi è mondo fuori delle mura di Verona / Ma purgatorio, tortura e inferno…» –, e tuttavia non si esime dal notare che «in fondo Romeo era stato esiliato a sole venticinque miglia». La strada si snoda per i campi, la carrozza accompagnata da visioni fugaci di ragazze contadine con spilloni d’argento tra i capelli, le «montagne porpora» all’orizzonte.</p>



<p><strong>Il viaggiatore è già ‘altrove’: la «mattina è tanto luminosa» da ridar speranza persino al cuore di un amante bandito, sorpreso di vedere torri e mura della città salire in lontananza. Come Romeo anche Dickens gira forse «bruscamente sui sonanti ponti levatoi» per raggiungere «la porta rugginosa di Mantova».</strong> E «bruscamente» come Romeo, iniziando una nuova sequenza di ‘quadri’ mantovani, anche lui si separa dai lettori e da Verona.</p>



<p><strong><em>Paola Tonussi</em></strong></p>
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		<title>“Quasi ci fosse del merito a morire”. Charles Dickens, ovvero: sul potere della tradizione. (In UK esce l’ennesima biografia: meglio leggere i giudizi di Larkin e Greene)</title>
		<link>https://www.pangea.news/dickens-biografia-andrea-bianchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2020 08:25:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il soggetto è drammatico già di suo: un uomo, <strong><a href="http://www.pangea.news/charles-dickens-profilo-critico-tonussi/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Charles Dickens</a>, di razza bianca inglese, che a 23 anni ha la forza di comporre <em>Pickwick</em> e che è già sposato </strong>e ha scontato da ragazzino i lavori forzati non per colpa sua, ma per una condanna inflitta al padre latitante. Il mondo inglese dove nasce Dickens, dopo Waterloo, è stremato: cosa che i giornalisti inglesi oggi stentano a riconoscere. È la famosa ipocrisia, una forma sottile di menzogna che consente anche e soprattutto di mentire a se stessi. Di qui il successo e il plauso di cui godono gli argomenti di spionaggio nella loro letteratura, <a href="https://www.telegraph.co.uk/news/2020/06/03/listen-former-head-mi6-believes-pandemic-started-accident/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">pane quotidiano dell’informazione.</a></p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-76882 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/libro1-15-197x300.jpg" alt="" width="355" height="541" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-15-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-15-671x1024.jpg 671w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-15-768x1172.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-15-1007x1536.jpg 1007w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-15-1342x2048.jpg 1342w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-15-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-15-1320x2014.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-15.jpg 1678w" sizes="(max-width: 355px) 100vw, 355px" />Dickens fa la galera da ragazzino, incomincia a scrivere in modo torrenziale dopo le prime prove di <em>Nicholas Nickleby</em> e poi ingrana in modo originale a 23 anni con <em>Pickwick</em>. Quando avevo io 23 anni nelle vie parallele intorno la stazione di Porta Nuova, una passeggiata kafkiana di pomeriggio ad agosto mi faceva sentire una carogna fradicia <strong>perché accumulavo vita e orrore senza riuscire a far nulla che fosse all’altezza di <em>Pickwick</em>: né, va da sé, riuscivo a leggerlo.</strong></p>
<p>*</p>
<p>Gli inglesi risarciscono i loro debiti di maltrattamenti sociali scrivendo, ogni anno che dio manda in terra, una biografia di Dickens. L’ultima <a href="https://atlantic-books.co.uk/book/the-mystery-of-charles-dickens/attachment/9781786497918/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">è una buona <em>narrative</em></a>, una grande storia composta con l’ausilio di fonti secondarie. Il giornalista del progressista <em>Guardian </em>che <a href="https://www.theguardian.com/books/2020/jun/03/the-mystery-of-charles-dickens-by-an-wilson-review-a-great-writers-dark-side" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ne ha dato notizia pochi giorni fa</a>, ha rimarcato questo fatto snocciolando le considerazioni di Larkin su Dickens. Traduco qui: “<strong>Dimmi, cara Monica, dimmi tutto quel che vuoi su Dickens perché ci diverte, ma non lo possiamo considerare per nulla come uno scrittore. Il suo è un melodramma lurido, ostentato e illuminato a gas – melodramma da fienile con ampio spazio per i suoi villici</strong>. Ma comunque rileggendo <em>Grandi speranze </em>me la sono goduta e continuerò a leggere le altre cose sue”.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Parentesi. Che bello sarebbe se anche noi avessimo uno scrittore stagionato da più di un secolo al quale fare continuo riferimento</strong>, che figata sarebbe poter elencare come amici i suoi personaggi in un articolo di giornale come fanno gli inglesi quando parlano degli zii e dei cattivoni nei romanzi di Dickens… Questa si chiama tradizione. Una cosa che consente di passare con disinvoltura dall’Otto al Novecento e di saltare, come si fa su <em>Guardian</em>, da Dickens a Larkin in men che non si dica. Anche perché ora c’è una <em>Larkin Renaissance</em> e verranno fuori le lettere di Monica a Larkin. Quelle del poeta sono già pubbliche: salienti, ad alta gradazione. Ne riparleremo: intanto beccatevi questa considerazione che faceva su Yeats, ne parla come di un amore da ventenne, da sala comune in college, una mascotte: “Yeats era solo una cosa ovvia, eccoti accontentata. Avevo un grande amore per lui tra i 21 e i 22 anni che da allora è considerevolmente svanito. <strong>Ora non riesco a sopportare l’atmosfera fervente e irreale di tutti quei suoi modi, le sue storie da vecchio saggio, la sua arroganza – è la vera e propria antitesi di Lawrence &amp; Hardy. Comunque, sa scrivere</strong>.” (10 ottobre 1950).</p>
<p>*</p>
<p>Questa battuta su Larkin era d’obbligo per capire il senso di un articolo che per parlare di Dickens parte da altre citazioni. <strong>E Dickens? L’articolo racconta cose note e tuttavia affascinanti: dopo 22 anni di matrimonio, arrivato al decimo figlio, Dickens mette un punto fermo alla relazione, porta in scena un’opera teatrale e cade innamorato della sua primattrice diciottenne. </strong>Per lei arriverà a divorziare. Come direbbero oggi, senza pagare gli alimenti alla prima moglie.</p>
<p>*</p>
<p>Cose note. Il biografo ci marcia sopra e stampa un libro da 18 sterline. Il giornalista si sdilinquisce: “Quando Dickens ci restituisce il terrore abietto e senza speranze della sua gioventù, con quella lieve risata, è un romanziere ipocrita che s’inganna ma ci fa una gentilezza senza paragoni”. <strong>E ci informa sull’ultimo <em>meeting </em>con l’attrice che fa venire il crepacuore a Dicken. </strong>La cosa non è impossibile, Dickens morì a soli 58 anni. Ma su quella morte favoleggiano tutti: Fruttero &amp; Lucentini composero un giallo dove l’assassino risultava essere l’amico-rivale Wilkie Collins, in veste di avvelenatore. Per dire…</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-76883 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/libro2-14-229x300.jpg" alt="" width="391" height="512" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro2-14-229x300.jpg 229w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro2-14.jpg 640w" sizes="(max-width: 391px) 100vw, 391px" />Tutti s’imbambolano con la fama a chiaroscuro di Dickens anche perché il suo ultimo romanzo, <em>Il mistero di Edwin Drood</em>, è incompiuto: di qui il fiorire di biografie come quella discussa oggi, <em>Il mistero di Charles Dickens</em>. <strong>È l’ennesima conferma che un’epoca incapace di produrre grandi uomini e grande scrittura può solo rimuginare gli aneddoti e i divorzi dei giganti che l’hanno preceduta.</strong></p>
<p>*</p>
<p>Ora, a costo di farmi fucilare dal direttore nominando ancora una volta Graham Greene, concedo a lui l’ultima parola su Dickens: “<strong>Un critico deve evitare di finir prigioniero del proprio tempo e se vogliamo apprezzare un libro di Dickens dobbiamo dimenticare la lunga fila di libri sullo scaffale, tutti intesi a soffocare la grandezza dello scrittore con gli scandali e le controversie della sua vita privata</strong> (…) Non so se quando Dickens aveva 24 anni, alla vigilia di <em>Pickwick</em>, ed era autore di sketch giornalistici e operette comiche, ci sarebbe stato un avventuriero, un Cortez letterario in grado di mettersi sugli scaffali uno dei suoi libri. Poi improvvisamente la popolarità e la fama. <strong>La fama è come una mano morta che si appoggia sulla spalla dello scrittore, ed è bene per lui che ci si appoggi più tardi possibile nella sua vita. Quanti al posto di Dickens avrebbero sopportato quel che James ha chiamato ‘il grande contatto corruttore col pubblico’, la popolarità fondata, come sempre accade, sulla debolezza e non sulla forza di un autore?”.</strong></p>
<p>*</p>
<p>E ancora: “Il giovane Dickens a 25 anni aveva toccato una mina che gli pagò un terribile dividendo. <strong><em>Oliver Twist </em>si rivelò un libro senza forma precisa e per questo ebbe successo, con quei passaggi in prosa che influenzarono Proust dove c’è solo una mente che parla a se stessa. Il suo mondo era senza Dio</strong>; al posto del potere e la gloria dell’onnipotente e onnisciente, solo pochi riferimenti a paradiso, angeli, dolci visi di defunti e, come dice Oliver, ‘Il paradiso è davvero distante e lassù sono troppo felici per scendere qui sotto a fianco del letto di un povero ragazzo’. <strong>In questo mondo manicheo possiamo credere nell’opera del maligno, mentre il bene appassisce in filantropia, gentilezza e in quel vago languore dove precipitano così frequentemente le giovani donne di Dickens – il bene agli occhi dello scrittore assomiglia a un lasciapassare per la virtù, quasi ci fosse del merito a morire</strong>”. Così Greene nel 1950, <em>Young Dickens</em>. Un testo sempreverde, e forse siamo noi i morti che camminano e sparlano di uno scrittore e della sua attrice. (<strong><em>Andrea Bianchi</em></strong>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dickens-biografia-andrea-bianchi/">“Quasi ci fosse del merito a morire”. Charles Dickens, ovvero: sul potere della tradizione. (In UK esce l’ennesima biografia: meglio leggere i giudizi di Larkin e Greene)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Charles Dickens, l’angelo dall’ala spezzata, l’uomo che ha portato la vita nel romanzo. Appunti di lettura</title>
		<link>https://www.pangea.news/charles-dickens-profilo-critico-tonussi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Dec 2019 10:40:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Charles Dickens]]></category>
		<category><![CDATA[David Copperfield]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per rinfrescare la memoria, pochi appunti sparsi. È Dickens che raccoglie e porta all’apogeo del romanzo inglese l’eredità di Defoe – la concretezza del reale e il senso vivido dei particolari – e di Fielding – il gusto ancora tutto settecentesco della trama, l’abbozzo di situazioni grandiosamente corali, la fiducia nell’essere umano. Ma Dickens fonde [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/charles-dickens-profilo-critico-tonussi/">Charles Dickens, l’angelo dall’ala spezzata, l’uomo che ha portato la vita nel romanzo. Appunti di lettura</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per rinfrescare la memoria, pochi appunti sparsi.</p>
<p style="text-align: justify;">È Dickens che raccoglie e porta all’apogeo del romanzo inglese l’eredità di Defoe – la concretezza del reale e il senso vivido dei particolari – e di Fielding – il gusto ancora tutto settecentesco della trama, l’abbozzo di situazioni grandiosamente corali, la fiducia nell’essere umano. Ma Dickens fonde in sé anche l’altro filone della narrativa inglese, la lezione di Goldsmith e Sterne con personaggi che rasentano il <em>morality play</em>, l’indulgere nel sentimentalismo, la certezza che il bene e il male debbano avere la giusta ricompensa o la condanna finali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/charles-john-huffam-dickens/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Dickens</a> concentra in sé tutti i suoi precursori letterari e tutti, allo stesso tempo, li sopravanza: offre ai lettori inglesi un romanzo dalla straordinaria varietà di timbri</strong>, che s’inserisce con incantevole naturalezza nella tradizione ma con voce eccezionalmente nuova e, dopo di lui, irripetibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Se un’introduzione in genere è d’obbligo, in suo luogo bastino due punti luce: l’alveo della tradizione inglese e il tono acutamente personale, inconfondibile dell’autore. Poi dentro, nel dedalo degli incantesimi dickensiani, in una mano reggendo l’aquilone di Mr. Dick a indicare l’azzurro – la nostra meta – nell’altra le chiavi di Agnes per schiudere la porta alla meraviglia – specchio del nostro desiderio di lettori. Tenendo sempre vicini i cari, vecchi libri amati dal piccolo David Copperfield quali guardiani, a guidare la bussola dell’immaginazione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-72159 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro2-12-178x300.jpg" alt="" width="215" height="362" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-12-178x300.jpg 178w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-12-609x1024.jpg 609w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-12-768x1291.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-12-914x1536.jpg 914w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-12-1218x2048.jpg 1218w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-12-1320x2219.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-12.jpg 1400w" sizes="(max-width: 215px) 100vw, 215px" />Un romanzo, afferma Nabokov nelle <em>Lezioni di letteratura</em>, è “un violino nel vuoto”. Autore, narratore e personaggi compiono spesso strenui sforzi ad accumulare d’aria dorata sotto quel violino perché non cada e continui a suonare, ma il violino-romanzo è comunque e per sua stessa essenza destinato a non cessare – mai – la musica: continua a cadere, e cadendo continua a suonare eppure, per nostra gioia e fortuna, non precipita mai al suolo. Eternamente sospeso in aria, eternamente emette vibrazioni che altro non sono se non splendenti metafore del mondo: gioia e dolore i suoi diesis e bemolli, lacrime e sorrisi i suoi staccati e appoggiati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come tutti i grandi narratori, Dickens usa la forma del romanzo come il violino di Nabokov. E lo fa da gran virtuoso:</strong> mostrando particolari stagliati, non svelando o non per intero il cammino dei suoi personaggi, sembrerebbe quasi comprovare nelle proprie pagine una forma di “sintesi a priori” kantiana, per osare un paragone temerario, una dimostrazione formato borghese dell’“universale concreto” di Hegel. Altro parallelo impavido: ma con Dickens niente è abbastanza temerario, niente è abbastanza impavido.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono autori che sono e non potrebbero che essere in dolorosa antinomia con la propria epoca, da cui li dividono contrasti insanabili di attitudine, temperamento, concezioni politiche ed estetiche: Pasternak, Marina Cvetaeva. Ce ne sono altri che, pur non chiudendo gli occhi su vizi e manchevolezze del loro tempo, anzi, spesso diventandone giudici lucidi, attraggono comunque in sé predilezioni e suggestioni, i colori e la densità dell’aria in cui il violino nabokoviano sta suonando: è il caso di Byron o di Dickens. Nei primi il coro sarà sempre tragicamente, drammaticamente staccato dall’eroe, nei secondi coro ed eroe a volte si fondono, il ruolo dell’eroe spesso assunto dal narratore.</p>
<p style="text-align: justify;">In Dickens si agita un doppio paradosso: quello dell’artista di sempre, comunque un appartato, un solitario prestato al pubblico, e quello di un particolare momento storico, l’industrializzazione avanzante che ha stravolto il volto dell’Inghilterra, la <em>merry England</em> dei romanzi settecenteschi. Oscillante tra la borghesia colta priva di mezzi e il proletariato, <strong>Dickens resta un angelo dall’ala spezzata, tra i pochissimi a rifiutare ogni privilegio da parte di quella società che lo adora, come di rado capita gli scrittori. </strong>E malgrado ne sferzi il male, ne denunci ingiustizie e abusi, lo sconcio “compromesso vittoriano” di cui parla Chesterton, di quella società diventa il cantore, il rappresentante eminente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il tipico formato in tre volumi (il cosiddetto <em>triple-decker</em>) del romanzo vittoriano a puntate incontra alla perfezione la sua naturale tendenza per il dramma, la passione per il teatro e il diletto per il sensazionale, la propensione per i dialoghi vivaci e svelti, la vocazione a schizzare personaggi a forti tinte e contrasti melodrammatici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A partire dal 1849, ogni suo romanzo è pubblicato in “All the Year Round”, la rivista che Dickens fonda e dirige.</strong> Si è assicurato per questo l’aiuto di un maestro della <em>detective story</em>, quel Wilkie Collins autore dell’osannato <em>A Woman in White</em> che l’ha stregato per la pirotecnica fantasmagoria dell’intreccio. Incontratisi su un terreno comune – trama a sorpresa e personaggi magnifici, trovate stupefacenti ed emotività a fiumi – i due vanno tanto d’accordo che, da collaboratore, Collins è in breve tra gli amici più cari di una vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lui, Dickens, è un lettore magnifico, in particolare dei propri romanzi: conferenze e letture pubbliche in Inghilterra e in America hanno fama di leggenda.</strong> Nonché le letture private, se persino la regina Vittoria lo invita ripetutamente a leggere per lei. Lo scrittore consente al regale sofà di <em>Buckingham Palace</em>, negli appartamenti personali di Sua Maestà, solo dopo essersi fatto pregare. E non poco. Ma Vittoria adora l’autore di <em>Christmas Carol</em> e, con aulica <em>nonchalance</em>, sorvola sull’insolenza dell’artista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-72160 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro1-16-185x300.jpg" alt="" width="220" height="357" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-16-185x300.jpg 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-16-632x1024.jpg 632w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-16-768x1244.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-16-948x1536.jpg 948w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-16-1264x2048.jpg 1264w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-16-1320x2138.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-16-scaled.jpg 1580w" sizes="(max-width: 220px) 100vw, 220px" />Scrive puntata dopo puntata, e il pubblico le aspetta, ci sogna sopra, scommette su un personaggio, fantastica sull’epilogo.</strong> Le esigenze del romanzo a puntate trionfano nel suo amore per la prosodia, suono di parole e ritmo di frasi, abbracciati alla consuetudine <em>middle-class</em> di leggere a voce alta. Rivolti al pubblico borghese nel soggiorno di famiglia, i capitoli sono pensati e scritti “chiudendo”, con accezione musicale in senso stretto, alla lettera “in crescendo” o “in morendo”: in sostanza orchestrati come veri e propri finali di un pezzo di musica.</p>
<p style="text-align: justify;">Musicalità della prosa dickensiana da<em> Little Dorrit</em>. Immagino la voce del lettore, o della lettrice: evocato dalla pagina alle labbra, il suono vaga tra poltrone <em>capitonné</em> e cuscini ricamati a <em>petit point</em>, tappezzerie a motivi vistosi e tappeti, quadri e generale eccesso di decorazioni. Si smorza tra le pieghe di pesanti cortine in velluto, va infine a posarsi tra la selva di ninnoli sul camino, sotto lo sguardo celeste della regina Vittoria in cornice: “Mr. Meagle scivolò via e lui [Clennam] fu lasciato solo. Quand’ebbe camminato sulle rive del fiume nella pace del chiaro di luna per circa mezz’ora, si portò la mano al petto e teneramente ne trasse fuori il piccolo mazzo di rose. Forse le portò al cuore, forse le portò alle labbra, ma di sicuro si chinò alla sponda, e gentilmente le lanciò nel fiume che scorreva. Pallido e irreale alla luce della luna, il fiume le trascinò via con sé. In casa le luci erano accese quando entrò, e i visi su cui splendevano, anche il suo, mostrarono subito una quieta gioia. Parlarono di molte cose […], e poi andarono a letto, e dormirono. Mentre i fiori, pallidi e irreali nel chiaro di luna, scorrevano via sul fiume. E ugualmente scorrono cose più grandi che una volta avevamo in petto, e dentro il cuore, scorrono via da noi fino ai mari dell’eternità”. (I, 28)</p>
<p style="text-align: justify;">È uno fra gli incontri di Clennam e Amy Dorrit.</p>
<p style="text-align: justify;">La grandiosa metafora acquea finale è introdotta dal verbo “scivolò”. Noi andiamo con Clennam sulle rive del Tamigi, sentiamo l’odore e la frescura del fiume che si mescolano al profumo delle rose, baciamo con lui le corolle e le lanciamo nell’acqua, gesto che segue l’evidente schema di un rituale – in cui il giovane, infatti, s’inginocchia. Alla luce “pallida e irreale” della luna, il rito si compie. I due aggettivi fanno da cardine al senso: “pallido” si dice di un volto ma anche di un ricordo svanito, “pallida” perché sfuggente è l’“irrealtà” di un sogno.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non molto più tardi, nel secolo nuovo Fitzgerald glorificherà con Gatsby la stessa “irrealtà del reale”, la stessa “promessa che la roccia del mondo aveva fondamenta sicure sull’ala d’una fata” (vi). Lo scrittore lo sa: sogni, pulsioni e desideri umani sono fuori di ogni tempo, sono sempre gli stessi. </strong>Clennam vive in un secolo non molto più ingenuo di quello che ucciderà Gatsby: anche lui, come Gatsby, conosce “il polverio sudicio che aleggiava sulla scia dei suoi sogni” (I). Ma mentre Dickens poteva ancora permettersi d’indugiare in quella scia, Fitzgerald si getterà dentro al suo vortice fino a morirne.</p>
<p style="text-align: justify;">La “realtà” è dunque “irreale”. Ma noi che stiamo leggendo sappiamo che Clennam è là, sulla sponda del fiume, davvero: solo che gli aggettivi scelti dal narratore infondono alla scena il sapore contrario di qualcosa intravisto in sogno, di non accaduto. I piani sono confusi e l’intero romanzo conserva questa fiabesca aria di sogno.</p>
<p style="text-align: justify;">La vera casa di uno scrittore è la fantasia. Ogni romanzo in fondo è una favola per eludere i confini del presente <strong>e un grande romanzo, <em>Little Dorrit</em> o <em>The Great Gatsby</em>, contiene sempre – è inevitabile – ondate di ribellione, l’intransigente volontà di opporsi alla fuggevolezza, le difficoltà e paure della vita.</strong> Un romanzo è un inveterato stato infantile che l’immaginazione mette in gioco contro il peso terrorizzante del male, del tradimento e degli inganni perpetrati dalla ragione, per sgominare i quali la bellezza della parola e del linguaggio sono la rivolta più efficace.</p>
<p style="text-align: justify;">Non dimentichiamo che <em>Little Dorrit</em> è anche cronaca di <em>illusioni perdute</em> – per mutuare il titolo balzachiano – denuncia del malessere collettivo per un sistema sociale ingiusto, accusa al periodo storico testimone delle leggi operaie e sul lavoro minorile. E in origine il titolo era <em>Nobody’s Fault</em>. <em>Little Dorrit</em> è più tragico e intimo dei romanzi precedenti, pur sotto le vetrate colorate di una trama brillantemente realistica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella scena di Clennam vicino al Tamigi il narratore insinua nel suo protagonista il dubbio, la tentazione di farsi simile al fiume</strong>, acqua che scorre e si allontana, dimentico di tutto quel che c’è e succede oltre quelle rive, assopito nella monotonia dell’inconsapevolezza, insensibile alla felicità ma anche al dolore.</p>
<p style="text-align: justify;">Sovrapposta al contenuto, l’armonia della lingua ha funzione consolatoria e salvifica, dà respiro e pulsazione cardiaca: unendo temi e musica, la prosodia dickensiana ci culla e rassicura che, almeno finché resteremo al riparo nel mondo di Clennam e Amy – di là dalla vicenda tragica che li vede coinvolti – noi lettori saremo per il momento in pace, avremo trovato un antidoto: una “irrealtà reale”, una “contro-realtà”. Oppure, più semplicemente, “una quieta gioia”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">E dopo la scena sul fiume una scena d’interni. La prosa qui rallenta il fluire, quasi si ferma, come le piccole correnti secondarie e i mulinelli che si formano a volte nelle secche: un piccolo ingorgo, “e poi … e poi…”, qualche battuta d’arresto, quindi inizia e s’avvia con sicurezza il magnifico “rallentando assai” della chiusa.</p>
<p style="text-align: justify;">L’apertura creata dalla visione del fiume, con i desideri nel cuore e la visione inseguita del mare lontano, spalanca agli occhi del lettore una sequenza di panorami – reali e interiori – sempre più vasta. L’immagine si appoggia allo scorrere del fiume, ci trascina al mare (impossibile non bagnarsi nel <em>panta rei</em> presocratico), vi sfocia e là, in mare aperto, la catena metaforica termina e si riapre nella prospettiva dell’eterno. Il fiume vero, il Tamigi, si è in poche righe trasformato nel fiume del tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco lo sciabordare delle ultime onde: <em>While the flowers, pale and unreal in the moonlight, floated away upon the river; and thus do greater things that once were in our breasts, and near our hearts, flow from us to the eternal seas</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ritmo, confluito nell’accento e la sibilante dell’ultima sillaba, sembra inarcarsi per osare, alla fine, il balzo finale nell’eterno.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-72161 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro3-3-195x300.jpg" alt="" width="219" height="337" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro3-3-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro3-3-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro3-3.jpg 407w" sizes="(max-width: 219px) 100vw, 219px" />L’altra fine di capitolo racconta la morte di Dorrit, il padre di Amy. Sempre il ritmo, aprendosi e chiudendosi quasi a ventaglio, contribuisce alla <em>mise en scène</em> dei due piani in contrapposizione, terra e cielo, vita e morte, passato e futuro: “Era una notte di plenilunio; ma la luna era sorta tardi, la sua pienezza essendo in fase calante. Quando fu alta nel firmamento tranquillo, splendé attraverso finestre chiuse a metà nella stanza solenne dove le cadute e i vagabondaggi di una vita si erano appena conclusi. Due figure calme erano nella stanza; due figure, ugualmente immobili e impassibili, ugualmente distolte da una lontananza invalicabile dall’agitazione della terra e da tutto ciò che essa contiene, e pure destinate a giacervi presto. Una figura riposava sul letto. L’altra, inginocchiata sul pavimento, stava chinata sulla prima. (…) I due fratelli erano davanti al Padre loro; molto oltre i giudizi crepuscolari di questo mondo; molto sopra le sue nebbie e oscurità”. (II, 19).</p>
<p style="text-align: justify;">Anche qui si percepisce con chiarezza il celebre “smorzato” alla Dickens: <em>far beyond the twilight judgements of this world; high above its mists and obscurities</em>… In effetti, anche qui si cela un verseggiare sapiente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le immagini ci conducono dentro la notte, la luna fuori che si mostra alta nel buio attraverso le finestre aperte, le due figure all’interno: una vive ancora, l’altra è distesa nel letto.</strong> Entrambe immobili, ogni movimento sospeso dopo un cammino che sappiamo arduo, costellato di “cadute” e false mete – i “vagabondaggi”, i passi incerti dei<em> wanderings</em>. La luna in cielo sembra fluttuare, i due fratelli giù in basso si fermano.</p>
<p style="text-align: justify;">Come nelle fiabe, e con in più un’allusione shakespeariana per la morte di un protagonista, agli eventi umani partecipano gli elementi della natura: la luna, il crepuscolo, il bosco dei giri inutili. A rafforzare l’elemento favoloso, per “finestre” Dickens non usa il termine quotidiano <em>windows</em> ma l’arcaico <em>lattices</em>, reminiscenza immediata di <em>casements</em>, per ogni lettore di lingua inglese i keatsiani <em>charmed magic casements</em>,<em> opening on the foam/Of perilious seas</em>, “incantate finestre, spalancate sulle schiume/Di mari perigliosi” dell’<em>Ode to the Nightingale</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">La catena di associazioni e allusioni che ogni parola letteraria si trascina dietro potrebbe precipitare all’infinito. Per il momento, quelle di Dickens ci hanno condotto dentro la notte e lì ci lasciano: in <em>faery lands forlorn</em>, “perduti in terre fatate”, appunto. E felici di esserci perduti al punto che non vorremmo &#8211; mai, mai &#8211; tornare indietro.</p>
<p style="text-align: justify;">Il capitolo termina con una magnifica, lunga sequenza metaforica dove la fantasia balza dalla visione della “luna” al “firmamento” e infine allo spazio della “lontananza”, sopra la terra e i suoi limiti. Solo per un attimo torniamo alla terra e al dolore nella “stanza solenne”, prima di staccarcene definitivamente, mentre il “crepuscolo” sfuma e cancella “nebbie” e “oscurità” nella volta celeste.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lettore di Carlyle e di Malthus, sempre conquistato dagli usi, la lingua e le figure non dei ceti alti ma delle classi medie e basse della Londra moderna</strong> – tenutari di taverne, negozianti, piccoli commercianti – Dickens ne mette in ridicolo peculiarità, idiosincrasie, vanità e ambizioni. Con bonaria libertà e mai con sarcasmo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È sempre dalla parte dei poveri, dei bambini, del popolo. È dalle sue pagine che parte della società colta viene a sapere in quali condizioni vivono le classi indigenti nei sobborghi di Londra.</strong> Con lui il romanzo inverte la rotta sociale: la descrizione della fabbrica londinese di Murdstone &amp; Grinby dove il piccolo David Copperfield è costretto a lavorare, le “macchine” di <em>Hard Times</em> o gli <em>slums</em> descritti in <em>Oliver Twist</em> sono riproduzioni fedeli della capitale e della sua gente.</p>
<p style="text-align: justify;">Con lui, cambia anche il peso specifico del ruolo principale. Relegato alla periferia narrativa l’eroe classico, Dickens dà intensità ai piccoli e deboli. <strong>Mette in luce i bambini, l’infanzia dimenticata e derelitta delle <em>warehouses</em> vittoriane, gli ospizi di mendicità. Spesso figli di genitori indegni, i suoi bambini vivono tra adulti meschini e crudeli, si fanno strada nella vita solo attraversando fatica e dolore.</strong> Ma anche in questo Dickens rovescia l’ordine naturale delle cose: i bambini diventano maestri e non educandi, modelli e non imitatori. Orfani, ancora piccoli loro stessi, sostituiscono i genitori mancanti, badando ad altri piccoli come loro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il sogno di Dickens</em>, s’intitola il celebre quadro di Robert William Buss, dove le sue creature gli volteggiano intorno, volano circondando il loro autore, seduto davanti alla scrivania in vestaglia e pantofole. Uno stuolo affascinante di personaggi. Eppure, dopo averli amati alla follia, la cosiddetta ‘reazione vittoriana’ ne prendeva le distanze in una posizione <strong>condensata dal giudizio sbrigativo di Trollope: “non sono creature umane (…), sono burattini…”. Sentenza grossolana per liquidare un narratore che, come Chateaubriand, era stato l’<em>enchanteur</em> della propria epoca.</strong> Che tutta la vita era andato all’assalto di nuovi spazi narrativi e cercato di affidare nuove stelle ai cuori e alle menti dei suoi lettori.</p>
<p style="text-align: justify;">Dickens regala qualcosa di più vivo ancora, se possibile, della vita: figure disegnate con tratto rapido e sicuro in cui riconoscerci, in cui ritrovare qualcosa di noi. L’universalità &#8211; la rifrazione attuale del romanzo vittoriano &#8211; la dimensione universale, umana e celeste, distingue l’arte, identifica l’alta letteratura: “Ogni protagonista ha (…) una sorta d’ombra colorata (…) ogni qualvolta appare”, dice sempre Nabokov nelle <em>Lezioni di Letteratura</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">L’“ombra colorata” cade sulla pagina aperta nell’indimenticabile ritratto della piccola Dorrit, “la piccola ragazza inglese che è sempre sola”, resoconto della sua lontananza e della sua invincibile malinconia: “…la gente in altre gondole iniziava a chiedersi chi fosse la piccola ragazza solitaria che superavano, seduta nella sua imbarcazione con le mani in grembo, lo sguardo tanto pensieroso e sognante. Non pensando mai che nessuno avrebbe potuto notare lei o i suoi giri, la piccola Dorrit, nel suo modo quieto, spaventato, sperduto, vagava non di meno per la città. Ma il suo posto preferito era il balcone della sua stanza che dava sul Canal Grande, (…) in pietra massiccia scurita dal tempo, eretto secondo una selvaggia fantasia orientale (…); e la piccola Dorrit era proprio piccola, appoggiata al parapetto (…) mentre guardava fuori. (…) presto iniziarono a osservarla, e molti occhi nelle gondole che passavano s’alzavano, e molti dicevano, C’era la piccola ragazza inglese che è sempre sola. Quelle persone non erano reali per la piccola ragazza inglese; quelle persone le erano sconosciute. Guardava il tramonto, le sue lunghe linee basse porpora e rosso, e il suo fulgore abbagliante alto nel cielo: riluceva sui palazzi, accendendoli a tal punto da far credere trasparenti le loro spesse mura mentre la luce vi splendeva dentro. Guardava quelle meraviglie morire; e poi, dopo aver fissato in basso le gondole nere, che portavano ospiti alla musica e alle danze, levava gli occhi alle stelle che stavano salendo. Non c’era forse stato un luogo suo, in passato, su cui le stelle avevano brillato? Pensare proprio adesso a quel vecchio cancello! Pensava a quel vecchio cancello, e a se stessa che vegliava nel cuore della notte (…); e ad altri luoghi e altre scene legate a quei tempi diversi. E allora si sporgeva dal balcone, e scrutava nell’acqua, come se tutti vi giacessero dentro. (…) contemplava assorta l’acqua scorrere, come se, nella sua visione, quella potesse scorrere fino a esaurirsi e mostrarle di nuovo la prigione, e lei stessa, e la vecchia stanza, e i vecchi compagni, e i vecchi visitatori: tutte realtà durevoli che non erano mai cambiate”. (II, III).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La chiave per capire Amy Dorrit è, forse, negli aggettivi iniziali, gli attributi morali scelti da Dickens per descrivere il suo sguardo: “pensieroso” e “sognante”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma pensiero e sogno sono discordanze feroci. E proprio nel dissidio respira e vive Amy, scissa tra il desiderio di cedere al sogno con i suoi presagi di felicità e il bisogno di provvedere alle incombenze pratiche. Prima nella prigione in cui è nata e vissuta, quindi nella casa dov’è l’unica a guardare alla nuova ricchezza per quel che è: un mezzo fortuito, un’occasione di comodità. Non certo di maggiore serenità, anzi: con perversa incoerenza, allontanatisi dalla prigione i Dorrit non si adattano al mondo fuori. Dentro non potevano uscire, fuori non possono più rientrare e tutti, a momenti, lo vorrebbero.</p>
<p style="text-align: justify;">Confinati per venticinque anni nella Marshalsea, quando ricevono l’eredità che spalanca loro le porte del carcere, escono e di fatto si ritrovano in un’altra prigione: mentre li accoglie, la società allo stesso tempo li respinge. L’amore tra Amy e Clennam – anche lui rovinato dal fallimento dello speculatore Merdle – inizia in prigione e in un certo senso dalla prigione i due non si allontaneranno, almeno come punto di riferimento, fino all’ultima scena: il capitolo s’intitola, infatti, <em>Gone</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dito sulla piaga della prigionia, reale o spirituale, vera o presunta l’ha messo, con la consueta sorprendente lucidità, Edmund Wilson: <strong>“La morale è che, carcere per carcere, una semplice detenzione è un’eccellente scuola di carattere a paragone dei sotterranei della teologia puritana, dell’affarismo moderno, della società regolata dal denaro o della povera gente di <em>Bleeding Heart Yard</em> che è truffata e sfruttata da tutte queste forze”</strong> (<em>The two Scrooges</em>, <em>The Wound and the Bow</em>). Per inciso, il cortile in cui vivono questi personaggi ha nome <em>Bleeding Heart</em>, “Cuore sanguinante”: non va sottovalutato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista narrativo, la realtà dell’immaginazione vale quanto la realtà, se non di più: Amy sa che l’eredità, il viaggio in Europa, le ridicole pretese della sorella ci sono ma non esistono davvero, là dove si fondano i significati, e più saldo e vero continua a essere per lei il passato, misero dentro le misere mura della prigione ma scaldato da solidarietà e affetto. Uccello prigioniero senza gabbia, va per una Venezia di calli silenziose, scivola sull’acqua in gondola credendo di non esser vista, in un vagare che allude al suo stato nel mondo, sempre avanti “nel suo modo quieto, spaventato, sperduto”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esile figurina che guarda il tramonto dal balcone del palazzo sospeso sull’acqua, Amy è una gemma nella galleria di ritratti femminili dickensiani.</strong> La scena è giocata tutta sui contrasti: i riverberi e le ombre. Il fluire dell’acqua contro la solidità della pietra. La gaia sfilata delle gondole dirette alla festa e la malinconia densa di preoccupazioni di Amy. I gruppi che passano e il suo isolamento. Le gigantesche lanterne dei palazzi accesi di lumi all’interno e il buio nel cuore della ragazza. Il giorno che si sfalda e la notte che la riporta indietro, alle stelle che splendevano sul cancello della Marshalsea. La luce non cade mai su di lei e accende, piuttosto, entità inanimate: i palazzi e la prigione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’acqua del Canal Grande diventa per Amy una specie di mobile sfera di cristallo in cui scrutare non già il futuro, bensì il passato, l’antica lei stessa e gli antichi amici, tutto ciò che per lei continua a durare mentre tutto, intorno a lei, è cambiato. Amy è tagliata nella stessa stoffa dei suoi sogni, è uno di quei personaggi che si possono sconfiggere o uccidere, mai costringere alla resa: non solo è il personaggio più poetico del romanzo ma anche il più forte e coraggioso, più dotato di fantasia, più ricco d’incertezze, più carico di passione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’ideale di fuga, la fede nell’atmosfera magica in cui nonostante tutto continua a credere con tenacia anche quando tutto pare crollarle intorno</strong>, quell’infantile attaccamento alla luce, ai sogni e al desiderio sono la sua arma contro i trabocchetti, la crudeltà e la cattiveria della vita, la fiabesca controffensiva di sensibilità e immaginazione contro la frustrazione, la trivialità e l’orrore della prigione, la pesantezza dell’apatia e l’egoismo che la circondano fuori della prigione. Uno struggimento senza pace, che la sostenta e la brucia, sono il suo fascino e la sua bellezza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un grande scrittore è quello che, ponendoci sotto gli occhi scene e personaggi, ci mostra la complessità e le contraddizioni della vita e ci fa riflettere. Mette a nudo quanto normalmente si cela dietro l’apparenza e celebra il commercio incessante della vita tra il fango e le stelle, il male e il buono. </strong>Scardina le nostre certezze, ne individua di inedite. Scompiglia atteggiamenti mentali e l’ipocrisia di certezze scontate per insinuare dubbi scomodi sulla validità della nostra visuale. Sempre il terribile Edmund Wilson definì Dickens “il più grande scrittore drammatico che gli inglesi abbiano avuto dopo Shakespeare, e colui che ha creato il mondo più ampio e vario”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Drammatico” anche per il tentativo di cancellare sofferenze e privazioni d’infanzia, ammansite in una concezione del mondo accessibile, sopportabile, in cui al lettore sia dato intuire il proprio destino, una realtà in cui all’inevitabilità del dolore possiamo opporre il suo contrario.</p>
<p style="text-align: justify;">Sta pensando a questo, Amy Dorrit, mentre fissa la porpora all’orizzonte veneziano? Noi tratteniamo il respiro con lei fino all’ultimo istante. Dopo aver strappato la maschera all’ideale conformista del lettore medio vittoriano, dopo aver calato i personaggi nel dolore e nella morte e aver sconvolto aspettative, attese e previsioni, Dickens ci rifonde, noi e loro, di ogni perdita, danno, delusione. <strong>Perché sognare può essere – insieme, ci dice – inquietante e meraviglioso: perché chi è convinto che i sogni siano la sua casa potrebbe, un giorno, scoprire che a volte i sogni si avverano.</strong> Nella realtà “irreale”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.paolatonussi.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Paola Tonussi</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/charles-dickens-profilo-critico-tonussi/">Charles Dickens, l’angelo dall’ala spezzata, l’uomo che ha portato la vita nel romanzo. Appunti di lettura</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Jack era frustrato perché l’élite politica ha dimenticato l’importanza di essere onesti”: il messaggio del padre del ragazzo ucciso sul London Bridge &#038; cosa c’entra Charles Dickens con i Servizi</title>
		<link>https://www.pangea.news/jack-merritt-attentato-lettera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Dec 2019 08:58:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Bianchi]]></category>
		<category><![CDATA[attentato]]></category>
		<category><![CDATA[Charles Dickens]]></category>
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		<category><![CDATA[Jack Merritt]]></category>
		<category><![CDATA[London Bridge]]></category>
		<category><![CDATA[Servizi segreti]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È uscita su Guardian lo scorso lunedì la lettera del padre di Jack Merritt, morto a 25 anni insieme a un’altra studentessa nell’attentato terroristico presso London Bridge di venerdì 29. In toni sobri, è stata fatta letteratura. Traduco. * “Jack era orgoglioso. Era di un’intelligenza che assorbiva tutto. Era fiero della sua lealtà. Amava musica, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/jack-merritt-attentato-lettera/">“Jack era frustrato perché l’élite politica ha dimenticato l’importanza di essere onesti”: il messaggio del padre del ragazzo ucciso sul London Bridge &#038; cosa c’entra Charles Dickens con i Servizi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">È uscita <a href="https://www.theguardian.com/uk-news/2019/dec/02/jack-merritt-london-bridge-attack-dave-merritt" target="_blank" rel="noopener noreferrer">su <em>Guardian</em></a> lo scorso lunedì la lettera del padre di Jack Merritt, morto a 25 anni insieme a un’altra studentessa nell’attentato terroristico presso London Bridge di venerdì 29. <strong>In toni sobri, è stata fatta letteratura. Traduco.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Jack era orgoglioso. Era di un’intelligenza che assorbiva tutto. Era fiero della sua lealtà. Amava musica, arte, il buon cibo della famiglia, andare oltre il primo calice di birra cogli amici. E poi, se non l’avete ancora notato dalle foto, era un dannatissimo bel fusto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Jack era allo stesso modo arrabbiato, frustrato, non si risparmiava, era un testone. Era arrabbiato perché vedeva che la nostra società non va ad aiutare chi più ne ha bisogno. <strong>Era frustrato perché l’élite politica ha dimenticato l’importanza di essere onesti. Non si risparmiava nel raddrizzare quel che trovava storto nella sua vita</strong>. Dedicava tutte le sue energie agli scopi del team <em>Learning together</em>: un programma pionieristico che metteva insieme studenti universitari e carcerati affinché condividano le loro visioni personali sulla giustizia. Diversamente da molti di noi, Jack non soltanto andava a lavoro. Viveva e soffiava fiamme nella ricerca di un posto migliore per l’umanità, specie per chi è nel bisogno.</p>
<p style="text-align: justify;">Se Jack potesse scrivere un commento sulla sua morte, sul tragico incidente di venerdì 29 novembre, avvamperebbe dall’ira<strong>. Avrebbe capito in anticipo quali sarebbero state le reazioni, tutte le parole che sono state spese. Avrebbe capito sul nascere, con chiarezza viscerale, tutte le reazioni politiche</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe carico di rabbia inespressa per la sua morte e la sua vita adoperate per proseguire in un’agenda politica di odio – quello contro cui lottava. Non dovremmo scordarlo mai. Quel che Jack vorrebbe da noi è che varcassimo la soglia che ha sfondato per noi con i suoi stivaletti neri da ragazzo alla moda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una soglia che dà su un mondo dove non ci si deve rinchiudere e gettar via la chiave. Dove non si lanciano frasi di senso incompiuto, dove non si obbligano le persone a fare questo o quest’altro. </strong>Dove non si tagliano i budget delle prigioni, dove ci si concentra sulla riabilitazione del criminale e non sulla vendetta. Dove non si minano alla base i servizi pubblici, i quali sono i battiti cardiaci della nostra nazione. Jack credeva nell’intrinseca bontà dell’uomo, e avvertiva una responsabilità per proteggerla. Con tutto questo, Jack continua a marciare.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendete spunto dalla sua intelligenza, la sua spinta, infiammatevi della sua stessa rabbia, spegnete gli odi con la gentilezza. Non mollate la presa.</p>
<p style="text-align: justify;">Per Jack Merritt. Ora e sempre”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Aggiungeremo solo che Jack era tra gli studenti coinvolti per l’iniziativa presso London Bridge nel cuore della capitale e stava spiegando al pubblico le idee del team di Cambridge riguardo la riabilitazione dei criminali.</strong> Le cose sono andate proprio al contrario, Jack e un’altra studentessa sono stati pugnalati da un’estremista di 28 anni (a cui era stata decurtata la pena). Il diavolaccio in seguito si è diretto sul ponte, dove è stato disarmato da un uomo del Servizio inglese che avete visto su qualche prima pagina di giornale in cappotto nero. Dopodiché il terrorista è stato consegnato al suo paradiso dalla squadra degli <em>emergency services</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">I ponti di Londra sono sotti gli occhi di Dio. Passarli è come percorrere un sentiero pericoloso e vigilato da uomini che non si sa bene cosa facciano e perché. Più che angeli custodi, gli agenti di Sua Maestà sono uomini di servizio. Con la minuscola. Senza riconoscimenti. Subito bruciati, appena i giornali ne pubblicano le foto in prima pagina.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">C’è una linea tratteggiata tra il criminale e l’uomo che lo vigila. <strong>I mali dello spirito, il terrorismo dei nostri giorni, è continuamente tenuto sotto controllo e con un margine di dieci ore si riesce a sapere dove serve rinforzare le protezioni.</strong> L’evento di propaganda sulle carceri di venerdì era sensibilmente a rischio. È stato contenuto il numero delle vittime, ma la giovane età dei due studenti pesa come un macigno.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Non abbiamo in letteratura molte lettere di un genitore al figlio scomparso. Per questo il messaggio di Mr Merritt andava tradotto. La sentenza di Leanne O’Brien, la ragazza di Jack, è stata invece ripresa dai social ed è finita sui giornali: “<strong>Amore mio, sei fenomenale e hai riaperto quelle porte che la società si era lasciata alle spalle. Insieme saremo noi il cambiamento</strong>”. Si può stare zitti e non commentare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà qualcosa di letterario c’è sempre. Il lavoro del Servizio, al limite tra legalità e contatto col crimine, è sempre dato per garantito in UK, anche quando le voci giovanili richiedono più servizi sociali, più disponibilità verso i detenuti ecc. Nonostante ciò, la realtà è sempre quella. Per due vite di giovanissimi andate distrutte, c’è un pezzo di sicurezza in meno, un frammento saltato nel mosaico instabile di Londra.</p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
<strong>Ecco come Dickens descrive nell’anno di grazia 1853 la vita squallida delle spie, insinuate in mezzo ai relitti della società.</strong> Non fosse stato per l’agente sul ponte, Londra piangerebbe altri morti. (<em>Andrea Bianchi</em>)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Dickens, </em></strong><strong>Casa desolata, <em>XXVI</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mattina invernale, che posa i suoi occhi sciocchi e la sua faccia giallobruna sui dintorni di Leicester Square e vi trova i suoi abitanti del tutto contrari a levarsi dal letto. Molti di questi non sono mattinieri della brillante prim’ora, quanto invece uccelli notturni che rimangono appollaiati quando il sole è alto e sono ben desti e pronti a dir le preghiere perché le stelle compaiano il più presto. <strong>Dietro tendine di color marrone chiaro spento, raccolti nei sottotetti, pronta a fregarvi [<em>skurring</em>] sotto nomi più o meno falsi, con falsi capelli, falsi titoli, falsa gioielleria e false storie provate, tutta una colonia di briganti è lì a mentire, anche quando dorme</strong>. <strong>Gentiluomini che indossano abiti presi dalla stoffa del tavolo di biliardo si riversano in strada, tutta gente che potrebbe discorrere, per esperienza personale, di esotiche retrobotteghe e di beghe locali; spie di governi ben messi, eternamente percorse da brividi di debolezza e miserabile paura, </strong>insieme a gente rotta al tradimento, codardi, prevaricatori, scommettitori, eterni appiedati [<em>shuffler</em>], ladri matricolati [<em>swindler</em>] e falsi testimoni; alcuni non privi del marchio di fuoco sotto il loro lurido cuoio capelluti; tutti più crudeli di un Nerone, più criminali di una Newgate”.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*traduzione di Andrea Bianchi</em></p>
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		<item>
		<title>Charles Dickens al Polo Sud. In una mostra, la copia del “David Copperfield” che Sir Robert Falcon Scott leggeva tra i ghiacci antartici. Ovvero: sui libri come strumento di salvezza</title>
		<link>https://www.pangea.news/charles-dickens-al-polo-sud-linda-terziroli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 May 2019 06:51:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Amundsen]]></category>
		<category><![CDATA[Charles Dickens]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Linda Terziroli]]></category>
		<category><![CDATA[Polo Sud]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Falcon Scott]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il romanzo David Copperfield di Charles Dickens era uscito a puntate in Inghilterra, nel maggio 1849. E, a puntate, come una medicina, il capolavoro, edizione 1910, venne letto ad alta voce, ogni sera, un capitolo a notte – due capitoli, la prescrizione medica, in caso di tristezza profonda – dal gruppo di uomini della spedizione [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il romanzo <em>David Copperfield</em> di Charles Dickens era uscito a puntate in Inghilterra, nel maggio 1849. <strong>E, a puntate, come una medicina, il capolavoro, edizione 1910, venne letto ad alta voce, ogni sera, un capitolo a notte – due capitoli, la prescrizione medica, in caso di tristezza profonda – dal gruppo di uomini della spedizione <em>Terra Nova </em>di sir Robert Falcon Scott, intrappolati dentro una grotta di ghiaccio nell’Antartide.</strong> <a href="https://www.theguardian.com/books/2019/may/07/dickens-novel-captain-scott-expedition-charles-dickens-museum" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Il libro, correlativo oggettivo della rovinosa e fatale conquista del Polo Sud</a> di Scott, sarà protagonista della mostra <a href="https://dickensmuseum.com/blogs/exhibitions/global-dickens-for-every-nation-upon-earth" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“Global Dickens: For Every Nation Upon Earth”</a> che aprirà il 14 maggio al <em>Charles Dickens Museum</em> (48-49 Doughty Street) di Londra, per celebrare la gloriosa vitalità di <em>David Copperfield</em>, a centosettant’anni dalla nascita.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La lettura fervida illuminava la notte polare, sul libro ancora oggi si leggono le nere impronte digitali, le mani macchiate dalle lampade a olio di foca, il vago odore di fumo, la puzza di pesce.</strong> Del gruppo faceva parte anche un geologo Raymond E. Priestley, che si rammaricava di doversi separare dal romanzo, quando la storia volse quindi al termine. Il singolare gruppo di lettori polari dell’ottavo e celebre romanzo di Dickens, diversamente da Scott, non raggiunse mai il Polo Sud, ma ebbe in cambio il dono della vita. La salvezza. Erano stati costretti a nutrirsi di pinguini e di foche, il tempo era assolutamente spietato, quei lunghi giorni dell’inverno 1911. Eppure. Gli uomini che avevano letto, appassionatamente, la storia di David Copperfield riuscirono a tornare indietro. <strong>Se Sir Scott avesse avuto con sé il romanzo di Dickens, sarebbe sopravvissuto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_67300" aria-describedby="caption-attachment-67300" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-67300" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/05/david-copperfield-scott-300x218.jpg" alt="" width="300" height="218" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/david-copperfield-scott-300x218.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/david-copperfield-scott.jpg 620w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-67300" class="wp-caption-text">Il &#8220;David Copperfield&#8221; maneggiato da Robert Falcon Scott, per portare la luce della letteratura tra i ghiacci</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Uno studioso francese di storia polare, Edouard Peisson, scrisse di un rimpianto di Scott: il fatale errore di non aver portato con sé i cani. La conquista dei Poli era diventata di colpo una sfida fra il norvegese Roald Amundsen e Sir Robert Scott. La spedizione britannica a bordo della nave <em>Terra Nova</em>, composta dal comandante della Royal Navy Scott, Edward Wilson, Edgar Evans, Lawrence Oates e dal tenente Henry Bowers, era partita il 1° giugno 1910. Scott raggiunse il Polo Sud tra il 17 e il 18 gennaio del 1912. Ma <em>l’Aquila bianca della Norvegia </em>li aveva preceduti, il temibile Amundsen; sul ghiaccio sventolava la bandiera norvegese, legata ad un pattino della slitta. <strong>Che cosa avrà pensato, in cuor suo, Scott, allo stremo delle forze, nel vedere le foto scattate che regalavano per sempre la conquista del Polo Sud al suo rivale? Scavando nella neve, nel punto in cui Amundsen aveva piantato le tende, gli inglesi avevano rinvenuto delle pellicole, si poteva scorgerne il volto. La prova della conquista norvegese dell’Antartico.</strong> Accecati dalla bruma, feriti dalla sconfitta, scossi dalle tempeste, gli inglesi che aveva raggiunto il Polo Sud erano tutt’altro che in stato di grazia. La disperazione era tangibile, le riserve al lumicino. Evans accarezzava il baratro della follia. Lo stesso Evans cadde nella neve, il suo cadavere venne sepolto poi nel ghiaccio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo un mese, le mani e i piedi di Oates furono prigioniere del ghiaccio. Il 16 maggio dichiarò: “Preferirei non svegliarmi più”. Uscì dalla tenda nel mezzo di una tempesta di neve. Generosamente suicida. <strong>Scott ne scrisse sul suo diario: “è un atto da uomo di coraggio, da gentiluomo da inglese”. Fierezza regale, britannica. I sopravvissuti erano ora i marinai Scott, il dottor Wilson e il tenente Henry Bowers. Forse, in questo preciso momento, gli inglesi rimpiansero le gioie salvifiche di una slitta trainata dai cani.</strong> A diciotto chilometri da un grande deposito di viveri, una violenta tempesta di neve trasformò la tenda inglese in un sepolcro, una bara di cristallo. Se solo avessero avuto qualche goccia di petrolio in più da ardere, per sciogliere e bere la neve. Il piano aveva previsto il ritorno della <em>Terra Nova </em>a McMurdo Sound ai primi di gennaio. In allarme, il capitano della nave, ormai schiava di una trappola di neve, aveva mandato due uomini in ricognizione con i cani. Avevano sfiorato, senza saperlo, un punto a una giornata di cammino dai compagni agonizzanti. Solo sette mesi e mezzo dopo, furono ritrovati i corpi di Scott e degli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il diario di sir Scott, le foto. “Robert Falcon Scott è morto di fame, quasi un anno fa, a duecentosessanta chilometri dalla sua base di McMurdo Sound, dopo aver raggiunto anch’egli il Polo Sud. Sono stati trovati il suo corpo ed il suo taccuino di appunti. Tutti i suoi compagni sono morti”. <strong>Robert Scott era seduto al centro della tenda, appoggiato al sostegno, la testa irrigidita dalla morte, accanto ai suoi compagni, immobili fantasmi nella posa di una tragica conversazione postuma. A leggere pagine e pagine del corredo di Amundsen per la spedizione al Polo Sud, si scorge un certo pragmatismo norvegese. Al contrario, accarezziamo un ideale romanticismo nell’equipaggiamento britannico, nel loro animo squisitamente (eroicamente) letterario. Portare con sé i libri come strumento di salvezza. </strong>La letteratura come balsamo contro lo scorbuto, contro i mali dell’anima. Un anelito. Leggere per sopravvivere alla morsa del ghiaccio. Resistere alle tempeste di neve.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo le dieci slitte scelte a Oslo simili a quelle usate da Nansen, Amundsen, nei suoi scritti (<em>La conquista del Polo Sud,</em> edizioni Whitestar) si dilunga a parlare degli sci, sottili ma molto lunghi (due metri e mezzo), di legno americano, bastoni da sci in ebanite, con dischi speciali, parla delle tende. “Le sei tende da tre persone forniteci dall’arsenale, di tela resistentissima e cucite con cura, erano perfette sotto tutti i punti di vista. Spesso nei resoconti di spedizioni polari si legge di gravi difficoltà incontrate nel piantare una tenda durante una bufera e come, dopo ore di lavoro faticoso, si debba temere continuamente di vederla rovesciata e strappata dal vento. A noi non capitò mai”. Abiti in pelli di renna, sottovesti di lana, la camicia e i vestiti di <em>burberry</em> e di tela grezza impermeabile. E ancora: “I congelamenti possono far fallire miseramente una spedizione e perciò è necessario far bene attenzione alle calzature prima di adottarle”. Dopo aver raccontato la partenza del <em>Fram </em>per il Polo Sud, <strong>Amundsen ritorna nuovamente all’importanza degli sci nell’equipaggiamento polare, in un inconsapevole affondo: “Di speciale attenzione furono oggetto gli sci, la nostra arma migliore nella lotta che ci accingevamo ad affrontare. Dopo aver letto le relazioni di Scott e di Shackleton non si capisce davvero come questi due autori possano sostenere l’inutilità degli sci sul continente antartico.</strong> Noi invece, convinti che quel terreno come lo conoscevamo attraverso le descrizioni, fosse il più adatto per questo genere di marcia, ci munimmo di un equipaggiamento completo di sci affidandolo alle cure di Olaf Bjaaland, uno specialista ben noto per la sua abilità”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, anche a bordo del <em>Fram</em> non mancavano i libri, i classici del genere: “una biblioteca completa su questo tema, da James Cook e James Clark Ross, fino al capitano Scott e a sir Ernst Shackleton”. <strong>Mancavano, forse, i classici della letteratura. Non un cenno alle opere di Charles Dickens. I libri più letti erano, secondo Amundsen, proprio i libri di Scott e Shackleton.</strong> Il primo tentativo di raggiungere il Polo Sud era stato, appunto, il loro. Il 1º novembre 1902, Scott, accompagnato da Edward Wilson e da Shackleton, con 5 slitte e 19 cani, aveva lasciato Hut Point per dirigersi a sud. Nonostante lo spettro dello scorbuto e delle rivalità, la spedizione britannica, pur non raggiungendo il Polo Sud, aveva esplorato tutto il massiccio montagnoso e vulcanico della “South Victoria Land” e della “King Edward VII Land”. A centonovantasette chilometri dal Polo. Dal suo sguardo feroce, mortale.</p>
<p><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Robert Falcon Scott, mentre legge</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/charles-dickens-al-polo-sud-linda-terziroli/">Charles Dickens al Polo Sud. In una mostra, la copia del “David Copperfield” che Sir Robert Falcon Scott leggeva tra i ghiacci antartici. Ovvero: sui libri come strumento di salvezza</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Che ipocrisia, l’ambiente mette d’accordo tutti purché non si faccia nulla”: dialogo con Guido Viale. Da Dickens a Cormac McCarthy, da Ballard a Beckett, una antologia letteraria di rifiuti e rifiutati</title>
		<link>https://www.pangea.news/guido-viale-ambiente-rifiuti-ballard-dickens-kafka/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Mar 2019 05:46:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Rifiuto è ciò che getto, che non voglio, che mi fa ribrezzo. Il rifiuto, però, profondamente, è l’uomo: siamo ‘gettati’ al mondo, siamo un rifiuto che fiata, che a sua volta fa rifiuti. E che sui rifiuti – visto che l’uomo, il rifiuto, è l’essere che fa rifiuti –, senza più rifiutarli, fa business ecologico. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/guido-viale-ambiente-rifiuti-ballard-dickens-kafka/">“Che ipocrisia, l’ambiente mette d’accordo tutti purché non si faccia nulla”: dialogo con Guido Viale. Da Dickens a Cormac McCarthy, da Ballard a Beckett, una antologia letteraria di rifiuti e rifiutati</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Rifiuto </em>è ciò che getto, che non voglio, che mi fa ribrezzo. Il rifiuto, però, profondamente, è l’uomo: <strong>siamo ‘gettati’ al mondo, siamo un rifiuto che fiata, che a sua volta fa rifiuti.</strong> E che sui rifiuti – visto che l’uomo, il rifiuto, è l’essere che fa rifiuti –, senza più rifiutarli, fa business ecologico. <strong>Sul tema del rifiuto – esistenziale, etico, estetico, sociale, ecologista – Guido Viale ha allineato una bibliografia perfino profetica</strong> (<em>Un mondo usa e getta. La civiltà dei rifiuti e i rifiuti della civiltà</em>, 1994; <em>Governare i rifiuti</em>, 1999; <em>Azzerare i rifiuti</em>, 2008), ma in questo caso lo scatto letterario è affascinante. In <em><a href="http://libri.goodfellas.it/la-parola-ai-rifiuti.html" target="_blank" rel="noopener">La parola ai rifiuti. Scrittori e letture sull’aldilà delle merci</a> </em>(Edizioni Interno4, 2019), lo scopo di fondo è sottile. Viale lo dice così:<strong> “Da Goethe a Kafka, da Calvino a Montale, da Pasolini a Hugo, da Saramago a Coetzee, da Dickens a Ballard – e tanti altri ancora – quei testi documentano in modo incontrovertibile come, a partire da un certo momento della storia </strong>(ma già Eraclito aveva trovato una corrispondenza tra un mucchio di rifiuti e “il più bello dei mondi”), i rifiuti siano diventati una componente essenziale e insopprimibile del nostro mondo e delle nostre vite. E di come abbiano finito per imprimere il proprio marchio anche sugli esseri umani, ridotti a scarti quando non servono più”. Io direi, selvaggiamente, che <strong>gli scrittori vedono quello che nessuno vuol vedere, immaginano, con virtuosa virulenza narrativa, l’inimmaginabile e arrivano prima degli altri al cuore della questione.</strong> In questo caso, l’antologia allestita da Viale – testimonianza di un lettore col fiuto – è affascinante e allucinante: si va dall’immancabile <em>Nome della rosa </em>di Umberto Eco – che illustra come si alienavano i rifiuti nel Medioevo – alla Londra lorda di merci in avaria di Charles Dickens, dove ciò che è rifiuto per uno è oro per l’altro,<strong> dall’eruzione distopica di rifiuti di J.G. Ballard (“Scese nelle strade deserte, osservando la leggera cenere che cadeva su Hamilton, proveniente dalle centinaia di falò di rifiuti alla periferia della città e che copriva le strade e i giardini come per l’eruzione di un vulcano vicino”) alla “lordura” e al “trionfo della spazzatura” cantati da Eugenio Montale</strong> agli abissi esistenziali di Samuel Beckett e i panorami arsi dal nulla biblico del Cormac McCarthy de <em>La strada </em>(“La città era abbandonata da anni ma ne percorsero le strade ingombre di rifiuti con grande circospezione, tenendosi per mano. Superarono un cassonetto in cui un tempo qualcuno aveva cercato di bruciare dei cadaveri”). Una storia della letteratura per rifiuti – le letture sono molte, reclamano Buzzati a Coetzee, Kafka e Hrabal, Tiziano Scarpa e Javier Marías, Don DeLillo, Jonathan Franzen, Magda Szabó – commentata, per fiocinare di pensieri il nostro <em>status</em> e il nostro Stato, la nostra natura e il mondo. Nel <em>Viaggio in Italia</em>, a Sud, presso Napoli, Goethe ha una illuminazione che folgora: “In quei paesi un povero, uno che a noi sembra miserabile, può non solo soddisfare le più urgenti e immediate esigenze, ma godersi il mondo nel modo migliore; e <strong>un cosiddetto accattone napoletano potrebbe altrettanto facilmente sdegnare il posto di viceré in Norvegia e declinare l’onore, se l’imperatrice di Russia gliel’offrisse, del governatorato della Siberia”.</strong> Qui al rifiuto si associa il tema della rinuncia, dell’accontentarsi, dell’essere contenti. Concetti non da poco. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66314 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/viale-libro-200x300.jpg" alt="" width="158" height="237" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/viale-libro-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/viale-libro.jpg 666w" sizes="(max-width: 158px) 100vw, 158px" />Intanto, come nasce questo libro, con quali premesse, dettato da quali interessi questo lavoro antologico?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La parola ai rifiuti</em> raccoglie una rassegna di testi letterari in cui a vario titolo si parla di rifiuti. È una selezione dei circa cento articoli che ho scritto nel corso di quasi vent’anni per il supplemento socio culturale della rivista <em>GSA Igiene Urbana</em>, che si occupa di questa materia da un punto di vista tecnico. Queste letture mi hanno aiutato ad allargare e approfondire lo sguardo su un tema, quello dei rifiuti, che in genere impegna solo in termini strettamente tecnici chi se ne occupa da un punto di vista professionale. <strong>Con questo libro intendo accompagnare il lettore a scoprire come mai, a partire dalla fine del Settecento, cioè dalla rivoluzione industriale in poi, dei rifiuti si siano molto occupati la letteratura e gli scrittori (poeti compresi) proprio mentre economisti, sociologi, medici e filosofi non si accorgevano della montagna di scarti che stava crescendo sotto i loro occhi.</strong> Quegli scrittori in effetti hanno visto nei rifiuti qualcosa di più di semplici materiali di scarto: una metafora della condizione umana, proprio mentre il mondo delle merci e del consumo celebrava i suoi trionfi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che valore ha la letteratura, grandissima – citi da Montale a Beckett, da Goethe a McCarthy – o rasoterra nell’affrontare temi ‘sociali’? Voce che urla nel vuoto o potenza conturbante? La letteratura, poi, si deve porre problemi di ordine sociale, ecologico, politico, etico? Qual è il suo impegno?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questo ambito la letteratura è sicuramente una voce conturbante. Per quasi due secoli i rifiuti, prodotti in quantità crescenti, non hanno trovato posto nella rappresentazione di un mondo ordinato e in continuo progresso che ci è stata fornita dai saperi ufficiali. <strong>Eppure erano là, a testimoniare che ogni ‘bene’, inteso sia in senso economico che sociale, ha il suo rovescio. Che oggi ci sta portando a fondo, perché anche la CO2, causa prima dei cambiamenti climatici che minacciano la sopravvivenza stessa dell’umanità, non è che un rifiuto:</strong> lo scarto di tutti i processi di combustione su cui si è retto lo sviluppo della civiltà industriale. <strong>La letteratura non si ‘deve’ occupare di problemi specifici; si occupa della vita, perché questa è la sua vocazione.</strong> Ma se lo fa bene non può non incrociare e sviluppare uno sguardo specifico, che è quello dell’autore, e per questo diverso dagli altri, su tutti questi problemi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quale tra gli scrittori che hai antologizzato ti ha convinto di più, quale ti ha emozionato di più?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il più emozionante è per me è senz’altro Samuel Beckett che in <em>Finale di partita</em> rende esplicito quello che è il tema di fondo di tutti gli scrittori che in qualche modo hanno toccato o sfiorato il mondo dei rifiuti: <strong>l’identificazione dell’essere umano con nient’altro che un rifiuto, la sua svalorizzazione fino all’annullamento totale; unico punto a partire dal quale si può cercare di restituire un senso alla vita:</strong> ma a una vita completamente diversa. Il più convincente è senz’altro Italo Calvino, di cui, unico tra gli autori trattati, analizzo ben due testi, in due capitoli diversi: per lui i rifiuti sono non la metafora dell’esistenza, ma una chiave di interpretazione della società.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In assoluto: quali letture hanno segnato la sua vita, c’è un libro che riconosce come stella polare, a cui ritorna con ostinata continuità?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non credo. Come Harold Wilson riconduce a Shakespeare tutto il ‘canone’ della letteratura occidentale – compresi, paradossalmente, persino alcuni autori che lo hanno preceduto – così <strong>io penso che in Dante ci sia tutta la letteratura che è venuta dopo di lui.</strong> Senza mai, ovviamente, raggiungerne l’altezza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Rifiuto”, lo accennava anche nelle domande precedenti, è un termine che riguarda lo stato esistenziale, esiziale della natura umana, oggi. Rifiutiamo troppo, facciamo troppi rifiuti, abbiamo il timore di essere rifiutati, siamo i rifiuti di un tempo ingiusto, ingiustificati…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La vita, e il mondo, sono fatti di attrazione e di repulsione. Come, oltre ad essere attratti da qualcuno o qualcosa, aspiriamo anche a essere attraenti per gli altri, compresi i beni che ci circondano, così siamo portati o costretti a rifiutare molte cose e molti atteggiamenti delle persone, ma abbiamo paura di essere a nostra volta rifiutati. <strong>Ma nei rifiuti c’è qualcosa che, oltre a respingerci ci attrae, a volte in forme morbose: è la nostra vita, il trascorrere del tempo, che si deposita nelle cose che abbiamo usato e che non ci servono più, e di cui dobbiamo sbarazzarci.</strong> Così come nell’attrazione c’è sempre, o dovrebbe esserci, anche una componente di respingimento; altrimenti ci identificheremmo totalmente con la cosa o la persona che ci attrae, perdendo la nostra identità. Il fatto è che questi ‘moti dell’animo’ non si distribuiscono in modo uguale tra tutti gli esseri umani: chi più ha più attrae. Chi non ha niente per lo più respinge.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oggi il tema ambientale – in area sacra come profana – è prepotente, fa concordi tutti. Almeno, quando ci sono manifestazioni di piazza. Cosa ne pensa: sono le solite buone parole che tornano? D’altronde, lei di rifiuti (penso a “Un mondo usa e getta”, 1994) e di ecologia (cito ad esempio “La conversione ecologica”) ha fatto un tema dominante da decenni. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">È il colmo dell’ipocrisia. L’ambiente mette d’accordo tutti, fin che se ne parla in astratto, mentre tutti, o quasi, sono impegnati a distruggerlo e devastarlo. <strong>Questo gioco è andato avanti per anni, ma adesso è arrivato a un nodo. Se non invertiamo rotta non ci sarà più niente da devastare, perché avremo distrutto tutto il devastabile; compresi noi stessi, l’umanità, a cui stiamo sottraendo le condizioni che hanno reso possibile la sua evoluzione e la sua storia.</strong> A quel punto, senza un richiamo all’attrazione che su noi dovrebbero esercitare le cose che fanno bella la vita, la Terra e la convivenza umana non saranno più nient’altro che immani rifiuti.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: J.G. Ballard, l’autore di “Terra bruciata” (testo antologizzato da Guido Viale), nel 1977</em></p>
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		<title>I 50 libri con cui Calvino ha plasmato la vita dei &#8220;giovani&#8221;. Ecco la lista: rare letture adatte, tanta ideologia, un po’ di provincialismo e certi mattoni…</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jan 2019 09:29:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Che cos&#8217;è una pedagogia culturale? È l&#8217;uso strumentale della letteratura, e in subordine della storia, per piegare le generazioni a venire e strumentalizzare, manipolare le coscienze. E chi lo ha fatto più di altri nel secondo Novecento italiano? La casa Einaudi. E lì dentro, chi leggeva i manoscritti e stilava a metà anni Settanta la collana [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/i-50-libri-con-cui-calvino-ha-plasmato-la-vita-dei-giovani-ecco-la-lista-rare-letture-adatte-tanta-ideologia-un-po-di-provincialismo-e-certi-mattoni/">I 50 libri con cui Calvino ha plasmato la vita dei &#8220;giovani&#8221;. Ecco la lista: rare letture adatte, tanta ideologia, un po’ di provincialismo e certi mattoni…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Che cos&#8217;è una pedagogia culturale? È l&#8217;uso strumentale della letteratura, e in subordine della storia, per piegare le generazioni a venire</strong> e strumentalizzare, manipolare le coscienze. E chi lo ha fatto più di altri nel secondo Novecento italiano? La casa Einaudi. E lì dentro, chi leggeva i manoscritti e stilava a metà anni Settanta la collana Biblioteca giovani? Italo Calvino.</p>
<p style="text-align: justify;">Un autore vero è Calvino, a tratti meschino ma sostanzialmente valido come pensatore. Finissimo manipolatore. Inventore di storie più o meno lunghe per ragazzi. E d’altro canto autore di lettere vivacissime, mosse, vere alla donna (perché maggiore di lui) già sposata che lo ispirava a scrivere le storie suddette per ragazzi. Una musa è stata dunque, per Calvino, Elsa De Giorgi, e le lettere degli anni Cinquanta che i due si scambiarono sono uscite col bel titolo <em>Ho preso il treno per te</em> (Feltrinelli). Ne riparleremo.</p>
<p><figure id="attachment_64865" aria-describedby="caption-attachment-64865" style="width: 151px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-64865" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/einaudi-giovani-222x300.jpg" alt="einaudi giovani" width="151" height="204" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/einaudi-giovani-222x300.jpg 222w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/einaudi-giovani-768x1037.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/einaudi-giovani-759x1024.jpg 759w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/einaudi-giovani.jpg 1166w" sizes="(max-width: 151px) 100vw, 151px" /><figcaption id="caption-attachment-64865" class="wp-caption-text">Pasolini nella collana &#8220;Einaudi Biblioteca Giovani&#8221;</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora il punto è – posto che Calvino sa parlare sia ai ragazzi che al cuore e al corpo di una donna – assodato che i grandi scrittori sono sfaccettati, perché non vedere ancora un altro lato di Italo? E precisamente la sua scelta di testi letterari per ragazzi tra 15 e 19 anni.</strong> Le sue riflessioni le leggete in <em>Mondo scritto e mondo non scritto</em> con Mondadori. Qui sotto provo a rivedere le bucce alla pedagogia mistica di Calvino.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrive Orwell (<em>Nel ventre della balena</em>, ristampato come <em>Letteratura palestra di libertà</em>) che ai bambini bisogna togliere dalle mani <em>Peter Pan</em> e dargli le porcate del <em>Satyricon</em>. Questo in Inghilterra quasi cento anni fa. Aggiungete poi che l’autore sporcaccione del <em>Satyricon</em> era un maestro di eleganze letterarie, e quadrate il cerchio. I grandi sono così.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché in Italia non si è parlato di una scoperta immensa? Del romanzo pornografico “Berlino bordello cosmico” scritto dal compassato-apollineo-cosamenefregadellaplebe Rudolf Borchardt? </strong>Si dirà che è di primo Novecento e perciò vecchio? Ma se leggete Adelphi avrete notato il suo nome nel catalogo. Storie pulite e linde e magniloquenti. Fate finta di essere dei bambini. Smettetela coi patemi intangibili e psichici di casa Adelphi e leggete Borchardt giovane, studente allegro di lettere antiche che pratica benissimo le zozzerie di cui scrive in <em>Weltpuff Berlin</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ecco la scelta “Einaudi biblioteca giovani”. È del 1974 e nonostante gli anni riecheggia nelle scuole. Vediamo e commentiamo:</strong></p>
<p>1) THEODOR H. GASTER: <em>Le più antiche Storie del mondo</em>; rimandato a settembre<br />
2) ERODOTO: <em>L’antico Oriente</em>; Da rivedere. Meglio leggere Simon Winchester con Adelphi e le sue storie atlantiche<br />
3) PLUTARCO: <em>Vite dei Grandi Greci</em>; invecchiato, roba da giacobini<br />
4) WILLIAM SHAKESPEARE: <em>Da Coriolano a Cleopatra Tre Drammi Romani</em>; impegnativo ma fattibile</p>
<p>5) BERTOLT BRECHT: <em>Gli Affari del Signor Giulio Cesare</em>: un cannone ideologico, si può tenere ma serve un contravveleno, qualche racconto di guerra di Jünger (ne riparliamo su queste pagine)<br />
6) CAIO TRANQUILLO SVETONIO E PUBLIO CORNELIO TACITO: <em>Nerone</em>; essenziale per capire la libidine che tuttora si prova ad essere servi<br />
7) EDWARD GIBBON: <em>La Caduta dell’impero Romano d’Occidente</em>; inutile e decisamente impossibile antologizzare un lavoro a tesi di oltre duemila pagine. Oltretutto è meglio leggerlo in originale<br />
8) FERDINAND GREGOROVIOUS<em>: Roma nel Medioevo</em>; un resoconto romantico dei fatti politici, tradimenti e congiure. Soft sul versante culturale. Promosso<br />
9) <em>Erik Il Rosso e altre Saghe Vichinghe;</em> azzardato. Meglio l’<em>Edda</em>&#8221;<br />
10) MARCO POLO: <em>Il Milione</em>; la parafrasi della Bellonci sa di Premio Strega, lo stile è quello. Ma chiarisce il punto. E poi costa poco, ristampa negli Oscar Mondadori<br />
11) <em>Le Mille e Una Notte;</em> anche qui, no. Meglio una fantasia di Marquez come <em>L’amore ai tempi del colera</em><br />
12) WALTER SCOTT: <em>Ivanhoe</em> – (2 voll.); assurdo. Meglio qualcosa contro tendenza. L’idea,  si capisce, è usare l’Ottocento in vasi irrecuperabili, di immediata bellezza. Tolstoj ecc. Per il resto attenersi al Novecento e chissenefrega se bisogna rispiegare tutto ai professori. Meglio non rovinare i quindicenni a cui la collana è destinata<br />
13) WILLIAM H. PRESCOTT: <em>La Conquista Del Messico</em> – (2 voll.); geniale. Ma non è stato ristampato. Immaginate un cieco, a metà Ottocento negli Stati Uniti, che scrive di Cortez e di Aztechi. Sembra una storia, invece è la realtà dietro questo libro<br />
14) ALEXANDRE DUMAS: <em>La Regina Margot</em> – (2 voll.); azzardo<br />
15) BERTOLT BRECHT: <em>Vita di Galileo</em>; sembra un corpo estraneo. Che ci fa il teatro? Allora tanto vale la poesia!</p>
<p>16) LOUIS De SAINT-SIMON: <em>La Corte Del Re Sole</em>; intrigante<br />
17) DANIEL DEFOE: <em>Robinson Crusoe</em> – (2 voll.); mattoncino da evitare con cura<br />
18) VOLTAIRE: <em>Candido</em>; noia alla stato puro. Meglio il romanzo erotico e romantico <em>Lucinde</em> del tedesco Schlegel<br />
19) ALEKSANDR PUSKIN: <em>La Figlia del Capitano; </em>promosso<br />
20) WOLFGANG GOETHE: <em>I Dolori del giovane Werther</em>; il no più fermo che ci sia. Meglio le poesie di Goethe giovane. Einaudi ha fatto una buona scelta recentemente col titolo <em>Cento poesie</em><br />
21) VICTOR HUGO: <em>Novantatre</em>; in dubbio<br />
22) STENDHAL: <em>La Certosa di Parma</em>; il pezzo forte della collana. Ma perché rovinarsi da giovanissimi il piacere della prima lettura?<br />
23) FENIMORE COOPER: <em>L’ultimo dei Mohicani</em>; ecco il ritardo di Calvino<br />
24) CHARLES DICKENS: <em>Oliver Twist O la storia di un Orfanello</em>; molto meglio un’antologia del <em>Circolo Pickwick</em><br />
25) EDGAR ALLAN POE: <em>Gordon Pym Seguito Da Gli Assassinii Della Rue Morgue</em>; perfettl<br />
26) LEV TOLSTOJ: <em>Racconti di Sebastopoli</em>; eccellente<br />
27) HERMAN MELVILLE: <em>Benito Cereno &#8211; Billy Budd</em>; notevolssimo<br />
28) IVAN TURGENIEV: <em>Padri e Figli</em>; troppo, davvero<br />
29) FEDOR DOSTOEVSKIJ: <em>Delitto e Castigo</em>; Non mi pronuncio<br />
30) GUY De MAUPASSANT: <em>Racconti della Guerra Franco-Prussiana</em>; può incuriosire un ragazzo, ma poi?<br />
31) EMILE ZOLA: <em>Germinale</em>; ideologia<br />
32) MARK TWAIN: <em>Le Avventure Di Huckleberry Finn</em>; ottimo<br />
33) ROBERT LOUIS STEVENSON: <em>Il Fanciullo Rapito;</em> lungo ma brillante<br />
34) STEPHEN CRANE<em>: Il Segno Rosso Del Coraggio</em>; serve far lumi su questo reperto. Da passare ai dipartimenti di letteratura alle università<br />
35) FRANK THIESS: <em>Tsushima Il Romanzo Di Una Guerra Navale</em>; come sopra<br />
36) JACK LONDON: <em>Martin Eden</em>; noioso. Meglio <em>La freccia nera</em> di Stevenson per creare un lettore felice<br />
37) JOSEPH CONRAD: <em>La Linea d’ombra &#8211; Cuore di Tenebra</em>: un gioco pericoloso<br />
38) THOMAS MANN: <em>Tonio Kroger &#8211; La Morte a Venezia – Tristano</em>; buonanotte al secchio</p>
<p>39) FRANZ KAFKA: <em>La Metamorfosi e altri racconti</em>; meglio una scelta di aneddoti kafkiani per far capire al volo l’umorismo di Franz<br />
40) MARIO SILVESTRI: <em>Isonzo 1917</em>; perfetto. Serve premessa per contestualizzare bene, Cazzullo non basta<br />
41) JOHN REED: <em>Dieci Giorni Che Sconvolsero Il Mondo</em>; moda polverosa. Meglio McEwan<br />
42) EDGAR SNOW: <em>Stella Rossa Sulla Cina</em>; bocciato<br />
43) NUTO REVELLI<em>: La Strada Del Davai Gli Alpini Raccontano</em>; giudizio incerto<br />
44) ROBERT ANTELME: <em>La Specie Umana</em>; superato<br />
45) BEPPE FENOGLIO: <em>Racconti Partigiani</em>; serve proprio?<br />
46) PIER PAOLO PASOLINI: <em>Una Vita Violenta</em>; no<br />
47) LEONARDO SCIASCIA: <em>A Ciascuno Il Suo</em>; Non si hanno gli strumenti a quell&#8217;età<br />
48) JOSÉ MARIA ARGUEDAS: <em>I Fiumi Profondi</em>; Non è letteratura, è etnografia<br />
49)  GEORGE JACKSON: <em>I Fratelli Di Soledad Lettere Dal Carcere</em>; AIUTO!<br />
50) ITALO CALVINO: <em>La Memoria Del Mondo E altre Storie</em>; sono racconti surreali più che di fantascienza</p>
<p>(Nota per enologi: la collaborazione del normalista Giulio Bollati fu essenziale per Calvino per redigere la collana).</p>
<p><strong><em>Andrea Bianchi</em></strong></p>
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		<title>“Nell’indifferente sepoltura del servizievole mare”: dialogo con Alessandro Ceni (e poesia inedita in allegato)</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Sep 2018 03:40:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lo punto da tempo, senza tema d’invidia né di spregiudicatezza, come un ghepardo che voglia indottrinarsi riguardo all’atletismo del rapace. L’intervista è pattuita, ritrovo la mail, nell’ottobre del 2017. Un anno fa. Ma ne conosco la ritrosia, la primizia del pudore – per questo, dopo averlo scocciato, per un po’, lo mollo. Ma non demordo. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Lo punto da tempo, senza tema d’invidia né di spregiudicatezza, come un ghepardo che voglia indottrinarsi riguardo all’atletismo del rapace. L’intervista è pattuita, ritrovo la mail, nell’ottobre del 2017. Un anno fa. Ma ne conosco la ritrosia, la primizia del pudore – per questo, dopo averlo scocciato, per un po’, lo mollo. Ma non demordo. So che a volte bisogna attendere che le stelle divengano un canneto. <strong><a href="http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/2015/12/28/68818/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Dopo averlo scritto mille volte</a> – fino a mandarlo graziosamente in bestia – non lo dico più. Ricordo, allora, un paio di eventi. L’impressione possente che mi fece quella placca d’arte, <em>Ossa incise e dipinte</em>, pubblicata da L’Albatro nel 1999: </strong>un tassello dell’opera più vasta di Alessandro Ceni (<em>nella fotografia di Dino Ignani</em>), <em>Mattoni per l’altare del fuoco </em>(Jaca Book, 2002), che è ancora lì, meteorite bruno, quarzo-capodoglio, spiaggiato su questa landa lirica, la raccolta poetica cruciale, diciamo, dagli Ottanta in qua. Penso che fu Massimo Gezzi a inoltrarmi alla grandezza di Ceni, poi – il secondo evento – fu insieme a Daniele Piccini – che installa Ceni nella rigorosa antologia <em>La poesia italiana dal 1960 a oggi</em>, Rizzoli, 2005 – che chiarificai la mia personale prossimità a quel dettato. Ma poco importano le fole liriche private, semmai <strong>potete leggere Ceni, poeta radicale e raro – può coltivare una singola poesia per anni di patimenti e di scavi geo-linguistici</strong> – alieno alla grande editoria (preferisce stabilirsi in piccole, dedicate edizioni: l’ultima raccolta, <em>Combattimento ininterrotto</em>, è edita da Effigie nel 2015), nella raccolta commentata <em>Parlare chiuso. Tuttelepoesie </em>(Puntoacapo editrice, 2012; con testi critici di Roberta Bertozzi, Stefano Guglielmin, Massimo Morasso, Daniele Piccini, Salvatore Ritrovato). Resta il dato oggettivo: il poeta, di audace precocità – l’esordio nel 1980, per Guanda, poco più che ventenne, con <em>I fiumi d’acqua viva </em>– ha dato alla poesia italiana versi miracolosamente memorabili (“Io sto qui e da qui/ vedo collassare le stelle, implodere i volatili,/ cabrare verso il loro dio le nubi/ per poi precipitare in lacrime e piogge;/ vedo cadere tutto e tutto/ ininterrottamente”), che ci portano, evviva, in spazi siderali, dentro un linguaggio artico, articolato, anomalo alla nostra tradizione. <strong>Inoltre – ed è qui il pretesto al dialogo – Ceni è tra i traduttori più importanti dalla lingua inglese: </strong>per i massimi editori italici (Einaudi, Bompiani, Feltrinelli) ha tradotto di tutto, da Edgar Allan Poe a Robert Louis Stevenson, da John Milton a Walt Whitman, da Herman Melville e Joseph Conrad (indimenticabili i ‘suoi’ <em>Moby Dick </em>e <em>Lord Jim</em>), da Oscar Wilde a Charles Dickens. Al momento, per Feltrinelli, è impegnato nella traduzione dell’<em>Ulisse </em>di James Joyce. Ad ogni modo, l’attesa ha avuto il premio. Ho preteso Ceni a Rimini, poco fa – chioma bianca, vigore da totem indiano, viso tra Gregory Peck e ultimo Mohicano della poesia – finché non ha potuto rifiutarmi l’intervista. Un anno dopo. In dono – inatteso – una poesia inedita, che non va letta ma masticata, ha sentore di rito e di volo. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63155 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/ceni1-175x300.jpg" alt="Ceni" width="120" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/ceni1-175x300.jpg 175w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/ceni1-597x1024.jpg 597w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/ceni1-600x1030.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/ceni1.jpg 729w" sizes="(max-width: 120px) 100vw, 120px" />In uno scritto esegetico piuttosto noto Piero Bigongiari avvicina alla tua poesia il detto di Dylan Thomas – poeta, per altro, che Bigongiari ha conosciuto, ospitato a casa, nel 1947, e tradotto. Tu traduci dall’inglese. Pensi esista una filiazione tra la tua poesia e quella anglofona? E poi: com’è che non hai mai tradotto Thomas?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente sì, anche se proprio di filiazione non parlerei. Lavorando su una lingua straniera (ma per certi versi lavorando sulla propria), e su quella di grandi autori per giunta, è inevitabile (ma salutare) <strong>che si compia una specie di travaso, di continuo allettamento o sirenico canto (da seguire, questo) che non può non sfociare in un poeta in rivi linguistici adattati alla lingua madre</strong> (arricchendola). La lingua inglese ha contribuito al mio ritmo, al mio suono, al mio lessico e a certe magie sintattiche che ho traslato dalla prosa angloamericana. Thomas? Il Grande? Ho qualche mio personale assaggio di traduzione ma, molto semplicemente, in quanto a pubblicarlo in mie versioni non c’è stata l’occasione. Mi piacerebbe <em>Under the milkwood</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come è iniziata l’avventura del tradurre, con quale libro, perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È iniziata col desiderio di conoscere, apprendere fino in fondo la lingua degli autori anglofoni che ho amato fin da giovane: il desiderio, lavorando sul vivo del testo, di penetrare dettato, senso, musica. Comunque, la traduzione l’ho sempre considerata anche un lavoro, sic et simpliciter, <strong>un andare in laboratorio o scendere nei campi per portare il frutto a casa e viverci</strong> (di conseguenza, senza rammarico, per imparare il mestiere e campare mi è capitato di tradurre anche molta paccottiglia).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra l’altro, tu ti laurei, proprio con Bigongiari, con una tesi su Tommaso Landolfi, scrittore straordinario, eccentrico, ed eccelso traduttore dai russi e dai tedeschi. Ritieni che per un poeta, per affilare la lama della propria lingua, sia necessario l’esercizio del tradurre?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Penso di sì, ma non è detto che a tutti sia indispensabile. Dipende dal proprio atteggiamento, dalla propria inclinazione, dalla propria intenzione linguistica. E dal peso che ciascun poeta dà alla parola. Nel caso mio è assoluto.</p>
<p><strong>Quale libro ti ha divertito di più tradurre? Quale libro sei stato più felice di tradurre per affinità con la tua opera? </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il Circolo Pickwick</em>: non solo divertimento, ma autentico godimento. Quanto al resto, la scelta è più ardua. Direi comunque (più che per affinità per corrispondenze amorose e travolgimento): <em>I racconti</em> di Stevenson e <em>Moby Dick</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63156 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/ceni2-179x300.jpg" alt="Ceni" width="132" height="221" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/ceni2-179x300.jpg 179w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/ceni2.jpg 364w" sizes="(max-width: 132px) 100vw, 132px" />A contrario, quale libro hai avuto più difficoltà a tradurre, e perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se per difficoltà intendi osticità ad entrare in sintonia con l’autore (e quindi col suo testo), non ho dubbi: <em>Alice nel paese delle meraviglie</em> e <em>Oltre lo specchio</em>. Carroll mi fu proposto e accettai ma non mi appartiene (il libro tuttavia ha avuto, mi dicono, un ottimo riscontro editoriale, il che significa in ogni caso che il lavoro era stato eseguito bene).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La lista degli autori eccelsi che hai tradotto, da Whitman a Melville, da Conrad a Coleridge e Stevenson è infinita. Di solito, sei tu che proponi cosa tradurre all&#8217;editore, o sei &#8216;schiavo&#8217; delle necessità di chi ti paga la traduzione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ormai da diversi anni propongo io, salvo eccezioni che vaglio. Certo, possono capitare ancor oggi commissioni, che però rientrano tutte nell’ambito di tradizione e genere di autore a me pertinenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come traduci? Studiando, con pazienza; oppure con ferocia, secondo il tuo istinto linguistico?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Studiando, con pazienza ma con le antenne sempre ritte. Il testo comanda e il traduttore deve sentirlo e sapercisi adattare: è un traghettatore che possiede l’interpretazione (linguistica, musicale, attoriale) come imbarcazione. Navigare in codeste acque è bene sia sempre lento e avveduto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora so che vai traducendo l’“Ulisse” di Joyce. Ennesima opera capitale che ti capita di tradurre. Quali sono le difficoltà di quel linguaggio? </strong></p>
<p>Perdona la brevità della risposta: tutte. È un avventura strepitosa.</p>
<p><strong>&#8230;e come poeta? Dove ti trascina la tua ricerca, dove tracima?</strong></p>
<p>Valutate voi.</p>
<p><strong><em>Canto grosso</em></strong></p>
<p>Stiance amarissime, talasse, di voi –<br />
che noi lì si stava lì a guardare<br />
dopo il lungo accanimento muto<br />
d’una luna acidula e mezzana d’amori,<br />
stiance amarissime, talasse, di voi –<br />
che per fecondazione esterna,<br />
come da un dopo e un sotto<br />
come da un fondale<br />
come da impedire una cosa già avvenuta<br />
ed esser saldo nell’intento,<br />
stiance amarissime, talasse, di voi –<br />
che somministrate la medicina scaduta<br />
la non-medicina<br />
la medicina che non vale più<br />
che non è più medicina<br />
che non c’è più medicina,<br />
stiance amarissime, talasse, di voi –<br />
mutandoci in larve<br />
per ipnosi profonda<br />
annullamento abolizione ipossia e blocco<br />
in minutissimo plancton<br />
nel vasto assortimento della grande<br />
collezione dell’ossario comune e<br />
nell’indifferente sepoltura del servizievole mare,<br />
di voi, stiance amarissime, talasse,<br />
come per primi entrando in un posto segreto<br />
sentivamo soltanto i suoni<br />
pacificati dopo lo strazio,<br />
scetavano<br />
simili a un’invocazione da un campo flegreo.</p>
<p><strong><em>Alessandro Ceni</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Alessandro Ceni in un ritratto di Dino Ignani</em></p>
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		<title>“Un anziano esorcista, parlando nel sonno, mi disse che…”: dialogo con Fabio Delizzos, che con un romanzo scombina i canoni della Chiesa cattolica. Ed è più bravo di Dan Brown</title>
		<link>https://www.pangea.news/un-anziano-esorcista-parlando-nel-sonno-mi-disse-che-dialogo-con-fabio-delizzos-che-con-un-romanzo-scombina-i-canoni-della-chiesa-cattolica-ed-e-piu-bravo-di-dan-brown/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Sep 2018 04:56:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lev Tolstoj temeva soltanto un avversario. Dio. Scriveva battagliando con Dio. Sognava un romanzo più vero della verità, un romanzo in cui brulicasse la vita, più viva della vita vera. Per questo, è giusto un tenace timore degli scrittori: se sono davvero tali – e non degli intellettuali prestati alla tivù o alle colonne cariate [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/un-anziano-esorcista-parlando-nel-sonno-mi-disse-che-dialogo-con-fabio-delizzos-che-con-un-romanzo-scombina-i-canoni-della-chiesa-cattolica-ed-e-piu-bravo-di-dan-brown/">“Un anziano esorcista, parlando nel sonno, mi disse che…”: dialogo con Fabio Delizzos, che con un romanzo scombina i canoni della Chiesa cattolica. Ed è più bravo di Dan Brown</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Lev Tolstoj temeva soltanto un avversario. Dio. Scriveva battagliando con Dio. Sognava un romanzo più vero della verità, un romanzo in cui brulicasse la vita, più viva della vita vera. Per questo, è giusto un tenace timore degli scrittori: <strong>se sono davvero tali – e non degli intellettuali prestati alla tivù o alle colonne cariate delle ‘terze’ – creano la vita in competizione con Dio</strong>, lo scrittore della Bibbia. Ogni libro, in fondo, è una eresia, una parola intrepida che amplia il creato volitivo voluto da Dio – <strong>ogni scrittore, in fondo, ha come fine quello di smutandare Dio.</strong> Al di là di rarissimi esempi – Mario Pomilio, Giorgio Saviane, Giuseppe Berto, Guido Piovene, Guido Morselli, Luca Doninelli – Dio non è problematizzato dalla letteratura italiana, tanto meno la storia della Chiesa, così aspra di contrasti (il male che cova sotto la sottana del bene, la corruzione che alligna dove è il sacro, il sacrilegio sulla lingua dell’orante). <strong>Così c’è voluto questo romanzo di <a href="https://www.newtoncompton.com/autore/fabio-delizzos" target="_blank" rel="noopener">Fabio Delizzos</a>, specialista nel ‘thriller storico’ di discendenza teologica</strong> (<em>Il libro segreto del Graal, La stanza segreta del papa, </em>il ciclo <em>I peccati del papa</em>), per deliziarmi. <em>La cattedrale dei libri proibiti </em>(Newton Compton 2018, pp.336, euro 9,90) è il terzo libro della serie, dai titoli roboanti (<em>Il collezionista di quadri perduti</em>, <em>Il cacciatore di libri proibiti</em>: se c’è il ‘perduto’ e il ‘proibito’ sei certo o quasi che il lettore è sedotto), che hanno per protagonista Raphael Dardo, “agente segreto e mercante d’arte di Cosimo de’ Medici”, nella Roma di papa Paolo IV e papa Pio IV. Della trama m’importa il giusto – Delizzos, che è cresciuto leggendo Stevenson e London e ha una passione per Cormac McCarthy ma pure per Manzoni, <strong>specula intorno all’attentato a Pio IV tentato, è realtà storica, nel 1564</strong> – mentre m’intriga la fioriera di testi apocrifi e di sette eretiche – mai sopite – analizzate da Delizzos (il quale, di suo, ha una formazione da filosofo). <strong>La più terribile delle sette – realmente esistita – è quella dei Cainiti, che riteneva Giuda Iscariota un giusto: gli accoliti compivano il male come atto di supremo disprezzo verso la volgarità terrena</strong>, come gesto di rivolta al demiurgo arcigno del Vecchio Testamento. In modo più raffinato, Delizzos mette il dito nella divisione del cristianesimo originario, tra gli Ebioniti, gli “ebrei che avevano visto in Gesù il Messia, e che volevano restare ebrei. Sostenevano di seguire l’autentico insegnamento di Gesù di Nazareth e di essere appoggiati dalla prima Chiesa di Gerusalemme, vale a dire da Giacomo e da Pietro”, e i seguaci di San Paolo. Il tutto, nel contesto di un romanzo di cappa&amp;spada, di avventura. Nel mio piccolo, sulla vicenda atavica della distanza, insanata, tra Pietro (ebreocentrismo, legalismo) e Paolo (cattolicesimo, noachismo tiepido, antiebraismo) <a href="https://www.andreatemporelli.com/2018/04/06/brullo-come-san-paolo-eretico-e-colossale/" target="_blank" rel="noopener">ho scritto un libro, un apocrifo</a>, senza avventatezza narrativa – altrimenti, la lettura fondamentale, in questa scia, alta e aspra, è <em>Il quinto evangelio </em>di Mario Pomilio. Ad ogni modo, ode a Delizzos: non lascia il tema – di vigoria misterica – in mano a un aitante Dan Brown. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62755 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/delizzos-libro-199x300.jpg" alt="delizzos libro" width="155" height="234" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/delizzos-libro-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/delizzos-libro.jpg 332w" sizes="(max-width: 155px) 100vw, 155px" />Raphael Dardo. Nome ‘parlante’. Come ti è venuto in mente questo personaggio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non saprei dirlo con esattezza. Anche lui, come gli altri miei personaggi, è nato in modo confuso, lento, in una stratificazione di idee. Questo per me è un bene. Ho bisogno di illudermi che ogni personaggio sia magicamente spuntato dal nulla. <strong>Devo avere l’impressione che provenga da una dimensione ignota e imponderabile, che sia dotato di una sua identità misteriosa e non abbia assolutamente nulla a che vedere con la mia persona. </strong>Più mi è estraneo, più lo sento vivo; se non proprio “vivo”, almeno “presente” come un fantasma. Così riesco ad affezionarmi, e allora <em>lui</em> mi interessa così tanto da togliermi il sonno. Scrivere diventa urgente e bello. A un certo punto del lavoro posso limitarmi a seguire le sue impronte, perché lui ha una volontà indipendente dalla mia. Durante il lavoro di scrittura lo scopro e lo definisco. Naturalmente, Raphael Dardo è anche il risultato di un calcolo tutt’altro che romantico, e ha ricevuto le caratteristiche necessarie allo sviluppo della storia, perché, per me, un buon personaggio deve essere pensato in funzione di quel che gli dovrà accadere (e viceversa).</p>
<p><strong>Come ti è venuta, soprattutto, la voglia di diventare scrittore ‘di genere’? Cosa hai letto da ragazzo, cosa leggi oggi? Non ti piacerebbe, piuttosto, diventare il nuovo Gadda?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">C’è Gadda, ma ci sono anche Manzoni e Eco: il romanzo storico ha una nobile tradizione in Italia. Comunque, non penso mai alla scrittura e alla lettura in termini di genere. Forse perché quando ero bambino non esistevano i generi letterari o cinematografici. Io, per lo meno, sono cresciuto senza sapere che ci fosse questa categoria di pensiero. I bambini e gli adulti leggevano le stesse cose, guardavano con gusto gli stessi film, e lo facevano insieme. Ricordo che andavamo tutti matti per Alfred Hitchcock o per “Ai confini della Realtà”. E, per quanto riguarda i libri, <strong>ho sempre ricevuto in regalo titoli di autori che erano apprezzabili anche da anziani eruditi: Collodi, Dumas, Salgari, Defoe, London, Stevenson… Quei libri mi facevano sognare, tanto quanto l’Uomo Ragno, Goldrake e Superman. Da adolescente, poi, impazzivo per i racconti di Lovecraft, Poe, Shelley, King, James, ancora Stevenson…</strong> e non mi è mai passata per la testa l’idea che questi fossero autori ‘di genere’, benché raccontassero con disinvoltura anche di cadaveri risorti, di vampiri, di uomini mutanti e fantasmi. Leggevo e apprezzavo anche le loro opere più “serie”, ma non ho mai pensato che lo fossero. Oggi leggo tanto e di tutto, dai classici latini agli horror, secondo lo stato d’animo. Ho un debole per Charles Dickens e per Cormac McCarthy. Un buon settanta per cento delle mie letture è dedicato ai saggi, specialmente di storia, religione, filosofia, e di divulgazione scientifica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel romanzo citi, con una certa competenza (e impertinenza), i vangeli gnostici, le lettere apocrife di Paolo, gli ebioniti, i cainiti&#8230; Come mai il desiderio di studiare le eresie del cristianesimo originario e quei testi, piuttosto ostici, per quanto affascinanti? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono nato in una famiglia molto cattolica, sia da parte paterna sia materna, e ho vissuto in un piccolo paese della Sardegna, dove le tradizioni e la religione sono ancora adesso molto sentite e vissute. D’inverno, le viuzze desolate profumavano d’incenso. <strong>Mia nonna pregava per ore, talvolta piangendo, consumava le dita sul rosario. Mio nonno era il giardiniere delle suore. Le mie prozie mi raccontavano di esorcismi davanti al camino.</strong> Una donna in odore di santità mi regalò una Bibbia. E un anziano esorcista, ora beatificato, disse parlando nel sonno che io avrei scoperto il segreto di San Pietroburgo. Ma presto ho scoperto che pochissime persone davano davvero importanza a ciò in cui dicevano di credere, nessuno aveva mai letto i vangeli, gli Atti, le lettere, l’Apocalisse. Non erano interessati. Zero assoluto. <strong>Notavo che i praticanti più zelanti, attorno a me, non facevano altro che conformarsi a una ritualità del tutto esteriore, andando contro Gesù. Col tempo ho addirittura constatato che voler capire la Bibbia, fare domande, poteva risultare scomodo. </strong>Non ho mai trovato nessuno che condividesse le mie curiosità, neppure tra i professori e i colleghi dell’università. Allora ho iniziato una ricerca personale, che mi ha portato a scoprire e ad approfondire. Inevitabilmente sono incappato anche in quei cristianesimi delle origini che furono considerati eretici e inesorabilmente condannati all’estinzione. Senza, non sarebbe possibile capire come si è formata la dottrina ortodossa. È così che è andata. Adesso, però, studiare e capire il cristianesimo delle origini, così ostico e inafferrabile, mi piace e basta.</p>
<p><figure id="attachment_62756" aria-describedby="caption-attachment-62756" style="width: 222px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-62756" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/Delizzos-300x300.jpg" alt="Delizzos" width="222" height="222" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Delizzos-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Delizzos-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Delizzos-768x769.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Delizzos-600x601.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Delizzos-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Delizzos.jpg 923w" sizes="(max-width: 222px) 100vw, 222px" /><figcaption id="caption-attachment-62756" class="wp-caption-text">Fabio Delizzos in una foto segnaletica: in realtà, è una spia e i suoi libri fanno paura&#8230;</figcaption></figure></p>
<p><strong>La storia della Chiesa e del cristianesimo hanno a tuo avviso un fascino narrativo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, su di me esercitano un grande fascino. Se ci penso, non riesco a immaginare niente di più intrigante e interessante. E mi sembra che anche i lettori continuino a essere attratti e siano interessati ai libri sull’argomento, che siano inchieste su scandali attuali o romanzi. In fondo, stiamo parlando di una realtà che esiste da duemila anni ed è ancora viva e contribuisce a dare forma al mondo contemporaneo. <strong>Nessuno resta indifferente di fronte a un’istituzione così antica e grandiosa. La Chiesa aveva già quasi cinquecento anni di vita quando è caduto l’Impero Romano d’occidente e ha plasmato i quindici secoli successivi. Custodisce due millenni di meraviglie e di orrori abissali.</strong> Perciò, anche chi non è credente può vedere che in essa c’è un patrimonio immenso di misteri e segreti. Spiritualità, arte, astronomia, filosofia, architettura, spionaggio e cifrature, tutto è passato da qui, ai massimi livelli. Le vette dell’uomo e le bassezze più infime, San Tommaso d’Aquino e il papa Borgia con suo figlio Cesare. Non so davvero come potrebbe un amante della lettura sfuggire al fascino di una religione che si fonda sui libri e tramanda una narrazione a dir poco avvincente. Confesso che in certi periodi leggerei e scriverei soltanto di storia della Chiesa e del cristianesimo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa c’è di affascinante nei vangeli apocrifi e gnostici, secondo te?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto, c’è il fascino del proibito. Si vuole sapere perché furono dannati, maledetti, dimenticati, perduti. Poi c’è il fascino del recente ritrovamento, avvenuto per caso dopo secoli e secoli di oblio. <strong>Leggere i vangeli gnostici rinvenuti a Nag Hammâdi è un brivido imperdibile. Prima ci si doveva accontentare delle citazioni degli antichi eresiologi, sperando che fossero attendibili.</strong> Studiando i testi ritrovati, si capisce perché furono considerati inaccettabili. Certe dottrine gnostiche erano davvero pittoresche ed estreme. Faccio alcuni esempi.<strong> Gli gnostici antitattici, tra i quali sono annoverabili i cainiti di cui parlo nel romanzo, consideravano il Creatore della Bibbia un demiurgo malvagio e ingannatore, perciò si impegnavano a raggiungere il paradiso (il pleroma) facendo il contrario di quanto è ordinato agli uomini nei comandamenti. </strong>I borboriti si imbrattavano il volto di escrementi per impedirne la vista ed esaltarne lo splendore per contrasto. E i catari, per evitare di peccare, smettevano di mangiare e di agire fino alla morte. Ci furono sette di giudeocristiani gnostici i cui adepti, allo scattare del sabato, si immobilizzavano e restavano così fino al principio della domenica, qualora non fossero riusciti a sdraiarsi per tempo. Insomma, chi non lo ha ancora fatto, entri e si accomodi: lo spettacolo non ha eguali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel tuo romanzo c’è anche un giudizio sulla corruzione della Chiesa dell’epoca&#8230; che forse adombra un giudizio sulla Chiesa di oggi&#8230; che opinione ne hai?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cosa posso dire di non banale e che non sia già stato detto? La corruzione nella Chiesa è più antica della Chiesa stessa.</p>
<p><strong>Domanda intima. Credi in Dio? Vai in Chiesa? Credi in qualcosa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La domanda mi fa piacere, innanzitutto perché dimostra che non lo si evince dalla lettura del romanzo. Poi perché purtroppo è insolita. Non ricordo quando è stata l’ultima volta che qualcuno mi ha chiesto se credo in Dio. <strong>Sì, certo, ci credo. In quanto essere umano, credere nel trascendente mi riesce naturale come respirare, come vedere il colore giallo. Non credere in Dio mi risulta fisicamente impossibile.</strong> Se ci penso su e ragiono, posso arrivare facilmente a non credere in un principio creatore e ordinatore. Ma quando non ci penso, credo. Sto credendo quando sono distratto. Per forza. È più forte di me. Non sono un praticante, le chiese mi piacciono quando sono vuote e silenziose. In quelle antiche ci vado spesso. <strong>Ma preferisco non credere. A volte chi crede mi fa paura.</strong> Mi sento più a mio agio con le persone che sentono la presenza di Dio e sono in pace con se stesse e col mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8230;credi nella letteratura? Ti importa qualcosa della letteratura italiana contemporanea? Cosa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se potessi, inviterei tutti a non credere nella letteratura. In primis gli autori e gli editori. Penso che sia un guaio. Da una parte, c’è l’esercito di coloro che sognano di scrivere e pubblicare, quasi fosse raggiungere il paradiso in terra (quando, invece, è un lavoro per cui bisogna essere tagliati, duro, strano e per molti versi malsano). Dall’altro c’è chi crede nella letteratura a tal punto da renderla uno strumento di comunicazione e di propaganda: la usano per persuadere l’opinione pubblica, la caricano di moralismo (o di immoralismo) piegandola al messaggio che vogliono infondere nelle coscienze, <strong>oppure narrano la propria insignificante vita quotidiana spacciandola per romanzo di formazione con la speranza di eternarsi nella memoria dei posteri. Così la letteratura diventa insistente, affettata, noiosa, e si ammala.</strong> La gente finisce col leggere poco. La narrativa che ha come unico scopo quello di divertire è considerata meno nobile di quella “impegnata socialmente”. Io credo solo nel divertimento estremo che la narrativa fatta con passione, talento e cura è capace di dare al lettore. Immergersi nella lettura è bellissimo, interrompe il brusio assordante che ci ronza in testa, quel continuo e inutile rimuginare di pensieri che guasta la vita. Leggere fa bene. Credo in questo. Sì, della letteratura italiana contemporanea mi importa moltissimo, sono orgoglioso di farne parte. Da lettore, spero sempre di trovare bei romanzi di autori italiani. Con rispetto per i traduttori, leggere l’originale è un’altra cosa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/un-anziano-esorcista-parlando-nel-sonno-mi-disse-che-dialogo-con-fabio-delizzos-che-con-un-romanzo-scombina-i-canoni-della-chiesa-cattolica-ed-e-piu-bravo-di-dan-brown/">“Un anziano esorcista, parlando nel sonno, mi disse che…”: dialogo con Fabio Delizzos, che con un romanzo scombina i canoni della Chiesa cattolica. Ed è più bravo di Dan Brown</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Nell’era di chi si accontenta, i lettori vogliono solo ovvietà. Sono saltati tutti i criteri di grandezza: tra poco, Sofia Viscardi sarà più importante di Kafka. Verso l’apocalisse danzando con Martin Amis</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Jun 2018 10:26:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ci fu un tempo. Qualche mese appena. In cui commisuravo la mia audacia usando Martin Amis come metro di misura. <strong>Di Amis, che l’anno prossimo ne fa 70, ed è certo che “tutti i buoni scrittori sono morti alla mia età”, mi piaceva tutto.</strong> Con quell’estremismo tipico degli adolescenti e dei tonti – io mi figuro nella seconda casella, all’epoca ero intorno alla maggiore età. Mi piaceva il nome, mi piaceva il padre, Kingsley, esponente maximo degli ‘arrabbiati’, che ha scritto tanti romanzi mai tradotti in Italia – quei pochi, per altro, col tempo, hanno perso l’aura polemica di allora e il vizio verboso, hanno perso tutto. <strong>Mi piaceva che avesse la fama di rompipalle e che fosse famoso. Mi piaceva quel libro, <em>L’informazione</em>, pubblicato nel 1995, l’anno in cui muore il padre.</strong> Ancora oggi, Amis mi pare migliore dei sopravvalutati Carrère e Houellebecq messi assieme. L’ultimo libro di Amis è una raccolta di saggi, si intitola <em>The Rub of Time</em> ed è presentato, con la consueta modestia anglofona, come <a href="https://www.penguinrandomhouse.com/books/3246/the-rub-of-time-by-martin-amis/9781400044535/" target="_blank" rel="noopener">“la raccolta definitiva di saggi e reportage</a> di uno dei più provocatori e selvaggi scrittori di oggi”. In particolare, se vi interessa, Amis passa con il rasoio dentro l’opera dei suoi maestri, Saul Bellow e Vladimir Nabokov.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Ora. La <em>Los Angeles Review of Books </em>dedica pagine a una vasta intervista <a href="https://lareviewofbooks.org/article/the-age-of-acceleration-an-interview-with-martin-amis/#!" target="_blank" rel="noopener">tra Scott Timberg e Martin Amis, leggetela</a>. La cosa più interessante è la riflessione che Amis fa dentro la ‘forma romanzo’. <strong>“Sono convinto che viviamo nell’era dell’accelerazione. Il romanzo si evolve per far fronte a questa era, come può – muovendosi più velocemente. Senza essere troppo speculativo, dilagante, intellettuale. La poesia si muove con un suo ritmo – e non può accelerare”.</strong> Il discorso va avanti, dettagliando (“Lawrence ha detto che il romanzo è straordinario perché puoi fare quel che ti pare. Ma questa libertà assoluta è una responsabilità. Diversi tipi di romanzo si sono estinti: il romanzo come flusso di coscienza, il romanzo induttivo, dove devi risolvere un enigma, ad esempio”), fino al punto capitale. <strong>I romanzi si sono evoluti insieme al gusto dei lettori. E i lettori “sono incuriositi soltanto dalle ovvietà”.</strong> Domanda fatale: che ne è oggi di testi estremi come <em>Finnegans Wake</em>? Roba per addetti ai lavori con palpebre come microscopi di precisione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Amis non predica la morte del romanzo, ne registra il mutamento vertiginoso. In effetti. Siamo passati da Charles Dickens – romanzo canonico – a James Joyce – romanzo estremo – da Martin Amis agli youtuber su carta stampata, carta straccia. D’altronde, se la poesia può essere rivolta ai morti o ai futuri – cioè, è sempre uguale a se stessa – il romanzo vive perché qualcuno lo legga proprio oggi. <strong>E oggi, nell’era accelerata, siamo nel tempo di chi si accontenta. Attenzione, però. Perché oggi la narrazione si divarica e divora tutto</strong> – non c’è mai stata così tanta narrazione in un’epoca narrativamente tanto infelice: pubblicità, fiction, social, tutto è narrazione – anche se i narratori sono quasi nulla. <strong>Tra poco ciò che ci pare ovvio – esempio solito: Kafka non è in cima alle classifiche di vendita, ma i libri di Kafka sono meglio di quelli di Sofia Viscardi – ovvio non sarà.</strong> Ogni criterio di valutazione e di valore è saltato, conta l’ego, moneta sonante della nostra idiozia. Quando l’insegnante di mio figlio, che fa la prima liceo, ha proposto come lettura <em>L’alchimista </em>di Paolo Coelho, esempio di narrativa contemporanea, le sono saltato alla giugulare. Ho snocciolato una serie di nomi, notissimi, da Saul Bellow a Cormac McCarthy, da Borges a Malraux. <strong>La tizia, con una idea moralistica e modesta della letteratura, confortevole, direi, mi guardò inebetita, un po’ ebete, l’alternativa era Baricco, mi ha detto.</strong> A quel punto, l’ho denunciata per offesa al buongusto letterario – non avrei osato assalire il suo deretano. D’altronde, si dirà, a te che ca**o te ne frega delle sorti della letteratura planetaria? M’importa nulla della letteratura. M’interessa l’uomo. <strong>Senza narrazioni potenti l’uomo muore. Le case editrici hanno perso da un tot ogni autorevolezza, la cultura italiana è gestita da un manipolo di zombie, che regnano su castelli di cristallo ai cui bordi scrosciano Amazzonie di melma.</strong> Siamo nell’era di chi si accontenta. Ma a godere sono altri. Al di là delle apparenze, appartenendo soltanto al proprio risolutivo compito, lo scrittore deve alienarsi dalle attese, praticare la cura del recluso. Qui è guerra. (d.b.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/nellera-di-chi-si-accontenta-i-lettori-vogliono-solo-ovvieta-sono-saltati-tutti-i-criteri-di-grandezza-tra-poco-sofia-viscardi-sara-piu-importante-di-kafka-verso-lapocalisse-dan/">Nell’era di chi si accontenta, i lettori vogliono solo ovvietà. Sono saltati tutti i criteri di grandezza: tra poco, Sofia Viscardi sarà più importante di Kafka. Verso l’apocalisse danzando con Martin Amis</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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