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	<title>Apollinaire Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Il selvaggio lamento delle loro bocche straziate”. Poeti in guerra</title>
		<link>https://www.pangea.news/poeti-prima-guerra-mondiale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Apr 2024 04:20:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 1929, a dieci anni dalla fine della Prima guerra, Vallecchi pubblicò un libro dal titolo straziante: Antologia degli scrittori morti in guerra. Salvo alcuni – Scipio Slataper, Renato Serra, Umberto Boccioni – è una lapidaria sfilza di ormai ignoti: De Pava; Fauro; Borsi; Picardi; Costanzi; Castellini; Petraccone; Cambini… Pare un triste rintocco di campane. [&#8230;]</p>
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<p><strong>Nel 1929, a dieci anni dalla fine della Prima guerra, Vallecchi pubblicò un libro dal titolo straziante: <em>Antologia degli scrittori morti in guerra</em>.</strong> Salvo alcuni – Scipio Slataper, Renato Serra, Umberto Boccioni – è una lapidaria sfilza di ormai ignoti: De Pava; Fauro; Borsi; Picardi; Costanzi; Castellini; Petraccone; Cambini… Pare un triste rintocco di campane. Nino Oxilia, torinese, regista, crepuscolare, dalla bellezza diafana e sprezzante, cantava “è la vita una battaglia/ è il cammino irto d’inganni”: morì falciato da una granata, sul Monte Tomba, in Veneto, il 18 novembre del ’17.</p>



<p><strong>Quanto a memoria storica e a lignaggio lirico, siamo inermi rispetto ai sudditi d’Albione: i “Poets of the First World War” sono ricordati in un memoriale infisso a Westminster, con nomi trafitti nel marmo.</strong> Alcuni di questi – Robert Graves, Ivor Gurney, Wilfred Owen, Rupert Brooke – sono tra i poeti in lingua inglese più potenti del secolo. All’epoca Primo lord dell’ammiragliato, fu Winston Churchill a creare il ‘mito’ di Rupert Brooke: del poeta, altrimenti cauto e inquieto, degno figlio di Keats, morto di setticemia nel 1915, mentre navigava verso i Dardanelli, fece un martire. I versi di una sua poesia – <em>The Soldier</em>: “Se dovessi morire, pensate solo questo di me:/ Che c’è un angolo di campo straniero/ Che sarà per sempre Inghilterra” – divennero utile biada per le truppe, inselvatichite dalla vita di trincea. Usavano gli uomini come carne da cannone e i poeti come cibo per propaganda.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="685" height="913" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/429810871_959481485976126_399228422721207049_n.jpg" alt="" class="wp-image-99154" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/429810871_959481485976126_399228422721207049_n.jpg 685w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/429810871_959481485976126_399228422721207049_n-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/429810871_959481485976126_399228422721207049_n-600x800.jpg 600w" sizes="(max-width: 685px) 100vw, 685px" /></figure>



<p><strong>Ad ogni modo, dopo la Prima guerra, la letteratura europea cambiò per sempre. Nacquero, dal massacro, opere miliari, di irripetibile fragore</strong>, dalla <em>Terra desolata</em> di Eliot a <em>Viaggio al termine della notte </em>di Céline; dall’<em>Ulisse</em> di Joyce alle poesie di Montale e di Ungaretti. L’assunto trova conferma in <a href="https://www.edizioniares.it/prodotto/sulle-rovine-deuropa/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Sulle rovine d’Europa</em>, libro curato con impeccabile slancio da Raoul Precht, che raduna “Poeti tedeschi e francesi della Grande Guerra” ed è edito da Ares</strong> </a>come ideale pendant al libro sui <a href="https://www.edizioniares.it/prodotto/war-poets/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>War Poets</em> inglesi (uscito nel 2022, a cura di Paola Tonussi).</strong> </a>Il libro è anche uno spaccato di storia (tragica) della letteratura europea: per galvanizzare il gioco, evito gli autori notissimi, <strong>Apollinaire, Aragon, Breton, Cendrars e Drieu la Rochelle </strong>(nato come “poeta di guerra”, le sue due uniche raccolte in versi, belliche, <em>Interrogation</em> e <em>Fond de cantine</em> <strong><a href="https://www.pangea.news/prodotto/o-il-maschio-o-la-morte/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sono state pubblicate dalle edizioni Magog nel 2022 come <em>O il maschio o la morte</em>, per la cura di Annalisa Crea</a></strong>).</p>



<p>Scopriamo, così, l’opera di <strong>Peter Baum</strong>, morto a 47 anni “in azione sul fronte lettone”: ai suoi occhi le bombe sono “sfere di luce fatte di pelo arruffato di tigre”, hanno lo “sfarzo del predatore colorato, che scintilla nell’oscurità”. <strong>Erich Kästner</strong>, poeta di cui si occupò Walter Benjamin, pacifista, opta per toni sarcastici:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Siamo andati a letto con le donne<br>mentre i loro uomini erano in Francia.<br>Pensavano che sarebbe stato più bello.<br>Ma non eravamo che cresimandi.</strong></p>



<p><strong>Poi ci hanno chiamati per il militare,<br>ma solo come carne da cannone”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Fu obbligato al fronte diciottenne; in era nazista, i suoi libri passeranno al rogo, insieme a quelli di Zweig, Brecht e Thomas Mann.</p>



<p>Il nobile <strong>Marc de Larreguy de Civriex</strong>, figlio dell’alta aristocrazia francese, muore nel 1916, a ventuno anni, poco lontano da Verdun; nella “nuda beltà” delle “foreste dell’Argonna” intuiva l’inferno di Dante: “gli alberi tormentati dalla guerra…/ protestano contro lo stanco cielo!”.</p>



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<p>Faccio mie le parole di Filippo Tuena poste a principio del libro: la guerra non è garanzia di alta letteratura, il sangue versato non rende grandi poeti, il patriottismo non fa affari con le questioni estetiche:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il rischio di morire non migliora l’arte, al massimo la rende necessaria per chi la pratica”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Quando si è con la morte in fronte, d’altronde, non si recita un sonetto di Shakespeare: impetrare perdono, ringraziare, dire “ti voglio bene” sono abbastanza per glorificare una vita intera. È vero, tuttavia, che la nostra letteratura, per natura, è iliadica, nasce sotto le mura di Ilio, è retta da parole ormai usurate come ira, coraggio, assedio, rischio. La Prima guerra, così, ci ha dato un poeta tra i più gradi di ogni tempo, <strong>Georg Trakl</strong>. Morì a Cracovia, intossicato di cocaina, nel novembre del 1914; Ludwig Wittgenstein lo aveva da poco eletto, insieme a Rilke, tra i rari beneficiari di un’eredità affidata a poeti di genio. La battaglia di Grodek, in Galizia, gli ispirò una delle poesie più note:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Risuonano di sera i boschi d’autunno<br>D’armi letali, le pianure dorate<br>E i laghi azzurri su cui si srotola<br>Più cupo il sole; la notte avvolge<br>Guerrieri moribondi, il selvaggio lamento<br>Delle loro bocche straziate”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Con la Seconda guerra, muterà tutto. Il poeta – avveniristico interventista o cantore d’abisso – non serve più: è l’epoca, a piena messe commerciale, del romanzo – ne dico, sparsi, alcuni: <em>Il nudo e il morto</em> di Norman Mailer,<em> Il partigiano Johnny </em>di Fenoglio, <em>Mattatoio n. 5</em> di Kurt Vonnegut, <em>Vita e destino</em> di Vasilij Grossman – e del cinema, soprattutto. Tra i rari, talentuosi poeti di quella guerra, Alun Lewis scrive una poesia, <em>Odi et Amo</em>, in cui esprime, drasticamente, la distanza tra il sé e la storia, tra necessità e anima: <strong>“Il mio corpo non sembra il mio/ Ora. Queste mani non sono le mie/ Che toccano la molla del grilletto, né i miei occhi/ Intenti su un bersaglio umano”</strong> (cito dalla traduzione di Annalisa Crea). La poesia sull’orrore dell’assassinio termina con un urlo d’amore, con un inno alla gioia:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La mia anima grida il suo amore<br>Per tutto ciò che freme e nuota e vola<br>…E i fiori dell’estate mi sbocciano sul capo<br>Con tutta la bellezza intollerabile dei morti”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Inviato a combattere in Birmania contro le forze dell’esercito nipponico, Alun Lewis si uccide alle cinque e mezza del 4 marzo 1944, presso le latrine degli ufficiali. L’esercito dichiarò che si era trattato di un incidente. Il poeta, ormai, non era soltanto inutile; era diventato un problema.</p>



<p>**</p>



<p><em>Cartolina postale</em></p>



<p>Ti scrivo da sotto la tenda<br>Mentre muore questo giorno d’estate<br>In cui sboccia come folgore<br>Nel cielo appena azzurrato<br>Una cannonata scintillante<br>E sfiorisce prima ancora d’esser stata</p>



<p><strong><em>Guillaume Apollinaire</em></strong></p>



<p>*</p>



<p><em>Soldato</em></p>



<p>M’illumino con le lampade di Aladino, poche<br>aurore<br>mi allarmano: da cui il sole che erode. Le crepe<br>di una roccia lambiscono la sua dolce coppia d’occhi<br>in pianto.<br>Oscura l’epoca Rimbaud<br>nelle foreste&#8230; Fuoco al daino!<br>spesso tradito da un ventre illuminato,<br>il crepacuore dei nostri ritornelli copre<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; una palude.</p>



<p><strong><em>André Breton</em></strong></p>



<p>*</p>



<p><em>Coro dei prigionieri</em></p>



<p>Non siamo solo prigionieri dietro il filo spinato,<br>Siamo anche avvolti nella notte dello spirito.</p>



<p>Noi, già cinti di luce e oggi dimenticati,<br>Divenuti spettacolo glorioso per i sanguinari!</p>



<p>Un tempo eravamo fra gli audaci,<br>Ora gemiamo sotto il giogo dell’odio di sangue.</p>



<p>Un tempo ci burlavamo dei cupidi vanitosi<br>E oggi ci abbassiamo alla stessa cupidigia.</p>



<p>Eravamo giudici e giudicando distruggevamo,<br>Ma ora a tutto rinunciamo, privi di volontà.</p>



<p>Nelle baracche di legno noi sepolti siamo accovacciati,<br>Mentre sublimi sono i morti sopra di noi.</p>



<p><strong><em>Yvan Goll</em></strong></p>



<p>*</p>



<p><em>La battaglia sulla Marna</em></p>



<p>Le pietre prendono lentamente a muoversi e a parlare.<br>L’erba s’irrigidisce a verde metallo. I boschi,<br>bassi e fitti nascondigli, divorano colonne lontane.<br>Mistero bianco come calce, il cielo minaccia di scoppiare.<br>Due ore colossali si riducono a minuti.<br>Si dilata il vuoto orizzonte.</p>



<p>Il mio cuore è grande come Germania e Francia messe insieme<br>ed è trafitto da tutti i proiettili del mondo.<br>La batteria ruggisce forte per sei volte<br>verso la campagna. Ululano le granate.<br>Silenzio. In lontananza gorgoglia il fuoco della fanteria,<br>per giorni, per settimane.</p>



<p><strong><em>Wilhelm Klemm</em></strong></p>



<p>*</p>



<p><em>Per Gerhard Lepsius († 20 luglio 1915)</em></p>



<p>La notte era più scura del solito. –<br>La mitragliatrice laggiù dietro la siepe<br>(spesso così rozza nel farsi beffe)<br>stavolta non rideva.<br>I cannoni dormivano.<br>Il cielo scorreva, uno scuro, morbido uccello<br>molto solenne e lento.<br>Sotto le sue ali le sfere luminose che volevano cacciarlo<br>cadevano pallide in terra.<br>Allora seppi –: TU sei&#8230; morto.<br>(Da qualche parte qualcosa urlò il tuo ultimo grido.<br>Da qualche parte qualcosa ingaggiò la tua ultima lotta.)<br>E quando alzai lo sguardo, la luce nel mio rifugio si era spenta –<br>Uscii fuori. Rabbrividii. E piansi.</p>



<p><strong><em>Edlef Köppen</em></strong></p>



<p><em>*I testi sono tradotti da Raoul Precht e tratti da: “Sulle rovine d’Europa. poeti tedeschi e francesi della Grande Guerra”, Edizioni Ares, 2024</em></p>



<p><em>*In copertina: Blaise Cendrars (1887-1961) nel 1916</em></p>
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		<item>
		<title>Un poeta sul traghetto, tra ragazze che si amano e la poesia sul pavone di Apollinaire</title>
		<link>https://www.pangea.news/giorgio-anelli-diario-apollinaire/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jul 2021 08:31:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Apollinaire]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La vita, si sa, è consustanziale alla lotta. Si vive per affermare qualcosa: l&#8217;essere se stessi a discapito del mondo. Oppure, al contrario, per lasciare un segno a quell&#8217;altro che deve ancora venire, o che amiamo perché figlio, fratello, affratellato nel fuoco della parola scritta. Il poeta, lo intuiamo, più di altri azzarda nella lotta, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La vita, si sa, è consustanziale alla lotta. Si vive per affermare qualcosa: l&#8217;essere se stessi a discapito del mondo.</strong> Oppure, al contrario, per lasciare un segno a quell&#8217;altro che deve ancora venire, o che amiamo perché figlio, fratello, affratellato nel fuoco della parola scritta. Il poeta, lo intuiamo, più di altri azzarda nella lotta, optando tra tragedia, commedia, dissoluzione o incanto.</p>
<p>Egli sente più di altri, ed è trafitto dal terreno inganno. Ovunque si trovi, proverà il tradimento sulla propria pelle, che, nel frattempo, sarà diventata impermeabile o ignifuga alla bassezze degli uomini che gli stanno accanto. Gli si sparlerà dietro il prima possibile; si tenterà di screditarlo. Ma chi gli vuole bene veramente, lo salverà da qualsiasi imbroglio.<strong> Ecco dunque l&#8217;eterna lotta tra fazioni. Gli uomini non potranno mai fare a meno del bene e del male. Gli uomini sono forse sciocchi burattini in balia dei loro umori? E scelgono, nella vita, ogni giorno, da che parte stare</strong>.</p>
<p><img decoding="async" class="size-medium wp-image-86631 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/07/a-300x296.gif" alt="" width="300" height="296" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/07/a-300x296.gif 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/07/a-1024x1009.gif 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/07/a-768x757.gif 768w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>D&#8217;altronde non esiste alternativa in questo mondo; il potere vero o presunto dà alla testa, logora, distrugge ciò che si costruisce. E l&#8217;invidia ‒ quella gran baldracca! ‒ è l&#8217;origine di tutti i mali. Così, dall&#8217;invidia al chiacchiericcio il passo è presto fatto e breve, e una pugnalata alle spalle, prima o poi, la si concede a tutti.</p>
<p>A dire il vero, però, il problema è un altro, e ben diverso. Quel che ho descritto finora riguarda soltanto le bassezze umane, la meschinità che affligge, il tripudio dell&#8217;inconsistenza. <strong>Ciò che interessa veramente, e addolora, e a causa della quale magari si prega piuttosto (facendosi piccoli, umili, sperando sempre nell&#8217;attesa di buone notizie), è la lotta che avviene tra la vita e la morte</strong>. Intendo dire che, se non la smettiamo di prenderci in giro tra di noi, per delle frivolezze, non impareremo mai che cosa sia davvero vivere intensamente il reale.</p>
<p>Poiché, lo sappiamo (ma per davvero lo sappiamo?!), occorre vivere ogni giorno come fosse propriamente l&#8217;ultimo. Quindi, con l&#8217;intensità e la forza di una belva; col desiderio di creare qualcosa di buono, che sposti la rotazione dei pianeti, in nome soprattutto della bellezza.</p>
<p>Chi è poeta questo lo sa compiutamente. <strong>Si dà fino allo sfinimento in tutto e per tutto: all&#8217;amico, al figlio, alla moglie, al <em>fratello</em>; nella notte scriverà parole nuove su una pagina bianca; imbastirà storie mai sentite prima, amiche intime della realtà, con la quale, vivendo, non si può prescindere affatto</strong>.</p>
<p>Stiamo a sparlarci addosso, quando forse c&#8217;è chi sta per lasciarci definitivamente, o vorrebbe addirittura farlo questo salto nel vuoto. Stiamo a farfugliare coriandoli d&#8217;inesistenze, quando magari chi ti sta accanto lotta con una feroce depressione, oppure tra la vita e la morte in un letto d&#8217;ospedale.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-86632 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/07/b.png" alt="" width="500" height="291" /></p>
<p>D&#8217;altronde siamo come bestie. Abbiamo imparato da loro. La natura insegna. La natura va domata. La natura, semmai, ci salverà ancora.</p>
<p>Proprio ieri navigavo su un battello, con la mia musa amata, sulle acque irruente del Lago Maggiore, sotto un cielo bigio che minacciava acqua, avvolti da un vento forte e maestoso. <strong>Proprio ieri l&#8217;Isola Bella ci ha accolti nel suo incantevole spettacolo, attraverso la magia insolita dello stupore che abbraccia in un sol colpo la bellezza; nonostante l&#8217;avanzare della tempesta, nonostante le mille preoccupazioni, nonostante gli amici che lottano per davvero sulla soglia tra questo e l&#8217;altro mondo</strong>. E tre cose, tra le tante, mi porto con me da questo viaggio audace e temerario dentro all&#8217;ombra del lago: il bacio saffico, intenso e continuo e duraturo tra due ragazzine dal sorriso immortale; la statua dell&#8217;unicorno cavalcato con baldanza e fermezza accanto a una lira, sospeso nel vuoto da riempire tra cielo e lago; la lotta tra due pavoni bianchi, all&#8217;interno del magnifico giardino. La ruota eccelsa di uno di loro, mentre ci stupiva lo sguardo, riempiva di rabbia e invidia un altro pavone, tanto da attaccarlo ferocemente.</p>
<p>Dunque la vita va avanti sempre. Non si ferma ad aspettare nessuno. E mostra il tradimento continuo davanti agli occhi di tutti. Dopotutto, la lotta è un azzardo: provocazione continua, problema irrisolto. Sarà per questo che <a href="https://www.pangea.news/apollinaire-flaneur-zevio/">Apollinaire</a> l&#8217;ha descritta così bene, in una poesia magnifica, dal tono audace:</p>
<p><strong><em>Il pavone</em></strong></p>
<p>Quando ruota la coda, questo uccello</p>
<p>Il cui piumaggio si strascica al suolo,</p>
<p>Si presenta ancora più bello,</p>
<p>Però si scopre il culo.</p>
<p><em><strong>Giorgio Anelli</strong></em></p>
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		<title>“Quelli che sanno mangiare bene sono raramente degli sciocchi”: Apollinaire, incomparabile flâneur, perfetta macchina di vita</title>
		<link>https://www.pangea.news/apollinaire-flaneur-zevio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jul 2020 06:13:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Apollinaire]]></category>
		<category><![CDATA[Flaneur]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Zevio]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Gli uomini non si separano mai da niente senza rimpianto – e persino i luoghi, le cose e le persone che più li resero infelici, non possono che abbandonarli provando del dolore». È con queste parole che ci accoglie un libro agile, scorrevole, di una levità miracolosa e come percorsa da un sottile velo di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>«Gli uomini non si separano mai da niente senza rimpianto</strong> – e persino i luoghi, le cose e le persone che più li resero infelici, non possono che abbandonarli provando del dolore».</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-77996 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro1-23-e1594962946977-158x300.jpg" alt="" width="246" height="467" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-23-e1594962946977-158x300.jpg 158w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-23-e1594962946977-541x1024.jpg 541w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-23-e1594962946977-768x1455.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-23-e1594962946977.jpg 783w" sizes="(max-width: 246px) 100vw, 246px" />È con queste parole che ci accoglie un libro agile, scorrevole, di una levità miracolosa e come percorsa da un sottile velo di malinconia. Una scrittura libera, straordinariamente libera e spensierata che ammaliò anche Aragon. Quando il <em>Paysan de Paris</em> (1927) venne ristampato in Francia dopo circa quarant’anni dalla sua uscita, per le <em>Editions de poche</em>, <strong>il testo fu a quanto pare preceduto da una nota anonima, probabilmente redatta da Aragon stesso, dove leggiamo: «nel pieno periodo del surrealismo, questo libro singolare ritorna alle fonti:</strong> al Nerval delle <em>Nuits d’Octobre</em>, all’Apollinaire del<a href="http://www.gallimard.fr/Catalogue/GALLIMARD/Blanche/Le-Flaneur-des-deux-rives" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em> Flâneur des deux rives</em></strong></a>».</p>
<p>*</p>
<p><strong>Ed è proprio la libertà della scrittura a rappresentare la cifra del <em>Flâneur</em>. <a href="http://www.pangea.news/100-anni-dopo-apollinaire-un-invito-a-tradurre-tre-opere-inedite-ovvero-quando-il-geniale-guillaume-scrisse-la-storia-di-mago-merlino/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Apollinaire</a> “si accontenta” di far rivivere Parigi, la Parigi dei suoi ricordi:</strong> e leggere del vecchio quartiere del poeta ad Auteuil, dei suoi poeti vagabondi e vecchi alloggiamenti della Guardia Nazionale; della libreria di Monsieur Lehec, delle sue storie e le tanto taglienti quanto colte risposte di Liseux a simpatizzanti boulangisti; di foglietti di carta afferrati al volo in una via, contenenti rebus biblici che conducono all’appartamento di Ernest La Jeunesse; dei venditori di libri sulle rive della Senna e di cataloghi faceti; di canti popolari e strofe alla Rabelais durante i <em>Noëls</em> in <em>Rue de Buci</em>, o di un piccolo museo napoleonico diretto da due marmocchi di 10 e 12 anni che stampano periodicamente giornaletti con abbonamenti di tre franchi, spendendo buona parte dei soldi guadagnati in cioccolata («è così che un successo prematuro è quasi sempre causa della decadenza di un poeta», nota Apollinaire)… leggere tutto questo è quasi commovente.</p>
<p>*</p>
<p>Anzi, è commovente e basta: è commovente perché sentiamo che una vita si è dipanata nel gomitolo di altre vite – Monsieur Lehec, Paul Birault, i poeti e i pittori e gli sbandati nell’ipogeo di Vollard – nessuno potrebbe metterlo in dubbio. Non c’è nulla, in questo libro, nessun aspetto o immagine della vita che l’autore abbia sfiorato dandoci l’impressione di averne tradito la verità, adulterato il contenuto nella sua traduzione letteraria. <strong>Strade, lungofiumi, taverne, birrerie… tutto resta e ci si presenta vivo, intatto – tanto più vero quanto la scrittura è senza pretese, senza esagerazioni e turgidume patetico o retorico. La scrittura di Apollinaire si adatta e tira dentro tutto, o meglio: seleziona e delinea in modo da rendere alla perfezione l’idea del tutto, privilegiandone gli aspetti di umile meraviglia.</strong> Insieme all’idea del tutto è dipinta una realtà tanto umana, tanto appassionatamente vissuta da esortare quasi a reinventare il mondo, a formarci come perfette macchine di vita – a dare ed esprimere quanto più amore possibile per quegli scorci, quei quadri di bellezza e d’incorrotta umanità che ancora esistono e resistono al mondo, nonostante tutto e tutti.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-77997 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro2-30-201x300.jpg" alt="" width="300" height="448" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-30-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-30-685x1024.jpg 685w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-30-768x1147.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-30-1028x1536.jpg 1028w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-30.jpg 1071w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Nei frammenti di dialoghi o ricordi di dialoghi passati (divina indifferenza tra poetato e vissuto…) alcune affermazioni che valgono e riassumono mille discussioni: «[…] tutte le teorie possono essere buone – confidava al nostro il poeta Léon Dierx, parnassiano – ma solo le opere contano<strong>». E poi i simpatici indizi d’acume, di una intelligenza briosa e spigliata, nutrita d’esperienza: «[…] ho notato che quelli che sanno mangiare bene sono raramente degli sciocchi». </strong></p>
<p>*</p>
<p>Il libro compare nel 1918. In quello stesso anno il nostro Ungaretti, tornato a Parigi nei giorni dell’armistizio, recava con sé alcuni toscani da offrire all’amico poeta quando, nelle strade della capitale, udrà il sinistro grido di trionfo che urlava <em>à bas Guillaume! à bas Guillaume! </em><strong>Giunto a casa di Apollinaire scoprirà l’amico lungo disteso a letto, il volto coperto da un velo nero. Guillaume Apollinaire, poeta incomparabile e perfetta macchina di vita</strong>, morirà proprio in quei giorni.</p>
<p>*</p>
<p>“Numerosi vecchi convitati rimpiangeranno questo angolo pittoresco di Parigi…” scrive l’autore, verso la fine del suo libello. Certo lo rimpiangono anche i nuovi, i futuri convitati all’indecifrabile banchetto dell’esistenza: ma è anche vero che, grazie a questo e a simili libri, essi possono maturare a una fame più umana, educarsi a un gusto più essenziale, sapere quale pane andare offrendo e cercando nella vita.</p>
<p><strong><em>Francesco Zevio</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/apollinaire-flaneur-zevio/">“Quelli che sanno mangiare bene sono raramente degli sciocchi”: Apollinaire, incomparabile flâneur, perfetta macchina di vita</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Al funerale di Walt Whitman (che quest’anno fa 200 anni) c’erano politici, vecchi soldati, pescatori d’ostriche e amanti (di entrambi i sessi), si fece baldoria, rissa e poesia. Il mirabile racconto di Apollinaire</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Mar 2019 07:56:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dall’Iliade di Omero, a I morti di Joyce e Il teatro di Sabbath di Philip Roth, passando per quelle di Mariti di John Cassavetes, de L’uomo che amava le donne di François Truffaut e de Il grande freddo di Lawrence Kasdan, alcune immagini di funerali, tra le pagine scritte e il grande schermo, restano indelebili [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/walt-whitman-200-anni-apollinaire-funerale/">Al funerale di Walt Whitman (che quest’anno fa 200 anni) c’erano politici, vecchi soldati, pescatori d’ostriche e amanti (di entrambi i sessi), si fece baldoria, rissa e poesia. Il mirabile racconto di Apollinaire</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Dall’<em>Iliade</em> di Omero, a <em>I morti </em>di Joyce e <em>Il teatro di Sabbath</em> di Philip Roth, passando per quelle di <em>Mariti</em> di John Cassavetes, de <em>L’uomo che amava le donne</em> di François Truffaut e de <em>Il grande freddo</em> di Lawrence Kasdan, alcune immagini di funerali, tra le pagine scritte e il grande schermo, restano indelebili come una battuta udita in <em>Harry a pezzi </em>di Woody Allen </strong>(“Tu sei un mago con le parole, se no come avresti fatto a convincermi a farti un pompino al funerale di mio padre?”) e quanto certi dettagli delle cerimonie di sepoltura di tre grandi scrittori (la colossale partecipazione popolare al funerale di Victor Hugo, dopo dieci giorni di <em>battage</em> giornalistico, con tanto di bandiera rossa e cariche della polizia a Père Lachaise; il funerale cattolico “annacquato” di Joseph Roth, l’ebreo de <em>La leggenda del santo bevitore </em>fedele agli Asburgo, ma di cui i parenti non trovarono il certificato di battesimo; niente preti ma molti fiori e soprattutto soltanto donne alle esequie di Pierre Drieu La Rochelle, a Neuilly-sur-Seine).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra le pagine de <em>La Vie anecdotique</em> di Guillaume Apollinaire, si trova a vent’anni di distanza (il 1° aprile 1913) dalla cerimonia una testimonianza diretta della sepoltura (il 26 marzo 1892) del più grande poeta della giovane storia degli Stati Uniti, Walt Whitman</strong>, e di tutto quello vi girò attorno in una giornata di certo memorabile, con tante impressioni di ciò che era il popolo americano cantato nelle sue <em>Foglie d’erba </em>e di ciò che esso poteva portare di fronte al feretro del loro bardo: una grigliata di carne, una colossale bevuta, femmine feconde, graziosi fanciulli, bianchi e negre, bianche e negri, giornalisti e pescatori, contadini e infermieri… <strong>Ogni strato sociale della grande democrazia americana. Una musica da ballo concepita nei quartieri a luci rosse. Pugni assestati sulla bara ma anche su qualche grugno. Poeti. Versi. “Oh Capitano, mio Capitano! Il nostro tremendo viaggio è terminato! /</strong> La nave ha superato ogni ostacolo, l’ambìto premio è conquistato; / Vicino è il porto, odo le campane, tutto il popolo esulta”… (<em>Marco Settimini</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>***</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il funerale di Walt Whitman raccontato da un testimone</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un testimone del funerale di Walt Whitman me ne ha raccontato i dettagli. Li ho raccolti direttamente dalla sua voce e riproduco il suo racconto tale e quale me l’ha dettato, senz&#8217;aggiungervi nulla.</strong> D’altra parte mi è stato detto che nessuno aveva ancora pubblicato una relazione dettagliata di questa sepoltura che fu una grande festa popolare.</p>
<p style="text-align: justify;">“Walt Whitman, <em>the good gray poet</em>, aveva preso lui stesso delle disposizioni per il suo funerale. <strong>In segreto aveva messo da parte denaro a sufficienza per farsi costruire una tomba francamente brutta che di sicuro aveva disegnato lui stesso. Credo che la somma ammontasse a ventimila franchi.</strong> Dopo la sua morte fu affittato un grande terreno di solito occupato da circhi ambulanti. Il campo venne circondato da staccionate dipinte di verde. Furono costruiti tre padiglioni: uno per il corpo di Whitman; l’altro per fare il barbecue (bisboccia popolare in cui si arrostisce un manzo e un montone); il terzo per le bevande: barili di whisky, di birra, di limonata e d&#8217;acqua.</p>
<p style="text-align: justify;">Tremila e cinquecento persone, uomini, donne e bambini, andarono ad assistere a quel funerale senza invito.</p>
<p style="text-align: justify;">Avevano luogo vicino a Camden, New Jersey.</p>
<p style="text-align: justify;">Tre grandi fanfare in uniforme suonavano a turno. <strong>Tutti coloro che Walt aveva conosciuto erano presenti: i poeti, i gli eruditi e i giornalisti di New York, gli uomini politici venuti da Washington, dei vecchi soldati, degli invalidi del Nord e del Sud, i fattori, i pescatori d’ostriche del dipartimento in cui era nato, gli <em>stage drivers</em> (vetturini d&#8217;omnibus) di Broadway, dei negri, le sue antiche amanti e i suoi <em>comerados</em> (con questa parola, che credeva fossa spagnola, designava i giovani che aveva amato nella sua vecchiaia e non dissimulava affatto il suo gusto per i ragazzi),</strong> i medici della guerra, gli infermieri e le infermiere, i genitori dei feriti e degli uccisi nel corso della guerra, tutte persone che avevano conosciuto Whitman e con le quale aveva corrisposto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I pederasti erano venuti in massa, e il più accerchiato era un giovane tra i venti e i ventidue anni celebre per la sua bellezza, Peter Connelly, un irlandese conducente di tram a Washington</strong> prima e a Philadelphia poi che Whitman aveva amato più d’ogni altra cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti quanti si ricordavano d&#8217;aver spesso visto Walt Whitman e Peter Connelly seduti sul bordo del marciapiede a mangiare angurie. Così, pure in quella festa, o meglio in quel funerale, c’erano dei grandi cumuli di angurie a disposizione del pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">I discorsi non erano preparati. Parlava chi voleva. L’oratore saliva su una sedia o su un tavolo e molti oratori parlavano in contemporanea.</p>
<p style="text-align: justify;">Furono letti un gran numero di telegrammi e cablogrammi inviati da poeti americani ed europei.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti di quei telegrammi e cablogrammi erano redatti in versi.</p>
<p style="text-align: justify;">La maggior parte delle arringhe riguardarono i nemici di Whitman.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutti bevvero enormemente. Ci furono sessanta scazzottate e la polizia intervenne arrestando cinquanta persone.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La festa durò dall’alba al tramonto. Molti degli oratori che parlarono accanto alla bara enfatizzarono i loro discorsi battendo i pugni sulla bara.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si pensa che molti figli di Whitman fossero presenti assieme alle loro madri bianche o nere, ma non è cosa certa. </strong>Whitman era solito dire d’aver conosciuto sei dei suoi figli, ma che sicuramente ne esistevano molti altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Al calar del sole si formò un grande corteo preceduto dai musicisti che suonavano il <em>rag-time</em><strong>. Poi veniva il feretro di Whitman portato da sei uomini ubriachi e seguito dalla folla. </strong>Si andò così dal campo recintato al cimitero dove la tomba si erigeva in cima a una collina. I musicisti non smisero mai di suonare durante tutta la cerimonia.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli uomini che portavano il feretro cercarono di farlo entrare nel mausoleo, ma la porta era troppo stretta; si misero a quattro zampe e issandosi il feretro sulla schiena riuscirono a entrare nella tomba. <strong>È così che il grande poeta democratico entrò nella sua ultima dimora e la folla, cantando, accarezzandosi, titubando, riprese i tram</strong> per riguadagnare Philadelphia”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Guillaume Apollinaire</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Traduzione italiana di Marco Settimini</em></p>
<p><em>**In copertina: Walt Whitman fotografato nel 1891 da Samuel Murray</em></p>
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		<title>100 anni dopo Apollinaire: un invito a tradurre tre opere inedite. Ovvero, quando il geniale Guillaume scrisse la storia di mago Merlino</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Nov 2018 08:01:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Se là dovessi morire, sul fronte armato / piangeresti per un giorno, oh Lou mia amata / […] // Ricordo dimenticato vivo in ogni cosa / farei rossa la punta dei tuoi bei seni rosa. (Guillaume Apollinaire, Se là dovessi morire&#8230;). Alle 11 del giorno 11 novembre 1918 entra in vigore l’armistizio che pone fine alla Prima Guerra mondiale. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/100-anni-dopo-apollinaire-un-invito-a-tradurre-tre-opere-inedite-ovvero-quando-il-geniale-guillaume-scrisse-la-storia-di-mago-merlino/">100 anni dopo Apollinaire: un invito a tradurre tre opere inedite. Ovvero, quando il geniale Guillaume scrisse la storia di mago Merlino</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Se là dovessi morire, sul fronte armato / piangeresti per un giorno, oh Lou mia amata / […] // Ricordo dimenticato vivo in ogni cosa / farei rossa la punta dei tuoi bei seni rosa.</em> (<em>Guillaume Apol</em><em>linaire, </em><em>Se là dovessi morire&#8230;</em><em>).</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alle 11 del giorno 11 novembre 1918</strong> entra in vigore l’armistizio che pone fine alla Prima Guerra mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Meno di due settimane prima, con la resa degli austriaci, si è conclusa l’avventura del Sacro Romano Impero. La firma, nella villa del conte Vettor Giusti del Giardino, in quel di Padova.</p>
<p style="text-align: justify;">A Vittorio Veneto non c’è stato un vero successo italiano, l’esercito asburgico è semplicemente venuto meno. Già a Vienna e a Budapest scoppiano le prime rivolte di matrice bolscevica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Molti poeti segnarono e cantarono quegli anni, vivendo sia nelle trincee che sulla pagina scritta, tanto che non è facile scegliere con quale voce ricordare i tragici eventi finali del conflitto che marcò la fine di quello che Stephen Zweig chiamerà il “mondo di ieri”, con nefasti presagi condivisi con tanti altri scrittori, e con un titolo passato alla storia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo si potrebbe fare con quella di Giuseppe Ungaretti</strong>, ma è scelta fin troppo ovvia, da programma scolastico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo si potrebbe fare ricordando Charles Péguy</strong>, ucciso nelle prime schermaglie del conflitto, ma già è passato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo si potrebbe fare traducendo il simbolista Francis Jammes</strong> e le sue <em>Cinq Prières pour le temps de la guerre.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo si potrebbe fare ritraducendo <em>Dieci giorni in Italia</em>,</strong> il retorico diario di Maurice Barrès dal fronte triveneto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo si potrebbe fare ricordando di Pierre Drieu La Rochelle,</strong> altro reduce del fronte che, assieme a Georges Bernanos, vide tutto prima di tutti, o i versi di <em>Interrogation</em> (La Finestra Editrice 2015, ed. bilingue), oppure, in modo più provocatorio ma forse più pertinente, in questi tempi di ruvide frizioni tra globalisti e sovranisti, tra europeisti e nazionalisti, tra riformatori illusi e illusionisti italici, <em>L&#8217;Europe contre les patries </em>(La Finestra Editrice 2015, ed. bilingue), un libello polemico e per certi versi geniale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63877 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/calligrammi.jpg" alt="Apollinaire" width="125" height="163" />Oppure ancora ricordando Guillaume Apollinaire</strong> e riscoprendo tre sue opere mai tradotte in lingua italiana&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Il calendario preme di suo per questa opzione, visto che il poeta soldato perì nella sua (dal 1900) Parigi appena due giorni prima di quel fatidico 11 novembre, e impone di commemorare con un breve profilo tanto la fine della Grande Guerra quanto quella di uno scrittore tra i più decisivi del Novecento e quella di un mondo che nelle trincee è morto.</p>
<p style="text-align: justify;">Apollinaire, di Barrès l’antitesi, di Ungaretti amico, di Jammes fratello, pur assai differente, e che come Drieu approcciò le rive – presto divenute derive – del surrealismo (che d’altro canto fondò e definì, col dramma <em>Le mammelle di Tiresia</em>: il termine appare in una lettera a Paul Dernée e nel sottotitolo del libro) frequentando tra gli altri l’ebreo poi convertito cattolico (e futuro martire della Seconda Guerra mondiale) Max Jacob, in realtà non era nato in Francia bensì in quel di Roma (nel 1880) da uno svizzero di cognome italiano che mai lo riconobbe e da una nobildonna polacca (stirpe dei Kostrowitzky che si estinguerà nel 1919) ma tutta la sua carriera letteraria si svilupperà sui bordi della Senna, con la fondamentale parentesi sotto le armi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra le opere più conosciute, i versi di <em>Alcools</em>, i racconti fantastici de <em>L’Eresiarca &amp; C.</em>, il breve romanzo o novella lunga <em>Le undicimila verghe</em></strong> (un vero e proprio florilegio d’ogni immaginabile perversione erotica: zoofilia, sodomia, necrofilia, pederastia, gerontofilia e perfino stupri), numerosi e importanti contributi di critica d’arte (appassionandosi di simbolismo e orfismo, di cubismo e futurismo), le cronache parigine <em>Il flâneur delle due rive</em>, i diari intimi di tutta la vita (1898-1918), editi in Francia con ritardo (nel 1991), ma soprattutto i <em>Calligrammi</em> (il sottotitolo spesso dimenticato: <em>Poemi della pace e della guerra</em>), che rimodellarono le formule visive della poesia, piccolo paradosso per chi si era formato come stenografo, e ancora le prose del volume <em>Il poeta assassinato</em>, titolo sinistro per un libro ispirato dalla guerra vissuta in qualità di brigadiere nel 38° reggimento di artiglieria e poi sottotenente nel 96° fanteria.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si era presentato volontario agli inizi della guerra. Dapprima rifiutato in quanto di cittadinanza russa.</strong> Poi accettato, nel dicembre del 1914, cosa che darà il là al processo di naturalizzazione francese, infine ottenuto pochi giorni prima d&#8217;esser ferito alla testa da un obice&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Sul fronte continua a scrivere. In modo particolare dei versi. Un esempio è il piccolo quaderno <em>Case d’armons</em>, ma anche parte dei <em>Calligrammi</em> e delle appassionate poesie per la fidanzata, edite solo trentasette anni dopo con un titolo apocrifo, <em>Tendre comme le souvenir</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di ritorno da un breve permesso passato in Algeria con Jaqueline Kolb, la donna che si accinge a sposare (è il 1918),</strong> dalle prime linee del fronte le invia un messaggio: “Ti lascio tutto ciò che possiedo, e questo sia considerato il mio testamento, all’occorrenza”. Giusto tre giorni dopo, in una trincea del bosco di Buttes, nei pressi di Berry-au-Bac, Aisne, una granata trapassa l’elmetto del poeta, che  rimane ferito alla tempia destra. Portato in ospedale, viene operato, e l’incisione a forma di “T” che gli viene praticata nelle ossa del cranio permette ai medici di estrarre le schegge che sono penetrate. Lo trasferiscono prima nella vicina Château-Thierry, poi presso l’ospedale Val-de-Grâce di Parigi, infine presso quello italiano, in cui presta servizio l&#8217;amico Serge Férat. Il poeta guarisce ma soffre di svenimenti e di una paralisi sul lato sinistro. Trasportato nella Villa Molière, Auteuil, subisce una trapanatura, riuscita. Tuttavia&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">A dispetto della ferita Apollinaire non viene riformato bensì distaccato presso la direzione delle relazioni del comando militare con la stampa, in parole povere la censura, e successivamente presso il gabinetto del Ministero delle Colonie. Nel mentre collabora con varie riviste letterarie alquanto ardite, come <em>Sic</em>, <em>391</em> e <em>Nord-Sud</em>, e scrive una prefazione a un volume delle poesie di Baudelaire che va ad aggiungersi a quelle dedicate a Sade (1909), Aretino (1909-1910) e altri libertini italofoni (1910), tutti per la “Bibliothèque des Curieux”, e alle curatele del libro <em>Des Pensées inédites</em>, con i disegni di Raoul Dufy (1920) e dei sonetti di Michelangelo, evidenti testimonianze di una proteiforme volontà di collegare le arti visive e quelle della parola.</p>
<p style="text-align: justify;">Una malattia polmonare costringe però il poeta a una nuova degenza presso la Villa Molière, eppure, mentre vengono dati alle stampe i <em>Calligrammi</em>, <strong>riesce a sposarsi, con due testimoni di nozze d’eccezione, Pablo Picasso e Ambroise Vollard, il grande collezionista, e moltiplica le collaborazioni con i giornali trovando il tempo per iniziare le bozze di un romanzo,</strong> <em>Les Clowns d’Elvire </em>o<em> Les caprices de Bellone.</em></p>
<p style="text-align: justify;">L’influenza spagnola – “influenza intestinale complicata da congestione polmonare”, annota più precisamente ancora nel suo diario Paul Léautaud – <strong>gli è tuttavia fatale il 9 novembre o forse il giorno precedente, visto che proprio Ungaretti, accorso per comunicargli la vittoria bellica, lo trova morto nel suo letto, al 202 di boulevard Saint-Germain,</strong> con la “bella rossa” che, disperata, ancora lo veglia al capezzale.</p>
<p style="text-align: justify;">E non è leggenda ma cronaca la coincidenza per cui, nel pieno della sua agonia, lo scrittore abbia potuto udire una folla di parigini sfilare, posseduti dal loro vecchio vizio del godimento sadiano da ghigliottina, al grido di: “<em>À mort Guillaume !</em>”, riferito non ad Apollinaire bensì a Guglielmo II, l’imperatore della casa Hohenzollern che aveva abdicato lo stesso giorno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il nome del poeta soldato è oggi citato sulle targhe commemorative del Panthéon parigino</strong> nella lista degli scrittori morti per la bandiera francese nel corso della Grande Guerra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanto alla tomba a Père Lachaise, tre opere proposte da Picasso come monumento funerario</strong>, voluto da un comitato d’artisti, vengono tutte rifiutate, una perché ritenuta oscena.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine, sulla sepoltura del poeta verrà eretta una sorta di menhir realizzato da Férat, artista oltre che infermiere, con un duplice epitaffio, ovvero tre strofe dalla poesia intitolata <em>Collina</em> e un calligramma a forma di cuore: “il mio cuore simile a una fiamma rovesciata”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63878 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/alcools-187x300.jpg" alt="Apollinaire" width="129" height="207" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/alcools-187x300.jpg 187w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/alcools-768x1232.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/alcools-638x1024.jpg 638w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/alcools-600x963.jpg 600w" sizes="(max-width: 129px) 100vw, 129px" />L’influenza di Apollinaire sarà vasta e profonda, da Blaise Cendrars, dadaista della prima ora, ai surrealisti, a Henry Miller</strong> che ammise di esser stato fulminato da una delle figure davvero più surreali del poeta francofono: “accanto a un signore che mangia sé medesimo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, mitomane quanto Cendrars o forse no, nel<em> Tropico del Cancro</em> Miller sostiene anche di aver cominciato a scrivere un po’ alla maniera di Apollinaire non già a Parigi bensì ancora ai tempi di New York, senza conoscerne in alcun modo il nome: “Ah, sì, se avessi saputo allora che esistevano individui simili [&#8230;], se l’avessi saputo allora, se avessi scoperto che a loro modo pensavano le stesse cose mie, credo che sarei esploso. Sì, credo che sarei saltato come una bomba”.</p>
<p style="text-align: justify;">La posterità ha d’altro canto potuto far piena conoscenza col poeta soldato, scoprendo anche tutte le parole destinate alla sua “Lou”, Louise de Coligny-Châtillon, nome d’arte di Geneviève Marguerite Marie-Louise de Pillot de Coligny, con la quale sperimentò un amore torturato più che vissuto, sadomasochista anche nelle parole che ispirò (nello scambio epistolare si scorge infatti un continuo scambiarsi il ruolo di vittima e carnefice, lui sadico e lei che vuol sentirsi libera).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un amore nato quando il poeta era sotto le armi e durato due anni, da cui si evince come la guerra non riuscì a distrarlo né dalle sottane né dalla poesia, pur non venendo mai meno la sua dedizione verso l’esercito,</strong> visto che era non solo desideroso di guadagni, invero modesti, ma anche e soprattutto di brillare agli occhi delle sue donne, facendo virtù di una sorprendente capacità di adattamento alla vita militare, di cui aveva dato prova già in gioventù, al collegio e al convitto&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Ad Apollinaire uomo socievole e semplice (“Mi auguro in casa: / una donna ragionevole, / un gatto che passa tra i libri, / degli amici in ogni stagione. / Senza cui non posso vivere.”), la vita in caserma non pare creare alcun problema, e ne trae anzi ispirazione, sebbene quello trascorso con i compagni d&#8217;armi non possa valere il tempo passato con le compagne di letto&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Specie quello, appunto più sognato che trascorso, in compagnia di Lou. “Mia cara stellina palpitante ti amo”. Melenso? Forse. Semplice? Certo. Ma tanto per cominciare si contestualizzino queste parole. Dal fronte. E poi. Meno semplice di sicuro era la ragazza, che lo faceva struggere in trincea, e che un amico del poeta, la ben la conosceva, tratteggiava in questi termini: “spiritosa, disinvolta, frivola, impetuosa, puerile, sensibile, sfuggente, nervosa, insomma un po&#8217; matta”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Poesie erotiche per Lou e Madeleine </em>(Newton &amp; Compton 1976),<em> Lou, mia regina</em> (Archinto 1999), <em>Ti amerò di un amore nuovo. Lettere a Lou </em>(L&#8217;orma 2016) e<em> Poesie per Lou e altri versi d&#8217;amore</em> (Passigli 2017) sono i titoli delle numerose e tuttavia mai complete edizioni in lingua italiana delle opere legate alla figura di Lou, pubblicate solo nel Dopoguerra in Svizzera, e soltanto nel 1969 in Francia. Ma una vita editoriale non proprio lineare è stata anche quella di tre prose.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>L’Enchanteur poutrescent [L’incantatore putrescente] </em>(1909), scritta da un Apollinaire diciottenne, illustrata dalle xilografie di André Derain ed edita da un mercante d’arte, Daniel-Henry Kahnweiler, e poi dalla Nouvelle Revue Française, <strong>è opera prima di enorme libertà compositiva in cui nel bosco fatato del ciclo di Merlino e re Artù s&#8217;intrecciano le storie, i dialoghi e le azioni di figure quali Tiresia ed Elena, Apollonio di Tiana e Simone lo Stilita, Empedocle e san Michele, i Druidi e altri eroi delle leggende celtiche e della mitologia greca, i patriarchi d’Israele, come Elia ed Enoch, e una serie di mostri che paiono usciti direttamente dal libro di Giobbe</strong> e dai testi medievali, tutti avvolti in un incantesimo letterario sospeso tra Villon e Maeterlinck, tra Merril e Gourmont, tra il simbolismo dei dipinti di Puvis de Chavanne e i surrealisti ancora là da venire.</p>
<p style="text-align: justify;">Non di mero folclore si tratta ma già di un tentativo d’avanguardia che l&#8217;autore stesso definirà un testamento della sua prima estetica, testimonianza decisiva delle sue letture più amate, da cui mai si distaccherà, visto che Merlino e la Fata Morgana, i presagi, i talismani, i segni premonitori tornano per esempio in <em>Alcools.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La Femme blanche des Hohenzollern [La donna bianca degli Hohenzollern]</em> (1918), è l’esito di un contratto firmato con l’editore Briffaut per due volumi, <em>Raspoutine</em> e <em>La Dame blanche des Hohenzollern</em>, che avrebbero dovuto far seguito a <em>La Roma dei Borgia</em>, <em>La fine di Babilonia</em> e <em>I tre Don Juan</em> nella serie “L&#8217;Histoire romanesque”. Di <em>Raspoutine</em> Apollinaire ha scritto solo qualche riga, de <em>La Dame blanche</em> tre capitoli consegnati nel 1918, un manoscritto che riporta numerosi dispacci della “Radio”, l’agenzia telegrafica tedesca, diffusi tra il 1914 e il 1917, riutilizzazione di frammenti testuali in forma di <em>collage</em> in cui lo scrittore esalta la mobilitazione bellica dei francesi. Si trattava a suo avviso di un vero e proprio “miracolo”, la prima “meraviglia” del conflitto. Il titolo del secondo capitolo sintetizza le due passioni del poeta, ovvero l&#8217;amore e la guerra.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La Femme assise [La donna seduta]</em> (1920), altra opera incompiuta, è una prosa che la critica descrive come poco riuscita, certo eterogenea, assai divagante, ma affascinante proprio in virtù del suo carattere aneddotico, ricca com&#8217;è di riferimenti a quel vecchio mondo modiglianesco degli <em>habitué</em> dei bar di Montparnasse.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alla mancanza di edizioni italiane di questi tre testi che ovviamente hanno trovato spazio nella “Pléiade” Gallimard, c’è in realtà una piccola giustificazione, ovvero il fatto che l&#8217;opera dello scrittore è eccezionalmente di dominio pubblico</strong> solo da cinque anni, dunque non dopo i canonici settanta bensì dopo novantacinque.</p>
<p style="text-align: justify;">Il motivo è una proroga concessa dal legislatore francese su richiesta dei titolari, dovuta precisamente al fatto di esser stato riconosciuto come artista morto per la Francia, con la possibilità di “recuperare” gli anni di guerra in cui l&#8217;opera non fu sfruttata.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-63879 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/lettres-206x300.jpg" alt="Apollinaire" width="137" height="199" />Non sorprenda l’idea, poetica, della “meraviglia” della guerra, e non solamente nel senso di una mobilitazione come salvaguardia della libertà dai tedeschi. <strong>Nelle opere Apollinaire c’è stato spazio anche per un gusto per il futurismo, movimento cui inizialmente aderì per poi prenderne inevitabilmente le distanze:</strong> “Non piangete dunque sugli orrori della guerra / prima di essa non avevamo che la superficie / della terra e dei mari / dopo avremo gli abissi / il sottosuolo e lo spazio aviatorio / padroni del timone / dopo dopo / prenderemo tutte le gioie / dei vincitori che si rilassano / Donne Giochi Officine Commercio / Industria Agricoltura Metallo // Fuoco Cristallo Velocità”, recita il poema <em>Guerra</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’avanguardia della poesia,</strong> profondamente irreligiosa, pagherà il s uo scotto nelle prime linee.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’avanguardia delle trincee. </strong>Fu la declinazione più allucinata e devastante del coraggio che Miller invoca nel <em>Tropico del Capricorno </em>di far saltare il ponte della vita quotidiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Così crollò il mondo di ieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma quale sciagura vera se crollasse il ponte della poesia, e quello tra i mondi di ieri e di oggi!</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sous le pont Mirabeau coule la Seine et nos amours…</em></p>
<p style="text-align: justify;">Passano i giorni. Passano i mondi. L’amore è lo stesso. Trovarsi su un fronte e sognare di far piangere l’amata e far rosse le punte di due bei seni rosa.</p>
<p style="text-align: justify;">“L’amore se ne va come quest’acqua che scorre / l’amore se ne va come la vita è lenta / e come la speranza è violenta // Viene la notte e suona l’ora”&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Settimini</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>L’</strong></em><em><strong>incantatore putrescente</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa diventerà il mio cuore tra quelli che si amano tra loro? Ci fu un tempo una damigella di grande bellezza, figlia di un povero valvassore. La damigella era in età da matrimonio, ma diceva a suo padre e a sua madre che non la maritassero e che era decisa a non vedere uomo, perché il suo cuore non avrebbe potuto soffrire una simile cosa e resistere. Il padre e la madre cercarono di farla tornare sulla sua decisione, ma non ci riuscirono in alcun modo. Disse loro che se l’avessero costretta a vedere un uomo, subito ne sarebbe morta o sarebbe andata fuori di senno; e quando sua madre le chiese in privato, come madre, se voleva sempre astenersi dagli uomini, rispose di no, ma non solo: se fosse potuta stare in compagnia di un uomo che non avesse visto affatto, l’avrebbe amato appassionatamente. Il valvassore e sua moglie, che non avevano altri figli oltre a lei e che l’amavano come si deve amare un figlio unico, non vollero rischiare di perderla. Soffrirono e si addolcirono, sperando che cambiasse idea. Nel giro di qualche tempo il padre morì e dopo il suo trapasso la madre supplicò sua figlia di prendere marito, ma costei non volle saperne. <strong>A quel punto accadde che un diavolo si presentò alla damigella nel suo letto, approfittando della notte scura. Cominciò a pregarla molto do</strong><strong>lcemente e le promise che mai l’</strong><strong>avrebbe visto. Gli chiese chi fosse: “Sono,” disse, “un uomo venuto da una terra straniera e come lei non potrebbe vedere uomo, io non potrei vedere don</strong><strong>na con la quale andassi a letto</strong><strong>”</strong><strong>.</strong> La damigella lo tastò e sentì che aveva il corpo molto ben fatto. E l’amò appassionatamente, fece la sua volontà e celò il tutto alla madre e a tutti gli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver condotto quella vita per un mese, rimase incinta, e, quando partorì, tutti si meravigliarono perché del padre non ne sapevano nulla e lei non voleva parlarne. <strong>Fu un figlio maschio e gli fu dato il nome di Merlino. </strong>E quando compì dodici anni anni fu portato da Uter Pandragon.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo che il duca di Tintaguel morì per via del tradimento di Uter Pandragon e di Merlino a favore di Egerver, la duchessa che Uter Pandragon amava, Merlino se ne andò nelle foreste profonde, oscure e antiche. Aveva la stessa natura del padre, perché era deludente e sleale e conobbe tutto ciò che un cuore può sapere quanto a perversità. C’era nella contrada una damigella d’enorme bellezza che si chiamava Viviane o Eviène. <strong>Merlino prese ad amarla, e andava spesso là dove si trovava, tanto di giorno quanto di notte. La damigella, che era avveduta e cortese, si difese a lungo e un giorno lo scongiurò di dirgli chi fosse, ed egli disse la verità. </strong>La damigella gli promise di far tutto ciò che gli avrebbe fatto piacere, se prima le avesse insegnato una parte del suo intuito e della sua scienza. E lui, che l’amava almeno quanto potrebbe amare un cuore mortale, le promise che le avrebbe insegnato tutto ciò che avrebbe domandato: “Voglio,” fece la donna, “che lei m’insegni come e in quale maniera e con quali possenti parole potrei chiudere un luogo e tenervi chi volessi senza che nessuno potesse entrarvi o uscirvi. E voglio anche che m&#8217;insegni come potrei far dormire chi volessi.</p>
<p style="text-align: justify;">“Perché,” fece Merlino, “vuol sapere tutto questo?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Perché,” fece lei, “se mio padre sapesse che lei è stato a letto con me mi ucciderebbe all’istante e se lo facessi dormire sarei al sicuro. Ma si guardi dall’incantarmi a proposito di ciò che le chiedo, perché sappia che in tal caso non avrà mai il mio amore, né la mia compagnia”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Merlino le insegnò ciò che chiedeva e la damigella scrisse le parole che udiva, di cui egli si serviva tutte le volte che andava a trovarla. E lui si addormentava immediatamente.</strong> Si comportò in quella maniera molto a lungo, e quando la lasciava pensava sempre di esser stato a letto con lei. Lei lo deludeva così perché lui era mortale; ma se fosse stato in tutto e per tutto un diavolo lei non l’avrebbe potuto deludere, perché un diavolo non può dormire. Alla fine venne a sapere da lui così tante cose meravigliose che lo fece entrare nella tomba, nella foresta profonda, oscura e perigliosa. E colei che addormentò così bene Merlino era la dama del lago in cui ella viveva. Ne usciva quando voleva e vi tornava liberamente, unendo i piedi e tuffandovisi dentro.</p>
<p><strong><em>Guillaume Apollinaire</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/100-anni-dopo-apollinaire-un-invito-a-tradurre-tre-opere-inedite-ovvero-quando-il-geniale-guillaume-scrisse-la-storia-di-mago-merlino/">100 anni dopo Apollinaire: un invito a tradurre tre opere inedite. Ovvero, quando il geniale Guillaume scrisse la storia di mago Merlino</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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