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	<title>Sacro Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>A chi stiamo rendendo la vita? A Cesare o a Dio?</title>
		<link>https://www.pangea.news/rendere-la-vita-alessandro-deho/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Oct 2026 04:08:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Sacro]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Dehò]]></category>
		<category><![CDATA[Impacciato di bocca]]></category>
		<category><![CDATA[sacro]]></category>
		<category><![CDATA[Vangelo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli:</strong></p>



<p><strong>«Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».</strong></p>



<p><strong>Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». (Mt 22,15-21)</strong></p>



<p>*</p>



<p><strong>EVITARE E OPPORSI</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La risposta di Gesù alla domanda trabocchetto che gli viene rivolta dai suoi avversari batte due piste: evita la politicizzazione dell’immagine di Dio e si oppone alla sacralizzazione del potere politico”. </strong></p>
<cite><strong>(Comunità di Bose, “Eucarestia e Parola”, Vita e Pensiero, 2010)</strong></cite></blockquote>



<p>Se non sapessimo delle intenzioni dei farisei, se tagliassimo il versetto iniziale che ci pone in una situazione di netto vantaggio, saremmo in balia dell’ambiguità del lessico del potere. E sarebbe faticoso districare la matassa. Dubitare sempre della buona fede altrui, fino a perdere lo stupore dell&#8217;incontro, oppure fidarsi sapendo che ogni parola può diventare una trappola?</p>



<p>La traduzione letterale del versetto di Matteo dice che i farisei tennero consiglio per tentare di “<em>prendere al laccio con la parola</em>” Gesù. Prendere al laccio con la parola, il verbo a farsi trappola e non carne, il pensiero a tessere ragnatele per proteggersi dall’incontro con l’Innocente che smaschera la nostra ipocrisia. Grande rischio anche per noi, tessiture di pensieri per impedire di cedere all’Annuncio.</p>



<p>Se non avessimo il primo versetto potremmo pensare a un gruppo di farisei convertiti: chiamare Gesù “maestro”, appellarsi alla verità, usare il nome di Dio per adulare, riconoscere la sua radicale coerenza. Invece, anche nella forma, siamo solo all’interno dei soliti ed eterni giochi di potere: i mandanti stanno nell’ombra, i discepoli vengono sacrificati, tutto è camuffato.&nbsp;</p>



<p><strong>Il potere se non è declinato in servizio, se non si muove nella carità, scade subito in abuso. In idolatra. E come ogni idolatria miete vittime.</strong>&nbsp;All’idolo si sacrificano discepoli innocenti e innamorati dei propri maestri. Il potere è così seducente e diabolico che persino chi lo esercita può non riconoscere la violenza che produce.</p>



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<p>Occorrerebbe vegliare, attentamente. Il Vangelo dice che Gesù conosce la “malignità” nel cuore dei farisei, la loro ipocrisia, e per questo risponde con una domanda in grado di ribaltare le sorti del confronto: chiede di mostrare la moneta che loro stessi hanno in tasca. Tutto sembra molto facile: Gesù che conosce e i discepoli dei farisei che subito consegnano il denaro in loro possesso tradendosi. Il Vangelo rende chiaro ciò che nella vita non è così facile smascherare. E lo fa, forse, per interrogare noi che leggiamo, noi che abbiamo tasche piene di monete straniere.&nbsp;<strong>Noi che facciamo fatica a evitare la politicizzazione dell’immagine di Dio, usandolo per i nostri fini. E che lo facciamo probabilmente con tutte le buone intenzioni.&nbsp;</strong>Brano per noi che facciamo fatica a rimanere immuni da un potere che tenta sempre di mostrarsi sacro, anche quando non è forma della minorità evangelica.</p>



<p>Grandissima tentazione è allora quella di separare i poteri, di relegare la fede a sfera privata, di renderla immune dai problemi concreti della gente. Per non trasformare il Vangelo in una semplice prassi caritativa, si rischia di chiudere gli occhi sui problemi dei poveri; per non entrare in conflitto con scelte etiche molto discutibili, ci si rifugia solo nella coscienza individuale.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="746" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/10/20230318125412_DSC_0326-3-746x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108816" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/10/20230318125412_DSC_0326-3-746x1024.jpg 746w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/10/20230318125412_DSC_0326-3-219x300.jpg 219w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/10/20230318125412_DSC_0326-3-768x1054.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/10/20230318125412_DSC_0326-3-600x823.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/10/20230318125412_DSC_0326-3.jpg 787w" sizes="(max-width: 746px) 100vw, 746px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Ecce Homo </em>di scuola fiamminga, XVI secolo, particolare</figcaption></figure>



<p>Appiattirsi solo sull’accompagnamento personale (chiaramente necessario!), appellarsi solo alla coscienza individuale, può diventare alibi per non prendere posizione, per evitare i conflitti. Dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio può diventare la giustificazione per evitare qualsiasi confronto, qualsiasi contrasto. Ma è davvero quello che Gesù intendeva nel Vangelo?</p>



<p>*</p>



<p><strong>PROFETI SE SRADICATI</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La vocazione di Dio li sradica (i profeti) dalle certezze antiche, che venivano dalla appartenenza a un popolo. E tuttavia proprio a quel popolo è rivolto il loro messaggio, e non certo ad anime sradicate dal contesto sociale. Non a caso, i profeti furono sempre in conflitto con re, giudici, sacerdoti, ricchi e potenti in genere, dai quali dipende la configurazione complessiva dei rapporti sociali.” </strong></p>
<cite><strong>(Giuseppe Angelini, <em>“Se vuoi essere perfetto”</em>, Edizioni Glossa, 2007)</strong></cite></blockquote>



<p>La Bibbia non ci consegna un atteggiamento credente sempre comprensivo ed inclusivo. I profeti sono tali perché sono uomini scomodi, gettati nella mischia degli interessi concreti di un popolo, dei suoi governanti. Denunciano gli abusi e il tradimento dell’alleanza.</p>



<p><strong>Oggi rischiamo di credere profeti uomini dal grande carisma. Non è così. Il profeta prima di tutto è un chiamato, uno che rischia</strong>, che mette a repentaglio la propria vita per far saltare il sistema di potere.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“I profeti di Israele (…) sono chiaramente fautori del principio della responsabilità personale, e prima ancora della vocazione personale. Ciascuno è quel singolo, chiamato per nome da Dio e destinato a rispondere personalmente a lui e a lui soltanto.” </strong></p>
<cite><strong>(Giuseppe Angelini. <em>“Se vuoi essere perfetto”</em>, Edizioni Glossa, 2007)</strong></cite></blockquote>



<p>Un profeta è un uomo che non dilata il proprio narcisismo facendolo passare per vocazione divina. Il profeta sa che è un chiamato,&nbsp;<strong>e un chiamato è uno spossessato da se stesso.</strong>&nbsp;Un profeta può dire “io” solo perché la sua persona è stata totalmente afferrata da Dio.&nbsp;</p>



<p>Quando ci illudiamo di essere profetici dovremmo stare molto attenti.&nbsp;<strong>Ci sono “profeti” che sono funzionali al sistema, c’è gente che spaccia per profetiche le proprie posizioni ma non sono altro che meccanismi perfetti per stare al gioco dell’apparire.&nbsp;</strong>Il profeta è un uomo costretto a dare la vita per una verità scomoda. Il profeta è un perdente.</p>



<p>Ma il fatto che servano profeti è segno anche di altro: che la fede non è sradicata dal contesto sociale. Che l’incarnazione del Verbo chiede di misurare la fede su atteggiamenti, scelte, decisioni pratiche e, quindi, politiche.&nbsp;</p>



<p>Dare a Cesare quello che è di Cesare è inaugurare un altro stile di vita e non rifugiarsi in una fede disincarnata, costretta solo nello spazio di una ipotetica “coscienza”.&nbsp;</p>



<p><strong>Tutto ciò che facciamo è politico, anche ritirarsi dal mondo.</strong>&nbsp;Domanda vera: per chi lo facciamo, per Cesare o per Dio? Chi ce lo chiede? A chi stiamo&nbsp;<em>rendendo</em>&nbsp;la nostra vita?</p>



<p>*</p>



<p><strong>FATE ALTRO, LASCIATELI DA PARTE</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ancora una volta è il potere stesso a essere messo sotto accusa (il potere che corrompe). (…) Tuttavia, notiamo anche che Gesù non raccomanda la rivolta e lo scontro fisico contro questi re e questi grandi, ma come succede spesso rigira la domanda e mette in causa i suoi interlocutori: che non avvenga così fra voi. In altre parole, li esorta non tanto a combattere questi re quanto a lasciarli da parte e a costituire ai margini una società diversa, una società dove non ci sia né potere, né autorità, né gerarchia… Fate altro, fate qualcosa di diverso da ciò che si fa normalmente in questa società che non riuscite a modificare: spetta a voi creare un’alta società su altre basi.” </strong></p>
<cite><strong>(Jacques Ellul, <em>Anarchia e cristianesimo</em>, Edizioni Elèuthera, 2021)</strong></cite></blockquote>



<p>Costruire una società diversa. Le parole di Ellul mi affascinano sempre ma sempre sono per me dolorose. Qui non posso fingere di rimanere asettico. Perché sono uno di quelli che ha creduto davvero di poter costruire una società diversa, che si muovesse lontano dalle logiche di potere. Ho fallito. E porterò con me i segni di tentativi ingenui e pericolosi del mio operare in parrocchia. Non basta chiamare “servizio” il potere. Non basta invocare la “sinodalità” se le decisioni continuano a muoversi con le logiche di sempre. Non basta illudersi che la gerarchia possa scomparire.</p>



<p><strong>Umanamente questa sfida è fallimentare, perché esiste il “male”, questo mi ricordava un caro amico filosofo. E l’uomo non è naturalmente “buono”.</strong>&nbsp;Nemmeno io, anche se ero in buona fede quando credevo impossibile resistere al richiamo pratico del Vangelo. Anche e soprattutto quando ero convinto che la mia interpretazione della Buona Novella fosse perfetta, irresistibile, funzionale al bene. Di fatto, l’unica possibile.</p>



<p>Ragionavo da Cesare, un Cesare «sacro», ma lontano dalla verità. Rendere a Dio ciò che è di Dio significa lasciarsi conformare a Cristo: diventare segno di un’autorità che non si impone, ma fa crescere.</p>



<p>In un mirabile libretto di tanti anni fa Hans Urs von Balthasar scriveva:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“In Gesù Cristo essere e comportamento coincidono. Egli è il Figlio di Dio e si comporta come tale. Parla e agisce con potere e autorità divini, ma giammai solo per dominare, bensì per servire, per aiutare gli altri a progredire, anche là dove si mostra dominatore (<em>auctoritas</em> viene da <em>augere</em>: favorire la crescita).” </strong></p>
<cite><strong>(Hans Urs von Balthasar, <em>Piccola guida per i Cristiani</em>, Jaca book, 1986)</strong></cite></blockquote>



<p>Credo abbia perfettamente ragione von Balthasar, rendere a Dio quel che è di Dio allora non è altro che affidarsi a Gesù Cristo, consegnarsi al “<em>modello di chiunque ha autorità nel mondo degli uomini</em>”.&nbsp;&nbsp;<strong>Un modello che prevede lo svuotamento e la consegna.</strong>&nbsp;La passione, la croce e la Resurrezione.&nbsp;&nbsp;Un modello esigente che chiede svuotamento e servizio. Dono di sé. Fede.</p>



<p><strong>Alessandro Deho’&nbsp;</strong></p>



<p><em>*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.</em></p>



<p><em>In copertina: Jusepe de Ribera, Ecce Homo, 1620 ca.&nbsp;</em></p>
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		<item>
		<title>Il cerchio o l’arco</title>
		<link>https://www.pangea.news/alessandro-deho-vangelo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Oct 2026 04:10:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Sacro]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Dehò]]></category>
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		<category><![CDATA[Vangelo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.</strong></p>



<p><strong>Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.</strong></p>



<p><strong>Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.</strong></p>



<p><strong>Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.</strong></p>



<p><strong>Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». (Mt 22,1-14)</strong></p>



<p>*</p>



<p><strong>DESIDERIO NON CONDIVISO</strong></p>



<p>Non so dire se la vita sia una festa a nozze. Non so dire se vivere sia una festa. L’ombra lunga del dolore, del fallimento, dei sogni che si infrangono, del tempo che passa, della malattia. Del male nel mondo. Del peccato che stringe i cuori. Non so dire, anche se mi reputo felice, se vivere sia davvero una festa di nozze. Forse la vera festa di nozze è la morte.</p>



<p>O meglio, il passaggio tra le braccia dell’Eterno.&nbsp;</p>



<p>Forse, se avessimo il coraggio di recuperare davvero quella visione del mondo e della vita, potremmo comprendere cosa significhi vivere beati. In attesa dello Sposo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ma l’incontro decisivo è quello con Dio, poiché Dio è il reale per definizione, ciò che ha valore per essenza. Solo in questo incontro, se vissuto correttamente, l’uomo diventa quell’essere che il suo Creatore ha voluto”. </strong></p>
<cite><strong>(Romano Guardini)</strong></cite></blockquote>



<p>Nascere, amare, soffrire, cercare, pensare, ogni nostra azione dovrebbe essere svelata per quello che è, spazio per poter fare esperienza del reale, e il reale, ha ragione Guardini, è solo Dio. Comprendo la fatica di giustificare questa affermazione che, in tempi di individualismo esasperato e di relativismo suona con un timbro di rigida assertività. Ma proprio in tempi confusi e malati sento sempre più il bisogno di profili credibili, non tanto e non solo a parole, ma nella vita. Martiri, testimoni. Che con radicalità e misericordia sappiano raccontarmi che solo l’incontro con Dio rende reale la vita. E che tutti noi siamo creature figlie del desiderio di un Creatore.&nbsp;</p>



<p>Un Dio che desidera alleanza con l’uomo, che lo invita al banchetto e un uomo che, invece, preferisce altro. Un uomo incurante di Dio e un Dio fallito nel suo desiderio d’amore. Gli invitati declinano l’invito. E così si condannano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La sua esistenza (dell’uomo) non si realizza nello sviluppo e nel compimento di una «natura», ma nell’attuarsi di una «storia», in quanto egli incontra ciò che esiste al di fuori di sé, prende posizione, prova, agisce e crea. In quest’incontro si definisce di volta in volta il suo essere. (…) La figura che ne rappresenta il carattere non è il cerchio chiuso in se stesso bensì l’arco proteso verso ciò che gli viene incontro”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Dio è l’arciere; i servi sono le sue frecce. Il Creatore cerca, prega, invita. Paradosso: è quello che dovrebbe fare l’uomo, sono le azioni di un credente. Dio è il vero credente. Invece la creatura spezza le frecce. Boicotta l’amore del re. Ammutolisce il Creato.</p>



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<p>Saranno categorie che suonano antiche, ma&nbsp;<strong>se il reale viene svuotato dal Creatore (cioè dall’unico reale), quel che resta è una vita orizzontale che si muove solo per cause ed effetti. Quel che resta è il “proprio campo”, cioè uno spazio di mondo privatizzato che non contiene più nessun tesoro, nessuna perla.</strong>&nbsp;Ma se il campo è muto di Dio perché dovrei andare a lavorarlo? Per chi? Come pretendere di strappare felicità degne di reggere l’ambizione del termine, se mi condanno all’individualismo più bieco. Se mi richiudo nel cerchio spezzando l’arco?</p>



<p>Un uomo condannato ai propri affari è espropriato del reale. Il materialista, secondo questa logica, è l’uomo astratto. Molto più dell’uomo di fede!</p>



<p>La reazione di chi si ostina a chiudere fuori il Creatore dal creato può essere violenta. Ogni segno viene bruciato dalla decisione che non possa esistere Dio; ci si condanna a non voler vedere segni che si muovono su altri paradigmi, si prova una certa soddisfazione a definirsi non toccati dal dono della fede. Ma il reale è un arco e l’invito è costante e continuo. E non riconoscerlo condanna all’infelicità.</p>



<p>*</p>



<p><strong>PERCHÉ NO?</strong></p>



<p>Certo che non è facile credere e non è immediato neppure sentire il sussurro di Dio nel grido scomposto di certe esistenze. Ma in qualche modo siamo chiamati a rispondere all’appello di essere stati messi al mondo. Sempre Romano Guardini mi aiuta con parole che io, probabilmente, non avrei avuto il coraggio di scrivere, non così:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“È sconcertante osservare ciò a cui l’uomo moderno attribuisce importanza e ciò che trascura. A volte pare che le cose abbiano per lui un peso tanto minore quanto più sono prossime al centro della sua esistenza”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Lo sconcerto di Guardini mi interroga. Lo lascio brillare ai piedi di questa pagina evangelica che colpisce per il violento rifiuto che l’uomo opera verso l’invito di Dio. E poi lo mastico, quello sconcerto, boccone amaro, esame di coscienza.&nbsp;<strong>Non basta scrivere di Dio, non basta essere prete, non basta vivere isolato. Cosa ho posto davvero al centro della mia esistenza?</strong>&nbsp;A quali inviti sto rispondendo, quali messaggeri di Dio sto uccidendo?</p>



<p>Quando sono cerchio sento il peccato originale che, come cappio, mi soffoca: come trovare il coraggio di essere arco? Ma anche in questa domanda si cela la grande tentazione umana. Il proprio campo, i propri affari, la propria fede, il proprio impegno di credere, tutto è “proprio”, sempre e solo il nostro io, così il cerchio si chiude su di noi.</p>



<p>E la città fortificata brucia.</p>



<p>*</p>



<p><strong>LA REDENZIONE</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ora la fede dice che l’uomo non può arrivare a Dio per virtù propria, ma per la grazia garantita dall’azione redentrice di Cristo. Ciò che lo eleva alla nuova vita è il perdono, quell’atto divino rivolto non al bene, ma al male dell’uomo; l’atto di sommo amore con cui Dio si rivolge all’uomo e lo assolve”.</strong></p>
</blockquote>



<p>E allora rieccomi per strada. Non più buono o cattivo, ma buono e cattivo. A salvarmi può essere solo il mio espormi alla vita e alla sicurezza che Cristo passerà a chiamarmi.&nbsp;<strong>La cosa essenziale è che io stia attento. L’attenzione, tensione, corda d’arco, forma somma di preghiera.</strong>&nbsp;Non so come mi chiamerà oggi, non so che volto avrà Cristo tra i traffici confusi della mia quotidianità, ma so per certo che anche oggi verrà a cercarmi.</p>



<p>E verrà a cercare me per assolvermi. Anche fare trincea dei propri limiti è forma d’orgoglio. Falsa umiltà. Cristo oggi, adesso, cammina nella mia storia, nella storia di tutti; capitolare al suo insensato amore è l’unica salvezza, il prezzo per accedere al reale. Un Cristo che cammina nel mio male. Si fa trovare lì. E non è illusione. Non è scelta di comodo, perché&nbsp;<strong>il Dio del Vangelo non è l’evanescente presenza che annulla il male in nome di una divina amnistia. Lasciare entrare Cristo nel mio male fa male.</strong>&nbsp;Perché apre alla necessità della conversione.</p>



<p>Non basta accettare di entrare al banchetto delle nozze perché tanto tutto e tutti sono stati perdonati. Occorre rivestirsi di Cristo. È scelta battesimale. Conversione vera e a caro prezzo, una morte diversa. Altrimenti non si comprenderebbe la condanna finale del re contro l’uomo senza l’abito adeguato.</p>



<p>*</p>



<p><strong>VERITA’ E MISERICORDIA</strong></p>



<p>Ritorno alla parabola del Vangelo di oggi; non posso fingere che non ci sia giudizio, che non ci sia condanna; non riesco a piegarmi ad una sola interpretazione allegorica del testo. La città brucia, uomini sono ammazzati e l’inviato senza vestito nuziale è gettato nelle tenebre. Non posso credere che la misericordia divina sia una spugna gettata sulla storia; renderebbe indifferente ogni atto umano, sarebbe solo l’umiliazione della nostra libertà. Non può essere tutto uguale.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Una realtà superiore è male intesa se causa la scomparsa di una realtà inferiore, perché anche questa è verità. La redenzione non è opera dell’entusiasmo, ma di un amore che è verità. La grazia di Dio è tutto; ma questo non significa che l’azione terrena, gli errori della vita, le distorsioni e le lacune dell’essere non siano nulla. Sono qualcosa, e lo sono dinanzi a Dio che è verità. E il suo amore non consiste nell’eliminare le ultime mancanze, ma nel condurle alla verità e nel porre riparo a ognuna di esse, anche alla più piccola, e in modo radicale”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Mi aggrappo alle parole di Guardini, a quella verità che è Dio. Verità e misericordia si incontreranno, come dice il Salmo 85, e nessuna delle due sarà umiliata. Rileggo la parabola, la ripenso in prospettiva della mia morte, dell’Eterno a cui cerco di credere e alla mia storia attuale. Rileggo la parabola e sento che è, prima di tutto, un maestoso invito, una professione di fede che Dio pone nei confronti dell’uomo. E questo mi spaventa, mi commuove e mi spinge alla conversione:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Quando un uomo simile entra nella luce divina, vede se stesso con gli occhi di Dio. Ama la santità di Dio e odia se stesso, che è in contrasto con quella santità. Prende coscienza del suo stato. Ora vive ciò che prima soltanto era, o forse presentiva. Vivrà se stesso come colui che è dinanzi a Dio: questa sofferenza dev’essere inimmaginabile, eppure è feconda”.</strong></p>
</blockquote>



<p>E se anche Guardini si sta riferendo alla “purificazione dopo la morte”, io sento che la lettura di questa pagina del Vangelo ci raggiunge qui e ora, che la Sua luce può iniziare a invaderci già qui, con verità e misericordia.&nbsp;&nbsp;<strong>Solo a Dio affiderei di fare verità su di me. Forse questa è fede.</strong>&nbsp;E nella fatica ringrazio perché:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“…mai come nel messaggio cristiano si attribuisce tanta grandezza all’uomo, nessun’altra dottrina prende tanto seriamente il mondo, e mai come per mezzo di Cristo le cose create, che esistono nella temporalità, s’innalzano con tanta risolutezza verso Dio e sono assunte in Lui”.</strong></p>
</blockquote>



<p><strong>Alessandro Deho’</strong></p>



<p><em>Tutte le citazioni sono tratte da: Romano Guardini, “Le cose ultime”, Vita e Pensiero, 1997</em></p>



<p><em>*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.</em></p>



<p>In copertina: Giovanni Pisano, Cristo crocefisso, XIII secolo</p>
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		<item>
		<title>Far saltare il buon senso</title>
		<link>https://www.pangea.news/far-saltare-il-buon-senso-deho/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2026 03:55:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Sacro]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Dehò]]></category>
		<category><![CDATA[Impacciato di bocca]]></category>
		<category><![CDATA[sacro]]></category>
		<category><![CDATA[Vangelo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:</strong></p>



<p><strong>«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.</strong></p>



<p><strong>Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.</strong></p>



<p><strong>Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.</strong></p>



<p><strong>Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:</strong></p>



<p><strong>“La pietra che i costruttori hanno scartato<br>è diventata la pietra d’angolo;<br>questo è stato fatto dal Signore<br>ed è una meraviglia ai nostri occhi”?</strong></p>



<p><strong>Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a</strong> <strong>un popolo che ne produca i frutti. E chi cadrà su questa pietra resterà sfracellato ed essa stritolerà colui sul quale cadrà<strong>»</strong>.</strong></p>



<p><strong>E appena i sommi sacerdoti e i farisei ebbero udito le sue parabole, si accorsero che egli stava parlando di loro. Ed essi cercarono di prenderlo, ma avevano paura della folla che lo riteneva un profeta.</strong> <strong>(Mt 21, 33-45)</strong></p>



<p><strong><em>*</em></strong></p>



<p><strong>INVEROSIMILE</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Si tratta di un’allegoria storica più che di una parabola. Tutto è estremamente inverosimile in quanto esempio tratto dalla realtà. Inverosimile che dei contadini si comportino in questo modo con i messi del padrone…»</strong>.</p>
<cite><strong>(Alberto Mello,&nbsp;<em>Evangelo secondo Matteo</em>, Qiqajon, 1995)</strong></cite></blockquote>



<p>Così inverosimile da essere chiarissima.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«La copertura dei “fittavoli” cade definitivamente: essi sono i capi di Israele ostili a Gesù, cioè i sommi sacerdoti, gli anziani e i farisei; insomma, i destinatari della parabola. Va da sé (anche se storicamente sbagliato) che Matteo presuppone che siano stati i capi di Israele a uccidere Gesù e non i romani»</strong>.</p>
<cite><strong>(Ulrich Luz,&nbsp;<em>Matteo 3</em>, Paideia, 2013)</strong></cite></blockquote>



<p>Non mi inerpico sui sentieri della rilettura storico-esegetica della pagina evangelica di oggi. Scelgo invece una via rischiosa e discutibile. Provo a vincere la tentazione di sentirmi altro rispetto ai capi di Israele dei tempi di Gesù e vado a indagare le mie ostilità al Cristo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“…&nbsp;la vigna del Signore degli eserciti<br>è la casa d’Israele;<br>gli abitanti di Giuda<br>sono la sua piantagione preferita.<br>Egli si aspettava giustizia<br>ed ecco spargimento di sangue,<br>attendeva rettitudine<br>ed ecco grida di oppressi”.</strong></p>
<cite><strong>(Isaia 5, 7)</strong></cite></blockquote>



<p>Ostile, spesso, mi pare il mondo. E le persone. Ostile mi sembra quel che è rimasto del Creato e spesso ho paura. Come se avessi del tutto smarrito gli occhi stupiti dell’infanzia, quando il mondo appariva ordinato e custodito.&nbsp;</p>



<p>Ostili mi sembrano i fratelli, aggressivo il loro dire, smodato il fare. E sono convinto di apparire anch’io tale ai loro occhi. Ricerco riserve di calore per non morire nel gelo del sospetto. Così mi sento colpevole di non riuscire a intravedere, nelle trame del mondo e tra le pieghe della Chiesa, la cura del Creatore, il suo sogno. Quella vigna amata, costruita, custodita e affidata.</p>



<p>Siepe, torchio e torre mi rimandano subito all’acino frantumato, al martirio imminente. E il silenzio alla sua assenza.&nbsp;</p>



<p>Ma se invece avessi in me il gusto del vino, la bellezza dell’attesa, l’immensa beatitudine della vendemmia? Se avessi in me la gioia di essere chiamato a condividere i frutti con il padrone, non sarei io divinamente nella pienezza? Non è questa la fede?</p>



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<p>*</p>



<p><strong>LE COLPE</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«A differenza del cantico isaiano, nessuna colpa ricade sulla vigna: nulla viene detto circa l’abbondanza o la scarsità dei suoi frutti. L’intera colpa ricade sui contadini, e questa consiste unicamente nella pessima accoglienza riservata ai messi del padrone».</strong></p>
<cite><strong>(Alberto Mello,&nbsp;<em>Evangelo secondo Matteo</em>, Qiqajon, 1995)</strong></cite></blockquote>



<p>La colpa è del contadino, non della vigna.&nbsp;</p>



<p>Troppo facile accusare i capi di Israele: sono io, sono anch’io, a opporre resistenza ai messi del padrone. Sempre in spirito difensivo, intravedo il rischio; invecchiato male, rischio di non percepire più il brivido della buona notizia, quella che si incarna nelle cose di tutti i giorni, quella che prende casa nello sguardo del credente che, innamorato del Cristo, battezza perfetta letizia perfino la morte.</p>



<p>È tutta questione di fede, di innamoramento: ogni volta che non sento il Signore della vita respirare tra i miei respiri, la vita mi appare come una pena da scontare.</p>



<p>Poi arriva il Figlio.&nbsp;</p>



<p>È l’anno zero e la storia dell’umanità viene attraversata dall’Eterno. Ma il suo avvento non è quello atteso. Rimane uno scandalo, anche a duemila anni di distanza.</p>



<p>Si può voler uccidere il Salvatore?&nbsp;</p>



<p>Che cosa mi spinge a ribellarmi?</p>



<p>Esercizio spietato e utile:&nbsp;<strong>quante volte concretamente abbiamo ammazzato il Cristo? La sua visione del mondo, il suo paradossale modo di interpretare la storia, la sua ostinazione nel mettere gli ultimi davanti ai primi?</strong>&nbsp;La sua intransigenza a imporci povertà! Quante volte abbiamo cercato di renderlo innocuo?&nbsp;</p>



<p>No, non è questione d’essere capo di Israele.</p>



<p>Arriva il Figlio, continua ad arrivare il Figlio, a cercare i frutti. E io lo sento come uno che invade la mia tranquillità.</p>



<p>*</p>



<p><strong>I FRUTTI&nbsp;</strong></p>



<p>Quali sono oggi i frutti che il Vangelo chiede?&nbsp;</p>



<p>Avevo le idee così chiare: erano proposte utili, era la costruzione di una comunità. Ma, se quella funziona, nessuno ti ammazza. Se mi faccio carico dei poveri, dei giovani, dei malati terminali; se apro asili, ospizi, centri parrocchiali o centri culturali; se entro nel tessuto della società iniettando soluzioni buone al vivere comune, nessuno si oppone. Invece Cristo lo rifiutiamo ancora.&nbsp;</p>



<p>Quali sono i frutti, oggi, che un cristiano dovrebbe saper produrre? Qual quelli che il Vangelo chiede?</p>



<p>Forse frutti di conversione, mi dico. Personali e comunitari.&nbsp;</p>



<p><strong>Essere pieni della sicurezza di essere di Cristo, al punto da inaugurare ogni giorno una giustizia così paradossale da risultare incomprensibile.</strong>&nbsp;<strong>Far saltare il buon senso.</strong>&nbsp;Scegliere deliberatamente gli ultimi posti senza far pesare l’esclusione a nessuno.</p>



<p>Oppure stare nella fatica del vivere. Questo può essere sconvolgente. Scomodo. Credere e fare fatica. Andare in chiesa e fare fatica. Stare ne dramma di scelte etiche enormi, credere in Dio, e continuare a fare fatica.&nbsp;</p>



<p>E in tutto questo essere così tanto innamorati di Cristo da non potere fare a meno di lui. Non superare la fatica per eccesso di impegno personale ma per amore.&nbsp;</p>



<p>E quindi stare, solamente stare, anche quando la vigna non appare più abitabile come un tempo e i frutti maturati non sono certo quelli sognati.</p>



<p>Stare come nell’orto degli Ulivi, vigneto mistico, dove l’unico frutto è stato l’abbandono a una volontà paurosa e drammatica.</p>



<p>*</p>



<p><strong>LA DIAGNOSI</strong></p>



<p>I nemici di Gesù svelano la diagnosi: pare che questa non sia propriamente una parabola, ma la trappola scatta comunque. Altri saranno i contadini al loro posto: qualcun altro porterà frutto.</p>



<p>Che cosa intendesse Matteo e chi fosse, per lui, il popolo nuovo è ancora oggetto di discussione.</p>



<p>A me serve sentire che contadini inattesi stanno portando frutto. Adesso.</p>



<p>E forse non è quello che vedo io.&nbsp;</p>



<p>Forse sono tutte le persone meravigliate della vita, quelle che credono ancora nella notizia buona, quelle semplicemente felici di vivere. Quelle che stanno, per amore, e non pensano nemmeno di fare altro. O quelle che se ne vanno, sempre per amore.&nbsp;</p>



<p>Non lo so.&nbsp;</p>



<p>Non lo so davvero.&nbsp;</p>



<p><strong>Confesso che mi pesa non sentirmi così immediatamente parte dei contadini buoni.</strong>&nbsp;Essere felice di sapere che altri hanno vendemmiato dove io ho raccolto solo vento dovrebbe rendermi felice.&nbsp;</p>



<p>Forse questa è la conversione a cui sono chiamato.</p>



<p>*</p>



<p><strong>LA VIGNA NON È NOSTRA</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Questa parabola dev’essere un ammonimento anche per noi contro un atteggiamento possessivo. Tutti noi abbiamo delle responsabilità: chi a livello modesto, chi a livello più alto, chi a livello altissimo. Ma per tutti è decisivo l’atteggiamento che assumiamo riguardo a tali responsabilità. La tentazione è sempre quella di assumere un atteggiamento possessivo…”</strong></p>
<cite><strong>(Albert Vanhoye,&nbsp;<em>Le letture bibliche delle domeniche</em>, ed. Apostolato della Preghiera, 2004)</strong></cite></blockquote>



<p>La vigna non è nostra. Neppure il frutto.</p>



<p>Forse è questo che continuo a dimenticare.&nbsp;</p>



<p>La pietra scartata è divenuta testata d’angolo.&nbsp;</p>



<p>E su quella pietra si può cadere e restare sfracellati, come dice il versetto 44, omesso in alcune versioni e forse aggiunto posteriormente. È tagliente e terribile: si può morire cadendo sulla pietra dello scarto.&nbsp;</p>



<p>Si può essere scartati.&nbsp;</p>



<p>Forse è tutto qui:&nbsp;<strong>abitare lo scarto, essere scartato, accettare di percepire anche la fatica del vivere, la vita, le relazioni e la pesantezza</strong>&nbsp;che una vita adulta e disincantata porta con sé, ma sempre con la speranza di trasfigurare il fallimento in testata d’angolo.</p>



<p>Forse il mondo appare ostile, il fratello appare ostile, perché finalmente stiamo assaporando lo scarto.</p>



<p><strong>Alessandro Deho’</strong></p>



<p><em>*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.</em></p>



<p><em>In copertina: Tiziano, Deposizione di Cristo, 1520</em></p>
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		<item>
		<title>Variazioni su una parabola luminosa</title>
		<link>https://www.pangea.news/variazioni-su-una-parabola-alessandro-deho/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Sep 2026 03:58:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Sacro]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Dehò]]></category>
		<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
		<category><![CDATA[Impacciato di bocca]]></category>
		<category><![CDATA[sacro]]></category>
		<category><![CDATA[Vangelo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».</strong></p>



<p><strong>E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». (Mt 21,28-32)</strong></p>



<p>*</p>



<p><strong>Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:<br>egli, pur essendo nella condizione di Dio,<br>non ritenne un privilegio<br>l’essere come Dio,<br>ma svuotò se stesso<br>assumendo una condizione di servo,<br>diventando simile agli uomini.</strong></p>



<p><strong>(Fil 2, 5-7)</strong></p>



<p>*</p>



<p><strong>NON NE HO VOGLIA</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’incorrispondenza tra il dire e il fare, comune a entrambi i figli, viene risolta – come sempre in Matteo – dalla parte del ‘fare’ (<em>poiéo</em>): il dire rimane sempre ambiguo, solo il fare è decisivo”. </strong></p>
<cite><strong>(Alberto Mello, <em>Evangelo secondo Matteo</em>, Edizioni Qiqajon, 1995)</strong></cite></blockquote>



<p>Essere figli, entrare nella vigna significa avere in noi gli stessi sentimenti di Cristo? Significa spogliarsi di ogni privilegio, svuotare se stessi? Comprendo allora che i figli siano in disaccordo con il padre. La vigna fa paura. La dolcezza dell’acino richiama la dolorosa e definitiva spremitura. Come Cristo: lui sì, il Figlio perfetto.&nbsp;</p>



<p><em>Non voglio!</em>&nbsp;grida il primo figlio. E chi può volere questo? Si aprono domande terribili. Perché la vita prevede il passaggio del torchio? Perché il martirio continua a essere un luogo privilegiato, se non unico, per la testimonianza dell’Amore?&nbsp;</p>



<p><strong>Davvero l’unico modo per dare senso alla vita che ci tocca in sorte è quello di svuotarci di noi stessi? L’orizzonte è quello di dare la vita per i carnefici?</strong>&nbsp;Gli stessi che rischiano di essere misericordiosamente accolti, al pari dei santi, nella misericordia infinita del Padre?&nbsp;</p>



<p>«Non voglio!», grida il figlio. E miracoloso, davvero miracoloso, è che quest’uomo, alla fine, si penta e cambi decisione. Quale attrazione più forte della morte può averlo condotto alla conversione?</p>



<p>So bene che quella narrata da Gesù in questa pagina è una parabola scagliata contro l’ipocrisia del mondo religioso, tarlo sempre presente e infido, così subdolo che, sappiamo, è difficile arrivare a un’autodiagnosi; eppure, rimane molto interessante che Cristo scelga questa narrazione nuda, quasi didascalica, che nulla dice sul processo di conversione del primo figlio. Poco sulle concrete motivazioni del rifiuto e meno ancora su quelle del ripensamento. Forse perché non c’è nulla da dire. Tutto si svolge nel mistero, nel segreto di una filiale e irriducibile appartenenza. Forse questo è il sentiero da percorrere.&nbsp;</p>



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<p>*</p>



<p><strong>SÌ,</strong><strong>&nbsp;SIGNORE</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non era riuscito a salvare i cristiani, e nemmeno era riuscito, come Garrpre, ad affondare sotto le onde per inseguirli. La sua compassione per loro era stata travolgente, ma la compassione non era l’azione. Non era amore. La compassione, come la passione, era solo una sorta di istinto. L’aveva imparato molto tempo prima, seduto sui duri banchi del seminario, ma a quell’epoca era stato soltanto un’esperienza appresa dai libri”. </strong></p>
<cite><strong>(Shusaku Endo, <em>Silenzio</em>, Corbaccio, 2017) </strong></cite></blockquote>



<p>È una risposta militare, quella del secondo figlio: obbedisce agli ordini. Perché poi non dia seguito concreto all’intenzione, e se dietro quel&nbsp;<em>sì&nbsp;</em>ci sia solo la peggiore delle ipocrisie, nemmeno qui è detto. A Cristo non interessa specificarlo: è una denuncia precisa contro le nostre illusioni di essere nel giusto solo perché abbiamo compreso, perché scriviamo, perché predichiamo?</p>



<p>O perché abbiamo prostituito le parole. Quelle evangeliche almeno: verbi declinati in carne, parole che dovrebbero già essere esercizio di fecondità. Testimoni il più fedele possibile del Dio dell’incarnazione. Il secondo figlio sembra non percepire per nulla la potenza delle parole. La loro concretezza, la loro efficacia.&nbsp;</p>



<p>Ma penso anche, variazione sulla variazione, a quanti “sì” abbiamo pronunciato con tutta la consapevolezza che avevamo nel momento del giuramento e che poi la vita ha svuotato.&nbsp;<strong>Abbiamo detto dei sì alla vigna non sapendo bene a cosa avessimo acconsentito. Eravamo consapevoli, certo, ma quella consapevolezza era poca, pochissima;&nbsp;</strong>poi la vita, le esperienze, gli errori e una rinnovata e disincantata lettura della nostra miseria ci hanno portato a rinnegare quel sì. A quale vigna abbiamo davvero detto sì? A quali condizioni? Possiamo essere all’altezza noi, così fragili, di promesse che si misurano sull’eternità?</p>



<p>Mi viene in mente Kichijirō, ancora in&nbsp;<em>Silenzio</em>&nbsp;di Endō. Cade. Rinnega. Torna. Cade ancora. E ancora torna. Forse è proprio questo a mettermi in crisi.</p>



<p>Perché così tanto, perché così tutto?</p>



<p>E se il solo figlio, il solo figlio fedele fosse solo Cristo?</p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“I peccatori precederanno i giusti e non li precederanno per la loro conversione e la loro successiva giustizia, ma perché i peccatori che credono (…) mostrano così di patire la loro indegnità e di affidarsi alla misericordia di Dio. E questo è essenziale nell’ottica della salvezza”. </strong></p>
<cite><strong>(Sergio Quinzio, <em>I Vangeli della domenica</em>, Adelphi, 1998)</strong></cite></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La salvezza non è data da questa perfetta conformità della prassi alla parola: l’unica chance di salvezza è, al contrario, la capacità di ricredersi, il coraggio di contraddirsi: è il pentimento che deve sopraggiungere almeno ‘alla fine’, che deve diventare la sorgente ispiratrice della decisione finale”. </strong></p>
<cite><strong>(Alberto Mello, <em>Evangelo secondo Matteo</em>, Edizioni Qiqajon, 1995)</strong></cite></blockquote>



<p>E se fossimo noi i pubblicani e le prostitute? Noi che abbiamo usato il Vangelo per interessi personali e, mi verrebbe da dire, legittimi? Noi che abbiamo compreso, nel tempo, che il nostro essere apparentemente docili alla chiamata non era perfetta obbedienza di figli: avevamo solo paura. E il Vangelo, il nostro modo di viverlo, ci ha rassicurato.&nbsp;<strong>Un Vangelo senza vigna, senza martirio, senza perdita di noi stessi; anzi, al contrario, un modo per realizzare il nostro ego.</strong>&nbsp;La nostra identità. Assumere ruoli per trovare uno spazio nel mondo. Pubblicani al servizio di un occupante straniero: il nostro Io.</p>



<p>Abbiamo cercato rifugio nei poveri, nei tradizionalisti, nelle Ande, nell’incenso di una sacrestia, nei campi di un oratorio: poco importa, è uguale. Abbiamo cercato un posto.&nbsp;</p>



<p>Poi arriva il momento in cui l’appello si fa radicale. E quella che chiamavamo vigna non lo era più, e forse non lo era mai stata.</p>



<p>Era stato rifugio.</p>



<p>Da lì continua ad arrivare l’appello del Padre.</p>



<p><strong>Alessandro Deho’</strong></p>



<p><em>*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.</em></p>



<p><em>In copertina: Tintoretto (1518-1594), Tre studi di Atlante</em></p>
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		<item>
		<title>Non desidero altro</title>
		<link>https://www.pangea.news/madzirov-poesia-vangelo-alessandro-deho/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Sep 2026 03:51:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Sacro]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Dehò]]></category>
		<category><![CDATA[Impacciato di bocca]]></category>
		<category><![CDATA[Nikola Madzirov]]></category>
		<category><![CDATA[sacro]]></category>
		<category><![CDATA[Vangelo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=108483</guid>

					<description><![CDATA[<p>In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:</strong></p>



<p><strong>«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.</strong></p>



<p><strong>Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.</strong></p>



<p><strong>Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.</strong></p>



<p><strong>Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi». (Mt 20,1-16)</strong></p>



<p><strong>*</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Come una piuma la mia anima<br>fluttua fra due finestre –&nbsp;<br>l’incertezza di Dio è il mio cammino,<br>la tua presenza è la mia imperfezione”.&nbsp;</strong></p>
<cite><em>Non desidero altro</em>; da: Nikola Madzirov, <em>Ciò che abbiamo detto ci perseguiterà</em>, Crocetti, 2025</cite></blockquote>



<p>Nell’incertezza di Dio mi muovo, fluttuo, tra due finestre, spazio pericoloso ed esposto a opposte vertigini. I suoi pensieri non sono i miei, le sue vie non sono quelle che intravedo io: questa è l’incertezza che non mi permette di dimenticarmi di lui. Anima galleggiante tra atteggiamenti per me incomprensibili.</p>



<p><strong>È un Dio giusto, perché ha pagato quanto pattuito. Ma ingiusto con chi ha sofferto la pesantezza del lavoro.</strong>&nbsp;E io lo so che è una parabola e conosco a memoria i discorsi sul genere letterario e sulla funzione “trappola” di queste parole e che sono lì esattamente per provocarmi. Ci riescono. Dio sfugge alla comprensione. Giusto e ingiusto insieme.</p>



<p>È un Dio misericordioso, è vero: esce instancabilmente a “salvare” gli uomini dall’abbandono di non essere chiamati, è rete che raccoglie pesci. Ma è anche terribilmente duro contro chi mormora, contro chi non capisce, contro chi si sente derubato. Paziente e spietato, insieme.</p>



<p>Parola che rendono le mie parole piuma che fluttua tra due finestre. E la Sua presenza mi rimanda solo la mia radicata imperfezione.</p>



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<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Ti porto foglie di ciclamino e peonie<br>nella stagione delle mele,<br>raccolgo resina da alberi feriti<br>fra le mie mani maldestre</strong></p>
</blockquote>



<p>Ma se “imperfezione” è la mia struttura profonda, se fluttua l’anima e non lo capisco, se mi sento così imperfetto, perché mi sono schierato ancora una volta con i chiamati della prima ora? In base a cosa mi sento uno degli operai che stanno lavorando dal mattino? E se fossi solo uno che in vigna ancora non ci è andato? Se mi stessi solo illudendo di essere tra i chiamati?<strong></strong></p>



<p>Se è così, raccolgo fiori fuori stagione, fuori tempo, quello che ho, quello che trovo, con urgenza d’amante sorpreso; mi chino sul mio passato e provo a prendere ciò che mi sembra fiorito nonostante me, qualcosa che gli somigli.&nbsp;<strong>Mi preparo al primo appuntamento implorando trasfigurazione a miseri fiori di campo.&nbsp;</strong>È il tempo delle mele e io spero d’essere trovato almeno innamorato.<strong></strong></p>



<p>Raccolgo resina d’alberi feriti. Raccolgo il profumo d’incenso di ciò che resta delle mie ferite. Dei miei lutti. Provo a cicatrizzarmi in Dio. Se fossi un servo della prima ora non avrei ferite. Perché Dio è la mia ferita. Sono ancora in attesa d’essere chiamato, così ti mostro la mia nostalgia di te.</p>



<p>Stimmate sono, di resina, le mie lacrime. Se Dio avesse la mia logica, io marcirei come foglia secca, implorando inutilmente ai piedi di radici inospitali.</p>



<p>Mani che consacrano, le mie, perché finalmente maldestre.</p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>ti offro i frutti di tutti i rami<br>che abbiamo spezzato<br>da bambini.</strong></p>
</blockquote>



<p>Se Dio non avesse la mia logica, non avrei frutti sugli alberi spezzati dalla mia colpa. Dalla non vita d’essermi nascosto. Perché sapevo, in verità, che tu camminavi il terrestre paradiso in cerca&nbsp;<em>d’Adamo</em>, e io mi nascondevo, e forse ancora mi nascondo, sotto cumuli d’alberi spezzati dalla mia terribile illusione di bastare a me stesso.<strong></strong></p>



<p>Perché, stupido, credevo e forse ancora credo che lavorare nella tua vigna sia assumere ruoli, promesse e regole. Obbedire a leggi fatte dall’uomo. Tarpare ali. Sacrificarsi.<strong></strong></p>



<p><strong>Ancora spezzo rami, come un ragazzino senza senno, ma con la stupida correttezza dei vecchi, galateo senz’anima.</strong>&nbsp;E tu, incomprensibile Amore, a far fiorire le macerie con sprezzante misericordia. Sono invidioso della tua bontà. Come la serpe di Genesi.<strong></strong></p>



<p><strong>*</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Desidero che al posto del tuo scudo<br>ci sia un velo di luce</strong></p>
</blockquote>



<p>Dietro lo scudo proteggi l’indispensabile Alterità. Ma se io sono solo un operaio dell’ultima ora, quello scudo illumina l’esistenza intera. O forse sono operaio di tutte le ore. Sono quello che è arrivato all’inizio convinto d’averti sedotto. Sono il mediocre arrivato non presto, non tardi. Sono quello dell’ultimo minuto, sono il non ancora deciso alla vigna. Sono tutti. In attesa di implorare che solo sotto il tuo scudo luminoso io possa finalmente trovare ciò che sono: immagine e somiglianza.</p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>e che mentre il mondo intero<br>si raffredda tu nasconda la tua assenza<br>dietro al vapore del tè.</strong></p>
</blockquote>



<p>Vertiginoso,<br>incomprensibile,<br>quotidiano.</p>



<p>Come vapore di tè. Sei seduto nella mia cucina, fai vigna nelle mie povere cose e nella ridicola mia pretesa di partorire parole buone.</p>



<p>Mi tieni al caldo. Sei tepore e terrore.</p>



<p>Solo una parabola poteva portarti così vicino e così lontano.</p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Desidero che il tuo cuore batta<br>liberamente dietro le barre della gabbia toracica.</strong></p>
</blockquote>



<p>Forse questa, alla fine, è la vigna. La gabbia toracica. Qualcosa che imprigiona e che protegge insieme.&nbsp;<strong>Forse questa è la vigna: non ne siamo mai stati fuori, sarebbe stato come morire.&nbsp;</strong>Solo occorreva imparare la libertà dell’amore, che è fatto di legami. Paradosso inestricabile.</p>



<p>Forse la vigna non è altro, ancora una volta, che simbolo di passione. Vendemmia, torchio, attesa e il vino in sangue. Siamo liberi solo nella frantumazione dell’acino.</p>



<p>E solo così il cuore batte. Fermenta. Vive.</p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Non desidero altro.</strong></p>
</blockquote>



<p>Può esserci preghiera più perfetta?</p>



<p><strong>Alessandro Deho’</strong></p>



<p><em>*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.</em></p>



<p>*</p>



<p><em>Non desidero altro</em></p>



<p>Come una piuma la mia anima<br>fluttua fra due finestre –<br>l’incertezza di Dio è il mio cammino,<br>la tua presenza è la mia imperfezione.<br>Ti porto foglie di ciclamino e peonie<br>nella stagione delle mele,<br>raccolgo resina da alberi feriti<br>fra le mie mani maldestre,<br>ti offro i frutti di tutti i rami<br>che abbiamo spezzato<br>da bambini.<br>Desidero che al posto del tuo scudo<br>ci sia un velo di luce;<br>e che mentre il mondo intero<br>si raffredda tu nasconda la tua assenza<br>dietro al vapore del tè.<br>Desidero che il tuo cuore batta<br>liberamente dietro le barre della gabbia toracica.<br>Non desidero altro.</p>



<p><strong><em>Nikola Madzirov</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Albrecht Dürer, Ala di ghiandaia marina europea, 1512</em></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/hoffman-blue-roller.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Cecità</title>
		<link>https://www.pangea.news/cecita-perdono-alessandro-deho/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Sep 2026 06:34:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Sacro]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Dehò]]></category>
		<category><![CDATA[Impacciato di bocca]]></category>
		<category><![CDATA[sacro]]></category>
		<category><![CDATA[Vangelo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose:</strong></p>



<p><strong>«Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo:</strong></p>



<p><strong>“Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.</strong></p>



<p><strong>Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.</strong></p>



<p><strong>Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». (Mt 18,21-35)</strong></p>



<p><strong>*</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Anche il perdono, per noi, finisce così per essere un problema. Ce ne riempiamo la bocca, ma non sappiamo bene come intenderlo. Quando Gesù era in mezzo agli uomini e annunciava l’irrompere della perfetta giustizia del regno di Dio, allora, al cospetto di quella perfetta giustizia, poteva accadere che tutti si sentissero colpevoli, peccatori, e che invocassero il perdono di Dio e dei fratelli”. </strong></p>
<cite><strong>(Sergio Quinzio, <em>I Vangeli della domenica</em>, Adelphi, 1998)</strong></cite></blockquote>



<p>Ha ragione Sergio Quinzio, senza l’irrompere della perfetta giustizia del regno di Dio, senza la meravigliosa e totalizzante irruzione del divino nelle nostre carni mortali, il tema del perdono è pressoché incomprensibile, fuorviante, inaccessibile.</p>



<p><strong>Di cosa dovrei chiedere perdono? Perché sarei chiamato a perdonare se tutto dovesse giocarsi solo intorno alle misere colpe di cui siamo capaci?</strong>&nbsp;Ma se il confronto è con la perfezione del regno di Dio, in quel caso, sentiamo immediatamente lo scarto.&nbsp;</p>



<p>Occorre muoversi tenendo fisso lo sguardo su Cristo, o ci si perde in mille rivoli di giustificazioni.</p>



<p>Pietro sembra avere le idee chiare. C’è una colpa che fa male, c’è un fratello che mi ha ferito, c’è un limite al perdono. Limite tutt’altro che accomodante, ma almeno c’è. Pietro sembra riuscire a tracciare il perimetro del male. Sembra tutto molto chiaro. Ma nella vita non è mai davvero così. Quanta fatica a riconoscere il male, a ricostruirne i confini, quanta fatica a riconoscere la colpa e a trovare spazio e tempo per il confronto. Di solito esplodono alibi. E difficilmente il colpevole si sente tale. Sembra che Pietro ragioni astrattamente.</p>



<p>Sfumano le ragioni, si moltiplicano le giustificazioni, esplodono reazioni a violenze subite che subito sfociano in altro male; indagare le cause è perdersi nei meandri della psiche umana, discolparsi dando colpa ad altro, ad altri.</p>



<p>C’è chi si sente colpevole di ogni cosa al mondo e chi crede di essere sempre e solo vittima. Il male per sua natura è serpe che instilla il dubbio. Sfugge, morde alle spalle. Ho bisogno di concretezza. Di dare fisionomia alla colpa. O mi perdo.</p>



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<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Rancore e ira sono cose orribili,<br>e il peccatore le porta dentro.<br>Chi si vendica subirà la vendetta del Signore,&nbsp;<br>il quale tiene sempre presenti i suoi peccati.</strong></p>
<cite><strong>dal libro del Siracide </strong></cite></blockquote>



<p>Rancore e ira, quelle riconosco. Forse occorre partire da qui? Se sento rancore e provo ira significa che sento di essere stato violato, ferito colpevolmente dal fratello. Ma rancore e ira mi distruggono, dice bene il Siracide. Il perdono deve essere qualcosa di tremendamente radicale e sconvolgente se riesce a liberarmi da rancore e ira.&nbsp;</p>



<p>La Bibbia mi sorprende: non sono in gioco i sentimenti del peccatore, ma della vittima. Il male esiste, si abbatte cupo sul mondo come la pioggia e la neve, ma a salire al cielo non dev’essere il rancore; altrimenti avrebbe vinto il male e io sarei morto. Mi appello all’irruzione del regno, liberami dal male!</p>



<p><strong>Rancore e ira sono mostri che banchettano con il mio cuore. Lo mangiano da dentro. Io li nutro con pensieri e letture paranoiche per fornire alibi ai miei istinti d’ira.</strong>&nbsp;Tutto mi giustifica, trovo colpevoli, lancio propositi di vendetta. Io credevo d’essere vittima, ora mi ritrovo le mani insanguinate. Se non ci fosse l’irruzione del regno di Dio e il suo comandamento di perdonare i nemici, io non saprei più nemmeno riconoscere le mie colpe.</p>



<p>Rancore e ira, questo devo verificare in me. Se cerco le colpe troverò giustificazioni. Gli effetti del malvagio in me, invece, non posso nasconderli a me stesso.</p>



<p>La perfetta giustizia del Regno di Dio è Cristo che discende agli inferi del mio cuore?</p>



<p>Pietro si barrica dietro un numero perfetto, sette, una corazza. Tanto basta per non svelare l’intimo del cuore. Cristo scardina il numero, lo rende ridicolo, inutile. Sempre, dice l’impossibile. Per stanare dall’idolo prestazionale.</p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’istruzione che Gesù propone sul tema del perdono non si può capire, se non alla luce di un principio molto elementare, che di fatto pare invece oggi da tutti dimenticato. Il principio è questo: i comandamenti di Dio non ci chiedono mere opere, o se si vuole prestazioni (…) i comandamenti di Dio mirano a plasmare un cuore; interpellano dunque i nostri modi di sentire, e addirittura di essere, di essere dentro, si intende”. </strong></p>
<cite><strong>(Giuseppe Angelini, <em>Se vuoi essere perfetto</em>, Glossa, 2007)</strong></cite></blockquote>



<p>Spropositato il debito accumulato dal servo debitore, numeri senza senso. Diecimila talenti è cifra impossibile da accumulare. Incalcolabile. Sette. Settanta volte sette. Diecimila. Numeri fuori controllo, Cristo li disperde come mangime per i contabili delle religioni.</p>



<p>Quello che accade è che viene venduta la vita del debitore. E di tutta la sua famiglia. Nella logica della misura tutto ha un prezzo. Paradossalmente il re sta dicendo al servo che la sua famiglia vale almeno diecimila talenti. Noi non saremmo arrivati a tanto. Può saldare il debito vendendosi. Perdendosi.</p>



<p><strong>Il servo prega promesse impossibili da mantenere. Prostrazione e supplica come ultima, estrema possibilità.</strong>&nbsp;È la compassione del re ora a essere al centro. Leggo e per la prima volta mi ritrovo a pensare che sia più facile vivere di compassione che morire nella menzogna di poter restituire ogni cosa. Mi sembra più sensato il perdono. Almeno più fattibile.</p>



<p>Il servo condonato non ha compreso il perdono, non a livello del cuore. Si muove ancora su parametri di umana giustizia. Ha ragione, il servo gli deve dei denari e lui può pretenderli.</p>



<p>Perché ci scandalizziamo? Non siamo noi i paladini del diritto? L’irruzione della perfezione del regno di Dio è questa: passare dal pareggio dei conti alla compassione. Un diritto fondato sulla compassione. Quella che non converte immediatamente il graziato (la parabola ne è un esempio), quella che riduce il re a un folle ingenuo.&nbsp;</p>



<p>Il Vangelo non sta progettando un sistema giudiziario. Sta chiedendo che cosa ne facciamo del male quando entra nel nostro cuore. Nessuno di noi vorrebbe vivere davvero in un mondo dove non si applicano pene in nome di giudici estremamente compassionevoli. Qui non si parla di tribunali ma di cuore. Ognuno di noi, in fondo, non desidererebbe altro che di avere in petto un cuore come quello del re.&nbsp;</p>



<p>Non è questione di prestazione, di tanto o di poco, è questione di compassione. Parabola diretta, didattica. Dove è nascosta la trappola? Il servo a cui è stato condonato il debito si lascia afferrare da rancore e da ira. Questo basta a renderlo di nuovo colpevole agli occhi del re. Condannato non per il giusto desiderio di rientrare dal credito ma per la mancanza di misericordia. Non credo che il servo abbia compreso. Solo chi si affida alla logica del Regno comprende che colpa vera è ostinarsi a tenere in libertà un cuore incapace di compassione.</p>



<p><strong>*</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore, <br>come può ottenere il perdono di Dio?</strong></p>
<cite><strong>dal libro del Siracide</strong></cite></blockquote>



<p>Anche il finale mi pare più scontato rispetto ad altre parabole. I compagni del servo pretendono misericordia dal perdonato. Chissà se loro avrebbero agito diversamente. Il re interviene. Sembra una sorta di vendetta. Ingiusto il re che ritira la sua clemenza. A meno che il rancore e l’ira non siano i veri aguzzini. Non il debito contratto o condonato ma il fatto che il servo fosse ancora in preda a rancore e ira.&nbsp;</p>



<p>Forse quello che vuole dire Cristo è che una vita vissuta senza l’irruzione della misericordia è già inferno. È già condanna, carcere e supplizio.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello.</strong></p>
</blockquote>



<p>Perdonare di cuore non è quindi solo la buona azione di un santo ma l’unico antidoto per non finire in balia del rancore e dell’odio.</p>



<p><strong>Perdono non per illudermi di poter saldare un debito. Se ci fosse un debito, sarebbe così enorme da rendere impossibile l’impresa.</strong>&nbsp;Perdono chi ha commesso una colpa contro di me non perché la colpa non esista, non perché io debba dimenticare la ferita, non perché il male possa essere chiamato bene. Perdono per non essere in preda al rancore e all’ira.</p>



<p>Perché non voglio che il male ricevuto diventi male in me.</p>



<p>Potrò perdonare solo quando, ha ragione Sergio Quinzio, mi prostrerò a terra e supplicherò “la perfetta giustizia del regno di Dio” su di me, in me. Senza la quale la mia vita sarebbe annientata.</p>



<p>Potrò perdonare davvero solo quando comprenderò che, senza misericordia in cuore, quella che mi rende stolto agli occhi del mondo, io di Dio potrò solo limitarmi a parlare, ma non lo conoscerò.&nbsp;</p>



<p>Finalmente liberato dall’ira che acceca chi si sente vittima, lo vedrò.</p>



<p><strong>Alessandro Deho’</strong></p>



<p><em>*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.</em></p>



<p><em>In copertina: un’opera di Nicola Samorì</em></p>
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		<item>
		<title>L’amore ingiusto, l’amore illogico</title>
		<link>https://www.pangea.news/amore-ingiusto-vangelo-alessandro-deho/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Sep 2026 04:06:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Sacro]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Dehò]]></category>
		<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
		<category><![CDATA[Cristò]]></category>
		<category><![CDATA[Gesù]]></category>
		<category><![CDATA[Impacciato di bocca]]></category>
		<category><![CDATA[Vangelo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=108418</guid>

					<description><![CDATA[<p>In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo…&#160; (Mt 18,15-20) “Perché quando c’è unanimità nella preghiera, è come se il Signore stesso fosse presente e giudicasse in mezzo alla comunità”. (Alberto Mello,&#160;Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995) Se [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo…&nbsp;</strong></p>
<cite><strong>(Mt 18,15-20)</strong></cite></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Perché quando c’è unanimità nella preghiera, è come se il Signore stesso fosse presente e giudicasse in mezzo alla comunità”.</strong></p>
<cite><strong>(Alberto Mello,&nbsp;<em>Evangelo secondo Matteo</em>, Qiqajon, 1995)</strong></cite></blockquote>



<p>Se il Vivente non fosse qui, tra me e l’altro, proprio qui, tra le faccende del mio mondo, in questo groviglio di colpe commesse e torti inflitti, se non fosse qui, vivo, la solitudine del confronto a due sarebbe un processo senza appello.&nbsp;<strong>La vittima, con sguardo apparentemente mite, potrebbe affondare i denti nella giugulare del colpevole chiamando bacio di riconciliazione il colpo di grazia.</strong>&nbsp;Liberaci Signore dal male, anche da quello che può drammaticamente tramutare la vittima in carnefice.</p>



<p>Se il Vivente non fosse presente, se vittima o colpevole, in verità profonda, non sentissero come sacramentale l’atto del perdono, tutto si risolverebbe nell’umiliazione perpetuata dal “giusto” sul “peccatore”.</p>



<p>Tremendo il male inflitto da chi dice d’aver perdonato il tradimento, e lo dice e lo ridice all’infinito, senza dimenticarlo mai, appellandosi al diritto canonico, coinvolgendo sante guide spirituali, estenuando la sua vendetta di umiliazione in umiliazione.</p>



<p>Sentire il Vivente vivo, qui, presente, rende quasi impossibile il gesto dell’ammonizione solitaria al mio carnefice.&nbsp;<strong>Quando mai i miei occhi sapranno guardarlo come il Crocifisso ha guardato i suoi assassini?&nbsp;</strong>Penso a quella volta in cui sono stato corretto, quando il colpevole sono stato io: cercavo misericordia e trovavo solo spietata verità. Non sentii Cristo nel senso di fallimento radicale che mi tolse il fiato per mesi.</p>



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<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>…se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni…</strong></p>
</blockquote>



<p>Ascoltare, essere ascoltato, non è solo questione di diritti e di doveri, non siamo in ambito giuridico, non solo l’urgenza di riparare i torti nell’illusione di poter ripartire. Se il Vivente è davvero in mezzo a noi l’ascolto è quello della preghiera. La correzione fraterna prevede che la vittima preghi le sue parole, che le carichi d’Altrove, che sia una salmodia commossa e sofferta rivolta all’Eterno. Il carnefice deve sentirsi pregato. Questo lo scandalo. “Perdona loro perché non sanno…”. Nessun equilibrio da ripristinare, solo raccogliere dalle tenebre del male la possibilità mistica del divino incontro.&nbsp;</p>



<p>Cristianamente si dovrebbero abitare le ferite solo per la nostalgia di Colui che si è fatto ferita pur di stare nella nostra carne.</p>



<p>&nbsp;Chiamare uno o due testimoni.&nbsp;<strong>Avere il dono di conoscere due amici che, in preghiera, abbiano a cuore come me il colpevole. Miracolosa congiunzione astrale.</strong>&nbsp;Trovare qualcuno che non abbia fretta di schierarsi con la vittima, di ergersi a difensore dell’ortodossia. Trovare qualcuno che mantenga il segreto per non umiliare il carnefice. Se il Vivente non fosse vivo sarebbe pura utopia.</p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.</strong></p>
</blockquote>



<p>Se non ascolterà, solo se non ascolterà, ecco la Comunità. L’altro giorno un amico mi diceva che uno dei segni per accorgersi che un’istituzione è in declino è quando verifichiamo che non ha più i mezzi per proteggere gli innocenti. Come chi nel Vangelo riconosce in Cristo l’Innocente ma, ammanettato dal proprio potere, declina il giudizio in condanna.&nbsp;</p>



<p><strong>Il rapporto con il colpevole è quindi, in fondo, una possibilità che ci è concessa per verificare la nostra fede nella presenza del Vivente, dell’Innocente vivo tra noi.</strong>&nbsp;Accusati, feriti, uccisi, risorti in Cristo. Trasfigurare il torto subito in Passione. Vertiginosa possibilità, dono enorme e spaventoso concesso alla nostra fragilità.</p>



<p>Chi commette la colpa ha il diritto di poter perdere la faccia davanti a un’istituzione così evangelica da saper anche estromettere.&nbsp;<strong>Credo che uno dei vertici della violenza sia l’essere perdonato senza verità, essere corretto senza preghiera, essere riammesso in una chiesa che si crede abitata dallo Spirito ma che non crede nella sua presenza.</strong>&nbsp;Il perdono in quel caso è solo la maschera di un malefico ricatto. Non si è buoni perché si include: senza Cristo la navata può diventare una cella.</p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.</strong></p>
</blockquote>



<p>Non è questione di correzione fraterna, non è l’applicazione di regole comunitarie che illudano di poter costruire comunità vicine alla perfezione, non è nemmeno l’illusione che l’enormità del perdono possa essere regolata da una norma: è che la colpa subita o commessa chiama all’urgenza di tenere legato il cielo e la terra. Vangelo è che la carne è viva per il solo motivo di mostrare la prossimità dell’Eterno.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non di competizione, non di alternativa all’interno della storia, ma di animazione interna al cammino storico, fino alle prospettive che superano la storia e che si identificano con l’eterna comunione con quel Dio che sarà un giorno Tutto in tutti”. </strong></p>
<cite><strong>(Ernesto Balducci,&nbsp;<em>Il mandorlo e il fuoco</em>, Borla, 1984)</strong></cite></blockquote>



<p><strong>*</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Non può limitarsi a umana giustizia quella che scaturisce dall’accordo nella preghiera. Non l’equilibrio di chi ancora si illude che la perfezione possa essere segno di conversione. Non la facciata restaurata di comunità che diventano luoghi falsamente paradisiaci per garantire un rifugio di pace agli affaticati della vita.&nbsp;<strong>Non la sospetta santità degli esangui, dei finti angelicati, dei disincarnati. Non l’accordo umano ma con il Vivente, nel Vivente: qualunque cosa richiesta, qualunque cosa concessa avrà a che fare con lo squilibrio di un amore ingiusto, illogico e sproporzionato.</strong>Evangelico.</p>



<p>Benedetta sia la colpa del nemico se mi costringe a chiedermi se credo ancora che Lui sia in mezzo.&nbsp;</p>



<p><strong>Alessandro Deho’</strong></p>



<p><em>*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.</em></p>



<p><em>*In copertina: un disegno di Guercino, “Studio per il Martirio di San Bartolomeo”</em></p>
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		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/Guercino_Giovanni_Francesco_Barbieri_-_Study_for_the_Martyrdom_of_St._Bartholomew_-_Google_Art_Project-1024x813.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
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		<title>Spaccare il vetro</title>
		<link>https://www.pangea.news/spaccare-il-vetro-vangelo-alessandro-deho/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Aug 2026 04:12:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Sacro]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Dehò]]></category>
		<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
		<category><![CDATA[Gesù]]></category>
		<category><![CDATA[Impacciato di bocca]]></category>
		<category><![CDATA[Vangelo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.</strong></p>



<p><strong>Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».</strong></p>



<p><strong>Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni». (Mt 16,21-27)</strong></p>



<p><strong>*</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Perché il Crocifisso? Perché tutto l’orrore umano è superato nel luogo stesso in cui si consuma”. </strong></p>
<cite><strong>(Maurice Bellet,&nbsp;<em>Il Messia crocifisso</em>, Queriniana, 2022)</strong></cite></blockquote>



<p>Il massimo splendore e l’orrore delle tenebre devono coincidere. L’esplosione della vita ha bisogno del fragoroso boato della notte. Avere il coraggio, sentire la necessità di calarsi fino a raggiungere tutto l’orrore umano. Tutto. Significa accettare il rischio di esserne annientati.&nbsp;</p>



<p>Sarebbe ben poca cosa la croce se si limitasse ai chiodi e a una sofferenza di poche ore. A renderla apice ineluttabile del mistero cristiano, a rendere ragione del perché della scelta del Crocifisso, è il fatto che il legno del Golgota si è innalzato nel cuore pulsante del male assoluto. E non era così scontato resistere.&nbsp;</p>



<p><strong>Ci sono malati che soffrono per anni dolori ancora più estenuanti della Passione di Cristo, ma nessuno, tranne Cristo, può portare nell’orrore la pienezza dell’amore di Dio.</strong>&nbsp;Occorreva superare l’orrore con la consumazione totale dell’Amore. E credere e gridare con la vita che davvero “forte come la morte è l’amore”. Perché la vita non è sufficiente a reggere l’urto di tutto l’orrore umano.</p>



<p>Ammutolisce che l’Amore, in Cristo, non venga annientato dalla morte. Bisognerebbe essere cauti, o farsi muti, e non sprecare inutili verbi: l’Amore è pericoloso e micidiale.</p>



<p><strong>Pietro oppone resistenza. Tenerissima figura. Prende Cristo in disparte, paternalistico come certi preti che ammorbidiscono il messaggio per paura del dolore.</strong>&nbsp;Con Pietro siamo noi, tutti noi, quando ci accontentiamo di molto meno. Non serve che proprio tutto l’orrore venga affrontato, pensiamo, basta un segno. Non è saggio rischiare fino a quel punto.&nbsp;</p>



<p>“Non ti accadrà mai”: se la profezia del discepolo si fosse avverata, Cristo sarebbe stato ridotto a una mosca intrappolata in un bicchiere, una piccola serra di buoni sentimenti per pochissimi eletti, un paradiso artificiale, una gabbia di buone intenzioni. Occorreva e occorre spaccare il vetro.&nbsp;</p>



<p>E maneggiare il Vangelo, resoconto della scelta del Messia, per quello che è: cocci aguzzi di bottiglia. Non ci si può non ferire. Storie da scrivere con il sangue. Martiri. Il resto è intellettualismo senz’anima.</p>



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<p>Cristo si volta. Il movimento non solo del capo ma della storia intera, una rivolta contro il tentatore. Nessuna parola di comprensione, non vengono salvate nemmeno le intenzioni.&nbsp;<strong>Colui che aveva appena staccato la definizione perfetta per il Figlio dell’Uomo, il consacrato a legare e sciogliere, l’eletto, è definito Satana. Tentatore.</strong>&nbsp;E forse è proprio il far parte dell’istituzione, l’essere investito di un ruolo (forma inevitabile, pare, per la costruzione di futuri abitabili) a imporre subito l’onta dell’incomprensione.&nbsp;</p>



<p>Pensare come pensano gli uomini non è la stessa cosa di pensare come pensa Dio. E mentre Pietro implora “Dio non voglia” o, meglio, da traduzione letterale, “Dio sia misericordioso con te”, Cristo sfodera la condanna all’illusione di credere di sapere quali siano i pensieri di Dio. Solo Cristo, nella sua carne, mostra il vero pensiero di Dio. Solo lui.&nbsp;</p>



<p>Noi tutti, che non siamo scesi fino al luogo della consumazione, possiamo solo sperare di raccontarlo nella più completa sottomissione al mistero. Solo questo possiamo. Materiale incandescente.</p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“È attraversato da un getto di luce dove ciò che distrugge ogni fede, ogni ragione, ogni sapienza svanisce davanti all’onnipotenza di ciò che si dona a noi, nell’emozione d’amore”. </strong></p>
<cite><strong>(Maurice Bellet,&nbsp;<em>Il Messia crocifisso</em>, Queriniana, 2022)</strong></cite></blockquote>



<p>Il Crocifisso come getto di luce. L’orrore non viene semplicemente cancellato: il male resta male, il male continua a rimanere male. Il Crocifisso non ha annientato l’orrore totale; ne ha abitato il centro e, cosa ancora più scandalosa, chiede a ognuno di noi di seguirlo nella possibilità che la nostra vita diventi luogo di amore proprio quando incontra il male, il rifiuto, la perdita.&nbsp;</p>



<p>E questo significa prendere la croce, cioè sapere che la nostra parte di orrore, di incomprensione, di rifiuto, l’avremo: è la parte di eredità che ci è assicurata. Ma è luce, il suo Amore, che annienta la disperazione quando sperimentiamo d’essere noi stessi segno di un amore che oltrepassa le tenebre.&nbsp;</p>



<p>Come potremo dire di credere in Cristo se non fossimo partecipi della sua epifania?&nbsp;</p>



<p>Esiste qualcosa che può distruggere fede, ragione e sapienza. Più ancora, è la vita stessa che spesso frantuma quella fede a cui avevamo dedicato la vita intera. E a tutti capita di camminare sulle macerie della ragione e della sapienza, quando la vita azzanna feroce e nulla sembra più in grado di mostrarcene il profilo promettente. Esattamente lì la croce annienta il niente.</p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“…o appare come l’Altro lontano da tutto ciò che costituisce l’andazzo abituale di questo mondo”. </strong></p>
<cite><strong>(Maurice Bellet,&nbsp;<em>Il Messia crocifisso</em>, Queriniana, 2022)</strong></cite></blockquote>



<p>Pietro non è cattivo e assecondare l’andazzo di questo mondo rimane cosa sensata. Non si fa niente di male, non ci si fa male. Ma forse è proprio questo tenersi a distanza di sicurezza dal male, soprattutto da quello che ci abita, la vera tentazione.&nbsp;</p>



<p>Nel cuore del male, a salvare è “l’onnipotenza che si dona a noi”;&nbsp;<strong>a salvarci è la forma del dono. Forse la cosa più violenta che esista. Un dono è un obbligo, ci costringe a decidere di noi.</strong>&nbsp;Ci trasforma in debitori. È vero che la fede è un dono, ma il dono è compromettente. Cosa fare di noi quando sentiamo che l’Onnipotente si è consegnato alla nostra debolezza? Come rispondere? E perché non si è limitato a salvarci senza pretendere di allearsi con la nostra miseria? Non bastava la sua di croce?</p>



<p>Perché questo dono non richiesto, questa condanna a esaudire il desiderio di Adamo? Sì, saremo finalmente onnipotenti come lui. Cioè crocifissi e destinati a non avere altra scelta che donare noi stessi. Passare dalla rapina del frutto proibito a diventare pane, carcassa eucaristica per gli avvoltoi.&nbsp;</p>



<p>Ma se questo è vero, se il paragone è con il Cristo, se ci è chiesto di donare tutto di noi — e non importa quanto, basta che sia tutto —,&nbsp;<strong>se il destino è nella consumazione in forma luminosa di dono, possiamo sopravvivere solo imparando lo sguardo del Cristo.</strong>&nbsp;E non è più così difficile credere in Dio: basta guardare la croce. Faccenda ben più complessa è credere in noi. Credere che io sia degno di tentare d’amare così.</p>



<p>Perdersi e trovarsi, onnipotenza del dono e disfacimento dei miei sogni, e intanto “vita”, vita, vita, vita: questo ripete Cristo nel Vangelo. E non capire più cosa sia questa benedetta vita che fiorisce nel male, che illumina come lampo le tenebre, che mi implora di essere luce da luce. Come per intuirne l’immagine e la somiglianza.&nbsp;</p>



<p>La notte oscura che mi avvolge sembra il fondale di un presepe.&nbsp;</p>



<p><strong>Alessandro Deho’</strong></p>



<p><em>*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.</em></p>



<p><em>*In copertina: Carl Bloch, Cristo con la corona di spine, 1882</em></p>
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		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/ChristandThorns.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Il silenzio dei semplici</title>
		<link>https://www.pangea.news/il-silenzio-dei-semplici-alessandro-deho/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Aug 2026 03:47:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Sacro]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Dehò]]></category>
		<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
		<category><![CDATA[Gesù]]></category>
		<category><![CDATA[Impacciato di bocca]]></category>
		<category><![CDATA[Vangelo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».</strong></p>



<p><strong>Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».</strong></p>



<p><strong>E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».</strong></p>



<p><strong>Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. (Mt 16,13-20)</strong><strong><em></em></strong></p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”</strong></p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Perché ha nominato il fondatore della città? Perché ce n’è anche un’altra, quella di Stratone, e li interroga non in quella ma in questa, allontanandoli dai giudei perché, liberi da ogni preoccupazione, dicessero in piena libertà quello che avevano nel loro animo. E non ha detto: Chi dicono che io sia gli scribi e i farisei?, benché spesso costoro si avvicinassero e parlassero con lui, ma: Gli uomini chi dicono che io sia?, per esaminare l’opinione imparziale del popolo. Anche se infatti questa era molto più bassa del dovuto, era però priva di malvagità, mentre quell’altra era piena di grande iniquità”. </strong></p>
<cite><strong>(Giovanni Crisostomo, <em>Omelie sul Vangelo di Matteo </em>da <em>La Bibbia commentata dai Padri, Matteo 14-28</em>, Città Nuova 2006)</strong></cite></blockquote>



<p>Da quanto tempo non vado a Cesarea di Filippo? Da quanto tempo ad ogni obiezione che mi raggiunge in ambito di fede mi illudo di dare risposte? Da quanto tempo non mi lascio più incalzare radicalmente dalla domanda che può sconvolgere la vita?</p>



<p>Farmi trascinare in luogo “libero da ogni preoccupazione” dove poter dire in piena libertà quello che ho nel mio animo su Cristo è movimento che non voglio compiere. L’ho già fatto, più volte, sono vecchio e stanco, nessuna intenzione di rimettere in gioco i fondamenti della mia vita.&nbsp;</p>



<p>Così questo brano rischia di scivolarmi via senza farmi male.&nbsp;<strong>Non sono un pagano, mi illudo di non essere fariseo, credo di stare nel giusto.</strong>&nbsp;Perfino scrivo, sempre, sul Maestro, come potrebbe trafiggermi ancora una domanda per cui produco continuamente risposte?</p>



<p>Ma Cristo, all’inizio, non chiede quel che penso io di lui ma quello che pensa la gente di lui. E io, tristemente, devo ammettere che non lo so più. Cosa dice di Cristo la gente? Non so nemmeno dove andare a cercare. Questo è drammatico. Le persone che incontro, quelle che mi vengono a trovare non sono “gente”, spesso sono uomini e donne che sono feriti dall’incontro con Lui. Sanno bene chi è Cristo, ne portano le stimmate, caso mai devono decidere se affidarsi ancora a Lui.</p>



<p>La gente che legge i miei articoli è gente in ricerca, con mille domande. Ma siamo pochissimi. Non siamo gente. Se allargo lo sguardo mi verrebbe da dire… che non dice più nulla.&nbsp;<strong>Che la gente non dice nulla di Cristo. Al massimo parla di preti e di istituzioni ma di Cristo? Di lui, cosa dice?</strong></p>



<p>Ma forse sono io che ho smesso di ascoltare.&nbsp;</p>



<p>Non so cosa dice la gente, come posso parlare di lui?&nbsp;</p>



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<p>Mi sento discepolo che insiste a fornire risposte per domande che non intercetta più. Che ci sono, non possono non esserci, ma non si manifestano più secondo le attese.&nbsp;<strong>Le domande nella Cesarea del mondo si muovono sotterranee, sono sgrammaticate, vivono di grida e di silenzio</strong>, non hanno più l’impalcatura del pensiero comune e condiviso.</p>



<p>E io, invece di andare a caccia delle domande, mi ostino a raffinare ipotesi di risposta.</p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».</strong></p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Tutte queste opinioni non sono semplicemente sbagliate; significano accostamenti più o meno vicini al mistero di Gesù, a partire dai quali è senz’altro possibile la via verso il nucleo essenziale. Non raggiungono tuttavia la vera natura di Gesù, la sua novità. Lo interpretano a partire dal passato e da quanto generalmente accade ed è possibile, non a partire da se stesso, non dalla sua unicità, che non è inseribile in nessun’altra categoria”. </strong></p>
<cite><strong>(Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, <em>Gesù di Nazaret</em>, Rizzoli, 2007)</strong></cite></blockquote>



<p>Le risposte della gente al tempo di Gesù sono appigli perfetti. Sono volti, storie, sono pagine bibliche. Aggrapparsi a quelle intuizioni per proporre strade percorribili fino al riconoscimento del Messia non era difficilissimo. </p>



<p>Oggi cosa sappiamo di Giovanni Battista o di Elia, o di Geremia? Cosa griderebbe nel deserto l’ultimo dei profeti per convincere la gente a lasciare le proprie case e immergersi nel Giordano? Quali battaglie all’ultimo sangue condurrebbe Elia e contro quali falsi profeti? A quale grotta ci condurrebbe per ascoltare la Parola nel fiato di silenzio? E quale profilo assumerebbe oggi il combattimento di Geremia contro le classi sacerdotali e gli anziani, e la sua passione, e il suo martirio?&nbsp;</p>



<p>Saranno state sbagliate le risposte della gente ma erano frammenti di verità, luoghi da cui si poteva partire, materiale con cui costruire.</p>



<p><strong>Perché non sappiamo più essere domanda per il mondo? O sono io che non sono più capace di vedere e di sentire la ricerca della gente?</strong>&nbsp;Io che rischio di illudermi di sapere già abbastanza di te solo per averti sequestrato nei miei miseri schemi? Aprimi gli occhi Signore!</p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».</strong></p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Questo messia è proprio il figlio di Dio, nel quale il Dio vivente opera «con noi». (…) il Dio vero, capace di operare concretamente nella storia, a differenza degli idoli morti dei gentili”. </strong></p>
<cite><strong>(Ulrich Luz, <em>Matteo 2</em>, Paideia Editrice, 2010)</strong></cite></blockquote>



<p>Un Dio vivo, non solo un concetto. Un Dio che opera. Con me. Queste le coordinate.</p>



<p>Non è la domanda a essere problematica, non la domanda intellettuale a essere assente,&nbsp;<strong>forse non è tempo di grandi dibattiti, forse è tempo di diventare noi stessi domanda per il mondo.&nbsp;</strong>Che il discepolo trasformi la propria vita in una provocazione.</p>



<p>Se Dio è vivo è nella vita di chi tenta di seguirlo che deve esserci traccia visibile di lui. Vivo e complesso come tutte le cose che respirano, vivo e in movimento, vivo e irriducibile. Vivo e impossibile da addomesticare in un concetto.&nbsp;</p>



<p>La domanda e la risposta sono già nelle parole del Cristo:&nbsp;<em>voi chi dite che io sia?</em>&nbsp;Cosa state dicendo di me con il vostro modo di parlare e di fare silenzio, con i vostri pensieri, con il modo di amare, come sto, vivo, tra le vostre paure, i vostri errori, i vostri tradimenti?</p>



<p>Quel che dice Pietro è vero ma ancora acerbo e oggi, forse, ancora più inutile. Tanto che Pietro dopo poco inciamperà. Ma sarà coerente, non riuscirà a sbarazzarsi del Cristo nemmeno dopo averlo rinnegato. Non puoi liberarti di lui se lui è la tua vita.</p>



<p>Sentirmi dire che Cristo è il Figlio del Dio vivente è bellissima definizione ma io, oggi, a chi la pronuncia, vorrei solo chiedere di mostrarmi cosa significhi davvero. Senza che mi parli.</p>



<p>Un Dio che vive nelle nostre vite. Che prende casa nelle nostre carni. Quale è la differenza tra il discepolo e la gente? Mostramela nella carne.</p>



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<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli.</strong></p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Dio ha nascosto tali cose ai sapienti e agli intelligenti (…) è sfuggita ad essi la reale importanza, il loro significato più profondo. Il quale invece è stato “rivelato” (<em>apokalypto</em>) quasi per connaturalità, per una sorta di riflesso spontaneo, a coloro che sono sprovvisti di strumenti intellettuali, sprovvisti perfino della capacità di parlare: “agli infanti” (<em>népioi</em>, che però copre l’area semantica dell’ebr. <em>petajim</em>: “semplici”, “ingenui”)”. </strong></p>
<cite><strong>(Alberto Mello, <em>Evangelo secondo Matteo</em>, Qiqajon, 1995)</strong></cite></blockquote>



<p>Credere è assumere la condizione di infanti per farsi fecondare dal Padre. Da colui che tiene nascosta la verità ai dotti e ai sapienti ma che si consegna agli umili.&nbsp;</p>



<p>Non io devo andare a conquistare la Verità: solo devo lasciarla germogliare dalla sua Grazia.&nbsp;<strong>Accettare la vita, accettarla così come viene, senza volerla addomesticare, accoglierla come un ingenuo, e come tale accettare d’essere considerato.</strong>&nbsp;Come chi non sa più nemmeno parlare, come chi non addomestica la belva. Lasciarla la vita essere in noi e lì, pazientemente, riconoscere la presenza fedele del Padre.&nbsp;</p>



<p>Noi diremo davvero di Cristo se sapremo lasciarci attraversare dalla vita come ha fatto lui. Non la nostra carne costruisce il segno della verità, non il nostro sangue, ma una vita consegnata come il Battista, come Elia, come Geremia. Una vita ammutinata del sé profondo nella speranza di essere abitata e trasfigurata dalla Parola. Dalla sua presenza.</p>



<p>Dire ciò che Cristo è, dirlo nei nostri limiti, nella malattia, perfino nel peccato. Trovare il modo di piegarsi all’Eterno, essere suo strumento. Essere insieme domanda e concreta vitale risposta.</p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».</strong><em></em></p>
</blockquote>



<p>Dirò di te solo se saprò incarnare la semplicità di chi crede che le potenze degli inferi non prevarranno mai sul Cristo. Che il male non mi vincerà nonostante me perché sono piccolo, e nelle Sue mani. E questo basta.</p>



<p>Il potere di Pietro è in questa fede. L’autorità è in questa consegna. Paradosso miracoloso che si ripete da duemila anni,&nbsp;<strong>il volto di Cristo è raccontato dai miseri, dagli obbedienti, dai consegnati, dai trafitti.</strong>&nbsp;Da chi racconta Dio senza nemmeno accorgersi di farlo.&nbsp;</p>



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<p><strong>*</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.</strong><strong><em></em></strong></p>
</blockquote>



<p>C’era bisogno di attesa per Pietro e i primi discepoli. C’era la croce da decifrare come crocevia della manifestazione dell’Eterno, c’era da fare i conti con il paradosso di un’onnipotenza svelata nel martirio, e c’era una tomba nuova da decifrare come narrazione piena del suo Passaggio. C’era ancora tanto Vangelo da vivere. In silenzio.&nbsp;</p>



<p>C’era da fidarsi di questi Dodici uomini, avrebbero imparato a dire di Lui?&nbsp;</p>



<p>Ma forse c’è un silenzio che non passa, che non è questione di consapevolezza, è il silenzio dei semplici, quelli che non dicono ma che mostrano di appartenere a Cristo, Vivo.</p>



<p>Io non so cosa dica la gente e forse continuerò a non saperlo, quello che invece devo imparare è a riconoscere il silenzio dei semplici. Luoghi vivi dell’accadimento, oggi, del mistero.</p>



<p><strong>Alessandro Deho’&nbsp;</strong></p>



<p><em>*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.</em></p>



<p><em>*In copertina:&nbsp;</em><em>Honoré Daumier, “Ecce Homo”, 1850</em><em></em></p>
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		<title>Sono un fastidio per Cristo</title>
		<link>https://www.pangea.news/sono-un-fastidio-per-cristo-deho/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Aug 2026 04:11:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Sacro]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Dehò]]></category>
		<category><![CDATA[Cananea]]></category>
		<category><![CDATA[Impacciato di bocca]]></category>
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		<category><![CDATA[Vangelo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal Vangelo secondo Matteo&#160;In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Dal Vangelo secondo Matteo<br>&nbsp;<br>In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.</strong></p>



<p><strong>Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».</strong></p>



<p><strong>Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita. (<em>Mt</em>&nbsp;15,21-28)</strong></p>



<p><strong>*</strong></p>



<p><strong><em>In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne.</em></strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Gesù e la donna si incontrano,&nbsp;per così dire, a metà strada tra terra d’Israele e territorio ‘cananeo’, cioè pagano: entrambi sono accomunati da un movimento di uscita. Eppure è la donna che varca il confine, non Gesù”.&nbsp;&nbsp;</strong></p>
<cite><strong>(Alberto Mello,&nbsp;<em>Evangelo secondo Matteo</em>, Qiqajon, 1995)</strong></cite></blockquote>



<p>Non è Cristo che sconfina in luogo straniero, sono io che lo invado. Sono io che ho bisogno di lui, sono io che, se prendo seriamente la storia della Cananea, gli do fastidio, gli sono d’inciampo. Non scrivo a cuor leggero queste parole, non so dove mi porteranno, solo cerco di non addomesticarle immediatamente. Conosco il finale, una figlia riconsegnata alla madre, ma lei, la donna, non sa. Non ancora.&nbsp;<strong>Solo che lei non molla, come le madri dei cuccioli quando fiutano il pericolo. Ecco, già qui mi sento in difetto, come posso io commentare la ferocia di un amore materno?</strong>&nbsp;Forse il Vangelo andrebbe commentato solo in queste condizioni. Quando si è disposti a perdere tutto per una figlia azzannata dal male.&nbsp;</p>



<p>Altissimo il rischio, per me, di commentare questa pagina del Vangelo da posizione dominante. Apparentemente, io non mi sento straniero. Escluso, a volte, ma quasi sempre per scelta mia: posizione romantica. Per il resto, accolto. Adattato. Anche usato. Cosa ne so io di cosa significhi varcare i confini per chiedere vitale aiuto a chi ha il diritto di non ascoltarti? Cosa ne so io di che cosa significhi davvero sentirsi straniero?</p>



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<p><strong>*</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio».</strong></p>
</blockquote>



<p>Pietà di me. Quante volte ho avuto il coraggio, sincero, di pregare così? Io e tutte le mie pretese ammantate di meriti. Io che credevo d’essere quello chiamato. Declinare una presunta vocazione in pretesa è un passo troppo facile da assumere. Riconosco questo pericoloso movimento in chi incrocio perché ne ho subito il fascino, ne ho assecondato il ritmo.&nbsp;</p>



<p>Come è facile definire “provvidenza” qualsiasi cosa accada al mondo purché assecondi i miei progetti!</p>



<p>Mi pare pagina dolorosa, riflessione che mi invita a rimettere le cose a posto. Rimettermi al mio posto.</p>



<p>Abbi pietà di me, Signore. Come il pellegrino russo, intuisco che santità vera è conoscere la propria miseria.</p>



<p>Torno a pensare che la Cananea mi chieda di sentirmi un fastidio per Cristo.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Ma egli non le rivolse neppure una parola.</strong></p>
</blockquote>



<p>Cercatele voi, le giustificazioni a questo silenzio. Qualsiasi commento vi porterà l’esatta lettura di questo atteggiamento di Cristo. Hanno ragione loro: è questione di sentirsi mandati alla casa d’Israele, è questione di stupore per la fede che sboccia, diversa, fuori. Come quella del centurione. Sono costruzioni post-pasquali: alla luce della Pasqua tutto viene reinterpretato. Ma intanto lui tace.</p>



<p>E io grido. Anzi, io dovrei gridare. Invece succede che il suo silenzio diventa un mio alibi.&nbsp;</p>



<p>Ho sempre trovato banale chi si allontanava dalla fede per non essere stato esaudito. Ho costruito pezzi di me trasfigurando in miracolo mancate guarigioni, filosofeggiando sull’idea stessa di miracolo.&nbsp;<strong>Si può guarire e non essere stati miracolati. Si può morire e, morendo, sperimentare l’assimilazione miracolosa a Cristo.</strong>&nbsp;Ma se fosse mia figlia a essere preda del demonio?</p>



<p>Cristo tace. E non voglio subito scivolare alle consolanti conclusioni.</p>



<p>E quando Cristo tace, devo tacere anch’io. Questo mi ripeto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="766" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Christ_and_the_Woman_of_Canaan_from_Das_Plenarium_MET_DP849929-766x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108252" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Christ_and_the_Woman_of_Canaan_from_Das_Plenarium_MET_DP849929-766x1024.jpg 766w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Christ_and_the_Woman_of_Canaan_from_Das_Plenarium_MET_DP849929-224x300.jpg 224w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Christ_and_the_Woman_of_Canaan_from_Das_Plenarium_MET_DP849929-768x1027.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Christ_and_the_Woman_of_Canaan_from_Das_Plenarium_MET_DP849929-600x802.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Christ_and_the_Woman_of_Canaan_from_Das_Plenarium_MET_DP849929.jpg 808w" sizes="(max-width: 766px) 100vw, 766px" /><figcaption class="wp-element-caption">Hans Leonhard Schäufelein, <em>Gesù e la cananea</em>, 1517</figcaption></figure>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».</strong></p>
</blockquote>



<p>I discepoli intervengono per evitarlo, questo scandalo. Non è conveniente essere i paladini di un insensibile. Questa scena si ripete da duemila anni. Se Dio tace, è per farti crescere. Se Dio tace, è perché il suo miracolo per te è diverso. Se Dio tace, è perché non è il Dio onnipotente che hai in mente tu. Lui soffre con te. È in te. Tutto vero. Però Dio tace. E non è sempre vero che siamo noi che non sappiamo interpretare le sue parole.&nbsp;<strong>Tace. Lo dice il Vangelo. E questo suo silenzio fa comunque male.</strong></p>



<p>E quante volte io avrei dovuto tacere e, invece, patetico, credevo di doverlo giustificare? Ne prendevo le difese. E invece avrei dovuto proteggere Cristo da me.</p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».</strong></p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La donna accetta questa prospettiva di esclusa, di non avente diritto: ‘È&nbsp;vero,&nbsp;Signore’. Ma con una finezza che rivela un grande intuito di fede (un grande intuito del cuore di Gesù),&nbsp;si dichiara disposta – proprio come i cagnolini – a mangiare anche solo le briciole.”&nbsp;</strong></p>
<cite><strong>(Alberto Mello,&nbsp;<em>Evangelo secondo Matteo</em>, Qiqajon, 1995)</strong></cite></blockquote>



<p>La donna accetta questa prospettiva di esclusa. Questo, oggi, pare inconcepibile; questo mi pare custodisca qualcosa da imparare.&nbsp;<strong>Protesi a lottare per i diritti di chiunque (purché non vengano toccate le nostre libertà!), ci dimentichiamo di imparare a stare nella prospettiva degli esclusi.</strong></p>



<p>Sacrosante, le lotte per l’uguaglianza. Umanamente urgenti. Non voglio essere frainteso. Eppure credere non è solo questione di lotta sociale. Non è solo tentare di risolvere il problema della povertà: è diventare poveri, diventare problema. Accettare di essere disfunzionale per la società.</p>



<p><strong>Come poter incontrare il grande escluso, colui che muore in croce fuori Gerusalemme, se non da esclusi?&nbsp;&nbsp;</strong>E infine accontentarsi solo delle briciole. Come cane a leccare i pavimenti in cerca degli avanzi. Anche qui costruiamo tutte le spiegazioni esegetiche del caso. Esatte. Però, intanto, oggi, io voglio accorgermi di chi, intorno a me, lecca i pavimenti in cerca di frammenti di particola. E sento che io dovrei vergognarmi.</p>



<p>*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.</strong></p>
</blockquote>



<p>Cristo guarda la donna, continua a guardare la donna e ci grida, dalle pagine del Vangelo, che quella è fede.&nbsp;</p>



<p>E io non so ancora se sono in grado di chiedere in dono di poter essere simile a lei.</p>



<p><strong>Alessandro Deho’</strong></p>



<p><em>*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.</em></p>



<p><em>In copertina: Juan de Flandes, San Michele Arcangelo, 1505 ca.</em></p>
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