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	<title>Poesia Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Fri, 18 Sep 2026 03:47:16 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“L’enigma di vivere”. Pessoa o del poeta come teosofo</title>
		<link>https://www.pangea.news/pessoa-poesie-esoterismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 03:47:15 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Aleister Crowley]]></category>
		<category><![CDATA[Esoterismo]]></category>
		<category><![CDATA[Fernando Pessoa]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura portoghese]]></category>
		<category><![CDATA[Teosofia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fernando Pessoa non evocava spettri, li creava: secondo il gergo gnostico, erano una sua “emanazione”. Primo mobile, implacabile e generoso, anonimo, immortale nella propria malinconica infima infinitezza,&#160;Pessoa è il dio abulico da cui provengono molteplici eteronimi; è l’uno che s’immilla, il singolo che dilaga in legione. Nella Cabala sarebbe “Keter”, il divino niente, incolore, trascendente;&#160;il&#160;Retrato [&#8230;]</p>
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<p>Fernando Pessoa non evocava spettri, li creava: secondo il gergo gnostico, erano una sua “emanazione”. Primo mobile, implacabile e generoso, anonimo, immortale nella propria malinconica infima infinitezza,&nbsp;<strong>Pessoa è il dio abulico da cui provengono molteplici eteronimi; è l’uno che s’immilla, il singolo che dilaga in legione. Nella Cabala sarebbe “Keter”, il divino niente, incolore, trascendente;</strong>&nbsp;il&nbsp;<em>Retrato de Fernando Pessoa</em>&nbsp;realizzato da José de Almada-Negreiros ne distingue l’eleganza patetica, plastica, le mani da alchimista, lo sguardo incline alla severità – e dunque, alla più fosca compassione –, di incerta violenza: ci vuole estro burocratico per discernere il caos.&nbsp;</p>



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<p>“Pessoa è una plurima, mostruosa cattiva coscienza: la mia, la nostra, la vostra, quella di tutti gli uomini di buona volontà, di qualsiasi buona volontà si tratti.&nbsp;<strong>Pessoa è un grido di dolore e un belato, un canto altissimo e una smorfia, un’unghia che corre sulla lavagna dove un buon professore voleva tracciare la tranquillizzante dimostrazione del suo teorema”, ha scritto Antonio Tabucchi</strong>, con estro ascendente, in&nbsp;<em>Una sola moltitudine</em>(Adelphi, 1979), il libro che ha fatto di Pessoa il santo dell’editoria odierna, un fenomeno pop, il guru dei nostri esoterismi quotidiani, da caffelatte. Tra le altre cose, arguiva Tabucchi, Pessoa si riconosce “nel rifuggire il segno che si afferma, nel ripudiare la&nbsp;<em>prevalenza</em>”. Insomma, Pessoa non lo incateni in un vezzo, in un tono, in un aggettivo: gli eteronimi, diversamente crudeli, esistono per proteggere il creatore da ogni incursione esegetica, da ogni fede cretina, dall’assolo degli accademici.&nbsp;</p>



<p>Tra la falange degli eteronimi, Alexander Search, nato il 13 giugno 1888 a Lisbona, come Pessoa, probabilmente sudafricano, autore di testi dai titoli claustrofobici –&nbsp;<em>The Mental Desorder of Jesus, Delirium, Agony</em>&nbsp;– e di “un patto con Satana”, pare prefigurare il fatidico incontro con la “Bestia”, il “666”, l’esoterista Aleister Crowley. Dell’incontro, accaduto il 2 settembre del 1930, sappiamo pressoché tutto – merito di un libro,&nbsp;<em>La bocca dell’inferno</em>, curato da Marco Pasi per Federico Tozzi editore nel 2018.&nbsp;<strong>Pessoa aveva scritto all’editore londinese di Crowley, segnalando un errore nel suo oroscopo; Crowley – cacciato da Cefalù sette anni prima –, meravigliato dall’intelligenza astronomica di Pessoa, volle conoscere il discepolo portoghese.</strong>&nbsp;A Lisbona sbarcò con una ragazza di proverbiale bellezza, Hanni Larissa Jaeger, che dopo un po’ preferì mollarlo. Qui il rapporto iniziatico inizia a prendere i toni del capriccio, della bizza carnevalesca: Crowley, infatti, inscena un suicidio, presso le scogliere della “Boca do Inferno” a Cascais, forse per riconquistare la fanciulla, di certo per riattivare la propria fama, lievemente in disarmo. Pessoa, davanti alla polizia locale, gli fa da spalla, il caso monta, la stampa s’infiamma, Crowley ottiene l’effetto sperato. Nel frattempo, è partito per Berlino, dove si accompagna con un’altra donna, Bertha Busch. Pettegolezzi mistici.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="666" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/Aleister_Crowley_as_Baphomet_X°_O.T.O-666x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108476" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/Aleister_Crowley_as_Baphomet_X°_O.T.O-666x1024.jpg 666w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/Aleister_Crowley_as_Baphomet_X°_O.T.O-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/Aleister_Crowley_as_Baphomet_X°_O.T.O-600x923.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/Aleister_Crowley_as_Baphomet_X°_O.T.O.jpg 702w" sizes="(max-width: 666px) 100vw, 666px" /><figcaption class="wp-element-caption">Aleister Crowley (1875-1947)</figcaption></figure>



<p>Ad ogni modo, gli interessi di Pessoa per l’occultismo risalivano a diversi anni prima:&nbsp;<strong>nel 1915 aveva tradotto alcuni testi di Helena Blavatsky, la fondatrice della Società Teosofica, rimanendone impressionato.</strong>&nbsp;Cinque anni dopo, a Ophélia Queiroz, scrive “Il mio destino&#8230; è subordinato sempre più all’obbedienza a Maestri che non permettono e non perdonano”. Nella notissima nota autobiografica redatta il 30 marzo del 1935, otto mesi prima della morte,&nbsp;<strong>Pessoa afferma di essere stato “Iniziato, per comunicazione diretta da Maestro a Discepolo” (da Crowley?), di essere “fautore di un nazionalismo mistico”, dichiarandosi “fedele alla Tradizione Segreta del Cristianesimo”.</strong>&nbsp;L’anno prima aveva stampato, in proprio,&nbsp;<em>Mensagem</em>, l’unico libro in versi, in portoghese, edito in vita. In forma lirica, Pessoa riassume il suo credo nel “sebastianismo” e nel&nbsp;<em>Quinto Imperio</em>, apice del destino portoghese. L’indole messianica dona alle poesie un’urgenza dorata:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non so l’ora, ma so che l’ora esiste.<br>Benché Dio la ritardi e l’anima la chiami mistero”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Con quel libro, Pessoa partecipò al premio bandito dal Secretariado de Propaganda Nacional: gli fu preferita l’opera meno impegnativa di un sacerdote, Vasco Reis, che, a voler sfogare nell’onirico, pare una creatura ideata lì per lì da don Fernando, magari è il cugino di Ricardo Reis – monarchico, nato a Oporto, fanatico di Orazio, si era autoesiliato in Brasile.&nbsp;</p>



<p>Tra le&nbsp;<em>Poesie esoteriche</em>&nbsp;di Pessoa – a cura di Francesco Zambon; già Guanda, 2000, poi Luni, 2022, da leggere in concomitanza con le&nbsp;<em>Pagine esoteriche</em>&nbsp;di Pessoa stampate da Adelphi nel 1997 e con la raccolta&nbsp;<em>Politica e profezia</em>, a cura di Brunello De Cusatis, Bietti, 2018 – le più belle non sono quelle voluttuosamente gnostiche (<em>Sulla tomba di Christian Ronsencreutz</em>, per dire, con distici sapienziali come questo: “Dio è l’Uomo di un altro Dio maggiore:/ Supremo Adamo, anch’Egli ebbe Caduta”), ma quelle in cui il poeta scorge la tenebra tra le spirali del roseto sotto casa, solleva, con cautela, la pellicola che ammutolisce il mondo, svelandone l’arcano:&nbsp;</p>



<p><strong>“La morte è la curva della strada,<br>morire è solo non essere visto&#8230;</strong></p>



<p><strong>La terra è fatta di cielo.<br>La menzogna non ha nido”.&nbsp;</strong></p>



<p>La rivelazione è domestica, qui, esatta; l’enigma, per scioglierlo, richiede arte, anzi, tenerezza.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="665" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/41LxUjF0iZL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-108477" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/41LxUjF0iZL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 665w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/41LxUjF0iZL._AC_UF10001000_QL80_-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/41LxUjF0iZL._AC_UF10001000_QL80_-600x902.jpg 600w" sizes="(max-width: 665px) 100vw, 665px" /></figure>



<p>Pare, cioè, che per Pessoa l’esoterismo non abbia le tinte della moda, dell’esclusività snob da club inglese – come accade per l’allucinato William Butler Yeats –; la massoneria è missione, la gnosi uno scoscendimento nel privato: manca – per fortuna – la liturgia kitsch, la chiacchiera oltremondana, il rito da triti altoborghesi. In Pessoa vince l’ingenuità, il regno dello stupore, un tabernacolo di miele in gola. In fondo, il&nbsp;<em>Livro do Desassossego</em>&nbsp;è il regesto di un’anima smarrita, una specie di vangelo gnostico, ma in negativo:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Come Diogene di Alessandro, ho chiesto alla vita soltanto che non mi togliesse il sole. Ho avuto desideri, ma mi è stata negata la ragione di averli&#8230; Dio mi concede che non manchi l’enigma di vivere”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>D’altronde, se Bernardo Soares era un modesto “aiutante contabile” che conteneva universi notturni, Ricardo Reis sfoggiava una specie di aureo epicureismo, Alvaro de Campos nasce dandy, futurista, antiborghese; Antόnio Mora era “un paranoico” ossessionato dal&nbsp;<em>Prometeo incatenato</em>&nbsp;di Eschilo; non è estraneo il neopaganesimo tra gli interessi di Alberto Caeiro, poeta “alieno a legami affettivi e sentimentali” dagli occhi ovviamente azzurri. Come relegare Pessoa, ideatore di nebbie, estremista dell’elusione, in un pensiero, un credo, una loggia, un congedo?&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Per gli eteronimi di Pessoa non esiste l’inferno, non ha senso il giudizio ultimo: sono assolti per eccesso di assoluto.&nbsp;</p>
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		<title>“Se il tuo amore è pioggia”. Sherko Bekas: storia di un manoscritto ritrovato</title>
		<link>https://www.pangea.news/sherko-bekas-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 03:52:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Daniela Bianco]]></category>
		<category><![CDATA[Kurdistan]]></category>
		<category><![CDATA[Sherko Bekas]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono eventi, occasioni e circostanze, volute dal caso e guidate dall’istinto, così incredibili che devono essere raccontati. Onestamente mi chiedo: un ciclostilato ingiallito, un’immagine casereccia che alla prima occhiata sembra una coppa di gelato con una guarnizione di frutta ed un nome (a me) sconosciuto: come han fatto ad incuriosirmi, in mezzo a libri [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ci sono eventi, occasioni e circostanze, volute dal caso e guidate dall’istinto, così incredibili che devono essere raccontati. Onestamente mi chiedo: un ciclostilato ingiallito, un’immagine casereccia che alla prima occhiata sembra una coppa di gelato con una guarnizione di frutta ed un nome (a me) sconosciuto: come han fatto ad incuriosirmi, in mezzo a libri ben più attraenti sulla bancarella del Francese?&nbsp;</p>



<p>Contratto per una bella edizione Guanda di poesie spagnole e un romanzo di Bassani. “E del ciclostilato quanto mi fai?” Omaggio del Francese, dopotutto sono una buona ed assidua cliente.&nbsp;</p>



<p>Leggo.</p>



<p><em>LUME</em></p>



<p><em>In quella notte<br>Dentro il passo di montagna<br>Tutte le luci erano spente.<br>Solo una era accesa,<br>quella del poeta<br>sveglio,<br>accanto alla ferita di una poesia<br>sveglia come lui</em></p>



<p>&nbsp;Brividi.</p>



<p>Mi siedo in un bar per leggermi con calma le brevi note biografiche di <strong>Sherko Bekas</strong> in seconda pagina.</p>



<p><strong>Nasce nel 1940 a Sulaimania, nel Kurdistan iracheno, il padre, anch’egli poeta e patriota curdo, muore nel&nbsp;</strong><strong>ʼ48, segnando l’infanzia di Sherko col dolore e l’estrema povertà.&nbsp;</strong>Intorno ai vent’anni pubblica le sue prime poesie; i suoi temi, l’amore per la sua terra, per il suo popolo e per la libertà gli valgono un mandato di cattura da parte del regime iracheno, per sfuggire al quale si unisce ai partigiani che combattono per l’indipendenza del Kurdistan.</p>



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<p><strong>Dalle montagne continua a scrivere e a lavorare, in clandestinità: poesia</strong>, critica letteraria e, soprattutto informazione. Condannato al confino per tre anni nel sud del paese, riesce a far arrivare clandestinamente i suoi versi al popolo oppresso e ai partigiani: è&nbsp;<em>samizdat</em>, come per Pasternak, Brodskij, Salamov, Achmatova: versi come linfa vitale più forte dei lacci che la vorrebbero disseccare, veri e propri fiumi carsici che sanno trovare da sé strade sotterranee ed uscire alla luce.</p>



<p>Sherko deve lasciare la sua terra, siamo nel 1987 e la sua vita è in pericolo, fugge in Svezia attraverso la Siria, facendo una breve sosta in Italia, prima a Firenze e poi a Torino. La tappa torinese è imprevista e improvvisa, e il poeta viene invitato a una serata di poesia già organizzata per un poeta locale.</p>



<p>Così scrive di quella sera&nbsp;<strong>Laura Schrader</strong>,&nbsp;giornalista e saggista italiana&nbsp;che ha dedicato gran parte della sua carriera a documentare la&nbsp;questione e la resistenza del popolo curdo:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Da un giorno all’altro avevamo preparato un mucchietto di fascicoli con 16 poesie tradotte in italiano e destinate ad essere lette da un attore e offerte al pubblico. I presenti sono emozionati dalla lettura dell’attore. Ma rimangono affascinati quando, inaspettatamente, Sherko le recita in kurdo. Per il suono della sua voce, la forza della sua interpretazione, la forza del suo personale magnetismo, gli ascoltatori sono in delirio. Terminato l’ultimo verso si alzano e corrono verso Sherko tendendogli il libretto”(<a href="applewebdata://BE11BECE-BF84-4C5F-877F-7B7F8880CED6#_ftn1"><strong>[1]</strong></a>)</strong></p>
</blockquote>



<p>E uno di quei libretti, autografati, è qui tra le mie mani, dono del Francese, del mio istinto e del caso, prova tangibile e inconfutabile che la poesia è inarrestabile, e proprio per questo eterna.</p>



<p>Sedici poesie come pane spezzato, da condividere.</p>



<p><strong><em>Daniela Bianco</em></strong></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="335" height="597" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/images.jpeg" alt="" class="wp-image-108555" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/images.jpeg 335w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/images-168x300.jpeg 168w" sizes="(max-width: 335px) 100vw, 335px" /><figcaption class="wp-element-caption">Lui è Sherko Bekas</figcaption></figure>



<p><strong>*</strong>*</p>



<p><strong>Dialoghi</strong></p>



<p>Ho posato l’orecchio sopra il cuore<br>della terra: diceva dell’amore&nbsp;<br>che porta, la terra, alla pioggia.<br>L’ho posato sul cuore che fluisce<br>dall’acqua: è la fonte, diceva,&nbsp;<br>l’amore mio, la sorgente.<br>L’ho posato sull’albero: parlava<br>Del suo fitto fogliame, amore suo.<br>Però quando ho accostato&nbsp;<br>il mio orecchio all’amore<br>stesso, che non ha nome,<br>era di libertà&nbsp;<br>che parlava l’amore.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Neve di quattro stagioni</strong></p>



<p>Poveri “montanari”,&nbsp;<br>il vostro amore è una neve…<br>una neve di quattro stagioni…<br>Nevica e m’imbianca il verso…<br>Come posso lasciare che cada&nbsp;<br>nel male, e che s’imbronci&nbsp;<br>il nostro cielo con me?<br>E come può ingrigire la polvere nera della rabbia<br>il suo candore bianco?<br>Abbassare la fronte&nbsp;<br>per rispetto all’HALGURT dei vostri cuori?<br>Non c’è vita in me, se non esplode il tempo<br>di quella vostra neve, ma non voglio<br>se non in quella neve<br>morire</p>



<p>*</p>



<p><strong>Paragoni</strong></p>



<p>È venuta la storia e ha misurato<br>la sua statura con quella<br>delle tue pene: due o tre dita meno<br>è cresciuta, sì, la storia….<br>E quando il mare ha voluto<br>misurare con le tue le sue profonde ferite,<br>ecco, ha gridato il mare<br>al soccorso, ché in te<br>faceva il mare naufragio</p>



<p>*</p>



<p><strong>La neve</strong></p>



<p>Ero bambino<br>e il tuo amore era&nbsp;<br>come una pallina di neve<br>piccola come quella del ping pong<br>e sono passati giorni<br>e ora guardo<br>più scendono gli anni<br>la pallina di neve rotola<br>e scende<br>e s’ingrandisce<br>e verrà il giorno,<br>mio triste paese,<br>in cui il mio cuore non sopporterà il peso<br>di una montagna di neve,<br>e tranquillamente so<br>che sarò ucciso con la mano<br>del tuo immenso amore,<br>patria mia</p>



<p>*</p>



<p><strong>La mia infanzia</strong></p>



<p>Mi ricordo<br>a distesa d’occhio<br>neve e neve<br>tutto<br>bianco, bianco<br>tranne il vestito nero di mia madre:<br>quella era la mia infanzia.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Contare</strong></p>



<p>Se puoi contare&nbsp;<br>Le foglie di quei giardini<br>Se puoi contare<br>Tutti i pesci grandi e piccoli<br>In quel fiume che scorre davanti a te<br>E se puoi contare&nbsp;<br>Tutti gli uccelli nel tempo delle migrazioni<br>Dal Nord al Sud<br>E dal Sud al Nord<br>Allora ti prometto che io conterò<br>I martiri del mio paese Kurdistan&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>Il grido</strong></p>



<p>Quando è venuta l’alba<br>quando è venuta la prima luce<br>e ha toccato le spalle delle vette<br>per svegliarle<br>allora era già ritornato dalla vetta<br>l’uccello della poesia<br>e continuava<br>a cantare sulla neve della carta<br>sul mio tavolo</p>



<p>*</p>



<p><strong>La morte</strong></p>



<p>Quando muore una foglia&nbsp;<br>muore una delle mie lettere,<br>quando muore una sorgente&nbsp;<br>muore una mia parola, quando muore un giardino<br>muore parte dei miei scritti.<br>Ma quando tu, ragazzina<br>di dieci anni&nbsp;<br>sei caduta<br>morta<br>sono morte&nbsp;<br>dieci e dieci delle mie poesie</p>



<p>*</p>



<p><strong>L’Eufrate</strong></p>



<p>Spesso viene l’Eufrate<br>tossendo<br>e si siede accanto a me<br>toccando le onde della sua barba con la mano<br>dicendo:<br>delle poesie<br>quello che rimane fino alla fine<br>è la mia acqua<br>e le poesie&nbsp;<br>che non dimenticano i poveri.</p>



<p>*</p>



<p><strong>L’amore</strong></p>



<p>Se il tuo amore è pioggia<br>io sono fermo, sotto:<br>se il tuo amore è fuoco<br>io sono caduto sulla fiamma,<br>amore di Kurdistan.<br>Le mie poesie dicono<br>finché la pioggia e il fuoco esisteranno<br>NIENTE MORTE, VIVRO’.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Speranza</strong></p>



<p>Alla fine della notte<br>tutte le notti&nbsp;<br>mormoro alla mia penna:<br>se il lume della mia poesia<br>non si accende<br>che con il sangue di un nuovo martire,<br>allora<br>che siano paralizzate le mie mani,<br>che diventi cieco<br>perché la gente possa vivere<br>ed io morire.</p>



<p>*</p>



<p><strong>La cavalletta</strong></p>



<p>Una cavalletta si è arrampicata<br>sulla spalla di una nuvola di fumo<br>e ha scritto sulla faccia della notte:<br>vietato alla pioggia passare<br>da ora in poi.<br>Allora le nuvole si sono alzate sulle vette più alte<br>e hanno scritto<br>la loro risposta&nbsp;<br>sul cielo del mattino<br>con i lampi<br>e i torrenti</p>



<p>*</p>



<p><strong>In un bosco</strong></p>



<p>Scese l’oscurità<br>E il leone pensò<br>Come assalire il giorno dopo la tigre vicina<br>Mentre la tigre&nbsp;<br>Pensava come fare<br>Per uccidere una volpe e scuoiarla il giorno dopo<br>E la volpe pensò&nbsp;<br>Come arrivare al nido<br>Sul muro<br>Per mangiare i piccoli dei piccioni<br>Mentre la stupidità<br>Pensava<br>Come poter<br>Fare la pace tra i cacciatori<br>Gli uccelli<br>E tutti gli animali del bosco.<br>Come potrà?</p>



<p>*</p>



<p><strong>La Vita</strong></p>



<p>Quella cella dove<br>Hanno ucciso la luna<br>È stata invasa dal sole<br>E quel fiume che ha inghiottito il ruscello<br>È stato ricoperto dal mare</p>



<p>*</p>



<p><strong>Pianto</strong></p>



<p>Perché piange quella foresta?<br>Forse ha perso un altro albero giovane<br>Forse l’alluvione della scorsa notte<br>Ha rapito una giovane betulla.<br>Forse ha saputo<br>Dell’uccisione di uno stormo<br>Di uccelli?<br>No… non per questo<br>Perché sa<br>Che da domani sarà sola<br>Quando il suo villaggio<br>Da mille e mille anni amato<br>Sarà deportato dalle vette dei monti<br>Verso valle</p>



<p><strong>Sherko Bekas</strong></p>



<p><em>*In copertina: Jean-Léon Gérôme, Marche au désert, 1870</em></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="applewebdata://BE11BECE-BF84-4C5F-877F-7B7F8880CED6#_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>&nbsp;Il testo integrale di Laura Schrader è reperibile qui:&nbsp;&nbsp;<a href="https://www.panoramakurdo.it/2024/08/10/un-ricordo-di-sherko-bekas-poeta-curdo/">https://www.panoramakurdo.it/2024/08/10/un-ricordo-di-sherko-bekas-poeta-curdo/</a></p>
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		<title>“Fiaccole a precipizio”. Nota sulla poesia di Maria Luisa Vezzali</title>
		<link>https://www.pangea.news/maria-luisa-vezzali-isabella-bignozzi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 04:03:54 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Isabella Bignozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Luisa Vezzali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo spettro non ha, in etimo, valenza sinistra: è mezzo fisico in cui si delinea la visione, ovvero esito del transito di un’immagine – che diviene scomposta, rifranta – attraverso un prisma. Tale sensazione di riverbero e frazionamento in sfondi molteplici si avverte, a proposito della dimora genitoriale e di tutte le sue emanazioni psichiche, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/maria-luisa-vezzali-isabella-bignozzi/">“Fiaccole a precipizio”. Nota sulla poesia di Maria Luisa Vezzali</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Lo spettro non ha, in etimo, valenza sinistra: è mezzo fisico in cui si delinea la visione, ovvero esito del transito di un’immagine – che diviene scomposta, rifranta – attraverso un prisma. Tale sensazione di riverbero e frazionamento in sfondi molteplici si avverte, a proposito della dimora genitoriale e di tutte le sue emanazioni psichiche, nella più recente opera in versi di <strong><a href="https://www.puntoacapo-editrice.com/product-page/lo-spettro-di-casa-maria-luisa-vezzali">Maria Luisa Vezzali: <em>Lo spettro di casa</em>. <em>Dal 2023 al 1977 e ritorno</em>, puntoacapo Editrice 2025</a></strong>, postfazione di Vincenzo Bagnoli.</p>



<p>Da uno scenario sinestesico, che definisce campo, soggetto percettivo e linea temporale, prende origine un enunciato a respiro poematico, di crescente complessità formale nel progredire delle sezioni, impreziosito da ricca intertestualità e intermedialità (Bagnoli), e gravitante tra i due poli della corporeità individuale e di una sentita appartenenza alla collettività storica.</p>



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<p>Il dettato procede dapprima per brevi inquadrature: adunate materiche o coscienziali, rese in metafora a unificare il gesto mnestico a ogni sua viscerale connotazione; il reiterato passaggio dalla vibrazione interiore di una presenza senziente alla descrizione di una realtà profilata e autocratica, che pare porsi in essere con postura prescrittiva, porta il lettore a sviluppare un’intensa partecipazione all’asserto: talora affranto, eppure mondato da ogni patetismo. Un portamento cronachistico, adeso a dignità intera, che delimita le stanze di una&nbsp;<em>poiesis</em>&nbsp;capace di commozioni, ma sollevata dal rischio d’installarsi nel perimetro cicatriziale di un’incarnata, sofferta individualità.</p>



<p>Anche qui, come in altri percorsi di Vezzali, vi è un’epica rifondata nella vicenda del quotidiano: “E tra le voci funebri e le voci/ di tentazione,/ il sangue si fa duro, più lento, la/ carne è di pietra. Il vento breve della/ notte non ha valenza di sapere/ o di dolore”: è&nbsp;<em>L’altra</em>&nbsp;<em>eternità</em>&nbsp;(1987) che solleva i giorni a paradigma potenziale, in quanto rappresentati nell’ancipite oscillare tra esperienza soggettiva e volontà di farsi aneddoto del registro dei vivi.</p>



<p>“Quando è tardi e si fanno le scale in silenzio/ e a tentoni si cerca la luce, […]/ – la tempesta incendiata,// la tempesta color pescecane –// che ama il contrasto della vela candida/ e fa come morsi di luce tra le nubi,/ in mezzo al lino come zanne scure” afferma la poeta in&nbsp;<em>Eleusi marina</em>&nbsp;(1992), giardino archeologico di istanze umane variegate, quasi itinerario&nbsp;<em>rituale</em>&nbsp;(Magazzeni) nelle comuni radici della specie: in anteriorità prestoriche dal passo mitico, laddove l’archetipo precede e, idealmente, termina e racchiude la partitura delle storiche cronologie: “Lo sguardo della rete è paziente, […]/ Conosce il buio// – e la via nel buio,/ e, nella via,/ sotto la sparsa radianza delle stelle,/ i mostruosi millenni della fede –”.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="637" height="907" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/465b88_1ef1b4b563b241b6830289ebbb7cac3cmv2.avif" alt="" class="wp-image-108494" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/465b88_1ef1b4b563b241b6830289ebbb7cac3cmv2.avif 637w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/465b88_1ef1b4b563b241b6830289ebbb7cac3cmv2-211x300.avif 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/465b88_1ef1b4b563b241b6830289ebbb7cac3cmv2-600x854.avif 600w" sizes="(max-width: 637px) 100vw, 637px" /></figure>



<p>Tale sospensione nell’indefinito ed eterno, nell’innato, ricade tuttavia continuamente nell’orizzontale flusso degli accadimenti, scandito da una fattualità spesso traumatica sul piano personale e collettivo. Da tali assunti la poeta si muove risoluta,&nbsp;<strong>corroborata anche dalla sintonia con Adrienne Rich – da Vezzali tradotta, in eccellenza reciprocamente trasfusa e intenso dialogo teoretico –</strong>, autrice la cui linea vocazionale è verso la responsabilità politica e le maggiori urgenze del più assennato femminismo: sovvertire i dispositivi di prevaricazione degli esseri umani, considerando i singoli destini rilevanti: sapersi tutti corpi inermi nelle durezze della storia, fare inesausta militanza contro ogni inutile conflitto.</p>



<p>In&nbsp;<em>Lineamadre</em>&nbsp;(2007) l’orbita speculativa è soprattutto attorno a questo percepirsi creatura viva nel mondo, stazione assonica (e dendritica) individuata da biologia peculiare e a un tempo ordinaria, che nella persistenza indaga l’asse materno come nesso non solo parentale ma interamente significativo e sensibile, plasmante in una modalità amniotica che evolve negli anni a canone bidirezionale: “l’una all’altra, fiaccole a precipizio/ sul buio delle antiche senza insegne/ pulsar di caldo insanguinato/ l’una per l’altra”.</p>



<p>Da tale catabasi nell’elemento magmatico femminile, con <em>Tutto questo</em> (2018) Vezzali torna a un contegno ricognitivo nel globale e nelle sue più improrogabili criticità, ribadendo una matrice etica di ampia statura <em>muliebre</em>: volta a un impegno civile spoglio, connaturato, che s’addestra ad amore militante – anche nel magistero dell’insegnamento – verso ogni figura viva, scalfita o percossa dalla cronistoria: “la carne innocente si consuma/ all’olio della fiaccola/ quello che conquisti/ lo porti inchiodato sul fianco/ come una rosa nella cintura”.</p>



<p><strong>È in questa sfera meditativa di lungo corso, nobilitata da una ricerca espressiva tra le più pregiate e riposte della poesia italiana contemporanea, che si colloca&nbsp;<em>Lo spettro di casa</em>,</strong>&nbsp;dove un linguaggio densamente figurato pone il profilo identitario in un tempo gualcito, nell’incessante rollio tra recessi d’intimità ed esterne convoluzioni della materia: “un tempo forse ero girasole accartocciato e sparso nella polvere&nbsp;&nbsp;&nbsp;un tempo/ ero esoscheletro forse corazza carapace o altro che proteggeva/ la molle ebbrezza della&nbsp;vite”. Attraverso un processo di raffinata allegorizzazione e sedimentazione linguistica si apre una maieutica nitidissima, che estrae significati per sensorialità e non per assertività lineare: un lessico desto e pregnante scuote senza posa la stabilità semantica, ponendo il lettore di fronte a un’esperienza intuitiva precipite, vibrante: “Madre incisa dove è la croce sul ventre/ un sudario tutto iscritto di mai”. Anche la struttura sintattica, che rifugge ogni categoricità affermativa, si mantiene in un baricentro aporetico, che tende l’attenzione tra il detto e il taciuto, spesso deviando ortogonalmente a brevi notazioni afferenti al soprasensibile: “il rosario esatto di tutto il nonvissuto che nella mente/ si sfoglia per ripulire e formare&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;eppure non esattamente da qui”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1012" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/vezzali_ritratto-1012x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-108495" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/vezzali_ritratto-1012x1024.jpeg 1012w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/vezzali_ritratto-296x300.jpeg 296w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/vezzali_ritratto-768x777.jpeg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/vezzali_ritratto-600x607.jpeg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/vezzali_ritratto-100x100.jpeg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/vezzali_ritratto.jpeg 1067w" sizes="(max-width: 1012px) 100vw, 1012px" /><figcaption class="wp-element-caption">Maria Luisa Vezzali</figcaption></figure>



<p>Nei versi dello&nbsp;<em>Spettro</em>, l’uso dei verbi al passivo, l’esordio diretto in proposizioni subordinate o mutile, generano un senso di soggettività vacante o dislocata che, insieme alla pratica anaforica di locuzioni ad alto impatto emotivo: “Cantano uccelli in cerchi in cerchi/ il corpo stride e brucia in cerchi”, alle sequenze sincopate e agli enjambements, mimano un dialogo interiore brado, spezzato.</p>



<p><strong>Immagini fortemente sensoriali – “risucchio mammifero dal foro”, “frammenti di falena”, “il recinto furioso del cuore”– evocano una relazione materica profonda tra corpo e universo</strong>, in cui tuttavia l’idillio placentare risulta interrotto da esiti separativi tra persona e contesto: “C’è una distanza indecifrata/ tra la stanza e le altre”, dove la “distanza” diventa lo spazio semiotico che indica al soggetto la propria irreperibilità nel mondo, additandone l’alienazione: “Inizia a sentire una voce nelle cose/ mentre il corpo dimentica lontano”. La propria fisicità rimane orfana, non trova recapito definitivo, ma fluttua tra diversi livelli di avvertibilità e stati dell’essere, distolti dal torpore in specie da ciò che duole: “di lato la parete scoscende/ come un diesis conficcato nel fianco”. Tra il tepore interminabilmente mobile della vita e la fredda inerzia della “cenere”, una&nbsp;<em>vanitas</em>&nbsp;fa costante ammonimento all’imperio di transitorietà.</p>



<p>Da un punto di vista metapoetico, il testo esplora i limiti del linguaggio sia esponendo sé stesso, anche negli ampi estuari finali, strutturati a flusso di coscienza: “degli incontri la meraviglia delle felicità assolute/ là tutto è scritto tutto è appeso a un brivido/ la luce è come una nuvola uno spettro di casa”, sia meditandosi come parola fidata, chiamata a render conto dell’esperienza umana, contro il malevolo lavorio dell’erosione dell’essere.</p>



<p>Infine, l’apparato simbolico, afferente al mito ma anche all’odierno più consueto, preme le figure generative miliari:&nbsp;<strong>la madre, che appare come “un oracolo su bracieri freddi e lucori”, ha un’aura indecifrabile e sostiene un arcano il cui disvelamento è rinviato a età successive</strong>, mentre la figura paterna, dolorosamente distillata in “flebile traccia” e “crepa di sabato”, da assenza immanente diverrà presenza trascendente, a misurarsi nella sua assiduità col tempo, agente ora in senso inverso: additivo, potenziante rispetto alle disgregazioni e riduzioni ch’esso impone ai vivi.</p>



<p>Nell’intenso dialogo umano, oltre che traduttivo, tra Vezzali e Rich, il convergere tematico ha riscontri ontologici oltre che stilistici, se è vero che in entrambe il corpo è, nel cronotopo, luogo di esperienza del dolore, ma anche nucleo di lotta e resistenza; e così le fenditure del dettato e il sovvertimento di qualsiasi automatismo verbale sono a tener vigile una grazia formale che sia portavoce di un robusto annuncio esistenziale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="588" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/maria-luisa-vezzali_copertina-1-588x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108496" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/maria-luisa-vezzali_copertina-1-588x1024.jpg 588w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/maria-luisa-vezzali_copertina-1-172x300.jpg 172w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/maria-luisa-vezzali_copertina-1-600x1045.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/maria-luisa-vezzali_copertina-1.jpg 620w" sizes="(max-width: 588px) 100vw, 588px" /></figure>



<p>Nella poeta dilatazione e contrazione delle ripartizioni cronologiche obbediscono al portato emotivo, laddove il tempo ha innegabilmente, nello&nbsp;<em>Spettro</em>, flessioni abortive: “Tredici anni sono una minuscola morte” e “la mia vita non comincia ancora”, eppure mantiene, a lungo termine, il carisma della rivelazione.</p>



<p><strong>Freme nei versi di Vezzali, coesa alla precipua elezione al femminile, un’etica della solitudine come resistenza, del turbamento come impulso alla compassione</strong>, che volge lo sguardo all’altro in tutta la sua sincera serietà: responsabilità profonda che, in una voce di tale vasta coerenza e caratura, anima e muove dall’origine ogni singola parola poetica.</p>



<p><strong>Isabella Bignozzi</strong></p>



<p>*</p>



<p>Da: Maria Luisa Vezzali,&nbsp;<em>Lo spettro di casa. Dal 2023 al 1977 e ritorno</em>, punto<strong>a</strong>capo Editrice 2025</p>



<p>1. Uno sguardo all’angolo fuori<br>tra gli infissi della finestra</p>



<p>Un gesto incerto infesta in attesa<br>osserva il covo dell’interno</p>



<p>proiettato da anni a venire<br>Un risucchio mammifero dal foro</p>



<p><em>Tutto quello che nasce</em>&nbsp;– pensa –<br><em>produce calore</em></p>



<p>*</p>



<p>4. La camera da letto sfrigola<br>ha fiori rosa alla carta da parati</p>



<p>un poster di Jim Morrison giovane<br>appeso all’anta dell’armadio</p>



<p>La lampadina azzurra<br>ha la stessa trasparenza della pelle</p>



<p>L’immagine sembra liquida<br>nella cabina subacquea dei lenzuoli</p>



<p>*</p>



<p>8. C’è una distanza indecifrata<br>tra la stanza e le altre</p>



<p>la madre è un oracolo<br>su bracieri freddi e lucori</p>



<p>Fosse un corpo lei<br>potrebbe affondarvi</p>



<p><em>Invece è nebbia</em>&nbsp;– le sussurra incolore<br>–&nbsp;<em>Dovrai aspettare che intrida</em></p>



<p>*</p>



<p>19. Da qualche parte ammicca un vettore<br>di fuga vorrebbe seguire la flebile</p>



<p>traccia del padre ma il padre<br>è una crepa di sabato</p>



<p>pistillo incastrato tra assi<br>sul palco barocco dei geni</p>



<p>Lo spettro la fissa un’ultima volta<br>con un foro tra le mani di fumo</p>



<p>*</p>



<p>SINISTRA, SEMINTERRATO</p>



<p>È un geroglifico stinto<br>profilo chino sulla Singer<br>(<em>Gli anni Ottanta la sostituiranno</em><br><em>con un ragazzo cinese</em>)</p>



<p>si staglia in uno spicchio all’insaputa<br>di notte incuneata nella terra<br>taciuta in fretta partita in fretta<br>con le mani che covano rocchetti</p>



<p>gira rigira il vento fuori<br>un accecamento visibile<br>nel fango dello sviluppo<br>il gomitolo non canta sta muto</p>



<p>per ricucire la conta dei modi<br>di vivere morendo in trasparenza<br>nell’assenza di odori, di rose, di soli<br>indubbiamente più intensi di qui</p>



<p>*</p>



<p>VIA MASCARELLA</p>



<p>E prima ruggisce per il centro il drago<br>millepiedi la sua conoscenza inappresa<br>incontrollata inschierata eccedente<br>progetto perenne e sarabanda</p>



<p>Nell’aria ormai irrespirabile l’immonda<br>telefonata del rettore<br>diventa ferro vicolo chiuso l’aria<br>fredda e grigia del venerdì</p>



<p>di nessuna primavera ferro coagula e posti<br>di blocco e un odore compatto di benzina<br>Dal vuoto al vuoto tutti insieme ormai soli<br>il polmone trapassato dallo stato</p>



<p>(<em>Una teca coprirà i fori dei proiettili<br>e la filosofa in trance chiusa nel bagno dell’università<br>per sempre e tu appena nata morta e rinata per sempre<br>ricacciata nel mondo privato da qui</em>)</p>



<p>*</p>



<p>ricordare si può ricordare sarebbe sufficiente distendere<br>il fiore piegato tra le pagine di quel libro nel terzo scaffale<br>nelle pieghe distese fissare le foto che aprono bocche d’imbuto<br>di volti di fumo di luoghi nessuno che intralci l’ingresso<br>della paura tenerla la soglia tra l’imbrunire e la luce<br>che viene&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;lasciarla accecare nel ritmo del foro eloquente<br>sarebbe sbloccare l’interminabile acquario dal masso<br>che pesa su ciò che non è più qui o là&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;dove la mente<br>il lungo registro forato ha trattenuto tutti i formicai minuti<br>di segni che non significano niente se non li leggi all’inverso<br>tutte le cose incompiute le straordinarie formalità<br>degli incontri la mera viglia delle felicità assolute<br>là tutto è scritto tutto è appeso a un brivido<br>la luce e come una nuvola uno spettro di casa<br>un ectoplasma di storie se solo fossi capace di leggere</p>



<p>*</p>



<p>se la vita è piuttosto cieca e la scrittura piuttosto<br>vedente laddove la scrittura non è vita<br>cosa vede se la vita e nuda cos’altro vede<br>a parte la nudità l’eliminazione della nudità<br>non sarebbe per caso l’eliminazione stessa della vita<br>della verità stessa che divora e tace<br>attraversare la vita attraversarla e trovare<br>non trovare&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;scavare nel pavimento nel cemento<br>in ogni cosa più dura e non trovare<br>scavare nel catrame nel duro niente e non trovare il nudo<br>della vita l’acume lucefatto della scrittura che scava<br>e non trova le forme della nudità perché il nudo<br>è per sua natura prevalentemente informe e la forma<br>della ricerca è piuttosto cieca e impara più che altro<br>a lasciarsi solcare</p>



<p>*</p>



<p>Le citazioni nel corpo del testo sono tratte da:</p>



<p>Maria Luisa Vezzali, <em>L’altra eternità</em> (Edizioni del Laboratorio 1987)</p>



<p>Maria Luisa Vezzali,&nbsp;<em>Eleusi marina</em>&nbsp;(in:&nbsp;<em>Terzo quaderno italiano</em>, a cura di Franco Buffoni, Guerini e Associati 1992)</p>



<p>Maria Luisa Vezzali,&nbsp;<em>Tutto questo</em>&nbsp;(punto<strong>a</strong>capo 2018)</p>



<p>Maria Luisa Vezzali,&nbsp;<em>lineamadre</em>&nbsp;(Donzelli editore 2007)</p>



<p>Maria Luisa Vezzali,<em>&nbsp;Lo Spettro di casa. Dal 2023 al 1977 e ritorno</em>, punto<strong>a</strong>capo Editrice 2025</p>



<p>*In copertina: Leonora Carrington, <em>Autoritratto</em>, 1937-38 ca.</p>
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		<title>“L’anima è un dono che non tutti possiedono”. Dialogo con Ilaria Palomba</title>
		<link>https://www.pangea.news/ilaria-palomba-edoardo-piazza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 04:03:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Piazza]]></category>
		<category><![CDATA[Ilaria Palomba]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Magog]]></category>
		<category><![CDATA[Roman Beat Generation]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Io e Ilaria Palomba ci conoscevamo già. Intendo prima di vederci per la prima volta e poi tutto è andato come già visto. Qualcuno sostiene il caso, qualcun altro le vite precedenti. C’è poi chi si arrischia sul Nagual o sulla complementarità. Qui in realtà la faccenda risiede in un ballo: è importante che gli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Io e<strong> Ilaria Palomba </strong>ci conoscevamo già. Intendo prima di vederci per la prima volta e poi tutto è andato come già visto. Qualcuno sostiene il caso, qualcun altro le vite precedenti. C’è poi chi si arrischia sul Nagual o sulla complementarità. Qui in realtà la faccenda risiede in un ballo: è importante che gli scrittori danzino ogni tanto. È quella “gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa” della quale cantava De André. Quella danza in cui abbiamo alzato la polvere di Trastevere e dentro alla polvere ricordi di fatti mai avvenuti ed emozioni delle sfere dell’immaginario. </p>



<p>Poi un sorriso, un’intesa: lo stare di lato alle cose. L’aura della generosità. E le parole che trovate qui sotto.</p>



<p>*</p>



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<p><strong>Ci siamo conosciuti parlando di microanime e macroanime, e concordiamo sul fatto che il mondo letterario non faccia espandere a sufficienza i cuori. Come mai, secondo te?</strong><strong></strong></p>



<p>L’anima è un dono che non tutti possiedono o che taluni perdono per strada. Perdere l’anima non è difficile, accade a chi sostituisce l’amore (canale universale di luce libera) con le cose da possedere, che si sostanziano in attributi materiali, soldi, corpi, altre anime, posizioni sociali, appartenenze a gerarchie editoriali, scalate sociali, dunque, una posizione dalla quale si può ricattare chiunque non la possieda (la posizione). Avidi, il nostro mondo ne è pieno. Scalano velocissimamente per disporre dei corpi e delle anime degli altri. Io queste persone le riconosco poiché ne sento il malodore, sin da subito, alcuni/e sono così in fin troppo giovane età. Da costoro mi allontano poiché sento quell’odore, che preferisco non descrivere per non trascendere. Potranno raggirare un grande gruppo editoriale o un qualunque allocco, ma non me, con me questa gente non avrà mai vita facile; le loro maschere vanno in frantumi dinanzi alla mia follia. Ci annusiamo e disprezziamo reciprocamente a prima vista. Le macroanime, invece, le riconosco dal fatto di essere aggredite dalla maggioranza, ovvero dalla marmaglia, quando fanno del bene, o quando scrivono Poesia senza badare ai dettami del proprio tempo o all’estrema contingenza; le riconosco subito, e sto dalla loro parte. Come mai non raggiunge adeguati traguardi e riconoscimenti questa categoria di autori? Si ha l’impressione che spirito, anima e cuore siano parole volgari, poco all’avanguardia e démodé. Oggi contano solo i corpi e la neolingua, nel suo nauseante perbenismo, maschera perfettamente la violenza generalizzata e l’appiattimento culturale spacciato per canone.<strong></strong></p>



<p><strong>Il “troppo sentire” di certi poeti, su cui pure ci siamo confrontati – invece – come lo valuti?</strong><strong></strong></p>



<p>Il suicidio è la conseguenza di quel sentire. A un certo punto le strade si biforcano, o suicidio o santità,&nbsp;<strong>Simone Weil e Cristina Campo</strong>&nbsp;sono state un esempio di santità. Coloro che non si sono suicidati hanno ceduto alla follia poiché il poeta nella sua veggenza è costretto a portare una croce più grande della sua umana capacità di sopportazione; quando non è reduce da tragedie epocali quali, in egual misura, campi di sterminio, genocidi, guerre o famiglie terrifiche da cui non ci si libera neppure attraverso il lutto, è preso a bersaglio, deriso, calunniato, invidiato, incompreso, insultato, perseguitato come Cassandra, qui penso a&nbsp;<strong>Hölderlin</strong>&nbsp;che dovette rinchiudersi nella torre di Tubinga per proteggere la sua rivoluzionaria veggenza. Il poeta vede il tempo circolare non lineare perciò presente e predice.&nbsp;<strong>Amelia Rosselli</strong>, perseguitata dai suoi fantasmi (i fascisti, i servizi segreti) si gettò dal quinto piano della sua casa in via del Corallo l’11 febbraio del 1996. La ferita originaria fu l’assassinio del padre Carlo Rosselli e dello zio Nello per mano dei sicari fascisti nel 1937, a Bagnoles-de-l’Orne. Tale lutto segnò l’inizio di un nomadismo animico e linguistico, nel multilinguismo della non individuazione, che fece della sua parola poetica una frammentaria resa all’infinitudine. La poesia fu per lei il tentativo di imbrigliare il delirio in un’orchestratura metrica e musicale tale da hackerare l’angoscia persecutoria che la tormentava, quella di essere spiata dai servizi.&nbsp;<strong>Paul Celan</strong>&nbsp;si suicidò annegandosi nella Senna, a Parigi, nella notte tra il 19 e il 20 aprile del 1970 lanciandosi dal pont Mirabeau, tragico epilogo o strascico dell’esperienza dell’olocausto, linea di confine da cui non si torna. Nessun trauma termina con la fine dell’esperienza, l’inconscio porta l’eternità del trauma nella sottile placenta del mondo e non ne estingue la causa. Le cicatrici portano in sé la memoria della ferita, esistono ferite insanabili come la memoria di un abuso epocale che rende impossibile vivere mantenendo salda tale memoria. Celan scrisse nella lingua tedesca, la lingua dei suoi carnefici, per frammentare quella lingua e portarla al balbettio (poiché la poesia non è scudo del linguaggio ma suo superamento). In&nbsp;<strong>Jean Améry</strong>&nbsp;la tortura subita e l’esperienza nel campo di concentramento sono diventate ciò che distrugge per sempre la fiducia elementare nel mondo. Il suo suicidio nel 1978 è da lui presentito come la sola rivendicazione di sovranità rimasta all’individuo: una rivolta etica contro la coercizione dell’esistenza, l’unico modo per riappropriarsi del proprio corpo sottraendolo al carnefice. Il suicidio di&nbsp;<strong>Alejandra Pizarnik</strong>&nbsp;è l’esito di una lotta feroce con la lingua. Il 25 settembre 1972, approfittando d’un permesso dal manicomio di Buenos Aires in cui era ricoverata, inghiottì cinquanta compresse di Seconal. Nel suo caso la parola nella tensione verso l’infinito si torce e separa definitivamente dal senso comune mettendosi al servizio dell’ombra. Sovente si domanda ai poeti, agli scrittori, agli artisti di scegliere tra l’opera e la salute mentale. Una scelta impossibile, una scelta che è stata già fatta e non dal poeta stesso. Non si sceglie, si è scelti. C’è una scrittura che cura e guarisce, ma non è letteratura; la letteratura espone, spersonalizza, usa l’autore come canale. Se vuoi fare letteratura il rischio è altissimo, l’energia che dai all’opera la sottrai a te stesso, ti allontani talvolta definitivamente dalla realtà (come accadde ad Alejandra). Ed è il rischio dell’apertura estrema del sentire. Puoi anche scegliere di non sentire, seguire i dettami del tuo tempo e scrivere un bestseller; magari venderai centomila copie e non rischierai la vita o la salute mentale, ma non resterà granché della tua opera. Oppure, se credi, devi affidarti a Dio, comunque tu voglia intenderlo.<strong></strong></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="500" height="700" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/1000050989.webp" alt="" class="wp-image-108500" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/1000050989.webp 500w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/1000050989-214x300.webp 214w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure>



<p><strong>E il Nagual? Cos’è?</strong><strong></strong></p>



<p>Il Nagual è un concetto che ho fatto mio leggendo&nbsp;<em>Mille piani</em>&nbsp;di Deleuze e Guattari, vi è qui un capitolo intitolato “Del Tonal e del Nagual”; ho scoperto fosse un concetto mutuato da Castaneda che nel suo libro&nbsp;<em>Gli insegnamenti di Don Juan</em>sui sogni lucidi parla di quello strato sottile cui si può accedere mediante il sogno lucido. Il curandero che diventa giaguaro, rapace o serpe non indossa una maschera, ma smantella l’illusione della forma umana. È una trasmutazione alchemica: il corpo ridistribuisce la propria materia per attraversare la notte, per farsi artiglio, visione, guarigione o scontro nel regno dell’invisibile. Il Tonal costruisce come un io cosciente e il Nagual disfa gli strati come un inconscio. Il Nagual è la materia oscura della percezione, l’irruzione dell’infinito nel finito mediante lo sregolamento rimbaudiano dei sensi, ciò che rimane quando la lingua perde la sua facoltà di nominare e si fa cavità riempita da alterità. Se il Tonal è nevrosi, il Nagual è psicosi. La nevrosi è umana, la psicosi divina; la nevrosi ha per oggetto la famiglia, i legami parentali, l’amore, la sessualità, e la psicosi ha per oggetto forze cosmiche, forme angeliche o demoniache, sublimi e atroci. Forse per questo alcuni dei più grandi geni della letteratura avevano varcato la soglia della psicosi: erano entrati in contatto con il Nagual.</p>



<p><strong>In questo nostro dialogo vorrei proporre anche un ricordo di Gabriele Galloni, che ha scritto, fra l’altro, su queste pagine. Ci racconti del tuo rapporto con lui?</strong><strong></strong></p>



<p>Gabriele era il mio migliore amico, un fratello, un poeta che ha vissuto al confine tra il regno dei vivi e quello dei morti. Lui era un esploratore dei confini. Una volta, dopo un evento di poesia, cominciammo a parlare del fatto che sia io che lui spesso ci dimenticassimo di andare dall’analista il giorno della seduta. Parlammo tutta la notte e non smettemmo più. Ci siamo visti spesso in quel periodo tra il 2016 e il 2020. Ci raccontavamo dei nostri amori e dei nostri timori, il nostro rapporto era perfetto perché a nessuno dei due era mai venuto in mente di forzarlo in altre direzioni. Eravamo sodali, lui diceva “partner in crime”. Guidava in modo spericolato. Quando andavo in macchina con lui temevo potessimo fare incidenti da un momento all’altro. È stato mio testimone di nozze. Lo percepivo come una creatura intergalattica, uno scintillante alieno bellissimo e geniale. In lui convivevano il genio e l’adolescente. Lo amavo fraternamente, era capace di essere una voce libera. Il suo endecasillabo era una revolverata contro la società letterariamente corretta. La sua morte è stata un colpo da cui non mi sono mai ripresa. Credo mi voglia bene anche dall’altro regno. I segni ci sono.</p>



<p><strong>Guardando al tuo percorso emerge anche un dato numerico, hai pubblicato diversi libri. In che rapporto sei con la scrittura?</strong></p>



<p>Quindici libri. Ho ancora inediti nel cassetto scritti tra il 2018 e il 2022, periodo più prolifico della mia vita. Credo di non avere più energia. Quindici libri in trentanove anni di vita è forse troppo. Appunto perché per me la scrittura è un canale, mi lascio abitare da forze che non sempre controllo, vivo la sfera dell’inconscio, dopo quindici libri ne sono uscita a pezzi. Adesso non scrivo più tutti i giorni. È come se avessi fatto una corsa infernale nel linguaggio e ne fossi venuta fuori muta.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="424" height="583" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/9791254511886_0_0_424_0_75.jpg" alt="" class="wp-image-108501" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/9791254511886_0_0_424_0_75.jpg 424w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/9791254511886_0_0_424_0_75-218x300.jpg 218w" sizes="(max-width: 424px) 100vw, 424px" /></figure>



<p><strong><em>Roman Beat Generation</em></strong><strong>: mentirei se non dicessi che qualcuno mi ha chiesto cosa c’entri Ilaria col beat. Io ho le idee chiare: è la tua beatitudine che mi ha spinto a inserirti. Tu cosa rispondi?</strong><strong></strong></p>



<p>Non so se mi sento beat. Mistica o janara, questo sì. Della Beat Generation posso dire di aver amato&nbsp;<em>Urlo</em>&nbsp;di Ginsberg, l’avrò letto dieci volte, ogni tanto ne recito degli stralci. Ciascuno di noi in quest’antologia ha un qualche legame con i beat, forse anche noi abbiamo visto le menti migliori della nostra generazione distrutte dalla pazzia. Bizzarra sincronicità. Amo Burroughs, per il suo radicale nichilismo. Molto meno Kerouac.</p>



<p><strong>So che ti sei occupata anche del tema del disagio psichico, in che modo?</strong><strong></strong></p>



<p>Nietzschianamente, quando guardi nell’abisso l’abisso guarda in te. Ho lavorato per un po’ di anni nei centri diurni di psichiatria e poi ho fatto un’inchiesta sul disagio psichico (dal 2018 al 2020) girando l’Italia per queste interviste, da cui avrei voluto trarre un libro, ma il libro non si è più fatto, e questo lavoro ora è presente per intero nella rubrica “Fuori dai bordi” del blog&nbsp;<a href="http://dissipatu.blogspot.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dissipatu.blogspot.com</a>&nbsp;dove ci sono le trenta interviste fatte quasi sempre in presenza, qualche volta per telefono. L’intento era quello di sensibilizzare le persone rispetto alla condizione più stigmatizzata di tutte, quella per cui non si prova quasi mai empatia e, invece, molte delle persone che ho intervistato oggi sono compensate e conducono una vita sana grazie alle cure ricevute e alla propria forza interiore.&nbsp;<strong></strong></p>



<p><strong>Per concludere, vorrei che mi parlassi di cosa rappresenta per te la figura di Alejandra Pizarnik. So che hai un libro in uscita su di lei.</strong><strong></strong></p>



<p>Esce il 25 settembre, giorno della sua scomparsa, lo presentiamo in Feltrinelli Argentina a Roma alle 18 e sono felice che sarai con me, Mariella Soldo e Sandro D’Amico. Sento un legame con lei da quando trovai per caso in un mercatino dell’usato&nbsp;<em>La figlia dell’insonnia</em>&nbsp;prima edizione Crocetti. Doveva essere il 2016 credo: quando ho letto&nbsp;<em>La figlia dell’insonnia</em>&nbsp;ho sentito un’affinità che non avevo mai provato con nessun poeta. E, dopo, leggendo i diari ho avuto l’impressione che la sua psiche e la mia fossero tanto simili, così bersagliate dagli stessi interrogativi e dalla medesima sofferenza per l’impossibilità di amare e di essere amate e l’impossibilità di poter essere comprese e di poter comunicare nella lingua comune. C’è un legame profondo e inspiegabile. Lei si è tolta la vita a trentasei anni, io ho compiuto trentasei anni in ospedale (ero in rianimazione), come se proprio in quel momento una porta si fosse aperta e un’altra chiusa. Nel medesimo istante.</p>



<p><strong>Edoardo Piazza</strong></p>



<p>*</p>



<p>Da&nbsp;<em>Tu volevi solo ardere, Lettera a Alejandra Pizarnik</em>&nbsp;(Les Flâneurs, 2026):</p>



<p>Si dice che la morte sia quel canto verticale nella luce che spartisce il mondo, o che lo unisce al proibito, alla vastità illimitata. Si dice che l’invidia sia un guardarsi nel futuro. Provare il desiderio e la colpa, non poter accedere alla propria stessa immagine riflessa nell’altro. Si dice che se stessi non esista in quanto ego, che sia recisa la radice, come in alto così in basso, sperduti nell’universo, ritrovati negli infiniti eguali, porzioni di pianeti gemellari, curvatura spazio temporale, per cui c’è un altro stesso che non ha il tuo destino, è lo stesso ma è diverso, a lui spetterà il ruolo che ti viene negato. Si dice che guardando a lungo gli occhi di chi odi tu possa rivedere la sostanza prima del tuo irraggiungibile io, e che il cuore non debba smettere di palpitare, che dal sentire tutto si dirami geometricamente e senza interruzioni. Dove sei, anima? In quale di quei pianeti gemelli hai riposto le interiora?</p>



<p><em>*In copertina: Ilaria Palomba in un ritratto fotografico di Dino Ignani</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ilaria-palomba-edoardo-piazza/">“L’anima è un dono che non tutti possiedono”. Dialogo con Ilaria Palomba</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Cantare ogni giorno”. Carl Sandburg, il poeta che fu America</title>
		<link>https://www.pangea.news/carl-sandburg-poesia-ritratto/</link>
		
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		<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 03:39:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Carl Sandburg]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Carl Sandburg morì in piena estate, nel 1967, a 89 anni. Lyndon Johnson, allora Presidente degli Stati Uniti, si espresse con parole mai udite prima. “Carl Sandburg è stato più della voce dell’America, più di un poeta retto dalla forza del suo genio. Egli è stato l’America. Lo abbiamo conosciuto e amato come il bardo della democrazia, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/carl-sandburg-poesia-ritratto/">“Cantare ogni giorno”. Carl Sandburg, il poeta che fu America</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><a href="https://www.poetryfoundation.org/poets/carl-sandburg">Carl Sandburg</a> morì in piena estate, nel 1967, a 89 anni. Lyndon Johnson, allora Presidente degli Stati Uniti, <a href="https://www.presidency.ucsb.edu/documents/statement-the-president-the-death-carl-sandburg">si espresse con parole mai udite prima.</a> <strong>“Carl Sandburg è stato più della voce dell’America, più di un poeta retto dalla forza del suo genio. Egli è stato l’America.</strong> Lo abbiamo conosciuto e amato come il bardo della democrazia, l’eco del popolo, la nostra coscienza, il cantore della verità, della bellezza, dell’ideale”. </p>



<p>Fa sempre un certo effetto quando il potere politico si inchina al cospetto della poesia. Il poeta, a tutti gli effetti, è garante della&nbsp;<em>poetica</em>&nbsp;del popolo, dell’identità di uno Stato. Lyndon Johnson disse di “un amico”, di “un prezioso compagno per milioni di persone”. Il suo discorso terminò in crescendo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Carl Sandburg non ha bisogno di epitaffi. La sua memoria è inscritta per sempre nei campi, nelle città, nel volto e nel cuore della terra che ha amato e della gente che ha cantato e ispirato”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Quattro anni prima era morto Robert Frost: della stessa generazione di Carl Sandburg, rappresenta l’apice opposto della poesia americana. Se Sandburg – la cui ‘carriera’ lirica è esemplificata nei tonanti <em>Chicago Poems</em>, 1916 – è il poeta della città, Frost lo è della campagna. Poeti inarginabili, di suprema originalità – quando è grande, un poeta contiene moltitudini, fa lottare le proprie contraddizioni –, sono, entrambi, i più forti eredi di Walt Whitman. Sulla lunga distanza, è vero, i versi di Frost sembrano corrispondere ancora, per estro profetico, all’anima americana; Sandburg – tradotto poco &amp; male in Italia, senza lungimiranza editoriale – annaspa, autentico figlio del proprio secolo, un lume tra torsioni di oblio. </p>



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<p>Quell’anno, il 1967, il Pulitzer “for Poetry” cascò nelle mani di Anne Sexton, per <em>Live or Die</em>. Non potremmo pensare un poeta più diverso da Sandburg. Passionale, confessionale, erotica, intima, provocante la Sexton; epico, impegnato, sociale, teso a sintonizzarsi sugli umori degli uomini e sulle mire dell’era Sandburg. Lui il Pulitzer lo aveva ottenuto nel 1951, per i <em>Complete Poems</em>, culmine di un’opera eccezionale. </p>



<p>Carl Sandburg è stato, per decenni, l’emblema dell’artista statunitense, la sua raffigurazione copernicana. Nato il 6 gennaio del 1878 a Galesburg, Illinois, in una famiglia di origini svedesi, poverissima, Sandburg si mobilitò in diversi impieghi per guadagnarsi da vivere: consegnava il latte; imparò a fare il barbiere; fu muratore e bracciante. Scaricò il carbone in Nebraska, fu portiere in un albergo di Denver e spedito a Puerto Rico durante la guerra Ispano-americana: compiva vent’anni, lo irreggimentarono in fanteria – non saprò un colpo. Fu segretario del Sindaco a Milwaukee e giornalista a Chicago, la “Città dalle spalle larghe” a cui dedicò le prime, prepotenti poesie. Per ascendere, visse i bassifondi.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="766" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/Turzak_8246-766x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108457" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/Turzak_8246-766x1024.jpg 766w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/Turzak_8246-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/Turzak_8246-768x1026.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/Turzak_8246-600x802.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/Turzak_8246.jpg 898w" sizes="(max-width: 766px) 100vw, 766px" /><figcaption class="wp-element-caption">Carl Sandburg in un ritratto di Charles Turzak, 1941</figcaption></figure>



<p>Scrisse tantissimo, Carl Sandburg; per gli studi su Lincoln – riassunti in sei volumi biografici suddivisi in due cicli:&nbsp;<em>Abraham Lincoln: The Prairie Years</em>&nbsp;(due tomi, 1925) e&nbsp;<em>Abraham Lincoln: The War Years</em>&nbsp;(1939) – fu insignito del Pulitzer “for History”. Durante una conferenza alla Casa Bianca, spiazzò gli astanti:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Mio padre era analfabeta: scarabocchiava un segno sul registro delle paghe. Mia madre leggeva la Bibbia nella sua lingua, ma non sapeva scrivere. Io ho scritto diversi libri su Abramo Lincoln, la cui madre non sapeva né leggere né scrivere. Credo che in queste circostanze si possa leggere, in filigrana, la storia degli Stati Uniti d’America”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>In vita, gli furono dedicate scuole – per i bambini scrisse le formidabili&nbsp;<em>Rootabaga Stories</em>, tradotte in Italia da Mondadori –; lo invitavano ovunque: portava con sé la chitarra, la squadernava, cominciava a cantare le sue poesie. Dicono di un fascino irrimediabile, “parlava come un uomo che stia lentamente per rivelare qualcosa”, ha detto Ben Hecht, lo sceneggiatore – tra i tantissimi film – di&nbsp;<em>Scarface</em>&nbsp;e di&nbsp;<em>Io ti salverò</em>. Un amico ha detto che “riassumere l’anima e la vita di Carl Sandburg è come tentare di ritrarre il Grand Canyon in un’unica istantanea, in bianco e nero”.&nbsp;</p>



<p>Mal sopportava – con equivalente ferocia – gli alfieri della rima, i poeti tradizionalisti (“Tutti agghindati ma privi di meta: sillabe, accenti prescritti e obbligati, rime – l’abilità tipica di chi risolve i cruciverba”), come i ‘modernisti’ (“fanno una specie di jogging con le orecchie”). In una delle raccolte più note,&nbsp;<em>Good Morning, America</em>&nbsp;(1928), si prodigò nel dare “38 definizioni di poesia”. Un prodigio inventivo. La lista – tra nonsense, epigrammi eraclitei, epigrafi bislacche –, che abbiamo tradotto in calce, al contempo sarcastica, divertita, serissima, è un piccolo capolavoro che offre l’autentico ritratto di un poeta inimitabile: l’eterno bambino. Sandburg gioca con il linguaggio: ne avverte la materia plastica, organica – ne&nbsp;<em>sente</em>&nbsp;l’argilla – scarcerandolo dai nastri, dalle logaritmiche nequizie, dai logorroici ornamenti. Nell’I-Ching il 38 è “La Contrapposizione” (<em>Kui</em>), il fuoco sopra il lago, il luogo in cui tutto è distinto, tutto può essere una cosa o il suo contrario – un rogo o una falena, il mare o la cenere.&nbsp;</p>



<p>Socialista, alle elezioni presidenziali fu per Franklin Delano Roosevelt e per John Fitzgerald Kennedy; tuttavia, preferì dirsi “indipendente radicale” – che è poi un’ammissione di individualismo sovrano. Fu amato da Sherwood Anderson – “tra gli americani, è il mio poeta prediletto” –, H.L. Mencken ne apprezzava “l’assoluta originalità”; in molti, per il suo carattere, austero e carismatico assieme, lo scansarono. Ne paga ancora il fio.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="746" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/7458-746x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108458" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/7458-746x1024.jpg 746w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/7458-219x300.jpg 219w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/7458-768x1054.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/7458-600x823.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/7458.jpg 787w" sizes="(max-width: 746px) 100vw, 746px" /></figure>



<p>Nonostante la fama – fu il primo privato cittadino a tenere un discorso davanti a una seduta congiunta del Congresso: era il 12 febbraio del 1959, per i 150 anni dalla nascita di Lincoln –, Sandburg restò uomo integro, figura di poeta incardinato nel sé, senza fronzoli né frontalieri dell’ideologia.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ciò che voglio? Restare libero, fuori da ogni prigione… poi&#8230; cibo regolare… vedere pubblicato ciò che scrivo… un po’ di amore, una casa, il paesaggio americano… e cantare, cantare, cantare ogni giorno”. </strong></p>
</blockquote>



<p>Una regola. Per equilibrarsi sulle fauci del caos.&nbsp;</p>



<p>**</p>



<p><strong><em>38 definizioni di poesia</em></strong></p>



<p><strong>1</strong>&nbsp;Poesia: proiezione nel silenzio di cadenze disposte in modo da rompere quel silenzio con decise intenzioni di echi, sillabe, longitudini d’onda.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>2</strong>&nbsp;Poesia: arte praticata con il terribilmente plastico materiale dell’umano linguaggio.&nbsp;</p>



<p><strong>3</strong>&nbsp;Poesia: resoconto della sfasatura sfumata tra due istanti, tra quando uno dice “Ascolta!” e “L’hai visto?”, “Hai sentito? Cos’era?”</p>



<p><strong>4&nbsp;</strong>Poesia: tracciare le traiettorie da un suono finito verso gli infiniti punti della sua eco.&nbsp;</p>



<p><strong>5</strong>&nbsp;Poesia: sequenza di punti e di rette che creano profondità, cripte, luci cruciali, crateri lunari.&nbsp;</p>



<p><strong>6</strong>&nbsp;Poesia: spettacolo di marionette dove domatori di razzi e sommozzatori chiacchierano sul sesto senso e sulla quarta dimensione.&nbsp;</p>



<p><strong>7</strong>&nbsp;Poesia: fare un buco sul muso di una statua di bronzo a forma di capra perché vi passi dell’acqua potabile.&nbsp;</p>



<p><strong>8</strong>&nbsp;Poesia: nodo scorsoio attorno al battito di un pensiero, di due pensieri, di un ultimo pensare intrecciato a tal punto che non ne sappiamo ancora il numero.&nbsp;</p>



<p><strong>9</strong>&nbsp;Poesia: eco che chiede a un danzatore d’ombra di essere il suo compagno.&nbsp;</p>



<p><strong>10</strong>&nbsp;Poesia: diario di un animale marino che vive sulla terra e desidera volare.&nbsp;</p>



<p><strong>11</strong>&nbsp;Poesia: serie di ragionamenti sulla vita che svaniscono in orizzonti troppo ripidi per qualsiasi ragionamento.&nbsp;</p>



<p><strong>12</strong>&nbsp;Poesia: impronta fossile di pinna e di ala con un giuramento illeggibile nel mezzo.&nbsp;</p>



<p><strong>13</strong>&nbsp;Poesia: mostrare un pendolo che si connette ad altri pendoli invisibili, dentro e fuori di sé.&nbsp;</p>



<p><strong>14</strong>&nbsp;Poesia: cielo scuro dove migra un’anatra selvatica.&nbsp;</p>



<p><strong>15</strong>&nbsp;Poesia: razzia di sillabe da scagliare contro le mura dell’ignoto e dell’inconoscibile.&nbsp;</p>



<p><strong>16</strong>&nbsp;Poesia: pagina di quaderno con un disegno che raffigura una poeta; sulla maniglia si scorgono tracce di polvere, sangue, sogni.&nbsp;</p>



<p><strong>17</strong>&nbsp;Poesia: carattere tipografico per un alfabeto dell’ozio e dell’odio, dell’amore e della morte.&nbsp;</p>



<p><strong>18</strong>&nbsp;Poesia: codice cifrato dei cinque desideri mistici racchiusi in un proiettile d’argento cavo dato in pasto a un pesce volante.&nbsp;</p>



<p><strong>19</strong>&nbsp;Poesia: teorema del fazzoletto giallo annodato da indovinelli, sigillato a un palloncino, legato alla corda di un aquilone che vola nel vento bianco contro il cielo azzurro, in primavera.&nbsp;</p>



<p><strong>20</strong>&nbsp;Poesia: musica da ballo che compara le follie del tip tap con le marce funebre più cupe e solenni.&nbsp;</p>



<p><strong>21</strong>&nbsp;Poesia: scheggia di luna nel ventre della rana dorata.&nbsp;</p>



<p><strong>22</strong>&nbsp;Poesia: risata ridicola per aver trovato un milione di dollari – risata ridicola dopo aver perduto un milione di dollari.&nbsp;</p>



<p><strong>23</strong>&nbsp;Poesia: silenzio e dialettica tra le radici madide di un fiore e il bocciolo che splende al sole.&nbsp;</p>



<p><strong>24</strong>&nbsp;Poesia: padroneggiare il paradosso della terra che culla la vita per seppellirla.&nbsp;</p>



<p><strong>25</strong>&nbsp;Poesia: indovinare cosa si vede, in un’istante, tra l’apertura e la chiusura di una porta&nbsp;</p>



<p><strong>26</strong>&nbsp;Poesia: ragnatela appena nata, all’alba, che testimonia una storia di tessiture e attese al chiar di luna.&nbsp;</p>



<p><strong>27</strong>&nbsp;Poesia: dichiarare una serie di equazioni, con numeri e simboli che mutano come specchi, stagni, cieli; l’unico segno immutabile è l’infinito.&nbsp;</p>



<p><strong>28</strong>&nbsp;Poesia: zaino pieno di ricordi invisibili.&nbsp;</p>



<p><strong>29</strong>&nbsp;Poesia: frammento di nebbia fluviale e di luci di barche in movimento, passato tra ponti e fischi, finché uno dice “Oh!” e un altro “Come?”</p>



<p><strong>30</strong>&nbsp;Poesia: disposizione cinetica di sillabe statiche.</p>



<p><strong>31</strong>&nbsp;Poesia: aritmetica della via più facile e del sentiero di primule, abbinato a cavalli con i fianchi sudati, nocche insanguinate e ossa, sulla difficile via verso le stelle.&nbsp;</p>



<p><strong>32</strong>&nbsp;Poesia: scatole delle illusioni che ondeggiano, legate con la cinghia dei fatti.&nbsp;</p>



<p><strong>33</strong>&nbsp;Poesia: elenco di uccelli, api, bambini, fratelli, insetti, neonati, baba jaga e bipedi che si aprono un varco tra bastioni barbarici.&nbsp;</p>



<p><strong>34</strong>&nbsp;Poesia: scrittura fantasma che racconta come si formano gli arcobaleni e come scompaiono.&nbsp;</p>



<p><strong>35</strong>&nbsp;Poesia: legame metaforico tra le bianchi ali della farfalla e i frammenti strappati di lettere d’amore.&nbsp;</p>



<p><strong>36</strong>&nbsp;Poesia: sintesi di giacinti e biscotti.&nbsp;</p>



<p><strong>37</strong>&nbsp;Poesia: matematica mistica e sensuale di fuoco, caminetto, waffle, viole del pensiero, persone e tramonti lividi.&nbsp;</p>



<p><strong>38</strong>&nbsp;Poesia: catturare un’immagine, una canzone, uno stile, in un deliberato prisma di parole.</p>



<p><strong>Carl Sandburg</strong></p>



<p><em>*In copertina: Carl Sandburg, nel 1952, mentre canta le sue poesie</em></p>
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		<item>
		<title>“Ignote parole”. Vita insulare di Giacomo Prampolini, avventuriero del linguaggio</title>
		<link>https://www.pangea.news/giacomo-prampolini-ritratto-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 04:05:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Prampolini]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Storia universale della letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Inutile cincischiare:&#160;Giacomo Prampolini è stato un genio.&#160;Nato a Milano il 22 giugno del 1898, studi al ‘Beccaria’, da ragazzo, oltre alle lingue, per così dire, ovvie – inglese, francese, tedesco, spagnolo – cominciò a praticare il russo, il giapponese, l’arabo. Volontario durante la Prima guerra – fu sul Piave e a Caporetto – continuò, con [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Inutile cincischiare:&nbsp;<strong>Giacomo Prampolini è stato un genio.&nbsp;</strong>Nato a Milano il 22 giugno del 1898, studi al ‘Beccaria’, da ragazzo, oltre alle lingue, per così dire, ovvie – inglese, francese, tedesco, spagnolo – cominciò a praticare il russo, il giapponese, l’arabo. Volontario durante la Prima guerra – fu sul Piave e a Caporetto – continuò, con ansia insonne, rabdomantica, a rivoltarsi nel linguaggio. Padroneggiava una sessantina di lingue.&nbsp;</p>



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<p>Uomo dal talento inverosimile, portato allo studio e alla scrittura come servizio più che all’idolatria dell’io, Prampolini prese a collaborare pressoché con tutti gli editori del Paese, da Formiggini – per cui tradusse Keats – a Corticelli – per cui si occupò di Kipling –, Treves – sua la versione di&nbsp;<em>Bambi</em>&nbsp;– e Bompiani –&nbsp;<em>Il volto del bolscevismo</em>, dello storico austriaco René Fulop-Miller reca un’introduzione di Curzio Malaparte. Dal 1928 fu tra i più assidui collaboratori della Mondadori: al di là di alcuni libri di vaglia – le&nbsp;<em>Novissime avventure di Sherlock Holmes</em>, ad esempio – a Prampolini era chiesto di tradurre gli impossibili, da lingue ignote ai più. Nascono così libri ‘iperborei’ come&nbsp;<em>Con l’Aquila verso il Polo&nbsp;</em>(1930), il diario della disastrosa spedizione artica a bordo della mongolfiera Örnen (“Aquila”, appunto) guidata dall’avventuriero svedese Salomon August Andrée, e&nbsp;<em>L’Antartide esplorata</em>&nbsp;(1931), dell’ammiraglio americano Richard Evelyn Byrd. Per la ‘Medusa’, a parte qualche rara celebrità – Par Lagerkvist e Aldous Huxley –, voltò in italiano autori ora tumulati in olio oblio: gli islandesi Kristmann Guðmundsson e Gunnar Gunnarsson, il danese Nis Petersen, il ceco Ivan Olbracht, il faroese William Heinesen, tra i tantissimi. Amava le lingue marginali, cioè gli scrittori sconfinati, ai limiti del mondo – in questi smarriti riconosceva, forse, una&nbsp;<em>originalità</em>, un istinto originario ancora intatti.&nbsp;</p>



<p>I bibliomani ricorderanno il legame tra Prampolini e Scheiwiller: da quel sodalizio sono germogliati, per la collana ‘Oltremare’, libri preziosi e bellissimi, la raccolta di&nbsp;<em>Proverbi coreani</em>&nbsp;e di&nbsp;<em>Proverbi cinesi</em>, le&nbsp;<em>Poesie indonesiane</em>, le&nbsp;<em>Strofe del Vietnam</em>, i&nbsp;<em>Canti del Dalai Lama</em>. Non era il gusto per l’esotico ad affascinare Prampolini, ma l’ansia di chi anela all’ignoto, scopre nuove costellazioni, si fa spazio nella giungla del linguaggio. Gli pareva angusto il pantano culturale italiano, ingiusto l’indecoroso snobismo riservato alle letterature extra-occidentali, infame il chiacchiericcio che intorbida la vitalità del linguaggio. A tempo perso, scrisse una&nbsp;<em>Grammatica teorico-pratica della lingua olandese</em>; recluso a Spello – di cui la moglie, Elsa Damiani, fu il primo Sindaco donna, dopo la Seconda guerra –, questo vagabondo dell’intelletto non aveva bisogno, come i borghesi avvinti in una tediosa inquietudine, di viaggiare: uscì dall’Italia, per la prima volta in vita sua, nel 1958 – nei Paesi Bassi lo avevano onorato con un ciclo di convegni. Prampolini compiva sessant’anni quell’anno: Scheiwiller allestì una “Piccola antologia” di sue traduzioni,&nbsp;<em>Porticello</em>, introdotta da Montale.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/s-l1200-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108406" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/s-l1200-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/s-l1200-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/s-l1200-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/s-l1200.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>Di quest’uomo degno di un racconto di Borges, oggi non resta pressoché nulla: Garzanti continua a ristampare la sua traduzione de&nbsp;<em>Il segno rosso del coraggio</em>, memorabile libro di Stephen Crane. Dagli anni Trenta, con infaticabile lena, Prampolini lavorò al suo capolavoro, un’impresa&nbsp;<em>borgesiana</em>&nbsp;in ogni senso: l’immane repertorio della&nbsp;<em>Storia universale della letteratura</em>. Uscita per Utet, in prima battuta, in cinque volumi, nel 1935, questa formidabile&nbsp;<em>Storia universale</em>&nbsp;fu costantemente rivista, aggiornata, riscritta. In Prampolini la pazienza dello scriba si misurava con l’audacia del pioniere: l’ultima edizione – in sette volumi per oltre settemila pagine in totale – uscì nel 1961. L’opera – per delicatezza e vigoria di stile prima che per vastità d’intenti – è mirabile, un’avventura spericolata, come squadernare l’<em>Uranometria</em>&nbsp;di Johann Bayer, l’<em>Histoire naturelle&nbsp;</em>di Buffon, la&nbsp;<em>Monstrorum Historia</em>&nbsp;di Ulisse Aldrovandi. Cercatela nella biblioteca del vostro paese. L’attacco pare un incipit da romanzo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Fra le letterature vive di popoli civili, quella cinese detiene il primato per l’antichità e per la ricchezza della produzione. Un fenomeno astronomico, descritto in un vetusto libro di prosa, è stato da scienziati europei riconosciuto esatto e attribuito con sicurezza al febbraio dell’anno 2461 a.C. D’altra parte, quando nel secolo XVIII il grande imperatore manciù C’ien Lung, scrittore fecondo egli stesso, incaricò un gruppo di dotti di fare una scelta fra i capolavori della letteratura nazionale, il risultato dei lavori culminò in un elenco comprendente 160.000 opere degne di considerazione”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Il culto di Prampolini per le letterature sconosciute tocca qui il suo apice: ciò che fa della&nbsp;<em>Storia universale della letteratura</em>&nbsp;un’opera unica, tuttavia, è la singolarità dell’autore, le vestigia dello stile, le frasi ben tornite. Basti a mo’ di emblema il paragrafo con cui Prampolini conclude il profilo dedicato a Friedrich Hölderlin (tomo numero V):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Separandosi dal poeta dell’entusiasmo conviene ripetere, per compendiarne la grandezza e il destino, le chiare parole che egli ha dette su se stesso: ‘Io mai non compresi le parole degli uomini. Crebbi nelle braccia degli Dei’. I Greci invero sapevano che la pazzia colpisce chi si avvicina troppo alla divinità. H</strong><strong>ölderlin si frantumò, cantando contro l’Infinito, contro il Tutto”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Questa&nbsp;<em>Storia universale</em>&nbsp;– naturalmente scomparsa dagli scaffali librari, dacché il nostro tempo è infinitamente infimo, vuole conquistare l’universo dimentico degli universali – è il vero antidoto a Wikipedia e alla cosiddetta Intelligenza Artificiale: un uomo – e non una macchina o una speciosa, livida ‘oggettività’, né simili artifici della tecnica – parla in queste pagine, titaniche e docili assieme. Una stessa&nbsp;<em>catena umana</em>, l’umanità costi quel che costi, anima la ‘poetica’ di Prampolini:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La letteratura ha molti volti e una sola sostanza: l’uomo […]. Un filo ben discernibile collega il più remoto inno pagano al più moderno scenario per film: esso corrisponde alla continuità delle razze umane nel tempo, e durerà finché gli uomini conosceranno con la vita la morte, saranno capaci di gioire e soffrire, di procreare e di lavorare”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Prampolini fu, tra l’altro – per esistenza e istinto – poeta. Lo fu secondo la propria indole, come si culla un rito privato, un florilegio di strane farfalle, un gioco troppo importante da divulgare al mondo. Le pubblicazioni, rarefatte – per Scheiwiller, nel 1928, esce&nbsp;<em>Dall’alto silenzio</em>, libro dal titolo-emblema; nel 1931, per Artigianelli,&nbsp;<em>Segni</em>; nel 1946, per Utet,&nbsp;<em>Dominio delle cose</em>&nbsp;–, culminano con&nbsp;<em>Molte stagioni</em>, stampato da Mondadori nel 1962. Nessuno ne parlò – Prampolini non fece nulla perché se ne parlasse. Il poeta poliglotta morì, nella sua stoffa, umile e coriacea assieme, il 25 aprile del 1975, a Pisa. Nei repertori della lirica patria, Prampolini è quasi sempre il grande assente. La democraticissima&nbsp;<em>Antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo</em>&nbsp;a cura di Ravegnani &amp; Titta Rosa (Aldo Martello, 1972), tiene conto della sua poesia, inscatolando Prampolini tra Giacomo Noventa e Carlo Betocchi. I curatori scrivono che “nei suoi libri di poesia, non soltanto per le colorite visioni del mondo, ma soprattutto per l’intimo sentirsi creatura terrestre, ha risalto uno stupore d’anima, il quale porta, tra inquietudine e felicità, delicati accordi al leggero gioco dei sentimenti, e, assieme, estatiche consolazioni”.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/16525-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108407" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/16525-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/16525-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/16525-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/16525-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/16525-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/16525-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/16525.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Il Prampolini poeta pare un tenue paesaggista: più che ai crepuscolari il suo dire ha qualcosa dei macchiaioli, ricorda i campi stretti di Silvestro Lega, le campiture di Giovanni Fattori. L’atmosfera da primo giorno del mondo – ingenua per cura più che per distrazione – però, fa di Prampolini un poeta estraneo al nostro canone primordiale. Di lui si può dire quello che lui diceva della letteratura islandese che tanto amava: “estetica insulare”, “integrità”, “perizia”, “umano calore”. L’opera di Prampolini, così, si apparenta a quella degli autori – mai uditi prima – che lui stesso ha tradotto: Steingrimur Thorsteinsson (“Credi in due cose al mondo,/ che portano la più alta dignità:/ Dio nello spazio dell’universo/ Dio dentro te stesso”), Pall Olafsson (“Vorrei poter diventare paglia/ e appassire nelle tue scarpe;/ più lieve certo cammineresti/ sopra gli errori miei”), Stephan G. Stephansson (“L’arte è il lavoro/ di lacerare a poco a poco/ e assottigliare sempre più/ sino alla massima sottigliezza”).&nbsp;</p>



<p>In questa interiore insularità è la bellezza delle poesie di Prampolini, che giungono a noi come levigati cristalli – sanno ancora ferire.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="687" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/s-l1200-1-687x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108408" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/s-l1200-1-687x1024.jpg 687w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/s-l1200-1-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/s-l1200-1-600x894.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/s-l1200-1.jpg 725w" sizes="(max-width: 687px) 100vw, 687px" /></figure>



<p>**</p>



<p>Se pietra fosti nella realtà<br>convolvolo sarai nel sogno;<br>cordiali saluti le piazze<br>ti offrono nei mattini,<br>quando la costa argentea<br>è una caviglia di donna,<br>e il tram operaio sferraglia<br>correndo verso il lavoro;<br>quando ai caselli scorgi<br>visi tuffarsi nei catini,<br>e lungo la costa ride<br>un bianco bacio agli scogli.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Sotto le nuvole nere<br>odorano dei nespoli i fiori:<br>novembre, la tua prima sera<br>è un estremo tepore.</p>



<p>Cieli specchiati da acque<br>occhi nella pianura;<br>sul monte la folta bufera,<br>qui per le api il miele.&nbsp;</p>



<p>Passione di luce che muore,<br>ecco la nostra vita:<br>pericolo, grido, singulto<br>mentre la terra continua.</p>



<p>*</p>



<p>I morti ci stanno intorno nell’aria:<br>a mezz’ora di strada, le loro tombe;<br>al tramonto là cantano usignoli –&nbsp;<br>e noi qui facciamo le solite cose.<br>Ieri cogliemmo i papaveri in fiamme,<br>oggi Aprile irrora le fervide fave:<br>Aprile che apre ogni anno illusioni alla vita<br>e molte sere agli stanchi suggella le ciglia.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Le parole oggi mi danzavano intorno<br>come farfalle; parole semplici acute:<br>sasso, terra, cielo, il mio soffrire<br>e quello di tutti. Ma anche oggi è finito:<br>un altro giorno. E domani pure&nbsp;<br>sarà un altro giorno: almeno per te,<br>mondo, che ruoti senza memoria.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="697" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/823160358.0.x-697x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108409" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/823160358.0.x-697x1024.jpg 697w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/823160358.0.x-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/823160358.0.x-600x882.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/823160358.0.x.jpg 735w" sizes="(max-width: 697px) 100vw, 697px" /></figure>



<p>*</p>



<p>I luoghi, le piante, i tetti<br>di queste vecchie case<br>mi hanno limato<br>sino all’usura;<br>sino a quella punta<br>di uomo che in me ancora<br>osa domandare al cielo<br>una qualche ragione.&nbsp;</p>



<p>Ma il cielo nelle nubi si chiude,<br>e tu, mio vicino, t’allieti<br>a voli di uccelli di passo:<br>quattro spari – e poi viene la sera.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Sull’Appenino gli dèi<br>ancora colgono timi;<br>gli spiriti della natura<br>nei luoghi più selvaggi<br>danzano al sole,<br>poi tra le foglie dormono.</p>



<p>Allora il vento dal valico porta<br>respiri eterni,<br>ignote parole –&nbsp;<br>e chi le sente<br>sa senza apprendere:<br>cose del sonno e del tempo.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Non toccherai le cose<br>che non ti guardano:<br>l’erba, il sasso, la foglia morta –&nbsp;<br>esse sono del cielo.&nbsp;</p>



<p>Ma potrai sul colle<br>narrare in solitudine,<br>con trepida voce,<br>il tuo passare.&nbsp;</p>



<p><strong>Giacomo Prampolini</strong></p>



<p><em>*In copertina: un&#8217;opera di Alex Coville</em></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>“Per mordere il sole”. La poesia sapienziale di René Char</title>
		<link>https://www.pangea.news/char-surrealismo-le-marteau-sans-maitre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 04:07:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[José Corti]]></category>
		<category><![CDATA[Le Marteau sans maître]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura francese]]></category>
		<category><![CDATA[René Char]]></category>
		<category><![CDATA[surrealismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=108365</guid>

					<description><![CDATA[<p>Credo che il ripudio sia una delle&#160;azioni&#160;del poeta.&#160; Ripudiare ciò che si è scritto, respingere – cioè: non farsi ingabbiare in uno stilema, non farsi predare da un aggettivo. Non più tua, l’opera sfida il poeta: spesso, lo vince. Il poeta vuole svincolarsi dall’opera per continuare a essere poeta – i libri non sono figli, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Credo che il ripudio sia una delle&nbsp;<em>azioni</em>&nbsp;del poeta.&nbsp;</p>



<p>Ripudiare ciò che si è scritto, respingere – cioè: non farsi ingabbiare in uno stilema, non farsi predare da un aggettivo. Non più tua, l’opera sfida il poeta: spesso, lo vince. Il poeta vuole svincolarsi dall’opera per continuare a essere poeta – i libri non sono figli, sono Giuda, piuttosto.</p>



<p>Ripudiare: permettersi la fuga, permettere al libro di rifulgere.&nbsp;&nbsp;</p>



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<p>Secondo i critici,&nbsp;<em>Le Marteau sans maître&nbsp;</em>– potremmo dire: “Martello senza maestro” –, stampato nel 1934 in cinquecento copie da José Corti – di cui venti su carta olandese Van Gelder con puntasecca di Kandinsky –, testimonia il periodo surrealista di René Char. Il poeta, ventisettenne, tutt’altro che ‘Capitaine Alexandre’, fisico da rugbista, si era imbarcato nella gang di Breton tramite Paul&nbsp;Éluard: ai suoi occhi – come dargli torto – tutto ciò che scriveva René era ammantato dal genio. Insieme, a Parigi, si diedero a una vita da briganti dell’arte: condividevano botte – durante un’epica rissa, al ‘Maldoror’, Char fu accoltellato all’inguine – e belle donne (‘Nusch’: prostituta, chiromante, donna di labirintica bellezza, finirà per sposare&nbsp;Éluard). Tra i Surrealisti – per cui scrisse qualche articolo, su “La Révolution surréaliste” e poi per “Le Surréalisme au service de la révolution” – René Char stava con il brio del neofita e dell’eretico: alla “scrittura automatica” preferiva “lo scritto coscientemente elaborato”; alle abluzioni in Sade sostituiva lo studio di Rimbaud e di Lautréamont; scoprì in quegli anni i Presocratici e gli alchimisti. Anche per questo&nbsp;<em>Le Marteau sans maître</em>&nbsp;è un libro importante: le brevi lasse, i sortilegi verbali rimandano a Eraclito più che al nonsense, anelano alla sapienza prima che al nulla.&nbsp;</p>



<p>Il libro, appunto – spesso ai margini della bibliografia di Char, perché non sta (come il resto dell’opera del grande poeta francese) nei circuiti della poesia ‘resistenziale’ –, pur per pochi, piacque: nel 1954 Pierre Boulez ne ricavò un’opera musicale; ristampato più volte, fu più volte commentato da Char. Il poeta – in una testimonianza raccolta da Paul Veyne:&nbsp;<em>René Char en ses poèmes</em>, Gallimard, 1990 – disse di essersi “avvicinato al surrealismo senza mai aderire alla pratica o al metodo surrealista”. Disse di essere stato surrealista senza conoscere il surrealismo: “Quando scrissi&nbsp;<em>Arsenal</em>&nbsp;avevo diciassette anni, ignoravo l’esistenza del surrealismo”. La gita tra Breton &amp; Co. fu, più che altro, esistenziale, mediata dall’amicizia di&nbsp;Éluard.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="786" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/1035369843.0.x-786x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108366" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/1035369843.0.x-786x1024.jpg 786w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/1035369843.0.x-230x300.jpg 230w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/1035369843.0.x-768x1001.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/1035369843.0.x-600x782.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/1035369843.0.x.jpg 829w" sizes="(max-width: 786px) 100vw, 786px" /></figure>



<p>Poeta guerriero – cioè: poco avvezzo al livore, all’invidia, ai neri lasciti degli untori – Char non bistrattò Breton: mollò tutti, con eleganza, nel 1934. Scrisse ad Artaud che “Il surrealismo muore per l’imbecille settarismo dei suoi adepti”; scrisse a Benjamin Péret di “aver acquisito la libertà senza sentire il bisogno di sputare su ciò che per cinque anni è stato il mio mondo”. <a href="https://editions-corti.fr/livres/le-marteau-sans-maitre"><strong>Di <em>Le Marteau sans maître </em>– tornato in auge di recente sempre per José Corti</strong> </a>– scrisse, nell’intro all’edizione del 1945, che era “l’esperienza allucinata di un uomo alleato al Male, di un uomo massacrato e pur tuttavia vittorioso”; scrisse di “un primo raggio che esita tra l’imprecazione del supplice e il magnifico amore”. Tentato dal ripudio, Char optò per la rapina: il raggio che tramite la lente sfocia in incendio e imita, in proporzioni limitrofe alla risata, il sole. Il poeta non aveva timore dei retaggi dovuti al frainteso, delle infiltrazioni dell’infatuato, della guerra aperta. Ingaggiò con se stesso una razzia: “Il poeta uccide il suo modello”, conclude uno dei poemetti aurorali, <em>Artine</em>. </p>



<p>In una lettera a Breton, è il 1947, il poeta rimarca la sua arrendevolezza alle forze dell’essere, al destino come gimkana più che come giogo: “Dove sono oggi? Non lo so… nondimeno, io difendo, con ogni energia, il mio diritto di affermarmi come prodigio… il mio ruolo più certo è l’assenza. Sono a malapena presente se non tramite l’amore, l’insubordinazione, il riparo della memoria. Non c’è letteratura in questa confessione. Nessuna ambiguità. Nessun dandismo”.&nbsp;&nbsp;Ormai sono altri anni, sembra passato un millennio, un Gilgamesh in cocchio dai fasti dei Trenta; l’anno prima, Gallimard aveva stampato&nbsp;<em>Feuillets d&#8217;Hypnos</em>, un libro capitale e primordiale. Char, ormai eroe omerico, era in amicizia con Albert Camus, era affascinato dalla filosofia di Heidegger.&nbsp;</p>



<p>Il poeta, con forza equivalente, prendeva le distanze “dall’hitlerismo” come “dalla propaganda poliziesca comunista”. L’amore, somma insubordinazione al tempo – il ripudio, prima di tutto, di se stessi, con ferma tenerezza. Da lì, dall’aldilà della letteratura, oltre ogni umana finzione, comincia l’opera, la via.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="756" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/31942674848-756x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108367" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/31942674848-756x1024.jpg 756w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/31942674848-221x300.jpg 221w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/31942674848-768x1041.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/31942674848-600x813.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/31942674848.jpg 797w" sizes="(max-width: 756px) 100vw, 756px" /></figure>



<p>***&nbsp;</p>



<p><em>La torcia prodigio</em></p>



<p>Il recinto in quarantena brucia<br>gli passa davanti<br>nuvola di resistenza<br>nuvola delle caverne<br>icona di ipnosi.</p>



<p>*</p>



<p><em>Transfuga/trasfusione</em></p>



<p>Sangue liberato:<br>il meteorite nella veranda<br>respira come una pianta.</p>



<p>Lo spirito del castello<br>è il ponte levatoio.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Lievito barbaro</em></p>



<p>La bocca canta&nbsp;<br>nel collare di ferro<br>come a scuola quando<br>la prima testa cade.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Dieresi del potatore</em></p>



<p>Il sole imita il pavone sul muro<br>invece di viaggiare sul dorso di un albero.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Robuste meteore</em></p>



<p>Nel bosco, ascolti il brulichio del verme<br>la crisalide che si volta con un volto chiaro<br>la sua naturale leggerezza.</p>



<p>Gli uomini hanno fame<br>di carni segrete, di cose crudeli&nbsp;<br>levatevi bestie del massacro<br>per mordere il sole.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Orizzonte meraviglia</em></p>



<p>I grandi sentieri<br>dormono all’ombra delle sue mani</p>



<p>Marcia verso il tormento<br>domani<br>come una scia di polvere.</p>



<p>*</p>



<p><em>La lezione severa</em></p>



<p>L’iliaco salto è compiuto<br>l’attrarre sborda dal fantasticare<br>magnete immerso di tenerezza è una leva morta<br>tornei infantili<br>tumulati nella rovina notturna<br>allo spiraglio del respiro</p>



<p>Materna era l’aria<br>ne sortirono radici</p>



<p>Un piccolo numero<br>alla tacca del giorno<br>numero uno nella prima classe<br>quell’amore che si forma dalla stella degli inferi<br>di un sangue mai sentito.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="643" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/9782714313812-01-251117_153436-800x-643x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108368" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/9782714313812-01-251117_153436-800x-643x1024.jpg 643w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/9782714313812-01-251117_153436-800x-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/9782714313812-01-251117_153436-800x-600x956.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/9782714313812-01-251117_153436-800x.jpg 678w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /></figure>



<p>*</p>



<p><em>Singolare</em></p>



<p>Dopo tre parole non dice più nulla<br>mangia a sazietà e ancora di più&nbsp;<br>alta è la stima conferita ai suoi stracci</p>



<p>Nomade che si adagia sulla mia bocca<br>volume d’etere come una passione<br>delirio meridiano e a mezzanotte è feconda nel coma<br>di un amore arbitrario<br>il luogo prediletto per l’ossigeno.</p>



<p>*</p>



<p><em>Mirabile casa e presentimento</em></p>



<p>Ascolto il suono delle mie gambe<br>il morto mare, marea sopra la testa</p>



<p>Bambino, selvaggio lungomare<br>Uomo, illusione imitata</p>



<p>Occhi puri nel bosco<br>cerco nel pianto il cranio abitabile.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Rosa violenta</em></p>



<p>Occhio in trance muto specchio<br>mi avvicino per allontanarmi<br>abbracciato al crinale</p>



<p>Testa a testa tutto dimentico<br>fino al colpo di spalla in pieno cuore<br>la rosa violenta<br>degli amanti il nulla e la trascendenza.</p>



<p>*</p>



<p><em>Ecco</em></p>



<p>Ecco l’enciclopedista dei ricordi<br>chi vaporizza le pozzanghere in miniatura<br>avvolto da lenzuola fumanti<br>stella rosa e rosa bianca</p>



<p>O carezze sapiente, o labbra levriere, inutili!</p>



<p>*</p>



<p><em>Sosia</em></p>



<p>Animale&nbsp;<br>usa la pietra&nbsp;<br>cancella la mia lunga pelliccia&nbsp;</p>



<p>Uomo&nbsp;<br>non oso usare<br>la pietra che ti adombra</p>



<p>Animale&nbsp;<br>gratta con le tue unghie<br>questa carne dalla scorza rude</p>



<p>Uomo&nbsp;<br>mi terrorizza il fuoco<br>che diparte ovunque sei</p>



<p>Animale&nbsp;<br>tu parli<br>come un uomo</p>



<p>Non fraintendermi<br>non vedo il fondo della tua miseria.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>L’amore</em></p>



<p>Essere&nbsp;<br>il primo venuto.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Seghettata&nbsp;</em></p>



<p>Bagnante, dimenticami in mare<br>perché deliro della calma la folla.</p>



<p>*</p>



<p><em>I polmoni</em></p>



<p>L’apparizione dell’arma da fuoco<br>e riconoscerne il ventre</p>



<p><strong>René Char</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/char-surrealismo-le-marteau-sans-maitre/">“Per mordere il sole”. La poesia sapienziale di René Char</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<item>
		<title>“Ti dono l’illimitato”. In memoria di Wendell Berry, il poeta contadino</title>
		<link>https://www.pangea.news/wendell-berry-poesia-daniele-gigli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 03:46:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Gigli]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[matrimonio]]></category>
		<category><![CDATA[Wendell Berry]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’amore, l’unica economia che non divide ma moltiplica.&#160; È quest’idea, se dovessi condensarlo in una frase, quello che mi sembra il lascito più importante di&#160;Wendell Berry&#160;– da pochi giorni passato all’altra riva dopo una vita lunga e feconda – al suo tempo e a quello a venire. O meglio: quest’idea e la grazia della poesia [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/wendell-berry-poesia-daniele-gigli/">“Ti dono l’illimitato”. In memoria di Wendell Berry, il poeta contadino</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’amore, l’unica economia che non divide ma moltiplica.&nbsp;</p>



<p>È quest’idea, se dovessi condensarlo in una frase, quello che mi sembra il lascito più importante di&nbsp;<strong>Wendell Berry</strong>&nbsp;– da pochi giorni passato all’altra riva dopo una vita lunga e feconda – al suo tempo e a quello a venire. O meglio: quest’idea e la grazia della poesia in cui tale lascito è andato incarnandosi.</p>



<p><strong>Poeta contadino e cristiano&nbsp;<em>sui generis</em>, Berry ha infatti anticipato con la sua vita e il suo lavoro quell’attenzione all’ecologia integrale</strong>&nbsp;venuta di moda con la lezione di Francesco I ma ben presente già nelle parole del predecessore Benedetto XVI o, sul versante ortodosso, in quelle del patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I – così insistente nella cura del Creato da meritarsi l’appellativo di «patriarca verde». Ecologia integrale, va sottolineato una volta di più, perché niente affatto rivolta a un culto della natura contro l’umano, ma tesa al contrario a una necessaria integrazione di umano e cosmico, cielo e terra, sangue e pensiero.</p>



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<p><strong>Ed è questa concezione di ecologia, questo intreccio di economia – intesa nella sua etimologia di «governo della casa» – e di amore, che fonda e nutre fin dalle radici l’opera di Berry.</strong>&nbsp;Nessun sentimentalismo, nessuna istintività, nessun mito del buon selvaggio. Al contrario, verità nuda e selvatica, durezza petrosa e dolcezza del guadagno faticato. A discriminare, perché un amore che non voglia essere vago sentimento discrimina, è la dicotomia tra chi nutre (<em>nurturer</em>) e chi sfrutta (<em>exploiter</em>). Una dicotomia che non è tuttavia soltanto tra me e te, ma prima di tutto tra me e me, tra ciò che desidero e come lo desidero:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>I termini sfruttamento e nutrimento, d’altro canto, descrivono una divisione non soltanto tra le persone ma anche nelle persone. Siamo tutti in qualche modo il prodotto di una società sfruttatrice e sarebbe sciocco e autoingannevole pretendere di non portarne lo stampo.</strong></p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/wendell-berry-090126-1-acb23d44e0ed42bdbc2b6c5272a7f49d-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-108440" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/wendell-berry-090126-1-acb23d44e0ed42bdbc2b6c5272a7f49d-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/wendell-berry-090126-1-acb23d44e0ed42bdbc2b6c5272a7f49d-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/wendell-berry-090126-1-acb23d44e0ed42bdbc2b6c5272a7f49d-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/wendell-berry-090126-1-acb23d44e0ed42bdbc2b6c5272a7f49d-1536x1024.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/wendell-berry-090126-1-acb23d44e0ed42bdbc2b6c5272a7f49d-600x400.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/wendell-berry-090126-1-acb23d44e0ed42bdbc2b6c5272a7f49d.jpg 1620w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Wendell Berry (1934-2026)</figcaption></figure>



<p>Sono parole, queste, che Berry scrive al principio degli anni Settanta in un saggio, <strong><em>The Unsettling of America </em>(1977), entusiasmante per freschezza, rigore e consequenzialità tra pensiero e parola – tra parola e visione del mondo.</strong> Ma quel che più affascina non è la coerenza deduttiva di un’azione da un pensiero, quanto il suo opposto: la formulazione di un pensiero stringente dall’osservazione del darsi delle cose. Ed ecco allora che la cura dell’habitat si rivela non come una questione etica, ma come una questione ontologica – <em>religiosa</em> –, indissolubilmente legata alla cura di sé:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>La questione dei limiti umani, di una definizione e di un posizionamento adeguati dell’essere umano nell’ordine della Creazione, poggia in fondo sulla nostra attitudine verso l’esistenza biologica, la vita del corpo in questo mondo. Che valore e rispetto diamo ai nostri corpi? Come li usiamo? Che rapporto vediamo – se ne vediamo uno – tra corpo e mente o tra corpo e anima? Che nesso o responsabilità affermiamo tra i nostri corpi e la terra? Sono domande religiose, ovviamente, perché i nostri corpi sono parte della Creazione e ci coinvolgono in tutte le pieghe del mistero. Ma sono anche domande agricole, perché per quanto sia urbanizzata la nostra vita, i nostri corpi vivono di agricoltura; veniamo dalla terra e in essa ritorniamo, così viviamo nell’agricoltura come viviamo nella carne. Finché viviamo i nostri corpi sono particelle mobili della terra, unite in modo inscindibile sia al suolo, sia ai corpi degli altri esseri viventi. Non è sorprendente, quindi, che ci siano delle profonde somiglianze tra il modo in cui trattiamo i nostri corpi e quello in cui trattiamo la terra.</strong></p>
</blockquote>



<p>E se il modo di trattare il nostro corpo definisce in qualche modo il nostro rapporto con l’essere, tanto più ne sarà specchio anche il modo di trattare i corpi altrui: nutrimento o sfruttamento, quel che vale per la terra, vale anche tra uomo e donna.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>La divisione dell’energia sessuale dalle funzioni domestiche e dalla comunità che dovrebbe onorare è analoga a quell’altra divisione moderna tra la fame e la terra. Laddove non è più alleato per analogia e prossimità alla disciplina del nutrimento che lega il focolare ai cicli della fertilità e alle stagioni, alla vita e alla morte, allora l’amore sessuale perde la sua forza simbolica e rituale, la sua profonda solennità e la sua gioia più alta. Esso perde il senso della conseguenza e della responsabilità. Diventa “autonomo”, da valutare soltanto in sé, poi frivolo, poi distruttivo – anche di se stesso. Quanti parlano del sesso come “svago”, pensando di rivendicare per esso “un nuovo posto”, non fanno altro che riconoscerne la rimozione dalla Creazione.</strong></p>
</blockquote>



<p>È una questione di autocoscienza: se siamo creati, siamo ultimamente indisponibili a noi stessi e abbiamo un posto nella Creazione, che a noi tocca “soltanto” scoprire. Se non c’è creato né creatore, invece, eccoci a rotolare in un universo sempre più freddo e sordo, a sgomitare e violentare per inventare un senso, per creare da noi – a scapito di chiunque ci si pari davanti – il nostro posto nel mondo. Ed ecco allora che anche l’amore, se non inscritto in questa prospettiva cosmica, al di là delle migliori intenzioni non può farsi che sopraffazione, violenza sorda, sconfitta vitalista.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>L’isolamento della sessualità la rende soggetta a due influenze che la ipersemplificano: la leggenda del romanticismo sessuale e l’economia capitalista. Per “romanticismo sessuale” intendo la sentimentalizzazione dell’amore sessuale che per generazioni è avvenuta a opera di canti popolari e racconti. […] Credendo queste cose, una giovane coppia non potrebbe essere esposta più crudelmente alle abrasioni dell’esperienza – o meglio, preparata all’esperienza del matrimonio come a un’altra di quelle tristi e ironiche competizioni moderne in cui la vittoria di uno è la sconfitta di entrambi.</strong></p>
</blockquote>



<p>L’armonia in sé, tra sé e con il Creato in luogo della competizione che esaspera e lacera la coppia; uno sguardo non rivolto l’uno verso l’altro ma posato insieme verso un punto terzo; la compagnia l’uno per l’altro alla vocazione strettamente personale della vita. Questa l’idea agricola dell’amore di Berry: un’economia circolare che donando moltiplica e che prendendo non calcola. Un’economia del bene e della gratitudine che negli stessi anni in cui vede la luce&nbsp;<em>The Unsettling of America</em>, trova la sua espressione più luminosa nei versi di&nbsp;<strong><em>The Country of Marriage</em>&nbsp;(1973), una meditazione grata sul matrimonio e sull’eredità del sangue e dello spirito in cui amore e mistero si legano nel nutrimento reciproco del conoscersi e del conoscere</strong>, nel segno di un «amore che discrimina», che per amare tutti e tutto chiede di donarsi per sempre a uno solo. Senza fondo, senza calcolo, senza meschini&nbsp;<em>do ut des</em>&nbsp;– con davanti soltanto il cosmo tutto intero.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Il nostro vincolo non è una piccola economia di scambio –<br>il mio amore per il tuo, il mio lavoro, tanto per tanto&nbsp;<br>da un fondo disponibile. Noi non sappiamo quale sia il suo limite –&nbsp;<br>e questo lo fa oscuro. Insieme siamo più di quello che sappiamo,&nbsp;<br>in che altro modo potremmo continuare&nbsp;<br>a scoprirci più di quello che pensiamo?<br>Tu sei la strada nota che sempre conduce all’ignoto,<br>il luogo noto a cui l’ignoto sempre mi riporta.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p><strong>Daniele Gigli</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="729" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/il_fullxfull.8016607136_ljx3-729x1024.webp" alt="" class="wp-image-108441" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/il_fullxfull.8016607136_ljx3-729x1024.webp 729w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/il_fullxfull.8016607136_ljx3-214x300.webp 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/il_fullxfull.8016607136_ljx3-600x843.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/il_fullxfull.8016607136_ljx3.webp 769w" sizes="(max-width: 729px) 100vw, 729px" /></figure>



<p>_______________________________</p>



<p><strong>Piccola antologia da&nbsp;<em>The Country of Marriage</em>&nbsp;e&nbsp;<em>The Unsettling of America</em></strong></p>



<p>Ti sogno che cammini nella notte tra i ruscelli<br>della terra dove nacqui, fiori caldi e i canti&nbsp;<br>degli uccelli che si aprono al tuo fianco mentre passi.<br>Tu porti in corpo il seme oscuro del mio sonno.</p>



<p>(<em>The Country of Marriage</em>, 1)</p>



<p><em>***</em></p>



<p>Il nostro vincolo non è una piccola economia di scambio –<br>il mio amore per il tuo, il mio lavoro, tanto per tanto&nbsp;<br>da un fondo disponibile. Noi non sappiamo quale sia il suo limite –&nbsp;<br>e questo lo fa oscuro. Insieme siamo più di quello che sappiamo,&nbsp;<br>in che altro modo potremmo continuare&nbsp;<br>a scoprirci più di quello che pensiamo?<br>Tu sei la strada nota che sempre conduce all’ignoto,<br>il luogo noto a cui l’ignoto sempre mi riporta.&nbsp;<br>Più benedetto in te di quel che so,<br>non ho nulla all’altezza da donarti, nulla<br>che non si faccia piccolo nel dire lo posseggo.<br>Persino un’ora d’amore è un insegnamento morale, una benedizione<br>di cui a fatica un uomo è degno. Si può soltanto accettarla,&nbsp;<br>come una pianta accetta dalla munificenza della luce<br>quanto le serve a vivere, poi accetta il buio<br>e torna senza vincoli alla terra – come io<br>per il mio grande desiderio più e più volte, inerme,<br>sono caduto in seno alle tue braccia.</p>



<p>(<em>The Country of Marriage</em>, 5)</p>



<p>***</p>



<p>Quello che imparo a darti è la mia morte,<br>per farti libera da me e me da me stesso –<br>nel buio e in nuova luce. Come l’acqua<br>di un corso profondo, l’amore è sempre troppo. Non<br>siamo noi a farlo. Anche se beviamo fino a scoppiare<br>non possiamo averlo tutto – e nemmeno volerlo.<br>È nella sua abbondanza che vive la nostra sete.<br>La sera veniamo giù a riva<br>per berne a sazietà, e dormiamo, mentre<br>scorre nelle regioni del buio.<br>Non ci trattiene, se non che torniamo e torniamo<br>assetati alle sue acque ricche. Entriamo,<br>volendo morire, compagni nella sua gioia.</p>



<p>(<em>The Country of Marriage</em>, 6)</p>



<p><em>***</em></p>



<p>Ti dono l’illimitato, passando di ombra in ombra,<br>ricolmo di ombra: una notte di pioggia, un primo mattino.<br>Ti dono la vita che ho ammesso vivesse in tuo amore:<br>un ciuffo di sterpi d’arancio in fiore per la strada,<br>l’orto acerbo che attende nella neve, la nostra stessa vita<br>piantata in questa terra, come io<br>ho piantato in te la mia. Ti dono il mio amore per tutte<br>le donne più belle e più oneste che in te racchiudi<br>ancora e ancora, e soddisfi – e questa poesia,<br>non più mia di ogni altro che abbia mai amato una donna.</p>



<p>(<em>The Country of Marriage</em>, 7)</p>



<p>***</p>



<p><em>I&nbsp;</em></p>



<p class="has-text-align-right">«&#8230; non è troppo presto per provvedere con ogni<br>mezzo possibile affinché il minor numero possibile di persone<br>rimanga senza un piccolo appezzamento di terra. I piccoli<br>proprietari terrieri sono la parte più preziosa di uno Stato».&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-right"><em>Jefferson al reverendo James Madison,</em> <em>28 ottobre 1785</em></p>



<p>Questa è la vena luminosa che ci tiene sani, quello che ci separa dall’inizio:&nbsp;<br>la terra sotto i piedi a sostenerci se ci alziamo,&nbsp;<br>liberi nella grande comunione dei liberi.&nbsp;<br>È una visione che continua a rischiarare la mia mente,&nbsp;<br>una finestra dall’oscurità sull’orizzonte.</p>



<p>II</p>



<p>Essere sani in un tempo di pazzi fa male al cervello,&nbsp;<br>ma più ancora al cuore.&nbsp;<br>Il mondo è una visione sacra, se avessimo chiarezza per vederlo –&nbsp;<br>chiarezza che un uomo dipende da un uomo,<br>che dipende da un uomo creare.</p>



<p>III</p>



<p>È dal denaro ignorante che mi dichiaro libero,&nbsp;<br>dal denaro grasso che si sogna nei suoi accumuli&nbsp;<br>e che ci spinge nelle strade dell’assenza,&nbsp;<br>che abbandona gli alberi dei pascoli&nbsp;<br>nella lingua deserta delle banche.</p>



<p>IV</p>



<p>E mi dichiaro libero dall&#8217;amore ignorante.&nbsp;<br>Voi, facili ad amare e a perdonare l’umanità, fatevi indietro!&nbsp;<br>Vi amerò a distanza, e non perché lo meritate.&nbsp;<br>Il mio amore è amore che discrimina –<br>che ne ha bisogno, per portarne il peso.</p>



<p>(<em>The Mad Farmer Manifesto: The First Amendment</em>)</p>



<p>***</p>



<p>A cavallo di domenica mattina,<br>finito il raccolto, gustiamo cachi<br>e uva selvatica, il dolce acuminato<br>di fine estate. Nel labirinto che fa il tempo<br>su campi autunnali diciamo i nomi<br>di chi è andato ad occidente, nomi<br>che riposano nelle fosse. Apriamo<br>un seme di caco per vedervi l’albero<br>che vi dimora delicato,<br>in promessa nel midollo del seme.<br>Sopra di noi appaiono le oche,<br>passano e si chiude il cielo. L’abbandono,<br>come nel sonno e nell’amore, le tiene<br>sulla strada, chiare,<br>nella fede antica: quello che ci serve<br>è qui. E noi preghiamo, non<br>per una nuova terra o un paradiso, ma per stare<br>quieti in cuore, e nell’occhio<br>chiari. Quello che ci serve è qui.</p>



<p>(<em>Wild Geese</em>)</p>



<p>***</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/1024_1-768x1024.webp" alt="" class="wp-image-108442" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/1024_1-768x1024.webp 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/1024_1-225x300.webp 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/1024_1-600x800.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/1024_1.webp 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>Conosciamo la concezione di vita non-integrale del nostro tempo come una cattedrale smembrata, non vivendo più i diversi aspetti della cultura gli uni in riferimento agli altri né nella disciplina di una qualche comprensione della loro unità. Si può anche intenderla, e così i suoi strappi più immediatamente sentiti, come un focolare smembrato. Senza un focolare – non solo come ideale unificante, ma come circostanza pratica di mutua dipendenza e obbligazione, che richiede mestiere, disciplina morale e lavoro – marito e moglie trovano sempre meno possibile immaginare e mettere in atto il proprio matrimonio. Senza granché in particolare che possano fare l’uno per l’altro, hanno scarse ragioni pratiche per stare insieme. Possono «amare l’uno la compagnia dell’altro», ma questa è una ragione per l’amicizia, non per il matrimonio. A parte l’affetto per gli eventuali figli che possono avere e gli astratti obblighi legali reciproci, la loro unione viene rafforzata soltanto dall’energia sessuale.</p>



<p>Forse la più pericolosa, certo la più immediatamente dolorosa, conseguenza della disintegrazione del focolare è questo isolamento della sessualità. La divisione dell’energia sessuale dalle funzioni domestiche e dalla comunità che dovrebbe onorare è analoga a quell’altra divisione moderna tra la fame e la terra. Laddove non è più alleato per analogia e prossimità alla disciplina del nutrimento che lega il focolare ai cicli della fertilità e alle stagioni, alla vita e alla morte, allora l’amore sessuale perde la sua forza simbolica e rituale, la sua profonda solennità e la sua gioia più alta. Esso perde il senso della conseguenza e della responsabilità. Diventa “autonomo”, da valutare soltanto in sé, poi frivolo, poi distruttivo – anche di se stesso. Quanti parlano del sesso come “svago”, pensando di rivendicare per esso “un nuovo posto”, non fanno altro che riconoscerne la rimozione dalla Creazione.</p>



<p>L’isolamento della sessualità la rende soggetta a due influenze che la ipersemplificano: la leggenda del romanticismo sessuale e l’economia capitalista. Per “romanticismo sessuale” intendo la sentimentalizzazione dell’amore sessuale che per generazioni è avvenuta a opera di canti popolari e racconti. Attraverso di essi, i giovani sono stati educati a una serie di falsità estremamente pericolose:</p>



<p>1. Che le persone innamorate debbano conformarsi a modelli di bellezza fisica alla moda, e che non essere belli secondo questi standard significhi non poter essere amati.</p>



<p>2. Che le persone innamorate siano, o debbano essere, giovani – benché si dica che l’amore duri “per sempre”.</p>



<p>3. Che il matrimonio sia una soluzione – mentre la cosa più equivoca che una storia d’amore possa fare è di finire “felicemente” con un matrimonio; non perché non esista qualcosa come un matrimonio felice, ma perché un matrimonio non può essere felice se non venendo reso felice.</p>



<p>4. Che l’amore da solo, indipendentemente dalle circostanze, possa armonizzare e risolvere gravi differenze.</p>



<p>5. Che “l’amore troverà una strada” e così finalmente trionferà su qualsiasi difficoltà pratica.</p>



<p>6. Che i compagni “giusti” siano “fatti l’uno per l’altro”, o che i “matrimoni sono decisi in Cielo”.</p>



<p>7. Che gli amanti siano “tutti l’uno dell’altro” o “tutto il mondo l’uno per l’altro”.</p>



<p>8. Che il matrimonio monogamo sia quindi logico e naturale, e “rinunciare a tutti gli altri” non comporti difficoltà.</p>



<p>Credendo queste cose, una giovane coppia non potrebbe essere esposta più crudelmente alle abrasioni dell’esperienza – o meglio, preparata all’esperienza del matrimonio come a un’altra di quelle tristi e ironiche competizioni moderne in cui la vittoria di uno è la sconfitta di entrambi<em>.</em></p>



<p>(<em>Lo smembramento del focolare</em>,&nbsp;da&nbsp;<em>The Unsettling of America</em>)</p>



<p>Traduzione di&nbsp;<strong>Daniele Gigli</strong></p>



<p><em>*In copertina: Grant Wood, Spring in Town, 1941</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/wendell-berry-poesia-daniele-gigli/">“Ti dono l’illimitato”. In memoria di Wendell Berry, il poeta contadino</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Solo Dio può impedire che l’anima cada a pezzi”. Tolentino, o della poesia come Achab</title>
		<link>https://www.pangea.news/jose-tolentino-poesia-lingua-primitiva/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 03:53:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Crocetti]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Solzi Gaboardi]]></category>
		<category><![CDATA[José Tolentino]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura portoghese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«La vita interiore è reale come un dolore ai denti». Parlava così pochi giorni fa José Tolentino Mendonça, mentre al Meeting di Rimini presentava la nuova raccolta di saggi dedicata al Coltivare la vita interiore, edita dalla Libreria Editrice Vaticana. ‘Cultura’ è un lemma non osceno quando esplorato nella sua integrità etimologica: quando, cioè, è coltura, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>«La vita interiore è reale come un dolore ai denti». Parlava così pochi giorni fa José Tolentino Mendonça</strong>, mentre al Meeting di Rimini presentava la nuova raccolta di saggi dedicata al <em>Coltivare la vita interiore</em>, edita dalla Libreria Editrice Vaticana. ‘Cultura’ è un lemma non osceno quando esplorato nella sua integrità etimologica: quando, cioè, è coltura, sudore della fronte, parto doglioso e germinazione, crescita dell’infante intellettuale. Siate come i bambini, dice Cristo. San Paolo nella Prima ai Corinzi aggiunge: «Siate come bambini quanto a malizia, ma uomini maturi quanto ai giudizi». Non più di ciò ci viene chiesto per poter realmente coltivare la vita interiore. Il bambino sperimenta il linguaggio nella sua esigenza primaria, primitiva. Un’esigenza carnale: il nutrimento, l’espulsione, la noia. Ecco che questa carnalità dello spirito, questa fisicità infantile dell’amore risulta centrale in tutta la poesia di Tolentino Mendonça, tornata recentemente nelle librerie italiane con <a href="https://www.crocettieditore.it/poesia/la-lingua-primitiva/"><em><strong>La lingua primitiva </strong></em><strong>(Crocetti, 2026).</strong> </a></p>



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<p>Se, per Sant’Agostino, cantare è l’atto di chi ama, poetare – quindi, cantare – è l’atto di chi ancora più intensamente ama. È l’atto, cioè, massimamente rivolto a Dio, alla sua contemplazione. Calcolare Dio è un abominio, registrare l’Eterno è l’apice della blasfemia. Il poeta è folle ma non è blasfemo. È il&nbsp;<em>puro folle&nbsp;</em>come Parsifal («reine Tor»), è l’innocente, il compassionevole. È vittima sacrificale e ministro officiante,&nbsp;<strong>aedo ed eroe, amante e amato del Dio tremendo amante. Poesia e preghiera convivono, non è un caso, da sempre.</strong>&nbsp;Il re Davide è pastore e poeta. Non è figlio bensì padre di re: una regalità forgiata nell’eroismo della voce, non nella nobiltà del sangue. Non il trono, ma la cetra: è nel canto che Davide si fa re, poiché solo chi confessa la propria nudità – l’adulterio, l’omicidio, la fuga – può innalzare il salmo a forma di sovranità legittima. Re-poeta, Davide mostra che il vero potere del canto risiede nel gridare a Dio dal profondo – una regalità spogliata, escoriata, una corona di spine.</p>



<p>Similmente, José Tolentino Mendonça indossa la porpora cardinalizia ma anche le vesti in pelliccia di cammello del Battista, celebra l’eucaristica ma imbraccia anche la lira. Il ministero di Sua Eminenza si è sempre intrecciato con l’attività intellettuale, da una parte – biblista, teologo, archivista e poi bibliotecario di Santa Romana Chiesa, fino a ricoprire, con papa Francesco e poi con Leone, il ruolo di prefetto del dicastero della cultura vaticana – e quella poetica, dall’altra. Il poeta è portoghese.&nbsp;<strong>Parla portoghese, scrive in portoghese, legge in latino. Ma legge anche gli italiani: Pasolini, Campana, Cristina Campo, già centrali in&nbsp;</strong><em><strong>Estranei alla terra&nbsp;</strong></em><strong>(Crocetti, 2023).</strong>&nbsp;Ama citarli e muovere la propria voce a partire dai loro versi.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="500" height="826" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/la-lingua-primitiva.jpg" alt="" class="wp-image-108415" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/la-lingua-primitiva.jpg 500w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/la-lingua-primitiva-182x300.jpg 182w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure>



<p>È portoghese, appunto, come Pessoa, ma è nato a Machico, sull’isola di Madeira, nel cuore dell’Oceano Atlantico, accanto al Marocco. Prima dei portoghesi, sbarcati nel Quattrocento, a Madeira erano arrivati, molti secoli prima, i Fenici, progenitori della lingua. La prima parte della sua infanzia, tuttavia, Tolentino l’ha trascorsa in Angola. Quinto figlio di una famiglia di pescatori, Tolentino esordisce nella poesia nell’anno stesso della propria ordinazione sacerdotale: un dettaglio biografico non aneddotico ma ermeneutico. È impossibile separare, nella sua scrittura, l’atto del dire da quello del consacrare. Come il sacerdote solleva l’ostia consacrata in adorazione, il poeta offre il proprio canto come sommo tributo alla divinità.</p>



<p><em>La lingua primitiva</em>&nbsp;è il nuovo titolo con cui si presentano in Italia le poesie di Tolentino uscite in Portogallo nel 2021 e nel 2024:&nbsp;<em>Introduzione alla pittura rupestre&nbsp;</em>e&nbsp;<em>Il centro della terra</em>. Due titoli incisivi, incisi nella terra, sul pietrame neolitico, nel sedimentato e solidificato magma — perfettamente riassunti nella formula di una lingua primitiva, primigenia. Una lingua atavica che evoca i morti e rievoca gli affetti, i ricordi.&nbsp;<strong>Una lingua primordiale che scava nella pozza comune dell’umanità. La pittura rupestre sembra ricondurre il lettore a uno stato arcaico dell’arte, come a risalire a un’origine comune delle arti figurative, della poesia e del linguaggio.</strong>&nbsp;<em>La lingua primitiva</em>&nbsp;è, prima di tutto, un’archeologia della memoria: la memoria che, scrive Tolentino, «precede gli alfabeti». Il libro scava nella luminosa preistoria dell’infanzia: l’isola natale, le mareggiate oceaniche, un nonno inventato, un Achab cacciatore di balene. Questa Itaca è osservata dai palazzi vaticani non con lo straniante stravolgimento della nostalgia, ma con occhio traslucido, non in grado di datare, catalogare con certezza il ricordo. La memoria è pittura rupestre, la verosimiglianza è sacrificata sull’altare della rimembranza. La parola si erge come luogo primario dell’apprendimento, come centro, fulcro vivente della terra.</p>



<p>La raccolta si apre con uno squarcio memoriale sulla baia di Lobito: i pesci, le donne, i pescatori. L’immagine è quasi evangelica e simula la genesi di un mercato primitivo. Il carico di pesce è scambiato per mezza dozzina di banane, una porzione di mais o un chilo di sale.</p>



<p>“<strong>Le mattine della mia infanzia le ho passate tutte lì&nbsp;</strong><br><strong>a contemplare la baraonda anonima</strong><br><strong>di esseri ebbri della canzone mortale</strong></p>



<p><strong>Ma cos’è lo sperpero</strong><strong><br>se non un tentativo di compassione<br>al di là dell’acquisizione e del possesso</strong></p>



<p><strong>Trascorrevo ore intere accanto ai mucchi di pesce</strong><strong><br>a contare squame scure, spine, iridescenze colorate<br>che avevano visto correnti maestose, isole lontane dalla riva<br>fondali di fango e sabbia<br>in abissi<br>in cui non c’è<br>cacciatore né preda</strong></p>



<p><strong>Non ho ricordo</strong><strong><br>di altra bellezza prima di questa”</strong></p>



<p><strong>(</strong><em><strong>Baia di Lobito</strong></em><strong>)</strong></p>



<p><strong>&nbsp;</strong><strong>*</strong></p>



<p>Leggo così, e penso ad Ambrogio: nella più santa settimana del 386 – dodici anni dopo essere stato eletto vescovo di Milano a furor di popolo – è asserragliato insieme a centinaia di fedeli nella Basilica nova. Gli sgherri dell’imperatrice Giustina – corrotta dall’eresia ariana – assediano la basilica con l’intento di consegnarla al vescovo Aussenzio e agli altri fedeli ariani. Ambrogio resiste strenuamente incitando i cattolici meneghini che intonano inni sacri come accadeva nelle chiese d’Oriente. La preghiera che si leva al cielo è poesia, è poetica ed è per questo politica. Nel travaglio, nella contesa, nella guerra, gridare a Dio dal profondo, dall’abisso, è poetare. Il Signore ascolta la voce di chi grida dagli abissi della memoria.&nbsp;</p>



<p><strong>Dice Origene: «Extra Ecclesiam nulla salus». Fuori dalla Chiesa – dalla chiesa in muratura come dalla Sposa di Cristo – non c’è salvezza.</strong>&nbsp;Fuori dalla chiesa c’è il mondo e il mondo non garantisce salvezza, il poeta teme la facile salvezza quanto, o forse più della dannazione. Il mondo che – appunta Tolentino Mendonça – è un tendone che srotoliamo per proteggerci durante il diluvio, il mondo che «ci sorprende e ci fa un po’ paura che riproduca/ nella nostra mente il grido di una pittura rupestre». Il grido delle immagini della memoria, «le preghiere tra due tempeste».&nbsp;<em>Nel</em>&nbsp;mondo, non&nbsp;<em>del</em>mondo, scolpisce la Parola consegnataci dal Vangelo di Giovanni.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Il mondo si scatena nel cuore della notte</strong><br><strong>organizza la vita errante</strong><br><strong>sceglie itinerari, decide le soste</strong><br><strong>trasforma la lingua di chi lo mastica</strong><br><strong>in un corpo estraneo</strong><br><strong>in un’inedita lavorazione della sua materia anonima</strong><br><strong>e così ci fa contemplare</strong><br><strong>l’immagine irriconoscibile</strong></p>
<cite><strong>(</strong><em><strong>Tra un atto e l’altro</strong></em><strong>)</strong></cite></blockquote>



<p>Il mondo scatenato nella notte, come Cristo, il ladro che entra di notte nella casa, che distribuisce la salvezza nel buio pesto, che eroga il Giudizio da una mandorla di luce.&nbsp;Di cosa sia la «poesia religiosa», sinceramente, non ho idea alcuna. Dicono che Turoldo o Rebora o Campo siano stati poeti religiosi, dicono che lo siano stati San Giovanni della Croce, Gerard Manley Hopkins, John Donne.&nbsp;<strong>Vorrei dire che il padre dei poeti è Cristo, l’antenato è il re Davide. Il ministero della parola, nella sua fase aurorale, non si distingue dal ministero del verso: sono la stessa bocca.</strong><strong></strong></p>



<p>La poesia è una notte oscura, un’infermità. Tolentino lo sa e la pratica con gli strumenti della medicina. Rammenta un ricovero infantile. Un suo sorriso forzato, i denti bianchi rivolti ai genitori: «Avrei dovuto fermarli, trattenerli/ avrei dovuto cancellare il dolore di amarli».&nbsp;</p>



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<p>Straziante. Tolentino suggerisce che le vite dei nostri nonni siamo noi – poeti, cristiani, umani – a inventarcele, perché il tempo affatica la realtà delle cose, la contorce, ma la verità è più facile trovarla in un buco nero che in una cronaca scientifica: «le storie di famiglie nascono dall’oscurità/ ed è paradossale come ci attraversano/ simili a remoti/ buchi neri della via Lattea». Il poeta «inventa» il nonno Matias dal matrimonio tra l’Ishmael di Melville e il Fiddler Jones di Masters: «cacciatore di balene e suonatore ozioso di mandolino / se ne andava in giro bardato di gilet e stivali logori / mai sazi di paesaggi». La nonna invece consegna ai posteri una memoria sconnessa, trivellata. Il&nbsp;<em>Nuovo Romanziero dell’Arcipelago di Madeira</em>&nbsp;è un&#8217;opera filologica di chiaro valore scientifico, curata dagli studiosi Pere Ferré e Sandra Boto, focalizzata sulla raccolta e sullo studio del&nbsp;<em>romanceiro</em>&nbsp;tradizionale, ovvero il patrimonio di canti narrativi e poesie popolari tramandate oralmente negli anni all&#8217;interno dell&#8217;arcipelago portoghese. La nonna del poeta figura tra i narratori accreditati nel testo, anche se la sua memoria vacilla, falla, oscilla tra il vero e l’omesso. Della nonna, in casa del poeta-bambino, non ci sono foto.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Chi era mia nonna? Era una gonna nera e rotonda. Era un ricamo appoggiato sulle ginocchia. Era una treccia come un ponte di corda, in uso tra le donne della sua generazione. Era un silenzio di molte spedizioni. Era la postazione centrale, il diametro immaginario, il regolatore religioso e sociale delle nostre case. Era dove io dimoravo, di sera e di mattina. Era un modo tutto suo di dare un nome alla propria arte e di mantenere il segreto su di essa.</strong><strong>&nbsp;</strong><strong></strong></p>
<cite><strong>(</strong><em><strong>A chi lasci il tuo oro</strong></em><strong>)</strong></cite></blockquote>



<p>Associata al padre, riporta una «storia sociale della bicicletta». Poi, l’addio a un cane:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>In quelle passeggiate sognavamo</strong><strong>&nbsp;</strong><strong><br>di salire insieme in cielo<br>come una palla di fuoco</strong></p>
<cite><strong> (</strong><em><strong>Occhi di cane</strong></em><strong>)</strong></cite></blockquote>



<p>Lo scrivere di sé, dei suoi, è lo scrivere degli avi, del retaggio comune, umano: agnizione di una filiazione sacra. Il versificare replica l’incedere flessuoso del mare, i sospiri oceanici che disgiungono il linguaggio. Tolentino cerca per sua natura una parola sempre morbida, musicale, sonora ma non rumorosa, luminosa più che voluminosa. L’atto di nominare e del benedire si fonde non nel grigio binomio del pretepoeta o del poetaprete, ma del monaco che sa scomparire in Cristo — cioè nella massima Poesia, vale a dire il Verbo incarnato.</p>



<p>Il centro della terra, infine, è totalmente, esclusivamente Dio. Tolentino disegna una&nbsp;<em>teoria di Dio</em>: un Dio infinito, infinitamente buono, vivente nella Parola.</p>



<p><strong>Giulio Solzi Gaboardi</strong></p>



<p>**</p>



<p>La via scelta da Dio va a finire contro un muro<br>ma una volta arrivato in fondo<br>il cammino<br>si rigira verso di noi<br>come se un secondo sogno<br>sussurrasse dentro il primo</p>



<p>Dio non è ancora giunto al termine</p>



<p>(<em>Venerdì Santo</em>)</p>



<p>*</p>



<p>Dio preferisce passare accanto a noi senza farsi sentire<br>sul nero panno di fondo erge la sua mano<br>pura come un ago di vetro<br>portandoci la notte, portandola via<br>è stato lui a scegliere questi anelli<br>il nome che documenta&nbsp;<br>lo sgomento stupore<br>di cui è data testimonianza alle frontiere della nostra specie<br>in regioni remota in cui raramente&nbsp;<br>si spingono i mercanti</p>



<p>Ognuno di noi porta con sé la stuoia<br>che stenderà sulla terra battuta&nbsp;<br>pronto a restarsene lì<br>il corpo coperto dai rami fino alla bocca<br>gli occhi rivolti alla cenere delle stelle</p>



<p>Ma ci addormentiamo a terra per essere svegliati<br>perché quando il silenzio si cala nella corrente<br>sta nascendo qualcosa di soprannaturale<br>tutto ciò che è umano e tutto ciò che è divino<br>allarga le braccia sopra il fumo dei comignoli<br>più in alto delle case addormentate<br>da una sponda all’altra dell’amore</p>



<p>(<em>Visitazione</em>)</p>



<p>*</p>



<p>L&#8217;anima è la più grande delle nostre vertebre&nbsp;<br>è una cosa che viene dal freddo e dalla notte&nbsp;<br>una cosa non terrestre, che vaga a piedi nudi&nbsp;<br>una cosa multiforme e irraggiungibile&nbsp;<br>che a toccarla risuona disperatamente&nbsp;<br>una ruggine che emerge da qualche parte&nbsp;<br>e ci lascia perplessi come principianti</p>



<p>Tocca all&#8217;anima consolarci<br>consolare gli artigiani in cerca di un miracolo&nbsp;<br>per il quale non hanno le forze&nbsp;<br>insieme a loro l&#8217;anima martella la pietra&nbsp;<br>colloca il gesso o la creta sulla ruota&nbsp;<br>tocca a lei trasportare il carico delle spighe<br>insieme ai mietitori<br>e vegliare al loro fianco mentre riposano<br>tocca a lei passare di mano in mano&nbsp;<br>l&#8217;anfora del vino<br>e ridere con le ragazze che tornano dal bosco&nbsp;<br>con le more selvatiche in un sacchetto improvvisato</p>



<p>L&#8217;anima si esprime in idiomi uguali ai nostri&nbsp;<br>ha la modulazione dei nostri singhiozzi&nbsp;<br>lo stesso rumore dei tremori che viaggiano&nbsp;<br>nella notte del nostro corpo&nbsp;<br>e ci gettano a terra senza difese&nbsp;<br>facendoci dubitare di essere vivi</p>



<p>Solo Dio può impedire&nbsp;<br>che l&#8217;anima cada a pezzi&nbsp;<br>e per questo Dio si inginocchia davanti a noi&nbsp;<br>con una voce che sembra sul punto di inabissarsi&nbsp;<br>logora, tremante, messa al bando<br>Dio chiede la nostra mano&nbsp;<br>e vuole che siamo noi a guidarlo</p>



<p>È in attesa che gli tendiamo&nbsp;<br>questa mano revocabile<br>che non si sa neanche dove cominci<br>questa palla di fango<br>che moltiplica il colpo a cui ci esponiamo&nbsp;<br>che si inganna, questa mano affannata&nbsp;<br>che nel vuoto si aggrappa con convinzione alle macerie</p>



<p>E c&#8217;è un istante in cui sentiamo la stretta&nbsp;<br>della mano di Dio che si abbandona alla nostra<br>Dio cammina al nostro fianco gemendo&nbsp;<br>come un animale malato&nbsp;<br>con miagolii desolati<br>le sue dita sono tenere nel palmo della nostra mano&nbsp;<br>si muovono lentamente come qualcuno che stia accarezzando le piume<br>o le scaglie biancastre sulla pelle dei lebbrosi</p>



<p>(<em>Teoria di Dio</em>)</p>



<p>Da&nbsp;<strong>José Tolentino Mendonça</strong>,&nbsp;<em>La lingua primitiva</em>, trad. it. di Teresa Bartolmei, Crocetti, 2026</p>



<p><em>*In copertina: Rockwell Kent, Godspeed, 1931-32</em><em></em></p>
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		<title>“Il dolore addomestica il mio cuore”. Intorno a una nuova traduzione dell’epopea di Gilgamesh</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 03:51:24 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Epopea di Gilgamesh]]></category>
		<category><![CDATA[Gilgamesh]]></category>
		<category><![CDATA[Simon Armitage]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anna Achmatova preferiva a tutto – comprese le enciclopedie di pretendenti che le facevano visita – l’epopea di Gilgamesh. Sembra strano: la poetessa degli amori ferini e serali, messi in serra, degli addii sulla soglia, del gelo e dei gatti – poesie che le ragazze di Pietroburgo si passavano di bocca in bocca, come candele [&#8230;]</p>
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<p>Anna Achmatova preferiva a tutto – comprese le enciclopedie di pretendenti che le facevano visita – l’epopea di Gilgamesh. Sembra strano: la poetessa degli amori ferini e serali, messi in serra, degli addii sulla soglia, del gelo e dei gatti – poesie che le ragazze di Pietroburgo si passavano di bocca in bocca, come candele che dissigillano, d’improvviso, il cielo, recludono tra i lacci gli angeli – amava la saga mesopotamica, l’eroe ingenuo e coraggioso, costruttore di città – lei, che pareva edificare fiori.&nbsp;</p>



<p>Si dice che il marito, Nikolaj Gumilëv, avesse approntato la prima traduzione in russo di&nbsp;<em>Gilgamesh</em>&nbsp;per lei. Gliela leggeva di notte – traduceva dal francese. Quando la traduzione fu pubblica –&nbsp;<em>Gil’gamesh: Vavilonskii epos</em>, San Pietroburgo, Z. I. Grzhebin, 1919 – Anna lo mollò per unirsi a Vladimir Shileyko. Poeta, assiriologo, aveva introdotto la versione di Gumilëv; stava traducendo&nbsp;<em>Gilgamesh</em>&nbsp;dalla lingua d’origine. Anna voleva andare alla fonte – dell’uomo, dell’amare. Stessa scena: Vladimir che legge alcuni passi della saga ad Anna, che ascolta, rapita. Il secondo matrimonio durò poco: Anna – autentica Ishtar della letteratura russa – divorò l’orientalista; si separarono nel 1922. Continuarono a scriversi, però; quella per&nbsp;<em>Gilgamesh</em>&nbsp;era, per Anna, una autentica ossessione. Forse questo riguardava l’antichità del testo e le ancestrali inquietudini che lo lacerano; forse perché lei, erede di un khan della Grande Orda, Akhmat, credeva nel primato asiatico più che in quello occidentale. Gli eroi omerici, in fondo, i pilastri d’Occidente, parevano burattini, figure di foglie, al cospetto del potente, ingenuo, piagato re di Uruk.&nbsp;</p>



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<p>Non aveva tutti i torti, Anna Achmatova. Se Odisseo è l’uomo dal “multiforme ingegno” (così la formula di Pindemonte), Gilgamesh – prima tavoletta dell’epopea canonica – è “colui che vide le profondità/ le fondamenta della terra/ colui che apprese ogni cosa/ facendosi esperto di tutto” (cito dalla formidabile traduzione di Giovanni Pettinato in:&nbsp;<em>La Saga di Gilgameš</em>, Mondadori, 2004). Se il carattere di Odisseo è la scaltrezza – un ingegno nel linguaggio che sfocia ora nei dialoghi platonici e nella dialettica ora nella sua stortura, la sofistica – quello di Gilgamesh è l’ingenuità, la meraviglia che sboccia in dolore, la forza che si fa brama d’essere, di esistere. La sapienza di Odisseo è orizzontale – gli permette di orizzontarsi nell’ignoto e di far fronte allo sconosciuto –, spettacolare – imbottita com’è di mostri – e circolare: l’eroe piega le avversità in vista del ritorno. Odisseo non è un enciclopedista: forse non fa neppure&nbsp;<em>esperienza</em>; non muta spirito nel corso del suo vagare. La sapienza tentata da Gilgamesh – che si rivela vanità – è, al contrario, verticale: vuole scoprire perché si vive per morire, perché la morte ci sottrae chi amiamo. Vuole la vita eterna – la vita vorace. Il suo ritorno a Uruk è mutilo: “Non ho ottenuto nulla di buono”, dice; il fiore della giovinezza che voleva portare nel suo regno, a favore degli anziani, gli è sottratto da un serpente. La tavola XII, che conclude – ampliandola – la saga, narra il triste incontro tra Gilgamesh e lo spettro di Enkidu, l’amico fraterno emerso dagli inferi. Versi strazianti, da leggere insieme all’undicesimo libro dell’<em>Odissea</em>, quello che racconta l’evocazione delle anime dall’Ade. Nessun nome, però, qui, stringe un destino, intinge una genia: Gilgamesh chiede notizie sulla sorte del “sovrintendente di Palazzo”, su quella dell’“uomo affetto da lebbra”, del “morto annegato”, del “caduto dall’albero della nave”, del “morto prematuramente”, di “colui che cadde in battaglia”. Su ciascuno – che è dunque: ciascuno di noi – grava infinita pena; al termina della saga, ogni saggezza si frantuma – unica sapienza: sapere che si muore – addestrarsi a morire – dunque: esagerare nell’amare.</p>



<p>Redatta su tavolette d’argilla scoperte scavando nel sito dell’antica Ninive – nei sobborghi dell’attuale Mosul, Iraq – per tramite del British Museum, l’epopea di Gilgamesh è stata tradotta per la prima volta da George Smith. Assiriologo autodidatta, Smith pubblicò, nel 1872, il frammento della saga che riguardava il diluvio universale. Nella tavola XI dell’epopea, il racconto di Utnapishtim è speculare a quello biblico di Noè: ne scaturì un clamore mondiale. Smith morì troppo giovane, quattro anni dopo, trentaseienne, in un villaggio nei pressi di Aleppo.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="644" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/815imVV6d6L._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-108383" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/815imVV6d6L._AC_UF10001000_QL80_.jpg 644w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/815imVV6d6L._AC_UF10001000_QL80_-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/815imVV6d6L._AC_UF10001000_QL80_-600x932.jpg 600w" sizes="(max-width: 644px) 100vw, 644px" /></figure>



<p>A questa circostanza – e alle gite al British Museum, ad ammirare le fatidiche tavolette – si riferisce<a href="https://www.faber.co.uk/product/9780571357246-gilgamesh/?srsltid=AfmBOopkJcPPE0Vb0uVhllanZhT0KdvuTUJZytBZZarq8vJFWIOd7nI3"> <strong>Simon Armitage, <em>poet laureate</em> del regno inglese, autore di una “new verse translation” di <em>Gilgamesh</em>, in uscita a ottobre per Faber</strong> </a>– di cui in calce proponiamo alcuni passi. Un evento in questo tempo smitizzato in perenne ricerca di miti, di eroi a cui ancorarsi, di interrogativi in cui annidarsi. In sede introduttiva Armitage scrive di aver tradotto “uno dei più antichi poemi del mondo” con l’intento di ricrearne l’atmosfera, la musica, il ritmo. “La mia priorità è che questa traduzione sia, anzi tutto, un poema, che trovasse il modo e il tono di esserlo migliaia di anni dopo la sua redazione”. </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Quando il poema di Gilgamesh fu messo per iscritto, dopo aver vagato per molto tempo nelle menti e sulle labbra di uomini e donne, la sua forma emulò i toni dell’implorazione, del canto, del linguaggio ritualizzato che si differenziava dal parlato, dalla conversazione consuetudinaria. Sia nel contenuto che nello stile, la saga portava con sé un’atmosfera di nostalgia, il richiamo del passato, il lascito della traduzione, operando secondo meccanismi secolari, consolidati. Ecco il genio della mia traduzione”.&nbsp;</strong></p>
<cite>Simon Armitage</cite></blockquote>



<p>Per il poeta, in fondo, è un modo per riconquistare il dire delle origini – cioè: una originaria originalità, <em>nuova</em>. Poeta <em>pop</em>, Armitage lavora ancorandosi agli antichi da sempre. Nel 2006 ha realizzato una versione di <em>Homer’s Odyssey</em> per la BBC Radio, nel 2012 ha tradotto <em>The Death of King Arthur</em>; particolarmente riuscita è la sua interpretazione lirica di <em>Sir Gawain and The Green Night</em>, il poema cavalleresco del XIV secolo (pubblicato da Guanda nel 2011 a cura di Massimo Bocchiola). Ogni poeta ha un ‘classico’ a cui votarsi; in questo voto conta al contempo il ‘servizio’ e la rapina, la razzia del linguaggio. William Butler Yeats si sintonizzò, dopo aver ricreato l’epos d’Irlanda, con il teatro nō giapponese e <a href="https://www.pangea.news/prodotto/upanishad/">con le <em>Upanishad</em>, antico regesto della sapienza indiana.</a> Nessuna traccia di esoso esotismo intaccò il suo tradurre, di nitida purezza, di fate in forma di geisha. Seamus Heaney, traduttore infaticabile e geniale – si veda: <em>The Translations of Seamus Heaney</em>, Faber, 2022, a cura di Marco Sonzogni – trovò una lingua moderna e bellissima per <em>Beowulf</em> (edito, in Italia, da Fazi, 2002, per traduzione-di-traduzione di Massimo Bacigalupo). Ted Hughes, il poeta-sciamano, il poeta-lupo, ha attraversato Ovidio, Eschilo, Seneca, Euripide, ma la sua vera creazione-traduzione fu <em>Orghast</em>, riscrittura del mito di Prometeo per la messa in scena di Peter Brook a Shiraz, in Iran, nel 1971 (il tutto narrato in un libro di A.C.H. Smith, <em>Teatro come invenzione</em>, edito da Feltrinelli nel 1974). Ungaretti trovò un gemello in William Blake; Clemente Rebora traduceva Tolstoj; Mario Luzi preferiva Coleridge e Shakespeare; Giorgio Caproni virò su Céline e René Char; Massimo Bontempelle su Giobbe, Qoelet, l’Apocalisse. Salvatore Quasimodo non sarebbe il poeta che è senza il passaggio nei lirici greci (ma andrebbero riletti anche i suoi tentativi <em>Dall’Odissea</em>, Mondadori, 1951). Sbarbaro diede la sua lingua a Sofocle. </p>



<p>In questi legami con gli emiri del passato si può tracciare il sintomo di una&nbsp;<em>poetica</em>, un valico – che a volte sfocia in conversione, in ritorno senza ritorno. Non esiste poeta che non sia trapper, scopritore di fossili, truffatore, ladro di conchiglie e di anticaglie.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Gilgamesh-Limited-Edition-Box-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108384" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Gilgamesh-Limited-Edition-Box-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Gilgamesh-Limited-Edition-Box-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Gilgamesh-Limited-Edition-Box-600x900.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Gilgamesh-Limited-Edition-Box.jpg 720w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p>**</p>



<p><strong><em>Da Gilgamesh </em></strong><br><strong><em>nella versione di Simon Armitage</em></strong></p>



<p>Disse Shiduri a Gilgamesh:<br>“Per salvarmi mi sono barricata.<br>Sgattaiolata sul tetto per paura<br>che tu mi uccida: resta lì e racconta”.</p>



<p>Disse allora Gilgamesh a Shiduri:<br>“Enkidu era mio amico, fratello d’arme.&nbsp;<br>Spalla a spalla abbiamo scalato i picchi<br>intrappolato e trafitto il Toro del Cielo<br>distrutto Humbaba della Foresta dei Cedri<br>scotennato i leoni di montagna”.</p>



<p>Così Shiduri replicò a Gilgamesh:<br>“Se la caduta di Humbaba è opera vostra<br>se avete vinto il guardiano nella foresta fortezza<br>e massacrato il Toro che venne dal Cielo<br>se davvero avete squartato i leoni di montagna<br>perché il tuo viso è un buco, il tuo corpo<br>trema, è zoppo lo spirito? Perché rasoiate <br>di dolore solcano il tuo cuore<br>il tuo sguardo è quello di un nomade<br>la faccia sventrata dal sole e dal gelo?<br>Perché vagare per il nulla con la pelle della fiera?”</p>



<p>Gilgamesh disse a Shiduri che mesce il vino:<br>“Perché il mio viso non dovrebbe essere un vuoto<br>il mio corpo fragile, il mio spirito rotto?<br>Perché il dolore non dovrebbe addomesticare<br>il mio cuore, perché il mio sguardo non dev’essere<br>vago come quello di un migrante, scalfito<br>dalla calura e dal gelo? Perché non dovrei<br>vagare per le selvagge terre come un leone?<br>Piango Enkidu, il mulo che scalcia, il capro<br>di montagna, il leopardo dei pascoli, lui<br>che profondamente amavo, fratello nelle avversità<br>fedele compagno nella lotta e nel male<br>che ha visto la fine che tutti attende.&nbsp;<br>Ho pianto sei giorni e sette notti<br>ho protetto il suo corpo dalla sepoltura<br>finché un verme non è sbucato dalle sue narici.&nbsp;<br>Timore improvviso per la mia vita mi avvince.&nbsp;<br>Vago per il nulla, terrorizzato da morte.&nbsp;<br>La morte dell’amico è dura da capire:&nbsp;<br>per questo mi perdo tra strade perdute.&nbsp;<br>La morte di Enkidu pesa sul mio cuore<br>per questo preferisco le vie solitarie.<br>Come posso essere in pace&nbsp;<br>se l’amico che amavo è tornato polvere?<br>Enkidu, l’uomo che amavo, è nulla:<br>sono pari a lui? Mi coricherò anch’io<br>un giorno per non rialzarmi più?<br>Davvero è eterna la morte?”</p>



<p>Così disse Gilgamesh a Shiduri che mesce il vino.<br>“Mostrami la via per Utnapishtim: anche<br>se velata dal segreto svelala a me, ora. <br>Dammi la rotta, dimmi i punti necessari. <br>Se l’oceano si può varcare, lo varcherò<br>altrimenti, la mia ragione è il deserto”. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="512" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Passing_lion_Babylon_AO21118-1024x512.jpg" alt="" class="wp-image-108385" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Passing_lion_Babylon_AO21118-1024x512.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Passing_lion_Babylon_AO21118-300x150.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Passing_lion_Babylon_AO21118-768x384.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Passing_lion_Babylon_AO21118-1536x768.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Passing_lion_Babylon_AO21118-600x300.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Passing_lion_Babylon_AO21118.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>**</p>



<p>Utnapishtim così disse a Gilgamesh:<br>“Perché lamento ti lamina?<br>Tu, carne d’uomo e di dio, creato<br>a immagine di tua madre e di tuo padre.<br>Ricorda la favola del folle nel palazzo:<br>gli costruirono un trono, gli intimarono<br>siediti: di scarti era piena la sua tazza;<br>lo nutrirono non di pane ma di pula<br>stracci invece di preziose vesti<br>corda invece di gemmata cintura<br>nessuno saggio saggezze <br>sibilava nel suo orecchio.<br>Impara la lezione Gilgamesh. <br>Sforzo vano il tuo, vaneggiare tra vanità.<br>Ti sei spinto nel nulla per nulla. <br>Hai provato i tendini con l’azione<br>avvicinando il giorno della tua morte. <br>Ogni generazione è come canne al vento<br>recise dal tempo: i giovani<br>morte può inghiottirli d’improvviso.  <br>La morte ti agguanta senza preavviso. <br>Nessuno ha visto il viso della morte. <br>Nessuno ha udito la voce della morte<br>assassina silente, invisibile, selvaggia. <br>C’è un tempo per costruire case<br>tempo in cui riempire il nido<br>tempo della faida e dell’odio<br>tempo dell’eredità dell’ira.<br>C’è un tempo di piena e di inondazione:<br>un attimo prima la libellula livellava il fiume<br>corpo iridescente sotto il sole<br>poi – d’improvviso – tutto muore. <br>I perduti e i morti sono simili: <br>nessuno può dipingere il profilo<br>della morte – i morti non danno <br>il buongiorno ai vivi. <br>Presso l’assemblea degli Anunnaki<br>la dea Araru ha decretato destino <br>d’uomo: gli dei danno la vita levano –<br>ora di morte l’uomo ignora”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gilgamesh-simon-armitage/">“Il dolore addomestica il mio cuore”. Intorno a una nuova traduzione dell’epopea di Gilgamesh</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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