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	<title>vita Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Sat, 10 Jan 2026 05:18:37 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Ambisci al sapere. Attua una rivoluzione spirituale contro l’ottusità. Il resto, sono solo chiacchiere</title>
		<link>https://www.pangea.news/rivoluzione-spirituale-dejanira-bada/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jan 2026 05:13:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Idee]]></category>
		<category><![CDATA[Dejanira Bada]]></category>
		<category><![CDATA[Devi cambiare la tua vita]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[idee]]></category>
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		<category><![CDATA[Peter Sloterdijk]]></category>
		<category><![CDATA[spiritualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quest’anno ho cambiato la mia vita. L’ho stravolta. E non l’ho fatto grazie a qualche influencer o guru che mi ha detto cosa fare. Non sono nemmeno tornata dallo psicologo.&#160;Perché non tutte le passioni tristi vanno estinte. A volte è necessario entrare in contatto con il dolore e camminare come un fachiro sui carboni ardenti.&#160; [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quest’anno ho cambiato la mia vita. L’ho stravolta. E non l’ho fatto grazie a qualche influencer o guru che mi ha detto cosa fare. Non sono nemmeno tornata dallo psicologo.&nbsp;<strong>Perché non tutte le passioni tristi vanno estinte. A volte è necessario entrare in contatto con il dolore e camminare come un fachiro sui carboni ardenti.&nbsp;</strong></p>



<p>Mia madre è morta, e questo mi ha dato la forza di guardarmi allo specchio e di dirmi che non ero più felice e che quindi dovevo cambiare le cose.&nbsp;</p>



<p>Il tempo è poco.&nbsp;</p>



<p>Ho avuto bisogno di piangere e di abbracciare il turbamento. Mi sono concessa il privilegio di poter essere infelice. Almeno per un po’.</p>



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<p>Ho continuato a meditare. Questo sì. L’arte della ripetizione e dell’esercizio mi hanno aiutato e confortato. Sono anche entrata in chiesa più volte per contemplare nel silenzio quell’immagine di distacco e Resurrezione.</p>



<p><strong>Mi sono ritirata nella natura per due mesi, in una casetta sperduta tra le colline marchigiane, facendo il sugo con i pomodori dell’orto, dando da mangiare alle galline e alle tartarughe, scrivendo, meditando e andando al mare.&nbsp;</strong>Non volevo più tornare. E in effetti, in un certo qual modo, non l’ho fatto. Per un po’ sono tornata fisicamente a Milano, ma non sono tornata alla mia vita di prima.&nbsp;</p>



<p><strong>E mentre mi trovavo in questa sorta di Eden, ho letto un libro del filosofo Peter Sloterdijk</strong>&nbsp;che ha un titolo degno di un libro self-help ma che in realtà s’ispira a un passaggio della poesia&nbsp;<em>Il torso arcaico di Apollo</em>&nbsp;di Rainer Maria Rilke, in cui viene declamato il monito:&nbsp;<a href="https://www.amazon.it/Devi-cambiare-vita-Peter-Sloterdijk/dp/8860303613"><strong><em>Devi cambiare la tua vita</em></strong>. </a>Qualcosa che avevo già messo in atto quasi inconsapevolmente, facendo ricorso al mio maestro interiore, che come ogni degno allenatore&nbsp;<em>può accompagnare verso l’alto soltanto se l’allievo non smette di desiderare.</em></p>



<p>L’uomo è un essere abitudinario, ha bisogno della ripetizione per poter comprendere: “Si fa solo ciò che si riesce, e si riesce a fare solo ciò che viene continuamente ripetuto”.<em>&nbsp;</em>Chi vuole scrivere non deve fare altro che scrivere; chi vuole dipingere non deve fare altro che dipingere; chi vuole suonare non deve fare altro che suonare. Si dice che siano necessarie almeno 10.000 ore per diventare bravi in qualcosa, per rendere una certa attività una “seconda natura”.&nbsp;</p>



<p>Per imparare, ci vuole esercizio. Per placare l’ansia, ci vuole esercizio. Per meditare, ci vuole esercizio. È l’opposto di ciò che propone il mondo di oggi, dove si vuole ottenere tutto e subito. Zero fatica, zero impegno, zero “sbatti”, per usare il gergo giovanile.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="630" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/71sKdFpgQIL._SL1500_-630x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106012" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/71sKdFpgQIL._SL1500_-630x1024.jpg 630w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/71sKdFpgQIL._SL1500_-184x300.jpg 184w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/71sKdFpgQIL._SL1500_-600x976.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/71sKdFpgQIL._SL1500_.jpg 664w" sizes="(max-width: 630px) 100vw, 630px" /></figure>



<p><strong>Oggi il vero rivoluzionario è il praticante, colui che si diletta con devozione nell’arte della ripetizione. È questo rito ad aver elevato le grandi menti della storia.</strong>&nbsp;Il genio non nasce a caso sugli alberi. “Ogni educazione è una conversione”, scriveva Pierre Hadot, e Sloterdijk aggiunge che è anche una sovversione.</p>



<p>Apro i social e vedo corsi per diventare insegnanti di meditazione a 99,99 euro; corsi di yoga per brillare nell’infinito e risolvere ogni problema. E penso che ho smesso di fare la critica musicale quando nelle canzoni sono scomparse le chitarre e gli assoli, perché le nuove generazioni non hanno voglia di cimentarsi almeno 10.000 ore per imparare a suonare discretamente. Meglio il computer, meglio l’AI, che a breve farà le canzoni al posto nostro. La Corea lo ha già fatto, una “cantante” generata artificialmente ha firmato un contratto da cinquanta milioni di dollari con una casa discografica.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Ricordo che una sera sono uscita a fumare una sigaretta nel cortile della casetta in campagna. Mi sono presa una pausa dalla lettura, e mi sono messa a guardare le stelle senza fare nient’altro che esserci. E sì, un vecchio maestro indiano di Ayurveda mi disse che puoi fumare anche se mediti e pratichi yoga, anche molti sadhu indiani fumano, basta farlo consapevolmente e godersela, senza fare altro. E infatti non fumo camminando, non fumo facendo cose, non fumo nemmeno quando scrivo. Quando fumo, fumo e basta.&nbsp;</p>



<p>Poi sono tornata al mio libro e alle tensioni verticali stimolate dalle riflessioni: “Finiamo di volere ciò che abbiamo sinora voluto”, ha tuonato Seneca.&nbsp;<strong>E ho ripensato alla mia necessità di accogliere la mestizia, il più grande maestro che potessi incontrare. Totalmente controcorrente, in un mondo che sente sempre più il bisogno di creare&nbsp;<em>uomini senza refusi,&nbsp;</em>dove la possibilità di disporre di sé stessi e di avere accesso al proprio universo interiore non è diventata altro che un’ennesima forma di consumo e produzione e il lavoro l’unica forma di esercizio accettabile.</strong>&nbsp;Che non si perda tempo a fare gli eremiti. Non c’è più spazio per la preghiera e la meditazione. Serve manovalanza, nonostante ci sia un eccesso di “superflui”, di persone che in realtà sono “inutilizzabili”, un “proletariato” condannato alla frustrazione, che sarebbe meglio iniziare a sedare, educare, punire.<em>&nbsp;</em>E già fin da ora, figuriamoci con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Ma visto che nemmeno in seguito sarà possibile cambiare la propria vita: “dovrai lasciarti trasformare fin dall’inizio da noi”, e cioè dallo Stato, il produttore di uomini, che con l’educazione comincerà a occuparsi di un miglioramento di massa, dato che l’automiglioramento della minoranza non è più possibile e sostenibile.&nbsp;&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Quando il senso per il miracolo lascia il posto al senso per il meraviglioso nasce la “cultura” moderna”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Il benessere è il nuovo lusso. Avere tempo per sé stessi, per cucinare, per andare in palestra, in piscina, a padel, per rilassarsi, per mettersi le creme per il corpo, andare dall’estetista.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ora l’individuo sembra piuttosto un allenatore, che cura la selezione dei propri talenti e sprona la squadra delle proprie abitudini. Che questo atteggiamento venga chiamato “micropolitica”, “arte di vivere”, “autodesign” oppure “empowerment”, è solamente questione di gusto”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Anziché distruggere l’ego, ecco diventare l’Io il nuovo grande progetto, l’impresa cui dedicare tutta la propria vita. È l’epoca&nbsp;<em>dell’Io S.p.a.</em>&nbsp;Ciò che una volta era santità, oggi è fitness.&nbsp;</p>



<p><strong>Il dilemma dell’uomo moderno è questo: cambiare sé stesso o il mondo? Oppure entrambi allo stesso tempo? L’eccesso d’individualismo crea confusione.</strong>&nbsp;L’esercizio, la ripetizione e la fuga dal mondo sembrano ormai volti soltanto all’autorealizzazione, alla performance interiore, e non a una preparazione&nbsp;<em>all’arte mistica di morire.&nbsp;</em>E questo perché? Perché la paura della morte è il segno più eclatante di mancanza di solidarietà tra gli uomini.&nbsp;</p>



<p>I santi hanno lasciato il posto alla società dello spettacolo e al lifestyle. Ma il buonismo e il relax semplificano la vita a dei livelli estremi e non rispecchiano la realtà delle cose, demoliscono la&nbsp;<em>tensione verticale</em>&nbsp;e portano a&nbsp;<em>evitare passione e sofferenza.</em>&nbsp;Per non parlare della frenesia dell’immortalismo terreno inseguita dai ricchi e agognata dai poveri.&nbsp;</p>



<p>Solo l’arte sembra salvarsi da tutto questo, è lì che sopravvivono residui di contemplazione,&nbsp;<strong>dove la fede si trasforma in stupore e la preghiera in ammirazione.</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Che cos’è l’arte, se non una forma del saper patire e nello stesso tempo la forma che assume la passione del saper-fare”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Ma cosa è rimasto, oggi, dell’arte? L’artista è ancora interessato a elevare sé stesso? Non nel senso della fama, di quell’Io perennemente in costruzione e strabordante, ma nel senso di saper guardare ancora verso ciò che è in Alto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="712" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/664318489f691_MARTINI-SIGNORA_BASSA_0-1-712x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106013" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/664318489f691_MARTINI-SIGNORA_BASSA_0-1-712x1024.jpg 712w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/664318489f691_MARTINI-SIGNORA_BASSA_0-1-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/664318489f691_MARTINI-SIGNORA_BASSA_0-1-600x863.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/664318489f691_MARTINI-SIGNORA_BASSA_0-1.jpg 751w" sizes="(max-width: 712px) 100vw, 712px" /></figure>



<p>E allora, alla fine, ecco cosa mi hanno insegnato la morte di mia madre, Sloterdijk e il monito di Rilke “Devi cambiare la tua vita”: prendi la tua strada verso le colline e la via della luce e non fare più ritorno. <strong>Avanza. Preparati alla Grande Catastrofe. Se sarai ancora capace di farlo, cerca il sublime, l’ultimo disperato appello verso la salvezza, verso l’impossibile, verso l’elevazione.</strong> Non dare precedenza al becero intrattenimento, dalla ai libri, alla riflessione e ai trasognamenti. <strong>Ambisci al sapere senza il timore di perdere la tua identità. Prendi le cose dannatamente sul serio.</strong> Attua una rivoluzione spirituale contro l’ottusità, l’avvilimento, l’abbruttimento, la banalità, la cocciutaggine, la semplificazione, la mancanza di rispetto, l’impazienza e le apparenze che ti hanno infestato il cervello. Assumi buone abitudini per una sopravvivenza comune e liberati dagli automatismi demoniaci che ti privano dell’anima. </p>



<p>Le cose non possono più andare avanti così.&nbsp;</p>



<p>Il resto, sono solo chiacchiere.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Dejanira Bada</em></strong></p>



<p><em>*In copertina e nel testo: opere di Alberto Martini (1876-1954)</em></p>
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		<title>“L’emozione sconcertante”. Viaggio nella vita di Rilke</title>
		<link>https://www.pangea.news/rilke-biografia-marilena-garis/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Oct 2025 05:04:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Entrare nella vita di Rilke, cioè: scotennare l’angelo.&#160;&#160; C’è qualcosa di sigillato nella vita di Rilke, una vita-tabernacolo. All’uomo ‘di mondo’, capace nella persuasione, circonfuso di nobildonne, retto nell’ambizione, fa spazio il Rilke delle feroci solitudini, dell’austerità artica, artigiano di un io irto di pinnacoli, di picchi, di stalattiti. La natura della volpe e quella [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Entrare nella vita di Rilke, cioè: scotennare l’angelo.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>C’è qualcosa di sigillato nella vita di Rilke, una vita-tabernacolo. All’uomo ‘di mondo’, capace nella persuasione, circonfuso di nobildonne, retto nell’ambizione, fa spazio il Rilke delle feroci solitudini, dell’austerità artica, artigiano di un io irto di pinnacoli, di picchi, di stalattiti. La natura della volpe e quella dell’aquila.&nbsp;Per certi versi, l’oceano epistolare di Rilke – specie di bulimia grafica – non aggiunge alcun dettaglio alla vita del poeta: cancella. A volte la scrittura opera – anche quando è ispirata – per sparizione. Le lettere – lettere-Muzot, lettere-fortezza – servono a Rilke per celarsi, per calarsi nell’assalto del sé – per incendiarsi.</p>



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<p>Qual è, ad ogni buon conto, l’evento autenticamente capitale nella vita di Rilke, un poeta che capitalizzava la propria esistenza in versi di distillata sapienza (versi, diremmo, con gli artigli)? Secondo Franco Rella – il più acuto interprete di Rilke – l’episodio che “ha cambiato per sempre la vita di Rilke” è stato, nel 1907, l’incontro con la poesia di Cézanne. Quella fu la vera “svolta”: come Cézanne è stato “un redentore dalla non-realtà, il nulla in cui sembra siano destinate a finire le cose”, ora “Rilke stesso vuole essere un redentore,&nbsp;<em>ein Rettendes</em>&nbsp;scrive” (in:&nbsp;<strong><a href="https://www.depianteditore.it/prodotto/rainer-maria-rilke-noi-siamo-le-api-dellinvisibile/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">R. M. Rilke,&nbsp;<em>Noi siamo le api dell’invisibile. Lettere da Muzot</em>, De Piante, 2022</a></strong>, p.115). Poesia che redime, che riscatta da schiavitù di deterioramento e di morte; poesia che sana il lebbroso che siamo, con i crismi di san Giuliano Ospitaliere. Il compito che Rilke si prefigge tramite la poesia, come scrive a Caroline Schenk von Stauffenberg, è quello di “rendere la morte, che mai è stata un’estranea, nuovamente conoscibile e tangibile nella sua qualità di tacita complice di ogni cosa viva”.</p>



<p>Chissà poi se è stato il fatale viaggio in Russia – dove ha conosciuto Lev Tolstoj e la famiglia Pasternak – o quello in Spagna – dove ha scoperto l’opera folgorante di El Greco – se è stato l’Egitto, arcano e terribile (visitato tra il 1910 e il 1911), a ‘segnare’ il poeta; oppure, libero da elementi ‘culturali’, è stato il corpo di Lou, la nascita di Ruth, la vista degli Hôtel Dieu, a Parigi, ricoveri di resti d’uomo, ospizio dei perduti dove le creature “vivevano di niente, di polvere, di fuliggine e della sporcizia sulla loro pelle, vivevano di ciò che i cani perdono di bocca, di un qualche oggetto insensatamente rotto…”. I luoghi&nbsp;<em>rilkiani</em>&nbsp;– Duino, ad esempio – sono insensatamente vuoti senza la&nbsp;<em>presenza</em>&nbsp;del poeta, che li ha eletti nell’ambone suo carisma.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="689" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/Copertina-Garis_Rilke-689x1024.webp" alt="" class="wp-image-105305" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/Copertina-Garis_Rilke-689x1024.webp 689w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/Copertina-Garis_Rilke-202x300.webp 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/Copertina-Garis_Rilke-768x1141.webp 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/Copertina-Garis_Rilke-600x891.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/Copertina-Garis_Rilke.webp 795w" sizes="(max-width: 689px) 100vw, 689px" /></figure>



<p>Secondo Leone Traverso, Rilke è tra i rarissimi poeti – insieme a Hölderlin, Leopardi e Emily Dickinson – a “scavare da tanto silenzio improvvisa la loro voce”. Sono poeti in grado di “un linguaggio inventato, del tutto intimo, sciolto da ogni vincolo di costume prettamente umano, per riallacciare il filo interrotto con le forze segrete del mondo”. Così attacca una delle&nbsp;<em>Ultime poesie&nbsp;</em>(Fussi, 1946):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Come il vento serale alle falci sugli omeri dei mietitori,<br>va l’angelo mite sul filo innocente dei dolori”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Ancora l’angelo, mite e tremendo a un tempo – come Rilke.&nbsp;</p>



<p>Più che altro, più investighiamo la vita di Rilke più è lui a invaderci. Potenza radicale del poeta-redentore. Così, nelle pagine finali, le più intime, rivolte&nbsp;<em>Al lettore</em>,&nbsp;<strong><a href="https://www.edizioniares.it/prodotto/rainer-maria-rilke/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Marilena Garis, autrice del potente libro biografico&nbsp;<em>Rainer Maria Rilke. Luce sull’invisibile</em>&nbsp;(Edizioni Ares, 2025)</a></strong>, rivela di essere ritornata a Rilke, alle&nbsp;<em>Elegie duinesi</em>&nbsp;in particolare, “nel giorno delle esequie di mia madre”. Nel momento dell’abisso assoluto, il poeta, che non lenisce il dolore, ma lo trasforma, lo approfondisce fino al fiore. Il poeta è sempre lì: dove una cosa muore e per eccesso di amore&nbsp;<em>un’altra</em>&nbsp;nasce.&nbsp;</p>



<p><strong>Che senso ha una biografia rilkiana? Intendo dire: fino a che punto la vita di Rilke – che ci appare tanto elusiva, remota, segreta, così poco ‘mondana’ – penetra nell’opera?</strong></p>



<p>Nessuna vita penetra nell&#8217;opera quanto quella di Rilke giacché la sua vita è poesia.&nbsp;Rilke si è assunto il compito di farsi “puro e cieco strumento”, pura eco interiore. La poesia lo ha attraversato, superato, trasceso. Ne ha travalicato la vita. Nessun’altro poeta, meglio di lui, ha cercato di capire, spiegare, e portare a compimento l&#8217;opera della creazione. E dal giorno in cui comprese che solo la solitudine poteva avvicinarlo intimamente a quella creazione, la scelse e l’abbracciò senza più voltarsi indietro, perseguendo la ricerca di un equilibrio spirituale che fu in ultimo conquistato a caro, carissimo prezzo (e non solo per sé)…</p>



<p>Nel mio libro sono partita da una pagina del&nbsp;<em>Malte</em>, la più celebre opera in prosa di Rilke, dove il poeta insiste sul fatto che i versi non nascono dai sentimenti, ma dalle esperienze. Per un solo verso, scrive, si devono vedere molte città, uomini e cose. Bisogna avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra. Bisogna aver udito le grida delle partorienti, essere stati presso i moribondi, aver vegliato i morti nelle camere ardenti… E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare e avere la grande pazienza di aspettare che ritorni­no. Solo quando i ricordi divengono in noi sangue, sguardo e gesto, solo allora può darsi che in una rarissima ora ne esca la prima parola di un verso.&nbsp;L’arte diventa così potente perché nasce dalla vita e dall’esperienza reale: rintracciare nelle paro­le di un grande poeta le tracce del suo destino mi pare essere la chiave di lettura più autentica, l’unica che possa dare vero accesso alla sua arte, che è appunto “san­gue, sguardo, gesto”.&nbsp;Percorrere i passi di Rilke significa entrare in quell’interminato pellegrinaggio che fu la sua esistenza. Dalla difficile infanzia con le sue scuole militari, all’incontro con Lou Andreas-Salomé, musa e guida intellettuale, al suo brevissimo matrimonio con la scultrice Clara Westhoff, allieva di Rodin, e all’amore “da lontano” per la sua unica figlia, Ruth, fino al rifugio creativo nel castello di Duino e nella torre di Muzot, sulle Alpi svizzere, tutto diventa poesia nel suo sguardo.</p>



<p>Camminando dentro le parole, tra il visibile e l’invisibile, Rilke ci ha lanciato delle sfide: il suo&nbsp;<em>Weltinnenraum</em>, il suo “spazio interiore di mondo” è una “sottile striscia di terra tra fiume e roccia”, uno spazio sottilissimo, eppure infinito. Per addentrarsi in quello spazio interiore, bisogna mettersi in ascolto, cercare di penetrare il suo segreto, sapendo che è appeso al mistero, allo stesso filo della fede, potremmo dire.&nbsp;</p>



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<p><strong>Qual è l’aspetto della biografia di Rilke che ti ha ‘spiazzato’, quello davvero inatteso?</strong></p>



<p>Vi sono molte pagine della sua vita che mi hanno “spiazzato”. Molte le corrispondenze baudelairiane che mi hanno attraversato. Ma, sopra a tutto, oggi mi preme parlare della sua attitudine ad inchinarsi davanti all&#8217;intimità e ai segreti di ogni essere umano. Edmond Jaloux, amico di Rilke e specialista della sua opera, ci ha trasmesso una lettera che un giorno ricevette da una donna sconosciuta, e che oggi voglio consegnare per estratti ai lettori:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“&#8230;Stavamo camminando lungo i cancelli del Lussemburgo&#8230; Rilke si era avvicinato a me, quel giorno, tenendo in mano una splendida rosa&#8230; Su quei cancelli, trovavamo, quasi ogni giorno, una vecchia donna seduta, che mendicava con discrezione. Non chiedeva nulla e i suoi occhi non si alzavano mai sui passanti. Ogni volta le lasciavamo una piccola elemosina&#8230; Non avevamo mai visto i suoi occhi, né udito il suo ringraziamento&#8230; Quel giorno&#8230; non aveva ancora ricevuto niente. Vidi Rilke inchinarsi davanti a lei, con rispetto, non un rispetto formale, ma un rispetto alla Rilke, un rispetto totale, di tutta l’anima. Inchinandosi, posò la bella rosa sulle ginocchia della vecchia mendica. Ella allora alzò i suoi occhi su di lui, lo guardò e con un gesto rapido e perfetto, gli prese la mano, la baciò e se ne andò via a piccoli passi – senza più mendicare per quel giorno”.&nbsp;</strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>E vorrei aggiungere: felice della sua grande, insolita, ricchezza.</p>



<p>Credo che questa testimonianza del periodo parigino di Rilke possa illuminarci su quello che fu il suo sguardo sul mondo e sul profondo rispetto che sempre portò al prossimo, agli ultimi e alle loro sofferenze. Una particolare delicatez­za nell’ascoltare e nel confortare gli altri, che raggiunge i vertici nell’epistolario, un’oceanica opera d’arte:&nbsp;il monumentale archivio della&nbsp;<em>Rilke Gesellschaft</em>&nbsp;conta, ad oggi, circa 13mila lettere.&nbsp;Epistolografo d’eccezione, nelle lettere il poeta non esita a donarsi completamente e ad abbracciare intime questioni con acuta chiaroveggenza. Risponde instancabilmente, e con vera partecipazione, a quanti gli si rivolgono. Non li conosce neppure, eppure si prodiga per quegli sconosciuti senza risparmiarsi. E lo fa con profonda umanità, che affascina e consola.&nbsp;</p>



<p><strong>Nel complesso, come possiamo descrivere il ‘carattere’ di Rilke?&nbsp;</strong></p>



<p>Silenzioso, mite, solitario, mistico; quando occorreva, determinato, volitivo, mondano. Chi lo conobbe non esitò a definirlo un personaggio magico.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“</strong><strong>Nessuno lo sentiva arrivare”, racconta Stefan Zweig, “sedeva in silenzio e in ascolto, alzando involontariamente le sopracciglia appena qualcosa sembrava interessarlo. Discuteva con la semplice naturalezza con cui una mamma racconta una fiaba al suo bambino, con la stessa affettuosa tenerezza”.</strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Nella conversazione,&nbsp;non gli interessava soffermarsi sui luoghi comuni della vita quotidiana,&nbsp;entrava subito nei dettagli delle cose più alte, dove i suoi occhi vedevano tracce e presagi dell’invisibile. Sono tuttavia pochi quelli che hanno davvero conosciuto la sua vita, il suo mondo interiore, la sua più recondita officina. Era come avvolto da un ferreo riserbo, circonfuso di un’aura mistica. Su quell’aura si è soffermato a più riprese Edmond Jaloux, arrivando a definirlo visionario e medianico.</p>



<p>&nbsp;Temo che Rilke sfugga a chiunque voglia afferrarlo: la sua poesia è “luce sull’invisibile”, come ho inteso sottotitolare il libro; un “tramite” tra mondi e regni: visibile e invisibile, vita e morte.&nbsp;Rilke si&nbsp;è spinto nel cuore della parola per divenire pura eco interiore, per arrivare alla voce dell’angelo, al regno delle ombre, alla gran­de unità, alla risonanza del silenzio. Ce l’ha spiegato bene Marina Cvetaeva quando lo ha definito “una topografia dell’anima” e ha aggiunto “Rilke è necessario al nostro tempo come un prete sul campo di battaglia”, una necessità quantomai attuale…</p>



<p><strong>Anomalie: il ‘recluso dell’arte’, in verità, era circondato da amici, mecenati, nobildonne, svariate amanti… Come conciliare questo paradosso?</strong></p>



<p>Forse non è un paradosso. O meglio: vi sono molte questioni aperte su Rilke. Con lui bisogna accettare di abitare il mistero e amare le domande “simili a stanze chiuse a chiave e a libri scritti in una lingua straniera”. Rilke seminava attorno a sé verità rivelate, talvolta difficilmente decifrabili. Uomini e donne erano attratti dai suoi modi e dalle sue parole, da quella sua speciale empatia. Ciò che lo rendeva affascinante era senza dubbio quel singolare incontro tra terreno e angelico, la sua capacità di vedere oltre la superfice delle cose. Claire Goll scrive che era impossibile resistergli e in effetti il corteo di donne che lo accompagnò in vita e non l’abbandonò neppure dopo la morte (attraverso monografie e libri di ricordi) è vasto:&nbsp;&nbsp;Lou Salomé, la moglie Clara Westhoff, la principessa Marie von Thurn und Taxis, Magda von Hattingberg, Lou Albert-Lasard, Baladine Klossowska, Nanny Wunderly-Volkart, Marina Cvetaeva, Nimet Eloui-Bey…Ogni donna era invero una stella nella “costellazione” della sua anima e della sua poesia, come cerco di spiegare nel libro, percorrendo i grandi incontri della sua vita.</p>



<p><strong>Qual è la figura ‘chiave’ che ha agito più di altre nella vita di Rilke?&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p>Lou Salomé&nbsp;fu la persona che più di ogni altra segnò il cammino esistenziale e artistico di Rilke. Fu per lui un grande amore, e non solo: la grande amica, amante, musa, confidente, maestra. Di certo, Lou fu (anche) una figura materna per Rilke, permise la sua vera rinascita, la rottura rispetto all’ambiente provinciale praghese, ai sentimentalismi e alla devozione esasperata di sua madre Phia. Dopo l’incontro con Lou, la sua nuova vita fu segnata dal cambiamento del nome di nascita René nel più sobrio e virile Rainer, che reca un’impronta germanica e richiama la purezza (<em>Reinheit</em>). Lou gli offrì materiali filosofici ed estetici, lo iniziò alla lettura di Nietzsche (che rimarrà sempre un riferimento ineliminabile nel pensiero rilkiano), lo mise al passo con l’intellighenzia europea. Fondamentali i due viaggi che Rilke fece con Lou in Russia. Qui ebbe inizio la sua vera opera, la sua ricerca di assoluto e spiritualità, di cui alle&nbsp;<em>Storie del buon Dio</em>&nbsp;e al&nbsp;<em>L</em><em>ibro d’ore&nbsp;</em>e oltre, fino alle&nbsp;<em>Elegie&nbsp;</em></p>



<p><em>Duinesi.&nbsp;</em>Il loro legame durò per tutta la vita, come testimo­nia il loro&nbsp;<em>Epistolario 1897-1926</em>, uno scambio durato quasi trent’anni, di circa duecento lettere, dal primo incontro del 12 maggio 1897 all’ultima lettera del 13 dicembre 1926, anno della morte di Rilke, e ancora oltre, se si considerano le memorie di Lou e il libro&nbsp;<em>Rainer Maria Rilke. Un incontro</em>, che lei gli dedicò dopo la sua morte.<em>&nbsp;</em>La loro corrispondenza avvicina in modo profon­do alla vita e all’opera di Rilke e consente di accede­re all’intimità più autentica del suo destino esisten­ziale e poetico: Rilke vi esprime le sue incertezze, le sue difficoltà; Lou, che aveva intrapreso lo studio della psicanalisi con Sigmund Freud, riesce ogni volta a “curare” le sue ferite, riportando le misteriose vie dell’arte nel percorso della vita.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="725" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/Exlibris-rainer-maria-rilke-kuenstler-emil-orlik-s474-725x1024.jpg" alt="" class="wp-image-105306" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/Exlibris-rainer-maria-rilke-kuenstler-emil-orlik-s474-725x1024.jpg 725w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/Exlibris-rainer-maria-rilke-kuenstler-emil-orlik-s474-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/Exlibris-rainer-maria-rilke-kuenstler-emil-orlik-s474-600x847.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/Exlibris-rainer-maria-rilke-kuenstler-emil-orlik-s474.jpg 765w" sizes="(max-width: 725px) 100vw, 725px" /></figure>



<p><strong>Come è possibile amare nell’abbandono, senza ‘consumare’ l’amore?</strong><em></em></p>



<p>Nei&nbsp;<em>Quaderni di Malte Laurids Brigge</em>, Rilke scrive che “Amare è: illuminare con olio inesauribile. Divenire amati è passare. Amare è durare.” Si tratta di una nota in margine al manoscritto, che si conclude con la celebre parabola del figliol prodigo. Qui, Rilke ribalta completamente la parabola evangelica per affrontare il tema del “grande compito dell’amore”, un amore che nulla chiede in cambio e si espande all’infinito; un amore slegato dalle maglie del possesso e inteso come direzione, come forma di libertà.<em></em></p>



<p>&nbsp;Nella concezione rilkiana dell’amore senza possesso (<em>besitzlose Liebe,&nbsp;</em>anche identificato come<em>&nbsp;</em>“amore intransitivo” dalla critica), questa è l&#8217;unica forma d&#8217;amore che non “consuma” il suo oggetto. Si tratta dell’amore cantato dai trovatori medievali “che nulla temevano più dell’essere esauditi” e soprattutto delle celebri “amanti colme di forza”, a più riprese evocate nel&nbsp;<em>Malte</em>. Per qualche tempo Rilke accarezzò l’idea – poi accantonata anche se continuamente ripresa nell’opera e nell’epistolario – di scrivere un libro sui profili biografici delle grandi amanti capaci di quell’amore assoluto: Saffo, Eloisa, Gaspara Stampa, Louise Labé, Bettina von Arnim, Eleonora Duse, Mariana Alcoforado e altre figure di donne che, nella solitudine, compirono la suprema metamorfosi, elevandosi da un amore ristretto (ad un determinato oggetto) verso la pura contemplazione dell&#8217;amore. Poco tempo prima di morire, Rilke confidò a Edmond Jaloux di aver scritto il&nbsp;<em>Malte</em>&nbsp;“per delucidare il proprio pensiero e vedere limpido dentro se stesso”. Il&nbsp;<em>Malte</em>&nbsp;è un punto limite nella sua vicenda creativa (dopo la sua conclusione, nel 1910, comincia infatti un lungo&nbsp;<em>tempus tacendi</em>&nbsp;che durerà oltre un decennio), e la sua estrema voce è quella del figliol prodigo, colui che si prefisse di “non amare mai, per non porre nessuno nella situazione terribile di essere amato”.</p>



<p>La questione è complessa e va trattata con molta cautela, distinguendo i piani Malte/Rilke. Bisogna ricordare che&nbsp;i<em>Quaderni</em>&nbsp;nascono quando la prima – fondamentale – esperienza parigina si è da poco conclusa:&nbsp;nell’immensa solitudine di una città allucinata, il poeta sperimenta la miseria, l’angoscia e il male di vivere. Dopo la rottura con Lou Salomé, Rilke si è sposato con la scultrice Clara Westhoff, è diventato padre di una bambina, Ruth; si è trasferito a Parigi per lavorare alla monografia di Auguste Rodin. Nel frattempo ha completato l&#8217;ultima parte del&nbsp;<em>Libro d’ore</em>&nbsp;e del&nbsp;<em>Libro delle immagini</em>, le&nbsp;<em>Nuove Poesie</em>&nbsp;e il&nbsp;<em>Malte</em>. Una mole impotente di lavoro. Ma a Parigi tramonta definitivamente il tentativo di una vita familiare e si profila un lungo cammino di stenti fondato sull’arte, una dolorosa contraddizione che lo strappava dalla sua famiglia e dalla sua casa, dove non riusciva a stare, e lo straziava, lo costringeva alla solitudine.&nbsp;</p>



<p>Perché l’idea di essere amato provoca in lui angoscia? Forse è un problema che affonda le sue radici nell’infanzia, nel complesso rapporto con la madre. Forse nel trauma della scuola militare scelta dal padre. Rilke è persona generosa, sa donare se stesso, tutti quelli che lo hanno conosciuto lo confermano. E&nbsp;se non bastasse, sarebbe sufficiente rivolgersi all’epistolario, alle sue lettere prodighe di attenzioni, consigli e consolazione per il prossimo. Lettere infinite… Ma non riesce ad abbandonarsi, ad essere amato; nel ritmo di donare e ricevere non riesce a mettere radici, nemmeno con sua figlia. Forse questo è il destino di chi sente il fardello – e l’ebbrezza – di una missione per tutta la vita. Nel suo caso, una missione da poeta, quale puro e cieco strumento di un verbo assoluto; ma anche come uomo che, prima del verso, deve farsi sangue, sguardo, gesto. Come ho voluto ricordare nell&#8217;episodio della rosa alla mendica, la poesia nasce quando il gesto si è consumato, mentre la vita scorre, nel ritmo alternato del movimento e della permanenza. In questo, Rilke ha avuto per tutta la vita una necessità soprannaturale di ‘affrettarsi’ al capitolo successivo della sua trasformazione-metamorfosi (concetto chiave nell’opera), senza potersi fermare, né “adagiare” mai, su ciò che era già stato fatto, detto, consumato.&nbsp;</p>



<p>Rilke sa scrivere come pochi altri verità fondamentali sugli uomini e sulla vita, ma non riesce a vivere e amare nel reale. L&#8217;amore quotidiano, quello della “vita dei giorni”, e a maggior ragione quello in seno a una famiglia, richiede una costante permanenza, un eterno indugiare sui capitoli da scrivere, leggere, rileggere e correggere infinitamente, con abnegazione e resilienza nella ripetizione dell’amore e dell’attenzione per l’altro, e questo è difficile, se non impossibile, per chi, come Rilke, abbraccia una vita fondata sul movimento perenne dell&#8217;essere. In tutta la sua complessità, la questione rimane aperta e il lettore potrà attraversarla in vari punti del mio libro, sia sotto il profilo esegetico dell’opera, sia sotto quello biografico.</p>



<p><strong>Cosa significa, in fondo, un libro all’apparenza così sigillato come “Elegie duinesi”?</strong></p>



<p>Il mio incontro con le&nbsp;<em>Elegie duinesi</em>&nbsp;è stata una rivelazione sulla via di Damasco. Lo spiego al lettore nelle ultime pagine del mio libro. Le&nbsp;<em>Elegie</em>&nbsp;sono un compendio-talismano da tenere a portata di mano. Da leggere, rileggere, meditare nelle varie stagioni della vita. Esse stanno in rapporto alla vita e alla morte come il&nbsp;<em>Talmud</em>&nbsp;sta al rapporto tra l’uomo e la parola di Dio. Sono uno strumento che ha bisogno dell&#8217;uomo tanto quanto l&#8217;uomo ha bisogno dello strumento: richiedono un paziente lavoro di lettura e interiorizzazione per restituire i loro doni, come ho cercato di spiegare nel capitolo dedicato a questo capolavoro, che per Rilke fu un vero e proprio “uragano nello spirito”.</p>



<p><strong>Ritaglia un mazzo di versi rilkiani che hanno inciso nella tua vita – e perché?</strong></p>



<p>Devo nuovamente tornare sul mistero e alle ultime pagine del mio libro, per ritagliare due frammenti della&nbsp;<em>Prima</em>&nbsp;e della&nbsp;<em>Decima Elegia</em>. Vorrei che questi versi arrivassero nelle mani di quanti si trovano ad affrontare una dolorosa perdita, con l’auspicio che possano scendere come un balsamo nei loro cuori, come è successo a me.</p>



<p><strong>Certo è strano non abitare più sulla terra,</strong><br><strong>non più seguir costumi appena appresi,</strong><br><strong>alle rose e alle altre cose che hanno in sé una promessa</strong><br><strong>non dar significanza di futuro umano;</strong><br><strong>quel che eravamo in mani tanto, tanto ansiose</strong><br><strong>non esserlo più, e infine il proprio nome</strong><br><strong>abbandonarlo, come un balocco rotto.</strong><br><strong>Strano non desiderare quel che desideravi. Strano</strong><br><strong>quel che era collegato da rapporto</strong><br><strong>vederlo fluttuare, sciolto nello spazio. Ed è faticoso</strong><br><strong>esser morti;</strong><br><strong>quanto da riprendere per rintracciare a poco a poco</strong><br><strong>un po’ d’eternità. […]&nbsp;</strong><br><strong>Ci si divezza da ciò che è terreno, soavemente,</strong><br><strong>come dal seno materno. Ma noi, che abbiamo bisogno</strong><br><strong>di sì grandi misteri – quante volte da lutto</strong><br><strong>sboccia un progresso beato –&nbsp;<em>potremmo</em>&nbsp;mai essere,</strong><br><strong>noi, senza i morti? […]</strong></p>



<p><strong>Ma se i morti infinitamente dovessero mai destare un</strong><br><strong>simbolo in noi,</strong><br><strong>vedi che forse indicherebbero i penduli amenti</strong><br><strong>dei noccioli spogli, oppure</strong><br><strong>la pioggia che cade su terra scura a primavera.</strong><br><strong>E noi, che pensiamo la felicità</strong><br><strong>come un’<em>ascesa</em>, ne avremmo l’emozione</strong><br><strong>quasi sconcertante,</strong><br><strong>di quando cosa ch’è felice,&nbsp;<em>cade.</em></strong></p>



<p>Tra tutti gli aggettivi che poteva usare per osservare la morte, Rilke sceglie i più semplici: strano e faticoso. Strano, scrive, non abitare più sulla terra, strano abbandonare il proprio nome come un balocco rotto… Ed è faticoso essere morti “quanto da riprendere per rintracciare a poco a poco un po’ d’eternità.” La morte guarda all’interno e fuori di sé, verso chi muore e chi ancora vive: “<em>potremmo</em>&nbsp;mai essere, noi, senza i morti”? In questa domanda vi è un chiaro invito ad accogliere – nell’ascolto del silenzio – la voce di chi è scomparso: dal lutto può nascere un “progresso beato”, ovvero una nuova consapevolezza del rapporto tra la vita e la morte: l’essenza delle&nbsp;<em>Elegie Duinesi</em>.</p>



<p>Gli ultimi versi – e con essi l’opera intera – sono raccolti intorno all’immagine di una caduta, che non segna tuttavia una morte, una fine, quanto una metamorfosi, un rinnovamento, secondo il moto discendente dei frutti maturi e della pioggia che&nbsp;<em>cade</em>&nbsp;su terra scura a primavera. In questa celebrazione della terra, con il suo ciclo naturale di morte e di vita, la felicità non è dunque elevazione, non è ricerca di una trascendenza irraggiungibile, ma&nbsp;<em>caduta</em>, inchino verso la terra, umile adesione al ciclo della natura, eterna trasformazione.&nbsp;</p>



<p>Sulla caduta e sulla metamorfosi rilkiana, e sul perno della grande ricchezza della povertà e della morte, ci vorrebbe un convegno a più moduli, esegetici e biografici, per poterne parlare degnamente.</p>



<p><strong>Cosa ci resta ancora da scoprire della moltitudine Rilke?</strong></p>



<p>Ancora molto.&nbsp;È notizia del dicembre 2022 che l’archivio letterario di Marbach in Germania ha acquisito l’archivio familiare Rilke di Gernsbach, finora in possesso degli eredi di Rilke. Si tratta di una collezione monumentale di manoscritti, lettere, libri, riviste, disegni e fotografie. La nuova collezione contiene circa 10mila pagine di bozze e appunti. Comprende anche circa 2.500 lettere scritte da Rilke e circa altre 6.300 lettere scritte a lui. Tra i corrispondenti figurano vari nomi noti nella biografia rilkiana e anche la moglie Clara Westhoff e la figlia Ruth. Sandra Richter, direttrice dell’archivio letterario di Marbach, ha sottolineato che i documenti acquisiti sono un «patrimonio travolgente»: l’immagine che abbiamo di Rilke potrebbero cambiare.&nbsp;L’elaborazione della&nbsp;nuova montagna di documentazione richiederà tempo, ma di certo sarà foriera di nuove gemme e scoperte&#8230; A quasi cent’anni dalla morte, Rilke continua a parlarci.</p>
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		<title>Rainer Maria Rilke: il poeta che ha scritto la morte per celebrare la vita</title>
		<link>https://www.pangea.news/rilke-morte-vita-poesie/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 15 May 2023 04:29:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Les Belles Lettres]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura tedesca]]></category>
		<category><![CDATA[Maura Baldini]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
		<category><![CDATA[Rainer Maria Rilke]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scrivere la morte. La morte che ognuno custodisce dentro di sé, la morte che sopraggiunge dalla sua segreta dimora, il frutto avvelenato che impariamo ad assaporare giorno per giorno, l’ordine supremo, la maschera, sibillina, che ci storpia in paura e lamento. Rilke ha scritto e vissuto la morte ogni giorno in cui è stato vivo, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Scrivere la morte. La morte che ognuno custodisce dentro di sé, la morte che sopraggiunge dalla sua segreta dimora, il frutto avvelenato che impariamo ad assaporare giorno per giorno, l’ordine supremo, la maschera, sibillina, che ci storpia in paura e lamento.</p>



<p><strong>Rilke ha scritto e vissuto la morte ogni giorno in cui è stato vivo, convinto della contiguità dei due regni, poiché la vita, come la luna, ha un volto in perpetua invisibilità</strong>, che non si pone in contrasto con l’altro, il manifesto, ma ne completa l’esperienza, in quella costellazione perfettamente intatta che è l’Essere (lettera a Margot Sizzo-Noris-Crouy, 6 gennaio 1923, <a href="https://www.lesbelleslettres.com/livre/9782251453446/sa-vie-est-passee-dans-la-votre" target="_blank" rel="noreferrer noopener">in <em>Sa vie est passée dans la vôtre – Lettres sur le deuil</em>, Rainer Maria Rilke<em>, </em>2022, ed. Les Belles Lettres).</a></p>



<p>La morte, dunque, per il poeta praghese, è volto in filigrana, figura compiuta dell’invisibile. In questo senso – che ai più sfugge per consuetudine al terrore della perdita – <strong>Rilke, nel corso della sua folgorante vita, rincorre il regno del crepuscolo</strong>, cerca di codificarne e delinearne le sembianze, banditi sentimentalismi ed etichette religiose.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="673" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/4730.1663686005-673x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95609" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/4730.1663686005-673x1024.jpg 673w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/4730.1663686005-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/4730.1663686005-600x913.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/4730.1663686005.jpg 710w" sizes="(max-width: 673px) 100vw, 673px" /></figure>



<p>Un anno prima di morire dilaniato dalla leucemia, dietro invito del suo traduttore polacco, Witold von Hulewicz, il poeta s’inerpica in una speculazione sulle <em>Elegie</em> e sui <em>Sonetti</em>, coagulando gli assunti attorno al solo senso traducibile: il destino delle creature umane si compie lungo il processo di metamorfosi del visibile nell’invisibile; e il compimento avviene quando il tempo cade e ci si ritrova nell’Uno, dopo essersi lasciati imprimere dalla terra, da ogni sua cosa, nella tristezza e nella gioia, con passione e dolore, per farla risorgere in noi, rinnovato corpo impercettibile (lettera del 13 novembre 1925, in <em>Poesie e Prose</em>, Rainer Maria Rilke, 1992, Le Lettere).</p>



<p>Cosa sappiamo, d’altronde, della vibrazione della materia nell’universo?, si domanda Rilke in questa lettera che contiene, in definitiva, tutta la sua poetica. Cosa, di questo vivere in contiguità con costellazioni e nebulose, e cosa, delle interazioni energetiche? <strong>Anticipando in punta di spirito l’ormai nota equazione di Dirac, il poeta sente che la risposta dimora nel tutto, ossia nell’Uno:</strong> noi esseri umani non possiamo che attenerci al nostro destino di interazione creatrice, di compartecipazione all’invisibile, compito che si traduce nella salvaguardia di ogni bene, che è orrore e luce, e attinge tanto alla propria essenza, quanto all’al di là. <strong>In questo contesto, colui che muore, ciò che muore, subisce una metamorfosi che è <em>ipso facto</em> creazione,</strong> integrazione del passato nel presente.</p>



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<p>Nell’evocazione metafisica di un universo latente e incorporale, Rilke non rimanda alla visione cristiana di al di là e di morte; da essa, anzi, come confessa nella menzionata lettera a von Hulewicz, si allontana sempre di più, per il rischio che, al cospetto della perdita dell’essere amato, quest’ultimo finisca per occupare un posto inafferrabile, e venga percepito come meno concreto di quanto non sia in verità, risultando, in ultima analisi, pressoché inaccessibile. Per il poeta, in effetti, il concetto cattolico di al di là ingenera un desiderio che allontana dall’<em>hic et nunc</em>, dalla terrestrità, alla quale, invece, dobbiamo restare ancorati sino a quando ci è dato di esser qui, vivi, e apparentati a ogni cosa.</p>



<p><strong>Dunque, per affrontare la morte dobbiamo vivere e farlo autenticamente, nominando le cose nella loro interezza, includendo nel nostro cammino ogni esperienza in tutta la sua densità, poiché la pura esistenza nell’<em>hic et nunc </em>è parte di quell’universo più vasto che il poeta definisce <em>l’Invisibile, l’Aperto.</em></strong> E se l’invisibile altro non è che un grado superiore della realtà, allora è possibile rivendicare chi abbiamo perso come facente ancora parte di noi, accettare una sofferenza che si faccia attiva, innescando il processo di trasformazione dal manifesto all’incorporale.</p>



<p>In tal modo, il poeta cerca non già una consolazione dinanzi alla perdita – consolazione che si rivelerebbe effimera diversione – ma nella morte prova a ritrovare la vita, nella sua forma più compiuta e reale, presenza ipostatizzata dei due regni. Egli riesce a scrivere, sulla morte, parole di vita, quando rivolge lettere di condoglianze ad amici in pena, alcune delle quali raccolte nelle citate <em>Lettres sur le deuil.</em> Lettere luminose, nient’affatto consolatorie, eppure partecipate, colme di affetto, di consapevolezza, semi di coraggio deposti con amore in grembo a chi sta soffrendo. Rilke stesso, d’altronde, teme la perdita di chi ama e, come confessa alla contessa Sizzo-Noris-Crouy, da piccino, paventava in particolare la morte del padre, al punto che gli pareva di svenire quando se ne raffigurava l’evenienza. Tuttavia, questo timore non gli ha impedito di accogliere e realizzare il prodigio del proprio destino: indagare la morte come esigente alleata del compimento dell’Essere, e divenire egli stesso l’Orfeo che nei <em>Sonetti </em>incitaa penetrare e a sgorgare dalla metamorfosi.</p>



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<p>Ecco come, con parole soppesate, Rilke si accosta a un’amica in lutto (lettera a Margot Sizzo-Noris-Crouy, 6 gennaio 1923, in op. cit.):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non dovremmo temere di non essere abbastanza forti per sopportare l’esperienza della morte, persino la più intima, la più terribile. La morte non è al di là delle nostre forze, essa resta il più profondo dei tagli incisi sul fianco del vascello. Siamo colmi ogni volta che a essa perveniamo ed essere colmi significa (per noi) comprendere che sarà gravosa da sopportare… è tutto. – Non voglio dire che dobbiamo amare la morte. Dobbiamo, anzi, generosmente amare la vita, senza far calcoli o scelte, senza escludere la morte (questa metà a noi invisibile della vita). È persino concepibile che essa ci sia infinitamente più prossima della vita stessa… Cosa sappiamo in fondo d’essa?! [omissis…] …il nostro sforzo, credo, può avere un fine soltanto: farci accettare e assumere l’unità della vita e della morte, e soprattutto, convincercene”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Arduo, dunque, è esistere accanto alla morte; il poeta non lo nega nelle lettere, lo verifica, anzi, nella vita, e con ardore ne fa apogeo nelle <em>Elegie</em> e nei <em>Sonetti</em>. Egli si sente addirittura investito della missione di riabilitare la dipartita dai pregiudizi che su di essa pesano e che ci inducono a distogliere lo sguardo. Guardare la morte con coscienza significa afferrarne la vita, come fa l’Angelo di cui il poeta afferma la presenza, l’Angelo che dice sì e <em>offre un viso radioso alla morte</em> (lettera a Catherine Pozzi, 21 agosto 1924, op. cit.)<em>.</em> <strong>Invero, se il trapasso è per noi il fardello di una condanna sospesa, dramma di un’evenienza che rapisce chi amiamo, così non è per gli Angeli, indifferenti alla dicotomia fra <em>vita </em>e <em>morte</em>, e per questo <em>tremendi</em>, per questo da Rilke tragicamente invocati e poi respiti, e poi ancora abbracciati. </strong>Nondimeno, il poeta si rivela presto predestinata figura serafica, e comprende quanto la morte sia profondamente ancorata all’amore, a condizione che se ne conosca la vera essenza, epurata dai sospetti. Infatti, soltanto se alimentiamo avidamente il nostro mondo interiore, l’assenza volge in luce, perde i tratti crudi e feroci, per lasciar spazio alla tenerezza dell’amore. Quell’amore che ha un corpo solo, infrangibile poiché intriso del nitore di un Essere completo. E non occorre, come fanno le religioni, agghindare la morte in mussola, impiastrarne il volto di belletti, poiché in tal modo si impedisce all’uomo di accedere all’esperienza di profonda tenerezza creatrice che può compiersi nel solo luogo in cui tutte le polarità si annullano: il nostro cuore, limpido e nudo, esposto all’infinito.</p>



<p>Ma come fare per affrontare il precipizio dell’eterna scomparsa di chi amiamo? Rilke non suggerisce soluzioni, ci invita semmai a riscoprire la relazione con la natura, il solo nucleo solido ed essenziale al quale possiamo ancorarci senza scivolare, ci invita a dirigere lo sguardo lontano, verso l’ignoto; poiché così facendo, saremo in grado di agire, tramutandolo, sull’istante presente e su quello a venire, e potremo, in ultima analisi, riadattare e reintegrare in noi il passato (lettera a Adelheid Franziska von der Marwitz, 11 settembre 1919, op. cit.). <strong>Dopo tutto, i nostri sensi sono il dono che ci permette di maneggiare il reale, il nostro corpo è concepito per lasciarsi trasmutare da ogni interazione col mondo sensibile, con le emozioni che da esso scaturiscono, lancinanti o estatiche che siano.</strong> Non possiamo escludere il potere vitale della sofferenza che si dissolve nel sangue quando perdiamo chi amiamo, poiché tale sofferenza ci spinge a ridosso del versante più profondo della vita: la vita nonostante la morte, la vita che circola nel corpo in guisa di dolore, martirio di palingenesi.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1000" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/images-de-rainer-maria-rilke-p-image-118035-grande.jpg" alt="" class="wp-image-95610" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/images-de-rainer-maria-rilke-p-image-118035-grande.jpg 1000w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/images-de-rainer-maria-rilke-p-image-118035-grande-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/images-de-rainer-maria-rilke-p-image-118035-grande-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/images-de-rainer-maria-rilke-p-image-118035-grande-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/images-de-rainer-maria-rilke-p-image-118035-grande-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/images-de-rainer-maria-rilke-p-image-118035-grande-100x100.jpg 100w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p><strong>Occorre, insomma, esplorare il buio, il fondiglio oscuro sul quale riposa lo Spirito, che si risveglia e ci sommerge</strong> ogni volta che il limite dell’<em>hic et nunc </em>viene sorpassato, quando ci sentiamo, allo stesso tempo, vivi e morti (lettera a Adelheid Franziska von der Marwitz cit.). Occorre, in definitiva, avere fede nell’orribile, affondarvi senza il timore di esserne invasi, poiché, prima o dopo, esso ci rivelerà qualcosa, rendendoci protagonisti di una sorta di iniziazione; <strong>il trapasso, del resto, “non è che lo strumento implacabile che ci permette di familiarizzare con la parte sconosciuta della nostra esistenza e di farci entrare nella sua intimità”</strong>(lettera alla contessa Alexandrine Elise Klara Antonia von Schwein, 16 giugno 1922, op. cit.)<em>.</em> Al contrario, proscrivere la morte, allontanarsene, bandirla dai pensieri e dall’estetica del vivere significa rassegnarsi ad averla accanto come presenza sconosciuta, informe nel buio dell’incoscienza, e, dunque, spaventosa. La morte secondo il poeta è irrinunciabile opportunità, dolore che non va dissipato, ma sfruttato, fatto proprio, mischiato al sangue, per sconfinare nel compimento cui siamo per destino vocati (lettera a Mimi Romanelli, 8 dicembre 1907, op. cit.).&nbsp;</p>



<p>Imparare a morire, ogni giorno, senza timore, presuppone che si viva l’<em>hic et nunc </em>senza remore, in costante tensione verso l’Aperto, con la consapevolezza della sua ineffabilità, eppure dischiusi allo spazio interiore del mondo (<em>Weltinnenraum</em>), in cui l’intimità di ogni cosa fluisce in un inarrestabile, libero scambio, non già tendente alla fusione, ma all’affermazione della <em>pura forza dell’indeterminato</em> (Maurice Blanchot, <em>Lo spazio letterario</em>).</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Qui tra color che passano, sii, nel regno del declino </strong><br><strong>un cristallo che suona e che nel suono già s’infranse.&nbsp; </strong><br><strong>Sii – e sappi anche la condizione del Non-Essere” </strong></p>
<cite><strong>(Sonetto XIII, parte II, traduzione di Franco Rella, in <em>I sonetti a Orfeo</em>, Feltrinelli)</strong></cite></blockquote>



<p>È, infine, nella caducità, nella consapevolezza che di essa possediamo, e nel suo intrecciarsi con la vita, che si spalanca il regno del possibile (già invocato da Hölderlin), un regno nel quale la solitudine ingenerata dalla perdita può convivere in totale armonia con altre infinite solitudini, facendo così acquistare alla vita una nuova dimensione, quella dell’ammaraggio nel sentimento più puro dell’unità. <strong>Ecco, Rilke declina la morte di chi amiamo come vita che passa in un’altra vita, affinché quest’ultima compia il più nobile destino della prima ormai scomparsa, un destino che è amore</strong>, l’amore non più soggiogato dal fraintendimento dell’immanenza, ma dimorante in noi, candido e sorgivo, repellente al malinteso, inamovibile e immutabile, in definitiva, assoluto, come lo spazio infinito della vita.</p>



<p><strong><em>Maura Baldini</em></strong></p>
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		<title>La vita contro il sistema. Charles Péguy, il poeta che ci mette in crisi</title>
		<link>https://www.pangea.news/charles-peguy-intervista-giorgio-bruno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Dec 2022 05:59:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
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		<category><![CDATA[Charles Péguy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Noi torinesi lo sappiamo, che nell’immaginario collettivo Torino è come la Nazaret dei vangeli, potrà mai venirne qualcosa di buono? Città ex-capitale, ex-operaia, ex-movidara, ex-olimpica, che vive un po’ come tutti il rimpianto di ciò che fu e di ciò che poteva – e svela i suoi tesori con discrezione, solo a chi si dà [&#8230;]</p>
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<p>Noi torinesi lo sappiamo, che nell’immaginario collettivo Torino è come la Nazaret dei vangeli, potrà mai venirne qualcosa di buono? Città ex-capitale, ex-operaia, ex-movidara, ex-olimpica, che vive un po’ come tutti il rimpianto di ciò che fu e di ciò che poteva – e svela i suoi tesori con discrezione, solo a chi si dà il tempo e lo spazio per guardarli.</p>



<p>In mezzo a questi tesori nascosti passa le sue giornate un professore di liceo, insegnante di Storia e Filosofia al liceo salesiano Valsalice, che risponde al nome di <strong>Giorgio Bruno</strong> e che ha come vizio non troppo segreto la frequentazione di Charles Péguy e che a questo vizio, a questa vocazione intellettuale, <strong>ha finalmente reso pubblico omaggio pubblicando un invito alla lettura <a href="https://www.edizioniares.it/prodotto/charles-peguy/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">per le edizioni Ares, <em>Charles Péguy. Amico presente</em>.</a></strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="700" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/9788892982604_92_1000_0_75-700x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94007" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/9788892982604_92_1000_0_75-700x1024.jpg 700w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/9788892982604_92_1000_0_75-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/9788892982604_92_1000_0_75-600x878.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/9788892982604_92_1000_0_75.jpg 738w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>



<p>E a me che – lo dichiaro a mio vanto e per lealtà verso il lettore – conosco e stimo sia Giorgio che l’Ares da qualche anno, non è parso ci fosse occasione migliore per scambiarci qualche parola e riscoprire di chi e perché Péguy possa essere amico ancora oggi.</p>



<p><strong>Giorgio, per cominciare una domanda dall’apparenza ovvia ma che per me non lo è. Perché hai scritto questo libro?</strong></p>



<p>Per un desiderio che mi portavo nel cuore e che una serie di contingenze nell’ultimo anno ha svelato e reso possibile. Tutte le persone che amano leggere e studiare hanno degli amici, magari anche lontani nel tempo, a cui volentieri tornano, parole che sono loro di testimonianza e di aiuto. Péguy per me è quell’amico: per questo quando si è presentata l’occasione mi è sembrato bello poterlo presentare a chi non ne ha mai sentito parlare o tornare a parlarne a chi invece già lo conosce. Ho tentato di fare – fedele al suo spirito – una divulgazione popolare, di renderlo presente a livello popolare.</p>



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<p><strong>Il popolo, ecco un primo punto su cui insisti e che, ti confesso, mi lascia per certi versi interdetto. Nella descrizione che fai del pensiero di Péguy il popolo sembra una presenza attuale e operante nella sua vita e nel suo pensiero. Scrivi: «Péguy riafferma la vita contro il sistema. Questo significa riportarsi alla vita del popolo. Lavorare, amare, parlare, discutere, litigare, costruire un’opera con passione: tutto ciò contribuisce a rimanere strettamente vicini e innamorati del popolo a cui si appartiene e a coglierne il sentire, invece di giudicarlo in base a ciò che scrivono i giornali e i ma</strong><strong>îtres à penser». Ma – mi chiedo – questa esperienza di popolo, intesa come appartenenza naturale, esiste ancora? E Péguy stesso, nel suo socialismo parigino, la viveva davvero o scambiava la realtà di una più o meno agguerrita coscienza di classe con la nostalgia di un’appartenenza popolare?</strong></p>



<p>A me sembra che lui abbia a cuore un popolo che esiste, che ha conosciuto e che anzi conosce, perché non ne parla solo al passato. Però è vero che per lui è importante ciò che ha vissuto da giovane a Orléans e soprattutto in casa e a scuola, coi suoi maestri e i suoi compagni… A Parigi non prenderà mai casa nei sobborghi più proletari, ma l’intensità con cui la vita di quei sobborghi lo colpisce, così come la lotta dreyfusarda, o il lasciare gli studi alla Normale per mettere su la libreria, il fondare i «Cahiers» e venderli a prezzi bassissimi, sono tutte azioni e sentimenti intrinsecamente popolari.</p>



<p><strong>Però, scusa se ti contesto, se penso a opere come <em>L’Argent</em>, la narrazione del bene – dell’onore e della dignità del lavoro del popolo – sembra sempre legata a un tempo passato…</strong></p>



<p>Sì, è vero, ma l’accusa di una concezione di sé perduta, se così possiamo chiamarla, è sempre rivolta a quello che lui chiama «partito intellettuale moderno», agli accademici che idolatrano il sistema, il metodo, e si allontanano dalla vita. Un po’ di nostalgia del passato c’è, ed è normale, perché la difesa di un modo di vita chiama sempre in causa la percezione di qualcosa di buono legato alla propria storia. Per certi versi non è troppo diverso dal Pasolini che lamenta la sparizione delle lucciole: sono eventi-simbolo, ma l’accusa che da questi eventi prende le mosse riguarda l’allontanarsi da una <em>forma mentis</em> e da un modo di vivere buoni.</p>



<p><strong>Questo mi chiarisce un po’ la questione, però continuo a chiedermi: un povero è un povero, non è detto che sia o che si concepisca parte di un popolo. Se ripenso a come si viveva nelle case popolari in cui sono cresciuto, non mi torna in mente un popolo, ma al massimo una coscienza di classe marxianamente intesa – coscienza di classe durata peraltro solto finché non siamo diventati tutti borghesi comprandoci la casa. Se penso invece al termine «popolo», penso piuttosto ai corpi intermedi naturali come ne parla la Chiesa nella dottrina sociale…</strong></p>



<p>Io non vedo così forte l’opposizione tra la coscienza di classe e la coscienza di popolo, anche se è vero che certe cose che il socialismo di Péguy sentirebbe come buone di fatto concorrono a corroderla. Una data cui lui fa chiaro riferimento in questo senso – un evento-simbolo, come ho detto prima – è la nazionalizzazione dell’educazione nel 1880. Perché da un lato la legge allarga a tutta la popolazione la possibilità di ricevere un’educazione. Ma quale educazione? Un’educazione in cui la persona è separata dal suo alveo e messa sotto l’egida della cultura di Stato. Ed è chiaro che questo, che lo si veda come un progresso o lo si veda come un regresso, di fatto contribuisce allo sfaldarsi di un mondo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="653" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/A13416-653x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94008" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/A13416-653x1024.jpg 653w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/A13416-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/A13416-600x940.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/A13416.jpg 689w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></figure>



<p><strong>È un po’ ciò che ci dicevamo prima a registratore spento, la differenza tra un’aggregazione di persone e una massa di monadi?</strong></p>



<p>Sì, quello è il discrimine. È se è vero che il processo secondo Péguy inizia almeno dall’accentrarsi dello Stato francese nel ’600, se non già da Enrico IV di Borbone, è vero anche che la Rivoluzione e la Terza Repubblica lo accelerano fino a questa data simbolica del 1880, che secondo Péguy si potrebbe indicare come data di nascita del mondo moderno.</p>



<p><strong>Cosa c’è di così decisivo in questa legge in fondo meritoria dell’educazione nazionale?</strong></p>



<p>Come dicevamo prima, c’è che la cultura di Stato diventa l’unica fonte di cultura a cui abbeverarsi e questo non può non tendere a favorire una sorta di omologazione e a far distaccare da quell’aspetto morale di vicinanza al lavoro, di passione per il lavoro, di passione per l’altro, di sistema in cui si va a lavorare cantando… Certo la colpa non è solo di quel provvedimento, anzi quel provvedimento è piuttosto un esito, un’espressione tra le altre dell’avanzare di una società borghese moderna, sempre più tesa a idolatrare il denaro.</p>



<p><strong>Mentre parli di omologazione culturale, mi vengono in mente le riflessioni che riporti nel libro sulla competenza. La competenza è un po’ l’idolo dei nostri anni, in cui pare che serva una laurea in fisica anche solo per dire che il sole ci <em>sembra</em> arancione. Il che va bene, per certi versi, perché quando siamo su un treno ci piace che il macchinista sia competente e sappia condurlo; ma trasportato nel campo della riflessione, è un atteggiamento che mortifica terribilmente il valore conoscitivo dell’esperienza e del giudizio immediato…</strong></p>



<p>È vero, ed è per questo – credo – che Péguy valorizza profondamente la competenza, ma legandola a un sapere vissuto e non meramente appreso. Lo dice bene in una delle <em>Situations</em>, dove scrive che «c’è competenza quando un uomo, un saggio, tutto ricco di scienza, di ciò che apprende, di insegnamenti, di erudizione, ha perfettamente incorporato tutto a tal punto che, invece di esserne carico, ne è nutrito». Quando, cioè, in lui «non c’è più alcuna differenza e non può essere fatta alcuna differenza tra il sapere acquisito e il naturale».</p>



<p><strong>Questa non mi sembra la descrizione di un <em>citoyen</em> istruito, ma di una persona cristianamente intesa, di un individuo nato in un alveo e diventato se stesso in un intreccio indissolubile con quell’alveo…</strong></p>



<p>Né di un <em>citoyen</em>, né di un erudito che pontifica in televisione… È quella che ancor non troppi anni fa veniva definita una persona saggia, sapiente, in cui il sapere è diventato vita, così vita che ha anche la semplicità di comunicartelo. La competenza per Péguy è proprio questa, un sapere che è diventato sangue e vita.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="835" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/PEGUY-835x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94010" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/PEGUY-835x1024.jpg 835w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/PEGUY-245x300.jpg 245w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/PEGUY-768x941.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/PEGUY-600x736.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/PEGUY.jpg 881w" sizes="(max-width: 835px) 100vw, 835px" /></figure>



<p><strong>E infatti nelle pagine successive lo sintetizzi benissimo, quando dici che per Péguy «la competenza è una restituzione dell’organico» o che «Fidia per creare le sue statue non ha aspettato che l’istologia dicesse la sua ultima parola sul corpo umano». Questa sottolineatura, o l’altra che fai sulla «convinzione di un’intima connessione tra conoscenza e azione», mi sembra riporti il discorso alla polemica contro il partito degli intellettuali. Ricordo in Zangwill, di cui curasti l’edizione qualche anno fa per Marietti, la feroce polemica di Péguy contro lo storicismo e la sua pretesa – per dirla con Rodolfo Quadrelli – di ricapitolare in sé l’ultima parola sulla storia. E ancora qui, quando parla di Véronique e di come la musa della storia sia invece «sempre in ritardo».</strong></p>



<p>Se proviamo a immedesimarci, vediamo che il filo è sempre lo stesso, che lui reagisce al peso di tanta cultura – cui comunque sa rispondere da par suo – che continua a dire che sei sapiente solo se sei erudito, che per conoscere qualcosa devi aver segmentato ogni particolare fino al dettaglio in sistemi, classificazioni, tabelle, procedure e che altrimenti non puoi parlare… Sembra uno degli infiniti dibattiti visti negli ultimi anni. E di nuovo: è chiaro che è bello che uno sappia di che cosa parla. Ma dover premettere il curriculum di pubblicazioni o, nel caso della storia, la classificazione fino al dettaglio di ogni registro e ritenere che solo questa sia la verità deve aver destato in Péguy – proprio in virtù dell’opposta esperienza di certezza che la vita gli ha dato – una voglia di controbattere che lo ha animato fino alla fine. E così come Fidia sapeva ben descrivere un muscolo nel marmo, così nella storia non si tratta di esaurire l’analisi di tutti gli archivi, ma di cogliere l’umanità – il <em>presente</em> – di ciò che si vive. È una mossa quasi più da artista, quella dello storico. Ed è così che, come scrive in una lettera all’amico Lotte, mentre per Clio è vita solo ciò che compare sui manuali di storia, ecco che invece Véronique, «un’ebrea da nulla, una ragazzina, prende il suo fazzoletto e raccoglie una traccia eterna del volto di Gesù». Lei è «capitata nel momento giusto. Clio», la supposta padrona della storia, «è sempre in ritardo».</p>



<p><strong>È capitata nel momento giusto…</strong></p>



<p>E ha colto il momento più importante della storia con quel gesto profondamente umano.</p>



<p><strong>Come dicevi poco fa, il filo è sempre lo stesso.</strong></p>



<p>Sì, sempre. È l’opposizione tra vita e classificazione, tra vita e sistema.</p>



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<p><strong>Iniziando la nostra conversazione, ti ho chiesto perché hai voluto scrivere di Péguy e hai risposto: «Perché è mio amico». Nel salutarci, ti chiedo allora: ma perché dovremmo leggerlo? Perché ti interessa che diventi amico nostro?</strong></p>



<p>Per tutto ciò che abbiamo detto finora. Ma sintetizzando all’estremo, per tre ragioni: anzitutto, per una nobiltà nell’intendere e vivere la vita. Poi, per un modo di sentire e percepire la grazia, la fede e la vita cristiana con un’umanità, un’intensità, una profondità che un teologo come von Balthasar vedeva al livello dei padri della Chiesa – anche se Péguy dice che gli basta esserne l’ultimo dei figli. Infine, perché ha un dono di profezia rispetto al contesto in cui ci troviamo. Lui criticava il suo tempo, i primi abbozzi di una modernità successiva alla seconda rivoluzione industriale; ma è impressionante che nonostante tutto quanto abbiamo visto passare in un secolo dalla sua morte, tantissime delle sue battaglie restino del tutto pertinenti al nostro tempo.</p>



<p><strong>Non hai scordato un punto?</strong></p>



<p>La speranza, certo! Ma quello è il fondamento. Tutta la vita e l’opera di Péguy sono un inno e una testimonianza di speranza, di questa forza così sorprendente, così trainante che anche Dio, nel <em>Portico del mistero della seconda virtù</em>, se ne dice stupito.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong><em>Ma la speranza, dice Dio, ecco quello che mi stupisce.</em><br><em>Me stesso. Questo è stupefacente.</em><br><em>Che quei poveri figli vedano come vanno le cose e credano che domani andrà meglio.</em><br><em>Che vedano come vanno le cose oggi e credano che andrà meglio domattina.</em><br><em>Questo sì che è sorprendente ed è certo la più grande meraviglia della nostra grazia.</em><br><em>Io stesso ne sono stupefatto.</em><br><em>E bisogna che la mia grazia sia in effetti di una forza incredibile.</em><br><em>E che sgorghi da una fonte e come un fiume inesauribile.</em><br><em>Da quella prima volta che sgorgò e da sempre sgorga.</em></strong></p><cite><em>(Da </em>Il portico del mistero della seconda virtù<em>, 1911)</em></cite></blockquote>



<p><strong>Persino Dio si sorprende…</strong></p>



<p>Come possiamo non sorprenderci noi?</p>
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		<title>“Voglio risvegliare la coscienza della gente, così che nessuno sprechi la propria vita”. Kierkegaard, il pensatore necessario</title>
		<link>https://www.pangea.news/kierkegaard-ritratto-filosofia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2020 09:26:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Kierkegaard]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>
		<category><![CDATA[Zamagni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alla grande domanda “come si può essere umani in questo mondo?” implicita in tutte le opere di Søren Kierkegaard, si può cadere nella tentazione di rispondere: “bisogna non essere Søren Kierkegaard”. Il grado di ricerca della sofferenza da parte del filosofo danese rasenta i confini del masochismo. Infatti, se qualcuno gli avesse mai chiesto cosa [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/kierkegaard-ritratto-filosofia/">“Voglio risvegliare la coscienza della gente, così che nessuno sprechi la propria vita”. Kierkegaard, il pensatore necessario</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Alla grande domanda “come si può essere umani in questo mondo?” implicita in tutte le opere di S</strong><strong>ø</strong><strong>ren <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/soren-aabye-kierkegaard_%28Dizionario-di-filosofia%29/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Kierkegaard</a>, si può cadere nella tentazione di rispondere: “bisogna non essere S</strong><strong>ø</strong><strong>ren Kierkegaard”.</strong> Il grado di ricerca della sofferenza da parte del filosofo danese rasenta i confini del masochismo. Infatti, se qualcuno gli avesse mai chiesto cosa significava per lui essere cristiano, Kierkegaard gli avrà probabilmente risposto: soffrire incommensurabilmente. Poco prima della sua morte, nel 1855, all’età di soli 42 anni, scrisse che “essere cristiani è la più abominevole delle agonie; è – e così dev’essere – come avere il proprio inferno qui sulla terra”. I titoli dei suoi libri – <em>Timore e tremore</em>, <em>La malattia mortale</em>, <em>Il concetto dell’angoscia</em> – certamente veicolano questa affermazione, così come la sua vita scandita dalla sofferenza praticamente dall’inizio alla fine.</p>
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<p><img decoding="async" class=" wp-image-78938 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro-25-200x300.jpg" alt="" width="317" height="476" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro-25-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro-25-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro-25-768x1152.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro-25-1024x1536.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro-25-1366x2048.jpg 1366w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro-25-1320x1980.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro-25.jpg 1707w" sizes="(max-width: 317px) 100vw, 317px" />Nato nel 1813, Søren è stato uno dei soli due fratelli su sette ad aver vissuto oltre i 33 anni di età. <strong>Nel 1840, chiese la mano di Regine Olsen, ma dopo un anno ruppe il fidanzamento; una scelta necessaria, secondo Kierkegaard, per compiere il suo destino di autore. Per i successivi 14 anni visse in solitudine</strong>, producendo una quantità di scritti abnorme tanto che il suo cagionevole corpo faticava a sostenere. Inoltre, veniva spesso coinvolto in numerose controversie dai giornali o dalla chiesa danese e ciò lo rese un esiliato nella sua stessa patria, almeno secondo il suo biografo Joakim Garff.</p>
<p>Ciononostante, Kierkegaard era convinto – in modo non dissimile da Gesù – che la sua sofferenza avrebbe salvato il genere umano. <strong>“Voglio risvegliare la coscienza della gente, così che nessuno sprechi la propria vita,” scrisse nel 1847.</strong> Ne <em>La malattia mortale</em> (1849) dichiarò che smarrire sé stessi “può passare sotto silenzio e come una cosa da niente in questo mondo; mentre qualsiasi altra perdita, un braccio, una gamba, cinque dollari, propria moglie, etc., salta subito all’attenzione”. Si trattava di un pericolo tipico della società contemporanea. Kierkegaard riconosceva l’industrializzazione repentina, l’ascesa delle masse e del materialismo delle economie capitaliste, come minacce alla psicologia dell’individuo. In <em>Postilla conclusiva non scientifica alle briciole di filosofia</em> (1846), Kierkegaard sosteneva che “l’astrazione del livellamento, quest’autocombustione del genere umano indotta dall’attrito che si crea quando viene a mancare l’isolamento religioso dell’interiorità personale, resterà alta come diciamo di un aliseo che corrode ogni cosa”.</p>
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<p><strong>Come ci illustra Clare Carlisle nella sua nuova e straordinaria biografia, <a href="https://www.amazon.com/Philosopher-Heart-Restless-S%C3%B8ren-Kierkegaard/dp/0374231184/ref=as_li_ss_tl?dchild=1&amp;keywords=philosopher+of+the+heart&amp;qid=1595513326&amp;sr=8-1&amp;linkCode=sl1&amp;tag=theamerinte-20&amp;linkId=f9ef215f2da822904f3f2f7f50429ef2&amp;language=en_US" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Philosopher of the Heart</em>,</a> Kierkegaard fu “probabilmente il primo grande filosofo a vivere nel mondo riconoscibilmente moderno dei giornali, dei treni e delle vetrine, dei luna park e dei grandi negozi del sapere e dell’informazione.</strong> Anche se la vita stava diventando materialmente più semplice e confortevole per le persone più abbienti come lui, stavano sorgendo nuovi tipi di problematiche riguardo alla propria identità e alle proprie apparenze”. In altre parole, Kierkegaard esperì le ambiguità, le contraddizioni e le difficoltà della vita moderna che esplorò nella propria opera. Disprezzava la venuta della società di massa, tuttavia passò la propria vita nei quartieri centrali di Copenaghen; si espresse con sdegno sulla borghesia, eppure visse nella ricchezza e nelle comodità che gli erano state concesse dall’eredità paterna; era un fervente cristiano, però fu l’antagonista più noto della cristianità stabilita. Per di più, Kierkegaard si addentrò nelle condizioni moderne non come un predicatore o un oratore o con un supporto istituzionale accademico: scrisse “senza l’autorità”, come lui stesso afferma. <strong>“Kierkegaard vedeva l’intera industria accademica come una scappatoia dall’esistenza autentica”, osserva Carlisle, “metteva in relazione questo distacco intellettuale con la cinica commercializzazione della conoscenza: i professori delle moderne università vedevano le proprie idee come i mercanti vendono le proprie merci</strong>, ma in modo ancora più ipocrita, poiché le loro astrazioni furbescamente infiocchettate non contengono un briciolo di autentica saggezza”.</p>
<p>Per il pensatore scandinavo, la crisi spirituale dell’umanità necessitava di una risposta opposta a questo tipo di presuntuoso distacco. La minaccia all’io moderno era troppo grande. Essere costantemente circondati da persone assorte non nel rapporto con Dio, ma negli spettacolari luccichii della società borghese, rappresentava il rischio di perdere la coscienza di sé stessi. <strong>Kierkegaard vedeva nell’io la sintesi fra finito e infinito, fra temporaneo ed eterno, in continuo divenire, in costante cambiamento. Ciò esponeva le sue vulnerabilità: il solipsismo, la disintegrazione; in breve, l’interruzione del rapporto con Dio, che per Kierkegaard era l’aspetto più importante della reale individualità.</strong> Una vita che non si fonda sinceramente su Dio, per quanto piena e felice resta una vita vissuta nella disperazione, dal momento che la disperazione è la “perdita dell’eterno e dell’io”. Il compito dell’individuo è avere fede, ossia l’opposto della disperazione: “mettendosi in rapporto con sé stesso, volendo essere sé stesso, l’io si fonda in trasparenza nella potenza che l’ha posto”.</p>
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<p><img decoding="async" class=" wp-image-78939 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro2-33-200x300.jpg" alt="" width="333" height="500" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-33-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-33-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-33-768x1152.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-33-1024x1536.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-33.jpg 1204w" sizes="(max-width: 333px) 100vw, 333px" />Kierkegaard sapeva ciò di cui parlava. La sua gigantesca opera può essere vista come un lungo, compulsivo ed esasperante tentativo di capire chi fosse e quale fosse il suo posto nel mondo. Come osserva Carlisle, Kierkegaard “era invischiato in una discussione fra traguardi terreni e la rinuncia estetica”: <strong>era combattuto fra il desiderio di continuare a scrivere e la tentazione di ritirarsi in campagna e abbandonare per sempre la sua attività autoriale. A tal proposito, la vita di Kierkegaard, come quella di Nietzsche, è un monologo, un monodramma al quale il pubblico rispondeva contestualmente con assoluto smarrimento.</strong> Nessuno sapeva cosa fare del suo lavoro. Quando nel 1843 i due volumi di <em>Aut-Aut</em> iniziarono a circolare a Copenaghen, Signe Læssøe scrisse a Hans Christian Andersen, che al tempo si trovava a Parigi: “Comprendo solo una piccola frazione del libro – il tutto è troppo filosofico”.</p>
<p>Con i suoi molti pseudonimi, la propensione all’ironia e l’abilità nel mescolare generi letterari e filosofici, Kierkegaard propiziava questo tipo di risposte. Nulla di ciò che faceva o scriveva era mai chiaro. “Il paradosso”, scrisse nel suo diario nel 1838, “è l’autentico <em>pathos</em> della vita intellettuale, e come soltanto le grandi anime sono esposte alle passioni, così soltanto i grandi pensatori sono esposti a ciò che io chiamo paradossi, i quali non sono che grandiosi pensieri prematuri”.</p>
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<p>“Ha scoperto”, scrive Carlisle, “che vivere in una moderna metropoli intensifica il livello di ansia da lui stesso riconosciuto come universalmente umano. Fin dai tempi di Adamo ed Eva, gli esseri umani si sono sentiti ansiosi e ora, accerchiati dalle migliaia di riverberi della città, le loro ansie si moltiplicano, poiché diventano inquieti spettatori delle loro stesse vite”. Nonostante il personaggio pubblico polemico, Kierkegaard era estremamente gentile con amici e parenti, soprattutto se in difficoltà. <strong>Scrisse lunghe e premurose lettere alla cognata che soffriva di depressione, ricordandole di “amare sé stessa”</strong>. Un amico, Hans Bröchner, una volta disse che “lui lo capiva come pochi altri e che non lo sollevava dalle proprie tristezze nascondendole, ma facendogliele capire, snocciolandole fino alla chiarezza più assoluta”.</p>
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<p>Alcuni si potrebbero chiedere se davvero Kierkegaard sia stato credente, una domanda evidentemente paradossale che in tanti rigetterebbero con un po’ di alterigia. Com’è possibile dubitare della fede di Kierkegaard, che praticamente si uccise scrivendone? Eppure, questa domanda contiene un’intuizione valida. Dopo tutto, la concezione di cosa voglia dire vivere una vita cristiana, per Kierkegaard, è così esigente da diventare inumana nella quotidianità. “La fede non si può comprendere, il massimo a cui si arriva è poter comprendere che non si può comprendere” scrisse ne <em>Il mio punto di vista</em>, un’osservazione che Albert Camus avrà avuto sottomano quando, ne <em>Il mito di Sisifo</em><strong>, dichiarò che Kierkegaard “fa qualcosa di meglio che scoprire l’assurdo: lo vive. […] Quel viso tenero e insieme sghignazzante, quei movimenti repentini, seguiti da un grido che parte dal fondo dell’anima, sono lo spirito dell’assurdo stesso alle prese con una realtà che lo supera”.</strong></p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-78940 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro3-9-182x300.jpg" alt="" width="328" height="541" />Dove Camus vedeva la soglia dell’assurdo, Kierkegaard si librava in un salto di fede. Ma la sua versione del cristianesimo è spesso indistinguibile dallo stato dell’assurdo; tant’è che, come Camus afferma, Kierkegaard attribuisce a Dio le caratteristiche principi dell’assurdo: ingiustizia, incoerenza e incomprensibilità. E nelle sue feroci sferzate alla chiesa danese e alla cristianità stabilita, Kierkegaard si avvicina a Nietzsche: come il tedesco, riconosce che non solo Dio è morto, ma che la fede si è estinta nelle anime degli uomini d’oggi, e in particolare nell’anima di chi si proclama emissario di Dio. “Kierkegaard si sente fortemente combattuto nei confronti del cristianesimo, e utilizza il termine “cristianità” in modo denigratorio,” commenta Carlisle all’inizio. “Crede che il cristianesimo – le sue tradizioni, i suoi concetti, i suoi ideali – sia diventato così familiare e dato così tanto per scontato, che presto potrebbe scomparire sotto la linea dell’orizzonte”.</p>
<p>Così, sia per quelli che non possono che librarsi in quel salto, sia per chi invece pensa che il cristianesimo sia effettivamente tramontato, l’opera di Kierkegaard ha il paradossale effetto di restituirci all’assurdo, ossia dichiarare il confronto fra il nostro desiderio di significato e il silenzio dell’universo. E restituendoci all’assurdo, rivelandoci l’impraticabilità e l’efferatezza di una vita cristiana, ci aiuta – forse inavvertitamente – a iniziare a rispondere alla questione che Kierkegaard stesso si è posto in principio: come si può essere umani in questo mondo?</p>
<p><strong><em>Morten Høi Jensen</em></strong></p>
<p><em>*L’articolo è stato pubblicato in forma completa <a href="https://www.the-american-interest.com/2020/07/26/how-should-one-live/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">su “The American Interest”</a>; la traduzione è di Giacomo Zamagni</em></p>
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		<title>Stiamo soffrendo, siamo stanchi, esausti: bisogna prendere la morte sul serio e cominciare una revisione della vita interiore. Bisogna morire per risorgere… Un editoriale di Giuseppe Conoci</title>
		<link>https://www.pangea.news/giuseppe-conoci-editoriale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2020 09:45:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Conoci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo destinati a stare male, molto male, se non cominciamo ad ascoltare seriamente e con maggiore determinazione la nostra voce interiore, le nostre molteplici voci interiori. Chi sono io per affermare ciò e per esserne certo? Osservo questo processo in me e immagino che la stessa cosa stia accadendo anche in voi in misura maggiore [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo destinati a stare male, molto male, se non cominciamo ad ascoltare seriamente e con maggiore determinazione la nostra voce interiore, le nostre molteplici voci interiori. Chi sono io per affermare ciò e per esserne certo? Osservo questo processo in me e immagino che la stessa cosa stia accadendo anche in voi in misura maggiore o minore.  <strong>È come se il mondo che conosciamo sia giunto al limite, al suo orlo e nulla dall’esterno può rinnovarlo, nessuna azione potrà essere veramente efficace se tale azione non sorge nelle profondità che sono in noi. </strong></p>
<p>Al mondo che c’era prima di questa crisi/pandemia non possiamo tornare, non è bene tornare perché altrimenti ci predisponiamo a una crisi ancora più grande. <strong>Non possiamo fare finta che nulla sia accaduto in questi mesi e tornare alla solita vita come se niente fosse. Ci troviamo dentro a un processo di radicale trasfigurazione della coscienza, </strong>un processo di morte/rinascita che non riguarda solo l’esterno, la società, il mondo, riguarda anche la nostra identità singola, intima, personale – la coscienza non conosce distinzione tra individuale e collettivo.</p>
<p>*</p>
<p><strong>C’è una parte di noi esausta, stanca, che non ne può più di questa vita, che sta di fatto morendo e desidera intensamente morire.</strong> Questa parte dentro la nostra vita personale va ascoltata, non va rimossa con l’ossessione del lavoro, con distrazioni continue. Va compresa e “aiutata a morire”. Nella misura in cui non ascoltiamo questa parte di noi che vuole morire, in maniera proporzionale ci predisponiamo ad un esaurimento delle nostre forze e infine anche a desiderare o fantasticare il suicidio. Siamo stanchi, molto stanchi, questa stanchezza non può essere curata solo con due mesi di quarantena, o con una vacanza; non possiamo andare avanti mungendo all’infinito le risorse del nostro copro come mungiamo quelle della terra.</p>
<p><strong>Bisogna prendere la morte sul serio, la morte e la minaccia di morte sono gli sproni più grandi che abbiamo a cambiare</strong>, ma se non sappiamo cogliere questa spinta radicale verso il cambiamento individuale e collettivo cosa accadrà? Dobbiamo imparare a dare ascolto agli impulsi di morte in noi che possono assumere tante forme diverse.  Essere continuamente stanchi e sfiniti è un segnale forte di morte. Essere depressi, angosciati o tristi, è un segnale forte di morte che chiede un ascolto profondo, radicale.</p>
<p>Non è sufficiente ricorrere alle benzodiazepine, alla valeriana, o ai serotoninergici. Ci è richiesto di fermarci, uno stop e di cominciare a porre un ascolto serio alla nostra vita interiore, non è sufficiente neppure meditare mezz’ora al giorno. <strong>Qui si tratta di un vero e proprio trasloco in corso, lungo e paziente, da uno stato di coscienza a un altro; stiamo cambiando casa, stiamo cambiando forma, stiamo mutando pelle, la nostra fisionomia antropologica sta mutando, deve mutare.</strong> È necessaria una revisione radicale di noi stessi e del mondo. Non è uno scherzo. Pensiamo davvero di ritornare alla solita vita di sempre, alla “normalità”, a breve?</p>
<p>*</p>
<p>Il mondo esterno ha raggiunto il punto limite e per essere rinnovato è necessario che noi ci rivolgiamo all’interno di noi stessi e permettiamo a qualcosa che è più grande del nostro io volitivo di rinnovarci. Questo qualcosa non ha nome, anche se ogni partito religioso si affanna a dargliene uno e a tirare l’acqua al proprio mulino. È un lavoro interiore lungo, continuo, incessante, ma anche liberatorio nella misura in cui ci dedichiamo a farlo. <strong>Non basta fare un corso di meditazione nel weekend o nel tempo libero. Non basta una seduta di psicoterapia una volta alla settimana o due.</strong> C’è tanto materiale che attende di essere traslocato, dobbiamo farci traghettatori, andare e venire continuamente da una sponda all’altra.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Dentro di noi in questo momento c’è qualcosa che desidera morire, che soffre terribilmente, che grida in silenzio, che sta male, che non c’è la fa più.</strong> Potrei dire dentro di me ma dico dentro di noi poiché sono certo di non essere l’unico a sentire questo disagio estremo, questa pazzia, questa sofferenza; poiché credo non c’è una reale distinzione tra il dentro e il fuori, tra il me e il voi.</p>
<p>*</p>
<p>Dobbiamo dare ascolto a questa voce interiore, dalla quale siamo continuamente distolti, ipnotizzati dalle notizie mediatiche a ogni ora del giorno. <strong>Dobbiamo interrompere questa ipnosi collettiva, e cominciare pazientemente a dare ascolto a questa voce interna, farci devoti di tale voce, ascoltarne il sussurro o il grido lacerante, traghettarla, articolarla, portarla fuori, darle una forma.</strong> Per questo scrivo. Scrivere è un modo di stabilire un dialogo con le nostre forze interiori, da minacciose farle diventare alleate.</p>
<p>*</p>
<p>Io non voglio tornare al mondo di prima perché quella corsa folle è insostenibile, inumana, angosciante. Non ci sto. Non solo la mia anima grida, anche il mio corpo si oppone, è in fiamme, da cinque anni soffro di dolore pelvico cronico (nevralgia del pudendo) e non ne posso più, non ne posso più, non ne posso più! È come avere un fuoco perennemente acceso nei genitali, dentro l’ano. È una condizione insostenibile non potersi sedere mai. <strong>Non sono l’unico a soffrire per questa condizione, che in realtà è molto più diffusa di quanto se ne parli. Smettiamola allora di fare finta di nulla. Parliamone. Diciamoci i nostri dolori, le nostre sofferenze. Questo dolore fisico urla di fermarmi e io sono spesso sordo a tale grido, non so ascoltare.</strong> Vi dice qualcosa questa riluttanza? Questa perenne inimicizia con il proprio corpo e con il proprio dolore? Non sono l’unico ad avere questa sordità credo.</p>
<p>*</p>
<p><strong>È necessario, adesso più che mai, iniziare una riabilitazione della nostra vita interiore perché il dolore di cui soffre il nostro corpo è il risultato di un grido inascoltato nella nostra anima. Questo mondo interiore disabitato, questo luogo pieno di fantasmi e di ombre, ha bisogno di essere ripopolato.</strong> Cominciamo a frequentarlo, cominciamo a portare l’attenzione a questo essere moribondo in noi, accompagniamolo a morire, diamogli assistenza, assistiamo questa triste, paurosa, dolorosa morte. Poniamoci in ascolto del corpo che muore e anche del corpo che rinasce, che vuol rinascere. Questa quarantena non è servita a nulla se non comprendiamo il senso profondo dell’isolamento, l’importanza di isolarci periodicamente e intenzionalmente dalla vita esteriore, dal rapporto con gli altri, dalle domande, dalle pressioni, dalle richieste sempre troppe, sempre invadenti, dalle responsabilità e permettere alla nostra vita interiore, sempre soffocata, ai nostri desideri, sempre taciuti, alla nostra fantasia, ai sogni sempre tenuti al guinzaglio, di fiorire, di emergere.</p>
<p>*</p>
<p>Sono la fantasia, l’immaginazione, il sognare che possono ricreare il mondo, tanto la vita singola quando giunge a un punto morto quanto quella collettiva. Esercitiamo la nostra fantasia allora senza pensare che stiamo perdendo tempo. <strong>Questo distacco dal mondo, questa esperienza della morte al mondo, dell’inabissarsi nel più profondo di se stessi è cruciale e va compiuta ciclicamente e deliberatamente, senza arrivare a essere costretti da agenti esterni.</strong> Ogni crisi (come ogni conflitto) altro non è che una forzatura a tornare in ascolto, una forzatura a fare una radicale reVisione delle nostre vite, delle nostre azioni, delle nostre intenzioni, dei nostri progetti.</p>
<p><strong>Artisti, poeti, guaritori, sciamani, conoscono bene questo processo poiché il loro destino li colloca in una crisi perenne che è anche un perenne stato di creatività. Crisi e creatività non sono scindibili, ma affinché la crisi possa tramutarsi in creatività bisogna viverla, abitarla, non fuggirla.</strong> In questo momento siamo chiamati un po’ tutti a essere artisti allora; siamo chiamati a morire e a rinascere continuamente, a entrare e a uscire dalla paura, dall’angoscia, dal dolore, dal panico. Siamo chiamati a cogliere in quel senso di asfissia, di soffocamento, di mancanza d’aria, o di depressione non solo il segno di una personale inadeguatezza ma ben di più, il segno di una profonda radicale chiamata a rigenerare noi stessi, le nostre relazioni e il mondo.</p>
<p><strong><em>Giuseppe Conoci</em></strong></p>
<p><em>*Giuseppe Conoci è responsabile di <a href="https://www.animamundiedizioni.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">AnimaMundi Edizioni</a></em></p>
<p><em>**In copertina: Dean Martin e Jerry Lewis fotografati da Philippe Halsman nel 1951</em></p>
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		<title>“In un mondo che stritola l’individuo, Nietzsche è stato capace di farci vedere l’individuo non piegato al mondo”</title>
		<link>https://www.pangea.news/nietzsche-giorgio-colli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2020 12:01:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Idee]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Colli]]></category>
		<category><![CDATA[individuo]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Nietzsche]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’uomo moderno è spezzato, frammentario. Una vita integra gli è preclusa, qualunque sia il paese in cui vive, l’educazione che ha ricevuto, la classe sociale cui appartiene. Egli avverte come una fatalità questa frattura, irrimediabile, sin dal principio, se ha la capacità di avvertirla. L’individuo e la collettività si sono allontanati con il trascorrere dei [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’uomo moderno è spezzato, frammentario. Una vita integra gli è preclusa, qualunque sia il paese in cui vive, l’educazione che ha ricevuto, la classe sociale cui appartiene. <strong>Egli avverte come una fatalità questa frattura, irrimediabile, sin dal principio, se ha la capacità di avvertirla. L’individuo e la collettività si sono allontanati con il trascorrere dei secoli, lungo cammini divergenti, e continuano perciò ad allontanarsi. Ciò che la collettività si attende dall’individuo, presuppone in lui, è sempre diverso da quello che egli scopre in se stesso come autentico, sorgivo. </strong>E chi è qualcosa di più che una formica, chi vuol lasciare dietro di sé una traccia durevole tra le apparenze, il suo strascico, di cometa o di lumaca, viene frantumato dal mondo umano, non dalla sua ostilità, ma semplicemente dalla sua estraneità, dalle sue regole, dai suoi comportamenti, dalle sue consuetudini. Nella collettività l’espressione dell’individuo non riecheggia, non rifulge più, è perduta l’armonia del mondo antico.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75783 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro-5-192x300.jpg" alt="" width="304" height="475" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-5-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-5.jpg 600w" sizes="(max-width: 304px) 100vw, 304px" />Negli ultimi due secoli l’apparizione di una grande personalità si accompagna al quadro di un’esistenza tragica, quando non intervenga un temperamento accomodante o vile a preservare l’individuo. La lista sarebbe lunga. Nietzsche è un esempio clamoroso, emblematico di questo destino. Ed eccezionale è il suo pudore, la lotta temeraria, disperata, di chi si sente destinato a soccombere, eppure tenta di mascherare la sua sorte. <strong>Nietzsche vuole una vita integra, e vuol mostrarsi soltanto come integro. In questo è “antico”: giudica degradante rivelare, esibire la vita spezzata come tale, e non permette a nessuno di pensare che l’esistenza di chi parla al mondo, come fa lui, nasconda un fallimento. Quando la dilacerazione nondimeno erompe, Nietzsche sa presentare l’effusione, la rottura degli argini, come menzogna poetica. </strong>Ma questa maschera della pienezza, la commedia dell’integrità, è insostenibile, favorisce il compimento di ciò che vuole celare, la dissoluzione della persona.</p>
<p>Cosa importa d’altronde se quell’integrità che lui proclamava non si è realizzata nell’uomo Nietzsche? E certo la curiosità pettegola dei nostri contemporanei, che si è gettata avidamente sulla disgregazione dell’uomo, non è riuscita a sminuire per nulla l’espressione di questo individuo, ciò che lui mise fuori di sé, sopra di sé. <strong>Poiché, in un mondo che stritola l’individuo, Nietzsche è stato capace di farci vedere l’individuo non piegato al mondo. Questo risultato lo raggiunse in un’epoca che si è compiaciuta – e il compiacimento oggi è anche più forte – di mostrare la vita spezzata, l’individuo fallito.</strong> Se la persona di Nietzsche è stata infranta, ciò non dimostra nulla contro di lui. In cambio egli ci ha lasciato un’immagine diversa dell’uomo, ed è con questa che dobbiamo misurarci noi.</p>
<p><a href="http://www.pangea.news/ostile-alle-ideologie-contro-le-accademie-nel-groviglio-dellenigma-ode-a-giorgio-colli-lultimo-eretico-dialogo-con-federica-montevecchi-la-sua-biografa/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Giorgio Colli</em></strong></a></p>
<p><em>*Come “Il modello dell’integrità&#8221;, questo testo è raccolto in: Giorgio Colli, <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845900891" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“Dopo Nietzsche”</a>, 1974</em></p>


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		<item>
		<title>“Il mondo è vivo e tutto è in cammino… In Groenlandia ho incontrato l’anziano Angaangaq Angakkorsuaq. Da sua nonna Anakasa ha imparato che la Vita è una cerimonia”</title>
		<link>https://www.pangea.news/massimo-maggiari-testo-cerimonia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2020 07:58:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[cerimonia]]></category>
		<category><![CDATA[Groenlandia]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Maggiari]]></category>
		<category><![CDATA[spirito]]></category>
		<category><![CDATA[tamburo]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La rosa è senza perché. Fiorisce poiché fiorisce, Lei a se stessa non bada, non chiede che la si guardi. Angelus Silesius (1624 – 1677), poeta, mistico e religioso tedesco. * Durante una presentazione a Rimini un signore distinto mi pose una domanda a cui francamente rimasi piacevolmente sorpreso. Il sunto era il seguente. “Come riesce [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La rosa è senza perché. Fiorisce poiché fiorisce,</em><em><br />
Lei a se stessa non bada, non chiede che la si guardi.</em></p>
<p><strong>Angelus Silesius</strong> (1624 – 1677), poeta, mistico e religioso tedesco.</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><strong>Durante <a href="http://www.museicomunalirimini.it/agenda/pagina1060.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">una presentazione a Rimini</a> un signore distinto mi pose una domanda a cui francamente rimasi piacevolmente sorpreso. Il sunto era il seguente. “Come riesce lei a mettere d’accordo la sua esperienza del Grande Nord, e i relativi insegnamenti ricevuti da cacciatori e sciamani, con la nostra vita urbana di tutti i giorni?” La risposta in breve era stata questa: “praticando il sentire”. </strong>E mi spiego ora dando maggiori dettagli.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75771 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro-3-209x300.jpg" alt="" width="298" height="428" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-3-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-3.jpg 400w" sizes="(max-width: 298px) 100vw, 298px" />Al momento del mio responso stavo appoggiato con entrambe le braccia sul tamburo (<em>bodhran</em> irlandese) con cui avevo appena finito di recitare una poesia dedicata all’esploratore dei poli Roald Amundsen.  Usati in un certo modo, parola e suono hanno la capacità di trasportarci altrove. O meglio di creare dentro di noi uno stato d’anima che non coincide necessariamente col luogo in cui viviamo.  Credevo con quell’esecuzione di averlo dimostrato e di poter quindi rispondere semplicemente indicando col dito lo strumento che mi sedeva sulla gamba. Ma c’è un oltre in quella risposta criptica. Un orizzonte più vasto. Praticare il sentire attraverso l’arte, riesce a svincolare dalle coordinate spazio-temporali, solo se entriamo in sintonia con la Vita e il suo flusso. <strong>I pensieri fissi, la noia, e le preoccupazioni possono rendere densi. Pesanti. Lo sappiamo tutti perché lo sentiamo. E lo viviamo interiormente. Al contrario, il fascino dell’arte, o la bellezza di un paesaggio come pure il sogno ci strappano via portandoci in un altrove dove la seduzione può diventare un cammino.</strong> O persino l’avventura di un’intera Vita.</p>
<p>*</p>
<p>Da più di vent’anni viaggio e scrivo specialmente delle banchise artiche o dei deserti messicani. Sempre alla ricerca di una radice sapienziale autentica. Sempre aperto ad ascoltare qualcuno che mi aiuti a capire il mondo e a crescere attraverso le sfide che incontro.</p>
<p><strong>In Groenlandia e altrove ho incontrato l’anziano/<em>elder</em> Angaangaq Angakkorsuaq. Da sua nonna Anakasa ha imparato che tutta la Vita è una cerimonia. E per questa ragione, abbiamo bisogno di cerimonie per connettere con lo Spirito della Vita.</strong> Lui sostiene che questa connessione è venuta meno e di conseguenza il mondo è oggi pieno di riti. Cosa s’intende per riti? Azioni ripetute, prive di un autentico coinvolgimento emotivo. Gesti meccanici che separano dall’eros dell’azione creando solo il marginale interesse di una vaga fotocopia del vivere.  Per l’anziano eschimese la cerimonia non è un cerimoniale esoterico o dogmatico. Al contrario, può essere anche un qualcosa di molto semplice. Come prepararsi il caffè o il té alla mattina. Ma compiuta lentamente in piena consapevolezza esprimendo un profondo senso di gratitudine e di soddisfazione. Basta pensare a una cerimonia come un fiore che uno porta dentro di sé e che si apre all’occasione propizia. È proprio tuo, ti fa sentire vivo e ti connette con lo Spirito della Vita. Di questi tempi, e in tutti i tempi, è bene piantare il maggior numero di semi possibile perché il vento della crescita sempre arriva per rimetterci in cammino. Quel vento lo possiamo anche chiamare crisi o cambiamento epocale ma sappiamo bene che è un vento che sempre viene per far sbocciare i nostri semi in un fiore.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-75787 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/maggiari-300x225.jpg" alt="" width="531" height="398" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/maggiari-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/maggiari-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/maggiari.jpg 960w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" />Sappiamo anche che tutto ciò che finisce, ha sempre un inizio. E che per arrivare il nuovo, il vecchio deve passare oltre. È una legge universale. Spirituale.</strong> Per questo motivo, ogni nuovo cammino ha sempre bisogno di un senso di gratitudine per suo fondamento. In quanto la gratitudine è un sentire profondo che non si può fingere.  Ti assorbe totalmente nel momento presente, facendoti sentire grato del sentirti vivo. Come quando uscito dal grembo materno sei stato donato alla luce col primo respiro. Lo ricordi il tuo primo respiro? Il tuo corpo lo ricorda sempre a ogni battito del cuore.</p>
<p><strong>Il mondo è vivo e tutto è in cammino su questo pianeta. A ciascun passo la speranza s’innamora dell’orizzonte rivelando una vera passione per l’inaspettato.</strong> Che grande dono è solo immaginare il nostro potenziale sapendo che possiamo spiccare il volo come un’aquila e scoprire la nostra immensità. Una santa follia quel volo, che aiuta a vedere il mondo con gli occhi di chi sa veramente meravigliarsi. Perché sorprendersi è cruciale. Regala un senso di libertà a noi e a tutte le forme di Vita esistenti. Portando buon auspicio al mondo.</p>
<p><strong>Alla fine della favola siamo tutti nella stessa barca. Tutti, compresi animali, peccatori, monti e mari.</strong> E aprendoci all’altro, facciamo la cosa che ci viene più naturale. Donarsi in piena libertà, come un fiore, perché oggi è il primo giorno del resto della nostra vita.</p>
<p><a href="http://www.pangea.news/lantidoto-e-lincanto-della-poesia-il-pericolo-e-la-politica-dialogo-con-massimo-maggiari-il-poeta-che-e-andato-dove-i-ghiacci-parlano/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Massimo Maggiari</em></strong></a></p>
<p><em>*In copertina: uomo con maschera rituale, a Nunivak, fotografato da Edward S. Curtis nel 1929</em></p>
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		<item>
		<title>“L’uomo è semplicemente l’essere affamato”: Georg Simmel, il filosofo amato da Rilke e da Cioran</title>
		<link>https://www.pangea.news/georg-simmel-rilke-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jan 2020 05:28:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Cioran]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Georg Simmel]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Rilke]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per lo più, Georg Simmel passa per sociologo veggente, di pregio, non è dotato dell’aura filosofica che si ritiene illumini, per dire, Heidegger, Merleau-Ponty, Bataille, Derrida. Rileggendo la raccolta di conversazioni di Emil Cioran, raccolte da Adelphi come Un apolide metafisico, inciampo in questa frase, rilasciata a Fernando Savater: “Da giovane ho letto molto Lev [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per lo più, <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/georg-simmel_(Dizionario-di-filosofia)" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Georg Simmel</strong></a> passa per sociologo veggente, di pregio, non è dotato dell’aura filosofica che si ritiene illumini, per dire, Heidegger, Merleau-Ponty, Bataille, Derrida. Rileggendo la raccolta di <em>conversazioni</em> di Emil Cioran, raccolte da Adelphi come <em>Un apolide metafisico</em>, inciampo in questa frase, rilasciata a Fernando Savater: “Da giovane ho letto molto Lev Sestov, che allora era assai noto in Romania. <strong>Ma quello che mi ha interessato di più, che ho amato di più – è la parola giusta – è Georg Simmel&#8230; Simmel era uno scrittore meraviglioso, un magnifico filosofo-saggista.</strong> È stato amico intimo di Lukács e di Bloch, i quali ne furono influenzati e poi lo hanno rinnegato, cosa che trovo assolutamente disonesta. In Germania oggi Simmel è completamente dimenticato, neppure lo si nomina, ma ai suoi tempi fu ammirato da individui del calibro di Thomas Mann o Rilke. Anche Simmel è stato un pensatore frammentario. Il meglio della sua opera sono i frammenti”. Mi sorprende questo giudizio di Cioran, che di solito si esprime con una innocenza piena di ghigliottine. <img decoding="async" class=" wp-image-72648 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/libro-1-1-160x300.jpg" alt="" width="216" height="405" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro-1-1-160x300.jpg 160w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro-1-1.jpg 231w" sizes="(max-width: 216px) 100vw, 216px" />Chiedo quindi – rompendogli come sempre le palle – a Luca Orlandini di chiarirmo, sommariamente, i rapporti tra Cioran e Simmel. Mi risponde in due minuti, Orlandini è un autentico genio – perciò, un autentico solitario. Sono diversi i luoghi dell’opera in cui Cioran, più o meno direttamente, si rivolge a Simmel. Qui, ad esempio: “Non mi sono interessato realmente di Heidegger se non intorno al 1930, quando ero studente all’università di Bucarest. <em>Sein und Zeit</em> e soprattutto <em>Was ist Metaphysik?</em> sono i testi che mi avevano sedotto. Due avvenimenti, l’uno minore, l’altro capitale, hanno placato la mia infatuazione. Avevo pubblicato in quegli anni un articolo su Rodin di stile più o meno heideggeriano, che a ragione esasperò un giornalista. La violenza dell’attacco, che era un’esecuzione in piena regola, mi servì di lezione. Mai più verbosità… geniale! <strong>Il secondo avvenimento fu la scoperta di Simmel, la cui chiarezza mi ha guarito per sempre dal gergo filosofico”.</strong> Simmel, in qualche modo, ha dato ‘ritmo’ alla lingua di Cioran.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Così, a Bologna, mi torna sulla lingua il nome di Georg Simmel. <strong>In una libreria trovo il testo fatale di Simmel, <em>Metafisica della morte. </em>Dieci pagine di limpida densità. Ne ritaglio alcune frasi:</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“In realtà la morte è legata alla vita fin dal principio e dall’interno”</p>
<p style="text-align: justify;">“La morte non limita, cioè forma, la nostra vita soltanto nell’ora della morte, ma è un momento formale costitutivo della nostra vita, che tinge tutti i suoi contenuti: l’ambito della totalità della vita delimitato dalla morte pre-influisce su ognuno dei suoi contenuti e dei suoi attimi; la qualità e la forma di ciascuno di essi sarebbe un’altra, e potesse estendersi oltre questo confine immanente”</p>
<p style="text-align: justify;">“La vita che noi impieghiamo per avvicinarci alla morte la impieghiamo per fuggire da essa. Noi siamo uomini che su una nave procedono in una direzione opposta alla sua corsa: mentre vanno verso sud, il ponte sul quale camminano viene portato verso nord con loro. E questa doppia direzione del loro Essere-in-movimento determina il punto che di volta in volta occupano nello spazio”</p>
<p style="text-align: justify;">“O forse l’essenza della nostra attività è per noi stessi un’unità misteriosa, che noi, come tante altre, possiamo affermare soltanto scomponendola in conquista della vita e fuga dalla morte. Ogni passo della vita non apparirebbe soltanto come un approssimarsi temporale della morte, ma come un movimento attraverso di essa, che è un elemento reale della vita, positivo e formato a priori”</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In un saggio che analizza il testo di Simmel, Lucio Perucchi scrive che “<em>Metafisica della morte </em>influirà su un poeta grandissimo, Rainer Maria Rilke”.</strong> Il rapporto tra il filosofo e il poeta si consolida in due momenti importanti. Nel 1899 Rilke, a Berlino, segue le lezioni di Simmel. Lo ritrova nel 1905: è anche grazie a una sua lettera di presentazione che dal 15 settembre comincia a lavorare come segretario per Rodin. Simmel, che si è confrontato con il talento di un altro grande poeta, oggi poco letto, Stefan George, riconosce subito il genio di Rilke: “un professore già famoso e ascoltato aveva deciso di accogliere nella cerchia degli amici quella che, con intuizione di ‘conoscitore di uomini’, giudicava una nuova promessa dell’arte” (Perucchi).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-72649 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/libro-2-3-174x300.jpg" alt="" width="213" height="367" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro-2-3-174x300.jpg 174w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro-2-3.jpg 332w" sizes="(max-width: 213px) 100vw, 213px" />La testimonianza più alta del legame tra il filosofo e il poeta è in una lettera di Simmel che commenta il <em>Libro d’ore </em>di Rilke, “l’opera che fondò la fama di Rilke e fece di lui un poeta di culto… Nel 1916 si era alla nona edizione, e nel 1926, alla morte del poeta, erano state stampate 59.000 copie del volume” (Andreina Lavagetto). Questi alcuni passaggi della lettera: “Voglio esprimerle soltanto, come filosofo, quanto straordinariamente interessante mi appare la svolta del panteismo che offre il suo libro… <strong>l’Essere Divino penetra nelle singole figure particolari, nelle determinazioni particolari e vi trova la sua vita piena ed esauriente, il Singolo non si fonde in Dio e non perde così la sua forma afferrabile, importante per sé, ma Dio si fonde nel Singolo</strong> e questo viene in tal modo mantenuto e rafforzato <em>nella sua forma particolare</em>, l’empiricamente casuale delle singole cose, e ottiene così, in un certo qual modo, una legittimazione trascendente. Mi sembra questa l’unica possibilità di far cristallizzare immediatamente il sentimento panteistico fino a farlo diventare opera d’arte”. Alla pittrice Paula Becker, a proposito della sua visione ‘religiosa’, Rilke aveva scritto, “All’uomo occorreva un Dio già fatto, e così disse: Dio è. Ora Dio deve recuperare il suo divenire. E siamo noi che lo aiutiamo in questo. Con noi egli <em>diviene</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Piuttosto – come diceva Cioran – è <a href="http://www.ninoaragnoeditore.it/opera/diario-postumo" target="_blank" rel="noopener noreferrer">nel turbinio dei frammenti</a>, tra i diari, che si rivela il genio di Simmel, dotati del clangore della semplicità.</strong> Il frammento chiede adesione, chiede di <em>ferire</em>, non di essere spiegato. Ecco una silloge, piccole feritoie per riscoprire un filosofo che non è <em>attuale</em> – <em>l’attualità</em> è una categoria della stupidità – ma da <em>attuare</em>. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Il filosofo deve essere colui che dice ciò che tutti non sanno; qualche volta però è colui che <em>sa</em> ciò che tutti si limitano a dire.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò che si può dimostrare, si può anche contestare. Incontestabile è solo l’indimostrabile.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Non ciò che si trova <em>dietro</em> l’immagine scientifica delle cose – l’oscuro, l’in-sé, l’inafferrabile – è al di là della conoscenza, ma viceversa, proprio l’immediato, l’immagine pienamente sensibile, la superficie a noi rivolta delle cose. Non al di là, ma al di qua della scienza cessa il conoscere. Il fatto che proprio ciò che vediamo, tocchiamo, viviamo, noi non possiamo esprimerlo in concetti, non possiamo riprodurlo esattamente nelle forme della conoscenza, lo spieghiamo affatto erroneamente, come se dietro i contenuti di queste forme ci fosse qualcosa di misterioso e inconoscibile.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il procedere del mondo mi appare come il volgersi di una ruota mostruosa, appunto come il presupposto dell’eterno ritorno. Ma tuttavia non con la stessa conseguenza, che realmente, in qualche istante, si ripeta l’identico. La ruota, infatti, ha un raggio infinitamente grande. Solo quando è trascorso un tempo infinito, cioè mai, l’identico può tornare nell’identico luogo. Tuttavia, si tratta di una ruota che gira e che, secondo la sua idea, va verso l’esaurimento della molteplicità qualitativa, senza mai esaurirla in realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo è l’essere in sé inadeguato, smarrito, irrequieto. In quanto essere razionale, egli ha troppa natura – in quanto essere naturale, troppa ragione – cosa ne deve saltar fuori?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’anima umana è il più grande tentativo cosmico, portato avanti con mezzi inadeguati.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo è semplicemente l’essere affamato. L’animale è sazio, dopo che ha mangiato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Forse il più pauroso sintomo della vita sono le cose – modi di comportarsi, gioie, fedi – con cui gli uomini si rendono sopportabile la vita. Nulla mostra tanto la profondità dell’ingenuità umana, quanto ciò a cui l’uomo si aggrappa per poter reggere la vita. L’elemento determinante e distintivo dell’uomo è lì dove giacciono le sue disperazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">È felicità indicibile essere di casa in qualche luogo straniero. Questa situazione è, infatti, una sintesi di entrambe le nostre nostalgie: quella dell’andare e quella del ritornare a casa, una sintesi di divenire ed essere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La gioventù ha di regola torto in ciò che pretende, ma ha ragione nel pretenderlo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Per molti uomini la profondità della vita – profondità reale, in nessun modo disprezzabile – consiste nel soffrire della sua superficialità.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Chi non è con me è contro di me”, per il mio modo di pensare vale solo a metà. Contro di me è solo l’indifferente, che le domande ultime, per le quali io vivo, non spingono a schierarsi né contro né a favore. Ma chi, in senso positivo, è contro di me, chi si cala nello specifico in cui io vivo, e all’interno di esso mi combatte, costui è <em>per</em> me nel senso più alto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Georg Simmel</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*I testi sono tratti da: Georg Simmel, “Metafisica della morte e altri scritti”, a cura di Lucio Perucchi, SE 2012</em></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Il libro da leggere a Natale: Mario Pomilio e il Manzoni nel caos nichilista</title>
		<link>https://www.pangea.news/manzoni-mario-pomilio-natale-1833/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Dec 2019 06:36:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Manzoni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 1813 Alessandro Manzoni scrive Il Natale, uno degli inni sacri, non certo il più bello. Segnalo un dettaglio. Tra l’ottava e la nona stanza, Manzoni termina così: “Immensamente Egli è./ Oggi Egli è nato…”. Il virtuoso del settenario mi rimanda alla poesia più grande, “Ei fu. Siccome immobile…”. Dio è; l’uomo, per quanto titanico, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/manzoni-mario-pomilio-natale-1833/">Il libro da leggere a Natale: Mario Pomilio e il Manzoni nel caos nichilista</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel 1813 Alessandro Manzoni scrive <em>Il Natale</em>, uno degli inni sacri, non certo il più bello. Segnalo un dettaglio. Tra l’ottava e la nona stanza, Manzoni termina così: “Immensamente Egli è./ Oggi Egli è nato…”. Il virtuoso del settenario mi rimanda alla poesia più grande, “Ei fu. Siccome immobile…”. <strong>Dio <em>è</em>; l’uomo, per quanto titanico, <em>fu</em>. Eterna presenza in contrasto con l’inevitabile del passare. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">(Parentesi. Alessandro Manzoni, non so se ne siamo del tutto consapevoli, è stato una delle intelligenze assolute degli ultimi secoli, uno al pari di Goethe, di Tolstoj, di Hugo. Ha attraversato tutti i generi con genio – dal teatro alla poesia –, ha inventato, pressoché dal niente, tolti alcuni esempi fascinosi e sghembi – Foscolo, Alfieri, Nievo, Cellini – il romanzo italiano. <strong>Ha strutturato il suo pensiero in lavori saggistici da riscoprire: ad esempio le <a href="https://it.wikisource.org/wiki/Osservazioni_sulla_morale_cattolica" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Osservazioni sulla morale cattolica</em></a>, redatto due secoli fa. È stato, cioè, un artista rigoroso e inquieto, uno che si è posto i problemi capitali, estetici, formali.</strong> Un gigante, ecco).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-72212 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro1-18-190x300.jpg" alt="" width="245" height="387" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-18-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-18-648x1024.jpg 648w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-18-768x1214.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-18-972x1536.jpg 972w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-18.jpg 1158w" sizes="(max-width: 245px) 100vw, 245px" />Vent’anni dopo <em>Il Natale</em>, nel giorno di Natale del 1833, muore la moglie di Manzoni, Enrichetta Blondel</strong> – madre calvinista, padre industriale, agnostico – che gli aveva dato dieci figli. Intorno a quel lutto, cui ne seguirà un altro, capitale, l’anno dopo – muore la primogenita, Giulia, moglie di Massimo d’Azeglio –, e una serie d’altri, Manzoni torna alla poesia. <em>Il Natale del 1833 </em>è l’abbozzo di una poesia, un guaito, il principio di un combattimento contro Dio, una fiammata. “Sì che Tu sei terribile/ Sì che tu sei pietoso”, attacca, in prima stesura, la poesia. <strong>Anche la pietà di Dio è terribile, piaga, perché Dio è soltanto quando l’uomo soffre. Dio pare agire per capriccio (“un decreto/ In ogni tuo vagir”), incurante del dolore della sua creatura, creata, forse, per schernirla </strong>(“Vedi le nostre lagrime,/ Intendi i nostri gridi;/ Il voler nostro interroghi,/ E a tuo voler decidi”).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il genio artistico di Manzoni sta – pure – nel fatto che ai <em>Promessi sposi</em>, il grande romanzo della Provvidenza, lo scrittore incorpora, in appendice, la “Colonna infame”, una vera infamia, il resoconto di un evento che dimostra l’assenza di Dio, descrive lo scettro del caos, la maldicenza come grande male, la malagiustizia come ovvietà quotidiana. La <em>Storia della colonna infame </em>è il tasto che autodistrugge <em>I promessi sposi</em>, che ne fa crollare l’impalcatura cattolica. <strong>Soltanto un genio, un artista totalmente consapevole, può disintegrare ciò che ha costruito con pazienza – d’altronde, da un grande artista non chiediamo che questo, perché la vita non è che questo, la speranza violenta, la violenta disperazione. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche anno fa, con una certa verve, Aldo Spranzi pubblicò un libro, <em>L’altro Manzoni </em>(Ares, 2008), che fin dall’incipit – plasmato, retoricamente, ‘a contrario’ – decostruiva tutta la metafisica cardinalizia intorno al Manzoni, ne sbriciolava l’aura da Lancillotto cattolico. <strong>“Sostenere che <em>I promessi sposi</em> non sono un romanzo cattolico ma un’opera pervasa da un radicale nichilismo anticristiano, e che Alessandro Manzoni non è stato mai credente, nemmeno quando si è ‘convertito’, costretto a fingere di esserlo per tutta la vita,</strong> è una tesi che va al di là della provocazione. Che l’enormità della proposta lasci perplessi, e anche infastiditi, è non solo comprensibile, ma inevitabile… Ma la nostra non è una provocazione, bensì una proposta seriamente argomentata”. Nella tesi di Spranzi, giustificata da una accurata lettura dei testi – anche se la pigliate con le pinze – ho sempre visto del vero: Manzoni è più oscuro di ciò che sembra dai lacerti di memoria scolastica.</p>
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<p style="text-align: justify;">Intorno al <a href="https://www.bompiani.it/catalogo/il-natale-del-1833-9788845291999" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Natale del 1833</em></strong></a>, la poesia incompiuta e ‘maledetta’ di Manzoni, Mario Pomilio ha scritto, nel 1983, uno dei romanzi più remoti, sussurrati, eccentrici, mirabili della nostra accidentata storia letteraria. Lo dice – preferitelo a me – <strong>Domenico Rea: “Il tuo <em>Natale</em>… è un libro straordinario. È un assoluto nella storia della nostra letteratura. Mi ha dato, per la sua tenuta morale, le stesse emozioni ultimative dell’<em>Ivan Il’ic </em>di Tolstoj; del <em>Typhoon</em> di Conrad; </strong>di certe altezze proprie del Manzoni, quando ti avvia a discendere nel dramma della Signora Monaca; delle pagine di solitudine di Mastro don Gesualdo”. Il romanzo, brevissimo – un centinaio di pagine –, <a href="https://premiostrega.it/PS/1983-mario-pomilio/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ottenne lo Strega</a>, superando ai punti <em>Il raggio d’ombra </em>di Giuseppe Pontiggia, distanziando grandemente gli altri antagonisti (Isabella Bossi Fedrigotti, Giampiero Bona, Davide Lajolo).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-72213 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro2-15-192x300.jpg" alt="" width="212" height="331" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-15-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-15.jpg 263w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" />Il libro, che va riletto sotto Natale per darci ragione che è la morte ad esaltare la vita, che ogni giorno dobbiamo torturarci con le domande capitali altrimenti siamo i cani del consumo, gli avvoltoi dell’arraffare, sceglie una strategia narrativa saggistica. Il cuore del romanzo è Manzoni, messo alla prova con durezza: nel giorno in cui il suo Dio si fa carne, muore la creatura che gli è più cara, la moglie. Solo che a parlare non è Manzoni, ma un narratore, che commenta alcune osservazioni – per via di lettere fittizie – della madre, Giulia Beccaria<strong>. Così, velato, sullo sfondo, bellissimo e austero, indifferente al moto umano (così lo dicono), questo Manzoni roso dal dubbio, ustionato dall’inquietudine, è di un fascino da strapparsi le pupille. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni brani, vertiginosi, specie di rosario a cui tornare con dedizione estatica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Assorto in una sua sfera insonne, appartata, segreta e terribilmente alta, sembrava stremarsi a interrogare, se posso dir così, quei cieli inamovibili dove Dio scrive i suoi silenzi.</strong> Posso anche provare a figurarmi la successione dei suoi pensieri: quel Dio che un giorno l’aveva scelto e voluto suo eleggendolo addirittura a proprio testimone, e che lui in risposta, fedelmente quanto poteva, aveva adorato, cantato, esaltato con tutte le forze dell’animo e dell’ingegno, poteva dunque quel Dio lasciargli mancare il suo soccorso in un momento in cui lui ne aveva così bisogno?”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Qualcosa in lui non si placava, il rovello di non capire come mai Dio non è così – così, intendo, quale ce lo balbettano di tremore in tremore i nostri poveri cuori – e perché non si lasci raggiugere e ci attiri e ci deluda</strong>, e perché i suoi decreti ci rimangano oscuri e ci appaiano talmente diversi da come li speravamo, e perché insomma nonostante Dio il dolore abiti il mondo… Non pensate voi stessa che esiste un limite oltre il quale occorre desistere dal voler forzare l’imperscrutabile? Altrimenti anche Dio può diventare un vizio”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Egli si è fatto conoscere. Pronunziando il proprio silenzio, <strong>ha ricordato al fedele la sua propria impronunziabilità”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Non si ha il diritto di pensare a un fallimento di Dio</strong> per esserci sentiti, noi, trascurati da Dio”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“</strong><strong>È di nuovo il dilemma di dover commisurare Dio all’oscurità delle sue decisioni…</strong> quel terribile seguito d’atti feroci, di decisioni perverse, di tormenti patiti al di là d’ogni limite accettabile o pensabile, e, in tutto, quel misto d’orrori fatti subire ingiustamente e di disperazione rimasta senza risarcimenti, senza sensi plausibili, senza promesse di riparazioni né avvisi di compassione, è come se mettessero a repentaglio quanto in lui ancora resta dell’idea che s’era fatta della provvidenzialità del dolore”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mario Pomilio, già autore di un libro folle e infinito, <em>Il quinto evangelio</em>, entra nel costato di una vita, non si sorprende – che scrittura sicura, obbediente, simile a un occhio inciso su giada – nel riconoscere che di noi è importante la lebbra, la bruciatura, la preghiera rimasta sul labbro come un ago. Non è il torbido della tenebra, il solito torpore mistico, l’aristocrazia gnostica, ma l’ingresso, per via di sangue, nella sequela che è allucinata luce. Nel giorno del Natale si inaugura la Passione. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/manzoni-mario-pomilio-natale-1833/">Il libro da leggere a Natale: Mario Pomilio e il Manzoni nel caos nichilista</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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