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	<title>virus Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Riscopriamo l’Anima Mundi degli ermetisti rinascimentali, il coraggio di saltare nell’abisso infinito del proprio cuore</title>
		<link>https://www.pangea.news/anima-mundi-dalmazio-frau/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Nov 2020 14:01:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[alchimia]]></category>
		<category><![CDATA[Anima Mundi]]></category>
		<category><![CDATA[Dalmazio Frau]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mondo contemporaneo, quella realtà tanto desiderata da alcuni che neanche immaginano questa sia soltanto una delle innumerevoli esistenti, anche se l’unica data loro e che essi vedono, incapaci di aprire le porte su altre dimensioni, sta subendo le scosse telluriche di qualcosa che da troppo tempo credeva di aver lasciato dietro di sé. Ora, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/anima-mundi-dalmazio-frau/">Riscopriamo l’Anima Mundi degli ermetisti rinascimentali, il coraggio di saltare nell’abisso infinito del proprio cuore</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Il mondo contemporaneo, quella realtà tanto desiderata da alcuni che neanche immaginano questa sia soltanto una delle innumerevoli esistenti, anche se l’unica data loro e che essi vedono, incapaci di aprire le porte su altre dimensioni, sta subendo le scosse telluriche di qualcosa che da troppo tempo credeva di aver lasciato dietro di sé.</p>



<p>Ora, una delle tante epidemie, uno dei tanti virus che accompagnano l’uomo sin dalla sua comparsa sulla Terra, sta mietendo vittime forse più ancora per l’errato atteggiamento posto nei suoi confronti che per la sua stessa nocività. Ciò che infatti differenzia l’attuale società umana da quelle precedenti, che vorremmo chiamare “tradizionali”, è la perdita del suo rapporto con la morte. <strong>Questo virus spaventa perché l’uomo postmoderno ha perso completamente il senso della fine terrena della vita; nascondendola, dimenticandola, cercando di non porre mai l’attenzione sul fatto che l’uomo nato mortale sia destinato a ritornare polvere.</strong> L’indubbio miglioramento del tenore di vita del mondo occidentale, tecnologico, iperconnesso, ha illuso i suoi stessi abitanti di aver raggiunto una quasi immortalità, perdendo dunque quel sentimento di <em>pietas</em> che era dei nostri antichi, forse ancora dei nostri nonni. Questo senza diventare alfieri della rassegnazione, ma al contrario consapevoli che la vita vada pienamente vissuta.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="771" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/lossy-page1-800px-Elementa_chemiae_1718_Barchusen_plate_505.18-21_alchemy.tif-771x1024.jpg" alt="" class="wp-image-81248" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/lossy-page1-800px-Elementa_chemiae_1718_Barchusen_plate_505.18-21_alchemy.tif-771x1024.jpg 771w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/lossy-page1-800px-Elementa_chemiae_1718_Barchusen_plate_505.18-21_alchemy.tif-226x300.jpg 226w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/lossy-page1-800px-Elementa_chemiae_1718_Barchusen_plate_505.18-21_alchemy.tif-768x1020.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/lossy-page1-800px-Elementa_chemiae_1718_Barchusen_plate_505.18-21_alchemy.tif.jpg 800w" sizes="(max-width: 771px) 100vw, 771px" /></figure>



<p>Il problema è dunque l’ipersostenuta secolarizzazione di una “civiltà” che ha creduto ciecamente, fideisticamente, per decenni, nella nuova religione giacobina della scienza e della razionalità materialista; la Dea Ragione illuminista ha edificato i propri templi con i suoi migliori sacerdoti, quegli scienziati che – privi di “canoscenza” – hanno ridotto ogni cosa al sacro verbo galileiano.</p>



<p><strong>Nel suo saggio <em>Eros e magia nel Rinascimento</em>, lo storico delle religioni Ioan Pietro Culianu, descrisse i «sottili processi della magia, scienza del passato, del presente e del futuro», e ne segnalò la transizione accelerata dal secolo Decimonono improntato al materialismo scientista a un Novecento relativista, dove ogni cosa si fa liquida e indeterminata e si sono persi tutti i punti cardinali.</strong> I tre ultimi secoli, ma forse ancora maggiormente Ottocento e Novecento, ci hanno dunque portato ad assistere al trionfo della modernità, di una medicina secolarizzata, di una scienza sempre più spinta ai limiti non solo dell’esterno ma dell’interno, sempre più giù nel profondo sino a far emergere i démoni dell’Id.</p>



<p>La religione atea e laica dello scientismo, ha quindi raggiunto il punto di non ritorno proprio nel primo ventennio di quel Nuovo Millennio tanto auspicato come foriero di un’acquariana civiltà globalizzata di pace, di un “futuro d’argento” costituito da una perenne crescita felice, in un mondo di torri di porcellana e acciaio adamantino. Si è creduto in una Nuova Atlantide che adesso sta inabissandosi sotto gli occhi di coloro che non ci credono, attoniti e sgomenti perché illusi.</p>



<p>Auguste Comte, razionalista tra i più acerrimi, aveva infatti decretato proprio come la scienza sarebbe assurta al rango di nuova religione per il mondo a venire: «Tra cinquant’anni gli scienziati predicheranno il positivismo a Nôtre-Dame!». Curioso fatto, in tutti i secoli precedenti a questo, l’inizio della nuova centuria era stato segnato da un rinascere, da un’esplosione fruttifera di arti, di sapienza e di bellezza… <strong>Il Ventunesimo secolo invece, non ha prodotto alcunché nei suoi primi vent’anni tranne paura e sconforto. Non vediamo alcun Nuovo Rinascimento intorno a noi, soltanto vessilliferi della mediocrità, della banalità e dell’asservimento ai luoghi comuni della globalizzazione.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="800" height="690" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/Corvo_teschio_-_Julien_Champagne.png" alt="" class="wp-image-81249" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/Corvo_teschio_-_Julien_Champagne.png 800w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/Corvo_teschio_-_Julien_Champagne-300x259.png 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/Corvo_teschio_-_Julien_Champagne-768x662.png 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>



<p>Ciò che personalmente mi conforta lo trovo nei versi di William Blake e dopo di lui in una frase di Joris Karl Huysmans, che potreste leggere nel suo romanzo demoniaco <em>Là-bas </em>del 1881, che così recita: «Quando il materialismo impera, la magia risorge».</p>



<p>Questo sta avvenendo oggi, in maniera sottilmente invisibile ma presente, con il crollo e il fallimento della scienza materialista in questi ultimi sussulti del Kali Yuga, l’Età oscura. Tutto ciò che è magico, meraviglioso, fantastico, mitico e mistico, inesorabilmente e inarrestabilmente sta risorgendo proprio nei domini di quella stessa scientificità che aveva cercato di annichilirlo, e sarà grazie a questo sentire se l’uomo potrà ancora una volta risollevarsi dalla caduta. Sarà soltanto recuperando il senso della morte che possederemo la vita, ancor più quella eterna, mediante le arti, la bellezza, che esse conducono e servono. La poesia, la musica sconfiggeranno ogni male, anche il virus, perché nessuna forma di morte può avere la meglio sulla vita. Ma vogliono renderci felici delle catene forgiate con la paura e troppi ancora glielo consentono, ignari del fatto che Alexis de Tocqueville dicesse appunto che «I tempi in cui tutte le scienze divengono più positive è quello stesso in cui tutto ciò che è più vago, inspiegabile, meno fondato sull’esperienza e sulla ragione si sviluppa e turba maggiormente gli animi». <strong>È l’<em>Anima Mundi</em> degli ermetisti rinascimentali, che oggi deve essere risanata e guarita, bisogna ritrovare quella cura per i mali del mondo, celata appunto nel pensiero tradizionale e nella sacralità delle cose, nella realtà che trascende questa realtà, in quella Magia naturale che non è una primitiva forma di scienza ma una concezione differente del proprio essere,</strong> del proprio cuore che si pone davanti al reale in maniera completamente altra dalla pura razionalità tanto agognata da Immanuel Kant.</p>



<p>È necessaria allora una nuova alba, un’aurora risorgente che illumini un vero e proprio mattino dei maghi per salvare questa disperata umanità che sembra proprio non voglia essere guarita, e il Graal che contiene in sé la panacea universale può essere rinvenuto soltanto da coloro che avranno il coraggio di saltare nell’abisso infinito del proprio cuore, confidando che esso non li tradirà mai.</p>



<p><strong><em>Dalmazio Frau</em></strong></p>
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		<item>
		<title>“Bisogna avere il coraggio di spezzare la sua sovranità”. Il manuale per sopravvivere all’era del virus: “Massa e potere” di Elias Canetti</title>
		<link>https://www.pangea.news/canetti-massa-potere-dejanira-bada/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Oct 2020 06:56:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[covid]]></category>
		<category><![CDATA[Dejanira Bada]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Durante la pandemia ho letto Massa e potere del Premio Nobel Elias Canetti. Un caso, capitato nel momento più giusto. Quando sono arrivata al capitolo Il comando, ho iniziato a notare delle affinità con quello che stiamo vivendo e sopportando in questo periodo, poi le affinità sono diventate evidenze, realtà, e ho iniziato a intuire [&#8230;]</p>
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]]></description>
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<p>Durante la pandemia ho letto <strong><em><a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845929656" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Massa e potere</a></em></strong> del Premio Nobel <strong><a href="http://www.pangea.news/elias-canetti-ritratto-testi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Elias Canetti</a></strong>.</p>



<p>Un caso, capitato nel momento più giusto.</p>



<p><strong>Quando sono arrivata al capitolo <em>Il comando</em>, ho iniziato a notare delle affinità con quello che stiamo vivendo e sopportando in questo periodo, poi le affinità sono diventate evidenze, realtà, e ho iniziato a intuire perché siamo così divisi</strong>, perché ci sono i no-mask e quelli che vorrebbero il lockdown a vita, quelli che dicono che il Covid non esiste e quelli che pensano sia la peste, quelli che seguono le regole e quelli che le rifiutano, quelli che pensano che siamo sotto una dittatura sanitaria e quelli che venderebbero ogni loro libertà pur di vivere qualche anno in più.</p>



<p>Improvvisamente, tutto mi è stato chiaro.</p>



<p>*</p>



<p>Userò come esempio il nostro Governo Italiano per farvi cogliere meglio i paragoni, ma sappiate che vale per i Governi di tutti i Paesi che si trovano nella nostra stessa situazione.</p>



<p>Iniziamo.</p>



<p><em>“Un ordine è un ordine”.</em> Il capitolo inizia così. Canetti ci dice che dell’ordine si pensa <em>“è sempre stato così, è naturale e necessario”</em>. In fondo, fin da bambini siamo abituati a essere comandati, a ricevere ordini in continuazione. Però che cos’è un ordine? Nell&#8217;infanzia è utile per diventare educati, per imparare a convivere con gli altri, ma i comandi che si ricevono da grandi possono lasciare tracce profonde e ostili in chi li segue.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="600" height="941" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/10/libro1-39.jpg" alt="" class="wp-image-80697" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro1-39.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro1-39-191x300.jpg 191w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Canetti ci dice che la più antica forma di comando è ‘la fuga’: “La fuga è solo apparentemente spontanea: il pericolo ha sempre un volto, nessun animale fuggirebbe se non sospettasse la presenza di quel volto”.</p>



<p>Il ruggito del leone, per esempio, è una sentenza di morte che obbliga alla fuga. “Il più antico ordine – impartito già in epoca estremamente remota, se si tratta di uomini – è una sentenza di morte, la quale costringe la vittima a fuggire. Sarà bene pensarci quando si parla dell&#8217;ordine fra gli uomini. <strong>La sentenza di morte e la sua terribile spietatezza traspaiono attraverso ogni ordine. Il sistema degli ordini è istituito fra gli uomini in modo che per lo più si sfugge alla morte: esso però implica sempre il terrore della morte, la minaccia; e il mantenimento, l’esecuzione di reali sentenze capitali, mantengono sempre desto il terrore dinanzi a chi deve eseguire ordini”.</strong></p>



<p>*</p>



<p>A questo punto è già ben chiara una cosa: i mezzi di informazione e il Governo stanno tenendo alta la paura, l&#8217;isteria, il terrore della morte – anche più del dovuto – per far sì che gli ordini vengano eseguiti.</p>



<p>Il <em>comando</em>, scrive Canetti, per sua natura non permette contraddizioni. Non può essere discusso, né commentato né messo in dubbio, deve essere conciso e chiaro, compreso all’istante; <em>un ritardo nella sua ricezione nuoce alla sua forza</em>. &nbsp;E noi qui in Italia abbiamo fatto alquanto ridere sotto quest’aspetto, dando ordini confusi e contraddittori ed emanando DPCM che avevano bisogno di un interprete. Ma andiamo avanti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/10/libro2-52.jpg" alt="" class="wp-image-80698" width="355" height="566" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro2-52.jpg 314w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro2-52-188x300.jpg 188w" sizes="(max-width: 355px) 100vw, 355px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Ogni ripetizione di un ordine non seguito da un&#8217;esecuzione perde potenza. Dopo un po’, l&#8217;ordine ripetuto invano è estenuato e impotente – vedi Conte che chiama pure Fedez e la Ferragni perché non sa più come dire ai giovani di indossare le mascherine. &nbsp;A questo punto è preferibile non rianimare l’ordine. Al comando si ubbidisce perché non si potrebbe lottare con speranze di successo, ecco perché le persone in questo periodo stanno ubbidendo, perché altrimenti, si dice, la battaglia contro il Covid non potrebbe essere vinta.</p>



<p>Se il potere del comando si affievolisce, va riaffermato con la lotta. Canetti ci dice che solitamente la maggior parte delle volte non si esigono nuove decisioni (per esempio nuovi DCPM), perché ci si accontenta e sono sufficienti quelle già in atto, ma non se chi è al comando (come il nostro Conte) non ha un peso politico che vale per tutti. Forse da noi (e non solo da noi), manca la fiducia nei leader politici, ed ecco arrivare ogni tre giorni nuovi provvedimenti con ulteriori misure restrittive. <strong>Il potere del comando cresce incessantemente ed <em>è impartito in modo da riuscire vantaggioso a chi se ne serve</em> e di solito è così, ma nel caso di una pandemia questo vantaggio dovrebbe riversarsi sulla collettività nella tutela della sua salute.</strong> Come ha scritto “Internazionale” qualche giorno fa in un bellissimo articolo, però con molta probabilità si arriverà naturalmente a stufarsi di queste restrizioni, perché i presunti vantaggi sembrano essere minori dei benefici derivati dai sacrifici imposti e si arriverà alle proteste sociali (pensiamo alle proteste di questi giorni a Napoli e non solo): “<em>Secondo gli storici è possibile che nel caso del covid-19 la conclusione sociale della pandemia arrivi prima di quella medica. Le persone potrebbero stancarsi delle restrizioni al punto da ‘dichiarare’ conclusa la pandemia anche se il virus dovesse continuare a colpire la popolazione e prima che siano disponibili un vaccino o una cura”. &nbsp;</em>A un certo punto – come è già avvenuto in passato – nessuno farà più caso al Covid, impareremo a conviverci come con tante altre malattie, si tornerà alla normalità, soprattutto quando il virus non farà più audience alla TV e sui giornali.</p>



<p>*</p>



<p>“Ogni comando è costituito da un impulso e da una spina”. E qui la faccenda si fa interessante. <strong>“L’impulso costringe chi riceve il comando a eseguirlo, e precisamente nella misura in cui è conforme al contenuto del comando stesso. La spina permane in chi esegue il comando.</strong> Quando i comandi funzionano normalmente, come ci si aspetta da essi, la spina resta invisibile. Segreta e insospettosa, essa si manifesta – appena avvertita – nella lieve resistenza che precede l’obbedienza al comando”.</p>



<p>*</p>



<p>Noi in questo momento siamo tutti pieni di spine che sono penetrate profondamente nell’intimo delle nostre anime, e questa cosa ci ha cambiato per sempre. La spina rimarrà, ormai è stata conficcata: “Possono trascorrere anni e decenni prima che quella parte sommersa, immagazzinata, del comando – del quale costituisce il ritratto in miniatura – torni alla luce. Ma è importante sapere che nessun comando va mai perduto: nessun comando trova fine nella sua esecuzione, bensì è immagazzinato per sempre. <strong>Coloro che sono specialmente destinati a ricevere comandi, coloro che più di ogni altro vengono coinvolti in questo processo, sono i bambini. Sembra un miracolo che essi non crollino sotto il carico di comandi e sopravvivano alle iniziative degli educatori”.</strong></p>



<p>Pensate a quello che stanno sopportando i bambini in questo periodo, gli ordini che vengono loro impartiti, ordini surreali, ordini scioccanti per la loro mente: non abbracciatevi, non toccatevi, non giocate, non prestatevi le penne, non cantate, non urlate, non state insieme. Queste sono spine che rimarranno in loro a lungo, e prima o poi vorranno liberarsene. “Ogni bambino, anche il più comune, non dimentica né disperde alcuno degli ordini con cui gli è stata fatta violenza”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/10/libro3-23.jpg" alt="" class="wp-image-80699" width="392" height="588" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro3-23.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro3-23-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 392px) 100vw, 392px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Canetti continua: “Solo il comando eseguito fa rimanere la sua spina in chi vi ha obbedito. Chi ha eluso gli ordini non deve neppure conservare la traccia. <strong>«Libero» è solo l’uomo che ha imparato a non rispettare gli ordini, e non quello che se ne libera soltanto in un secondo tempo.</strong> Ma certamente il meno libero è colui che impiega maggior tempo per liberarsene, o che addirittura non vi riesce”.</p>



<p>E riguardo a questo possiamo già cogliere dei messaggi inquietanti sui social o quando parliamo con le persone. C’è chi dice che continuerà a portare la mascherina nei luoghi chiusi per sempre, chi non si fiderà di abbracciare le persone, chi spera che le mascherine rimangano obbligatorie per evitare anche il normale raffreddore, <strong>chi si augura lockdown durissimi e lunghi, chi non si sentirà più libero di uscire o di stare in un luogo affollato, chi fa sesso (veramente) con la mascherina, chi vorrebbe che venisse proibito il fumo anche all’aperto o vorrebbe che la gente non mangiasse e non bevesse in pubblico così da non abbassare mai la mascherina.</strong> Molte persone, finita la pandemia, dovranno iniziare qualche terapia per elaborare i traumi, questo è certo. &nbsp;</p>



<p>Nessuno di noi sarà privo di spine quando tutto questo sarà finito.</p>



<p>*</p>



<p>Dobbiamo capire e accettare che è nella natura umana opporsi agli ordini, cercare la libertà, seguire i propri istinti, le proprie pulsioni, ribellarsi al comando. Chi non lo trova ‘normale’ e trova invece giusto limitare sempre di più la libertà dei cittadini, dovrebbe porsi qualche domanda e chiedersi se ha ancora qualcosa di umano in sé. Anche Hitler ha dato molti comandi che la maggior parte della popolazione ha eseguito senza fiatare, senza riflettere.</p>



<p>Canetti scrive che solitamente questo genere di persone dice di aver eseguito gli ordini perché “non erano in sé”. Messe di fronte alle evidenze delle loro azioni, ripetono: “Io non ho fatto questo”, “Io non sono così”. Tanto la persona che faceva la guardia nei lager, quanto il delatore che chiama la polizia perché sente che forse c’è una festa dal vicino o il tizio che denuncia il runner, in fondo si considerano una vittima, <strong>perché ormai hanno conficcata profondamente la <em>spina</em> del comando, per questo non provano nessun sentimento per la vittima vera e propria<em>.</em></strong></p>



<p>*</p>



<p>“È dunque vero che uomini che abbiano agito in seguito a comandi si considerino perfettamente innocenti. <strong>Posti in grado di aprire gli occhi sulla loro condizione, essi possono restare stupefatti constatando in qual misura furono in balìa del comando.</strong> Ma anche questo giusto moto dell’animo è senza valore, poiché giunge troppo tardi, quando tutto è ormai finito da tempo”.</p>



<p>Proprio come quando ci guarderemo allo specchio alla fine di questa pandemia. Quanti di noi si riconosceranno? Quanti di noi si accorgeranno di quello che abbiamo fatto? Quanti si renderanno conto di aver augurato la morte a chi la pensava diversamente da loro? <strong>Quanti avranno fatto la spia? Quanti hanno chiesto che non venissero fornite le cure a coloro che osavano dire di non usare la mascherina all’aperto?</strong> Chiunque è al comando e per esempio dà ordini durante una pandemia, non è detto che abbia ragione e che si debba accettare tutto incondizionatamente senza riflessione, ragionamento o dissenso. Non bisogna mai cedere la propria libertà facilmente e soprattutto smettere di usare il cervello, cosa che può avvenire soltanto se s’impara a controllare la propria paura.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/10/libro4-10-633x1024.jpg" alt="" class="wp-image-80700" width="555" height="897" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro4-10-633x1024.jpg 633w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro4-10-185x300.jpg 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro4-10-768x1242.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro4-10.jpg 819w" sizes="(max-width: 555px) 100vw, 555px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Ma come si è giunti alla domesticazione del comando se non ci piace e non è nella natura di nessuno ricevere ordini? Lo schiavo segue il padrone, il bambino ascolta la madre. Ma perché? Secondo Canetti ciò avviene a causa di una sorta di <em>corruzione: </em>il sovrano nutre lo schiavo, la madre nutre il bambino, Giuseppe Conte nutre il popolo con lo stop ai licenziamenti, la cassa integrazione, il rinvio delle tasse, il bonus per le partite IVA, il monopattino, il bonus vacanze, quel Recovery Fund che chissà come, quando e se arriverà.</p>



<p><strong>“La domesticazione del comando si vale di una promessa di nutrimento.</strong> Invece di minacciare la morte e di spingere in fuga, si promette ciò che ogni creatura desidera soprattutto, e si mantiene rigorosamente la promessa”.</p>



<p>Ma se le promesse non si mantengono, i comandi non vengono più ascoltati. Ha ragione Massimo Cacciari quando dice che in questo paese non ci si sta rendendo conto della crisi economica che ci aspetta e che il popolo non è sceso ancora in piazza perché “il sindacato è per l’80% un sindacato di pensionati e pubblici dipendenti”.</p>



<p>*</p>



<p>Canetti descrive il <em>comando</em> come una freccia che viene lanciata e che colpisce, e chi detiene il comando prende bene la mira, la direzione è precisa. Il comando resta conficcato proprio come una freccia. Per liberarsi la freccia va estratta e gettata via. Ma anche quando si guarisce dalla ferita, la cicatrice rimane. La società tutta è piena di frecce conficcate, in questo momento, e quando ce ne libereremo saremo pieni di cicatrici, chi più chi meno.</p>



<p>Chi ha il comando risente di un leggero contraccolpo quando lancia la freccia. Conte infatti è stato molto attaccato e odiato, e continua a esserlo. Canetti scrive che il contraccolpo è <em>spirituale. </em>Anche Giuseppe Conte, per esempio, avrà le sue spine per gli ordini che ha dato, non solo le vittime, e cioè i cittadini. Conte sente sicuramente angoscia. Canetti la chiama “l’angoscia del comando”. &nbsp;</p>



<p>E l’angoscia di Conte arriva dal fatto che il suo non è stato un “comando di morte”, che libera dall’ansia chi dà l’ordine, ma un comando che lascia in vita le sue vittime, che potrebbero ribellarsi da un momento all&#8217;altro. <strong>Conte minaccia, e la massa non dimentica la minaccia e sicuramente si vendicherà, passerà all&#8217;azione, e il mandante del comando lo sa, da qui la sua angoscia</strong> (sta già succedendo a Napoli e non solo, e la massa continuerà a farlo).</p>



<p>*</p>



<p>Ma nel caso della pandemia ci sono due masse, la massa terrorizzata, che sente l&#8217;angoscia e vuole rimanere insieme per sopperire alla paura (del virus) e la massa ribelle, che insorge contro le restrizioni. Da qui nasce il muro che rende ogni ragionamento impossibile. La massa terrorizzata si è unita per vincere il timore, ogni opinione diversa, ogni teoria contrastante, che è bandita. Se si potesse, si ucciderebbero tutti coloro che non sono allineati con il pensiero della massa terrorizzata. Ecco perché viene chiamato ‘negazionista’ chi la pensa diversamente, perché potrebbe creare una crepa nella massa ha che paura.</p>



<p>Stare uniti fa sentire meno la solitudine e la disperazione, la fuga dal pericolo è collettiva, ci si sente bene e al sicuro finché <em>ciascuno fa vicino agli altri ciò che fanno gli altri e compie esattamente gli stessi movimenti.</em> Se la paura sfocia in panico, allora ognuno va per conto suo e si cerca solo di salvare se stessi. Ognuno diventa nemico dell’altro.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/10/f96a802d8ef7ff0bf7aae29805dc290140dd3b-674x1024.jpg" alt="" class="wp-image-80703" width="516" height="784" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/f96a802d8ef7ff0bf7aae29805dc290140dd3b-674x1024.jpg 674w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/f96a802d8ef7ff0bf7aae29805dc290140dd3b-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/f96a802d8ef7ff0bf7aae29805dc290140dd3b-768x1167.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/f96a802d8ef7ff0bf7aae29805dc290140dd3b-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/f96a802d8ef7ff0bf7aae29805dc290140dd3b.jpg 1000w" sizes="(max-width: 516px) 100vw, 516px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Se durante la pandemia il comando fosse stato fulmineo, non si sarebbe creata nessuna spina, perché la massa avrebbe agito tutta insieme, unita, perché non c’è il tempo di riflettere durante un comando che magari salva da un incendio. Un comando rivolto a molti mira a creare una massa, e se riesce a crearla e mette tutti d’accordo, non suscita angoscia, ma se non riesce a dar vita a quest’unione e soprattutto il comando non attecchisce più – perché come nel caso della pandemia gli ordini sono ormai perpetuati da quasi un anno ormai e hanno perso l&#8217;efficacia della fulmineità di marzo –, allora non funzionerà. Conte, con le sue dirette ha cercato proprio di creare questa massa.</p>



<p>Canetti prosegue: “L’arte dell’oratore consiste nella capacità di condensare e manifestare con energia tutto ciò cui egli mira in parole d’ordine tali da far sorgere e durare la massa. <strong>Egli fa nascere la massa e la mantiene in vita mediante un comando superiore. Se solo riesce a ottenerlo, non ha più molta importanza cosa egli effettivamente esiga dalla massa.</strong> L’oratore può insultare e minacciare nel modo più terribile un assembramento di singoli individui: essi lo ameranno se così riusciranno a costituirsi in massa”.</p>



<p>*</p>



<p>Ed ecco spiegato l’alto indice di gradimento che Conte aveva all’inizio della pandemia. Il problema è che negli ultimi mesi la situazione è cambiata, e la massa comincia a non seguirlo più, a non ascoltarlo, perché ha meno paura, perché è stufa degli ordini, perché la crisi economica sarà più grave, per la voglia di riprendersi la libertà.</p>



<p>Non c’è da stupirsi se è stata proposta addirittura la delazione dal Ministro Speranza. Quella della denuncia, del fare la spia, può essere un modo per tenersi amico il popolo, illudendolo di potersi liberare dalle spine del comando; è “avere potere sul prossimo” l’idea di poter comandare e dare ordini noi stessi, e non solo subirli. È una specie di <em>promozione</em> del cittadino, che come un soldato può finalmente cambiare mansione e crescere di grado, come un Kapò che viene selezionato tra i detenuti: “<em>Egli può esigere cose che in precedenza venivano richieste a lui stesso”.</em></p>



<p>Ma intanto si continua a ricevere comandi, quindi mentre ci si libera di qualche spina, se ne accumulano delle altre, ma le nuove sono più sopportabili delle vecchie, perché finalmente c&#8217;è la speranza di potersene liberare.</p>



<p>E non c’è da stupirsi nemmeno del fatto che quest’estate in molti siamo andati in vacanza tranquillamente divertendoci e rilassandoci, perché l’uomo, come la zebra che scappa dal leone, nel momento in cui percepisce o crede che il pericolo sia passato, torna a mangiare l&#8217;erba, a fare quello che più le piace. È normale, è sano, è giusto, non da pazzi. <strong>È una grande capacità quella di saper riconoscere un miglioramento, adattarsi, e permettere all’organismo di recuperare il proprio equilibrio fisico e psicologico.</strong></p>



<p>*</p>



<p>E arriviamo al <em>negativismo,</em> forse da usare al posto di negazionismo, parola decisamente inappropriata. Canetti ci spiega che quando le spine sono troppe, si arriva al punto da non riuscire più a pensare ad altro e a sentire altro. Allora diventa fondamentale difendersi dai nuovi ordini: <em>Un uomo può sfuggire ai comandi non ascoltandoli e può sfuggirvi non eseguendoli.</em> Perché la spina compare solo in chi esegue i comandi.</p>



<p>Quando la situazione è ormai fuori controllo e le spine sono conficcate a fondo, si cercherà di non udire i comandi, si fingerà di non capirli, si fuggirà facendo il contrario, e nonostante ciò non è detto che la persona sia libera dal comando.</p>



<p>Canetti poi racconta che tale atteggiamento viene definito in psichiatria “negativismo” e dice che è particolarmente determinante negli schizofrenici, <em>frammenti spezzati della massa</em>. Vi prego di non strumentalizzare la questione e di iniziare a dare dello schizofrenico a chiunque non porti la mascherina, non è questo il caso, sia chiaro. <strong>Canetti parla di casi ben precisi, di persone con gravi patologie, anche perché più avanti aggiunge che lo schizofrenico può essere anche colui che segue le regole alla lettera, che è molto influenzabile, suggestionabile, che segue i comandi con tale rapidità e perfezione da far pensare che il comandante si sia impossessato di lui, quindi potremmo definire schizofrenici, oltre ai negazionisti, tutti quelli che sembravano dei dischi rotti e non facevano altro che dire <em>Restate a casa.</em></strong> Siamo tutti sulla stessa barca, o siamo tutti schizofrenici o non lo siamo, solo in certi casi si può parlare di una vera patologia. Anche il soldato, dice Canetti, si ritrova in uno stato di &#8220;negativismo&#8221; artificiale, che si può manipolare, comandare. Ma andiamo oltre. Come scrive Canetti: <em>“non è nostro compito, ora studiare la schizofrenia nella sua interezza”.</em></p>



<p>*</p>



<p>Siamo quasi giunti al termine.</p>



<p>Come si dissolve la <em>spina</em> del comando? La spina si forma durante l’esecuzione del comando. All&#8217;inizio è piccola, s&#8217;infilza, è inalterabile. La forza con cui può liberarsi deve essere pari a quella con cui è entrata. Diventata una forma diminuita di comando, deve prima di tutto diventare di nuovo comando pieno – come sta avvenendo ora durante la seconda ondata. La spina resta in agguato in attesa della ripetizione della situazione iniziale, l’esatta ripetizione è indispensabile, è come se la spina portasse in sé una propria memoria. La spina torna a scagliarsi sulla sua vittima. Il comando si ripete, nuove spine si formano, e queste spine identiche si collegano a quelle già presenti. Ormai è impossibile liberarsi da soli dalle spine, <strong>ora ci vuole “la massa di capovolgimento, costituita da molti per lo scopo comune della liberazione dalle spine del comando cui ciascuno, da solo, non può sperare di sfuggire.</strong> Un gran numero di uomini si riuniscono insieme e insieme si volgono contro il gruppo di quegli altri in cui riconoscono coloro che per lungo tempo li hanno comandati”.</p>



<p>È l&#8217;inizio delle rivolte, degli uomini che si ribellano a coloro che hanno dato il comando, gli ordini. Chi è al comando è ora pieno di angoscia e cerca la fuga. La ribellione eliminerà anche le spine più dure. Una volta avviato questo processo, la cosa è irreversibile e inarrestabile: “Bisogna pensare a quanto è stato fatto per costringere gli uomini all’obbedienza, a quante spine si sono accumulate in essi”.</p>



<p>E nel nostro caso sono tante.</p>



<p>*</p>



<p>Il re che dava ordini di morte ora viene ucciso.</p>



<p>Ma non bisogna arrivare per forza all’uccisione, bastano le proteste, che ovviamente possono diventare anche violente, è normale (come le sommosse di Black Lives Matter, come quelle di Napoli dei giorni scorsi).</p>



<p>I cittadini si ribellano perché hanno subito ordini troppo a lungo, e ora vogliono destituire il padrone. Non c&#8217;è altra scelta. Solo così la spina suprema viene rimossa. Anche se i ribelli non riescono a emanciparsi dalle spine e non ‘uccidono’ il re, <strong>la massa ricorda quel momento per sempre, quel momento di unione, perché in quel momento di massa sono stati liberi dalle spine, perciò continueranno ad anelare alla formazione di una nuova massa ribelle.</strong></p>



<p>*</p>



<p>Concludo con le parole di Canetti, quelle stesse parole che chiudono anche il capitolo <em>Il comando</em>. Parole importanti di cui fare tesoro: “Da qualunque parte lo si consideri, il comando nella sua forma compatta, compiuta, che oggi gli è propria dopo secoli di storia, è divenuto l’elemento singolo più pericoloso della vita collettiva degli uomini. <strong>Bisogna avere il coraggio di opporvisi e di spezzare la sua sovranità. Si devono trovare mezzi e vie per liberare da esso la maggior parte degli uomini. Non gli si può permettere altro che di scalfire la pelle.</strong> Le sue spine devono diventare solo più lappole di cui ci si sbarazza con un gesto”.</p>



<p><strong><em><a href="http://www.dejanirabada.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Dejanira Bada</a></em></strong></p>



<p><em>*In copertina: una immagine di Aleksandr Alexéieff</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/canetti-massa-potere-dejanira-bada/">“Bisogna avere il coraggio di spezzare la sua sovranità”. Il manuale per sopravvivere all’era del virus: “Massa e potere” di Elias Canetti</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Contro la scuola-mamma, buona&#038;giusta per decreto di Stato. Ovvero: Ideologia e Mitologia della scuola all’epoca del virus</title>
		<link>https://www.pangea.news/scuola-virus-liguori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2020 06:10:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[ideologia]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Liguori]]></category>
		<category><![CDATA[virus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo il lungo periodo di chiusura imposto dall’emergenza sanitaria di tipo virale, anche alle scuole è stato consentito di riprendere le attività. L’evento, come mai era successo prima, è stato accompagnato da un infantile entusiasmo ed è stato celebrato come una rinascita, un retour à la vie che soltanto qualche mese prima era da molti [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/scuola-virus-liguori/">Contro la scuola-mamma, buona&#038;giusta per decreto di Stato. Ovvero: Ideologia e Mitologia della scuola all’epoca del virus</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dopo il lungo periodo di chiusura imposto dall’emergenza sanitaria di tipo virale, anche alle scuole è stato consentito di riprendere le attività. L’evento, come mai era successo prima, è stato accompagnato da un infantile entusiasmo ed è stato celebrato come una rinascita, un <em>retour à la vie</em> che soltanto qualche mese prima era da molti considerato impensabile. Un girotondo felice di politici, dichiarazioni fatte con trasporto, sospiri di sollievo per attese finite sono stati il corollario di questo ritorno in classe preannunciato da tempo e voluto con determinazione. <strong>Eppure il sospetto che la fierezza di una tale decisione mascheri o sia nient’altro che l’apparato simbolico di quella narrazione ideologica che la scuola non smette di raccontarsi e di propagandare all’infinito, prende in me il sopravvento.</strong></p>



<p>*</p>



<p>Ma chiariamo subito alcuni punti. Primo, l’uso che qui si fa del termine <em>ideologia</em> non sottende nessun discorso di natura politica. Esso, invece, è utilizzato esclusivamente per dare un nome allo strumento di speculazione con cui si cercherà di analizzare il fenomeno che ci riguarda: la scuola. Secondo, l’<em>ideologia</em> è potenzialmente buona. Il che vale a dire che essa ha la sua forza nella persuasione, non nella costrizione. (Almeno all’inizio). <strong>Terzo, per funzionare, l’<em>ideologia</em> non deve necessariamente essere portatrice di verità ma avere dalla sua – come si è già detto – un registro del simbolico efficace e potente. </strong>Quarto e ultimo punto, l’<em>ideologia</em>, in quanto tale, è riconoscibile soltanto dal di fuori dell’apparato ideologico che la sostiene (infatti, come affermava Louis Althusser, <em>“l’ideologia è sempre quella altrui, mai la propria”</em>).</p>



<p>*</p>



<p>In concreto, dunque, un’ideologia va costruita sapientemente e messa alla prova dei fatti. Meno si ravvisano i suoi segni maggiore è il successo. Il metodo persuasivo che essa adopera fa sì che non appaia né costrittiva né repressiva come un potere autocratico. <strong>Ecco, è a questo meraviglioso apparato di illusioni che la scuola si è perennemente prestata senza riserve e senza opporre alcuna resistenza. Anzi, l’ideologia che la sostiene e che, in quanto “apparato ideologico di Stato” essa alimenta, vuole che la scuola <em>rappresenti la soluzione a ogni problema</em>, che essa <em>debba dare risposte</em> a qualsiasi emergenza (sociale, educativa, sanitaria…), che essa – <em>pour ansi dire</em> – <em>sia necessaria e buona, </em>sempre e comunque.</strong> Tuttavia il <em>bene</em> e la <em>necessità</em> che la scuola esibisce, e allo stesso tempo custodisce e protegge maternamente, sono perlopiù sconosciuti oppure si riducono alla solita solfa della formazione, dell’educazione o, peggio ancora, dell’istruzione. Elementi disciplinari che, anche loro, non c’è dubbio, hanno una forte carica simbolica: il presunto successo professionale, l’affermazione personale, la larvata possibilità di un avvenire, eccetera. Insomma, né più né meno che delle chimere.</p>



<p>*</p>



<p>Che persino gli studenti si siano fatti megafono di questa ideologia e pochi giorni fa abbiano manifestato – tale è il potere demagogico dell’ideologia – per una scuola accogliente, una scuola che li difenda (dal contagio virale, immagino) <strong>e li faccia sentire al sicuro <em>(“Tornare a scuola in sicurezza”</em> era uno degli slogan pitturati sugli striscioni) fa senza dubbio pensare che in realtà non vogliano una scuola ma una mamma</strong>, il seno abbondante di una balia, ossia nulla di diverso da quello che finora la scuola è stato per loro. Delle audaci contestazioni studentesche del passato, dunque, non è rimasto che un giulivo corteo di mammole.</p>



<p>*</p>



<p>Questa convinzione ideologica (ma potremmo dire anche <em>mitologica</em>), che spinge prevalentemente sulla capacità della scuola di offrire soluzioni a ogni problema, a ogni miseria umana, a ogni sventura e afflizione sociale, è ciò che l’ha resa irrimediabilmente vecchia, assolutamente materna e sussidiaria. Incapace di reagire criticamente alle trasformazioni e ai cambiamenti epocali,<strong> tutto quello di moderno che essa fa è imitare goffamente organizzazioni aziendali e processi manageriali dai quali però esclude a priori l’eventualità di un fallimento o di una bancarotta, l’infelice probabilità della non riuscita o dell’insuccesso.</strong></p>



<p>*</p>



<p>Diciamola tutta, l’ideologia crea inconscio. Oggi si arriva a scuola sapendo già cosa vi si troverà. Il bambino di pochi anni che vi mette piede per la prima volta è già sapientemente informato – potremmo dire <em>istruito</em> – su cosa la scuola gli insegnerà. E questo perché l’inconscia narrazione ideologica <em>sulla</em> e <em>della</em> scuola lo ha raggiunto ancor prima che egli ne abbia varcato i cancelli d’ingresso. L’ideologia agisce e funziona “a tempo pieno”, ovunque, dappertutto, epidemicamente. <strong>La scuola è <em>buona</em>, è <em>utile</em>, è <em>necessaria</em>, questo e nient’altro dice l’ideologia. (È il caso di ricordare che l’ultima riforma scolastica, nata già con i capelli bianchi, è stata chiamata <em>La buona scuola</em>?). </strong>Anche adesso che l’implacabile contagiosità del Sars-Cov-2 spaventa, preoccupa e aggredisce gran parte della popolazione mondiale, l’ideologia che gli si oppone spavaldamente – con la mascherina chirurgica calata sul volto! –&nbsp; è la sola, necessaria e altrettanto implacabile riapertura delle scuole. Più o meno come tirare sassi contro un drago. Non c’è una seria discussione che valuti l’opportunità di esporre all’evenienza di un contagio milioni di studenti, docenti e personale scolastico eppure c’è un solo coro e una sola melodia: riaprire le scuole è cosa buona e giusta, anzi, necessaria. Tutto qui.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Una scuola nuova, non ideologica né mitologica, dovrebbe cominciare a riflettere e valorizzare prima di tutto quell’immenso patrimonio culturale “non-necessario” e “inutile” che essa ha da offrire, dovrebbe riservarsi l’opportunità di tirarsi indietro e mettersi da parte di fronte a problemi e situazioni ai quali oggettivamente non può dare risposte o soluzioni.</strong> Una scuola nuova, non materna, dovrebbe cominciare a non essere più ausiliaria, accessoria, e contemplare, tra le varie possibilità, il proprio fallimento e la sua inidoneità. Una scuola nuova dovrebbe dire «Il re è nudo!» e smascherare l’ideologia. Il che significa rinunciare anche a quella strisciante presunzione di onnipotenza mettendo in bilancio, una buona volta, la perdita del primato educativo. La scuola non ha da esibire successi e medaglie, essa non può né deve supplire a funeste lacune e mancanze altrui. Ma mi rendo conto che la bolla ideologica è confortante e il mondo che si osserva dal suo interno è caleidoscopico e pieno di meraviglie.</p>



<p><strong><em>Vincenzo Liguori</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: una classe di bambini alle prese, nel 1935, con i gargarismi per prevenire l&#8217;influenza (la fotografia <a href="https://designyoutrust.com/2020/03/vintage-photos-captured-people-gargling-to-against-the-flu-from-the-early-20th-century/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">è tratta da qui)</a></em></p>
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		<title>“Il mondo non è mai stato così vivo come oggi che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo”. Ho deciso: passo le ferie con Guido Morselli</title>
		<link>https://www.pangea.news/morselli-mongelli-libro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Aug 2020 06:55:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Cosimo Mongelli]]></category>
		<category><![CDATA[Dissipatio H.G.]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Morselli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La notte, sovente, porta consiglio. A volte porta fantasmi attorno al mio letto, altre ancora incubi e sogni che si rincorrono. Altre ancora, più semplicemente, un temporale. Di quelli che sembrano voler lanciare un monito alla caducità umana. Di quelli che, in un torrido agosto, portano una parentesi di aria respirabile. Cosa c&#8217;è di meglio [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/morselli-mongelli-libro/">“Il mondo non è mai stato così vivo come oggi che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo”. Ho deciso: passo le ferie con Guido Morselli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La notte, sovente, porta consiglio. A volte porta fantasmi attorno al mio letto, altre ancora incubi e sogni che si rincorrono. Altre ancora, più semplicemente, un temporale.</strong> Di quelli che sembrano voler lanciare un monito alla caducità umana. Di quelli che, in un torrido agosto, portano una parentesi di aria respirabile. Cosa c&#8217;è di meglio quindi per un solitario, l&#8217;indomani, che prendere un libro tra le mani e sedersi su una panchina di un parco approfittando della frescura tregua? E, tra le mani, ho il libro adatto. <strong>Il libro perfetto: <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845906336" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Dissipatio H.G.</em></a> di <a href="http://www.pangea.news/guido-morselli-intervista-linda-terziroli/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Guido Morselli</a>. Perché è un libro di profezia e predizione. Un libro di verità e derisione.</strong> Derisione della razza che più si è messa in ridicolo, in questi mesi: quella umana.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-78954 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro-26-190x300.jpg" alt="" width="320" height="505" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro-26-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro-26.jpg 600w" sizes="(max-width: 320px) 100vw, 320px" />Non spreco il ticchettar dell&#8217;orologio per vergare strali filosofici o anatemi sul come, la razza umana, appunto, si sia trovata impreparata e ignorante al cospetto di un virus. Si sono affrontate (nonostante qui e lì si è udito qualche delirante ‘è peggio che’) pestilenze, conflitti e catastrofi imparagonabilmente peggiori. Ma se devo rammentare la peculiarità (sempre della razza umana) che più è risaltata in questo scorcio di tempo, è la presunzione. La presunzione che l&#8217;esser costretti tra le mura domestiche per qualche settimana fosse l&#8217;inizio della fine. Della fine del mondo. Quando invece, per il mondo e la natura lì fuori, era l&#8217;inizio. Un nuovo (anche se illusorio) inizio. Ed ecco qui, Guido Morselli, a raccontarcelo, a descriverlo in maniera magistrale. Il protagonista, unico rimasto dopo la dissoluzione della razza umana, contempla proprio la natura: “<em>Non cercata, ho una prova che l&#8217;Evento non è una chimera, un&#8217;invenzione mia. <strong>In mezzo ai binari vedo sfilare una famiglia di camosci. Due femmine, un maschio e i cuccioli. Scesi a valle dai monti. Mai accaduto a memoria d&#8217;uomo. Del resto ho notato qualche alto segno di buon auspicio: gli uccelli fanno un baccano indiavolato, si sono moltiplicati.</strong> Sono ricomparsi molto numerosi, con mio piacere perché li ho sempre apprezzati, in senso musicale, i notturni. Le strigi, i gufi, gli allocchi, e le civette, s&#8217;intende. L&#8217;istinto li avverte di una novità in cui certo non speravano; il grande Nemico si è ritirato. Non ci sono più i fumi nell&#8217;aria, a terra non ci sono più i puzzi e frastuoni. (O genti, volevate lottare contro l&#8217;inquinamento? semplice: bastava eliminare la razza inquinante). Può darsi che questo scorcio di primavera freddo, nebbioso, li incoraggi”. </em></p>
<p>*</p>
<p>Chi non coglie la verità, la bellezza, la saggezza, la summa del significato di questo nostro mondo in queste parole, la può forse intravedere in quelle seguenti o almeno farsi venire il dubbio. E chi disperava, non conoscendo e ignorando guerre e pesti passate, che costretti a rinunciare alla movida e all&#8217;aperitivo del sabato sera, ci saremmo presto estinti tracimando, con il mondo, verso la sua fine, può esser qui riassunto in maniera definitiva: <strong>“<em>La fine del mondo? Uno degli scherzi dell&#8217;antropocentrismo: descrivere la fine della specie come implicante la morte della natura vegetale e animale, la fine stessa della Terra. La caduta dei cieli.</em></strong><em> Non esiste escatologia che non consideri la permanenza dell&#8217;uomo come essenziale alla permanenza delle cose. Si ammette che le cose possano cominciare prima, ma non che possano finire dopo di noi. Il vecchio Montaigne, sedicente agnostico, si schierava coi dogmatici, coi teologi: ‘Ainsi fera la mort de toutes choses notre mort’. <strong>Andiamo, sapienti e presuntosi, vi date troppa importanza. Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro”.</strong></em></p>
<p>*</p>
<p>Finisco il libro, giusto il tempo per ripiombare nella realtà (quella appena descritta da Morselli: la razza umana dissolta), accorgermi di un tizio sulla panchina di fronte che parla a un orologio (non è una metafora) e un gruppo di ragazzi e ragazze che camminano non guardandosi e non parlandosi. Impegnati in altre e altrettanto alienanti occupazioni. <strong>Perché perdersi in queste sciocchezze da misantropo: è ora di andare in ferie. Il confinamento (gli anglicismi li lascio agli stolti) è finito giusto in tempo perché si potessero occupare spiagge, ristoranti giapponesi e locali da ballo. Il mio (confinamento) continua invece tra i libri.</strong> E non è affatto un vanto il mio, anzi, vi consiglio di starne alla larga sempre e comunque. Dai libri. Buone vacanze.</p>
<p><strong><em>Cosimo Mongelli</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Alfred Kowalski-Wierusz, &#8220;Il lupo&#8221;, 1914</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/morselli-mongelli-libro/">“Il mondo non è mai stato così vivo come oggi che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo”. Ho deciso: passo le ferie con Guido Morselli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<item>
		<title>“Dobbiamo ascoltare la nostra paura, trattarla con compassione e abbracciarla come faremmo con un bambino ferito”. Dialogo con Elisa Castiglioni: ha scritto una favola per vincere la quarantena</title>
		<link>https://www.pangea.news/castiglioni-giallo-primula-intervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2020 07:32:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Elisa Castiglioni]]></category>
		<category><![CDATA[Il Castoro]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Linda Terziroli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Siamo fiori dello stesso giardino”. Era scritta questa frase sul primo rifornimento di materiali sanitari spediti dalla Cina, nel cuore della pandemia. Me lo ricorda, per telefono, la scrittrice Elisa Castiglioni. Si occupa di narrativa per ragazzi, il suo romanzo La Ragazza che legge le nuvole (Castoro, 2012) ha vinto il premio Cento nel 2013 [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/castiglioni-giallo-primula-intervista/">“Dobbiamo ascoltare la nostra paura, trattarla con compassione e abbracciarla come faremmo con un bambino ferito”. Dialogo con Elisa Castiglioni: ha scritto una favola per vincere la quarantena</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Siamo fiori dello stesso giardino”. Era scritta questa frase sul primo rifornimento di materiali sanitari spediti dalla Cina, nel cuore della pandemia. Me lo ricorda, per telefono, la scrittrice <a href="https://editriceilcastoro.it/autori/elisa-castiglioni/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Elisa Castiglioni</a>.</strong> Si occupa di narrativa per ragazzi, il suo romanzo <em>La Ragazza che legge le nuvole </em>(Castoro, 2012) ha vinto il premio Cento nel 2013 e, qualche anno fa è stato pubblicato in Cina e, sempre con il Castoro, sono usciti <em>Le Stelle Brillano su Roma </em>e <em>Desideria, In Punta di Piedi sull’Orizzonte.</em> Proprio durante la quarantena, è nato il suo ultimo racconto <a href="https://editriceilcastoro.it/il-nostro-regalo-per-voi-giallo-primula-un-racconto-inedito-per-ragazzi-in-quarantena/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Giallo primula</em></strong></a>, pubblicato gratuitamente in ebook nei giorni più bui della quarantena.</p>
<p><strong>Quando mi parla di come è nato questo progetto, si commuove. E anch’io, devo ammetterlo, leggendo. “Le storie vanno scritte quando le parole non bastano” mi dice mentre mi spiega che, quest’anno, sarebbe andata proprio in Val Seriana.</strong> Gli incontri erano stati fissati per marzo. Avrebbe dovuto presentare <em>In punta di piedi sull’orizzonte</em>. E invece no. E invece è nata una cosa più grande, dall’amicizia con il Festival La Vallata dei Libri Bambini. Elisa Castiglioni sarebbe andata in quei luoghi, avrebbe partecipato al festival. Ma in quei giorni e, soprattutto, in quei luoghi, la situazione era più che drammatica. Elisa e l’organizzatore del festival hanno iniziano a sentirsi spesso. Lei gli chiedeva: “come stai?”. Quando, un giorno, lui le dice: “Non so più cosa dire ai miei figli”, nel cuore, Elisa sente un macigno. Anche lui ha due figli, gemelli, della stessa età – 13 anni – di Isabella, la figlia di Elisa. Affrontare questo tema con i ragazzi è difficile, già è stato difficile per noi elaborarlo, figuriamoci per loro, mi dice al telefono. Ma, poi, ad un tratto, Elisa si domanda: “Non sono un medico, un infermiere, un cassiere al supermercato, un fattorino. Insomma, un lavoratore essenziale. <strong>Tutti vorremmo fare qualcosa, grandi e piccoli. Ci siamo sentiti tutti schiacciati da una profonda solitudine. Che cosa posso fare io? Così ho deciso di scrivere una storia. Il potere delle storie è come quello delle favole; serve a rielaborare il vissuto.</strong> Così, ho parlato con la mia casa editrice, il Castoro, e loro hanno deciso di pubblicarlo gratuitamente in digitale”.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-78717 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro1-10-205x300.jpg" alt="" width="376" height="550" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro1-10-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro1-10-699x1024.jpg 699w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro1-10-768x1125.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro1-10-1048x1536.jpg 1048w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro1-10-1398x2048.jpg 1398w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro1-10-1320x1934.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro1-10.jpg 1701w" sizes="(max-width: 376px) 100vw, 376px" />Allora il digitale serve? Forse l’autrice, come la mamma di Nico, la prof del suo racconto, si è ricreduta. “Ho scoperto che puoi arrivare ai lettori immediatamente. Abbiamo lavorato, intensamente e poi, per Pasqua, il racconto è stato diffuso”. Insieme al disegno di sua figlia, i fiori di Isabella Giudici. “È stato un regalo anche per me e per mia figlia. Lei ha disegnato questi fiori, li ho fotografati e ho mandato la foto alla casa editrice. L’idea che, nel racconto scritto dal punto di vista di una ragazza, ci fosse un disegno di una ragazza della stessa età è piaciuta subito”.</p>
<p><strong>Che cosa è successo, dopo la pubblicazione? </strong></p>
<p>“Sono stata chiamata da diverse scuole di Italia, per cercare di capire, attraverso il racconto e collegamenti on line, quello che stavamo vivendo. Mi sono arrivate molte fotografie di fiori, di primule, da tutta Italia. Un messaggio di speranza”.</p>
<p><strong>Hai mai avuto paura? </strong></p>
<p>“Sì. Pratico da tempo yoga e meditazione e lo yoga ti insegna che a stare con quello che c’è e che devi trovare una posizione confortevole. Ci ho provato”.</p>
<p><strong>Com’è la situazione attuale dei ragazzi nella cosiddetta fase due? </strong></p>
<p>“È vero che non c’è una rete strutturata che può dare aiuto, ma ci sono molte persone che, anche in forma anonima, danno il proprio sostegno. È vero, questa situazione ha accentuato le fragilità, soprattutto di natura economica, ma è stato fatto del bene”.</p>
<p><strong>Che cosa pensi della riapertura delle scuole a settembre? </strong></p>
<p><strong>“Le scuole devono riaprire. Sono il fulcro della vita delle nostre bambine e dei nostri bambini, delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi. </strong>Questa emergenza sanitaria può essere l’opportunità per rivedere gli spazi e le metodologie di insegnamento, lo si è detto tante volte. Sicuramente la pandemia ci ha aiutato a distinguere quello che è essenziale da quello che non lo è. E la scuola è essenziale. Mettere al centro dell’insegnamento i ragazzi è essenziale. Il corpo accusa il colpo, i ragazzi sono curvi, soffrono fisicamente e devono curarsi l’anima”.</p>
<p><strong>Che cosa dovrebbero fare secondo te gli insegnanti a settembre, quali strumenti per elaborare la sofferenza? </strong></p>
<p>“Non possiamo aspettare settembre. La loro sofferenza va riconosciuta e ascoltata subito. Noi adulti dobbiamo aprirci alle loro emozioni, ai loro pensieri, alle loro paure. Forse non avremo sempre la risposta perfetta, ma il nostro ascolto profondo è già una prima risposta. <strong>Per quanto riguarda le attività scolastiche, scrivere è un ottimo strumento per elaborare quello che proviamo. È una forma di auto-terapia. Ma per essere davvero efficace la scrittura deve essere libera da vincoli e in questo caso anche da voti.</strong> Non ci deve essere un’ansia da prestazione, ma uno sguardo che accoglie e comprende. La lettura condivisa in classe è un altro modo per aprire il confronto e stimolare il dialogo, scegliendo testi adatti all’argomento. Infine credo che sia importante ritornare a usare le mani per creare attraverso laboratori artistici espressivi. Dopo tanta, troppa ma necessaria tecnologia, <strong>c’è la necessità di tornare alle cose reali, semplici, concrete. Questo aiuterà la mente ad alleggerirsi. Ma anche il corpo va curato. Questi corpi che sono stati a lungo fermi, curvi, contratti.</strong> Credo che potrebbe essere una buona idea ripensare alle lezioni di educazioni fisica, inserendo, perché no, anche momenti di partica dello yoga e della meditazione. Molte scuole già lo fanno e testimoniano grandi benefici”.</p>
<p><strong>E i genitori, invece, quali consigli ti senti di dar loro? </strong></p>
<p>“Penso che resti fondamentale riconoscere la sofferenza dei nostri figli e aprirci ad essa senza sminuirla, senza giudicarla, senza fretta di dare consigli ma ascoltando in profondità. Oltre le parole che dicono. Credo che sia essenziale trovare il tempo per stare con loro (e esserci davvero nel qui e ora e non sono in apparenza mentre si è distratti dalle nostre preoccupazioni), stare il più possibile nella natura, e aiutarli a rivedere gli amici, a fare sport. Credo che la chiave per affrontare questo momento di enorme difficoltà sia la compassione. <strong>E per compassione intendo non l’avere pena per gli altri e se stessi, ma il com-patire nel senso di <em>sentire con </em>l’altro (Karuna in sanscrito) perché davvero siamo fiori di uno stesso giardino.</strong> Il mio bene inizia dove inizia il tuo. E viceversa”.</p>
<p><strong>Nico nella tua storia si costruisce una tana dove leggere e, soprattutto, disegnare. Come si può vincere la paura di uscire dal nido? </strong></p>
<p>“Nella storia, Nico prende rifugio nell’arte. <strong>Nella tradizione buddista prendere rifugio è una pratica importante per proteggersi e prendersi cura di sé. Ma è una situazione temporanea. Poi si deve uscire fuori e affrontare la realtà, nutriti e rinforzati si dovrebbe essere nella condizione di migliorarla.</strong> Di alleggerire la sofferenza propria e degli altri. Credo che il primo passo per vincere la paura sia ascoltarla, accettarla con compassione e non rifiutandola come qualcosa di negativo e scomodo. Quella paura fa parte di noi. Se la rifiutiamo, rifiutiamo noi stessi. Quando abbiamo paura, noi siamo la nostra paura (e questo vale anche per la rabbia, il dolore e le emozioni che proviamo). <strong>Dobbiamo ascoltare la nostra paura, trattarla con compassione e abbracciarla come faremmo con un bambino ferito.</strong> <strong>Una volta che l’abbiamo accettata, si indebolirà. </strong>Viviamo in una società che ci ha inculcato il valore d’essere forti. Essere forti per me non significa non aver paura, ma accettare le proprie paure e vederle per quelle che sono. Una volta che lo si fa il fantasma che tanto ci spaventava diventa l’ombra dell’abatjour che teniamo sul comodino. Credo anche che se siamo consapevoli che la vita è un dono e che ogni istante è regalato, riusciamo a vivere davvero nel presente e la paura di quello che sarà passa. Vivere nel presente non significa non prepararsi per il futuro. Tutt’altro. Perché solo se viviamo bene, con consapevolezza, il nostro presente potremo avere un buon futuro. Un antico proverbio zen dice che non si deve avere paura della morte, sennò si ha paura della vita”.</p>
<p><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Elisa Castiglioni (la fotografia <a href="https://editriceilcastoro.it/autori/elisa-castiglioni/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">è tratta da qui)</a></em></p>
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		<item>
		<title>Ma io chi sono? Dal “distanziamento sociale” al prendere le distanze dalla società</title>
		<link>https://www.pangea.news/distanziamento-sociale-storia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2020 04:49:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Canetti]]></category>
		<category><![CDATA[distanziamento sociale]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[The Point]]></category>
		<category><![CDATA[virus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi ci tocca ci priva della personalità, invade lo spazio privato, offende. Chi tocca, finisce per ferire. * Eppure, esistiamo finché qualcuno ci esprime, toccandoci, dando vita ai nostri limiti – il corpo è sconfinato se chi lo ha messo al mondo non lo mette nel rettangolo di una culla. Si entra in una comunità [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Chi ci tocca ci priva della personalità, invade lo spazio privato, offende. Chi tocca, finisce per ferire.</p>
<p>*</p>
<p>Eppure, esistiamo finché qualcuno ci esprime, toccandoci, dando vita ai nostri limiti – il corpo è sconfinato se chi lo ha messo al mondo non lo mette nel rettangolo di una culla. <strong>Si entra in una comunità per battesimo, certi del compito di diventare acqua – ma stiamo sempre sulla riva del fiume: ad ammirare il cadavere del nostro nemico, oppure, assisi sul Gange, a ragionare sulle rovine rapinose d’Occidente,</strong> come fa il poeta della <em>Terra desolata</em>.</p>
<p>*</p>
<p>Tutto, nell’uomo, nasce per difendersi dalle forze contrarie, dalla natura “matrigna” (Leopardi: “Il nascere istesso dell’uomo, cioè il cominciamento della sua vita, è un pericolo della vita… Oh, infinita vanità del vero!”), dai propri simili, in realtà dissimili – non è raro trovare affinità con gli altri esseri rispetto all’uomo. Tutto è contrario all’esistenza individuale. <strong>Unghie, denti, mani: armi che tengono a distanza il prossimo, fino al morso. Con le mani afferro un bastone, costruisco una casa. La casa, in effetti, può essere spazio per l’ospite – resta, comunque, uno spazio privato.</strong> Da difendere fino alla morte dagli estranei. (Porre la differenza tra altro ed estraneo; tra l’estraneità dell’uomo e la stranezza del dio).</p>
<p>*</p>
<p>Privato dalla propria sede celeste, caduto al mondo, l’uomo se ne appropria, privando gli altri – chiunque – dello spazio che definisce proprio. Chi entra in casa vostra senza permesso è come se invadesse la vostra testa: lo cacciate.</p>
<p>*</p>
<p>Tra proprio e appropriato: lì bisogna insinuarsi. Tra distanza e prendere le distanze.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Monoteisti, monogami, monadi, monaci, monomaniaci. Siamo uno, siamo unici e perciò soli, <em>mono</em>, <em>monos</em>. Certo: monotoni, a volte. Tutto è uno, un attimo, accade una volta sola</strong> – ciò che ritorna non è una replica del trascorso. “Dal momento in cui apre gli occhi alla luce, l’uomo, trovandosi buttato a caso tra tutte le altre cose del mondo, cerca di trovare <em>se stesso</em> e di conquistare <em>se stesso</em> emergendo dal loro groviglio. Ma tutto ciò che il bambino tocca si ribella alla sua stretta e afferma la propria esistenza. Perciò la <em>lotta</em> per l’autoaffermazione è inevitabile, perché ogni cosa <em>tiene a se stessa</em> e nello stesso tempo si scontra continuamente con altre cose”: questo è il principio, folgorante, de <em>L’unico e la sua proprietà</em> di Max Stirner.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Quando si parla di “distanziamento sociale” si dimentica – volutamente – che la “società”, di per sé, non esiste, è un coagulo caotico,</strong> e che l’uomo, il singolo, esiste come “distanza” dal resto. Quando prende un modello, per imparare a vivere, lo imita fino a mangiarlo, a ucciderlo. Di uno non esiste il doppio: le copie sono orribili, provocano risposta di distruzione. Non vogliamo mai una fotocopia ma l’originale.</p>
<p>*</p>
<p>Da “gruppo” a “società”: una famiglia può essere in lotta con un’altra, un paese con quello vicino – l’appartenenza, di solito, è apparente, parziale.</p>
<p>*</p>
<p>D’altronde, l’arte occidentale eccelle nel ritratto: dal viso del Figlio si è passati a ritrarre quello dell’uomo. I tratti somatici vengono dipinti per l’eternità, sono sguardi proiettati in un futuro – perché la ‘proprietà’ prima, il corpo, resista alla morte. <strong>Il ritratto triplo di Carlo I Stuart ad opera di Antoon van Dyck, triplica la proprietà del potere.</strong></p>
<p>*</p>
<p><strong>Sulla rivista “The Point” Corina Stan scrive una vasta articolessa, <a href="https://thepointmag.com/examined-life/between-us/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Between Us</em></a></strong>, tratteggiando una<em> history of social distance</em>. “Quando vai a letto, alla fine di una giornata popolata da scarse persone reali ma traboccante di sagome astratte, di profili digitali – che hanno perso il lavoro, che non hanno potuto dire addio ai propri cari, che ti salutano da uno schermo – che cosa sei, chi sei?&#8230; Cosa siamo senza la presenza elettrizzante di una folla, in cui ci si dissolve, dentro uno stadio in cui centinaia o migliaia di sguardi sono concentrati su un pallone, o in una sala da concerto in cui i presenti si conformano al ritmo di una esibizione?”, scrive. <strong>Che differenza c’è tra corpo “sociale” e corpo individuale? </strong>Per alcuni, è necessario che questa differenza si assottigli nello zero (uomini mutati in “massa elettorale” o in “massa rivoluzionaria”; in massa di acquirenti, in massa di assetati di potere). Già San Paolo distingue tra il corpo dei fedeli, il corpo della Chiesa, e il singolo (“Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito”, <em>1 Cor</em> 12, 12-13). Si è battezzati perché, insieme, diventiamo fiume, distinti ma indistinguibili.</p>
<p>*</p>
<p>Corina Stan cita <a href="http://www.pangea.news/elias-canetti-ritratto-testi/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Elias Canetti</a>: nel 1960, con <em>Massa e potere</em>, il tema è quello, fin da subito. <strong>“Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto. Vogliamo vedere ciò che si protende dietro di noi: vogliamo conoscerlo e classificarlo. Dovunque, l’uomo evita di essere toccato da ciò che gli è estraneo”, attacca Canetti. </strong>Dio è intoccabile – se tocca, uccide. Allo stesso modo, cercando di replicarne gli attributi, il re si cela alla vista dei sudditi: propala la morte o la pietà per voce, come se la voce fosse una mano, un esercito. Ordina di uccidere, e qualcuno adempie il suo ordine. Non si fa toccare perché tutto è pericoloso, contagioso, e il corpo del re è sacro. Piuttosto, quando il re taumaturgo tocca il malato costui può salvarsi.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Il corpo sacro non si tocca – come quello malato.</strong> Entrambi stanno in luoghi alieni all’uomo: solo gli accolti o gli accoliti possono dotarli di cibo. Uno ha parole che orientano la vita, l’altro porta la morte. Santo e lebbroso sono uno.</p>
<p>*</p>
<p>&#8220;In una stanza straniera, svuoti te stesso prima di dormire. Prima di svuotarti, sei qualcuno. Quando ti sei svuotato, e dormi, non lo sei. Nel pieno del sonno, non sei mai stato&#8221;, William Faulkner.</p>
<p>*</p>
<p>Il rapporto tra io e Dio è contrario rispetto a quello costruito dall’ego con la società divinizzata. Nel primo caso, conta la soppressione della proprietà e del proprio – dalla casa privata al monastero, al deserto; dal nome proprio all’assenza di nome; dai vestiti che distinguono uno stile alla tonaca, lo straccio, che sanciscono una obbedienza; dal sesso che edifica il corpo alla rinuncia, il dono del corpo. Nel secondo caso, è necessaria l’esaltazione di sé (già, ma quale dei molteplici sé?), affinché gli altri se ne accorgano, per la conseguente conquista di apprezzamenti e maldicenze (mercimonio di fragilità che Cioran descrive, raccontando il Settecento francese, in <em>Antologia del ritratto</em>). <strong>Tra egotismo e monachesimo: il barlume di una piuma, l’ombra del puma.</strong></p>
<p>*</p>
<p>Concediamo la ‘prossimità’ a pochissimi, solo i vicini ci sono prossimi. <strong>Se ‘il prossimo’ è tutta l’umanità, beh, ci sembra di approssimare il concetto all’indifferenza suprema, a una compassione priva di sangue, a una definizione astratta, come se l’uomo fosse un principio geometrico, organizzato.</strong> Si muore per uno o per Dio, non per tutti – si muore, semmai, per un’idea.</p>
<p>*</p>
<p>Più che il “distanziamento sociale”… dovremmo prendere le distanze dalla società: <strong>una massa – che sia di uomini in festa o in rivolta – ha un unico viso, di solito feroce, e sta insieme per ottenere l’ottundimento dell’individuo (credendo, va da sé, ciascun membro della massa, di avere una individualità spiccata).</strong> Un uomo è qualcuno che puoi amare, che puoi sfidare a duello, a cui prendere le misure per simulare l’assalto o l’abbraccio. Dalla distanza, allora, passeremo a una stanza, dove è bello discorrere non per capirsi, ma per dare fuoco ai verbi. (d.b.)</p>
<p>*<em>In copertina: Martin Schongauer, &#8220;Le tentazioni di Sant&#8217;Antonio&#8221;, 1490 circa </em></p>
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		<title>“Neppure un saluto ai morti. Le tombe sono gelide lastre di marmo, loculi inarrivabili”. La pandemia, il pipistrello, Henry de Montherlant e una donna bellissima, a Cartagena, che leggeva Nicolás Gómez Dávila. Un libro di Gennaro Malgieri</title>
		<link>https://www.pangea.news/malgieri-covid-terziroli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2020 07:53:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[covid]]></category>
		<category><![CDATA[Gennaro Malgieri]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Linda Terziroli]]></category>
		<category><![CDATA[pipistrello]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Se la natura avesse destinato l’essere umano al pensare, non gli avrebbe dato gli orecchi, o almeno li avrebbe muniti di chiusure ermetiche, come ha fatto con i pipistrelli”. Prende le mosse (e il titolo) da una citazione di Arthur Schopenhauer il volume Sotto il segno del pipistrello. Dentro la pandemia. Un diario (edito da fergen) [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/malgieri-covid-terziroli/">“Neppure un saluto ai morti. Le tombe sono gelide lastre di marmo, loculi inarrivabili”. La pandemia, il pipistrello, Henry de Montherlant e una donna bellissima, a Cartagena, che leggeva Nicolás Gómez Dávila. Un libro di Gennaro Malgieri</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Se la natura avesse destinato l’essere umano al pensare, non gli avrebbe dato gli orecchi, o almeno li avrebbe muniti di chiusure ermetiche, come ha fatto con i pipistrelli”. Prende le mosse (e il titolo) da una citazione di Arthur Schopenhauer il volume <a href="https://www.ibs.it/sotto-segno-del-pipistrello-dentro-libro-gennaro-malgieri/e/9788898509270" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Sotto il segno del pipistrello. Dentro la pandemia. Un diario</em> </a></strong>(edito da fergen) del giornalista e saggista di lungo corso <strong>Gennaro Malgieri</strong>. Un diario che nasce, giorno dopo giorno, prima e durante la quarantena, attraversa il cuore della pandemia da gennaio a maggio 2020. Un libro necessario come una carezza e spietato come un pugno perché ci fa tornare, con gli occhi e con il cuore ferito, alle settimane appena fuggite. Srotolando, con scrupolosità e delicatezza, tutti i dati e le vicende che abbiamo vissuto e che, sotto sotto, un po’ ci siamo dimenticati. Da quel 31 dicembre 2019, quando le autorità cinesi comunicano all’OMS che “una sconosciuta tipologia di Sars, simile alla polmonite, si è diffusa nella metropoli di Wuhan, polo logistico e industriale, dove si sperimentano innovazioni tecnologiche e scientifiche di alto livello, compreso un laboratorio dove si studiano i virus più pericolosi per l’umanità”.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-77567 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro-183x300.jpg" alt="" width="279" height="457" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro.jpg 337w" sizes="(max-width: 279px) 100vw, 279px" />Malgieri non è nuovo alla scrittura diaristica dato che uno zibaldone lo scrive da quasi tutta la vita. “</strong><strong>Dall’età di 16 anni, quindi mezzo secolo – mi spiega per telefono – tengo un diario (con qualche salto) unito a taccuini di incontri, viaggi e curiosità letterarie e artistiche (oltre ad aver scritto dal 1969 migliaia di articoli per cinquantasette testate)”.</strong> Così, dal diario che per tre mesi ha dedicato alla pandemia del Covid, è venuto fuori questo libro, mentre stanno per essere pubblicati altri suoi <em>cahier</em>, frutto di colloqui-interviste con Freund, Bardèche, Gregor, Jünger, Siniavskij, de Benoist, de Tejada, Horia, Paratore, corredati da un saggio sulla cultura e la libertà. La libertà, appunto. Il libro di Malgieri ci fa ripiombare, giorno dopo giorno, nell’inconsapevolezza dei primi tempi, fin dentro alla percezione della cecità insensata di certi politici e governanti, fino al sacrificio della vita stessa di migliaia di italiani che sono stati uccisi dal coronavirus nell’esplosione della primavera di quest’anno e alla privazione della libertà che ha coinvolto e sconvolto tutto il paese, per questioni sanitarie. A causa dell’<em>alieno invisibile</em>, come Malgieri definisce questa pestilenza moderna. Facciamo così i conti con la brevità della vita umana, con un destino spietato, con le nostre stesse fragilità e abbiamo il privilegio, o la sfortuna, di rivedere le nostre esistenze.</p>
<p>*</p>
<p><strong>“Il Destino ha scelto questo tempo per piazzare un colpo micidiale nel cuore dell’umanità. L’umanità si è scoperta fragile, impotente, impaurita. È come se le avessero tolto la certezza dell’immortalità. Un tragico e grottesco gioco. Anche a me è stato tolto qualcosa. Non tanto la libertà di movimento, bensì il coraggio di affrontare la vita che mi resta.</strong> È come se mi sentissi precario al punto di vedere la fine più vicina. Mi è sembrato di sentire attorno a me una sgradevole nenia che in ogni ora del giorno mi dice che il cerchio si sta stringendo”. Non è forse quello che nei mesi scorsi abbiamo provato? Malgieri ha il coraggio di pubblicare quella scomoda verità che, nei giorni più bui di quest’anno, faticavamo ad ammettere: i bollettini di guerra, le immagini sempre più impietose, i fiumi di parole da cui disperatamente aspettavamo un timido conforto costituivano una grandinata di proiettili sulle nostre fragili esistenze.</p>
<p>*</p>
<p>E ancora: “Consulto quotidianamente le cifre dei contagiati, dei morti e dei guariti. La partita la sta vincendo l’alieno invisibile. E quando mi rendo conto che non posso più stringere la mano a nessuno, non posso abbracciare e baciare chi voglio bene, non posso concedermi affettuosità di alcun tipo perché invisibili microbi potrebbero infettarmi o potrei essere io ad infettare gli altri, il vuoto mi attanaglia imprigionandomi in una corazza che mi soffoca, ma non mi uccide”.</p>
<p>*</p>
<p>Cosa abbiamo fatto chiusi in casa? Prendi, ad esempio, <strong>il 16 aprile: “Domenica in compagnia del coronavirus. Fuori la primavera sembra esplodere. Dentro il freddo avvolge perfino i pensieri. Mi aggiro tra i libri. Leggo, mi annoio, appunto qualcosa. Viaggio come Xavier de Maistre intorno al mio salotto”. È, forse, l’occasione perduta per tuffarsi nella biblioteca. “Rileggo <em>Port-Royal</em> di Henry de Montherlant. Un libro di rara bellezza che esalta il genio estetico e narrativo del grande scrittore francese, suicida nel 1972, le cui ceneri vennero sparse dalle mani amorevoli di Gabriel Matzneff, a Roma, nei dintorni del Tempio della Fortuna Virile”.</strong> Il lontano ricordo del cimitero dei vialetti ombrosi e le umide foglie di Père-Lachaise, dove Malgieri ama passeggiare, mentre guarda il parco sotto casa, insolitamente deserto. “L’effimero è qui, incrostato alla pelle alle pareti ai libri ai ricordi alle lacrime alle nostalgie. Solo l’oblio è eterno. Ascolto la <em>Sonata numero due in Si bemolle maggiore</em> di Sergei Rachmaninov, eseguita dall’incantevole ‘amica dei lupi’ Hélène Grimaud”.</p>
<p>*</p>
<p>E lo sguardo corre ai nostri di cimiteri, inaccessibili. I morti senza una benedizione, orfani di un funerale. <strong>Ricordare è necessario. “Neppure un saluto ai morti. Le tombe sono gelide lastre di marmo, loculi inarrivabili. Estraniazione mortuaria. La civiltà finisce dove comincia la decadenza dei luoghi nei quali si preservava l’eterno. Oggi non possiamo dire addio più a nessuno. Né pregare”.</strong> Il pensiero, inevitabilmente, corre al passato, agli amori sbocciati e a quelli che non hanno vissuto che un momento, alle <em>emozioni perdute</em> che saranno ricordate per sempre. Nella lontana e sensuale Colombia. “A Cartagena de Indias mi sarei potuto innamorare. E mi resta nel cuore il sorriso di una ragazza al Camino Real. Le sue mani lunghe leggere ambrate. I suoi occhi luminosi, verdi, appena allungati. I capelli neri e lunghi che facevano da cornice ad un volto regolare dagli zigomi pronunciati. <strong>Mi accompagnò in una piccola libreria, quasi uno scantinato, dove trovai faticosamente tutti i libri di Nicolás Gómez Dávila. E mi chiese perché amassi quel colombiano che nessuno conosceva. Era bellissima, inarrivabile, intoccabile come un dipinto che non sfiori neppure se lo ami, Blanca”.</strong> E l’amore perduto diventa metafora di una vita in cui, come annota Ernst Jünger, “la felicità ci viene concessa solo fugacemente” e “viviamo in un mondo senza pace”. La bella Blanca dagli occhi ridenti leggeva, allora, ad un giovane studioso italiano, una pagina di Dàvila: “L’adolescenza ottiene senza desiderare; la giovinezza desidera e ottiene; la vecchiaia comincia desiderando senza ottenere e finisce desiderando desiderare”.</p>
<p><em><strong>Linda Terziroli</strong></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/malgieri-covid-terziroli/">“Neppure un saluto ai morti. Le tombe sono gelide lastre di marmo, loculi inarrivabili”. La pandemia, il pipistrello, Henry de Montherlant e una donna bellissima, a Cartagena, che leggeva Nicolás Gómez Dávila. Un libro di Gennaro Malgieri</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Nel progettare una casa, una città, bisogna partire dalla vita e dalla morte, non dalla cultura, dall’ideologia”. Abitare al tempo del virus: il pensiero di un architetto poeta</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jun 2020 07:55:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per abitare la casa, il mondo, dobbiamo prima imparare ad abitare noi stessi accettando ciò che è intorno a noi, dentro di noi. Se vedo un ragno in casa, lo schiaccio, o penso che sia fratello ragno? Lo riconosco nella sua bellezza, lo accompagno dolcemente fuori dalla finestra o addirittura godo dei suoi servigi di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/casa-bauhaus-mariani/">“Nel progettare una casa, una città, bisogna partire dalla vita e dalla morte, non dalla cultura, dall’ideologia”. Abitare al tempo del virus: il pensiero di un architetto poeta</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Per abitare la casa, il mondo, dobbiamo prima imparare ad abitare noi stessi accettando ciò che è intorno a noi, dentro di noi. <strong>Se vedo un ragno in casa, lo schiaccio, o penso che sia fratello ragno? Lo riconosco nella sua bellezza, lo accompagno dolcemente fuori dalla finestra o addirittura godo dei suoi servigi di “assassino” di zanzare? </strong>Sto un po’ scherzando, ma per quanto si possa cercare di avvicinarsi agli ideali di un Santo, alla fine da esseri egoisti ed opportunisti quali siamo, stringiamo subito alleanze per distruggere un comune nemico: la zanzara!</p>
<p>*</p>
<p><strong>Abitare significa aver cura delle cose (alleati compresi), allora si abita veramente solo se si intrattiene con il mondo, con le cose, un rapporto essenziale, contrapposto al rapporto strumentale che usa e manipola il mondo.</strong> “Chi abita nel senso essenziale salva e non sfrutta la propria dimora, conserva il dispiegarsi degli eventi, senza stravolgerne il corso, si mantiene aperto all’appello dell’essere senza imporre a esso un senso umano, troppo umano, e in questo dispiega la propria essenza di mortale, come di colui che è capace della propria morte, perché abitare è un soggiornare presso le cose”, scrive Heidegger.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-77012 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/1_D_7Up28MIHsNGSg5b-dpLw-300x130.jpg" alt="" width="799" height="346" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/1_D_7Up28MIHsNGSg5b-dpLw-300x130.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/1_D_7Up28MIHsNGSg5b-dpLw-768x333.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/1_D_7Up28MIHsNGSg5b-dpLw.jpg 1000w" sizes="(max-width: 799px) 100vw, 799px" />Chi sa guardare al mondo con occhi poetici, sa vivere poeticamente la propria casa e cogliere nel suo ossidarsi l’eterna bellezza della vita che si trasforma, muore e risorge ogni giorno, così come fa il sole. <strong>Ad un monaco di clausura basta guardare come cambia la luce sulla parete bianca di calce della propria cella, o osservare il lento lavorio di una muffa su un angolo umido della parete</strong>, l’avanzare screziato della ruggine su una maniglia di ferro, per mettere le ali alla stanza e volare nell’universo alla ricerca di Dio.</p>
<p>*</p>
<p>Il lockdown che la pandemia ha determinato, ci ha insegnato a scoprire i segreti del mondo senza prendere istericamente voli low cost sulla base di offerte economiche assurde (volo a poche decine di euro), ma ripartendo da noi stessi, dalle nostre case, dai nostri affetti, dai nostri morti vorrei dire, ma non è stato così. Però, anche sotto questo aspetto forse il virus ci ha insegnato qualcosa. L’impossibilità di dare degna sepoltura ai morti, con una cerimonia e un ultimo saluto ci ha fatto capire quanto la nostra società non sia più in grado di parlare della morte come della vita, perché ne abbiamo paura. <strong>Siamo terrorizzati dall’inevitabile ossidazione dei corpi, non ci vogliamo vedere invecchiare, così come non vogliamo vedere invecchiare le nostre case con noi.</strong> Cerchiamo allora materiali inossidabili per le case, che non necessitano di manutenzione per non perdere tempo nel curare qualcosa che non abitiamo più, perché cerchiamo la felicità fuori, altrove, dove?</p>
<p>*</p>
<p>Così accade con i nostri cari, non abbiamo più tempo per assistere i vecchi perché non troviamo il tempo per curarli per amarli per “Abitarli”. <strong>Nelle nostre case non c’è spazio per un altare dei ricordi, per gli oggetti della memoria perché non in linea con una asettica ed impersonale visone estetica</strong>, superficiale della casa che non prevede ragnatele, ragni, un po’ di polvere, la vita che scorre.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-77013 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/bauhaus-schema-corsi-300x300.jpg" alt="" width="456" height="456" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/bauhaus-schema-corsi-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/bauhaus-schema-corsi-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/bauhaus-schema-corsi-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/bauhaus-schema-corsi-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/bauhaus-schema-corsi.jpg 980w" sizes="(max-width: 456px) 100vw, 456px" />Anche su di noi, agiamo con tatuaggi, lifting, per combattere ad ogni costo il tempo che scorre. <strong>Una civiltà di persone che non vogliono morire, che desiderano più di ogni altra cosa apparire più giovani nel fisico, che non coltivano la mente, preferiscono l’erba sintetica al prato vero, il finto legno al legno</strong>, che deve sembrare legno, perché privi di una cultura dell’estetica della bellezza, animati solo da un desiderio di ordine stabile dettato dai luoghi comuni.</p>
<p>*</p>
<p>Oggi Matera e i suoi sassi, reduci da un anno da <em>capitale mondiale della cultura</em>, sono al centro dello sguardo del mondo, quello radical chic in particolare. Da alcuni anni “La città dei sassi” rimasta disabitata per decenni, è al cuore di una rinascita. <strong>Nei suoi antichi insediamenti ci sono oggi hotel a 5 stelle che vendono a prezzi altissimi l’esperienza di dormire lussuosamente in un sasso (grotta), ristoranti, gallerie d’arte, negozi di artigianato tipico.</strong> L’unicità, la bellezza che toglie letteralmente il fiato (siete mai giunti a Matera al tramonto?) di un paesaggio naturale-artificiale creato in modo spontaneo da millenni di simbiosi uomo-natura, ha commosso e conquistato il mondo.</p>
<p>*</p>
<p><strong>La civiltà contadina che ha abitato i sassi dalla preistoria, ed è stata forzatamente resa felice dalla “vera” civiltà nel dopoguerra, avrebbe dovuto essere studiata meglio senza i paraocchi dei pregiudizi e dell’ideologia.</strong> La “legge speciale per lo sfollamento dei sassi” emanata nel primo dopoguerra, ha fallito miseramente e ciò che fu etichettato come una vergogna oggi è l’eccellenza di un territorio. I quartieri costruiti nella città del <em>piano</em> sono invece in degrado e scarsamente abitati. Nel progettare una casa, una città, bisogna partire dalla vita e dalla morte, non dalla sua schematizzazione-ideologizzazione.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Ad esempio il sogno del Bauhaus, che nel nome di un nuovo design, per il popolo, di un nuovo mondo, alla fine divenne simbolo dell’aristocrazia e dell’alta borghesia</strong>, antiche, ma che oggi potremmo definire radical-chic. Il “popolo” non desiderava altro che i mobili Biedermeier, simbolo della scalata sociale avvenuta.</p>
<p>*</p>
<p>La stessa cosa accadde all’architettura, con il linguaggio universale democratico e privo di orpelli proposto dal “movimento moderno”, che prese nel mondo derive terrificanti. Pensiamo alle nostre bruttissime periferie, alle case popolari (chi ci vive è già etichettato <em>di default</em>), <strong>nascono tutte dalla interpretazione distorta del movimento moderno che presupponeva, per essere replicato, di una cultura da intellettuale e non da geometra (con tutto il rispetto per la categoria).</strong></p>
<p>*</p>
<p>La cultura, ovvero la ricerca della supremazia di una <em>certa</em> cultura, che prevede molta catechesi e poco ascolto, ecco la probabile causa di tutti i fallimenti sopra citati. <strong>Quando si astrae un pensiero, lo si concettualizza e poi si ha la pretesa di calarlo dall’alto come lo spirito santo su persone occupate a sopravvive, c’è qualcosa che non torna.</strong> La casa non è il soddisfacimento ideologico di una teoria. La casa è il nido della nostra individualità, al massimo del gruppo ristretto e complice della nostra famiglia.</p>
<p>*</p>
<p><strong>È, da noi, dalla nostra casa, dai nostri affetti, che parte la costruzione della città della civiltà, non il contrario. Noi siamo parte del tutto ed ogni nostra azione singolare privata, si riflette sul plurale sul pubblico<em>,</em></strong> perché noi non siamo nel modo, noi siamo parte del mondo, abitando noi stessi, la casa, la morte, abitiamo il mondo, coronavirus compreso.</p>
<p>*</p>
<p>Al termine della videochiamata, il prof. Parini si congeda da me con la sua abituale frase: “Fabio ricordati di cancellare tutto quello che ci siamo detti perché sono solo supposizioni”. Io dico: <em>idem</em>.</p>
<p><strong><em>Fabio Mariani</em></strong></p>
<p><em>(fine; la prima parte <a href="http://www.pangea.news/abitare-virus-fabio-mariani/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">la leggete qui)</a></em></p>
<p>*<em>In copertina: 1926, una donna indossa una maschera di Oskar Schlemmer, su una sedia Wassily di Marcel Breuer, icona del Bauhaus</em></p>
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		<item>
		<title>Abitare al tempo del “fratello virus”. Da Le Corbusier ai Sassi di Matera: contro la felicità imposta per vezzo ideologico. Considerazioni di un architetto dell’esistere</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Jun 2020 12:10:21 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
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		<category><![CDATA[Fabio Mariani]]></category>
		<category><![CDATA[Heidegger]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qualche tempo fa ho fatto una video chiamata con il professor Pino Parini. Mi ha accolto dicendomi: “il tuo autoritratto, la tua casa”, citando il mio libro La casa come ritratto. Professore di estetica, esperto di cibernetica, formatosi alla corte di Silvio Ceccato, e amico nel primo dopoguerra del giovane Fontana (il pittore degli squarci) [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/abitare-virus-fabio-mariani/">Abitare al tempo del “fratello virus”. Da Le Corbusier ai Sassi di Matera: contro la felicità imposta per vezzo ideologico. Considerazioni di un architetto dell’esistere</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche tempo fa ho fatto una video chiamata con il professor <a href="http://www.riminiduepuntozero.it/bisogna-avere-il-coraggio-di-azzerare-tutto/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Pino Parini</a>. Mi ha accolto dicendomi: “il tuo autoritratto, la tua casa”, citando il mio libro <a href="http://www.meltemieditore.it/catalogo/la-casa-ritratto/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>La casa come ritratto</em></a>. <strong>Professore di estetica, esperto di cibernetica, formatosi alla corte di Silvio Ceccato, e amico nel primo dopoguerra del giovane Fontana (il pittore degli squarci) dall’altezza dei suoi 95 anni di studi e ricerche continue</strong> (legge ancora una decina di libri contemporaneamente), nel monitor del computer mi è apparso come uno spirito, un’immagine sfuocata fatta di conoscenza e memoria.</p>
<p>*</p>
<p>Un dialogo con lui è come un giro sulle montagne russe del pensiero umano, sulla ricerca della verità, della realtà, dalla<em> scuola operativa</em> al <em>costruttivismo radicale</em> passando per Kant, Nietzsche, il trascendente ed il trascendentale, la fisica quantistica, la relatività, pazzesco! Tutte verità vere, ma momentanee, smentite, smentibili, da altre verità che sopraggiungeranno, una eterna ricerca. <strong>Alla fine forse, sentenzia, l’arte (che è poesia) con la sua capacità di far coincidere l’istante con l’eterno attraverso la metafora è l’unica capace di descrivere la realtà.</strong> Ma anche questa è una verità momentanea, altrimenti si fa ontologia e, come ama dire lui “allora si già fregato”.</p>
<p>*</p>
<p><strong>È ovvio che per lui la casa è la mente, quel cervello che Freud divide in stanze per cercare di contenere ed ordinare il libero flusso della coscienza.</strong> La casa cervello ha una componente materiale che gli psichiatri ben conoscono, e una componente immateriale territorio della psicologia; c’è poi chi cerca l’invisibile, che alla casa mente preferisce la casa cuore: tu cuore di casa, anima mia, la casa dei poeti, uno tra tutti, Rainer Maria Rilke.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Procedendo per analogie allora qual è la casa del virus? Facile! La casa del virus siamo noi, il nostro corpo.</strong> Se ci osserviamo attentamente, con la giusta scala di ingrandimento, notiamo che i batteri in primis, ed i virus ci abitano da sempre, sono spesso nostri alleati, a loro dobbiamo la nostra stessa vita, qualche volta la morte.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Un passo indietro. Il primo atto concreto legato all’abitare è imparare ad abitare noi stessi</strong>, poi seguendo il consiglio di Parini dobbiamo imparare ad abitare il mondo cercando di scoprirlo in tutta la sua bellezza, dubitando di ogni nostra umana certezza. <em>Abitare</em> appunto, questa parola fondamentale. Per comprendere meglio che cos’è una casa, cos’è la nostra casa, dobbiamo interrogarci sul significato del verbo abitare.</p>
<p>*</p>
<p>Per Heidegger, nel celebre saggio <em>Costruire, abitare, pensare</em>, il costruire <em>è</em> un abitare. Nello stesso saggio si sottolinea l’importanza del “prendersi cura delle cose” come costruzione di un rapporto con quello che ci circonda: io sono – io abito. <strong>Chi ogni giorno tiene in ordine la casa la rende un luogo accogliente per sé e per gli altri, capisce la fondamentale importanza di questa sorta di mandala, di costruzione quotidiana di un piccolo paradiso di serenità domestica</strong>, perché abitare è dove ci sentiamo sicuri, curati, amati, un luogo inospitale è inabitabile.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-76944 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/8ae13e8a80a566b6fb8fa9f330a4c510_large-e1591776709851-300x209.jpg" alt="" width="677" height="472" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/8ae13e8a80a566b6fb8fa9f330a4c510_large-e1591776709851-300x209.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/8ae13e8a80a566b6fb8fa9f330a4c510_large-e1591776709851-1024x713.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/8ae13e8a80a566b6fb8fa9f330a4c510_large-e1591776709851-768x535.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/8ae13e8a80a566b6fb8fa9f330a4c510_large-e1591776709851.jpg 1271w" sizes="(max-width: 677px) 100vw, 677px" />La nostra casa è veramente nostra solo se la costruiamo ogni giorno. </strong>In questi tempi di forzata permanenza tra le mura domestiche, tanti di noi avranno osservato più nel dettaglio la propria casa ed avranno scoperto che ogni singolo elemento che la costituisce per quanto duraturo non è eterno, ha bisogna di cura, di manutenzione, di empatia.</p>
<p>*</p>
<p>Anche per questo motivo una casa con finestre che si affacciano su un giardino, è più gradevole rispetto ad altre, proprio perché la natura muta ad ogni istante, ci rilassa il suo lento, inesorabile divenire. <strong>Prendiamo un albero, ogni giorno accade qualcosa, ora pare immobile, ora la sua chioma vibra per una leggera brezza, poi arriva un piccolo uccellino che abbozza un concerto con le foglie.</strong> Giorno dopo giorno le foglie si fanno sempre più grandi e verdi, passa l’estate la luce cambia, le foglie ingialliscono, si seccano e cadono a terra. Passano le persone e il tappeto di foglie scricchiola, prima di essere spazzato e raccolto o trasformarsi lentamente in nutrimento per le proprie radici.</p>
<p>*</p>
<p>Ancora più vivibile è una casa con un giardino o con un terrazzo abitabile, magari con un giardino pensile. <strong>Avere uno spazio esterno vivibile non dovrebbe essere il privilegio di una villa o di un super attico, ma un elemento progettuale obbligatorio già nell’edilizia convenzionata, alias popolare, che spesso si rifà a criteri abitavi ideologici legati ad un vivere forzatamente sociale</strong>, che in realtà crea “luoghi di aggregazione” fantasma e quartieri dormitorio.</p>
<p>*</p>
<p><strong><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Unit%C3%A9_d%27Habitation" target="_blank" rel="noopener noreferrer">L’unità d’abitazione</a> di Le Corbusier fu un fallimento totale, come fu un fallimento totale anche se animato da nobili intenzioni la creazione di interi nuovi quartieri a Matera</strong>, nella città del piano da parte dell’UNRRA-Casas, capeggiata dall’allora presidente dell’istituto di urbanistica Adriano Olivetti, con la partecipazione di un pool di esperti e dai più noti urbanisti dell’epoca tra i quali Ludovico Quaroni, per “sgombrare” e ricollocare gli abitanti dei sassi di Matera, con tanto di legge dello stato. Fallimento perché si pretendeva di stravolgere le abitudini millenarie di una civiltà contadina abituata a un proprio modello urbanistico di aggregazione sociale pur nell’estrema povertà e mancanza d’igiene, “imponendo” un modello di felicità ideologica (tra l’altro vi furono lotte per stabilire quale ideologia coincidesse meglio con la felicità dei futuri abitanti contadini: comunista, socialista, cattolica…).</p>
<p>*</p>
<p>Le Corbusier dopo aver professato “ideologicamente” il vivere sociale, disprezzando la casetta unifamiliare, disse alla fine della sua vita: <strong>“è la vita che ha sempre ragione e l’architettura ha torto”.</strong></p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-76945 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/levi-sovracopertina-web-213x300.jpg" alt="" width="377" height="532" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/levi-sovracopertina-web-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/levi-sovracopertina-web-726x1024.jpg 726w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/levi-sovracopertina-web-768x1084.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/levi-sovracopertina-web.jpg 1004w" sizes="(max-width: 377px) 100vw, 377px" />Tornando ai sassi, queste grotte scavate anche dall’uomo nella madre terra con saggezza e rispetto millenari sono un esempio di simbiosi con l’ambiente circostante – la luce entra da una sola apertura ma riesce a penetrare in profondità grazie al pavimento inclinato</strong>; l’acqua (preziosissima) che percolava dalla roccia veniva raccolta senza sprechi in cisterne naturali; si viveva insieme agli animali, l’asino in particolare che con il suo calore assorbiva parte della troppa umidità rilasciata dal tufo in inverno. Questi sistemi di bioarchitettura spontanea, questi sistemi sociali ed urbanistici come il “Vicinato”, sono stati sufficientemente studiati prima di giudicarli insalubri, malsani? O si è preferito trasformare tutto questo sapere in cifre, norme, protocolli, certificazioni? La felicità in casa non è tale se non è di classe A, potremmo affermare con uno slogan oggi.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Questa pandemia ci ha messo in rapporto diretto con il significato di igiene, facendoci considerare esseri viventi (i batteri ed i virus) ben più vecchi di noi come nemici da debellare alla stregua di tutto ciò che non è nel nostro controllo, come le erbacce ecc&#8230;</strong> Ma allora il progresso è vivere in ambienti asettici, sterilizzati, dove la nostra paura della morte è demonizzata dalla morte di tutto ciò che ci circonda-spaventa?</p>
<p>*</p>
<p>Faccio un esempio. Qualche giorno fa sono stato ad ascoltare una bravissima amica pianista che incideva un disco in una sala di registrazione. Alla fine il proprietario della sala ci ha tenuto a decantare le virtù del suo pianoforte Yamaha a coda; tra le tante una mi ha colpito: la tastiera è stata spruzzata dal fabbricante giapponese con dei batteri colonizzatori che vivono assorbendo il sudore che le dita producono. <strong>Ho pensato subito che tra la tastiera ed i batteri si fosse creata un’alleanza e che quindi i batteri avessero come casa la tastiera, la abitassero. Anche noi dovremmo pensare al nostro corpo come alla casa per tanti ospiti</strong>, a quelli graditi (pensiamo alla flora batterica dello stomaco), a quelli graditi meno (entriamo in un argomento assai complesso legato all’idea di malattia e di cura, tema che non sfiorerò neppure).</p>
<p>*</p>
<p>La simbiosi con l’ambiente non è solo fisica. Nei sassi, con il materiale di scavo della grotta, veniva eretta una facciata senza una funzione specifica, se non quella di simbolo. <strong>Spesso troviamo nelle case contadine, votate alla semplicità ed al funzionalismo estremo, nel muro di pietra della facciata, tra le piccole finestre, una nicchia con un’immagine sacra al suo interno. </strong>Il bisogno del sacro è una necessità anche per un popolo poverissimo (quello lucano), non contaminato dalla civiltà per millenni, per il quale Carlo Levi nel suo <em>Cristo si è fermato ad Eboli</em> arrivò a giustificare anche la morte, come lotta per la sopravvivenza, come fatto naturale e non moralmente giudicabile, dall’uomo civilizzato. Ecco, in questo senso quando uccidiamo un virus non dobbiamo sentirci in colpa!</p>
<p>*</p>
<p><strong>Ci siamo scordati che la morte è parte della vita, l’abbiamo uccisa dimenticandoci che San Francesco la chiamava “sorella morte”, che Lui parlava ad ogni forma di vita animale e vegetale</strong> consideralo/a suo pari. Una lezione per noi Cristiani, spesso ecologisti dell’ultima ora. Questa pandemia ha riportato in vita la morte! Come dovremmo chiamare allora il virus: mostro, nemico da uccidere, o fratello virus?</p>
<p>*</p>
<p>Se un insetto ci fa schifo lo schiacciamo senza cercare di vedere in lui la bellezza, ma pensiamo al bruco che si fa farfalla, alle <em>Epistole Entomologiche</em> di Guido Gozzano ad esempio, o, parlando di <em>Metamorfosi,</em> a Kafka, chi è veramente il mostro? <strong>I mostri li crea la paura e la paura la crea l’ignoranza, la non conoscenza. Abitare il virus, significa non averne paura, rispettare un miracolo della natura molto più antico di noi</strong>, cercando di trovare un modo per conviverci attraverso un’alleanza sancita dalla scienza costituita con l’attuale livello di conoscenza, dal vaccino.</p>
<p><strong><em>Fabio Mariani</em></strong></p>
<p><a href="https://www.pangea.news/casa-bauhaus-mariani/" target="_blank" rel="noopener"><em>(continua)</em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/abitare-virus-fabio-mariani/">Abitare al tempo del “fratello virus”. Da Le Corbusier ai Sassi di Matera: contro la felicità imposta per vezzo ideologico. Considerazioni di un architetto dell’esistere</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Chi sopravvivrà all’epidemia, riuscirà a sopravvivere alla fine dei rapporti civili? Avrà qualcosa in cui credere?”. Le quattro verità sulla peste, tra il Trionfo della Morte e Ingmar Bergman</title>
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		<pubDate>Wed, 27 May 2020 07:29:48 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Siamo ignoti a noi medesimi, noi uomini della conoscenza, noi stessi a noi stessi: è questo un fatto che ha le sue buone ragioni. Non abbiamo mai cercato noi stessi – come potrebbe mai accadere, un bel giorno, di trovarsi?» (Nietzsche, Genealogia della morale) * Questi giorni difficili hanno fatto emergere molte e diverse Italie, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/epidemia-editoriale-salvatore-ritrovato/">“Chi sopravvivrà all’epidemia, riuscirà a sopravvivere alla fine dei rapporti civili? Avrà qualcosa in cui credere?”. Le quattro verità sulla peste, tra il Trionfo della Morte e Ingmar Bergman</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>«Siamo ignoti a noi medesimi, noi uomini della conoscenza, noi stessi a noi stessi: è questo un fatto che ha le sue buone ragioni. Non abbiamo mai cercato noi stessi – come potrebbe mai accadere, un bel giorno, di trovarsi?» (Nietzsche, <em>Genealogia della morale</em>)</p>
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<p><strong>Questi giorni difficili hanno fatto emergere molte e diverse Italie, a volte in contraddizione fra loro, in più o meno esacerbato conflitto da anni</strong>, perché c’è un’Italia della Resistenza, pronta a prendersi le proprie responsabilità e a sollevarsi contro la deriva antidemocratica, e un’Italia qualunquista, che crede nella retorica della società dello spettacolo, e sollecita e invoca un cripto-dispotismo magari adattato alla propria stolida sicurezza individualistica. Giorni difficili, tristi, che lasceranno degli strascichi, alimentati tanto da disinformazione astrusa quanto da informazione manipolata, e probabilmente, in alcuni casi, deterioreranno i rapporti fra gli italiani, e degli italiani con se stessi, se essi non si disporranno a leggere con senso critico le diverse “verità” (comprese le “non-verità”) che sono state dette (e talvolta non-dette).</p>
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<p><img decoding="async" class=" wp-image-76490 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/poster-3-213x300.jpg" alt="" width="352" height="496" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/poster-3-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/poster-3-726x1024.jpg 726w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/poster-3-768x1083.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/poster-3-1089x1536.jpg 1089w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/poster-3-1320x1862.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/poster-3.jpg 1418w" sizes="(max-width: 352px) 100vw, 352px" />Come in ogni epidemia, da che mondo è mondo, esistono più livelli di verità. Mi pare di individuarne almeno quattro: il primo è politico; il secondo è scientifico; il terzo è umano; il quarto è metafisico, o – nella sua versione laica – metaforico. <strong>Sul primo non è il caso che si spendano, per ora, molte parole: ci penseranno gli studiosi a rimettere ordine. Per centinaia di anni si credette che la peste fosse diffusa dagli “untori”. Una categoria di esseri umani, presi il più delle volte dalla strada, reietti inermi, sciocchi e pitocchi, sprovveduti, malcapitati, capri espiatori di una catastrofe (termine con cui s’intende non milioni di contagiati, ma milioni di morti) che li trascendeva.</strong> Che la peste fosse diffusa dagli untori non era una verità scientifica, ovviamente, ma politica: serviva a coprire le gravi colpe di un Potere inefficiente e ottuso, incapace di gestire il bene pubblico, di provvedere all’emergenza, di assumersi responsabilità. I media, che allora consistevano in grida o in qualche timida gazzetta, servivano a diffondere la voce del padrone. Tra i medici non mancavano coloro che nutrivano dubbi sullo stragismo degli untori, chi sa se manovrati da qualche principe straniero, o dal diavolo in persona; ma alla fine, se non volevano rischiare la gogna popolare, o cedevano o si mettevano da parte. <strong>Sono cose che racconta, con dovizia di particolari, Manzoni, nel romanzo che tutti conosciamo e nella <em>Storia della colonna infame</em>, e prima di lui aveva già intuito Pietro Verri, nelle <em>Osservazioni sulla tortura</em>.</strong> Solo nel 1894 il dottor Alexandre Yersen scoprì che a portare e a diffondere la peste era un maledetto batterio coccobacillo, contro il quale si sono provati tanti vaccini, ma nessuno finora si è rivelato sicuro al 100%. Morale: per arrivare a una verità scientifica ci possono volere centinaia e centinaia di anni; per una verità politica non si può attendere molte ore.</p>
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<p>La verità umana è la più dolorosa, e consiste tanto nel male orrendo che piaga gli appestati (si tratti di vaiolo, febbre tifoidea o peste in senso proprio), quanto nell’esperienza che traumatizza chi sopravvive, per cui niente è più uguale a prima (c’è ancora qualcuno che non ci crede?). La verità umana sono i morti: migliaia, milioni. I pianti non bastano, inutili i soccorsi, insufficienti i lazzeretti, i carri funebri, ancor meno i becchini che portano vittime e contagiati al cimitero e li seppelliscono in fosse comuni, scavando dove capita. <strong>E in queste fosse vi finiscono tutti, dal pezzente al ricco: anche chi per censo crede di meritare una tomba più comoda sotto il pavimento del duomo o in un sarcofago con bassorilievi e tanto di epitaffio, può finire in una poltiglia di cadaveri. E se non bastano le fosse comuni, si accendono i roghi. Davanti alla morte siamo tutti uguali: donde <em>Il trionfo della morte</em>, e, a scandirne la macabra ineluttabilità, <em>La danza della morte</em>, grandi serie tematiche dell’arte figurativa intorno alle quali i nostri antenati, non molte generazioni fa, cercavano di rendersi conto dell’insensatezza di quello che stavano vivendo.</strong> Se la morte non fa distinzione, l’unica cosa certa è – per chi se lo può permettere – scappare in campagna, evadere dal consorzio umano, cercare un posto isolato, e là aspettare che tutto finisca. Come i dieci giovani di buona famiglia che nel <em>Decameron </em>di Boccaccio, abbandonati dai loro parenti (chi morto, chi fuggito) si ritirano in una ricca tenuta aristocratica che li culla come fuori dal mondo: la loro, però, non è paura, ma un atto di fede nella vita che tornerà a scaldare il cuore e i sentimenti degli uomini, resuscitando la <em>pietas</em> verso i vinti, gli sconfitti, che intanto la peste cancella e avvilisce; la fede di quei giovani tornerà a ricordarci che, nonostante tutto, la morte non ci può annichilire, non riesce a smontare la nostra speranza nell’umanità. Perciò, per passare la quarantena, non resta che “raccontare” novelle su novelle, che ci dicono che esiste ancora, di là, fuori da quel luogo privilegiato, il mondo.</p>
<p>La verità umana è la più complessa, ha bisogno di anni per essere digerita, ma è quella che sopravvivrà più a lungo. Tra gli effetti collaterali di una grande epidemia, come quelli di ogni catastrofe, non è solo la crisi economica, ma anche <strong>lo sbriciolarsi dei rapporti di convivenza civile fra gli esseri umani, soprattutto quando vige la sopraffazione e il sopruso, e superstizioni e pregiudizi prevalgono non solo sulla verità che è un affare molto intricato, ma anche sul senso critico che ci impedisce di credere nella “verità” del primo che sentiamo. Chi sopravvivrà all’epidemia, riuscirà a sopravvivere alla fine dei rapporti civili? avrà qualcosa in cui credere?</strong> quanto tempo gli ci vorrà per tornare a credere nel prossimo, nel vicino di casa? Morale: la verità umana non finisce mai.</p>
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<p><img decoding="async" class=" wp-image-76491 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro-21-199x300.jpg" alt="" width="370" height="558" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-21-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-21.jpg 425w" sizes="(max-width: 370px) 100vw, 370px" />E siamo all’ultimo livello di verità: perché tanta morte? come è possibile? che senso ha la vita? che cosa ha scatenato questa ira divina? o altrimenti, dov’è Dio? <strong>È un senso di colpa, misto ad angoscia e paura (che non sono la stessa cosa), quello che cerca ora un’uscita di sicurezza nel pensiero che dietro tanto male vi sia un mistero più grande, un disegno imperscrutabile di cui sfugge, per ora, la trama. Non è un sentimento antico o medievale, ma di sempre: come può tale angosciosa fragilità di fronte a una catastrofe catturare anche l’uomo che crede nel progresso?</strong> Dopotutto, la modernità ha dimostrato che scienza e tecnologia sono in grado di migliorare le condizioni di vita di tanti uomini, fatte di sofferenze e miserie millenarie; eppure, un dubbio viene quando scienza e tecnologia sono impiegate per lo sterminio di massa, come possono dimostrare – ove non bastassero le guerre mondiali e tante altri conflitti non meno cruenti né meno lunghi – le due bombe atomiche, che speriamo restino le ultime. <strong>Lo sa Ingmar Bergman, che nel 1956 realizza il<em> Settimo sigillo</em>, film che ancora oggi lascia, nella sua lucida e sobria asciuttezza, sbalorditi.</strong> Il Cavaliere, al secolo Antonius Block, crociato precocemente invecchiato dalla dura esperienza in Terrasanta, non cessa di domandarsi che senso ha tutto questo. Sa che non sarà facile avere una risposta, intanto gioca la sua partita a scacchi con la Morte, consapevole che, per quanto voglia illudersi del contrario, un giorno dovrà perdere. Scopo, però, della sua partita disperata è di distrarre la Morte da una giovane famiglia cui essa, nel paese devastato dalla peste, abbandonato da Dio che si è nascosto chi sa dove e chi sa da quando, vuole portare via con sé. Al Cavaliere resta appena il tempo di un’azione buona per riscattare la sua vita buttata in assassinii e prepotenze. Antonius Block non viene dal Medioevo, ma non è neanche un uomo del Novecento: è il prototipo dell’Uomo che, in ogni angolo della terra, in ogni momento, solleva i quesiti fondamentali sull’esistenza.</p>
<p><strong>Questo film di Bergman arriva nove anni dopo la <em>Peste </em>di Albert Camus (1947), il quale a sua volta richiama, ora esplicitamente ora allusivamente, tanta letteratura sulla peste, non per ricapitolare quanto già detto, bensì per proiettare l’evento luttuoso, per cui gli uomini hanno tanto pianto e scritto, su un orizzonte esistenziale molto più ampio:</strong> la peste come metafora della forza incontrollabile del male assurdo, sulla quale è inutile ogni speculazione metafisica o retorica politica. Non resta che rimboccarsi le maniche: è quello che fa il bravo medico Rieux con la sua squadra di assistenti, infermieri, volontari, semplici impiegati, che organizzano, assistono, curano, sperimentano, fronteggiano il male senza paura e senza superbia; insomma non perdono tempo, perché ogni giorno è prezioso, certo, e perché vi sono dei frangenti in cui bisogna mettere da parte se stessi e riporre al centro delle nostre preoccupazioni l’Uomo detto altrimenti <em>Homo sapiens</em>, il quale ci ha messo 150.000 anni per esplorare e conoscere il mondo, e farlo suo, e probabilmente ci metterà molto meno tempo per mandarlo in rovina. <em>Homo sapiens </em>ha imparato a destreggiarsi fra i pericoli quotidiani della fame e della sete, delle bestie feroci, delle questioni sociali, e quelli straordinari delle calamità naturali, delle alluvioni, dei terremoti, delle guerre e delle epidemie; <strong>e alla fine pare che non abbia ancora capito che il pericolo maggiore è dentro di sé, nella sua incapacità di amare il mondo di cui è abitante usufruttuario, non proprietario, questo giardino con le sue risorse limitate e non garantite</strong>, e con i suoi difetti, niente di più niente di meno, o prendere o lasciare, un pianeta per il quale non abbiamo a disposizione alcuna alternativa. E per quest’ultimo livello, mi pare superfluo proporre una morale.</p>
<p><strong><em>Salvatore Ritrovato</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: parte della &#8220;Danza macabra&#8221; di Bernt Notke nella Chiesa di San Nicola a Tallinn</em></p>
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