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	<title>storia Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Le crocerossine che sfidarono Stalin. Una storia straordinaria e terribile</title>
		<link>https://www.pangea.news/pauliac-squadrone-blu-chiara-bianchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 May 2026 04:21:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Bianchi]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni Ares]]></category>
		<category><![CDATA[Madeleine Pauliac]]></category>
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		<category><![CDATA[Seconda guerra mondiale]]></category>
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<p>Ottant’anni or sono, nello spietato inverno polacco del 1946, la giovane dottoressa e ufficiale della sanità militare francese <strong>Madeleine Pauliac perdeva la vita su una strada ghiacciata nel cuore della notte, in un presunto incidente d’auto.</strong> Stava rientrando a Varsavia, da dove era stata smobilitata alla fine dell’anno precedente al calare inesorabile della Cortina di ferro, che tagliò in due l’Europa. Dopo uno strano Natale trascorso in famiglia nella sua Villeneuve-sur-Lot, conteso tra l’utopia di una serenità ormai dimenticata e ritrovata in tempo di pace e i focolai di orrore che la fine della guerra non aveva spento, aveva scelto di tornare in Polonia.</p>



<p>Doveva portare a termine una missione. Non quella ufficiale, per cui era arrivata (e in modo piuttosto rocambolesco) da Parigi a Varsavia passando per Mosca, su un aereo che sorvolava scenari di desolante devastazione e a bordo di un treno che attraversava sferragliando stazioni fantasma. Non la missione di cui lei, una delle prime donne francesi a essere ammessa all’Ordine dei Medici e a prendere parte alla Resistenza, era stata incaricata dall’allora generale de Gaulle, a cominciare dalla gestione dell’Ospedale francese di Varsavia.</p>



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<p>Si trattava bensì di una missione personale e segreta, di cui pochissimi erano al corrente.&nbsp;<strong>Nei mesi precedenti, la notte, dopo interminabili ore di lavoro in ospedale, si allontanava di nascosto, sola, e si inoltrava nel cuore della foresta vicina per raggiungere le suore di un convento profanato dagli eserciti di passaggio, tedesco prima e sovietico poi. Vittime di violenze indicibili</strong>, se avessero denunciato gli orrori subiti sarebbero cadute vittima anche della gogna pubblica del giudizio sociale e dell’anticlericalismo delle autorità filosovietiche, che avrebbero chiuso il convento e le avrebbero consegnate a un mondo cui non appartenevano più.</p>



<p>L’unica loro salvezza era Madeleine, medico, donna e straniera.&nbsp;<strong>Le avrebbe aiutate ad affrontare la gravidanza e la maternità, e soprattutto quello che sarebbe avvenuto dopo: avrebbe creato all’interno delle mura del convento un orfanotrofio</strong>, che ospitasse anche i bambini resi orfani dalla guerra e bilanciasse l’alto numero di neonati, che avrebbe potuto apparire sospetto. Una perfetta via di uscita per permettere alle sorelle che avessero voluto crescere i propri bambini di non doverli abbandonare, e a coloro che invece, per il trauma o per l’incompatibilità della propria vocazione, non avessero potuto tenerli con sé, di affidarli alle cure delle consorelle, prima che venissero espatriati con l’aiuto sotterraneo della Croce Rossa polacca e americana.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="701" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/Le-ragazze-dello-Squadrone-blu-Ares-701x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107448" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/Le-ragazze-dello-Squadrone-blu-Ares-701x1024.jpg 701w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/Le-ragazze-dello-Squadrone-blu-Ares-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/Le-ragazze-dello-Squadrone-blu-Ares-600x877.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/Le-ragazze-dello-Squadrone-blu-Ares.jpg 739w" sizes="(max-width: 701px) 100vw, 701px" /></figure>



<p>Una storia straordinaria rimasta nascosta nelle pieghe del tempo e dei delicati equilibri di potere, se non fosse che quella notte di Natale del 1945 Madeleine non riuscì più a portare questo peso solo sulle proprie spalle senza scontrarsi con l’incomprensione della sorella Anne-Marie di fronte alla propria volontà di tornare in Polonia. Scelse quindi di condividere con lei questo fardello, che la sorella custodì nel cuore fino al 2006, quando poco prima di morire decise di affidarlo al figlio, Philippe Maynial, perché ne preservasse la memoria.</p>



<p>Da sempre operante nel mondo del cinema, Maynial è stato per diversi anni responsabile dei diritti esteri per la casa di produzione Gaumont, ha ideato il Premio Sopadin per la sceneggiatura ed è ora direttore generale di Babylone Productions. Non stupisce quindi che abbia portato questa storia di famiglia sul grande schermo, affinché raggiungesse una platea potenzialmente infinita e facesse vibrare le corde che solo la narrazione sa toccare.</p>



<p><strong>Dieci anni dopo nasceva così il film&nbsp;<em>Les Innocentes</em>, uscito nelle sale italiane con il titolo&nbsp;<em>Agnus Dei</em>. Diretto da Anne Fontaine e candidato a quattro premi César,</strong>&nbsp;è accompagnato da una colonna sonora di struggente delicatezza composta da Max Richter, candidato agli ultimi Oscar per la colonna sonora di&nbsp;<em>Hamnet</em>, altrettanto intensa nel suo essere “in punta di piedi”. Qui Madeleine è Mathilde, una giovanissima dottoressa entrata a far parte della Croce Rossa prima ancora di completare gli studi per dare il suo contributo alla Resistenza: non è primario dell’Ospedale francese ma assistente di un medico (uomo), e non ha quindi l’autorevolezza e il ruolo cruciale del personaggio storico a cui è ispirata, il che rende agli occhi dello spettatore la sua missione ancora più fuori scala.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="420" height="600" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/Film-Agnus-Dei-2016.jpg" alt="" class="wp-image-107449" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/Film-Agnus-Dei-2016.jpg 420w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/Film-Agnus-Dei-2016-210x300.jpg 210w" sizes="(max-width: 420px) 100vw, 420px" /></figure>



<p>La trama, necessariamente romanzata (al di là dei processi di adattamento da storia a cinema, nessuno è a conoscenza di chi fossero le suore che furono pazienti della dottoressa Pauliac), è uno strumento per fare emergere un aspetto fondamentale della vera storia di Madeleine:&nbsp;<strong>aiuto reciproco, abnegazione, sorellanza, oltre ogni ruolo, confine, partito o credo, sono l’ultimo baluardo dell’umanità di fronte alle guerre a cui sembra che non sappiamo porre un freno, oggi come allora.</strong>&nbsp;E così Mathilde, atea come Madeleine e qui fervente comunista, e il suo primario (e amante), ebreo e quindi guardato con sospetto dalle suore in quanto non battezzato, riusciranno a farsi accogliere da queste donne preda del terrore per le violenze subite e di una regola che vietava loro persino di lasciarsi visitare, e a vincere i propri pregiudizi. È la vittoria dell’umano e della fratellanza.</p>



<p>Ma questa storia, che già avrebbe i toni dell’epica, è solo un capitolo di una storia molto più ampia, che si snoda attraverso l’affresco della grande Storia. Una storia al femminile e corale, perché Madeleine non era sola. Il suo coraggio fu anche quello delle undici infermiere e autiste appena ventenni della Croce Rossa francese,&nbsp;<strong>le ragazze del leggendario Squadrone blu (dal colore delle uniformi donate dagli americani), inviate a Varsavia per aiutare Madeleine nella missione di rimpatrio dei 300.000 soldati rimasti bloccati negli ospedali o nei campi di prigionia, detenuti da Stalin.&nbsp;</strong>Insieme, porteranno a termine oltre 200 missioni e percorreranno circa 40.000 km sulle strade devastate di un mondo in rovina, sfidando la minaccia sovietica.</p>



<p>Una storia che Philippe Maynial, con l’aiuto della moglie Barbara, è riuscito a ricostruire attraverso lettere, diari, fotografie, testimonianze dirette delle “Blu” e dei loro discendenti, viaggi e ricerche d’archivio, restituendoci un vivace e commovente ritratto di dodici eroine dimenticate nel suo libro&nbsp;<em>Madeleine Pauliac. L’Insoumise</em>, pubblicato nel 2017 in Francia da XO Editions e rivisto e aggiornato per l’edizione statunitense del 2025 edita da Rowman &amp; Littlefield (Bloomsbury), da cui è tratta la traduzione italiana, che ho avuto il privilegio di curare&nbsp;<strong><a href="https://www.edizioniares.it/prodotto/le-ragazze-dello-squadrone-blu/">per le Edizioni Ares,&nbsp;<em>Le ragazze dello Squadrone blu. Madeleine Pauliac e le Crocerossine che sfidarono Stalin (1945-1946)</em>&nbsp;(maggio 2026).</a></strong></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="700" height="915" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/Fumetto.jpg" alt="" class="wp-image-107450" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/Fumetto.jpg 700w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/Fumetto-230x300.jpg 230w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/Fumetto-600x784.jpg 600w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>



<p>E allo schermo questa storia è tornata, ora in versione completa,&nbsp;<strong>con il documentario&nbsp;<em>Les Filles de l’Escadron Bleu</em>&nbsp;di Emmanuelle Nobécourt</strong>, di cui Maynial è co-autore e co-produttore e al quale nel 2020 è stato assegnato il Premio Historia, dedicato ai documentari storici. Una ricostruzione di rara potenza, anche grazie alla “voce” diretta delle fotografie d’epoca e dell’inchiostro di lettere e diari.</p>



<p>Il linguaggio visivo ha poi incontrato la pagina, e a gennaio, in vista dell’80° anniversario di Madeleine, le avventure sue e delle “Blu” sono diventate anche un graphic novel,&nbsp;<em>L’Escadron bleu, 1945</em>, a cura di Le Pon e Ollagnier, dell’editore francese Dupuis.</p>



<p>E così, una storia che sembrava perduta continua a viaggiare tra forme narrative e a ispirare lettori e spettatori, oltrepassando ogni confine come fecero le sue protagoniste nelle loro missioni.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Mentre ero a Varsavia, qualche tempo fa, dalla finestra del mio albergo, nel grigiore del mattino, mi sembrò di scorgere Madeleine e le piccole Blu, mano nella mano. Quando mi capita di andare a Villeneuve-sur-Lot, non manco mai di salutare, con un peso sul cuore, il grande cedro centenario che si erge sulla strada verso il cimitero. In estate, tutt’intorno, crescono piccoli fiori blu». </strong></p>
<cite><strong>(Philippe Maynial)</strong></cite></blockquote>



<p><strong>Chiara Bianchi</strong></p>



<p><em>*In copertina:&nbsp;</em><em>Madeleine Pauliac&nbsp;(a sinistra) e alcune ragazze dello “Squadrone blu”</em><em></em></p>
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		<title>“L’Affaire Interlandi”. Storia del libro che Sciascia non riuscì a scrivere</title>
		<link>https://www.pangea.news/sciascia-telesio-interlandi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2026 04:06:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Orlandi]]></category>
		<category><![CDATA[Fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giampiero Mughini]]></category>
		<category><![CDATA[Leonardo Sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Nessun elemento trovato”. Questa la scritta che appare sullo schermo del pc se cercate il titolo n. 200 della collana&#160;“La memoria”&#160;di Sellerio editore in Palermo. La collana è stata inaugurata nel febbraio 1979 da Leonardo Sciascia con il libretto&#160;Dalle parti degli infedeli&#160;e al n. 100 vede le&#160;Cronachette&#160;(gennaio 1985).&#160;Il n. 200 avrebbe dovuto ospitare un altro [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>“Nessun elemento trovato”. Questa la scritta che appare sullo schermo del pc se cercate il titolo n. 200 della collana&nbsp;“La memoria”&nbsp;di Sellerio editore in Palermo. La collana è stata inaugurata nel febbraio 1979 da Leonardo Sciascia con il libretto&nbsp;<em>Dalle parti degli infedeli</em>&nbsp;e al n. 100 vede le&nbsp;<em>Cronachette</em>&nbsp;(gennaio 1985).&nbsp;<strong>Il n. 200 avrebbe dovuto ospitare un altro testo dello scrittore siciliano, un libro che però non ha visto mai la luce. Ma di quale libro stiamo parlando?</strong><strong></strong></p>



<p>Da quanto è dato sapere, Sciascia, negli ultimi anni della sua vita, già preso dalle sofferenze dovute al male che lo aveva colpito,&nbsp;<strong>si stava interessando alla figura di Telesio Interlandi. A raccontarne la storia, con dovizia di particolari, sarà Giampiero Mughini</strong>, altra figura dell’intellighenzia siciliana, al quale dobbiamo una corposa biografia di Interlandi. Ma chi era costui, la cui parabola aveva colpito tanto la sensibilità dell’autore dell’<em>Affaire Moro</em>?</p>



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<p>Quello che Leo Longanesi avrebbe definito come “il miglior giornalista fascista” del tempo, Telesio Interlandi, all’anagrafe Telesio Evaristo, era nato anch’egli in Sicilia, nell’ottobre 1894, precisamente a Chiaromonte Gulfi in provincia di Ragusa. Figlio di due maestri di scuola elementare avrebbe sin da ragazzo mal sopportato l’atmosfera isolana, cercando nel giornalismo la via per evadere dalla “morta gora della vita di provincia” (Mughini, p.69). Il debutto giornalistico, a diciannove anni, nel quotidiano catanese “Il Giornale dell’Isola” dove in breve ascenderà al rango di caporedattore, prima di partire in guerra, combattuta da ufficiale di artiglieria. Tornato civile cercherà di sbarcare il lunario a Roma e Firenze, fino ad entrare nella redazione di ”Impero”, quotidiano di polemiche fascistissime di cui diventerà caporedattore. È stato lo stesso Mussolini a volere il giornale e a idearne il titolo, e sarà ancora lui a notare la firma del giovane Interlandi, curatore della rubrica quotidiana “Colpi di punta”.</p>



<p>Sarà infatti il siciliano di Chiaromonte Gulfi a essere chiamato, dal dicembre 1924, alla direzione di un nuovo giornale fascista, più battagliero rispetto al quotidiano ufficiale, “Il Popolo d’Italia”.</p>



<p>“Il Tevere” nasce all’indomani dell’estate del delitto Matteotti, in un momento di svolta per il nascente regime; un foglio dal quale Mussolini si aspetta fiducia totale e che sosterrà anche a livello finanziario. “Il Tevere” – spiega Adrian Lyttelton ne&nbsp;<em>La conquista del potere. Il Fascismo dal 1919 al 1929</em>&nbsp;Laterza, 1974 – era ispirato direttamente da Mussolini, e incoraggiato a ventilare temi e concezioni (per esempio, l’antisemitismo) sui quali egli non voleva compromettersi ufficialmente. Mussolini parlava con due voci: cauta, ufficiale, opportunistica, quella del “Popolo d’Italia” e degli altri giornali del gregge obbediente orchestrato dall’ufficio stampa; estremista, sfrenata e azzardosa quella del “Tevere”.</p>



<p>Interlandi – che presto assumerà la proprietà esclusiva del giornale – risponde alla chiamata e nel 1925 prende la tessera del Pnf: di là in avanti la sua vita sarà legata alle sorti del regime mussoliniano, fedelmente seguito fino alle estreme conseguenze.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="825" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/rivista-825x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107273" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/rivista-825x1024.jpg 825w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/rivista-242x300.jpg 242w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/rivista-768x953.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/rivista-600x745.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/rivista.jpg 870w" sizes="(max-width: 825px) 100vw, 825px" /></figure>



<p>Divenuto un leader giornalistico romano e nazionale, acquisterà infatti ancora più notorietà e potere quando assumerà la direzione della rivista “<a href="https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/laberrazione-razzista-speciale-il-primo-numero-de-la-difesa-della-razza/"><strong>La difesa della razza</strong></a>” nel 1938. Era questo lo strumento attraverso cui il regime a seguito dell’emanazione delle leggi razziali&nbsp;antiebraiche, cercherà di illustrare e propagandare i valori di ispirazione nazista. &nbsp;<strong>La nuova rivista – che vede Julius Evola tra i più assidui collaboratori e della quale Giorgio Almirante diviene caporedattore – ebbe una redazione di gran spicco formale, al pianterreno di Palazzo Wedekind</strong>, a piazza Colonna 366, e sostenuta economicamente anche dall’Ambasciata tedesca a Roma, “sensibilissima ad incentivare quanti si muovevano sulla falsariga della politica razziale hitleriana”. (Mughini, p.148).</p>



<p>Interlandi — sempre più temuto per il potere conquistato — avrebbe legato il proprio nome anche a un’altra pubblicazione di stampo razzista. Nel settembre del 1938, infatti, poco dopo il debutto de&nbsp;“La difesa della razza”, vide la luce “<a href="https://archive.org/details/contra-judaeos/page/n7/mode/2up"><strong>Contra Judaeos</strong></a><strong>“</strong>. Come spiega Mughini, il volume inaugurava la&nbsp;<em>Biblioteca razziale italiana</em>, edita da Tumminelli, la stessa casa editrice del quindicinale, e diretta dallo stesso Interlandi. Del comitato consultivo facevano parte Lidio Cipriani e Guido Landra, due giovani assistenti universitari fascisti tra i firmatari del&nbsp;<em>Manifesto sulla razza</em>, pubblicato il 14 luglio 1938. Il manifesto sosteneva, tra l’altro, che gli ebrei fossero del tutto estranei alla popolazione italiana, ritenuta di sangue e civiltà “ariana”, e perciò inassimilati e inassimilabili.</p>



<p>Il libello, composto da 149 pagine, è una raccolta di scritti dedicati alla “identificazione del pericolo ebraico” e “per la difesa della Razza italiana”, nei quali il direttore del “Tevere” rivendica come consona al suo ragionamento la tradizione politico-culturale della Chiesa cattolica, che aveva marchiato e discriminato gli ebrei.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Se il Fascismo è affermazione totalitaria delle più alte virtù del popolo, il suo fondamento è da cercarsi nella ritrovata coscienza della razza. Siamo – è bene ancora una volta ripeterlo – assolutamente fuori dalla nebulosa retorica che ci ha afflitto per decenni, agevolando la confusione negli spiriti e alimentando la pigrizia dei cervelli pigri; la razza alla quale il Fascismo si riferisce non è un’astrazione letteraria, non un’ingenua aspirazione, non è né la stirpe degli oratori domenicali né la progenie di Roma dei rimatori; è questa razza, della quale siamo i viventi elementi, che ha un volto e una misura, che vive ed opera sotto i nostri occhi, che fa la sua storia affermandosi degna della storia già fatta.[…] Senza esitazioni, senza pietismi, senza preoccupazioni, la questione della razza sarà portata sul terreno pratico e avrà le sue conclusioni fasciste. La razza è il popolo, e difendendo la razza noi difendiamo il popolo e il suo domani“</strong>.</p>
<cite> “Contra Judaeos”, Tumminelli e C. Editori, 1938.</cite></blockquote>



<p>*</p>



<p>&nbsp;Tuttavia, Interlandi – precisa Mughini – non è tra coloro che avrebbero voluto passare all’azione, non aveva in mente né auspicava alcuna forma di persecuzione fisica contro gli ebrei, mantenendo invece una posizione che guardava alla sola integrità razziale. Inutile dire che la pubblicazione si guadagnerà gli elogi di alcune firme importanti del tempo, una tra le quali, quella dell’allora trentunenne Guido Piovene, che in seguito, tornerà su quell’articolo sconfessandolo.</p>



<p><strong>Ma quali erano dunque le note biografiche di Interlandi che avevano toccato la sensibilità di Leonardo Sciascia, a tal punto da spingerlo a prendere in considerazione il progetto di una pubblicazione?&nbsp;</strong>Matteo Collura, nel suo&nbsp;<em>Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia</em>&nbsp;(Longanesi, 1996; La nave di Teseo, 2019) scrive: “Sciascia ormai sa che non gli resta molto tempo. Prima che le ultime forze lo abbandonino, vuole scrivere un libro che sia un messaggio di speranza; un atto estremo di ottimismo che dia senso alla sua vita e alla letteratura che ne è stata forma ed espressione”. In realtà Sciascia aveva già in parte toccato un tema simile ne&nbsp;<em>Il cavaliere e la morte</em>&nbsp;(1988), ricordando la mobilitazione di un gruppo di autorità fasciste di un paesino siciliano per salvare una famiglia di ebrei “poiché nulla voleva dire per loro che un uomo fosse ebreo, se in pericolo, de disperato”.&nbsp;</p>



<p>Torniamo allora sulle tracce di Telesio.<strong></strong></p>



<p>Come accennato, Interlandi aveva legato la sua vita e quella della sua famiglia alle sorti del regime, all’interno del quale ricopriva un ruolo ben noto. Con il crollo del fascismo crolla anche la sua stessa esistenza. Ed è questo che apprende – ci racconta Mughini – via radio, quando si diede l’annuncio delle “dimissioni” del duce. “Vent’anni di lavoro distrutto!”, così disse in quel momento, stando alla testimonianza del figlio Cesare, in casa accanto alla madre e il padre.<strong></strong></p>



<p><strong>È la domenica del 25 luglio 1943, e lui in realtà ha già pronto l’articolo da far uscire l’indomani sul “Tevere”. Lo aveva scritto prima di sapere dell’annuncio radio, ma quell’articolo, intitolato&nbsp;<em>Appello agli uomini</em>, non vedrà mai la luce, perché mai più uscirà “Il Tevere”. La redazione del giornale, infatti è data alle fiamme.</strong>&nbsp;Il rogo a Largo Corrado Ricci – sede del giornale – manda in fumo ogni cosa del “Tevere” e di “Quadrivio”, il settimanale sorto nel 1933 dalle sue costole, e dove si era esibito il meglio della cultura italiana degli anni Trenta. Anche per questo le copie di quei giornali sono introvabili, l’oro dei collezionisti. Molto difficili da reperire anche le copie de “La difesa della razza”, nonostante i primi numeri ebbero tirature importanti, oltre le centomila copie.</p>



<p>Di lì a poco Telesio Interlandi si troverà rinchiuso nel carcere militare di Forte Boccea, e vi trascorrerà quarantacinque giorni, sino all’armistizio. Verrà difatti liberato – scrive Mughini – dai tedeschi della divisione Göring<strong>,</strong>&nbsp;il 12 settembre: “il tempo di una visita a Mussolini che era stato a sua volta liberato dal Gran Sasso e trasportato in Germania, e poi via verso il Nord, a Desenzano sul Garda, dove i tedeschi vogliono che Interlandi risieda, e dopo avergli esplicitamente proibito di starsene a Roma”.</p>



<p>*</p>



<p>Sono giornate concitate, nelle quali la vita degli uomini è appesa ad un filo. Molte personalità del regime si tolgono spontaneamente la vita, altri fuggono, altri vengono uccisi, ma è proprio in questo clima da resa dei conti, che il destino disegna per la famiglia Interlandi una parabola sorprendente e umanamente significativa. A Desenzano, a pochi chilometri da Salò, Interlandi – al quale è stata messa a disposizione dai tedeschi una villa – resta in attesa degli eventi e non accetta alcun ruolo di responsabilità politica. Per lui la stagione si è chiusa in modo definitivo. I fatti gli daranno ragione.</p>



<p>In una sorta di flashback di quella domenica di luglio di due anni prima, ma ora costretti in una cascina rifugio trovata dal figlio Cesare, la famiglia Interlandi apprende dalla radio, l’avvenuta fucilazione di Benito Mussolini e degli altri gerarchi a Dongo. Poco dopo, la radio comunica anche i nomi di un certo numero di gerarchi cui sono stati confiscati i beni, tra i quali c’è anche Telesio Interlandi. I tre restano isolati e senza una reale strategia, mentre dall’esterno, notte dopo notte, arrivano i rumori di raffiche di mitra e il vento forte della Liberazione.</p>



<p>Passano così cinque mesi, finché ad ottobre del ’45, persone che si qualificano come Carabinieri vengono a prelevare padre e figlio. I due temono che stiano per essere giustiziati da un momento all’altro, invece vengono prima portati alla caserma di Desenzano e poi tradotti alla questura di Brescia, rinchiusi in uno scantinato assieme ad altri disgraziati, tra escrementi umani e muffa. Qui il giovane Cesare rischia di morire per un’infezione alla bocca che nessuno vuole curare, mentre il padre scrive alla moglie, esortandola a cercare aiuto tra le persone che in passato avevano avuto contatti con lui e che ora godevano anche di un certo prestigio.&nbsp;<strong>Come ad esempio lo scrittore Elio Vittorini, antico collaboratore del “Tevere”, che ora sta a Milano ed è divenuto un’autorità morale dell’antifascismo intellettuale.</strong><strong></strong></p>



<p>Nel frattempo, la moglie di Interlandi prende contatti con un valente avvocato di Brescia. Si tratta di&nbsp;Enzo Paroli, un ex ufficiale di aviazione. È un antifascista e figlio di antifascista. Il primo incontro tra l’avvocato e Telesio Interlandi avviene nel carcere bresciano di Canton Mombello, dove nel frattempo era stato trasferito l’ex direttore del “Tevere”, che rischia di subire un processo sommario da una delle Corti d’assise straordinarie, incaricate di giudicare i reati di collaborazionismo. Non sappiamo cosa si siano detti, fatto sta che Paroli accetta di difenderlo. In realtà farà molto più che difendere Interlandi sul piano legale; infatti, appena apprende la notizia che l’ex giornalista del regime, era riuscito a fuggire dal carcere in modo rocambolesco e raggiungere la moglie ed il figlio – quest’ultimo in cura presso una clinica locale – decide di proteggere quell’uomo contro ogni eventuale ritorsione. Accoglie così e nasconde nella propria abitazione l’intera famiglia Interlandi, proprio di fronte al Canton Mobello da cui il fuggiasco era uscito poche ore prima.</p>



<p>E siamo così giunti agli eventi che così intimamente avevano toccato la sensibilità di Leonardo Sciascia.&nbsp;<strong>Enzo Paroli – a proprio rischio e pericolo – riserva alla famiglia ospite il seminterrato della propria villetta a due piani, dove i tre Interlandi rimarranno custoditi per otto mesi.</strong>&nbsp;Usciranno solo a luglio del 1946, dopo l’archiviazione del processo contro Telesio, per assoluta mancanza di elementi.</p>



<p>Ecco dunque la parabola di vita di Telesio Interlandi, che dopo aver dominato la scena culturale italiana durante il Fascismo, si ritrova salva la vita grazie ad un avvocato antifascista, che a rischio della sua stessa incolumità decide di proteggerlo, assieme a tutta la sua famiglia. Ed è questo il tratto che più interessava Leonardo Sciascia, quando si mise sulle tracce di Interlandi e dell’avvocato Paroli nel corso degli anni ’80. In realtà già negli anni ’70 aveva curato per Sellerio un volumetto,&nbsp;<em>La noia e l’attesa</em>. Un libro sui rapporti tra intellettuali siciliani e fascismo. Nella copertina era riprodotta una vignetta del 1938 di Mino Maccari, raffigurante un Telesio Interlandi in atteggiamento dominate verso figure minute e inquiete. Lo scrittore siciliano chiederà notizie dirette ai figli dei due protagonisti della vicenda, ricevendo ampie informazioni. Nella lettera del 15 gennaio 1989 che scrive a Cesare Interlandi la direzione del suo interesse è chiara:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«La ringrazio di tutte le notizie che mi dà, e che mi saranno utili, anche se meno – nel taglio che intendo dare al racconto – meno mi interessano i rapporti di suo padre col fascismo, il suo fascismo, e più il dramma del ‘45. Le due vite, mi interessano, e quel tragico momento: di suo padre, dell’avvocato Paroli».&nbsp;</strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Datata 12 novembre 1988, invece una lettera indirizzata al figlio del penalista, dove emerge il segno preciso del suo intento di scrittura e lo spirito che lo anima:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Credo che in questo nostro mondo di violenza e di fanatismo, quel che in anni lontani e meno violenti Suo padre ha avuto la forza di fare, noi abbiamo il dovere di non dimenticarlo e di indicarlo come esemplare<strong>»</strong>.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nonostante l’avanzare della malattia, Sciascia raccoglie il materiale di cui ha bisogno e il libro sembra sul punto di essere composto, ma, come sappiamo, il corpo dello scrittore cederà definitivamente nel novembre del 1989, privando il mondo delle lettere di un’altra magia del genio di Racalmuto. Ecco perché appare “Nessun elemento trovato” al n. 200 della collana&nbsp;“La memoria”&nbsp;di Sellerio. Una decisione presa in onore dello scrittore scomparso.</p>



<p>*</p>



<p>Sarà allora&nbsp;<strong>Giampiero Mughini</strong>, che conosceva bene il lavoro che il conterraneo stava portando avanti, a prenderne in qualche modo il testimone, sollecitato anche dallo stesso figlio di Interlandi. Il libro – dal quale sono prese buona parte delle informazioni contenute in questo scritto – vedrà la luce per Rizzoli nel gennaio 1991 con il titolo&nbsp;<em>A via della Mercede c’era un razzista</em>, sottotitolo “Pittori e scrittori in camicia nera un giornalista maledetto e dimenticato lo strano caso di Telesio Interlandi”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="631" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/mughini-a-via-della-mercede-cera-un-razzista-f-631x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107274" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/mughini-a-via-della-mercede-cera-un-razzista-f-631x1024.jpg 631w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/mughini-a-via-della-mercede-cera-un-razzista-f-185x300.jpg 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/mughini-a-via-della-mercede-cera-un-razzista-f-600x973.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/mughini-a-via-della-mercede-cera-un-razzista-f.jpg 666w" sizes="(max-width: 631px) 100vw, 631px" /><figcaption class="wp-element-caption">Giampiero Mughini, <em>A via della Mercede c’era un razzista</em>, Rizzoli, 1991</figcaption></figure>



<p>In realtà il libro di Mughini – a differenza del progetto sciasciano, che pure viene indagato con dovizie di particolari dalla sua genesi – si denota come una vera e propria biografia del giornalista siciliano. Dopo i mesi trascorsi in casa dell’avvocato Paroli – racconta Mughini -, la famiglia Interlandi, di nuovo libera, torna a Roma, ma dei beni in loro possesso fino al ’43 ora non dispongono più di nulla. La signora va a rifugiarsi in un convento di Santa Priscilla, i due uomini in un convento dei Fratelli delle scuole cristiane, a corso d’Italia, dove sono stati raccomandati da Pompilia Pirandello, moglie di Fausto Pirandello. Fra gli amici a cui hanno chiesto un primo aiuto c’è difatti il figlio di Luigi Pirandello, il quale ha messo a disposizione la sua casa e due blocchetti di assegni, tutti firmati.</p>



<p>Per Telesio Interlandi, si tratta di ricominciare sostanzialmente da zero. Scrive Mughini:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>”A nemmeno cinquantaquattro anni il suo destino s’è già compiuto; d’ora in poi non gli resta che rimpiangere e ricordare, e sta a lui decidere se rivedere criticamente le sue passioni del Ventennio, sfociato nella sconfitta e nel disonore, o se incaponirsi nell’idea che lui fascistissimo ha avuto ragione, e gli altri erano tutti dei&nbsp; doppiogiochisti. Con coerenza e cocciutaggine da siciliano, sceglie la seconda via”.</strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Ma adesso nessuno vuole più ascoltare il suo nome, intorno al quale cade una nube di silenzio, e come cancellati per sempre, divengono innominabili gli anni di lavoro giornalistico e quei giornali su cui avevano scritto tanti di quelli che stanno ora trionfando nelle istituzioni culturali del dopoguerra.</p>



<p>Il libro darà anche modo a Mughini di toccare temi a lui molto cari, uno tra tutti l’indagine su una stagione politica e culturale che lungi da essere chiusa in un comparto stagno, si dipana in modo contiguo con tutto l’arco del Novecento post fascista. “Naturalmente – scrive Mughini ne&nbsp;<em><a href="https://orlandiclo739.wixsite.com/claudioorlandi/post/la-collezione-un-bibliofolle-racconta-di-giampiero-mughini" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La collezione</a></em>&nbsp;(Einaudi, 2009) – il mio libro… (che non mancherà di suscitare aspre critiche) era il ritratto di dove stavano e di come si muovevano gli intellettuali italiani degli anni Trenta, i quali avevano tutti un piede e mezzo nel fascismo e nelle sue organizzazioni culturali e nei suoi giornali, e soltanto mezzo piedi fuori.&nbsp;<strong>Era la smentita – facile facile e documentatissima – della leggenda che fosse stato netto da sempre il confine divisorio tra fascismo e antifascismo, e laddove tutti quel confine negli anni Trenta lo attraversavano e lo riattraversavano quotidianamente. Il nome di uno scrittore o di un artista che non avesse collaborato ai giornali diretti da Interlandi? Difficile da trovare, forse impossibile.</strong>&nbsp;E comunque stramaledetto e impronunciabile era il nome di Interlandi prima che io pubblicassi il libro su di lui, stramaledetto e impronunciabile è rimasto dopo”.</p>



<p>Negli ultimi anni della sua vita, Telesio Interlandi, già sprofondato nel silenzio totale che avvolgeva la sua figura e il suo lavoro, non avrà più alcuna prospettiva dopo la morte della moglie, uccisa da un tumore nel 1960. Morirà così nell’indifferenza generale nel gennaio 1965 (un anno prima dell’avvocato Paroli), ma non prima di aver pubblicato un piccolo libro di memorie personali,&nbsp;<em>Così, per doppio gioco. Rapsodia d’una generazione</em>, che si autoedita nel 1962 intestandolo alle Edizioni di Quadrivio. Un libro oggi sostanzialmente introvabile ma che Sciascia aveva letto nel 1988, grazie a Cesare Interlandi, che lo aveva dato allo scrittore dopo aver saputo della decisione di scrivere sul padre.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="406" height="376" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/image.jpg" alt="" class="wp-image-107271" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/image.jpg 406w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/image-300x278.jpg 300w" sizes="(max-width: 406px) 100vw, 406px" /><figcaption class="wp-element-caption">Telesio Interlandi, <em>Così, per doppio gioco. Rapsodia d’una generazione, </em>Edizioni di Quadrivio, 1962.</figcaption></figure>



<p>*</p>



<p>«A Maria / che visse con me queste pagine / e non le potrà leggere. / T.I. (4 sett. 1961)».</p>



<p> “<em>Da quando mi è scivolata di mano la penna, sono trascorsi quindici anni. Quindici anni di solitudine e di silenzio. Che ho fatto? Nulla. Vi è, tra quel giorno ed oggi, una sterminata distesa di tempo, grigia, uniforme, sulla quale galleggiano numerosi fogli di carta bollata. A volte, quel giorno mi sembra vicinissimo, la distesa del tempo breve; a volte, lontanissimo, remoto, e la distesa infinita. Quindici anni. Essi sono sulle mie spalle, li sento pesare, hanno modificato il mio passo, l’hanno fatto più lento; eccoli, li sento. E a volte come ora, li vedo soltanto, come elementi di una prospettiva; e mi sono estranei, non sono miei. In questa prospettiva nulla c’è di mio; è una distesa grigia e uniforme, senza risalti. Da quando mi è caduta di mano la penna non ho più scritto un rigo, per me; nulla di nulla</em>”. Telesio Interlandi</p>



<p>&nbsp;*</p>



<p>Dopo l’uscita del libro di Giampiero Mughini del 1991, altri articoli e pubblicazioni si sono occupati della figura di Telesio Interlandi e nello specifico dell’incontro tra l’ex direttore de “La difesa della razza” e l’avvocato antifascista di Brescia. Testi che usufruiscono oggi di una copiosa messe di documenti inediti rintracciati all’Archivio di Stato di Roma. Segnalo qui una breve bibliografia di riferimento:</p>



<p>Giampiero Mughini,&nbsp;<em>A via della Mercede c’era un razzista</em>, Rizzoli, Milano, 1991. Nuova edizione per la Collana Specchi, Marsilio, Venezia, 2019, con nuova prefazione dell’autore,</p>



<p>Tonino Zana,&nbsp;<em>Il nero e il rosso. Il romanzo bresciano che Sciascia non scrisse,&nbsp;</em>Gussago – Editrice Ermione, 1992.</p>



<p>Prima che morisse, Sciascia diede le carte e gli appunti da lui raccolti al giudice catanese Vincenzo Vitale che ne fece il racconto<em>&nbsp;In questa notte del tempo</em>, Sellerio, Palermo, 1999.</p>



<p>Virman Cusenza,&nbsp;<em>Giocatori d’azzardo. Storia di Enzo Paroli, l’antifascista che salvò il giornalista di Mussolini,&nbsp;</em>Mondadori, 2022.</p>



<p>Matteo Collura,&nbsp;<em>Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia</em>, Longanesi, 1996.</p>



<p>Ugo Caffaz,&nbsp;<em>L’antisemitismo italiano sotto il fascismo</em>, La Nuova Italia, 1973.</p>



<p><a href="https://pm-unicatt-brescia.arianna4.cloud/wp-content/uploads/2022/01/ras-sta-2022.01.20-corsera-bs-p.-8-m-tedeschi-giocatori-azzardo-mondadori-2022-articolo.pdf">https://pm-unicatt-brescia.arianna4.cloud/wp-content/uploads/2022/01/ras-sta-2022.01.20-corsera-bs-p.-8-m-tedeschi-giocatori-azzardo-mondadori-2022-articolo.pdf</a></p>



<p>*</p>



<p>Immagine di copertina: <em>La Tempesta</em>, Fausto Pirandello, 1938. L’opera venne esposta per la prima volta nel febbraio 1939 alla III Quadriennale d’Arte Nazionale di Roma, dove Fausto Pirandello, pittore quarantenne già premiato nella precedente edizione, era stato invitato con una sala personale. Successivamente inviata negli Stati Uniti ed esposta al Carnegie Institute di Pittsburgh. Verrà acquistata da Telesio Interlandi – amico della famiglia Pirandello – nell’immediato dopoguerra. Oggi dimora alla <a href="https://www.galleriaartemodernaroma.it/it/mostra-evento/la-tempesta-1938-di-fausto-pirandello" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Galleria d’Arte Moderna</a> di Roma.</p>



<p><strong>Claudio Orlandi</strong>&nbsp;è nato nell’agosto del 1973 a Roma, dove si è laureato in Scienze Politiche. Voce e autore dei testi del gruppo musicale&nbsp;<a href="https://orlandiclo739.wixsite.com/claudioorlandi/general-clean" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Pane</strong></a>, con il quale ha realizzato cinque dischi:&nbsp;Pane&nbsp;(2003),&nbsp;Tutta la dolcezza ai&nbsp;vermi&nbsp;(Lilium, 2008),&nbsp;Orsa Maggiore&nbsp;(2011),<strong>&nbsp;</strong>Dismissione(Sossella, 2014),&nbsp;The River Knows&nbsp;– A Tribute to the Doors (2018). Del 2009 il disco&nbsp;<a href="https://orlandiclo739.wixsite.com/claudioorlandi/about-7" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Corde e martello</strong></a>&nbsp;in duo piano e voce. Dal 2009 al 2022 ha svolto funzioni di collaborazione parlamentare presso gli uffici della Camera dei deputati. Dirige sul proprio canale YouTube&nbsp;<a href="https://orlandiclo739.wixsite.com/claudioorlandi/general-6" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Radio Pomona</strong></a>, proposta di letture di testi poetici.&nbsp;Nel giugno 2021 pubblica con Tic edizioni&nbsp;<a href="https://orlandiclo739.wixsite.com/claudioorlandi/general-9" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Il mare a Pietralata</strong></a><strong>.</strong>&nbsp;Poesie e canzoni1990-2020.&nbsp;</p>
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		<title>Quando Georg Baselitz si scagliò contro gli “artisti di Stato” e la lobby intellettuale tedesca</title>
		<link>https://www.pangea.news/georg-baselitz-vito-punti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2026 04:43:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[DDR]]></category>
		<category><![CDATA[Georg Baselitz]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Vito Punzi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Georg Baselitz, uno degli artisti tedeschi contemporanei più apprezzati, era nato nel 1938 come Hans-Georg Kern in quella Sassonia che dopo il 1945 sarebbe diventata zona d’occupazione sovietica e quindi DDR. Dopo aver iniziato la propria formazione alla Scuola Superiore per le Arti Figurative di Berlino Est, dunque in un contesto artistico ed educativo chiamato [&#8230;]</p>
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<p>Georg Baselitz, uno degli artisti tedeschi contemporanei più apprezzati, era nato nel 1938 come Hans-Georg Kern in quella Sassonia che dopo il 1945 sarebbe diventata zona d’occupazione sovietica e quindi DDR. Dopo aver iniziato la propria formazione alla Scuola Superiore per le Arti Figurative di Berlino Est, dunque in un contesto artistico ed educativo chiamato a servire il “realismo socialista”, già nel 1958 Baselitz si trasferì definitivamente nel settore occidentale della città.&nbsp;</p>



<p><strong>Dresda, che è stata la città di macerie e morte dove l’artista ha vissuto la propria infanzia, ospitò tra il 2009 e il 2010 la mostra “Georg Baselitz. Dresdner Frauen”,</strong>&nbsp;che tra sculture, dipinti e disegni raccoglie circa settanta sue opere realizzate a partire dal 1960 frutto dell’intenso rapporto con la capitale sassone e con le sue donne. Pensata anche per festeggiare i vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, la mostra fu l’occasione per lo stesso Baselitz per ricordare gli anni trascorsi nella DDR, i rapporti con artisti servi del regime comunista, ma anche per lanciare strali contro certi intellettuali tedesco-occidentali non del tutto a posto con il proprio passato. Furono questi infatti i contenuti di una lunga intervista rilasciata dall’artista a Christine Eichel per il mensile tedesco “Cicero”, nel numeri di dicembre 2009.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Tra i miei maestri a Berlino Est», ricordava Baselitz, «c’è stato anche Schmidt-Rottluf, i cui quadri durante il Terzo Reich vennero bruciati. Eppure nessuno lì s’interessava dell’espressionismo. C’erano piuttosto gli “artisti di Stato”. Nella DDR Schmidt-Rottluf e gli altri del gruppo “Die Brücke’” subirono una seconda proscrizione».&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Senza peli sulla lingua e lontano da qualsiasi arte diplomatica, Baselitz non la manda a dire e fa i nomi degli “artisti di Stato”: Werner Tübke, Bernhard Heisig, Willi Sitte e Wolfgang Mattheuer. «Tutti li applaudivano, per quanto i loro quadri fossero orribili», aggiungeva. E questo accadeva non solo entro i confini della Germania comunista. «I cosiddetti critici d’arte della “Frankfurter Allgemeine” credono tutt’oggi che quella da loro professata sia la vera arte. Così pure Günter Grass. Se si chiede agli ex iscritti alla NSDAP (il partito nazista,&nbsp;<em>ndr</em>) poi, sono pronti a giurarlo».&nbsp;</p>



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<p>Giunto a questo punto, Baselitz sferrò un attacco frontale contro taluni intellettuali di sinistra (o ex, come Martin Walser) elevatisi nel dopoguerra a “coscienza critica” della Germania Occidentale:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Mi ha sempre disturbato la pretesa, da parte di qualcuno, di ostentare una coscienza pulita. Non è incredibile che un’intera generazione, gente come Walter Jens, Dieter Hildebrandt, Grass e Walser, possa aver “dimenticato” la propria appartenenza al partito nazista?».&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Una situazione tanto più grave, allora, se si pensa che quella “perdita di memoria” era accompagnata da uno sguardo compiacente verso le espressioni culturali “ufficiali” della dittatura tedesco orientale. «Ufficialmente a nessuno interessava davvero ciò che facevano quei quattro artisti di Stato», rincarava Baselitz a proposito di Tübke, Heisig, Sitte e Mattheuer, «eppure erano proprio loro ad essere responsabili delle condizioni disastrose esistenti anche in campo artistico nella DDR. Sapevo già allora che loro agivano affinché gli artisti malvisti venissero cacciati, venisse impedito loro di lavorare e trovassero difficoltà a vendere anche all’Ovest. Così facendo agivano da veri capi. E potevano contare su di una forte lobby tra gli intellettuali tedesco occidentali ex NSDAP. Questi ultimi si consideravano nell’ortodossia e si compiacevano del loro ruolo, del loro ritenere quello socialista della DDR come lo Stato migliore».&nbsp;</p>



<p>Insomma, mentre allora l’editore Ch. Links si premurava di annunciare la pubblicazione di documenti utili per dimostrare quanto Günter Grass fosse stato a lungo vittima degli spioni della Stasi, Baselitz gettò l’ennesimo, pesante macigno nelle mai quiete acque della più recente storia tedesca. La ricostruzione degli strani intrecci tra Germania Occidentale e Germania comunista era allora solo all’inizio e ancor oggi forse è incompiuta.</p>



<p><strong>Vito Punzi</strong></p>



<p><em>*In copertina: Georg Baselitz, “The Painter in His Bed”, 2022</em></p>
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		<title>“Unica legge è infrangere le leggi”. La poesia senza tempo di Bogomil Gjuzel</title>
		<link>https://www.pangea.news/bogomil-gjuzel-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 04:51:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Bogomil Gjuzel]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Macedonia]]></category>
		<category><![CDATA[Nikola Madzirov]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il dominio della storia – che è, in cristallo, il potere sul tempo – è uno dei ‘caratteri’ che rendono grande un poeta. Ciò che però, per norma, ci capita di leggere, oggi, è sterminio di tale termine. La storia è ridotta a cronaca, il tempo è miniaturizzato nei minimi fruscii di un occasionale ombelico, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/bogomil-gjuzel-poesie/">“Unica legge è infrangere le leggi”. La poesia senza tempo di Bogomil Gjuzel</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il dominio della storia – che è, in cristallo, il potere sul tempo – è uno dei ‘caratteri’ che rendono grande un poeta. Ciò che però, per norma, ci capita di leggere, oggi, è sterminio di tale termine. La storia è ridotta a cronaca, il tempo è miniaturizzato nei minimi fruscii di un occasionale ombelico, a una poesia&nbsp;<em>continentale</em>preferiamo quella salottiera, al cosmico l’ovetto in camicia; l’unico affetto epico rimasto stinge in impegno civico, la morte in palude della poesia. Quando riesuma gli antichi miti – se non lo fa col passo del passatista – l’italofono proietta in quelle stanche effigi simboli, stracci psicoanalitici, secondo una moda – che è ormai usura – anglosassone.&nbsp;</p>



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<p>La storia, per noi, genericamente, non ha senso, non si insinua in versi: per lo più si assiste al piattume dell’attualità, al pattume delle proprie frattaglie ‘interiori’ – come se il poeta,&nbsp;<em>fool</em>, divina faina, possedesse un&nbsp;<em>di dentro</em>&nbsp;separato dal&nbsp;<em>di fuori</em>, come se fosse preda, altro che dal furore, dei&nbsp;<em>sentimenti</em>.&nbsp;</p>



<p>Ovvio, si parla per paradossi: in poesia non conta – o quasi – il&nbsp;<em>cosa</em>&nbsp;ma il&nbsp;<em>come</em>. Eppure, esistono, credo, questioni di geografia lirica. Ad Est – nell’Europa dell’Est – la storia, il mito, la leggenda, l’esuberanza del ‘testo sacro’, hanno un peso, scagliano ancora dardi, dardeggiano sulle petroglifiche rughe dei poeti. Il poeta, laggiù, pare ancora essere la spina che unisce i mondi, il punto di scolo dei secoli, il pitocco sovrano del tempo. Questo si vede nei poeti di oggi – il poeta macedone Nikola Madzirov, ad esempio, che mescola, in&nbsp;<em>Ciò che abbiamo detto ci perseguiterà</em>&nbsp;(Crocetti, 2025) l’arcano e il contemporaneo – come in quelli di ieri: tra questi, uno dei fari di questa rivista è il serbo Miodrag Pavlovic.&nbsp;</p>



<p>Uno dei più importanti poeti che hanno agito in quei luoghi, da autentico vagabondo della poesia, eresiarca del sé, è&nbsp;<strong>Bogomil Gjuzel</strong>. Nato il 9 febbraio del 1939 a Čačak, nell’attuale Serbia, da genitori di origine bulgara, ha studiato a Skopje, ha lavorato come drammaturgo per il teatro della città. Bogomil Gjuzel si è perfezionato a Edimburgo e negli Stati Uniti, ha tradotto nel suo paese l’opera di Shakespeare e di Thomas S. Eliot, di Emily Dickinson, di Seamus Heaney e di Auden – a sentenziare che si appartiene a una tradizione se si abita in mille altre.&nbsp;</p>



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<p>Charles Simić – il poeta di Belgrado eletto Pulitzer negli States –, che lo ha tradotto in inglese, ha scritto che “L’eleganza dei versi di Gjusel e la potenza del suo immaginario lo rendono una voce lirica immutabile”. È il poeta serbo Vasko Popa, tuttavia, ad aver imbragato con documentata completezza il carisma lirico di Gjusel: “Forme ed elementi arcaici emergono con grazia nei metri contemporanei; gli antichi incantesimi penetrano nel verso senza ostacolarlo, anzi: lo rendono più enigmatico e complesso. Così, Bogomil Gjusel si cimenta con genio nel più difficile compito: restituire un’universalità perduta ai simboli del passato”.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Morto nell’aprile del 2021, Bogomil Gjusel ha esordito nel 1962, ha ottenuto i premi letterari più importanti conferiti nel suo paese; un’antologia di suoi testi è tradotta in inglese come&nbsp;<em>The Wolf at the Door</em>. Ciò che sorprende di questo poeta, animato da toni profetici, è la dimestichezza con i reperti antichi: in lui, le figure classiche – Prometeo, le rovine di Troia – si alternano con episodi tratti dalla Bibbia. A differenza di Miodrag Pavlovic, però, a Bogomil Gjusel non importa l’icona, l’evento totalizzante, al cui cospetto inginocchiarsi, ma la rivelazione, l’apocalisse. In Gjusel i secoli si contorcono nel ‘qui e ora’, in una dinamica lirica che pretende, dal lettore, lo scatto, l’azione al posto della contemplazione, l’opera del corpo prima di quella del cuore. La sua&nbsp;<em>Seconda venuta</em>&nbsp;va messa a paragone con&nbsp;<em>The Second Coming</em>&nbsp;di Yeats: la preveggenza del grande irlandese – una poesia-evocazione – è sostituita da una specie di danza macabra sul nulla. Per certi versi, le atmosfere tracciate da Bogomil Gjusel sono quelle che troviamo nei grandi romanzi della tradizione jugoslava:&nbsp;<em>Il ponte sulla Drina</em>&nbsp;di Ivo Andrić e&nbsp;<em>Migrazioni</em>&nbsp;di Miloš Crnjanski, ad esempio.&nbsp;</p>



<p>La poesia conserva così l’austero valore di un farmaco: va sfregata sulla ferita aperta – non è detto che si guarirà: a volte, è nella fioritura del sangue, in quella salvezza in piena d’addio, che si ausculta l’opera santissima del poeta.</p>



<p>***</p>



<p><em>Troia&nbsp;</em></p>



<p>Le porte della città si aprirono<br>e fece ingresso il vento – come uno&nbsp;<br>appena libero da un assedio<br>come l’anima esausta di un conquistatore<br>che non ha più nulla da conquistare –&nbsp;<br>una folata folle, inutile<br>vangava le strade<br>arrancava agli angoli<br>con il respiro di un barbone<br>che cerca riparo e pane.&nbsp;<br>Gemevano i sassi<br>tremavano i palazzi.&nbsp;</p>



<p>Ma il vento radunò uomini<br>che avevano lasciato il vomere a vogare ruggine<br>uomini solitari che coltivavano il cielo<br>mietevano nelle notti d’estate<br>il grano gonfio delle prime stelle<br>inadatte al setaccio, già giuste.<br>Usavano le spade, aravano<br>i corpi, con il cuore pieno di solchi;<br>sradicavano i cuori come fossero&nbsp;<br>radici, perforavano i polmoni.&nbsp;<br>Con i fegati sfamavano gli avvoltoi<br>che avevano sulla spalla destra.<br>Infine, usavano i teschi<br>come pietre d’angolo.&nbsp;<br>Non c’era tempo per edificare.</p>



<p>Le madri furono estratte dai loro figli<br>il latte e il pianto si prosciugarono.&nbsp;<br>Irrigarono le strade con tubature in fasce<br>simili ad arterie contorte. Affrettarono<br>i sacrifici, speravano forse di tradurre<br>i templi in porcile: il fetore era lo stesso.&nbsp;<br>Il vento srotolò le bandiere e le corde<br>dei campanari: scodinzolavano<br>per la città come cani<br>poi colpirono il gong del sole.&nbsp;</p>



<p>**</p>



<p><em>Primavera apocalittica</em></p>



<p>I</p>



<p>La guerra venne con la neve<br>invece che con il sangue – il sole<br>mostrava un piumaggio nuziale<br>calpestavamo stelle<br>velenose. Il campo<br>era obbediente:<br>è un matrimonio<br>o una guerra? Guerra<br>di primavera, quando<br>anche i traditori combattono.<br>Sono l’unico a morire oggi?<br>Il campo mi travolge.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>II</p>



<p>Gli arbusti si annodano<br>ovunque: forse troveremo<br>qualcuno tra queste macerie.&nbsp;<br>Cento gole ridono come animali<br>trecento teschi plasmano la terra<br>crudele come una sterile:<br>così calda, così inseminata<br>potrebbe concepire il sole –&nbsp;<br>combattiamo per il suo trono<br>ma se partorisse un cane?<br>Il toro apocalittico<br>irromperà nelle nostre case<br>per scortarci sulle sue corna insanguinate.</p>



<p>*</p>



<p>III</p>



<p>Doppio sogno:<br>in uno sono io<br>nell’altro il mio calco<br>un seme della terra –&nbsp;<br>ciò che posso toccare<br>è accusato di prostituzione.&nbsp;<br>La mia ombra mi circonda<br>come una trappola tesa.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>IV</p>



<p>Bisbiglia il deserto<br>i tamburi vengono calpestati<br>da una marcia di guerrieri<br>e di ospiti – tossiscono&nbsp;<br>le cornamuse: si spengono<br>i sussurri uno ad uno<br>la forma più bella<br>è il silenzio.</p>



<p>**</p>



<p><em>La fine dei tempi</em></p>



<p>“La Roccia, che ti ha generato, hai trascurato;<br>hai dimenticato il Dio che ti ha creato!” (<em>Dt</em>&nbsp;32, 18)</p>



<p>Dicono che abbiamo rifiutato la pietra, il dono di Dio<br>(che al suo posto abbiamo scelto il Frutto e la Caduta)<br>così la nostra vita è diventata verde e matura, è marcita<br>e non sarà mai più immortale</p>



<p>Per questo preghiamo invano<br>e la parola che viene dal cuore<br>(respirare non è forse perpetuo&nbsp;<br>sacrificio?) si fa muta</p>



<p>Forse abitiamo già nella pietra<br>(oscurità interiore più fonda di qualsiasi prigionia)<br>nella roccia e nel tumulo al bivio che non ha&nbsp;<br>riparo d’ombra neppure a mezzogiorno</p>



<p>e vi guardiamo da lì dentro come gufi<br>con scintille negli occhi, preghiamo<br>in silenzio e accettiamo il Nulla, il ponte<br>sull’abisso tra noi e Dio</p>



<p>Dicono che dopo la Caduta<br>Dio si sia esiliato nel Sé<br>sigillato in Sé<br>per nascere&nbsp;</p>



<p>Abbiamo acceso un fuoco<br>che non è mai svanito –&nbsp;<br>se torniamo all’inesistente<br>è per splendere</p>



<p>**</p>



<p><em>La Seconda Venuta</em></p>



<p>I</p>



<p>Stamattina mi sono seduto&nbsp;<br>su un morto e la terra mormorava<br>i morti e la terra sono uno<br>(la terra si arricchisce della nostra morte)</p>



<p>Attraverso il suo respiro<br>riconosco i respiri dell’uomo<br>su cui sono seduto</p>



<p>(Prima di distruggere il mondo<br>ascolta il tuo respiro<br>ti salverà)</p>



<p>*</p>



<p>II</p>



<p>Quando i morti risorgeranno<br>azzannandosi per respirare<br>sarà vuota la terra?</p>



<p>Vedrò mio padre<br>il solo uomo<br>senza ombelico?</p>



<p>*</p>



<p>III</p>



<p>Questo non è frusciare i foglie<br>ma spettegolare di morte<br>quelli non sono solchi<br>ma ferite fresche<br>decomposizione nel limo</p>



<p>Ci sediamo e mangiamo i morti<br>non sono le ossa a bucarci la gola<br>ma i proiettili o la lama<br>di un coltello che ruggisce<br>rugginoso di sangue</p>



<p>Invece dei germogli, germogliano<br>capezzoli in primavera<br>capezzoli di donne che urlano<br>e muoiono nel mezzo dell’orgasmo</p>



<p>*</p>



<p>IV</p>



<p>Le cripte si spalancheranno come negozi vuoti<br>le tombe si apriranno come&nbsp;<br>fiori carnivori</p>



<p>Le icone diventeranno santi e apostoli<br>le chiese imploderanno – nella loro<br>polvere un Cristo calvo correrà felice</p>



<p>(Chi dice che amo il caos?&nbsp;<br>Unica legge è infrangere le leggi)</p>



<p>Radici bollenti, arterie scrostate<br>sfondano le rocce<br>e diventano nuova forza.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>V</p>



<p>I morti usciranno dalle fondamenta<br>i muri crolleranno</p>



<p>*</p>



<p>VI</p>



<p>Quando i ragni caleranno dal cielo<br>io, l’incredulo, riconoscerò l’uomo<br>e lui riconoscerà me<br>grazie all’icona che ho nel petto</p>



<p>**</p>



<p><em>L’eretico&nbsp;</em></p>



<p>Stelle lanciate come dadi<br>cielo spaccato da spaventosi segni<br>naufragano uomini e santi<br>la corona di spine dell’oblio non li salva.&nbsp;</p>



<p>Ribolle l’inferno e dagli acquitrini&nbsp;<br>boiardi preti mendicanti raspano le pentole:<br>nessun cucchiaio è sufficiente&nbsp;<br>per intaccare il fondo unto della salvezza.&nbsp;</p>



<p>Fratelli, siamo alla fine: abbiamo<br>ruminato il fuoco e lanciato nuove biglie<br>nella roulette del cielo. Da ogni direzione<br>è il vuoto a rendere gravide le vele</p>



<p>una tenue brezza impedisce alla muffa<br>di attecchire sui nostri sepolcri spalancati.<br>Da questo nulla apparirà una nuova costellazione<br>così un verme è nato dalla vostra fede.</p>



<p>**</p>



<p><em>L’aquila di Prometeo&nbsp;</em></p>



<p>Anche per me il Caucaso è una gabbia.&nbsp;<br>Benché non sia incatenata a una rupe<br>devo bucargli il fegato ogni giorno<br>e ogni notte – non ho scampo.&nbsp;</p>



<p>Mentre il suo fegato rinasce<br>sogno lo spazio infinito<br>dove volavo libera un tempo<br>prima che gli dei mi inchiodassero<br>a questo ingrato compito.&nbsp;</p>



<p>Non sanno più cosa vogliono.&nbsp;<br>Dicono: bucalo – ma non troppo – non&nbsp;<br>farlo morire. Fallo soffrire – ma a volte&nbsp;<br>fagli il solletico: confondi con letali&nbsp;<br>moine la sua mente.&nbsp;</p>



<p>Non capisco le sue parole.<br>Conosco le sue viscere<br>so cosa mangia e cosa beve<br>ma ignoro il linguaggio delle sue cellule.&nbsp;</p>



<p>Dicono di essere dèi, sono ignari di tutto.<br>I topi divorano i sacrifici&nbsp;<br>che qualcuno continua a offrire:<br>i raccolti raccontano di assidue siccità.&nbsp;<br>Sono così gonfia che non so più volare<br>e loro che pensano ancora al fegato di Prometeo.&nbsp;</p>



<p><strong>Bogomil Gjuzel</strong></p>



<p><em>*In copertina: Peter Paul Rubens, Prometeo incatenato, 1612</em></p>
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		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/Rubens_-_Prometheus_Bound-887x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title> “Viviamo sotto cieli cupi – e ci sono pochi esseri umani”. Paul Celan, il poeta che ha scelto di sposare l’acqua</title>
		<link>https://www.pangea.news/celan-heidegger-andrea-muratore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Dec 2024 04:58:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Muratore]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Martin Heidegger]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Celan]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Chi non si aspetta la poesia, neanche la riconosce». Paul Celan, 1959, Microliti Di tutti i poeti il cui nome è inscritto negli elementi, soltanto uno ha osato portare alle estreme conseguenze la grammatica dell’acqua, seguendo l’aureo esempio di Keats e della sua fragile lapide romana. Paul Celan, questo vedovo della materia, che distilla a [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/celan-heidegger-andrea-muratore/"> “Viviamo sotto cieli cupi – e ci sono pochi esseri umani”. Paul Celan, il poeta che ha scelto di sposare l’acqua</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>«Chi non si aspetta la poesia, neanche la riconosce». </em></p>
<cite><em>Paul Celan, 1959, Microliti</em></cite></blockquote>



<p>Di tutti i poeti il cui nome è inscritto negli elementi, soltanto uno ha osato portare alle estreme conseguenze la grammatica dell’acqua, seguendo l’aureo esempio di Keats e della sua fragile lapide romana. <strong>Paul Celan</strong>, questo vedovo della materia, che distilla a gocce le sue poesie, di rado fa riferimento a sostanze materiali: le sue poesie sembrano architetture del vento, in cui il lettore è al tempo stesso colui che le cattura e le distrugge; quando affiorano elementi materici, si sente preso alla gola, come da chi conosca a fondo la terra. Per ironia della sorte, il poeta araldo del lenticolare, del frangibile, nel 1942 si ritrova arruolato in un battaglione di ebrei, costretto a costruire un lager a quattrocento chilometri di distanza dal luogo natale, Czernowitz. Agli amici che chiedono notizie del lavoro, risponde con una sola parola: scavare. Così l’angelo dell’etereo è immerso nella terra, fagocitato da un elemento che forse faceva pagare al poeta lo scotto di una ingiustificata trascuratezza: un episodio ambiguo che ricorda il quasi involontario coinvolgimento di Kafka nella gestione di una fabbrica d’amianto guidata dal padre e dal cognato.</p>



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<p>I genitori di Paul, Leo e Fritzi, che alle insistenze del figlio avevano risposto in modo lapidario («non si può sfuggire al proprio destino»), vengono deportati in un campo di lavoro. Moriranno entrambi pochi mesi dopo: il padre stroncato dal tifo, la madre con un colpo alla nuca perché “inabile al lavoro” (e questo estremo rantolo, questo colpo alla nuca, pare stirarsi come una piega in quasi tutte le poesie di Paul: come un tonfo che non si è ancora appuntato al muro del silenzio).</p>



<p>Per fissare la sensibilità di questo genio in un sudario di luce, è utile ascoltare le testimonianze degli amici romeni, delle muse amanti:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«bastava una frase inopportuna o stupida, detta da qualcuno nella cerchia degli amici, per farlo restare muto tutta la sera, o addirittura per vederlo scomparire senza una parola».</strong></p>
</blockquote>



<p>È un atteggiamento che ricorre spesso, nella vita di Celan: il silenzio, in lui, è come un’ombra che scurisce le giornate, un fantasma variopinto capace di assumere le tinte del suo umore e mimetizzarsi sottopelle. D’altronde, non ci ha forse detto che la poesia è «una forte inclinazione ad ammutolire»? O ancora meglio, <a href="https://www.edizioninottetempo.it/it/troviamo-le-parole-lettere-194" target="_blank" rel="noreferrer noopener">in una lettera alla sempre amata Ingeborg Bachmann</a>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«ma talvolta mi dico che il mio silenzio è, in qualche modo, più comprensibile del tuo, perché il buio che mi impone è più antico».</strong></p>
</blockquote>



<p>Il filosofo incontra il poeta: dall’antichità ad oggi, tutta la partita a carte della cultura sembra restringersi all’osservazione di questa battuta, da seguire col fiato sospeso e con un filo di amarezza per l’ineluttabilità dello scontro. Ma l’incontro, già di per sé tragico, si fa ancora più fatale se concorre a scurire le carte del gioco anche l’inchiostro della storia: in questo caso l’avvento del nazionalsocialismo e la Seconda guerra mondiale. Alla domanda più naturale: «perché?», il poeta risponde con un ghigno: il verso.</p>



<p>Così, il 24 luglio 1967, l’occasione bussa puntuale alla porta: si tiene una lettura a Friburgo (proprio il luogo in cui Heidegger aveva pronunciato il famigerato discorso nel 1933) ed entrambi, il poeta e il filosofo, sono invitati. Entrambi, da tempo, desiderano conoscersi: la stima è reciproca, anche se l’orgoglio e la paura scalfiscono il desiderio. <strong>Il giorno dopo, Paul finisce nella tana del lupo: Heidegger lo invita ad una lunga passeggiata nella Foresta Nera</strong>; i due camminano molto e qui, fra piante innominabili e una luce che sembra proiettata da una qualsiasi poesia di Hölderlin, si compie il miracolo: passando fra gli alberi, e osservando la ricchezza della natura, Paul snocciola notazioni naturalistiche e padroneggia i nomi di alberi e piante. Heidegger ammutolisce. Per l’occasione Paul scrive una poesia,<em> Todtnauberg</em>, in cui i versi sembrano foglie staccate e prese a morsi, il ritmo la dolce litania di un qualche poeta laureato:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong><em>Arnica, eufrasia, il</em></strong><br><strong><em>sorso della fonte con sopra</em></strong><br><strong><em>il dado stellato,</em></strong><br><strong><em>nella malga,</em></strong><br><strong><em>la riga nel libro</em></strong><br>–&nbsp;<strong><em>quali nomi accolse</em></strong><br><strong><em>prima del mio? –,</em></strong><br><strong><em>la riga, in quel libro</em></strong><br><strong><em>inscritta,</em></strong><br><strong><em>d’una speranza, oggi,</em></strong><br><strong><em>dentro il cuore,</em></strong><br><strong><em>per la parola</em></strong><br><strong><em>ventura</em></strong><br><strong><em>di un uomo di pensiero.</em></strong></p>
</blockquote>



<p>Più tardi, Heidegger confiderà a Gadamer di essere rimasto impressionato dalle conoscenze botaniche del poeta. Questo incontro ha tutto il sapore dell’ammonimento: sul poeta che padroneggia la natura e sul filosofo che spesso specula su di essa senza soffrire la pena della creazione. Basta leggere una poesia di Jerzy Hordynski, poeta polacco di claustrale nitore, per scavare questa convinzione e fare pellegrinaggio in quello stesso luogo d’elezione citato da Paul, quel luogo della “speranza / dentro il cuore”:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ai poeti bisogna perdonare molto,</strong><br><strong>ancora più dimenticare.</strong><br><strong>Vivono nella spietata notte del cuore</strong><br><strong>e fanno penitenza coi versi”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Ad ogni modo, come risponderebbe Paul (che aveva usato questa espressione di fronte a un gruppo di dimostranti sessantottini preda di facili slogan): «non è tutto così semplice». In una lettera del ’59 a Ingeborg Bachmann, interrogato sul suo contributo a una miscellanea in onore di Heidegger, Paul risponde con la veggenza di chi sa:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Sono, e tu lo sai, certamente l’ultimo che possa chiudere un occhio sul discorso per il rettorato di Friburgo e su altro ancora, ma dico anche, soprattutto oggi che ho conosciuto molto da vicino antinazisti dichiarati come Böll oppure Andersch, che chi lotta sino a soffocare sotto il peso dei suoi errori e non si comporta come se non avesse mai sbagliato e non nasconde la macchia che gli sta attaccata addosso, è migliore di chi nella integrità sua e dei suoi tempi (era, così devo chiedere, e ho tutti i motivi per farlo, era davvero e sotto tutti i punti di vista probità?) si è sistemato nel modo più comodo e vantaggioso, così comodamente che qui e ora – naturalmente soltanto in “privato” e non in pubblico – perché questo, come si sa, nuoce al prestigio – può permettersi le più clamorose bassezze».</strong></p>
</blockquote>



<p>Il cerchio si chiude: il poeta patteggia con la storia e scagiona il filosofo – in fondo, nelle sue motivazioni più essenziali, un pensatore riceve un vero riscatto solo nei versi di un poeta. Lo sapeva bene Celan, che in una lettera ammoniva:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«solo mani vere scrivono poesie vere. Io non vedo alcuna differenza di principio tra una poesia e una stretta di mano. Viviamo sotto cieli cupi – e ci sono pochi esseri umani. Per questo anche le poesie sono poche».</strong></p>
</blockquote>



<p>Al fondo delle esperienze, un atto estremo è anche un invito a immaginare: ogni poeta ti costringe a catturare visivamente l’attimo della sua morte. Quello di Paul, lanciatosi dal Pont Mirabeau in un freddo 20 aprile del 1970, lo immagino così:</p>



<p><em>reso alato dalle ferite, cercai ristoro nella scia di quelle acque tranquille in cui tanto a lungo il mio cuore aveva desiderato discendere per fissarsi come un’ancora. Così, con le spalle finalmente voltate al buio e tutta la caverna della mia carne protesa a strapiombo sulle acque, io, Paul Celan, tradii la terra e sposai l’acqua: il mio corpo un veliero in partenza verso le rotte dello spirito.</em></p>



<p><strong><em>Andrea Muratore</em></strong></p>
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		<title>“Il suo ‘tutto’ e il mio ‘nulla’ hanno finito per scontrarsi frontalmente”. Su Mark David Chapman, l’assassino di John Lennon</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Nov 2023 05:14:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Beatles]]></category>
		<category><![CDATA[John Lennon]]></category>
		<category><![CDATA[Mark David Chapman]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Triolo]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il giorno otto dicembre del 1980, nei pressi di Central Park, davanti all’ingresso del palazzo The Dakota, all’uscita da casa di John Lennon, un signor nessuno stringe la mano al famoso cantante e musicista chiedendogli un autografo da firmare sulla copertina di “Double Fantasy”, suo ultimo album. Il fotografo Paul Goresh scatta una foto celeberrima [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il giorno otto dicembre del 1980, nei pressi di Central Park, davanti all’ingresso del palazzo <em>The Dakota</em>, all’uscita da casa di John Lennon, un signor nessuno stringe la mano al famoso cantante e musicista chiedendogli un autografo da firmare sulla copertina di “Double Fantasy”, suo ultimo album. <strong>Il fotografo Paul Goresh scatta una foto celeberrima della futura vittima e del suo futuro assassino. In un’epoca in cui viene tutto documentato e propalato con puntiglio e compiacimento sciacallesco dai media di massa, questa foto presaga</strong> testimonia succintamente di un’icona assoluta e di un perdente che la vuole immolare sull’altare fatale della propria vanità e ricerca di riflettori.</p>



<p><strong>In quello stesso giorno Mark David Chapman, il nostro <em>signor nessuno</em> attende pazientemente e senza segni di squilibrio apparente, per ben quattro ore, il ritorno della star:</strong> il John Lennon che aveva cantato, in <em>Imagine </em>(dell’album omonimo risalente appena a nove anni prima)<em>, </em>di un auspicabile mondo di pace e concordia, senza ragioni per uccidere o per cui morire, senza religioni e senza proprietà privata. Attende le fatidiche ore 22.51, in cui Lennon fa rientro, ed esplode contro di lui quattro colpi di calibro 38, di cui tre fatali che decretano la fine di John Lennon uomo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/125649478-9b1d87ea-4851-49d1-81d0-55e7747b0cda-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-97809" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/125649478-9b1d87ea-4851-49d1-81d0-55e7747b0cda-1024x576.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/125649478-9b1d87ea-4851-49d1-81d0-55e7747b0cda-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/125649478-9b1d87ea-4851-49d1-81d0-55e7747b0cda-768x432.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/125649478-9b1d87ea-4851-49d1-81d0-55e7747b0cda-600x338.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/125649478-9b1d87ea-4851-49d1-81d0-55e7747b0cda.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mark David Chapman, classe 1955</figcaption></figure>



<p><strong>Le parole di John Lennon avevano parlato da sole con versi cristallini e ispirati: “Imagine there’s no Countries / It isn’t hard to do / Nothing to kill or die for</strong> (verso che ha la sua controparte allucinata nell’atto folle e assassino, apparentemente gratuito di Chapman) / And no religion too… Imagine no possession (un colpo dritto al mito americano della Proprietà Privata che nella mente squilibrata di Chapman strideva con la vita agiata e il successo stesso di Lennon) / I wonder if you can / no need for greed and hunger / a brtotherood (una fratellanza dettata dalla concordia e che fermi la mano di ogni Caino, forse) of man / Imagine all the people / Sharing all the world…</p>



<p>In una intervista del 2000 Chapman dirà:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Mi sentivo tradito, ma a un livello puramente idealistico. Vagando per le biblioteche di Honolulu mi imbattei nel libro <em>John Lennon. One Day at a Time</em>. Quel libro mi ferì perché mostrava un parassita che viveva la dolce vita in un elegante appartamento di New York. Mi sembrava sbagliato che l’artefice di tutte quelle canzoni di pace, amore e fratellanza potesse essere tanto ricco. Eravamo come due treni che correvano l’uno contro l’altro sullo stesso binario. Il suo ‘tutto’ e il mio ‘nulla’ hanno finito per scontrarsi frontalmente”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Si dovrebbe porre un’attenzione specifica a queste parole del mitomane assassino. Egli leggeva e rileggeva con febbrile e crescente immedesimazione un romanzo generazionale che in molti avevano amato e in molti ancora amano: <em>Catcher in the Rye</em> di Salinger. Il protagonista, Holden Caulfield, narra in prima persona le sue picaresche avventure da disinserito, lontano da scuola e famiglia, dalle istituzioni in cui non crede pedissequamente, come sembrano fare la maggior parte dei suoi coetanei, che anzi, da anticonformista, reputa farisaiche e tali da forgiare destini infelici e inautentici. Il fatto che il suo stesso destino (quale personaggio letterario), sia quello adombrato nel finale del libro, cioè di essere ricoverato in una clinica per malati di nervi, avvicina vertiginosamente il piano della sua esistenza a intersecare quello di Chapman (che ha un passato segnato da abusi di droghe e ricoveri psichiatrici).</p>



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<p><strong>Ma la cosa che più colpisce è che Holden ha in odio il cinema e il suo <em>star system</em>, le figure deputate, cioè, a meglio incarnare il successo e una vita sotto i riflettori della stampa e l’attenzione famelica, se non devozione “sacra”, di tregende di fans.</strong> Egli non ama in generale niente di troppo mediato e insincero, cerca verità e schiettezza in un mondo che ne è tragicamente privo e forma i giovani per un verso che condanna loro a pose e costumi posticci, artefatti e mendaci. Nella mente offuscata di Chapman, John Lennon era già stato processato e ritenuto colpevole in una sorta di assurda sentenza personale che rintracciava in lui ogni guasto di una società dell’immagine che serializzava con ogni tinta, le icone del successo, esattamente come in un dipinto pop di Warhol. Una vendetta privata, quella dell’insano <em>nessuno</em> che cerca attenzione e fama per sé sottraendo la vita a Lennon, la quale passa, sì, per i binari di una motivazione folle, ma che è lo specchio di una società dove i ruoli non dettano nessuna fratellanza e sono altrettante “divise” in cui identificarsi e mettere i propri fini per irrelati e anzi assoluti.&nbsp;</p>



<p>In questi termini i <em>Beatles</em> e Gesù sono interscambiabili e l’”icona blasfema”, che canta di un mondo senza religioni, “deve” essere doppiamente punita:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ascoltavo quella musica e diventavo sempre più furioso verso di lui, perché diceva che non credeva in Dio… e che non credeva nei <em>Beatles</em>… Volevo proprio urlargli in faccia chi diavolo credesse di essere, dicendo quelle cose su Dio, sul Paradiso e sui <em>Beatles</em>… Dire che non crede in Gesù o cose del genere”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Chapman sembra adorasse i bambini e avesse lavorato anche a contatto con essi. Facile intuire che la loro schiettezza e spontaneità doveva sembrare ai suoi occhi la cosa più preziosa, e John Lennon un traditore in quanto idolo frutto d’artefazione e celebrazione di tutto ciò che aveva in odio il personaggio di Salinger. In una società in cui isteria e fanatismo innervano persino le Istituzioni di maggior peso e in cui fuori dai tribunali si inneggia alla esecuzione a morte dei colpevoli; in un Paese di sette, patronati, istituti e istituzioni che inneggiano a diritti/doveri ritenuti santi e figli di una supposta integrità (sdrucciola e puritana); in un Paese che crea miti e poi li cannibalizza, Chapman è la risultante (malata) di dinamiche in cui il confine tra pubblico e privato si sgretola, in cui tutto può improvvisamente incrinarsi per un verso fuori controllo, trasudando inni alla vendetta contro il vigere di diritti apparentemente figli della colpa e del privilegio, e suscettibili di essere puniti perché ritenuti niente altro che il frutto dell’albero avvelenato: una morale censoria e arbitra massimalista di destini sempre al bivio tra successo e anonimato, in cui o si vince o non si è nessuno.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1000" height="986" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/81VgnAtuthL._UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-97810" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/81VgnAtuthL._UF10001000_QL80_.jpg 1000w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/81VgnAtuthL._UF10001000_QL80_-300x296.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/81VgnAtuthL._UF10001000_QL80_-768x757.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/81VgnAtuthL._UF10001000_QL80_-600x592.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/81VgnAtuthL._UF10001000_QL80_-100x100.jpg 100w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p><strong>La proprietà privata adombrata da Lennon nella sua celeberrima canzone, che abbiamo citato, è un altro mostro sacro e spina dorsale della cultura a stelle e strisce</strong>, ma non sia troppo antiamericano dire che là dove si difende con armi acquistate e detenute con disinvoltura da Far West, episodi come quello di Chapman sembrano ammonire e trovare il proprio corrispettivo in stragi tragicamente note come quella della <em>Columbine</em>. Troppo facile vedere in John Lennon, come in Che Guevara, un’immagine cristica, e pressoché agnina, che cade vittima di barbari sacrifici di sangue che la santificano ed eternano: vogliamo aggirare questa ovvietà un po’ bieca. Resta il fatto che in un consesso sociale in cui l’immagine sostituisce la presenza, in cui il mito sostituisce la cogenza e la veridicità dell’essere semplici uomini (né giganti né insetti), e una febbricitante, vendicativa sete di giustizia (privata e non) sconfina nel delirio, in un Paese in cui la presenza può essere cellula tumorale e impazzita che compromette la salute di un organismo sofferente il gigantismo stesso dell’immagine, diviene cagionevole un <em>diverso</em> concetto e primato di giustizia: quello fondato sull’equità e tale da disinnescare individualismi barbari.</p>



<p><strong>Come qualcuno ha detto, ecco scritto il ferale ventisettesimo capitolo di “Catcher in the Rye”, quello mancante nel libro.</strong> Ma sarebbe meglio ricordare ciò che un mite e sincero insegnante dice a Holden circa la differenza tra persone mature e immature… Parafrasando: la differenza tra un ragazzo e un adulto è che il primo vorrebbe morire per una causa e il secondo sceglie invece di vivere per essa. Ci pare che questo ispirato motto valga da monito contro ogni forma di fanatismo e isteria, privata o collettiva.</p>



<p><strong>Cantava Lennon di dare una chance alla pace, e vorremo ricordarlo così, con questo suo auspicio</strong> che apre le coscienze al dialogo e nega la violenza e la sopraffazione, o gli spettri di menti che si credono nel giusto muovendo conflitti in nome della vendetta dei singoli come delle Nazioni.</p>



<p><strong><em>Massimo Triolo</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mark-david-chapman-john-lennon/">“Il suo ‘tutto’ e il mio ‘nulla’ hanno finito per scontrarsi frontalmente”. Su Mark David Chapman, l’assassino di John Lennon</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Oggi siamo notte e nulla”. L’eroe di Borges: Hilario Ascasubi, il poeta guerriero</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Oct 2023 04:20:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Hilario Ascasubi è stato un eroe. Sfolgorava negli anni delle furibonde guerre civili seguite all’indipendenza dell’Argentina. Mulatto, nato nei primi giorni del 1807 in una famiglia di schiavi liberati, Hilario Ascasubi cresce con la fame di diventare qualcuno. Per un po’, prese la via dell’oceano, la più facile – e la più rischiosa – per [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/borges-hilario-ascasubi-poesia/">“Oggi siamo notte e nulla”. L’eroe di Borges: Hilario Ascasubi, il poeta guerriero</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Hilario Ascasubi è stato un eroe. Sfolgorava negli anni delle furibonde guerre civili seguite all’indipendenza dell’Argentina. Mulatto, nato nei primi giorni del 1807 in una famiglia di schiavi liberati, Hilario Ascasubi cresce con la fame di diventare qualcuno. Per un po’, prese la via dell’oceano, la più facile – e la più rischiosa – per farsi grande: quindicenne, è in California. <strong>Gli studi, disordinati ma avidi, denotano un’indole duplice: il mestiere delle armi e l’armeria del verbo. Rientrato in patria, nel 1824, a Salta, gestisce una tipografia e fonda una rivista.</strong> Ha un impulso – per destino – popolano e inquieto: vaga per il suo paese, attraversa la Bolivia, si arruola nell’esercito. Propende per gli “unitari”, che volevano un governo centrale, sottratto ai grandi proprietari terrieri, ai signorotti locali: il generale Juan Lavalle si fida di quel giovane colto e coraggioso, assegnandogli i gradi di capitano. Ascasubi si dimostra temerario fino all’audacia: arrestato nel 1832 dalle forze del suo feroce antagonista, Juan Manuel de Rosas, riesce a evadere, rocambolescamente, dalla prigione in cui è recluso.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/13396-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-97382" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/13396-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/13396-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/13396-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/13396-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/13396-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/13396-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/13396.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Di fatto, Ascasubi partecipa a tutte le grandi battaglie che hanno forgiato l’Argentina come la conosciamo, compresa la decisiva battaglia di Caseros,</strong> preludio all’elaborazione di una nuova costituzione. Nel frattempo, scrive. Di solito, poemi popolari, che alternano il tambur battente allo sfregio del nemico; Ascasubi eccelle nei toni sarcastici e in quelli romantici, varia la canzone con lo sfottò – le sue poesie diventano celeberrime tra i ranghi dell’esercito. Fu inviato a Parigi dal Presidente Bartolomé Mitre – per altro, traduttore della <em>Divina commedia</em> e dell’<em>Eneide</em> in spagnolo – con lo scopo di reclutare soldati e pionieri; in Francia, Ascasubi terminò la raccolta delle sue opere, compresa quella per cui è noto, il <em>Santos Vega</em>, pietra miliare dell’epica gauchesca. Morì, con aura di leggenda, nel 1875 – era rientrato da poco a Buenos Aires, a tutti gli effetti una Parigi sudamericana, sul dorso di un caimano.</p>



<p><strong>La personalità di Hilario Ascasubi, altrimenti relegata nei manuali scolastici, del tutto ‘locale’ – in Italia è pressoché intradotto – ha ossessionato Jorge Luis Borges per tutta la vita.</strong> Il primo accenno che Borges fa ad Ascasubi è in <em>Inquisiciones</em> (1925), coagulo di saggi tirato in poche copie, per amici; il primo saggio autorevolmente pubblico che gli dedica è sul primo numero della rivista “Sur”, fondata dall’amica e mecenate Victoria Ocampo, nel 1931. <strong>Il saggio s’intitola <em>El coronel Ascasubi</em>, Borges deve compiere 32 anni, vive in un’assolata incertezza di sé:</strong> <em>Finzioni</em>, per intenderci, viene pubblicato dalle edizioni Sur nel 1944. Nel suo saggio, tra l’altro, così scrive Borges:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“In vita, Ascasubi fu il Bérenger del Rio de la Plata; da morto, un fumoso precursore di Hern</strong><strong>ández. Entrambe le definizioni, come si può capire, lo traducono nel mero abbozzo – errato nel tempo e nello spazio – di un autentico destino umano. La prima, quella a lui contemporanea, non gli fece alcun male: chi la divulgò sapeva chi era Ascasubi, e possedeva una conoscenza sufficiente del francese; oggi queste due sapienze sono assai meno diffuse. L’onesta gloria del Bérenger declina, benché possa vantare ancora tre colonne dell’Enciclopedia britannica, firmate niente meno che da Stevenson… La seconda, che lo intende come il precursore del <em>Mart</em></strong><strong><em>ín Fierro</em>, è una sciocchezza: la somiglianza tra le opere è casuale, nulla se guardiamo alle intenzioni che le governano… Ascasubi ha combattuto a Ituzaingó, ha difeso Montevideo, ha lottato a Cepeda, ha narrato i suoi giorni in versi splendenti. Nelle sue poesie è assente la forza del destino che ammiriamo nel <em>Mart</em></strong><strong><em>ín Fierro</em></strong><strong>; c’è la spensierata, cruda innocenza degli uomini d’azione, degli avventurieri. C’è gioia e derisione, mai nostalgia. C’è anche – virtù correlata al vizio popolare – la facilità prosodica, il verso banale ma buono perché basta intonarlo nel modo giusto.</strong></p>



<p><strong>Come giovane mozzo, Hilario Ascasubi trascorse mille giorni navigando in mare, su un veliero dal nome colorato, La Rosa Argentina; fu messo in carcere e si lasciò cadere da quindici metri di altezza, tanto era alto il muro della caserma del Retiro, per fuggire: gli anni nelle acque e quelli in battaglia lo rendevano fermo e come trafitto da una luce particolare. Basta nominare Ascasubi per entrare nella mitologia di questo angolo d’America”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Il cammeo è degno di Borges e rivela – nota pratica borgesiana – il gioco degli specchi contrapposti e convessi: <strong>in Ascasubi, Borges vede l’altro se stesso, quello che avrebbe potuto essere, l’assoluto contrario, l’io ustorio.</strong> Dunque: la poesia sorgiva, nata nei dettami dell’avventura; il sangue al posto dell’inchiostro; l’amore per le idee e per la patria; la scrittura come incrocio di lame, un enciclopedismo che non proviene dai libri ma dai corpi, dalle entità topografiche, dalle bestie e dai fiumi.</p>



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<p>Per tutta la vita, con formule pari alla mania – non possiamo dire che Ascasubi sia una ‘fonte’ letteraria per Borges, il quale si nutriva di Dante, di Stevenson, di Wells e di Thomas Browne, semmai di articolati trattati arabi – <strong>Borges ritorna nell’opera e nella vita del grande militare – quasi volesse <em>conviverla</em>. Uno dei suoi <em>Prologhi</em> (1975) è dedicato proprio a “Hilario Ascasubi”:</strong> Borges ne trae una nota critica – “è evidente che il suo genio aveva bisogno di stimoli immediati; i suoi testi migliori furono circostanziali e molto poco o nulla gli diedero il tempo e la nostalgia: una antologia può meglio restituire la sua misura che i tre stancanti volumi che accumulò a Parigi con meno rigore che compiacimento” – e un affascinante dettaglio biografico: <strong>“Spese tutti i suoi soldi per la costruzione del primitivo Teatro Colón, il cui incendio causò la sua rovina”.</strong> Con questa frase, Ascasubi, da aitante predatore, si erge a specie di clamoroso Fitzcarraldo, memorabile eroe delle cause perse, della dissipazione di sé. Nelle rade fotografie, il militare ha il doppiopetto e il collo della camicia alzato, ad eleganza marziale; la fronte è vasta, biada per un cranio instancabile; gli occhi ti sfidano, senza sfoggio di malizia. Il rispetto si gemella al timore. Piaceva a Borges quella lirica ferma, che non dà ospitalità alla parola <em>nostalgia</em>.</p>



<p>Nel 1976, nella raccolta di versi <em>La moneda de hierro</em>, Borges dedica una poesia a <em>Hilario Ascasubi</em>, non per forza bella:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Ci fu un tempo felice. L’uomo<br>Accettava l’amore e la battaglia<br>Con la stessa letizia. La canaglia<br>Sentimentale non s’era arrogata il nome<br>Del popolo. In quell’aurora, vilipesa oggi,<br>Visse Ascasubi e si batté, cantando<br>Coi <em>gauchos</em> della patria quando<br>Li chiamò un’insegna alla guerra nazionale.<br>Fu molti uomini. Fu il cantore e il coro;<br>Lungo il fiume del tempo fu Proteo,<br>Fu soldato nell’azzurra Montevideo<br>E in California cercatore d’oro.<br>Fu sua l’esultanza d’una spada<br>Nel mattino. Oggi siamo notte e nulla.</strong></p>
</blockquote>



<p>Anche Ascasubi diventa, per rifrazione, un idolo di Borges: l’uomo luminoso, senza ombre, che va alla guerra come si fa l’amore – uccidere e amare è lo stesso, direbbe un antico saggio indiano –, è molteplice, “fu molti uomini”. Uno di questi, forse, è proprio Borges, che ama l’arte della spada e la morte simulata più volte. Se, in effetti, è noto l’affetto di Borges verso i <em>gauchos</em>, il <em>Martín Fierro</em>, il tango, la milonga (nel 1965 il poeta scrive milonghe <em>Para las seis cuerdas</em>, spiegando che “il lettore deve supplire la musica assente con l’immagine di un uomo che canticchia, sulla soglia del suo androne o in un emporio, accompagnandosi con la chitarra”) e i duelli al coltello (“Dove saranno… i teppisti/ Che fondarono in polverose strade/ Di terra o in dimenticati villaggi/ La setta del coltello e del coraggio?”, canta in <em>El Tango</em>), l’epica del <em>Fervor de Buenos Aires</em>, il suo primo libro, meno nota è la mitologia ‘militare’ di JLB.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="552" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/A5FBF5FD-440D-421F-A65E-A31E9FF8938C-scaled-1-552x1024.jpg" alt="" class="wp-image-97383" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/A5FBF5FD-440D-421F-A65E-A31E9FF8938C-scaled-1-552x1024.jpg 552w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/A5FBF5FD-440D-421F-A65E-A31E9FF8938C-scaled-1-162x300.jpg 162w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/A5FBF5FD-440D-421F-A65E-A31E9FF8938C-scaled-1.jpg 582w" sizes="(max-width: 552px) 100vw, 552px" /></figure>



<p>Borges non è soltanto artifici, arcane miserie, zoroastrismo libresco ed eccelso talento nel catalogare le ombre, con l’ansia onnivora di vagabondare tra i codici islandesi medioevali e i monaci del Giappone antico, sostando tra i paragrafi di Scoto Eriugena, libri di sabbia, Minotauri rosi dal male della melancolia, la cabbala e il bestiario. <strong>Borges, soprattutto, è affascinato dai militari in disastro, i generali genuflessi, anzi tutto, all’Oriente del proprio coriaceo carisma, i destini acquartierati tra la gloria di un momento e la disfatta:</strong> in una pallottola ravvisa lo specchio, in un bivio sulla via per Montevideo il diktat del labirinto, in una battaglia all’arma bianca l’aura di un foglio, l’albume di una storia mutilata.</p>



<p>Il fervore per la lotta è incardinata nell’album di famiglia: <strong>gli avi di Borges erano militari d’alto rango. Il nonno paterno, Francisco Borges Lafinur, colonnello di vasta esperienza, nato a Montevideo</strong>, morì, neanche quarantenne, a La Verde, nel 1874, nel caos della guerra civile argentina: parteggiava per Mitre, presidente uscente, sconfitto. <strong>Il bisnonno materno, Manuel Isidoro Suárez (1799-1846), capitanò la cavalleria peruviana e colombiana sul campo di Junín</strong>, in ostilità ai reali di Spagna; il nonno, Isidoro de Acevedo Laprida, combatté contro de Rosas, nello stesso campo di Ascasubi. Quando Borges scrive che “Ascasubi e la patria crebbero insieme”, pensa anche alla sua famiglia, a se stesso. Più volte, ricamando la propria opera, Borges si riferisce agli avi: in <em>Pagina per ricordare il Colonnello Suárez, vincitore a Junin</em>, ad esempio – raccolto in <em>L’altro, lo stesso</em> –, <strong>fa parlare il bisnonno, “l’antichità del sangue”, che gli insegna che “è eterna la battaglia”.</strong> Borges l’ha combattuta, la battaglia, con estro non inferiore a quello dei suoi avi – la cecità gli ha concesso il dono ubiquo, non la capacità di redimere, è chiaro, ma di <em>esserci</em>, semmai.</p>



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<p>***</p>



<p><em>Minaccia di un coltivatore di pannocchie e tagliagole degli assedianti di Montevideo diretta al gaucho Jacinto Cielo, milite presso la Legione argentina, che difende quella piazza</em></p>



<p>Ascolta, selvaggio gaucho;<br>non perdo la speranza<br>e non desisto<br>dal farti provare chi sono<br>Tin Tin e Refalosa.<br>Ora ti dico cosa ti accadrà:<br>ascolta senza timore;<br>per te questo canto<br>sarà triste quanto il venerdì santo.</p>



<p>Insieme ti acciufferemo<br>per tirarti qua e là:<br>ci accontentiamo anche<br>se stai fermo: da dietro<br>i nostri compagni,<br>contadini, è ovvio,<br>ti legheranno e ti<br>spoglieranno, nudo<br>davanti a tutti,<br>selvaggio! Da qui<br>comincia la tua<br>afflizione.</p>



<p>Attraccano i piedi<br>poi ti assicuriamo<br>a un palo, fermo,<br>clamorosamente nostro;<br>ti sfottiamo mentre<br>urli, e noi cantiamo<br>senza violini i nostri<br>grufolosi inni.</p>



<p>Fischiettando, intendo,<br>aggiustiamo il coltello<br>e ti stimoliamo la guancia<br>con una lama.<br>Salta, ora, vile selvaggio:<br>ridici in faccia!<br>Quando i prigionieri<br>ancora in camicia<br>cominciano a lagnarsi<br>ci divertiamo da matti:<br>lo scherzo che tiriamo<br>al gaucho è pari alla felicità<br>del Presidente quando<br>ascolta la musica.</p>



<p>E finalmente:<br>quando lo riteniamo conveniente,<br>dopo che ci siamo divertiti<br>grandemente, decidiamo<br>in quale modo mozzarti<br>il fiato; a destra<br>uno dei miei ti afferrerà<br>mentre l’altro ti tiene<br>le gambe aperte, come<br>se fossi un puledro.<br>Griderai che il cielo<br>ti è padre e giudice,<br>ma non ascolteremo<br>il tuo pio bisogno<br>di consolazione:<br>sotto l’orecchio<br>il pugnale ben temprato<br>e affilato – ti conviene<br>chiamarlo: Colui che<br>rimuove i dolori.<br>Snoderemo le vene<br>del collo.<br>E cosa farai, allora?<br>Cola laido sangue<br>per il nostro gusto<br>mentre il terrore<br>ti dilaterà gli occhi<br>obbligandoli alle<br>vaste altezze.</p>



<p>Flaccidi uomini!<br>In verità, ne abbiamo<br>visti alcuni che si dimenano<br>e danno di morso<br>selvaggi che combattono<br>con la lingua: detto<br>tra noi, ci garba<br>come una donna<br>in preda ai baci.</p>



<p>Che bellezza!<br>Ridiamo di cuore<br>e molto, vedendo<br>che sono così<br>rabbiosi: allora<br>li sleghiamo e li lasciamo<br>andare – ogni tanto<br>li blocchiamo, mentre<br>scivolano sulle pozze<br>del loro sangue.<br>Infine, afflitti<br>dai crampi, cadono<br>scalciando, tremando<br>con la stessa ferocia,<br>respirano a fatica<br>sappiamo a cosa<br>aspira, ma non gli<br>verrà concesso.<br>Dunque, gli tagliamo<br>le orecchie, la barba,<br>le sopracciglia, gli<br>peliamo il mento<br>per poi abbandonarlo<br>così: qualche<br>maiale lo gradirà,<br>i corvi torneranno<br>grassi. </p>



<p><strong><em>Hilario Ascasubi<br><br></em></strong></p>
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		<title>Appunti rozzi di un lettore de “Il dottor Živago” di Boris Pasternak, un romanzo che ti cambia la vita</title>
		<link>https://www.pangea.news/dottor-zivago-pasternak-michele-nigro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Sep 2023 03:06:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Boris Pasternak]]></category>
		<category><![CDATA[Il dottor Zivago]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura russa]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Nigro]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Così tutto quello che era in lui ancora ferita viva e bruciante veniva estromesso dalle poesie e, in luogo di quella sofferenza che sanguinava e doleva, vi compariva una pacata apertura che innalzava il caso particolare a esperienza universale, a tutti partecipabile. (Parte seconda, cap. XIV) È difficile uscire indenni da un romanzo come Il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dottor-zivago-pasternak-michele-nigro/">Appunti rozzi di un lettore de “Il dottor Živago” di Boris Pasternak, un romanzo che ti cambia la vita</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Così tutto quello che era in lui ancora ferita viva e bruciante veniva estromesso dalle poesie e, in luogo di quella sofferenza che sanguinava e doleva, vi compariva una pacata apertura che innalzava il caso particolare a esperienza universale, a tutti partecipabile.</p>
<cite>(Parte seconda, cap. XIV)</cite></blockquote>



<p><strong>È difficile uscire indenni da un romanzo come <em>Il dottor Živago</em> di Borìs Pasternàk, dopo averlo letto. </strong><strong>È </strong><strong>difficile staccarsi da quel testo, riporlo in libreria tra gli altri come se niente fosse.</strong> Ma <em>niente</em> non è stato. Perché? La risposta è complessa. È una storia immensa, infinita, umana ma al tempo stesso soprannaturale, terrena ma divina, storica ma universale e senza tempo. Una storia dell’umanità ma che appartiene all’infinito.</p>



<p><strong>Che esistenze! Che amori! Che passioni viscerali! Che epopee esistenziali…! E che tristezza, pur nella forza che la vita dona ai suoi protagonisti.</strong> Un racconto che cresce piano piano, dall’infanzia all’età adulta, da un determinismo che tutto sembrerebbe aver stabilito al vortice dell’esistenza che ogni cosa stravolge: due classi sociali, un uomo e una donna, vanno incontro al loro destino, al fatto che la guerra e la rivoluzione li farà incontrare e darà loro l’opportunità di amarsi al di là della Storia e delle loro vicende personali. È questo il grande messaggio del Živago di Pasternàk: rispettare la propria natura individuale, la propria storia interiore e sentimentale anche se il mondo intorno va in un’altra direzione, spinto da altre esigenze verso il baratro o il rinnovamento. La critica alle intenzioni rivoluzionarie da parte di Pasternàk sono evidenti e forti, anche se narrativizzate: da qui il suo essere osteggiato in patria e la nascita del conseguente “Caso Pasternàk” intorno alla rinuncia da parte dell’autore al Premio Nobel per la letteratura e all’avventurosa storia editoriale del romanzo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="655" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/dott-zhivago-copertina-655x1024.jpg" alt="" class="wp-image-97076" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/dott-zhivago-copertina-655x1024.jpg 655w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/dott-zhivago-copertina-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/dott-zhivago-copertina-600x938.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/dott-zhivago-copertina.jpg 691w" sizes="(max-width: 655px) 100vw, 655px" /></figure>



<p><strong>La storia tra Jurij Živago e Lara Antipova fa tornare alla mente le tante vicende clandestine di amori impossibili eppure reali, vissuti, ma inesistenti agli occhi di una visione “ufficiale” della vita.</strong> Donne e uomini, impegnati su “altri fronti”, che seguono il loro cuore e la loro riscoperta natura su campi di battaglia collaterali, condannati dalla società per eccesso di individualismo, ritenuti “fuori dalla Storia”. Lo strazio per un amore impossibile o comunque difficile da preservare (e sintetizzato nel “come faremo!” sussurrato a Jurij dalla Lara del film di David Lean). Anche Jurij, come Lara Antipova, è sposato, con prole: una doppia impossibilità, un doppio nodo su corde diverse e separate. Il senso di sospensione e di precarietà di un amore difficile ma vissuto, nascosto nelle intercapedini delle altre storie private, protetto da occhi indiscreti. Eppure, quanta forza e speranza possono effondersi da storie in salita come questa descritta da Pasternàk: il viverla comunque, pur sapendo di non avere un futuro; si attinge dalla complessità di simili incontri una forza incredibile, strana, quasi crudele, ma grazie a essi si vivono sensazioni e si carpiscono segreti esistenziali che non sarebbe possibile conoscere attraverso una storia ordinaria. Forse il vero amore è quello che nasce nel dolore, tra gli attriti del reale, quello nato “mutilato”, e che insegna più cose.</p>



<p><strong>Prima del romanzo il mio immaginario era stato già “inquinato” dalla versione filmica, quella più famosa e bella: </strong>ma leggendolo, essendo la trama del romanzo diversa e più complessa di quella del film, mi sono accorto che stavo ricostruendo la vera storia in me, perché l’immaginario era in fase di “ristrutturazione” proprio grazie alla lettura. Sull’indispensabilità di leggere prima i prodotti letterari e solo in seguito acquisire le loro trasposizioni cinematografiche, esiste da anni un dibattito interessante e non ancora completato che coinvolge valide motivazioni neurolinguistiche, ma che non tiene conto della pressione della società dell’immagine in cui viviamo. Isolarsi dall’immagine è arduo ma non impossibile. Spegniamo i dvd, accendiamo i libri!</p>



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<p>Tuttavia la parte del romanzo che ha più probabilità di renderci “malinconici” è quella medio-finale: le parti iniziali, altrettanto belle, importanti, descrittive dal punto di vista sociale e politico, sono preparatorie a una storia d’amore che in principio è abbozzata, ipotizzata, embrionale, quasi secondaria, come se assecondasse i tumulti dell’epoca, gli sconvolgimenti della rivoluzione, ma stando di lato, senza disturbare perché i moti sociali sono più importanti di quelli vissuti nell’intimità. <strong>È</strong><strong> dopo la prigionia presso i Partigiani Rossi dei boschi, quando Živago torna a Jurjatin da Lara che è possibile “assaporare” tutta la condizione precaria e sospesa dell’epoca storica e del loro rapporto sentimentale: quell’essere coppia ma non ufficialmente coppia.</strong> Quel loro testardo e coraggioso autodeterminarsi, contrario alle nuove leggi collettivistiche, e che ammazzano di fatto l’individualismo e la libertà sentimentale. Non c’è più posto per le passioni private, per crogiolarsi in una poetica che non preveda l’interesse comune.</p>



<p>Al tempo stesso è possibile avvertire anche la malinconia e i sensi di colpa di Živago nei confronti dell’“altra” famiglia, quella ufficiale formata con Tonja Gromeko. Lara ha la sua Katja avuta con Pavel Antipov (che rinascerà a “nuova vita” con il nome di Strel’nikov) e leggendo il romanzo sono ancora più chiari quei meccanismi di responsabilità genitoriale che pur essendo forti, alla fine riescono a convivere con la nascita di un amore adulto e adulterino. Come è chiaro il bisogno sacrosanto e istintivo di dare la precedenza all’incolumità e al benessere dei figli, anche se si è innamorati di un’altra persona al di fuori del matrimonio.</p>



<p><strong>I dialoghi tra Lara e Jurij, a Jurjatin prima e a Varỳkino dopo, sono unici, impossibili da trasporre in un film, e raggiungono un culmine “filosofico” che va oltre la singola storia d’amore privata, per interessare il significato universale dell’esserci.</strong> Leggendo questo romanzo non si comprende dove finisca la storia sentimentale tra i due protagonisti e cominci la storia del mondo, della natura, dell’universo. E poi gli intrecci delle storie, i personaggi che riaffiorano a concludere un ciclo iniziato molte pagine prima: è ciò che accade nei capolavori; e nella seconda parte, soprattutto verso la fine, si avverte un’accelerazione della trama come se l’autore avesse timore di lasciare fuori un pezzo di storia, di sottotrama, di vita dei personaggi. Tutti hanno un posto, un destino da seguire; tutti ricevono una meritata fine nella storia del romanzo e dell’universo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="687" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/Doctor_Zhivago-728546004-large-687x1024.jpg" alt="" class="wp-image-97077" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/Doctor_Zhivago-728546004-large-687x1024.jpg 687w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/Doctor_Zhivago-728546004-large-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/Doctor_Zhivago-728546004-large-600x894.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/Doctor_Zhivago-728546004-large.jpg 725w" sizes="(max-width: 687px) 100vw, 687px" /></figure>



<p><strong>Si resta impotenti e religiosamente in silenzio dinanzi all’inesorabile “economia” dei destini: è come se i personaggi di Pasternàk fossero delle biglie poste su un piano inclinato</strong> che man mano aumenta la propria inclinazione affinché tutte le biglie raggiungano la propria buca in cui scomparire per sempre. Lo affermano anche nel romanzo: “Che tristezza la vita!” Già… Ma vi è anche un senso di rassegnata e doverosa operosità che non viene sconfitta se non alla fine, con la morte fisica dei corpi. Fino alla fine Živago scrive, lascia tracce di sé e del suo pensiero poetico. Non gli resta che quello e lo fa senza lasciarsi scoraggiare dalle cose perdute, dai dolori vissuti; anzi lo fa proprio per tutto questo, in nome di tutto il vissuto.</p>



<p><strong>Vite smembrate, dilaniate, stravolte come le società attraversate dalla rivoluzione: con la sola regola di restare fedeli a se stessi</strong>, <strong>amando chi si vuole e come.</strong> Ma ancora più affascinante è il tentativo di individuare il punto di contatto storico, sociale e sentimentale in cui fare incontrare due anime simili, ma appartenenti a due mondi diversi, come Lara e Jurij. E quindi il mistero crudele del destino, i fattori non controllabili della Storia, ma anche la critica a una rivoluzione nata troppo in fretta e ai suoi artefici che hanno condotto un intero popolo a una mostruosità sociale, economica, storica. Non si possono controllare le conseguenze concatenate di una rivoluzione, così come non si può controllare il sentimento verso chi riconosciamo, in ritardo, simile a noi e alla nostra anima. È triste tutto questo? Oppure è semplicemente inesorabile e non si può che avere pazienza e vivere la vita per come ci capita e non solo per come ce la costruiamo o vorremmo costruirla?</p>



<p><strong>Altro elemento meraviglioso di questo romanzo è la descrizione degli animi dei personaggi: la loro evoluzione interiore, i necessari cambiamenti legati agli eventi storici e ideologici</strong> (scelti o subiti), il destino che si portano attaccato addosso come una lettera scarlatta, le trasformazioni che accompagnano le loro esistenze. Le conseguenze dei nostri atti, sembrerebbe suggerirci Pasternàk, ci accompagneranno per sempre, fino alla fine, anche quando sembra che la vita stia deviando dal suo percorso, che ci porti lontanissimo da quelle conseguenze. Persone e fatti, prima o poi, ci raggiungono e completano il loro ciclo. Anche nelle vite più “spezzate”, come quelle descritte nel romanzo, c’è una ciclicità da rispettare e completare: Lara non poteva mancare al funerale di Živago, nonostante il loro doloroso distacco combinato con l’inganno e per salvare Lara e sua figlia Katja.</p>



<p>Quante cose e quanti passaggi nel romanzo sono spiegati diversamente e in maniera più complessa rispetto al film di David Lean, anche se la trama principale è stata ovviamente rispettata. Le ragioni della rivoluzione si mescolano alle ragioni e ai moti del cuore: ma sullo sfondo si muovono sempre una spiritualità e una natura che non possono venire intaccate dall’uomo e dalle sue nuove leggi storicamente materialistiche. Živago è un “disadattato” nella nuova società sovietica, o meglio, in quella che dopo pochi decenni sarebbe diventata ufficialmente la società sovietica, anche se ammira l’evoluzione della sua Mosca e non si isola da chi sente affine al proprio animo.</p>



<p>Non meravigli il fatto che Jurij, dopo aver perso Lara, abbia messo su una nuova famiglia con Marina, che nel film non c’è. O che non cerchi di raggiungere Tonja e i suoi figli. La vita va avanti, come si è soliti dire; si adatta alle nuove forme e alle occasioni offerte (o imposte) dalla Storia, anche se si resta intimamente dei disadattati perché manca la sintonia, la Storia ha interrotto le comunicazioni con l’interiorità, con la propria natura: non è un rinnegare gli amori vissuti o sminuirli alla luce della convenienza; è forse “istinto di sopravvivenza”, voglia di vivere sempre e comunque, un modo per continuare a restare in piedi nel mondo nuovo creato da altri uomini. Appare strano, tuttavia, dal punto di vista del lettore che ha quasi sempre tra le mani soluzioni facili, questo modo di sopravvivere. <strong>Si individua, negli ultimi capitoli del romanzo di Pasternàk, come una sorta di impotenza esistenziale, storica: perché le scelte di Jurij, inizialmente dettate dalle costrizioni del momento storico, non vengono in seguito riviste, contrastate? Aleggia un disincanto che rende inattivi, immobili nell’angolo di Storia in cui si è stati collocati. </strong>Un po’ come foglie che si lasciano trasportare dal vento senza combattere o almeno veleggiare; abbandonarsi al destino: non lo facciamo, forse, un po’ tutti anche quando siamo liberi? Certo che è così; adattarsi fa parte della natura umana. Perché? Se la vita fosse vissuta fornendo a questi quesiti solo risposte razionali, scontate, suggerite dal buon senso di chi è seduto sul divano, avrebbe lo stesso sapore, la stessa forma? Crediamo di no. L’esistenza è originale proprio nel suo essere, a volte, assurda e codarda.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="633" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/il-dottor-zivago-633x1024.jpg" alt="" class="wp-image-97078" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/il-dottor-zivago-633x1024.jpg 633w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/il-dottor-zivago-186x300.jpg 186w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/il-dottor-zivago-600x970.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/09/il-dottor-zivago.jpg 668w" sizes="(max-width: 633px) 100vw, 633px" /></figure>



<p>È rispettata nel film, così come nel romanzo, la gradualità dell’amore tra Jurij e Lara: non è un fuoco che arde velocemente consumandosi presto; è una lenta presa di coscienza, un riconoscersi lento come accade nei veri amori, quelli che hanno radici spirituali e non solo passionali. Fino alla consapevolezza di un’intima somiglianza che costituisce elemento di inscindibilità. L’essere simili, in un mondo in violenta trasformazione, diventa scoglio a cui aggrapparsi, baluardo di solidità. L’essere l’uno l’oasi dell’altra, e tuttavia sapere che tutto è contro quell’unione, che la storia è contro, che il destino è contro. E, a un certo punto, rassegnati, si lascia fare al destino.</p>



<p>È il riconoscersi al di là delle convenzioni e delle scelte convenienti: la bellezza di Lara è una religione sotto forma di donna. Non è sempre vero che due rette parallele non s’incontrano mai: a volte accade che s’incontrino. Lara ama Pavel Antipov (il futuro Strel’nikov che nel libro muore suicida mentre nel film esce semplicemente di scena), ma lo ama in modo diverso perché legata, così come Jurij a Tonja, da un “amore fraterno”, giovanile, acerbo, non temprato dagli eventi. Ed è questa differenza tra l’amore per Jurij e l’affetto residuo per Pavel, che rende il sentimento di Lara ancora più speciale, unico e privilegiato: un sentimento non unidirezionale ma variegato, complesso, capace di discernimento. I veri amori restano veri anche se la vita rema contro di essi e disperde nel mondo i suoi protagonisti. Anche se le strade dissestate della Storia, come accade in maniera apparentemente irragionevole nel romanzo, portano lontano e separano gli attori principali di quegli amori.</p>



<p><strong>La vita è sostanzialmente assurda, è una roulette russa giocata con una rivoltella completamente carica: non c’è scampo, a ognuno è dedicato un proiettile; e la poesia è uno dei pochi strumenti con cui possiamo tutelare le parti inviolabili della nostra storia personale.</strong> Tutto questo Živago lo sa, e infatti dedica i giorni successivi alla partenza di Lara da Varỳkino alla stesura di poesie e di pensieri come a voler congelare, a rendere eterno il vissuto e a salvare il salvabile di una storia unica, meravigliosa, irripetibile. La poesia è una zona privata, che nasce privata nonostante le successive velleità editoriali di ogni autore; come privato, privatissimo, è un amore simile a quello vissuto tra Lara e Jurij. Poi c’è la Storia che ci sbatte da un punto all’altro del tempo e dello spazio, e non sempre cerchiamo di combattere la “corrente”: quando reagiamo ritorniamo alle origini che ci sono care, proprio come quando facciamo poesia. Lara è poesia, è origine, è ragione d’animo.</p>



<p>Le pagine che più suscitano un senso di precarietà e malinconia sono quelle di quando Jurij e Lara si recano a Varỳkino per sfuggire alle possibili – anzi molto probabili, a causa delle loro rispettive posizioni – persecuzioni che hanno luogo a Jurjatin: si avverte, lì ancora di più che altrove, il senso di una fine imminente, del periodo buio che si sta vivendo in tutto il paese. I lupi che circondano la casa sono il simbolo di un’epoca crudele, selvaggia, spietata, affamata di vendetta di classe. Eppure in quell’atmosfera sospesa e surreale loro due riescono a essere “famiglia”, precaria e momentanea; sono uniti ma divisi da due differenti destini non ancora giunti a maturazione. In quel luogo Jurij trova la forza e l’ispirazione per cominciare a scrivere e a fissare su carta le idee che non aveva potuto fino ad allora esprimere concretamente. <strong>Tutto è precario, la Storia li bracca ma non rinunciano alla loro storia interiore e al loro amore. Perché ci sono priorità che non vanno trascurate neanche dinanzi a rivoluzioni necessarie riguardanti i bisogni urgenti della collettività.</strong> Pasternàk dedica alcuni passaggi – e lo fa attraverso Jurij – al suo modo di concepire il fare poesia, che rappresentano delle piccole-grandi lezioni di poetica concentrate in poche righe. La crudeltà della storia e del mondo si abbatte sulle persone a noi care e su di noi: non possiamo farci niente anche se a volte l’uomo, tra le sue agiatezze, dimentica chi è, qual è la sua natura, la sua finitezza. Che siamo pecore tra lupi, e a volte lupi noi stessi.</p>



<p><strong>È</strong><strong> un romanzo che in alcuni punti scoraggia perché ben rappresenta l’inesorabilità della vita, ma al tempo stesso instilla strane speranze nel naturale divenire delle cose</strong>, nel loro progredire verso un traguardo di pace in cui possiamo e dobbiamo sperare. Fidarsi della Storia nonostante, ciclicamente, finisca sempre per deluderci. “Tutto finisce!” sembra suggerirci Pasternak, e anche le storie d’amore intense finiscono perché i personaggi scompaiono, inghiottiti dal tempo e dal destino. Ma non finisce l’insegnamento ricevuto da quegli amori, e donato all’universo. E poi dobbiamo raccontarci per sopravvivere che l’importante è averli vissuti, cercati, conservati in un certo qual modo. Beati i poeti che possono farlo! Beati quelli che leggendoli imparano ad amare. E beato anche chi genera un figlio da questi amori: sono i loro più prelibati e al tempo stesso anonimi “prodotti”. Anche i figli avuti con Tonja non sono minori ma con un destino diverso.</p>



<p><strong>Che epoche spaventose ha attraversato e ancora oggi attraversa l’umanità!</strong> (Mentre scrivo questi rozzi appunti, è in atto una nuova guerra tra Russia e Ucraina! E insieme a essa anche la stupidità di una <em>cancel culture</em> che vorrebbe mettere all’indice la cultura russa, romanzi e poesia compresi).</p>



<p>Interessante anche tutta la “parte ideologica” del romanzo: senza mai scendere in particolari descritti con un linguaggio eccessivamente politico, si giudica tutt’al più lo spirito dell’epoca, le conseguenze più malsane del dopo rivoluzione, le alterazioni sociali causate da uno stravolgimento avvenuto troppo rapidamente e male. Pur attraversando tutte le epoche, prima e dopo la guerra civile, Jurij e Lara cercano di rimanere se stessi, fedeli alla propria indipendenza soprattutto mentale e poi anche sentimentale. Se Lara si estranea (o viene esclusa, credendolo morto in guerra) dall’involuzione di Pavel Antipov che lo “trasformerà” nel comandante “rosso” Strel’nikov, allo stesso modo Jurij Živago non si riconosce più nella sua iniziale condizione sociale di medico e uomo sposato: entrambi, spinti dalle guerre e dai conseguenti sommovimenti sociali, deviano dai loro percorsi apparentemente scontati per ricongiungersi alle fonti primordiali dei loro animi dove si riscoprono veri, liberi, trasparenti, assetati di “borghese” normalità. La rivoluzione, che avrebbe dovuto annullare ogni forma di individualismo, paradossalmente alimenta in Lara e Jurij proprio la fiamma dell’autodeterminazione individuale almeno da un punto di vista sentimentale e spirituale.</p>



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<p>Quello tra Tonja e Jurij è un amore quasi naturale tra pari, un matrimonio predestinato tra due giovani appartenenti a uno stesso ambiente sociale. Invece tra Jurij e Lara prende forma un amore cercato, voluto, desiderato in maniera consapevole, maturato dopo una serie graduale di incontri determinati dalla vita, dal caso. È un amore adulto non deciso dalle circostanze di classe sociale, dall’ambiente, ma “fiutato” a distanza, volontariamente inseguito, coltivato come ideale privato di perfezione sentimentale e spirituale. Un amore che cresce e si sviluppa insieme alle disavventure dell’epoca, al dolore provocato dai cambiamenti; sembra quasi che Jurij e Lara siano l’uno il completamento esistenziale dell’altra, il rifugio prelibato e clandestino.</p>



<p><strong><em>Il dottor Živago</em></strong><strong> è un romanzo che parla della casualità della vita, degli incroci mancati o impegnati. Della fatalità quasi naturale che avvolge l’esistenza di ognuno. Siamo foglie appese a rami in maniera delicata: basta un niente per volare via ed essere trascinati chissà dove.</strong> All’inizio della vita, quando si è giovani e verdi, tutto sembra chiaro e ci si sente invincibili. Poi la vita smussa queste sicurezze e si sceglie di lasciarsi guidare da un certo fatalismo, anche se crediamo di operare in maniera costruttiva, con determinazione e volontà. Ma la vita e il fato alla fine prevalgono, o almeno (un po’ o molto) deviano gli intenti: quanti incroci di esistenze, quante vicende intorno alle nostre esistenze. Non siamo soli lungo il cammino. Le nostre e le altrui vicissitudini caratterizzano un’epoca storica: anche se ci isoliamo dal caos, la vita e le azioni del mondo ci raggiungono, ci coinvolgono. Ma se, nonostante tutto, operiamo con passione, la vita non è mai sprecata e il caso non potrà mai sabotarla completamente.</p>



<p><strong>Quante pagine meravigliose Pasternàk fa recitare ai suoi personaggi per illustrarci la sua visione del mondo, i suoi pensieri sulla vita, sull’animo umano, sulla Storia che incombe e ci travolge.</strong> Lara e Jurij, grazie a queste pagine immortali, ci svelano la loro intimità spirituale, le loro angosce, i desideri, le sfumature ideologiche di un’epoca. Ma entrambi sono innanzitutto due esseri liberi che si amano, amano l’idea dell’amore e amano la vita. Pasternàk non scende mai nei particolari della loro intimità conquistata gradualmente, con rispetto, combattendo contro i doveri verso vite precedenti e parallele. È come se l’autore non avesse voluto violare un tempio sacro, quello dell’amore carnale, che il lettore può solo immaginare. Un’intimità che si manifesta attraverso la descrizione degli elementi casalinghi, quotidiani: non occorre altro per descrivere un nido. Presente, invece, è la descrizione delle differenze tra le classi sociali prima che la rivoluzione le spazzasse via violentemente o tentasse di farlo: diversità che inevitabilmente hanno alimentato una rabbia dal basso, esplosa in un cambiamento repentino, deforme e disordinato. La giustizia sociale ha ceduto il posto all’odio di classe; l’annullamento fisico dell’oppositore, presto considerato pericoloso nemico, è diventata regola fissa e autorizzata dalle necessità di una maggioranza non sempre individuabile. Ma quella di Pasternàk non è una valutazione “politica” del comportamento dei rivoluzionari; è il naturale giudizio di un uomo libero che attraverso la sua penna ha creato personaggi altrettanto liberi.</p>



<p><strong><em>Michele Nigro</em></strong></p>
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		<title>“Concedo nulli”. Motti filosofici: da Erasmo a Spinoza, una storia di arguzie e di maldicenze</title>
		<link>https://www.pangea.news/spinoza-erasmo-motto-liguori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Jun 2023 05:03:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Erasmo]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[motto]]></category>
		<category><![CDATA[Spinoza]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Liguori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno dei primi e più famosi motti della civiltà occidentale è probabilmente l’iscrizione onciale che, secondo l’apostolo Giovanni (Gv 19, 19), Pilato ordinò di inchiodare insieme al corpo martoriato di Cristo alla sommità della croce lignea issata sul Golgota: Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum (Gesù il Nazareno, il re dei Giudei). L’evangelista dice pure che “il [&#8230;]</p>
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<p>Uno dei primi e più famosi motti della civiltà occidentale è probabilmente l’iscrizione onciale che, secondo l’apostolo Giovanni (Gv 19, 19), Pilato ordinò di inchiodare insieme al corpo martoriato di Cristo alla sommità della croce lignea issata sul Golgota: <em>Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum (Gesù il Nazareno, il re dei Giudei)</em>. L’evangelista dice pure che “il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città” (Gv 19, 20), perciò, per rendere la scritta comprensibile anche alla gente che veniva da quelle parti, il <em>titulus crucis</em> fu scritto in tre lingue diverse: l’ebraico, il latino e il greco. Insomma, non fu trascurato nulla per garantire ai posteri la memoria di un’atrocità.</p>



<p>Tralasciando i motti dell’araldica, che li accolse per rafforzare con la parola il blasone sugli stemmi gentilizi e per contraddistinguere censo e casata di provenienza di chi ne faceva uso, <strong>anche un gran numero di filosofi adottò il nobile vezzo di lasciarsi rappresentare da una frase o semplicemente da una parola di riconoscimento che dichiarasse in breve il proprio <em>status</em></strong> oppure l’adesione a questo o a quel modello di vita filosofica. Il tono aulico e severo del latino – l’esperanto dei dotti – fece il resto, e del motto consacrò le intenzioni e lo scopo.</p>



<p>Tra il XVII e XVIII secolo i libertini fecero loro il noto motto <em>“Intus ut libet, foris ut moris”</em> <em>(“In privato secondo il piacere, in pubblico secondo i costumi”</em>), mentre <strong>il più cauto motto ovidiano <em>“Bene vixit qui bene latuit”</em> (<em>“Ha vissuto bene colui che bene si è nascosto” – </em>Ovidio, <em>Tristia </em>III, 4, 25) fece gola a Cartesio </strong>che, dopotutto, amava la tranquillità, i mascheramenti (<em>Larvatus prodeo</em>) e i cambi d’identità (“René Jochems” fu il suo <em>alter ego</em> sul registro delle nascite accanto al nome della figlia Francine avuta da Hélène Jans van der Strom).</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="735" height="398" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/inri.jpg" alt="" class="wp-image-96093" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/inri.jpg 735w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/inri-300x162.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/inri-600x325.jpg 600w" sizes="(max-width: 735px) 100vw, 735px" /></figure>



<p>Se non un fermo ateismo, che tuttavia gli costò qualche accusa e un paio di processi finiti in un nulla di fatto, una considerevole dose di aristotelismo fu invece il vanto di <strong>Cesare Cremonini. Questo filosofo naturalista che confidava più nella ragione che nella grazia di Dio</strong>, e che tra i suoi allievi a Padova ebbe Giulio Cesare Vanini – quello sì un ateo eretico degno di rogo –, sulla tomba volle scolpito l’epitaffio <em>“Hic iacet Cremoninus totus”</em> (<em>“Qui giace Cremonini interamente”</em>), come per dire che sotto terra si era portato anche l’anima e non soltanto le ossa. A Genova, al Cimitero Monumentale di Staglieno, dove tra l’altro sono sepolti anche Giuseppe Mazzini, Nino Bixio e Fabrizio De Andrè, <strong>la pietra che tumula le spoglie del filosofo Giuseppe Rensi (1871-1943) reca, in forma contratta, il verso dell’apostolo Matteo <em>“Etsi omnes, non ego”</em> (<em>“Anche se tutti, non io” – </em>Mt 26, 33),</strong> un motto che, nella sua concisione, brilla di dissenso e scetticismo. Eppure non sempre le ammissioni di un motto furono chiare e ben recepite. Anzi, in qualche caso fu addirittura motivo di dispiacere, calamita di invidia, calunnie e maldicenze.</p>



<p>Accadde a <strong>Erasmo da Rotterdam (1466-1563), infatti, di doversi difendere dagli attacchi biliosi di alcuni suoi detrattori e di dover dare conto del motto <em>“Concedo nulli”</em></strong> <em>(“Non cedo a nessuno”</em>) nel quale si riconosceva perfettamente. Da sempre riluttante alle competizioni, poco incline alle discussioni accese o alle dispute verbali, timido e riservato, <strong>“uomo tutto spirito, figurina pergamenacea, macilenta, fragile e raggomitolata” </strong>(S. Zweig, <em>Trionfo e tragedia di Erasmo da Rotterdam</em>), insensibile alla bellezza muliebre, Erasmo conosceva e apprezzava una sola forza, un solo indomito desiderio, una sola feconda attrazione, quella per i libri. L’acquisto di libri, in particolare di autori greci, “viene prima di quello degli abiti”, scriveva a un amico. Ai suoi tempi, di lui si diceva che fosse <em>“[…] homo valde doctus in omni scibili omnique doctrinarum genere”</em> (<em>Epistolae obscurorum virorum</em>, XLII, 17-19), ossia “uomo dottissimo in ogni sapere e in qualsiasi genere di disciplina”. Insomma, i giorni migliori Erasmo li passava in compagnia dei suoi <em>in folio</em> oppure, quando venne in Italia, nel laboratorio di Aldo Manuzio a Venezia, lo stesso che nel 1508 pubblicò la prima edizione dei suoi <em>Adagia</em>.</p>



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<p><strong>Probabilmente fu proprio da Manuzio che “un italiano esperto di cose antiche” gli fece conoscere il nome e il significato dell’effige del dio romano Terminus scolpito sulla pietra incastonata in uno degli anelli che con vanità femminile portava alle dita, dono di gratitudine del suo pupillo Alexander Stewart, figlio illegittimo di Giacomo IV, re di Scozia.</strong> E tutto cominciò proprio con quel dio che veglia sui confini, divinità che, sotto forma di stele o cippo, attesta il limite oltre cui non è possibile andare, il nume il cui <em>sacellum</em> al Campidoglio – lo racconta Tito Livio in <em>Ad urbe condita</em>, libro I, 55 – resistette alla profanazione (<em>exaugurare</em> <em>fana</em>) degli uccelli quando Tarquinio Prisco decise che sarebbe stato demolito per far sorgere al suo posto un tempio in onore di Giove. La storia di Terminus piacque a Erasmo, cosicché l’effige del dio che non si piega al potere o all’altrui volontà divenne il suo marchio di riconoscimento al quale – gli bastò un attimo! – aggiunse il motto latino <em>“Concedo nulli”</em>.</p>



<p>La schiera dei litigiosi (<em>philàitioi</em>) sicofanti non apprezzò. Considerò questa ostentazione di intransigenza una vanità superiore a quella della somma erudizione esibita per iscritto in qualità di teologo o di esegeta biblico. Insomma, il dio Terminus non gli portò fortuna ed Erasmo, a cui giunse la calunniosa eco di parole <em>intolerabilis arrogantiae</em>, trovò sfogo e sponda nell’amico Alfonso Valdes al quale, nell’agosto del 1528, scrisse l’<em>Epistola apologetica de Termini sui inscriptione “Concedo nulli”.</em> Le accuse dei suoi detrattori lo colpirono nell’orgoglio, e sentì il dovere e la necessità di chiarire alcuni punti per pareggiare la partita.</p>



<p>In punta di calamo cesellò la sua retorica da maestro e, senza tirarla troppo per le lunghe, raschiò le morchie del pettegolezzo intorno alla sua superbia. Inoltre, da gran signore, si disse ben disposto a fare pace con gli accusatori e addirittura favorevole a cambiare motto ed effige al suo <em>sigillum</em> se quelli che “con occhi chiusi criticano ciò che non vedono, né hanno compreso” avessero infine curato il loro morbo della gelosia. Chiedersi ora come si sia conclusa la faccenda risulterebbe quanto meno superfluo, giacché <strong>il profilo spettinato dell’inamovibile Terminus è ancora orgogliosamente scolpito sulla pietra lucida della cripta che conserva le spoglie di Erasmo </strong>nella medievale Cattedrale di Basilea.</p>



<p>Come Erasmo, riservato, dall’indole proba e solitaria, <strong>anche Baruch Spinoza (1632-1677) si firmava con un motto. Il suo, però, aveva per lo più il tono di un ammonimento: <em>“Caute”</em> (<em>“Sta’ attento” </em>oppure<em> “Fai attenzione”</em>), </strong>che, per non essere frainteso, sul sigillo che chiudeva la sua corrispondenza figurava accompagnato dalla silhouette di una spinosa rosa selvatica. Ma a chi era rivolta quella raccomandazione? E perché tanta premurosa cautela?</p>



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<p>Ebreo scomunicato (subì il <em>chèrem</em>, il bando dalla sinagoga, a soli ventiquattro anni confezionando un mirabile paradosso per uno il cui nome ebraico, Baruch, significa “benedetto”) e guardato con sospetto dai cristiani riformati d’Olanda; oggetto di un’aggressione all’arma bianca senza nefaste conseguenze se non per il tessuto del suo mantello e autore di libri che in molti, incluso il postulante Leibniz, consideravano pestiferi, promotori di un nascosto ateismo e sovvertitori “dalle fondamenta ogni culto e ogni religione” (<em>Epistola XLII, </em>gennaio 1671), prestare attenzione e fare appello alla prudenza era il minimo che Spinoza potesse fare. Per questi motivi, trascorse una vita piuttosto riservata nella tranquilla cittadina di Voorburg, nei pressi dell’Aja, abitando da pensionante in casa dei coniugi Van der Spijck (lui pittore, lei sarta) e mantenendosi con il lavoro di molatore di lenti, sicura e precisa pratica di lungimiranza.</p>



<p>Spinoza amalgamò una guardinga condotta della prudenza con la vita intemerata e nascosta degli epicurei, l’attenzione a non farsi troppi nemici con la fredda e spietata analisi della natura degli uomini e di Dio. Tutto questo era il suo <em>Caute</em>, un monito e un avvertimento prima di tutto a sé stesso e poi ai lettori delle sue carte. Quando non era esplicitamente messo in risalto, il motto era tra le righe del suo ricco epistolario: “[…] tacerò piuttosto che dare in pasto agli uomini le mie opinioni” oppure “[…] affinché esse siano rese di pubblica ragione senza che io corra alcun pericolo” (<em>Epistola XIII</em>, luglio 1663). E anche quando un amico intercedette presso di lui perché il giovane e intraprendente Leibniz si era dichiarato interessato a leggere i suoi scritti, Spinoza rispose con un <em>Caute</em>: “Reputo tuttavia imprudente di confidargli così presto i miei scritti” (<em>Epistola LXXII</em>, novembre 1675).</p>



<p><strong>Eppure, il <em>Caute</em> fu presto disinnescato e corrotto dalla perversione diabolica e fanatica di alcune stolide personalità, uomini che non vedevano l’ora di metter bocca sulla vita –soprattutto su quella! –, o sulle opere del filosofo.</strong> Nel suo <em>Dictionnaire historique et critique</em>, che contiene la prima biografia di Spinoza, il filosofo Pierre Bayle, che pure gli riconosce una granitica onestà intellettuale e una austerità dei costumi, si affida alla <em>vox populi</em>, ai “si dice”, e di Spinoza scrive che “[…] si sa che ci sono state molte cose che sono poi apparse nel suo <em>Trattato teologico-politico</em>, […] libro pernicioso e detestabile, o che egli diffuse i semi dell’ateismo […]” (P. Bayle, voce <em>Spinoza, </em>in <em>Op. cit., </em>1697). Ma chi davvero con viltà raggiunse lo scopo della denigrazione e toccò il fondo melmoso della calunnia fu un tale Johannes Köhler, un pastore della comunità luterana de L’Aja.</p>



<p><strong>Questo Köhler che, con la consuetudine dei dotti, si faceva chiamare Colerus, andò ad abitare in casa della vedova Van Velen, uno dei primi posti in cui Spinoza trovò quel <em>tranquillitatis amore </em>di cui aveva bisogno dopo la scomunica e l’allontanamento dalla comunità ebraica.</strong> Forse non sopportò di lavorare nella stessa stanza dove probabilmente Spinoza dormì; forse dovette stizzirsi per qualche aneddoto che gli raccontarono oppure fu condizionato dalla lettura del <em>Dizionario</em> di Bayle, fatto è che alimentò verso il filosofo un feroce livore che depositò in quasi ogni pagina della sua <em>Vita di Spinoza secondo Colerus </em>(1705).</p>



<p>Il suo è un libriccino in cui mette in dubbio l’eleganza di Spinoza nell’abbigliamento, la sua onestà filosofica, in cui fa allusione ai debiti che altri dovettero pagare dopo la sua morte e infine, come al solito, con quella mancanza di stile e di originalità che condivise con chi venne prima e dopo di lui, lo accusa del peggior ateismo. Persino Goethe (<em>Poesia e Verità, </em>IV parte, libro XVI) rimase turbato da questa insulsa biografia e ricordò come Colerus, per rendere più efficace l’intento denigratorio del filosofo, nella pagina di fronte al titolo della sua opera aveva fatto stampare un ritratto deformato di Spinoza al quale aveva aggiunto l’umiliante epigrafe latina <em>Signum reprobationis in vultu gerens</em>, poiché credeva di aver scorto sul volto del filosofo il segno inconfutabile del vizio e della scelleratezza. Il <em>Caute</em>, insomma, fu sepolto da Colerus sotto quelle poche righe di ingiustificato livore, sostituito dall’indegna sopraffazione del suo fanatismo religioso senza che Spinoza, come in passato aveva fatto Erasmo, avesse avuto la possibilità di difendersi.</p>



<p>È vero, a Spinoza è stato poi ridato il maltolto, ma c’è voluto del tempo. <strong>Lessing, poi Hegel, Nietzsche… Novalis disse che trovava Spinoza “ubriaco di Dio”,</strong> e il nostro Piero Martinetti ci fa sapere che Renan osò addirittura scrivere che nessuno oltre Spinoza “[…] ha veduto Dio più da vicino”.</p>



<p><strong><em>Vincenzo Liguori</em></strong></p>
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		<title>Napoleone non esiste. Contro il negazionismo e il moralismo storico</title>
		<link>https://www.pangea.news/storia-napoleone-negazionismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Jun 2023 04:26:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Magaddino]]></category>
		<category><![CDATA[Benedetto Croce]]></category>
		<category><![CDATA[Napoleone]]></category>
		<category><![CDATA[negazionismo]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[storiografia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel corso del XIX secolo vennero scritti ben tre distinti pamphlet il cui asse portante era costituito dalla strampalata tesi per cui Napoleone in realtà non sarebbe mai esistito e tutta la parabola di ascesa e caduta dell’Imperatore sarebbe stata una frode storiografica ingegnosamente perpetrata.&#160;Tesi che oggi (e anche allora!) ha dell’incredibile, e che pure [&#8230;]</p>
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<p>Nel corso del XIX secolo vennero scritti ben tre distinti pamphlet il cui asse portante era costituito dalla strampalata tesi per cui Napoleone in realtà non sarebbe mai esistito e tutta la parabola di ascesa e caduta dell’Imperatore sarebbe stata una frode storiografica ingegnosamente perpetrata.&nbsp;Tesi che oggi (e anche allora!) ha dell’incredibile, e che pure riuscì a trovare qualche sparuto sostenitore.&nbsp;</p>



<p><strong>Jean Baptiste Pérès, Richard Whateley e Aristarchus Newlight (nom de plume del Vescovo di Dublino William Fitzgerald) composero tre distinti libelli, più volte ristampati e tradotti in svariate lingue, alcuni anche in italiano, per avvalorare la loro tesi,</strong> talora con spirito volutamente provocatorio e paradossale, talora invece, come nel caso del Pérès, con genuina convinzione e dovizia di improbabili analogismi insistenti sul parallelo tra il mito solare di Apollo e Napoleone, il Néapolion, il nuovo Apollo.</p>



<p>Ripercorrere le bizzarre analogie di Pérès e dei suoi epigoni resta un esempio di come nella storia la ricerca delle analogie esteriori, di natura fattuale come di natura linguistica, serva talvolta a piegare la narrazione storica a delle tesi preconfezionate e a priori, laddove nella storiografia l’a priori non esiste e ad avere valore è unicamente l’a posteriori.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="594" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/Comme_quoi_Napoleon_na_jamais_...Peres_Jean-Baptiste_bpt6k5658079p-594x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95874" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/Comme_quoi_Napoleon_na_jamais_...Peres_Jean-Baptiste_bpt6k5658079p-594x1024.jpg 594w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/Comme_quoi_Napoleon_na_jamais_...Peres_Jean-Baptiste_bpt6k5658079p-174x300.jpg 174w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/Comme_quoi_Napoleon_na_jamais_...Peres_Jean-Baptiste_bpt6k5658079p-600x1035.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/Comme_quoi_Napoleon_na_jamais_...Peres_Jean-Baptiste_bpt6k5658079p.jpg 626w" sizes="(max-width: 594px) 100vw, 594px" /></figure>



<p><strong>Il negazionismo nei confronti di Napoleone e della sua esistenza storica è solo l’antenato macroscopico dei negazionismi di varia natura del nostro tempo, spesso molto più sottili e capziosamente argomentati</strong> ma quasi sempre accomunati dal fil rouge di una tesi politica e ideologica del tutto aprioristica cui i fatti devono accomodarsi e dall&#8217;arbitraria estrapolazione di singoli elementi veritieri da un tessuto unitario, elementi che però, nella logica combinatoria dei moderni sofisti, finiscono poi col perdere di vista totalmente l&#8217;orizzonte generale e per falsificare la storia invece di chiarirla.&nbsp;Già Vico ammoniva che “il falso consiste nella sconcia combinazione delle idee”.&nbsp;</p>



<p>Un singolo fatto vero, un singolo dettaglio vero perdono della loro forza di verità se sradicati dal loro contesto complessivo e trasportati in un altro contesto, simile ad un letto di Procuste in cui si vogliono innaturalmente adagiare delle teorie più ampie e cariche di valore.</p>



<p>Un altro curioso e ancor più insidioso sofisma che si sente oggi ripetere ossessivamente è che tutto ciò che sappiamo è falso, che la storia come ci è stata narrata è sempre e solo il frutto di un’abile mistificazione ordita da poteri politici superiori e spesso insondabili.&nbsp;La storia sarebbe tutta e integralmente falsa in quanto è stata scritta dai vincitori. <strong>A prendere per buono un simile criterio tutti gli storici, da Erodoto e Tucidide in poi, sarebbero corrotti </strong>e rispecchierebbero solamente gli interessi e le verità di comodo dei vincitori.</p>



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<p>Se ogni storico ha il dovere di essere revisionista e di ricontrollare le fonti e le testimonianze offerteci dalla tradizione, questo dei moderni sofisti per cui tutto è falso non è a rigore un’opera di revisione storica, ma un capovolgimento da equilibristi, un gioco funambolico per dimostrare che il bianco in realtà è nero.&nbsp;Il peggio non è costituito dai negazionisti nudi e crudi, che sono più facilmente confutabili e smentibili (i sostenitori dell&#8217; inesistenza delle camere a gas!), ma dai negazionisti che si camuffano da revisionisti, dai pappagalli che somministrano ai loro incauti lettori la cicuta di una storia non solo ‘falsificabile’, come le proposizioni scientifiche, ma irrimediabilmente falsa e ‘relativa’, in una forma di relativismo ancor più insidioso di quelli di natura estetica e latamente culturale che ci siamo sforzati di descrivere in alcuni articoli precedenti.&nbsp;</p>



<p>La verità storica è del proprio tempo in quanto noi leggiamo e filtriamo il passato attraverso gli occhi del presente ed un interesse che non può non essere squisitamente contemporaneo ma, al contempo, la verità è anche di ogni tempo e in quanto tale è antirelativista per eccellenza.&nbsp;Essa è, con le parole immortali di Tucidide, uno <em>ktema es aiei</em>, un acquisto per sempre, <strong>e se potrà mutare l&#8217;asse interpretativo sulla figura di Napoleone come su qualsiasi altro personaggio od evento della storia antica o moderna non potrà mai mutare il nucleo profondo di verità fattuale</strong> che è sotteso alle varie ermeneutiche storiche.&nbsp;</p>



<p>Le verità del proprio tempo mutano, ma ruotano in orbita attorno a una Verità più profonda e immodificabile.</p>



<p>Nell’antica parabola indiana ripresa da Scheler in funzione antirelativista, alcuni saggi ciechi sono chiamati a dare una descrizione di un elefante che si staglia dinanzi a loro. Le descrizioni dei ciechi sono ovviamente tutte differenti tra loro, non potendo esperire l&#8217;elefante col senso della vista, ma l&#8217;elefante è unico e la difformità delle testimonianze non inficia la sua esistenza oggettiva.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/IMG_5099_1024x1024@2x-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95875" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/IMG_5099_1024x1024@2x-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/IMG_5099_1024x1024@2x-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/IMG_5099_1024x1024@2x-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/IMG_5099_1024x1024@2x.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p><strong>La storiografia dovrebbe servire a liberarci dalla storia, non ad addossare sulla nostra schiena il fardello sempre più gravoso di un passato che non vuole passare e che è costantemente sfruttato per meschini scopi ideologico-politici,</strong> per gretti interessi di natura pratica del tempo presente.&nbsp;La storia vera non piange e non sorride, nel suo volto di Sfinge impassibile si limita a guardare e vivisezionare le vicende umane da un piano superiore, al di sopra della mischia, ed è tale in quanto è sempre ‘giustificatrice’ (nel senso non morale, ma della prospettiva storica), mai ‘giustiziera’ e proprio in questo si individua il discrimine fra lo storico onesto, che analizza in tal senso ‘giustificando’ <strong>e lo storico disonesto (in realtà un politico sotto mentite spoglie), che invece vuole sempre fare giustizia, servo del suo spirito giustiziero e giacobino</strong> nel senso deteriore a un moralismo del tutto antistorico.&nbsp;</p>



<p>Molti studiosi illustri, da Piero Calamandrei a Carlo Ginzburg hanno insistito (seppur con declinazioni molto diverse fra loro) sull&#8217;analogia fra l&#8217;indagine processuale e l&#8217;indagine storica, fra l’ufficio dello storico e quello del giudice chiamato appunto a giudicare in merito alle diverse testimonianze probatorie.&nbsp;La storiografia non è né potrà mai essere scienza esatta e nemmeno il più ingenuo dei positivisti oggi si sognerebbe di instaurare un parallelo convinto tra il metodo delle indagini naturalistiche e il metodo delle indagini storiografiche.&nbsp;L’esclusione della storiografia dal novero delle scienze esatte non significa che ad essa sfugga la verità, ma semplicemente che il suo oggetto è una verità di altro tipo, sempre rivedibile e reinterpretabile a seconda delle lenti e dei prismi del proprio tempo ma costituita comunque da un nucleo inscalfibile e inscindibile, un atomo di certezza storica che non consente alcuna fissione.&nbsp;</p>



<p>Ne consegue che non è tutto falso, come asserito dai più o meno abili prestigiatori del nostro tempo, ma che tutto è rivedibile, concetto che è esattamente antitetico al sofisma dell’identificazione del racconto storico tramandatoci dalla nostra tradizione culturale con una congiura tesa a obnubilare la nostra percezione del vero.&nbsp;La storia, insomma, è oggettiva e soggettiva nello stesso tempo e la sua certezza corrisponde non a quella del dato di fatto epistemologico, ma alla coscienza del certo; essa è affidata al ricordo e all&#8217; autorità, non all&#8217; analisi e alla dimostrazione di natura matematica.&nbsp;</p>



<p>Se la filosofia è la cornice metodologica della ricerca storica essa è appunto un metodo, non applicabile con scientificità assoluta, invischiato in tutti i limiti cui sono soggetti gli strumenti di ricerca umani.&nbsp;La filosofia e la storia sono saldamente interconnesse ma non si fondono integralmente l&#8217;una nell’altra. Nate per soddisfare le più alte esigenze teoretiche dello spirito umano, dovrebbero rendere possibile, nel mondo ideale, una vita guidata da norme razionali pure, cosa purtroppo impossibile perché anche le idealità più elevate si trovano poi a dover confliggere con la natura ineliminabile dell&#8217;umano.&nbsp;</p>



<p>Per parafrasare il detto di Hegel, la storia è una maestra di vita che non ha avuto allievi, e qualcosa di simile si può dire anche della storiografia, obbligata a vagliare sempre e in forma ricorrente le testimonianze su cui fonda il proprio terreno.&nbsp;Scrive Croce in una paginetta dell’<em>Estetica</em>:</p>



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<p><strong>“La convinzione dello storico è la convinzione indimostrabile del giurato che ha ascoltato i testimoni, seguito attentamente il processo, e pregato il cielo di ispirarlo.&nbsp;Sbaglia, senza dubbio, alle volte; ma gli sbagli rappresentano una trascurabile minoranza di fronte ai casi in cui si coglie il vero.&nbsp;E perciò il buon senso ha ragione contro gl’intellettualisti nel credere alla storia, la quale non è già ‘favola convenuta’, ma ciò che l’individuo e l’umanità ricordano del loro passato. Solo per paradosso si può dubitare che siano mai esistite una Grecia e una Roma, un Alessandro e un Cesare, che il 1° novembre 1517 Lutero affisse le sue tesi alla chiesa di Wittemberg o che il 14 luglio 1789 fu presa la Bastiglia. Che ragione rendi tu di tutto questo? domanda il sofista. L’umanità risponde: ‘Io ricordo’”.</strong></p>
</blockquote>



<p>L’autorità del ricordo e la persistenza della memoria storica rendono giustizia delle mistificazioni più flagranti (si vedano i famigerati “Protocolli dei Savi di Sion”) o dei negazionismi più assurdi, da quello ricordato in principio che rimosse Napoleone dal palcoscenico della storia sino a quelli moderni che vorrebbero elidere il genocidio degli Armeni o la Shoah, le fosse di Katyn o gli eccidi staliniani, negazionismi che si squalificano da sé ma la cui critica va lasciata agli storici, non alle aule dei tribunali.&nbsp;</p>



<p><strong>Processare penalmente un negazionista equivale a fargli un’inopportuna pubblicità e a ricadere nel Maesltrom della censura quando è necessaria invece la libera circolazione delle idee, anche delle idee più distorte e perniciose,</strong> in quanto la loro soppressione con mezzi legali sortisce in realtà l&#8217;effetto opposto. La verità storica non è <em>normabile</em> legalmente, con buona pace dei giustizialisti della storia.&nbsp;</p>



<p>Di altra natura e comunque tendenziosi e falsificatori sono anche i ‘Libri Neri’ che tanta fortuna hanno avuto negli ultimi decenni, dal LIbro Nero del Comunismo a quello degli Stati Uniti, dal Libro Nero del Capitalismo a quello dell’Islam. Non assistiamo qui a falsificazioni intenzionali o a negazionismi colossali, i dati storici riportati sono invece nella maggioranza dei casi sostanzialmente corretti. L’errore pernicioso di queste operazioni di natura in realtà profondamente antistorica è di sostituire appunto l&#8217;acredine moralista alla valutazione imparziale, la tesi a priori alla spassionata disamina dei fatti, e di accomunare in un unico giudizio di condanna di volta in volta i fenomeni storici, le religioni, le ideologie, i sistemi economici senza tenere conto che si tratta di realtà di immane complessità, in cui il bene e il male si intrecciano talvolta in grovigli inestricabili.</p>



<p>E di bene e male lo storico non può e non deve parlare.</p>



<p>La società e la storia americana o la società e la storia della Russia sovietica, ad esempio, sono sistemi con contraddizioni profonde e con elementi sia positivi che negativi talmente variegati e legati tra loro che nessuna analisi storica degna di questo nome potrà mai unire in una condanna indiscriminata.&nbsp;L’auspicio è che si esca una buona volta dalle pastoie del moralismo storico e che il giudizio storico riacquisti la propria ‘moralità’ proprio nell’innalzarsi sopra ogni morale convenuta. Solo in quanto tale esso sarà veramente, per tornare alle suddette parole di Tucidide, un acquisto per sempre.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Alessio Magaddino</em></strong></p>
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